Strappare lungo i bordi: note a margine di una nota stonata. Non nel nostro nome Ristretti Orizzonti, 22 ottobre 2026 Da anni denunciamo il ricorso al panpenalismo e al diritto penale simbolico come strumenti propagandistici che non affrontano le cause, limitandosi a offrire alla pancia della popolazione una risposta securitaria e punitiva sempre maggiore. Proviamo un profondo disagio ogni volta che, come risposta a singoli fatti di cronaca, il governo di turno propone un’ennesima normativa emergenziale che immancabilmente va a ledere garanzie processuali o, peggio, principi costituzionali e conquiste di civiltà giuridica che riguardano indistintamente tutti i cittadini e soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Per questa ragione ci è impossibile tacere quando chi condivide questa dialettica e auspica che questi diritti e principi siano messi in discussione ricopre un ruolo di vertice nell’Avvocatura e perciò inevitabilmente coinvolge tutta la categoria con i propri interventi. E questo anche a non voler ricordare le tante occasioni istituzionali in cui quelle stesse persone, in piena contraddizione con quanto oggi affermano, hanno richiamato la stessa Avvocatura al rispetto della propria funzione sociale, all’attenzione verso gli ultimi, alla rivendicazione della propria indipendenza come garanzia per tutti i cittadini, nessuno escluso. L’evocazione di pulsioni securitarie e l’auspicio del ricorso al diritto penale simbolico sono irrimediabilmente incompatibili con la nostra cultura giuridica, con la nostra idea di professione, con il giuramento che abbiamo pronunciato e al quale intendiamo continuare a prestar fede. Per tutto questo ci dissociamo apertamente dalle parole del presidente del Consiglio Nazionale Forense riportate oggi da alcune agenzie di stampa. Annamaria Alborghetti - Padova Alessio Alias - Cagliari Stefania Amato - Brescia Maurizio Basile - Torino Rino Battocletti - Udine Letizia Bertolucci - Firenze George Botti - Massa Carrara Maria Brucale - Roma Barbara Bruni - Bergamo Antonella Calcaterra - Milano Roberto Capra - Torino Valentina Carminati - Bergamo Barbara Carsana - Bergamo Vania Cecconi - Livorno Federico Celano - Novara Stefano Chinotti - Bergamo Bruna Civardi - Bergamo Maria Luisa Crotti - Cremona Alessandro De Federicis - Roma Davide D’Imporzano - La Spezia Enrico Ferri - Ravenna Luca Gagliardi - Trani Monica Gambirasio - Milano Luana Granozio - Roma Aldo Luchi - Cagliari Dario Lunardon - Vicenza Cristina Maccari - Bergamo Laura Marchingiglio - Trapani Annamaria Marin - Venezia Aurora Matteucci - Livorno Mirko Mazzali - Milano Alessandro Meregalli - Trento Raffaella Nardone - La Spezia Laura Negri - Cremona Andrea Niccolai - Pistoia Teresa Luana Nigito - Novara Emanuele Olcese - Genova Sara Palandri - Firenze Massimiliano Palena - Firenze Cosimo Palumbo - Torino Riccardo Passeggi - Genova Michele Passione - Firenze Alice Poeta - Roma Leonardo Pompili - Roma Paola Ponte - Milano Lavinia Rossi Espagnet - Roma Franco Rossi Galante - Milano Agnese Sbraccia - Venezia Daniela Serughetti - Bergamo Fabio Sommovigo - La Spezia Anna Tommasini - Bologna Viviana Torreggiani - Mantova Nicola Tria - Reggio Emilia Valentina Tuccari - Parma Rosa Ugolini - Bologna Attilio Villa - Monza La grancassa dei decreti di Michele Ainis La Repubblica, 22 ottobre 2026 Il governo Meloni promette sicurezza ma la sua azione normativa genera insicurezza. E usa la repressione giacché non sa fare prevenzione. Non è vero che i giornali non li legge più nessuno. Li leggono a palazzo Chigi, dal primo all’ultimo rigo. E dopo averli letti, decretano. Sarà per questo che si chiamano decreti legge: perché il governo legge le cronache del giorno, e le trasforma in un decreto. D’altronde cominciò così l’avventura di questo esecutivo. Ottobre 2022: migliaia di giovani, italiani e stranieri, si radunano all’interno d’un capannone abbandonato a Cittanova (nei pressi di Modena), in occasione del fine settimana di Halloween. È un rave party, che manda in tilt il traffico stradale e diventa immediatamente una notizia. Sicché il governo Meloni battezza il primo decreto legge della sua (lunga) serie, introducendo uno specifico reato per punire l’invasione di terreni o di edifici. E quante volte è stato applicato il nuovo reato in quattro anni? Zero, zero tagliato. Ma che importa, ciò che conta è cavalcare la notizia, rigirarla a tuo vantaggio, gonfiare i muscoli dinanzi agli elettori. No, non è un governo: è un edicolante. Che ha continuato a vendere carta stampata con il decreto Cutro (marzo 2023), inasprendo le pene contro gli scafisti e imprimendo una stretta alla gestione dei flussi migratori. Anche in quel caso, una notizia normativa per reagire a una notizia di cronaca: il naufragio d’un caicco davanti alla spiaggia calabrese di Cutro, che provocò 94 vittime fra i migranti che erano a bordo. Oppure, altro episodio: il decreto Caivano, di pochi mesi dopo. Lo stupro di due cugine adolescenti da parte di altri adolescenti, la reazione inorridita dell’opinione pubblica, il decreto che introduce sanzioni contro i minorenni. Stravolgendo il sistema di giustizia minorile e sopprimendo in molti casi l’istituto della messa alla prova, uno strumento cardine per la rieducazione e il reinserimento sociale dei minorenni accusati di reati. Sicché adesso ci risiamo. Scendono in piazza gli studenti, protestando contro le condizioni della scuola italiana. A Milano e altrove, gruppi di teenager s’abbandonano a violenze, disordini, saccheggi. Una minoranza, rispetto alla gran massa della popolazione studentesca; ma questo comportamento criminale oscura le buone ragioni della protesta. L’esecutivo reagisce, come sempre, con un tic: l’ennesimo decreto. Trasformando il disagio giovanile in una questione d’ordine pubblico. E spingendosi a progettare una soluzione cilena, con i soldati autorizzati a compiere arresti nelle strade. Non passa, Mattarella dice niet. Ma nel decreto cortei s’affaccia una nuova figura di reato: la “partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche”, punita con cinque anni di galera. Viene introdotta una sfilza d’aggravanti. I minori fra i 14 e i 18 anni diventano perseguibili senza alcuna attenuante legata alla loro età. Infine, per sovrapprezzo, scatta l’arresto in “flagranza differita” e il fermo preventivo di 24 ore per i minorenni. Domanda: ma prima di quest’ultima addizione al codice penale le manifestazioni violente erano lecite? La violenza veniva punita nelle case e premiata nelle strade? Vietata a 19 anni e consentita a 17? No, evidentemente. Così come è evidente il populismo - nella sua accezione deteriore - che sorregge queste iniziative normative. Il capo dello Stato aveva chiesto al governo di non legiferare sull’onda dei fatti d’attualità, per quanto gravi e biasimevoli. Nulla da fare, anche perché le elezioni s’avvicinano, e bisogna accattivarsi gli elettori. Sennonché di quattrini per mance e regali ce n’è pochi, mentre confezionare l’ennesimo reato è gratis. Niente cassa, solo grancassa. Tuttavia non è vero, non è affatto vero, che in questi casi manca un conto da pagare. Paga la certezza del diritto, paga la dignità della legislazione. “Le caratteristiche distintive della legge sono la generalità e la durata illimitata”, stabiliva la Costituzione girondina del 1793. Ma se le leggi si moltiplicano, se divengono pignole come atti notarili, se infine durano il tempo d’un fiammifero, nessuno potrà mai conoscerle, e dunque rispettarle. Nemmeno i giudici, con 35mila figure di reato in circolo nel nostro generoso ordinamento, cui s’aggiungono a settimane alterne nuovi delitti e nuove pene. Servirebbe la memoria di Pico della Mirandola per tenerne il conto. E servirebbe un astrofisico per districarsi nella galassia del codice penale, dove - per dirne una - negli ultimi anni il delitto di omicidio si è smembrato nell’omicidio stradale, nel femminicidio, nell’omicidio nautico, cui sta per aggiungersi l’omicidio sul lavoro. Da qui un doppio paradosso. Uno: il governo Meloni promette maggiore sicurezza, ma la sua azione normativa genera maggiore insicurezza. Nei rapporti giuridici, e perciò nella vita sociale. Due: usa la repressione, giacché non ha saputo fare prevenzione. Ma pure la repressione dei decreti sicurezza fa cilecca, altrimenti non sarebbe necessario snocciolarli uno dopo l’altro. Sicché ogni nuovo decreto certifica il fallimento del decreto precedente. Contenti loro, scontenti noi. Decreto Sicurezza, una soluzione contrastata che il Governo però rivendica di Massimo Franco Corriere della Sera, 22 ottobre 2026 A destra le misure sembrano anche una mossa per togliere spazio a Vannacci, mentre dall’opposizione arrivano critiche. L’approvazione del settimo decreto Sicurezza da parte del governo ha candidato Roberto Vannacci al ruolo di vittima politica simbolica. La stretta decisa dopo gli incidenti a Milano e in altre grandi città, e corretta nei suoi aspetti anticostituzionali grazie alla consultazione col Quirinale, lo ha spiazzato. Non perché la maggioranza abbia scelto misure indulgenti. La scelta di continuare su una linea repressiva, per quanto contestata dalle opposizioni, toglie oggettivamente spazio al capo della destra estrema. Colpisce il modo in cui esponenti dell’esecutivo sottolineano l’invio di 500 soldati nel capoluogo lombardo in vista delle prossime manifestazioni di piazza. Indicano all’opinione pubblica e al proprio elettorato la scelta non solo come una reazione immediata, ma come soluzione dopo i vandalismi di domenica. A prevalere è la parola d’ordine del vicepremier della Lega, Matteo Salvini, secondo il quale “niente resterà impunito”: un avvertimento rivolto anche alle famiglie dei minorenni che hanno commesso atti di puro teppismo. Non è casuale la coincidenza tra il giro di vite di Palazzo Chigi e le dichiarazioni di FdI che chiudono alla prospettiva di un’alleanza con Vannacci: a cominciare dalle sue posizioni filorusse e anti Ue sull’Ucraina. Luca Ciriani, ministro per i rapporti col Parlamento, invita l’ex generale a dire che Vladimir Putin è un dittatore invasore. Ma la replica del leader di FnV è tanto perentoria quanto evasiva. L’impressione è che il governo si stia spostando su posizioni in tema di sicurezza destinate a togliere spazio a Vannacci, che nei sondaggi non cresce più. Franco Gabrielli, ex capo della polizia e cofondatore del gruppo centrista Più Uno, arriva a dire che con la proposta, poi rientrata, di dare ai militari poteri di polizia giudiziaria, “il vannaccismo ha fatto il suo ingresso nel governo”. Sono critiche provenienti dall’opposizione, sebbene da un esperto di ordine pubblico come Gabrielli. A sinistra si chiede soprattutto che si analizzino le cause di una violenza così eclatante. La segretaria del Pd, Elly Schlein, evoca “gli 800 milioni di euro buttati” per i centri per immigrati irregolari in Albania. E chiede di usarli per l’”organico della polizia”. Più sorprendente però, è la reazione del presidente degli avvocati, Francesco Petrelli. A suo avviso il “pacchetto sicurezza” è da bocciare: lo ritiene rischioso e inutile rispetto allo scopo che si prefigge. Quanto alla protesta di camionisti e agricoltori che pure da giorni sta bloccando il Sud, allarma sempre più ma sembra come relegata ai margini. Scontro Piantedosi-Crosetto sui poteri speciali all’Esercito di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 22 ottobre 2026 Dopo i decreti, il Viminale rifletta sull’ordine pubblico. Cinque giorni dopo gli scontri e i saccheggi nel centro di Milano, il governo torna dunque a intervenire sulla sicurezza con un nuovo decreto. Il testo, approvato martedì dal Consiglio dei ministri, introduce nuove disposizioni per il contrasto alla criminalità minorile. Tra le misure, l’estensione dell’arresto in flagranza differita e l’obbligo di risarcimento da parte dei genitori per i danni provocati dai figli. Il nodo più delicato del confronto a Palazzo Chigi ha riguardato però l’impiego dell’Esercito. