Potrebbe non essere necessario ampliare le carceri minorili di Riccardo Saporiti Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2026 Dopo quella che lui stesso ha definito come “una serie di arresti massicci nei confronti di minori”, il ministero della Giustizia Carlo Nordio ha paventato la necessità di aumentare la capienza degli istituti di pena minorili, quando non di costruire nuove strutture. Eppure, guardando i dati, questa esigenza non sembra emergere. Sì, perché a differenza di quanto avviene con le carceri riservate agli adulti, per quelle minorili il ministero della Giustizia non indica la capienza dei singoli istituti. Per ricostruirla, la scelta è stata quella di affidarsi alla relazione del Garante per le persone private della libertà personale, aggiornata al 31 dicembre 2025 e presentata venerdì scorso in Senato, per quanto riguarda la capienza. Un dato che InfoData ha integrato tenendo conto di quanto avvenuto negli ultimi mesi. Ovvero dell’inaugurazione del carcere di Rovigo e del termine dei lavori in quelli di Lecce e L’Aquila, che hanno aumentato la capienza indicata nella relazione. Per quanto riguarda invece le presenze, i dati arrivano dall’aggiornamento al 30 settembre 2026 del report ministeriale Minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi minorili che InfoData è riuscita ad ottenere. Da segnalare il tasso di occupazione molto basso nel carcere del Pratello di Bologna, teatro nella scorsa primavera di uno sciopero del personale legato al sovraffollamento e indetto dopo l’evasione di due detenuti. Come si evince dal grafico che apre questo pezzo, poco meno della metà degli istituti presenta un tasso di occupazione superiore al 100%. Il caso più grave a Firenze, dove a fine settembre erano presenti 22 detenuti in una struttura pensata per ospitarne 17. In generale, stando ai dati ricostruiti da InfoData, sono 622 i posti negli istituti di pena minorili e 557 i detenuti al 30 settembre, con un tasso di occupazione dell’89,5%. Un quadro decisamente lontano da quello delle carceri degli adulti, dove il sovraffollamento è ormai diventato endemico. Perché allora il ministro ha parlato di sovraffollamento? È possibile che si riferisse esclusivamente ai dati contenuti nella relazione che l’autorità Garante per i detenuti ha presentato al Senato venerdì 23 ottobre. In questo documento, come detto, vengono presentati dati aggiornati al 31 dicembre dello scorso anno, secondo i quali nelle carceri maschili il sovraffollamento è arrivato al 105,75%, mentre in quelle femminili è fermo al 48,83%. Come mai allora InfoData non si è limitata ad utilizzare questi dati? Le ragioni sono diverse. Intanto, perché è riuscita ad ottenere numeri più aggiornati, appunto al 2026, integrandoli con i cambiamenti nel sistema penitenziale minorile avvenuti negli ultimi mesi. Tra i quali c’è anche la chiusura del carcere di Treviso, che nella relazione di giovedì scorso del Garante ha una capienza indicata di 12 posti, e al suo posto è entrato in funzione quello di Rovigo. Struttura che, come conferma lo stesso ministero, è in grado di ospitare fino a 30 detenuti. In secondo luogo, perché c’è qualche errore nei dati che l’autorità Garante per i detenuti ha presentato al Senato, relativa al calcolo del tasso di sovraffollamento. Valga, su tutti, il dato relativo alle carceri di Acireale (Catania) e Airola (Benevento): entrambe, si legge nella tabella, ospitavano al 31 dicembre 21 detenuti su una capienza di 24 posti. Ma per la prima viene indicato un tasso di sovraffollamento del 105%, per la seconda dell’87,5%. A non essere corretto, partendo dai dati, è il tasso di occupazione della prima. C’è poi un ulteriore tema legato alle analisi periodiche “Minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi minorili”, legato al fatto che non forniscono un dato di genere rispetto ai detenuti. Il che pone un problema relativamente al carcere di Casal del Marmo di Roma, l’unico che ospiti sia maschi che femmine. Secondo la relazione del Garante di venerdì scorso, la sezione femminile ospitava 9 detenute su una capienza di 27. Nell’ipotesi, del tutto non verificabile con i dati disponibili, che al 30 settembre di quest’anno ci fossero ancora questi 18 posti vacanti e sottraendo dal computo i dati relativi all’unico altro istituto minorile femminile che si trova a Pontremoli, si arriverebbe ad un tasso di occupazione degli istituti maschili pari all’92,1%, quindi ancora lontano dal sovraffollamento. Come detto, è un’ipotesi e non la si può verificare non solo perché i documenti consultati dal InfoData non forniscono questi dettagli, ma anche perché esiste la possibilità, anche questa non censita nella relazione del 30 settembre 2026, che ci siano celle inagibili, che ovviamente farebbero salire il tasso di occupazione delle carceri, potenzialmente anche arrivando a superare la soglia di sovraffollamento (ovvero il 100% della capienza). In conclusione, resta vero il fatto che il numero di minori detenuti è aumentato nel corso degli ultimi anni, al netto di una significativa flessione negli anni della pandemia da Sars-CoV-2. Negli ultimi tre anni la presenza media annua ha superato stabilmente le 550 unità, toccando un picco di 588 lo scorso anno. Anche in questo caso, la fonte è il rapporto Minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi minorili aggiornato al 30 settembre di quest’anno. Una tendenza in crescita che però non pare aver ancora raggiunto una soglia tale da rendere necessaria la costruzione di altri istituti di pena, tanto più che durante il 2026 è stata già aumentata la capienza complessiva. Minori e carcere. Don Grimaldi: “La repressione non costruisce niente” di Gigliola Alfaro agensir.it, 26 ottobre 2026 Mentre il 22 ottobre scorso, dopo le violenze di piazza del precedente fine settimana, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha emanato il decreto-legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”. Intanto, stanno suscitando molte reazioni le affermazioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - ricordando la “serie di arresti massicci nei confronti di minori” mai avvenuta prima e prospettando la necessità di “spedire dietro le sbarre questi minori violenti” - ha parlato di come il sistema carcerario minorile in questo momento sia “effettivamente in sofferenza” e della possibilità di “ampliare la capienza delle carceri giovanili” o di “trovare accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”. Sulla questione abbiamo sentito don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. Don Raffaele, la repressione è l’unica risposta alla violenza giovanile oggi? Stiamo vivendo in un mondo disperato, dove la violenza sta prendendo una dimensione quasi di normalità. Tutte le manifestazioni che si sono svolte in questi giorni ci fanno molto riflettere, soprattutto davanti a questo disagio giovanile, che non dico è irrecuperabile, però il governo, la scuola, la Chiesa, la famiglia, tutte insieme queste agenzie educative devono creare rete e collaborare per poter capire in che modo aiutare i giovani che vivono disagi e sono autori di atti di violenza. Papa Leone, incontrando i partecipanti al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria in Aula Paolo VI, ha detto che i giovani hanno bisogno di sentirsi amati. Il Papa ci ha indicato la strada, ci ha dato anche una soluzione: tanti giovani, abbandonati a sé stessi, non sono aiutati a capire in che modo devono vivere la loro vita. Allora, non è una soluzione ampliare le carceri minorili per avere più posti per mettere dietro le sbarre i giovani violenti? Umanamente e cristianamente non siamo d’accordo con la posizione del governo di ampliare le carceri, per un semplice motivo, perché questa è una soluzione possiamo dire immediata, ma che non risolve il problema soprattutto dell’educazione dei giovani. La repressione certamente non costruisce niente, anzi la persona repressa custodisce nel suo cuore una violenza che, appena può, esce fuori. Quindi la repressione noi come cattolici, come Chiesa, come agenzie educative, non l’accettiamo, però comprendiamo la difficoltà dello Stato ad affrontare il problema e a trovare una risposta immediata alle violenze. Occorre interpellare tutte le agenzie e avviare un tavolo di discussione su questi argomenti, anche molto difficili. Oggettivamente viviamo in un mondo dove veramente la violenza è parte del nostro quotidiano e dovunque andiamo c’è violenza, pensiamo ai femminicidi, alle violenze in casa, alla guerra che ci sta insegnando che a prevalere è il più forte e non serve più il dialogo, mentre la diplomazia potrebbe essere la soluzione migliore per poter risolvere le questioni di guerra. Anche per i giovani il dialogo può essere una strada da percorrere, invece di chiudersi di fronte alle violenze? Sì, è importante dialogare anche con i giovani, per capire cosa chiedono ad un mondo che sta cambiando. I giovani fanno fatica a guardare con speranza il loro futuro, perché la società in cui vivono non prospetta un futuro sicuro per tanti di loro. Per questo, ad esempio, è importante combattere la povertà educativa e la dispersione scolastica: se i giovani si danno allo studio, se possono investire in cultura, avranno una visione diversa della propria vita, perché anche la cultura aiuta il giovane a costruire un futuro migliore. Investire in politiche giovanili è la risposta migliore rispetto al disagio, ma il problema, che non possiamo negare, è che non si tratta di una soluzione immediata perché i miracoli non si fanno: è un cammino, un processo di cambiamento che può avvenire nella società in tempi più lunghi. Il guaio è che ci sentiamo quasi tutti quanti piccoli davanti ad una società così difficile e molti di noi rischiano di non impegnarsi più, di rassegnarsi al fatto che il mondo deve andare così e lo lasciamo andare. Come diceva Papa Francesco, stiamo tutti sulla stessa barca, però dobbiamo anche remare affinché questa barca non affondi. Da dove nasce tanta rabbia in questi ragazzi che poi finiscono in carcere? Se un giovane cresce in una famiglia serena, tranquilla, dove c’è l’amore, dove c’è il rispetto, dove si vive la solidarietà umana, questi giovani crescono bene, ma quando in una famiglia non c’è tutto questo, i genitori li abbandonano a sé stessi, il padre magari è in carcere, la mamma deve cercare di tirare avanti la famiglia, questo è un ambiente che non aiuta i giovani a crescere in serenità e quindi dentro di loro c’è anche una rabbia, soprattutto quando c’è il confronto con altri amici che vivono esperienze diverse, i genitori guadagnano e lavorano, vestono bene, tutto questo influisce anche sulla psiche di un giovane. Qualche giorno fa ho celebrato la messa nel carcere minorile di Casal del Marmo per i miei 42 anni di sacerdozio, è stata veramente una giornata ricca, bella, piena di sorrisi, i giovani si sono sentiti amati, accolti, abbiamo condiviso insieme la bellezza della vita che si costruisce già nel presente. Molti detenuti vivono povertà anche culturali, non hanno avuto la possibilità di studiare, di vivere in ambienti tranquilli: la verità è che tante persone rinchiuse nelle carceri non sono state aiutate dalla vita. La giustizia riparativa può essere una strada da battere soprattutto con i minori che hanno compiuto reati? Siamo assolutamente favorevoli alla giustizia riparativa: molti cappellani cercano di creare dei percorsi di giustizia riparativa anche e soprattutto nelle carceri minorili. La giustizia riparativa, infatti, può essere una possibilità per evitare ulteriori violenze e l’ulteriore rabbia che tante volte un giovane che ha commesso un reato si porta dentro. Tanti giovani detenuti vivono anche con il rimorso del male che hanno potuto compiere e la giustizia riparativa aiuta a intraprendere un percorso che aiuta pure le stesse vittime, che non dobbiamo mai dimenticare. Per apprezzare la bellezza della