Se l’indipendenza di chi vigila sulle celle resta solo sulla carta di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 27 ottobre 2026 Il presidente Riccardo Turrini Vita chiede un organico autonomo e un fondo proprio: oggi il Garante dipende per personale e risorse dal ministero che deve controllare. Nel 2025 visitato solo un carcere per adulti su cinque. Bagni a vista in 1.111 celle. L’autorità che vigila sulle patrie galere lavora con un ufficio che, per legge, deve pescare almeno venti dei suoi venticinque dipendenti dal ministero della Giustizia. Nel 2025, anche avvicendandosi, vi hanno prestato servizio solo undici appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria. A metterlo in evidenza è il presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Riccardo Turrini Vita, nel saggio che apre la Relazione al Parlamento 2025, presentata il 23 ottobre scorso nella Sala Koch di Palazzo Madama insieme ai componenti del Collegio, Irma Conti e Mario Serio. Il saggio si intitola “Altre architetture” e confronta il Garante con l’Autorità per l’infanzia, con quella per le persone con disabilità, con il Garante della privacy e con l’Agcom. Il verdetto è severo. L’assetto attuale viene definito “parzialmente adeguato sul piano dei poteri e non adeguato sul piano dei mezzi e delle garanzie organizzative”, e la mancanza di un ruolo proprio del personale è indicata come “la mortificazione più evidente”. Per il funzionamento la legge stanzia 380mila euro l’anno, comprese le indennità del Collegio, una cifra che Turrini Vita giudica “meno che modesta”. Il paragone con l’Autorità per le persone con disabilità, nata nel 2025 già con un ruolo proprio e oggi con fino a quindici esperti, rende l’asimmetria “difficile da giustificare”. Il presidente riconosce la collaborazione offerta dai ministri pro tempore e rivendica un lavoro che, a risorse date, resta “di alta efficienza”. La struttura però non regge il carico del mandato. Anche con tutti i venticinque posti coperti, se metà del personale si dedicasse alle visite resterebbero dodici o tredici persone per l’intero territorio, quando una singola visita complessa richiede squadre di quattro-sei componenti. Per rendere l’idea c’è un dettaglio contabile che lo mostra bene. Senza capitoli di entrata, l’ufficio ha dovuto più volte chiedere al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di ricevere fondi destinati al Garante e di girarli poi sul capitolo ordinario. Il controllato fa da cassiere al controllore. La proposta è precisa: un ruolo organico tra sessanta e ottanta unità, un fondo autonomo presso la Presidenza del Consiglio, un bilancio sottoposto alla Corte dei conti. Gli effetti si misurano sul campo. Nel 2025 il Garante ha visitato 41 istituti per adulti su 189, il 21,70 per cento, e 4 istituti minorili su 19. Le residenze sanitarie assistenziali vengono monitorate solo su segnalazione, perché tra le risorse assegnate non c’è alcun profilo medico. Debole anche il seguito delle raccomandazioni: la legge obbliga l’amministrazione che non le accoglie soltanto a motivare il dissenso entro trenta giorni, senza cronoprogrammi né conseguenze. E poi c’è il Viminale. Con una circolare del 6 ottobre 2025 il Dipartimento della pubblica sicurezza ha stabilito che le informazioni sugli interventi di ripristino dell’ordine nei Cpr e il documento sull’uso della forza “non appaiono necessarie allo svolgimento delle funzioni di controllo del Garante”. Dopo la visita al Cpr di Gradisca d’Isonzo, la Prefettura di Gorizia ha consegnato le statistiche e negato il resto. La Relazione riferisce che nella seconda metà del 2026 il ministero dell’Interno ha cambiato orientamento, dando ragione al Garante. Bagni a vista e liste d’attesa - Al 31 dicembre 2025 i detenuti erano 63.481 per 51.301 posti regolamentari, di cui 5.244 inutilizzabili. Sui 46.077 posti realmente disponibili la densità media arriva al 137,77 per cento, con la Puglia al 175,14. Le persone con un residuo di pena fino a tre anni sono 24.348; tolti i condannati per reati ostativi, circa 20.452 potrebbero accedere a percorsi alternativi. Il Garante lega la crescita anche a una legislazione che introduce reati spesso poco definiti e aumenta le pene, scelte che, scrive, “non riescono a conformarsi con gli obblighi internazionali e costituzionali sull’umanità della pena”. Nella memoria sul decreto sicurezza del 2025 aveva già segnalato l’indeterminatezza della resistenza passiva, il suo attrito con gli articoli 17 e 21 della Costituzione e l’inserimento del nuovo reato tra gli ostativi. La sanità è il capitolo più duro. Su 503 reclami e segnalazioni, 129 riguardano la salute. Nel 2025 gli invii urgenti in ospedale sono stati 14.762, e la Relazione parla di tratti che ricordano la “medicina difensiva”. Le visite prenotate saltano perché il nucleo traduzioni e piantonamenti è impegnato altrove. Conti chiede ai presidenti delle Regioni di assumersi la responsabilità di una popolazione detenuta che non gode della tutela sanitaria garantita a chi vive fuori. Le articolazioni per la salute mentale hanno poca capienza e diverse chiusure temporanee: a Livorno 30 posti sono fermi per un cedimento strutturale, a Rebibbia femminile i lavori sono finiti ma l’Asl non ha preso in carico i locali per mancanza di personale sanitario. Intanto 35 persone restano in carcere senza titolo in attesa di un posto in Rems, mentre la lista d’attesa nazionale ne conta 808 e le residenze offrono in tutto 709 posti. Negli istituti minorili i presenti sono passati da 278 nel 2020 a 572 nel 2025. In 1.111 camere di pernottamento il bagno è a vista, 606 delle quali nel provveditorato di Lazio, Abruzzo e Molise, venticinque anni dopo il regolamento del 2000 che imponeva servizi in un vano annesso. Le aggressioni fisiche agli agenti sono passate da 827 nel 2019 a 2.424 nel 2025. I suicidi sono stati 76, contro gli 84 del 2024. Agli organici mancano 1.915 agenti e 721 amministrativi. Fuori dalle mura restano i liberi sospesi, che la Relazione stima in circa centomila, in attesa per anni che la sorveglianza decida come eseguire la loro condanna. Il tono si fa tagliente nelle raccomandazioni. A Cuneo i detenuti al 41 bis aspettavano le quattro ore d’aria riconosciute dalla Corte costituzionale nel 2025, e il Garante scrive che l’attesa del direttore “non può ritenersi scusata” dal ritardo delle istruzioni centrali. All’Aquila, dove nelle camere manca l’acqua calda, ricorda che le circolari sui beni acquistabili sono state “largamente disapplicate dalla magistratura” e parla dell’”irrisione cui viene esposta l’Amministrazione”. Sull’affettività, il 13 febbraio 2025 il Garante ha scritto al ministro della Giustizia chiedendo quali misure intenda proporre per attuare la sentenza costituzionale n. 10 del 2024, avvertendo che la mancata esecuzione “potrebbe impingere nella violazione dei diritti”. Poi l’Albania. Nel Cpr di Gjadër, tra il 12 aprile e il 10 ottobre 2025, sono transitate 192 persone e si sono registrati 88 eventi critici, una cinquantina dei quali tra autolesionismo e tentativi di suicidio. Venticinque trattenuti sono stati dichiarati non idonei alla vita in comunità ristretta, e alcuni avrebbero saputo solo all’arrivo di essere stati portati fuori dall’Italia. Serio ricorda che con la sentenza n. 96 del 2025 la Consulta ha accertato il vulnus alla riserva di legge sul trattenimento nei Cpr, lasciando al Parlamento il compito di colmarlo. Ogni rilievo su Cuneo, sull’Aquila o su Livorno nasce dunque in un ufficio che dipende, per persone e risorse, in larga parte dall’amministrazione della Giustizia, la stessa che quei rilievi li riceve. L’obiettivo, per Turrini Vita, è “trasformare l’indipendenza dichiarata in capacità amministrativa effettiva”. La misura più urgente, scrive, si può adottare “semplicemente ripetendo quanto già fatto per le altre Autorità di garanzia”. Tocca al Parlamento che ha ricevuto la Relazione. Adolescenti violenti: servono più carceri o più scuola? di Stefano Vicari * Corriere della Sera, 27 ottobre 2026 Dietro un reato c’è sempre una storia. Comprenderla non significa giustificare, né attenuare la responsabilità di chi ha fatto del male. Significa riconoscere che quella storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa. Ogni volta che un adolescente si rende protagonista di un episodio di violenza, soprattutto quando appare brutale o immotivato, torna la stessa domanda: quale disagio mentale può spiegare un comportamento simile? È comprensibile cercare una spiegazione a ciò che ci inquieta. Ma troppo spesso questa ricerca si traduce nel tentativo di individuare una diagnosi psichiatrica, quasi che ogni comportamento violento debba nascondere una malattia mentale. È una semplificazione che rischia di impedirci di comprendere quanto accade. Il rapporto tra salute mentale e criminalità è assai più complesso. La presenza di un disturbo psichiatrico non comporta necessariamente condotte violente, così come commettere un reato non significa soffrire di una malattia mentale. Alcune condizioni psicopatologiche, soprattutto quando si associano ad altri fattori di rischio, possono contribuire a comportamenti aggressivi. Ma una diagnosi, da sola, non spiega il gesto di un ragazzo. Confondere questi piani alimenta lo stigma e nasconde le molteplici radici della violenza. Le ricerche condotte negli istituti penali minorili mostrano tuttavia un dato che non possiamo ignorare. Una revisione internazionale di 47 studi, su oltre 32mila adolescenti detenuti, ha documentato una frequenza elevata di disturbi psichiatrici: circa sei ragazzi su dieci presentavano un disturbo della condotta; frequenti anche depressione, Adhd e disturbo post-traumatico da stress. Questo non dimostra che siano le malattie mentali a causare i reati. Segnala, piuttosto, che tra i ragazzi detenuti si concentrano bisogni di salute mentale ai quali dobbiamo rispondere. Ne derivano due responsabilità. La prima è riconoscere precocemente le difficoltà, prima che si aggravino. La seconda riguarda chi è già in carcere: un adolescente che ha commesso un reato non perde il diritto a ricevere cure appropriate. La pena non può sostituire la terapia, né il carcere diventare il luogo in cui lasciamo senza assistenza ragazzi con disturbi psichiatrici. Responsabilità penale e diritto alla cura devono convivere. Un reato, del resto, è spesso l’ultimo episodio di una storia iniziata molto prima. Difficoltà nella regolazione delle emozioni, comportamenti oppositivi persistenti, conflitti familiari, insuccessi scolastici, frequentazioni a rischio, uso di sostanze: fattori diversi che possono intrecciarsi e rafforzarsi. Non esiste un percorso inevitabile dal disagio alla delinquenza. La maggior parte degli adolescenti in difficoltà non commetterà reati. Ma quando le vulnerabilità si accumulano, e nessuno riesce a intervenire, alcuni comportamenti possono consolidarsi fino a configurare un disturbo della condotta e, talvolta, sfociare nella criminalità. Contano anche le condizioni sociali. Povertà educativa, precarietà, isolamento e scarsità di opportunità non condannano nessuno a diventare violento, ma possono ridurre le occasioni di trovare sostegno e alternative. La dispersione scolastica ne è un segnale importante. È