Permessi ai mafiosi: una campagna infondata di Stefano Anastasia Il Manifesto, 21 ottobre 2026 “Da anni ormai la Corte europea … ha sanzionato quei sistemi che, con esclusioni automatiche come quella italiana, negavano ogni rilevanza ai progressi compiuti dal condannato nel corso degli anni di carcere… è … prima ancora la Costituzione che stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del reo. Di tutti i rei. … Negare rilevanza al complessivo atteggiamento del detenuto nel corso dell’esecuzione della pena, o vincolarla a condizioni rigide e automatiche, impedisce l’opera di rieducazione”. Così scriveva su La Stampa del 19.10.2019 Vladimiro Zagrebelsky, all’indomani della decisione della Corte europea dei diritti umani nel caso Viola che ha aperto al superamento del regime ostativo ai benefici penitenziari per gli autori di reati di criminalità organizzata. Immediatamente dopo si sarebbe pronunciata la Corte costituzionale, rimuovendo la preclusione assoluta ai permessi-premio per i detenuti non collaboratori di giustizia (sent. 253/2019), e poi ancora la Corte costituzionale sul loro accesso alla liberazione condizionale (ord. 97/2021). Il grande giurista, scomparso lo scorso anno, seguì passo passo questi svolgimenti su La Stampa, fino a contestare la soluzione legislativa data ai pronunciamenti della Corte costituzionale prima dalla maggioranza del governo Draghi, poi direttamente dal governo Meloni, che ha reso il superamento dell’ergastolo ostativo poco più che formale. Nessuna memoria di quello spirito critico sembra vedersi nella campagna promossa la scorsa settimana proprio dal quotidiano torinese contro i benefici penitenziari di cui godrebbero i condannati per fatti di criminalità organizzata. L’inchiesta de La Stampa confonde ripetutamente il regime di massima sicurezza, il cosiddetto 41bis, cui sono destinate singole persone, per effetto di un decreto ministeriale ad personam, in ragione della loro presunta pericolosità sociale esterna, con il circuito di alta sicurezza, cui sono destinati tutti coloro che sono imputati o condannati per fatti comunque connessi alle attività delle organizzazioni criminali, dai capi che non sono più tali ai meri esecutori, dai fiancheggiatori ai “pali” delle azioni criminali. Tutti boss per La Stampa, anche se 700 sono stati considerati meritevoli dell’isolamento quasi assoluto del 41bis e gli altri diecimila no. Partendo da questa confusione di status e prescrizioni si può quindi sostenere che i boss, anche in 41bis, facciano man bassa di permessi-premio, quando la legge esclude categoricamente la concessione di permessi-premio ai detenuti in 41bis. Poi gli autori cominciano a dare i numeri. Sulle prime stanno bassi: da un florilegio di nomi, istanze e rigetti, risultano tre permessi-premio concessi a circa undicimila persone (il mare indistinto di 41bis e alta sicurezza). Soccorre però una proposta di legge della presidente della Commissione antimafia (AC 2559) che da non meglio precisate fonti ministeriali deriva che annualmente siano circa 200 i benefici concessi ai “boss mafiosi” (aridanghete!). Poi però, nel prosieguo dell’attività di inchiesta, si scopre che almeno due dei tre che sembravano accertati hanno in realtà goduto di permessi di necessità, ben diversi da quelli “premio”: assolutamente eccezionali, della durata di poche ore, legati generalmente a eventi familiari tragici, con scorte che impediscono qualsiasi contatto pericoloso. L’inchiesta ha dunque partorito il topolino secondo cui da quando le Corti li hanno resi possibili, seppure sotto le condizioni irrigidite dal decreto-legge 162/2022, una persona condannata per fatti di criminalità organizzata ha avuto un permesso-premio e due un permesso di necessità. Così stanno le cose: tutto secondo la legge, la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti umani. Che si fa allora? Cambiamo la Costituzione, usciamo dal Consiglio d’Europa e buttiamo via le chiavi delle celle? Non conosco boss in permesso premio ma molti detenuti che non hanno mai visto la tomba dei propri cari di Gianpaolo Catanzariti* Il Dubbio, 21 ottobre 2026 C’è una stampa che si interroga su cosa si debba fare per contrastare la malsana idea del “marcire in galera” e c’è poi La Stampa che da alcuni giorni ha tirato su una ben orchestrata campagna di disinformazione, spacciandola per inchiesta-verità, sulle facili concessioni di permessi ai mafiosi. Una campagna che mistifica la realtà, utilizza dati per nulla verificati, se non addirittura smentiti, utile, però, per irrobustire l’arco costituzionale del populismo e per ridare fiato alle solite litanie sulle “carceri in mano alla criminalità organizzata”. Non è la prima volta che ciò accade e non sarà di certo l’ultima, specie alla vigilia di particolari questioni di costituzionalità sul carcere demandate alla Consulta. Senza andare molto indietro negli anni, basterebbe ricordarci quanto avvenne nel 2019, allorquando la Cedu, sul caso “Viola c/ Italia”, denunziò i limiti di compatibilità dell’ergastolo ostativo con i principi sovrannazionali, scatenando la solita retorica dell’antimafia militante. Anche allora si palesò l’intento di condizionare la Corte, chiamata, di lì a qualche mese, a valutare la compatibilità di una pena ostativa agganciata, in via esclusiva, al dovere di “collaborare con la giustizia”, piuttosto che alla costituzionale finalità rieducativa della pena. Scesero in campo i soliti magistrati, gli stessi che nel 2020 lanciarono, a un’opinione pubblica impaurita dalla pandemia, lo scalpo delle rivolte in carcere guidate dalle mafie, nettamente smentiti dall’indagine della commissione presieduta dall’ex PG, Sergio Lari. Tra i soliti noti, un Davigo d’annata che rivendicava l’ostatività come uno scudo per i magistrati di sorveglianza, arrendevoli, altrimenti, dinanzi alle minacce della criminalità organizzata, disvelando così la vera considerazione che avevano e hanno gli altri magistrati dei loro colleghi della sorveglianza. Ora come allora, se solo pensiamo all’udienza del 2 novembre prossimo in Corte costituzionale chiamata a valutare la legittimità della preclusione assoluta ai permessi premio per i detenuti, solo perché destinatari del provvedimento ministeriale applicativo del carcere duro. Anche stavolta, un allarme fondato su numeri per nulla affidabili: “quasi 200 boss mafiosi” rimessi in libertà nei primi mesi del 2025. Una cifra, generica e priva di aderenza ai dati ufficiali, riportata nella relazione illustrativa di una proposta di legge presentata in Parlamento dall’on. Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia. Eppure, sarebbe bastato consultare gli archivi di alcuni quotidiani, da sempre orientati a misure legislative sempre più restrittive, per verificare come il DAP, proprio allora, non avesse una banca dati completa, immediatamente consultabile dei permessi e di altri benefici concessi ai “boss”, tanto che la Commissione parlamentare Antimafia e la Direzione Nazionale Antimafia avevano invocato più volte l’acquisizione di tali dati. Per non parlare della politica che usa il carcere come strumento di lotta e di propaganda. Tra questi, i commissari antimafia del PD che invocano la presenza del Ministro della Giustizia affinché riferisca sui detenuti “anche al 41bis” che escono ed entrano dal carcere grazie a provvedimenti troppo permissivi. Mi viene davvero difficile credere che i sottoscrittori dem disconoscano le leggi che il Parlamento, anche da essi composto, ha approvato nel corso della legislatura. È impossibile che al 41 bis abbiano goduto di permessi premio stante il divieto introdotto espressamente - ma direi inutilmente, in quanto già prima ne era precluso l’accesso, stante la presunzione di pericolosità - del primo decreto legge, poi convertito dal Parlamento, del governo Meloni che ha riscritto. Nell’ottobre 2022, l’art. 4 bis. Eppure, può essere utile per distogliere l’attenzione pubblica e della Commissione dallo scandalo del depistaggio sull’indagine mafia-appalti. Non poteva, poi, mancare la solita tesi, sostenuta dal PM Ardita, secondo cui il regime delle celle aperte, introdotto molti anni fa e già un lontano ricordo, avrebbe consentito alle mafie di prendere il controllo delle carceri. Non so quali abbia ultimamente visitato. So, per certo che, in occasione delle nostre visite estive, non ci è mai capitato di vedere in Alta sicurezza la libera circolazione, al di fuori delle celle, dei detenuti. E ciò senza considerare un dato inoppugnabile ovvero che il 100% dei detenuti in AS e al 41bis vive in regime chiuso, al pari del 52% dei detenuti in Media sicurezza. Così come, tra le celle oltre il limite umano e infestate da cimici, non abbiamo intravisto nugoli di mafiosi beneficiari di permessi. Piuttosto, ne abbiamo visto diversi, fiaccati nell’animo e segnati nel corpo, in attesa da mesi di una decisione che non arriva. Come quel detenuto che, nonostante il tempo trascorso, spera ancora di vedersi autorizzato, per un paio d’ore, per andare sulla tomba del figlio suicida e potervi versare, in solitudine, le sue lacrime. Ma forse è meglio tacere. *Responsabile Osservatorio Carcere UCPI Le carceri e il “modello Napoli”: reti da pesca e jammer contro droni e telefoni di Leandro Del Gaudio Il Mattino, 21 ottobre 2026 Una rete da pesca all’esterno delle carceri, per annullare i droni che trasportano armi, droga e telefoni; ma anche carceri blindate, come a Secondigliano, dove un jammer (una sorta di scudo antifrequenze) rende inutile il possesso degli smartphone; per non parlare poi di un gruppo di agenti specializzati nel contrasto ai reati che vengono consumati all’interno dei padiglioni delle nostre case circondariali. Sono queste le tre mosse fortemente volute dal procuratore Nicola Gratteri, per spezzare i contatti tra i boss detenuti e i clan di appartenenza, per stroncare sul nascere traffici illegali e garantire il rispetto delle regole all’interno delle celle. Tre step decisivi nella lotta alle mafie che fanno di Napoli una sorta di modello nazionale. A Secondigliano (il carcere più grande d’Italia) c’è un jammer che scuda i cellulari introdotti abusivamente; presto a Poggioreale la “rete da pesca”, quella per catturare gli oggetti calati dall’alto dai droni. Spiega il procuratore Gratteri: “Sono dieci anni che chiedo un jammer, ben venga ora la svolta, che va trasferita anche in altri istituti italiani”. Ottavo piano della Procura, aula intitolata al magistrato Filippo Beatrice, c’è un protocollo tra Procura e Dap che ufficializza la nascita di una nuova sezione di investigatori specializzati sui reati nelle celle. Viene presentato nel giorno in cui la Dda di Sergio Amato mette a segno nove arresti a carico di boss e narcos che dettavano legge dalle celle (da Milano a Siracusa), fino a organizzare summit e a ordire trame omicidiarie. Ma in cosa consiste il protocollo presentato ieri? Un patto tra pm e Dap, nasce un’articolazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, sotto il coordinamento della Procura di Napoli. Sarà costituito da un ufficiale e da quattro agenti. Pensate: nel 2024 erano 21 i fascicoli per reati all’interno delle carceri napoletane, ne sono oltre quaranta nei primi mesi dell’anno in corso. Ha spiegato il procuratore: “Con questo protocollo vogliamo cristallizzare e rendere più operativo qui in Procura, una struttura specializzata della polizia penitenziaria che si occuperà delle indagini e che le renderà più efficaci”. Piena adesione da parte del capo del Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) Stefano Carmine De Michele, che ha fornito la propria adesione anche in relazione all’istituzione pionieristica del jammer a Secondigliano e in vista dell’applicazione di una rete metallica per bloccare le evoluzioni dei droni. Spiega il capo del Dap: “C’è un raddoppio delle deleghe da parte della Procura e auspichiamo che aumentino ancora di più. Il nucleo - ha spiegato il capo del Dap - si occuperà dei reati commessi dai detenuti ma anche di quelli in danno ai detenuti”. Tocca al procuratore aggiunto Alessandro Milita, magistrato che coordina i pm che indagano sui reati che avvengono nei penitenziari: “La presenza e l’impiego del nucleo velocizzerà le indagini grazie la sorveglianza interna, che è decisiva per scoprire cosa accade negli istituti di pena”. C’è una intera galleria umana al vaglio degli inquirenti, come emerge dall’inchiesta condotta dai pm Salvatore Prisco e Stefania Di Dona, che ha chiuso il cerchio attorno ai nove presunti trafficanti di droga raggiunti ieri dalle misure cautelari a carico di soggetti legati - tra gli altri - al clan Troncone di Fuorigrotta. Ma non c’è solo camorra sul tavolo degli inquirenti. È ancora il procuratore aggiunto Milita a spiegare le diverse tipologie di reati scoperti in questi anni proprio grazie al faro accesso nell’interno dei penitenziari: “Grazie al nucleo investigativo della polizia penitenziaria è stato possibile individuare casi di stalking commessi dal carcere verso l’esterno, condotte risultate essere vere e proprie persecuzioni. È stata documentata anche la presenza di piazze di spaccio nelle case circondariali”. Ok al nuovo Decreto sicurezza: sì al fermo preventivo anche sui minori di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 21 ottobre 2026 Via libera alle nuove norme dopo gli scontri di Milano, Meloni: “Chi rompe paga”. Dal Colle arriva il no ai poteri speciali per i militari. Alla fine il governo