Quel “cimitero dei vivi” in cui le nostre carceri precipitano ogni giorno di Glauco Giostra Il Dubbio, 24 ottobre 2026 Riportiamo di seguito il testo della lectio pronunciata dal professor Glauco Giostra alla Festa per i 10 anni del Dubbio lo scorso mercoledì 21 ottobre, presso la Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale. Il titolo dell’intervento è “Carcere: bisogna aver visto”. Premetto che, sapendo di poter contare sulla vostra conoscenza della drammatica situazione carceraria, mi limito a pochi impressionistici e impressionanti dati: un sovraffollamento superiore al 142%; più di 5 suicidi al mese; e, non sembri una contraddizione: in questo affollatissimo stabulario ci si suicida soprattutto per disperante solitudine; più di 5.000 riconoscimenti giudiziari di un trattamento inumano e degradante; - molte centinaia di autolesionismi; ingravescente utilizzo di psicofarmaci: nel 2022 poco meno del 60%della popolazione faceva uso di antidepressivi e/o di sedativi; nel 2025, più del 67%; due condanne della Corte europea per trattamento inumano e degradante, la seconda delle quali (sentenza Torreggiani) ha qualificato il sovraffollamento delle carceri italiane come un problema strutturale e sistemico; sette sezioni del carcere di Sollicciano sequestrate per le gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali; Stati come la Germania e l’Olanda che si rifiutano di consegnare loro detenuti alle autorità italiane per lo stato delle nostre carceri “inumane per sovraffollamento, numero di suicidi e inadeguatezza delle strutture”. Dati agghiaccianti, ma che non bastano da soli per avere una idea della situazione reale: “Bisogna aver visto”, come ammoniva all’inizio del secolo scorso il leader socialista Filippo Turati durante uno storico discorso di denuncia delle drammatiche condizioni delle carceri italiane, tenuto alla Camera dei Deputati. In quella celebre requisitoria, Turati definì i penitenziari dell’epoca come il “cimitero dei vivi”, criticando aspramente l’isolamento del mondo carcerario e la deliberata intenzione dello Stato di limitarsi a segregare, atterrire e deprimere i detenuti. Ci piacerebbe tanto poter assicurare che quella realtà carceraria appartenga ormai solo al passato. Ma temiamo che, se dovesse ripetere analogo discorso oggi, Filippo Turati dovrebbe apportare al testo di allora soltanto qualche ritocco. Non posso non aggiungere che, quando parliamo della insostenibile situazione del nostro sistema penitenziario, raramente pensiamo a chi in questo doloroso, deprimente e cupo contesto - mai rischiarato dalla considerazione sociale, men che meno dai riflettori dei media - è costretto quotidianamente a lavorare tra difficoltà e rischi, assistendo, spesso impotente, alle sofferenze e alle rimostranze dei ristretti. A una così mortificante e stressante situazione alcuni reagiscono consentendosi ciniche prevaricazioni, i più con senso del dovere e di empatica umanità. Come ci siamo potuti ridurre così? - Nessuna forza politica può chiamarsi esente da responsabilità: chi era provvisto di una lungimirante idealità progettuale costituzionalmente orientata è mancato di coerente determinazione politica, chi è provvisto di determinazione politica è mancato sinora di qualsiasi idealità progettuale costituzionalmente orientata. A meno che non si voglia gabellare per tutela della sicurezza sociale, bene di sicuro rilievo costituzionale, certo trumpismo penale e carcerario. Come quando ai tempi del proibizionismo “si incollava l’etichetta con la scritta “sciroppo” o “gazzosa” sulle bottiglie di whisky” (André Gide), così oggi si applica l’etichetta “sicurezza sociale” su provvedimenti di demagogico e improduttivo autoritarismo carcerocentrico. Rectius, produttivi solo elettoralmente. La ragione di questa alta redditività in termini elettorali di una politica che ostenti il turgido bicipite della repressione penale, e il carcere come risolutiva risposta ai problemi della criminalità, è impeccabilmente descritta nella Medea da Christa Wolf: “Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”. Non ci si racconti, poi, della necessità di dover far fronte ad una criminalità crescente. I numeri sono argomenti testardi. Come di recente ha ricordato Il Dubbio, gli omicidi sono in drastico calo. Si pensi che nel 1991 gli omicidi furono 1.916, a fronte dei 286 commessi nel 2025. Anzi, dovrebbe far riflettere, ove lo si volesse e sapesse fare, che la popolazione penitenziaria è passata nei medesimi anni da 35.469 a più di 65.000 detenuti. Avere soltanto un antidoto “fatto a sbarre” per ogni devianza sociale ha determinato dal 2022 un aumento di quasi 10.000 detenuti nelle nostre carceri. Particolarmente emblematico, poi, l’andamento della popolazione penitenziaria minorile che nello stesso arco temporale è aumentata addirittura del 50%! Conseguenze - A causa dell’intollerabile, indegno sovraffollamento, che presto ci esporrà ad un’altra ustionante condanna della Corte europea per trattamenti inumani e degradanti, il nostro doloroso universo penitenziario versa in una situazione di patente illegalità costituzionale: perché le pene vi sono espiate in condizioni contrarie al senso di umanità, facendo venir meno il necessario presupposto, come da tempo ha spiegato la Corte costituzionale, affinché possano tendere alla rieducazione del condannato. Già “la ricetta di rendere sociale il soggetto antisociale inserendolo in contesti asociali - diceva Gustav Radbruch - è efficace quanto quella di insegnare a nuotare fuori dall’acqua”; se poi oggi si pretende di recuperare un soggetto alla legalità costituzionale imponendogli un trattamento costituzionalmente illegale è come se chi ha il compito di insegnare a nuotare non sapesse lui stesso nuotare. Un istruttivo insegnamento d’oltreoceano viene dalla pronuncia con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ordinato (sent. Brown v. Plata, del 2011) allo Stato della California di ridurre la popolazione penitenziaria di circa 40.000 unità. Il gravissimo livello di sovraffollamento raggiunto in quello Stato, infatti, circa il 190% della capienza, violava, secondo la Suprema Corte, l’VIII emendamento della Costituzione, che vieta “cruel and unusual punishments”. La Corte ha ritenuto che il drastico decongestionamento fosse l’unico rimedio per ristabilire uno standard di vita intramuraria umanamente e costituzionalmente accettabile. Cosa si è fatto - A parte un inutile intervento sul procedimento per la valutazione dei presupposti della liberazione anticipata, dichiarato incostituzionale dopo un anno, sinora ogni tentativo di affrontare la drammatica emergenza umanitaria e giuridica era destinato ad operare, più o meno efficacemente, in un futuro di medio-lungo termine. È come se, accorrendo sul luogo in cui si è verificato l’ennesimo spaventoso incidente stradale con alcune persone agonizzanti e altre che invocano disperatamente soccorso, ci si limitasse a promettere di rivedere la segnaletica e anche di aumentare la carreggiata di una corsia. Fuor di metafora, costruire nuove carceri. La Presidente del Consiglio ha voluto chiarire di non aver mai creduto che “la strada per ridurre il sovraffollamento siano indulti e svuotacarceri”, ritenendo piuttosto che servano “misure strutturali per ampliare gli spazi a disposizione”. Un’idea in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: dopo aver avvertito che “aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere”, il Consiglio ha esortato a far ricorso alle misure alternative, ritenute “mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa”, evitando “gli effetti negativi della reclusione”. Cosa si dovrebbe fare? - L’ineludibile urgenza, tardiva peraltro, è quella di decongestionare drasticamente il sovraffollamento. Ogni proposito di riforma altrimenti sarebbe destinato a restarne soffocato. Una volta risaliti dal baratro della disumanità e della illegalità in forza di un drastico ridimensionamento della popolazione penitenziaria, si dovrebbe porre mano a riforme affinché si riconduca la situazione nell’alveo della civiltà e della costituzionalità. Si potrebbe contare su una estrema copiosità di materiali e di proposte: quelli offerti dagli Stati generali dell’esecuzione penale, dalla Commissione che ho avuto l’onore di presiedere, dalla Commissione Ruotolo, dalla sezione “Carcere, materiali per una riforma” della rivista “Sistema penale”, materiali che vado raccogliendo con patetica perseveranza e con il generoso e qualificatissimo apporto di autorevoli giuristi; da ultimo, è di pochi giorni fa, si potrebbe attingere anche dal progetto ministeriale “Giustizia più inclusiva”, in cui a prima lettura si rinvengono ottimi propositi, che saranno tuttavia destinati a restare soltanto tali, qualora - rimosso l’attuale sovraffollamento - non si creassero le condizioni, le strutture e il personale necessari. Ma non sembra questa la via che si intende seguire. Sulla strada dell’indulto è stato apposto un divieto di accesso per una duplice preoccupazione. Innanzitutto perché, si sostiene, verrebbe incentivata la tendenza a delinquere, come è accaduto con l’ultimo indulto del 2006: affermazione che addebita impropriamente la successiva crescita della popolazione penitenziaria alla recidiva degli indultati. Uno studio commissionato dal Ministero della giustizia e compiuto sui dati del DAP ha seguito nel tempo le persone beneficiarie dell’indulto e misurato il loro reingresso in carcere nel quinquennio successivo: la percentuale era circa il 33,9%, a fronte del tasso di recidiva ordinario di allora, intorno al 65-70%. Altra ragione di contrarietà: lo Stato si dimostrerebbe debole, e con la medesima preoccupazione si è ritenuta impraticabile persino la proposta di aumentare la riduzione di pena in vista della liberazione anticipata ai soggetti che se ne fossero dimostrati meritevoli, temendo che potesse essere percepita come una graziosa indulgenza, mentre rappresentava un risarcimento dovuto per le terribili condizioni in cui quel merito è stato maturato. Evidentemente si preferisce restare uno Stato senza dignità, come ha autorevolmente ammonito il Presidente Mattarella, “dignità, in un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto, che rappresenta la migliore garanzia di sicurezza”, con ciò autorevolmente chiarendo come anche che la sicurezza sociale non dipenda da quando, ma da come il detenuto torna in libertà e da come viene sostenuto nella sua convalescenza sociale. Dobbiamo allora prendere purtroppo atto che ci potrebbe essere un’ altra soluzione per ridurre la forbice tra la realtà e il dover essere costituzionale: modificare questo secondo, magari intervenendo direttamente sull’art.27 che “ è stato il grimaldello culturale di chi ha lentamente eroso la certezza della pena facendo leva su gargarismi garantistici a scapito del valore di difesa sociale e di prevenzione generale della pena”. Una distopica previsione - Di fronte a questo bivio - cambiare la realtà o cambiare i principi ispiratori del nostro sistema penale - speranza e realismo sembrano prendere rotte diverse. Temiamo che, almeno nel breve-medio periodo, sia destinato a prevalere l’approccio securitario e carcerocentrico. Anzitutto per la perniciosa sinergia di tre fattori: la cronaca nera, cui viene dedicato quasi il triplo dello spazio rispetto agli altri Paesi europei e che misura la pubblicabilità della notizia in base alla sua drammaticità o alla sua minacciosità; 2) la pandemia sociale dell’insicurezza, che ha dato luogo in questi ultimi decenni ad una democrazia emotiva, in cui la fa da padrone la pulsione securitaria; 3) l’imperversante giustizialismo che nelle condizioni date è elettoralmente molto redditizio. La previsione è poi oggi distopica anche perché sarà difficile non risentire a livello nazionale dell’impetuoso e gelido vento che spazza via il diritto e l’umanità, quali ingombranti reperti del passato che debbono lasciare il posto all’egemonia della forza e dell’interesse, economico o elettorale che sia. Un non rassegnato impegno - Nonostante questa consapevolezza, noi “professori dell’utopia”, come ci etichetterebbe Goliarda Sapienza, manterremo speranza e impegno civile. Certo “non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele”, come Il Dubbio su questo dramma sta facendo da dieci anni, come sta facendo con la giornata odierna e come, sono certo, continuerà a fare. E anche se si sarà costretti a procedere di bolina, la prua punterà sempre verso il lido della responsabile umanità, indicato dalla Costituzione. Il Garante dei detenuti Turrini chiede “più autonomia” di Eleonora Martini Il Manifesto, 24 ottobre 2026 Relazione al Parlamento 2025. Sovraffollamento record, mancanza di attività trattamentali, aumento costante di detenuti con disagio psichico, tossicodipendenza, gravi carenze di tutela sanitaria. Sovraffollamento record, mancanza di attività trattamentali, aumento costante di detenuti con disagio psichico, tossicodipendenza, gravi carenze di tutela sanitaria. Nulla di nuovo, purtroppo, per quanto riguarda le condizioni delle carceri italiane, nella Relazione al parlamento 2025 del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl) presentata ieri in Senato. I dati infatti sono relativi all’anno 2025 e dunque già noti in quanto pubblicati sia dal ministero di Giustizia che dalla stessa authority presieduta dal magistrato Riccardo Turrini Vita. Nonché largamente superati dai rapporti dell’associazione Antigone. Anche se dal corposo dossier di oltre 300 pagine si può estrarre un dato particolarmente interessante perché inerente alla cronaca di questi giorni: l’aumento rispetto al 2024 del numero dei detenuti di età tra i 18 e i 24 anni (4.194) nelle carceri per adulti. In mancanza di dati nuovi, dunque, Turrini Vita ha dedicato la sua introduzione a riflettere sulla figura dell’Autorità garante istituita nel 2013 e operante dal 2016, quale Meccanismo nazionale di prevenzione ai sensi dell’Opcat (Optional Protocol to the Convention against Torture), ovvero Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura e altri trattamenti inumani o degradanti. Un mandato, sostiene il magistrato, troppo esteso per un collegio (composto anche dall’avvocata Irma Conti e dal professor Mario Serio) che sarebbe tenuto a svolgere un gran numero di compiti ma può contare solo su “non più di 25 dipendenti”. Oltre alle carceri, infatti, il Gnpl dovrebbe monitorare gli Istituti per minori (Ipm), i Cpr, gli hotspot, le Rems (le residenze per i rei-folli), le camere di sicurezza, i locali di frontiera, le zone di transito, gli spazi di attesa degli aeroporti, le Rsa per anziani, i reparti psichiatrici, e così via. “Il numero dei luoghi funzionalmente significativi raggiunge così le migliaia”, ha spiegato il Garante. E in capo all’ufficio di via San Francesco di Sales c’è anche una “grande mole” di lavoro burocratico e amministrativo. Alla luce di tutto questo, Turrini Vita ha chiesto al governo “un adeguamento che dovrebbe operare su due piani: rafforzare le risorse e rendere più coerente lo statuto di indipendenza, anche attraverso un esplicito riconoscimento della sua autonomia organizzativa, amministrativa, contabile e finanziaria”. Che, secondo il Gnpl, si afferma con “l’istituzione di un fondo autonomo presso Palazzo Chigi, l’obbligo di risposta motivata alle raccomandazioni” e, “soprattutto, con l’istituzione di un ruolo proprio del personale, superando la quota obbligatoria di personale proveniente dal Ministero della giustizia”. Va detto che dal 2016 ad oggi, in effetti, il numero di luoghi di detenzione è decisamente aumentato, così come è cresciuto il numero di persone recluse o private anche per poco tempo della libertà personale. E però non si può non ricordare che l’attuale collegio, nominato due anni fa, è stato criticato aspramente e più volte dalle associazioni di settore e perfino dalla Conferenza dei garanti territoriali proprio per aver dimostrato scarsa autonomia e indipendenza rispetto alle politiche governative. Dalle visite che non producono rapporti e “si limitano alle photo-opportunity”, fino all’allinearsi ai diktat di via Arenula, come accadde per esempio nell’agosto 2025 quando il Gnpl smentì, subito dopo la reprimenda del ministero di Giustizia, il proprio rapporto sui suicidi in carcere: sono tante le occasione in cui l’attuale Collegio ha dato prova di non saper seguire la strada indicata dal primo Garante nazionale, Mauro Palma. Un’indipendenza che non si chiede, si prende. L’ex mafioso esce di giorno: scandalo? No, solo la legge di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 24 ottobre 2026 Giuseppe Ruffolo, condannato per quattro omicidi e mai diventato collaboratore, potrà uscire di giorno per lavorare con un’associazione di Potenza. Per i giudici l’accusa non ha portato elementi su legami attuali con il clan. È la notizia perfetta per l’indignazione a comando. Prima che ne parlino altri, lo fa Il Dubbio. Giuseppe Ruffolo sta scontando l’ergastolo per quattro omicidi, uno dei quali aggravato dal metodo mafioso, e non ha mai collaborato con la giustizia. Uscirà dal carcere di giorno per fare volontariato a Potenza, con l’associazione “I Falchi della Lucania”. La prima sezione penale della Cassazione, con la sentenza n. 35695 del 2026 (presidente Giuseppe De Marzo, relatore Giorgio Poscia), ha rigettato il ricorso con cui il procuratore generale presso la Corte d’appello dell’Aquila chiedeva di annullare la semilibertà concessa dal Tribunale di sorveglianza dell’Aquila. Detta in due righe: il boss esce, lo Stato arretra. Un titolo che possiamo suggerire per chi vuole suscitare indignazione. Ma chi ha la pazienza di leggere le cinque pagine della sentenza trova altro, cioè la prova di quanto sia stretta la porta che il legislatore ha socchiuso ai condannati per reati ostativi, e di quanta strada serva per arrivarci davanti. Ruffolo è nato a Cosenza nel 1954. L’ergastolo porta la firma della Corte d’assise d’appello di Catanzaro, sentenza del 25 maggio 