Nordio: “Massicci arresti di minori, vogliamo ampliare le carceri giovanili” di Valentina Santarpia Corriere della Sera, 23 ottobre 2026 “Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti- il ragionamento che il ministro ha fatto a Sky Tg24. E il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza. Proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere questo problema, sia stanziando i pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri giovanili, sia eventualmente per trovare dei accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”. Molti dei ragazzini fermati avevano 11-12 anni, cioè anche al di sotto dell’età minima per essere imputati, che ora è diventata 14 anni. Ma il governo non intende intervenire su questo aspetto, ha anticipato Nordio: “Non è all’ordine del giorno abbassare ulteriormente l’età per l’imputabilità”, “non sarebbe blasfemo pensare di abbassarla ma ad oggi non abbiamo intenzione di farlo”. Sulla stretta alla sicurezza arriva anche il ministro dei Trasporti Matteo Salvini: “Milano sarà presidiata, e anche le stazioni- ha annunciato - Poi avere 500 parà della Folgore, con un’età media superiore ai 40 anni e che hanno fatto esperienze all’estero, in tante piazze milanesi, per me è una garanzia. Potranno garantire l’ordine pubblico, insieme alle altre forze dell’ordine. E intervenire in caso di necessità, coi Lince, coi droni e con mezzi adeguati a intervenire velocemente”. Salvini ha spiegato che “saranno preparati a fare quello che un militare deve e può fare, rispettando la normativa vigente. Sono militari e rispetteranno la legge, non è che andranno in giro a fare cose strane” ha aggiunto. “Ci saranno i maranza, sabato e domenica prossima a Milano, con gli anarchici che forse non ci saranno, e c’è l’attesa mia, non da ministro, ma da milanese e da padre, dei 500 para’ della Folgore addestrati, armati, preparati, che saranno in decine di piazze e di punti sensibili della città non sabato, ma per mesi. E quindi - sottolinea - io mi auguro per anni, a prescindere da quello che è successo”. Nordio ha parlato anche delle manifestazioni al Sud ipotizzando dei legami con la malavita: “Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione”, ha spiegato il ministro. “Un illustre procuratore della Repubblica, in tema di referendum aveva detto che per il Sì avrebbe votato la camorra, ma ha vinto il No e quindi vuol dire che camorra e criminalità organizzata non governano proprio nulla. Però che ci siano e possano infiltrarsi e sfruttino questa situazione questo è altamente probabile”. Le dichiarazioni di Nordio hanno scatenato le reazioni delle opposizioni: la senatrice del Pd Valeria Valente parla di “parole gravissime” che “descrivono meglio di tanti lunghi discorsi la visione della destra: sbattiamoli tutti in carcere e buttiamo la chiave, costruendo nuovi penitenziari minorili e, nell’attesa, usando quelli per adulti”. Per Giuseppe Conte (M5S) “sentir parlare un ministro che parla di massicci arresti di giovani e di ampliare le carceri minorili vuol dire che non sei un politico e devi andare a casa”. L’associazione Libera dice che “guardare al disagio giovanile, alla criminalità minorile attraverso le lenti della repressione è un tornare indietro, una retromarcia spericolata sia a livello giuridico che culturale, le esperienze di tante realtà impegnate nel sociale mostrano invece che le uniche lenti davvero capaci di restituirci il fenomeno sono quelle di natura educativa e sociale. Punire quasi mai funziona, educare molto spesso sì”. Per Ivan Scalfarotto (Iv) “la risposta al disagio giovanile non può in alcun modo essere soltanto il carcere, che dovrebbe costituire l’extrema ratio anche per un adulto. Figuriamoci per un ragazzino”. Secondo Devis Dori (Avs) “se per lui la detenzione dei minori è la soluzione significa che il suo ministero è completamente impotente di fronte anche alla esclalation di violenza che purtroppo vede coinvolti anche minori, se rinchiuderli nelle carceri per gli adulti, già sovraffollate, è la sua soluzione, allora sembra proprio non aver capire le dinamiche carcerarie oltre ad aver rinunciato completamente alla loro educazione e al loro reinserimento”. L’Organismo congressuale forense, organismo di rappresentanza politica dell’Avvocatura italiana, sostiene: “Più celle non sono la risposta. La giustizia non può rinunciare al recupero dei giovani”. Intanto oggi il Presidente della Reppubblica, Sergio Mattarella, ha emanato il decreto-legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile” ed autorizzato la presentazione alle Camere del relativo disegno di legge di conversione. Il decreto legge, approvato martedì, prevede l’imputabilità dei minorenni, i soldati a Milano, nuovi reati e il risarcimento dei danni da parte dei genitori dei minorenni implicati. “Non vi sono minimamente interventi che limitino la liberta’ di manifestazione del pensiero”, ha sottolineato anche oggi Nordio, spiegando che crede che “messaggi e parole del presidente siano state ben calibrate e i suoi suggerimenti siano stati seguiti”. Il capo dello Stato avrebbe espresso perplessità sulla ipotesi di dare poteri giudiziari ai militari in arrivo a Milano. La minaccia di Nordio: minori in celle destinate ai detenuti adulti di Errico Novi Il Dubbio, 23 ottobre 2026 Linea dura del ministro dopo gli scontri di Milano. E Salvini: “In città esercito con lince e droni”. Il progetto di ampliare le carceri è annunciato dal governo con regolare periodicità, senza riscontri misurabili. Oggi però il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scartato di lato, con una previsione che si confonde nella minaccia: “Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta: vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti, e il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza”. Nell’intervista a SkyTg24, il guardasigilli non sembra riferirsi solo ai giovanissimi fermati sabato a Milano ma anche ad arresti del prossimo futuro, dati dunque per scontati. Ma è ancora più allarmante la strada che il ministro ipotizza per aggirare il limite fisico: “Abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere il problema”, e la soluzione consisterebbe nello stanziamento dei “pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri giovanili” ma, “eventualmente” anche nella ricerca di “accordi” per fare in modo che “settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”. Considerato il ritmo del piano per aumentare la capienza delle galere, di fatto impercettibile, l’allargamento degli Ipm, gli istituti di pena per i minorenni, appare lontanissimo, ed è perciò raggelante la prospettiva di cadere nell’unica opzione residua, cioè ammassare gli under 18 nelle prigioni per adulti già stracolme al 143 per cento. Un incubo, che rischia però di tradursi in realtà con le norme del decreto sicurezza, in particolare con l’estensione ai minori dell’arresto in flagranza. Certo, c’è l’estremo baluardo della magistratura minorile (e non a caso le toghe progressiste di AreaDg hanno subito rintuzzato Nordio con l’appello per uno Stato che “non deve limitarsi a punire chi sbaglia” ma “anche impegnarsi affinché un ragazzo possa scegliere una strada diversa”). In ogni caso, il combinato disposto fra le possibili repliche degli scontri milanesi e la linea dell’Esecutivo fanno temere il peggio. D’altra parte, gli esponenti delle opposizioni più informati sulla materia smontano, fanno a pezzi, le prospettazioni di via Arenula. Che, dice per esempio la vicepresidente dem del Senato Anna Rossomando, “sono surreali. Mentre attendiamo ancora il famigerato piano di edilizia carceraria, il ministro”, per la senatrice del Pd, “si autosmentisce: come si può pensare di ampliare la capienza di carceri minorili che lo stesso Nordio definisce ‘un sistema in sofferenza’? E ancora, come si può pensare di andare a gravare su un sistema carcerario che vede un tasso di sovraffollamento al 140%? Ormai siamo all’improvvisazione pura”. Durissimo, tra gli altri, anche il deputato 5 Stelle, e vicepresidente della Camera, Sergio Costa: a suo giudizio, il guardasigilli ignora che “la separazione tra minori e adulti è un presidio previsto dalla convenzione Onu sui diritti dell’infanzia: collocare ragazzi in istituti pensati per altro, a contatto con il crimine adulto e senza percorsi educativi, significa rischiare di produrre proprio la delinquenza che si dice di voler combattere”, attacca il parlamentare del Movimento. Esperto della realtà carceraria è anche il segretario della Uil Fp-Polizia penitenziaria Gennarino De Fazio: “Pensare che ristretti del circuito minorile possano essere allocati nelle carceri per adulti, già con il 143% di sovraffollamento e con una serie di problematiche ulteriori, appare suscettibile di mandare in default operativo l’intero apparato”. Certo, la linea dell’Esecutivo sulla sicurezza tocca una quota estrema con le parole di Matteo Salvini, che in vista del nuovo corteo di domani a Milano immagina parà dotati di “lince” e di “droni”. Una scena dall’inquietante analogia con la guerra in Ucraina. Antigone: “La giustizia minorile non può essere usata come strumento di intimidazione collettiva” agensir.it, 23 ottobre 2026 “Di fronte a un sistema in sofferenza, anziché interrogarsi sulle ragioni della crescita della popolazione detenuta e investire in prevenzione, educazione e percorsi di responsabilizzazione, il ministro propone di aumentare i posti in carcere e di avvicinare ulteriormente il circuito minorile a quello degli adulti”. Così commenta Antigone le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio sull’ipotesi di ampliare la capienza delle carceri minorili e destinare ai ragazzi settori degli istituti penitenziari per adulti. “La logica - dichiara Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio sulle carceri minorili di Antigone - sembra essere quella del ‘colpirne uno per educarne cento’ Ma la giustizia minorile non può essere usata come uno strumento di intimidazione collettiva. La detenzione non è una risposta educativa e non può sostituire le politiche sociali, il lavoro delle comunità, il sostegno alle famiglie e gli interventi capaci di raggiungere ragazze e ragazzi prima che la loro situazione precipiti” Per Antigone l’ipotesi di destinare ai minorenni spazi all’interno delle carceri per adulti è “particolarmente grave”: “Significa mettere in discussione uno dei principi fondamentali della giustizia minorile, che sta nel riconoscere che un adolescente non è un adulto in miniatura e che la risposta dello Stato deve tenere conto dell’età, della fase di crescita e delle possibilità di cambiamento. Significa inoltre portare le persone all’interno di un sistema già oggi terribilmente sovraffollato, con oltre 20.000 persone in più dei posti regolamentari, a scontare una pena tra assenze di opportunità”. Per Marietti, “non c’è alcuna logica di prevenzione criminale nell’aumentare semplicemente i posti detentivi. La sicurezza non si costruisce moltiplicando le celle, né trattando il carcere come la risposta ordinaria alle difficoltà e ai comportamenti dei più giovani. Si costruisce con interventi tempestivi, servizi territoriali adeguati, comunità educative capaci di accogliere, scuola, formazione, sostegno psicologico e percorsi che permettano ai ragazzi di assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza essere privati della possibilità di cambiare. Il sistema italiano di giustizia minorile, a lungo riconosciuto come un modello avanzato, continua così ad essere svuotato della propria identità”. Il 26 novembre a Roma, nell’evento conclusivo degli Stati generali della giustizia minorile promossi da Antigone, Libera e Defence for Children Italia, saranno presentate proposte concrete per affrontare la crisi della giustizia minorile. Decreto sicurezza contro i minori, l’Alleanza per l’articolo 27 chiede politiche sociali, non più carcere cnca.it, 23 ottobre 2026 L’Alleanza per l’articolo 27 esprime ferma preoccupazione per il nuovo decreto sicurezza varato dal Governo, che ancora una volta risponde a episodi di cronaca circoscritti con misure penali generalizzate e orientate in particolare ai minorenni. Come già accaduto con il DL Caivano e con l’introduzione dell’imputabilità obbligatoria, si rafforza un modello punitivo che rischia di tradire la funzione educativa e rieducativa della giustizia minorile, prevista dalla Costituzione e dal sistema internazionale dei diritti dell’infanzia. Il nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione e l’aggravante legata all’uso dei social per l’organizzazione delle piazze sono formule estremamente ampie, capaci di colpire non soltanto condotte effettivamente violente, ma anche forme legittime di dissenso, mobilitazione e partecipazione democratica. Quando le tensioni sociali - spia di un disagio profondo - trovano sempre più spesso una risposta penale, il “sociale” e il “penale” si appesantiscono e si degradano a vicenda. La prevenzione dei reati non può ridursi alla criminalizzazione del conflitto o del disagio giovanile: occorre intervenire sulle disuguaglianze sociali, economiche, culturali e abitative che alimentano fragilità, marginalità e violenza. L’aumento dei posti negli Istituti Penali per Minorenni va nella direzione opposta rispetto alla storia e alla ragionevolezza del sistema minorile italiano. Ciò che ha distinto la giustizia minorile è il riconoscimento della specificità dei ragazzi e delle ragazze: persone in evoluzione, da recuperare e accompagnare, anche quando hanno commesso reati gravi. L’Alleanza ricorda che la giustizia riparativa ha trovato applicazione proprio nei procedimenti penali a carico di minorenni. Oggi, invece di estendere quel modello anche agli adulti, si tende ad “adultizzare” i minori, rendendoli più facilmente imputabili, condannabili e incarcerabili. Occorre invece investire su servizi educativi, salute mentale, famiglie, scuola, lavoro, housing sociale e comunità di accoglienza. Solo lo scorso 24 luglio il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa aveva richiamato l’attenzione dell’Italia sul fatto che un ragazzo su sette nel nostro Paese - il 13,8% di tutti i bambini - vive in condizione di povertà assoluta, indicando la necessità di riforme strutturali e investimenti per proteggere l’infanzia dalla povertà e costruire un futuro. A tre mesi da quel richiamo, non è stato varato alcun decreto contenente