ha varato il nuovo decreto sicurezza ma, stando ai retroscena, ha dovuto rinunciare alla misura più controversa: l’attribuzione di poteri di polizia giudiziaria ai militari. A pesare sarebbero state soprattutto le perplessità emerse nel confronto con gli uffici del presidente Sergio Mattarella. Nonostante ciò, alcune norma annunciate sono presenti nel Dl e la presidente del Consiglio, non appena conclusa la riunione dell’esecutivo, ha diffuso un video in cui ha sommariamente descritto le misure (“Introduciamo il principio ‘chi rompe paga’“), ma ha speso le maggiori energie per polemizzare contro chi giustifica le violenze, sottolineare che molti dei minori fermati sono stranieri, e gettare la palla nel campo della magistratura chiedendo che tali norme vegano applicate doverosamente. “Abbiamo visto tutti”, ha affermato la premier, “le immagini delle violenze che hanno sconvolto Milano e altre città italiane nel fine settimana, negozi saccheggiati, vetrine distrutte, forze dell’ordine aggredite. Sono scene inaccettabili che nessuno può pensare di minimizzare o di giustificare. Mi aspetto che queste norme vengano applicate con tempestività e rigore”. “Oggi”, ha proseguito, “per un ragazzo tra i 14 e i 18 anni lo Stato deve dimostrare ogni volta che era in grado di capire quello che stava facendo. Noi avevamo già approvato una norma che ribalta questo principio, cioè si presume che fosse in grado di capire quello che stava facendo salvo prova contraria. Quella norma è in Parlamento, ma con il decreto di oggi diventa operativa immediatamente. E il fermo preventivo”, ha concluso, “che finora valeva solamente per gli adulti si potrà applicare anche ai minorenni”. Le bozze si sarebbero susseguite fino al Consiglio dei ministri. Il nodo era se affidare compiti investigativi a militari privi della formazione delle forze di polizia. Resta il rafforzamento dell’operazione Strade Sicure, con 500 uomini aggiuntivi nel capoluogo lombardo e l’impiego di pattuglie miste. Nel pomeriggio, mentre il sottosegretario Alfredo Mantovano presiedeva a Palazzo Chigi una riunione tecnica con i capi di gabinetto e gli uffici legislativi, compreso quello della presidenza del Consiglio diretto da Francesca Quadri, sembrava accantonata l’ipotesi del fermo preventivo per i minori, che invece è rientrata: fino a 24 ore potranno essere trattenuti preventivamente ragazzi ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico. Nel testo trovano spazio nuove fattispecie e aggravamenti sanzionatori per i danneggiamenti commessi in gruppo e la partecipazione violenta ai cortei. Si amplia il ricorso all’arresto in flagranza differita, fondato anche sulle immagini, per reati come devastazione e saccheggio. Sul versante minorile, il governo interviene sugli strumenti di contrasto ai reati e sulle responsabilità connesse ai danni provocati. E intanto, si teme una escalation nei cortei sabato. A rendere ancora più pesante il quadro erano state le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto. Gli incidenti di Milano e di altre città, sostiene, sarebbero “il punto di arrivo di una guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, come quello dei social, TikTok o YouTube”. Un riferimento che evoca anche possibili interferenze straniere, a partire dalla Russia, senza tuttavia indicare prove di una regia dietro le violenze. È un salto di qualità nelle accuse, che sposta il dibattito oltre la sicurezza urbana. Mattarella dice “sì” al fermo preventivo per decreto, “no” ai poteri di polizia all’esercito di Carmelo Caruso Il Foglio, 21 ottobre 2026 Il dispiacere di Crosetto. Dopo le violenze di Milano, il decreto sicurezza media tra la linea dura di Salvini e Crosetto e i paletti del Quirinale: nuove fattispecie di reato e fermo preventivo, ma niente poteri di polizia all’esercito. La destra voleva più divise, la sinistra guarda a Gerico. E il Colle traccia il confine. Meglio cinquecento soldati a Milano o un ceffone di papà? Dice Fabio Rampelli, il maestro di FdI, della generazione Meloni: “Io manderei i maranza a fare la resistenza in Ucraina, ecco quale sarebbe il mio provvedimento”. Scartavetrato da Mattarella, passa in Cdm il decreto Meloni di ferro. Nasce il reato di partecipazione violenta, si prevede il fermo preventivo per i minori, e se il figlio devasta, paga la famiglia. L’esercito resta esercito (e per Crosetto è “un’occasione sprecata”) e non avrà poteri di polizia. È la richiesta del Quirinale, ed è la mediazione tra il niente e il troppo. È la via di mezzo tra la sociologia con la forfora e Vannacci che sogna l’Ice in Italia: Minneapolis e cotoletta. Piantedosi, il ministro della calma, ricorda ai colleghi: l’Italia non è la Francia. Crosetto pensa: a Milano “è stata guerriglia” e non si può chiedere un aiuto ai militari in città senza dargli i poteri. Mentre al governo va in scena una disputa tra competenze (l’esercito può avere le stesse funzioni della polizia?), una controversia giuridica arbitrata da Mattarella (che finisce a favore del Viminale), Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli si spostano a Gerico. Senza malizia, la sinistra è d’accordo al “cento per cento” (lo dichiara Schlein) sul medio oriente, ma si è dimenticata di Milano e Catanzaro. Meloni porta in Cdm il decreto sulla sicurezza dopo i fatti di Milano, la Calabria è bloccata dagli autotrasportatori e Cerignola sembra Ramallah (girano immagini da Vespri). Anziché dire “vogliamo 500 professori a Milano, vogliamo sicurezza ma anche educazione, non perdiamo la testa, Milano non è Parigi”, il campo largo si ritrova a un evento sulla Palestina dal titolo “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”. Fuori, di fronte a Montecitorio, ci sono gli agricoltori della Cia che protestano e oggi arrivano altri trattori dalla Calabria. Prima Tel Aviv e dopo Cerignola. Se si vuole battere Meloni, ha più senso precipitarsi ai caselli di Cosenza o continuare a commentare gli editoriali di Haaretz? Alla Camera, Marco Osnato, che è presidente della Commissione Finanze, di FdI, il deputato che Meloni vorrebbe sindaco di Milano o presidente della Lombardia, riflette e dice: “Guardo le proteste degli autotrasportatori, conosco la difficoltà del settore, conosco i problemi, ma nessuno mi toglie dalla testa che dietro quelle proteste ci stia soffiando la criminalità organizzata”. I maranza hanno coperto la protesta dei malacreanza, il sud forcone che raduna i presidenti di Confesercenti, che sono anche consoli onorari della Russia, autotrasportatori che sui social postano baggianate come questa: “Noi boicottiamo il gas russo perché ce lo impone Trump, Trump compra il gas russo e ce lo rivende”. In quest’aria da tenero assedio si scontrano al governo due correnti di pensiero. C’è la linea di Piantedosi, che difende i suoi uomini, il questore di Milano, Bruno Megale, e che da prefetto ne ha viste: conosciuto anarchici, brigatisti e oggi questi incappucciati che mangiano corn flakes. Dall’altra, c’è la linea di Salvini, che castrerebbe, strapperebbe unghie e chissà cosa altro per superare Vannacci o Rossano Sasso, il professore di Fn che ci dice: “In Italia servirebbe una polizia come l’Ice ma ancora più dura”. E c’è Crosetto con la sua complessità. Dal decreto entra ed esce la misura sulla parificazione degli scontri al reato di associazione a delinquere, ma si introduce questo nuovo reato della “partecipazione violenta a manifestazione”, con pene fino a 12 anni, con aggravanti per devastazione e saccheggio, danneggiamento e attentati di pubblica utilità perché, spiega Meloni in un video, “la certezza delle pene deve valere anche per chi ha 16 anni”. Chi puntava alla bocciatura del fermo preventivo, da parte di Mattarella, deve correggersi. Accade qualcosa che a questi livelli non si può definire frizione ma che si può chiamare equilibrio, bilanciamento fra poteri, corpi dello stato. Se Mattarella stabilisce che l’esercito fa un lavoro diverso dalla polizia, finisce la contesa. È così e basta, e anche Crosetto si accoda, ma Crosetto è libero di pensare, e lo pensa, e lo dice, che “si è persa un’occasione per impiegare i militari in maniera diversa”. Per intenderci: non usarli come piantoni di fronte alle ambasciate. Il Viminale triangola con il Quirinale e con Chigi, nella persona di Mantovano. È Mantovano a sposare la linea Mattarella e fermare quella che per alcuni rischia di passare come “un’invasione di campo di Crosetto”. Anche la Gdf di Giorgetti storce il muso. Già di mattina i sindacati di polizia lamentano che l’esercito non può avere le funzioni giudiziarie. La Difesa ricorda invece l’esperienza in zona di guerra. Del resto, non è forse Crosetto a parlare di guerra ibrida a Milano, di “guerriglia”? Cosa è accaduto dunque a Milano? In conferenza stampa, Piantedosi parla di un “fenomeno inedito”, “non c’è stata inazione”. Lo accompagna il ministro Nordio ed è chiaro, anche qui, senza malizia, si nota di più l’assenza di Crosetto, atteso in conferenza. Si parla di una proposta, anche questa bocciata dal Colle, ma discussa solo in pre-consiglio, ovvero la possibilità di far controllare ai Servizi il web, questi canali di collera (come se servisse il decreto per farlo). Meglio 500 militari o un ceffone da papà? Meglio 500 militari o 500 professori? A Milano non marcerà l’esercito, i bersaglieri non verranno a prendervi con le manette. La sinistra non può dire che l’Italia è stata militarizzata (ha controllato tutto Mattarella) e la destra (che non lo dirà) avrebbe voluto più stivali a Corso Buenos Aires. Ha vinto il lapis di Mattarella, il fumogeno del saggio. Il nuovo decreto sulla sicurezza, punto per punto: che cosa cambia da oggi di Adriana Logroscino Corriere della Sera, 21 ottobre 2026 Imputabilità dei minorenni, soldati a Milano, nuovi reati: il decreto legge varato martedì dal governo, spiegato nel dettaglio. Martedì 20 ottobre 2026 il governo ha varato un decreto legge sulla sicurezza. L’approvazione arriva dopo gli scontri e i disordini in diverse città - ma principalmente a Milano - degli scorsi sabato e domenica. Ecco che cosa cambia. Gli under 18 imputabili senza attenuanti legate all’età - Il primo articolo del decreto interviene sulla punibilità dei minori. Nel decreto legge trova così spazio una norma che era stata inserita in un ddl ancora in discussione alla Camera: prevede l’estensione della presunzione di capacità di intendere e di volere - e di conseguenza l’imputabilità - per i minori tra i 14 e i 18 anni. Significa che, al contrario di quanto avviene per chi è sotto i 14 anni, i ragazzi tra i 14 e i 18 possono essere perseguiti senza attenuanti legate all’età. Rispetto all’articolo del codice penale finora in vigore, il minore è considerato imputabile a meno che la difesa non riesca a dimostrare concretamente la sua incapacità di intendere o di volere al momento del fatto. Si supera quindi la vecchia prescrizione in base alla quale era l’accusa a dover provare la maturità caso per caso. Arresto in flagranza differito per devastazione e saccheggio - Il decreto modifica il codice di procedura penale anche riguardo all’arresto in flagranza differito (cioè non quando la persona è colta sul fatto ma subito dopo). Questa previsione viene estesa: sarà possibile comminare l’arresto in flagranza differito per i reati di devastazione, saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche, danneggiamento da parte di un gruppo, purché il reato sia dimostrabile, per esempio attraverso video. Allo scopo di far fronte ad alti numeri di arresti, come nel caso dei fatti di Milano, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato che, con l’approvazione del decreto, sarà possibile “applicare con effetto immediato e senza la procedura ordinaria” i magistrati funzionali all’iter di convalida nel rispetto dei tempi stabiliti. Il divieto di uscire o radunarsi non solo per le manifestazioni - Estensione del “fermo preventivo”, non solo in occasione di manifestazioni: la stretta è un tentativo di prevenire anche “scorribande” (le ha definite così il ministro dell’Interno Piantedosi) come quelle che si sono viste nel centro di Milano in assenza di una protesta organizzata. È un fermo preventivo l’avviso orale del questore che vieta di radunarsi in alcuni luoghi, a volte in alcuni orari, quando cinque o più persone, anche in gruppo, tengano comportamenti intimidatori, molesti o violenti contro persone o cose. Il fermo preventivo è stato introdotto a febbraio scorso. Da ieri potrà essere rivolto a coloro che commettono “fatti e atti che turbino l’ordine e la sicurezza pubblica in luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone” e anche ai minori (tra i 14 e i 18 anni). Carcere e maxi sanzioni in caso di disordini in piazza - Nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione. Punisce persone che si raggruppino in cinque o più e tirino pietre e petardi o usino bastoni, mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Illustrandola, il ministro Nordio ha parlato dell’impiego di mazze e bastoni, ma anche di “lancio di razzi, bengala e fuochi artificiali scagliati con il rischio per l’incolumità”. Per questo reato la pena è la detenzione da 2 a 5 anni, la sanzione amministrativa è fino a 20 mila euro. La pena è aumentata nel caso in cui i responsabili si travisino e se le loro condotte provochino feriti. Rappresenta poi una fattispecie autonoma di reato, punita con la detenzione da 4 a 12 anni, l’organizzazione e la promozione