Un piano di ampliamento delle carceri minorili: in arrivo 120 posti in più di Luca Bonzanni Avvenire, 25 ottobre 2026 Il Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità ha deciso di intervenire in sette istituti di pena. Attualmente i posti disponibili sono 686 e non c’è il problema del sovraffollamento. Il piano c’è e ha numeri rilevanti. Nelle carceri minorili italiane sono già in corso o sono stati programmati interventi per ricavare 120 posti in più, un incremento equivalente al 17,5% della capienza odierna. Le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che giovedì ha parlato di un “sistema carcerario minorile in sofferenza” e della previsione di “ampliarne la capienza”, anche a fronte degli “arresti massicci” recenti, trovano riscontro in un documento d’inizio mese dedicato a tracciare in maniera puntuale la mappa degli Ipm, gli istituti penali per minorenni. Lo scorso 9 ottobre il Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità ha inviato una nota ai sindacati di polizia penitenziaria per informarli del decreto che aggiorna le vecchie “piante” datate 2013, e che al contempo delinea le prospettive future. Il testo muove dall’”opportunità di definire periodicamente la capienza” con “criterio oggettivo”, attraverso un “contemperamento tra la necessità di provvedere alla custodia in carcere dei minori secondo le indicazioni dell’autorità giudiziaria e le situazioni ambientali dei singoli istituti, sulle quali hanno comunque inciso anche le sopravvenute operatività di nuovi istituti”, come quelli di Lecce, L’Aquila e Rovigo da poco attivati. A oggi la capienza regolamentare dei 19 Ipm italiani è fissata in 686 posti, di cui 643 maschili e 43 femminili. Ma all’orizzonte ce ne saranno 120 in più, tutti per le sezioni dedicate ai ragazzi, in sette sedi tra Torino (+21), Firenze (+12), Roma (+18), Quartucciu (+23, di cui 11 a “custodia attenuata”), Nisida (+18, ma si valuterà anche l’eventuale riapertura della sezione femminile), Airola (+14) e Lecce (+14). Sulla carta, nessun legame diretto con i disordini del 17-18 ottobre e la stretta varata immediatamente dopo dal governo: la comunicazione del ministero è antecedente e rimanda a radici più lontane, perché le opere sono state autorizzate tempo addietro, seppur in un solco comune alle scelte legislative (il decreto Caivano, ad esempio) e di edilizia penitenziaria (l’apertura di nuovi minorili era stata illustrata nel 2024). Al momento gli Ipm non apparirebbero sovraffollati: erano 557 i detenuti accolti al 30 settembre, stando all’ultimo report ministeriale, e dunque con una saturazione dell’81%. Le criticità s’innescano invece ciclicamente in alcuni istituti, dove i posti non bastano, tanto che Antigone segnala “un problema strutturale” di sovraffollamento “anche nel sistema minorile”, con impatto “su condizioni di vita, attività educative e possibilità di costruire percorsi individualizzati”. Incrociando infatti i documenti, in diverse strutture - peraltro oggetto di future espansioni - il tetto ufficiale verrebbe sforato: a fine settembre era il caso di Torino (48 presenti sui 46 posti previsti), Firenze (22 su 17) e Quartucciu (12 su 11), mentre Lecce era al limite (12 su 12). L’impostazione securitaria avanzata da Nordio raccoglie l’opposizione di molte realtà della società civile. “Il disagio sociale crescente non si previene né si affronta con un approccio solo repressivo - interviene Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore -. La numerosità dei provvedimenti adottati dal governo, che insistono sul tema della sicurezza senza però tradursi in risultati tangibili, ne è già la prova”. Il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti (Cnca) esprime “sgomento e preoccupazione”, mentre per l’Alleanza per l’articolo 27 - che riunisce oltre 200 organizzazioni - “l’aumento dei posti va nella direzione opposta rispetto alla storia e alla ragionevolezza del sistema minorile italiano”. Quando si completerà la programmazione abbozzata, gli Ipm dovrebbero raggiungere un totale di 806 posti disponibili. Un’ampiezza teorica ben distante dallo scenario del presente, ma che potrebbe rispondere a un maggior impiego del carcere per i giovanissimi: se è vero che il trend dei reclusi è tornato a salire, passando dai 381 di fine 2022 agli attuali 557, mai in tempi recenti si è però reso necessario un “fabbisogno” così ampio di celle. Secondo la serie storica del ministero della Giustizia sugli ultimi trent’anni, le presenze medie giornaliere - di fatto, i reclusi stabilmente inseriti - sono oscillate tra un minimo di 320 nel biennio pandemico 2020-2021 e un picco di 588 proprio nel 2025. Carceri minorili sempre più affollate, magistrati e penalisti contro la “ricetta” Nordio di Davide Varì Il Dubbio, 25 ottobre 2026 Secondo i dati del garante la popolazione di detenuti negli Ipm è cresciuta del 111,9% in cinque anni. “Aumentare le pene non è una risposta alla devianza minorile”. Mentre si discutere di aumentare le celle destinate ai ragazzi, i dati parlano chiaro: il sovraffollamento non risparmia nemmeno gli istituti penali per minorenni. Al 31 dicembre 2025, gli Ipm italiani ospitavano 572 persone minori e giovani adulti di cui 551 maschi e 21 femmine. La componente femminile rappresenta circa il 4% del totale, confermando la prevalenza maschile già evidenziata negli anni precedenti, a fronte di una capienza complessiva di 565 posti. Gli istituti maschili registravano 551 presenze su 522 posti disponibili, con un tasso di affollamento del 105,75%, evidenziando una pressione significativa sulle strutture. Al contrario, le strutture femminili mostrano un ampio margine di disponibilità, con sole 21 presenze su 43 posti e un indice del 48,84%. Il quadro emerge dalla Relazione al Parlamento del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale presentata ieri in Senato. L’Ipm di Treviso si configurava come la struttura più problematica, con un tasso di affollamento del 150%, ospitando 19 persone in una struttura con capienza di 12 posti. Firenze presentava un indice del 141,18% con 24 presenze su 17 posti disponibili, seguita da Milano con il 135,19% con 72 presenze su 54 posti disponibili. Nel corso del 2025 si registravano 1.197 ingressi stabili, ai quali si aggiungono 501 trasferimenti da altri Ipm, per un totale di 1.698 ingressi complessivi. La presenza media giornaliera si attestava a 587,7 tra minori e giovani adulti. La distribuzione per nazionalità mostrava un equilibrio quasi perfetto tra italiani e stranieri: 331 italiani (50,1%) e 241 stranieri (49,9%). Questo dato assume particolare rilevanza considerando che la popolazione minorile straniera in Italia rappresentava una percentuale molto inferiore della popolazione generale. La fascia d’età prevalente è quella dei 16-17 anni, che rappresentava il 52,44% del totale con 300 persone. Seguono i giovani adulti di 18-20 anni con 175 presenze (30,60%), la fascia 21-24 anni con 53 presone (9,3%) e infine i minori di 14-15 anni con 44 presenze (7,7%) L’analisi dei delitti commessi dai minorenni e dai giovani adulti entrati negli Istituti penali per i minorenni nel 2025 evidenzia una prevalenza marcata dei delitti contro il patrimonio, che costituiscono la categoria più numerosa con 1.188 casi, pari al 52% del totale. All’interno di tale ambito, la rapina rappresenta il reato più diffuso (674), seguita dal furto (293) e dalla ricettazione (83). I delitti contro la persona ammontavano a 494 (22% del totale). Le lesioni personali volontarie risultavano il reato più frequente (238), seguite dagli omicidi volontari tentati (65), dalle violenze sessuali (33) e dagli omicidi volontari consumati (14). I delitti contro l’incolumità pubblica sono 270, dei quali 260 riconducibili ai reati in materia di stupefacenti. L’analisi per nazionalità mostra differenze significative nelle tipologie di reato. I minori stranieri risultano maggiormente coinvolti nei reati contro il patrimonio, con 612 casi rispetto ai 576 registrati tra gli italiani. In particolare, la rapina è significativamente più frequente tra gli stranieri (405 casi contro 269 degli italiani). I minori italiani, invece, presentavano una maggiore incidenza nei delitti contro la persona, con 311 casi rispetto ai 183 degli stranieri. L’osservazione dei dati relativi agli IPM nel periodo 2020-2025 evidenzia una crescita costante, marcata e strutturalmente significativa della popolazione detenuta minorile. Il numero complessivo dei presenti passa da 278 nel 2020 a 572 nel 2025, con un incremento del 111,9% che di fatto raddoppia la popolazione detenuta nell’arco di cinque anni. Il ritmo di crescita accelera in modo evidente nel biennio 2022-2023, per poi stabilizzarsi su valori comunque elevati. “Aumentare le pene, prevedere nuovi reati, nuove misure di prevenzione non appare una soluzione alla devianza minorile’’ e ‘‘il carcere deve rimanere una misura residuale, bisogna puntare su misure alternative. La soluzione non è costruire nuove carceri per minori’’, ha detto Lidia Salerno, vicepresidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (Aimmf) al 44esimo congresso nazionale dell’Associazione. “Come peraltro emerge dai risultati degli interventi legislativi attuati dal decreto Caivano in poi, che non hanno diminuito la commissione di reati, ma portato solo ad un affollamento della popolazione degli Ipm che non si era mai vista prima’’. ‘‘Con il risultato di condizioni di vita inadeguate, di frequenti incidenti e la difficoltà per i giovani detenuti di svolgere attività risocializzanti - ha sottolineato - quei percorsi formativi, trattamentali, tipici della giustizia minorile, fondata sulla funzione rieducativa e ciò anche per la carenza di personale penitenziario e per la mancanza di un’adeguata specializzazione”. “Ciò con il rischio che il carcere si tramuti per i minori in una parentesi della loro vita che non induce alcun cambiamento, se non peggiorativo’’, ha continuato. Secondo la vicepresidente dell’Associazione ‘‘il carcere deve rimanere una misura residuale, bisogna puntare su misure alternative. La soluzione non è costruire nuove carceri per minori. Mi chiedo cosa aspettarsi da generazioni future che siano vissute e cresciute in carcere’’. Anche l’altro aspetto ‘‘dell’aumento delle pene con funzione deterrente non è produttivo’’, ha continuato Salerno secondo la quale ‘‘la violenza è spesso frutto di fragilità, insicurezza, a volte è gratuita’’. ‘‘Di fronte al crescente sentimento di preoccupazione generale sui fatti di cronaca che vedono coinvolti minorenni, destano stupore le parole del ministro Nordio che propone, quale soluzione della complessa problematica in esame, l’ampliamento degli Istituti penali per i minorenni e addirittura la realizzazione di nuove sezioni detentive per giovani all’interno delle carceri per adulti, rimarcando così che la risposta dell’attuale governo è di nuovo il ricorso alla detenzione”, sottolineano in una nota la Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e gli Osservatori Carcere e Giustizia minorile. ‘‘La crescita del numero dei minori ristretti, alla luce dei recenti fatti di cronaca, è la chiara dimostrazione che il fenomeno in esame non può essere superato e fermato attraverso il ricorso alla detenzione di massa. Preoccupante è poi la proposta di collocare i minori all’interno di strutture penitenziarie destinate agli adulti, sia pure in sezioni separate’’. ‘‘Un’esperienza già conosciuta alla Dozza di Bologna, incompatibile con la cultura della giustizia minorile costruita in decenni di elaborazione giuridica attorno all’educazione, alla responsabilizzazione e al reinserimento sociale - sottolinea - La giustizia minorile non nasce con finalità puramente punitive, nasce per rieducare e talvolta educare il minore affinché un errore commesso nell’adolescenza non si tramuti in uno stigma per la vita. Si può solo ribadire che la funzione rieducativa della pena del minore può realizzarsi in modo esaustivo soltanto attraverso investimenti nella scuola, nella formazione professionale, nei servizi sociali, nella cura della salute mentale, nell’ampliamento ed il rafforzamento delle comunità educative, nel sostegno alle famiglie e nella giustizia riparativa. Non certo attraverso la creazione di nuove celle’’. ‘‘Il tema non può essere dove collocare i minori ma cosa lo Stato deve fare per impedire fenomeni di devianza diffusa. Quando il carcere diventa la risposta privilegiata alle fragilità sociali, lo Stato rinuncia alla propria funzione educativa - concludono - La sicurezza non si misura dal numero delle sbarre che costruiamo, si misura dal numero di ragazzi sottratti a contesti potenzialmente negativi e dalla capacità di educare i giovani alla comprensione dell’importanza del rispetto del patto sociale su cui si basa la civile e democratica convivenza di una nazione’’. Francesco Savino (Cei): “Il carcere non è la risposta ai bisogni educativi degli adolescenti” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 25 ottobre 2026 Intervista al vicepresidente