politiche e investimenti strutturali per l’infanzia e l’adolescenza. L’Alleanza chiede quindi al Governo di abrogare con decreto urgente la misura adottata ed in caso contrario, al Parlamento di non convertirla in Legge, perché sbagliato e dannoso. Chiediamo invece ai decisori politici di avviare con urgenza un piano strutturale di politiche sociali, educative, sanitarie e abitative. Il carcere non può diventare la risposta automatica alla povertà, al disagio e alla rabbia sociale: la vera sicurezza si costruisce con diritti, servizi, comunità e opportunità concrete di futuro. L’alleanza per l’articolo 27 è una rete di oltre 200 organizzazioni impegnate sul tema della pena, costituitasi a Roma il 6 febbraio 2026. Le organizzazioni promotrici sono: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, SEAC, Sbarre di zucchero. info: alleanza.art27@assembleacarcere.it. In “Gazzetta” il Decreto sicurezza, minori presunti imputabili e multe ai genitori di Laura Biarella Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2026 In vigore da venerdì 23 ottobre il decreto-legge n. 190, che origina dai fatti di guerriglia nel centro di Milano intercorsi nel weekend precedente. Nuovo reato di violenza organizzata nei cortei, pene più elevate per devastazioni e danneggiamenti di gruppo, sanzioni fino a 2.000 euro per i genitori, divieti di raduno anche per i quattordicenni e 500 militari in più per le strade del capoluogo lombardo. Per un ragazzo tra i 14 e i 18 anni che finisce davanti a un giudice, dal 23 ottobre cambia la domanda di partenza. Non sarà più il tribunale a dover dimostrare che quel minore era in grado di capire ciò che faceva: la capacità di intendere e di volere si presumerà, salvo prova contraria. È la novità più impattante del decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, che reca “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della stessa giornata e in vigore dal giorno successivo. Dieci articoli firmati dal Presidente della Repubblica, su proposta della premier Meloni e dei ministri Piantedosi, Nordio e Crosetto, di concerto con Giorgetti, scritti in pochi giorni dopo il weekend di scontri e saccheggi che ha sconvolto la città meneghina. Un weekend ha acceso la miccia - Sabato 17 ottobre il corteo “Italia in piazza”, organizzato contro il carovita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale, è degenerato in piazza del Duomo. Gruppi di giovani vestiti di colore nero e col volto coperto hanno lanciato pietre, cubetti di porfido e bombe carta contro gli agenti. Gli scontri si sono estesi a piazza Cordusio, corso Vittorio Emanuele e San Babila, tra vetrine sfondate e attività commerciali devastate. Domenica la scena è stata replicata tra via Torino, il Carrobbio e le Cinque Vie, con saccheggi e l’intervento degli idranti. Disordini anche a Torino e Bologna. Il bilancio diffuso lunedì 19 ottobre dal Dipartimento di pubblica sicurezza contava 271 persone accompagnate in questura, 220 delle quali minorenni, e 32 arresti, di cui 23 a carico di minori. I feriti tra le forze dell’ordine erano 14 nella sola giornata di domenica, dopo gli oltre cento segnalati per gli scontri di sabato. Il sindaco Sala ha lamentato la presenza di pochi agenti in strada e una sottovalutazione del momento. Lo stesso lunedì 19 la premier ha riunito a Palazzo Chigi ministri e vertici di polizia e intelligence; il Consiglio dei ministri ha deliberato il testo martedì 20. Imputabilità, si ribalta l’onere - L’articolo 1 interviene sull’articolo 98 del codice penale. Finora, per i minori tra 14 e 18 anni, la capacità di intendere e di volere andava accertata ipotesi per ipotesi; ora si aggiunge che, in questi casi, essa “si presume fino a prova contraria”. La soglia minima dei 14 anni rimane invariata. Per l’effetto, l’articolo 3 del decreto novella il DPR n. 448/1988 in tema di processo minorile. L’imputabilità esce dagli accertamenti sulla personalità che P.M. e giudice sono tenuti a svolgere e diventa un elemento che “possono” acquisire. La regola è coniata dal disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio, ora trasferita in un decreto immediatamente efficace. Al processo minorile si aggiungono ulteriori tasselli. Ai minori si applicherà l’arresto in flagranza differita eseguito entro 48 ore sulla base di video e fotografie. La custodia cautelare diviene possibile pure per i nuovi reati di violenza organizzata e danneggiamento di gruppo. E per chi ha compiuto 16 anni il giudice, nello scegliere le misure cautelari, non dovrà più tenere conto dell’esigenza di non interrompere i processi educativi in atto. Violenza organizzata - Approda sul codice penale il nuovo articolo 420-bis, titolato “Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”: da 2 a 5 anni di reclusione e multa da 10.000 a 20.000 euro per chi, durante una manifestazione, fa parte di un gruppo di almeno 5 persone che agisce in modo organizzato, anche occasionalmente. La condotta punita è utilizzare illegittimamente bastoni, mazze, oggetti contundenti o comunque atti a offendere, oppure lanciare questi stessi oggetti oppure razzi, fuochi artificiali, petardi o spray urticanti, creando un pericolo concreto per le persone e danneggiando cose. La pena si eleva da un terzo alla metà per chi agisce travisato o comunque in modo da rendere difficile l’identificazione, o colpisce infrastrutture di energia, trasporti e telecomunicazioni, o beni destinati a servizi pubblici. Chi organizza o promuove il gruppo, o istiga alle violenze anche tramite chat e social, rischia da 4 a 12 anni. Se dagli scontri derivano lesioni, le relative pene aumentano da un terzo alla metà. Il decreto-legge ritocca anche reati già esistenti: devastazione e saccheggio sono puniti più severamente se commessi durante un corteo ai danni di merci in negozi o magazzini, esattamente lo scenario visto in via Torino; aggravato anche l’attentato a impianti di pubblica utilità, se commesso nel corso di manifestazioni. Il nuovo articolo 635.1 c.p. innalza da un terzo alla metà la pena per il danneggiamento compiuto da un gruppo organizzato, anche occasionalmente, di almeno 5 persone. Per tutti questi reati scatta la possibilità di arresto in flagranza differita. Genitori chiamati a pagare - L’articolo 5 sposta parte della responsabilità sulle famiglie: quando un minore, anche non imputabile, partecipa a devastazioni, saccheggi, violenze organizzate, danneggiamenti di gruppo o agli ulteriori reati richiamati dalle norme sulla sicurezza urbana, al genitore si applica una sanzione amministrativa da 500 a 1.000 euro. Ne è esentato solo se dimostra di non aver potuto impedire il fatto. In ipotesi di recidiva la somma sale da 1.000 a 2.000 euro, e il prefetto può segnalare al tribunale per i minorenni l’opportunità di avviare progetti di sostegno alla funzione educativa. La voce più pesante è il risarcimento: con la medesima ordinanza il prefetto può imporre ai genitori di pagare i danni causati a beni di Stato, Regioni o enti locali, liquidandoli sulla base degli atti. Contro l’ingiunzione ci si potrà opporre entro 40 giorni innanzi al tribunale di residenza. Commercianti e privati danneggiati potranno chiedere un decreto ingiuntivo utilizzando l’ordinanza prefettizia quale prova scritta, con efficacia provvisoriamente esecutiva. Divieti di raduno e check preventivi - L’articolo 6 introduce nel codice antimafia un nuovo avviso orale del questore: a chi, in gruppi di 5 o più persone, ha tenuto in pubblico comportamenti intimidatori, molesti o violenti, potrà essere vietato di radunarsi con quelle stesse persone in luoghi precisi, anche solo in certe fasce orarie, per un massimo di un anno. Il presupposto è aver già ricevuto misure di prevenzione ovvero Daspo urbani negli ultimi 5 anni, oppure una condanna, anche non definitiva, per delitti contro la persona o il patrimonio commessi in pubblico. Il divieto vale anche per i ragazzi dai 14 anni e deve rispettare le esigenze di salute, famiglia, lavoro e studio. L’articolo 7 consente di accompagnare e trattenere negli uffici di polizia, durante operazioni di prevenzione in luoghi affollati, chi, sulla base di elementi concreti, dà “fondato motivo di ritenere” che possa porre in essere condotte di concreto pericolo per la sicurezza. Gli elementi possono ricavarsi dagli oggetti posseduti o da precedenti e segnalazioni di polizia degli ultimi 5 anni per delitti non colposi contro la persona o il patrimonio, spaccio, porto di armi o oggetti atti a offendere, o per il nuovo reato di violenza organizzata. Magistrati d’urgenza e 500 soldati - Nella finalità di evitare che un’ondata di arresti mandi in tilt i tribunali, l’articolo 4 consente di applicare temporaneamente magistrati ad altri uffici entro 24 ore dalla richiesta, senza attendere il parere del consiglio giudiziario. Si intende definire le convalide nella timeline di legge. L’articolo 8, l’unico con una spesa dedicata, porta a Milano fino al 31 dicembre 500 militari in più dell’operazione “Strade sicure”, con funzioni di agente di pubblica sicurezza. Lo stanziamento è di 4.933.831 euro per l’anno corrente, e la Difesa potrà acquistare servizi e forniture con le procedure di somma urgenza. Tutto il resto del decreto andrà attuato senza nuovi oneri, con le risorse già disponibili. Reazioni - La presunzione di imputabilità aveva già diviso quando il governo l’aveva presentata a luglio. La premier aveva sostenuto che chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne, indicando quale bersaglio le baby gang e l’utilizzo dei giovanissimi come manovalanza della criminalità adulta. Il ministro Nordio aveva parlato di una criminalità minorile in crescita per numero e gravità. Sul fronte opposto, il cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, don Claudio Burgio, aveva definito la norma “un passo indietro”, richiamando l’immaturità di molti adolescenti. Per il Pd, Michela Di Biase, capogruppo dem in commissione Infanzia e adolescenza, aveva avvertito che una presunzione generale rischia di indebolire la specificità della giustizia minorile e di sostituire alla valutazione della persona una risposta solo repressiva, chiedendo maggiore prevenzione e sostegno alle famiglie. Magistrati minorili e operatori temono che si restringa lo spazio per valutare la personalità del singolo ragazzo, a favore di una risposta soprattutto repressiva. Passaggio in Parlamento - Il testo per diventare legge dello Stato dovrà essere convertito dal Parlamento entro 60 giorni. Il primo banco di prova, però, sarà la piazza: per il 30 ottobre è già proclamato uno sciopero generale dei sindacati di base, con manifestazioni in diverse città, Roma compresa. La soluzione di Nordio alla rabbia giovanile: più galere per i minori di Michele Gambirasi Il Manifesto, 23 ottobre 2026 Il guardasigilli interviene sugli scontri dell’ultimo weekend. Nel capoluogo lombardo però le custodie cautelari sono solo tre. Sovraffollamento anche negli istituti per i ragazzi. Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti”. A intervenire sui tafferugli di Milano è il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. E così, pensando al fatto che i disordini dell’ultimo fine settimana possano ripetersi (il che, al momento, rimane un’ipotesi) il ministro ha presentato la soluzione più lineare, aumentare i posti nelle carceri minorili, anche ricorrendo agli istituti per adulti. “Il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza”, ha spiegato Nordio, “Proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere questo problema, sia stanziando i pochi fondi per ampliare la capienza delle carceri giovanili, sia per trovare degli accordi in modo che dei settori di carceri destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”. Una linea, il carcere facile per i ragazzi, che si sposa con le politiche dei quattro anni di governo, pronta a ripresentarsi anche nel caso di Milano. Nell’ultimo decreto sicurezza, emanato ieri dal Quirinale, oltre ai 500 militari che affiancheranno le forze dell’ordine per facilitare identificazioni, fermi e arresti, si ribalta il sistema dell’imputabilità dei minori e si prevede la flagranza differita anche per i minori. Sinora nel capoluogo lombardo gli “arresti massicci” di cui ha parlato Nordio contano tre ragazzi in custodia cautelare in carcere dei 35 arrestati tra sabato e domenica. Per gli altri trentadue sono scattati l’obbligo di permanenza in casa o il collocamento in comunità. Per i minori di 14 anni, quindi non imputabili per legge, la procura dei minori di Milano ha fatto sapere che procederà con “indagini anche socio-familiari, agli interrogatori dei ragazzi e, ove ritenuta la pericolosità sociale, alla richiesta di applicazione di misure di sicurezza e/o alla richiesta di apertura dei procedimenti amministrativi”. Anche davanti a questi numeri però Nordio ha ragione a descrivere gli istituti minorili come “effettivamente in sofferenza”, al massimo pecca di eufemismo. O dimentica le responsabilità del suo ministero. Al 30 settembre 2026, secondo i dati forniti da via Arenula, negli Ipm si contavano 557 persone detenute a fronte di una capienza stimata tra i 516 e i 550 posti. Gli ingressi complessivi nel corso dell’anno invece sono stati 821, di cui l’80% per custodia cautelare, il 2025 ha chiuso a quota 1188. Nel 2022, prima del suo insediamento, le presenze erano 381, mentre gli ingressi si fermavano a 1051. Una crescita dettata dai provvedimenti dell’esecutivo, a partire dal decreto Caivano che ha allargato le maglie della custodia cautelare portando per la prima volta nella storia anche gli Ipm al sovraffollamento. “Più celle non sono la risposta. Il nostro ordinamento pone al centro il recupero, l’educazione e il reinserimento sociale dei minori, principi che non possono essere sacrificati sull’altare dell’emergenza sicurezza” ha ribattuto l’Organismo congressuale forense. “La sicurezza non si costruisce aumentando i posti in carcere, tantomeno minorile. Servono prevenzione, scuola, servizi sociali, comunità educative adeguate, percorsi individualizzati e strumenti capaci di intervenire sulle cause del disagio” hanno attaccato le toghe di Area. Contro Nordio si sono schierate anche le opposizioni: “Il volto feroce della repressione di questo governo è il ministro della Giustizia, l’ex garantista ed ex liberale che ha riempito anche le carceri minorili, e che oggi prefigura scenari cileni