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, che in mattinata aveva annunciato l’invio nel capoluogo lombardo di 500 militari, era favorevole a estenderne i poteri. Il collega dell’Interno Matteo Piantedosi, insieme al capo della Polizia Vittorio Pisani, ha invece sostenuto la necessità di mantenere distinta l’attività dei soldati da quella delle Forze dell’ordine. La questione ha incontrato anche le perplessità del Quirinale, in particolare sull’attribuzione ai militari di funzioni di polizia giudiziaria. Alla fine è passata la soluzione Piantedosi: i 500 militari destinati a Milano saranno impiegati in pattugliamenti “congiunti” con le Forze dell’ordine, senza nuovi poteri. Crosetto, secondo un retroscena del Corriere, si è detto “deluso e preoccupato”, contestando il senso di un rafforzamento della presenza militare senza un corrispondente ampliamento delle funzioni. Il nuovo decreto si inserisce in una sequenza di interventi in materia di sicurezza che accompagna l’intera legislatura. Il primo risale a ottobre 2022, pochi giorni dopo l’insediamento dell’esecutivo: il decreto anti-rave introdusse una specifica fattispecie di reato per l’invasione di terreni o edifici finalizzata a raduni pericolosi per l’ordine pubblico, la salute o l’incolumità pubblica. Da allora si sono susseguiti numerosi provvedimenti, con l’introduzione di nuove fattispecie di reato e l’inasprimento delle pene per quelli già esistenti. Tra questi, il decreto Caivano, varato nel 2023 dopo i gravi episodi di violenza che avevano coinvolto minorenni nel Comune campano. Il provvedimento ha ampliato la possibilità di applicare misure cautelari ai giovani e rafforzato gli strumenti di contrasto alla criminalità minorile. Nello stesso anno il governo è intervenuto anche con il decreto Cutro e con un disegno di legge sulla sicurezza, contenente nuove fattispecie di reato e aggravamenti di pena in diversi ambiti. Dal 2024 la stretta sulla sicurezza è poi proseguita con una lunga serie di provvedimenti, fino al decreto del 2025, che ha introdotto misure sulle occupazioni abusive, sui blocchi stradali e sulle rivolte nelle carceri e nei centri per il rimpatrio. A febbraio scorso un altro pacchetto ha introdotto il fermo preventivo di dodici ore durante le manifestazioni per le persone ritenute pericolose, il divieto di vendita di coltelli ai minori e l’estensione del Daspo urbano. A settembre, infine, il governo è intervenuto ancora, ampliando i poteri del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo anche nei procedimenti riguardanti imputati minorenni. Ora, dopo gli scontri di Milano, arriva l’ennesimo decreto sicurezza. Una successione di interventi che ha progressivamente ampliato gli strumenti penali e preventivi a disposizione dello Stato, senza di fatto riuscire a impedire il ripetersi di episodi di violenza che mettono sotto pressione la gestione dell’ordine pubblico. Dopo quattro anni di nuove norme, il problema potrebbe allora non essere più soltanto quello delle leggi, ma anche quello della capacità da parte del Ministero dell’Interno di prevenire le violenze e gestire l’ordine pubblico. Un tema che meriterebbe una seria riflessione. Penalisti, magistrati minorili e associazioni contro il Dl cortei: “Fallimentare inasprire le pene” di Viola Giannoli La Repubblica, 22 ottobre 2026 Le critiche dei presidenti dell’Aimm, di Antigone, di Save the children e dell’Unione delle camere penali: “Con i precedenti decreti sicurezza non si sono ottenuti risultati. Ora si mina il diritto di protesta e il sistema della giustizia minorile”. “La strada dell’inasprimento delle pene potrà anche incontrare il consenso dell’opinione pubblica, perché svolge una funzione rassicurante, ma è fallimentare e assolutamente inefficace”. Inutile, insomma, l’ennesimo giro di vite del governo Meloni dice Claudio Cottatellucci che è il presidente dell’Associazione italiana magistrati per i minorenni e per la famiglia. Con i sei precedenti decreti sicurezza in quattro anni nati sull’onda emotiva della cronaca, “non si è ottenuto alcun risultato”, aggiunge. Eccole le ragioni di questa convinzione: “Gli istituti penali per i minorenni sono già sovraffollati, un fenomeno che prima non avevamo mai conosciuto. E i tempi delle procedure e dei periodi della custodia cautelare si sono allungati, con il risultato che l’80 per cento dei ragazzi attualmente detenuto non lo è in base ad una sentenza definitiva”. Le ricadute sui genitori - Due gli elementi più critici del decreto per Cottatellucci: l’imputabilità dei minori e le ricadute dei loro comportamenti sui genitori. “Sta passando l’idea”, spiega, “che questi ragazzi debbano essere trattati come adulti, ma la violenza non li rende più adulti”. Certamente, afferma, “un muoversi così confuso e diffuso fa impressione”, ma “non è vero che se non si punisce non si fa nulla. La giustizia minorile può promuovere la risocializzazione, sostenere i ragazzi sul piano educativo, accompagnarli in percorsi di responsabilizzazione e prevedere interventi all’interno di strutture educative”. E “non è accettabile - sostiene Cottatellucci - una traslazione automatica persino della responsabilità penale sui genitori per i fatti commessi dai figli”. Il rischio delle nuove norme - Per il presidente dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, il rischio delle nuove norme “è quello di travolgere ancora una volta i principi fondanti del nostro ordinamento penale e costituzionale come avviene con l’introduzione di un inedito reato associativo senza una vera associazione”. Sostiene Petrelli che è “gravissima l’estensione dell’arresto differito che si applica anche ai minori nei cui confronti si modificano anche i criteri di valutazione della maturità”. Antigone, l’associazione che s’interessa alla tutela dei diritti dei detenuti, allarga lo sguardo: “Il nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione e l’aggravante dell’uso dei social per organizzare le piazze sono una spada di Damocle su chiunque e rischiano di minare il diritto di protesta. Nemmeno negli anni 70 si era arrivati a tanto”, dichiara il presidente Patrizio Gonnella. La “distruzione del sistema della giustizia minorile” - Per restare alle carceri, come già indicato da Cottatellucci, anche Antigone è preoccupata “dall’aumento dei posti negli Istituti Penali per Minorenni, espandendo la carcerazione dei più giovani e proseguendo così nell’opera di distruzione del sistema della giustizia minorile che guardava ai ragazzini con la loro specificità di persone in evoluzione, persone che lo Stato voleva fare di tutto per recuperare, non accettando invece di perderli fin da così piccoli. Una missione a cui questo governo sta rinunciando, proprio in un’epoca storica in cui invece i giovani avrebbero maggiormente bisogno di sostegno”. Secondo la direttrice generale di Save the children, Daniela Fatarella, “le violenze che si sono verificate nelle piazze richiedono un’assunzione di responsabilità e il coraggio di affrontare le cause che hanno generato una profonda frattura sociale e generazionale, non solo una risposta repressiva”. In particolare, Faterlla è preoccupata da tre aspetti: l’ulteriore estensione dei casi in cui può essere disposto il cosiddetto fermo preventivo, applicabile anche ai minorenni, il divieto di radunarsi e l’imputabilità automatica per i 14-18enni. “Il crescente ricorso a misure che limitano la libertà personale dei minorenni sulla base di valutazioni delle autorità di pubblica sicurezza, senza il preventivo coinvolgimento dell’autorità giudiziaria minorile, rappresenta - spiega una tendenza che rischia di incidere su diritti fondamentali di ragazze e ragazzi; inoltre, il divieto per i minorenni di radunarsi in luoghi pubblici con determinate persone rischia di condizionare profondamente la loro vita quotidiana, interferendo anche con percorsi di inclusione, educazione e recupero. Infine, l’imputabilità automatica di un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio semplice quanto rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti, senza considerare la delicata fase evolutiva di vita di ragazzi e ragazze che entrano in contatto con la legge. Limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase - attualmente prevista - vuol dire snaturare la specializzazione del sistema penale minorile, che è stato invece creato proprio per rispondere alle esigenze evolutive dei giovanissimi”. “Più posti in carcere non risolvono il disagio, servono ascolto e futuro” di Ilaria Dioguardi vita.it, 22 ottobre 2026 Più posti negli istituti penali minorili e più magistrati. Lo ha deciso il nuovo Decreto sicurezza, approvato in Consiglio dei Ministri. “Gli atti violenti dello scorso weekend a Milano esprimono un disagio e una mancanza di ascolto, di partecipazione e di protagonismo, che con questo decreto andiamo ulteriormente a reprimere”, dice Maria Grazia Campese, presidente della cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi. Tra il 2022 (ultimo anno senza l’introduzione delle nuove norme dell’attuale Governo) ed il 2025 la presenza all’interno delle carceri minorili è aumentata del 50%. “A Milano arrivano 500 militari in più, fino alla fine dell’anno, al fianco di Polizia e Carabinieri. Alla giustizia minorile diamo più magistrati e più posti negli istituti, perché la certezza della pena valga anche per chi ha 16 anni”. Sono queste le parole pronunciate dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel videomessaggio che illustra le disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile, approvate dal Consiglio dei Ministri. “Questa modalità reattiva, questa azione repressiva conseguente ad avvenimenti che invece vanno guardati in profondità, mi sembra che ci porti ben lontano dagli obiettivi che questo Governo dichiara di voler ottenere. Con l’aumento dei posti negli Istituti penali minorili-Ipm è come se legittimassimo che questa spirale vada avanti, senza guardarne le cause. Sembra che si sia risolto il problema, ma non è così”. Commenta così le nuove misure del Governo Maria Grazia Campese, presidente della cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi, storica realtà milanese attiva nei servizi sociosanitari, assistenziali, educativi e di accoglienza abitativa. Sicuramente, da quando ha avuto inizio questa legislatura, gli ingressi negli Istituti penali minorili sono aumentati. Tra il 2022 (ultimo anno senza l’introduzione delle nuove norme dell’attuale Governo) ed il 2025 la presenza all’interno degli Ipm italiani è aumentata del 50%: nel 2022 le carceri minorili ospitavano 381 persone, mentre a fine 2025 il numero è salito a 572 (dati dell’VIII Rapporto di Antigone, Io non ti credo più). I ragazzi e le ragazze presenti negli Ipm al 30 settembre 2026 erano 557, il 30 settembre 2023 erano 451. L’impennata evidentemente è stata dopo il Decreto Caivano (decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, convertito nella Legge 13 novembre 2023, n. 159). Se nel 2022 gli ingressi negli Ipm sono stati 1.051, nel 2023 si è saliti a 1.142, nel 2024 si è arrivati a 1.258 e nel 2025 sono stati 1.197 (dati ministero della Giustizia). “Mi sembra che una misura del genere, che prevede di aumentare i posti negli istituti minorili, vada ad inasprire le violenze che sono state agite in questo weekend: violenza chiama violenza. Non è sicuramente questa una strada che riteniamo sensata, volta ad andare a guardare a fondo di un disagio che, seppur in un modo deprecabile come è la violenza, è stato espresso sia sabato, sia - in un altro modo - domenica”, continua. Campese non ha dubbi: “Gli atti violenti dello scorso weekend a Milano “esprimono un disagio e una mancanza di ascolto, di partecipazione e di protagonismo, che con questo decreto andiamo ulteriormente a reprimere. In questo modo si sta dando benzina su un fuoco che, a questo punto, sarà difficile spegnere se non si riesce davvero a fare un lavoro profondo sulle cause e, di conseguenza, sulle azioni che oggi necessariamente dobbiamo mettere in campo”. Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. “Non ci vedete”, dicono loro, prima ancora che “non ci capite”. “È da tempo che diciamo che questa modalità di intervento, anche sul welfare, che agisce mettendo dei rattoppi alle esternalità negative di un modello di una città come Milano che espelle, con un modello di crescita economica concentrata che esclude tanti e troppi dalla città e dall’accesso alle opportunità offerte sarebbe sfociata, prima o poi, in un’azione di protesta sociale difficilmente controllabile”, prosegue Campese. “Queste sono le conseguenze di non avere un approccio lungimirante, equilibrato anche sul tema delle disuguaglianze di una città sempre più esclusiva. E queste sono delle conseguenze, non prevedibili nella portata che hanno avuto, ma era nell’aria che ci sarebbero state delle manifestazioni che avrebbero oltrepassato i limiti di quello che viene considerato tollerabile”. “La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione”, ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo il weekend di scontri che ha infiammato Milano, in occasione della cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito del Lavoro” agli imprenditori nominati il 2 giugno 2026. “Il Presidente ha uno sguardo lungimirante e una profondità a cui attingere. “Il tempo dell’innovazione richiede certamente coraggio e visione del futuro”, ha osservato Mattarella. Il tema dello sviluppo (non solo della crescita) che poggia su un patto intergenerazionale e su una visione di futuro è fondamentale”. Le misure repressive continue “con un approccio di rincorsa estremamente semplificativo rispetto a quella che è la natura del problema, mi sembra che lo vada addirittura ad incrementare. Come sistema che vive una dimensione di prossimità nei luoghi e con le persone che vivono sulla propria pelle e nella loro quotidianità una dimensione di iniquità, faremo sentire forte la nostra voce. Non è accettabile che le politiche pubbliche che devono andare a ripristinare condizioni di equilibrio si muovano in questa maniera così poco sensata e così poco lungimirante, rispondendo nel “qui ed ora” dando un messaggio ad alcuni di repressione che, peraltro, non sortirà neanche gli effetti annunciati”, sottolinea Campese. Per evitare che i ragazzi abbiano questi comportamenti violenti, quali potrebbero essere le vie da percorrere? “Il dialogo, prima di tutto. Poi la proposta di una città che sia anche a misura di protagonismo dei giovani. Molti ragazzi sopravvivono, non hanno più uno spazio di costruzione di un futuro. Il futuro non lo scrivo io, o meglio io posso contribuire a delinearlo, però chi se lo deve immaginare, chi lo abiterà, sono i nostri figli. Ma questo spazio di costruzione di un futuro possibile, oggi è completamente precluso. Mancano luoghi di aggregazione, di partecipazione. È questa la strada che io vedo necessaria e anche l’unica possibile”, puntualizza Campese. “Altrimenti ci dovremo allargare progressivamente, con carceri minorili da migliaia di posti perché continueremo a riempirli aggiungendo nuovi reati. A un certo punto non basteranno più”. Giovani detenuti oggi “sono adulti infelici domani, che avranno vissuto solo la via della repressione, che non avranno il coraggio di costruire il futuro. Non dimentichiamoci quella del disagio è una dimensione espressa in modi diversi a seconda della situazione, della biografia di ciascuno, di quello che ognuno ha sperimentato, ma è un disagio trasversale”. Rossi-Doria: “Le pene ai minori? C’è un evidente squilibrio. Non c’è strategia per la società” di Conchita Sannino La Repubblica, 22 ottobre 2026 Il presidente di Con i bambini ed ex sottosegretario: “Servono comunità educanti, preziosa l’alleanza tra scuola, comuni, terzo settore, sport, parrocchie. Lo abbiamo fatto, funziona. Se prevale solo l’impulso di punire, sarà sempre peggio”. “Va bene, arrestiamoli. Restiamo laici. Abbandoniamo ogni bandierina. Facciamo che io sono lo Stato contro un bambino violento. Punto al teppista di 13 anni, gli do una bella lezione: lo catturo e gli do dieci anni di carcere. E poi? Chi ha bruciato l’adolescenza in cella e fabbricato altra rabbia come uscirà di lì? Insomma, qual è la strategia vera? A me pare che stenti ad esserci”. Le analisi di Marco Rossi-Doria non perdono mai di vista esperienza, e numeri. Voce autorevole del mondo dell’educazione, uno dei primi maestri di strada e sottosegretario all’Istruzione nei governi Monti e Letta, dal 2021 è presidente dell’impresa sociale “Con i bambini”. Che, essendo soggetto attuatore del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, è una realtà capillarmente immersa nel disagio e nei bisogni delle fasce più vulnerabili. Presidente Rossi-Doria, siamo al settimo decreto Sicurezza. Che cosa considera rischioso di questa ennesima stretta su giovani e minori? “In estrema sintesi? Vedo un evidente squilibrio nelle pene, se si confronta il decreto con i reati più gravi e commessi da adulti. E poi manca la prospettiva del recupero e la visione educativa”. Lei, però, è uno di quelli che non aveva demonizzato il decreto-Caivano. Lì cosa ha funzionato e cosa no? “Quel decreto fu corretto in parte dal buon senso emerso dal lavoro parlamentare. Sì, due cose le condivido, alla luce dei risultati. La prima: sottolineare con forza la responsabilità dei genitori rispetto al non andare a scuola. Stiamo vedendo un ritorno a scuola, che, però, poi va gestito bene e qui ciò che fa la differenza sono le comunità educanti costruite con le famiglie tra scuola, comuni, terzo settore. Se ci sono, si riprende il buon cammino. La scuola da sola non ce la può fare”. E la seconda? “Prendere subito sul serio reati molto gravi commessi in età molto precoce. I reati non sono aumentati, quelli dei minori sì e il mondo adulto deve tornare al grande tema politico dell’educare per ristabilire il presidio del limite e, però, dare opportunità e speranza a tutti, soprattutto nelle periferie impoverite. Dunque, è bene fermare presto la distruttività per dare occasione di “cambiare rotta” ai ragazzini”, e su questo terreno i Tribunali per i minori possono giocare d’anticipo… a patto di avere magistrati, risorse, che non mi pare abbiano”. Ma deterrenza e prevenzione sono comunque a zero se le carceri minorili sono sovraffollate come mai prima e, fuori, la violenza di altri ragazzini mette a ferro e fuoco una città... “Perché prevale l’impulso unilaterale, ideologico, non educativo: punire e basta. Ma non funziona, neanche in famiglia. Ci si concentra sulla pena intesa come reclusione. Ma le carceri minorili sono davvero allo stremo. E soprattutto tutta l’esperienza di giudici e operatori della giustizia minorile e del terzo settore mostra che la sanzione funziona se vi è il programma di recupero serio e nel 90% dei casi da attuare fuori dal carcere: riprendere gli studi, orientarsi verso il lavoro, stare in comunità con responsabilità, occuparsi degli altri, fare i conti con i propri demoni, anche in modo terapeutico. Il tutto con molto rigore. Il Fondo per il contrasto alla povertà e l’impresa sociale ‘Con i bambini’ hanno investito in 14 territori: mettendo insieme terzo settore e giustizia minorile con 3000 ragazzini messi alla prova. Lo sa quanti di questi hanno reiterato i reati. Pochissimi”. Perché lei definisce i disordini e i saccheggi di Milano come un imprevisto-atteso? “Perché docenti, presidi, educatori delle periferie vedevano montare rabbia e frustrazione. Il nostro mondo è già da tempo all’opera bel prevenire e riparare. E possiamo dire che abbiamo attenuato l’urto. Siamo da anni testimoni quotidiani di un’ingiustizia e un’esclusione così radicali e diffusi all’inizio della vita vissuta da milioni di ragazzini, a fronte di una grande ricchezza e di una crisi dell’educare”. Come mai le violenze esplodono proprio nel cuore del Nord? Che cosa è sfuggito? “Ci sono molte cose ancora da capire. Sarei prudente. Una cosa però la so per certa: ci vogliono più luoghi con presenze adulte competenti per dare speranza e parola nelle nostre periferie”. Nel suo ultimo libro, “Scuola. Educare quando tutto sta cambiando” (Vita e pensiero, 2026) lei ricorda che la povertà assoluta o indigenza riguarda il 13,8% dei bambini e dei ragazzi da 0 a 18 anni, per un numero assoluto di 1,3 milioni. È un pezzo d’Italia che la politica cita continuamente ma che non conosce? “È così, purtroppo. E poi vi è la povertà meno estrema: “meno”, ma resta povertà, che significa disagio diffuso, frustrazione, rabbia. In più, siamo una nazione ricca e che fa pochi figli. Dovrebbe essere in vetta all’agenda. Ma su questo fronte la politica, tutta la politica, è in un ritardo terribile e colpevole. Eppure vi è una via maestra che andrebbe subito rafforzata perché ha provato che funziona: la sussidiarietà. Articolo 118 della Costituzione, per dare forza alle comunità educanti tra scuola, famiglie, comuni, terzo settore, parroci, trainer sportivi. Non parlo in astratto! Funziona ovunque”. Emilio Santoro, il filosofo del diritto: “Se le norme aumentano è più difficile punire” di David Allegranti La Nazione, 22 ottobre 2026 L’intervista al docente: “Il provvedimento? Forse facilita l’arresto e stigmatizza il comportamento”. “Mia zia di 98 anni quando andiamo a pranzo da lei dice che le dispiace di rubarci la domenica. Le dico sempre di stare attenta a dare strane idee al governo, ché poi introduce il reato ad hoc”. È uomo di spirito Emilio Santoro, filosofo del diritto, fondatore di Altro Diritto, professore ordinario all’Università di Firenze. Professore, il populismo penale si inventa un reato al giorno abusando del diritto penale che è, o dovrebbe essere, una risorsa scarsa. Adesso è arrivato il turno del reato di partecipazione violenta a una manifestazione... “Ci sono due problemi. Primo, ormai il diritto penale ha solo una funzione simbolica; serve a definire la moralità di una presunta comunità nazionale. Secondo, nonostante la presenza di Alfredo Mantovano (sottosegretario alla presidenza del Consiglio, magistrato di lungo corso, ndr ) non sanno quello che Beccaria ha insegnato e che gli studenti imparano al primo anno di giurisprudenza: più sono le norme che prevedono fattispecie di reato più è difficile condannare una persona. Negli ordinamenti con migliaia di norme sono il loro intreccio e la loro complessità a procurare le lacune all’interno del sistema giudiziario. Vediamo come scrivono il nuovo reato di manifestazione violenta, ma probabilmente finirà per avere una pena meno alta di quella prevista per l’associazione finalizzata alla devastazione, oggi in astratto utilizzabile”. (E qui il professore s’interrompe per suggerirci un “giochino divertente e istruttivo”. A sostegno del primo punto ci dice di chiedere a Chatgpt, usando la normativa come banca dati, quanti nuovi reati e aumenti di pena sono stati introdotti anno per anno dal nuovo governo. “Vengono fuori numeri impressionanti; dalla richiesta emerge anche quali sono i reati aggiunti o quelli aggravati, così si capisce bene come la costruzione simbolica dell’ordine morale attraverso il diritto penale sostituisce il governo e la soluzione dei problemi che la cronaca manifesta”). La presidente del Consiglio ha sottolineato nel suo intervento anche il principio del risarcimento dei danni... “Anche il risarcimento esiste già: ci si può costituire parte civile nel processo penale, nel processo penale minorile la costituzione di parte civile non è consentita. Ma dalle dichiarazioni non mi sembra che venga introdotta una nuova norma: si dice semplicemente che i danneggiati dai minori devono andare dal giudice civile per avere un risarcimento. Ma possono già farlo ora”. Ma quindi, professore, a che cosa serve questo provvedimento? “È sostanzialmente un provvedimento di polizia. Il nuovo reato forse facilita l’arresto e stigmatizza moralmente il comportamento. Come le dicevo, queste sono leggi penali che vengono utilizzate per definire i confini morali che in concreto non sono poi affidati ai giudici, ma alla polizia che emerge come Garante dei confini morali della comunità nazionale. Tra l’altro, per i minori anche l’opera educativa sembra essere affidata nella retorica al piano simbolico del reato e della sanzione e non alla concreta opera educativa su cui si impernia il nostro sistema penale minorile, che invece rischia di essere smantellato”. Lazio senza garante. E nelle sue celle si continua a morire di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 22 ottobre 2026 Il Lazio non ha più un garante delle persone private della libertà. La proroga che il Consiglio regionale aveva fissato all’incarico di Stefano Anastasìa è scaduta martedì 20 ottobre, ultimo giorno del suo secondo mandato, e l’ufficio è entrato in stand-by. Nessuno risponderà più, a nome del garante, alle istanze, alle lettere e ai reclami che arrivano dalle celle, dai familiari, dagli avvocati. Nessuno esprimerà pareri sulle leggi e sugli atti amministrativi che riguardano chi è privato della libertà. Succede nella Regione che per prima, nel 2004, aveva istituito questa figura. E succede mentre le sue carceri contano più di settemila detenuti stipati in poco più di quattromila seicento posti. Anastasìa se ne va con un comunicato che è insieme un congedo e un atto d’accusa. “Si sarebbe potuto, anzi: si sarebbe dovuto fare diversamente”, scrive, consentendo al garante uscente di esercitare le funzioni fino all’insediamento del successore. Il precedente esiste, e lui lo richiama: il garante nazionale, tra il 2022 e il 2023. Esistono anche leggi regionali, come quelle del Piemonte e della Puglia, che prevedono la continuità, come dice l’ex garante, “un principio secondo cui un organo pubblico di garanzia non può sospendere la sua attività”. Nel Lazio la proroga aveva una scadenza fissa. Il Consiglio non ha eletto il successore in tempo. “Ormai la frittata è fatta”. Chi copre il vuoto? Per detenuti, familiari e difensori suppliranno, “come possono e come sanno”, i garanti comunali di Roma e di Civitavecchia e il garante nazionale. Il resto della Regione, da Viterbo a Cassino, da Rieti a Latina, resta senza un interlocutore territoriale dedicato. Le candidature, a dire il vero, ci sono. Il bando aperto a giugno e riaperto ad agosto ne ha raccolte ventitré, alcune, secondo Anastasìa, “di eccezionale qualificazione nella promozione e nella tutela delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale”. Manca il voto. Da qui la richiesta al Consiglio di mettere al più presto all’ordine del giorno l’elezione di tutti gli organi di garanzia vacanti, che oltre al garante dei detenuti sono il difensore civico