della Conferenza episcopale: “Chiamo fratelli i detenuti perché la loro dignità resta intera anche nell’errore. Quando sono ragazzi dovremmo guardarli come figli. Più che un’emergenza sicurezza, c’è un’emergenza relazioni. Cosa serve? Una rivoluzione pedagogica che superi il paternalismo”. “Il rischio è che il carcere diventi per un ragazzo la prima vera scuola”. Parte da questo presupposto Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, per commentare l’annuncio del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di “ampliare le carceri minorili”. Una scelta che il numero due della Cei per il Mezzogiorno lascia intendere di non condividere. E sulla linea politica più repressiva che rieducativa nei confronti dei ragazzi avverte: “Bisogna percorrere un’altra strada”. Il governo da tempo sta facendo norme che rendono più facile che i minorenni vadano in carcere. Lei, che ai detenuti ha detto “voi non siete un problema, siete fratelli”, cosa pensa di questa linea? La sicurezza è una responsabilità irrinunciabile di chi governa. Dovremmo però domandarci se stiamo pagando una cambiale educativa accumulata nel tempo: abbiamo chiesto ai ragazzi di diventare adulti senza prenderci sufficientemente cura delle condizioni della loro crescita. È una responsabilità che attraversa generazioni, istituzioni e orientamenti politici. Li chiamo fratelli perché la loro dignità resta intera, anche nell’errore. E quando sono ragazzi dovremmo guardarli anche come figli: ci interrogano su ciò che abbiamo saputo trasmettere e sulle assenze che abbiamo lasciato nelle loro vite. Non possiamo permettere che il loro futuro abbia le dimensioni del loro sbaglio. Il ministro Nordio ha detto che dopo i disordini di Milano servono più carceri minorili, o in alternativa creare reparti per minori nelle carceri per adulti. Qual è il rischio di “sbattere in cella” i minorenni, assimilandoli agli adulti? Il rischio è che il carcere per adulti diventi per un ragazzo la prima vera scuola: lì impara a riconoscersi in ciò che ha fatto, non in ciò che può diventare. I luoghi pensati per la detenzione degli adulti non sono la risposta ai bisogni educativi degli adolescenti, neppure ricavandovi reparti separati. Ritengo che la strada da percorrere sia un’altra: offrire ai ragazzi occasioni per scoprire che ciò che fanno può avere valore per qualcuno. Oggi più che mai ci sono domande a cui nessuna tecnologia, neppure l’intelligenza artificiale, può rispondere al posto di una relazione umana. Un adolescente può avere accesso a ogni informazione e non trovare nessuno con cui immaginare il proprio domani. Tanti dei giovani che scendono in piazza chiedono di essere ascoltati dalle istituzioni. Se le istituzioni rispondono solo con la repressione, quali possono essere le conseguenze? Occorre distinguere chi manifesta pacificamente da chi commette violenze: queste vanno fermate e chi le subisce va protetto. Una risposta esclusivamente repressiva rischia però di approfondire la distanza dalle istituzioni. Il presidente Mattarella ha richiamato la necessità di uno “sguardo di ampia visione”, invitando a farsi carico del malessere dei giovani, dell’incertezza sul futuro e del timore di essere emarginati: un invito che interpella prima di tutto noi adulti. L’urgenza non può esaurire l’orizzonte delle politiche educative. Ricostruire legami sociali richiede luoghi di partecipazione reali. Fiducia, ascolto e comunità non possono restare parole di un vocabolario spendibile in campagna elettorale: devono diventare esperienze concrete nella vita delle persone. Cosa servirebbe? Una rivoluzione pedagogica, che cambi prima il modo di pensare e poi gli strumenti. Superare il paternalismo significa riconoscere ai giovani capacità di iniziativa e un ruolo effettivo nelle decisioni: costruire progetti con loro, dalla definizione dei bisogni alla valutazione dei risultati. Servono investimenti stabili e continuativi, professionalità educative e corresponsabilità tra scuola, famiglie, servizi e comunità. È indispensabile una rigorosa valutazione d’impatto: contare attività e partecipanti non basta; occorre verificare quali cambiamenti gli interventi producano, per chi e in quali condizioni. Continuità scolastica, qualità delle relazioni e opportunità di vita sono dimensioni su cui misurarne l’efficacia. Anche rendere conto dei risultati è una forma di cura. La Chiesa da sempre si occupa dei minori, anche in contesti molto complicati, quindi ha un osservatorio privilegiato su certi fenomeni. Esiste davvero un’emergenza sicurezza che riguarda i minori, come ritiene il governo? Più che un’emergenza di sicurezza, vedo un’emergenza di relazioni. Esistono fatti gravi, la cui diffusione va valutata attraverso i dati, distinguendola dalla percezione dell’insicurezza. Dobbiamo però evitare riduzionismi sociologici e categorizzazioni che fanno coincidere il disagio con le periferie o la povertà. Il disagio è trasversale: può attraversare anche famiglie economicamente solide e percorsi apparentemente riusciti. Il benessere materiale non garantisce riconoscimento, appartenenza e fiducia nel futuro. Questo non cancella le disuguaglianze, che incidono sulle risorse disponibili per affrontare le difficoltà, né significa che il disagio conduca necessariamente alla violenza. Come Chiesa siamo chiamati a raggiungere anche le sofferenze meno visibili e a incontrare ciascuno nella sua storia, senza presumere di conoscerla dalla sua condizione sociale. Decreto Sicurezza Minorenni: carcere e proteste, l’allarme dei Garanti avellinotoday.it, 25 ottobre 2026 Nuove misure restrittive contro i giovani a seguito dei disordini di Milano. Samuele Ciambriello, Portavoce dei Garanti, lancia l’allarme: “Risposta punitiva, pericolosa deriva e regressione dei diritti”. Samuele Ciambriello, Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale e Garante campano dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive, commenta il nuovo Decreto Sicurezza varato dal Governo dopo i recenti disordini registrati durante le manifestazioni nel capoluogo lombardo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’intenzione di ampliare la capienza delle carceri minorili e di destinare settori degli istituti penitenziari per adulti ai minori. Si preannuncia così una stretta repressiva nei confronti dei giovani tra i 14 e i 18 anni. Le nuove misure del Decreto Sicurezza e la risposta dei Garanti - “I disordini registrati a Milano durante le recenti manifestazioni vengono usati come pretesto immediato per far passare l’ennesima stretta repressiva. Un weekend di tensioni è bastato per varare un nuovo Decreto Sicurezza e per far annunciare dal ministro della Giustizia Carlo Nordio l’intenzione di ampliare la capienza delle carceri minorili o addirittura destinare settori degli istituti penitenziari per adulti ai minori. Il Governo risponde alle piazze e al disagio con la militarizzazione e con nuove sbarre, confermando una linea che punta solo alla propaganda e a nascondere il fallimento delle proprie politiche sociali. In questi anni hanno smantellato il sistema della giustizia minorile. Una proposta irricevibile, folle. Non c’è dubbio che la violenza, l’aggressività vada contenuta e prevenuta, non giustificata. Mare dentro e male fuori: il governo ha cambiato le fattispecie di reato, le ipotesi di arresto per i minori li ha equiparati agli adulti, affievolito i diritti e i progetti di inclusione sociale. Chiediamoci cosa sta succedendo ai nostri minori, adolescenti a metà con la morte nel cuore. Che cosa sta succedendo a noi adulti”. A dichiararlo è Samuele Ciambriello, Garante campano dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e Portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Carceri minorili: aumento della capienza e nuovi istituti - “Si parla di aprire o ampliare carceri minorili - anche dopo averne aperto tre: L’Aquila, Lecce e Rovigo - o di destinare sezioni di carceri per adulti ai giovani, come già avvenuto con il trasferimento di ragazzi alla Dozza di Bologna. Ma l’esperienza quotidiana dimostra che l’aumento dei posti letto non risolve le emergenze: le moltiplica”, sottolinea Ciambriello. “Negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) siamo di fronte a una drammatica regressione. Dopo i disastri provocati dal Decreto Caivano, che ha fatto impennare le presenze e ridotto le alternative al carcere, oggi si aggiungono la presunzione di imputabilità per i minorenni tra i 14 e i 18 anni, l’estensione dei fermi e l’introduzione di nuovi reati di piazza. Trattare i ragazzi come presunti delinquenti prima ancora che come soggetti da educare significa smantellare decenni di pedagogia che rendevano l’Italia un modello in Europa. I minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia vanno accuditi, formati, integrati, non portati in carcere o nei Cpr”. Effetti sui diritti e richiesta di un incontro urgente al Ministro della Giustizia - Il Portavoce della Conferenza dei Garanti evidenzia l’effetto a catena sul piano dei diritti costituzionali e umani: “Mentre si marginalizza il ruolo dei Magistrati di Sorveglianza e della Magistratura ordinaria, si estendono i controlli sui minorenni e sui centri per i rimpatri (CPR) e si militarizzano le città. Tuttavia, la sicurezza non si ottiene con le sbarre o con l’esercito per le strade, ma con prevenzione, scuola e politiche sociali. Se una persona sbaglia non deve pagare, ma cambiare!” A fronte di numeri già critici della giustizia minorile in Italia, Ciambriello rinnova un appello urgente alle istituzioni, alle Regioni, al Terzo Settore e chiede un incontro al ministro Nordio: “Bisogna interrompere la spirale dell’emergenza e ritornare alla cultura educativa e dell’accudimento. Serve un piano straordinario di assunzioni e formazione specifica per educatori, assistenti sociali, agenti di polizia penitenziaria e personale socio-sanitario, con figure specializzate per l’ascolto e la mediazione culturale per i tanti ragazzi stranieri soli. Chiedo pubblicamente un incontro urgente al Ministro Nordio per portargli criticità e buone prassi mostragli una fotografia in bianco e nero di quello che succede davvero all’interno degli IPM”. Costruire carceri “senza riferimenti, né pensiero né progetto”: così la Costituzione resta fuori di Cesare Burdese* Ristretti Orizzonti, 25 ottobre 2026 Succede che, nella stagione edificatoria carceraria in corso, la costruzione di un padiglione detentivo da 80 posti, destinato ad ampliare un Istituto penitenziario insieme ad altri sette Istituti, venga messa a gara con un progetto precedentemente sottoposto a un processo di revisione progettuale da parte della Commissione ministeriale per l’architettura penitenziaria. Un lavoro volto a migliorarlo per avvicinarlo ai principi della Costituzione e alle acquisizioni più avanzate del dibattito architettonico internazionale sulla qualità ambientale, sul benessere psicofisico e sulla funzione risocializzativa dello spazio detentivo. Succede che il direttore di quell’Istituto, in quella circostanza interroghi il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per sapere a quale tipologia di detenuti sia destinato il nuovo padiglione, e che gli venga risposto che non lo si sappia, ma che, comunque, il padiglione debba essere costruito e che poi si vedrà. Si costruisce, dunque, senza sapere per chi, per quali esigenze trattamentali e secondo quale progetto di vita detentiva. Ma c’è di più. Si costruisce in un Istituto già fagocitato dal sovraffollamento e gravemente carente di spazi per le attività trattamentali senza che il problema dell’impatto di ulteriori 80 posti detentivi venga affrontato preventivamente. Come se aggiungere detenuti fosse un’operazione puramente contabile, indifferente alle condizioni materiali della loro permanenza e alle risorse necessarie per rendere effettivo il trattamento rieducativo. L’insediamento di quel padiglione sottrae inoltre spazi aperti all’interno del recinto penitenziario, compromettendone ulteriormente la disponibilità per attività trattamentali, ricreative, sportive e di socialità. Si consuma così un paradosso: mentre si dichiara di voler migliorare la qualità abitativa del carcere e potenziare la risposta trattamentale, si riducono proprio quegli spazi che potrebbero contribuire al benessere psicofisico, alla vita collettiva e alla risocializzazione delle persone detenute. Si aggiunga che, nello stesso Istituto, è prevista prossima la costruzione di un ulteriore padiglione da 120 posti. Un’espansione complessiva che solleva interrogativi sempre più inquietanti sulla sostenibilità degli interventi, sulla disponibilità di spazi e servizi e sulla concreta possibilità di garantire attività trattamentali adeguate, imponendo una riflessione sulla stessa idea di carcere che guida una simile moltiplicazione di posti detentivi in un contesto già sovraffollato e carente di opportunità rieducative. La forsennata corsa all’incarcerazione in atto, che investe anche la Giustizia minorile, rende questi interrogativi