annunciando arresti e carceri per i minori come se stesse bevendo un bicchiere d’acqua. In pratica il guardasigilli dichiara la bancarotta del nostro Stato” ha detto Riccardo Magi. “Mentre attendiamo ancora il famigerato piano di edilizia carceraria, il ministro si autosmentisce. Come si può pensare di ampliare la capienza di carceri minorili che lo stesso Nordio definisce ‘un sistema in sofferenza’? E ancora, come si può pensare di andare a gravare su un sistema carcerario che vede un tasso di sovraffollamento al 140%? Ormai siamo all’improvvisazione pura” ha attaccato la dem Anna Rossomando. Esattamente quattro anni fa Nordio giurava da ministro della Giustizia, entrando nel governo Meloni come sedicente ala garantista dell’esecutivo. I numeri e l’indirizzo politico del suo mandato sono riassunti nel dossier diffuso ieri da Palazzo Chigi: dei 10mila nuovi posti nelle carceri, per cui sono stati stanziati 900 milioni, ad oggi se ne sono visti 2mila. A proposito di carcere si legge del nuovo “delitto di rivolta negli istituti penitenziari”, un +94% di videosorveglianza nei reparti e della sperimentazione del jammer anticellulare per inibire le comunicazioni non autorizzate. Dopo quattro anni in mano gli resteranno un referendum perso, nove decreti sicurezza, centinaia di nuovi reati e aggravanti, lo stravolgimento della giustizia minorile e delle carceri stracolme. Un discreto bilancio. Nordio shock sui minori: “Faremo più carceri”. L’opposizione: “Aberrante” di Conchita Sannino La Repubblica, 23 ottobre 2026 Il Guardasigilli: “Possibile usare anche sezioni dei penitenziari per gli adulti”. Insorgono anche avvocati e magistrati. Ragazzi, è tempo di puntare sulla repressione. La strategia ora c’è: nuove celle, altre carceri soprattutto per i minori. “Spedirli dietro le sbarre”, è sicurezza. Anzi, peggio. Spunta di nuovo l’idea di impiegare “alcuni settori dei penitenziari per gli adulti”, cioè quelli già sovraffollati e al collasso da anni, per infilarci dentro i fermati under 18, dopo la saturazione dei 19 Ipm italiani, gli istituti penali per i giovanissimi. Esplode l’ultimo caso Nordio. Eccola la ricetta choc del governo, a una settimana dai disordini di Milano. Almeno a sentire il ministro della Giustizia che ieri mattina, in tv, usa parole di plastica ruvidezza. “Il sistema carcerario minorile è effettivamente in sofferenza. Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta”, premette Carlo Nordio. “Se l’alternativa è quella di fare in modo che devastino una città o di lasciarli liberi, allora la sicurezza dello Stato va a farsi benedire”. Quindi, “vi sono dei momenti in cui è necessario spedire dietro le sbarre questi minori violenti, purtroppo”. Poi, l’exit strategy: per ampliare le capienze, si studiano “accordi per destinare i minori a settori” do carceri ordinarie. Reazioni a pioggia. L’indignazione è generale. Si scatenano le opposizioni: “Deriva pericolosissima”, “Surreale e drammatico”, “Siamo alla resa dello Stato”, “Nordio è fuori dalla Costituzione”. Insorgono anche gli avvocati (l’Organismo congressuale forense: “La risposta non sono più celle, la giustizia non rinunci al recupero di questi giovani”), così come i magistrati (le toghe progressiste di Area: “Nordio, rilegga Collodi. E si segni questo: prevenzione, scuola, servizi sociali, comunità educative adeguate, strumenti capaci di intervenire sul disagio”). Ma fanno muro soprattutto quei mondi del terzo settore che di ragazzi senza prospettive e famiglie allo sbando si occupano ogni giorno spesso in solitudine. L’associazione Libera: “Guardare al disagio giovanile, alla criminalità minorile attraverso le lenti della repressione è un tornare indietro, una retromarcia spericolata sia a livello giuridico che culturale”. O Antigone, col suo presidente Patrizio Gonnella: “Queste dichiarazioni restano come il sigillo cupo a un sistema minorile che stanno militarizzando. La situazione in quelle carceri tra ragazzini è insostenibile. Ricordiamoci che per la prima volta nella storia repubblicana, su due di questi istituti, Roma e Milano, pendono due procedimenti per tortura”. “Parole aberranti”, è la condanna del Pd. Con Federico Gianassi che attacca: “Nordio, invece di mettere “dentro” i 14enni, si assicuri che il governo gestisca l’ordine pubblico e metta in campo politiche per i giovani”. Il leadre 5S Giuseppe Conte: “Se un ministro dice che la risposta alle violenze sono i massicci arresti di giovani e ampliare le carceri, vuol dire che non sei un politico, devi andare a casa”. Riccardo Magi, di +Europa: “L’ex garantista ed ex liberale oggi prefigura scenari cileni. Un Guardasigilli che dichiara la bancarotta dello Stato”. Un silenzio che sa di gelo dai partiti di maggioranza. Ma il sottosegretario Andrea Ostellari risponde a Repubblica: “Riteniamo ci sia la solita sollevazione dovuta a pregiudizi. Da quattro anni stiamo curando l’intero sistema giudiziario minorile. Che, tanto per essere chiari, qualcuno prima di noi voleva completamente smantellare. Mentre la nostra strategia guarda al problema a 360 gradi”. Eppure non sembra. Il decreto Caivano fa esplodere gli Ipm e tutte le strette penali non fanno che peggiorare i fenomeni. Ostellari obietta: “Abbiamo solo il merito di non voler chiudere gli occhi di fronte a fenomeni di violenza in vertiginoso aumento. Vuole le reciti tutti i reati che dal 2022 ad oggi, segnano un più 40, 50 o 60 per cento? I tentati omicidi volontari, il porto d’armi, la violenza a pubblico ufficiale. Ma noi abbiamo realizzato tre nuovi istituti (Rovigo, Lecce, L’Aquila), abbiamo aumentato nelle carceri i funzionari pedagogici e gli agenti. Adesso potenzieremo anche le piante organiche nelle procure e nei tribunali per minori”. Tutto per i ragazzi dentro. Fuori, è ancora notte. La giustizia minorile dopo il dl Caivano. Così la destra ha distrutto un modello di Eleonora Martini Il Manifesto, 23 ottobre 2026 Ipm e sezioni penitenziarie dedicate agli over 18. Sindacati e associazioni: “Deleteria per tutti, la commistione con gli adulti”. Estendere agli Istituti penali minorili (Ipm) il piano di edilizia penitenziaria, concepito finora per ridurre il sovraffollamento delle carceri per adulti, almeno stando al disegno varato dal governo nel luglio 2025, è la vera novità dell’ultima esternazione del ministro di Giustizia Carlo Nordio. Più che un progetto - che con i numeri attuali non troverebbe, pur volendola, neppure una vera giustificazione - sembra una esplicita dichiarazione di ostilità al mondo giovanile. Ma ciò che preoccupa maggiormente i più rappresentativi sindacati della polizia penitenziaria e gli addetti ai lavori è in realtà l’intenzione di recludere detenuti minorenni in settori di carceri per adulti. “È a rischio la tenuta dell’intero sistema”, avverte ad esempio Gennarino De Fazio, segretario della Uil Fp Pp. Per capire quante incongruenze e quanta propaganda si racchiudano in poche frasi pronunciate dal Guardasigilli, possiamo partire dai numeri: attualmente nei venti Ipm italiani sono “ospitati” circa 560 giovani (di cui 23 ragazze), a fronte di una capienza di 643 posti. Dunque, nulla a che vedere con il sovraffollamento delle carceri per adulti dove oggi, con 46.322 posti a disposizione, vivono reclusi ben 66.187 uomini e donne. Sia nell’uno che nell’altro caso, però, la distribuzione è disomogenea arrivando a punte del 200% di sovraffollamento per gli adulti, mentre tra i minorili vi sono casi come il Beccaria di Milano (59 presenze a metà agosto scorso) o Nisida, a Napoli (64 reclusi alla stessa data), o l’Ipm di Catania (50 detenuti) dove i posti letto sono quasi sempre tutti occupati, e anche di più. Tutto ciò, fa notare De Fazio, “con almeno 20mila agenti mancanti al fabbisogno effettivo della Polizia penitenziaria e con le carenze che paradossalmente sono relativamente più pesanti proprio negli Ipm”. Ma se, dopo la sentenza Torreggiani con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante proprio a causa del sovraffollamento, al fine di deflazionare le presenze in carcere il governo di allora decise di innalzare da 21 a 25 anni l’età di allocazione negli Ipm, oggi l’esecutivo di estrema destra pianifica un ritorno al passato. Peraltro non una novità, perché l’anno scorso è stata sperimentata la fallimentare soluzione di aprire nel carcere Dozza di Bologna una sezione apposita che ha ospitato 52 giovani over 18 provenienti dagli Ipm. Il reparto ha avuto vita breve: aperta nel marzo, è stata chiusa a settembre. D’altronde, come fa notare Antigone nell’ultimo rapporto, “per i ragazzi più difficili, che spesso sono quelli che necessitano del maggior supporto psicologico e sociale, si interrompe bruscamente ogni percorso educativo e vengono dimenticati nel girone infernale delle galere italiane”. Nel frattempo però le presenze negli Ipm sono passate da 381 del 2022 alle 550 dell’agosto 2026. Rileva Antigone che “tra il 2023, anno del Decreto Caivano, e il 2024, la presenza media giornaliera è aumentata del 30,9%. Mentre l’anno dopo, tra il 2024 e il 2025, l’aumento è stato pari al 7,4%, meno di un quarto del precedente”. Tutto ciò descrive una trasformazione profonda del sistema, la distruzione di un modello che era considerato in Europa il fiore all’occhiello della giustizia italiana, come spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio sulle carceri minorili di Antigone. “Significa - afferma - mettere in discussione uno dei principi fondamentali della giustizia minorile, che sta nel riconoscere che un adolescente non è un adulto in miniatura e che la risposta dello Stato deve tenere conto dell’età, della fase di crescita e delle possibilità di cambiamento attraverso percorsi individualizzati”. C’è un dato “particolarmente significativo”, rileva Antigone: ad agosto il 68,1% dei reclusi negli Ipm non aveva una condanna definitiva e, più di uno su quattro era in attesa di primo giudizio. La logica - conclude Marietti - sembra essere quella del “colpirne uno per educarne cento”, ma la giustizia minorile non può essere usata come strumento di intimidazione collettiva”. Per salvaguardare quello che chiamano “un modello di civiltà”, l’associazione Antigone insieme a Libera e Defence for Children Italia, a marzo ha promosso gli Stati Generali della Giustizia Minorile, un percorso che in questi mesi ha messo a confronto centinaia di esperti e che si concluderà il prossimo 26 novembre a Roma, con la presentazione di una serie di “proposte concrete per affrontare la crisi della giustizia minorile”. “Quella del ministro è una risposta adolescenziale” di Anna Laura Bussa Il Manifesto, 23 ottobre 2026 Cristina Maggia, già presidente del Tribunale dei minori di Brescia: “Vietare i social ai minori? I ragazzi sono furbi e troveranno un modo per aggirare il divieto”. “Una risposta adolescenziale da parte di adulti al grande tema delle proteste giovanili”. Cristina Maggia, già presidente del Tribunale dei minori di Brescia, non ha dubbi: con un modo di legiferare così “bulimico e repressivo”, come quello portato avanti da questo governo, non si risolvono i problemi. Secondo lei, che è stata anche giudice e procuratrice minorile, la proposta del governo illustrata dal ministro Carlo Nordio per “rispondere ai disordini di Milano” non serve. I ragazzi, osserva, meritano di essere ascoltati e non chiusi in un carcere. Avrebbero bisogno di luoghi di aggregazione soprattutto nelle periferie e di “adulti autorevoli” per indicare loro strade diverse da quelle della violenza e della repressione. Da magistrato come valuta le dichiarazioni del guardasigilli che invoca “massicci arresti di minori” come risposta agli episodi di violenza che hanno offuscato, nel racconto che ne è stato fatto, le ragioni di una protesta giovanile che nasce da un profondo disagio? Probabilmente siamo arrivati a un punto di non ritorno. Siamo andati troppo oltre nel mancato ascolto delle ragioni della protesta. A questo governo, ma in realtà anche a quelli precedenti, non è mai interessato affrontare e risolvere davvero i problemi dei minori. Adesso i giovani vengono trattati come se fossero addirittura i principali nemici dello Stato. Tra un po’ si istituirà anche il “reato di giovinezza”. Sono molti anni che, come magistrati minorili, cerchiamo di spiegare che decreti come quello di Caivano sono sbagliati. Ad uno scatenamento degli impulsi tipico dell’età giovanile, gli adulti hanno dato una risposta adolescenziale. Unicamente repressiva. Non c’è stato un solo pensiero maturo da parte di chi dovrebbe indicare la strada. Il problema non si risolve costruendo nuove carceri che fino a qualche anno fa funzionavano perché il numero dei minori detenuti era bassissimo e perché c’erano diverse soluzioni di giustizia riparativa assolutamente benefiche. Cos’è cambiato in questi anni? La gioventù è cambiata e nessuno è stato in grado di comprenderlo, a cominciare dalle scuole. Poi è intervenuto il decreto Caivano. E se cominciamo a parlare di presunzione di maturità nel processo minorile è chiaro che le cose cambiano. A questo si aggiunga il modo in cui vengono trattati i minori. Se un 14enne ora, per la giustizia penale, viene paragonato di fatto ad un adulto, non si può allo stesso tempo stabilire che non si possa firmare da solo il consenso all’educazione affettiva e sessuale quando è a scuola. La contraddizione è evidente ed è chiaro come qualcosa non funzioni. Nordio però insiste dicendo che l’unica soluzione è quella di costruire nuove carceri o ampliare quelle esistenti... Le carceri minorili adesso sono sovraffollate. E non perché si commettano più reati. Anzi. C’è stato, ripeto, il decreto Caivano e si sono allungati i tempi di custodia cautelare. Se prima un minore poteva restare in carcere 4 mesi per una rapina, adesso, avendo allungato tutti i termini, anche quello del dibattimento, ci resta molto di più. E la situazione è destinata a peggiorare. Senza contare che il recupero diventa sempre più difficile. Prima la condanna era considerata l’estrema ratio. Quanto pesa la propaganda elettorale sulla scelta repressiva? La propaganda è sempre nefasta ed è chiaro che influisce. La maggior parte delle persone crede a quello che legge sui giornali. E anche adesso, dopo quello che è stato scritto sui fatti di Milano, quasi nessuno parla delle vere ragioni della protesta. Tutti commentano le vetrine rotte. Quale sarebbe una soluzione concreta per arginare le violenze? I giovani che a