vero che la media nazionale è migliorata, ma il dato complessivo non racconta le differenze tra territori, né descrive quei ragazzi che restano formalmente iscritti senza acquisire competenze adeguate. Quando un adolescente si allontana dalla scuola, rischia di perdere non soltanto istruzione, ma relazioni, riferimenti adulti e occasioni di crescita. Proprio in questa fase la risposta dei servizi territoriali è spesso insufficiente o frammentata. Le famiglie faticano a trovare sostegno, gli insegnanti affrontano situazioni complesse senza risorse adeguate, gli interventi sanitari, sociali ed educativi procedono separati. E così si arriva a intervenire quando i comportamenti sono già gravi, mentre si sono perse occasioni preziose per modificarne l’evoluzione. Dietro un reato c’è sempre una storia. Comprenderla non significa giustificare, né attenuare la responsabilità di chi ha fatto del male. Significa riconoscere che quella storia avrebbe potuto, almeno in alcuni casi, prendere una direzione diversa. Una famiglia sostenuta, una scuola capace di trattenere anziché allontanare, servizi accessibili, sport, cultura e luoghi di aggregazione possono offrire ai ragazzi strumenti per crescere e possibilità concrete di cambiamento. Chi commette un reato deve risponderne. La tutela delle vittime e il rispetto delle regole non sono negoziabili. Ma la risposta penale non può esaurire il compito delle istituzioni. Dopo il decreto Caivano è cresciuto il numero dei giovani detenuti; non è altrettanto chiaro se e quanto le misure adottate abbiano ridotto la violenza. È una domanda che merita dati e valutazioni rigorose, prima di proporre nuovi posti in carcere. La vera scelta non è tra punire o educare: una società deve saper fare entrambe le cose. È decidere se investire soltanto quando un adolescente arriva davanti a un giudice oppure molto prima, nella scuola, nelle famiglie, nei servizi e nelle opportunità di crescita emotiva, cognitiva e culturale. Più carceri o più scuola? La risposta comincia da quanti ragazzi riusciamo a non perdere. *Direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore “No a carceri per i minori, date soldi a progetti per ragazzi” La Repubblica, 27 ottobre 2026 L’intervento dell’associazione che si occupa dei diritti dell’infanzia a Bologna, dopo le proteste di questi giorni e gli annunci del governo. Pubblichiamo l’intervento di Cinnica, che è una rete di associazioni e cittadine/i che si confronta e opera per realizzare una città amica di bambine/i e ragazze/i, una città educativa dove famiglie, istituzioni e i diversi attori sociali sono coinvolti per favorire la piena realizzazione dei diritti dell’infanzia. “I fatti che stanno accadendo e che ci lasciano sbigottiti puntano i riflettori sulle nuove generazioni e ci chiamano, come adulti, a interrogarci sulle nostre responsabilità. Non possiamo restare indifferenti di fronte ad adolescenti che ricorrono alla violenza come forma di espressione, che faticano a distinguere il bene dal male e che possono arrivare a seguire gli ordini di persone sconosciute. Questi comportamenti non possono essere ignorati, ma nemmeno affrontati soltanto attraverso la punizione. Ci chiedono di capire che cosa stia accadendo, quali fragilità si nascondano dietro questi gesti e quali risposte siamo capaci di offrire come comunità. Allo stesso tempo, non possiamo restare indifferenti di fronte a scelte politiche che alimentano i pregiudizi nella scuola, frenano sull’educazione alle emozioni e alle relazioni, tagliano i finanziamenti, riducono gli orizzonti culturali e affidano sempre più alla repressione la gestione del disagio giovanile. Costruire nuove carceri per i minori non è una risposta al disagio dei giovani: è la rinuncia a investire sulle possibilità di cambiamento. Il carcere, risposta punitiva - La carcerazione può offrire agli adulti e alla cittadinanza un’illusoria sensazione di sicurezza, ma non affronta le cause profonde della violenza e dell’esclusione. Al contrario, una risposta esclusivamente punitiva rischia di aggravare il disagio, allontanare i ragazzi dalla comunità e ampliare il divario comunicativo tra le generazioni. Il carcere, quando si limita alla punizione e non garantisce percorsi educativi e reali opportunità di reinserimento, rischia di spezzare il legame dei giovani con la società, anziché aiutarli a comprendere le proprie azioni e a costruire un futuro diverso. I ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di ascoltarli, porre limiti, accompagnarli e assumersi la responsabilità di educare. Non di essere condannati prima ancora di essere compresi. Questo non significa negare la gravità dei comportamenti violenti o sottrarsi alla necessità di rispondere delle proprie azioni. Significa riconoscere che la responsabilità deve andare di pari passo con l’educazione, la possibilità di cambiare e il diritto a una seconda opportunità. Come adulti, non possiamo comportarci come se tutto questo non ci riguardasse. Abbiamo una responsabilità nel modo in cui ascoltiamo, educhiamo e accompagniamo ragazze e ragazzi, ma anche nel modo in cui costruiamo i contesti in cui crescono. Non possiamo chiedere loro di essere cittadini consapevoli se non offriamo occasioni per partecipare, esprimersi, sperimentare e sentirsi parte della comunità. Azioni concrete - Vogliamo esserci, con le parole e con azioni concrete, per affermare che i giovani non sono tutti uguali, che non possono essere definiti soltanto attraverso i loro errori e che ogni persona ha diritto a crescere, essere ascoltata e riconosciuta come cittadina o cittadino, con diritti e responsabilità. Per questo chiediamo un cambio di direzione: meno repressione come risposta automatica, più educazione, prevenzione e opportunità concrete. Vogliamo più centri giovanili nei quartieri, luoghi accoglienti in cui ragazze e ragazzi possano incontrarsi, trascorrere il tempo libero in modo positivo e costruire relazioni significative, accompagnati da educatori preparati. Vogliamo più spazi pubblici pensati anche per loro: campetti sportivi, piste per lo skateboard, luoghi di aggregazione e occasioni culturali. Perché la città non appartiene soltanto agli adulti: anche i giovani hanno diritto di viverla, attraversarla e contribuire a trasformarla. Vogliamo scuole aperte anche nel pomeriggio, capaci di offrire opportunità di studio, socialità, attività culturali e nuove esperienze. Scuole e spazi educativi che siano luoghi di crescita, scoperta e partecipazione, non soltanto luoghi da frequentare per obbligo. Vogliamo che ragazze e ragazzi siano ascoltati e coinvolti nelle decisioni che riguardano la loro vita. Che possano sviluppare senso critico, autonomia e consapevolezza, anziché essere educati alla passività e abituati a subire decisioni prese da altri al posto loro. Se sono stati trovati i fondi per ampliare le carceri minorili, chiediamo che si trovino le risorse anche per investire nella vita dei giovani. Quei soldi possono diventare centri giovanili, scuole aperte, spazi sportivi, presìdi educativi, progetti culturali e percorsi di accompagnamento. Possono tradursi in opportunità concrete per prevenire il disagio, contrastare la violenza e restituire fiducia a chi rischia di perderla. Più spazi educativi - Non chiediamo di ignorare i problemi, ma di affrontarli alla radice. Non chiediamo di rinunciare alle responsabilità, ma di affiancare alla responsabilità la possibilità di cambiare. Non chiediamo di chiudere gli occhi davanti alla violenza, ma di aprire più spazi di educazione, relazione e speranza. Chiediamo alle istituzioni, alle famiglie e a tutte le cittadine e i cittadini di assumersi questa responsabilità collettiva. Educare, ascoltare, prevenire e garantire i diritti è un impegno che riguarda tutti. Il futuro delle nuove generazioni non è una questione che possiamo delegare o rimandare: riguarda l’intera comunità. Ai giovani non dobbiamo offrire soltanto muri che li separino dalla società, ma opportunità per trovare il proprio posto nella società. Perché investire sui giovani significa investire nel futuro di tutti”. 150 detenuti e affidati ripuliscono l’Italia con Plastic Free e Seconda Chance plasticfreeonlus.it, 27 ottobre 2026 Circa 150 persone tra detenuti e affidati, 250 volontari e oltre 7 tonnellate di rifiuti e materiali rimossi dall’ambiente. È il bilancio della mobilitazione nazionale che sabato 24 ottobre ha interessato 21 località in dieci regioni italiane, con interventi di pulizia di spiagge, parchi, strade e aree urbane promossi da Plastic Free Onlus, organizzazione di volontariato impegnata nel contrasto all’inquinamento da plastica, e Seconda Chance APS, associazione attiva nel reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. La giornata rappresenta la prima mobilitazione nazionale dopo la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra le due associazioni e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia, che prevede almeno due iniziative nazionali all’anno per promuovere educazione ambientale, cittadinanza attiva, responsabilizzazione e reinserimento sociale attraverso attività di volontariato. Il bilancio supera le sette tonnellate complessive di rifiuti e materiali rimossi, tra plastica, vetro, indifferenziato, pneumatici e ingombranti, compresi 600 chilogrammi di legname recuperato lungo la costa. Le attività hanno coinvolto persone provenienti da numerosi istituti penitenziari e dagli uffici di esecuzione penale esterna, affiancate da volontari, associazioni, personale educativo e cittadini. Tra le esperienze più significative, quella di una donna detenuta che, partecipando alla pulizia della spiaggia di Schiavonea, a Corigliano-Rossano, ha potuto rivedere il mare dopo sei anni. Un episodio che racconta il valore umano di queste giornate, nelle quali la cura dell’ambiente diventa anche un’occasione per ritrovare relazioni, fiducia e partecipazione alla vita della comunità. “Il reinserimento passa anche dalla possibilità di tornare a sentirsi parte attiva della comunità, di contribuire concretamente a qualcosa che ha valore per tutti - dichiara Margherita Maiani, segretario generale di Plastic Free Onlus -. Prendersi cura dell’ambiente diventa un’occasione per esercitare responsabilità, ritrovare fiducia nelle proprie capacità e costruire relazioni al di fuori del contesto detentivo”. Accanto alle raccolte ambientali, diverse iniziative hanno previsto momenti di socializzazione, pranzi condivisi e attività culturali. Il coinvolgimento delle istituzioni penitenziarie, delle amministrazioni locali e delle associazioni territoriali ha favorito esperienze di utilità collettiva e occasioni di incontro tra persone con percorsi di vita differenti. “Il protocollo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci permette di dare maggiore continuità a queste esperienze e di coinvolgere progressivamente altri istituti - sottolinea Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance APS -. Ogni occasione di partecipazione può aiutare a ricostruire rapporti di fiducia e ad affrontare con maggiore consapevolezza il proprio percorso di reinserimento”. Il programma proseguirà nei prossimi mesi nell’ambito dell’accordo nazionale con il DAP, con l’obiettivo di ampliare le opportunità di