ancora più urgenti. Le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla possibilità di collocare minori in sezioni di istituti penitenziari per adulti alimentano la certezza che la risposta all’aumento della popolazione detenuta venga affidata non alla revisione delle politiche penali, ma esclusivamente alla moltiplicazione dei posti e all’intensificazione dell’utilizzo degli spazi esistenti. La tendenza in atto a più incarcerazione e le dichiarazioni del Ministro Nordio, delineano uno scenario inquietante: celle progettate per ospitare una sola persona potrebbero finire per accoglierne due, o addirittura più, padiglioni pensati per contenere adulti che potrebbero un giorno accogliere anche minorenni. È un rischio che non può essere ignorato né considerato una soluzione amministrativa accettabile. Il rispetto della dignità, degli spazi personali e delle condizioni materiali di detenzione non è una variabile da comprimere per far fronte alla domanda di posti. Né l’eventuale mancata irrogazione di sanzioni da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo potrebbe essere assunta come misura della legittimità o della qualità costituzionale del carcere. Si aggiungono posti, ma si sottraggono possibilità di vita. Si amplia la capienza, ma si restringono gli spazi, le risorse e le condizioni necessarie alla rieducazione, aggravando al contempo le difficoltà operative di tutto il personale penitenziario, chiamato a garantire sicurezza, gestione della quotidianità e percorsi trattamentali in contesti strutturalmente più complessi e potenzialmente inadeguati. E si rischia così di confondere la capacità di contenere corpi con la capacità di assolvere una funzione costituzionale, dimenticando che senza condizioni ambientali, organizzative e professionali adeguate, anche il mandato rieducativo rischia di rimanere una mera enunciazione di principio. Nel frattempo succede che, il solerte direttore dell’Istituto abbia ritenuto di dover apportare, in totale autonomia, sostanziali modifiche al progetto, guidato esclusivamente dai propri criteri di funzionalità penitenziaria. Il risultato è lo snaturamento delle soluzioni architettoniche introdotte dalla Commissione ministeriale e il ritorno a un paradigma spaziale tradizionale, fondato sulla contenzione, sul controllo e sulla subordinazione della persona alle esigenze dell’apparato custodiale. È questa la sorte riservata all’architettura quando viene sopraffatta dall’edilizia e l’elaborazione culturale viene sacrificata all’insipienza amministrativa. Non siamo di fronte a una semplice controversia progettuale, né a una legittima esigenza di adattamento funzionale. Siamo di fronte al fallimento di un percorso che avrebbe dovuto dimostrare come anche il carcere possa essere concepito e organizzato a partire dalla centralità della persona, dei suoi bisogni e dei suoi diritti, riconoscendo tale principio a chiunque viva e operi al suo interno: detenuti e personale penitenziario. La questione è radicale: a che cosa serve investire risorse, competenze e lavoro di ricerca per migliorare l’architettura penitenziaria, se poi l’Amministrazione che la ha in carico può ignorarne le ragioni culturali e costituzionali, modificandola senza un confronto interdisciplinare e senza verificare le conseguenze sul benessere e sul trattamento delle persone detenute? E ancora: quale razionalità può giustificare l’incremento della capienza di un istituto già sovraffollato, senza un’adeguata valutazione dei servizi, degli spazi comuni, delle aree all’aperto e delle risorse necessarie a sostenere la vita detentiva? La capienza non può essere una cifra isolata dal contesto. Ogni nuovo posto richiede spazi, attività, personale e opportunità trattamentali. Diversamente, l’ampliamento diventa soltanto un moltiplicatore delle criticità esistenti. L’architettura penitenziaria non è un involucro neutro, né una mera questione di distribuzione degli spazi. È una componente materiale della pena: condiziona la vita quotidiana, la salute, i comportamenti, le relazioni e le opportunità di cambiamento. Per questo non può essere ridotta a edilizia carceraria, né valutata esclusivamente attraverso parametri custodiali. Da architetto impegnato da decenni nel tentativo di far crescere, nel nostro Paese, un fronte culturale capace di rinnovare radicalmente il modo di pensare e progettare il carcere, considero questa vicenda emblematica e allarmante e non posso astenermi dallo stigmatizzarla. Essa dimostra quanto sia fragile ogni avanzamento quando non è sostenuto da una cultura istituzionale condivisa, da competenze adeguate e dalla consapevolezza che la Costituzione deve orientare non soltanto le norme e le intenzioni, ma anche la forma concreta degli spazi nei quali la pena viene eseguita. La stessa sorte toccherà ai restanti padiglioni, continuando gli interventi ad essere valutati in termini di posti detentivi da realizzare, anziché sulla base della qualità degli spazi, della loro compatibilità con il contesto esistente e della loro capacità di contribuire alla funzione costituzionale della pena. Così, l’opportunità di ripensare l’architettura carceraria secondo un paradigma diverso andrà perduta, lasciando spazio, ancora una volta, alla riproposizione di modelli del passato, come se fossero inevitabili. Continueremo a costruire nuovi posti detentivi, senza costruire alcun futuro. Avremmo finanziato edifici, non innovazione; moltiplicato le strutture, non le possibilità di risocializzazione; consumato risorse pubbliche per perpetuare un modello che la cultura architettonica più avanzata, le scienze del benessere e i principi costituzionali ci chiedono di superare. Il problema non è soltanto chi progetta il carcere, ma quale cultura governa il progetto. E finché l’architettura resterà subordinata alle logiche dell’edilizia penitenziaria di sempre, la ricerca alla routine amministrativa e la Costituzione estranea alla concretezza dello spazio detentivo, ogni promessa di rinnovamento sarà tradita prima ancora che le porte del nuovo padiglione vengano aperte. Non basta costruire nuove carceri. È necessario promuovere un cambiamento profondo nell’approccio alla detenzione, superando modelli ormai inadeguati e ripensando gli spazi penitenziari come contesti in cui benessere, tutela dell’integrità psicofisica, legami umani e reinserimento sociale possano trovare concreta realizzazione, per chi è ristretto come per chi vi lavora. Occorre soprattutto interrogarsi sulle politiche che producono il bisogno di nuovi posti, anziché considerare l’espansione della detenzione una risposta inevitabile. Altrimenti, anche il futuro sarà soltanto una replica, in cemento armato, del passato. *Architetto L’affondo del Governo contro i pro-Pal, i paletti dei magistrati: nuovo scontro sulle piazze di Marco Iasevoli Avvenire, 25 ottobre 2026 Il giorno dopo le tensioni ai cortei, appare chiara la strategia dell’esecutivo, intenzionato a sfruttare il fermo di Youssef Siher, “mente” del Movimento 17 ottobre, per rilanciare la battaglia contro le posizioni “islamiste”. L’Anm però mette in guardia: attenti a scegliere solo la logica emergenziale e punitiva. È a sera, unendo i puntini di una giornata lunghissima, che si comprende meglio la partita politica che si è giocata nelle piazze. Il profilo di Youssef Siher è perfetto per capire come e dove si muoverà il Governo nei prossimi giorni e in vista delle prossime manifestazioni: l’affondo preventivo e repressivo sarà verso la galassia pro-Pal vicina a posizioni “islamiste”, indiziata di costituire la regia occulta dell’intera mobilitazione giovanile; l’affondo politico sarà al contempo verso quelle che saranno definite le “contiguità” di una certa sinistra. Una strategia che va di pari passo con la rivendicazione della linea dura, alla luce di un bilancio giornaliero meno pesante di quanto temuto. Solo nei seguiti giudiziari dei fermi, però, si andrà a misurare l’efficacia del nuovo decreto-sicurezza, e su questo punto l’Anm ieri ha già fatto capire quale musica suonerà: le nuove norme del governo, ha detto l’associazione dei magistrati, è “miope”. Per capire bene come il Governo e la maggioranza hanno vissuto il sabato dei cortei, bisogna mettere al centro la dichiarazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha prestato i militari per la gestione dell’ordine pubblico: “I miei complimenti al collega Piantedosi e alla Polizia per aver individuato l’ideatore del movimento 17 ottobre. Non un emarginato ma una persona molto introdotta e che aveva avuto molte più occasioni di lavoro e collaborazioni di gran parte dei suoi coetanei. Da quotidiani ad enti pubblici, ha frequentato il gotha dell’intelleghentia italiana. E si sono visti i risultati”. Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa si complimenta con Piantedosi, e anche nelle sue parole abbondano indizi su dove la maggioranza vuole portare la discussione: “Solo ai delinquenti e a qualche sessantottino in ritardo danno fastidio i nostri uomini in divisa”. Ancora più chiaro un uomo della seconda fila di FdI, Sandro Sisler, vicepresidente della commissione Giustizia al Senato: per lui partendo da Siher bisogna procedere verso “la galassia dei collettivi antagonisti, i centri sociali e gruppi di giovani violenti, i cosiddetti maranza, che potrebbero essere strumentalizzati come vere e proprie milizie di piazza”. In qualche modo maggioranza e Governo provano a suggerire piste investigative. Ma qui arrivano le riserve dei magistrati. Durante il Comitato direttivo centrale dell’Anm, proprio il nuovo decreto dell’esecutivo è finito sotto la lente. La diagnosi la fa il presidente dell’associazione, Giuseppe Tango, che parla di una “scorciatoia miope”. Rispondere ai fatti di cronaca con nuovi reati, afferma Tango, è appunto una strategia “miope”, che non risolve nulla, anzi “intasa le aule giudiziarie ed esaspera le criticità degli istituti di pena”. Nella sua relazione, Tango ha messo in fila le sue riserve: “Troppo spesso assistiamo alla tentazione di rispondere a complessi problemi sociali o a contingenti fatti di cronaca attraverso la creazione di nuove figure di reato o un inasprimento sconsiderato delle pene”. Ma, prosegue il presidente dell’Anm, “fermo restando la condanna degli atti vandalici, delle violenze e delle devastazioni, oltre alla solidarietà agli agenti rimasti feriti è necessario interrogarsi sulle cause dei fenomeni e individuare strategie di contrasto efficaci”. Il bersaglio è quella che Tango chiama “logica emergenziale e meramente punitiva”, incapace di rispondere alla complessità del disagio giovanile e dei reati commessi da minorenni. Anche il centrosinistra ha guardato da un lato con speranza, da un lato con preoccupazione, alle piazze di giornata. Da Cagliari, la segretaria dem Elly Schlein si limita a ricordare che “la responsabilità della sicurezza compete al Governo”, e che sarebbe importante “coinvolgere i sindaci”. Nel Pd, però, c’è preoccupazione sulla possibilità che Governo e maggioranza mettano alle strette il centrosinistra su violenze e “regie”. Lo fa capire Arturo Scotto quando accusa l’esecutivo di voler partorire una “strategia della tensione”. Chiaramente schierati dalla parte dei manifestanti Avs e M5s, riserve invece di Italia Viva su “chi va ai cortei con le molotov”. Nordio: “Mai sognato di chiedere arresti di massa per i ragazzi. L’obiettivo è prevenire” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 25 ottobre 2026 Carlo Nordio, ministro della Giustizia: altri scontri, ma niente devastazioni e l’arresto della mente del Movimento 17 ottobre. Bilancio? “Questo dimostra che la prevenzione ha funzionato”. I ragazzi chiedono futuro, crede che la soluzione sia davvero il carcere? “Mai detto. La soluzione è progressiva. La famiglia deve educare, la scuola provvedere all’educazione civica e le parrocchie o le associazioni all’aggregazione. In tema di ordine pubblico, occorre prevenire. E abbiamo istituito il fermo preventivo, che non è carcere, ma un controllo. Ma, in casi come Milano, purtroppo come extrema ratio servono misure coercitive”. Continua ad auspicare arresti di massa di minori? “Mai sognato di dirlo. Chi lo sostiene non ha visto la mia intervista a SkyTg24 o la interpreta a suo uso e consumo. In carcere ci sono 3 minori. Non ce li ho mandati io, ma la magistratura perché li ha ritenuti “socialmente pericolosi”. Il problema è che gli istituti minorili sono affollati e hanno posti limitati, 3 in un giorno già significa aumentare la capienza in modo insostenibile. Non lo auspico, ma se gli arresti continuassero il problema si porrebbe”. Nelle comunità di accoglienza non c’erano posti... “A me non risulta, ma se qualcuno ha un provvedimento con questa motivazione lo leggerò con attenzione”. La soluzione può mai essere minori in cella con adulti? “Mai detto, anche questo. Semmai di riadattare strutture per adulti. Facendole però diventare solo per minori, con le adeguate garanzie di legge”. Il suo piano per le misure alternative? Era