e i garanti dell’infanzia e degli anziani, per scongiurare “una lunga interruzione di attività, nociva per le persone interessate e per la credibilità stessa dell’istituzione”. Eletto nel 2016 e confermato nel 2021, Anastasìa è stato negli stessi anni, fino al 2021, garante anche in Umbria, e dal 2018 al 2023 portavoce della Conferenza dei garanti territoriali. Insegna filosofia del diritto a Unitelma Sapienza come professore associato. L’ultima denuncia firmata da garante in carica riguarda un uomo di 49 anni. A Viterbo il terzo suicidio dell’anno - Lunedì 19 ottobre un detenuto viterbese, con problemi di dipendenze, si è tolto la vita nella casa circondariale “Nicandro Izzo” di Viterbo. “Come sempre non ne conosciamo, e forse non ne sapremo mai, le ragioni profonde”, ha commentato Anastasìa, “ma non possiamo non registrare il fatto che sia il terzo dall’inizio dell’anno in quell’istituto, attraversato da tensioni e difficoltà crescenti”. Il 5 febbraio, il 16 luglio, il 19 ottobre. Nello stesso periodo il Lazio ha contato sei suicidi dietro le sbarre: ai tre di Viterbo si sommano i due di Rebibbia, il 7 marzo e il 23 aprile, e quello di Regina Coeli del 2 ottobre. Nel 2025 erano stati otto, quattro a Rebibbia, due a Frosinone, uno a Regina Coeli e uno a Viterbo. Su scala nazionale, stando ai dati di Ristretti Orizzonti richiamati dal garante, quello di lunedì è il cinquantottesimo suicidio in carcere del 2026, dopo gli 80 dell’intero anno precedente. Le richieste di Anastasìa vanno lette insieme. Chiede che la Regione adotti il nuovo piano di prevenzione del rischio suicidario e lo faccia applicare in tutti gli istituti. Nelle carceri, dice, si ristabilisca però anche “un clima di fiducia reciproca tra i detenuti e l’istituzione penitenziaria” e si riduca il sovraffollamento, così da assicurare agli operatori il tempo per “le singole storie di vita delle persone detenute, prima condizione di prevenzione del rischio suicidario in carcere”. Un piano sulla carta serve a poco, se chi deve applicarlo ha davanti molte più persone di quante potrebbe seguire. I numeri raccontano esattamente questo. Secondo il monitoraggio quotidiano delle schede di trasparenza del ministero della Giustizia curato dal giornalista Marco Dalla Stella sul sito sovraffollamentocarcerario.it, al 19 ottobre Viterbo ospitava 643 detenuti a fronte di 440 posti regolamentari, 54 dei quali non disponibili. Restano 386 posti effettivi. Il tasso reale supera il 166 per cento. In servizio ci sono 284 agenti di polizia penitenziaria, contro i 350 previsti, e sette educatori su otto in pianta organica. Sette persone per seguire i percorsi di oltre seicento detenuti. È la stessa sproporzione che Anastasìa indica come terreno del rischio suicidario, tradotta in cifre. Allargando lo sguardo alla regione, i quattordici istituti del Lazio ospitano 7.076 persone in 4.618 posti disponibili, il 153,2 per cento. Un anno prima, al 20 ottobre 2025, i detenuti erano 6.676 e il tasso si fermava al 149,5. Regina Coeli, dove il 2 ottobre si era consumato il suicidio precedente, è passata in dodici mesi da 787 a 1.114 presenze e oggi sfonda il 200 per cento, con 552 posti disponibili. Latina è esattamente al doppio: 154 reclusi per 77 posti. Civitavecchia Nuovo complesso e Rieti stanno entrambe oltre il 182. A Cassino 110 dei 200 posti regolamentari risultano non disponibili e i 156 detenuti si dividono i 90 rimasti. Rebibbia Nuovo complesso, con 1.646 detenuti, e Velletri viaggiano sopra il 154, Rebibbia femminile tocca il 166. In tutta la regione mancano 550 agenti rispetto agli organici: 3.162 in servizio su 3.712. C’è poi un dettaglio che dice molto sulla gestione degli spazi. Mentre le case circondariali scoppiano, tre istituti laziali restano sotto la capienza: la casa di reclusione di Paliano ha 67 detenuti per 146 posti, la “Giuseppe Passerini” di Civitavecchia 87 per 144, la terza casa di Rebibbia 101 per 132. Hanno destinazioni e regimi diversi, e il confronto va maneggiato con cautela, ma restituisce l’immagine di un sistema che non riesce a distribuire chi entra. A Regina Coeli, intanto, i posti non disponibili sono scesi in un anno da 184 a 67: oltre cento posti recuperati, inghiottiti da 327 ingressi in più. Il dato nazionale segue la stessa curva. Al 19 ottobre le carceri italiane contavano 66.161 detenuti per 46.343 posti effettivamente disponibili, con un tasso del 142,8 per cento. Ventiquattr’ore prima si era toccato il massimo dall’avvio della serie, nell’ottobre 2024: 66.206 presenze. In un anno i detenuti sono cresciuti di quasi tremila unità, in due anni di oltre quattromila, visto che il 5 ottobre 2024 erano 61.880 e il tasso si fermava al 132,2 per cento. I posti no. Dei 51.292 regolamentari, 4.949 sono oggi fuori uso, contro i 4.384 di allora. Su 190 istituti, 162 superano la capienza, 88 hanno raggiunto o oltrepassato il 150 per cento e dieci sono al doppio o oltre, da Lucca a Milano San Vittore, da Foggia a Regina Coeli. Gli agenti in servizio sono 31.690, oltre seimila in meno dei 37.965 previsti. In queste condizioni il Lazio rinuncia, almeno per ora, all’unica autorità regionale incaricata di ascoltare chi sta dentro. Ventitré candidature aspettano il voto del Consiglio. Le lettere da Viterbo, da Cassino, da Latina, intanto, continueranno ad arrivare. Chi le aprirà? Puglia. Minori e giovani detenuti, “mancano percorsi di formazione per il reinserimento” trmtv.it, 22 ottobre 2026 In Puglia si registra la mancanza di percorsi di formazione professionale dedicati ai minori e ai giovani adulti (18-25 anni) sottoposti a misure penali. E questo avviene “nonostante l’esistenza di obblighi normativi e di risorse economiche potenzialmente utilizzabili per attivare gli interventi”. La problematica è stata sollevata questa mattina dal direttore dell’Istituto penale per i minorenni di Bari, Nicola Petruzzelli, e dalla dirigente del Centro per la giustizia minorile per la Puglia e la Basilicata, Dorella Quarto, che sono intervenuti nella seduta della commissione regionale di studio e d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata in Puglia, presieduta dal consigliere Luigi Caroli. Secondo quanto riferito dai relatori, la formazione professionale rientra nelle competenze regionali. Spetterebbe, così, alla Regione - è stato spiegato - garantire l’attivazione di percorsi adeguati, anche attraverso enti accreditati o convenzionati. In commissione è stata condivisa la necessità d’intervenire “in tempi brevi per offrire ai giovani coinvolti nel circuito penale competenze e concrete opportunità lavorative, favorendone il reinserimento sociale e contribuendo a prevenire il rischio di tornare a commettere reati”. Il direttore del Dipartimento regionale Politiche del lavoro, Francesco Cupertino, ha riconosciuto “la gravità della situazione e condiviso la necessità di garantire alle persone detenute il diritto all’istruzione, al completamento del percorso scolastico e all’inserimento nel mondo del lavoro”. La commissione ha quindi deciso di riconvocarsi entro 15 giorni, con l’obiettivo di ascoltare l’autorità di gestione dei fondi comunitari, Arpal, i Garanti regionali dei minori e delle persone detenute e il dipartimento Welfare. Campania. Carceri, incontro dei Garanti con i vertici dell’Asl Napoli 1 centro di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 22 ottobre 2026 Su iniziativa del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, e del Garante del comune di Napoli, don Tonino Palmese, si è tenuto un incontro, da loro stessi fortemente richiesto, con Gaetano Gubitosa, Direttore Generale dell’Asl Napoli 1 centro. All’incontro hanno preso parte Luisa Russo, direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl Napoli 1 centro, Anita Rubino, direttrice Uoc dipendenze est dell’Asl Napoli 1 centro, e Giovanni Sapio, responsabile della struttura operativa di sanità penitenziaria dell’Asl Napoli 1 centro. L’incontro è stato promosso dai Garanti per affrontare congiuntamente le gravi criticità degli istituti di pena, focalizzandosi sulle complesse esigenze dell’articolazione di salute mentale,420 affetti da disturbi psichici e 80 psicotici, e sull’alto numero di persone con problemi di tossicodipendenza, che in Campania superano quota 2.125 detenuti, 804 a Poggioreale e 302 nel carcere di Secondigliano. Da circa un anno l’Asl Napoli 1 centro ha intrapreso un importante percorso di stabilizzazione del personale. Secondo i dati forniti dall’azienda, al 19 ottobre 2026 prestano servizio negli istituti di competenza 267 operatori sanitari, oltre a 61 medici di continuità assistenziale. Nel dettaglio: Casa Circondariale di Poggioreale “Giuseppe Salvia”: 129 operatori (91 infermieri, 8 dirigenti psicologi, 26 Oss, 1 fisioterapista, 3 tecnici di radiologia) e 31 medici di continuità assistenziale. Centro Penitenziario di Secondigliano “Pasquale Mandato”: 130 operatori (99 infermieri, 4 dirigenti psicologi, 21 Oss, 2 fisioterapisti, 1 dirigente radiologo, 1 tecnico di radiologia, 1 assistente sociale, 1 Iocr - Incarico organizzativo di coordinamento/referente) e 28 medici di continuità assistenziale. Istituto Penale per minorenni di Nisida: 8 operatori (6 infermieri, 1 OSS, 1 Iocr - incarico organizzativo di coordinamento/referente) e 2 medici di continuità assistenziale. Tra le priorità portate sul tavolo dai Garanti figura la mancata apertura, della nuova Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) mal grado la deliberazione del Consiglio regionale di tre anni fa. Una carenza strutturale a cui l’Asl Napoli 1 Centro fa fronte quotidianamente grazie all’impegno del Dipartimento di Salute Mentale: attualmente sono infatti 7 i detenuti con misura di sicurezza sanitaria presi in carico ed ospitati all’interno delle Sir (Strutture Intermedie Residenziali). Nel corso del confronto richiesto dai Garanti, pur esprimendo apprezzamento per lo sforzo di stabilizzazione dell’Asl, Ciambriello e Palmese hanno sollecitato con forza un potenziamento operativo del lavoro del SerD e del Centro di Salute Mentale. L’obiettivo primario è intensificare la presenza e la tempestività delle valutazioni clinico-assistenziali per costruire e favorire percorsi terapeutico-riabilitativi alternativi al carcere, consentendo l’accesso alle misure sanitarie e territoriali previste dalla legge per chi soffre di patologie psichiatriche o problemi di tossicodipendenza. I garanti chiedono: “Rafforzamento SerD e CSM per misure alternative sviluppo di protocolli operativi snelli con la magistratura di sorveglianza e l’amministrazione penitenziaria per facilitare l’ingresso dei detenuti vulnerabili nelle reti territoriali di cura. Definizione di linee guida di presa in carico sociosanitaria fin dalla fase di ingresso e in vista della dimissione e del reingresso in società”. L’appello finale alla Regione Campania, i Garanti Samuele Ciambriello e don Tonino Palmese rivolgono un accorato ed urgente appello alle istituzioni regionali: “Ringraziamo la direzione dell’ASL Napoli 1 Centro per la disponibilità al confronto e per lo sforzo assunzionale messo in campo, così come per la fondamentale opera di supplenza svolta attraverso le SIR, dove sono attualmente accolti 7 detenuti che dovrebbero trovare posto nella nuova REMS. Ma di fronte a numeri spaventosi - con oltre 2.000 detenuti tossicodipendenti in regione, 2.310 presenze a Poggioreale su 1.360 posti, 1.524 a Secondigliano su 1.096 e persino Nisida al completo con 74 minori - la sanità penitenziaria rischia il collasso e il carcere diventa un mero contenitore di sofferenza. Rivolgiamo un appello urgente e forte alla Regione Campania affinché riconosca formalmente un extra fabbisogno sanitario. Le risorse umane ed economiche destinate alla tutela della salute negli istituti di pena non possono più essere calcolate sulla capienza teorica delle strutture, ma devono adattarsi ai numeri reali del sovraffollamento. Garantire un’adeguata copertura sanitaria, potenziare il lavoro del SerD e dei centri di salute mentale per favorire le misure alternative e tutelare la dignità delle persone ristrette significa difendere un dovere costituzionale e la sicurezza dell’intera comunità. Il 5 novembre su questi temi in Consiglio regionale ci sarà un seminario sulla Sanità penitenziaria per fare un bilancio a 18 anni dalla riforma”. Padova. Detenuti, il Garante: “Niente più veti su Cameran, è lei la persona giusta” di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 22 ottobre 2026 “Malgrado il mio mandato sia scaduto da sei mesi, continuo ad andare in carcere ogni due-tre giorni. E devo dire che, nel bailamme di queste settimane, si è purtroppo perso di vista il focus della questione. Ossia le persone che abitano il Due Palazzi. I reclusi, gli agenti penitenziari, i tanti soggetti che prestano servizio come volontari e l’istituzione stessa”. Ex insegnante di scuola