partecipazione alle attività ambientali e consolidare percorsi di responsabilizzazione e reinserimento sociale. “Basta uso indiscriminato delle misure di prevenzione”, l’allarme degli avvocati ansa.it, 27 ottobre 2026 No all’utilizzo indiscriminato delle misure di prevenzione, nate come barriera antimafia ma utilizzate in modo crescente contro una platea sempre più vasta di soggetti considerati genericamente “pericolosi” senza passare per un processo: il grido d’allarme arriva dalla Camera penale del Piemonte occidentale, che dopo una capillare operazione di monitoraggio e di raccolta dati ha messo a punto un pamphlet sull’attività, a Torino, del tribunale competente per il distretto. “L’estensione di questo strumento - è la denuncia - rischia di comprimere i diritti e le garanzie di tutti i cittadini. Occorre denunciare l’illiberalità di questo sistema”. Dalle tabelle che compaiono nel documento emerge che a fare la parte del leone sono i procedimenti avviati intorno ai reati del ‘codice rosso’, che per quel che riguarda la cosiddetta “pericolosità qualificata” sono balzati dai due del 2019 ai cento del 2024 e del 2025 superando di gran lunga qualsiasi altra tipologia. “Allo stesso modo - si legge - i provvedimenti riguardanti la pericolosità qualificata derivante da criminalità mafiosa, quantomeno nel nostro distretto territoriale del Piemonte e Valle d’Aosta, rappresentano all’incirca il 10% dei provvedimenti riguardanti la pericolosità qualificata e meno del 5% dei provvedimenti totali. L’abitudine di chiamarlo ‘codice antimafia’ appare una prassi che non trova riscontro nella realtà”. Ma non è solo un problema linguistico: “l’identificazione ‘misure di prevenzione = misure antimafia’ - è il testo - veicola un messaggio fuorviante e serve unicamente a creare una sorta di “giustificazione dei fini” nei confronti di strumenti che presentano, invece, ampi spazi di criticità più volte sottolineati dalla Cedu, dalle corti nazionali e, ovviamente, da questa Camera Penale”. “Il risultato - spiegano i penalisti - non sorprende. Queste misure sono uno strumento di controllo e di repressione nei confronti di categorie di soggetti il cui elenco è implementato di volta in volta dalla insorgenza di emergenze vere o presunte che giustificano il maggiore ricorso a strumenti che limitano la libertà personale e consentono di incidere profondamente sulla proprietà privata”. L’avvocato Cosimo Palumbo, che ha coordinato la ricerca, ricorre alla fantascienza e in particolare al film Minority Report di Steven Spielberg, dove “squadre specializzate di polizia predittiva privano della libertà personale i soggetti ritenuti pericolosi sulla base di pregiudizi algoritmici, senza che un processo accerti il reato e la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio”. “Quel futuro distopico - è la sua conclusione - è già nel nostro presente”. “Da misura per combattere le mafie a strumento illiberale e indiscriminato” di Nicolò Fagone La Zita Corriere Torino, 27 ottobre 2026 Camera penale e procedimenti di prevenzione: più su reati da Codice rosso che anti criminalità. Il nome richiama la lotta alla mafia, ma in Piemonte le misure di prevenzione vengono utilizzate soprattutto per altro. Il cosiddetto Codice antimafia, che consente di limitare la libertà personale e colpire i patrimoni in base a una valutazione di pericolosità, ha progressivamente allargato il proprio campo di applicazione. I dati del Tribunale di Torino lo mostrano: su 1.463 decreti censiti tra il 2019 e i primi 4 mesi del 2025, soltanto 62, il 4,2 per cento, sono riconducibili alla criminalità mafiosa, mentre la parte più consistente riguarda la pericolosità generica. È il paradosso al centro della ricerca (confluita in un libro) presentata ieri al Palazzo di Giustizia di Torino dalla Camera penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte e della Valle d’Aosta, che ha monitorato l’attività del tribunale competente per il distretto. “Le misure di prevenzione sono il futuro negativo del nostro ordinamento - ha spiegato Roberto Capra, presidente della Camera penale - c’è sempre un ricorso maggiore, anche per il Codice rosso. Ma non le riteniamo in linea con un sistema liberale”. Nel documento, i penalisti denunciano il rischio che l’estensione di questi strumenti comprima i diritti e le garanzie di tutti i cittadini, chiedendo di riconoscere l’”illiberalità” di un sistema che permette di intervenire sulla libertà personale senza un processo penale che accerti la responsabilità. Dalle tabelle che compaiono nel documento emerge che a fare la parte del leone sono i procedimenti legati ai reati del Codice rosso, che per quel che riguarda la cosiddetta “pericolosità qualificata” sono balzati dai due del 2019 ai cento del 2024 e del 2025, superando qualsiasi altra tipologia. Allo stesso tempo, i provvedimenti riguardanti la pericolosità qualificata derivante da criminalità mafiosa rappresentano meno del 5% dei provvedimenti totali. Nel frattempo, i decreti complessivi sono più che raddoppiati: sono passati dai 136 del 2020 ai 296 del 2024, il valore più alto della serie. Nei primi 4 mesi del 2025, inoltre, ne sono già stati censiti 245. E così l’associazione automatica tra misure di prevenzione e antimafia, sostengono i penalisti, rischia di produrre una “giustificazione dei fini” e di oscurare criticità già sollevate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’avvocato Cosimo Palumbo, che in qualità di presidente della Commissione sulle misure di prevenzione ha coordinato la ricerca, affronta il tema richiamando gli scenari distopici di Minority Report di Steven Spielberg, parlando di “ragionevole dubbio e irragionevole prevenzione”. Nel film la polizia predittiva arresta persone ritenute pericolose prima che commettano un reato: “Quel futuro distopico è già la fotografia del presente delle misure di prevenzione”. Il rischio, avverte, è che categorie di soggetti sempre più ampie “vengano sottoposte a misure restrittive in risposta a emergenze presunte che giustificano il maggiore ricorso a strumenti che limitano la libertà personale e consentono di incidere profondamente sulla proprietà privata”. Questo “applicando misure del tutto sovrapponibili a quelle cautelari, in un procedimento caratterizzato da uno statuto processuale obiettivamente debole”, dove “l’alleggerimento degli oneri probatori del pm si accompagna ad un più basso livello di garanzie fondamentali inerenti al diritto di difesa”. La prevenzione - è stato messo in luce nella presentazione del libro - si è anche estesa ad altri strumenti, dalle zone rosse al Daspo urbano (non ultimo il fermo preventivo anche per i minorenni inserito pochi giorni fa in un neo decreto sicurezza), fino al controllo giudiziario delle imprese. “Sono tutti segnali che convergono verso una progressiva sostituzione del processo penale con il procedimento giurisdizionale di prevenzione”, scrive Palumbo. È in questo slittamento che si annida il rischio di uno “Stato di polizia”, nel quale la ricerca della sicurezza diventa una logica generale di controllo delle libertà individuali. La Camera penale non nega le esigenze di sicurezza, ma chiede che l’eccezione non diventi la regola. Da qui l’appello a restituire alle misure “la loro dimensione reale”, sottraendole “alla retorica dell’emergenza”. E la proposta di parlare non più solo di “Codice antimafia”, ma di “Codice delle misure di prevenzione”: perché strumenti capaci di incidere profondamente sulla libertà personale e sulla proprietà non diventino una scorciatoia rispetto al processo penale. Padova. Suicidi in carcere, la Camera Penale: “Un carcere sovraffollato è un incubo disumano” Corriere del Veneto, 27 ottobre 2026 Terzo suicidio dall’inizio dell’anno nel carcere Due Palazzi di Padova. L’ultimo dramma si è consumato sabato 24 ottobre, quando un detenuto si è tolto la vita all’interno della Casa di Reclusione. Inutili i tentativi di soccorso. Una tragedia che riaccende i riflettori sulle condizioni della struttura penitenziaria e sulla piaga del sovraffollamento. A denunciare la situazione è la Camera Penale di Padova “Francesco de Castello”, che esprime “profondo sgomento” per l’accaduto e vicinanza alla famiglia della vittima. “Un carcere sovraffollato è un incubo disumano, dove anche quello che c’è di buono è insufficiente”, sottolineano il Consiglio direttivo e la Commissione Carcere. Nel mirino degli avvocati penalisti finiscono la carenza di agenti, le difficoltà delle équipe educative e la lentezza delle procedure burocratiche, fattori che contribuiscono a rendere ancora più vulnerabili i detenuti. “Questo non è degno di uno Stato civile”, denuncia la Camera Penale, annunciando che continuerà a sollecitare le istituzioni affinché intervengano per migliorare le condizioni e prevenire nuove tragedie. Trapani. Le accuse a 31 agenti penitenziari. Erano loro il terrore del “reparto blu” di Rino Giacalone La Sicilia, 27 ottobre 2026 L’indagine della procura su episodi violenti che sarebbero avvenuti all’interno della casa di reclusione “Pietro Cerulli”, è arrivata alla fine. Notificato agli indagati l’avviso di conclusione indagini, destinatari 31 agenti della penitenziaria (uno nel frattempo è deceduto). Sedici i capi di imputazione. Non c’è la tortura, contestata inizialmente da procura e gip, ma per gli indagati non c’è tanto da esultare. Le carte dell’accusa restano per gli indagati in divisa parecchio pesanti: si va dall’abuso di potere ai maltrattamenti, dalla calunnia al falso. Otto le parti offese, detenuti italiani e stranieri. “Scena del crimine” in particolare la sezione carceraria usata per mettere in isolamento i detenuti, il cosiddetto “reparto blu”. Una indagine cominciata nel 2011 e proseguita con le video riprese segrete fino al 2023, dopo la denuncia di un detenuto e le indagini condotte anche con intercettazioni dal nucleo centrale investigativo polizia penitenziaria. Una sezione del carcere che non era video controllata, ma gli agenti che vi operavano erano ignari che la magistratura aveva fatto collocare al nucleo centrale investigativo della penitenziaria, telecamere per riprendere cosa accadeva. Le immagini e le voci intercettate costituiscono con le denunce lo zoccolo duro di questa indagine. Non erano torture, come fu inizialmente ipotizzato dai pm e dal gip, ma sarebbero stati abuso di autorità, applicazione della di misure di rigore fuori legge e maltrattamenti: sono state così configurate dalla magistratura le azioni finite filmate e registrate. “Azioni tese a offendere la dignità umana” così sono state indicate dal pm nel suo provvedimento di chiusura delle indagini. Detenuti che venivano fatti spogliare, colpiti con lanci di acqua e forse anche urina. Costretti a percorrere nudi per i corridoi. Colpiti con pugni alla nuca o calci agli stinchi. E se le telecamere non riuscivano a riprendere alcuni episodi, a raccontarli era la voce stessa degli indagati nel frattempo intercettati: “..minchia la forma mia dell’anfibio ha in testa… si dovrebbero fare ogni minuto queste cose, non ogni morte di papa… i colleghi erano tutti incuttumati a combattere con lui, e lui è da dicembre che rompe i coglioni, minchia hanno trovato l’occasione, l’hanno massacrato!”