propaganda? “No, è in corso. Ci sono già i nuovi Ipm di Rovigo, Lecce, L’Aquila; più funzionari pedagogici e agenti; più magistrati in Procure e Tribunali per i minori. C’è il piano di giustizia inclusiva da 280 milioni di euro in atto, e le collaborazioni con una decina di enti, con la Comunità di Sant’Egidio. La manutenzione straordinaria nelle carceri per adulti ha già creato circa 600 posti. E a novembre entrano le imprese per i nuovi moduli: 250 posti a Livorno, 200 tra Vibo Valentia e Reggio Calabria, 200 tra Alba e Alessandria e 400 a San Vito al Tagliamento”. L’hanno invitata a rileggere “Pinocchio”, arrestato per aver denunciato un furto... “Era un’allegoria sulla fallibilità della giustizia umana. E i primi bersagli di Pinocchio sono i giudici”. Perché reintrodurre per decreto reati che già c’erano? “Non è cosi. Lo stesso presidente della Repubblica ha detto che sono fenomeni “inediti”. E se il reato non è perfettamente tipicizzato non lo puoi contestare. C’era il danneggiamento e la resistenza al pubblico ufficiale, ma messi insieme no. E la convocazione via social, cancellata all’ultimo per evitare la polizia e devastare impunemente, è di una gravità inaudita”. Gabrielli la accusa di bulimia di decreti inutili. Sbaglia? “Dopo il tanto vituperato decreto, non si sono più fatti rave party e di conseguenza non ci sono stati più danneggiamenti. Dispiace che Gabrielli non lo sappia, perché è una persona seria. Nuove forme di reato prendono il posto di quelle vecchie perché la criminalità cambia: le rapine in banca sono crollate perché c’è meno cash, come i sequestri di persona, ma emergono nuovi reati collegati allo sviluppo tecnologico: dalle truffe informatiche alle manipolazioni sulle elezioni con l’intelligenza artificiale”. Aveva lanciato l’allarme terrorismo. Mica lo vedrà in queste manifestazioni... “Fino a ieri no. Ma quando ho visto che persone fortemente radicalizzate cercano di sfruttare il disagio giovanile, mi sono ricordato che le Br sono iniziate così: utilizzando la protesta operaia e dei giovani. La gran parte ne è rimasta fuori, ma qualcuno è stato preso nella rete del terrorismo. Bisogna essere sempre vigili”. Nel governo c’è chi teme che la Russia soffi sul fuoco. Lei? “Lungi da me l’idea di accusare un Paese. Ma che la protesta esploda contemporaneamente in mezza Europa, dalla Francia alla Spagna, con stessi sistemi di aggregazione via social, può farci pensare a un coordinamento. Potrebbe anche essere semplice criminalità organizzata”. Quattro anni di governo l’hanno resa giustizialista? “No, il garantismo ha due facce. Difendere la presunzione di innocenza e la privacy e noi abbiamo introdotto il giudice collegiale, limitato le intercettazioni. Ma non è accettare la devastazione delle città. Come dice l’importante dem Vincenzo De Luca, le manganellate a volte sono giuste. Piuttosto si mettano d’accordo tra di loro”. Non si guarda più al dito (le devastazioni) che alla luna (il disagio dei giovani)? “Vengo da San Patrignano. Ho visto esempi straordinari di giovani e minori ex tossicodipendenti a dimostrazione che la possibilità di recupero dà buoni frutti. È vero che molti giovani vanno all’estero, ma per ostacoli burocratici. Abbiamo ricorsi, tasse e balzelli che poi si riflettono sugli stipendi: più bassi. Si dovrebbe aprire un tavolo assieme all’opposizione per studiare soluzioni sostenibili”. Conte le chiede di andar via. “Non so più quante volte l’abbia chiesto. L’ultima per un mio incontro con la Minetti in Uruguay che era una bufala. Non ha mai chiesto nemmeno scusa”. Si ricandiderà? “Il prossimo anno compirò ottant’anni. Da ministro, credo di aver dato abbastanza e battuto i record di longevità. Rifarlo sarebbe stucchevole. Sono gratissimo a Giorgia Meloni per l’opportunità, ma alla mia età credo di aver diritto di tornare alle mie letture, al nuoto, alla famiglia e ai gatti”. Cosima Buccoliero: “Troppi ragazzi si sentono esclusi. Li intercettiamo già in carcere” di Dario Crippa Il Giorno, 25 ottobre 2026 “Si sentono esclusi, provano una rabbia distruttiva che poi esplode nelle piazze. Ma quello che abbiamo visto in questi giorni a Milano, noi lo vediamo prima”. E con il pronome “noi”, Cosima Buccoliero, da trent’anni al lavoro nelle carceri di mezza Italia, dal 2023 alla direzione della casa circondariale di Monza, prima per due anni e mezzo alla direzione del carcere minorile Beccaria di Milano, una lunga esperienza anche in realtà come Opera o il carcere modello di Bollate, intende chi si sporca le mani quotidianamente nella gestione di una popolazione carceraria sempre più giovane, sempre più composta da cittadini di origine extracomunitaria, sempre più disperata e rabbiosa. “In carcere questi problemi si manifestano prima, assistiamo a una rabbia crescente dovuta soprattutto alla mancanza di opportunità e di percorsi in cui incanalare le legittime aspirazioni, le pulsioni interiori”. Chi sono questi ragazzi? “Tanti italiani cresciuti in contesti disagiati, in periferia, molti di seconda generazione, molti arrivati in Italia come minori non accompagnati ma che nel frattempo sono cresciuti. Tutti sono accomunati dal sentirsi esclusi dal modello di consumismo che gli viene imposto quotidianamente, da un sistema valoriale con cui si scontrano”. Giovanissimi? “Anche negli istituti minorili si tratta di ragazzi di difficile gestione, presi da un istinto di rabbia distruttiva”. Li abbiamo visti sfondare le vetrine per rubare abiti firmati? “Ma non c’è solo quello. Sicuramente vanno ad appropriarsi di quello che non possono avere, ma allo stesso tempo vogliono distruggere quel mondo da cui si sentono esclusi”. Nella casa circondariale di Monza c’è un sovraffollamento a livelli spaventosi... “A Monza attualmente ci sono 764 detenuti (per una capienza di 413 posti, ndr) e ovviamente questo rende tutto più difficile. Anche se non basta costruire carceri più grandi. Un carcere non ha mai risolto i problemi”. E una volta fuori? “Il disagio a cui assisto lo vedo anche come cittadina: abito in una zona periferica di Milano come quella attorno a via Padova e vedo anch’io questi ragazzi ciondolare e fare capannelli da mattina a sera creando un allarme sociale come se stessero organizzando chissà cosa. La differenza è che io li riconosco perché spesso poi li ritrovo in carcere. Sono soprattutto ragazzi che si sentono esclusi e che la scuola, nonostante gli sforzi, fatica a coinvolgere. Ragazzi che se non riescono a stare al passo a volte entrano in conflitto con quei modelli culturali da cui vengono bombardati. Schiacciati da modelli di consumismo da cui si sentono tagliati fuori, si sfogano con la violenza”. L’appartenenza ad altre culture complica le cose? “Conosco molti stranieri di origine araba che si sentono presi in mezzo a questo conflitto: da un lato c’è l’idea, inculcata dai genitori, che entro i 30 anni devono mettere su famiglia e fare figli. Dall’altra c’è la consapevolezza che tutto questo sarà difficile se non impossibile, che tutto questo è loro precluso. Soprattutto quando si accorgono che non riusciranno a trovare facilmente un lavoro in regola. Quando arrivano in carcere, questi sogni naufragano miseramente: arrivano con i loro sogni, le loro ambizioni, l’idea di trovare un lavoro, un disperato bisogno di trovare i soldi da mandare alle famiglie lontane. Poi, quando si accorgono che la strada per un guadagno legale a breve termine è complessa, cadono nelle mani delle organizzazioni criminali che approfittano delle loro fragilità”. Una storia che l’ha colpita? “Tantissime. Penso ad esempio a un ragazzo originario dell’Africa che eccelleva negli sport, nella pallacanestro in particolare, e sarebbe riuscito a sfondare se non si fosse fatto trasportare dalle cattive amicizie. Aveva perso la madre, il padre si era risposato costruendosi una nuova famiglia da cui lui si sentiva escluso. Abbiamo fatto una fatica enorme per tirarlo fuori dal pantano in cui si era infilato, e che lo aveva portato a entrare e uscire di prigione”. Ci siete riusciti? “Spero di sì, forse ce l’abbiamo fatta a reindirizzarlo e a tirarlo fuori dalla strada. Ora ha anche ripreso a giocare a basket”. Che reati commettono i giovani detenuti? “I reati predatori soprattutto, furti e rapine, spesso ai danni di coetanei (cui spesso non a caso strappano i-Pod, cuffie, telefonini, capi di abbigliamento griffati, ndr). E poi spaccio di droga: quando si sentono liberi e più grandi di quello che in realtà sono, vengono abbindolati per guadagnare soldi facili. Convinti ad assumere stupefacenti e diventare loro stessi spacciatori”. Come il Gatto e la Volpe? “Esattamente, molti di loro arrivano in Italia dopo percorsi difficilissimi e hanno l’esigenza di mandare soldi alle famiglie di origine. E lo spaccio è una tentazione”. In carcere però... “La situazione diventa irrimediabile, chiedono disperatamente una possibilità, ma non la troveranno facilmente. I documenti per mettersi in regola pure”. Un miraggio... “E fuori dal carcere non hanno nessuno che li aspetta. La situazione è peggiorata tantissimo: quando sono arrivata a Monza la percentuale di detenuti stranieri era sotto la metà, oggi è al 53%. Una situazione che si aggrava sempre di più”. Quanti sono i giovani? “Attualmente, su 764 detenuti a Monza, 120 sono sotto i 25 anni”. Csm al voto dopo il referendum: diecimila magistrati scelgono i membri togati di Giuseppe Salvaggiulo La Stampa, 25 ottobre 2026 È la prima elezione dopo il referendum costituzionale dello scorso marzo sulla separazione delle carriere. Si vota domenica 25 ottobre e lunedì 26. Niente voto telematico. Diecimila magistrati al voto per le elezioni del Consiglio superiore della magistratura. È la prima elezione dopo il referendum costituzionale dello scorso marzo sulla separazione delle carriere. La vittoria del No ha scongiurato l’introduzione del sorteggio e garantito ai magistrati il diritto di eleggere i venti componenti togati. Si vota domenica 25 ottobre e lunedì 26. Niente voto telematico: le urne saranno trasferite fisicamente a Roma, dove si svolgerà lo scrutinio. Risultati entro giovedì. Sistema elettorale misto: uninominale in macrocollegi (Cassazione, giudici e pubblici ministeri su base territoriale), con recupero proporzionale dei migliori perdenti, collegati tra loro secondo appartenenze per correnti. Dal punto di vista politico, le elezioni hanno tre aspetti principali. Primo: l’inedita divisione a destra, dove la corrente egemone, Magistratura Indipendente, si è divisa al momento delle candidature e rischia di perdere lo storico feudo della Cassazione. Secondo: il ritorno in grande stile di Cosimo Ferri, già leader della stessa Magistratura Indipendente, nonché mister preferenze (a 35 anni al Csm, poi all’Anm con il record di 1199 voti), prima di andare in politica (sottosegretario alla giustizia) e imbastire le trame dell’hotel Champagne; la presenza di un corpo elettorale mai così giovane: un quarto dei magistrati ha indossato la toga negli ultimi anni, con le frequenti infornate di concorsi, e si tratta di una magistratura geneticamente e culturalmente diversa, che è tornata a coltivare l’impegno ideale anche se fuori dalle correnti, e si è forgiata nella battaglia del referendum. Sessantaquattro i candidati in tutta Italia. Le correnti principali sono Magistratura Indipendente, Area Democratica per la Giustizia, Unità per la Costituzione, Magistratura Democratica che ha stabilito un accordo con la neonata Rete autogoverno diffuso (una sorta di indipendenti di sinistra, radunatisi attorno al consigliere uscente Roberto Fontana). Poi ci sono i candidati sorteggiati di Altra Proposta e quelli indipendenti, tra cui alcuni collegati a Cosimo Ferri. Quattro i candidati piemontesi, tutti nel collegio dei giudici: Roberto Arata (Area), Alessandra Salvadori (Unicost), Alberto Giannone e Luisa Ferracane per Altra Proposta. Dalle elezioni usciranno gli equilibri del nuovo Csm per i prossimi quattro anni, scavallando dunque le elezioni politiche. Il 28 ottobre è convocato il Parlamento in seduta comune per eleggere i dieci componenti laici (avvocati o professori universitari in materie di diritto). Il termine per le candidature femminili è stato prorogato perché finora su 137 nomi in elenco ce ne sono solo 42 di donne. Ad aspirare a un seggio al Csm ci sono l’ex pm di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, il parlamentare di Forza Italia Pierantonio Zanettin (“tramite gruppi parlamentari”), i senatori del Pd Alfredo Bazoli e Anna Rossomando, l’ex ministra per le Disabilità Erika Stefani della Lega, l’ex presidente leghista dell’Umbria Donatella Tesei. Oltre all’ex componente del Csm di area Verdi, Paola Balducci, il costituzionalista torinese Enrico Grosso, già presidente del Comitato per il No al referendum costituzionale. La maggioranza di centrodestra punta a eleggere otto componenti su dieci, lasciandone solo due all’opposizione, e a un’alleanza con i togati conservatori (o indipendenti di destra) per controllare il Csm a prescindere dal risultato delle