vita, penso che possa essere utile anche agevolare il servizio dei giovani nel mondo del volontariato perché è una forma di grande educazione: i giovani imparano a non rinchiudersi in sé stessi e allargano il loro cuore proprio per far sì che la loro vita sia un dono anche per gli altri. La procuratrice di Napoli Patrizia Imperato: “Meno carcere, ascoltiamo i ragazzi” di Dario Del Porto La Repubblica, 26 ottobre 2026 La magistrata: “La repressione da sola non basta. Gli adulti devono trasmettere modelli positivi. Possiamo pure vietare i social prima di una certa età, ma se poi i primi a chattare tutto il giorno sono i genitori, non serve a nulla”. I ragazzi hanno il diritto e il dovere di manifestare, di preoccuparsi per il futuro. Vanno ascoltati, capiti. Sì, molti covano una rabbia profonda. Ma non è certo con la sola repressione, né alzando l’età media per accedere ai social che metteremo fine a questo disagio”, dice Patrizia Imperato, procuratrice per i minorenni di Napoli. Parlare con i più giovani, interrogarli quando commettono un reato o ne sono vittime, è il suo lavoro. Ed è sulla base di questa esperienza che si rivolge, prima di tutto, agli adulti per analizzare quanto sta accadendo oggi nella “generazione Z” di Napoli e del resto d’Italia. “Tocca a noi indicare il buon esempio, invece di trasmettere modelli negativi. Non ci rendiamo che i ragazzi, proprio come spugne, li assorbono e si ritrovano a vivere in una perenne ansia da prestazione che li fa sentire sempre più fragili e inadeguati”, sottolinea la magistrata. Vetrine rotte a Milano, baby gang scatenate a Napoli. Che cosa sta succedendo ai più giovani, procuratrice Imperato? “Sono tutte manifestazioni della rabbia che caratterizza il disagio giovanile. E attenzione, non sono arrabbiati solo quelli che crescono in contesti di degrado o di marginalizzazione. Anche chi vive in famiglie di professionisti o lavoratori, va a scuola e fa sport, può avere un disagio da sfogare”. Si riferisce al branco che, qualche settimana fa, ha aggredito in piazza Vanvitelli un padre che aveva difeso la figlia? “Di questo episodio non posso parlare perché è ancora oggetto di indagine. Però, in generale, tanti ragazzi hanno maturato concetti deviati anche rispetto alle serate da trascorrere con gli amici”. In che senso? “Ne vengono fermati tantissimi con un coltello in tasca. E quando gli chiediamo perché, sa come ci rispondono?” Come? “In due modi: “per difendermi”, oppure per “pariare”, per divertirmi. È un oggetto di evasione, oppure un modello vincente da esibire. Anche aderire a comportamenti camorristici può diventare un trend, una moda, non solo per chi vive in un quartiere difficile o proviene da famiglie dove si commettono reati. Quando lo interroghi lo trovi ben vestito, studia, i genitori sono incensurati. Poi sui social minaccia un coetaneo come farebbe un malavitoso. E lo stesso discorso vale per allarmanti percorsi di radicalizzazione che sono ormai sempre più diffusi”. Perché un giovanissimo abbraccia l’ideologia jhiadista oppure suprematista? “Come le mafie, vengono considerati modelli vincenti, in linea con quelli trasmessi dagli adulti, che consentono ai più giovani di sfogare la rabbia contro qualcosa o qualcuno”. Dopo gli incidenti a Milano del 17 ottobre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ipotizzato la costruzione di nuove carceri minorili, salvo poi corregge il tiro nelle ultime ore. In questi anni, ad ogni evento più o meno eclatante, il governo di destra ha ipotizzato o varato provvedimenti più severi. Qual è la sua opinione? “La storia ci insegna che solo con la repressione i risultati non arrivano, i reati non diminuiscono. È l’ultimo stadio, i segnali vanno intercettati prima”. Come? “Il governo dovrebbe impegnarsi nella prevenzione, per favorire capacità di ascolto e osservazione. Ma servono insegnanti, strumenti per le famiglie, comunità terapeutiche per affrontare il disagio psicologico. Le carceri minorili rappresentano l’ultimo stadio. Se davvero il ministro Nordio vuole realizzarne di più, dovrebbe avere come unico obiettivo solo il miglioramento del trattamento per i reclusi, evitando il sovraffollamento e garantendo percorsi individualizzanti, non quello di tenerli a oltranza in un istituto. Ma tutto questo non esime noi adulti dal fare la nostra parte”. In che modo? “Pitagora diceva: “Educa i bambini e non dovrai punire gli uomini”. Questi ragazzi vanno ascoltati, bisogna costruire il dialogo in famiglia, nella scuola, nelle amicizie. Servono modelli comportamentali sani: possiamo pure vietare i social prima di una certà età, ma se poi i primi a chattare tutto il giorno sono i genitori, non serve a nulla. E dobbiamo insegnare il principio di responsabilità: le azioni hanno delle conseguenze, anche penali. Invece troppi giovanissimi pensano di vivere in un videogioco. Commettono reati senza rendersene conto. Poi, quando si accorgono che, nella vita, game over arriva davvero, spesso è troppo tardi”. Francesco Petrelli (Ucpi): “La risposta repressiva ai cortei non è la strada giusta” ansa.it, 26 ottobre 2026 Secondo le Camere penali servono investimenti nella scuola, nella formazione professionale, nei servizi sociali, nella cura della salute mentale, nell’ampliamento ed il rafforzamento delle comunità educative, nel sostegno alle famiglie e nella giustizia riparativa. Non certo attraverso la creazione di nuove celle. “Non vi è dubbio che ci sia la volontà di innalzare il livello della risposta repressiva delle manifestazioni ma, francamente, non credo che sia la strada giusta da seguire sia sotto il profilo della risposta giudiziaria sia sotto quello della introduzione di nuove norme che entrano in tensione con principi costituzionali della determinatezza e della personalità della responsabilità penale”. A dirlo all’Ansa Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, in merito alle perquisizioni e ai fermi per i cortei di ieri, che hanno interessato anche minori. “La risposta ai fenomeni devianti deve essere proporzionata - evidenzia - e in questo caso vediamo che c’è piuttosto una risposta di tipo simbolica per mostrare la muscolarità della risposta da parte del governo”. Il carcere non è la risposta: investire nella scuola, nei servizi sociali - Secondo i penalisti, inoltre, è “preoccupante la proposta di collocare i minori all’interno di strutture penitenziarie destinate agli adulti, sia pure in sezioni separate”. Un’esperienza, ricorda l’Ucpi, “già conosciuta alla Dozza di Bologna, incompatibile con la cultura della giustizia minorile costruita in decenni di elaborazione giuridica attorno all’educazione, alla responsabilizzazione e al reinserimento sociale”. Le Camere penali sottolineano quindi che la giustizia minorile “non nasce con finalità puramente punitive, nasce per rieducare e talvolta educare il minore affinché un errore commesso nell’adolescenza non si tramuti in uno stigma per la vita”. Dunque, aggiungono, “si può solo ribadire che la funzione rieducativa della pena del minore può realizzarsi in modo esaustivo soltanto attraverso investimenti nella scuola, nella formazione professionale, nei servizi sociali, nella cura della salute mentale, nell’ampliamento ed il rafforzamento delle comunità educative, nel sostegno alle famiglie e nella giustizia riparativa. Non certo attraverso la creazione di nuove celle. Il tema - conclude il documento, sottoscritto dalla Giunta e dagli Osservatori carcere e giustizia minorile dell’Ucpi - non può essere dove collocare i minori ma cosa lo Stato deve fare per impedire fenomeni di devianza diffusa. Quando il carcere diventa la risposta privilegiata alle fragilità sociali, lo Stato rinuncia alla propria funzione educativa”. Il circuito penitenziario si apre agli ITS Academy di Teresa Olivieri Italia Oggi, 26 ottobre 2026 Trasformare il tempo della detenzione da spazio di attesa a percorso di crescita personale e professionale. È questo l’obiettivo al centro della rinnovata intesa, dei giorni scorsi, tra il Ministero della Giustizia e il Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un’alleanza istituzionale che rinnova il “Programma speciale per l’istruzione e la formazione negli istituti penitenziari e nei servizi minorili”, delineando una strategia organica per abbattere la recidiva e dare concreta attuazione al dettato costituzionale. Accanto al consolidamento dei percorsi scolastici tradizionali, la novità di maggiore impatto è l’ingresso strutturale degli ITS Academy e dell’Istruzione Tecnica Superiore nel circuito penitenziario. Grazie ad accordi con le Regioni, gli enti locali e il mondo delle imprese, vengono attivati percorsi ad alta specializzazione tecnologica legati al tessuto produttivo del territorio. Lo schema privilegia modalità applicative dirette, quali apprendistato, stage e tirocini formativi, offrendo ai detenuti titoli di studio e competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro reale. “L’obiettivo è creare un ponte reale tra l’esecuzione della pena e il mercato del lavoro, puntando su strumenti concreti come l’apprendistato, i tirocini formativi e gli stage aziendali”, recita l’atto ministeriale. Dalla meccatronica alle nuove tecnologie, la formazione viene calibrata sulle reali esigenze del tessuto produttivo locale. L’accordo punta a risolvere anche una storica criticità del sistema penitenziario: l’interruzione dei percorsi educativi in caso di scarcerazione o trasferimento. “Garantire la continuità didattica significa evitare che il reinserimento sociale si interrompa sulla soglia dell’istituto”, si sottolinea nel testo dell’intesa. Attraverso una stretta sinergia tra i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (Cpia), l’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e la Giustizia Minorile e di Comunità (Dgmc), un sistema integrato di tutoraggio segue la persona anche nell’area penale esterna per consentirgli di completare gli studi avviati. “Un percorso formativo di qualità è l’antidoto più efficace alla recidiva: restituire dignità attraverso il sapere e il lavoro significa offrire una vera alternativa di vita”, si evidenzia a margine dell’accordo. Salute in carcere. Sindacabile il trasferimento del detenuto se limita le cure di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2026 Accolta la richiesta di conoscere le ragioni dello spostamento. Se il trasferimento di un detenuto affetto da gravi patologie psichiche pregiudica la continuità del trattamento sanitario e delle cure prestate in carcere, l’interessato ha diritto a conoscere i motivi che hanno determinato la decisione dell’amministrazione penitenziaria, per eventualmente sindacarne la legittimità mediante il reclamo previsto dall’articolo 35-bis dell’Ordinamento penitenziario (legge 354/1975). Lo ha deciso il Magistrato di sorveglianza di Genova con l’ordinanza emessa il 9 ottobre 2026, decidendo in sede di rinvio, dopo che la Cassazione, con la sentenza 6439 del 13 maggio 2026, aveva annullato una precedente pronuncia di inammissibilità. La Suprema corte aveva, invece, ritenuto che la tutela prevista dall’articolo 35-bis potesse riguardare qualsiasi comportamento dell’Amministrazione penitenziaria che comporti un pregiudizio attuale e grave all’esercizio di un diritto soggettivo. Sicilia. Salute mentale in carcere, protocollo tra l’Unione degli Ordini Forensi e il Garante canicattiweb.com, 26 ottobre 2026 Un supporto concreto agli staff sanitari delle carceri siciliane per l’assistenza ai detenuti con problematiche psichiatriche. È l’obiettivo del protocollo di collaborazione per la promozione della salute mentale firmato sabato 17 ottobre ad Agrigento dall’Unione degli Ordini Forensi della Sicilia e dal Garante dei diritti dei detenuti della Regione Siciliana, Antonino De Lisi. L’intesa è stata sottoscritta nel corso dell’assemblea dell’Unione, alla presenza del presidente del Consiglio Nazionale Forense Francesco Greco e