. Spesso soggetti fragili, uno di loro sarebbe stato oggetto di violenza anche mentre era ricoverato in ospedale, da parte degli agenti che lo dovevano vigilare. Gli agenti indagati “si inventavano situazioni inesistenti…hanno sottoscritto denunce di reato (da qui le accuse di calunnia), palesando aggressioni subite o comportamenti illeciti”. I detenuti “senza aver fatto nulla venivano malmenati…violenze gratuite e sproporzionate sono state messe in atto”. Sarebbe stata organizzata una sorta di “squadra punitiva”, agenti contro detenuti. Reclusi da punire perché magari avevano reagito a qualche agente: “Ora vediamo chi c’è di capoposto… e lo andiamo a sminchiare a questo.. questa notte. Capito? Secondo me ci vorrebbe una squadretta di sei persone.. gli si devono dare legnate… i colleghi non si toccano, a Ivrea cosi facevamo noi, appena toccavano un collega”. Nelle frasi anche minacce di ritorsioni anche per altri: “Appena i dottori si mettono in mezzo, sminchi pure il dottore, perché sono una manata di handicappati”. Dannato “reparto blu”. All’epoca dell’esecuzione delle misure cautelari, nel novembre 2024, il procuratore Gabriele Paci lo indicò come una sorta di “lager”, “una zona franca - disse - dove tutto quello che di peggio si poteva fare veniva fatto”. Un reparto, composto da 20 celle, di due metri per quattro, con strette finestre, 50 centimetri per 40, poste a 25 centimetri dal soffitto. All’esplodere dell’indagine, si scoprì che il settore era stato chiuso da alcuni mesi, perché inadatto sia per i detenuti che per gli agenti, a causa delle sue fatiscenti condizioni strutturali. Chiuso lo è ancora. Ferrara. Otto detenuti a processo per le telefonate “proibite” a madri, fratelli e fidanzate di Federico Malavasi Il Resto del Carlino, 27 ottobre 2026 Nell’arco di pochi mesi avrebbero contattato i propri familiari fuori dal carcere. Il caso è approdato ieri in tribunale. A un imputato contestati tremila contatti. Migliaia di chiamate partite dall’interno del carcere di via Arginone ed effettuate con telefonini vietati ai detenuti. Sono otto i soggetti finiti a processo per quei fatti, avvenuti nella casa circondariale tra il 2021 e il 2022. Sono tutti accusati del reato di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Entrando nel dettaglio delle contestazioni mosse dalla procura, utilizzando dispositivi non consentiti ai carcerati, gli imputati avrebbero contattato in ripetute occasioni persone all’esterno della struttura. Le comunicazioni ricostruite dagli inquirenti sarebbero tutte verso madri, fidanzate, mogli, fratelli e nipoti dei detenuti in questione. Stando alle accuse si tratterebbe di numerosissimi contatti, avvenuti anche nel giro di pochi giorni. Una volta scoperte le presunte comunicazioni illecite, fu aperta un’inchiesta che contava quattordici indagati complessivi. Per loro, il pubblico ministero aveva emesso un decreto di citazione diretta a giudizio. Nel corso del procedimento, però, alcune posizioni sono state stralciate. Attualmente, come anticipato, a processo sono rimasti otto imputati. Il caso è approdato ieri mattina in aula per ascoltare un testimone, l’agente di polizia penitenziaria che si è occupato delle indagini. Al termine dell’esame, l’udienza è stata rinviata al 15 febbraio. Entrando nel dettaglio delle contestazioni, per ognuno degli imputati (all’epoca dei fatti tutti detenuti all’Arginone) si parla dell’utilizzo indebito di un telefono per contattare in maniera illecita familiari all’esterno della casa circondariale. A uno degli imputati, ad esempio, vengono contestate dieci comunicazioni con la convivente tra il febbraio e il maggio del 2021, mentre a un altro detenuto vengono addebitate 93 comunicazioni con la fidanzata nell’arco di un mese (gennaio-febbraio del 2022). Addirittura, a uno degli imputati vengono contestati oltre tremila contatti con la fidanzata, la madre e il fratello tra il luglio del 2021 e il gennaio del 2022. Per tutti gli altri si parla invece di numeri di chiamate più ‘contenuti’, dalle 10 alle 70 sempre nell’arco di pochi mesi all’interno del periodo finito al centro dell’inchiesta. Il caso tornerà in aula a febbraio per il prosieguo dell’istruttoria. Firenze. Dal tempo sospeso al futuro, con Estra i detenuti rinascono agricoltori di Sibilla Bertollini adnkronos.it, 27 ottobre 2026 Dalla piantumazione di alberi da frutto fino alla produzione artigianale di oli essenziali attraverso la fitoterapia, nelle carceri toscane il tempo ‘sospeso’ si converte in futuro. La formazione e l’inclusione delle persone detenute sono al centro dei progetti promossi dall’azienda energetica Estra, che, partendo dal legame con il territorio, esprime la propria responsabilità sociale sostenendo la funzione rieducativa della pena. Un impegno concreto che, in sinergia con gli istituti penitenziari, restituisce competenze e dignità, trasformando la detenzione in una reale opportunità di riscatto. “Cerchiamo di restituire valore ai territori sostenendo le nostre comunità dal punto di vista culturale, sportivo e sociale. Una parte delle nostre comunità abita nelle carceri ed è anche lì che guardiamo. L’obiettivo è il recupero, il mezzo sono progetti che rafforzano la funzione educativa offrendo competenze spendibili una volta scontata la pena. Sostenere i detenuti significa investire nelle persone per generare effetti concreti sul tessuto economico e sociale”, sottolinea all’Adnkronos Francesco Macrì, presidente esecutivo di Estra. “Credo che iniziative del genere siano un buon segnale di inclusione. Tengono i detenuti attivi e in connessione con l’esterno, stimolano passioni lavorative inerenti ad aspetti naturalistici. Coltivare la terra, più che mai in quest’ambito, significa coltivare il futuro. Sicuramente farà la differenza”, aggiunge Macrì sostenendo che promuovere “la cultura, la cura dell’ambiente non è solo d’aiuto per il domani delle persone detenute, in generale migliora l’umanità”. La coltivazione richiede cura e continuità; la trasformazione dei prodotti permette di acquisire nuove conoscenze; il lavoro condiviso favorisce collaborazione e responsabilità: dalla prima iniziativa a Sollicciano, nel 2024, dove per riqualificare gli spazi verdi dell’istituto sono stati piantumati 120 alberi da frutto fino all’ultima che ha interessato il carcere di San Gimignano in cui è stato creato un giardino officinale e avviato un laboratorio di fitoterapia grazie al supporto della Società Italiana di Fitoterapia, complessivamente circa 80 detenuti sono stati coinvolti nei progetti promossi da Estra. Ma non finisce qui. Il prossimo mese sono previste due nuove iniziative. La prima nel carcere La Dogaia di Prato dove nascerà un lavandeto e i detenuti si metteranno alla prova con la produzione di oli essenziali destinati ad uso interno. La seconda al Don Bosco di Pisa in cui sarà avviato un percorso di formazione sulla coltivazione e sulla prima trasformazione delle piante officinali. Un orto e un giardino officinale diventeranno il luogo di lavoro e di studio per decine di detenuti, sia uomini che donne. Bergamo. Il carcere raccontato da chi lo vive. Seduti a cena, come vecchi amici di Francesca Ghirardelli Avvenire, 27 ottobre 2026 Cinque testimoni si alternano tra le portate: una persona in misura alternativa, un’operatrice teatrale, un’assistente sociale e chi accompagna le persone nei percorsi di formazione, uscita e riparazione. Una sera a cena insieme, a tavola con ospiti speciali che, a ogni nuova portata, cambiano di posto, spostandosi per la sala. Dall’antipasto al caffè, cinque testimoni diretti di cosa significhi oggi vivere e lavorare dentro un carcere si alternano ai tavoli. L’iniziativa fa parte della rassegna delle Acli di Bergamo “Molte Fedi sotto lo stesso cielo” ed è organizzata con il Circolino Cooperativa Città Alta, l’Associazione Carcere e Territorio e Unlock. “Il primo giorno, quando sono entrato, è stato strano”, spiega V. a uno dei tavoli. Da poco beneficia di una misura alternativa alla detenzione, dopo dieci anni trascorsi in un istituto penitenziario. “Ero un ragazzo di 22 anni, non avevo nessuno in Italia, non parlavo italiano. Nelle ore d’aria speravo di trovare qualcuno che parlasse la mia lingua”. Un commensale gli chiede del tempo vissuto nella cella. “È fermo, nel senso che non passa, ma dipende da te. C’è chi si gestisce meglio e chi non ci riesce”. Parla del frastuono costante, del rumore di chiavi e cancellate e dei litigi, perché “là dentro ogni cosa è amplificata, con la testa che ha mille pensieri”. Accenna agli psicofarmaci, prescritti in grandi quantità, e sorprende i presenti parlando delle spese di mantenimento in carcere, il rimborso dovuto dal detenuto allo Stato per la permanenza in detenzione: “Tra i 108 e i 112 euro al mese. Se lavori all’interno, te li trattengono direttamente”. Ora un quinto del suo stipendio va all’Agenzia delle Entrate per pagare quel debito. Non ha esitazioni quando gli si domanda che cosa abbia fatto la differenza nel suo percorso di crescita. “Ad aiutarmi è stata questa”, dice, appoggiando l’indice su una rivista al centro del tavolo. “È prodotta dal laboratorio di scrittura, i testi sono dei detenuti. Questa attività, come quella teatrale, tira fuori parti di te di cui non hai mai parlato con nessuno. Ha cambiato il modo in cui vedo le cose”. Viene servito il primo piatto e, al posto di V., si siede Carla, operatrice di teatro sociale nelle carceri bresciane. “L’obiettivo non è la performance in sé, ma il percorso che si fa. Il teatro è uno strumento per lavorare sulle emozioni e sulle relazioni, uno spazio in cui le persone rileggono l’accaduto”, riflette. Poi riferisce che a emergere spesso sono i temi dei rapporti interrotti dalla detenzione, soprattutto con i figli, e le tante domande che tormentano tutti: “Se in quel momento mi fossi fermato? Se ci avessi pensato?”