2012. Nel ricorso il procuratore generale aquilano ha messo in fila tutto ciò che di solito basta a chiudere una pratica: la gravità dei delitti, i precedenti, la mancata collaborazione, l’appartenenza al clan di ‘ndrangheta Perna-Pranno, descritto come “tuttora attivo ed operante”. Il Tribunale avrebbe guardato solo all’osservazione in carcere, trascurando l’assenza di una “autentica e completa revisione critica”, e il beneficio sarebbe dunque “assolutamente prematuro”. Davanti alla Suprema corte il sostituto procuratore generale Roberto Patscot ha chiesto l’annullamento con rinvio. L’avvocato Luca Acciardi, difensore di Ruffolo, ha replicato chiedendo l’inammissibilità del ricorso e, in subordine, il rigetto. Per capire perché l’accusa ha perso bisogna tornare alle regole. Per decenni il comma 1 dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario ha funzionato come un muro: senza collaborazione nessun beneficio, qualunque fosse il percorso del detenuto. La Corte costituzionale lo ha incrinato con la sentenza n. 253 del 2019 sui permessi premio e, con l’ordinanza n. 97 del 2021, ha chiesto al Parlamento di intervenire sull’ergastolo ostativo. Ne è uscito il decreto legge n. 162 del 31 ottobre 2022, convertito nella legge n. 199 del 30 dicembre 2022, con il nuovo comma 1-bis. La presunzione di pericolosità di chi tace resta in piedi. Diventa superabile, a un prezzo altissimo. Il condannato deve dimostrare di aver adempiuto le obbligazioni civili, o l’assoluta impossibilità di farlo. Deve poi allegare, come ricorda la sentenza, “elementi specifici, diversi e ulteriori rispetto alla regolare condotta carceraria, alla partecipazione del detenuto al percorso rieducativo e alla mera dichiarazione di dissociazione”, capaci di escludere i collegamenti attuali con la criminalità organizzata e il pericolo che rinascano. La buona condotta da sola non basta. Il percorso trattamentale da solo non basta. La sola dichiarazione di dissociazione non vale nulla. Poi viene l’istruttoria. Il testo della norma, riportato per esteso nella sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo “Asciutto e altri contro Italia” del 3 settembre scorso, obbliga il giudice a raccogliere informazioni dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, il parere della procura distrettuale e della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, le notizie del direttore del carcere, gli accertamenti su redditi, patrimonio e tenore di vita del condannato, dei familiari e delle persone a lui collegate. Se affiorano indizi di legami, tocca al detenuto portare la prova contraria. Per la liberazione condizionale l’ergastolano ostativo deve aver scontato trent’anni, contro i ventisei dell’ergastolo comune. Strasburgo rileva che il legislatore ha usato formule ampie e cita il Tribunale di sorveglianza di Bologna, che nel marzo 2023 ha definito particolarmente complessa l’attività probatoria richiesta dalla riforma. Negli stessi giorni il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa parlava di condizioni stringenti, e chiedeva all’Italia di garantire ai detenuti prospettive ragionevoli di soddisfarle. Ruffolo quella porta l’ha attraversata con le carte in regola. Una per una. La prima è un provvedimento del 6 luglio 2023 che aveva accertato l’impossibilità della sua collaborazione con la giustizia. Le deduzioni dell’accusa sul silenzio del detenuto diventano così “inconferenti”: nessuno può essere rimproverato per non aver fatto ciò che un giudice ha già dichiarato impossibile. La seconda riguarda la revisione critica, che il procuratore pretendeva totale. La Cassazione ricorda che il comma 4 dell’articolo 50 dell’ordinamento penitenziario lega la semilibertà ai progressi nel trattamento e alle condizioni per un graduale reinserimento sociale, senza richiedere alcuna abiura completa. Sulla stessa linea la giurisprudenza di legittimità censita dalla Corte europea, a partire dalla sentenza n. 23556 del 2023, che chiede di verificare dalla condotta complessiva la volontà di recidere i legami, senza pretendere la prova di una trasformazione intima della persona. La terza carta decide la partita. Dal parere della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, l’ufficio che conosce quel territorio e quel clan, non sono emersi elementi a conferma di collegamenti attuali, nonostante la pregressa appartenenza di Ruffolo ai Perna-Pranno. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo il parere non l’ha trasmesso, e la legge, scaduti i termini, consente al giudice di decidere ugualmente. La forza dello Stato di diritto - Resta l’osservazione. Ruffolo ha goduto con esito positivo di vari permessi premio, anche nella sua terra d’origine. Non mantiene corrispondenza con altri detenuti. Ha chiesto di entrare in un programma di giustizia riparativa, e la domanda è caduta soltanto per la durata limitata del programma. Il gruppo di osservazione ha proposto di proseguire con le esperienze premiali e di declassificarlo in un regime detentivo meno afflittivo. Il Tribunale, annota la Cassazione, non ha cancellato il passato: ha ricordato anzi i vari rigetti delle istanze precedenti. Prima di questa volta, quell’uomo ha bussato e si è visto chiudere la porta in faccia più di una volta. Contro questo quadro il ricorso dell’accusa si limita a evocare la gravità dei reati e i vecchi legami con il clan, scrivono i giudici, “senza però fornire alcun concreto elemento circa l’esistenza di attuali rapporti del detenuto con gli altri sodali o il pericolo del loro ripristino”. Censure in parte rivalutative, che lasciano intatta la motivazione. Chi parla di maglie larghe dovrebbe sfogliare la stessa sentenza Asciutto. Vi sono elencate pronunce della Cassazione del 2023 e del 2024 che hanno confermato dinieghi fondati proprio sull’operatività dei clan di appartenenza o sul rischio di un ritorno. Il clan attivo conta, eccome, quando qualcuno porta fatti. Qui l’ufficio che quei fatti doveva cercarli, la Dda di Catanzaro, non ne ha indicati. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lo si cita nei convegni e nelle cerimonie. Poi, quando un giudice lo applica a un ergastolano dopo anni di rigetti, c’è sempre chi riscopre il fine pena mai come argomento da campagna elettorale. Misurare la pericolosità di un uomo fermando l’orologio al giorno del delitto è esattamente ciò che la Corte europea, con la sentenza Viola del 2019, aveva rimproverato all’Italia. La sicurezza non si fa con la pedagogia della paura di Maria Brucale* Il Domani, 24 ottobre 2026 Ipotizzare di risolvere il malessere giovanile nella sua complessità con una risposta puramente repressiva e custodiale, significa abdicare al ruolo pedagogico e, ancor prima, a una indagine seria e capillare sulle cause. Il via libera del Consiglio dei ministri al nuovo decreto sull’ordine pubblico e la sicurezza segna l’ennesima, profonda ferita allo Stato di diritto disegnato dalla Costituzione. La misura - che introduce l’inasprimento delle pene, nuove fattispecie di reato legate alle manifestazioni pubbliche, la presunzione di imputabilità per I quattordicenni, il fermo preventivo esteso ai minorenni e la responsabilizzazione economica dei genitori - esprime la confessione di un fallimento culturale, la resa definitiva alle logiche dello stato di polizia. Le scelte adottate dall’esecutivo percorrono la china già ampiamente delineata di una deriva securitaria che scambia la prevenzione con la compressione preventiva di libertà fondamentali. Come ha puntualmente denunciato l’Unione Camere Penali Italiane nel suo comunicato del 21 ottobre, ci troviamo di fronte all’ennesimo e improprio uso della decretazione d’urgenza. Quando sono in gioco la libertà personale, le garanzie individuali e la responsabilità penale, l’articolo 77 della Costituzione non può venire piegato a scorciatoia per scavalcare il dibattito parlamentare. L’illusione che l’aumento indiscriminato delle pene e la creazione di nuovi reati possano fermare i fenomeni complessi della marginalità e del disagio produce l’unico risultato certo di sacrificare, in nome della propaganda, i principi costituzionali di proporzionalità e tassatività dei precetti sanzionatori. Il contrasto con la stagione riformatrice che vide l’impegno del ministro Andrea Orlando e, ancor prima, la straordinaria elaborazione collettiva degli Stati generali dell’esecuzione penale (e specificamente per il versante minorile) è frontale, quasi drammatico. Quella stagione aveva avuto il coraggio di guardare al carcere e alla devianza giovanile non attraverso la lente miope della punizione, ma alla luce della Costituzione: la pena come extrema ratio, orientata alla educazione perché fondata sulla comprensione della peculiare vulnerabilità dell’individuo in età evolutiva. Si era compreso, infatti, che il minore autore di reato è un soggetto in formazione, portatore di una fragilità naturale che richiede ascolto, responsabilità educativa, percorsi di giustizia riparativa e risocializzazione. Ipotizzare di risolvere il malessere giovanile nella sua complessità con una risposta puramente repressiva e custodiale, significa abdicare al ruolo pedagogico e, ancor prima, a una indagine seria e capillare sulle cause che possono innestare o attivare la violenza. Il fenomeno dello sconforto giovanile che sfocia in conflitto si rivela una realtà difficile e sfaccettata, in cui la percezione di un futuro precario e l’impatto delle recenti politiche repressive si intrecciano profondamente con il vissuto emotivo delle nuove generazioni. Nei ragazzi la rabbia e le derive aggressive non nascono dal nulla, bensì dall’esplosione di un profondo senso di solitudine e invisibilità di fronte a un mondo adulto che sembra aver smesso di ascoltarli. La mancanza di prospettive lavorative stabili, la frammentazione sociale, la guerra, le tensioni sociali e una generale incertezza economica generano un’ansia cronica per il domani, una fragilità strutturale che troppo spesso viene ignorata finché non degenera in scontro. In questo contesto, le risposte istituzionali orientate al rigore punitivo che non si interroga, introdotte a partire dal decreto Caivano, rischiano di essere percepite dai giovani come un muro di pregiudizio. Quando lo Stato risponde alle difficoltà sociali e alla povertà educativa ciecamente attraverso l’inasprimento delle pene e la logica del controllo, i ragazzi avvertono una dolorosa forma di criminalizzazione aprioristica e ostile. Invece di trovare sul territorio investimenti in scuole, centri di aggregazione e supporto psicologico, sentono che le proprie paure e le proprie richieste di aiuto vengono ridotte a problemi di ordine pubblico. Una dinamica che finisce per alimentare il risentimento e la distanza dalle istituzioni, che trasforma lo Stato, agli occhi di una generazione già insicura, in un giudice severo orientato al sospetto piuttosto che in una guida capace di offrire inclusione, comprensione e reali alternative di vita. La visione muscolare che emerge dal nuovo decreto è dunque radicalmente sterile perché incapace di produrre vera sicurezza. La sicurezza reale non fiorisce nei recinti della paura o attraverso la moltiplicazione dei reati e dei bavagli di piazza, ma nasce dalla coesione sociale, dalla relazione e dall’inclusione, dall’investimento nell’educazione. Scegliere la semplificazione della repressione significa confondere l’autorevolezza dello Stato con la sua ferocia, sacrificando sull’altare del consenso immediato le garanzie liberali che definiscono la civiltà di un Paese. E ogni passo compiuto in questa direzione allontana sempre di più dall’orizzonte di una giustizia giusta, mite e costituzionalmente orientata. *Avvocato Il carcere ha fallito per gli adulti, assurdo pensare che funzioni per i minori di Sergio D’Elia* huffingtonpost.it, 24 ottobre 2026 Come Nessuno tocchi Caino, ne abbiamo visitate tante negli ultimi anni. Siamo stati in visita al carcere minorile di Treviso e abbiamo visto ragazzini dormire sui materassi stesi sul pavimento per mancanza di una branda. Con quali celle e con quale personale si pensa di aumentare la capienza che già oggi non è quella rispettosa di leggi e regolamenti? Siamo stati in visita al carcere minorile di Casal del Marmo a Roma che è lo specchio esatto del fuori da cui i ragazzi provengono. I padiglioni sono due, uno di fronte all’altro a 50 metri di distanza, rivali, in guerra permanente. Rispecchiano le bande rivali e la guerra nei quartieri periferici della città. Poi, nel dicembre scorso, abbiamo tenuto il nostro congresso nel teatro del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. C’era Antonio Sangermano, il capo della Giustizia minorile e di comunità (così si chiama, “di comunità”, e così dovrebbe essere) che ha ripetuto quello che pensa da sempre. Che la soluzione per un ragazzino non è un luogo di privazione della libertà ma la via alternativa della comunità. La comunità che ti “contiene”, nel doppio senso di contenere il pericolo e di tenere con sé. È intervenuto anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere Beccaria da dodici anni, per dire che occorre dare ai ragazzi detenuti in attesa di uscire poche semplici cose: una carta di identità, una casa di accoglienza, un posto di lavoro. Quello che non hanno mai avuto. Neanche misure alternative al carcere, ma misure alternative alla strada e al quartiere di periferia in cui hanno vissuto. Una volta, siamo stati a visitare l’Istituto penale per minorenni di Bologna. Abbiamo trovato spazi comuni, aree all’aperto, verde, un campo sportivo, luoghi nei quali, almeno per qualche momento, sembra di non trovarsi all’interno di un istituto penale. Nelle sezioni abbiamo visto ambienti luminosi, alti, puliti, complessivamente decorosi. Soprattutto, mi ha colpito la presenza discreta, quasi amorevole, del direttore e degli altri responsabili della Giustizia minorile, degli appartenenti alla Polizia penitenziaria e del comandante che ci ha accompagnato nei reparti. Una presenza che testimonia come, in luoghi così difficili, ci siano persone che svolgono più che un ruolo, quasi una missione, perché credono nella possibilità che da quel luogo si possa uscire più responsabili rispetto a quando si è entrati. E a proposito di “rieducazione” e finalità delle pene, proprio la visita a un carcere minorile pone una questione preliminare: possiamo davvero parlare di “rieducazione” quando abbiamo davanti ragazzi di quattordici o quindici anni? La parola stessa presuppone che qualcuno sia stato educato male e debba quindi essere rieducato. Ma molti dei ragazzi che abbiamo incontrato avrebbero avuto bisogno, prima di tutto, della fortuna di incontrare un educatore. Qualcuno che si prendesse cura di loro. Una famiglia, una scuola, un maestro, un adulto capace di stabilire una relazione. Per loro, dunque, dovremmo parlare di educazione, prima ancora che di rieducazione. Ragazzi di quattordici anni, quindici anni. Se sono lì, molto spesso è perché nella loro vita è mancata una relazione significativa con qualcuno che si prendesse cura di loro: la famiglia, la scuola, un educatore. E, per queste mancanze, la priorità sarebbe quella di costruire nuove carceri (in quanti anni) o quella di aumentare i posti disponibili (con quale personale?) per ragazzi di quell’età. Certo, nell’immediato, per ridurre il danno servono più agenti di polizia penitenziaria, più educatori, più direttori, più psicologi. Ma quello di cui quei ragazzi hanno davvero bisogno è un altro tipo di esercito, un altro tipo di caserma: un esercito di maestri elementari, un piano edilizio di scuole, teatri, palestre e campi sportivi nelle periferie delle nostre città. Hanno bisogno soprattutto di ciò che spesso è stato loro negato fin da piccoli: contatti umani significativi, relazioni umane, amore, affetto. Durante la visita all’IPM di Bologna ho assistito a una scena che mi ha profondamente colpito. Un ragazzo teneva la mano del comandante attraverso le sbarre della sua cella, e lo implorava: “Comandante, non andare via.” “Ma poi torno”, gli rispondeva. “Mi prometti che torni? Ti aspetto. Torna. Ti prego, torna”. Quel ragazzo vedeva in quell’uomo qualcosa che forse non aveva mai avuto nella propria vita: una relazione umana stabile, qualcuno del quale potersi fidare, qualcuno che tornasse davvero. È questo che dovrebbe interrogarci. Quando ero in carcere, Mariateresa Di Lascia, la scrittrice portentosa di Passaggio in ombra, il romanzo che avrebbe vinto il Premio Strega, venne a trovarmi e mi regalò Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Guardando quei ragazzi mi sono chiesto: hanno mai letto Il Piccolo Principe? Hanno mai avuto un educatore, un maestro elementare, un amico più grande, un parente, qualcuno che prendesse un libro e lo leggesse insieme a loro? Perché un libro come Il Piccolo Principe educa. Non insegna soltanto nozioni, geografia o matematica. Educa i sentimenti. È di educazione sentimentale che quei ragazzi hanno bisogno. Non di rieducazione: di educazione. Sentimentale. Dopo duecento visite nelle carceri negli ultimi due anni, dopo aver conosciuto e frequentato sempre più da vicino questi luoghi, sono diventato sempre più convinto che il carcere sia un’istituzione fuori dal tempo. All’inizio del secolo scorso, nel 1904, Filippo Turati parlò delle carceri come dei “cimiteri dei vivi”. Sono trascorsi più di centoventi anni. Eppure continuiamo a pensare che sia possibile rispondere ai problemi umani, sociali, familiari ed educativi attraverso la segregazione. È giunto il momento di domandarci se un’istituzione nata per separare, rinchiudere e sottrarre alla vista possa davvero essere il luogo nel quale ricostruire ciò che nella vita di una persona è stato spezzato o non è mai esistito. Se vogliamo essere umani e civili o un po’ più cristiani - nel senso più semplice che mi è stato insegnato da mia madre: essere buone persone - dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre il carcere. Non basta renderlo un po’ migliore. Non basta renderlo più