elezioni politiche. Padova. Detenuto si uccide al Due Palazzi. “Nordio agisca, altro che nuove celle” di Roberta Merlin Corriere del Veneto, 25 ottobre 2026 Aveva 61 anni. Il garante: “I trasferimenti da Venezia hanno peggiorato la situazione”. Ancora un suicidio nel carcere Due Palazzi. All’alba di ieri, un detenuto di 61 anni, di origine straniera, è stato trovato impiccato nella propria cella. Inutili i soccorsi degli agenti della polizia penitenziaria e del personale sanitario. L’uomo avrebbe finito di scontare la pena nel 2038. È il terzo suicidio dall’inizio del 2026 nell’istituto padovano. L’ultimo gesto estremo tra le mura del carcere richiama il tema dell’isolamento di chi deve scontare una pena. “È l’ennesimo suicidio in carcere, in una situazione che continua ad essere drammatica - spiega Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti - il detenuto che si è tolto la vita al quarto piano non era seguito da noi. Quello che osserviamo è che spesso le persone isolate, che non partecipano alle attività, rischiano sono più a rischio”. “Quello che più colpisce è la mancanza di speranza che si respira ultimamente - fa notare la volontaria - una persona detenuta che vive in condizioni poco dignitose causate dal sovraffollamento, dalla carenza di servizi e dalla scarsa possibilità di pensare ad un futuro fuori dal carcere, cade inevitabilmente in una condizione di estrema fragilità”. A Padova pesa anche il vuoto istituzionale del garante comunale dei detenuti. Il mandato di Antonio Bincoletto è scaduto il 30 aprile, la candidatura dell’ex magistrata Paola Cameran non ha raggiunto per due volte i voti necessari in Consiglio comunale. Bincoletto continua a visitare il carcere settimanalmente, ma non c’è ancora una nuova nomina. “La mancanza di questa figura da sei mesi - spiega l’ex garante - a Padova rende ancora più difficile la situazione, c’è un grave sovraffollamento peggiorato negli ultimi mesi con lo spostamento di alcuni detenuti da Venezia a Padova per il problema delle cimici”. C’è poi il problema del numero insufficiente di agenti: “Di notte, quando si consuma la maggior parte dei suicidi, i soli psicologi sono gli agenti - spiega Gianpietro Pegoraro della Fp Cgil polizia penitenziaria - a Padova c’è un educaogni 120 detenuti, senza contare il numero ristretto di psicologi. In questa carenza strutturale e organizzativa, le situazioni di fragilità si aggravano, portando al compimento di gesti estremi, purtroppo in aumento”. “Mentre l’attenzione della politica è catalizzata sulle piazze e sull’ordine pubblico - l’intervento del segretario generale del sindacato Gennarino De Fazio - nelle quelle carceri si continua a morire. La Casa di Reclusione di Padova non è solo i laboratori di pasticceria dove recarsi in pompa magna con tanto di telecamere al seguito, ma è fatta soprattutto di 696 detenuti letteralmente stipati in soli 432 posti (161% di sovraffollamento) e di 295 agenti del corpo di polizia penitenziaria che si sobbarcano il lavoro e le responsabilità di almeno 445. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, anziché pensare di riservare a minorenni settori delle carceri per adulti, trovi il modo per deflazionare concretamente la densità detentiva di tutti i penitenziari”. Pordenone. Un allarme per il carcere di San Vito al Tagliamento di Franco Corleone Messaggero Veneto, 25 ottobre 2026 La situazione delle carceri continua a essere terribile e senza speranza. Anche i suicidi non provocano più emozione sono relegati a una fredda contabilità e il sovraffollamento è ridotto a un superlativo che non fa scandalo nonostante incida sulla dignità delle persone ammassate in pochi metri quadri, con i letti a castello e con i tempi di attesa imbarazzanti per usare il cesso. Udine è all’undicesimo posto nella classifica della vergogna con il 196% di indice reale di sovraffollamento. Il Garante dei diritti dei detenuti con Icaro e la Società della Razione il 13 novembre metteranno al centro, nel tradizionale seminario di riflessione. Il tema della salute e della sanità da affrontare con urgenza. Se la Regione e l’assessore Riccardi si convincessero a dare un segno di svolta radicale, già sarebbe una cosa positiva. Simbolicamente la sostituzione dei materassi nelle celle, eliminando quelli che intossicano detenuti e agenti della polizia penitenziaria in caso di incendio, avrebbe un enorme valore simbolico. D’altronde il ministro Nordio ha respinto tutte le proposte di riforma elaborate dalle associazioni impegnate nel superare la necessità del carcere, che privilegiano le alternative alla detenzione. Ma il governo non condivide il principio della pena umana e del reinserimento sancito dall’articolo 27 della Costituzione e preferisce la costruzione di nuove carceri (per fortuna in via Spalato si è imposta una bella ristrutturatone) con il dubbio che si vogliano sperperare soldi in cemento invece che in attività di sostegno sociale. Pare che del fantomatico piano carcere si realizzerà solo l’istituto di San Vito al Tagliamento con una capienza di 300 posti e l’unico elemento accettabile è che a Udine e Trieste si rispetterà la capienza regolamentare. La notizia assai accreditata è che la costruzione sarà ultimata. La trascuratezza non è tollerabile soprattutto perché rappresenta il disprezzo della autonomia e degli spazi di vita quotidiana per le persone per il mese di aprile del prossimo anno e questo obiettivo è sostenuto dal governo e in particolare dal Ministero dei Lavori pubblici che ha la responsabilità dell’appalto affidato all’impresa Pizzarotti con un impegno finanziario inusuale. Tutto bene? In realtà appare incredibile che il progetto non rispetti le previsioni della legge penitenziaria all’art. 9 del Regolamento di attuazione, agli articoli 13 e 141, in particolare per quanto riguardi la presenza di uno spaccio o se si vuole un supermercato per consentire gli acquisti dei prodotti del cosiddetto sopravvitto da parte dei detenuti, finora sistematicamente sottoposti al dominio delle imprese di mantenimento. Pare che anche la presenza di una mensa° refettorio per la consumazione dei pasti come accade in tutte le comunità. stata trascurata. La violazione della legge è intollerabile. Anche negli istituti esistenti vi era un tempo per le necessarie ristrutturazioni e l’amministrazione penitenziaria dovrà rispondere di omissione d’atti di ufficio. Ma la inadempienza è inconcepibile in un carcere di nuova costruzione e con ampi spazi. La trascuratezza non è tollerabile soprattutto perché rappresenta il disprezzo della autonomia e degli spazi di vita quotidiana per le persone private della libertà personale, ma non dei diritti fondamentali. Questa denuncia non può cadere nel vuoto. C, tutto il tempo per rimediare con una variante a un errore ingiustificabile. La Società della Ragione in occasione della presentazione del progetto del carcere a San Vito con la presenza del Commissario per l’edilizia penitenziaria organizzò un confronto pubblico. Correva l’anno 2014. Sembra una barzelletta il tempo passato inutilmente, neppure per la scelta carcerata. In quella occasione intervenne Maurizio Battistutta che espresse le forti perplessità, se non la decisa contrarietà della Conferenza Giustizia Volontariato del Friuli Venezia Giulia e le sue parole, puntuali e ancora attuali si possono leggere nel volume Via Spalato (edito ne12019 da Menata) e curato da Roberta Casco e da me) in un articolo intitolato “San Vito, un nuovo carcere o un carcere nuovo?”. Apriremo nelle prossime settimane un confronto proprio dalla riflessione del fondatore di Icaro e primo garante dei detenuti di Udine, per mettere in guardia dalla costruzione di un contenitore di corpi, senza vita, senza speranza, senza d i ritti e contro la legge. Teramo. Castrogno, arrivano nuovi detenuti ma mancano materassi, cuscini e reti iltrafiletto.it, 25 ottobre 2026 La struttura va avanti tra sovraffollamento dei detenuti e personale sotto organico. Al carcere di Castrogno, a Teramo, l’arrivo di nuovi detenuti torna a proporre un’emergenza: trovare materassi, cuscini e reti per garantire a tutti un posto dove dormire. Non si parla di comfort, privilegi o servizi straordinari. Si parla del minimo indispensabile per assicurare condizioni dignitose a chi entra in una casa circondariale. Nelle ultime ore sarebbe scattata una vera e propria corsa al recupero del materiale necessario per sistemare i nuovi arrivati. Una situazione che riporta al centro il problema del sovraffollamento, spesso raccontato attraverso numeri e percentuali, ma che nella quotidianità assume un significato molto più concreto: quanti detenuti possono essere accolti garantendo a ciascuno almeno un letto? Il problema non riguarda soltanto chi deve scontare una pena o attendere un giudizio, ma anche il personale della Polizia penitenziaria, chiamato a gestire una struttura alle prese con difficoltà organizzative e materiali. La dignità di una persona detenuta comincia anche da un materasso, da un cuscino e da una rete. Tre oggetti comuni che, in un carcere, non dovrebbero mai trasformarsi in beni da cercare all’ultimo momento. Resta una questione: come può una casa circondariale continuare ad accogliere nuovi detenuti se persino la disponibilità del necessario per il riposo notturno rischia di diventare un’emergenza? Pesaro. Isaia, l’aiuto silenzioso. Il volontariato in carcere compie venticinque anni di Elisabetta Ferri Il Resto del Carlino, 25 ottobre 2026 L’associazione entra tutti i giorni a Villa Fastiggi con dodici persone “Sospendiamo il giudizio: la nostra prerogativa è sempre l’ascolto”. È il tempo a decretare quando un servizio ha il dono della costanza. “Isaia, volontari col carcere di Pesaro” ha festeggiato sabato mattina il suo 25° anniversario, un’associazione che opera senza fare troppo rumore in un contesto difficilissimo. Anche il posto scelto per la conferenza stampa, il Caffè Autentico, nuovo bar sociale della Biblioteca San Giovanni, dimostra la sensibilità di questa realtà presieduta da Maria Pia Boni e fondata nel 2001 da Stefano Danti, oggi trasferitosi a Trieste per aiutare i migranti. “Pensare che da 25 anni qualcuno si occupa con continuità, a volte anche con professionalità, dei carcerati non è scontato - dice la presidente di Isaia -. Quando Stefano Danti, conosciuto a Pesaro come Tito, decise di dare questo nome all’associazione scelse un pronome non a caso, col carcere anziché nel, una sottigliezza significativa, perché noi non ci poniamo in antitesi all’amministrazione penitenziaria ma collaboriamo. La nostra prerogativa è l’ascolto, cioè colloqui individuali in supporto dell’area pedagogica: facciamo un lavoro di scrematura delle loro esigenze perché 4 operatori sarebbero troppo pochi per ascoltare tutti”. Sono 12, attualmente, i volontari che entrano a Villa Fastiggi, quasi tutti adulti eccetto un paio di giovani di 23 anni, di cui uno sta iniziando ora il suo servizio: “Seguiamo una linea comune, quella di sospendere il giudizio sul reato che hanno compiuto, anche perché non lo conosciamo, a meno che non ce lo dicano loro: cerchiamo di spostare lo sguardo dal reato alla persona, ci interessa la sua umanità”. L’associazione Isaia si prodiga per cercare indumenti e gestisce un magazzino di vestiario sia per uomini che per donne, che sono molte meno, circa una trentina rispetto ai 230 uomini detenuti oggi a Villa Fastiggi: “Quando entrano molti non hanno niente, un po’ perché un terzo di loro è straniero e non ha rete parentale, oppure hanno rotto i rapporti coi familiari”. Ad aiutarli ci sono anche la Caritas, l’Auser Pantano che più volte ha dato un contributo sostanzioso per acquistare soprattutto le scarpe, e l’associazione “A braccia aperte”. Oltre a questo i volontari svolgono anche servizio di patronato e di curriculum perché quando escono, soprattutto dopo molti anni, vengono catapultati in un mondo molto diverso, dato che in carcere non hanno accesso a mezzi tecnologici. “Una storia che parte da lontano e testimonia l’attenzione e la sensibilità di questo territorio - riconosce l’assessore alle politiche sociali, Luca Pandolfi -. Se dobbiamo lavorare per un recupero sociale dei detenuti, è importante che chi esce abbia dei riferimenti: ogni ora spesa dai volontari in un contesto difficilissimo come quello del carcere è preziosa”. Firenze. “Diritti materiali, un piccolo ponte che costruiamo tra città e carcere” di Massimo Lensi* Corriere Fiorentino, 25 ottobre 2026 Il carcere è parte della città, anche quando la città preferisce dimenticarsene. Da questo presupposto nasce “Diritti materiali”, la campagna del Gruppo Foucault per raccogliere materiali destinati alla Casa circondariale di Sollicciano e all’Istituto penale per i minorenni Meucci di Firenze. Sedie, tavoli, divani, televisori, attrezzature per il gioco e materiali per un laboratorio artistico: forniture concrete, individuate attraverso il confronto con le direzioni degli istituti e le visite effettuate al loro interno. La questione riguarda il diritto, prima