dei presidenti di tutti i Consigli dell’Ordine degli Avvocati siciliani. Il protocollo prevede la costituzione di un elenco di medici psichiatri, individuati dall’Unione nelle diverse province siciliane, che a titolo volontario e d’intesa con le direzioni degli istituti di pena affiancheranno il personale sanitario nell’assistenza ai detenuti che presentano disturbi psichiatrici non così gravi da richiedere il ricovero nelle strutture protette. Un primo elenco è già stato definito. “L’Unione ha sempre prestato grande attenzione alla situazione delle carceri e alle condizioni dei detenuti - spiega il presidente dell’Unione degli Ordini Forensi della Sicilia, Rosario Pizzino -. Abbiamo riflettuto anche sul tema della salute mentale, una problematica delicata e complessa che riguarda l’Avvocato nell’esercizio della sua funzione sociale. Dall’incontro di queste due sensibilità è nata l’idea di affiancare e sostenere gli staff sanitari degli istituti di pena nell’assistenza ai detenuti con disagio psichico, grazie a medici psichiatri che si sono resi disponibili su base volontaria. Per questo abbiamo costruito questo percorso di collaborazione con il Garante regionale”. La firma ha chiuso una giornata che si era aperta con il convegno “Il linguaggio di genere alla prova del principio di uguaglianza. Diritto, istituzioni e potere della lingua”, promosso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Agrigento in collaborazione con l’Unione, la Rete dei Comitati Pari Opportunità della Sicilia e il Parco archeologico Valle dei Templi. Alessandria. Cento detenuti del 41 bis trasferiti al San Michele. Il sindaco: “Uno scempio” di Adelia Pantano La Stampa, 26 ottobre 2026 Il penitenziario ristrutturato per i detenuti in regime di carcere duro. Il primo cittadino: “Lasciati soli da Roma nel silenzio delle destre. “Alessandria è stata lasciata sola da Roma, nel silenzio delle destre. Sono stati spazzati via oltre quarant’anni di buon lavoro”. Il sindaco del Pd Giorgio Abonante attacca il Governo per la trasformazione del carcere di San Michele in una struttura destinata ai detenuti sottoposti al 41 bis. Le operazioni di trasferimento, condotte tra sabato e domenica nell’ambito dell’operazione “Klepsydra” dal Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, hanno portato ad Alessandria un centinaio di detenuti al regime di carcere duro. In tutto saranno poco più di 200. L’istituto è stato ristrutturato per accoglierli, dopo che le prime indiscrezioni sulla trasformazione circolavano già da circa un anno. Secondo Abonante, la decisione è stata presa senza preparare la comunità locale e senza considerare le conseguenze su un sistema costruito in decenni di lavoro. “È un’operazione insensata”, sostiene, denunciando le ricadute sui progetti educativi, formativi e professionali e sulle associazioni che li portavano avanti. “Alessandria non meritava che questo scempio avvenisse nel silenzio assoluto del Governo e degli esponenti locali dei partiti di Governo”. Poi il confronto con la Sardegna, dove le forze politiche si sono mobilitate contro una scelta analoga: “Qui siamo rimasti soli, nel silenzio o nelle minimizzazioni delle destre”. Di segno opposto la posizione del sottosegretario alla Giustizia e senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, che rivendica la riorganizzazione del regime detentivo speciale. “La Polizia penitenziaria lavora da circa un anno al processo di riorganizzazione del 41 bis, un intervento strategico che rende gli istituti ancora più inaccessibili”. Quello di Alessandria è il terzo passaggio dopo Vigevano e Cagliari. L’obiettivo è “impedire ogni contatto esterno ai boss che dal carcere vorrebbero continuare a comandare le attività criminali dei loro affiliati”. Balboni ringrazia gli agenti impegnati nell’operazione e ribadisce la linea del Governo: “Fratelli d’Italia ha messo in sicurezza l’ergastolo ostativo e non arretra nella lotta alle mafie. Con questi criminali ad alta pericolosità l’unica risposta è il pugno duro. Con il Governo Meloni nelle carceri comanda lo Stato”. A preoccupare sono anche le ricadute sulle attività di formazione e reinserimento lavorativo sviluppate negli anni al San Michele. Tra le realtà coinvolte c’è la cooperativa “Idee in fuga”, fondata da Carmine Falanga, insignito lo scorso anno del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella. “Parlo da co-fondatore e ideatore di alcune delle eccellenze create in carcere in questi anni. Non a caso il presidente Mattarella ci ha premiati - sottolinea -. Qualcuno da Roma, senza mai interpellarci, ha deciso di affossarci, ma noi resisteremo e non molleremo. Alessandria è con noi ed è sotto gli occhi di tutti”. Di diverso avviso il segretario generale dell’Osapp Leo Beneduci, secondo cui “nessuna attività verrà spazzata via. Anche i progetti educativi non hanno subìto interruzioni”. Beneduci ricorda il sacrificio degli agenti, impegnati per anni in condizioni di grave carenza di organico al San Michele e alla casa circondariale Cantiello e Gaeta (sempre ad Alessandria), e plaude al personale che ha lavorato all’adeguamento della struttura e all’operazione “Klepsydra”. Biella. I detenuti raccontano il carcere con “Specchi Rotti” newsbiella.it, 26 ottobre 2026 L’iniziativa nasce dall’esperienza di volontariato portata avanti da HopeClub. A Palazzo Gromo Losa, al Piazzo di Biella domenica 25 ottobre, è stato presentato il numero zero di “Specchi Rotti”, il giornale del carcere di Biella realizzato da persone private della libertà insieme ai membri di HopeClub. Un progetto che punta a raccontare la vita dell’istituto penitenziario dall’interno, dando spazio alle voci di chi lo vive quotidianamente. L’iniziativa nasce dall’esperienza di volontariato portata avanti da HopeClub, associazione attiva sul territorio da diversi anni, con l’obiettivo di incontrare e collaborare con le realtà che vivono ai margini della società. Come spiega Luigi Parodi, il progetto è il risultato di un percorso iniziato da tempo: “Lavoriamo da diversi anni ormai come volontari in carcere e siamo riusciti a finalizzare questo progetto, che è da tanti anni che ci provavamo, con l’idea di raccontare il carcere dall’interno”. La redazione entra periodicamente nell’istituto per incontrare i detenuti interessati e raccogliere contributi, riflessioni e testimonianze. Alla stesura del giornalino partecipano stabilmente circa sei o sette detenuti, ma il coinvolgimento è più ampio. C’è chi contribuisce con un disegno, chi passa per condividere un pensiero e chi affida alla redazione un proprio scritto. È un modo per raccogliere punti di vista differenti e dare spazio a chi desidera raccontarsi. “Lo scopo finale - spiega Parodi - è quello sempre di costruire una relazione fra noi e loro e fra il dentro e il fuori attraverso lo strumento del giornale”, sottolinea Parodi. L’obiettivo è pubblicare una nuova uscita ogni tre mesi: dopo il numero zero presentato a ottobre, il progetto punta a proseguire verso Natale e continuare con una cadenza trimestrale. “Specchi Rotti” si inserisce in una realtà già presente in diversi istituti penitenziari italiani, dove i giornali realizzati con la partecipazione delle persone detenute rappresentano un’occasione per raccontare esperienze, difficoltà e quotidianità spesso lontane dallo sguardo esterno. Tra gli esempi citati da Parodi ci sono “Ristretti Orizzonti”, storico giornale del carcere Due Palazzi di Padova, “Ivrea all’Alba” e “Lettera 21” a Torino. Milano. Giovani insieme ai detenuti, per coltivare speranza di Letizia Gualdoni chiesadimilano.it, 26 ottobre 2026 Da novembre un percorso di incontro e condivisione con il mondo carcerario, con visite negli istituti di pena e incontri di approfondimento. Parla una delle promotrici. Varcare una soglia per incontrare una persona, ascoltarla e lasciarsi interrogare dalla sua storia. Nasce da qui “Giovani insieme ai detenuti: condividere la Lampada della Speranza”, il percorso che la Pastorale giovanile propone per l’anno pastorale 2026-2027. Presentato al termine dell’incontro del 12 ottobre con il professor Ivo Lizzola, il cammino intreccia visite negli istituti penitenziari e appuntamenti di approfondimento: un invito a superare i pregiudizi e a guardare oltre la colpa, alla luce del Vangelo. A raccontarne la genesi è Giulia Aprigliano, laureata in Giurisprudenza e oggi impegnata nella pratica forense. Lo scorso anno ha partecipato agli ingressi in carcere della Pastorale giovanile. Da quegli incontri - insieme ad altri cinque giovani, Giuseppe Pitò, Emma Tidu, Sara Di Marino, Davide Dicasteri e Alessandro Frosio - ha dato vita a un gruppo di lavoro che ha dato la disponibilità a strutturare una proposta, a partire dall’esperienza dello scorso anno in Quaresima. Da qui un percorso “dentro e fuori dal carcere” lungo tutto l’anno. Giovani alla Porta della Speranza, installazione artistica davanti alla Casa Circondariale di Milano San Vittore Al centro c’è una domanda che riguarda anche la comunità cristiana. Nel dibattito pubblico si tende spesso a pensare che per contrastare il male servano pene sempre più severe: “Noi, come giovani cristiani, ci riconosciamo in questa idea della giustizia che, come società e comunità, decidiamo di mettere in campo?”. Per cercare una risposta, il primo passo è avvicinarsi alle persone detenute, ed essere segni concreti di speranza: “Vogliamo partire dalla base, dal Vangelo e dall’incontro con i detenuti. Solo successivamente proveremo a mettere in parole gli sguardi che avremo condiviso”. Il riferimento è anche alla parabola del buon Samaritano: vedere non basta, occorre assumersi la responsabilità di fermarsi. “Ciò che chiediamo è la disponibilità a incontrare l’altro e a lasciarsi incontrare”, sottolinea Giulia. Gli accessi coinvolgeranno gli istituti di San Vittore, Bollate, Beccaria, Monza e Varese; queste le prime date (altri incontri sono già in programma tra febbraio e aprile 2027): per il carcere di San Vittore (Milano) sabato 7 novembre, ore 9.30-12, e sabato 12 dicembre, ore 9.30-12; per il carcere di Monza sabato 28 novembre, ore 15-17. In gruppi di massimo venti partecipanti, i giovani leggeranno il Vangelo e vivranno un momento di condivisione in piccoli gruppi. Ciascuno potrà partecipare a un massimo di due visite. Il prossimo appuntamento di approfondimento sarà lunedì 9 novembre, dalle 19 alle 21, in piazza San Giorgio 2 a Milano: “La giustizia riparativa: tre prospettive a confronto”. A parlarne saranno un autore di reato, una vittima e un mediatore: tre voci per avvicinarsi a una possibilità di giustizia che prende sul serio la ferita provocata dal male e cerca strade per affrontarla. Interverranno Franco Bonisoli, ex brigatista che ha partecipato al sequestro di Aldo Moro, una vittima di reato, e Adolfo Ceretti, criminologo e docente all’Università di Milano-Bicocca, tra i protagonisti dello sviluppo della giustizia riparativa in Italia. “La giustizia riparativa - spiega Giulia - è un altro modo di fare giustizia: cerca di ricucire la ferita creata dal reato attraverso l’incontro tra l’autore, la vittima e un mediatore equiprossimo”. L’appuntamento offrirà così l’occasione di ascoltare esperienze e interrogare la propria idea di giustizia, tenendo insieme responsabilità e dignità della persona. Si consiglia di partecipare con continuità agli incontri esterni (che proseguiranno il 25 gennaio, il 1° marzo e il 19 aprile). Iscrizioni personali attraverso il modulo online; per l’esperienza in carcere occorre il documento d’identità in pdf. Info: giovani@diocesi.milano.it Catania. “Libere visioni” i cortometraggi entrano in carcere La Sicilia, 26 ottobre 2026 I vincitori saranno proclamati il 7 novembre ad Acireale e il 6 dicembre a Licodia Eubea Magma. Per la mostra del cinema breve e anche per il festival della comunicazione i detenuti saranno impegnati come giurati. Sono già cominciati, nella Casa di