pulito, più efficiente o meno affollato, per quanto tutto questo sia necessario nell’immediato. Dobbiamo cominciare a pensare alla sua fine, anche per gli adulti. Per ragazzi di quattordici, quindici, sedici anni, non avremmo mai dovuto a suo tempo concepirlo e, oggi, pensare di estenderlo. Perché quei ragazzi non hanno bisogno di essere sotterrati dalla società. Hanno bisogno di qualcuno che li guardi, che li ascolti, che gli tenda una mano, che li educhi ai sentimenti. Di qualcuno che, quando dice “torno”, poi torni davvero. Segretario di Nessuno tocchi Caino Gonnella: “Nordio ha già devastato la giustizia minorile. Questa è l’ennesima cambiale elettorale” di Serena Convertino L’Espresso, 24 ottobre 2026 Il presidente di Antigone contro il piano per aumentare i posti negli Ipm e mandare i ragazzi nelle carceri per adulti: “Cultura repressiva e illiberale. Così rischiamo di trasformare piccoli delinquenti in criminali strutturati”. Volti cupi, sguardi accigliati. Alcuni hanno le lacrime, altri sono arrabbiati, disperati. Fuori dalla questura di Milano, erano decine i genitori dei ragazzi protagonisti degli scontri e dei vandalismi nel fine settimana scorso. È ancora presto per stabilire per quanti di quei ragazzi le porte degli istituti penitenziari per minori (e non solo) rimarranno serrate dietro alle spalle. Nel frattempo, per il ministro della giustizia Carlo Nordio non è presto invece per annunciare una nuova stretta sulla giustizia minorile. “Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti”, ha dichiarato a Sky Tg24. Il sistema carcerario minorile, ha dichiarato il ministro, “in questo momento è effettivamente in sofferenza”. La risposta del governo sarebbe quindi cercare fondi “per ampliare la capienza delle carceri giovanili” e valutare la possibilità che alcuni settori degli istituti penitenziari per adulti vengano destinati ai più giovani. Una prospettiva “ideologica”, “emotiva”, una “cambiale elettorale” secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. Perché, sostiene, la crisi degli istituti penali per minorenni non dimostra la necessità di costruire più carceri, ma è di per sé il risultato di una politica che negli ultimi anni ha voluto chiudere più ragazzi dietro le sbarre. Professor Gonnella, Nordio guarda agli arresti dei minorenni dopo gli scontri di Milano e dice che servono più carceri. Antigone sostiene praticamente il contrario... “Il punto di vista del ministro è portatore di una cultura repressiva e illiberale, che mette al centro l’ordine e la sicurezza come in periodi molto lontani della storia: “law and order”. Se pensi che la società e la gioventù debbano essere trattate soltanto con il manganello e il carcere, allora è legittimo il suo discorso. È coerente. In quel caso, il ministro si prepari, non avremo bisogno di due o tre carceri in più, ma di cento. Se vogliamo un modello non di tipo educativo ma di tipo repressivo, non basteranno mai”. Cosa cambia per il sistema della giustizia minorile con un nuovo decreto? “L’hanno già devastato. Nordio non fa nulla di nuovo, ha esplicitato ciò che è già in via di attuazione dal decreto Caivano del 2023 e con gli interventi successivi, tutti diretti alla criminalizzazione delle fasce giovanili, con un target specifico sui dissidenti e sui migranti: il sistema è già parzialmente rovinato. Gli operatori della giustizia minorile hanno perso un riferimento: se prima sapevano di dover prendere in carico un ragazzo, oggi siamo già alle punizioni tradizionali. Questo spiega la crescita enorme dei numeri che, peraltro, non tiene conto del fatto che una parte dei ragazzi è già stata trasferita nel sistema degli adulti: iniziano a scontare la pena da ragazzi e poi vengono trasferiti. È tutto l’esito di misure penali più severe, ma anche dello smantellamento delle forme di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati”. Dal 2022 all’agosto 2026 le presenze negli Ipm sono passate da 381 a 550. Il sovraffollamento è una realtà. Costruire più carceri sarebbe comunque una risposta valida almeno a questo problema? “Il sovraffollamento l’hanno prodotto loro. A prescindere, costruire più carceri non è una soluzione auspicabile. Non sarebbero nemmeno capaci di fare edilizia: abbiamo sempre meno posti”. Non è una soluzione neppure dal punto di vista pratico, quindi... “Per il governo vicende come quelle dello scorso fine settimana, o fatti di cronaca che vedono protagonista un minore migrante, sono una cambiale elettorale che useranno sempre per stravolgere il sistema delle norme. È un’ideologia. C’è poco da rispondere con la realtà: con argomenti razionali di fronte all’emotività e a una gabbia ideologica c’è poco da fare e da dire, se non contestare quel modello”. A Milano abbiamo visto minorenni protagonisti di violenze e vandalismi. Non è necessario dare una risposta anche sul piano penale? “Il problema è che non si capisce nemmeno di quale fenomeno stiamo parlando. La decretazione d’urgenza in campo penale, quando si parla di libertà fondamentali, non si fa: è scritto in qualunque libro di diritto. È una sconsideratezza. Non hanno neppure capito chi sono questi ragazzi. Non sappiamo nulla, se si siano organizzati da soli o meno, se abbiano o meno un fine politico. È chiaro che è tutta propaganda, è solo propaganda. Spero solo che gli italiani non ci caschino più”. Lei dice che il modello repressivo è già entrato negli istituti. Con quali conseguenze? “È un modello che è stato imposto anche agli operatori. Nessun direttore di un carcere minorile ne può essere entusiasta. Noi ce ne occupiamo da trent’anni: prima le carceri minorili erano posti nei quali da decenni non succedeva quasi niente. Oggi abbiamo in corso due processi per torture, le tensioni sono alle stelle, i toni sono esasperati”. Nordio ha ipotizzato anche di destinare ai giovani detenuti alcuni spazi delle carceri per adulti. Che cosa potrebbe succedere a un ragazzo mandato lì? “Rischiamo di fargli fare una carriera criminale. Un ragazzino che aveva commesso un piccolo delitto di strada, finito in un carcere per adulti, diventerà un criminale, manovalanza delle organizzazioni criminali. Li roviniamo per sempre. E quando poi diventano adulti, lo scotto lo paghiamo tutti”. Più carcere, più criminalità? “La pena ha efficacia deterrente soltanto nei confronti di un criminale vero. Quando le vite non sono in partenza criminali è diverso. Qui invece parliamo di ragazzini che non hanno niente da perdere, di migranti, di persone disperate: vanno in galera e continueranno a farlo. E una volta entrati, la loro situazione non può che peggiorare”. Ad agosto il 68,1% delle persone negli Ipm non aveva una condanna definitiva e più di una su quattro era ancora in attesa del primo giudizio. Perché tanti ragazzi finiscono comunque in carcere? “Molti di questi ragazzi non hanno luoghi nei quali poter accedere alle misure alternative. Non sono figli di boss o malavitosi, sono ragazzini che non hanno casa. Negli anni Cinquanta e Sessanta erano i nostri poveri e li trattavamo con cura e amore. Sì, anche quando facevano casino li trattavamo con cura. I numeri della criminalità minorile negli anni Settanta, ma anche negli anni Ottanta, erano molto più alti. Eppure erano anni nei quali non c’era un solo partito che mettesse questo tema al centro del dibattito pubblico”. Se il carcere non è la risposta, che cosa dovrebbe fare allora lo Stato davanti a un ragazzo che commette un reato? “Il minore va educato. Non dico “rieducato” perché in questi casi probabilmente bisogna partire da zero. È una presa in carico complicata, sicuramente. Il carcere invece è una risposta semplificata, recidivante, che non si cura della collettività. Servono un sistema di comunità, accoglienza e percorsi insieme ad altri ragazzi, anche con storie diverse. Come nelle scuole: i ragazzi difficili mica li mettiamo tutti insieme, li distribuiamo e gli facciamo vivere contesti di positività in cui è possibile integrarsi”. Che cosa significa concretamente educare un ragazzo che ha commesso un reato? “Sei incazzato? Svolgi una serie di attività volte a riparare il danno che hai prodotto in termini materiali, per abbassare il livello del conflitto. Hai rubato? Restituisci, risarcisci, vieni inserito in un progetto educativo che ti faccia capire che rubare è una violenza nei confronti della libertà altrui. In carcere l’unica cosa che capirà, invece, è che non ha senso rubare un paio di scarpe: è meglio fare una rapina”. Minori in piazza, le incongruenze del decreto “chi rompe paga” di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 24 ottobre 2026 Quando il minore, anche non imputabile (sotto i 14 anni), “partecipa alla commissione” di reati di piazza, il prefetto applicherà ai genitori una sanzione amministrativa: gravosa non per l’entità , ma perché l’ordinanza di ingiunzione del prefetto varrà come “prova scritta” utilizzabile dal privato. E questo pone almeno quattro dubbi. “Il padre e la madre sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori che abitano con essi”, e “sono liberati dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto”: è già così, e non da oggi ma dal 1942 esiste questo articolo n. 2048 nel codice civile, già ovvio “chi rompe paga” all’esito di una ordinaria causa civile. E allora cosa cambia il decreto legge del governo? Quando il minore, anche non imputabile (sotto i 14 anni), “partecipa alla commissione” di reati di piazza, il prefetto applicherà ai genitori (che non dimostrino di non averlo potuto impedire) una sanzione amministrativa: gravosa non per l’entità (da 500 a 1.000 euro), ma perché l’ordinanza di ingiunzione del prefetto varrà come “prova scritta” utilizzabile dal privato (ad esempio il negoziante della vetrina rotta) per ottenere automaticamente dal giudice civile l’emissione a carico dei genitori di un decreto ingiuntivo subito esecutivo - salvo sospensione possibile su istanza dei genitori solo “per gravi motivi” - del pagamento di danni quantificati dal privato stesso tramite una propria consulenza. Il che pone quattro nodi. Il primo è che a sanzionare “commissione di reati” sia una autorità non giudiziaria, ma amministrativa (il prefetto). Il secondo è il richiamo gassoso alla condotta di “partecipazione” del minore. Il terzo è che l’esecutività di un decreto ingiuntivo poggi sul friabile presupposto di una sanzione amministrativa del prefetto, passibile d’essere annullata su impugnazione dei genitori in Tribunale, Appello e Cassazione. Il quarto è il più spiazzante: mentre in generale lo strumento del decreto ingiuntivo può essere utilizzato solo per ottenere crediti predeterminati come ad esempio gli impegni di un contratto non rispettato, e mai invece per farsi risarcire un danno di cui un giudice debba valutare il “se” e il “quanto”, qui invece il decreto legge introduce l’unico caso di decreto ingiuntivo utilizzabile dal privato per farsi subito liquidare in automatico dal giudice civile il risarcimento di un danno, peraltro quantificato dal privato stesso: innescando così l’assurda disparità di tutele per cui, ad esempio, se invece in un incidente lo stesso ragazzino in motorino investisse un’anziana e le procurasse danni da lei stimati 1 milione, la signora non potrebbe ottenere analogo immediato decreto ingiuntivo, ma, come oggi, continuerebbe a dover avviare ordinarie cause di risarcimento. Rispondere agli scontri di Milano con più carcere per i minori è la cosa peggiore che si possa fare di Mario Pomini* Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2026 Basterà questo aumento sproporzionato della pena a dissuadere i tredicenni dal manifestare in maniera rabbiosa e violenta? Il cosiddetto pacchetto Sicurezza approvato dal governo a seguito dei recenti scontri tra la polizia e i ragazzini nel centro di Milano segue ancora la linea dell’aumento delle pene, secondo una tradizionale, ma fallimentare, logica economica. Nel 1992 l’economista americano Gary Becker vinse il premio Nobel anche per la sua teoria razionale della criminalità. Per l’economista conservatore ogni atto criminale deriva da un calcolo dei costi e dei benefici. Quindi per sradicare ogni tentazione criminale sarebbe sufficiente aumentarne il costo, per esempio incrementando gli anni di pena. Questa teoria molto semplicistica del crimine è stata abbondantemente smentita da ogni lato e abbandonata scientificamente, ma continua a circolare perché ha il pregio della semplicità e di una sua efficacia mediatica. Se questa teoria è risultata insufficiente nei confronti degli adulti, diventa del tutto fallimentare se applicata agli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, come previsto dal governo. Nasce un nuovo reato, quello di partecipazione violenta a una manifestazione, che può portare fino a cinque anni di galera, e anche di più con il volto mascherato o per chi la organizza. Basterà questo aumento sproporzionato della pena a dissuadere i dodicenni o tredicenni dal manifestare in maniera rabbiosa e violenta? Il governo pensa di sì, risolvendo tutto con un decreto da dare in pasto all’opinione pubblica. Ma anche seguendo la vecchia logica economica dei costi e dei benefici, il calcolo è sbagliato e il governo Meloni sta compiendo un grossolano errore, che avrà purtroppo conseguenze durature. Sul piano dei benefici per la comunità mettiamo pure un riacquistato senso di sicurezza per le persone che frequentano i centri urbani e il risparmio dei danni evitati con la deterrenza. E sul lato dei costi? Supponiamo che il tredicenne esaltato sia individuato e condannato a scontare i suoi cinque anni di carcere. Possiamo dargli o darle il massimo della pena perché a capo della protesta. Credo che in questo modo venga procurato un danno umano, educativo e personale notevolissimo, visto che la persona che stiamo considerando è nella sua fase formativa. Per la società la repressione degli adolescenti sicuramente rappresenta un costo futuro molto salato che non può essere ignorato. I ragazzini e le ragazzine che usciranno dopo qualche anno dal carcere non credo saranno persone migliori di quando sono entrate. Anzi potrebbero, per comprensibili ragioni, rappresentare un nuovo e più grande pericolo per la società. Però la punizione, non la repressione, anche per gli adolescenti che protestano violentemente, ci vuole in uno stato di diritto. Certamente. Ecco allora che si possono pensare delle punizioni alternative. Qui il catalogo è molto ampio, dai lavori socialmente utili a iniziative che facciano capire agli adolescenti la complessità del mondo in cui viviamo, complessità che non può essere risolta spaccando una vetrina e arraffando una felpa. Il governo, vista la giovane età dei devianti, avrebbe dovuto comportarsi da buon genitore e non da ottuso gendarme che non si pone il problema del perché. Punire per reprimere è un non senso da un punto di vista educativo e un fallimento per la società. Ma chi sono questi ragazzetti che ci fanno paura e che il governo vuole mettere in galera? Forse i più sono come i ladruncoli che popolano i libri di Charles Dickens. Nei romanzi del grande scrittore, ambientati nella Londra opulenta di fine Ottocento, i giovani criminali vengono arrestati, processati e messi in carcere con pene severissime. La loro unica colpa era quella di cercare di campare con furtarelli o stratagemmi illegali in una società che li teneva ai margini. Insomma, la loro colpa era la miseria, una direzione che ci potrebbe aiutare anche oggi. Speravo che a distanza di un secolo e mezzo le cose fossero cambiate e invece, con il governo Meloni, si torna veramente all’odioso antico. Il carcere per i quasi bambini è da considerare una vergogna e uno scandalo che tutti dovremmo condannare, anche perchè i ragazzini violenti, oggi più di ieri, sono figli della società intera che se ne deve fare carico. In un certo senso, tutti ne siamo responsabili. Non so se il mondo sarà salvato dai ragazzini, quelli che protestano devastando o gli altri, come scriveva nel suo testo onirico, dallo stesso titolo, Elsa Morante nel 1968. So solo che ora stanno parlando al mondo degli adulti, anche se con un linguaggio rude e aspro che non ci piace. Ascoltarli è nostro dovere, punirli anche, metterli in carcere invece è la cosa peggiore che possiamo fare. *Docente di Economia, Università di Padova La detenzione compromette la salute mentale dei minori e aumenta il rischio di recidiva di Franz Baraggino Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2026 Lo studio. Il governo vuole ampliare le carceri minorili per rispondere all’ondata di violenze che ha attraversato Milano e altre città italiane. Ma la detenzione degli adolescenti può aggravare i problemi che dovrebbe risolvere, compromettendone la salute mentale e aumentando il rischio di recidiva. È la tesi sostenuta da un gruppo internazionale di medici e ricercatori in un articolo pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health, che mette sotto accusa la svolta repressiva della giustizia minorile europea, con particolare attenzione all’Italia. Dove, tra il 2023 e il 2024, i detenuti negli istituti minorili sono aumentati dell’80% e il consumo di psicofarmaci nelle principali strutture è cresciuto mediamente del 41%. Dopo i disordini dei giorni scorsi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’intenzione di aumentare i posti disponibili negli istituti penali per minorenni. “Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti”, ha dichiarato il 22 ottobre a Sky Tg24. Il sistema penitenziario minorile, ha aggiunto, è “in sofferenza”. Per questo il ministero valuta di “ampliare la capienza delle carceri giovanili” e destinare ai minorenni alcuni settori degli istituti per adulti. Il Guardasigilli non esclude in linea teorica neppure di abbassare l’età dell’imputabilità sotto i 14 anni, precisando però che il governo non intende farlo nell’immediato. Una prospettiva opposta a quella delineata nell’articolo “The pathogenic illusion of youth incarceration: a call for abolition medicine in Europe”, pubblicato il 10 