superiore, Antonio Bincoletto è stato il Garante cittadino dei detenuti dalla primavera del 2021 fino al 30 aprile scorso, quando il suo incarico si è concluso. In pratica, però, è ancora operativo, visto che la nomina del suo successore, nonostante ci sia un solo candidato, sta incontrando più di qualche difficoltà. L’ex magistrata Paola Cameran, già sostituta procuratrice prima a Trieste e poi a Venezia, è infatti l’unica che si è messa a disposizione di Palazzo Moroni. Ma in consiglio comunale, per due volte consecutive, sono mancati i voti necessari per eleggerla. E adesso si teme che possa fare un passo indietro: “Sarebbe davvero un peccato - osserva Bincoletto - perdere una persona di così alto profilo, che peraltro già conosce bene la realtà del Due Palazzi (Cameran fa parte dell’associazione “Piccoli passi”, ndr). Le ho parlato. E l’ho trovata molto amareggiata per quello che sta succedendo”. Quindi, il Garante uscente bacchetta trasversalmente l’aula di via del Municipio: “Se nella maggioranza noto una certa sciatteria nel non essere in grado di assicurare all’unica candidata i voti che servono per nominarla, nell’opposizione vedo una chiara azione strumentale volta a mettere i bastoni tra le ruote all’amministrazione, senza nulla togliere - precisa però Bincoletto - alle ragioni strettamente personali poste l’altra sera dal consigliere Matteo Cavatton (il capogruppo di FDI, tre giorni fa, ha ricordato la vicenda del padre Gianni, medico del Centro immunotrasfusionale dell’azienda ospedaliera, indagato proprio da Cameran nel 2002, ndr)”. La prossima volta, per eleggere il nuovo Garante, basteranno 14 voti: “Mi auguro che non ci siano ulteriori sorprese e che la cosa vada in porto. Anche perché - rammenta Bincoletto - non si tratta di una nomina politica, ma di un incarico, peraltro svolto a titolo gratuito, di cui in carcere c’è estremo bisogno”. Per la cronaca, dando retta agli ultimi dati del ministero della Giustizia (aggiornati al 30 settembre scorso), i detenuti presenti al Due Palazzi sono 946, a fronte di una capienza regolamentare di 620. E più della metà (56,3%) è di cittadinanza straniera. Cuneo. Accordo per l’inclusione lavorativa e sociale delle persone detenute ed ex detenute di Paolo Cornero ideawebtv.it, 22 ottobre 2026 Panaté unisce otto realtà per accompagnare il reinserimento sociale e lavorativo. Un modello nato nella Granda che punta a crescere. “Quando sei in carcere pensi molto. Che cosa farò quando sarò uscito? Chi mi darà una casa? Chi mi darà fiducia?”. Le parole di Alessandro, Massimiliano ed Erik, tre persone che hanno conosciuto la detenzione, raccontano la difficoltà di ricominciare. Perché imparare un mestiere e trovare un impiego può non bastare. Se fuori manca qualcuno disposto a offrire un’opportunità, il rischio è che tutto si interrompa davanti al cancello. Da questa consapevolezza nasce l’Accordo Quadro di Filiera per l’inclusione lavorativa e sociale delle persone detenute ed ex detenute, sottoscritto il 14 ottobre a Cuneo. Otto realtà, tra imprese, cooperative e istituzioni, si impegnano ad accompagnare il ritorno alla libertà. “Abbiamo agito al contrario rispetto a quello che di solito si fa: prima abbiamo fatto le cose, e oggi firmiamo un accordo”, ha osservato Domenico Minervini, direttore della Casa Circondariale di Cuneo. Un risultato maturato grazie alla disponibilità del territorio, che non cancella le difficoltà: “Il percorso per i detenuti fuori dal carcere è irto e pieno di ostacoli”. Serve, secondo Minervini, un contesto nazionale capace di favorire esperienze analoghe. All’origine del progetto Davide Danni, fondatore di Panaté, l’impresa nata nel 2019 nel carcere di Cuneo per produrre pane artigianale destinato alla ristorazione, offrendo ai detenuti lavoro retribuito e nuove competenze. L’attività ha raggiunto gli istituti di Fossano, Torino, Padova, Rovigo e Genova. A Magliano Alpi è nato un laboratorio esterno, per dare continuità lavorativa dopo la scarcerazione. Sette anni hanno però evidenziato un limite. “Abbiamo visto persone che ce l’hanno fatta e altre che non ce l’hanno fatta, pur avendo un lavoro - ha spiegato Danni -. Per troppo tempo abbiamo pensato il rientro in società come un salto. Ma nessuno è in grado di saltare un burrone, bisogna costruire un ponte”. Quel ponte ha otto pilastri: percorso, lavoro, formazione, opportunità, inserimento, casa, autonomia e continuità. Dietro ciascuno, una responsabilità. La Cooperativa Sociale Glievitati, presieduta da Piero Parente, segue i laboratori. “Il lavoro consente di diventare autonomi già all’interno del carcere” ha osservato Parente, ricordando come quelle competenze siano una risorsa per la ristorazione. Confcommercio Cuneo, attraverso Ascomforma e Granda Lavoro, collega formazione e mercato. “Cerchiamo di far sì che le persone vivano un percorso formativo capace di soddisfare le richieste del mercato”, ha spiegato il presidente Roberto Ricchiardi. Ines Noto, direttrice di Ascomforma, ha ricordato che anche in carcere si possono conseguire qualifiche professionali, conciliando studio e lavoro: “Abbiamo portato la normalità nel carcere”. Le opportunità occupazionali coinvolgono Open Baladin e Dem MondoFood. Salvatore Grizzanti, general manager di Open Baladin, ha annunciato l’impegno a inserire almeno un ex detenuto in ciascuno dei locali della rete, oggi cinque e presto sette. “Abbiamo la possibilità di portare il carcere nel centro della città”, ha sottolineato, ricordando quanto il tema resti ai margini del dibattito pubblico. Laura Zunino, direttrice generale di Dem MondoFood, ha confermato la disponibilità a valutare i candidati per possibili assunzioni. Ma un contratto non risolve ogni problema. La casa è spesso il primo ostacolo per chi torna libero. Homes4All propone percorsi di accompagnamento abitativo fino a diciotto mesi. “Senza casa il lavoro non basta, ma senza lavoro una casa non si mantiene”, ha sintetizzato il direttore generale Federico Disegni. C’è poi la questione economica. PerMicro interviene con educazione finanziaria e possibili strumenti di microcredito. Giulia Boioli ne ha richiamato il valore: “Il microcredito crea autonomia e non è assistenzialismo”. Nel primo anno si misureranno i risultati, si amplierà la formazione e si coinvolgeranno nuove imprese. L’ambizione è replicare il modello altrove. Perché una pena può finire. Il percorso per ricominciare, invece, deve avere un seguito. Catania. Sovraffollamento e reinserimento degli ex detenuti, l’allarme della Camera Penale La Sicilia, 22 ottobre 2026 La Camera Penale di Catania “Serafino Famà”, che ha lavorato per la realizzazione dell’evento, ha raggiunto i suoi auspici, qualche giorno fa, in un incontro che ha avuto luogo nella prestigiosa cornice dell’Istituto per Ciechi “Ardizzone Gioieni” sul tema: “Universo carcere tra aspettative e rigidità normative”. La giornata di approfondimento su problemi, criticità e possibili soluzioni del sistema penitenziario ha visto il padrone di casa Tommaso Tamburino (Presidente della Camera Penale di Catania), introdurre i lavori che hanno coinvolto Gianni Alemanno (già Ministro delle Politiche Agricole e Sindaco di Roma), Rita Bernardini (Presidente dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”) Nunzio Corsaro (Magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Catania), Salvo Cannata (Avvocato del Foro di Catania) e Felice Giuffrè (Componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura). “Abbiamo fortemente voluto questa giornata - ha dichiarato Tamburino - e siamo molto contenti della risposta e del coinvolgimento che abbiamo registrato. La situazione carceraria italiana, in questo momento, è drammatica e non a caso abbiamo scelto questo tema per il primo evento del nostro mandato. Il carcere è il luogo dove il detenuto deve espiare la propria pena, ma ha anche l’obiettivo di rieducare e favorire il reinserimento sociale del recluso; questo non avviene facilmente, per diverse ragioni che vanno dal sovraffollamento alle questioni riguardanti le difficoltà strutturali e normative. Riteniamo che dovrebbero essere molto più utilizzate, per esempio, le misure alternative alla detenzione che esistono, ma talvolta pare non siano favorite. Il legislatore vuole il reinserimento sociale e su ciò è importante sottolineare come la pena debba essere giusta a seconda del reato commesso; se la sanzione dà l’impressione di somigliare più a una vendetta la rieducazione non si potrà mai realizzare. Ecco perché è importante tenere alta l’attenzione e ritrovarsi, insieme, intorno a tematiche che sono fondamentali per il nostro mondo”. Difficoltà, stato dell’arte e possibili risvolti positivi, quindi, al centro della discussione. Lente d’ingrandimento sui livelli di sovraffollamento e sulle eccedenze di detenuti rispetto ai numeri previsti. In Italia, in questo momento, ci sono ventimila detenuti in più rispetto a quelli che potrebbero essere ospitati e a questa situazione di difficoltà strutturale si aggiunge anche la questione del deficit di organico del personale che lavora negli istituti penitenziari. Gli addetti della polizia carceraria, infatti, per provare a controbilanciare le mancanze sono stremati da turni di lavoro massacranti. A tutto ciò si aggiunge pure il tema delle dipendenze da sostanze e delle patologie psichiatriche sempre crescenti. Esperienze personali, professionali e spunti di riflessione per provare a proporre una ricetta condivisa che possa migliorare una realtà che merita approfondimento non solo da parte degli addetti ai lavori. Orvieto (Pg). “La cultura abbatte le barriere”, ciclo di Unitre nella Casa di Reclusione orvietonews.it, 22 ottobre 2026 L’Università delle Tre Età di Orvieto compie un passo di straordinario valore civile ed umano, ampliando ulteriormente il proprio raggio d’azione e inserendo una novità di primo piano nella programmazione del primo trimestre del nuovo Anno Accademico. Nasce ufficialmente “Unitre Oltre”, un nucleo di appuntamenti culturali e formativi ideati e strutturati appositamente per svolgersi all’interno della Casa di Reclusione di Orvieto, negli spazi di Via Roma. L’iniziativa prevede tre incontri tematici tenuti da docenti, professionisti e personalità di spicco che collaborano con l’Associazione. Ciascun appuntamento è stato pensato per offrire agli ospiti dell’Istituto Penitenziario preziose opportunità di scoperta, riflessione e confronto costruttivo. Con questo percorso, l’Unitre intende offrire un segnale di vicinanza autentica e un contributo concreto al miglioramento delle condizioni di vita e del clima ambientale di chi sta attraversando un periodo di privazione della libertà personale. “Inaugurare la presenza dell’Unitre all’interno del complesso penitenziario di Via Roma - sottolinea il presidente, Riccardo Cambri - rappresenta una scelta che coniuga l’alto spessore delle proposte culturali con una profonda e doverosa responsabilità sociale. Crediamo fermamente che il sapere e la bellezza non debbano conoscere né confini né barriere architettoniche. La cultura è per sua natura uno strumento dinamico di dignità, riscatto individuale e speranza. Questo ciclo di incontri si propone di spalancare virtualmente lo sguardo della mente sul mondo esterno, accendere curiosità e offrire un solido supporto alla crescita personale di chi è momentaneamente detenuto”. Il nuovo nucleo “Unitre Oltre” sarà animato dai dottori Mauro Caiello e Alberto Romizi, dall’ingegnere Gianluca Polegri, dall’architetto Raffaele Davanzo e dallo stesso Maestro Cambri. Questa iniziativa va ad arricchire un panorama programmatico già estremamente fertile e articolato. Con questo ulteriore tassello, l’Unitre conferma la propria capacità di abbinare all’eccellenza della divulgazione un’intensa vocazione alla solidarietà e alla partecipazione attiva. Il compimento di questo progetto è reso possibile grazie alla sensibilità e alla preziosa sinergia operativa riscontrate nella Direzione della Casa di Reclusione, nell’Area Educativo-Rieducativa e in tutto il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria. “Da qualche anno - afferma il dottor Paolo Maddonni, capo area educativa - la Casa di Reclusione di Orvieto è riuscita ad entrare maggiormente nel contesto cittadino, senza clamori e grandi dichiarazioni, ma con una costanza che permette oggi di raccogliere molti importanti risultati. Questo avviene anche grazie alla disponibilità di persone e associazioni del territorio che accettano di investire tempo ed energie per offrire ai detenuti un confronto importantissimo con quella società esterna dove, prima o poi, torneranno. Il compito dell’istituzione carcere è infatti quello, certo, di contenere i reclusi per le sanzioni ricevute, ma anche quello di preparare un loro ritorno nella comunità il più possibile sereno e sostenuto. E questo percorso deve cominciare già dall’interno del carcere: l’incontro con la parte sana della società, in questo caso l’Unitre, permette di aprire una finestra e alzare il livello di fiducia nel mondo. Tempo fa il Maestro Cambri ha inaugurato una bella strada con le sue lezioni di pianoforte, che contiamo di riprendere presto: questa nuova programmazione di eventi culturali è più che mai benvenuta!”