di raggruppamenti violenti, anche “tramite strumenti informatici e telematici”. Potenziata “Strade sicure”. Altri 500 soldati a Milano - Approvato il potenziamento dell’operazione “Strade sicure”: 500 militari aggiuntivi saranno inviati a Milano fino almeno al 31 dicembre. Consentiranno di rafforzare i presidi, intensificare la vigilanza dei siti sensibili e aumentare la capacità di controllo del territorio. Il loro impiego “contribuirà, inoltre, a rendere più efficiente la distribuzione delle risorse, consentendo a polizia e carabinieri di concentrare maggiormente il proprio personale sulle attività di prevenzione, intervento, contrasto dei reati e servizi di ordine pubblico”. Non passa l’ipotesi di ampliarne i compiti e le funzioni che avrebbe dato ai militari i poteri degli agenti di polizia giudiziaria. I militari opereranno “in coordinamento con le forze di polizia e nel rispetto delle rispettive competenze”, annuncia la Difesa. “Chi rompe paga”. Danni risarciti dalle famiglie - Chi rompe paga e se chi rompe è un minorenne per lui pagano i genitori. Una novità del decreto è l’introduzione di procedure veloci per risarcire i danni provocati durante le manifestazioni violente. Nel caso di danni a beni pubblici, come le pensiline delle fermate degli autobus o i semafori, il prefetto invia l’ingiunzione di pagamento. Nel caso di danni a privati, come le devastazioni di negozi, vetrine, atti vandalici su auto e moto parcheggiate, il proprietario del bene potrà chiedere un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo al giudice. La sanzione amministrativa “in caso di violenza a persone o cose, commessa da un minore, anche se non imputabile”, è comminata ai genitori: da 500 a mille euro, somma che raddoppia in caso di reiterazione. Dai rave, a Caivano, ai “maranza”: tutte le strette del governo sui minorenni che delinquono ansa.it, 21 ottobre 2026 In quattro anni sei diversi Decreti legge e un Disegno di legge. Dalla stretta anti-rave dell’ottobre 2022 al nuovo decreto adottato ieri, sono diversi i provvedimenti del governo che hanno mirato a imprimere una stretta sul fronte della sicurezza, con una particolare attenzione ai minori che delinquono. Ecco le principali misure, spesso seguite a fatti da cronaca. Decreto anti-rave - È uno dei primi decreti del governo, a pochi giorni dall’inizio della legislatura, il 31 ottobre 2022. Organizzare e partecipare ai rave party diventa un reato specifico, il 434-bis del Codice penale. Punibile con pene fino a sei anni di reclusione. E c’è anche la sanzione accessoria della confisca dei mezzi usati dagli organizzatori. Decreto Caivano - Nel settembre 2023 è la volta del decreto Caivano, che introduce un giro di vite sul fenomeno delle baby gang, con l’avviso orale del questore esteso ai 14enni, il divieto dell’uso di cellulare e pc ai giovani tra i 14 e i 18 anni responsabili di violenze, ma in caso di condotte più gravi anche per quelli tra i 12 e i 14; ampliamento della platea dei reati per i quali può essere disposta la custodia cautelare. Ddl sicurezza - Nel novembre del 2023 un disegno di legge contiene nuovi reati e ne aggrava le pene per altri: si va dalle truffe agli anziani alle rivolte nelle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio, dalle aggressioni alle forze dell’ordine ai blocchi stradali, al borseggio. Decreto sicurezza 2025 - Nuovo decreto sicurezza nel giugno 2025. Il provvedimento introduce una stretta sulle occupazioni abusive delle case (con pene da 2 a 7 anni), nonché il reato di blocco stradale (con carcere fino a un mese se commesso da una sola persona, da sei mesi a due anni se commesso da più persone). Previste poi aggravanti per la violenza o la minaccia a un pubblico ufficiale se commessa per impedire la realizzazione di un’opera pubblica strategica e se le violenze sono commesse vicino a stazioni ferroviarie o metro. Decreto sicurezza 2026 - Nel febbraio di quest’anno viene approvato un nuovo decreto sicurezza ed anche un disegno di legge. Si introduce il fermo preventivo di 12 ore durante lo svolgimento di una manifestazione per le persone ritenute pericolose. Altra novità, definita “anti-maranza”, è il divieto di vendere coltelli ai minori, anche su web e piattaforme elettroniche. Per tutti c’è il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile. Chi lo viola, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Se i fatti sono commessi da un minorenne, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a mille euro a carico dei genitori. Prevista poi l’estensione del Daspo urbano anche ai minori. Decreto per estendere ai minori i poteri del Pna - Nel settembre scorso è stato approvato un decreto che concede al Procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo la possibilità di esercitare i propri poteri anche nei procedimenti a carico di imputati minorenni. Decreto anti-maranza, 20 ottobre 2026 - Gli under 18 imputabili senza attenuanti legate all’età; arresto in flagranza differito per devastazione e saccheggio; divieto di uscire o radunarsi non solo per le manifestazioni; carcere e maxi sanzioni in caso di disordini in piazza. “Tutti colpevoli”, ma la folla non è un imputato di Stefano Zirulia Il Manifesto, 21 ottobre 2026 Nel dibattito sugli scontri e sui danneggiamenti a Milano emerge, tra le tante, una tendenza preoccupante: quella di considerare i responsabili come una massa indistinta, nei confronti della quale invocare arresti, misure cautelari e pene esemplari. Di fronte a episodi di violenza collettiva, il nostro ordinamento impone di seguire una strada diversa, improntata al rispetto di alcuni fondamentali principi. I quali, va ricordato, non sono inutili orpelli o fattori di impunità, bensì garanzie contro gli eccessi punitivi dello Stato di cui siamo tutte e tutti beneficiari. Il punto di partenza è il principio secondo cui la responsabilità penale è personale, sancito dall’articolo 27 della Costituzione. Significa che ciascuno risponde delle proprie azioni, compiute con coscienza e volontà, e non di quelle altrui. Pertanto, anche quando un reato viene commesso nel contesto di una manifestazione violenta, occorre accertare quale sia stato il contributo del singolo partecipante, tanto sul piano materiale quanto su quello delle intenzioni. Anche un contributo psicologico, come l’incitamento, può fondare una responsabilità a titolo di concorso, ciò che rileva è che venga dimostrato, anziché semplicemente desunto dalla presenza sul luogo. Si tratta di un passaggio ancora più delicato di fronte all’eventuale contestazione di reati, come quello di devastazione e saccheggio, che per un verso sono quasi sempre commessi in contesti collettivi, e per altro verso sono presidiati da sanzioni di particolari severità (da 8 a 15 anni di reclusione), che possono facilmente trasformarsi in una punizione sproporzionata per eccesso, e dunque ingiusta e disfunzionale agli obiettivi di risocializzazione che pure la Costituzione impone. Questa esigenza di individualizzazione non vale solo l’accertamento della responsabilità, ma anche, con le dovute differenze, per gli arresti in flagranza e per l’applicazione delle misure cautelari, che non possono trasformarsi in strumenti di punizione anticipata o collettiva, da dare in pasto a un’opinione pubblica disorientata di fronte all’accaduto. C’è poi un aspetto meno noto, che merita di essere ricordato. Nel nostro ordinamento la dimensione collettiva della violenza può invece legittimamente assumere rilievo in senso opposto a quello visto finora, cioè per attenuare la responsabilità penale. L’articolo 62 del codice penale prevede infatti una specifica circostanza attenuante per chi abbia agito sotto la “suggestione di una folla in tumulto”. L’idea sottostante è che il coinvolgimento emotivo generato dalla folla possa ridurre la capacità del singolo di autodeterminarsi, rendendo meno grave la sua colpevolezza, pur senza escluderla. Naturalmente non si tratta di un’attenuante automaticamente estendibile a tutti i manifestanti: occorre dimostrare, tra l’altro, che la condotta del singolo sia stata effettivamente determinata dalla suggestione collettiva, e non fosse invece preordinata. Non sappiamo se questi presupposti ricorrano nei fatti recenti, spetterà ai giudici verificarlo. Ciò che è importante ribadire anche e soprattutto nelle giornate immediatamente successivi ai fatti, quando il contesto ancora caldo può indurre a formulare accuse avventate, è che nel diritto penale la folla non può servire a presumere la colpevolezza dei singoli. Può invece, in determinate circostanze, contribuire a spiegare e ad attenuare la loro responsabilità. Il Gip di Milano: “Rischio altissimo che ricapiti, è in atto un battage social” di Matteo Castagnoli e Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 21 ottobre 2026 Per il giudice a Milano c’è un “preciso progetto di destabilizzare l’ordine pubblico. Oggi altri 41 (tra cui 35 minorenni) finiscono davanti al gip. “Ero a Cesano Boscone sabato 17 ottobre e mentre aspettavo il bus ho incontrato alcuni miei amici che mi hanno detto di andare in Duomo a Milano a “fare la rivolta” con loro, e io sono andato”, dice un 19enne al giudice. “Il passamontagna me lo sono portato dietro ma perché era un oggetto un po’ “scenico”“, prova a spiegare un 21enne, “mi era arrivato su TikTok un video in cui si chiamava a questa manifestazione per il carovita e ho deciso di aderire perché l’azienda di mio padre sta facendo di tutto per licenziarlo, ma poi una volta lì, sbagliando, mi sono fatto influenzare da quello che stava succedendo”. “Ad un certo punto - aggiunge un altro 19enne - dato il caos non ho capito più niente, ho visto che c’era questo negozio che era stato praticamente distrutto e tutti entravano e prendevano delle scarpe… Voglio dire che io ho problemi mentali come Dsa e ho una invalidità civile al 100%”. Il problema - per questi giovanissimi “spaesati e spaventati” che restano 4 su 5 in carcere, e il quinto comunque ai domiciliari, per reati da 8 a 15 anni come la devastazione e da 3 a 15 anni come la resistenza a pubblico ufficiale con cinque aggravanti - è apprendere non solo che il gip Fabrizio Filice quasi sempre non crede a “dichiarazioni evidentemente inconciliabili con il verbale di arresto, sì che l’unico modo di prestare loro fede sarebbe quello di ritenerlo falso”; ma soprattutto che, “anche ammettendo che gli indagati non abbiano partecipato direttamente alle devastazione dei locali e si siano invece limitati ad accodarsi al flusso di persone in entrata e a cercare di asportare merce di loro interesse, questo è già di per sé necessario e sufficiente a integrare i presupposti per il loro concorso, materiale e consapevole, nel reato contestualmente attuato dagli altri concorrenti”. Visto quanto poi accaduto domenica, “il rischio” di altre occasioni di piazza che fungano “di nuovo da detonatore esponenziale della violenza” è per il gip “altissimo nel breve termine”, a maggior ragione per le “nuove convocazioni via social (dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre, sui quali, pure, sono in corso indagini) con le quali si invitano i giovani a rendere “permanente” una mobilitazione “violenta e insurrezionale”. Da qui in poi, invece, non è più da elementi concreti agli atti, che per ora non ci sono, ma è da una più sociologica valutazione che il gip ritiene “più che plausibile” l’idea che “l’autoconvocazione via social della protesta” sabato “fosse già preordinata alle violenze sotto un’insegna volutamente generica di istanze sociali varie”; e definisce addirittura già “evidente, dal proseguire del battage via social per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, che è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Progetto fondato per il gip “proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani, che in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali, agendo in totale contrasto con i valori della Costituzione”. Oggi un’altra gip deciderà su altre 6 richieste di arresti di maggiorenni, mentre per i minorenni su 35 richieste di arresto (di cui 8 in carcere) ieri sono state adottate le prime 11 misure cautelari: nessun carcere, 5 collocamenti in comunità e 6 permanenze in casa. Interrogati in queste ore sono ragazzini per lo più di 15-16 anni (tre ne hanno 14); cognome metà italiano e metà no, ma in realtà 25 nati in Italia e solo 10 all’estero; 10 milanesi e gli altri dell’hinterland o della Regione; 31 su 35 senza alcun precedente. Li raggiungerà il 17enne arrestato lunedì dai carabinieri a Cesate in flagranza differita: addosso aveva ancora alcuni dei capi saccheggiati sabato a un negozio Lacoste in via Dante. La sentenza è salva anche se il giudice lascia il suggerimento dell’IA di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 21 ottobre 2026 La Corte d’appello di Cagliari non penalizza le “frasi di cortesia” generate dall’assistente virtuale: l’origine automatica di alcune parole non prova che l’algoritmo abbia svolto attività interpretativa, valutativa o decisoria. L’utilizzo dell’Intelligenza artificiale da parte del giudice sarà sempre più frequente e con limiti ben definiti. Il più importante riguarda l’insostituibilità del magistrato - identico discorso vale per l’avvocato - nell’argomentazione, interpretazione e decisione. L’algoritmo è uno strumento non il giurista che elabora, argomenta, decide. Particolarmente interessante è una ordinanza della Corte d’appello di