reclusione di Augusta, in provincia di Siracusa, i primi appuntamenti di “Libere visioni”, il progetto che affida a una giuria composta da persone detenute un premio speciale nell’ambito della 25esima edizione del festival internazionale di cortometraggi Magma - mostra di cinema breve e della 16esima edizione del Festival della comunicazione e del cinema archeologico. L’iniziativa coinvolge una selezione di persone detenute ad Augusta e Piazza Armerina. Non si tratta di una semplice attività di intrattenimento, ma di un percorso di visione consapevole: i partecipanti sono chiamati a osservare, interpretare, argomentare, confrontare punti di vista e prendere una decisione condivisa. Dopo la presentazione dei due festival e dei criteri di valutazione, la giuria vedrà in anteprima una selezione di opere in sessioni riservate, seguite da una discussione guidata e dalla compilazione di schede individuali, da cui emergeranno i film vincitori del Premio speciale Libere visioni. I partecipanti ideeranno e realizzeranno un manufatto originale, simbolo del riconoscimento: ogni istituto penitenziario ne produrrà uno, per un totale di due premi, uno per ciascun festival, che saranno consegnati al regista o all’autore dell’opera premiata. I vincitori saranno proclamati pubblicamente il 7 novembre al Margherita Multisala di Acireale per Magma - mostra di cinema breve e il 6 dicembre per il Festival della comunicazione e del cinema archeologico a Licodia Eubea. I due festival si sono inoltre resi disponibili a ospitare alle cerimonie finali, naturalmente dopo l’autorizzazione dell’amministrazione penitenziaria, due persone detenute per ciascun istituto. Gli incontri sono coordinati da Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, co-direttori artistici del festival di Licodia Eubea e da Giulia Iannello, responsabile della progettazione culturale e direttrice artistica di Magma. Cilio, Daniele e Iannello introducono le opere, in presenza o da remoto, guidano il confronto e curano la raccolta delle valutazioni in raccordo con il personale degli istituti, in uno scambio che ha l’obiettivo di essere proficuo sia per chi è ristretto sia per chi, invece, con questi diversi orizzonti ci si confronta guardandoli da fuori. Il progetto segue la collaborazione con la casa circondariale di Piazza Armerina nell’ambito di “Inside-Out. Racconti di inclusione”. Novara. Dal carcere al palco del teatro Coccia con “Romeo e Giulietta” di oggi di Marco Benvenuti La Stampa, 26 ottobre 2026 Venerdì a Novara il classico di Shakespeare rivisitato: nel cast nove detenuti che hanno frequentato i laboratori nella casa circondariale. Il grande classico shakespeariano ambientato ai nostri giorni, nell’era digitale. C’è una Giulietta che combatte contro il proprio corpo, e un Romeo che affoga nelle paure: una tragedia che non si consuma più sui balconi di Verona, ma alla luce gelida di uno smartphone. Lo spettacolo “Romeo e Giulietta - Opera ibrida”, produzione di Cabiria Teatro, chiude venerdì alle 21 al teatro Coccia l’edizione 2026 de “Le notti di Cabiria”, rassegna novarese di teatro diffuso che ha toccato anche periferie e location suggestive, e perfino luoghi inconsueti come il carcere, affrontando temi quali emarginazione, povertà, riscatto, e coinvolgendo persone che vivono condizioni di difficoltà, problemi. Sul palco i detenuti - Fra loro, i detenuti. E infatti la rappresentazione andrà in scena in una veste nuova e sorprendente: accanto al cast ufficiale, sul palco del Coccia salirà per la prima volta un gruppo di nove detenuti della casa circondariale di Novara, dando vita a un incontro umano e artistico di grande intensità. Ingresso a 15 euro. La mattina alle 10 ci sarà una replica riservata alle scuole. Ispirato all’opera di William Shakespeare, con drammaturgia di Maurizio Patella, lo spettacolo parla dell’importanza dell’amore, della vulnerabilità, delle emozioni reali e difficili, meravigliose e dolorose, in un mondo in cui è difficile essere ascoltati. Spettacolo ibrido per vari motivi - Uno spettacolo ibrido per vari motivi, spiegano i direttori artistici de “Le notti di Cabiria”, Mariano Arenella ed Elena Ferrari, “che alterna comico e drammatico, che si domanda dove sia il confine tra ridere e piangere, virtuale e reale, tra l’essere sé stessi e l’idea che ci siamo fatti di noi”. I detenuti hanno lavorato insieme agli attori sia per la scrittura dei loro personaggi, da inserire nella storia, sia per un ribaltamento totale nel finale, rendendo questa replica un evento unico, “un’occasione - aggiungono - per dimostrare come il teatro possa essere uno strumento di reinserimento, dialogo e connessione col territorio”. Questo risultato è stato possibile grazie alla collaborazione di numerosi enti e istituzioni, come Comune e Provincia di Novara, Regione Piemonte, Fondazione Bpn, direzione della casa circondariale. Il lavoro di Cabiria Teatro - Cabiria Teatro da tre anni tiene laboratori di teatro in carcere, dove è nato un vero e proprio gruppo di attori e tecnici dello spettacolo. Nove potranno uscire per calcare il palco del primo teatro cittadino: la maggior parte di loro incarna gli unici adulti positivi dell’opera. “Del resto - concludono Arenella e Mariano - Romeo e Giulietta parla di potere dei genitori di incidere sull’amore dei figli. Ci vogliono invece adulti che trasmettano ogni giorno passione e onestà”. Reggio Calabria. Plastic Free e Seconda Chance insieme sulla spiaggia, raccolti 465 chili di rifiuti reggiotoday.it, 26 ottobre 2026 Accanto ai volontari hanno partecipato 20 persone coinvolte in percorsi di esecuzione penale esterna affidate all’Uepe di Reggio Calabria e provenienti dagli istituti penitenziari di Laureana di Borrello, Locri e Vibo Valentia. Sentirsi liberi di dare una mano, di fare qualcosa che conta per il luogo in cui si vive. Essere riconosciuti per il proprio contributo, incontrare gli altri e ritrovare il senso di appartenere a una comunità. Sulla spiaggia di Pietrenere, alla Tonnara di Palmi, la giornata promossa da Plastic Free e Seconda Chance ha raccontato questo: prendersi cura del territorio ci riguarda tutti e ci fa sentire più umani. L’iniziativa, giunta alla settima edizione, ha permesso di ripulire il tratto di spiaggia di Pietrenere, raccogliendo 465 chilogrammi di rifiuti, compresi alcuni pneumatici. Riempiti 25 sacchi di plastica e materiali vari, tra cui il vetro, rimossi da uno dei tratti più suggestivi della Costa Viola. Accanto ai volontari hanno partecipato venti persone coinvolte in percorsi di esecuzione penale esterna affidate all’Uepe di Reggio Calabria e provenienti dagli istituti penitenziari di Laureana di Borrello, Locri e Vibo Valentia. Presenti anche i familiari e alcuni volontari di Libera. Insieme hanno ripulito l’arenile, contribuendo a un’attività di pubblica utilità che mette in relazione la tutela dell’ambiente e il reinserimento sociale. A rendere possibile tutto questo è stata Valeria Votano, referente regionale per la Calabria di Seconda Chance, associazione impegnata nel reinserimento sociale e lavorativo di detenuti ed ex detenuti. Votano ha sottolineato come Seconda Chance e questi eventi rendano visibili persone spesso invisibili, offrendo loro occasioni concrete per partecipare alla vita della comunità. Essere presenti, dare il proprio contributo e vedere riconosciuto il proprio impegno significa anche trovare spazio oltre i pregiudizi. A coordinare l’organizzazione insieme a lei Deborah Serratore, referente di Plastic Free Palmi, che ha curato la logistica e il ristoro dei partecipanti, con la colazione al mattino e panini e bibite al termine della raccolta. A sostenere la giornata il Bar Delice’s di Francesco Rotondo e il Panificio Le Meraviglie del Grano di Carmine Santaiti. Vicine all’iniziativa il presidio Libera Rossella Casini e le associazioni Amici di Gisa, ‘Mbuttaturi della Varia di Palmi e Fogghi di Luna. A portare i saluti dell’Amministrazione comunale è stata l’assessora all’Ambiente Lucia Muscari: “Mentre le notizie di cronaca raccontavano di città blindate per disordini e violenze, al Fortino di Palmi andava in scena l’Italia migliore: quella che si rimbocca le maniche per prendersi cura del territorio e delle persone”. L’assessora ha evidenziato il valore di un evento capace di unire ecologia, riscatto sociale e volontariato, indicando nell’inclusione la strada per costruire una comunità più forte e consapevole. A Pietrenere sono rimasti una spiaggia più pulita e il significato di un incontro nel quale ognuno ha avuto un posto e un compito. Anche da qui passa il senso di libertà che accompagna la cura della propria terra: sapere di poter fare qualcosa per gli altri, essere parte di un luogo e della sua vita. Milano. “Da 15 anni faccio suonare insieme detenuti e agenti” di Ilaria Dioguardi vita.it, 26 ottobre 2026 Freedom Sounds Band è un unicum in Italia: nata nella II casa di reclusione di Milano Bollate, è una band in cui agenti penitenziari e detenuti suonano insieme. Agenti di polizia penitenziaria e persone detenute che cantano e suonano insieme in una band. Succede nella II casa di reclusione di Milano Bollate, in un progetto che dura da 15 anni, nato all’interno dei progetti di educazione e riscatto sociale attraverso la musica, con il supporto della Fondazione Antonio Carlo Monzino. Ora un libro lo racconta, grazie alla penna e alla macchina fotografica di Andrea Pellegata. In uscita il 4 novembre, Freedom Sounds. Esercizio di libertà (editore Fabbrica dei segni) è un reportage fotografico e narrativo. Il libro “nasce dall’incontro con l’agente che è l’animatore della Freedom Sounds Band da tantissimi anni, che si chiama Francesco Mondello, durante un concerto che hanno fatto nel mio paese, Limbiate. Gli ho detto della mia passione, della mia volontà di promuovere un reportage su questo progetto. Poi sono andato a parlarne nell’istituto di Bollate ed è stato accolto bene”. Così Pellegata racconta la nascita del suo volume. La band “nel corso dell’anno cambia perché talvolta le persone escono dal carcere. Nel momento in cui ho lavorato per la realizzazione di questo libro i componenti erano un batterista, un sassofonista, due chitarristi (di cui uno cantante) e un tastierista. Con loro suona un’insegnante, Margherita. Inoltre, un poliziotto canta con loro e un altro si unisce, a volte, alla band”. Quasi due anni di lavoro - Per realizzare questo progetto Pellegata ha impiegato un anno per le fotografie e le interviste, poi altri nove mesi per la post produzione e l’editing. “Durante il tempo dedicato agli scatti fotografici, ho intervistato la band, formata dalle persone detenute e da due poliziotti, gli insegnanti di batteria, di basso, di chitarra e di pianoforte della Fondazione Antonio Carlo Monzino, che promuove in diversi contesti la musica (nelle carceri, nelle scuole) e da un po’ di anni manda i suoi insegnanti anche a Bollate. Non è la prima volta che entravo in un carcere. Qualche anno fa ho fatto per diverso tempo della formazione all’interno degli istituti di pena di Bollate, di Opera e di Monza attraverso un consorzio di cooperative su vari temi legati alla progettazione di impresa e allo sviluppo di competenze, per poter attivare forme di lavoro”, racconta l’autore. Racconti attraverso immagini e testi - “Lavorare per questo progetto mi ha appassionato. Non sono un fotografo di professione, sono un operatore sociale e direttore di un centro di formazione professionale per ragazzi e ragazze disabili per il consorzio di cooperative Sir di Milano. L’esperienza mi ha lasciato tanto, le interviste che ho fatto alle persone non vertevano sulla loro biografia o su quello che avevano fatto nella vita, ma sulla loro umanità, sul loro lato più nascosto che generalmente non viene fuori”, prosegue Pellegata. “Conoscendole pian piano, a partire dalla musica, ho parlato con loro di temi quali i rapporti affettivi e d’amore, la