. Reggio Emilia. “Facciamo squadra”, volontari e detenuti insieme per prendersi cura della città stampareggiana.it, 22 ottobre 2026 L’iniziativa nasce grazie alla collaborazione tra Seconda Chance, gli Istituti Penitenziari di Reggio Emilia, Plastic Free e Legambiente, nell’ambito del progetto di sostenibilità sociale We CaRe e della Pallacanestro Reggiana. Il prossimo 24 ottobre persone detenute, volontari, sportivi e cittadini insieme per ripulire gli spazi comuni dai rifiuti e costruire nuove relazioni. Prendersi cura di una città significa anche prendersi cura degli spazi comuni e delle persone che l’abitano. È da questa idea che nasce “Facciamo squadra per Reggio”, la giornata di pulizia urbana e di partecipazione sociale che sabato 24 ottobre, a partire dalle ore 9.30, con ritrovo presso il Palazzetto della Pallacanestro Reggiana, porterà insieme persone provenienti da esperienze e contesti differenti a lavorare per lo stesso obiettivo. L’iniziativa nasce dalla collaborazione nazionale tra Seconda Chance e Plastic Free, che organizzano annualmente questo evento, e il prossimo sabato vedrà l’adesione di 24 istituti penitenziari in tutta Italia. A Reggio Emilia, l’evento è stato coordinato nell’ambito del progetto di responsabilità sociale We CaRe della Pallacanestro Reggiana, ampliando la rete di collaborazione tra le associazioni, anche con Legambiente. L’obiettivo è trasformare un gesto semplice e concreto - prendersi cura degli spazi della propria città - in un’occasione di incontro, responsabilità e costruzione di comunità. Tutela dell’ambiente, cittadinanza attiva, reinserimento sociale e sport diventano così parti dello stesso percorso. Ciascun soggetto partecipa dalla propria posizione e con le proprie competenze: Plastic Free e Legambiente trasformano la partecipazione in azione concreta sul territorio; Seconda Chance, insieme agli Istituti Penali, favorisce percorsi di responsabilità sociale e di restituzione alla comunità. Si costruiscono ponti tra il carcere e la società per accrescere le possibilità di reinserimento sociale dei detenuti, oggi attraverso attività di volontariato e, sempre più, con la possibilità di ripartire nel mondo del lavoro. Al centro ci sono le persone. Persone detenute, volontari, sportivi e cittadini lavoreranno fianco a fianco, non come categorie separate, ma come membri della stessa comunità, accomunati da un obiettivo condiviso. Bolzano. “Un ponte per ripartire”, detenuti escono dal carcere per pulire le lapidi di Silvia M. C. Senette Corriere dell’Alto Adige, 22 ottobre 2026 La gestione del sistema detentivo in Alto Adige muove passi decisivi lungo il binario dell’inclusione, della responsabilizzazione e della garanzia dei diritti: lo fa restituendo dignità attraverso il lavoro concreto per la collettività e garantendo una tutela istituzionale permanente a chi vive la condizione di privazione della libertà. È il bilancio presentato ieri mattina al cimitero di Oltrisarco sui risultati positivi di “Un ponte per ripartire”, il progetto sperimentale promosso dal Comune di Bolzano in stretta sinergia con la casa circondariale di via Dante. Un passaggio affiancato sul piano provinciale dall’insediamento e dall’avvio operativo della nuova garante delle persone private della libertà personale. Iscritta nella convenzione siglata a gennaio e sostenuta con convinzione dal sindaco Corrarati e dall’assessorato comunale alle Politiche sociali, l’iniziativa prevedeva lo svolgimento volontario e gratuito di lavori di pubblica utilità da parte di persone detenute selezionate dalla direzione dell’istituto penitenziario bolzanino e preventivamente autorizzate dalla magistratura di sorveglianza. Nel quadro del piano di intervento al cimitero del capoluogo, l’attività coinvolto nei mesi scorsi un detenuto nella pulizia delle lastre tombali dei primi due livelli del camposanto di Oltrisarco, fortemente annerite nel tempo dalle spore provenienti dalla vegetazione retrostante. Grazie all’utilizzo di un’idropulitrice ad alta pressione, senza l’uso di detergenti chimici aggressivi, sono state riportate al decoro originale 1.276 lapidi di tombe non ancora date in concessione. Un’esperienza che ha generato un beneficio tangibile per il Comune, contribuendo al decoro di un luogo significativo in cui la cura non è soltanto estetica, ma un segno di rispetto per la memoria dei propri cari. Il municipio ha curato l’organizzazione del lavoro, la copertura assicurativa, la fornitura dei dispositivi di protezione e il rimborso delle spese di trasporto. Alla presentazione, ieri, sono intervenuti l’assessora alle Politiche sociali Patrizia Brillo, la direttrice dell’ufficio Servizi funerari e cimiteriali Monica Dusini e il direttore della casa circondariale Giovangiuseppe Monti. “Il bilancio di questa prima esperienza è molto positivo - ha sottolineato l’assessora Brillo -. Abbiamo voluto offrire a persone detenute la possibilità di svolgere un’attività utile alla cittadinanza, dimostrando che è possibile rimettersi in gioco e contribuire al bene comune. Il reinserimento passa anche da opportunità che permettono di assumersi responsabilità e costruire un percorso diverso. Siamo molto soddisfatti del lavoro svolto e intendiamo proseguire con un nuovo progetto nella primavera del 2027”. L’incontro è stato anche l’occasione per presentare il nuovo display elettronico installato all’ingresso del cimitero per erogare informazioni utili sui servizi funerari e cimiteriali in vista delle ricorrenze di inizio novembre dedicate alla commemorazione dei defunti. Sul fronte delle garanzie istituzionali, intanto, la giurista Alessandra Orlandi ha avviato nei giorni scorsi la propria attività come prima Garante dei diritti delle persone private della libertà personale: figura istituita dal Consiglio provinciale nell’ambito della riforma degli organi di garanzia presso il difensore civico per tutelare chi ha la libertà limitata da detenzione, ricoveri dedicati o misure coercitive. Nel primo incontro ufficiale tra la garante Orlandi, l’assessora provinciale alle Politiche sociali Rosmarie Pamer, la direttrice di dipartimento Michela Morandini e la direttrice dell’ufficio Tutela minori e inclusione sociale Astrid Wiest, si è discusso delle strategie per sostenere chi vive situazioni complesse. Con un bagaglio professionale da giudice onorario nelle tutele al Tribunale di Bolzano, da mediatrice civile ed esperta amministrativa, la garante rappresenta ora una presenza fondamentale sul territorio. “Ogni persona ha il diritto di condurre la propria vita in modo autonomo e di cogliere una seconda possibilità - ha evidenziato l’assessora Pamer. Con la Garante, anche le persone detenute dispongono ora di un referente diretto capace di dare voce a chi spesso rimane inascoltato”. Diritto o barbarie: argomenti contro la resa alla legge del più forte di Luigi Manconi e Lucrezia Fortuna La Repubblica, 22 ottobre 2026 Le piazze raccontano ormai da tempo come le lacerazioni dell’ordine internazionale siano tornate ad essere parte integrante del conflitto politico e sociale interno; guerre, riarmo, scelte di politica estera sono nuovamente terreno di mobilitazione, rivendicazione e confronto pubblico. E mostrano come la risposta degli Stati a tali lacerazioni non faccia che aumentare la già grande distanza tra la democrazia nome e la democrazia cosa: anche quando si agisce all’interno di regimi democratici, spesso tali regimi vengono distorti e piegati al punto da essere, nella sostanza, negati e compromessi. E in questo processo il diritto, piuttosto che colmare lo scarto, finisce talvolta per acuirlo. Per quanto attraente possa apparire, sarebbe una resa affermare che il sistema democratico, e con esso il diritto internazionale, siano in crisi: più opportuno - ma anche più gravoso - sarebbe forse leggere le dinamiche attuali come il prodotto di un processo che, al contrario, dimostrerebbe al tempo stesso la loro persistente vitalità e il loro carattere ancora incompiuto. Oltretutto, il racconto della crisi rischia di rafforzare proprio quelle derive autocratiche che dalle minacce alla sicurezza traggono la loro legittimazione, simbolica e materiale, giustificando eccezioni, deroghe, strappi, forzature e altre violazioni dello stesso regime democratico che sostengono di voler difendere. Un “rifugio per mascalzoni” lo si è definito qualche giorno fa su queste stesse pagine. Di tutto questo tratta il libro di Cinzia Sciuto “Diritto o barbarie. Contro la legge del più forte” (Feltrinelli, 2026) e di come orientarsi in un simile scenario. Come è possibile, sempre che lo sia, sottrarsi all’oppressione della semplificazione e dell’impotenza cui questioni tanto enormi inevitabilmente ci consegnano? Leggere, informarsi, scoprire le pur tante e concrete alternative che esistono, prendervi parte; e poi scegliere, dichiararsi, votare, oggi che il posizionamento geopolitico nazionale e il tema della difesa sono sempre più terreni di conflitto che attraversano trasversalmente coalizioni e, come detto, elettorato. Il testo di Cinzia Sciuto ci sembra una bussola utile per il contenuto, le intenzioni e il linguaggio adottato, rigoroso ma mai oscuro. Nel volume sono ricostruiti alcuni dei momenti del primo quarto del XXI secolo che hanno accelerato per l’Occidente quel processo di erosione dell’ordine internazionale: “in principio fu l’11 settembre”, l’Afghanistan, l’Iraq, la lotta al terrorismo attraverso la guerra preventiva e la libertà sacrificata alla sicurezza. Poi l’Ucraina e l’invasione della Federazione Russa nel febbraio 2022 sino alla tensione tra il sostegno all’Ucraina e la stanchezza per il protrarsi del conflitto, così incalzante nelle opinioni pubbliche europee e così pericolosa per l’incolumità delle migliaia e migliaia di persone che quel conflitto lo vivono sulla propria pelle. E ancora Israele, Hamas, l’Iran e il Libano con la necessità di ricordare che il 7 ottobre ha un prima che è sostanziale ricostruire; l’opportunità di affidare alla Corte internazionale di Giustizia la decisione sulla configurabilità della categoria di genocidio; la lotta all’antisemitismo e il dovere di evitare che, in nome di essa, si possa limitare ulteriormente la libertà di espressione, compresa quella delle persone di fede ebraica. Infine il “ritorno del sovrano” Donald Trump, il cui secondo mandato descrive una quotidianità distopica di normalizzazione dell’illegalità e di feudalizzazione del potere verso una torsione autoritaria della politica interna e di quella estera. Ma il cuore del volume, di cui pure questa analisi critica e rigorosa è un passaggio fondamentale, è tuttavia altrove: nei limiti e nelle macchie originarie dell’universalismo occidentale, e nelle fragilità e nelle carenze strutturali dell’ordine internazionale. Tutti aspetti che non vengono in alcun modo ridimensionati ma, al contrario, ribaditi più e più volte man mano che se ne ripercorrono la storia e i soggetti e se ne individuano le difficoltà. Il diritto internazionale moderno è un ordinamento che nasce dalla promessa di cooperazione tra Stati, al tempo stesso straordinaria e impossibile: straordinaria perché parla di una comunità internazionale retta da principi condivisi; impossibile perché la sovranità risiede comunque all’interno degli Stati. Manca un’autorità sovraordinata dotata di poteri coercitivi autonomi e indipendenti e manca, ancora prima, l’affermazione della piena eguaglianza tra gli Stati stessi. Questo vizio genetico condanna l’ordine internazionale e le sue istituzioni a un’ambiguità permanente. Eppure, proprio il diritto internazionale può offrirsi non già a tutela dell’esistente, ma come suo “ripensamento radicale”: lo ribadisce l’Autrice nei capitoli conclusivi quando afferma che la sua difesa muove dalla volontà di “comprenderne le disfunzioni e correggerle” e non dalla negazione dei suoi limiti. La trasgressione di un ordinamento, il suo aggiramento o il suo essere piegato agli interessi dei più forti non lo rende per questo inutile, pone semmai il problema inverso: capire se, e come, quell’ordinamento possa ancora funzionare come contenimento e disciplinamento del potere. L’ostilità sempre più aggressiva degli imperialismi contemporanei nei confronti delle Corti e delle istituzioni internazionali è la conferma che le autorità terze conservano una loro vitalità e, pur nell’attuale asimmetria dei rapporti di forza, a svolgere una preziosissima funzione di tutela ed espansione dei diritti. La prova vera, dunque, non è tanto l’avere fiducia nel diritto, e