Cagliari del 23 luglio scorso (si tratta della n. 182), riguardante una frase contenuta nella motivazione di una sentenza del Tribunale di Oristano in cui emerge l’impiego di un sistema di IA generativa. Il giudice di Oristano, dal quale poi è scaturito l’intervento della Corte d’appello cagliaritana, ha lasciato una evidente traccia della sua interlocuzione con un assistente generativo, il quale, dopo essere stato interpellato, ha risposto così: “Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente solido”. La risposta fornita dall’IA ha indotto la società soccombente in Tribunale (la causa riguardava la restituzione di somme a titolo di caparra e il versamento di somme a titolo di risarcimento danni) ad individuare un motivo d’appello radicale, prospettando l’inesistenza o la nullità del provvedimento per il presunto impiego dell’Intelligenza artificiale nella redazione della motivazione. La Corte d’appello di Cagliari ha fatto chiarezza con l’ordinanza n. 182 del 23 luglio 2026, stabilendo che una frase originata automaticamente non equivale, sul piano logico, all’origine automatica del giudizio sui fatti e sul diritto. “La pronuncia della Corte di Appello di Cagliari - commenta Luigi Viola, avvocato e co-founder di GiuriMatriX (legal AI) - è la prima che si occupa espressamente del tema dell’uso della IA da parte di un giudice, ponendo il quesito se ciò possa rappresentare legittimo motivo di gravame. La risposta è molto chiara: l’uso della IA, che può essere desunto da alcune “frasi di cortesia” presenti nel provvedimento, non dimostra ex se la violazione dell’art. 15 della legge 132/2025 da parte del Giudice; ciò in quanto dette frasi non dicono per nulla che il Giudice abbia usato la IA per “la valutazione dei fatti e delle prove, l’interpretazione della legge e l’adozione della decisione”. Siamo di fronte, come evidenzia Viola, ad “un’interpretazione rigorosa conforme al dictum normativo”. “Tuttavia - aggiunge il co-founder di GiuriMatriX -, lo stesso rigore dovrebbe portare a ritenere che l’atto processuale redatto dall’avvocato che contenga “frasi di cortesia” non dimostra ex se che abbia “agito o resistito con mala fede o colpa grave” (articolo 96 del Codice di procedura civile); tanto più che l’art. 96 c.p.c. si occupa dell’an dell’azione, non certo del quomodo del singolo atto”. Giustizia riparativa: no al ricorso contro il diniego se la pena è fissata nel minimo edittale di Anna Larussa altalex.com, 21 ottobre 2026 In caso di esito positivo del programma non è prospettabile alcuna mitigazione ulteriore del trattamento sanzionatorio (Cassazione, sentenza n. 22940/2026). Se la pena base è stata determinata dal giudice nel minimo edittale e ridotta nella massima estensione consentita dalle attenuanti, non sussiste alcun interesse al ricorso avverso il diniego di giustizia riparativa, in quanto non è prospettabile alcuna ulteriore mitigazione del trattamento sanzionatorio conseguente all’eventuale buon esito del programma (Cassazione penale, sentenza n. 22940/2026). Il fatto La pronuncia che si annota trae origine dal ricorso per cassazione avverso la decisione della Corte di Appello di Bari che confermava la penale responsabilità dell’imputato per i reati di rapina pluriaggravata e lesioni personali, ribadendo la condanna alla pena di quattro anni e un mese di reclusione ed euro novecento di multa e revocando le statuizioni civili. Con l’impugnazione di legittimità il difensore dell’imputato, lamentava, inter alia, la mancata considerazione dell’accordo di patteggiamento intervenuto in primo grado tra le parti ancorché rigettato dal Giudice dell’udienza preliminare, l’errato diniego delle circostanze attenuanti ad effetto speciale del danno di speciale tenuità e del risarcimento del danno (avvenuto, quest’ultimo, dopo la pronuncia di primo grado), nonché, per quel che maggiormente interessa, l’omessa valutazione della richiesta di accesso ai programmi di giustizia riparativa, presentata con l’atto di appello e reiterata con successive memorie. Con la sentenza in esame, la Corte ha dichiarato il ricorso integralmente inammissibile, ribadendo e precisando importanti coordinate ermeneutiche in materia di dosimetria della pena, circostanze del reato e, soprattutto, impugnabilità del diniego, anche implicito, di accesso alla giustizia riparativa. I giudici di legittimità hanno innanzitutto ribadito che l’accordo ex articolo 444 c.p.p., non ratificato dal giudice, non spoglia l’organo giudicante della propria discrezionalità e non vincola la quantificazione della pena, la quale è compiutamente motivata quando sia compresa tra il minimo e il massimo edittale e dia conto, anche globalmente o con formule sintetiche, dell’adeguatezza del trattamento punitivo. Hanno ancora precisato che, in tema di rapina, la concedibilità dell’attenuante del danno di speciale tenuità deve considerare non solo il valore economico del bene sottratto, ma anche l’impatto lesivo sulla persona, data la natura plurioffensiva del reato. Mentre, per quanto riguarda l’attenuante del risarcimento del danno, i giudici di legittimità hanno ricordato che l’adempimento deve avvenire tassativamente prima del giudizio di primo grado, rendendo tardivo e irrilevante ogni versamento successivo. Il profilo di maggior rilievo teorico e pratico della pronuncia riguarda l’omesso esame della domanda di accesso alla giustizia riparativa e il chiarimento che ne consegue sul rapporto tra la giustizia riparativa e i limiti invalicabili della sanzione penale. Sul punto, in linea con le Sezioni Unite (Cass. Pen., Sez. U, n. 5166/2026, Rv. 289325 - 01) la Sezione assegnataria del ricorso ha riaffermato che il principio secondo cui il provvedimento che nega l’accesso al percorso riparativo ha natura giurisdizionale ed è impugnabile anche quando il diniego sia implicito, come avvenuto, nel caso in esame, di mancata risposta dei giudici di secondo grado alla richiesta formulata in sede di appello, costituente vizio del provvedimento. Tuttavia, affinché l’impugnazione sia ammissibile, l’interessato deve prospettare un interesse al ricorso che sia concreto e attuale: nel caso in cui tale interesse venga individuato nei possibili riflessi favorevoli sul trattamento sanzionatorio, la potenziale mitigazione della pena deve essere giuridicamente e fattualmente praticabile nel senso che il trattamento sanzionatorio non deve essere già stato determinato nel minimo legale, perché in tal caso non è prospettabile alcuna mitigazione ulteriore conseguente al buon esito del programma. Ne consegue che laddove il giudice di merito abbia già determinato la pena edittale partendo dal minimo di legge e abbia applicato le circostanze attenuanti nella loro massima estensione consentita, non sussiste alcun interesse concreto a ricorrere avverso il diniego di accesso alla giustizia riparativa: ciò, in quanto, in un simile scenario, anche il positivo svolgimento del programma riparativo non potrebbe condurre ad alcuna ulteriore riduzione aritmetica della sanzione al di sotto del minimo edittale inderogabile. Nel caso in esame, il ricorrente - ha osservato la Corte - aveva correttamente identificato l’interesse del ricorso nella parte in cui aveva contestato la mancata valutazione della richiesta di accesso al programma di giustizia riparativa nelle conseguenze che l’accoglimento dell’istanza avrebbe potuto avere sulla pena; tuttavia, tale interesse non poteva avere, nel caso di specie, alcuna caratteristica di concretezza tenuto conto che la Corte di appello, confermando la sanzione inflitta dal Tribunale, aveva determinato la pena detentiva partendo dal minimo edittale previsto per la rapina aggravata (anni sei di reclusione), diminuendolo - previo riconoscimento del bilanciamento in prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti contestate - nel massimo consentito dalla legge (ovvero un terzo) per così giungere alla pena finale di anni quattro di reclusione, cui veniva applicato un aumento per la continuazione di un solo mese per il reato di lesioni. Essendo la pena stabilità già nel minimo non emergeva alcun interesse concreto alla sua ipotetica riduzione in seguito all’accesso ai programmi di giustizia riparativa. La decisione offre un equilibrato bilanciamento tra le garanzie difensive legate ai nuovi strumenti della Riforma Cartabia e la certezza dei limiti edittali evitando che l’omessa pronuncia su un’istanza riparativa si trasformi in un vizio formale da far valere nel giudizio di legittimità quando nessun beneficio concreto potrebbe derivarne per il ricorrente. Padova. Nomina Garante dei detenuti, l’opposizione: “Cameran faccia un passo indietro” Il Mattino, 21 ottobre 2026 Microfoni spenti e taccuini chiusi: “Un’altra figuraccia, è stata gestita male la vicenda”. È questo il pensiero che si rincorre a Palazzo Moroni il giorno dopo la seconda votazione del Consiglio comunale sul garante dei detenuti, conclusasi con un altro nulla di fatto. Se al primo turno erano necessari i due terzi dell’aula, lunedì sera bastava la maggioranza assoluta, vale a dire 17 voti, per eleggere Paola Cameran, 68 anni, magistrata padovana in pensione e unica candidata a ricoprire questo importante ruolo di garanzia per il Comune. E invece la maggioranza di centrosinistra, in particolare l’assessora al sociale Margherita Colonnello, non è riuscita a portare a casa la nomina. Dopo il toccante intervento del capogruppo di FdI, Matteo Cavatton, che ha ricordato “la terribile e ingiusta vicenda che ha coinvolto 25 anni fa mio padre”, con riferimento all’inchiesta giudiziaria guidata proprio da Cameran, si è arrivati al momento del voto. E com’è andata? Sedici voti per l’unica candidata. In nove, dalla minoranza, hanno scritto “Gianni Cavatton”, a sostegno del collega Matteo. Un consigliere si è astenuto, scrivendo “astenuto” sulla scheda; un altro, per errore, ha messo “Cattelan”. Un’ulteriore scheda ha riportato il nome dell’ex sindaco Flavio Zanonato, tornato a scuotere la politica padovana nelle ultime settimane. Cameran, interpellata, si limita a un “no comment”. Ieri, invece, ci sarebbe stata una telefonata tra la magistrata e l’assessora Colonnello. A questo punto si ipotizza che Cameran possa anche ritirare la propria disponibilità. Un’eventualità che il sindaco Sergio Giordani vuole scongiurare: “Spero non cambi idea”. L’opposizione invece chiede un passo indietro: “Rappresenterebbe oggi un gesto di responsabilità, utile a sottrarre il suo nome a ulteriori strumentalizzazioni politiche della sinistra”, dice Manuel Bianzale (misto). E Luigi Tarzia (Udc) tiene il punto: “Il Garante deve essere espressione di autorevolezza, indipendenza e soprattutto ampia condivisione. Quando manca un consenso così importante per ben due votazioni, la risposta non può essere insistere a colpi di maggioranza, ma fermarsi e riflettere”. Se Cameran non ritirerà la candidatura, si va alla terza votazione. A quel punto sarà sufficiente la maggioranza semplice. Rovigo. La Casa di Abraham, l’architetto spaziale e l’abolizione del carcerato di Sergio D’Elia huffingtonpost.it, 21 ottobre 2026 Una casa e anche una famiglia: con la cucina, gli animali, l’orto, i campi intorno. Cristianamente, non giudica nessuno, accoglie tutti: giovani e anziani, immigrati ed emarginati, malati di droga e malati di mente, persone senza fissa dimora o di casa nel penitenziario di Rovigo, da dove arrivano per la messa alla prova, lavori di pubblica utilità, permessi premio o misure alternative alla detenzione. Il carcere di Rovigo ha dieci anni di vita, sorge nella periferia est della città, vicino alla Cittadella Sanitaria. Carcere e ospedale sono vicini, materialmente e simbolicamente, accomunati dall’essere luoghi di pena e, forse, di riabilitazione. L’istituto è già sovraffollato oltre la media nazionale, il trattamento è già pregiudicato dalle carenze strutturali e di personale. Eppure, il ministero sta facendo di tutto per complicare la vita ai detenuti e ai detenenti. Tra i vecchi edifici e il muro di cinta, sono visibili le prime tracce delle fondamenta di un nuovo padiglione da 80 posti. Un secondo padiglione da 120 posti è nelle intenzioni. In carcere non esiste il vuoto: appena apri una cella la riempi subito, e non ne svuoti un’altra. I detenuti aumentano e i detenenti sono sempre gli stessi, anzi sempre di meno. A Rovigo, dei 185 agenti previsti solo 139 sono operativi. Dei 4 educatori previsti, uno è assente per malattia grave e un altro sta per andare in pensione. Il trattamento dei detenuti è solo in parte compensato dalla buona volontà e dal “genio civile” di operatori impegnati, anche contro le leggi fondamentali della fisica, a trovare spazi per le attività intramurarie. Il direttore è giovane, si chiama Mattia Arba, è un amante dell’ordine e della sicurezza, ma anche del fare. Dalla mattina alla sera vive in carcere tra i carcerati a tentare di ridurre i danni di un luogo strutturalmente portato a generarli, intento a fare di tutto per recuperare i carcerati tendenzialmente portati, se abbandonati a se stessi, a rifare danni e tornare in galera. Una mano nell’opera di recupero e contro l’abbandono gliela dà la “Casa di Abraham”, che si trova nel cuore del Polesine e anche in quello dei suoi fondatori, Susanna Carlesso e Dino Previato. La Casa di Abraham è proprio una casa e anche una famiglia: con la cucina, gli animali, l’orto, i campi intorno. Cristianamente, non giudica nessuno, accoglie tutti: giovani e