giustizia, la libertà. Sono venuti fuori dei racconti molto profondi, abbiamo stabilito dei rapporti empatici e sono calati completamente i filtri”, continua. “Ed è calato anche il mio pregiudizio perché, volendo o no, ognuno di noi ha con sé un pregiudizio nelle situazioni, poi va a elaborarlo: in questo caso, l’ho elaborato con le persone detenute”. In questa band “non si scelgono i componenti” - Pellegata sottolinea: “La musica aiuta a far uscire l’umanità che è in ognuno di noi, a far cadere le “barriere”. I cantanti e i musicisti di Freedom Sounds Band mi dicono sempre che, in questo gruppo, non si possono scegliere i componenti: quelli che ci sono ci sono. Quindi devono imparare a stare insieme agli altri, ognuno con le proprie ambizioni e i propri sogni, ma anche i propri limiti e le proprie contraddizioni. E la musica va fuori dalle mura, si confronta sempre con un pubblico a cui raccontano cosa fanno, perché lo fanno, che cosa rappresenta quel momento insieme”. Un unicum in Italia, da 15 anni - “Il fatto che suonano insieme persone detenute e agenti di polizia”, sottolinea Pellegata, “è l’elemento forte di questo progetto”, che è unico in Italia, come racconta, nella prefazione del libro, Lucia Castellano, provveditrice dell’amministrazione penitenziaria della Calabria, prima direttrice della casa di reclusione di Bollate: “Sono andata via nel maggio del 2011, dopo nove anni di direzione e “l’esperimento” continua a funzionare, da 15 anni; è un grande risultato, resiste alle intemperie dei tempi attuali e questo è merito di operatori lungimiranti e coraggiosi. Quello che mi avvilisce è che resta unico nel panorama nazionale e io stessa non sono riuscita a replicarlo altrove, da provveditrice”. “La band si esibisce anche fuori dal carcere, in teatri, in feste popolari, tutti in Lombardia ovviamente”. “Questa combinazione dentro-fuori può essere un esercizio di libertà. Se loro non uscissero per suonare, la sola musica non avrebbe questo potere”, afferma nel libro Andrea, insegnante di musica. Francesco, agente di inclusione - L’agente di polizia penitenziaria Francesco Mondello è “l’anima del progetto, colui che gli dà continuità. È una persona straordinaria, lo chiamo “agente di inclusione” perché tiene insieme i musicisti detenuti e continua a promuovere fuori questa esperienza, interviene anche nelle scuole e nei convegni, si interfaccia con la direzione. Si è preso sempre la responsabilità di accompagnare questi musicisti”. Appassionato di musica sin da ragazzino, ha avuto l’opportunità di sviluppare questo progetto, “in ragione del contesto in cui lavora. Ha conosciuto un detenuto capace di suonare che gli ha chiesto se era possibile trovare uno spazio per una band. Hanno allestito inizialmente una sala prove con classici contenitori delle uova per isolare la stanza, in un secondo momento da un altro carcere è arrivato l’allestimento di un’intera sala prove”. Nel libro, Mondello dice: “Io fra un po’ me ne andrò in pensione. Non so come andrà a finire, spero che continui. Questa cosa l’ho creata io, quindi la sento proprio una cosa mia che lascio ai posteri. Ma speriamo che qualcuno la prenda in mano, bene, e la porti avanti”. Ravenna. Cavalli in carcere: progetto per un percorso rieducativo di Roberto Artioli Corriere Romagna, 26 ottobre 2026 Rispetto, fiducia e pazienza. Valori fondamentali nel rapporto con i cavalli che possono diventare strumenti preziosi anche per il reinserimento sociale. Da questa convinzione nasce il progetto che la Cavallina Storna di Savio ha portato nella casa circondariale di Ravenna, coinvolgendo i detenuti in un percorso formativo dedicato all’horsemanship. La Cavallina Storna è un centro di equitazione non tradizionale che si ispira alla filosofia dell’accademia di Marco Vignali. La struttura ospita cavalli, pony e asinelli e propone attività fondate sul rapporto consapevole tra uomo e animale. L’approccio si basa sull’horsemanship, disciplina che punta a sviluppare una comunicazione efficace tra uomo e cavallo attraverso l’osservazione del comportamento animale. Anima e ideatrice del progetto nel carcere di Ravenna è Matilde Sforza che, nonostante la giovane età, da anni lavora a percorsi educativi e sociali che hanno per protagonisti gli amati cavalli. Oggi è istruttrice della International Horseman Academy. Accanto a Matilde ci sono i genitori che nel 2023 hanno aperto il centro ippico su viale dei Lombardi, che funziona anche come Bed & Breakfast, sposando il grande amore della figlia per gli animali. “Ho praticato equitazione sin da bambina con passione - racconta Matilde - ma oltre all’aspetto sportivo mi sono accorta che con i cavalli si stabilisce un rapporto molto forte e sono animali in grado di suscitare emozioni positive. Il cavallo necessita di sicurezza e di solide relazioni sociali. In natura, allo stato brado, vive in gruppo ed è molto sensibile. Queste caratteristiche lo rendono ideale per creare percorsi educativi e per tirare fuori il meglio delle persone. I primi progetti hanno coinvolto i bambini, che hanno accolto con entusiasmo le attività e gli incontri con gli animali”. Le lezioni, che si sono svolte all’interno del carcere, hanno permesso ai detenuti di avvicinarsi gradualmente al mondo dell’equitazione e dell’horsemanship attraverso incontri teorici e formativi dedicati alle abitudini dei cavalli, alla loro cura, alla gestione degli spazi e alle modalità corrette di interazione con gli animali. L’obiettivo era duplice: da una parte offrire un’occasione di crescita umana e personale, dall’altra fornire competenze che potranno tradursi in opportunità professionali future. Matilde spiega come è nato il progetto: “Nei mesi scorsi abbiamo avuto un primo incontro con il direttore del carcere e con le educatrici nel corso del quale sono stati illustrati i molteplici obiettivi. La proposta ha ricevuto subito un riscontro positivo e da quel momento abbiamo iniziato a costruire il percorso. Vorremmo ringraziare la Direzione, i funzionari dell’Area Trattamentale, il Comandante e gli Agenti di Custodia della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Ravenna, per aver creduto nella finalità del progetto, il Noleggio di Angelini Roberto che ha permesso il trasporto del Cavallo. Al termine è stato rilasciato un attestato che potrà essere utilizzato per candidarsi a svolgere attività nei maneggi o per i corsi di pareggiatura e da maniscalco, che sono specializzazioni sempre molto richieste nel comparto ippico. Da parte nostra c’è grande soddisfazione. Abbiamo visto crescere il numero di partecipanti e un’attenzione sempre maggiore. Questo ci ha fatto molto piacere. Abbiamo portato uno dei nostri cavalli, Crash, nella casa circondariale per una lezione pratica. Abbiamo scelto un cavallo molto pacifico che è abituato a interagire con i bambini. Crash è stato vittima di un grave incidente alcuni anni fa, ma abbiamo scelto di non rinunciare a lui e di accompagnarlo in un lungo percorso di recupero”. All’interno del carcere è stata individuata una zona adatta per la lezione pratica: “I detenuti non hanno potuto cavalcare ma è stato un momento prezioso per capire, nella pratica, come avvicinare un cavallo, come rimanere in sicurezza e come condurlo a terra. Conoscenze indispensabili per chi un giorno potrebbe candidarsi a un lavoro in un maneggio”. Che cosa vuoi dalla vita? di Alessandro D’Avenia Corriere della Sera, 26 ottobre 2026 “Non sappiamo perché siamo qui, sono venuti tutti e quindi sono venuto anche io”. Così ha detto un ragazzino coinvolto nelle devastazioni milanesi. Queste parole mi hanno ricordato le righe del diario di una delle più grandi pianiste del ‘900, Marija Judina, che decise di diventare anche maestra elementare grazie a un campo estivo da volontaria: “C’era un ragazzino di otto-nove anni senza famiglia, viveva da parenti che non amava e da cui non era amato; era indisponente e si azzuffava con tutti. Lo esortavamo con la parola e l’esempio. Ma una volta passò tutti i limiti - picchiò un compagno, insultò noi, commise un furto - e fu decretata la sua espulsione. Quando fu eseguita la condanna, io scoppiai a piangere. Così avvenne la sua seconda nascita! Scoppiò a piangere anche lui; chiese perdono, restituì la refurtiva e cominciò a seguirmi ovunque. Diceva che non aveva mai visto una maestra piangere per un alunno e, con le sue parole, “sull’anima e sulla vita” di un monello”. I ragazzi cercano a chi appartenere: per vivere non basta essere procreati, bisogna essere ricreati, ricevere la propria vita come un destino buono. Chi non prova questa ricreazione nei legami primari è preda di squilibri, rabbia e violenza. E della massa. Ho assistito alla seconda nascita di tanti adolescenti non grazie a prediche e punizioni ma al sentirsi voluti. Per questo Raymond Carver, morto di tumore a 50 anni, volle sulla lapide i versi che lui stesso aveva scritto: “E hai ottenuto quello che/ volevi dalla vita, nonostante tutto?/ Sì. E cos’è che volevi?/ Potermi dire amato, sentirmi/ amato sulla terra”. Se la violenza tradisce la protesta di Dacia Maraini Corriere della Sera, 26 ottobre 2026 Gridare le proprie ragioni è un diritto, distruggere è una sconfitta. A chi giova quanto sta succedendo? Avere paura dei propri figli è una novità che è piombata su molte famiglie come una sorpresa dolorosa. Spesso i figli sono stati vissuti come misteriosi, a volte come nemici, ma mai come dei piccoli teppisti senza vergogna. È chiaro che sto parlando di quei bambini (si può ormai chiamare bambino un piccolo di undici anni?) che in questi giorni hanno rotto vetrine, lanciato sassi e bombe di carta, invaso una libreria e rubato oggetti di valore. Premetto che sono molto contenta di vedere i ragazzi di nuovo prendere posizione, scendere in strada a protestare per le condizioni della scuola che sono allarmanti. Lo dico e lo ripeto, l’ho anche scritto più volte, secondo me la scuola è stata dissacrata, privata dei suoi valori culturali e del suo prestigio. Ed è una cosa gravissima. La scuola è il futuro del Paese, e andrebbe rispettata e amata. Per questo penso che gli studenti facciano benissimo a protestare. Ma quando vedo in televisione (ormai lo sappiamo: ogni movimento viene filmato e mostrato sui cellulari) dei giovanotti tutti vestiti di nero, col cappuccio in testa e perfino la maschera che copre la faccia per non farsi riconoscere, mi viene da pensare a una organizzazione ben costruita che interviene nei momenti più delicati per rovinare la sacrosanta protesta dei nostri studenti. Già il fatto che vadano coperti è segno che vogliono nascondersi sapendo che agiranno contro la legge. Ma anche contro il buon senso e i diritti civili. Chi protesta per ragioni legittime non ha bisogno di coprirsi, anzi ci mette la faccia. Inoltre questi misteriosi giovanotti arrivano armati di bastoni, di bombe di carta, di oggetti contundenti e questo mostra che hanno intenzioni violente fin dall’inizio. Gli osservatori si chiedono che intenzioni abbiano, perché irrompano in mezzo a dimostrazioni pacifiche togliendo agli studenti il diritto alla legalità e alla pace. Molti si chiedono se dietro questo perfetto squadrismo ci siano degli adulti che incitano alla violenza: a cosa tendono, perché scelgono di trasformare una forma di ragionevole protesta in atti di teppismo organizzato? La risposta logica sta nel solito: cui prodest? La risposta che viene spontanea è: i giovani che rompono e bruciano sono utilissimi per chi vuole promulgare leggi più severe nei riguardi di ogni forma di protesta. E anche, andando più lontano, i selvaggi piacciono a chi vuole dimostrare, alle soglie di importanti elezioni, che i ragazzi di periferia, spesso figli di immigrati, sono i veri nemici del popolo. Io non so chi li guidi, anche se ho sentito molte interviste in cui si parla di istruzioni e sollecitazioni e suggerimenti che vengono dai Social. Ma so che non aiuta gli studenti