nella democrazia, così come sono concepiti e realizzati oggi, quanto piuttosto il rifiuto di considerare il loro fallimento come un motivo per arrendersi al primato della forza. Un passaggio del libro che meglio rappresenta questo snodo è quello sul processo di Norimberga: l’esempio di una giustizia nata anche dentro l’asimmetria dei vincitori, e nondimeno in grado di elaborare princìpi che, una volta sanciti, possono essere rivolti contro gli stessi soggetti che li hanno introdotti. Questo consente di nominare i limiti del diritto, la sua selettività e persino la sua “ipocrisia” ma, in ogni caso, di mantenere altresì intatta la sua prima finalità: può essere usato per contestare chi lo viola, compreso chi pretende di esserne l’interprete fondamentale. Qualcosa che una politica basata sul puro potere non può prevedere. “Ecco gli anarchici”. Ma anche i soldati. Milano aspetta i riot di Mario Di Vito Il Manifesto, 22 ottobre 2026 La sfilata Vertice in prefettura sulla manifestazione prevista per sabato Sala ammette: “C’è preoccupazione”. In ogni emergenza degna di essere raccontata come tale, non possono mai mancare gli anarchici. Questa entità indistinta quasi quanto i maranza che sabato e domenica hanno preso d’assalto il centro di Milano pare proprio che sabato sarà in piazza del Duomo, dove è in programma una nuova manifestazione giovanile contro il carovita. Così almeno si è detto ieri mattina in prefettura, durante la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza alla presenza delle massime autorità nazionali che si occupano di questi temi: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il capo della polizia Vittorio Pisani, il prefetto Claudio Sgaraglia, il questore Bruno Megale, il capo della procura Marcello Viola, il sindaco Beppe Sala. E il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che al Viminale ci tornerebbe anche subito e forse per questo appare indifferente al fatto che nel mentre i treni viaggiavano con ritardi medi di cento minuti e in Campania le autostrade chiudevano per la protesta dei trasportatori. Saranno problemi altrui. Comunque, a dar notizia dell’incombente pericolo anarchico è stato Sala, il primo a incontrare i cronisti accalcati nel cortile d’onore di palazzo Diotti, sede della prefettura milanese. Per sabato, sostiene il sindaco, “c’è preoccupazione perché il tema è che si teme che ci sia in piazza qualcuno che assomiglia a chi è stato in piazza nel weekend, qualcuno che combatterà questa presenza, e poi gli anarchici”. A seguire Salvini ci ha messo il carico sopra: “Ci saranno anche gli anarchici. Spero che non ci sia un mix con propal e maranza”. Dio salvi la vetrina. La pista nasce dall’appello apparso sul gruppo di Telegram “Movimento 17 ottobre”, che secondo la Digos avrebbe una matrice prettamente anarchica e punterebbe a dare una forma in qualche modo politica a dei riot in cui la politica, intesa come piattaforma o anche solo come rivendicazione, non è proprio sul menu. Non è difficile lanciare appelli, del resto, il problema è vedere se qualcuno li raccoglie. Che non esista alcuna regia dietro lo sbocco di rabbia maranza lo ha spiegato nella maniera più chiara del mondo Piantedosi, secondo il quale non c’è “nessuna evidenza” che questi giovani “siano manovrati” dall’esterno. La guerra ibrida non è un’ipotesi davvero presa in considerazione né dagli investigatori né dagli apparati di sicurezza. Certo, tutti possono soffiare sul fuoco e tutti possono cercare di tirare il fenomeno da una parte o da un’altra, ma questo in nessun modo può voler dire che ci sia un piano. O quantomeno, ha risposto il ministro a domanda diretta sul punto, di tutto ciò “non vi è alcuna evidenza”. Tanto dovrebbe bastare. Non basterà perché la leggenda del “grande vecchio” che muove i fili dell’insurrezione è un classico della storia repubblicana e i vecchi schemi sono sempre confortanti quando si è costretti ad avere a che fare con “soggetti inediti”. Magari bisognerebbe tenere a mente più i mitici aneddoti del maestro Marcello D’Orta e meno le vecchie fantasie del giudice Pietro Calogero, ma potrebbe bastare anche soltanto leggere la cronaca per quella che è. E prenderne atto. Lunedì, in una scuola media della Barona, zona sud-ovest di Milano, i carabinieri si sono presentati alla ricerca di un bambino di undici anni. Volto notissimo in realtà: nei video di Tik Tok è quello che esce dal negozio “Luigi Fusaro” di via Dante con delle cinture al collo. Lo si vede poi anche nell’atto di incendiare un cestino dei rifiuti e minacciare dei passanti che lo stavano appunto riprendendo con il loro smartphone. Un metro e trenta, occhioni azzurri, genitori entrambi italiani. È nato nel 2015. Fa la seconda, dicono, con profitto. Sarebbe il più giovane ad aver partecipato agli scontri. I militari dell’Arma lo hanno rintracciato proprio grazie alle immagini circolate sui social. Si sono rivolti alla dirigente dell’istituto per identificarlo. Il giovanissimo è stato mandato a chiamare in classe e quando è arrivato in presidenza indossava una delle cinte rubate il giorno precedente. Legalmente non è imputabile, dunque è stato affidato ai genitori e segnalato al tribunale dei minori, che, come da prassi, aprirà un fascicolo civile sulla sua situazione familiare, con l’avvio di un percorso di monitoraggio e supporto sociale per allontanarlo dagli ambienti della microcriminalità. L’ennesimo pacchetto sicurezza varato dal governo in nessun modo eviterà situazioni come quella del bambino della Barona. Né serviranno a qualcosa i “500 parà” che a breve piomberanno in città, anche se non per occuparsi di ordine pubblico. L’input a togliere il provvedimento che avrebbe portato il paese verso una forse definitiva deriva cilena nella gestione delle piazze è arrivato direttamente dal Quirinale, ma dal Viminale comunque fanno sapere che loro non avevano mai chiesto nulla del genere e che i responsabili dell’ideona andrebbero cercati altrove. Tipo a palazzo Chigi. È naturale: ai poliziotti non piaceva l’ipotesi di essere commissariati dai soldati. E ci mancherebbe altro. Cosa faranno allora questi militi non è chiaro: si parla di “funzione dinamica”, cioè “di affiancamento” agli agenti, pur senza avere alcun reale potere di intervento. Una misura cosmetica che forse serve solo ad abituarci a vederli in giro. I militari nelle piazze non portano sicurezza ma solo inutile repressione di Maso Notarianni Il Domani, 22 ottobre 2026 Il fermo preventivo, le nuove disposizioni sui minorenni e l’inasprimento delle norme sulle manifestazioni spostano ulteriormente il confine tra prevenzione e repressione. Si interviene prima che un reato sia commesso, si amplia lo spazio della valutazione preventiva della pericolosità, si restringe quello del dissenso. Il governo ha una risposta per ogni problema: un nuovo decreto sicurezza, una nuova stretta repressiva, più divieti e più poteri coercitivi. Otto decreti e la stessa ricetta: affrontare problemi complessi come se bastasse aumentare la repressione per risolverli. A Milano arriveranno altri 500 militari. Sergio Mattarella ha fermato l’intenzione di attribuire loro poteri di polizia giudiziaria, ma il tentativo resta grave. Non basta ritirare una misura quando diventa politicamente insostenibile: bisogna interrogarsi sulla cultura politica che l’ha prodotta. In Egitto, nel 2012, e in Thailandia, dopo il colpo di Stato del 2014, ai militari furono attribuiti poteri di arresto e detenzione di civili in contesti di forte compressione delle libertà politiche. L’Italia è un ordinamento diverso, ma la questione resta: quando si pensa di affidare all’esercito poteri di controllo sui cittadini, il problema non è soltanto l’efficacia operativa. Sono in gioco il diritto di manifestare, la libertà di espressione e i limiti che una democrazia deve imporre all’uso della forza. A Milano la contraddizione è evidente. Il sindaco Beppe Sala denuncia da tempo la necessità di rafforzare gli organici delle forze di polizia. Il governo risponde mandando altri militari, anziché affrontare la carenza di personale. Il segretario generale del Coisp, Domenico Pianese, ricorda che l’ordine pubblico richiede poliziotti formati, equipaggiamenti adeguati e una precisa catena di responsabilità. Le competenze delle Forze armate non possono essere trasferite automaticamente alla gestione di una piazza. C’è anche una questione economica. Per Strade Sicure, con circa 6.000 militari, lo Stato autorizza una spesa annua di 198,4 milioni di euro. Rapportata al costo medio annuo di un agente o assistente della Polizia di Stato, equivale a circa 4.900 retribuzioni annue. Non significa che tutto lo stanziamento possa essere destinato agli stipendi, ma mostra l’ordine di grandezza delle risorse impegnate. Se mancano agenti, perché non investire direttamente sulle professionalità necessarie? Una rabbia che produce solo più repressione I militari continueranno a presidiare le strade con armi capaci di provocare lesioni gravissime o la morte. La loro presenza non è neutrale: introduce nella gestione della vita civile strumenti e competenze concepiti per altri contesti. Una piazza non è soltanto un luogo nel quale reprimere eventuali reati. È lo spazio in cui cittadini, lavoratori e giovani esercitano il diritto di manifestare, scioperare e dissentire. Distinguere chi commette violenze da chi esercita un diritto costituzionale è una responsabilità fondamentale dello Stato. La stessa impostazione attraversa le altre misure del decreto. Il fermo preventivo, le nuove disposizioni sui minorenni e l’inasprimento delle norme sulle manifestazioni spostano ulteriormente il confine tra prevenzione e repressione. Si interviene prima che un reato sia commesso, si amplia lo spazio della valutazione preventiva della pericolosità, si restringe quello del dissenso. La domanda è semplice: quale idea di sicurezza può nascere dal trattare un ragazzo come una minaccia prima ancora che abbia commesso un reato? Costruire sicurezza La sicurezza non si costruisce soltanto attraverso il controllo del territorio. Milano conosce il prezzo delle disuguaglianze, dell’emergenza abitativa, dell’impoverimento dei servizi e della mancanza di prospettive per tanti giovani. Non basta presidiare le strade se interi quartieri perdono servizi, luoghi d’incontro e opportunità. Servono investimenti nella scuola pubblica, nei servizi sociali, nella cultura, nello sport e negli spazi di aggregazione. Serve una riqualificazione urbana che migliori le condizioni di vita di chi abita i quartieri, anziché renderli soltanto più appetibili per il mercato immobiliare. E servono anche organici adeguati nelle forze di polizia. La democrazia si difende offrendo un’idea di futuro Otto decreti sicurezza dovrebbero bastare per capire che la repressione non risolve le cause dell’insicurezza. Continuare a moltiplicare divieti, pene e poteri coercitivi significa andare a tentoni senza affrontarne le radici dei problemi. Una città è più sicura quando le persone possono contare su servizi, diritti e opportunità, quando i giovani hanno luoghi in cui incontrarsi e possibilità concrete di costruire il proprio futuro. La sicurezza non coincide con il controllo. E una democrazia che tratta il conflitto sociale come un problema di ordine pubblico finisce per reprimere, spesso vanamente, proprio ciò che dovrebbe essere in grado di governare. Abbiamo dato troppo potere alle merci. Che adesso si vendicano di Alessandro Zaccuri Avvenire, 22 ottobre 2026 Le razzie a Milano riflettono una società dominata dal culto dei consumi, dove il possesso e l’esibizione degli oggetti contano più della dignità del lavoro. Abbiamo dato troppo potere alle merci e adesso le merci si stanno vendicando. È uno dei modi in cui si può provare a comprendere quello che sta accadendo nelle città europee, da Parigi a Milano. Non è l’unica spiegazione e di sicuro non è la più rassicurante. Del resto, provateci voi a trovare qualcosa di rassicurante nella cronaca degli ultimi giorni. Probabilmente a qualcuno il ragionamento non piacerà, se non altro per una questione di linguaggio. Quello delle merci è un tema classico del marxismo, ed è stato uno dei tipici argomenti polemici del comunismo. A questo proposito, il rischio è lo stesso che si corre con il woke: la soluzione proposta sarà anche sbagliata, ma il problema rimane. E il problema è lo strapotere delle merci, che a sua volta è espressione della mentalità alla quale ci siamo ormai adeguati, chi per fatalismo e chi per convenienza. La competizione come unica regola, nessuna deroga alla legge del più forte, il vincitore si prende tutto e sul perdente ricade, per sovrappiù, l’onere dello stigma morale. Sei debole, non ce la puoi fare, non sei adatto. Ma non per questo le merci smettono di chiamarti. Qui non si va in cerca di giustificazioni. Si descrive un paesaggio, che era inquietante anche prima