anziani, immigrati ed emarginati, malati di droga e malati di mente, persone senza fissa dimora o di casa nel carcere di Rovigo, da dove arrivano per la messa alla prova, lavori di pubblica utilità, permessi premio o misure alternative alla detenzione. La Casa di Abraham ha ospitato anche noi di Nessuno tocchi Caino dopo la visita al carcere di Rovigo in una conferenza dal titolo “La pena che si trasforma: percorsi di inclusione e responsabilità”. C’era anche Monsignor Pierantonio Pavanello, vescovo di Rovigo, che ho incrociato qualche mese fa durante un incontro bellissimo nell’ambito del festival biblico. Siamo andati nella Casa di Abraham con la nostra bandiera e la scritta “spes contra spem”, che richiama il passo su Abramo e Isacco della Lettera di San Paolo ai Romani: la fede incrollabile di Abramo nel Signore, la sua obbedienza che arriva al punto del sacrificio dell’unico figlio, Isacco, e che alla fine viene premiata. Quando è la fede a essere agita, la speranza a incarnarsi, può accadere il miracolo. All’ultimo momento, l’angelo inviato dal Signore ferma la mano armata. E così, “sperando contro ogni speranza”, Abramo divenne genitore di nuove discendenze. È l’essere speranza che crea il nuovo, il possibile, anche contro ciò che appare scontato, il probabile. Prima c’era scritto solo “Nessuno tocchi Caino” nel nostro simbolo. Il motto paolino che compare oggi è il frutto di una riforma pannelliana del 2015, quando in un congresso nel carcere di Opera, Pannella ha ritmato “Spes contra spem”: la “speranza contro ogni speranza”. Nella sua vita politica, Marco ha usato spesso il motto di San Paolo: occorre dare corpo alla speranza, diceva, nutrirsi della sua essenza, non possederla come bene materiale. Quanti ne incontriamo di disperati, anche nelle carceri, che dicono: non ho nessuna speranza perché nessuno me la dà, nessuno che mi faccia sperare. Con Pannella siamo andati in Africa, come i Blues Brothers: “in missione per conto del Signore”. Una volta siamo stati in Niger con lui, Matteo Angioli, Marco Maria Freddi, Stefano Marrella e Marco Perduca, non solo per entrare nei palazzi del potere ma, anche lì, per “visitare i carcerati”. Nel carcere di Niamey e poi in quello di Kollo. I detenuti erano adunati nel cortile, seduti sulla terra rossa o sulle taniche vuote dell’olio, non so di che tipo, non certo d’oliva. Tutti lo guardavano con aria interrogativa, come a chiedersi: chi è questo signore coi capelli bianchi e la coda di cavallo che parla di speranza? Cosa vuole dire? Non capivano il francese, e Marco parlava in francese; poi usava questo latino “spes contra spem”. Tradotto nel dialetto del posto, lui spiegava che bisogna essere speranza per i propri cari. La speranza è amore nei confronti delle persone che ti amano. Non bisogna cedere alla disperazione. Occorre vivere per coloro che vogliono che tu viva. Questa è la speranza, secondo Pannella: amare la vita per l’amore che si nutre nei confronti delle persone che ti amano e vivono per te. E lì, forse, i detenuti capivano che non dovevano cedere alla disperazione o all’idea di farla finita. Cesare Burdese è un “architetto spaziale” che abita a Torino, va spesso in Olanda ma, quando sa che facciamo una visita in carcere, prende e parte, viene con noi, con la matita, il blocco degli appunti e il metro di legno come quello dei muratori. Lui ha il compito di prendere le misure delle celle e fare gli schizzi di quello che vede, ma la sua visione non è quella terra-terra del carcere reale: le pareti, gli angoli, gli ingombri, il pavimento della cella. È un architetto spaziale, nel senso che la sua mente spazia nello spazio immateriale, nell’alto dei cieli del possibile contro il probabile, nell’infinito di un luogo che immagina senza corridoi, senza muri, senza cancelli, senza sbarre. A ben vedere, la sua visione architettonica del carcere è una visione abolizionista. Cesare Burdese vede il carcere un po’ come Franco Basaglia vedeva il manicomio. Manicomi e carceri sono per definizione luoghi di clausura, con celle e sbarre, muri e portoni. Burdese è un architetto, Basaglia era uno psichiatra, però la visione è la stessa, quella di aprire i luoghi chiusi a tal punto da chiuderli per sempre. Basaglia fece abbattere l’architrave che stava sul portone d’ingresso principale del manicomio di Trieste, perché altrimenti non usciva il “cavallo Marco”, un’opera equestre di cartapesta celeste che i pazienti avevano realizzato per soppiantare un equino vero che doveva andare in pensione dopo una vita passata a tirare la carretta con la biancheria sporca del manicomio. Era talmente bello il cavallo di cartapesta che Basaglia voleva farlo vedere a tutta la città. Ma non usciva, il cavallo, dalla porta carraia e allora Basaglia la fece abbattere. Come un cavallo di Troia al contrario, dalla fortezza chiusa e impenetrabile del manicomio uscirono gli assediati, i matti da legare liberati da Basaglia dai letti di contenzione e dalle camicie di forza. Quell’apertura segnò la fine dei manicomi e della pena mentale. È la visione del carcere dell’architetto spaziale Cesare Burdese. Si abbattono gli ostacoli, i muri, le porte e i portoni, e tutto ciò che nega l’orizzonte alla vista dei carcerati, i più elementari sensi vitali e significativi contatti umani. E, se non vedi oltre la finestra della cella e il muro di cinta, il carcere non è solo privazione della libertà, diventa un luogo di pena, e di una pena che diventa anche corporale. In quel luogo di clausura perdi la vista, perdi l’udito, perdi i denti, perdi i sentimenti, perdi il senno. Ti ammali di cuore, di cancro, di mente. Eppure, nel terzo millennio, noi continuiamo a dare per scontata la necessità del carcere e, come nel Medioevo, a praticare la pena corporale. L’opera di misericordia corporale del “visitare i carcerati” che continuiamo a compiere, non sarà mai compiuta davvero finché non sarà l’opera di misericordia che libera i carcerati dalla pena corporale. Dobbiamo, non solo visitare, ma anche liberare i carcerati, se vogliamo essere più civili, se vogliamo continuare a dirci cristiani. È un’opera evangelica, come quella della parabola dell’adultera: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Vuol dire: non giudicare. Perché sta lì, nel giudizio, nella pretesa di giudicare, il peccato originale del punire, il vizio d’origine dei sistemi penali e penitenziari. Il titolo del libro dell’anno scorso di Nessuno tocchi Caino era Non giudicare. Quello di quest’anno è Abolire. Abolire che cosa? Il carcere, il cimitero dei vivi, come lo definì Filippo Turati nel 1904, in un memorabile discorso alla Camera dei Deputati. Perché quello è, il carcere: il cimitero dei vivi. E quello svela il senso originario della parola, che viene dall’aramaico antico “carcar” e significa sotterrare, seppellire. Quando il nome di una cosa ne segna il destino o, detto all’inverso, quando una cosa si rivela essere esattamente quella che la parola in origine significava, è giunto il tempo di finirla con l’uso di quella parola e di quella cosa. Liberiamo i carcerati dal destino di essere sepolti vivi in un luogo che gli fa perdere la vista, l’udito, i denti, il cuore, la ragione. Quando accade che un luogo concepito per riabilitare pregiudica la riabilitazione, è giunto il momento di chiudere quel luogo. Tanto vale dire basta all’articolo 27 della Costituzione: è obsoleto, è superato, è fallito. Tradito dai mezzi usati per attuarlo: dal carcere stesso. Questa è la realtà, anche quella del carcere Rovigo che abbiamo visitato. Nonostante ci sia un bravo direttore, una brava educatrice, un bravo ispettore. Nonostante ci sia il panificio “Panatè”, che produce pinza romana e impiega dieci detenuti. A loro va il nostro riconoscimento. A chi ogni giorno vive dentro un sistema che produce danno e si adopera per ridurlo: il direttore che abita il carcere dalla mattina alla sera, gli educatori che sono rimasti in pochi, gli agenti costretti a turni infernali. Su questo voglio concludere. Ce l’aveva promesso il direttore un anno fa ed è stato di parola: il panificio è stato realizzato e ad aprile è stato aperto. Entri dentro e sei avvolto dal profumo intenso, atavico della farina, vedi i detenuti infarinati con le mani in pasta che fanno le pinze da vendere agli autogrill. Quella farina, quelle mani infarinate, ho detto al direttore, odorano di pulito, sanno di speranza. Hai fatto un panificio in carcere e hai creato una persona libera. Non hai abolito il carcere, ma hai abolito il carcerato. Una persona che in carcere non tornerà più, finché gli resterà addosso il profumo della farina e in bocca il sapore del pane. Milano. Oltre le sbarre, il valore della conoscenza di Giovanna Patanè bnews.unimib.it, 21 ottobre 2026 Garantire il diritto allo studio e trasformare il tempo della detenzione da spazio “sospeso” a percorso fecondo di crescita personale e riscatto: è su questi principi che si fonda l’impegno dell’Università di Milano-Bicocca all’interno degli istituti di pena. Attivo dal 2013 e parte della Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (Cnupp - Crui), il Polo penitenziario di Ateneo rappresenta un ponte concreto tra la comunità accademica e la società, investendo sulla formazione come leva fondamentale per il reinserimento di chi commette reati e l’abbattimento della recidiva. Il polo opera per garantire il diritto allo studio universitario ai detenuti di diversi istituti penitenziari lombardi e del Nord Italia, dando loro possibilità di accedere all’offerta formativa di Milano-Bicocca mentre scontano la loro pena, acquisendo così competenze ed esperienze vantaggiose per il loro futuro reintegro nella società. Una volta intrapreso il percorso universitario, ogni studente detenuto ha un tutor di riferimento che fa da tramite con il polo penitenziario e con i docenti. In parallelo alle attività di orientamento e di sostegno ai detenuti nel loro percorso universitario, il Polo Penitenziario di Ateneo porta avanti laboratori e attività di ricerca e promuove eventi culturali per sensibilizzare sul tema la comunità Bicocca e la cittadinanza. Nel corso degli anni, il progetto ha avuto un riscontro crescente: se nell’anno accademico 2018-2019 i detenuti iscritti a Milano-Bicocca erano 37, distribuiti su 13 corsi di laurea, oggi gli studenti che hanno scelto il nostro Ateneo sono 129 (in prevalenza residenti nelle carceri di Bollate e di Opera), distribuiti fra ben 37 corsi di studio, che spaziano dalle discipline scientifiche e psicologiche fino alle aree economico-sociali e giuridiche. Fra di loro, gli uomini sono 126, le donne sono 3; gli studenti di nazionalità italiana sono 102; quelli di nazionalità straniera 27. La fascia d’età più rappresentata è quella tra i 31 e i 45 anni, con 60 studenti, mentre gli studenti tra i 46 e i 60 anni sono 35 (pari al 27,1 per cento), quelli con più di 60 anni 18 (4 per cento) e quelli fra i 18 e i 30 anni 16 (pari al 12,4 per cento). Uno fra i tanti studenti detenuti che hanno concluso o stanno portando avanti i loro studi universitari grazie al programma del Polo penitenziario di Ateneo è Mattia Archinito: in carcere dal 2013, nel corso della detenzione ha intrapreso un cammino rigoroso fatto di studio, lavoro, pugilato e teatro, fino all’immatricolazione nel 2020 al Corso di Laurea in Scienze dell’educazione, con il desiderio di mettersi a servizio dei giovani provenienti da contesti difficili. Le sue parole, affidate a una lettera del 2023, restituiscono il senso più autentico del valore della formazione e del supporto dell’Ateneo: “Mi chiamo Mattia, ho 29 anni, sono in carcere dal 2013, quindi da quando avevo 18 anni. Ho una condanna all’ergastolo ma fin dall’inizio questa condizione, non mi ha ucciso; ma anzi mi ha dato la giusta motivazione per ripartire... dopo mesi e mesi di isolamento e carceri dove stavi chiuso in una scatola per tutto il giorno, nel 2016 sono riuscito ad arrivare a Bollate. Nelle carceri tradizionali sopravvivi e non pensi a cosa hai fatto e al danno che hai recato all’altro e agli altri. Nelle Carceri come Bollate smetti di sopravvivere e vivi, vivendo ti accorgi di tutto il resto. Arrivato a Bollate, dopo non molto ho iniziato a lavorare, mi sono iscritto a scuola, mi sono diplomato, e poi ho iniziato un percorso ancor più bello... il teatro. Poi c’è stata la scelta di iscrivermi all’Università, scienze dell’educazione; mi piaceva l’idea di fare qualcosa per i giovani, magari puntare su quelli che avevano superato dei limiti, mi dicevo e mi dico, che magari la mia storia, anche se brutta, forse proprio perché lo è, può servire all’altro, per rispecchiarsi. In carcere non è facile studiare, perché alcuni spazi sono in condivisione e non tutti hanno l’opportunità di stare in una cella singola. Io per un po’ ce l’ho fatta e la mia nuova libertà si è intersecata con il primo esame dove ho preso 27. Un pezzo fondamentale quando sei lì e non frequenti l’università sono le tutor, non solo ti puoi confrontare e quindi esci da te stesso per acquisire il pensiero di una studentessa, ma senza di loro è impossibile reperire il materiale, prenotare l’esame, è un ruolo fondamentale per chi vive lì e vuole studiare. Oggi sto lavorando presso un’azienda, e alla sera vado in università a studiare, non so se riuscirò a fare l’educatore, ma coltiverò passioni alimentando la curiosità di leggere e studiare, per conoscere me e l’altro, per dare uno sguardo nuovo alle cose, al mondo. Se