delle scuole che protestano. Per questo credo sia importantissimo prevenire le loro incursioni. Appena si vedono dei ragazzi vestiti di nero, con la testa e il volto coperto, bisogna fermarli e prendere le distanze da loro. Capisco che non è facile, perché come tutti coloro che credono nella guerriglia urbana, i guastatori sanno come e quando inserirsi nelle manifestazioni, come approfittare della folla, come e quando intervenire contro la polizia, come e quando rompere vetrine e devastare il bene pubblico. Prendersela con i genitori è facile, soprattutto nei casi di minorenni. Ma metterli in prigione non risolve la questione. Si tratta di prevenire con maggiore attenzione sociale e culturale la vita delle periferie, ovvero di coloro che si sentono trascurati e abbandonati. Di coloro che reagiscono, selvaggiamente, non in nome di alcune sacrosante richieste, ma soprattutto per sfogare una rabbia accumulata negli anni, una rabbia che non chiede ragioni, ma vuole solo distruggere e demolire. Inoltre, ragionando ancora più a fondo, c’è da chiedersi, ma la pratica del rovinare e distruggere da dove viene? Purtroppo l’esempio cala dall’alto, da quei capi di Stato che stanno legittimando la legge della prepotenza, ratificando la vittoria del più forte sul più debole. L’emulazione soffia come un vento velenoso e lo capiamo dal fatto che questa rabbia irrazionale si sta diffondendo in tutto il mondo. Segno che l’esempio dei maggiori sta prendendo corpo nei minori (di età si intende). Per fortuna ci sono i responsabili che agiscono anche umilmente facendo corpo e resistenza contro gli egocentrici anarcoidi teppisti. Non c’è che puntare su costoro, e ce ne sono tanti che lavorano nelle scuole con intelligenza e responsabilità. Sono loro che salveranno la scuola, ne sono certa, e li ringrazio in anticipo per l’energia e la passione che mettono nel combattere la tendenza brutale del momento. La rabbia nel vuoto dei partiti di Massimo Cacciari La Stampa, 26 ottobre 2026 Ho scritto queste poche righe prima di sapere se vi sarebbero state e come eventualmente sarebbero andate le manifestazioni previste per il pomeriggio di sabato. Mi auguravo ovviamente che non si ripetesse quanto avvenuto. Mi auguravo e mi auguro che la stragrande maggioranza dei giovani non voglia indebolire e isolare ancora di più le ragioni della protesta, permettendo durante i cortei momenti di pura e gratuita violenza. Non mi auguro, invece, che coloro che ci governano, in Italia e in Europa, intendano mostrarsi responsabili, e cioè capaci di rispondere, a queste ragioni. Non me lo auguro poiché sono perfettamente disperato sul fatto che ne siano capaci. In grado sono soltanto di inseguire gli effetti di decenni ormai di pessimo governo, e di inseguirli sul terreno più arretrato, con i mezzi meno adeguati, quelli dei vari “decreti sicurezza”. Lo spirito dei Vannacci è quello che li guida. Inutile mostrare loro, dati e analisi internazionali alla mano, che inasprimenti di pena e strumenti analoghi non hanno alcun potere di deterrenza nei confronti di determinati comportamenti. Lo avrebbero forse per reati finanziari e evasione fiscale, ma il mantra è: non si metta mano nella tasca degli italiani! Derubricare ciò che stiamo vivendo a questione di ordine pubblico e a una forma di irrazionale violenza giovanile sarebbe grottesca, ridicola manifestazione di ignoranza storica, se appunto non generasse perversi provvedimenti legislativi. Stiamo vivendo un salto generazionale senza mediatore, senza “federatore” tra le due sponde. L’una è un’Europa vecchia, in crisi nel sistema manifatturiero che era stato a fondamento della sua crescita, con un gap tecnologico nei settori più innovativi ormai incolmabile rispetto agli altri grandi spazi politici del globo, un’Europa incapace di farsi corpo politico, di darsi strategie convergenti sulle materie decisive del fisco, delle politiche sociali, della immigrazione. L’altra sponda è una generazione cresciuta nel tracollo delle speranze di fine secolo: che la moneta unica fosse foriera di unità politica, che ciò potesse produrre crescita di competitività e benessere, che l’Europa sapesse far valere un nuovo ordine di Diritto internazionale contro la logica del più forte e della guerra. Tra le attese e la realtà si è spalancato un baratro, si è aperto sotto i piedi di questa generazione un vuoto tremendo. Chi si illude di coprirlo con qualche norma penale non farà che renderlo insuperabile. Certo, le manifestazioni di questi giorni, e non solo nelle loro punte di violenza, evidenziano come anche quelle attese si siano fatte confuse, prive di obbiettivi precisamente definibili. E sarebbe facile ricordare ai giovani la lezione che proprio rivolgendosi a loro pronunciò Max Weber alla fine della prima Grande Guerra sul senso e il valore della politica, come agire ordinato su un progetto razionalmente perseguibile. E sarebbe facile indicare loro la differenza tra ribellismo e rivoluzione. Potrebbe davvero questa “saggezza” essere maestra delle loro vite? Non sono le parole a essere maestre, ma i fatti. E i fatti dei padri stanno qui, davanti agli occhi. Crollo di potere d’acquisto per lavoro dipendente, pensionati, ceto medio, parallela crescita delle disuguaglianze, lavoro precario e ben difficilmente adeguato al livello formativo, al merito, scuola e università che hanno quasi perduto il loro valore di “ascensore sociale”. Quando i padri comprenderanno che questa crisi politica e sociale è crisi della democrazia nel significato strutturale, non ideologico, che essa riveste, sarà forse troppo tardi. La protesta giovanile è sintomo di una crisi di sistema. Come fossero giovani estremisti i milioni di manifestanti per il reddito e la casa, guidati da numerosi sindaci, di Parigi o di Madrid. O i lavoratori dell’Ilva o gli auto-trasportatori o il mondo dell’agricoltura che quotidianamente protesta contro le assurde normative comunitarie. I giovani sono semplicemente oggi l’anello più debole della protesta, e perciò anche quello meno ascoltato. Gli altri hanno peso politico, sociale, contano bene o male su organizzazioni, gruppi dirigenti. I giovani si incontrano sui social, si parlano per segnali di fumo. E sono perciò esposti anche a ogni infiltrazione da parte di gruppi che manifestano la propria rabbia in forme che spesso contrastano esplicitamente e coscientemente gli obbiettivi del movimento. È fisiologico che ciò accada laddove un movimento non abbia un orientamento abbastanza solido e manchi di qualsiasi forma di organizzazione. Un tempo ormai remotissimo avevano luogo manifestazioni in cui servizi di ordine predisposti dagli organizzatori rendevano impossibile la presenza, al loro interno, di gruppi come quelli che hanno fatto a pezzi il centro di Milano. Il movimento attuale non sarà mai in grado di metterli in piedi. Solo forti sindacati, forti partiti politici lo possono. La protesta e anche la rabbia delle giovani generazioni poteva un tempo venire canalizzata e metabolizzata attraverso queste organizzazioni. Esse filtravano la protesta, cercavano di porre un ordine nelle richieste, davano vita a discussioni e infine a manifestazioni di massa. L’eversione, se c’era, stava altrove. Quel tempo è finito. L’Europa ha deciso da anni che partiti e sindacati sono ferri vecchi, che gli organismi intermedi sono di ostacolo alle decisioni e che queste debbono essere, nella sostanza, in mano a chi detiene il potere economico-finanziario. Così il sindacato è quello dei pensionati e i partiti divengono comitati elettorali. E perciò nessuno organizza la protesta e nessuno dà vita a manifestazioni di massa che abbiano quel carattere democratico, di discussione, di forza costituente, che solo le rende utili. Su questo dovrebbe riflettere il cosiddetto “campo largo” - e sarebbe questo anche il solo modo concreto di esprimere la propria solidarietà a chi difende la sicurezza dei cittadini. Manifestazioni, l’81% chiede pene più severe per i minori. Ma tra i giovani uno su due è contrario di Alessandra Ghisleri La Stampa, 26 ottobre 2026 Sei italiani su dieci ritengono carenti le politiche di integrazione. Per tre su quattro va abbassata l’età imputabile. Via Torino, Milano. Un ragazzo con il cappuccio alzato e il telefono in mano guarda i suoi coetanei mentre sfondano la vetrina di un noto negozio di abbigliamento sportivo. Non interviene, almeno in quel momento. Osserva, riprende, forse condivide. Non sappiamo chi sia, che cosa pensi, che cosa lo abbia portato lì. Tuttavia, in quell’immagine c’è qualcosa che va oltre la cronaca di una giornata di violenza. Chi è quel ragazzo? E soprattutto, che cosa pensano gli italiani di quello che è accaduto? Il sondaggio realizzato da Only Numbers restituisce una fotografia interessante, perché mostra due sensibilità che faticano a incontrarsi. Da una parte gli adulti che guardano soprattutto all’ordine pubblico, alla responsabilità individuale, alla necessità di punire. Dall’altra i giovani che sembrano interrogarsi maggiormente sul proprio futuro e sulle opportunità che la società è in grado di offrire loro. Questo non significa che i ragazzi giustifichino la violenza o che gli adulti siano incapaci di comprenderne le cause. Indica, piuttosto, che davanti alla stessa immagine rischiamo di porci domande differenti. Siamo sicuri che dobbiamo assolutamente fare una scelta dicotomica tra violenza o disagio, tra sicurezza o inclusione, o anche tra punizione o recupero? Sono tutte alternative solo in apparenza, perché il problema comincia quando siamo costretti a sceglierne una sola. Per cercare di comprendere che cosa sia successo a Milano, occorre innanzitutto ricostruire il contesto. La settimana scorsa migliaia di studenti avevano manifestato pacificamente per denunciare le condizioni della scuola. Il sabato la protesta era proseguita in una mobilitazione più ampia contro il costo della vita. Poi, in un contesto diverso, sono arrivate le devastazioni. È una distinzione fondamentale, perché la protesta non è violenza, e la violenza di alcuni non può diventare la colpa di tutti. Difendere il diritto di manifestare significa anche impedire che quel diritto venga usato come alibi per saccheggi e aggressioni. Nel sondaggio il dato che colpisce maggiormente è l’età. Circa l’80% dei fermati era minorenne. Per il 64,8% degli intervistati è proprio questo l’aspetto principale della vicenda; tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni la percentuale sale al 79.3%. La giovane età, dunque, non è un dettaglio, è ciò che rende l’episodio più inquietante, perché sposta la domanda dal presente al futuro. Non siamo soltanto di fronte a un problema di ordine pubblico, perché allo stesso tempo ci chiediamo che cosa stia succedendo a una generazione che, almeno in parte, sembra avere difficoltà a riconoscere i confini tra desiderio, frustrazione e legittimità delle proprie azioni. Tuttavia, essere minorenni non significa essere irresponsabili per definizione, così come essere giovani non significa essere incapaci di distinguere il bene dal male. Ecco perché il tema delle pene divide. Se a livello nazionale l’81,1% degli intervistati è favorevole a un inasprimento delle sanzioni per i minori, tra i 18 e i 24 anni la percentuale scende al 56.1%. Poco più di uno su due. Non è necessariamente indulgenza. Può esserci infatti la piena consapevolezza che la pena, da sola, non risolva il problema, ma può esserci anche una maggiore vicinanza generazionale rispetto a chi è direttamente coinvolto. Il sondaggio ci dice quindi che la distanza tra le generazioni è forte ed è reale. Sulle responsabilità, gli italiani sono altrettanto netti. Il 73,7% degli intervistati ritiene che vadano riviste l’età imputabile e le pene previste, mentre l’82,5% pensa che dei danni debbano rispondere anche genitori, famiglie o tutori. Eppure, per circa un italiano su tre (33.6%), tra le misure più efficaci ci sono percorsi