. Racconta di spettacoli rappresentati in teatri fuori dal carcere e un commensale le chiede se non abbia paura che qualcuno scappi. “Nessuno ne ha mai approfittato. Chi decide di fare un percorso così sta già provando a guardare da un’altra parte. Io sono sempre serena quando usciamo”. Al tavolo è il turno di Lucia, assistente sociale da trent’anni dell’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) del Ministero della Giustizia. “Fuori abbiamo un’attività che è ormai molto più impegnativa rispetto a quella interna e, per fortuna, aggiungo io, perché sempre più misure vengono gestite a casa, in comunità o in housing”, spiega. “Ora abbiamo in carico 2.500 persone, di cui circa 130 si trovano in carcere. Dagli anni 90 sono nati istituti giuridici che hanno spostato l’asse all’esterno, per ridurre le presenze negli istituti, anche se oggi le carceri scoppiano ugualmente”. Viene servito il dolce e arriva Giorgio, che a Bergamo dà una mano al corso di sartoria: “I laboratori di cucito e di montaggio, insieme al forno, sono occasioni per uscire dalla condizione dello stare sempre stesi in branda, con il pensiero fisso della fine della pena o di quello che dirà l’avvocato”. Al termine prende la parola Giulia, agente di rete per il supporto a chi lascia la detenzione e cerca casa e lavoro, ma anche mediatrice penale nell’ambito della giustizia riparativa, nel delicato processo di dialogo tra l’autore di un reato e la vittima. “Ciò non vuol dire necessariamente fare pace, ma ragionare insieme su quello che è successo”, chiarisce. “Cioè domandarsi che cosa significhi essere stati vittima di quel reato e che cosa sia avvenuto, mentre lo commetteva, nella persona che ne è stata l’autrice. Questo produce una trasformazione, offre un punto di vista diverso dal proprio e cambia il paesaggio interiore”. Torino. “Così ho immaginato il mio futuro: con tanti progetti” di Chiara Comai La Stampa, 27 ottobre 2026 Lo studio in carcere aiuta a cambiare. La storia di Endurance Emiowele (29 anni) e l’esperienza al Polo penitenziario dell’Università di Torino. “Studiando in carcere ho capito che l’errore che ho fatto non mi definisce”. Endurance Emiowele ha 29 anni e gli mancano cinque esami per conseguire la laurea in Global law. Ha iniziato il suo percorso come studente del Polo penitenziario dell’Università di Torino, che ogni anni consente a decine di detenuti di investire il proprio tempo studiando e, così, preparandosi a rientrare nella società con un titolo di laurea spendibile nel mercato del lavoro. Ha voluto ringraziare l’Ateneo - Adesso Emiowele è una persona libera. Ha deciso però di ringraziare l’Ateneo con un intervento pubblico durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico. “Studiare in carcere non è facile - ha spiegato - È un ambiente complicato, caotico, con strutture inadeguate e con gravi problemi di sovraffollamento. Però è importante: permette di dare senso e significato al tempo trascorso da detenuti, permette di continuare a immaginare il proprio futuro, di pensare un progetto per la propria esistenza”. “In Nigeria volevo studiare, la mia famiglia era povera” - UniTo è la prima università in Italia ad aver istituito una figura di vicerettore proprio delegata al Polo universitario penitenziario. Emiowele ha raccontato la sua storia. “Quando vivevo in Nigeria volevo studiare, ma la mia famiglia era troppo povera. La povertà, le difficoltà, l’illegalità, l’incertezza e la sensazione di non avere un futuro mi hanno spinto a cercare qualcosa di diverso”. Arrestato in Libia quando aveva 16 anni - Così è partito ed è scappato. È stato arrestato in Libia, aveva solo 16 anni. Un anno dopo è arrivato in Italia. “Purtroppo, la mia storia non è stata creduta dalle autorità e non mi è stato concesso un permesso di soggiorno per motivi di asilo”, ha spiegato. Da lì, il baratro. “Per anni ho vissuto senza una situazione regolare. Sono stato sfruttato. Ho vissuto per strada. Ho chiesto l’elemosina”. Finché non ha compiuto dei reati. Ha riassunto così: “Ho preso decisioni e sono stato coinvolto in situazioni che non erano legali, e non sono orgoglioso di dirlo, semplicemente perché cercavo di sopravvivere”. “Ho scoperto che la mia storia non finisce con l’arresto” - È entrato in carcere nel 2022. “C’è una cosa importante che voglio che le persone capiscano: una persona può commettere degli errori senza diventare essa stessa un errore. Per me il carcere è diventato il luogo in cui ho scoperto che la mia storia non finisce al momento dell’arresto”. Dalla licenza media alla maturità e la laurea - In questi anni ha conseguito la licenza media, ha fatto la maturità e adesso è quasi arrivato alla laurea in Giurisprudenza. Ma soprattutto, è cambiato. “I libri mi hanno aperto gli occhi e ho iniziato a vedere le cose in modo diverso. L’istruzione mi ha mostrato possibilità che prima non ero mai riuscito a vedere. Le persone possono cambiare. Ma hanno bisogno di opportunità per farlo. Io le ho avute”. Arezzo. Cellamusica, la band dal carcere ai podcast di Angela Baldi La Nazione, 27 ottobre 2026 Il progetto sociale nato all’interno di una Casa Circondariale, protagonisti di una serie radiofonica in onda su RadioFly, la storica emittente di Arezzo. “Cellamusica”, una band e un progetto sociale nato all’interno di una Casa Circondariale, protagonisti di una serie radiofonica in onda su RadioFly, la storica emittente di Arezzo. Obiettivo del progetto, quello di trasformare l’esperienza carceraria in un percorso di inclusione, speranza, riscatto sociale e continuità artistica anche dopo la scarcerazione. Il gruppo prosegue infatti l’attività con concerti all’esterno e brani disponibili su Spotify. Cellamusica è una band nata all’interno della Casa Circondariale di Santo Spirito a Siena. Il gruppo unisce persone provenienti da realtà molto diverse tra loro. Si va dagli agenti e personale della Polizia Penitenziaria a detenuti ed ex detenuti, ma anche volontari, assistenti sociali e coordinatori di laboratorio. Il progetto è nato come un laboratorio musicale dentro il carcere senese, trasformandosi in una vera e propria band che continua a suonare anche all’esterno dopo la scarcerazione dei componenti. InnocentEvasione è il progetto che ha dato vita a uno spettacolo e alla registrazione di brani inediti e cover (raccolti anche in un Cd e presenti su piattaforme come Spotify). La musica diventa così un ponte di inclusione e un percorso di speranza che unisce il carcere alla comunità esterna. “Con Radiofly abbiamo fatto nove puntate di un podcast con il gruppo rock Cellamusica - spiega Giuseppe Misuri fondatore di Radio Fly - si tratta di un progetto nato nella casa circondariale di Santo Spirito di Siena. Cellamusica sono una rock band formata da detenuti, ex detenuti, guardie carcerari, un progetto per dare modo di trovare una strada a chi è dentro e per cercare di avere anche una continuazione in vista dell’uscita dal carcere. Per realizzare i podcast sono stato personalmente anche all’interno della casa circondariale per realizzare delle interviste ai detenuti che partecipano al progetto. Sono venute fuori delle cose che noi che siamo fuori non percepiamo più”. “I carcerati hanno realizzato dei brani, ognuno ha dato il suo contributo e l’ha spiegato - dice Misuri - Il progetto è stato ripreso anche dalla Rai. L’esperienza umana che ho fatto personalmente è stata una cosa incredibile. Essere di fronte a ex detenuti, o anche a detenuti quando siamo andati dentro, con le loro percezioni del tempo, con quello che gli manca, come per esempio vedere la luna e la notte, è stato molto toccante. Sono loro i primi a dire che sono lì dentro perché hanno sbagliato, questo progetto gli ha dato un’opportunità, hanno creato una cosa molto bella”. “Fuori Legge. Quando la pena tradisce la giustizia” di Bruno Felice Duina labarcaeilmare.it, 27 ottobre 2026 Roberto Mozzi, attraverso il racconto di esperienze vissute come cappellano presso il carcere di San Vittore, getta uno sguardo profondo nella drammatica realtà del sistema carcerario denunciando il fallimento di un sistema che anziché offrire strumenti di recupero del reo troppo spesso lo abbandona in un doloroso labirinto. Una carissima amica, insegnante di lettere in pensione e da quasi vent’anni volontaria presso la sezione femminile del carcere di San Vittore, mi ha regalato un libro dal titolo quanto mai efficace e incisivo: “Fuori Legge. Quando la pena tradisce la giustizia”, Milano: In dialogo, 2026, p. 149, di Roberto Mozzi, Prefazione di Mario Delpini, in nota finale ampi riferimenti bibliografici e statistici per approfondire il tema. L’autore, classe 1973, dal 2014 al 2024 cappellano presso il carcere milanese, attraverso brevi racconti (per spiegare certe situazioni non servono molti particolari) condivide con il lettore dolorose esperienze personali vissute nel drammatico mondo carcerario. “Ho scritto perché chi è in carcere non ha voce” dichiara a chiusura dell’opera Roberto Mozzi. L’autore affronta innanzitutto il tema dei carcerati con problemi mentali: le statistiche evidenziano la gravità del problema: il 12% dei carcerati (ossia più di 6.000 persone in Italia) è affetto da patologia psichiatrica grave, spesso accompagnata da passato di tossicodipendenza, percentuale destinata a crescere notevolmente presso San Vittore secondo studi condotti dalla Clinica Legale dell’Università degli Studi di Milano. La gestione di tale popolazione risulta estremamente problematica (altissimi gli episodi di autolesionismo anche grave, noto l’alto tasso di suicidio tra i carcerati) soprattutto considerando i livelli di sovrappopolamento delle carceri che da un lato costringe a convivenze forzose estremamente critiche, mentre dall’altro dimezza i servizi disponibili in termini di livelli di igiene, assistenza psichiatrica, scuola, formazione, lavoro, anche i tempi burocratici per evadere le più diverse richieste risultano moltiplicati. Il risultato è che spesso il detenuto con patologie psichiatriche rimane abbandonato a sé stesso, scivolando in un labirinto, un castello kafkiano, da cui è difficile uscirne. La Repubblica fondata sul lavoro - Il carcerato purtroppo è troppo spesso costretto ad una forzosa inattività che aggrava la situazione personale. Solo il 34% dei detenuti, infatti, svolge una qualche attività lavorativa: ciò significa che oltre 40.000 in Italia detenuti sono inattivi. Il lavoro è forse l’unica speranza per un momento di realizzazione oltre che di un piccolo guadagno destinato peraltro all’acquisto di generi di prima necessità o di supporto alla famiglia molto spesso in condizioni di grave disagio economico. Si tratta di lavori prevalentemente interni come addetto alle pulizie, al facchinaggio, alla manutenzione, alla cucina, ma anche alla biblioteca. Tuttavia, i lavori sono spesso malpagati, aleatori, senza una condizione contrattuale e normativa definita, di fatto privi di effettiva tutela sindacale. Ecco allora che anche i pochi “fortunati” ammessi al lavoro sono spesso privati di quella dignità che il lavoro, come strumento di rieducazione e formazione, dovrebbe offrire ma che qui si smarrisce. La violenza burocratica - Una certa “pesantezza” burocratica appare ineludibile per gestire l’organizzazione della vita carceraria, soprattutto in considerazione dei controlli e delle limitazioni rese necessarie per i casi di reati particolarmente gravi o di affiliati ad organizzazioni criminali. Tuttavia, di fatto troppo spesso si traduce in iter che trasformano anche una “banale” richiesta (come ottenere il permesso di telefonare ai propri familiari) in un percorso ad ostacoli, in un tunnel assurdo, angoscioso, paradossale, specialmente per i detenuti che non parlano italiano per i quali anche la semplice compilazione di un modulo può risultare un ostacolo insormontabile, aumentando il senso di frustrazione, di rabbia e di isolamento. Sintesi di un fallimento - L’autore affronta il tema delle cause di quello che viene definito un fallimento del sistema carcerario che, come impone la Costituzione, dovrebbe essere finalizzato alla rieducazione del condannato in vista del suo reinserimento sociale e in cui la pena non sia solo afflittiva, punitiva, ma comunque sempre nel rispetto della legge e soprattutto della dignità umana. Cause strutturali, come la sovrappopolazione, l’inadeguatezza delle strutture e dei servizi, la mancanza di fondi e personale, ma anche di una legislazione inapplicata e non aggiornata alle esigenze dei tempi, una frammentazione delle responsabilità, si aggiungono a cause contingenti come la singola struttura carceraria o il personale che può essere o non essere adeguatamente formato e motivato, o la attivazione