Milano hanno rotto le vetrine sono cresciuti con modelli precisi. Gli è stato fatto credere che senza capi firmati non sei nessuno. Che se non conduci lo stesso stile di vita dei testimonial che gli vengono proposti dai social sei fuori dal branco. E per i minorenni, lo stare dentro al gruppo è vitale. Il non riuscire a fare tutto questo o capire che in famiglia non si riesce ad arrivare a fine mese e vedere, invece, come si vive dall’altra parte della città, in centro, provoca rabbia e frustrazione. Per non parlare delle periferie dove non esistono luoghi di aggregazione e dove persino gli oratori sono chiusi durante la settimana perché mancano i volontari. Vietare i social ai minori, come si sta pensando di fare ora, potrebbe servire? No. I ragazzi sono furbi e troveranno un modo per aggirare il divieto. E poi noi che esempio gli diamo? Siamo noi i primi a passare buona parte della giornata sui telefoni guardando i social. Non siamo credibili. La soluzione dunque quale sarebbe? Le nostre armi dovrebbero essere quelle della cultura, dell’ascolto e della non violenza. Perché quando tutti i giorni si trovano immersi in un clima di guerra e sentono uno come il presidente Usa che insulta anche i giornalisti come uno scaricatore di porto perché i ragazzi dovrebbero essere diversi? Per aiutarli servirebbero adulti responsabili e autorevoli che indicassero la strada e facilitassero il recupero anche dei più violenti. Di Biase (Pd). “Il populismo penale un errore, da Nordio parole gravissime” di Valentina Stella Il Dubbio, 23 ottobre 2026 Onorevole Michela Di Biase (Partito democratico), innanzitutto come interpretare gli scontri di questi ultimi giorni? “Siamo di fronte a una rottura del patto sociale nel nostro Paese. Sono scesi in piazza studenti, giovani, agricoltori, autotrasportatori. Soggetti diversi che pongono questioni concrete: il caro vita, il diritto allo studio, il lavoro, l’impossibilità di immaginare un futuro migliore. Il Governo Meloni, invece di affrontare le ragioni del disagio, sceglie ancora una volta di esibire il pugno duro. È una risposta profondamente sbagliata. Il populismo penale non risolve i problemi, è soltanto un modo per aggirarli”. Ultimo provvedimento sulla sicurezza: l’ennesimo decreto figlio della cronaca? È figlio della solita retorica della destra: invece di impedire che il fiume venga inquinato alla sorgente, si installano depuratori alla foce. È esattamente quello che fa questo Governo: anziché affrontare le cause dei problemi, rincorre le conseguenze. E lo fa sempre con nuovi reati e pene più severe, senza mai intervenire sulle ragioni profonde del disagio. Fermo preventivo per i minori: non è utile per evitare quello che è successo? Esistono già strumenti normativi molto chiari per prevenire e contrastare gli episodi di violenza durante le manifestazioni pubbliche. Le forze dell’ordine hanno poteri di intervento e la legge prevede sanzioni per chi commette reati. Il punto, quindi, non è inventare continuamente nuovi strumenti repressivi, ma mettere chi deve garantire la sicurezza nelle condizioni di operare efficacemente. Del fermo è stato esteso l’ambito di applicazione: si rischia di applicarlo in maniera indiscriminata? È un timore assolutamente fondato, soprattutto alla luce delle formulazioni circolate nelle bozze del decreto. Il passaggio da un riferimento specifico alle manifestazioni pubbliche a una nozione molto più generica, come quella di un luogo caratterizzato dalla presenza di un consistente numero di persone, rischia di ampliare enormemente la discrezionalità nell’applicazione della misura. Introdotto pure per i minori il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e le aggravanti per le devastazioni. Misure utili o solo slogan? Esistono già norme per punire chi usa violenza durante le manifestazioni. Moltiplicare i reati non significa garantire maggiore sicurezza. La proliferazione delle norme penali non ferma la violenza, ma serve soprattutto ad alimentare le paure e a costruire propaganda. La norma prevede anche che i genitori paghino i danni dei figli. La mossa giusta per responsabilizzare madri e padri? Il nostro ordinamento già prevede la responsabilità civile dei genitori per i danni provocati dai figli minorenni. Se una famiglia non riesce a seguire adeguatamente un figlio, il problema non si risolve aggiungendo una sanzione economica. Servono servizi sociali, sostegno alla genitorialità, presidi educativi e una scuola capace di intercettare le situazioni di fragilità. Per l’imputabilità degli ultraquattordicenni cambia l’onere della prova. Che ne pensa? È gravissimo. Si vuole superare un principio fondamentale del nostro ordinamento, fondato sulla valutazione caso per caso della capacità di intendere e di volere del minore, tenendo conto del suo percorso di crescita, della maturità e della concreta capacità di comprendere il significato delle proprie azioni. Con questo provvedimento si introduce invece una presunzione di capacità tra i 14 e i 18 anni. È una scelta ideologica, che cancella la specificità della giustizia minorile per nascondere il fallimento del Governo nelle risposte al crescente disagio giovanile. Il Ministro ieri ha detto: “Massicci arresti di minori, vogliamo ampliare carceri giovanili”... Sono parole gravissime e svelano il vero progetto del Governo Meloni: per un giovane che sbaglia la risposta non è recuperarlo, ma rinchiuderlo in una cella. Dopo aver progressivamente smantellato il sistema della giustizia minorile, ora si arriva persino a ipotizzare di destinare ai minori spazi delle carceri per adulti. Si cancellano così le differenze tra minori e maggiorenni, si calpesta il principio del superiore interesse del minore e si mettono in discussione decenni di conquiste giuridiche e convenzioni internazionali sull’altare del populismo penale. È una deriva pericolosissima, che stravolge la funzione rieducativa della giustizia minorile. Per questo Governo il disagio giovanile non è più una questione sociale da affrontare, ma un’emergenza di ordine pubblico da reprimere. Non si investe nella scuola, nella prevenzione e nel recupero: si costruiscono nuove celle. È questa l’idea di futuro che la destra offre alle nuove generazioni. La sinistra in campagna elettorale come affronterà il tema della sicurezza? In Italia l’80% dei reati si concentra nel 20% dei luoghi. Questo significa che è necessaria una migliore organizzazione delle forze dell’ordine sul territorio, in modo sistemico, per garantire prevenzione efficace e, dove occorre, repressione. In secondo luogo i dati ci dicono che i reati che destano maggiore allarme sociale, come scippi, rapine o spaccio, sono in diminuzione, anche se percepiti per varie ragioni come un’emergenza dai cittadini. Altri reati invece sono in aumento, come i cybercrime, sui quali servono risorse e un impegno più incisivo. Sulla criminalità giovanile dobbiamo partire dall’individuazione dei fattori di rischio. Il premio Nobel James Heckman ha affermato che 100 dollari investiti nella scuola e nell’educazione producono risultati migliori rispetto a quelli investiti quando si è già adulti. Servono quindi investimenti nella prevenzione e nella presa in carico del disagio giovanile, a partire dalla scuola. Le alternative al carcere esistono. Per esempio in Scozia di Adriano Solidoro Il Manifesto, 23 ottobre 2026 Dopo i fatti di Milano, Mattarella ha chiesto un’analisi non affrettata su “soggetti inediti”. Il governo ha risposto in poche ore con un decreto e annunciando più celle. Il caso della “Violence reduction unit” di Glasgow, che nel 2005 era la capitale europea dell’omicidio e vent’anni dopo ha toccato il record negativo di morti ammazzati. Dopo il fine settimana di disordini a Milano, il governo ha deciso in fretta. Cinquecento militari in strada, un decreto in quarantotto ore, e ora il ministro della giustizia Nordio che annuncia di voler ampliare le carceri minorili perché “il sistema è in sofferenza”. Dei 271 accompagnati in questura, 220 non avevano diciotto anni, alcuni ne avevano dodici. Mattarella ha chiesto un’analisi su “soggetti inediti”. Il governo ha risposto con più celle. Nessuno, a palazzo Chigi, ha detto che cosa pensa di fare con dei ragazzini che sfondano vetrine in diretta su TikTok, né a chi toccherà occuparsene lunedì mattina, quando i militari saranno in piazza Duomo e loro altrove. Esiste un altro modo di rispondere alla violenza di minorenni, oltre a contarli e rinchiuderli? Una città europea se l’è chiesto vent’anni fa, e partiva da un problema molto più grave. Nel 2005, l’Organizzazione mondiale della sanità indicò Glasgow come la capitale europea dell’omicidio; la Scozia, cinque milioni di abitanti, contava quasi cento vittime l’anno, per lo più accoltellate. L’anno prima la polizia di Strathclyde, la regione della capitale Glasgow, aveva chiesto a un’analista civile, la psicologa forense Karyn McCluskey, un rapporto su come ridurre la violenza. McCluskey scrisse che i colpevoli venivano quasi sempre identificati, che gli arresti abbondavano, e che la violenza restava identica. La polizia, in altre parole, teneva il coperchio sulla pentola. Il capo della polizia accettò il rapporto e nel 2005 nacque la Violence reduction unit, affidata a McCluskey e a John Carnochan, vicecapo della squadra investigativa, trent’anni passati a indagare omicidi. Dal 2006 il governo scozzese cofinanzia l’unità e la fa lavorare per tutto il paese. La prima cosa che cambiò fu il linguaggio: la violenza venne descritta come un problema di salute pubblica, con le parole dell’epidemiologia, prevenzione primaria, riduzione del danno, prima infanzia. Con quelle parole chirurghi, insegnanti, assistenti sociali, madri e perfino ex membri di gang poterono sedersi a un tavolo dove, finché si parlava di reati, stava solo la polizia. C’era un motivo pratico per aprirlo: meno di un terzo di chi arriva al pronto soccorso ferito in una rissa denuncia alla polizia. Gli ospedali sapevano della violenza molto più dei verbali. Nel 2008 l’unità lanciò nell’East end un programma per le gang di strada. Il 24 ottobre di quell’anno 129 membri accettarono di presentarsi alla Sheriff Court, dove nessuno li aspettava per processarli. Parlarono un alto ufficiale, un chirurgo del pronto soccorso, la madre di un ragazzo ucciso, un ex. Gli dissero che se uno di loro avesse aggredito qualcuno, l’intero gruppo sarebbe stato perseguito, e che se avessero smesso avrebbero avuto lavoro, formazione, un mentor. Da quel giorno, due volte la settimana, polizia, servizi sociali, scuola, ente case e servizi per l’impiego si sono riuniti per mettere insieme ciò che sapevano di ogni singolo ragazzo e decidere che fare con lui. Il modello veniva da Boston e Cincinnati, ma a Cincinnati il cliente medio aveva 32 anni e a Glasgow 16, e si dovette riprogettare tutto per gli under sedici, compresi quelli che non avevano ancora commesso reati. Ha funzionato in parte. La valutazione dell’Università di St Andrews mostra che tra i ragazzi coinvolti il porto di armi è calato dell’84 per cento, contro il 40 di un gruppo di confronto; sulla violenza fisica la differenza non è statisticamente significativa. Negli stessi anni la Scozia ha raddoppiato le pene per chi gira con un coltello, da 118 a 274 giorni di media, e l’unità ha sostenuto anche quello. Gli scozzesi non hanno rinunciato a reprimere: hanno deciso prima a che cosa doveva servire. Gli omicidi sono scesi da 96 nel 2005 a 45 nel 2024-25, il numero più basso dal 1976, e il calo maggiore riguarda i sedici-ventiquattrenni. Nel 2024 il parlamento ha vietato di tenere minori negli istituti per giovani adulti; quando li hanno trasferiti da Polmont ne restavano sette. Il lavoro non è finito: a Glasgow i reati con coltello sono risaliti del 13 per cento tra 2022 e 2024, e nel 2025 il governo ha litigato per un taglio di 35mila sterline al bilancio dell’unità, che costa 1,2 milioni l’anno. La polizia ne costa 1,64 miliardi. Chi ha fondato quell’unità ripete da anni che le gang più corrosive stanno nella politica, nella sanità, nella polizia e nel servizio sociale, enti che si difendono invece di parlarsi, e che ciò che accade negli asili nido conta quanto le perquisizioni. Ci sono voluti vent’anni per vedere i numeri del 2025. A Milano il governo ha misurato una cosa sola, i posti nelle carceri minorili. Oltre le sbarre, il diritto di imparare: quando il carcere non deve fermare la crescita di Corrado Quinto gariwo.net, 23 ottobre 2026 Entrare in carcere significa perdere la libertà di movimento. Non dovrebbe significare perdere anche la possibilità di imparare. Eppure, tra il riconoscimento del diritto all’educazione e la possibilità concreta di esercitarlo si frappongono ostacoli molto materiali: un’aula che manca, un corso incompatibile con il lavoro, un trasferimento da un carcere ad un altro che interrompe gli studi. A volte manca anche qualcuno che aiuti a riconoscere un desiderio di apprendimento mai espresso, perché la scuola è stata, molto prima della detenzione, un’esperienza di esclusione. L’8 aprile 2026 il Consiglio d’Europa ha adottato una nuova raccomandazione sull’educazione in carcere, aggiornando quella del 1989. Il documento richiama un’offerta ampia, comparabile a quella disponibile per gli adulti nella comunità, e comprende competenze digitali, attività culturali e biblioteche. È un’occasione per chiedersi quanto l’organizzazione della detenzione consenta davvero alle persone di continuare a crescere. Dell’istruzione in carcere si parla spesso attraverso i suoi risultati attesi: trovare un lavoro, favorire il reinserimento, ridurre la recidiva. Sono obiettivi importanti, ma insufficienti a spiegarne il valore. Se l’educazione fosse giustificata soltanto dalla sua utilità dopo la scarcerazione, quale spazio resterebbe per chi sconta una pena molto lunga o desidera studiare qualcosa senza immediate prospettive occupazionali? Il rapporto delle Nazioni Unite sul diritto all’educazione delle persone detenute, presentato nel 2009 dal relatore speciale Vernor Muñoz, offre un punto di partenza essenziale: la persona detenuta rimane titolare del diritto all’educazione. L’apprendimento riguarda lo sviluppo della personalità e dell’autonomia, anche durante la pena. Comprendere una comunicazione, scrivere ai propri figli, leggere un libro, discutere un’idea o proseguire gli studi sono modi di esercitare questa autonomia. Non