ancora dell’arredo. L’articolo 27 della Costituzione italiana assegna alla pena una funzione orientata al reinserimento sociale e impone che il trattamento penitenziario rispetti il senso di umanità. Questi principi richiedono condizioni materiali compatibili con la dignità della persona, spazi di socialità e opportunità per svolgere attività. Una pena che riduce la vita quotidiana alla custodia e all’inattività si allontana dalla propria finalità costituzionale. Il sovraffollamento degli istituti - a Sollicciano ci sono 507 detenuti a fronte di 267 posti disponibili, secondo i dati di Pantagruel, ndr - aggrava ogni carenza e altera la stessa qualità della detenzione. L’eccesso di presenze, la scarsità degli spazi e l’insufficienza delle strutture comprimono i diritti e rendono più difficile qualsiasi percorso di reinserimento dei detenuti. Occorre estirpare questa mala pianta, intervenendo sulle cause del sovraffollamento e sulla continua espansione della risposta penale. Il carcere rimane una componente del sistema sanzionatorio, ma occorre ridurre il ricorso alla detenzione e dare effettività alle misure alternative. “Diritti materiali” si colloca in questo percorso. Non è beneficenza, né una campagna di solidarietà: è un’iniziativa politica che parte dai bisogni immediati delle persone detenute e richiama le istituzioni alle proprie responsabilità. La raccolta di beni e fondi può contribuire a migliorare alcuni spazi, ma la garanzia dei diritti resta un obbligo pubblico. La partecipazione della cittadinanza può sostenere questo obiettivo e, nello stesso tempo, rendere visibili le carenze che richiedono interventi strutturali. Dire che anche il carcere è città significa riconoscere che le persone detenute continuano a far parte della comunità. La detenzione limita la libertà personale nei termini stabiliti dalla legge; la privazione della libertà non cancella gli altri diritti. Il reinserimento richiede relazioni, occasioni di incontro e un legame concreto con il territorio. La campagna apre un piccolo ponte tra gli istituti penitenziari e Firenze. Un primo collegamento, costruito attraverso beni materiali e responsabilità condivise, nella direzione di una pena più conforme alla Costituzione. Perché il carcere riguarda anche chi sta fuori: il riconoscimento dei diritti al suo interno è parte della responsabilità della città. *Associazione Progetto Firenze, Gruppo Foucault Ferrara. Carcere e scuola collaborano: all’Einaudi si parla di istruzione e prospettive di Stefania Andreotti La Nuova Ferrara, 25 ottobre 2026 Alla casa circondariale Costantino Satta di via Arginone si può imparare: “Per noi detenuti è una rinascita”. “Nei giorni scorsi siamo stati in carcere per fare delle attività con i detenuti”, racconta Emma, classe 5T indirizzo sociosanitario, Benessere e cura della persona, dell’Istituto Einaudi. “Abbiamo ascoltato le loro storie, come stanno affrontando la vita dietro le sbarre, il loro percorso scolastico. Hanno cantato e suonato per noi e a nostra volta abbiamo dedicato loro una canzone africana. Abbiamo visitato i laboratori dove lavorano, la biblioteca e l’aula studio. La parte più bella è stata stare con i detenuti, persone normali che mi hanno restituito un grande senso di umanità. Mi sarebbe piaciuto trascorrere più tempo con loro. Infatti, a gennaio chiederò di poterlo svolgere in carcere. In futuro mi vorrei arruolare nelle forze dell’ordine, oltre ad amministrare la giustizia anche per dare voce a queste persone. Penso - sottolinea ancora Emma - che nella vita tutti possano sbagliare, ma è il modo in cui tu affronti il tuo sbaglio che fa la persona che sei. Penso che molti di loro si siano pentiti, li ho visto volenterosi di cambiare la loro vita, penso che sia sbagliato dire sbatteteli dentro e buttate la chiave, anche loro sono persone come noi, sicuramente se sono lì c’è un motivo, ma la forza di volontà e di cambiare va oltre al reato”. Questa testimonianza basta da sola a mostrare l’efficacia della collaborazione tra l’istituto professionale e la casa circondariale Costantino Satta di via Arginone, ma per rappresentare pienamente l’importanza di questa sinergia ieri mattina la scuola ha ospitato un’intera giornata di lavori dal titolo “Il diritto di imparare “dentro” e fuori. La scuola è aperta a tutti”. L’Einaudi ha raccontato la propria esperienza di scambio, sono state illustrate le varie attività didattiche a cui i detenuti hanno accesso e sono intervenute le diverse professionalità che lavorano per questo, con i contributi delle Università di Ferrara, Bologna e Bergamo, e la voce della Polizia penitenziaria. Da un paio d’anni, attraverso il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, gli studenti dell’Einaudi collaborano con i loro colleghi studenti in carcere e partecipano a progetti come quello per la realizzazione di murales in un corridoio con i ragazzi dell’indirizzo sanitario ma anche quelli di Design e Grafica pubblicitaria. “Ci piacerebbe continuare grazie anche alla grande disponibilità delle istituzioni - è l’auspicio della dirigente scolastica Marianna Fornasiero -. È un luogo chiuso, ma aperto al territorio, per dare opportunità di rivedere il loro progetto di vita e avere possibilità una volta usciti. I nostri alunni studiano la parte che riguarda l’istruzione in carcere e si stanno adoperando per supportarli. Sono rimasti talmente colpiti che hanno anche attivato una raccolta di fondi per donare libri scolastici e narrativa alla casa circondariale. È stato uno scambio profondo da un punto di vista relazionale, che proseguirà poi con un programma di tirocini osservativi seguendo le lezioni e rielaborando l’esperienza per portarla all’esame di maturità”. Per Maria Martone, direttrice della casa circondariale, “l’istruzione all’interno dell’istituto penitenziario è per noi un tema fondamentale che va ad inserirsi nel più ampio percorso di riabilitazione dei detenuti. Non è soltanto apprendimento, didattica, ma diritti, dignità umana, perché i detenuti che hanno sicuramente sbagliato e per questo sono privati della loro libertà, devono avere la possibilità di un riscatto sociale ed essere forniti di strumenti importanti per migliorare la loro condizione detentiva. In questo senso l’istruzione diventa un valore assoluto e ineliminabile perché favorisce l’acquisizione di conoscenze in grado di far crescere i detenuti, arricchirli da un punto di vista personale, umano e culturale”. Le testimonianze - Chi cala nella pratica quotidiana questi principi sono gli insegnanti del Cpia guidati da Irene Fioresi, ma anche i tutor del Polo universitario penitenziario di Unife. “È la cosa più bella che faccio nella mia vita e i miglioramenti nelle persone che studiano sono evidenti”, è la testimonianza di Giulia Rossi. Antonio è detenuto da circa 20 anni, “criminali non si nasce, si diventa, io ho avuto una contaminazione famigliare che mi ha portato a macchiarmi dei reati più gravi. Di fronte al lungo periodo di detenzione che avevo davanti, ho pensato che lo studio potesse aiutarmi nella mia rinascita, per questo mi sono iscritto all’università”. “Ti tieni impegnato, aiuta ad allenare la mente, le giornate dentro non sono facili, ma lo studio aiuta a viverle meglio, soprattutto per chi è straniero come me, ti permette di acquisire conoscenze importanti, a partire dalla lingua. Con i professori ci sfoghiamo e ci aiutano a calmarci”, è l’esperienza di Maher. “Nella nostra casa circondariale su un totale di 412 persone abbiamo 88 detenuti che sono impegnati in attività scolastiche, 64 in corsi di alfabetizzazione, scuole medie e superiori, e 24 all’università”, ha riportato la responsabile dell’area trattamentale, Mariangela Siconolfi. “L’uguaglianza è apparentemente elementare, ma è più complicato metterla in pratica, come divieto di discriminazione”, ha affermato Marco Magri, docente Unife, intervenendo sulla necessità di garantire i diritti costituzionali a tutti senza distinzioni. Orvieto (Pg). “Unitre oltre”: corsi in carcere di Davide Pompei Corriere dell’Umbria, 25 ottobre 2026 Novità dell’Anno Accademico gli appuntamenti culturali e formativi nella casa di reclusione di via Roma. L’Università delle tre età di Orvieto amplia il proprio raggio d’azione, compiendo un passo di grande valore civile e umano e inserendo una novità di primo piano nella programmazione del primo trimestre del nuovo Anno Accademico. Nasce, infatti, “Unitre oltre”, un nucleo di appuntamenti culturali e formativi ideati e strutturati appositamente per svolgersi all’interno della casa di reclusione di via Roma. L’iniziativa prevede tre incontri tematici tenuti dai dottori Mauro Caiello e Alberto Romizi, dall’ingegnere Gianluca Polegri, dall’architetto Raffaele Davanzo e dal Maestro Riccardo Cambri. “Inaugurare la presenza dell’Unitre all’interno del complesso penitenziario - sottolinea quest’ultimo, presidente al quarto mandato consecutivo - rappresenta una scelta che coniuga l’alto spessore delle proposte culturali con una profonda e doverosa responsabilità sociale. Crediamo fermamente che il sapere e la bellezza non debbano conoscere né confini né barriere architettoniche. La cultura è per sua natura uno strumento dinamico di dignità, riscatto individuale e speranza. Questo ciclo di incontri si propone di spalancare virtualmente lo sguardo della mente sul mondo esterno, accendere curiosità e offrire un solido supporto alla crescita personale di chi è momentaneamente detenuto”. Un contributo concreto al miglioramento delle condizioni di vita, dunque, di chi sta attraversando un periodo di privazione della libertà personale. La realizzazione del progetto è resa possibile grazie alla sensibilità e alla collaborazione riscontrate nella direzione della casa di reclusione, nell’area educativo-rieducativa e in tutto il personale di polizia penitenziaria. “Da qualche anno - afferma il dottor Paolo Maddonni, capo area educativa - la casa di reclusione di Orvieto è riuscita ad entrare maggiormente nel contesto cittadino con una costanza che permette oggi di raccogliere risultati importanti. Questo avviene anche grazie alla disponibilità di persone e associazioni del territorio che accettano di investire tempo ed energie per offrire ai detenuti un confronto importantissimo con quella società esterna dove, prima o poi, torneranno. Tempo fa il Maestro Cambri ha inaugurato una bella strada con le sue lezioni di pianoforte, che contiamo di riprendere presto. Questa nuova programmazione di eventi culturali è più che mai benvenuta”. Venezia. “Musica Libera” nel carcere della Giudecca con la Biennale di Leonardo Merlini askanews.it, 25 ottobre 2026 Non è la prima volta che la Biennale di Venezia entra nella Casa di reclusione femminile della Giudecca, ma come ogni volta, anche nel caso del progetto “Musica Libera” l’emozione è forte e la sensazione di camminare su terreni difficili, ma estremamente interessanti, si è rinnovata in tutta la sua forza. In quest’ultimo caso la Biennale Musica ha portato i musicisti protagonisti del College 2026 a lavorare con le detenute su workshop e laboratori che hanno riguardato la scrittura, gli ascolti collettivi, l’improvvisazione aperte. E come momento conclusivo del percorso in uno dei cortili del carcere veneziano si è tenuta una performance live con i compositori e le donne della Casa di reclusione. Senza retorica, ma con molta umanità, le detenute hanno cantato, hanno recitato poesie, hanno proclamato la loro voglia di libertà, di affetto, ma anche la loro rabbia, usando la musica e le parole come liquido di contrasto rispetto alla condizione di recluse. Le tipologie musicali sono state diverse, molto è stato fatto sotto forma di spoken word, e ogni frase era anche quella di un canto di liberazione, che le loro compagne hanno ascoltato dal cortile oppure dai corridoi del carcere, affacciate alle finestre con le grate. In mezzo a loro c’era il pubblico, che ha partecipato, ha applaudito, si è anche commosso e ha ballato. Alla fine, dopo le performance più toccanti, è partita la musica neomelodica e questo è sembrato un modo di dare voce reale alle donne, alla vita dentro lo spazio del carcere, alla voglia di dire ancora sì a una vita che, inevitabilmente, tra quelle mura è monca. La performance di “Musica Libera” si è insomma trasformata in una festa, ma il punto è forse quello di ragionare sull’eccezionalità di un evento di questo tipo: se si configura come qualcosa di alieno che atterra nella dimensione detentiva e poi se ne riparte verso lo spazio lontano rischia di non lasciare molto, se invece, come ci è sembrato in questo caso, si tratta di un progetto costruito nel carcere, usando le regole e le sintassi del luogo, dando un reale spazio di libertà alle detenute, almeno sul piano della musica e della parola, allora è un’esperienza che rimane viva e presente, che supera le barriere e apre uno spazio di esistenza nonostante il carcere. Guardando la partecipazione e l’entusiasmo di Maurizia Campobasso, direttrice della Casa di reclusione della