il silenzio di quell’isolamento è stata la svolta per farmi conoscere la cultura, allora non devo gettare via il passato ma anzi far bagaglio di tutto per vivere una vita nuova”. Una testimonianza in Aula Magna - Oggi Archinito condivide la sua esperienza anche da un palco, come protagonista di un monologo teatrale autobiografico intitolato “Attraverso la mia ombra”. Lo spettacolo è stato scritto ed è diretto da Serena Andreani, che ha conosciuto Archinito svolgendo attività teatrale con i detenuti del carcere di Bollate. L’opera vede un uomo solo sul palco, condannato all’ergastolo, che attraversa le mura fisiche e mentali della detenzione. Attraverso un flusso di coscienza lucido, tagliente e poetico, il testo affronta i nodi dell’errore, del senso della pena, del confine sottile tra colpa e responsabilità, trasformando la reclusione in uno specchio della società contemporanea e aprendo a una domanda universale: chi è davvero il prigioniero? Il monologo verrà rappresentato il 21 ottobre 2026, alle 12:30, in Aula Magna, all’interno del programma del Festival del valore pubblico 2026. Un’occasione preziosa per riflettere su tematiche importanti, come sottolinea la professoressa Maria Elena Magrin, delegata del Rettore per le attività del Polo penitenziario: “I percorsi di riscatto personale e sociale per le persone che hanno commesso reati e scontano la loro pena in carcere sono spesso ‘inauditi’, eccezionali per la loro complessità e solitamente sconosciuti, perché non hanno voce e non vengono ascoltati. Il monologo di Mattia Archinito dà voce ai passaggi chiave di un lungo percorso di trasformazione e noi, come Polo Penitenziario dell’Università di Milano-Bicocca, abbiamo voluto dare la possibilità a questa voce di essere ascoltata”. Arezzo. Sopralluogo in carcere: “Lavori da sbloccare subito” La Nazione, 21 ottobre 2026 Visita degli assessori Nardini e Boni alla struttura inagibile per due terzi. Fanfani: “Non possiamo più permettere che una sezione resti inutilizzata”. Due terzi della struttura sono vuoti, perché i lavori di restauro sono rimasti sospesi. Un “paradosso”, quello della casa circondariale aretina, che ieri ha richiamato l’attenzione degli assessori regionali Filippo Boni e Alessandra Nardini, arrivati in carcere per una visita, guidata dal Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani e dalla garante comunale Sandra Rogialli. Al centro del sopralluogo, le annose criticità strutturali dell’Istituto penitenziario e la necessità urgente di rendere operativa la sezione da anni rimasta incompiuta. A fronte di un potenziale complessivo di oltre 120 posti, la struttura ospita attualmente circa 40 detenuti - con un’età media particolarmente giovane (25-27 anni) - e un’incidenza di cittadini stranieri pari al 50 per cento. I lavori di restauro e modernizzazione, la cui gestione fa capo al Ministero della Giustizia che ha già ricevuto il progetto, permetterebbero, così come ricordato dai partecipanti al sopralluogo, di mettere a disposizione circa 70 posti all’interno di spazi completamente rinnovati. Durante la visita, la delegazione ha effettuato una ricognizione completa di tutti i settori della struttura, incontrando la direzione, il personale di Polizia Penitenziaria, gli operatori e una rappresentanza della popolazione detenuta per approfondire non solo gli aspetti logistici, ma anche i temi sanitari e socioassistenziali, ritenuti prioritari. C’è stato anche un momento di commozione durante la sosta davanti alla cella storica dell’Istituto, luogo in cui il 15 giugno 1944 vennero trucidati i fratelli Tani e Aroldo Rossi. “Non possiamo più permetterci che un’intera sezione ristrutturata o in via di completamento resti inutilizzata per intralci burocratici o ritardi centrali - ha ribadito Fanfani -. In una fase in cui gli altri istituti della Toscana versano in condizioni di grave sovraffollamento, ad Arezzo abbiamo ambienti rinnovati che potrebbero accogliere dignitosamente fino a 70 persone e che invece rimangono chiusi”. “Chiediamo con forza al Ministero della Giustizia un intervento risolutivo per sbloccare i lavori e consegnare alla città e alla Toscana una struttura pienamente funzionale - conclude -. Accanto alla questione strutturale, resta massima l’attenzione sul piano della salute e dell’assistenza sanitaria all’interno del carcere”. Forlì. Teatro e carcere si incontrano: in scena “Scrivere il palcoscenico” con detenuti e studenti forlitoday.it, 21 ottobre 2026 L’evento rientra nella sesta edizione di “Trasparenze di Teatro Carcere”, la rassegna regionale promossa dal Teatro del Pratello in collaborazione con il Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna. Un ponte teso tra l’istituto penitenziario e il territorio per trasformare il palcoscenico in uno spazio di condivisione, incontro e superamento dei propri limiti. Si intitola “Scrivere il palcoscenico” lo spettacolo teatrale che debutterà lunedì 26 ottobre, alle 15, all’interno della casa circondariale di Forlì di via della Rocca. L’evento rientra nella sesta edizione di “Trasparenze di Teatro Carcere”, la rassegna regionale promossa dal Teatro del Pratello in collaborazione con il Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna. L’iniziativa rappresenta la seconda tappa di un progetto triennale che coinvolge 16 sezioni detentive in 9 istituti penitenziari del territorio emiliano-romagnolo. Protagonisti sulla scena saranno venti attori detenuti appartenenti alle sezioni maschile, femminile e protetti del carcere forlivese, affiancati da otto studenti del Liceo Classico “Monti” di Cesena. La drammaturgia porta la firma di Sabina Spazzoli, che cura anche la regia insieme a Michela Gorini e Davide Zagnoli, con la collaborazione di Jonathan Mastellari e le scene realizzate da Stefano Camporesi. La produzione è curata da Con…tatto, Malocchi e Profumi Aps e dal Coordinamento Teatro Carcere ER. Lo spettacolo nasce come traccia visibile di un percorso condiviso che intende utilizzare la finzione teatrale e la tradizione del metateatro - richiamando maestri della letteratura drammaturgica come Shakespeare, Pirandello, Goldoni, De Filippo, Wedekind e Bergman - per riflettere sul senso dei ruoli e sull’identità. A ispirare il lavoro è il pensiero di Antonin Artaud e le sue riflessioni sul teatro inteso come necessità vitale e gesto capace di scardinare le definizioni fisse, offrendo uno spazio critico in un luogo di reclusione. L’ingresso agli spettacoli all’interno delle strutture penitenziarie è soggetto all’autorizzazione dell’Autorità Giudiziaria competente. Per informazioni relative alle modalità e ai tempi di partecipazione è possibile contattare l’organizzazione tramite l’indirizzo e-mail teatrodelpratello@gmail.com. Empoli. Teatro inclusivo. Detenuti in scena con “Fuoco vivo” di Ylenia Cecchetti La Nazione, 21 ottobre 2026 Lo spettacolo si terrà domenica al Teatro del Popolo. Sul palco anche gli allievi e le allieve dei corsi. Una scena dello spettacolo “Fuoco vivo”, che domenica alle 17 porterà sul palco del Teatro del Popolo di Castelfiorentino i detenuti del carcere di Livorno. Al centro della scena, una rilettura corale e originale di “Fahrenheit 451”, il capolavoro distopico del 1953 dello scrittore americano Ray Bradbury: i libri sono banditi e il pensiero critico è considerato un pericolo. In un mondo che brucia le parole per uniformare le menti, un gruppo di resistenti decide di custodire la letteratura a memoria, diventando essi stessi “uomini-libro”. È il cuore dello spettacolo intitolato “Fuoco vivo” che porterà in scena, domenica prossima alle 17 al Teatro del Popolo di Castefiorentino, i detenuti del carcere di Livorno. Uno spettacolo inclusivo - che mette insieme allievi e allieve del laboratorio teatrale promosso dal Teatro del Popolo e detenuti della Casa Circondariale di Livorno - con la regia di Maria Teresa Delogu, in collaborazione con Lavinia Meo. Le musiche originali sono di Pippo Meo, costumi e oggetti di scena di Franca Gaggelli e Susanna Tamburini. Sul palcoscenico, insomma, questa metafora prende vita attraverso una straordinaria terra d’incontro: cittadini e cittadine e persone detenute si spogliano dei rispettivi ruoli quotidiani e delle proprie storie personali per diventare, insieme, i custodi della memoria e della bellezza. Insieme daranno vita all’evocazione di un mondo, quello immaginato da Ray Bradbury, così vicino e affine al nostro, nella sua arroventata, folle e preoccupante corsa verso una vita senza più pensiero critico. Lo faranno con ironia, leggerezza e intensità. In scena andranno Alfredo Agili, Gennaro B., Valentina Barsacchi, Rita Biocca, Giulietta Brogi, Margherita Cacciapuoti, Alessandra Campatelli, Martina Ciampolini, Rosa Cianciulli, Anna Maria De Martino, Dea Delli Paoli, Ester Dolce, Martina Fabozzi, Franca Gaggelli, Anna Iamartino, Pippo Meo, Gennaro R., Damiano R., Patrizia Salerno, Maurizio S., Susanna Tamburini, Simonetta Vanni e Enrico V. L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti. Per informazioni è possibile telefonare al numero 0571 81629, oppure scrivere una mail all’indirizzo info@giallomare.it. Milano. Nel carcere di Bollate è nato un album rap di Gabriele Ragnini L’Espresso, 21 ottobre 2026 Nel carcere con il tasso di recidiva più basso d’Italia, i laboratori danno spazio alla creatività dei detenuti. “30 Op” è il secondo album rap registrato a Bollate. Di stare tutto il giorno fermo Anthony proprio non vuole saperne. Al quarto reparto è fatto risaputo: lo puoi trovare in palestra, nel campetto da calcio, a nuotare in vasca, oppure al pianoforte. In cella mai. “Già da prima di entrare qui ero una mina”, esordisce, circondato dai libri che riempiono gli scaffali della biblioteca. La sua scorreria quotidiana s’interrompe però davanti a una porta, dove un agente gli affida le chiavi dello studio di registrazione, l’ultima tappa di giornata. A Bollate, la seconda casa di reclusione di Milano, funziona così: chi merita fiducia la riceve, per poi tracciare da lì la via d’uscita. Anthony, in arte Lemillion, ci ha costruito intere canzoni. Bollate spicca per il tasso di recidiva più basso d’Italia: non oltre il 20%, contro una media nazionale che oscilla tra il 68 e il 70%. Qui, su 1620 detenuti, pochi restano acquattati dietro le sbarre e tanti possono girare per i reparti senza il fiato di una scorta sul collo. Da portare con sé, basta la responsabilità: “Ciò che conta è l’autogestione”, spiega Federica Parodi della Cooperativa Articolo 3, impegnata nei laboratori che possono far zampillare l’estro creativo di chi sconta la pena. A partire dai corridoi con i murales, dove si passa da San Leonardo, protettore dei carcerati, fino a un Guernica riprodotto quasi a grandezza naturale. “La Costituzione parla di reinserimento - prosegue Parodi - ma non lo si fa isolando le persone. A loro viene data la gestione libera del proprio tempo”. Nello studio intitolato a Orna, un’operatrice che non c’è più, nasce così “30 Op”: è il secondo album rap che germoglia a Bollate. “Abbiamo lottato per trovare uno spazio”, racconta Parodi, “sono stati i ragazzi a sistemare lo studio con le proprie mani”: Blackbaby, Gringo, Ijazzy e Lemillion, capitanati da Stefano Aschieri, in arte Stelo, il produttore esecutivo. Tutti insieme, nell’aula studio del carcere, si svelano tra macchiette e colori. Si parte dal titolo, che gioca sull’articolo 30 dell’ordinamento penitenziario, quello dei permessi per urgenze familiari. “Perché questa non è solo un’opportunità per uscire fisicamente, ma per far venire fuori la voce, l’estro”: Blackbaby, brasiliano, fieramente con la maglia del Milan addosso, è il più chiacchierone. “Prima odiavo i poliziotti, poi la chiave me l’ha iniziata a dare uno di loro, col sorriso. E ho rivalutato ogni cosa”. Stelo spiega che un paio dei ragazzi “sono già fuori, in affidamento, tornati apposta per il concerto di stasera”. “Io in realtà volevo restare qui”, sghignazza Ijazzy, l’istrione del gruppo. Dalla sua cella scaglia perfettamente il canto di un gallo, per svegliare i compagni. A ogni loro intervento, scandisce i suoi sfottò dal retrogusto politico. Indossa una t-shirt con la bandiera della Palestina, non risparmia una parte della classe dirigente italiana, dice di non ascoltare il genere che canta ma tutt’altro - la denbow, poi Cat Stevens o Brian Adams - e promette di destinare “tutti i proventi in beneficienza”. La prova finale resta al di qua delle mura: stando alla relazione dell’Unione Camera Penali del 2025, a Bollate - primato nazionale per articolo 21, i permessi di lavoro all’esterno - circa il 50% dei detenuti ha un impiego. In Italia la media è uno su tre, ma l’85% di quei contratti è circoscritto all’amministrazione penitenziaria stessa. Si tratta di mansioni di manovalanza, come le pulizie o lo spesino, che fuori aprono ben poche porte. Chi lo trova con un’azienda o una cooperativa vede la recidiva scendere sotto il 20%, secondo il Cnel. Per chi ha un contratto definitivo, quasi svanisce, al 2%. La musica prova a incunearsi in questo divario, così da rendere la propria vocazione una professione più appagante. Si dà il via al concerto. È nel cortile interno, dove una zona adibita a palco rappresenta l’unico centro di gravità nello spiazzale. Decine di persone sbirciano dalle celle, dove sventolano bandiere rosse, gialle, persino quella dei quattro mori, appese come panni stesi. Tra il pubblico, oltre a detenuti e operatori, ci