educativi e lavori socialmente utili obbligatori. Questo è un dato che merita attenzione, perché dentro la richiesta di punire esiste anche una domanda di recupero. Gli italiani vogliono che chi sbaglia risponda delle proprie azioni, ma una parte significativa dell’opinione pubblica sembra riconoscere che la sanzione dovrebbe servire anche a evitare che lo stesso comportamento si ripeta. Forse il punto della questione non è scegliere tra fermezza e prevenzione, ma è capire come renderle complementari. Una città non diventa più sicura soltanto perché aumenta le pene, così come non diventa più giusta se rinuncia a far rispettare le regole. La responsabilità individuale deve essere chiara e la pena certa, anche perché il consenso verso i provvedimenti del governo, particolarmente forte tra gli elettori dei partiti di maggioranza, non equivale automaticamente a una soluzione. Condividere una misura sul piano dei principi non significa che quella misura produrrà risultati immediati. La sicurezza si costruisce con la presenza delle forze dell’ordine, ma anche con la scuola, i servizi sociali, le opportunità di lavoro, la capacità di presidiare i territori prima che diventino luoghi di abbandono, ma soprattutto con la famiglia. C’è poi una questione che rischiamo di affrontare soltanto in termini di ordine pubblico che riguarda l’integrazione. Tra i ragazzi coinvolti ci sono anche giovani italiani di seconda e terza generazione. Per il 62,1% degli intervistati, il percorso di integrazione nel nostro Paese non è stato completato. È un dato che invita a riflettere, ma non autorizza a trasformare l’origine familiare in una spiegazione della violenza. La maggioranza dei ragazzi di seconda generazione non partecipa a devastazioni e saccheggi. Pertanto, attribuire a un’intera comunità il comportamento di alcuni sarebbe ingiusto e, soprattutto, poco utile a capire. Il problema da porsi è che cosa significhi sentirsi parte di una società. Non basta avere la cittadinanza, frequentare una scuola, parlare la stessa lingua, occorre anche poter immaginare un futuro e sentirsi parte di una comunità. La gratitudine dei genitori verso un Paese che ha offerto loro nuove opportunità non si trasmette automaticamente ai figli, che misurano le proprie aspirazioni anche attraverso i modelli, spesso irraggiungibili, proposti dai social. Le sneakers di ultima generazione, il capo firmato, il telefono costoso diventano così simboli di appartenenza e di riconoscimento. Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire alla povertà la causa della violenza, perché milioni di ragazzi vivono le stesse difficoltà senza rubare o devastare i negozi. La questione - forse - è come educare al desiderio, alla frustrazione e al limite. In questo senso, il telefono del ragazzo di via Torino è il dettaglio più eloquente. La violenza può trasformarsi in spettacolo, essere filmata e condivisa, diventare uno strumento per ottenere visibilità e riconoscimento. L’azione e la sua rappresentazione finiscono così per alimentarsi a vicenda, senza bisogno di una regia politica organizzata. A una settimana di distanza, la fotografia è cambiata, ma non per questo è più rassicurante. Il centro di Milano si attraversa tra cordoni di sicurezza, controlli a campione e mezzi delle forze dell’ordine a ogni angolo, mentre molti negozi hanno scelto di svuotare le vetrine e abbassare le serrande, per paura che le scene di sabato scorso si ripetano. È la risposta che l’opinione pubblica chiedeva, ed è comprensibile. Tuttavia, è anche la prova di quanto sia costoso, per tutti, il prezzo della frattura. Una città che si protegge da una - piccola - parte dei propri giovani. Il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza, coerente con quel 73,7% che chiede pene riviste. Resta da capire se basterà a impedire che, tra un mese, ci si ritrovi davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Torniamo allora a quel ragazzo. Non sappiamo chi sia né che cosa lo abbia portato lì. Sappiamo, però, che non possiamo ridurlo soltanto a un problema di ordine pubblico, né invocare il disagio per assolverlo. Il punto non è scegliere tra sicurezza e futuro, ma riconoscere che sono legati. Una società che rinuncia a punire indebolisce le proprie regole e una società che si limita a punire rischia di ritrovarsi domani davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Quel ragazzo è una responsabilità del presente e una domanda sul futuro. Un Paese maturo deve saperle tenere insieme. Il pugno di ferro non può trasformare i giovani in nemici di Flavia Perina La Stampa, 26 ottobre 2026 Il pugno di ferro del governo contro le piazze del nuovo spontaneismo sfasciatutto ha dato i suoi risultati: niente assalti alle vetrine, tafferugli modesti, molti fermi per il nuovo reato di “violenza organizzata in occasione di manifestazioni pubbliche”, l’arresto eccellente del presunto leader della mobilitazione social. Fanno impressione i dati di Milano: solo lì, 2.921 persone identificate, 171 trattenute con fermo preventivo, 44 denunciate. L’enorme apparato di sicurezza messo in campo ha funzionato e il centrodestra ha le sue ragioni per vantarsene, come ieri hanno fatto tanti suoi esponenti per tutta la giornata. Ma nel day after, al di là del trionfalismo per i rischi evitati, si impone la domanda da sempre legata alle prove di forza superate con successo: e adesso, che farne di questa vittoria? I minorenni di origine straniera residenti in Italia, che qui studiano e spesso sono nati, sono circa un milione, una quota non irrilevante. Nell’arco degli ultimi vent’anni abbiamo fatto di tutto per farli sentire estranei e indesiderati. I loro genitori erano quelli che rubavano il lavoro agli italiani, intasavano servizi sociali, occupavano case popolari a discapito dei cittadini doc, colonizzavano il commercio con il loro kebab e le loro botteghe alimentari a basso costo, e ovviamente rubavano, stupravano, spacciavano. E loro, i figli, sono stati costantemente raccontati come alieni disturbanti da tenere a bada nelle scuole con specifici “tetti”, potenziali maranza che provocano - quante volte lo si è detto - la fuga dalle classi dei ragazzini italiani, perché con loro accanto è impossibile studiare e imparare. È lungo un anno se vissuto così, come l’ha trascorso Torino con le sue piazze di rivolta. Arrabbiate, legittimamente partecipate, ma quasi sempre con la coda violenta. È raro che i numeri - freddi e decontestualizzati - riescano a scattare fotografie nitide. Nel caso di specie però a qualcosa servono. Se dicono - ad esempio - che negli ultimi 12 mesi (e quindi a partire dall’autunno 2025) sono finiti sul registro degli indagati 341 maggiorenni, (cui si aggiungono decine di minorenni), circa 25 misure cautelari tra carcere, arresti domiciliari, obblighi di firma e di dimora sono state decise dai giudici su richiesta dei pm guidati da Giovanni Bombardieri. Più di una dozzina le inchieste aperte. Otto gli episodi in cui cortei, presidi, manifestazioni, marce sono terminate con un terzo tempo di botte, scontri e/o devastazioni. Magnitudo diverse, ma pur sempre tinte da cronaca nera. Accompagnate dal bollettino nato dalla somma dei singoli feriti tra manifestanti e forze dell’ordine: circa 400 se si tiene conto della guerriglia avvenuta in Valsusa la scorsa estate. L’ultima conta è di ieri e riguarda la manifestazione contro il carovita: sono state identificate 413 persone, 38 accompagnate in questura, 2 arrestate a cui viene contestata la resistenza a pubblico ufficiale, in un caso aggravata. Ancora: 25 manifestanti sono stati denunciati a vario titolo per istigazione a delinquere, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale. L’indagine è della Digos della Questura guidata da Massimo Gambino. Ciò che non si può negare e che attribuisce a Torino un tratto più identitario rispetto a tutte le altre piazze italiane è la complessità delle anime che si sono fuse in molte proteste nonché la presenza costante del cosiddetto network antagonista che ingloba l’ex centro sociale Askatasuna ma anche i collettivi universitari. E poi ci sono componenti del mondo anarchico, seconde generazioni, giovani delle periferie che hanno da tempo abbandonato finanche i percorsi scolastici. In questo suk, nel quale le galassie di autonomia operaia spesso guidano, ma non governano più gli scontri anche per la diversità degli attori in campo, c’è il racconto di un unicum nazionale. Iniziato a ottobre 2025 con l’assalto alle Ogr con devastazione dei relativi arredi (fatti commessi da circa 150 persone quasi tutte a volto coperto), continuato con l’accerchiamento dello stabilimento del gigante dell’aerospazio Leonardo con tanto di distruzione delle auto di alcuni dipendenti. Era seguita l’invasione della pista dell’aeroporto di Caselle, per il blocco del raccordo di tangenziale che dal capoluogo conduce all’aeroporto Sandro Pertini e l’occupazione dei binari delle principali stazioni dei treni: Porta Nuova e Porta Susa. Ancora l’invasione della redazione de La Stampa, portata termine dalla costola di un corteo di antagonisti e liceali che transitava in via Nizza, in occasione dello sciopero generale del 28 novembre, conclusa con 18 richieste di misure cautelari e 43 denunciati a piede libero. È seguito - dopo 33 anni di occupazione - lo sgombero del centro sociale portato a termine dalla polizia a pochi giorni da Natale. Un fatto contestatissimo dal quale gemmerà una manifestazione di protesta cui aderirono più di 30 mila persone. Corteo pacifico e colorato per chilometri, fino a quando, raggiunta la zona dello stabile di corso Regina Margherita, si è scatenata la guerriglia: 1500 tra antagonisti, anarchici stranieri (soprattutto francesi), in assetto paramilitare hanno ingaggiato uno scontro di due ore e mezzo con la polizia. Bilancio: 117 feriti e adesso 19 richieste di misura cautelare (carcere e domiciliari) per altrettante persone pendenti di fronte al gip. Ma le indagini sono ancora in corso e sono decine gli indagati anche d’Oltralpe. Che componenti straniere in massa siano intervenute nei disordini è un dato oggettivo, confermato dagli arresti - sempre della Digos - del luglio scorso in occasione dell’assalto ai cantieri Tav della Valsusa. Negli atti si tratteggia un’internazionale dei disordini di piazza giunta a Torino anche dall’Olanda e dalla Grecia “per bruciare le macchine della polizia”. E poi gli assalti incontrollati al centro cittadino dei giorni scorsi contestuali alle devastazioni di alcuni licei della città (ma anche della palestra di una scuola elementare) e ai negozi del centro, Feltrinelli compresa. Anche qui il parterre è vasto, le anime si fondono, Askatasuna è la miccia, ma la rabbia è trasversale a più galassie. Confusa tra lacrimogeni e slogan, non si scorge ancora una regia unica. Neanche a Torino. Lo stesso tipo di diabolizzazione, anche se con argomenti diversi, ha inchiodato i giovani italiani al bias dei bamboccioni perdigiorno, annidati fino a trent’anni a casa di mamma e papà, incapaci di rimboccarsi le maniche e di accettare la gavetta a basso reddito che consente di entrare nel mondo del lavoro. Gente che vuole studiare anziché fare l’idraulico o il muratore, e poi pretende pure di trovarsi un posto con le sue futili competenze universitarie. “Sicuramente l’Italia non soffrirà a non averli più tra i piedi”, disse dieci anni fa un ministro del Lavoro (Giuliano Poletti) commentando l’emigrazione all’estero di migliaia di laureati. Poi si corresse, ma l’animus di quella frase è rimasto nell’aria e ha generato un’assoluta ignavia verso la fuga di cervelli, braccia, persone, da un Paese che sembra non avere spazio per loro, oltreché un’alta intolleranza per chi vuole restare e rivendica un po’ di attenzione. E adesso, che vogliamo farne di tutti costoro? Dopo aver “isolato i violenti”, come si usa dire nel linguaggio delle piazze, un’offerta va fatta, dovrebbe