di progetti mirati. Attraverso le storie dei carcerati, l’autore mostra il dolore insopportabile, insensato, che sfigura il volto dell’uomo rinchiuso nell’istituto di pena. Un seme di speranza - Non manca nel libro il pacato riconoscimento per tanti operatori carceri, volontari, esperti di varie discipline, che con professionalità e dedizione offrono il loro straordinario quotidiano servizio, spesso senza adeguato riconoscimento e tra mille difficoltà. Sono essi che spesso offrono uno spiraglio di luce e speranza a chi si trova solo e senza futuro. Armando Punzo: “Con i detenuti faccio vero teatro, Fame è un testo folgorante” di Guglielmina Aureo Il Secolo XIX, 27 ottobre 2026 Quasi 40 anni in carcere per fare teatro. Armando Punzo è l’artefice di questo progetto. Venerdì 30, alle 20.30, sarà a Genova al Teatro dell’Arca - Sandro Baldacci con “Fame” da Knut Hamsun di cui firma la regia. In scena l’attore Paul Cocian e il musicista Andrea Salvadori. Produzione Carte Blanche Ets - Compagnia della Fortezza Fondazione Teatro della Toscana. Prenotazioni entro domani, mercoledì 28, alle 17 (teatronecessariogenova.org). Perché ha scelto “Fame”? “È stato un testo folgorante. Non riuscivo a smettere di leggerlo. Knut Hamsun racconta il suo percorso artistico attraverso il personaggio che si allontana dalla realtà in cui vive per trovarne un’altra. È l’estrema sintesi di quello che accade a qualsiasi artista. Consideravo questa lettura un nutrimento per me poi ho proposto a Paul Cocian, attore della compagnia della Fortezza che era alla fine del suo periodo di detenzione, di lavorarci. Nel romanzo il protagonista gira per la città, ha fame, i suoi tentativi di diventare scrittore sono inappropriati, quasi un sabotaggio dall’interno all’accoglimento delle sue richieste. La “Fame” del cibo è anche una fame altra dell’artista. Quando sta a un passo dalla morte si salva. E noi ci ritroviamo in mano il libro. Quindi è diventato scrittore”. Cosa si vede in scena? “Un personaggio che combatte con sé stesso, dentro di lui c’è una voce potente che lo porta a voler essere scrittore e un’altra che confligge, vuole portarlo a compromettersi con la realtà quotidiana. Tra le due voci c’è un dialogo - conflitto. Abbiamo immaginato il contrasto tra un domatore e la bestia, da qui una scenografia circense dove nello sviluppo del racconto l’attore dà vita a entrambe le voci. Si tratta di due parti che ciascuno di noi ha dentro, ci tirano una volta da una parte e una volta dall’altra. Le musiche hanno un sapore circense o emotivo a segnare i momenti del racconto”. La prima volta in carcere a Volterra com’è stata? “In “Un’idea più grande di me. Conversazioni con Rossella Menna” (Sossella Editore) ho raccontato i primi 30 anni a Volterra. Ho sentito il bisogno di scrivere un libro perché il lavoro in carcere irrimediabilmente viene sempre legato all’idea di un teatro in funzione di un’altra cosa. Io non sarei quindi un artista che lavora in un luogo anomalo ma sarei un misto fra uno psicologo, un assistente sociale, uno psicoterapeuta, cosa che non è perché io sono entrato a Volterra, quasi 40 anni fa, con l’idea di creare una compagnia di teatro. Perché? Venivo dall’esperienza del Gruppo Internazionale L’Avventura, ispirato al teatro di Grotowski. Quando è finita quell’esperienza mi sono affacciato alla finestra e ho visto per la prima volta il carcere di Volterra che era sempre stato lì. In tre anni non ci avevo mai pensato. Volevo lavorare con non professionisti. E mi sono detto “forse lì dentro posso creare la mia idea di teatro con persone che non mi parleranno di bellezza, arte, cultura”. Mi interessava il carcere come metafora della prigione in cui tutti quanti siamo rinchiusi. Una volta entrato ho capito che era più interessante di quanto avessi immaginato e non sono più uscito. Lì ho trovato tutto il Sud del mondo. Mi sono posto con chiarezza ai detenuti: “Non mi interessano le vostre storie, cosa avete fatto, faccio teatro, se vi interessa bene altrimenti vado via”“. Lei ha un osservatorio privilegiato sul carcere, tema di cui oggi è difficile parlare... “Il carcere si presta a essere utilizzato a fini politici per spaventare e disinformare l’opinione pubblica e per non risolvere i problemi del carcere stesso. Io sono entrato con il punto di vista artistico, ho fatto lo slalom per non cadere in queste dinamiche. Ho messo davanti l’uomo e l’arte e ancora oggi è così. Per me il carcere è il luogo della realtà, pieno di contraddizioni fortissime, terribili. Dove il teatro si confronta con questa realtà è a contatto con la realtà e la trasforma. Oggi, dopo 38 anni di attività, il carcere di Volterra è all’avanguardia sulle attività trattamentali. Il teatro ha aperto il carcere: sono entrati giornalisti, pubblico, cittadini normali, scuole. Maggior conoscenza, maggior apertura. Questo non significa lasciare liberi i detenuti, ovviamente, ma confronto. E discorsi diversi, relazioni diverse, esempi diversi rispetto alla vita del carcere. Questo è mettere in pratica i dettami della Costituzione”. In questo momento nei penitenziari italiani ci sono 37 bambini con le loro madri... “L’argomento mi colpisce, è tra i più complessi e difficili. Non ho mai trovato una soluzione. Se togli un bambino a una madre è una tragedia. Lo lasci con la madre dentro il carcere fino a tre anni e poi, fuori, il distacco. È una tragedia. Una serie di disastri che non possono che procurarne altri. Andrebbero trovate soluzioni come una sorta di casa-famiglia, con tutte le avvertenze della sicurezza, dove un bambino possa non vivere questo tipo di situazione terribile. Sono problematiche che si risolvono attraverso uno sforzo straordinario nella ricerca della soluzione più umana. Serve una rivoluzione umana, più della solidarietà la fratellanza”. Nel 1983 Eduardo De Filippo, senatore, dopo una visita al Nisida di Napoli staccò un assegno e con soldi suoi avviò la realizzazione di un teatro. Oggi il governo con il decreto Caivano riempie le carceri di ragazzi. Cosa è successo? “Il tema è lo stesso del mio nuovo lavoro “Il capitale umano”. Sembra che l’umanità, l’Occidente, stia tradendo il nostro progetto di civiltà originario insito nelle nostre origini culturali, in favore di un progetto di anticiviltà che sta prendendo piede, giorno dopo giorno: separazioni, divisioni, conflitti, guerre, nazionalismi. Io contro di te, tu contro di me”. Perché i giovani sono in piazza di Federico Fubini Corriere della Sera, 27 ottobre 2026 Un’Europa incapace di ascoltarli prepara la propria crisi. Il conto del futuro non può essere tutto sulle loro spalle. Questo mese sono scesi in strada oltre un milione di giovani, in gran parte studenti, in oltre una decina di Paesi europei. Lo hanno fatto in Italia e in Francia, ma anche in Germania, Austria, Spagna, Grecia, Belgio, Portogallo, Albania e Serbia. Nessuno sa dire se l’ondata sia destinata ad allargarsi, ma a questo punto non ci sarebbe niente di strano. Non è la prima volta che accade, tutt’altro, in un’Europa che ha visto negli ultimi decenni l’ascesa e la notevole tenuta in ruoli di responsabilità della generazione temprata dalle proteste partite nel 1968. E non è la prima volta che questi fenomeni si presentano così: a ondate rese dirompenti dal coordinamento digitale, improvvise e attraverso canali difficili da intercettare da forze dell’ordine spesso indietro nella dimestichezza con le tecnologie. Quindici anni fa le primavere arabe riempirono le piazze in tutto il Maghreb e in Medio Oriente a partire da un piccolo gruppo di ragazzi su Facebook in una città di terza fascia nel deserto tunisino. Oggi fenomeni epidemici del genere si stanno ripetendo in Europa. E come quindici anni fa, si direbbe che nessuno li controlli davvero: né fra chi li alimenta, né fra chi li vorrebbe reprimere. Certo, rispetto alle primavere arabe oggi tutto è diverso: questi giovani protestano all’interno di Paesi a democrazia compiuta (Serbia finora esclusa) e non puntano a un cambio di sistema (di nuovo, Serbia esclusa). E tutto, o molto, è diverso anche fra i Paesi nei quali le proteste stanno prendendo piede. Nel complesso la seconda ondata di inflazione innescata dalle guerre è stata la scintilla per tutti. Ma in Italia o in Francia il cuore delle rivendicazioni riguarda la condizione delle scuole e dell’università, la disponibilità di case a prezzi sostenibili nelle città studentesche, il costo della vita, l’accesso alle cure sanitarie. In Spagna, Portogallo o in Grecia al centro c’è più direttamente una crisi abitativa che colpisce soprattutto i più giovani. In Germania si è diffuso il timore del ritorno alla leva militare obbligatoria. A Belgrado centinaia di migliaia di giovani serbi non ne potevano più del presidente Aleksandar Vu?i?, tanto autocratico quanto aperto alle pretese della Russia e della Cina. Anche i metodi, naturalmente, sono diversi: chi dà l’assalto alle vetrine di Milano o di Parigi, chi spacca tutto a Barcellona oppure chi dà alle fiamme la torre del municipio di Limoges - comportamenti inaccettabili - non va confuso con le centinaia di migliaia di persone che sfilano civilmente in Francia, in Italia o in Spagna, oppure con i ragazzi che in Portogallo si accampano con le tende nella Praça do Rossio a Lisbona o nella Praça de João I a Oporto. Un filo rosso però si vede. Dietro l’ondata di manifestazioni del ‘68 c’era una generazione dominante nei numeri della demografia e determinata a obbligare la generazione dei senior a condividere i frutti della crescita, economica e culturale. In questa ondata invece è vero l’opposto. Nelle strade c’è una generazione giovane, minoritaria da sempre a causa della recessione demografica; dunque, meno interessante per un sistema politico e un ecosistema di imprese che cercano i grandi numeri dove ci sono: fra gli anziani con molte teste, dunque molti voti, e un potere d’acquisto superiore. E se la generazione del ‘68 chiedeva di condividere i frutti della crescita, questa chiede invece che i costi della stagnazione in Europa non siano scaricati tutti su di sé: sugli ultimi arrivati. Chiede che il sistema dell’istruzione restituisca ai più giovani dignità, nel momento in cui l’intelligenza artificiale minaccia di azzerare milioni di posti e il valore di anni di studio. Chiede contratti dignitosi, in un mercato del lavoro che resta spezzato in due fra iper-protetti (anche dai leader sindacali) e iper-precari sottopagati. Chiede che la globalizzazione del turismo di massa a caccia di affitti brevi non li espella dalle città. Chiede un’Europa credibile, che non si limiti a subire le politiche di potenza della Cina sull’industria, degli Stati Uniti su tecnologie ed energia e della Russia sulla guerra. Chiede che il cambio climatico non diventi il prossimo marcatore di classe, con l’aria condizionata e i quartieri verdeggianti a rendere tollerabili le estati solo per chi può. Chiede, come sempre in questi casi, molto. Forse troppo. Chiede anche cose sulle quali l’ultra-semplificazione può debordare in cecità. È possibile volere uno Stato palestinese, ma senza ambiguità verso Hamas? È possibile difendere la democrazia e un’economia aperta, senza gettare a mare secoli di progresso civile dell’Occidente? E perché tanta parte dell’antifascismo