settembre 2026 e firmato da Nicola Cocco, Emma Plugge, Edoardo Corsi Decenti, Fadi Meroueh, Lara Tavoschi, Michele Umbrello e altri ricercatori. Non si tratta di uno studio sperimentale, ma di un contributo scientifico che richiama dieci pubblicazioni e documenti per sostenere che gli ambienti carcerari sono “intrinsecamente patogeni e strutturalmente incompatibili con uno sviluppo neurologico positivo degli adolescenti”. Gli autori denunciano una tendenza europea a sostituire la protezione dei minori con misure punitive. Citano la Svezia, che ha previsto il trasferimento di quindicenni in strutture gestite dall’amministrazione penitenziaria per adulti, la Francia e l’Italia, dove il decreto Caivano del 2023 ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare. Tra il 2023 e il 2024, riferisce la pubblicazione, i detenuti negli istituti minorili sono aumentati dell’80% in Italia, del 50% in Germania e di quasi il 20% in Francia. Il problema, secondo i ricercatori, è che il carcere concentra adolescenti già vulnerabili, spesso con disturbi psichiatrici, dipendenze o precedenti esperienze traumatiche. Sovraffollamento, violenze, isolamento e contenzioni possono aggravare queste condizioni, aumentando il rischio di depressione grave, disturbo post-traumatico da stress e abuso di sostanze. Viene citato il caso dell’istituto minorile Cesare Beccaria di Milano, dove tredici agenti sono stati arrestati per presunti abusi sistematici. Particolarmente significativo il dato sugli psicofarmaci: nei principali istituti penali minorili italiani, nel 2024, la loro somministrazione è aumentata mediamente del 41%, misurata in dosi giornaliere definite. Gli autori distinguono le terapie necessarie dall’impiego di sedativi per mantenere l’ordine, denunciando il rischio che la sofferenza prodotta dalla detenzione venga trattata farmacologicamente anziché affrontata nelle sue cause. Richiamano anche il suicidio del diciassettenne Danilo Rihai nel carcere minorile di Treviso. Un capitolo riguarda i minori stranieri non accompagnati, esposti in misura sproporzionata alla detenzione anche per la carenza di strutture di accoglienza. I ricercatori criticano inoltre gli accertamenti dell’età fondati su radiografie del polso e dati biometrici, considerati soggetti a elevati margini d’errore. La conclusione mette in discussione l’efficacia stessa della risposta carceraria. “Lungi dal fungere da deterrente”, scrivono gli autori, la detenzione favorisce il coinvolgimento nel sistema penale anche in età adulta, con tassi di recidiva superiori rispetto ai programmi alternativi territoriali. La proposta è quella dell’abolition medicine: trasferire le risorse destinate all’espansione delle carceri verso servizi di salute mentale, istruzione, assistenza sociale e percorsi educativi. Fino a chiedere la chiusura degli istituti penali minorili europei. Perché, concludono i ricercatori, “incarcerare i bambini non è un antidoto ai mali sociali, ma la loro manifestazione più estrema e patogena”. I minori e il vicolo cieco dei decreti sicurezza di Lisa Accordi heraldo.it, 24 ottobre 2026 L’obiettivo dichiarato è blindare l’ordine pubblico, ma l’effetto concreto rischia di essere il colpo di grazia a un sistema penitenziario minorile già al collasso. I disordini di sabato scorso in molte piazze italiane, con Milano trasformata in un campo di battaglia urbano da gruppi di giovani tra cui molti minorenni, hanno prodotto l’immediata e prevedibile risposta riflessa della politica. Con un Consiglio dei Ministri straordinario, il governo ha varato a tempo di record un nuovo decreto sicurezza: una stretta draconiana che introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni”, dispone il trattenimento preventivo in questura fino a 12 ore e cancella i filtri per i minori dai 14 anni in su, introducendo una presunzione di imputabilità. L’obiettivo dichiarato è blindare l’ordine pubblico, ma l’effetto concreto rischia di essere il colpo di grazia a un sistema penitenziario minorile già al collasso. Davanti alle immagini delle devastazioni, la tentazione della tolleranza zero si riaffaccia come una già vista scorciatoia emotiva della politica, dal Decreto Caivano in poi. Eppure, la fretta di sventolare l’ennesima bandiera securitaria impedisce di porsi l’unica domanda davvero cruciale per il futuro delle nostre comunità: chiudere un adolescente in una cella sovraffollata serve a fermare la violenza, o stiamo semplicemente recludendo i sintomi di una malattia sociale che ci ostiniamo a non voler curare? Per capire il fallimento dei decreti sicurezza che stanno sovraffollando le carceri minorili, bisognerebbe uscire dalle aule del Parlamento e farsi una passeggiata nei quartieri-ghetto delle nostre periferie. È lì, tra la dispersione scolastica fra le più alte in Europa, l’assenza totale di presidi sociali in contesti familiari ed economici di assoluto e drammatico disagio, che nascono i reati dei più giovani. Il legislatore vorrebbe far credere ai cittadini che basti abbassare l’età imputabile e inasprire le pene per garantire la sicurezza nelle nostre città. La realtà, però, ci dice che rinchiudere in carcere un ragazzo senza chiedersi da quale contesto sociale, economico e educativo provenga, non è giustizia, ma una cambiale che la società pagherà domani in termini di maggiore criminalità. L’illusione securitaria che ha guidato i provvedimenti degli ultimi anni si sta infatti scontrando con la dura realtà dei numeri: il carcere minorile non riabilita, ma cronicizza la devianza. Questa miopia si traduce nell’impennata delle presenze negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM), dove la popolazione detenuta ha registrato un incremento superiore del 50% rispetto al periodo precedente all’approvazione delle nuove norme, in primis appunto il Decreto Caivano del 2023. Parliamo di un sovraffollamento strutturale che non è causato da un improvviso aumento dei reati commessi dai ragazzi, le cui denunce e segnalazioni sono in realtà stabili o in calo, ma dall’inasprimento della custodia cautelare in carcere anche per illeciti minori, legati alla marginalità o al piccolo spaccio. E quando circa due ragazzi su tre (il 64,9%) si trovano in cella in attesa del processo, significa che la prigione è diventata la risposta immediata anziché l’estrema ratio. Ma arrestare un quattordicenne per una rissa o per micro-criminalità e catapultarlo in un istituto saturo, significa interrompere bruscamente l’unico legame rimasto con la legalità, come la scuola o la famiglia. I dati statistici del Ministero della giustizia e di Associazione Antigone dimostrano che mentre il carcere produce una recidiva che sfiora il 70%, i percorsi alternativi sul territorio, come la MAP (messa alla prova) istituita dal D.P.R. del 1988 per sospendere il processo e affidare il ragazzo ai servizi sociali, registrano un tasso di successo e di esito positivo superiore all’83%, diminuendo la ricaduta nel crimine a meno del 20%. Anche il costo economico per lo Stato si riduce drasticamente, perché mantenere un minore in carcere costa molto più di qualsiasi percorso educativo esterno. Limitare l’accesso alla MAP, dunque, così come previsto dal Decreto Caivano in poi, non è una misura di sicurezza né uno sgravio per le casse dello Stato, ma un atto di pura vendetta politica. Quando lo Stato decide deliberatamente di depotenziare l’unico strumento giuridico capace di abbattere la recidiva, preferendo la certezza della cella alla certezza del recupero, non sta proteggendo i cittadini. Sta solo pagando una tassa ideologica alla pancia del proprio elettorato sulla pelle della categoria più vulnerabile, trasformando i minori in difficoltà nel capro espiatorio dell’insicurezza collettiva. È la trasformazione della giustizia in un tribunale della vendetta, dove lo scalpo mediatico di un quattordicenne sbattuto in cella vale più della sicurezza reale delle nostre città, barattando il futuro di un minore con un pugno di voti conquistati sull’onda dell’emozione. Il governo spende risorse enormi per finanziare nuove celle e gestire l’ordine pubblico dentro gli istituti penitenziari, oltre che per i trasferimenti forzati dei giovani adulti verso le carceri ordinarie, sottraendo quegli stessi fondi ai veri presidi di sicurezza sui territori, che sono gli psicologi, gli assistenti sociali, le scuole aperte nelle periferie degradate. Tra le mura di un carcere i ragazzi non imparano la legalità: affinano le logiche criminali, accumulando rabbia nei confronti di uno Stato che si è accorto di loro solo al momento di stringergli le manette ai polsi. E chi oggi applaude alle strette punitive dei decreti sicurezza, dovrebbe chiedersi cosa succederà quando quelle celle si riapriranno. Ora Costa riapre la battaglia sul garantismo e sfida gli alleati di valentina stella Il Dubbio, 24 ottobre 2026 Enrico Costa lo ha annunciato con piglio e orgoglio durante il dibattito su politica e giustizia organizzato qualche giorno fa per festeggiare i dieci anni del nostro giornale: “Il 6 novembre Forza Italia, insieme all’Osservatorio Giustizia Liberale della Fondazione Einaudi, organizza “Gli Stati generali dei garantisti”. Una sorta di manifesto elettorale per cominciare a scaldare i motori in vista della campagna elettorale. Se è vero che il referendum è stato perso, il capogruppo dei deputati azzurri Costa non rinuncia alla battaglia e proprio in quella sede, tra le varie questioni, si affronterà quella della separazione delle carriere “anche in forma diversa, casomai non direttamente come riforma costituzionale. Non bisogna mollare. Le correnti continuano ad esserci. Vogliamo affrontare il tema del disciplinare nella magistratura o vogliamo archiviare tutto?”. E poi contro la “valanga di magistrati fuori ruolo” e le “blande valutazioni di professionalità”. Tra i panel anche quello sul garantismo nell’esecuzione penale, prescrizione, intercettazioni, processo mediatico. “Bisogna avere il coraggio anche in questa fase - ha concluso Costa - di sganciarci da posizioni conservatrici e avere coraggio sui temi della giustizia che incidono sulla carne viva delle persone, anche introducendo il voto a scrutinio segreto”. Insomma, mentre tutte le altre forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, non intendono riparlare di riforma dell’ordinamento giudiziario da qui ai prossimi decenni l’indomito Costa rilancia la battaglia. E lo fa insieme ad un pacchetto più ampio di riforme. Chiaramente il decalogo da lui proposto segna nettamente la distanza dagli altri attuali azionisti di Governo. E ci si chiede, guardando al passato e al futuro, quanto possa reggere un’alleanza del centrodestra sui temi della giustizia senza correre il rischio di uno snaturamento a causa di una coabitazione non sempre felice. Basta mettere in fila alcuni episodi. Forza Italia, ad esempio, era a favore della proposta di liberazione anticipata sollecitata da Roberto Giachetti insieme a Nessuno Tocchi Caino. Eppure quando si è trattato di votarla gli azzurri si sono tirati indietro per non minare gli accordi di maggioranza. Poi sulle detenute madri il partito di Tajani fece un altro dietrofront, ritirando l’emendamento con cui inizialmente mirava a “calmierare” la norma contenuta nel decreto sicurezza, che eliminava l’obbligatorietà del differimento della pena per le donne incinte o con figli fino a un anno di età. Fi però ultimamente ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con Lega e Fratelli d’Italia su due temi: ha imposto il proprio rifiuto alle richieste, fatte proprie dalla presidente della commissione bicamerale Antimafia Chiara Colosimo di FdI, del procuratore Gianni Melillo per ripristinare la pesca a strascico. E inoltre non intende cedere troppo terreno sulla legge sugli smartphone. Approvata già al Senato all’unanimità della maggioranza e con l’astensione del Pd, sta subendo un lungo calvario alla Camera non solo per le richieste di modifica sempre della Colosimo per i reati di mafia e terrorismo ma negli ultimi giorni anche per colpa della Lega che pretende un baratto: il sì alla norma in cambio della riapertura senza condizioni del Tribunale di Bassano, come desiderato dal sottosegretario del carroccio Andrea Ostellari. Da ultimo il no di Costa, annunciato sempre al nostro dibattito, all’emendamento Varchi che dimezza i termini entro i quali i componenti togati del Csm, cessati dal mandato, non possono concorrere a incarichi direttivi e semidirettivi né essere nuovamente collocati fuori ruolo. Così come per gli smartphone gli azzurri sfidano i leghisti: “Votassero contro insieme alle opposizioni”. Questo quadro ricostruisce una separazione netta tra Forza Italia e gli altri due partiti di maggioranza. Le riforme garantiste, come abbiamo visto, hanno incontrato resistenze proprio tra gli alleati di Fi. Allora adesso il partito fondato da Silvio Berlusconi sarà costretto a chiedersi come evitare di sacrificare la propria identità per tenere comunque salda la coalizione e stabilire quali punti dell’agenda giustizia considerare difficilmente negoziabili, per evitare marce indietro che poi avrebbero due conseguenze: abdicare ai propri principi dinanzi agli elettori ma anche dare alle opposizioni, qualora tornassero al governo, di accusarli di ipocrisia. Napoli. Poggioreale, detenuto di 54 anni si toglie la vita in cella di Alessio Spagniuolo Il Roma, 24 ottobre 2026 Sei suicidi negli istituti di detenzione dall’inizio dell’anno. Ciambriello: “È indispensabile mettere in campo risposte diverse, agendo con determinazione sia dentro che fuori le mura penitenziarie”. Un detenuto di 54 anni si è tolto la vita ieri in una cella del carcere di Poggioreale, a Napoli. Si tratta del sesto suicidio registrato dall’inizio dell’anno negli istituti penitenziari della Campania. Il caso riporta al centro dell’attenzione le condizioni di fragilità della popolazione carceraria e la necessità di rafforzare gli strumenti di prevenzione e assistenza. I numeri delineano un quadro preoccupante: dall’inizio dell’anno, in Italia si sono verificati 59 suicidi nelle carceri, sei dei quali in Campania. A questi si aggiungono 145 decessi avvenuti negli istituti penitenziari per altre cause. A intervenire è Samuele Ciambriello, Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania, che sollecita una risposta coordinata delle istituzioni per fermare quella che definisce una drammatica sequenza di morti. “È indispensabile mettere in campo risposte diverse, agendo con determinazione sia dentro che fuori le mura penitenziarie”, sottolinea Ciambriello. Secondo il Garante, è necessario individuare tempestivamente le situazioni di disagio e sostenere le persone vulnerabili prima che arrivino in carcere. Le misure alternative alla detenzione, pur considerate fondamentali, non possono bastare senza una rete di accoglienza e assistenza concreta ed efficiente. Particolare attenzione deve essere riservata alle persone con dipendenze, a chi vive ai margini della società e a quanti non dispongono di riferimenti familiari o sociali. “Serve una rete stabile di assistenza” - Ciambriello richiama la necessità di superare gli interventi legati alle sole emergenze e di costruire una collaborazione continuativa tra istituzioni, Ufficio per l’esecuzione penale esterna, aziende sanitarie, organizzazioni del Terzo settore e comunità ecclesiali. Secondo i dati citati dal Garante, su circa 64mila detenuti in Italia, 40mila apparterrebbero a categorie particolarmente vulnerabili, tra persone con disagio psichico, immigrati senza riferimenti familiari e soggetti in condizioni di marginalità. Per queste persone, evidenzia Ciambriello, occorre potenziare all’interno degli istituti penitenziari i percorsi di assistenza, il sostegno psicologico, la formazione e le opportunità lavorative. Interventi che possono contribuire a contrastare l’isolamento e la disperazione e a garantire condizioni di vita più dignitose. Firenze. L’Associazione Pantagruel denuncia “a Sollicciano situazione insostenibile” di Mario Lancisi Corriere Fiorentino, 24 ottobre 2026 “Il disagio giovanile è talmente complesso che non può essere liquidato con misure punitive”. Le parole del capo della Procura dei minori Roberta Pieri sulla stretta annunciata dal governo sui minori - più severità e più carcere - meritano una riflessione profonda, libera dai condizionamenti della propaganda politica e dalle risposte facili che spesso accompagnano temi così delicati. Il disagio giovanile è una materia che richiede attenzione, competenza e - perché no? - anche affettività. Proprio ieri l’associazione Pantagruel che da anni assiste i detenuti a Sollicciano, ha fatto notare come nel carcere fiorentino la situazione, a quattro mesi dal sequestro delle sette sezioni, sia oramai insostenibile (ci sono 507 detenuti per 267 posti disponibili). E sulle misure annunciate da Nordio, ha sottolineato che “la risposta al disagio e alla devianza minorile non può essere cercata semplicemente aumentando gli spazi detentivi. Il carcere deve mantenere una funzione rieducativa e offrire percorsi che aiutino le persone a reinserirsi nella società”. Viene in mente la celebre fotografia dell’uccello con le ali imbrattate di petrolio, fotografato da Sebastião Salgado durante la guerra del Golfo del 1991: metafora potente, forse dolorosa, per descrivere oggi quei giovani prigionieri di condizioni che ne limitano il volo. Allora il nocciolo della questione ci sembra un po’ questo: aiutiamo questi ragazzi a pulire le ali incrostate da disagi il più delle volte creati da situazioni oggettive di disuguaglianze economiche? Ferrara. Dialoghi tra scuola e carcere: “L’istruzione abbassa la recidiva” di Pietro Baldazzi Il Resto del Carlino, 24 ottobre 2026 All’evento all’istituto Einaudi hanno partecipato la direttrice dell’Arginone e i docenti del Cpia “La Costituzione ci ricorda quanto sia importante il percorso rieducativo per le persone detenute”. Una giornata di convegni per ribadire l’importanza di creare sinergie tra la comunità di