di essere devastato. Prendiamo Milano, che è l’esempio più prossimo. Anzi, prendiamo via Torino, poco più di mezzo chilometro in rettilineo dal Carrobbio a piazza Duomo. Via Torino ha sempre avuto una spiccata vocazione commerciale, che nel corso del tempo si è rimodulata secondo le logiche del neoconsumismo globalizzato. Ai piccoli negozi sono subentrate le grandi catene, che si susseguono di strada in strada alternate ai presidi della ristorazione veloce, offrendo uno spettacolo analogo a quello delle gallerie di un aeroporto. L’obiettivo è il medesimo, come si è avuto modo di constatare una quindicina di anni fa, al termine della ristrutturazione della Stazione Centrale di Milano. Il percorso suggerito per accedere ai binari non è quello lineare, che pure può essere seguito dai più intraprendenti. In caso contrario, appena sbucati dalla metropolitana, si viene incanalati nei meandri di un surrettizio centro commerciale, all’interno del quale i loghi si ripetono secondo uno schema collaudato. Ogni insegna è un invito, ogni invito risveglia un desiderio e i desideri si coalizzano nella forma del craving, la disperata necessità di soddisfazione istantanea che costituisce il meccanismo principale della dipendenza. Letto in questa prospettiva, il termine shopaholic - coniato per indicare l’inclinazione all’acquisto compulsivo - perde ogni residua carica ironica e assume un’intonazione lugubre. Giusto per promemoria: poco più di un anno fa, a essere presa d’assalto fu proprio la Stazione Centrale, con una dinamica simile a quella replicata nei giorni scorsi. L’incantesimo delle merci opera su piani che sembrano differenti, ma che da ultimo convergono per stabilire e rinvigorire l’egemonia dei consumi. Un elemento non trascurabile consiste nella sostanziale abolizione del confine fra esterno e interno. Le porte di numerosi negozi sono scorrevoli solo per convenzione, in pratica restano spalancate, consentendo un accesso immediato. Si tratta di un fenomeno che di recente è stato in parte ridimensionato, sulla scorta di legittime preoccupazioni di natura ambientale (riscaldare o refrigerare un locale aperto comporta uno spreco energetico ritenuto inaccettabile). Ma il valore simbolico dell’allestimento non risulta in discussione. La vetrina non è più una barriera, ma una membrana. Le merci sono facilmente disponibili, raggiungibili senza sforzo. La separazione è provvisoria, rinviata dalla leggerezza di una transazione economica che di norma avviene attraverso l’impulso immateriale trasmesso da uno smartphone o da un altro device elettronico. Sì, stiamo usando molte parole inglesi. Non perché, in assoluto, non esista il corrispondente italiano. Ma questo è il codice universale delle merci, trasferirlo in un’altra lingua sarebbe come tradurre alla lettera i termini tecnici della musica (crescendo, pianissimo) o della danza classica (piroulette, jeté). Come ogni vocabolario, anche il vocabolario dei consumi presuppone una visione del mondo e si consolida in sistema di pensiero. Con questa realtà siamo chiamati a misurarci, quali che siano le nostre preferenze lessicali. Qualche altra parola inglese, allora. La nozione decisiva è unboxing , uno dei tanti trend o format presenti nei social. L’influencer di turno mostra il pacco che gli è appena stato recapitato (nella maggior parte dei casi, è un omaggio del produttore), lo apre, ne estrae il contenuto, lo mostra ai follower magnificando l’aspetto esteriore dell’oggetto oppure della confezione. Ogni particolare, dal suono della linguetta posta a sigillo della scatola fino alla disposizione dei componenti nei rispettivi alloggiamenti, viene mostrato secondo i dettami di un’estetica che, tanto per cambiare, sulla rete è connotata dall’anglicismo aesthetic. I vari passaggi sono accompagnati dal tamburellare delle dita sul prodotto che si sta svelando: un gesto caratteristico, che alimenta l’attesa e ammicca alla seduzione. Meno smaccati rispetto al passato, i sottintesi erotici rimangono una risorsa irrinunciabile per esaltare quello che già un secolo fa Walter Benjamin designava come “il sex appeal dell’inorganico”. La fascinazione delle merci, il loro potere di ricatto. Perché è importante l’unboxing? Perché i video diffusi dai razziatori ne riprendono la struttura, deformandola in maniera sguaiata e grottesca. Non diversamente, il fatto che il bottino venga rapidamente messo in vendita sui social corrisponde in tutto e per tutto alla prassi in uso nelle piattaforme di e-commerce: me lo sono accaparrato, non mi serve, lo cedo al miglior offerente. I responsabili del sacco di Milano - si è subito detto - non agiscono sulla spinta di una convinzione ideologica o in base a un’affiliazione politica. Molti sono minorenni, distruggono tanto per distruggere, rubano tanto per rubare. Un’ideologia, in effetti, questi ragazzi ce l’hanno. A trasmetterla non è stata la scuola, dalla quale si continua a pretendere l’ennesima, ipocrita manovra di retroguardia. Il quadro di riferimento è la rappresentazione che la società fa costantemente di sé stessa attraverso la celebrazione delle merci e il culto dei consumi. Con una buona dose di ingenuità, abbiamo creduto che il lusso potesse essere sbattuto in faccia alla miseria senza provocare conseguenze. Coraggio, non è colpa nostra. Sono le merci che si stanno vendicando. Non è un’assoluzione dei violenti, non è una condanna del commercio. Ma pensare che anche questo dramma si risolva garantendo più sicurezza, schierando l’esercito e militarizzando le città, equivale a pensare che le cose vanno bene così come stanno. Che il problema non esiste, insomma. Si ripristina l’ordine e avanti come prima. Nella storia di Milano c’è un’immagine considerata a lungo simbolica, dalla quale può venire oggi una spinta all’alternativa. In piazza Duomo, esattamente sul lato opposto alla cattedrale, sorge Palazzo Carminati, che per quasi un secolo (dagli anni Venti del Novecento alla vigilia del Duemila) è stato ricoperto di pubblicità luminose. A Palazzo Carminati alludeva Giorgio Gaber in Com’è bella la città, amara caricatura di una metropoli “piena di strade e di negozi / e di vetrine piene di luce, / con tanta gente che lavora, / con tanta gente che produce, / con le réclames sempre più grandi, / coi magazzini e le scale mobili”. Anche nel cinema di Ermanno Olmi, e in particolare in quello straordinario documento di passione civile che è Milano ‘83, la facciata di Palazzo Carminati evoca spesso lo spettro dell’alienazione consumistica. Eppure, in mezzo a quella parata aggressiva di marche e di marchi, spiccava una figurina di delicatezza quasi commovente. Era la silhouette di una dattilografa intenta a ticchettare sulla tastiera. Una pubblicità, certo (o réclame, o advertisement: l’esperanto delle merci si trasforma, non si contraddice), che però chiamava in causa un attore altrimenti trascurato. Marx lo avrebbe definito “forza lavoro”; per noi è “lavoro” e basta. A dispetto delle apparenze, quello della dattilografa era un mestiere pesante. Una giornata alla macchina per scrivere si faceva sentire sulle spalle, sui muscoli contratti attorno alla nuca, negli occhi affaticati dal riverbero del neon. Ma era lavoro e aveva una sua dignità, che meritava di essere riconosciuta in proporzioni addirittura monumentali nel cuore della città. Di remigrazione, in questi giorni, abbiamo sentito e sentiremo parlare molto. Dell’importanza del lavoro decisamente meno. In fondo, è questo che le merci si aspettano da noi: scorciatoie, semplificazioni, l’assurda soddisfazione che si avverte quando si spacchetta l’ultimo modello di qualcosa, non importa cosa. Purché sia universalmente ambito, purché sia mio e non tuo, purché io possa esibirlo e tu sia costretto a invidiarlo. Il calvario dei migranti: richieste di asilo ferme per un guasto al sistema di Simone Casciano e Lucia Ori Il Domani, 22 ottobre 2026 Il ministero dell’Interno parla di un tilt durato solo qualche giorno. Legali e associazioni dei migranti raccontano una realtà diversa. Il rischio per molti migranti è vedere sfumare i contratti di lavoro. Ci sono tante persone nella sala d’aspetto della questura di Trento lunedì mattina, Said ha il numero 29 ed è impaziente. Dopo un anno di vita sospesa in strada, fuori dal sistema di accoglienza, tra lavoretti ed espedienti, ha trovato una rara opportunità per chi come lui è arrivato dal Marocco con tante speranze e ha trovato solo porte sbarrate. Diplomato infermiere, ha ottenuto un’offerta di lavoro in una casa di riposo. C’è solo un problema, il suo permesso di soggiorno per protezione internazionale va rinnovato, ma con l’offerta di lavoro in mano non dovrebbe essere un problema. “Mi dispiace ma il sistema informatico è in tilt da tre settimane, non possiamo rinnovare nessun permesso”, dice la dipendente allo sportello. Per Said è una doccia fredda, “ma senza permesso non posso firmare il contratto - dice - Come faccio?”. “Guardi che non è l’unico in questa situazione - replica la dipendente allo sportello - Questa mattina sarete in 50 e così da tre settimane. Torni quando il sistema sarà di nuovo in funzione”. A causa del tilt del sistema informatico, tanti hanno perso l’opportunità di firmare un nuovo contratto di lavoro, o rinnovarne uno esistente. Senza il documento salta anche la validità delle tessere sanitarie e quindi l’accesso alle cure. “Non viene nemmeno rilasciato un documento che attesti che la colpa è legata ai guasti del sistema informatico. “Il Viminale ci boicotta”. Class action dei migranti contro il “limbo” dei permessi di soggiorno In questo modo le persone sono abbandonate, senza diritti e tutele”, spiega Chiara Aliberti dello Sportello di orientamento legale Libera la parola di Trento. Si tratta di uno stallo in cui la persona rimane bloccata all’interno dell’iter del procedimento e la richiesta resta pendente, ma lascia le persone, comunque, senza il permesso di soggiorno. Di opportunità rare perse per colpa di un sistema informatico guasto se ne stanno verificando migliaia in tutto il paese. Il Sistema unico asilo (Sua) è infatti una piattaforma informatica nazionale del ministero dell’interno, pensato per gestire e monitorare unicamente le procedure relative alle richieste di protezione internazionale e asilo. Il Sua permette soprattutto la registrazione della domanda di asilo e il rinnovo della stessa. “Chiediamo giustizia”, la protesta dei lavoratori truffati dal decreto Flussi Un’epidemia di disservizi A confermare il blocco è la testimonianza di attivisti e avvocati afferenti alla rete No Cpr. Da Torino a Caserta, passando per Milano, Monza, Treviso, Padova, Venezia, Bologna, Pisa, Roma e Napoli, le conferme arrivano da tutta Italia. “Inizialmente il blocco ha interessato tutte le pratiche relative ai permessi di soggiorno”, spiega J., un’operatrice di un centro di accoglienza del Nord. “Dopo una settimana, il problema è rimasto circoscritto solo alle pratiche relative alle richieste di protezione internazionale. La questura ha sospeso gli appuntamenti, parliamo di centinaia la settimana”. Interpellato sui disservizi, il Viminale fa sapere che “potrebbero esserci dei rallentamenti dovuti allo smaltimento delle pratiche per il breve periodo di malfunzionamento, ma all’attualità il sistema è operativo e funzionante”. Un breve periodo che è durato almeno fino al 13 ottobre, data in cui la questura di Milano ha pubblicato un avviso che parla di “interruzione delle funzionalità del Sua a livello nazionale” per via della quale “dal 27 di settembre non è possibile procedere alla registrazione e formalizzazione delle domande di protezione internazionale”. Ancora, dalla questura di Trento, fonti interne hanno confermato che, almeno fino a lunedì mattina, il sistema non era funzionante. Gli operatori della questura agli sportelli parlano di un’interruzione del sistema che continua a perdurare. “Il Viminale ci boicotta”. Class action dei migranti contro il “limbo” dei permessi di soggiorno La richiesta di protezione serve anche a quelle persone che si trovano in stato di detenzione amministrativa dentro a un Cpr, per permettere loro di uscire e di evitare il rimpatrio, e un luogo dove le libertà fondamentali sono costantemente violate. “Manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale implica un’ancora di salvezza per queste persone”, racconta ancora J., “il rischio di rimpatrio aumenta, anche perché ci sono oggettive complessità a raggiungere i propri legali”. Conferma che arriva proprio dall’avvocato Sergio Biondino: “Ho chiesto a un ragazzo di procurarsi della carta, che non è ammessa dentro ai Cpr, così come non sono ammesse le penne per motivi di sicurezza, per scrivere nero su bianco che c’era la volontà di richiedere protezione. Avevo paura che senza una prova scritta lo avrebbero rimpatriato”. Gli attivisti confermano che nei Cpr le pratiche sono ferme da settimane.