sono tre pilastri del rap come Ensi, Nerone e Nitro, che partecipano al concerto. Ensi ha imparato a conoscere il carcere da fuori, attraverso suo padre. E grazie a lui ha capito cos’è il perdono: “Nel mio quartiere era comune avere parenti dentro, ma non significa che tutti ce la facevano a perdonare. Non ci guardavano come appestati, certo, ma è un percorso umano personale. L’ho perdonato quando ho capito che era un uomo con le sue debolezze”. Meno consolatoria, invece, la postilla di Nerone, che ha vissuto lo stesso coi suoi amici: “Non succede sempre, di perdonare. Serve la terapia, per vedere il sotto-tessuto umano. I nostri amici sono visti come emarginati dalla società, ma noi gli vogliamo bene comunque”. Il piglio del direttore Giorgio Leggeri ha un che di paterno: “Cerchiamo che le persone non diventino buoni detenuti, ma buoni cittadini”. Sotto cassa, assiepati, i detenuti di Bollate pogano senza sosta. Ognuno porta il proprio genere, che oscilla tra trap, drill e rap. Fin quando non sale Anthony, con una canzone conscious dedicata alla sorella. “Non sono stato capace di fare il fratello maggiore. Non diventare grande, lo faremo insieme”, canta nel brano. Una volta finito, dalla folla che prima saltava sbuca un uomo. Corre verso di lui, per un abbraccio interminabile. “Ti voglio bene, papà”, lo congeda con la voce rotta Anthony. L’uomo sguscia via, mentre s’asciuga il viso con una manica. Quella chiave, alla fine, ha spalancato anche la porta di casa. Roma. Garrone e gli attori di “Io Capitano” con i giovani dell’Ipm di Casal del Marmo gnewsonline.it, 21 ottobre 2026 Ieri pomeriggio, all’Istituto penale per i minorenni di Roma - Casal del Marmo, il cinema ha aperto uno spazio di incontro e riflessione. Dopo la visione di Io Capitano, diretto da Matteo Garrone, che racconta il drammatico viaggio di due giovani senegalesi verso l’Europa, le ragazze e i ragazzi ospiti dell’Istituto hanno avuto l’opportunità di dialogare con il regista e gli attori protagonisti. L’iniziativa è stata proposta dall’Associazione “L’Arte non ha sbarre”, che promuove crescita, integrazione e valorizzazione culturale attraverso l’arte. Già attiva nell’Ipm con un progetto di street art, l’Associazione coinvolge giovani detenuti e cittadini in laboratori e percorsi artistici, con l’obiettivo di creare un ponte tra il dentro e il fuori. La proposta ha incontrato la sensibilità del regista e degli interpreti verso i temi del disagio minorile e dell’emarginazione. L’incontro ha offerto ai giovani un’occasione di confronto diretto con alcuni protagonisti del cinema contemporaneo, intrecciando il racconto artistico con esperienze personali e riflessioni sulle scelte di vita. Matteo Garrone ha ripercorso il proprio percorso professionale, dalla passione iniziale per la fotografia fino ad approdare alla regia, invitando i ragazzi a riconoscere le proprie inclinazioni e coltivare ciò che li appassiona. Al centro del dialogo, Io Capitano, presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2023, che lo ha premiato con il Leone d’argento per la migliore regia. Il film segue Seydou e Moussa, due cugini adolescenti senegalesi che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa, inseguendo il sogno di una vita diversa. Il viaggio si trasforma in un percorso durissimo, segnato da inganni, sfruttamento, violenza e pericoli. Attraverso le loro vicissitudini, costruite a partire da una storia vera e narrate in lingua senegalese, “wolof”, Garrone racconta la migrazione dal punto di vista di chi parte, dando voce a persone spesso descritte soltanto attraverso i numeri e le cronache. Efficace la scelta del regista di utilizzare attori e non attori locali che con generosità e coraggio hanno offerto la lora testimonianza. Il film invita così a riflettere sulle ragioni della partenza, sulle condizioni di vita e sul desiderio di poter scegliere il proprio futuro. Particolarmente significativo è stato il racconto di Seydou Sarr, interprete del protagonista, che ha spiegato con sincerità le motivazioni che lo hanno portato a partecipare al casting: “Non ho partecipato al casting perché avevo l’aspirazione a diventare attore, ma semplicemente perché mi offrivano la possibilità di andare in Italia e guadagnare tanti soldi. L’ho fatto anche per mia mamma, che da ragazza aveva fatto teatro, e così ho realizzato il suo sogno”. Nel corso dell’incontro, un ragazzo ha chiesto all’attore come fosse riuscito a interpretare una delle scene più dolorose del film, ambientata nel deserto, nella quale tenta invano di soccorrere una donna morente, nonostante la presenza sul set di numerosi tecnici e professionisti: “E’ stato un momento molto forte per me - ha risposto, attingendo a un ricordo personale - ho pensato a quando mio papà mi è morto tra le braccia”. Una frase intensa, che ha svelato il legame tra vissuto personale e interpretazione artistica. L’attore ha mostrato come, dietro una scena cinematografica, non ci siano soltanto tecnica e lavoro di squadra, ma anche esperienze ed emozioni che contribuiscono a rendere credibile il racconto. Il dialogo ha superato i confini del film, portando l’attenzione sulle esperienze che possono orientare il percorso di una persona. Non sempre, infatti, si parte da una vocazione precisa: talvolta sono le circostanze, le responsabilità familiari o il desiderio di migliorare la propria condizione a far emergere possibilità inattese. Per le ragazze e i ragazzi dell’Ipm, ascoltare queste storie ha rappresentato un’occasione per interrogarsi sulle proprie aspirazioni e sulle risorse da sviluppare attraverso la formazione e l’impegno. Le testimonianze non cancellano le difficoltà, né sostituiscono le concrete opportunità di accompagnamento e reinserimento, ma possono contribuire ad ampliare gli orizzonti e a stimolare nuove prospettive. Le vicende dei giovani migranti raccontate in Io Capitano e quelle dei ragazzi e delle ragazze che vivono l’esperienza della detenzione minorile appartengono a contesti differenti e non vanno sovrapposte. Si incontrano, tuttavia, nel bisogno di essere ascoltati e nella ricerca di nuove possibilità. “Il film è stato anche una occasione per sensibilizzare l’Italia sul fenomeno dei migranti - ha concluso Matteo Garrone - e per tutelare giovani senegalesi inconsapevoli delle avversità e della durezza del viaggio”. Salutando infine i giovani ospiti ha promesso di tornare per vedere assieme ciò che produrranno con la telecamera che gli ha donato. Il pomeriggio di Casal del Marmo ha confermato il valore del cinema e dell’arte, strumenti di dialogo, crescita e inclusione. È questo il significato dell’iniziativa: offrire ai giovani spazi di confronto per interrogarsi sul futuro, immaginando nuove strade da percorrere, come ampiamente dimostrato dal protagonista di Io Capitano, che lotta per un principio di libertà. La catena della violenza a reti unificate di Vincenzo Vita Il Manifesto, 21 ottobre 2026 Sulla costruzione della violenza attraverso un ampio e diffuso ricorso agli strumenti mediali esiste una vasta letteratura, frutto di esperienze sul campo oltre che di analisi sociologiche. Negli anni Settanta del secolo scorso il dibattito e gli studi furono assai estesi ed accurati, ad esempio. Dopo la mattanza della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 nel 2001 si ebbe una svolta drammatica nell’uso a fini repressivi dell’informazione dominante e dopo l’immediatamente successivo 11 settembre degli Stati uniti la spirale autoritaria si modellò in modo stabile. Le stagioni seguenti sono state largamente influenzate da un paradigma ossessivamente volto ad omologare il clima di opinione. Proprio nei primi anni del nuovo millennio si è intrecciata alla fisiologia assunta dai media classici l’evoluzione-involuzione della rete: dalla libertà immaginata dai cultori degli Internet studies si è arrivati alla dittatura degli algoritmi e al tecno-feudalesimo delle Big Tech. Le intelligenze artificiali non regolate stanno imprimendo un’ulteriore rottura nel e del sistema. Veniamo alla questione della violenza, che costituisce uno dei fili conduttori dei palinsesti nonché dei flussi continui di post e messaggi inesorabilmente viziati dalle logiche della cosiddetta post-verità, oltre che orientati verso i soggetti più esposti. La tradizionale televisione generalista, però, continua a fare la sua parte, come instancabile presenza nella fruizione quotidiana. Se la rete comprende da tempo versioni di social adibite all’organizzazione di forme svariate di contestazione dell’ordine costituito - dalle nobili cause alle degenerazioni talvolta inquietanti -, lo schermo casalingo moltiplica le dinamiche del consenso. Nelle ultime giornate è avvenuto un passaggio definitivo, varcando un punto di non ritorno. Si è intrecciata, infatti la forza della televisione con la capillarità dei social. La catena della violenza, con i suoi gradini oggetto di ricerche puntuali, ha trovato un tragico allargamento attraverso l’uso spregiudicato della comunicazione. Il caso di scuola fu lo scorso sabato 17 ottobre. Mentre a Roma si svolgeva una mobilitazione grandissima e appassionata promossa dalla Cgil insieme alla Via Maestra con una presenza alta di giovani generazioni, in altre città - da Milano, a Torino, a Bologna - vi erano incidenti piuttosto pesanti con episodi di reale guerriglia urbana. Lasciamo stare il rapporto quantitativo (a Roma sfilavano 100.000 persone), benché la cronaca ne debba ovviamente tenere conto. Soffermiamoci, invece, sul tratto distintivo dell’informazione resa dai telegiornali la sera dello stesso sabato 17. Gli scontri stavano in testa alle scalette in misure diverse ma in sostanza simili, mentre la manifestazione della Cgil entrava in scena dopo svariati minuti. La mediologia indaga sempre i tempi di attenzione, scemati ormai a pochissimi minuti. Vale a dire: una notizia e un servizio che arrivano a metà dell’edizione rischiano di avere un pubblico assai limitato. A offrire la prova peggiore è stato il Tg1, l’ex testata gloriosa spesso moderata e pur sempre credibile e professionale. Ora, a dispetto delle numerose qualità presenti nella redazione, la direzione della testata ha deciso di ergersi ad emblema di TeleMeloni. E già questo sarebbe sufficiente per esprimere un giudizio severo, trattandosi di un pezzo pregiato del servizio pubblico. Ma quel sabato evidenzia un risvolto ancor più grave: la rappresentazione debordante degli scontri privilegiata rispetto ad una notiziabilità equilibrata è un’ulteriore scintilla nella catena della violenza. Insomma, larghe componenti dell’informazione partecipano obiettivamente alla formazione di un clima in cui i violenti si vedono narcisisticamente rappresentati. Ciò significa sminuire, sottacere gli avvenimenti? No. Significa restituire il valore sociale ai media, per raccontare la realtà. I rapper e la rabbia della generazione senza voce di Alice Castagneri La Stampa, 21 ottobre 2026 “La violenza non è in piazza, ma nei sogni che ci negano”. “Con le buone non cambi le cose”, scrive Marracash sui social dopo gli scontri di Milano. “Benvenuti nel mondo reale in cui ogni giorno ci sono problemi e si lotta per non appendersi con una corda al soffitto”, commenta Artie 5ive. Sayf gli fa eco: “La violenza delle manifestazioni non è e non sarà mai paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone”. E mentre Ghali invita a “concentrarsi su chi manifesta pacificamente”, Fedez lancia stoccate a lui e Marra: “Sento dire che è giusto sfondare le vetrine da qualcuno che, alla Prima della Scala, si è fatto fotografare con Sala. Ragazzi, siete pedine di un gioco. Dentro le vetrine distrutte ci sono gli artisti che vi sostengono”. È finita la pace, proprio come scrive il rapper della Barona nel suo ultimo disco. E guardando le vetrine sfondate e i negozi distrutti a Milano da ragazzetti di sedici, diciassette o diciotto anni, è esattamente così. Alcuni vanno a scuola, altri cercano un lavoro, altri non sanno bene cosa faranno il prossimo anno. Ma, probabilmente, almeno una parte di loro ascolta canzoni rap, un genere che negli ultimi anni ha spesso accantonato la denuncia sociale per concentrarsi sulle classifiche, ma che nasce per dare voce a chi una voce non ce l’ha. La musica che accompagna le giornate della maggior parte degli adolescenti racconta un mondo in cui i soldi non bastano, le opportunità sembrano distribuite male e il futuro assomiglia più a una promessa mancata che a una possibilità concreta. Storie di periferie in cui il successo diventa un’occasione di rivalsa e il denaro la misura di una distanza: quella tra la vita che si vorrebbe e quella che ci si può permettere. È un mondo che tanti rapper italiani conoscono bene. E che, nelle ore successive alle proteste, torna al centro del dibattito. “Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita”, commenta sui social Marracash. “Aspettavo questa reazione da tempo - aggiunge - e credo che siamo solo all’inizio”. Parole che non assolvono chi commette violenze, ma che chiamano in causa qualcosa di più ampio. Il rapporto tra il disagio sociale e la possibilità di essere ascoltati. Tra una generazione che si sente esclusa e un sistema che sembra accorgersi della sua esistenza solo quando le strade si bloccano. È una contraddizione che il rap porta dentro da tempo. Da una parte il desiderio di riscatto, il “cash”, la possibilità di uscire dal quartiere e lasciarsi alle spalle le difficoltà. Dall’altra