italiano di sinistra si volta dall’altra parte quando ha davanti a sé, in Vladimir Putin, l’incarnazione stessa del fascismo in questo secolo? Non per nulla va sempre tenuta sempre d’occhio la possibilità - quasi una certezza - che i soliti troll manovrati da Mosca cerchino ancora una volta di istigare e cavalcare per generare caos. Si può dunque discutere su molto, sentendo certi slogan nei cortei. Quel che non si può fare, è considerare un milione di ragazzi nelle piazze d’Europa semplicemente come un problema di ordine pubblico da gestire con fermi, idranti e decreti sicurezza. Non è così. Sono, nella stragrande maggioranza, persone civili. E chiedono di essere prese sul serio. Se invece delle scuole costruiamo prigioni di Barbara Poggio* Corriere dell’Alto Adige, 27 ottobre 2026 Ci sono diversi modi per occuparsi dei giovani. Ascoltare ciò che hanno da dire, ad esempio. Oppure aspettare che diventino un problema di ordine pubblico. I giovani piacciono quando spalano il fango, fanno volontariato o ottengono risultati eccellenti. Meno quando contestano le scelte degli adulti. Li celebriamo come una promessa o li descriviamo come una minaccia. Più raramente li riconosciamo come interlocutori. In Francia, nelle scorse settimane, migliaia di liceali hanno protestato per la carenza di insegnanti, le classi sovraffollate, le condizioni degli edifici e l’accesso all’università. Anche in Italia il 16 ottobre migliaia di studenti sono scesi in piazza per chiedere più fondi per le scuole e edifici migliori. I successivi disordini di Milano e di altre città, con negozi saccheggiati e molti minorenni coinvolti, hanno però fatto molta più notizia. Sono fenomeni distinti, anche se entrambi interrogano il rapporto tra adulti e nuove generazioni. Manifestare e devastare una vetrina non sono la stessa cosa. Ma le persone sono più complesse delle categorie in cui le collochiamo. Ridurre i giovani a un problema di ordine pubblico ci risparmia la fatica di ascoltarli e di mettere in discussione le nostre scelte. Ferma la condanna delle violenze, le logiche di intervento possono essere diverse. Il governo ha scelto la repressione, in linea con l’orientamento seguito dal suo insediamento. La premier ha annunciato nuove misure per inasprire le pene sui minori e il ministro della Giustizia ha proposto di ampliare le carceri minorili, valutando anche spazi negli istituti per adulti. Si prospettano così fondi pubblici per nuove carceri mentre il sostegno fiscale al Fondo contro la povertà educativa scende da 45 a tre milioni annui. In un paese che destina all’istruzione solo l’8% della spesa pubblica, contro il 9,7% europeo. E dove i minori sono la fascia più esposta alla povertà assoluta. Le misure punitive si prestano ad annunci immediati e favoriscono il consenso facendo leva sull’insicurezza. L’educazione invece richiede tempo e continuità. Il consenso, però, non misura l’efficacia di una politica. Per un adolescente il carcere può consolidare l’esclusione e i legami con ambienti criminali, anziché favorirne il reinserimento. Il sovraffollamento e le difficoltà dei percorsi educativi, denunciati nell’ultimo rapporto di Antigone, mettono in discussione l’efficacia del ricorso al carcere per questi fenomeni di violenza. Perché i ragazzi possano cambiare strada, servono risposte e opportunità concrete. Garantirle è una responsabilità degli adulti e delle istituzioni. Che idea di futuro offre una politica che sceglie di sacrificare la scuola, ma studia come ampliare le carceri? Una società rivela quanto crede nei giovani anche da ciò che è disposta a costruire per loro prima di decidere dove rinchiuderli. **Prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento Le idee sul banco degli imputati: la fragile accusa di terrorismo contro Youssef Siher di Simona Musco Il Dubbio, 27 ottobre 2026 Nel fermo si ipotizza “una strategia rivoluzionaria”. E il pericolo di fuga viene motivato sottolineando che il 30enne è un “italiano di seconda generazione”. A leggere il fermo di Youssef Siher, la “mente” del Movimento 17 ottobre, c’è da chiedersi in che momento e in che modo avrebbe aizzato le folle a compiere gesti violenti. Fortissimo, in quanto capace di raccattare 6153 persone sul suo gruppo Telegram per l’organizzazione delle piazze (poche persone, considerando gli standard di Telegram, dove pure i gruppi per i codici sconto arrivano a quota 100mila), sarebbe in grado, secondo la pm milanese Francesca Crupi e dal procuratore Marcello Viola che hanno chiesto la convalida del fermo, di mettere in atto “una strategia rivoluzionaria”. Anche “attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone pronte a tutto”. A stabilire se questo castello accusatorio e le esigenze cautelari reggeranno davvero alla prova del diritto sarà, domani, il giudice. Intanto, a leggere le convocazioni di piazza di Siher - indagato per istigazione a delinquere e violenza organizzata, aggravate dalla finalità di terrorismo in relazione ai disordini di piazza avvenuti a Milano il 17 e 18 ottobre -, di inviti alla violenza non c’è traccia. Così come non ce n’è nel suo profilo Instagram, nato proprio dopo (non prima) le devastazioni cittadine e forte di migliaia di follower, dove le locandine con le frasi diventate slogan (“Lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” / “Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”) sono opera di un visual artist e non dell’indagato. Sono piuttosto un paio di commenti di alcuni utenti che nei canali invocano l’assalto alle banche, ad accarezzare almeno a parole la violenza. Ma nulla di tutto ciò è stato messo in atto. Per la procura, Siher potrebbe scappare e reiterare i reati di cui è accusato. Il pericolo di fuga viene motivato dagli inquirenti sottolineando che il 30enne - ricercatore di politica internazionale, giornalista freelance e attivista - è un “italiano di seconda generazione” che, in virtù del suo profilo personale, avrebbe “dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce”, a partire dai legami con ambienti antagonisti, i Giovani Palestinesi, e dalle persone che lo ospitavano insieme alla moglie (anche lei indagata) in zona Corvetto. E potrebbe reiterare i reati di cui è accusato, cioè esprimere ancora opinioni che, discutibili o meno che siano, rimangono incomprimibili secondo la Costituzione e la Cedu: diventano reato solo se incitano effettivamente alla violenza. Non basta che il dissenso, insomma, sia radicale o sgradevole. Il “timore nella popolazione” inserito nell’aggravante di terrorismo poggia oltretutto su un ragionamento che addebita all’indagato l’effetto psicologico collettivo generato dalla blindatura delle città e dai negozi chiusi per paura. Paura sicuramente generata dalle violenze precedenti la nascita del movimento e amplificata dalla narrazione di quei fatti. Per l’accusa, però, quelle opinioni sarebbero in grado di portare in piazza migliaia di persone “pronte a tutto”. “Le istruzioni fornite agli utenti - sottolineano i magistrati - denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine”. Nel mirino degli inquirenti c’è in particolare la pubblicazione di un documento trovato sul suo pc, intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso” - titolo di un libro edito dalla Bur - in parte simile ad un ulteriore documento ritrovato in chat, dal titolo “Rivoluzione, istruzioni per l’uso - Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Si tratta di una guida alla disobbedienza civile che, pur inserendo formalmente il divieto di distruzione o vandalismo e invitando a manifestazioni pacifiche, fornisce al contempo un vero e proprio prontuario operativo e tattico per contrastare attivamente e fisicamente i dispositivi di sicurezza: dall’uso di spray alcolici o di vernice (Duco) per accecare i blindati e le telecamere alla gestione dei lacrimogeni, dall’uso di coperchi di pentole come scudi rudimentali fino alle tecniche di accerchiamento delle forze dellordine per sottrarre loro equipaggiamenti. Un piano di mobilitazione a sorpresa per il 24 ottobre che, tuttavia, è rimasto inattuato proprio grazie al blitz e ai fermi preventivi della polizia. Per non farsi mancare nulla, nelle indagini si è cercato di allargare lo spettro valutando eventuali collegamenti - finora non emersi - con il gruppo di indagati a Genova per il presunto finanziamento ad Hamas, un filone finora fragile sul piano probatorio, così come non vi sono riscontri su contatti con gli hacker filorussi di Noname. L’obiettivo dichiarato nei messaggi diffusi sui canali era chiaro: testualmente, che la piazza fosse dibattito, discussione e dialettica dal basso. Per i pm, però, le sue parole avrebbero avuto un effetto di suggestione tale da generare violenza. Un’eventualità di cui non si avrà mai prova, dal momento che il fermo di Siher è intervenuto prima delle nuove istruzioni sulle piazze. Youssef Siher, indagine su un’insurrezione mancata di Mario Di Vito Il Manifesto, 27 ottobre 2026 Il creatore della pagina “Movimento 17 ottobre” è a San Vittore: cella singola in “alta sicurezza”. Oggi l’interrogatorio in carcere. È in una cella singola di San Vittore, Youssef Siher, il 31enne arrestato sabato in quanto creatore della pagina di Instagram e del gruppo di Telegram chiamato “Movimento 17 ottobre” insieme a sua moglie, Sagia Hammoud, indagata a piede libero. Lui invece lo hanno messo nella sezione “Alta sicurezza 2”, quella riservata ai pericoli pubblici, gli individui nocivi per la sicurezza dello Stato. E del resto lui di quello è accusato: istigazione a delinquere e violenza organizzata (reato nato con l’ultimo decreto sicurezza) con finalità di terrorismo. Stamattina, alle 9 e 30, Siher, difeso dall’avvocata Yasmina Abu Sharar, sarà interrogato dalla gip Tiziana Landoni. La procura di Milano - il fascicolo è affidato alla sostituta Francesca Crupi - ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. La decisione arriverà entro domani. Sin qui, il fermato non ha mai parlato. E anche oggi potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere. Per gli inquirenti il 31enne non sarebbe responsabile dei riot della settimana scorsa ma avrebbe cercato nei giorni successivi di metterci in qualche modo il cappello sopra e, magari, di replicarli. Ad ogni modo il passaggio è importante perché significa che nemmeno per la procura di Milano i fatti del 17 e del 18 ottobre hanno avuto una regia. La posizione di Siher resta lo stesso delicatissima, il ritratto che ne emerge dagli atti è ruvido: presidente dell’associazione Alba Nascente, “prossima alla prassi della Fratellanza musulmana”, “aderente” al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia, di cui sarebbe una delle “figure emergenti”, pieno di “contatti con ambienti antagonisti” come il movimento Bds, il Fronte della gioventù comunista, “varie realtà sindacali” di Firenze e di Brescia, i centri sociali del nord est. Ma questi non sono reati: l’inchiesta su di lui, noto sia alla digos milanese sia all’Aisi (i servizi segreti interni), è nata contestualmente alla nascita delle pagine social del Movimento 17 ottobre, alle 19 e 58 del 18 ottobre. Lì, sempre a parere della procura, l’uomo “istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico” e a creare “gruppi di facinorosi al fine