tutto ciò che l’educazione produce può essere misurato, una volta usciti dal carcere, con un contratto di lavoro o con l’assenza di nuovi reati. Leggere, scrivere, comprendere e scegliere con maggiore autonomia sono anch’essi risultati importanti. I corsi ci sono. Chi riesce a frequentarli? In Italia, i dati del Ministero della Giustizia per l’anno scolastico 2024-2025 registrano 1.683 corsi e 19.391 iscritti negli istituti penitenziari. Il rapporto CNUPP 2025 documenta inoltre 1.837 studenti universitari detenuti nello stesso anno accademico. Sono numeri che testimoniano un impegno significativo di scuole, università e operatori. Per capire quanto il diritto sia garantito, però, occorre guardare anche a quei percorsi che non iniziano o che si interrompono. Quante persone vorrebbero studiare ma non trovano un’offerta adeguata? Quante non ricevono informazioni comprensibili? Quante devono scegliere tra le lezioni e un’attività lavorativa? La Relazione al Parlamento 2024 del Garante nazionale, pubblicata nel giugno 2026, segnala disparità territoriali nell’accesso allo studio, carenze di personale e insufficienza di progetti formativi stabili. Rileva inoltre ostacoli linguistici e difficoltà legate ai bassi livelli di alfabetizzazione. La possibilità di studiare non dovrebbe dipendere in misura decisiva dall’istituto al quale si viene assegnati. Le esperienze migliori mostrano ciò che è possibile; la responsabilità pubblica consiste nel rendere queste possibilità accessibili con continuità. Quando un trasferimento interrompe il futuro - Uno dei problemi più concreti riguarda i trasferimenti delle persone in detenzione da un carcere all’altro. Il Garante rileva che possono interrompere programmi scolastici già avviati e richiama la necessità di valutazioni individualizzate che tutelino la continuità dei percorsi. Per chi aveva finalmente ripreso a studiare, cambiare istituto può significare perdere insegnanti, materiali e un progetto nel quale aveva cominciato a credere. Prima del trasferimento occorrerebbe verificare come proseguiranno gli studi, quali documenti e materiali dovranno accompagnare la persona e quali contatti mantenere con la scuola o l’università. La stessa attenzione serve al momento della liberazione: le Regole Nelson Mandela chiedono di integrare, per quanto possibile, l’istruzione penitenziaria nel sistema educativo del Paese, proprio per consentire di proseguire gli studi all’esterno. Anche chi non chiede deve poter scegliere - L’offerta di un corso non raggiunge necessariamente chi ne avrebbe maggiore bisogno. Una persona che legge con difficoltà non conosce bene la lingua o associa la scuola a precedenti fallimenti può non presentare alcuna domanda. Interpretare quel silenzio come disinteresse rischia di consolidare l’esclusione. La relazione del Garante avverte che pochi reclami sulle opportunità rieducative possono riflettere sfiducia nella possibilità di ottenerle. Informazioni comprensibili all’ingresso, colloqui di orientamento e occasioni successive di confronto possono aiutare a riconoscere bisogni educativi rimasti inespressi. La scelta deve rimanere libera: accompagnare una persona verso l’apprendimento significa metterla nelle condizioni di decidere, rispettandone interessi, capacità e tempi. Rendere possibile ciò che riconosciamo - Il Comitato ONU sui diritti economici, sociali e culturali individua quattro dimensioni del diritto all’educazione: disponibilità, accessibilità, accettabilità e adattabilità. In carcere significano insegnanti e spazi sufficienti, possibilità effettiva di frequentare, qualità dell’insegnamento e percorsi adeguati a bisogni diversi. Da qui possono partire scelte concrete: coordinare scuola e lavoro, garantire materiali accessibili e sostegno linguistico, consentire l’uso di strumenti digitali in modalità compatibili con la sicurezza, proteggere la continuità degli studi. La valutazione dovrebbe considerare anche le ragioni delle interruzioni e le richieste rimaste senza risposta. L’impegno di insegnanti, volontari e università è prezioso. I Principi di Abidjan ricordano però che il coinvolgimento di altri soggetti non solleva lo Stato dalla responsabilità di garantire il diritto all’educazione. Una persona detenuta deve poter essere anche una persona che studia, scopre interessi e sviluppa capacità. Rendere possibile questo spazio di libertà significa riconoscere che la sua vita conserva un valore e possibilità di crescita, anche mentre sconta una pena. Permesso di necessità al detenuto: la Cassazione chiarisce i presupposti della misura di Simone Marani altalex.com, 23 ottobre 2026 Il beneficio deve mantenere il carattere di eccezionalità anche se va parametrato alle esigenze di umanizzazione della pena (Cassazione n. 21100/2026). Il permesso di necessità deve mantenere il carattere di eccezionalità anche se va parametrato alle esigenze di umanizzazione della pena. Ai fini della concessione del beneficio del permesso di necessità il giudice deve valutare la rispondenza del permesso ai concetti di umanità della pena e di rispetto della dignità del detenuto, ma deve mantenere la natura di eccezionalità, che opera quale limite alla frequenza di concessione del beneficio, tenendo in considerazione, ad esempio, anche il tempo trascorso dall’ultimo permesso concesso, al fine di evitare che il beneficio eccezionale si trasformi in uno strumento ordinario, meramente alternativo alle abituali modalità di contatto con i propri familiari. E’ quanto emerge dalla sentenza della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione del 8 giugno 2026, n. 21100. Ad un detenuto veniva rigettata l’istanza di concessione di un permesso di necessità, ex art. 30 Ord. penit., chiesto allo scopo di fare visita alla figlia, affetta da un ritardo psicomotorio e difficoltà relazionali, che rendevano problematica la sua partecipazione ai colloqui presso il carcere, in quanto la patologia cronica della ragazza, per la sua non transitorietà e non eccezionalità, non giustificava una concessione continuativa di permessi in favore del padre detenuto, anche perché non risultava che, delle brevi visite periodiche, potessero avere un effetto positivo sulla patologia. L’istituto del permesso di necessità, previsto dall’art. 30 Ord. penit., consente la concessione di un permesso al detenuto nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente ed eccezionalmente per eventi familiari di particolare necessità. La giurisprudenza di legittimità, secondo un primo orientamento, ha interpretato questa seconda ipotesi come un beneficio concedibile solo in via eccezionale, in presenza di vicende familiari difficilmente ripetibili, in quanto eccezionali; si è, infatti, affermato che è legittimo il diniego del permesso di necessità in relazione ad un evento familiare che, seppure grave, non presenti il carattere della eccezionalità (Cass. Pen., Sez. I, 24 marzo 2023, n. 29864; Cass. Pen., Sez. I, 4 luglio 2019, n. 41240). Ai fini della concessione del permesso di necessità, ad esempio, la patologia cronica a sviluppo progressivo da cui è affetto il familiare non costituisce evento di particolare gravità che legittima la concessione del beneficio, in quanto tale condizione, connotata da particolare protrazione indefinita nel tempo, è inconciliabile con il carattere straordinario dell’istituto (Cass. Pen., Sez. I, 12 marzo 2019, n. 17593). Secondo altro orientamento, al contrario, ai fini della concessione del permesso di necessità, l’evento familiare di particolare gravità può consistere anche nella progressiva strutturazione nel tempo di una condizione patologica cronica del detenuto, purché, per l’incidenza sulle relazioni affettive del ristretto e per l’impossibilità di tenere contatti nelle forme ordinarie, tale fatto assuma eccezionalmente rilievo nella sua vicenda umana (Cass. Pen., Sez. I, 5 febbraio 2026, n. 10528). Detta impostazione ritiene che il permesso di necessità non si atteggia quale strumento del trattamento rieducativo, ma risponde ad una finalità distinta, volta ad evitare che alla sofferenza propria della detenzione si sommi, in occasione di specifiche e gravi vicende familiari, un aggravamento non necessario dell’afflizione, derivante dall’impossibilità di mantenere un contatto diretto con i congiunti. L’eccezionalità, pertanto, deve essere valutata non in rapporto alla unicità o irripetibilità dell’evento, quanto alla sua particolarità e rilevante incisività nella vita del detenuto, per cui esso può consistere anche in una situazione strutturata nel tempo o addirittura cronica, che impedisca le ordinarie modalità di contatto del detenuto con il familiare concretamente impedito; ciò che deve essere rispettato, però, è il carattere eccezionale dell’istituto, che non può trasformarsi in una prassi ordinaria, del tutto sostitutiva delle consuete modalità e tempistica dei colloqui con i familiari. Gli Ermellini decidono di aderire a questo secondo orientamento, in quanto maggiormente rispettoso delle esigenze di umanizzazione della pena e del diritto di ciascun detenuto ad un trattamento dignitoso dal momento che le sue possibilità di incontro con i familiari, in situazioni di particolare gravità, anche se croniche, e tali da impedire il contatto nelle forme ordinarie con il familiare oggettivamente impedito, non possono essere sottoposte a rigidi automatismi, proprio per la singolarità e gravità della concreta situazione sussistente, che può presentare risvolti del tutto particolari ed imprevedibili. Nella fattispecie, la grave condizione della figlia del detenuto, tale da rendere impossibile i suoi contatti con il padre nelle forme degli ordinari colloqui presso la struttura carceraria, nonostante la sua cronicità, non impedisce la reiterazione nella concessione del permesso di necessità, in quanto appaiono sussistere la situazione di particolare gravità, uno stretto rapporto affettivo e l’impossibilità per il ricorrente di incontrare la figlia mediante gli ordinari canali previsti dai regolamenti penitenziari. L’ordinanza impugnata, sebbene errata nella parte in cui escludeva che la condizione della giovane costituisse un evento che legittimava la concessione del permesso allo scopo di visitare la congiunta, era correttamente motivata nella parte in cui negava il permesso facendo riferimento alla eccessiva vicinanza nel tempo dei permessi concessi al ricorrente per incontrare la figlia. L’eccezionalità del beneficio, infatti, deve essere mantenuta evitando la sua trasformazione in una prassi ordinaria, di fatto alternativa agli ordinari contatti con i familiari. Detenuti fuori dal carcere per ripulire 24 città italiane: cosa c’è dietro l’iniziativa di Virginia Serpe giornalelavoce.it, 23 ottobre 2026 Sabato 24 ottobre la mobilitazione nazionale promossa da Plastic Free e Seconda Chance. Coinvolte dieci regioni, con detenuti, persone in esecuzione penale esterna e cittadini impegnati nella tutela dell’ambiente. Un progetto che punta a trasformare il volontariato in un’occasione di reinserimento sociale. Per un giorno saranno fianco a fianco, impegnati a raccogliere rifiuti e restituire decoro a strade, piazze e spazi pubblici. Da una parte i volontari, dall’altra persone detenute e cittadini che stanno scontando una pena fuori dal carcere. Sabato 24 ottobre, in 24 città italiane distribuite in dieci regioni, prenderà vita una mobilitazione nazionale che unisce la tutela dell’ambiente a un obiettivo sociale più ambizioso: offrire a chi ha commesso un reato la possibilità di partecipare ad attività utili alla collettività, costruendo nuove relazioni e recuperando un ruolo attivo nella società. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Plastic Free Onlus, organizzazione impegnata nel contrasto all’inquinamento da plastica, e Seconda Chance APS, associazione che lavora per favorire il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. Si tratta del primo grande appuntamento nazionale organizzato dopo la sottoscrizione di un protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero della Giustizia. L’accordo prevede almeno due mobilitazioni all’anno, con l’obiettivo di dare continuità a esperienze che non si limitino a un singolo intervento di pulizia, ma possano diventare parte di percorsi più ampi di responsabilizzazione. Le città coinvolte attraversano buona parte della Penisola. In Campania le attività interesseranno Bacoli, Castel Volturno, Mondragone, Napoli e Salerno; in Calabria Corigliano-Rossano, Crotone e Palmi; nel Lazio Pofi, Sermoneta e Viterbo. In Emilia-Romagna sono previsti interventi a Castelfranco Emilia, Reggio Emilia, Parma e Ferrara, mentre la Lombardia parteciperà con Monza e Varese. Completano il programma Livorno e Prato in Toscana, Padova e Venezia in Veneto, Trieste in Friuli-Venezia Giulia, Bari in Puglia e Catania in Sicilia. Il Piemonte, almeno nel calendario inizialmente annunciato, non figura tra le regioni coinvolte. Ogni territorio organizzerà le attività in base alle proprie caratteristiche. A Sermoneta, nel Lazio, parteciperanno 21 detenuti della Casa circondariale di Frosinone, impegnati nella pulizia delle strade attorno al borgo medievale. Al termine della raccolta sono previsti un pranzo e una visita guidata organizzati con il Comune. A Palmi, in Calabria, saranno coinvolti cinque detenuti provenienti da diversi istituti penitenziari e dieci persone affidate all’Ufficio di esecuzione penale esterna di Reggio Calabria. A Bari e Catania è prevista anche la partecipazione di giovani provenienti dagli istituti penali per minorenni. Particolare attenzione è riservata anche a Venezia, dove è stato sottoscritto un ulteriore accordo con l’Ufficio di esecuzione penale esterna per favorire il coinvolgimento delle persone in affidamento in prova. La pulizia si svolgerà a Mestre, nell’area commerciale di via Maderna, dalle 9.30 alle 12.30. A Trieste gli interventi riguarderanno sia la terraferma sia il mare, mentre a Reggio Emilia, Parma e Prato le attività ambientali saranno accompagnate da momenti culturali e di socializzazione. A Ferrara, invece, la raccolta partirà alle 14.30 da Porta Paola e interesserà le aree delle mura cittadine, grazie anche alla collaborazione con istituzioni e realtà locali. Ma il significato del progetto va oltre la quantità di plastica e rifiuti che verranno recuperati. Il tema è quello del reinserimento delle persone che hanno attraversato un