essere fatta. Ma al suo posto, ieri, abbiamo visto il contrario. Per tutta la giornata le dichiarazioni della maggioranza hanno avanzato un florilegio di sospetti che delegittimano del tutto le ragioni delle mobilitazioni, dalla possibile connection anarco-islamista all’azione manipolatrice di misteriose centrali straniere. Come se la protesta dei ragazzi non avesse motivi concreti, autentici, misurati in ogni statistica nazionale e in ogni confronto internazionale. Come se fossero, tutti, burattini legati a fili segreti o adolescenti in cerca di facili emozioni. Eppure, proprio l’esperienza storica vissuta dalla destra - quella del ghetto, con tutte le sue conseguenze; quella del complottismo permanente, con il suo portato di criminalizzazione - dovrebbe suggerire uno sguardo sulla questione giovani più largo e più sincero. Schiacciare nella categoria dei maranza eterodiretti oltre un milione di ragazzini significa dar ragione a chi dice: l’unica soluzione è remigrarli. Trattare da annoiato sfasciavetrine ogni studente che protesta vuol dire dar ragione a quelli che pensano: se scappano all’estero, meglio. Migranti. Castel Volturno, in ventimila contro il Cpr di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 26 ottobre 2026 Alla manifestazione di ieri il governatore Fico, vescovi, partiti, sindacati e le realtà di movimento per dire no al progetto del governo. Assegnato il bando per realizzare il centro. La regione: faremo ricorso. “Non arrivo alla Caritas perché la strada è interrotta, vi posso lasciare davanti al Lupin”. L’autista del bus che collega Napoli a Castel Volturno lo ripete a ogni fermata della strada Domiziana ai migranti che salgono per raggiungere il Fernandes, il centro gestito dalla Caritas da dove è partito ieri il corteo contro il progetto del governo Meloni di costruire un Cpr in località La Piana, sito di interesse naturalistico che la regione Campania ha classificato come Zona a protezione speciale, nella speranza di ostacolare i piani del governo. SI SCENDE dunque davanti a un centro che vende mobili e poi a piedi per una ventina di minuti tra marciapiedi inesistenti, scheletri di palazzine abbandonate e sporcizia. Lamin, un ragazzo del Gambia che ha 28 anni, vive in Italia dal 2019 e, tutto sommato, non si trova male se non fosse per i documenti: “Lavoro nei campi e adesso mi sto occupando della semina del cavolo. Mi pagano 1.300 euro al mese e ne spendo 350 per la casa a Varcaturo, dove vivo con un’altra persona. Ne riesco a spedire alla mia famiglia circa 700 al mese. Non mi fanno il contratto finché non ho i documenti, ma senza contratto i documenti non posso averli”. È inchiodato all’invisibilità da un infernale meccanismo burocratico e, se fermato dalla polizia, potrebbe finire in un Cpr. Ieri si è preso un giorno di festa al lavoro. “È importante essere qui”, rivendica mentre varca il cancello del Fernandes da dove poco prima delle 14 partirà il corteo. Dentro c’è già Andrea Morniroli, assessore regionale della Campania. Racconta che un paio di giorni fa Invitalia ha aggiudicato la gara da 43 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione del Cpr alla cordata Ge.Di.Group spa di Altamura, parte del consorzio stabile Conpat scarl, che si era candidata insieme allo studio di architettura napoletano Alberto Izzo & Partners, alle due società d’ingegneria casertane Suburbia Mode e Campagnuolo & Associati srl, alla Geomed srl di Scafati e ai due professionisti Onofrio Dennetta e Rosamaria De Pietro. Hanno proposto un ribasso del 25%, con una offerta finale di 31,4 milioni di euro. “La partita non è chiusa - garantisce Morniroli - perché la regione valuterà le iniziative legali da mettere in campo, la manifestazione dimostra che c’è un fronte molto ampio che dice no ai Cpr e propone un modello diverso di accoglienza. L’unico capace di garantire davvero la sicurezza”. Concetti che ribadirà poco dopo Roberto Fico, il presidente della giunta della Campania: “Ricorreremo con ogni mezzo”. La battaglia non sarà semplice, perché il decreto Cutro ha equiparato i Cpr a siti di interesse strategico, ma la partecipazione alla manifestazione di ieri lascia ben sperare. “Siamo in 20mila”, hanno detto gli organizzatori. Parlano i braccianti agricoli e gli operai edili, raccontano di orari di lavoro impossibili, della salute compromessa, di “un’umanità che si annulla nei campi e nei cantieri”. Il corteo urla: “Permesso di soggiorno subito”. Ci sono parlamentari 5 stelle, Pd e Avs, ci sono i sindacati. “Sono contento di vedere oggi anche qualche bandiera della Cisl - commenta Nicola Ricci, segretario della Cgil campana - perché non si possono spendere decine di milioni per il Cpr mentre Castel Volturno ha bisogno di sanità per tutti, servizi, infrastrutture e un sistema decente di trasporto pubblico”. Nel corteo i centri sociali, i collettivi universitari, l’ex Canapificio di Caserta, Potere al popolo e altri gruppi della sinistra radicale. Una parte essenziale della mobilitazione è rappresentata dalla Chiesa in tutte le sue articolazioni: i comboniani (ieri era in corteo anche Alex Zanotelli), i parroci e le alte gerarchie. Hanno sfilato in corteo sette vescovi e, tra essi, Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli: “Il problema - ha scandito dal microfono del camioncino che apriva il corteo - non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’integrazione. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure alle quali si rinuncia, gli anziani soli, le periferie dimenticate e le scuole che chiedono aiuto”. Ha lanciato un appello al governo affinché “si assuma la responsabilità di superare il sistema dei Cpr”. Parole accorate proprio nel giorno in cui un articolo su Lancet, a firma di Francesco Tommasi (ricercatore all’università di Milano) e di altri, afferma: “Nei Cpr i migranti sono particolarmente esposti a rischio di morte, a malattie infettive e a problemi mentali”. A destra, però, preferiscono parlar d’altro. L’ex ministro Sangiuliano, che mesi fa era a un convegno sulla remigrazione con CasaPound, ha stigmatizzato qualche coro contro la polizia e il cartello “il Cpr deve essere bruciato”. Trieste, pasti ai migranti vietati nel weekend. “Disturbano l’aperitivo” di Alessia Candito La Repubblica, 26 ottobre 2026 Per motivi di decoro, la questura permette l’attività umanitaria in tempi contingentati. Linea d’ombra: “Ci hanno lasciato solo l’ora d’aria”. Le associazioni: “Ai migranti si impedisce per mesi di presentare richiesta asilo, laboratorio di repressione che crea illegalità”. Quando su Trieste scende la sera, non sono i vecchi lampioni asburgici ma le luci blu delle camionette a illuminare piazza Libertà. Davanti, gli agenti schierati. Sotto la statua della principessa Sissi però non ci sono né presidi, né manifestazioni. Solo ragazzi - faccia smunta e vestiti laceri - che arrivano alla spicciolata e un gruppetto di volontari che smistano coperte e pasti. Per questura e prefettura, un problema di sicurezza che da aprile ha meritato l’impiego di “36 funzionari, 106 operatori dei presidi territoriali e 1740 del reparto mobile” e adesso tempi contingentati. Per ragioni di ordine pubblico, si aiuta dalle 18 alle 20, poi tutti a casa. Nella città che da tre anni ha visto tornare i militari al valico e da agosto per decreto è “zona di transito e frontiera”, anche la solidarietà è contingentata. Nel weekend, addirittura vietata “per consentire il libero svago”. La destra cittadina e regionale, che scalda i motori in vista delle comunali, applaude. Nulla possono 24mila firme raccolte in pochi giorni. Nulla può il vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, che dopo due settimane di solidarietà contingentata per ordine della questura, con una nota tuona: “L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata”. “Ci hanno lasciato l’ora d’aria”, mastica amaro Gianandrea Franchi. Professore di storia e filosofia, a 90 anni suonati, in piazza non manca mai. Insieme alla moglie Lorena Fornasir, una decina di anni fa ha fondato l’associazione Linea d’ombra per tendere una mano ai migranti della rotta balcanica. Lo hanno pagato con un’inchiesta finita in un nulla di fatto, l’ostilità della destra istituzionale e il dossieraggio di quella che intossica i social con odio e fake news, ma non hanno mai fatto un passo indietro. Attorno, un nucleo duro di attivisti e poi una rete larga, che tiene insieme gli scout e i centri sociali, la Diaconia valdese, medici e prof volontari, associazioni e ong come Mediterranea e ResQ, si stende fino a gruppi che arrivano da mezzo Nord-Est e dall’Emilia, a turno portano pasti, abiti, braccia “per aiutare”, occhi “per testimoniare”. Anzi, portavano. Da quando le restrizioni sono iniziate è tutto paralizzato. “Ogni giorno ci chiedono di tornare, ma non possiamo rischiare che vietino anche questo”, dice Veronica, fra le “storiche” di Linea d’ombra, mentre smista giubbotti in una piazza fino a qualche settimana fa animata come una festa di paese e adesso solo crocevia di gente che sussurra, prende una borsa con beni essenziali, si guarda attorno impaurita. Come Hibibi, giovane pm fuggito dall’Afghanistan dopo che i talebani hanno sterminato tutta la sua famiglia. O una coppia nepalese appena arrivata, con lei che zoppica vistosamente. “Dicono di garantire la sicurezza, ma siamo noi a farlo - attacca Lara - Le persone hanno l’abitudine di mangiare, coprirsi. Se non lo trovano qui, proveranno a procurarselo in un altro modo”. Magari grazie ai caporali che la presenza di volontari e mediatori aveva allontanato, ora tornati a farsi vedere. È vero, in città c’è una rete solidale strutturata: dalla mensa della Caritas al centro diurno, dai dormitori all’ambulatorio dei medici di Donk. Dove lo Stato non c’è, la società civile ci mette una pezza. Ma i vuoti sono tanti, gli arrivi in aumento - del 31% censiscono le associazioni e conferma la Slovenia, che protesta per il perdurare della frontiera - le necessità pure. La piazza rimane la prima linea perché lì arrivano tutti: chi transita e chi resta. E per mesi deve vivere da fantasma. “Trieste è un laboratorio della repressione che crea illegalità”, ragiona Gianfranco Schiavone di Ics, Consorzio italiano di solidarietà, fra i pionieri dell’accoglienza diffusa. Dopo l’approvazione del patto Ue, per circa due mesi le nuove procedure, previste per chi arrivi dai “Paesi sicuri” e cerchi di eludere i controlli alle frontiere esterne, sono state applicate anche a afghani, curdi, vulnerabili o chi si è presentato in questura. “Il 98% è stato annullato in tribunale - spiega Schiavone - Adesso c’è una nuova strategia; le persone sono costrette ad aspettare 85-90 giorni prima di poter richiedere asilo. In mano gli rimane solo un invito a presentarsi e rimangono abbandonati in strada”. Non è una registrazione, quindi formalmente non esistono, sul territorio sono illegali e all’accoglienza non hanno diritto. Secondo le associazioni sono circa 130, per più della metà ci sarebbe posto in accoglienza. “Noi abbiamo 74 posti - conferma Schiavone - ma da mesi non mandano nessuno”. I più si arrangiano tra quel che resta dei magazzini del Porto vecchio. Molti sono chiusi con transenne e filo spinato, altri murati, qualcuno però ancora dà riparo a chi aspetta. Le finestre non ci sono più, le scale si sgretolano, ma negli stanzoni strati di coperte diventano letto e un fornelletto basta per un thè o un pasto. Barhun è lì da quattro mesi. In Nepal era un attivista, è scappato dopo un violento pestaggio delle forze di sicurezza. Una lunga cicatrice gli attraversa il viso: “Avevo l’appuntamento per chiedere asilo, per tre volte mi hanno mandato via. Non so dove altro andare”. Mamun invece è arrivato da poco. “Non potevo pagare e i passeurs mi hanno strappato il passaporto. In questura mi hanno detto che non posso chiedere asilo. Come faccio?”. Dalle finestre rotte sibila solo la bora che monta. -