Giudecca, la sensazione è che un momento come quello della Biennale Musica sia inserito in un più ampio discorso di cambio delle prospettive, di riduzione delle distanze tra il dentro e il fuori, di valorizzazione dei talenti e di allargamento degli spazi di umanità. Poi è ovvio che la Biennale resta la Biennale e il carcere resta il carcere, che il pubblico esce, mentre le donne della Casa restano dentro. Ma “Musica Libera” ha mostrato che c’è una porosità, una permeabilità tra i due mondi, che può portare qualcosa a entrambe. Piazza Armerina (Sr). I detenuti diventano giurati di due festival del cinema di Marta Furnari La Sicilia, 25 ottobre 2026 I detenuti della Casa circondariale di via De Andrè parteciperanno alla scelta dei cortometraggi vincitori di due festival cinematografici siciliani. L’opportunità arriva grazie al progetto “Libere visioni”, che coinvolge le persone detenute in un percorso culturale nel quale potranno guardare i film, confrontarsi sulle storie e valutare le opere in concorso. Un’esperienza che li vedrà protagonisti di una vera giuria, chiamata a esprimere giudizi motivati e a individuare le produzioni più meritevoli. L’iniziativa interessa inoltre la Casa di reclusione di Augusta, dove sono già cominciati i primi incontri. I partecipanti visioneranno una selezione di opere cinematografiche, discuteranno i contenuti e assegneranno un riconoscimento speciale nell’ambito di Magma, il festival internazionale di cortometraggi in programma ad Acireale dal 2 al 7 novembre, e del Festival della comunicazione e del cinema archeologico, previsto tra Catania e Licodia Eubea dall’1 al 6 dicembre. Non soltanto giurati ma anche autori dei premi poiché i detenuti realizzeranno due manufatti originali, uno per ciascun istituto penitenziario, destinati ai vincitori. Le premiazioni si svolgeranno il 7 novembre ad Acireale e il 6 dicembre a Licodia Eubea, con la possibilità che vi partecipino alcuni detenuti, previa autorizzazione dell’amministrazione penitenziaria. Per la Casa circondariale di Piazza Armerina è un nuovo tassello del percorso culturale avviato nel 2026 con “Inside-out. Racconti di inclusione”. A coordinare gli incontri saranno Lorenzo Daniele, Alessandra Cilio e Giulia Iannello, direttori artistici dei festival coinvolti. Un’esperienza che offre alle persone detenute la possibilità di esprimere opinioni, confrontarsi e contribuire a una scelta artistica, dimostrando come il cinema possa diventare un ponte tra la realtà penitenziaria e il mondo esterno. Il progetto punta così a dare spazio a nuove prospettive, valorizzando il confronto e la partecipazione attraverso il linguaggio cinematografico. Monza. L’altra faccia della libertà: quando il detenuto fa arte. Una mostra con i loro dipinti di Stefania Totaro Il Giorno, 25 ottobre 2026 Con il “Processo a Pinocchio” un percorso espositivo multimediale e immersivo. Prima tappa da dicembre a febbraio in Villa Cusani Traversi Tittoni a Desio. I desideri, le metafore e le metamorfosi attraverso le opere artistiche delle persone in carcere, che possono fare da ponte anche con le scuole per indurre maggiore consapevolezza, responsabilità e cambiamento nelle nuove generazioni, ultimamente al centro delle polemiche per le proteste nelle piazze. Il “Processo a Pinocchio” è un percorso espositivo multimediale immersivo e itinerante sulla trasformazione umana patrocinato da Fondazione Exodus di don Mazzi, Regione Lombardia, Ministero della Giustizia, Fondazione Nazionale Carlo Collodi, Comitato Nazionale del Ministero della Cultura per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Collodi, Fondazione della Comunità Monza e Brianza e Lions Club di Desio e la prima tappa in Italia sarà da dicembre a febbraio in Villa Cusani Traversi Tittoni a Desio, anche in collaborazione con le scuole della Brianza. Come il liceo Majorana di Desio, dove gli studenti del triennio per l’alternanza scuola lavoro faranno da ciceroni per i visitatori. L’iniziativa è sostenuta dall’esperienza di Francesco Tagliabue, creative producer coautore e produttore, tra l’altro, di programmi e format per Rai e Mediaset e curata dall’arteterapeuta Luisa Colombo, che da oltre 10 anni organizza laboratori nelle carceri e nelle scuole. “Non solo opere manuali ma anche scritti che rappresentano il cuore del carcere, che è un pezzo della nostra città e dentro la nostra comunità - dice Francesco Tagliabue - con persone incredibili che hanno dentro la passione della metamorfosi di Pinocchio con il loro linguaggio vivo di desideri e metafore che fa emozionare”. “L’arte arriva ovunque, non ha bisogno di competenze, e la terapia è esternare emotivamente ciò che si prova, con un linguaggio che va al di là di ogni giudizio - spiega Luisa Colombo - Hanno imparato a usare strumenti e la pazienza della tecnica e in ogni opera c’è una parte di loro e un viaggio insieme, con una forza emotiva straordinaria a raccontare la propria storia e fare nascere qualcosa di importante da un passato di delinquenza”. Un messaggio che il Lions Club Desio ha voluto portare ai giovani nelle scuole. “Un progetto che può parlare al carcere perché la favola di Pinocchio parla di libertà e responsabilità - il commento della direttrice del carcere di Monza Cosima Buccoliero, che è stata anche direttrice del carcere minorile Beccaria di Milano - è difficile avere a che fare con i ragazzi per la loro complessità, ma mi rendo anche conto che forse in tutti questi anni ci siamo un po’ dimenticati di loro. Senza volere giustificare i danneggiamenti, i ragazzi quando si trovano in gruppo sono una forza della natura, che può diventare anche distruttiva. Quando arrivano in carcere hanno dei percorsi compromessi. Non tutti i giovani entrano nel circuito penale ma negli ultimi anni abbiamo fatto proprio poco per i servizi a favore di questi ragazzi per aiutarli a venire fuori da questa prigione in cui si stanno mettendo da soli”. “La delinquenza minorile si è abbassata come limite di età, sono sempre più piccoli per commettere reati sempre più gravi in cambio di un’utilità quasi inesistente - il commento della presidente del Tribunale di sorveglianza di Brescia Monica Cali, brianzola - Se è così nonostante le risposte molto severe che sono state date dal punto di vista legislativo in questi ultimi anni, forse non è la strada giusta. Ora esiste la giustizia riparativa per sanare queste fratture nella società con uno sguardo più aperto ed è importante parlare ai giovani della libertà di risorgere dopo un conflitto, un errore, un fallimento, che nella vita accadono”. Arezzo. Lezione-concerto in carcere con l’Orchestra Multietnica di Sara Polvani Corriere di Siena, 25 ottobre 2026 Mercoledì 28 nella casa circondariale di Arezzo l’appuntamento conclusivo del laboratorio che ha coinvolto dieci detenuti. Una lezione-concerto in carcere tra world music, dialogo e inclusione dove la musica diventa linguaggio universale, capace di superare barriere fisiche e linguistiche oltre a creare occasioni d’incontro e di conoscenza. È questo lo spirito dell’evento di chiusura del laboratorio realizzato all’interno della casa circondariale di Arezzo che si terrà mercoledì 28 ottobre curato dai musicisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Un appuntamento che vedrà protagonisti i detenuti, non solo come spettatori della lezione-concerto, ma anche come interpreti. Il progetto dal titolo Saràbanda, realizzato con il contributo del Comune di Arezzo, assessorato alle politiche per l’integrazione, in collaborazione con Officine della Cultura e Associazione Donne Insieme, ha coinvolto circa dieci detenuti dando vita a un percorso di scoperta e pratica musicale fondato sull’incontro tra culture, tradizioni e sensibilità differenti. Un’esperienza che ha permesso ai partecipanti di avvicinarsi alla musica attraverso l’ascolto e la pratica condivisa, valorizzando la possibilità di poter cantare nella propria lingua d’origine. Ed è proprio in questo incontro tra lingue e tradizioni che si esprime il valore del progetto portato avanti dall’Orchestra Multietnica di Arezzo: un unicum musicale che attraversa i confini geografici e culturali, mettendo in dialogo repertori, ritmi e sonorità provenienti da diverse parti del mondo. In un simile contesto, la musica diventa uno spazio in cui le differenze non rappresentano una distanza, ma una risorsa, capace di favorire il riconoscimento reciproco e di valorizzare le identità individuali all’interno di un’esperienza collettiva. La lezione-concerto, che coinvolgerà insieme ai detenuti una parte rilevante dei musicisti dell’Oma, rappresenterà un momento significativo di restituzione del lavoro svolto, nel quale la dimensione formativa si intreccerà con quella performativa. Cantare nella propria lingua, riconoscere una melodia familiare o scoprirne una proveniente da un’altra tradizione significa anche poter esprimere una parte della propria storia e della propria identità. “L’iniziativa fa perno sul ruolo della musica come strumento educativo e relazionale - spiega Massimo Ferri, tra i curatori del progetto - capace di aprire spazi di partecipazione anche all’interno del contesto penitenziario. Il lavoro collettivo, l’ascolto reciproco e la pratica musicale offrono infatti opportunità per sviluppare capacità espressive, rafforzare la fiducia in sé stessi e sperimentare nuove e preziose modalità di collaborazione”. La lezione-concerto che si terrà nel carcere di Arezzo si propone anche come la testimonianza concreta di un percorso in cui l’arte diventa occasione di dialogo interculturale e valorizzazione della persona. Conclusa l’esperienza nella casa circondariale, il progetto Saràbanda proseguirà nelle scuole della città con un laboratorio musicale nella scuola primaria Masaccio e uno teatrale nella primaria Sante Tani, entrambe all’interno dell’istituto comprensivo IV Novembre di Arezzo. Non è solo questione di ordine pubblico. La vera sfida è sanare la crisi sociale di Marcello Sorgi La Stampa, 25 ottobre 2026 Questi ragazzi vogliono semplicemente costruirsi una vita e un futuro migliore. Era abbastanza scontato che dopo il week end di guerriglia di sabato e domenica scorsi, il bilancio della giornata di ieri, malgrado tensioni e anche scontri, con feriti, tra manifestanti e forze dell’ordine registrati a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli, e malgrado le centinaia di fermi, sarebbe stato, complessivamente, meno pesante. Meglio così. E d’altra parte, sfidare l’eccezionale servizio d’ordine messo a punto dal Viminale e dalla Difesa, con poliziotti, carabinieri e soldati delle Forze Armate schierati fianco a fianco, avrebbe significato per il “Movimento 17 Ottobre” un suicidio, non solo politico, ma dei militanti. Con il governo deciso a colmare i ritardi della settimana precedente, con il decreto che consente di fermare preventivamente anche i minori, con il ministro di Giustizia che si lascia scappare - non si sa quanto d’accordo con la premier - che l’unica soluzione è approntare in fretta nuove carceri minorili e sbatterci dentro i ragazzi che non hanno capito che non c’è da scherzare con vandalismo e devastazioni, chi, anche isolato, avesse cercato di ripetere gli assalti, sapeva a cosa andava incontro: la risposta securitaria di uno Stato deciso a recuperare i ritardi, anche gravi, di sette giorni fa, e a dimostrare di essere in grado di mantenere l’ordine. Fin qui, tutto prevedibile. Dopo un breve periodo di stordimento il governo aveva annunciato che l’unica cura, contro questi ragazzi violenti, non poteva che essere il bastone e il carcere. Ma basterà? E qui si apre il secondo corno della questione, non soltanto perché il Presidente della Repubblica ha invitato a un’attenta analisi di quel che sta accadendo. La sensazione è che possa non bastare ciò che è stato deciso con l’ottavo decreto sicurezza - beninteso, subito firmato da Mattarella, seppure dopo qualche correzione, perché si tratta di una legittima scelta politica del centrodestra. È impossibile ripetere ogni sabato e domenica una mobilitazione di forze dell’ordine e soldati come quella di ieri. Sarebbe una sorta di militarizzazione del Paese, che, pur mirata a diffondere un maggiore senso di sicurezza, specialmente in quartieri di città disavvezzi da tempo alla violenza paraterroristica (vedi Milano), alla fine cambierebbe il volto dell’Italia, abituata nel tempo recente - salvo qualche limitata eccezione temporale - a una convivenza civile dei propri cittadini, senza il controllo continuo, 24 ore su 24, di uomini e donne in divisa. Per intendersi, una copertura come quella organizzata ieri non si ebbe in modo continuativo neppure ai tempi del terrorismo, quando appunto la lotta contro organizzazioni come le Brigate rosse e affini venne praticata anche con altri metodi, vedi l’intelligence e la legge sui pentiti, che diedero abbastanza presto risultati. In questo caso l’insidia è diversa: non c’è nessuno di questi giovani, a quel che sembra dalle prime indagini, che pensi di fare o rifare la