percorso giudiziario, una delle questioni più complesse del sistema penitenziario italiano. La possibilità di svolgere attività all’esterno, quando consentita dalla posizione giuridica e dalle autorizzazioni previste, permette di confrontarsi con responsabilità concrete e con persone che operano quotidianamente nella società. Non si tratta di cancellare le conseguenze dei reati commessi, ma di favorire condizioni che possano aiutare a ricostruire un percorso personale e sociale. “Il reinserimento passa anche dalla possibilità di tornare a sentirsi parte attiva della comunità, di contribuire concretamente a qualcosa che ha valore per tutti”, sottolinea Margherita Maiani, segretario generale di Plastic Free Onlus. Secondo l’associazione, prendersi cura dell’ambiente può aiutare a recuperare fiducia nelle proprie capacità e a sviluppare relazioni al di fuori del contesto detentivo. L’impegno richiesto è semplice, ma il suo valore educativo consiste proprio nella possibilità di vedere un risultato immediato del lavoro svolto: uno spazio pubblico restituito alla comunità. Sulla stessa linea Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance APS, che richiama l’importanza di rendere queste esperienze continuative. “Il protocollo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci permette di dare maggiore continuità a queste esperienze e di coinvolgere progressivamente altri istituti”, spiega. L’obiettivo è superare la logica degli interventi occasionali e costruire collaborazioni stabili tra associazioni, amministrazione penitenziaria e realtà territoriali. La sfida riguarda anche il rapporto tra carcere e società. Il ritorno alla vita quotidiana dopo una detenzione può essere segnato da difficoltà nell’accesso al lavoro, nella ricostruzione dei rapporti familiari e nell’inserimento nelle comunità. Le attività di volontariato non possono risolvere da sole questi problemi, ma possono offrire occasioni di partecipazione, confronto e acquisizione di responsabilità. La loro efficacia dipenderà soprattutto dalla capacità di dare seguito alle esperienze, collegandole ad altri percorsi educativi, formativi e professionali. La partecipazione alle giornate di pulizia è aperta anche ai cittadini, che potranno affiancare i volontari e le persone coinvolte nei percorsi di reinserimento. Le iscrizioni sono gratuite e le informazioni sugli appuntamenti sono disponibili nella sezione eventi del sito www.plasticfreeonlus.it. Sabato, dunque, la raccolta dei rifiuti diventerà anche un’occasione di incontro tra persone con storie differenti. Il risultato ambientale sarà visibile nelle strade ripulite, mentre quello sociale richiederà più tempo per essere valutato. Perché una seconda possibilità non si costruisce in una sola giornata, ma può cominciare anche da un gesto concreto compiuto insieme agli altri. Cremona. “Cimici, mosche e condizioni inumane”. Il carcere e la denuncia di Antigone di Enrico Camanzi Il Giorno, 23 ottobre 2026 Sovraffollamento, sporcizia e degrado. È la fotografia del carcere di Cremona, dove - secondo la denuncia dell’Associazione Antigone - nelle celle sarebbero stipati troppi detenuti, almeno il 60% in più rispetto alla capienza, costretti a convivere con una “fortissima presenza di mosche e cimici del letto”. La denuncia arriva dopo l’ultima visita degli attivisti di Antigone, realtà che si batte per “i diritti e le garanzie nel sistema penale”, alla Casa circondariale di Cremona, rilevando una situazione di “grave criticità” sotto diversi aspetti. “A fronte di una capienza regolamentare di 391 posti, l’istituto ospita attualmente 627 persone detenute - si legge nel dossier di Antigone - registrando così un tasso di sovraffollamento del 160%, pari a un superamento del 60% della capienza effettiva”. Tra i detenuti del cercare di Cremona, si contano 373 cittadini stranieri e 170 persone allocate nelle sezioni protette. Nonostante la struttura sia classificata come casa circondariale, 504 detenuti sono condannati in via definitiva. “Tra la popolazione detentiva, si nota un’elevata presenza di giovanissimi e di persone con un fine pena residuo inferiore ai due anni, per le quali dovrebbero essere prioritari i percorsi alternativi alla detenzione”, si legge ancora nel dossier. A livello strutturale, “le condizioni dell’istituto appaiono fortemente compromesse”, fanno sapere dall’associazione Antigone. “È stata riscontrata in particolare una massiccia presenza di cimici del letto nel Padiglione MITO, sezione B, riservata ai detenuti comuni in base all’articolo 32 dell’ordinamento penitenziario (che richiedono particolari cautele, ndr) e quindi costretti a passare in camera gran parte della loro giornata, con evidenti ripercussioni sulle condizioni igienico-sanitarie e sulla vivibilità degli spazi”. “Oltre alle cimici, e a una fortissima presenza di mosche, tutti i vetri delle finestre del corridoio comune erano rotte, gran parte del corridoio era inscurito dal fumo e mancavano completamente i neon dell’illuminazione. In generale il reparto era sudicio e invivibile rispetto ai requisiti minimi”. Note critiche anche sul personale. “L’organico della Polizia Penitenziaria risulta fortemente sottodimensionato, in particolare nei ruoli apicali di supporto e coordinamento: mancano all’appello 5 ispettori e 5 sovrintendenti”. Sotto organico anche l’area educativa: “I quattro funzionari si trovano a dover gestire oltre 200 detenuti ciascuno. Le gravi carenze di educatori impediscono di sostenere adeguatamente il carico di lavoro quotidiano, causando il rallentamento delle procedure e delle istruttorie per la reimmissione in libertà”. Tuttavia, chi ha visitato il carcere intravvede anche spiragli positivi “legati all’offerta progettuale”. Risultano attive nel carcere di Cremona diverse attività e percorsi scolastici, ed è stata di recente “allestita una stanza dedicata ai colloqui intimi che sono attivi e possibili”. “Tuttavia, tra le persone recluse si registra un forte e diffuso scoramento - continuano i volontari dell’associazione - causato da una condizione di pesantissimo e insostenibile sovraffollamento”. “Chiediamo una risposta urgente a tutte le autorità competenti, perché a fronte dei miglioramenti visti - è la richiesta dell’associazione - quel reparto versa ancora in condizioni inumane e inaccettabili per garantire la dignità della vita all’interno dell’istituto e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà”. Vibo Valentia. Lavoro in carcere, le idee regalo sono confezionate dai detenuti di Ilaria Dioguardi vita.it, 23 ottobre 2026 Dal 2016, ogni anno l’azienda Callipo forma e assume sette persone ristrette nella casa circondariale calabrese, per il confezionamento delle idee regalo natalizie. A oggi, coinvolti in 70. Giacinto Callipo, membro del cda dell’azienda: “Attraverso il lavoro offriamo ai detenuti coinvolti un’opportunità concreta, un riconoscimento economico, la possibilità di sentirsi parte di una squadra e, mi auguro, la speranza di guardare al futuro con una prospettiva diversa”. Dieci anni di collaborazione tra Callipo e la casa circondariale di Vibo Valentia nata per offrire alle persone detenute un’occasione di formazione e lavoro. Dall’avvio del progetto sono stati assunti circa 70 detenuti, con una media di sette persone coinvolte ogni anno, impegnate nel confezionamento delle cassette regalo natalizie. Avviata nel 2016, questa esperienza rappresenta un percorso concreto di inclusione lavorativa attraverso il quale i partecipanti possono acquisire competenze professionali e guardare al futuro con nuove prospettive. I partecipanti sono selezionati dalla Direzione del penitenziario tra i più meritevoli e sono regolarmente assunti dall’azienda per un periodo di circa due mesi. Nel reparto di confezionamento allestito da Callipo all’interno del carcere vengono realizzate 11mila confezioni all’anno. Fin dalla sua nascita, la collaborazione è stata pensata come un programma di formazione che affianca all’esperienza lavorativa la trasmissione dei valori che contraddistinguono l’azienda: qualità, tradizione, rispetto, solidarietà e fiducia. Anche il personale aziendale contribuisce a questa esperienza, affiancando e formando i detenuti nelle attività di confezionamento, condividendo competenze e professionalità. “Sono profondamente legato a questo progetto, come imprenditore ma, prima ancora, come uomo”, dice Giacinto Callipo, membro del cda di Callipo Group. “L’ho fortemente voluto fin dal primo giorno e, da allora, ho scelto di viverlo in prima persona, trascorrendo alcune giornate all’interno del carcere e lavorando fianco a fianco con i miei “colleghi” nel confezionamento delle cassette regalo”. Per Callipo, il significato di questa iniziativa va oltre l’attività produttiva e testimonia l’impegno concreto verso il territorio e la comunità attraverso un’esperienza che richiama il valore del reinserimento sociale. “Attraverso il lavoro offriamo ai detenuti coinvolti un’opportunità concreta, un riconoscimento economico, la possibilità di sentirsi parte di una squadra e, mi auguro, la speranza di guardare al futuro con una prospettiva diversa”, continua Callipo. “Mi piace pensare che i benefici di questa esperienza possano andare anche oltre le persone direttamente coinvolte, contribuendo positivamente alla vita dell’intero istituto penitenziario”. “È un esempio significativo di collaborazione tra l’amministrazione penitenziaria e il mondo imprenditoriale, che auspico possa proseguire e consolidarsi ulteriormente”, dice Angela Sciavicco, direttrice della casa circondariale di Vibo Valentia. “Ritengo fondamentale che l’istituzione penitenziaria sia aperta alla comunità esterna, nella consapevolezza che la finalità rieducativa della pena richieda anche il coinvolgimento attivo del territorio. Il lavoro costituisce uno degli strumenti più importanti per favorire la responsabilizzazione e il reinserimento sociale delle persone detenute, contribuendo alla prevenzione della recidiva e, conseguentemente, alla sicurezza dell’intera collettività”. Sciavicco continua con un auspicio: “Desidero rivolgere un invito alle imprese del territorio a considerare questa Direzione come un interlocutore disponibile a sviluppare nuove forme di collaborazione, nel rispetto delle necessarie condizioni organizzative e di sicurezza. Le agevolazioni previste dalla cosiddetta Legge Smuraglia rappresentano, peraltro, un’importante opportunità per favorire tali iniziative”. In occasione del decennale del progetto, nasce la nuova collezione di idee regalo “Sogni in scatola” firmata da Frelly (Enrico Focarelli Barone), artista e illustratore originario di Catanzaro, e confezionata dai detenuti selezionati nell’ambito della collaborazione con la casa circondariale di Vibo Valentia. “Dall’incontro tra la tradizione Callipo e l’immaginario creativo dell’artista nasce un racconto fatto di emozioni e suggestioni. Sette nuove storie in cui le illustrazioni di Frelly evocano un mondo sospeso, dove il mare incontra il cielo e la fantasia si intreccia ai ricordi”, spiega Callipo in una nota. “Una collezione che unisce arte, creatività e tradizione: ogni confezione diventa più di un semplice dono ma un oggetto da custodire che celebra il valore della collaborazione, dell’appartenenza e dell’inclusione”. Massa Carrara. Garante provinciale dei detenuti. Si va verso l’approvazione del regolamento di Alfredo Marchetti La Nazione, 23 ottobre 2026 Un tavolo di lavoro partecipativo dedicato alla stesura e alla condivisione del nuovo Regolamento per l’istituzione e il funzionamento del Garante provinciale dei diritti delle persone private della libertà personale. All’incontro di palazzo Ducale promosso dall’amministrazione provinciale, hanno preso parte la direzione penitenziaria, il personale di polizia e trattamentale, le organizzazioni sindacali, il Terzo Settore, nonché le principali realtà dell’associazionismo civile e religioso locali. L’istituzione della figura del Garante costituisce un presidio di civiltà, democrazia e legalità con una profonda valenza etica e strategica, volto a dare attuazione ai principi costituzionali del rispetto della dignità umana e della funzione rieducativa della pena. Un’azione ad ampio raggio che abbraccerà l’intero territorio provinciale ed entrambe le strutture detentive presenti: la Casa circondariale di Massa e l’Istituto penale per i minorenni di Pontremoli. Tra gli obiettivi strategici delineati nel testo regolamentare: tutela e ascolto, vigilare sulle condizioni di vita all’interno degli istituti per salvaguardare i diritti fondamentali delle persone ristrette, il diritto alla salute, all’istruzione e alla formazione. Raccordo istituzionale: creare un canale diretto e indipendente tra il mondo carcerario ed Istituzioni, nel pieno rispetto dell’autonomia e delle competenze della Direzione penitenziaria e delle forze dell’ordine. Reinserimento socio-lavorativo: favorire percorsi formativi, cantieri di lavoro e l’inclusione sociale per abbattere la recidiva e supportare il riscatto sociale. Governance di rete: istituire il tavolo provinciale di coordinamento permanente coinvolgendo i Comuni di Massa e Pontremoli, l’Asl e il Terzo Settore. Il percorso giunge a valle dell’approvazione all’unanimità, avvenuta nella seduta dello scorso 28 settembre, della mozione unitaria promossa e sottoscritta da tutti i consiglieri provinciali, sia di maggioranza che di opposizione (Matteo Bartolini, Loris Bernardi, Sergio Bordigoni, Donato Castellini, Dina Dell’Ertole, Giuliana Filippi, Maria Grazia Lombardi, Nicola Marchetti, Giovanbattista Ronchieri, Alberto Tarabella). “Ringrazio sentitamente tutti i partecipanti - ha detto il presidente Roberto Valettini (nella foto) - per la presenza numerosa e per la qualità del contributo portato alla discussione. Un ringraziamento speciale va a tutti i consiglieri provinciali che, all’unisono e con grande senso di responsabilità istituzionale, hanno dato impulso a questo atteso iter. La scelta di avviare un percorso fortemente partecipato con chi opera ogni giorno sul campo è la garanzia migliore affinché questo Regolamento non rimanga solo una norma scritta, ma diventi uno strumento vivo di supporto per le strutture detentive, per i lavoratori penitenziari e per l’intera comunità. L’obiettivo comune è arrivare pronti al passaggio decisivo dell’approvazione finale in consiglio provinciale il prossimo 10 