Ferrara, con tutte le sue realtà, e la casa circondariale. Con questo obiettivo, ribadito più volte dalla dirigente Marianna Fornasiero durante il suo saluto iniziale, si è aperto il convegno ‘Il diritto di imparare: dentro e fuori - La scuola è aperta a tutti’ nella cornice dell’aula magna dell’istituto Luigi Einaudi. L’evento ha visto l’adesione di molteplici realtà, dal carcere al Cpia, dalle Università di Ferrara, Bologna e Bergamo all’Einaudi e i suoi ragazzi, che hanno partecipato in gran numero alle attività proposte e ai progetti che sono stati portati avanti negli anni. “L’istruzione abbassa drasticamente la recidiva, è questo il valore dell’istruzione in carcere” ha detto la direttrice della casa circondariale Maria Martone, spiegando la valenza della giornata e dei progetti. Fornasiero ha poi proseguito ringraziando i presenti sottolineando in particolare l’apporto che i ragazzi del suo istituto hanno dato al progetto. Un’attività che ha permesso ad alunni di indirizzi diversi di mettere in pratica ciò che studiano quotidianamente, e che hanno così risposto ‘presente’ all’appello di Martone sulla necessità di un continuo confronto coi detenuti da parte di docenti e studenti. Il tutto al fine di garantire un percorso riabilitativo capace di strappare le persone al mondo dell’illegalità: “Criminali non si nasce - conclude -, il reato è sempre un portato delle condizioni personali e sociali della persona”. Sulla stessa linea Marco Magri, docente di Giurisprudenza di Unife: “È la nostra Costituzione a ricordarci quanto sia importante fare tutto ciò che è necessario per garantire un percorso rieducativo alle persone a cui è stata privata la libertà personale”. Proprio grazie a questa comunanza di intenti è stato pensato il convegno, come ricorda una professoressa del Cpia: “Siamo stati spinti a dare vita a questa progettualità che ci vede coinvolti dopo esserci confrontati con i docenti universitari che hanno fatto lezione in diverse carceri e con le operatrici pedagogiche della casa circondariale. Con loro abbiamo condiviso fin da subito la volontà di creare una rete di realtà sociali che si interfacci con la realtà penitenziaria”. “Se domani non torno”, il film su Giulia Cecchettin: sotto accusa le origini del femminicidio di Paolo Mereghetti Corriere della Sera, 24 ottobre 2026 Il film diretto da Paola Randi ispirato dal libro Cara Giulia scritto dal padre con Marco Franzosi. L’11 novembre 2023, Giulia Cecchettin non torna a casa: era andata a Marghera a comprare un abito per la laurea, accompagnata dal suo ex fidanzato. Iniziano così giorni sempre più angosciosi, dove il padre Gino (Filippo Timi), il fratello liceale Davide (Tommaso Allione) e la sorella maggiore Elena (Tecla Bossi) affrontano una mancanza sempre più tragica. E proprio su questa assenza - di certezze, di informazioni, di notizie - la regista Paola Randi ha sapientemente costruito con la cosceneggiatrice Lisa Nur Sultan il film Se domani non torno, a partire dal libro Cara Giulia scritto dal padre con Marco Franzosi. Ci si poteva aspettare che il film raccontasse il delitto e la fuga dell’assassino fino all’arresto in Germania. Ma sarebbe stato scontato e prevedibile. Soprattutto avrebbe ridotto tutto all’ennesimo caso di cronaca nera, magari per farci indignare retrospettivamente sulla “mostruosità” umana. Invece evitando addirittura di nominarlo (oltre che di vederlo) il film ci costringe a fare i conti con il dolore della famiglia e con la vera spiegazione di ogni femminicidio, che non è solo un “delitto contro la persona” ma la conseguenza dei tanti errori di una cultura e di una educazione che vedono nella donna un oggetto di proprietà (Giulia, interpretata da Sabrina Martina, paga la gelosia possessiva dell’ex). È la cultura del patriarcato grazie a cui molte civiltà hanno giustificato e sostenuto l’inferiorità della donna e che nel film prende la forma dell’appello con cui la sorella Elena vuole mettere fine alle troppe illazioni e pseudo-spiegazioni. Perché quei giorni di attesa diventano nel film il confronto non solo col dolore privato della famiglia, ma anche con l’ingerenza dei media, con i commenti non sempre benevoli, con la nebbia che, metaforicamente e non, avvolge la provincia. E la luce che alla fine illuminerà quel dolore e quella perdita non verrà dalla soluzione del delitto, ma dalla capacità di cancellare le ambiguità di troppi e far nascere una nuova cultura. L’inferno della cella e quel sogno chiamato “Zustissia” di Gianluca Iovine Il Dubbio, 24 ottobre 2026 Neppure nella Capitale, del tutto distratta dalla sua rutilante Festa del Cinema, è stato facile trovare un cinema che, a un orario congruo, proiettasse “Zustìssia”, opera prima di Francesco Piras, sceneggiata da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili adattando il libro “Io sono innocente”, che Beniamino Zuncheddu ha scritto insieme al suo legale Mauro Trogu. Ancora una volta, prevalgono però logiche distributive imperscrutabili, che preferiscono premiare sentieri già battuti, piuttosto che rischiare su un titolo come quello interpretato da Michele Riondino. Aver trovato il film tra le pellicole proposte dal cinema Eden indica coraggio nella gestione della sala e grande rispetto per il pubblico. E Zustìssia è un buon film, conseguenza naturale d’una storia di malagiustizia attuale e incredibile nella sua verità. Seppur si tratti di un film biografico, la singolarità dell’esistenza narrata ghiaccia ogni identificazione, giacché a nessuno di noi verrebbe in mente di condividere 33 anni di carcere senza aver commesso il fatto. Il dramma di Beniamino Zuncheddu, inizia a fine febbraio del 1991. Sono gli ultimi anni dei sequestri ma anche quelli delle faide tra pastori, e la storia, che parte minimalista, ben presto assume i contorni di una tragica metafora universale. Ecco quindi che i confini fisici e culturali del borgo di Burcei e del Cagliaritano si dilatano abitando le coscienze di molti, sotto forma di lenzuola bianche stese come bandiere di resa, nella rappresentazione grafica dello sdegno di un intero popolo contro l’ingiusta detenzione di un innocente. Il film, nella direzione di Piras, utilizza attrezzi pastorali, bestiame e paesaggi rurali come riferimenti vivi del racconto. Il regista punta a una semplicità che stride con la solennità romana e con un modo di amministrare la giustizia che talvolta appare privo di ogni equità sostanziale. Il racconto, dopo una cesura narrativa, ricomincia nel 2016, quando, dopo l’ennesimo abbandono della difesa, un giovane avvocato decide di impegnarsi pro bono a cercare la verità processuale in una vicenda apparsa fin da subito piena di inspiegabili mancanze e oscurità. La storia di Zuncheddu, accusato di aver assassinato tre membri della famiglia Fadda nella famigerata strage di Sinnai, a tutt’oggi sembra non aver meritato le scuse e l’indennizzo dello Stato, aprendo però la strada a una legge che possa in futuro normare l’errore di magistrati e forze dell’ordine e quantificare il dovere di compensazione. Il film è asciutto e agile nella costruzione, anche grazie a un cast che in gran parte attinge a interpreti sardi, trasformandosi da lungometraggio di finzione in un saggio di diritto processuale penale declinato come un documentario: le udienze, le perizie, l’esame dei testi e il dibattimento non attingono al repertorio del cinema giudiziario europeo o americano, utilizzando piuttosto una misura di racconto sobria e davvero apprezzabile, anche grazie a interpreti validi come Francesco Colella, che ha il ruolo del procuratore Piantoni. Né si punta allo scandalo o al grottesco, quando, dai microfoni di Radio Radicale, Irene Testa [Geppi Cucciari], mostra in modo rilevante il potere che i media possono avere quando scelgono di seguire una vicenda rispettando la realtà dei fatti, e rinunciando a effettacci propagandistici e logiche commerciali. In tutto il film cresce la persuasione, tra i legali come nella gente comune, che Beniamino Zuncheddu sia al centro di un errore giudiziario dovuto certo alla superficialità di chi ha affrontato le indagini e il processo, ma anche a inconfessabili complicità tra inquirenti e teste d’accusa. Di contro, il protagonista, che il siciliano Fabrizio Ferracane incarna in modo straordinario, sprofonda in una rassegnazione crescente, contrastata dal coraggio civile dei suoi avvocati, Mauro Trogu (Michele Riondino) e Elisa Osanna (Paola Giannini), partner di studio e di vita, come anche della procuratrice Francesca Nanni (Philippine Leroy-Beaulieu). Zuncheddu è un mite e non smette, neppure dietro le sbarre, di darne prova. Sogna la semilibertà per lavorare e anela a tornare ai suoi pascoli e alla vita semplice e libera col suo gregge ma accetta l’ingiustizia subita come una grandinata che uccida un raccolto. Un film che premia il valore del dubbio, vera leva nella riapertura delle indagini e nella richiesta di revisione processuale, e che racconta la testarda rincorsa culminata nell’assoluzione, a gennaio 2024, di un uomo risucchiato per tre decadi in un vortice kafkiano senza alcuna colpa. Il riflesso autoritario dei sindacati di polizia di Livio Pepino Il Manifesto, 24 ottobre 2026 Dieci anni fa, quando dirigevo le Edizioni Gruppo Abele, sollecitai Luigi Notari, storico dirigente del Siulp (uno dei primi sindacati di polizia), a una riflessione su polizia e democrazia. Ne uscì un libro-intervista con Mauro Ravarino (giornalista del manifesto), dal titolo Al di sotto della legge, riassuntivo di una speranza, nata con la sindacalizzazione e la smilitarizzazione, già allora, secondo lo stesso Notari, ampiamente appassita. La cosa mi è tornata alla mente ieri in occasione di un episodio grottesco accaduto a Torino, dove Volere la Luna ha organizzato, per giovedì prossimo, un incontro sullo stesso tema, dal titolo “La polizia. Al di sopra della legge?”, con la partecipazione, oltre a me e di Turi Palidda (autore di numerosi saggi sulla polizia), Nicola Rossiello (segretario provinciale del Silp) e Rita Rapisardi (giornalista del manifesto). Non sarebbe una notizia se a renderla tale non ci avessero pensato cinque sindacati di polizia (Siulp, Sap, Siap, Coisp e Fsp) scesi in campo con uno scandalizzato comunicato per esprimere la loro “profonda indignazione” per una “iniziativa chiaramente orientata a mettere sotto processo le Forze dell’Ordine” e, soprattutto, per la scelta di un sindacalista di polizia “di prestarsi a un palcoscenico che strizza l’occhio alle narrazioni anti-poliziotti” e “sedersi accanto a chi da anni delegittima il nostro lavoro”. Non varrebbe la pena di soffermarsi sul punto se la polemica non evidenziasse una questione di carattere generale. Tra gli indignati censori dell’iniziativa, infatti, c’è chi (la Fsp) non più di un mese fa, organizzò a Torino un corso di formazione del personale di polizia, inizialmente avallato dal questore (poi smentito dallo stesso ministro dell’interno), con la partecipazione dell’ex generale e ora leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci. Sorprende un po’ che, a chiedere “obiettività”, insieme a quel sindacato, scenda in campo anche il Siulp, un tempo (ahimè molti anni fa) protagonista di importanti battaglie democratiche. E non basta trovare in ciò la conferma dell’antico e non commendevole costume di adeguarsi al clima che cambia. Occorre, piuttosto, interrogarsi sulla cultura eversiva che pervade molte rappresentanze degli operatori di polizia, in evidente contrasto con il rapporto tra polizia e cittadini richiesto dalla Costituzione, richiamato dalla Corte costituzionale nella sentenza 341 del 1994, dichiarativa dell’incostituzionalità del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto “non consono alla tradizione liberale italiana né a quella europea, e prodotto della concezione autoritaria e sacrale dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini tipica di quell’epoca storica”. Si tratta, all’evidenza, di concetti estranei alla prassi e alla cultura di chi rifugge il confronto pubblico e preferisce appoggiarsi a - ed essere appoggiato da - esponenti della destra estrema e attestarsi in chiusure corporative (lo sapeva bene, del resto, quel ministro dell’interno francese a cui si deve il rilievo che “per tenere sotto controllo il personale di polizia è meglio avere molti sindacati”). Noi continuiamo a pensare che la credibilità di una forza di polizia non stia nell’autorità o in impropri privilegi, ma nella sua consonanza e capacità di dialogo e di confronto con i cittadini. Di questo si palerà nell’incontro torinese e il fatto che ad esso partecipi un esponente del Silp è un segnale che, nonostante tutto, anche all’interno degli apparati il confronto è aperto. Almeno questa è una buona notizia. La repressione non tiene unita una comunità di Vittorio Pelligra Avvenire, 24 ottobre 2026 Più una società sente il bisogno di ricorrere alla repressione per garantire la convivenza, più dovrebbe chiedersi perché quella convivenza sia diventata tanto difficile. Moltiplicare divieti, controlli e sanzioni può essere necessario. Ma può anche rivelare una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Ambrogio Lorenzetti ha dato forma pittorica a questa tensione sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena. Negli affreschi del Buon Governo, la Securitas sorvola una città indaffarata e una campagna coltivata. Regge una forca con un impiccato e un cartiglio che promette ai viandanti strade libere dalla paura. La pena è lì, esibita senza pudore. Ma il messaggio è chiaro. Non è la paura della pena a tenere insieme la città. La Sicurezza si fonda sulla Giustizia e sulla Concordia. Su quella trama di legami che permette agli abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il fondamento della vita comune. Vale la pena ripensare all’Allegoria del Buon Governo mentre si discute dell’ennesimo decreto sicurezza. Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al repertorio che conosce meglio. Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi reati, nuovi divieti e pene più severe. Una strada già battuta. Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra lingua se non quella del caos? Chi aggredisce, devasta o mette in pericolo gli altri deve certamente risponderne. Il dissenso non autorizza la violenza. Ma la responsabilità individuale non esaurisce la responsabilità pubblica. Soprattutto quando sono coinvolti dei minori, la risposta dello Stato non può essere soltanto la repressione. Punire un adolescente senza domandarsi come restituirlo alla vita comune e, ancora prima, qual è l’origine di certi comportamenti, significa rinunciare a una parte essenziale del compito educativo delle istituzioni. Montesquieu scrive che “nel governo repubblicano si ha bisogno di tutta la potenza dell’educazione”. Il timore, osserva, nasce da sé tra minacce e castighi. La virtù politica, invece, va coltivata. Non basta ottenere obbedienza. Occorre che le persone riconoscano le ragioni delle regole, e possano riconoscersi nella comunità che le ha stabilite. Il senso civico non si genera per decreto. Cresce, o si consuma, nelle esperienze quotidiane di giustizia e ingiustizia, di ascolto e umiliazione, di partecipazione o esclusione. Una società non diventa più sicura soltanto aumentando il costo della trasgressione. Deve anche ridurre le ragioni che la alimentano. La sanzione offre alla politica un gesto netto, immediatamente visibile. L’educazione, l’inclusione, la prevenzione lavorano invece nel tempo lungo, quello che mal si accorda con il corto-termismo delle scadenze elettorali. Da qui la tentazione di una normazione on demand, confezionata sull’ultima emergenza, mentre le cause continuano a operare indisturbate. Ma la questione è ancora più profonda, perché quando discutiamo di sicurezza, tendiamo a considerare le istituzioni come strumenti chiamati a contenere comportamenti che nascono altrove, indipendentemente da esse. Ma le istituzioni non si limitano a stabilire ciò che è consentito e ciò che è vietato. Contribuiscono a formare proprio quei comportamenti che poi si trovano a governare. Modificano le aspettative, alimentano o consumano la fiducia, insegnano ai cittadini che cosa possono attendersi gli uni dagli altri. Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi. Nell’Allegoria del Buon Governo la Sicurezza non siede sul trono. Vola sopra le case e i campi. Il suo posto, nell’ordine immaginato da Lorenzetti, dipende dalla Giustizia e dalla Concordia. Perché l’ordine civile non può reggersi esclusivamente sulla minaccia della sanzione. Ha bisogno di cittadini che riconoscano le ragioni dello stare insieme così come di istituzioni capaci di coltivare questo riconoscimento. Una responsabilità che nessun decreto può assolvere da solo. Sfida nelle piazze blindate, retata contro i violenti in 18 città di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 24 ottobre 2026 Maxi-operazione della Digos. Il ministro Piantedosi: c’era sicuramente un coordinamento fra i protagonisti delle scorribande. Il colpo di scena è arrivato nel primo pomeriggio di ieri: a sorpresa il Movimento 17 ottobre, che catalizza la protesta anti-governo degli ultimi giorni, ha annunciato su Instagram di aver annullato tutte le convocazioni nelle piazze di otto città dove aveva organizzato presidi per oggi. E ha rilanciato: “Alle 14.30 in punto, in ogni città, comunicheremo tre concentramenti. Tre punti distinti per città, resi noti solo mezz’ora prima. Nessun luogo anticipato, nessuna soffiata, nessun cordone già pronto”. Se la tensione era già alta in previsione di quello che potrebbe accadere questo fine settimana dopo la guerriglia dei “maranza” a Milano e in altre città del Nord, adesso chi punta a unirsi, se non a cavalcare, l’onda violenta e incontrollata lancia una sfida senza precedenti. “Alle 15.30 - affermano ancora dal “M1710” - comunicheremo la piazza finale, la piazza è nostra. Non ci hanno fermato con le leggi, non ci fermeranno con i blindati”. L’attenzione è massima e non solo in quelle otto città (Bologna, Milano, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari e Genova), ma anche in altri centri. Solo in due, a Roma e Torino, sono in programma cortei per i quali è stato dato un preavviso (tutti e due contro la guerra e il riarmo, nella Capitale anche contro la Nato, nel capoluogo piemontese fra gli organizzatori c’è Askatasuna), mentre altrove si temono soprattutto gli assembramenti di giovani nelle vie dello shopping e nei luoghi di aggregazione: la molla potrebbe scattare all’improvviso, anche solo con un tam tam social. I controlli preventivi - A uno scenario preoccupante ha risposto ieri la polizia con una serie di perquisizioni e sequestri di armi e altro materiale effettuati dalla Digos nei confronti di un centinaio di persone, metà delle quali minorenni, coinvolte negli scontri e negli atti di vandalismo e saccheggio di sabato scorso a Milano. Gli agenti sono intervenuti in diciotto città (Arezzo, Bari, Bergamo, Bologna, Bolzano, Como, Firenze, Genova, Lodi, Napoli, Pescara, Padova, Cremona, Verbania, Aosta, Monza, Varese e Verona) acquisendo smartphone e computer, insieme con armi da soft air e da taglio, coltelli, manganelli telescopici, tirapugni, mazze, sfollagente, aste di alluminio, una balestra, taniche di plastica piene di benzina, indumenti per il travisamento (passamontagna e scaldacollo). Sono stati trovati anche alcuni capi d’abbigliamento rubati durante le irruzioni nelle attività commerciali. Allo stesso tempo ieri gli investigatori hanno proseguito gli accertamenti nei confronti di chi oggi potrebbe guidare nelle piazze eventuali gruppi di violenti. Il ministro - Operazioni preventive fondamentali per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. “Si è cominciato ad aprire, a squarciare il velo o più veli su questo fenomeno”, sottolinea da Treviso. E su ipotetici “cattivi maestri” aggiunge: “Questo poi si vedrà, lo dirà pure l’autorità giudiziaria in qualche modo. C’era sicuramente un coordinamento tra i protagonisti di queste scorribande. Che sia una cosa che parte solo dal basso o che magari ci sia qualcuno che lo ordinava. Oppure più reti di dimensione nazionale”. Ma è il capo della polizia Vittorio Pisani, in un intervento su Sky Tg24, a cercare di calmare gli animi: “Non siamo la controparte dei manifestanti, non siamo la controparte dei cittadini. Anzi, siamo coloro che devono garantire l’esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali”, precisa. Le misure di sicurezza - Per oggi Prefetture e Questure hanno messo a punto piani operativi per il presidio del territorio. Ci sono città dove il rischio che accada qualcosa viene ritenuto più alto. A Milano, ad esempio, dopo le scene di violenza di sette giorni fa, si teme una replica e per questo motivo sono stati mobilitati anche i 500 militari del 186° Reggimento Folgore che potranno anche avere compiti di ordine pubblico, in quanto addestrati a questo scopo negli scenari di missione all’estero, con i Lince da utilizzare come i blindati di polizia e carabinieri. Un’ipotesi tuttavia, perché gli ultimi a decidere sono i vertici della Questura. Saranno comunque migliaia gli operatori delle forze dell’ordine in strada oggi, con l’appoggio di elicotteri e droni per controllare gli spostamenti di gruppi di persone sospette. All’elenco degli eventi da monitorare anche il presidio nazionale di sindacati e associazioni davanti al Cpr di Castel Volturno, nel Casertano. Ma è soprattutto sui social e sulle piattaforme di messaggistica che si gioca la partita della prevenzione, specialmente quella in tempo reale. Che oggi potrebbe rivelarsi strategica per intercettare i movimenti dei violenti. Ecco perché non si esclude che questi ultimi possano utilizzare sistemi di comunicazione bitchat, ovvero senza il bisogno di reti cellulari. In strada anche osservatori e legali dopo l’attacco della premier di Michele Gambirasi Il Manifesto, 24 ottobre 2026 Walter Massa (Arci): “Nel mirino c’è il diritto a manifestare e ad associarsi”. A metterli nel mirino è stata la stessa premier Giorgia Meloni, subito dopo l’approvazione dell’ultimo pacchetto sicurezza, il nono dall’inizio della legislatura. “Trovo gravissimo che si pubblicizzi l’assistenza legale gratuita dopo le devastazioni”, ha affermato la premier nel video con cui ha promosso l’ultimo decreto. Il riferimento era a Hub4Defenders, lo strumento di protezione per attivisti promosso da oltre venti associazioni tra cui Arci, Amensty, A Sud, Legal team, Giuristi democratici. Subito dopo gli scontri in piazza Duomo la mail di riferimento del progetto ha preso a circolare sui social, a tutela delle centinaia di giovani e giovanissimi che erano stati trattenuti nella questura milanese, con grande scandalo di Meloni. “Ci siamo attivati perché ce n’era bisogno”, ha detto ieri in conferenza stampa alla vigilia di possibili nuove proteste Marica Di Pierri di A Sud, “Sino alla serata di ieri sono arrivate ai canali dell’Hub 32 segnalazioni e sono state assistite 40 persone, in molti casi minorenni e razzializzate, trattenute fino a 12 ore in questura senza che i genitori fossero informati. Tra le denunce giunte al centralino l’essere state private di cibo, acqua, del diritto a una telefonata ed essere state trattenute senza alcuna motivazione”. Tra queste un cittadino polacco che ha raccontato di essere stato trattenuto senza interprete e in seguito rilasciato senza accuse, un minorenne fermato nella giornata di sabato e rilasciato alle quattro del mattino, almeno tre 14enni che hanno riferito che le rispettive famiglie non erano state avvisate. Gli attivisti saranno in piazza anche oggi, autorizzati dalla questura, per monitorare lo svolgimento delle manifestazioni ed eventuali violazioni dei diritti dei manifestanti. “I nostri osservatori saranno lì, ci auguriamo che in caso di necessità le forze dell’ordine applichino tecniche di deescaltion” ha spiegato Laura Renzi di Amnesty. Ieri pomeriggio, a Milano negli spazi del Cantiere, si è tenuta una formazione a proposito dell’ultimo decreto sicurezza. “Chi lo avrebbe mai detto che nel 2026 avremmo avuto bisogno di osservatori nelle piazze? Sono osservatori che solitamente siamo abituati a vedere nei paesi che definiamo “a rischio”“, ha commentato Walter Massa, presidente dell’Arci. In merito alla decisione dell’esecutivo di militarizzare il capoluogo lombardo Massa ha aggiunto: “500 militari mandati per controllare 500 minorenni, in un paese normale questa dinamica farebbe ridere. Ma dopo tutti questi decreti sicurezza nessun cittadino può dire di sentirsi completamente al sicuro. Sotto attacco non è solo il diritto a manifestare, ma il diritto ad associarsi sancito dall’articolo 18 della Costituzione”. “Milano non è Belfast negli anni dell’Ira” ha aggiunto Alfio Nicotra di Un Ponte Per, “Siamo preoccupati a riguardo delle dichiarazioni di Salvini sull’uso dei carri Lince e di droni nelle manifestazioni. E senza l’intervento del Quirinale avremmo avuto forze armate in servizio con poteri di polizia giudiziaria, il che sarebbe stato inaccettabile”. “Dentro le forze dell’ordine servirebbe aprire un dibattito sul loro ruolo nella società che cambia”, ha aggiunto Massa. Sull’ultimo decreto è intervenuto anche Cesare Antetomaso, avvocati di Giuristi Democratici: “Tutte queste leggi creano un clima criminogeno, dal momento che gli spazi di libertà vengono progressivamente circoscritti. E con l’ultimo provvedimento sembra aprirsi un nuovo spazio di indeterminatezza, di arbitrarietà, con l’addentellato del reato di organizzazione via social. Il che crea un clima paranoico nei giovani che organizzano manifestazioni”. Torino, i ragazzi di Barriera in corteo col tricolore contro chi non li vuole di Rita Rapisardi Il Manifesto, 24 ottobre 2026 Prima, seconda generazione, molti sono italiani anche per i documenti, altri attendono di diventarlo, agli occhi di qualcuno non lo saranno mai. Davanti alla scuola elementare Aristide Gabelli, nel cuore di Barriera di Milano, all’ora di uscita almeno cinque lingue si intrecciano, l’italiano non si sente. Sul muro dell’edificio c’è appeso un lenzuolo colorato: “Qui nessuno è straniero”. Dal quartiere partono in decine, manifestano contro la guerra e il riarmo, per un futuro migliore. A Torino oltre il 16% dei cittadini è straniero. Prima, seconda generazione, molti sono italiani anche per i documenti, altri attendono di diventarlo, agli occhi di qualcuno non lo saranno mai. Finiscono sui giornali quando tirano giù lo scaffale di una libreria. I marciapiedi vengono puliti ogni settimana dal gruppo informale “2 generazione”: il problema è nato quando i ragazzini si sono trovati le siringhe, questo è un angolo di spaccio, soprattutto crack. L’intenzione è di riappropriarsi del proprio quartiere, così come della narrazione su chi lo abita. Maranza, criminali, delinquenti. A Barriera si può incontrare Ginevra, si sente in colpa per la sua situazione di privilegio: di origine etiope, è stata adottata da neonata da genitori italiani, senza problemi economici. Ha 16 anni, è arrivata a Torino da due mesi, ha vissuto la sua vita a Roma e ha un accento marcato. Da quando è qui sente il giudizio più forte, come il trattamento da parte della polizia, nonostante frequenti le piazze dalla seconda media: “Alla manifestazione del 16 ottobre degli studenti ci hanno caricati senza motivo, non avevo neanche mai visto un idrante in vita mia. A Roma invece la situazione è molto più tranquilla”. Torino è una piazza complicata e forse proprio per questo la si attacca con così tanta violenza. Le ragazze alle manifestazioni sono la maggioranza, conferma Nour, 19 anni, italiana di origine marocchina: “Nell’organizzazione le ragazze sono la presenza maggiore, hanno metodo, però non vengono spinte ad avere una voce”. Giovani maschi in prima fila nelle immagini di questi giorni ad attaccare le vetrine delle multinazionali: “Non dico ad altri cosa fare e non condanno i loro gesti, ma serve fare politica su questo”. Insomma politicizzare, ancor di più, la vetrina rotta. “Mio padre nel 2006, quando sono nato, prendeva lo stesso stipendio di oggi” racconta Fouad, italiano d’origine marocchina. Il padre è in Italia da quarant’anni, ne ha 65, ha raggiunto i contributi necessari ma non va in pensione: non basterebbe per sopravvivere. Fouad è attivo politicamente, la madre teme per lui, ma è stata in corteo in prima fila, spalla a spalla. “Non posso fermarmi, lo devo fare per noi, perché possiamo avere un futuro migliore”, racconta il giovane che fa le scuole serali e lavora per dare una mano in casa, prendendo sei euro lordi l’ora. Nel parchetto di fronte a quella che dovrebbe diventare la nuova moschea di Torino, al centro della battaglia politica di Fratelli d’Italia, sorgono le case popolari dove vive Fouad. Su due balconi sono spuntate le bandiere italiane, diventate simbolo dei contrari al centro religioso. “Sono andato in manifestazione con la bandiera italiana, il punto è il pregiudizio razzista - spiega - la mia vicina preferita, che conosco da 15 anni, ha rilasciato un’intervista in cui ha detto che colonizziamo la città. Con lei abbiamo condiviso il cibo del nostro paese, come scambio culturale. Le ho chiesto il motivo di quelle parole, non ha saputo rispondermi, ora non la saluto più”. È calato il sole su quelle bandiere e oggi c’è una nuova manifestazione. A Milano nel quartiere Barona presidi sociali contro la rabbia giovanile di Nino Luca Corriere della Sera, 24 ottobre 2026 “Avete tutti la bici?”, chiede Silvia D’Anna, responsabile Centro Sociale Barrio’s e Comunità Nuova, ai suoi dieci ragazzi pronti sulle due ruote. E allora via, tutti insieme fino a Gaggiano lungo i Navigli. È un pomeriggio pieno di sole nel quartiere della Barona, finito sotto i riflettori dopo le follie del weekend a Milano. Ma dietro la cronaca c’è una realtà più complessa, fatta sì di fragilità ma anche di numerose tentativi quotidiani di offrire socialità ai più giovani. Al centro c’è il Barrio’s, struttura del comune di Milano, gestita da Comunità Nuova da 29 anni. Uno spazio aperto a bambini e adolescenti, tra doposcuola, teatro, musica, sport e laboratori e soprattutto lezioni di L2: l’italiano per stranieri. Accanto agli anziani che nel pomeriggio ballano nella sala della porta accanto, sono centinaia i ragazzi che gravitano attorno al centro, dove si lavora sull’inclusione. Eppure, oggi, una parte degli spazi è inagibile: il furto delle coperture in rame ha danneggiato bar, mentre il teatro necessita di interventi di messa a norma. “C’è una grossa questione di risorse economiche”, spiega Silvia D’anna, “che chiedono sostegno per la manutenzione e per le attività educative”. La rabbia esplosa nelle strade, avvertono dal Barrio’s, non va liquidata come semplice violenza: impone domande sull’ascolto, sulle famiglie e sulla scuola. La Barona è anche il Villaggio Barona, gli spazi per bambini e famiglie come Giocomondo e lo Spazio ZeroSei Lope, gli oratori di Santa Rita e dei Santi Nazaro e Celso, le realtà culturali e di aggregazione come il Biko, gli eventi di Spazio Profumo e l’attività di fondazioni come la Fondazione Rodolfo Ferrari. Infine, le parole di una canzone di Marracash chiudono il nostro breve viaggio nel quartiere dove proprio il rapper è cresciuto: “A tutti i ragazzi disastrati / Venuti su dritti / Che vivono in case cadenti / Fra le rovine delle loro famiglie / Una laurea ad honorem”. “Mi chiamavano maranza. Oggi ho lasciato la rabbia indietro” di Letizia Tortello La Stampa, 24 ottobre 2026 La storia di Malak Sahili: dai margini ad attivista di Save the Children. “Io, l’unico sentimento che posso descrivere, è la rabbia. Più mi davano della maranza, più io diventavo una maranza. Maleducata, arrabbiata”. Malak Sahili ha 17 anni e un accento romano acquisito chissà dove, a colorire un italiano perfetto. Ricco, forbito, spietato: “La maestra delle elementari pensava che i miei fossero laureati. Che ridere - dice -. Mio padre ci ha abbandonato, non ne so più nulla. Mia madre la nostra lingua la sa, con la sua inflessione. In casa si è sempre parlato solo marocchino”. Rabbia, rabbia, rabbia. Manifesto di una generazione, dicono le cronache. Lei ricorda questo sentimento della sua ex vita di sbandamento ed aggressività, discriminata da figlia di immigrati nella realtà di tutti i giorni del suo quartiere, Aurora, a Torino. Tanto che ha cominciato anche ad inventarsi un papà italiano, per poter rivendicare come altri compagni di scuola una fantomatica origine famigliare “mista” e magari guadagnare qualche punto in più nella scala sociale: “Tanto chi mi poteva smentire? Sai… quando sei piccola, ovunque ti fanno notare che sei diversa, straniera, che sei scuretta, non ero neanche tanto carina da giovane”, spiega, ricordando con amarezza i tempi difficili di 5 anni fa. “Sembra incredibile nella Torino di oggi, ma è così”, aggiunge. E racconta di quante volte le guardie giurate l’hanno seguita con gli amichetti nei supermercati, per controllare i loro movimenti. “Mi vedi?”, indica. “Sono la persona meno pericolosa sulla faccia della terra”. Eppure, dopo la separazione dei genitori e il trasferimento della famiglia da un quartiere periferico ad un altro, da Madonna di Campagna ad Aurora, all’età di 8 anni, il suo piccolo mondo fatto di parchetto multiculturale (“dove ho imparato l’italiano giocando”) e inclusione senza troppi sforzi è iniziato a crollare. Tutto è nato a scuola, incredibilmente. “Un docente mi aveva preso di mira. Per raccontare il fenomeno, mi ha indicato con la mano e mi ha detto: vedete, tipo Malak no, una “maranzina”, ecco chi sono i maranza. Ero fragile, nessuno mi ha difeso. Ed io mi sono sentita catapultata in una categoria brutta, violenta. Da lì in poi, mi sono comportata così”. La mamma di Malak lavora nel mondo dell’assistenza domiciliare, dai bambini agli anziani. Ha dovuto fare gli straordinari, per mantenere lei e il fratello minore. “Mi ha sempre insegnato a sopportare. Se non avessi avuto il suo esempio, con quel che ho vissuto, sarei sbandata di brutto”. Quando è arrivata alle medie, Malak ha iniziato a odiare la scuola, ma anche la casa. La seconda era l’identità, l’origine, ma “vedevo insegnanti che non capivano perché la mia famiglia non poteva essere presente ai consigli di classe”. E poi c’erano le gite: “Sai a quante ho rinunciato perché non volevo chiedere i soldi?”, spiega. Con la scuola, invece, era cresciuta una grande frattura. “Prima sono diventata molto aggressiva in classe, non ne vado fiera”, racconta. Poi, ha cominciato a frequentare le lezioni solo quando aveva voglia. “Ho perso mesi e mesi - spiega -. Passavo le giornate ai parchetti, a girare per il quartiere. Uscivo con chiunque”. Si vestiva solo di nero, se era di buonumore di grigio. “Andavo su Pinterest e cercavo “Abbigliamento da maranza”. Tute, scarpe da ginnastica costose. Ero maranza? Lo dovevo fare bene. Stavo diventando qualcuno che disprezzavo moltissimo”. Una storia che si è replicata anche con suo fratello. La svolta è arrivata quando i servizi sociali l’hanno inserita in un progetto di inclusione al Cecchi Point, un presidio socioeducativo di quartiere che fa un importante lavoro di aggregazione di giovani e giovanissimi. Lì, ha conosciuto i programmi di Save the Children, di cui oggi è attivista: “Mi hanno visto con occhi diversi, molto meglio di una teppista qualunque. Lì ho deciso di dedicare la mia adolescenza a raccogliere i problemi dei miei coetanei”. Malak oggi frequenta l’Istituto tecnico a indirizzo Economico Russell Moro di Torino. Ha partecipato alle manifestazioni anti-governo, per la scuola e contro il carovita, delle scorse settimane. Suona la sveglia a chi non vuol capire: “La violenza è sempre più giovane? Ho visto bimbi di 11 anni parlare di Isee, 730, anziché di giochi e videogiochi. Non dev’essere un loro problema l’economia famigliare, ma la famiglia non arriva a fine mese”. La violenza ha torto ma vanno date risposte ai giovani di Alessandro De Angelis La Stampa, 24 ottobre 