rivoluzione. Vogliono semplicemente costruirsi una vita migliore di quella dei loro padri e madri immigrati, che si spaccano la schiena perché spesso, troppo spesso, hanno accettato condizioni di sfruttamento indegne dell’Italia. Li vedono alzarsi e uscire di casa all’alba, per fare gli operai o le badanti, poi li rivedono tornare la sera, sfiniti e incapaci di scambiare una parola, e sentono che quella non è vita, e pensano, in molti casi anche sbagliando, che è compito del Paese che li ha accolti assicurare a loro un futuro migliore. Parlare, per avere un resoconto più fedele, con i parroci che svolgono la loro missione in periferia, con maestri, presidi, professori e professoresse che lavorano negli stessi luoghi e non condividono la visione repressiva del governo. E allora, se non vogliamo ritrovarci, nel giro di qualche anno, come la Francia con le sue periferie ingovernabili, che anche in questo sabato ha vissuto la sua giornata di follia, bisogna che accanto alla macchina dell’ordine pubblico, la quale, va detto, nell’insieme ha funzionato, se ne muova un’altra, come chiamarla?, capace di intervenire nella società per affrontare la grande crisi sociale cresciuta negli ultimi tempi, i cui sintomi sono ormai diventati preoccupanti. Un nuovo protagonismo, malgrado tutto di Andrea Fabozzi Il Manifesto, 25 ottobre 2026 Tanti e ovunque, in tutte le grandi città, ragazze e ragazzi sono tornati a prendersi uno spazio che è loro, lo spazio pubblico che nessun governo può vietargli. Perché non ne ha il diritto e soprattutto perché, come si è visto, non ci riesce. Il protagonismo dei giovani che per una settimana si è provato a cancellare per decreto e a nascondere sotto tonnellate del più banale perbenismo, evidentemente è qui per restare. È la migliore notizia per questo Paese che ha un governo vestito di autoritarismo e un’opposizione che non sa cosa mettersi. Perché quando i principi fondamentali della democrazia sono messi in discussione - la libertà di riunirsi e manifestare, la libertà di dissenso, persino la libertà personale - l’unico modo efficace per difenderli è quello di esercitarli comunque, quei diritti. Malgrado tutto. Serviva coraggio e serviva fantasia nell’organizzazione, li abbiamo visti. Così come abbiamo ascoltato negli slogan determinazione e fiducia nelle proprie ragioni. Tanto radicate da spingere migliaia di giovani a debuttare sulla scena politica e a sfidare gli ordini del fortino di palazzo Chigi che nelle strade di ieri avevano il peso delle cariche, degli idranti e dei manganelli. Accanimento inutile, perché chi è tornato a manifestare ieri, malgrado lo scenario di guerra costruito attorno, tornerà ancora. Fino a che non sarà ascoltato. E ce ne sarà bisogno, perché quello che abbiamo visto all’opera - prima che i cortei si formassero, sorprendendo sorveglianti e pessimisti - è stato un apparato repressivo della peggior specie. La specie preventiva, per cui centinaia di ragazzi sono stati bloccati e allontanati dai cortei senza accuse ma in applicazione di un editto di emergenza emanato allo scopo: il fermo esteso ai minorenni. Scene a metà tra la dittatura sudamericana e Minority report: ti impedisco di esercitare un tuo diritto perché mi sembri sospetto. Ma alla fine non ci sono stati saccheggi né violenze (se non dalla parte delle divise); dunque o crediamo che i (pochi) violenti siano stati tutti neutralizzati per tempo senza che ne sfuggisse alcuno, oppure continuiamo a pensare che non sia una felpa, o una pelle, nera a fare di una persona un colpevole. Continuiamo a pensarci una democrazia. Milano non ha paura. In 10 mila in piazza nonostante i fermi di Mario Di Vito Il Manifesto, 25 ottobre 2026 Nessun incidente nella città blindata. Due cortei che poi diventano uno solo. Mentre i poliziotti identificano e fermano ragazzini a caso. Alla fine era tutta una questione di aspettative. Chi andava alla ricerca del riot non ha trovato niente ieri a Milano: niente orde di ragazzini a devastare e saccheggiare i negozi del centro, alcuni impacchettati come per resistere alla forza d’urto di un uragano e altri aperti come sempre. Chi voleva la manifestazione di piazza invece l’ha avuta. Anzi ne ha avute due, abbastanza spontanee, una partita da Brera e un’altra dai dintorni di piazzale Loreto, poi confluite in piazza Leonardo, verso il Politecnico. Diecimila persone. “Non tiriamo le uova perché costano troppo”, il cartello più divertente che spiccava tra le bandiere della Palestina e il tricolore, che a quanto pare non sono più solo un elemento decorativo delle manifestazioni di destra. Sono stati cortei di movimento, animati da chi è abituato a stare in piazza e sa come si fanno certe cose. C’era un servizio d’ordine, ad esempio. Le forze dell’ordine hanno bloccato le strade dove dovevano, ma facevano passare: “Volete entrare in manifestazione?”, domanda un finanziere. “Passate di qua”. E il cordone in antisommossa si apre per far affluire la folla in via Tivoli, davanti alla fermata Lanza della metropolitana. Un affare molto diverso rispetto alla settimana scorsa, quando lo spontaneismo totale di “Milano in piazza” ha generato parecchi problemi di ordine pubblico. Ieri, a parte le camionette della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, a correre di qua e di là a sirene spiegate nel tentativo di raggiungere i concentramenti che andavano formandosi, non è che sia successo molto. Almeno fino a tarda sera. Arrivano messaggi da altre città in cui le cose sono andate peggio: “Si menano dappertutto tranne che a Milano”, dove più era attesa la guerriglia, tra sfilate governative, severi ammonimenti del sindaco e una tensione palpabile che ha accompagnato la vita degli ultimi giorni. prima di tutto questo, mentre la polizia portava in questura Youssef Siher, presunto organizzatore del Movimento 17 ottobre (che alla fine, decapitato, non ha chiamato nessuna mobilitazione), nei dintorni del Duomo l’atmosfera era surreale. Turisti in massa a riempire le strade, tra una camionetta e l’altra. Militari annoiati in piccoli drappelli. Ma anche agenti della Digos vestiti da maranza, ultras del Milan e dell’Inter circospetti a passeggio, gente di Casapound con il tricolore ben impresso sullo scaldacollo, da tirare sopra il viso alla bisogna. Le pettorine gialle di Hub for defenders, la rete di “osservatori” dei comportamenti delle forze dell’ordine, sono in piazza Mercanti. Dietro di loro c’è uno spettacolo di teatro delle marionette che attira una certa folla. A un certo punto, non si sa perché, qualcuno intona l’Internazionale. Ma non succede niente. O quasi. All’uscita della metro Caiazzo vengono fermati sette della brigata sanitaria con le valigette del pronto soccorso. Niente di grave: gli agenti si sono limitati a segnare i loro nomi, senza ulteriori conseguenze. Il peggio si vede in via Dante, davanti al Piccolo Teatro. Un gruppo di motociclisti all’apparenza minacciosissimi - tutti vestiti di nero, alcuni con un inquietante passamontagna con un teschio disegnato sopra - si mette in mezzo alla strada. Sembrano i cattivi di Ken Shiro. Un tipo grande come un armadio, volto coperto, mani ricoperte di tatuaggi, ferma un ragazzino dalla pelle non bianca, pantaloni della tuta e giubbotto addosso. Lo fa mettere contro il muro e gli fa scattare una foto da un altro tipo altrettanto grosso. Poi al ragazzino viene chiesto di indossare un passamontagna. Altra foto. Ma chi sono questi tizi? Poliziotti, viene fuori dopo le lamentele di qualche passante infastidito dalla scena. Le immagini scattate pare fossero a scopo di identificazione. Il passamontagna serviva a confrontare quello scatto con le immagini registrate durante i riot di sette giorni fa. Lo spettacolo è allucinante, ma la buona notizia è che la cittadinanza non ha per nulla apprezzato lo sfoggio di potere. Lamentele (e cori contro la polizia) anche poco distante. Tre ragazzi, sempre non bianchi e sempre vestiti con la tuta, vengono presi, trattenuti e fatti salire su un furgoncino della polizia locale che poi li porta via. “Che hanno fatto?”, fa a gran voce una signora. “Oggi vi divertite con i ragazzini…”, aggiunge un uomo sulla cinquantina in giacca e cravatta. Passa Paolo Brosio in bicicletta, nel cestino ha una copia del Giorno. “Che è successo?”, chiede quasi spaesato. Quando è sera dalla questura non sono arrivate indicazioni sul numero dei fermati. L’unico dato di cronaca è che tutti quelli che sono stati portati via avevano l’aria di non essere proprio italiani da molte generazioni. “Decine di persone, sia maggiorenni sia minorenni”, è l’unica comunicazione. Con postilla: “Preventivamente trattenuti come previsto dall’ultimo decreto sicurezza”. Un grande classico nell’ennesimo giorno della marmotta: il problema spacciato per soluzione. La rabbia dei giovani va capita, ma la violenza è il sintomo, non la soluzione di Roberto Della Seta Il Domani, 25 ottobre 2026 La “legalità borghese” è un inganno, la violenza dei “casseur” è una risposta salutare e più che giustificata alla violenza dello Stato. Sembrano concetti tirati fuori dai testi del sindacalismo rivoluzionario di inizio Novecento, ma ricorrono più o meno in fotocopia nei commenti di una parte della sinistra radicale alle proteste di questi giorni in Italia e in Europa. L’idea al centro di queste letture è che davanti alle derive al tempo stesso neoliberiste e autoritarie che prendono sempre più piede in Europa, di fronte all’ascesa dell’estrema destra da Trump alle forze del sovranismo europeo, di fronte alla postura securitaria di governi sia di destra, il nostro, che moderati, Macron, i limiti di ciò che è ammissibile nelle pratiche dei movimenti di opposizione allo status quo - disobbedienza civile? Azione diretta anche in forme violente? - si spostino più avanti. Insomma: a brigante, brigante e mezzo. Quest’analisi contiene una premessa sensata e plausibile: il livello di ingiustizia, di diseguaglianza, delle società europee sta tracimando. Ciò vale a maggior ragione per l’Italia, dove più che altrove - basta vedere i dati sulle dinamiche salariali e sulla proliferazione del “lavoro povero” - si va consolidando un sistema sociale che sempre di più marginalizza e impoverisce, che sempre di più sottopaga e svalorizza il lavoro, che sempre di più allarga il divario economico e di opportunità tra chi ha e che non ha. Tale scenario produce una vera e propria crisi morale della società, ne mette a rischio gli stessi fondamenti di coesione, e sommandosi alla mancata o insufficiente capacità dei corpi intermedi di tradurre in azione politica “collettiva” un disagio sociale profondo e diffuso, il disagio non lo cancella: lo fa esplodere in forme spontanee, autorganizzate, in qualche caso fortunatamente isolato lo trasfigura in una rabbia individualista e distruttrice che prepara inevitabilmente contraccolpi reazionari e repressivi. Qui entra in gioco il giudizio sulla “violenza”. Che intanto non può e non deve prescindere da un’osservazione preliminare: le prime e più dirette vittime di vetrine rotte e negozi saccheggiati sono le lavoratrici e i lavoratori delle attività commerciali, che a decine si sono trovati a fronteggiare aggressioni, che mentre svolgevano la loro giornata di lavoro hanno vissuto ore drammatiche e corso seri rischi. E poi. A meno di non considerare che la regressione sociale in corso abbia del tutto svuotato le regole formali e sostanziali della democrazia - ma in questo caso bisognerebbe passare a vie di fatto… -, una sinistra che rimetta in discussione il suo no alla violenza come ordinaria pratica politica contribuisce per l’appunto a indebolirla la nostra democrazia. O qualcuno minimamente assennato può pensare davvero dalla “jacquerie” 4.0 dei “casseur” possa nascere un processo di reale e positivo cambiamento sociale e politico? Uguale e contrario a questa ripetizione un po’ stanca di discorsi riesumati dal movimentismo del secolo scorso, evocati come se l’allora fosse identico all’oggi, c’è l’allarme quasi millenarista di chi descrive i ragazzi che assaltano le vetrine - li chiamano “maranza”, termine spiccatamente razzista, anche se molti vengono da lignaggi squisitamente italiani - come criminali peggio dei mafiosi o come pedine più o meno consapevoli di complotti antitaliani. Queste etichette benpensanti appiccicate alle violenze di questi giorni non sono meno fasulle dell’altra rivoluzionaria, viene quasi da applaudire il commento caustico di Giuliano Ferrara: in fondo spaccano per procurarsi un paio di scarpe Adidas, non drammatizziamo. La realtà, io credo, sta altrove rispetto a entrambi questi due sguardi opposti e anche rispetto alla battuta minimizzatrice di Ferrara. I quindicenni che rabbiosamente spaccano tutto sono sintomi dolorosi di una grande problema sociale, punta emergente di un sentimento di disperata sfiducia non solo nel futuro ma nel presente che cresce tra i ragazzi e tra tutti gli “esclusi” dal patto sociale. Questo sentimento va “capito”, ma va capito anche che indica “il problema” e non “la soluzione”.