novembre”. Alla riunione di consultazione hanno apportato il loro contributo operativo, oltre ai consiglieri provinciali per l’amministrazione penitenziaria e gli istituti detentivi la direttrice della casa circondariale Antonella Venturi; il rappresentante di Polizia Penitenziaria Pasquale Tutino; l’educatore penitenziario Gino Paolini; il cappellano dell’Ipm di Pontremoli, don Giovanni Perini. Per il Terzo settore, le organizzazioni civili e religiose Caritas Diocesana, Elisabetta Guenzi, Mattia Ottonelli e don Maurizio Manganelli o l’associazione L’Altrodiritto Chiara Bertelloni, Cooperativa La Foglia del Tè Lucia Astegiano, Accademia Apuana della Pace Gino Buratti, Telefono Azzurro Maria Giovanna Guerra. Perugia. Arriva il Garante comunale dei detenuti di Sara Minciaroni La Nazione, 23 ottobre 2026 Prosegue il percorso di confronto istituzionale promosso dal Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, avvocato Andrea Pensi, con le amministrazioni comunali dei territori umbri nei quali sono presenti strutture penitenziarie. Nel corso delle visite ai municipi tenutesi nelle scorse settimane, il Garante ha incontrato direttamente la sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi, la sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, e il sindaco di Spoleto, Andrea Sisti, avviando un confronto sulle iniziative che le rispettive amministrazioni promuovono e sostengono all’interno degli istituti penitenziari e sulle ulteriori possibilità di collaborazione per garantire i diritti delle persone detenute. Al centro degli incontri, la volontà di consolidare il rapporto tra Comuni, istituzioni penitenziarie e Garante regionale, valorizzando le esperienze già avviate e individuando strumenti concreti per rendere effettivi i diritti di cittadinanza anche durante la detenzione. A partire dalle queste buone pratiche dei Comuni l’avvocato Pensi ha richiamato la necessità di un impegno condiviso per assicurare pienamente i diritti di cittadinanza delle persone detenute. “I diritti di cittadinanza non vengono meno con la detenzione e non possono essere considerati secondari o sospesi per il solo fatto che una persona si trovi in carcere. Eppure, nella realtà quotidiana, proprio la condizione detentiva rischia troppo spesso di rendere più difficile l’esercizio di diritti fondamentali e l’accesso a procedure e servizi essenziali”. Nel corso dell’incontro con la sindaca Ferdinandi, e con gli assessori Spera e Tizi, è stata inoltre annunciata la prossima istituzione della figura del Garante comunale delle persone detenute, un’iniziativa che l’avvocato Pensi ha accolto con particolare apprezzamento. Un decreto sicurezza dietro l’altro, se il Governo non fa i conti con i risultati di Vitalba Azzollini Il Domani, 23 ottobre 2026 Dopo le violenze di Milano e di altre città, il governo ha introdotto nuove misure di sicurezza. Prima di approvarle, sarebbe stato il caso di verificare quali risultati avessero prodotto le disposizioni già in vigore e se fossero davvero necessarie ulteriori norme penali, che si affastellano su quelle precedenti. Un decreto Sicurezza dopo l’altro, nuove disposizioni penali, sanzioni più severe: il governo Meloni ha fatto del rafforzamento degli strumenti repressivi uno dei cardini della propria politica di “legge e ordine”. In questi anni, tra l’altro, ha aggravato le pene per i danneggiamenti commessi durante le proteste, ampliato i casi di arresto in flagranza differita e, per prevenire le violenze nelle manifestazioni pubbliche, introdotto anche il fermo preventivo, che consente di trattenere negli uffici di polizia persone la cui condotta potrebbe mettere concretamente in pericolo il pacifico svolgimento dell’evento. Eppure, nonostante la mole di disposizioni già adottate, il Consiglio dei ministri ha approvato un ulteriore decreto legge a seguito dei gravi disordini di Milano e di altre città, operando l’ennesima “stretta”. Ancora una volta, l’esecutivo insegue i fatti di cronaca con un provvedimento d’urgenza. Ma qualunque nuova iniziativa legislativa dovrebbe essere preceduta da una domanda: che cosa hanno prodotto tutte le norme varate finora? Questa domanda nasce da un principio di buona legislazione: prima di introdurre nuove regole bisogna valutarne i possibili effetti; dopo averle introdotte, occorre verificare se abbiano raggiunto gli obiettivi dichiarati. I risultati di queste verifiche devono poi orientare le scelte successive. Altrimenti si rischia di continuare ad adottare provvedimenti senza sapere se servano davvero. Il decreto Sicurezza fa litigare gli avvocati Le verifiche di Piantedosi Dopo gli scontri di Milano, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha replicato alle critiche sostenendo che l’adeguatezza dei dispositivi di sicurezza viene verificata a posteriori, anche per prepararsi meglio alle sfide future. Il principio è condivisibile: le valutazioni successive dovrebbero orientare quelle preventive. Sarebbe dunque interessante sapere che cosa abbiano insegnato al Viminale le verifiche compiute dopo i precedenti episodi di violenza e come quegli insegnamenti siano stati utilizzati nell’organizzazione dei successivi dispositivi di sicurezza. E, considerato il ruolo dei social nella mobilitazione dei molti giovani coinvolti nei disordini dei giorni scorsi, sarebbe anche importante sapere se le autorità avessero intercettato qualche segnale in rete e, in caso contrario, perché non siano riuscite a farlo. Sono questioni che richiedono risposte fondate sui dati, non post sui social. Nordio pensa a come ampliare le carceri minorili dopo il decreto Sicurezza Tra “strette” e norme già esistenti La presidente del Consiglio, commentando le violenze, ha chiesto alle opposizioni di condannarle senza ambiguità. Una richiesta sulla quale non dovrebbero esserci divergenze. Ma mentre condannare i violenti è dovere di tutti, prevenirne e contenerne le azioni è responsabilità istituzionale di chi è preposto alla sicurezza pubblica. È dunque sull’efficacia delle proprie scelte che il governo dovrebbe interrogarsi. Prima di procedere a nuovi interventi normativi, l’esecutivo avrebbe dovuto chiarire se le difficoltà emerse nel prevenire e contenere i disordini siano davvero dipese da lacune normative o piuttosto da un’applicazione inadeguata delle regole già in vigore, dalla scarsità delle risorse disponibili o da problemi nell’organizzazione dei servizi. Invece, affastella nuove disposizioni penali su quelle esistenti, con il rischio di creare sovrapposizioni. Basti pensare che alcune delle condotte richiamate da Meloni nel video in cui spiega l’ultimo decreto sono già previste dall’ordinamento. Il lancio di oggetti pericolosi durante manifestazioni pubbliche è già sanzionato, come pure la devastazione e il saccheggio. Anche il travisamento, sempre durante le manifestazioni, costituisce già reato, oltre a essere un’aggravante per taluni illeciti penali. Quanto al “chi rompe paga”, formula usata per dire che i genitori risponderanno dei danni causati dai figli minori, questa responsabilità già esiste. Meloni ha anche parlato della norma che introduce una presunzione della capacità di intendere e di volere dei minori, salvo prova contraria, come se essi avessero piena consapevolezza delle proprie azioni e delle relative conseguenze. Consapevolezza che però sembra valere solo in ambito penale, dato che i ragazzi non possono decidere autonomamente nemmeno se partecipare a corsi scolastici di educazione alla sessualità. L’impressione è che il governo privilegi l’impatto comunicativo delle nuove norme rispetto alla loro capacità effettiva di raggiungere gli obiettivi dichiarati. Insomma, più che una politica della sicurezza, continuiamo ad avere una scenografica politica degli annunci sulla sicurezza. “Esistiamo”: quella richiesta di un diverso presente di Guido Viale Il Manifesto, 23 ottobre 2026 “Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo, radicalmente politico, lanciato dai protagonisti degli scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città italiane. Molti, non tutti, minorenni e persino bambini. Molti, non tutti, immigrati di seconda o terza generazione, italiani accomunati dalla povertà. Quei ragazzi, per far sapere che esistono non hanno altri mezzi. D’altronde succede un po’ a tutte le categorie che protestano. Lo sanno bene operai e studenti in lotta. Ma non era per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco di un corteo. A Torino hanno devastato una libreria senza portare via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”. Sicuramente nessuno gli ha insegnato che a distruggere libri e librerie erano i nazisti, i razzisti di un secolo fa, antesignani dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o rinchiusi nei Cpr, o relegati nella miseria delle periferie, della disoccupazione, del disprezzo. Di certo quegli scontri sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi l’articolo desiderato. Che fare?, ci si chiede nell’establishment. Tutti, senza distinzione, ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella dei manifestati che rompono le vetrine, non quella a cui loro assistono indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà; e che non ruba scarpe ma territori e nazioni. Ma mentre gli uni propendono per la mano forte: più repressione, più carcere, più leggi liberticide gli altri sono per la divisione: separare i manifestanti “pacifici” da quelli “violenti”: due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio; distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali. Ma è una operazione impossibile perché tra quei due segmenti non c’è né ci può essere soluzione di continuità. Agitano, in termini generali, gli stessi temi: il carovita (la povertà), la casa (e molti di loro abitano case invivibili), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni, a scuola e ovunque. Quello che spinge tanti studenti a occupare le scuole, a scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa che anima i cosiddetti violenti: anche loro vogliono far sapere che esistono. Perché l’establishment non tiene alcun conto dei loro bisogni. Forse sanno meglio che cosa rivendicare: edifici non fatiscenti e attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme, scuola aperta al territorio, al mondo esterno, alla loro musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si fanno illusioni) ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più estrema e arrabbiata della loro generazione non si sogna nemmeno di chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. Tutto ciò fa delle ultime generazioni un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla Francia, dalla Spagna agli Stati uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al Nepal, all’Indonesia, all’Argentina. Fatto sta che il nucleo portante della rivolta e delle lotte sono le nuove generazioni: nelle università come nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche troppo presto. Sessant’anni fa ad accomunarli nella lotta c’era la percezione di un futuro dominato dalla minaccia atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto dalla soggezione agli imperativi di un’economia del profitto. Oggi a tutto ciò si è aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente percepito da tutti nella calura della scorsa estate) che renderà infernali le loro vite. Quello che li unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti gioca con il futuro che non vedrà e di cui poco gli importa e che fa di tutto per far dimenticare; ma forse anche per dimenticarsi di figli, figlie e nipoti. L’ossessione per l’ordine può alimentare il disagio di Tommaso Greco Avvenire, 23 ottobre 2026 In quella che ovunque sembra una nuova “epoca del manganello” non è strano il fatto che quando si parla di sicurezza si escluda ogni domanda che riguardi quella del lavoro e sul lavoro, oppure sulle cure sanitarie? In attesa degli accertamenti sulle responsabilità individuali relative ai danneggiamenti, ai furti, nonché all’uso smodato della violenza (da criti-care e rifiutare qualunque sia la parte da cui essa proviene), ciò che sta succedendo in questi giorni fa emergere il sospetto che, a livello globale, quanto più si parla di sicurezza - e quanto più si agisce per la sicurezza - tanto più ci sentiamo insicuri. E forse non è un caso. Perché la sicurezza è ormai da tempo il luogo centrale della legittimazione politica - è su di essa che i governi chiedono il consenso dei cittadini - e per questa ragione sembra non possa essere affrontata se non attraverso parole, metodi, azioni che lascino intatto, o addirittura finiscano per accrescere il senso di insicurezza. Lo ha spiegato molto bene Vittorio Pelligra nei suoi articoli sulla “monarchia della paura”, letti i quali verrebbe da ripetere quanto scriveva un po’ di anni fa Luca Baiada: “nulla è più al sicuro con la sicurezza”. Questo senso di insicurezza, prodotto paradossalmente dalla ricerca ossessiva della sicurezza, vale sul piano interno come sul piano esterno. È abbastanza chiaro, infatti, che l’odierna ricerca della sicurezza interna si pone come l’altra faccia della medaglia rispetto all’”amore per la guerra” che sembra essersi impossessato delle menti dei governanti sul piano esterno. Ne sono prova, da un lato, il fatto che in entrambi i casi ad essere al centro della scena è l’elemento della forza, considerata come l’unica leva che possa produrre effetti concreti sul mantenimento dell’ordine; e dall’altro lato, la delegittimazione, la censura, quando non la criminalizzazione, delle voci critiche o di qualsiasi iniziativa di protesta, che riguardi il tema della sicurezza o le guerre in corso. La nostra, tragicamente, sembra caratterizzarsi sempre più, anche nelle democrazie avanzate, come “l’epoca del manganello”: uno strumento brandito come minaccia, che assurge a simbolo di una stagione in cui si rinnova quella che Simone Weil chiamava l’”adorazione della forza”. Così, per quanto ci si possa aspettare (come sembrerebbe logico) che il discorso interno sulla sicurezza cammini parallelamente al discorso esterno sulla pace, succede esattamente il contrario: chi insiste sulla sicurezza all’interno dei confini richiamando il vecchio connubio “legge e ordine”, è pronto a brandire le armi, dichiarandosi pronto a fare la guerra, e quindi a produrre il massimo della insicurezza, dal momento che non c’è nulla che distrugga