2026 Lo ricordava spesso Sandro Pertini, il partigiano presidente, riflettendo sugli Anni Settanta, stagione, con tutto il rispetto, più difficile dell’oggi: abbiamo sconfitto il terrorismo - udite bene, non i maranza - con la democrazia, senza leggi speciali e clima emergenziale. È stato possibile grazie a due condizioni: un paese unito attorno un’idea di democrazia e una classe dirigente in grado di gestire il conflitto sociale con la politica e un’idea di futuro. In una certa misura, proprio il conflitto sano rappresentò un argine all’eversione. Da lì scaturì un grande avanzamento sul terreno dei diritti: lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle pensioni, una riforma epocale della scuola - ecco, la scuola - che fino ad allora divideva i poveri dai ricchi, come spiegò don Milani nella Lettera a una professoressa. E poi il Servizio sanitario nazionale gratuito e le grandi riforme nei diritti civili. Insomma, la democrazia è stata più forte della strategia della tensione e delle bombe. Il paragone con l’immobilismo di oggi è impietoso. Viene in mente questa lezione come misura delle cose in questo inquieto presente. Ci sono stati momenti peggiori in questo paese, di eversione vera, ne siamo usciti migliori, per capacità di lettura e risposta. Qui si rischia invece un piano inclinato, causa deficit di politica. Pur essendoci delle analogie da non sottovalutare, l’Italia non è a ferro e fuoco come la Francia. Però lo sembra nella discussione pubblica, dominata da un clima emergenziale, che del deficit di politica è la rappresentazione icastica. Pare una rincorsa ansiogena agli eventi tra militari spediti a Milano, parà, droni, perquisizioni, i Lince, l’ennesimo decreto sicurezza, piani carceri speciali per i minori, in un paese, nel frattempo, sempre più insicuro. Si svolgeranno oggi delle manifestazioni problematiche, segnate dalla grammatica della violenza, orchestrate anche da reti professionali di destabilizzazione, come ha ricordato il capo dell’Aise Giovanni Caravelli nella sua audizione al Copasir. Sono piazze minoritarie e potenzialmente complicate, dove l’assenza di interlocutori, capi, organizzazioni, rende più difficile la gestione. La violenza non è un momento prevedibile dentro una piattaforma e, proprio per questo, “governabile”. Qui è scopo e identità distruttiva: ci avete tolto tutto, spacchiamo tutto. Con ogni evidenza c’è da augurarsi che non si ripetano, su larga scala, i fatti di Milano. Diciamolo: magari anche grazie a una maggior presenza e sapienza delle forze dell’ordine. Però, comunque vada - e lo scriviamo volutamente oggi - resta il punto: dove è la risposta politica all’essenza di questa fase non solo italiana ma europea, ovvero il malessere del bisogno sociale rispetto alla compatibilità dell’economia? Riguarda gli studenti che chiedono una scuola migliore, i lavoratori in piazza col sindacato, pure i trasportatori ma anche quella che una volta si chiamava la maggioranza silenziosa. Non è abituata alla piazza, ma è comunque fiaccata dal carovita. Ci sarebbe piaciuto che un “piano per i giovani” non lo avesse proposto, sul nostro giornale, Elsa Fornero, ministro del Lavoro quindici anni fa, ma l’attuale. Ci sarebbe piaciuto, dopo che siamo andati a spulciare la carenza di proposte dei partiti in materia, che qualcuno avesse un sussulto. L’altra faccia del nichilismo di minori che trovano in una vetrina rotta un modo di esistere è la politica che ha espunto il futuro dal suo alfabeto. Le opposizioni sono su Marte a parlare di primarie, imperturbabili a tutto. Giorgia Meloni ha messo in campo una risposta tecnicamente corporativa, tutta rivolta al suo blocco sociale: qualche spiccio ai trasportatori e nuovi reati, che aiutano la narrazione securitaria a favor di curva. Suggeriamo di affrontare questa rivolta con più inclusione e meno corporazione: reprimere la violenza, come sacrosanto, ma stimolare la partecipazione, senza fare di tutte le proteste un fascio da criminalizzare. Cercare l’incontro e non lo scontro con chi manifesta in pace. Non demonizzare le piazze dei sindacati. Ascoltare il malessere perché la solitudine digitale, l’esclusione e la povertà, in assenza di politica, trovano altre strade per esplodere. E poi riforme e integrazione di quelle seconde generazioni che si sentono italiane per contesto ma non per diritti, e si consegnano alla rabbia. In definitiva, più democrazia e meno emergenza Dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro di Paolo Borrometi Avvenire, 24 ottobre 2026 In questa stagione dovremmo avere il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete. Molti giovani lottano per avere una speranza. Vetrine spaccate, passamontagna, disordini con le forze dell’ordine. Se ci fermassimo alle devastazioni viste a Milano, sarebbe ovvio trattare le manifestazioni dei giovani come atti delinquenziali. E come tali liquidarli con l’ennesimo - il settimo - decreto sicurezza. È fin troppo chiaro dire che spaccare tutto è più che deprecabile e che c’è un diritto primario da affermare: quello, ad esempio, di chi ha un negozio, a poter lavorare senza il pericolo che gli venga distrutto, oppure quello di chi sta tornando a casa, a poterlo fare senza rischiare di prendersi una pietra in testa. Fatta questa premessa, però, ci vorrebbe il coraggio di capire che c’è un drammatico problema e riguarda le nuove generazioni. Quelle che scendono in piazza a migliaia e non vogliono spaccare tutto, ma rappresentare un malessere sociale che va interpretato per essere combattuto. Il tema è che i più giovani vedono davanti a loro meno possibilità rispetto a quelle che hanno avuto i loro genitori. Vedono una società più violenta e più iniqua. Vedono i potenti giocare alle guerre. Non è un caso che, recenti sondaggi, riscontrino proprio tra i più giovani l’esplosione di ansie legate al mondo incendiato da bombe e armi, o alle irrisolte questioni dei cambiamenti climatici. Queste istanze, queste paure, non possono essere confuse con chi spacca le vetrine, perché sono cose molto diverse. E confonderle magari fa conquistare qualche like sui social o qualche virtuale consenso nei sondaggi settimanali, ma certamente non risolve il problema, anzi lo aggrava. Le nuove generazioni - come ha spiegato l’ex premier Mario Draghi in un recente intervento - “hanno la sensazione che nessuno li ascolti” e che vi sia un “blocco delle aspettative future”. Con una sintesi forse abusata ma efficace, si potrebbe dire che le diseguaglianze sono sempre più ampie e l’ascensore sociale che permetteva anni al figlio di un operaio di diventare dirigente d’impresa, oggi è sostanzialmente fuori uso. Le ragazze e i ragazzi cercano di sgomitare per chiedere politiche per il loro presente e il loro futuro, lottano per avere una speranza. In un Paese sempre più vecchio come il nostro, le ansie dei più giovani devono poter contare e trovare posto nell’agenda politica, perché sono cruciali per l’evoluzione della nostra società, quindi della nostra economia e dei nostri modelli di vita. Sempre più ragazze e ragazzi trovano come unica possibilità di vita quella di emigrare all’estero. Questa deve certamente essere una possibilità di contaminazione positiva, ma non un punto d’arrivo ineluttabile. Quali sono le politiche messe in campo per rendere attrattivo il rientro dei cervelli nel nostro Paese? Ancora, forse per la prima volta in maniera così imponente, scopriamo le nostre banlieue e ci rendiamo conto di aver fatto crescere nelle periferie delle nostre città una nuova generazione di italiani, figli di immigrati, socialmente e urbanamente emarginati. Ci siamo accorti di loro perché, magari, hanno riempito il medagliere italiano alle Olimpiadi o hanno portato nuova linfa alle nazionali di calcio, ma abbiamo fatto finta di non comprendere che avessero enormi problematiche di ghettizzazione. Quali sono le politiche messe in campo per la loro piena integrazione? In Francia, dove il fenomeno delle proteste giovanili è stato ancor più violento, il governo ha attuato la repressione, ma contestualmente ha anche detto che bisogna ascoltare i giovani. Così, alcuni loro rappresentanti sono stati ricevuti dalle Istituzioni e sono stati promessi investimenti nelle scuole. In Italia no. Oltre alla risposta securitaria non c’è stata né una parola sulle ragioni delle proteste né la promessa di interventi per mitigare il disagio di questa generazione. L’unica àncora a cui aggrapparsi, per l’ennesima volta, è il monito del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società”. I giovani ci chiedono almeno la speranza, non togliamogliela. Reazione e stato d’eccezione. Chi guadagna dal disordine di Mariano Croce Il Domani, 24 ottobre 2026 Il rischio più serio, allora, è quello di una progressiva “legalizzazione dell’eccezione”, destinata a sedimentarsi via via in una nuova normalità, nella quale i poteri eccezionali si concentrano nelle mani dell’esecutivo. Dinanzi a un malessere sociale che paralizza il paese e semina paura per le strade delle grandi città, il governo risponde con l’introduzione di nuovi reati: un’arma al contempo retriva e inefficace. E mentre nei ministeri si avanzano ipotesi di manovre riconducibili a forze ostili e a forme di guerra ibrida, affiora tra gli osservatori un dubbio ben più inquietante: possiamo davvero escludere che l’inconcludenza delle misure adottate dipenda, più che dall’incapacità delle istituzioni, da una precisa intenzione? Una condizione di diffusa turbolenza sociale, infatti, può facilmente sfociare in uno “stato di eccezione”: una situazione emergenziale nella quale il disordine viene invocato per legittimare, sul piano giuridico, il ricorso a forme sempre più dure e autoritarie di esercizio del potere. Le piazze fluide di un movimento senza leadership Prima che si gridi al complottismo: lo stato di eccezione è una tecnica di governo che storicamente ha consentito di restringere gli spazi della democrazia. Un secolo fa, in Italia e Germania, le forze politiche più estremiste, con il pretesto dell’ordine da ripristinare, alimentavano violenti tumulti e miravano a neutralizzare le residue sacche di opposizione mediante strumenti repressivi formalmente legali, capaci di produrre, nei fatti, la sospensione dello Stato di diritto. Senza richiamare circostanze tanto infauste, un esempio dell’uso spregiudicato di queste tecniche è offerto dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga nel 2008, quando suggerì all’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni di seguire il metodo da lui stesso adottato negli anni Settanta: ritirare le forze dell’ordine dalle strade, infiltrare i movimenti con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per qualche giorno i più facinorosi mettano a ferro e fuoco le città; a quel punto, forti del consenso popolare, le istituzioni possono colpire senza pietà, finché il suono delle sirene d’ambulanza non sovrasti quello delle auto di polizia e carabinieri. Il “metodo Cossiga” lega a doppio filo il consenso popolare e il ricorso alle maniere forti, secondo una dinamica ampiamente studiata dalla scienza politica in relazione all’espansione progressiva dei poteri di governo: durante le grandi crisi, l’azione dell’esecutivo si intensifica e nella popolazione si diffonde una generale acquiescenza ai nuovi metodi, giustificati dall’emergenza in corso. Una volta superata la crisi, tuttavia, i poteri ampliati non tornano allo stato iniziale. Al contrario, il livello raggiunto diventa la base di partenza per un ulteriore ampliamento, come d’altro canto testimonia il consenso che almeno una parte della cittadinanza accorda alla gestione panpenalistica del dissenso. È su questo meccanismo, anzitutto psicologico, che s’innesta la lezione di Carl Schmitt: il potere si concentra nelle mani di chi utilizza con accorta strategia le condizioni di emergenza per modificare la percezione collettiva della minaccia, fino a consolidare il convincimento per cui le autorità non possano che ricorrere a mezzi sempre più risoluti e violenti. Non occorre arrivare fino all’incendio del Reichstag: è sufficiente che i disordini vengano alimentati, direttamente o indirettamente, per innalzare la soglia del panico e indurre la popolazione a ritenere giustificata la riduzione dei diritti di quanti vengono indicati dalle istituzioni come responsabili della crisi. Quando il governo diventa barbaro in mondovisione Il rischio più serio, allora, è quello di una progressiva “legalizzazione dell’eccezione”, destinata a sedimentarsi via via in una nuova normalità, nella quale i poteri eccezionali si concentrano nelle mani dell’esecutivo. A questo rischio se ne aggiunge un altro, forse persino più grave: che si affermino forze più radicali ed estreme, pronte a propugnare misure ancora più invasive e capaci di sfruttare con maggiore spregiudicatezza il senso di pericolo ormai consolidato. Per arginare questa deriva, non c’è che da tener fermo un principio fondamentale: la contestazione, finanche la più agonistica, è il segno vitale di una dialettica democratica in salute, non già una patologia da estirpare mediante il ricorso a misure d’emergenza. I ragazzi e il bisogno di contare per qualcuno di Vanna Iori vita.it, 24 ottobre 2026 Gli scontri di Milano impongono anche una riflessione sulle ragioni del disagio giovanile. “Sembra che delle vetrine contino più di noi”, ha detto un giovane intervistato. E in quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate. Dietro la violenza possono esserci il bisogno di appartenenza, l’esclusione sociale e la ricerca di riconoscimento: il mattering. La risposta non può limitarsi alla repressione: servono adulti presenti, educatori, spazi di aggregazione e una giustizia minorile capace di coniugare responsabilità e reintegrazione. Le immagini di Milano dello scorso fine settimana le abbiamo viste tutti: vetrine sfondate, negozi svuotati, lacrimogeni nel cuore della città. Quella violenza va condannata senza riserve. Lo dobbiamo a chi lavora, a chi era in strada a garantire la sicurezza, a una comunità che ha diritto alla propria convivenza. Sento, tuttavia, il dovere di fermarmi su ciò che le immagini mostrano meno: i volti di chi stava in piazza e la loro età. Erano poco più che bambini, 14, 15, 16 anni. Quasi nessuno aveva mai avuto a che fare con la giustizia e molti erano nati e cresciuti qui. Davanti ai giudici pochissimi hanno saputo dire perché fossero lì. Li aveva chiamati una chat, li aveva attirati un video. Questo vuoto di parole mi interroga più di qualunque slogan. Rivela una rabbia che non ha ancora trovato una forma e un’età in cui il bisogno di esserci precede la capacità di spiegarlo. Oltre la condanna, il dovere di capire - La risposta che si va delineando parla quasi soltanto la lingua dell’ordine pubblico: più militari, pene esemplari, anche l’ipotesi di nuove carceri per minorenni. Chi ha commesso reati deve risponderne, certo. Ma ridurre tutto alla repressione vuol dire però rinunciare a capire quali risposte educative sono necessarie. E una società che rinuncia a capire si prepara a rivedere le stesse scene in un’altra piazza, con ragazzi ancora più giovani. La rabbia di chi si sente escluso - Dietro quei cappucci ci sono storie che chi lavora nelle periferie conosce bene. Sono famiglie che contano ogni spesa e genitori che faticano anche per le cose più normali. C’è il cognome che a scuola basta per sentirsi giudicati e un futuro vissuto come minaccia. Un ragazzo intervistato in questi giorni ha detto una frase significativa: “Sembra che delle vetrine contino più di noi”. In quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate. Nei miei studi sullo spazio vissuto ho cercato di mostrare che i luoghi non sono mai contenitori neutri. Li abitiamo con il corpo e con le emozioni e ci restituiscono un’immagine di chi siamo e di quanto valiamo. Per un quattordicenne di periferia, il centro della città è il posto dove si va la domenica pomeriggio. È anche il posto dove ci si sente osservati appena si diventa visibili. Anche la geografia dei bersagli dice qualcosa. Un tempo la rabbia colpiva banche e palazzi del potere, questa volta ha colpito le scarpe, le felpe, i marchi riconoscibili. Zygmunt Bauman parlava di consumatori esclusi. Sono ragazzi a cui si insegna che si esiste attraverso ciò che si indossa e ai quali poi viene negata la possibilità di indossarlo. Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. “Non ci vedete”, dicono loro, prima ancora che “non ci capite”. Il bisogno di appartenenza e visibilità - L’adolescenza è l’età in cui ci si costruisce sotto lo sguardo degli altri. Uno di questi ragazzi ha raccontato di essere andato in piazza quasi per noia e di essersi sentito, una volta lì, parte di qualcosa. Il gruppo offre ciò che la quotidianità nega: un’appartenenza, un pubblico, un’esistenza finalmente visibile. Lo smartphone che riprende la scena completa il meccanismo, perché esserci conta quanto mostrare di esserci. Quando sentirsi invisibili diventa una ferita - È qui che torna utile un concetto che considero decisivo per leggere il disagio giovanile, il mattering. È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza, anche a costo di distruggere con violenza. Chi ha detto ai giudici di essere entrato in un negozio per “provare emozioni” ci consegna il segno di un analfabetismo emotivo che non nasce in un fine settimana. Sono emozioni potenti che non trovano parole, né adulti capaci di aiutare a nominarle e a contenerle. Riconoscerlo non assolve nessuno. Indica un compito educativo. Ascolto e autorità educativa, insieme - Fuori dalle questure, in quelle ore, c’erano madri e padri smarriti, increduli di ritrovare lì i propri figli. E anche questo smarrimento va ascoltato. Dice di adulti che vivono a loro volta dentro un’incertezza strutturale, schiacciati dalla fatica quotidiana, spesso smarriti e soli nel ruolo educativo. Qualcuno ha sostenuto che ai ragazzi non serva ascolto ma una guida. Condivido la diagnosi sulla ritirata degli adulti, non l’alternativa. L’autorità educativa, come ricorda la radice di auctoritas, viene da augere, far crescere, e non si può far crescere chi non si conosce. Una guida che non parte dall’ascolto diventa controllo. Un limite imposto senza relazione resta un muro, e contro i muri gli adolescenti si sono sempre lanciati. Più educazione, meno solitudine - Ascoltare, in concreto, richiede scelte precise. Servono educatori e pedagogisti presenti in modo stabile nei quartieri e nelle scuole. Servono spazi di aggregazione dove un ragazzo possa passare un pomeriggio senza dover consumare. Serve una scuola che non venga percepita come un binario verso lavori malpagati. Va difesa anche una giustizia minorile che resti fedele alla sua vocazione educativa, fatta di responsabilizzazione e recupero, invece di scivolare verso il semplice contenimento. Un adulto disposto ad ascoltare - Molti di loro potrebbero tornare in piazza Duomo e troveranno soldati e transenne. Prima o poi dovranno trovare anche un adulto disposto a chiedere loro come stanno e capace di restare ad ascoltare la risposta. A pensarci bene, quell’adulto potrebbe essere ciascuno di noi: un genitore, un insegnante, l’allenatore della squadra di quartiere, il vicino che li incrocia ogni giorno sulle scale. Torniamo ad ascoltare e a fare e farci le domande giuste. “Questi ragazzi sono soli e arrabbiati. Sbagliato credere siano tutti stranieri” di Franco Giubilei La Stampa, 24 ottobre 2026 Orfani di figure adulte di riferimento, puntualmente e massicciamente rimpiazzate dai social. Soli ed arrabbiati, in preda a una furia compulsiva di arraffare indumenti e scarpe di marca nei negozi, e del tutto privi di qualsiasi riferimento politico. Don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano da ventun anni, ha parlato con molti dei ragazzi portati dalla polizia al Centro di prima accoglienza - dove viene esaminata la posizione dei fermati prima dell’eventuale convalida da parte del giudice - dopo lo scorso weekend di violenze e saccheggi nel capoluogo lombardo. E si è fatto idee precise su di loro, forte di una lunga esperienza sul campo: “Sono giovanissimi che appartengono a vari ceti sociali, non è una situazione che riguardi soltanto gli italiani di seconda generazione. Certo ci sono anche loro, ma anche tanti italiani di buona famiglia, con i genitori molto imbarazzati nel momento in cui se li sono trovati al Beccaria”. Quindi sbaglia chi addossa la responsabilità dei disordini soprattutto ai figli dei migranti… “Io ho visto fra i ragazzi anche liceali e gente che va a scuola, italiani, e ne ho visti quasi di più di quelli di seconda generazione, anche se non è ancora chiaro il numero complessivo dei soggetti coinvolti. Ho parlato con molti di loro”. E che idea se ne è fatto? “Ne esce un quadro avvilente, non sono affatto mossi da questioni politiche, sono evidentemente convocati online a vivere situazioni di massa. E hanno un senso di impunità e uno spiccato senso predatorio: mostrano una grande ignoranza sia delle leggi dello Stato che delle regole di convivenza civile”. Che cosa li ha spinti allora? “Una sorta di compulsività predatoria, la caccia a simboli di opulenza, di piaceri consumistici e di divertimento. Oggi l’assalto ai forni non lo si fa per fame, ma per fama. Sono azioni di non senso, nessuna questione ideologica ma proprio questo senso predatorio per vestiti e oggetti”. Ma si sono resi conto della gravità di quello che hanno fatto? “Secondo me non lo capiscono davvero, erano molto frastornati, scossi, piangenti, per essersi trovati in una situazione imprevista. Molti dicevano di non capire perché fossero stati fermati, dicevano che era perché passavano di lì per curiosità. In realtà, messaggi e convocazioni giravano da giorni sui cellulari”. Nessuna forma di consapevolezza? “Per qualcuno sì, ma credo che parecchi di loro non abbiano ancora rielaborato lo shock di essere stati bloccati. È ancora presto”. Quali le ragioni profonde di comportamenti come questi? “È da tempo, da dopo il Covid, che noto un malessere giovanile che ha a che fare con la solitudine e la mancanza di figure adulte di riferimento. Sono ragazzi molto soli e i social sono ormai padroni della loro psiche. Si può dire che la voce dei social per loro è molto più forte di quella degli adulti”. E il rapporto con le istituzioni? “Hanno un’idea di giustizia fai-da-te che non passa affatto dalle istituzioni. Che poi la frustrazione e la rabbia che hanno addosso potessero prendere una forma così esplosiva, non potevo prevederlo”. Le misure adottate dal governo per contrastare il fenomeno le sembrano appropriate? “Il governo deve fare la sua parte, ma è anche vero che non ci si può illudere che i provvedimenti possano cambiare la situazione: i ragazzi non li conoscono nemmeno questi decreti. Se poi l’unica soluzione è il carcere, che in genere incattivisce le persone, non sono risolutivi”. Pensa che avranno qualche efficacia? “Dal decreto Caivano in poi, non hanno avuto questa grande efficacia e non mi aspetto molto neanche dall’ultimo decreto. Incarcerare non è la soluzione, ma la fermezza serve”. Il ministro Valditara: “Dietro alle violenze una mancanza di valori” di Marco Cremonesi Corriere della Sera, 24 ottobre 2026 Il ministro dell’Istruzione: “I genitori siano le prime sentinelle. Va repressa anche l’illegalità minore che poi porta a certi comportamenti. All’origine di queste violenze non ci sono le difficoltà economiche. C’è un’allarmante mancanza di valori”. Nel giorno in cui si rischiano nuove violenze da parte del Movimento 17 ottobre, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, riflette sul fenomeno. Perché lo dice? “Se andiamo a guardare quello che si scambiano nelle chat, quello che hanno fatto andando a devastare negozi di abiti e oggetti griffati, io vedo l’espressione di un degrado morale e culturale forte. Chi in famiglia ha acquisito valori solidi non spacca, non ruba. Questo accade se la famiglia è riuscita a trasmettere valori positivi. Se i genitori sono assenti, non si interessano del figlio o magari non conoscono la nostra lingua e cultura, i risultati negativi si vedono”. Ministro però non sono tutti stranieri... “Indubbio, e tuttavia il fatto che la maggioranza lo sia e appartenga a una determinata area culturale dovrebbe farci riflettere”. Come si raggiungono queste fasce? Con la scuola? “Certo. Ma c’è anche un tema di legalità. Tutti devono capire che non ci si può comportare fuori dalle regole. Non è accettabile sentir dire “tanto noi in Italia facciamo quello che vogliamo perché non ci succede niente...”. Va repressa anche l’illegalità minore che poi porta a certi comportamenti”. In che modo? “Ricorda il sindaco di New York Rudolph Giuliani? In quella città c’era un tasso elevatissimo di microcriminalità. Lui partì dalla “teoria delle finestre rotte”: una finestra rotta porta a dieci finestre rotte, se si saltano i tornelli della metropolitana, presto tutti li salteranno. Applicò la tolleranza zero e quei comportamenti crollarono. E poi c’è necessità di una cittadinanza attiva: se vai su un autobus e metti i piedi sul sedile, la gente ti deve dire “mettili giù”. Se importuni una donna, ci deve essere chi ti dice di smetterla. E certamente c’è anche la scuola”. Che cosa deve fare? “Educare al rispetto, alle relazioni corrette, all’empatia, al contrasto di ogni forma di violenza. Sono i principi che noi abbiamo messo per la prima volta nei programmi scolastici come obiettivi obbligatori. E la scuola deve anche insegnare i valori occidentali nati ad Atene, Roma e Gerusalemme. A partire dal rispetto di ogni persona, della libertà e della responsabilità, della buona fede. E c’è un problema di lingua”. Gli studenti che conoscono poco l’italiano? “Gli studenti ma pure i genitori. C’è uno studio Ocse che lo documenta bene: se i genitori non conoscono la lingua e dunque non possono conoscere nulla della vita scolastica del figlio, se si disinteressano di quello che fa, ci sarà un minore inserimento scolastico da parte del giovane, un tasso più alto di abbandoni. E poi ti ritrovi i maranza”. I violenti si danno appuntamento sui social. Quelli non sono un problema? “Un grandissimo problema. In tutti i recenti episodi di accoltellamento di un docente, l’aggressore era in diretta social o filmava la violenza per poi rilanciarla sul web. Per questo i genitori devono essere le prime sentinelle. Ma mi faccia dire anche un’altra cosa...”. Prego. “Voglio anche ricordare che per decenni ci siamo abituati a chi deresponsabilizza: colpa della società, della borghesia, del capitalismo, del governo... Ma la colpa è individuale. A sinistra c’è chi dichiara che il governo ha tolto i soldi alla scuola per spenderli in armi: si dice una menzogna doppia. Da una parte, sappiamo bene che le risorse per la difesa sono state specificamente autorizzate dall’Ue in deroga al Patto di stabilità. Dall’altra, per la scuola non si è mai investito come oggi. Dal governo Monti fino a quello Draghi, si sono spesi 6 miliardi in 11 anni. Il governo Meloni ne ha investiti oltre 5 in quattro anni”. Insomma, dice che c’è una responsabilità morale nella sinistra? “C’è chi si è lamentato che i ragazzi italiani non facessero come in Francia, c’è stato persino chi ha condannato le violenze con il “ma” oppure le ha “comprese” o non ha condannato proprio. Ma i cattivi maestri sono soprattutto quelli che ancora oggi continuano a delegittimare l’autorità, a sminuire il principio di responsabilità individuale, a parlare solo di diritti e mai di doveri. Noi invece vogliamo ripartire da una società fondata sul rispetto, su valori positivi, sul dialogo, sul costruire piuttosto che sul distruggere”. Il disagio sociale dei giovani è globale di Pasquale Ferrara Avvenire, 24 ottobre 2026 La “Generazione Z” in piazza in vari Paesi del mondo per protestare contro il futuro rubato. Una contestazione che guarda alla crisi climatica, alle disuguaglianze fino alle oligarchie. La sfiducia nelle istituzioni mette alla prova la politica. Sarebbe sicuramente arbitrario ricondurre a un’unica matrice l’ondata di manifestazioni, scontri e proteste di vario genere che punteggiano il mappamondo. Non esiste, naturalmente, una spiegazione monocausale dei disordini, delle rivolte e delle ribellioni cui assistiamo dal 2025, talvolta accompagnati anche da episodi di violenza gratuita, che non possono essere giustificati in nessun caso. L’unica cosa certa è la loro portata mondiale. Dal Nepal al Madagascar, dal Perù all’Albania, dalla Spagna al Bangladesh, dal Portogallo alla Serbia, dal Marocco al Messico, dalla Grecia al Kenya, dall’Ecuador all’Italia, i giovani della Generazione Z (nati, secondo una convenzione diffusa, dal 1997 in poi) e, in alcuni casi, anche quelli della Generazione Alfa (nati indicativamente dal 2010 in poi) scendono in piazza. Tra questi giovani e giovanissimi, talvolta appena oltre il limite dell’infanzia, il livello di frustrazione e disorientamento ha superato, in ampi strati della popolazione, i livelli di guardia. Il repertorio delle ragioni è vastissimo e varia dalla disoccupazione alla censura sui social network, dalle tasse all’insufficienza o all’elevato costo dei servizi di base (acqua ed elettricità), dalla carenza di alloggi a prezzi accessibili all’inadeguatezza dei servizi scolastici, dalla lotta alla corruzione a quella contro la criminalità organizzata, dall’opposizione alla speculazione ambientale alla contestazione delle riforme dei sistemi pensionistici. Ovviamente, non si possono attribuire interamente né alla politica in generale né ai governi di turno il peggioramento delle condizioni economiche e l’eclissi delle prospettive di miglioramento sociale, quello che in Italia abbiamo chiamato “ascensore sociale”. E tuttavia, ciò a cui abbiamo assistito a livello mondiale negli ultimi anni è stato, in primo luogo, un atteggiamento di condiscendenza, implicito o esplicito, da parte del potere politico nei confronti dei nuovi potentati finanziari, digitali e militari. La politica, in molti casi, ha pensato non solo di poter addomesticare questi nuovi Principi - per dirla con Machiavelli - ma anche di poterli considerare alleati nel controllo sociale o, quantomeno, nella gestione di società in profonda trasformazione. Tutto ciò si è rivelato una mera illusione, anzi una distorsione prospettica, che ha nascosto alla vista il disagio e il risentimento che covano negli interstizi delle società, di fronte al divario ormai esponenziale tra i predatori e gli “scarafaggi”, per riprendere l’auto-definizione adottata polemicamente dai giovani indiani, o i più poetici “fenicotteri”, simbolo delle proteste albanesi. Sarebbe ingenuo, oltre che infondato, interpretare queste fratture nei termini di una nuova lotta di classe, per la semplice ragione che l’ipotetica classe in questione sarebbe costituita dalla stragrande maggioranza della popolazione, contrapposta a un ristrettissimo numero di nuovi oligarchi, che letteralmente si contano sulle dita di una mano. Questi ultimi hanno compiuto non soltanto il saccheggio dell’economia, ma anche quello dei sogni, imprigionando intere generazioni nel perimetro, al contempo infinitamente libero e infinitamente concentrazionario, dei social network, alimentando un’economia di guerra e spingendo il pianeta che queste generazioni abiteranno sull’orlo del collasso climatico. Nemmeno gli schemi del secolo scorso, incentrati sul sistema-mondo e sulla dialettica tra centro e periferia, sembrano oggi sufficienti a interpretare queste fratture. Il mondo è ormai policentrico e, per giunta, non esiste quasi più alcun sistema omogeneo al quale ricondurre fenomeni tanto diversi. Le proteste del Sessantotto, evocate talvolta impropriamente come termine di paragone, avevano in realtà una matrice comune, identificabile nella domanda di futuro avanzata da quelle generazioni. Le generazioni che oggi occupano le piazze, in questa prima metà degli anni Venti del XXI secolo, pur con le sostanziali differenze già menzionate, sembrano animate da una motivazione ancora più radicale e mobilitante rispetto a quella dei loro padri e dei loro nonni: la netta sensazione di un furto di futuro . Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), le proteste giovanili del 2025 hanno evidenziato un paradosso: un elevato livello di partecipazione e di impegno, anche sulle questioni sociali e umanitarie - basti pensare alla mobilitazione per Gaza - si accompagna a una profonda sfiducia nelle istituzioni. Di fronte a questa serie di sollevazioni prive di una guida riconoscibile - non credo a regie occulte o ibride -, talvolta scomposte e destrutturate, e persino nichiliste, quando la distruzione diventa una modalità di autoaffermazione, si compie la nemesi di una politica rinunciataria. Quest’ultima è ora chiamata a rispondere, in molti casi, di fenomeni che non controlla e che non ha direttamente causato. Ma una politica che per decenni ha omesso di affrontare problemi strutturali e almeno di ridurre squilibri di enormi proporzioni mostra oggi tutti i propri limiti, che vanno ben oltre l’ascesa dei movimenti populisti o apertamente reazionari. Il rischio è che si apra una stagione di profondo scompaginamento sociale e di frantumazione del patto fondativo della comunità politica: non soltanto tra le diverse componenti della società, ma anche sul piano intergenerazionale e intertemporale. Siamo ben oltre la crisi della democrazia. Emblematicamente, il movimento Extinction Rebellion (XR) rivendica il diritto a “non estinguersi”, anche di fronte alle conseguenze della gravissima crisi climatica in atto, senza contare i conflitti e gli stermini tuttora in corso. Se le grandi proteste dell’ultimo trentennio del XX secolo proclamavano a gran voce l’esistenza di diritti, quelle dei nostri giorni proclamano, più drammaticamente, il diritto di esistere. Meloni sceglie San Patrignano per il meeting Ue selle dipendenze. Senza la Cnca di Eleonora Martini Il Manifesto, 24 ottobre 2026 Il primo meeting della Coalizione Europea contro le Dipendenze (Ecad) che si è tenuto a San Patrignano, la comunità scelta dalla premier perché “rappresenta qualcosa di unico ed eccezionale”, una “realtà pionieristica” che “è una fabbrica di speranza e libertà”. La dipendenza dalle droghe “non è una condanna irrevocabile”: si supera con l’astinenza, come insegnano certe comunità che piacciono a Fd’I, e con la legge messa a punto dal governo per rendere “semplice e seria” la possibilità per i tossicodipendenti che hanno commesso reati di scontare la pena in comunità. È un po’ questo il cuore del discorso di Giorgia Meloni intervenuta ieri in apertura del primo meeting della Coalizione Europea contro le Dipendenze (Ecad) che si è tenuto a San Patrignano, la comunità scelta dalla premier perché “rappresenta qualcosa di unico ed eccezionale”, una “realtà pionieristica” che “è una fabbrica di speranza e libertà”. L’incontro “internazionale di Alto livello” dell’Edac - coalizione nata nel 2025 su impulso congiunto di Italia e Francia e che riunisce 35 Paesi Ue impegnati, insieme alla Commissione europea e al Consiglio d’Europa, “a sviluppare un approccio coordinato alle attività di contrasto alle dipendenze” - si è tenuto alla presenza del sottosegretario Mantovano e ha ricevuto il messaggio di Mattarella e della presidente del Parlamento Ue Metsola. Ma, sebbene Meloni abbia annunciato di aver “assicurato al sistema nazionale contro le dipendenze le risorse più consistenti di sempre, oltre 210 milioni di euro solamente nel 2026”, il Coordinamento nazionale delle comunità di assistenza (Cnca), la più importante organizzazione del settore, ha declinato l’invito a partecipare al meeting perché “l’approccio proibizionista e punitivo che privilegia la totale astinenza dalle sostanze ai diritti civili e sociali non corrisponde all’idea di intervento e di cura del Cnca. Piuttosto, - esorta la presidente Caterina Pozzi - il governo dia attuazione ai risultati della Conferenza nazionale e convochi i tavoli tecnici attesi da un anno”.