di commettere condotte di violenza” con frasi come “lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”. In breve su Telegram il gruppo è cresciuto fino a contenere oltre 6.000 utenti: alcuni chiedevano lumi sulle future piazze, altri discutevano di politica, altri ancora auspicavano “azioni violente”: “Bisognerebbe distruggere i ripetitori della Rai”, è il suggerimento di un partecipante. Chi indaga sostiene che Siher queste “azioni violente” le stesse organizzando davvero. Le prove sarebbero nella messa a disposizione di un file intitolato Rivoluzione, istruzioni per l’uso.pdf, “Liberamente ispirato dal manuale della rivoluzione egiziana del 2011”. Si tratta di una guida alla “mobilitazione collettiva di disobbedienza civile contro il governo Meloni e le sue politiche”. Tre gli obiettivi principali individuati: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta. Altre indicazioni riguardano l’abbigliamento, la necessità di portarsi dietro dell’acqua e un kit di primo soccorso. Come “strumenti da utilizzare durante gli scontri” vengono indicati “scudi e vernice spray”. La finalità terroristica di tutto questo è un ragionamento circolare: l’indagato avrebbe “intimidito e cagionato timore nella popolazione”, tanto che a Milano e in altre città sono stati disposti vasti dispiegamenti di forze dell’ordine e addirittura dell’esercito, “creando così la percezione di una situazione di grave pericolo”. Il fatto è che la massiccia presenza di divise non l’ha certo decisa Siher, ma il governo. E comunque è la stessa procura ad ammettere che nelle attività oggetto dell’indagine “non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio”, anche se “i richiami contenuti nei vari post sono chiaramente evocativi della finalità violenta delle piazze organizzate”, che per qualche motivo sarebbero state “emulatrici di quelle del 17 ottobre”. Questo si potrebbe desumere anche dal fatto che si sarebbe trattato di “manifestazioni non autorizzate”. Le modalità delle “condotte criminose”, infine, sono descritte come frutto di “particolare abilità e acume” nonché parte di una “strategia rivoluzionaria”. Di più: “un chiaro disegno eversivo”. Quanto alle esigenze cautelari, la procura parla di pericolo di fuga perché Siher “sebbene italiano di seconda generazione” ha dimostrato di essere in grado di rendersi irreperibili, come quando sabato scorso è andato via dal suo indirizzo di residenza, a Mezzano, in provincia di Brescia. Il suo “profilo di spicco nel movimentismo pro pal” e i suoi “contatti con l’antagonismo” dimostrerebbero l’esistenza di una rete tale da permettergli eventualmente di riparare all’estero. In realtà quando lo hanno trovato di strada ne aveva fatta poca: era a casa di due amiche a Milano, la città dell’insurrezione mancata. Non basta dire “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare terroristi di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2026 Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione. Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: “lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”. Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970). Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974). E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247). Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Roma, la polizia entra a scuola per portare via gli studenti di Giansandro Merli Il Manifesto, 27 ottobre 2026 Occupazione al Giordano Bruno di Roma: prima le identificazioni, poi in caserma. “Semplicemente assurdo. A mia memoria non era mai successo nelle scuole della capitale”, Luca Blasi, Avs. Sabato scorso 371 fermi preventivi: giovani incensurati trattenuti per uno scaldacollo in borsa o neanche quello. La caccia ai minorenni è il nuovo sport di governo e forze di polizia. Dopo i decreti anti-giovani e i fermi di massa, ieri a Roma è scattata una retata in una scuola. Intorno alle 14 le volanti sono intervenute in forze mentre gli studenti tentavano l’occupazione del magistrale Giordano Bruno, nel quartiere Tufello. Gli agenti non si sono accontentati di entrare nell’istituto e bloccare i presenti: volevano portarli tutti in commissariato. “Dal momento che preside, vicepreside e una collaboratrice scolastica non avevano lasciato la scuola non abbiamo chiuso gli ingressi con le catene dopo aver dichiarato l’occupazione - racconta uno dei fermati, che chiede di restare anonimo - La polizia ha preso chi tentava di andarsene, uscendo dal portone o scavalcando da dietro, e chi è rimasto dentro. Ci hanno portato in 20-25 dentro un’auletta, sotto gli occhi del personale scolastico. Sembrava un processo”. La sorpresa è arrivata poco dopo: nonostante tutti i ragazzi avessero mostrato i documenti, la polizia ha iniziato a caricarli sulle volanti. Sette sono stati portati al commissariato Fidene Serpentara. Agli altri non è toccata la stessa sorte solo perché i compagni di studio e qualche genitore hanno messo in campo un blocco stradale. “Il tentativo di occupazione era stato tranquillo e senza danneggiamenti. Tutti i ragazzi erano stati identificati. Portare dei quindicenni in questura in un simile contesto è semplicemente assurdo. A mia memoria non era mai successo nelle scuole della capitale”, afferma Luca Blasi, assessore alla Casa e alla cultura di Avs in III Municipio. Blasi è stato chiamato da alcuni studenti e ha raggiunto immediatamente la scuola. “È in corso un salto di qualità della repressione: queste azioni puntano a diffondere paura tra i ragazzi e a soffiare sullo scontro generazionale con i genitori - afferma - Il governo teme che la prossima settimana la maggior parte delle scuole italiane venga occupata”. “Ancora una volta l’unica risposta alle richieste di noi studenti è l’uso della forza e di pratiche anti-democratiche - attacca Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale Rete degli studenti Medi - In queste settimane ci stiamo battendo contro il caro studio, il tetto al 30% nelle classi degli alunni senza cittadinanza e la stretta repressiva di questo governo che investe in riarmo e militarizzazione invece che finanziare welfare e diritto allo studio”. Al Giordano Bruno la giornata era iniziata in modo strano: gli studenti intenzionati a prendere la scuola per protesta si erano dati appuntamento alle 7, orario di apertura. Alle 8 però, quando normalmente iniziano le lezioni, le porte erano ancora chiuse. Sono state aperte alle 9.15, dopo l’inizio della seconda ora. A quel punto i ragazzi hanno scelto di andare via in corteo e riunirsi in assemblea. Dove è stata presa la decisione di occupare al suono della campanella di fine lezioni. Il loro tentativo non ha avuto successo, ma nella capitale soltanto ieri si è registrata una raffica di occupazioni: il liceo classico Tasso, gli artistici Argan e Via Ripetta, il magistrale Margherita di Savoia, l’istituto tecnico Piaget e il Von Neuman. Scuole in mano agli studenti, proteste e agitazioni anche a Palermo, Napoli, Torino, Bologna e Firenze. Ieri nel capoluogo toscano è sfilato un corteo contro la presenza del ministro di Istruzione e merito Giuseppe Valditara. “La collaborazione non passa dalle piazze ma dalle istituzioni. Le manifestazioni quando sono pacifiche sono da ascoltare; io privilegio il rapporto con le Consulte studentesche”, ha detto. Al di là dei gusti del ministro, comunque, le piazze sono piene e il clima resta caldo. Sia in vista dello sciopero generale di venerdì prossimo lanciato da Usb, in cui convergerà anche la protesta studentesca, sia dopo l’ondata repressiva dello scorso sabato. Al termine dei cortei nelle principali città italiane si sono moltiplicate le denunce, spesso corredate di video, di atti violenti della polizia contro i manifestanti. Il tutto in un quadro di identificazioni e fermi preventivi di massa: 4.292 le prime e 371 i secondi, di cui un terzo contro minorenni. “L’estensione delle ipotesi di accompagnamento e trattenimento presso gli uffici di polizia varata la scorsa settimana ha moltiplicato l’uso del c.d. fermo preventivo, introdotto a febbraio con scarsa applicazione”, afferma l’avvocata Paola Bevere, parte del team legale Hub for defenders che offre informazione ai manifestanti. “Siamo stati contattati da un centinaio di persone in varie città e registriamo una forte genericità delle motivazioni che portano a questa misura. Del resto sono gli stessi decreti sicurezza a lasciare ampi spazi di discrezionalità”. L’avvocata Tatiana Montella segue tre casi su Roma: “Il fermo di un ragazzo è stato giustificato sulla base del possesso di uno scaldacollo. Gli altri non avevano neanche quello. Sono tutti incensurati. Trattenuti senza alcun presupposto. Le persone che subiscono questa misura preventiva sono fotosegnalate, come avviene in caso di arresto o mancata identificazione, senza vere ragioni. Così rischiamo una schedatura di massa”. Vietare i social ai ragazzini? Sì, ma non adesso di Riccardo Luna Corriere della Sera, 27 ottobre 2026 Prendere una decisione come quella del divieto proprio a ridosso delle manifestazioni di queste settimane verrebbe scambiata per l’ennesima risposta repressiva. Vietare l’uso dei social network ai bambini - e stabilire un’età minima per gli adolescenti - è necessario. Ma farlo adesso e farlo come reazione alle grandi manifestazioni studentesche - e ai disordini successi in qualche caso - sarebbe sbagliato. Infatti una misura importante a protezione del benessere mentale dei ragazzi, se approvata in questo contesto, verrebbe scambiata per l’ennesima risposta repressiva. Infatti, se passasse la legge all’esame del Parlamento - e che fissa un limite di 15 anni per stare sui social -, un milione di adolescenti sarebbero automaticamente espulsi. Invece del dialogo e dell’ascolto, auspicati dal presidente della Repubblica, un’altra punizione, non per chi ha commesso dei reati, ma per un’intera generazione. La questione è delicata perché la premessa è che i social network hanno effettivamente causato un danno alla salute mentale degli adolescenti. Ci sono decine di studi scientifici che lo dimostrano; un paio di sentenze di condanna in altrettanti tribunali americani; e un patteggiamento che ha imposto a Meta il pagamento di almeno 10 miliardi di dollari per fermare un maxi processo. Insomma, aver consentito per anni l’accesso ai social a milioni di bambini ne ha fatto degli adolescenti in molti casi problematici. Per cui oggi stabilire un’età minima effettiva per stare sui social; e pretendere che non ci siano contenuti dannosi o pericolosi per gli adolescenti, è sacrosanto. Sono quattro anni che una proposta di legge bipartisan giace in Parlamento. Ripescarla adesso, come reazione alle manifestazioni studentesche, sarebbe inutile, sbagliato e controproducente. Inutile perché i ragazzi si organizzano usando servizi di messaggistica che sono fuori dal perimetro del divieto. Sbagliato e controproducente perché avrebbe come effetto quello - paradossale - di far schierare un’intera generazione dalla parte delle piattaforme di Silicon Valley, che sarebbero viste come baluardo della libertà di espressione; e di far dimenticare agli adulti le cause del disagio che i ragazzi manifestano. C’è un tempo per vietare e uno per ascoltare: questo deve essere il tempo del dialogo.