il senso e la realtà della sicurezza quanto il trovarsi implicati in un conflitto armato. In entrambi i casi, ed è questo un ulteriore elemento di conferma del parallelismo che stiamo richiamando, sia nella battaglia per la sicurezza in-terna sia nei preparativi bellici, si concepisce la politica - a partire dal linguaggio d’odio - come continuazione della guerra con altri mezzi; e cioè rovesciando il famoso detto di Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) ed agendo esattamente al contrario di come la politica dovrebbe essere concepita. Perché la politica, nelle sue origini, è proprio il contrario della violenza. Nel momento in cui la politica sembra rinchiudersi in se stessa, perdendo capacità di analisi e distinzioni (quelle a cui si riferiva nel suo editoriale di martedì Danilo Paolini), è il caso di cercare delle risposte che non siano un appello vuoto e retorico alla “sicurezza dei cittadini”. Perché l’impressione, anzi più che l’impressione, è che la sicurezza in nome della quale si militarizzano le città e si restringono gli spazi di libertà soprattutto per le fasce più deboli, assomiglia al “patto iniquo” di cui parlava Jean-Jacques Rousseau: un “accordo” che i forti impongono ai deboli convincendoli cha la loro sicurezza coincide con la sicurezza di tutti. Farsi domande scomode vuol dire innanzitutto essere onesti con noi stessi, tanto più in un’epoca in cui viene dato per scontato che alcuni pilastri della nostra stabilità esistenziale, come il lavoro e la salute, vengono considerati estranei a ogni discorso sulla sicurezza. Non è strano - non dovrebbe sembrarci strano - il fatto che quando si parla di sicurezza si escluda ogni domanda sulla sicurezza del lavoro? Oppure sulla sicurezza relativa alle cure sanitarie? E persino sulla sicurezza sul lavoro? Quante volte, chi parla di sicurezza, include queste cose? Proprio ciò che maggiormente contribuisce al nostro senso di sicurezza è escluso dai discorsi sulla sicurezza, perché questa è stata ormai ridotta soltanto alla necessità di salvaguardare l’incolumità fisica dei corpi e l’integrità delle cose a cui teniamo. Ed è frutto di un rovesciamento paradossale che i giovani della generazione Z, protagonisti delle proteste di questi giorni - proteste fatte in nome di una sicurezza esistenziale composta di cura, di casa, di lavoro, di scuola, di università, di certezze sul futuro, di ambiente, di possibilità di arrivare a fine mese, di aspirazioni alla giustizia e alla pace - vengano fatti passare genericamente e collettivamente come attentatori alla sicurezza, come nemici del futuro. Proprio loro che sono i garanti del futuro di tutti, e la cui voce dovremmo ascoltare invece di soffocarla mettendogli violentemente un ginocchio sul collo. I ragazzi di Milano. Il fallimento siamo noi di Fabio Cavallari ytali.com, 23 ottobre 2026 A Milano abbiamo contato duecentoventi minorenni accompagnati in Questura. Non abbiamo contato gli adulti. Dopo i disordini del 18 ottobre, 271 persone sono state accompagnate negli uffici di polizia: 220 minorenni, 60 cittadini stranieri e 211 italiani. Trentadue arresti, ventotto denunce, quattordici operatori delle forze dell’ordine feriti. Sono dati che non descrivono l’intera piazza, né consentono di attribuire a tutti le responsabilità di alcuni. Ma rendono difficile liquidare quei disordini come una violenza semplicemente importata. Non sappiamo quanti fossero figli di famiglie immigrate. Sappiamo che quei ragazzi appartengono alla società nella quale sono cresciuti. E la domanda, prima ancora di riguardare ciò che hanno fatto, riguarda ciò che noi adulti abbiamo insegnato loro a considerare normale. Abbiamo sviluppato una straordinaria sensibilità verso la violenza che interrompe l’ordine, ma una crescente indifferenza verso quella che lo produce e lo sostiene. Una vetrina infranta a Milano diventa immediatamente una questione di civiltà. A Gaza, intere famiglie cancellate, abitazioni ridotte in macerie, bambini uccisi possono diventare lo sfondo consueto delle nostre giornate. Non sto paragonando una vetrina a una vita umana. Sto paragonando le nostre reazioni. Non nego l’indignazione di chi ha denunciato, manifestato, cercato di opporsi all’orrore. Interrogo la capacità della nostra vita pubblica di assorbire la distruzione degli esseri umani e continuare a funzionare senza mettere in discussione i propri fondamenti. Una vetrina rotta esige il ripristino dell’ordine; una vita annientata può essere consegnata alla contabilità della tragedia. Ciò che riconosciamo come intollerabile non dipende soltanto dalla gravità della violenza, ma anche dalla sua capacità di disturbare il mondo nel quale ci sentiamo al sicuro. Jean-Paul Sartre chiamava malafede il tentativo dell’essere umano di mentire a se stesso sulla propria condizione, rappresentandosi come interamente determinato dalle circostanze per sottrarsi alla responsabilità delle proprie scelte. Non significa essere onnipotenti, ma riconoscere che nessun limite della nostra libertà può diventare automaticamente una dichiarazione di innocenza. Quando diciamo che davanti a Gaza non possiamo fare nulla, dove termina l’effettiva impotenza e dove comincia la rinuncia? Quando definiamo inevitabili le disuguaglianze, stiamo riconoscendo la complessità del mondo oppure lo stiamo assolvendo? Quando invochiamo l’ordine senza interrogarci sulla sua giustizia, difendiamo la convivenza o il privilegio di non esserne disturbati? La malafede comincia quando una scelta viene travestita da fatalità. Ne “L’esistenzialismo è un umanismo”, Sartre scrive: “Scegliendomi, io scelgo l’uomo”. Non è un’esortazione edificante, ma una responsabilità vertiginosa: ogni scelta afferma, oltre la nostra esistenza individuale, un’immagine dell’essere umano che riteniamo possibile e accettabile. Quale idea di umanità affermiamo, allora, quando troviamo insopportabile il danno alle nostre cose, ma riusciamo a convivere con la distruzione delle vite altrui? La contraddizione non consiste nel condannare una vetrina infranta. Consiste nel pretendere che quella condanna esaurisca la nostra coscienza civile. E poi ci sono i genitori. Davanti alla Questura di Milano, madri e padri aspettavano notizie dei figli. Alcuni avevano scoperto soltanto allora che erano stati coinvolti negli accertamenti. È un’immagine che dovrebbe fermarci più a lungo di quella delle vetrine. Non per mettere quei genitori sul banco degli imputati: nessun padre e nessuna madre possono essere considerati automaticamente responsabili di ogni gesto del proprio figlio. Ma proprio davanti a loro emerge una domanda che riguarda tutti noi: che cosa significa educare quando il mondo nel quale un ragazzo cresce gli impartisce quotidianamente una lezione diversa? Gli insegniamo che il valore di una persona non dipende dal denaro e poi ammiriamo pubblicamente chi ne possiede di più. Gli parliamo di solidarietà e lo consegniamo a una competizione che spesso non conosce pietà. Gli chiediamo rispetto e misura mentre il successo viene esibito come un diritto a prevalere. Gli insegniamo a non voltarsi dall’altra parte, ma siamo i primi a spiegargli che certe ingiustizie non ci riguardano. E non possiamo attribuire questa contraddizione a una società astratta, come se ne fossimo spettatori innocenti. I figli non imparano soltanto da ciò che diciamo. Imparano da ciò che ci vedono accettare. Non sappiamo che cosa abbia spinto ciascuno dei ragazzi coinvolti nei disordini. Potrebbero aver agito per rabbia, imitazione, opportunismo o ragioni del tutto estranee a qualsiasi protesta. Non abbiamo il diritto di attribuire loro una coscienza politica che forse non possedevano. Ma ignorare le loro motivazioni non ci impedisce di riconoscere le nostre contraddizioni. Abbiamo costruito una società che celebra il possesso, esibisce la ricchezza e chiama merito anche ciò che dipende profondamente dalle condizioni di partenza. Poi pretendiamo che chi cresce al suo interno riconosca spontaneamente il confine fra ciò che viene continuamente desiderato e ciò che non può essere preso. Quel confine esiste e deve essere rispettato. La violenza non diventa legittima perché il mondo è ingiusto. Chi ha aggredito, danneggiato o distrutto deve rispondere delle proprie azioni, secondo responsabilità individuali accertate. Ma la colpa individuale non cancella la responsabilità collettiva. Al ragazzo chiediamo di rispondere di ciò che ha fatto. A noi adulti concediamo di non rispondere di ciò che abbiamo reso normale. È qui che la malafede diventa un fatto pubblico: ci comportiamo come se il mondo fosse accaduto senza di noi, come se i modelli di successo, le gerarchie del valore e le disuguaglianze tollerate fossero fenomeni naturali, davanti ai quali non avremmo potuto scegliere diversamente. Quando i più giovani ci restituiscono un’immagine che non vogliamo riconoscere, ci affrettiamo a separarla da noi. La chiamiamo devianza, emergenza, degrado. Talvolta quelle parole descrivono fatti reali; altre volte diventano il modo più rapido per interrompere qualsiasi domanda sulle nostre responsabilità. La rabbia può essere il linguaggio estremo di una promessa collettiva tradita. Non sappiamo se lo sia stata a Milano, ma sappiamo che quella promessa esiste: chiediamo ai nostri figli di credere in un futuro del quale noi stessi fatichiamo a garantire la credibilità. Pretendiamo che abbiano fiducia nelle istituzioni, senza essere sempre disposti a giudicarle con lo stesso rigore che riserviamo a loro. Chiediamo che diventino adulti responsabili, mentre rivendichiamo per noi il diritto di dichiararci impotenti. Non siamo responsabili di tutto ciò che accade, ma del modo in cui scegliamo di stare dentro ciò che accade. È la distinzione che impedisce alla responsabilità di trasformarsi in un’accusa indiscriminata e, nello stesso tempo, ci vieta di dichiararci estranei al mondo. Abbiamo contato i minorenni accompagnati in Questura, gli arresti, le denunce, i feriti. Era necessario farlo. Non abbiamo contato con la stessa urgenza le nostre rinunce, le nostre omissioni, le volte in cui abbiamo chiamato inevitabile ciò che era soltanto conveniente non cambiare. E soprattutto abbiamo trovato un modo per non essere mai imputati: presentarci sempre come giudici. Le vetrine di Milano saranno riparate. Le vite annientate a Gaza non torneranno. I ragazzi risponderanno, individualmente, delle azioni che saranno loro accertate. Noi adulti, invece, abbiamo imparato a giudicarli senza accettare di essere giudicati. Il fallimento siamo noi. Non perché siamo colpevoli di ogni loro gesto, ma perché continuiamo a cercare un’assoluzione per le nostre scelte. “Schiavi dei social”. Gli adolescenti e le paure dei genitori di Maria Corbi La Stampa, 23 ottobre 2026 Le cronache di questi giorni parlano (anzi urlano) un disagio giovanile diffuso: i due ragazzini di Roma che “per noia” terrorizzano un quartiere e riducono in fin di vita un uomo. Leonardo che lascia i suoi 15 anni sul terrapieno di un sentiero, per gioco: il trattore preso di nascosto nella rimessa del nonno si ribalta e lo uccide. Una prova di coraggio, una goliardata, la voglia di essere “fighi” davanti agli amici che assistono (e poi daranno l’allarme). Tre ragazzine che a Pordenone aggrediscono una quattordicenne, finita poi in ospedale, mentre 15 coetanei rimangono a guardare. E poi i coltelli usati con rabbia contro professoresse, e le vetrine sfasciate da un orda infuriata di giovanissimi, E si potrebbe andare avanti. Secondo i dati del Report 2025 dell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo sul Disagio Giovanile il 24% degli studenti guarda al futuro con ansia o paura (circa il 22%). Un tema che abbiamo sollevato sul web e a cui i lettori hanno risposto con idee e con storie. Una di loro scrive: “Mia figlia è piccola, per poco ancora. Ha 12 anni e non ha il cellulare, ma ha il computer e anche se ha regole stringenti, lo so che spesso visita YouTube, su cui c’è di tutto. Per il momento riesco a monitorare ciò che guarda e ne parliamo insieme, ma quanto durerà? È una piccola hacker e non ci mette molto a rompere codici. Ha un alto senso di giustizia e della legalità (per lei anche attraversare non sulle strisce è una cosa da non fare) ma il prossimo anno inizierà le superiori (è un anno avanti) e spero solo che trovi amici come lei, rispettosi dei diritti altrui. Se il gruppo segue le regole, tu, adolescente, segui le regole. Se il gruppo non segue le regole, tu non le segui”. E non posso che darle ragione, il rischio delle cattive compagnie non è una paura infondata e retrograda. Quando si è in quell’età critica in cui tutto appare possibile, ma anche confuso e a volte spaventoso, il gruppo, gli amici che si incontrano sono importanti. E a un certo punto diventano loro il punto di riferimento e non più noi. Occorre controllare senza risultare dei “poliziotti”, sapere in quali case vanno a passare i pomeriggi, allacciare rapporti con le famiglie degli amici. Ci vuole fiducia ma anche controllo. Un altro lettore invita a “chiudere” i social network: “Un ragazzo riceve qualche minuto di educazione da parte dei genitori (se va bene) ed ore e ore di visione di video dove l’unica cosa che conta è esibirsi con le azioni più strampalate, guadagnandoci pure”. Ma la verità è che serve educare più che proibire. Anche con i social network che sono una nuova forma di comunicazione. In un altro commento si dice che “i minori fuori controllo sono il lucido esempio del fallimento di chi adulto ha il dovere di indirizzarli a percorsi di vita corretti”. “Ci sta l’errore, commenta il lettore, ma di fronte a masse così importanti di individui che agiscono di concerto, non c’è altra spiegazione. Il rischio è di doversi far carico di entrambe le situazioni; del resto basta osservare le famiglie disgregate che si sono caratterizzate negli ultimi decenni”. Ma questi ragazzi fuori controllo, anche con se stessi, sono il frutto di tante cose. E nessuno può tirarsi fuori dalla responsabilità che non è solo dei genitori. Un tempo la scuola, era un luogo che compensava le differenze sociali ma anche le mancanze della famiglia, dove si imparavano le regole e anche il modo di interagire con l’altro. Oggi non è più così per tante ragioni. Così le famiglie, le madri, i padri, spesso sono soli davanti all’immenso compito di educare un ragazzo e far si che immagini un futuro positivo, possibile.