il punto di partenza: le famiglie che affogano tra le spese, i lavori precari, la sensazione che per alcuni non ci sia altro che una panchina davanti a un parchetto. In Perif, Neima Ezza descrive la quotidianità nelle case popolari, la povertà. Un mondo fatto di genitori, nonni, zii, costretti a fare i conti con i soldi che mancano, stanze troppo strette e poche possibilità di cambiare la propria condizione. “Sto posto non l’abbiamo scelto”, rappa, sottolineando quanto sia difficile trovare una via di fuga. Il denaro, in queste storie, non è soltanto un simbolo di ricchezza. È anche ciò che manca quando arriva una bolletta, quando il lavoro non basta, quando una famiglia deve scegliere a che cosa rinunciare. Artie 5ive lo ricorda con parole brutali, criticando chi si indigna per i disagi provocati dalle manifestazioni: “Il problema sono le 100 persone stranamente incappucciate che rubano nei negozi e non il fatto che un litro di latte costa 1.60€ e che le bollette sono quasi raddoppiate”. “Sono il futuro ma senza un futuro”, rappa Massimo Pericolo in 7 Miliardi. Strofe in cui c’è una contraddizione che molti giovani conoscono: sentirsi dire che il futuro appartiene a loro, mentre cercano di capire quale posto potranno occuparvi. In Ricco e Paura di Baby Gang, la voglia di riscatto si accompagna al racconto di un’infanzia difficile e di istituzioni percepite come lontane. In Un altro inferno, Paky esplora l’abisso della periferia da cui è dura emanciparsi. La rabbia nei pezzi prende vita da una frustrazione confusa, dalla percezione di un’ingiustizia, dalla sensazione di non avere voce. Per Sayf gli episodi violenti non devono oscurare le ragioni della protesta: “Siamo uniti, in quanto persone, non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto”. Kid Yugi, tornato a casa a Massafra, si sofferma invece su quanto accaduto in Puglia: strade bloccate, supermercati vuoti, distributori senza carburante, camionisti e agricoltori in protesta. “Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito. Il patto sociale è stato infranto. La mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il Meridione non merita questo”: il suo è un messaggio che sposta lo sguardo verso un’altra parte del Paese, dove le difficoltà economiche e la sensazione di essere lasciati indietro pesano ancora di più. Anche 22simba prende posizione: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”, dichiarando di stare dalla parte dei lavoratori che chiedono tutele. Ma nel suo messaggio c’è anche un avvertimento: “Non confondete la vendetta con la libertà. Ricordate per cosa lottiamo. Noi non siamo loro”. Il governo della guerra ai ragazzini di Gad Lerner Il Manifesto, 21 ottobre 2026 Raccolgono un guanto di sfida lanciato contro di loro, i maranza, le baby gang, terminologia del disprezzo non solo della (ex) grande stampa ma del Viminale e di Palazzo Chigi. Un giorno circonderanno d’inferriate il quadrilatero milanese della moda, come già i compound di lusso a Lagos o Città del Messico? Siamo complici dei teppisti se diciamo che il 17 e 18 ottobre sotto la Madonnina si è consumata violenza in miniatura? Un milione di danni, suvvia, deprecabile ma incomparabile alla violenza quotidiana teorizzata via social e messa in pratica dai potenti della terra. Capi di Stato e tecnocrati che detengono le armi vere e teorizzano di remigrare nei Paesi degli antenati una quota dei loro concittadini in quanto “spazzatura”, “zombie”, “invasori”. Sarebbe da liquidarsi alla voce “militari in passerella”, come i Lince che fanno bella mostra della propria inutilità fuori dalle stazioni ferroviarie dacché la destra governa, anche l’invio di cinquecento rinforzi dopo le vetrine mandate in frantumi nella Milano fashion che amiamo, ci mancherebbe, con tutti i suoi stranieri visitatori ricchi e, assai più numerosi ma essenziali, residenti poveri. Purché tale spedizione non sia il preannuncio di un’applicazione all’italiana del modello Trump: l’esercito non può fare rastrellamenti. La faccia feroce esibita dal governo distoglie l’attenzione non tanto dai suoi modesti risultati in materia di ordine pubblico, quanto dalla realtà che tutti ci ha lasciati sbigottiti: non sappiamo null’altro degli sconosciuti devianti acciuffati nel centro di Milano eccetto la precocità. Mai vista nel secolo scorso, dal ‘68 al ‘77, una rivolta i cui primattori fossero adolescenti. Under 18 per nulla bisognosi di cattivi maestri perché le assemblee, gli scioperi, i cortei, tanto meno gli opuscoli celebrativi del fascino dei passamontagna calati sul volto, mica rientrano nel loro alfabeto. Hanno imparato già da bambini quel che pubblicitari, stilisti, musicisti, atleti vanno ripetendo nel loro stesso gergo: vince ciò che “spacca”. Da qui l’idea del saccheggio come unica protesta efficace, illusione momentanea di riscossa dei poveri, rivalsa sull’indigenza: “Quella borsa in vetrina costa più di quanto mio padre guadagna in un mese”. Stiamo parlando di fatti dei figli dell’”infrastruttura paraschiavistica” (copyright Luca Ricolfi) divenuta componente strutturale del sistema economico italiano, dalla logistica ai servizi di cura, dal caporalato alla catena dei subappalti. Fin dall’infanzia conoscono l’ingiustizia sociale e l’ostracismo culturale, impresso su di loro come un marchio. L’aver vissuto direttamente o nella biografia dei genitori la privazione dei diritti di cittadinanza li fa inoltre sentire parte di una comunità mondiale che trova il suo simbolo nella tragedia dei palestinesi di Gaza. Raccolgono in modalità spaccatutto un guanto di sfida che altri hanno sistematicamente lanciato contro di loro, i “maranza”, le “baby gang”, terminologia del disprezzo adottata ormai non solo dalla (ex) grande stampa ma anche dal Viminale e da palazzo Chigi. Per trent’anni abbiamo tirato sospiri di sollievo perché nelle città italiane l’immigrazione non dava luogo a conglomerati urbani paragonabili alle banlieues francesi (è del 1995 il film L’odio di Mathieu Kassovitz) ma nel frattempo politica urbanistica e propaganda xenofoba lavoravano insieme per ghettizzarne le seconde generazioni. Il governo Meloni, infine, ha fatto della “guerra ai ragazzini” una sua ragion d’essere. Ce la siamo dimenticata la grande Operazione Antimaranza del 20 luglio scorso, chiamata proprio così in un video trionfale rilanciato dalla premier? In un solo lunedì arrestati 539 giovani per poi il giovedì successivo decretare l’abbassamento a 14 anni della procedibilità penale. “È un principio che vogliamo affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”, proclamava Giorgia Meloni. Oggi sembrano le parole famose. Non appagata, il 20 settembre, dal palco della festa della Gioventù Nazionale intitolata “Il tempo del coraggio”, Meloni annunciava con finto sdegno il decreto che impone un tetto del 30% agli studenti stranieri in classe: “Non esiste, non esiste che in una classe italiana a sentirsi nell’angolo siano bambini italiani perché sono divenuti una minoranza”. Vogliamo farla così fessa da pensare che provocazioni del genere non urtassero la sensibilità dei bersagli verso cui aizzava il rancore del suo elettorato? Diciamo almeno che lo sconquasso del 17 ottobre non è giunto come un fulmine a ciel sereno. P.S. Lo so, non ho ancora scritto la parola “condanna”. Se la aggiungo solo in fondo non è perché giustifico l’aggressione alle forze dell’ordine, il furto e i danneggiamenti. Ma perché questi ragazzini andavano rispettati prima che si rendesse necessario punirli. La speranza negata ai nostri ragazzini è diventata una bomba di Davide Rondoni Avvenire, 21 ottobre 2026 Ai ragazzi che protestano sembra interessare solo il benessere materiale, ma il problema è che la ricerca di senso è stata ridotta a rivendicazione. Uno scempio di cui sono responsabili gli adulti che non hanno trasmesso un senso positivo dell’esistenza. Circa vent’anni fa su questo giornale scrivevo: “La bomba su cui siamo seduti sono i nostri ragazzini”. Presentivo che sulla adolescenza e la giovinezza si addensavano varie nubi che oggi sono una tempesta. Non era solo (possibile) preveggenza dei poeti, ma era l’andare in giro per molte scuole, il guardare alcuni disastri, come quelli della non-formazione estetica artistica dei ragazzini. Ci ho scritto libri, lanciato allarmi, fatto proposte. Oggi quelle parole mi tornano vedendo come molti stanno leggendo il disagio e anche la violenza con occhiali vecchi di cent’anni, ideologici, schematici tra ordine e rivoluzione. Insomma, molti (non tutti) commentano i fatti mettendosi gli occhiali del Novecento o della propria giovinezza, chi rimpiangendola, applicandola su questi ragazzi che in realtà non conoscono e non vogliono guardare in faccia. E infatti questi ragazzetti violenti se la coprono la faccia. Come già da anni si chiudono la testa in cappucci, guidati da mode musicali, come strani monaci della propria solitudine. E leggo intellettuali e giornalisti dare una lettura solo politica del problema, chi applicando banali (e interessate) divisioni in destra e sinistra, chi chiamando “gli studenti” una minoranza che manifesta, chi facendo un mischione indistinto di problemi con contraddizioni lampanti, come quella di una generazione che dice di voler abbattere il sistema capitalistico e gode di Amazon e di voli low cost e sfruttamenti industriali. Li leggono strumentalizzando. Pochi mea culpa in giro, da parte degli intellettuali, dei dirigenti delle major discografiche, del jet set culturale, dei dirigenti scolastici, dei ministri. Se non qualche ridicolo scandalo: “ma come, devastano una Feltrinelli?” come se fosse un reato, solo quello, di lesa maestà, mentre invece il saccheggio del negozio qualunque fosse più “accettabile”. Una bomba, scrivevo allora. Perché il problema non è innanzitutto sociale. Lo diventa. Ma le sue radici sono di natura antropologica. E il problema dei ragazzi sono gli adulti. Sono ragazzi senza speranza. Ma non perché non hanno un futuro roseo. E poi cosa è un futuro “roseo”, un futuro di “benessere materiale”? Siamo sicuri che interessi solo questo ai ragazzi che protestano? Il problema è che non hanno la speranza di un senso e lo cercano. Ma gliel’hanno ridotta a rivendicazione. Chi ha compiuto questo scempio? Tutti gli adulti che non hanno trasmesso un senso positivo dell’esistenza, che hanno mentito continuamente a questi ragazzi a proposito del senso di nascere, della natura, a proposito del senso di Dio, e dell’amore, e del corpo, e del valore della tradizione, mentito sulla integrazione e poi mentito sulla globalizzazione, e sulla pandemia e mentito su cosa dev’essere una scuola, difendendo una istituzione cristallizzata e ora cadente in enciclopedismo e statalismo asfissianti. Generazioni di adulti codardi, al riparo di Stati Mamma che intanto hanno prosciugato, al riparo di burocrazie indecenti, di parole che esprimono vacui sentimenti. Chi sono? I nomi sono sui giornali, nei titoli di coda, ai tavoli delle trattative, sui decreti-legge. Si sono riparati dietro a regolamenti e parole comode: legalità, cittadinanza, inclusione, empatia, resilienza. E nessuno a indicare la speranza, un moto del cuore e della ragione che non si avvilisca di fronte alle difficoltà indurendosi in violenza. Che costruisca e non distrugga sé stessi o le vetrine in cui si vedono riflessi visto che negli sguardi spenti degli adulti riflessi non sono. I “maranza” e il fantasma delle spugnette di Giuliano Santoro Il Manifesto, 21 ottobre 2026 Due rischi speculari: quello della criminalizzazione della rabbia e quello della sua politicizzazione forzata, alla ricerca di un soggetto rivoluzionario. Quest’ultimo pare sventato. Il primo esiste, e non viene solo dal governo. Bisogna indossare occhiali nuovi e disporsi a categorie inedite per leggere ciò che avviene nelle piazze in questi giorni e per cogliere il senso politico dell’insorgenza dei giovanissimi che ha come epicentro Milano. Per farlo, occorre evitare due rischi speculari, entrambi ad alto tasso di politicismo. Il primo porta a bollare i cosiddetti “maranza” come utili idioti della destra: gli untorelli postmoderni. Il secondo conduce a salutarli così, sic et simpliciter, come il nuovo soggetto rivoluzionario dei nostri tempi finalmente precipitato nelle nostre città bisognose di conflitto. Questa seconda trappola, forse inaspettatamente, pare sventata: nella variegata schiera di osservatori più o meno interessati, a sinistra e nei movimenti, non risultano apprendisti stregoni. Si sente da più parti l’esigenza di comprendere e leggere i nuovi fenomeni. La prima attitudine, invece, trova qualche spazio. Come da copione, il governo prepara l’ulteriore (siamo all’ottavo) pacchetto securitario quando appare evidente che gli scontri del 17 ottobre sono l’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche repressive. Tuttavia, il riflesso d’ordine è ben più largo. All’indomani degli scontri di piazza Duomo, la Camera del lavoro milanese ha convocato una piazza in difesa della “coesione sociale”. Viene subito da pensare che meno di due anni fa Maurizio Landini aveva scandalizzato i reazionari quando giustamente aveva invitato alla “rivolta sociale”. L’automatismo della ricomposizione a tutti i costi e della difesa dell’arco costituzionale mentre ci sono i fascisti al governo deve provenire dagli spettri degli anni Settanta. Mentre la situazione milanese degenerava, la Cgil sfilava a Roma insieme alle associazioni della Via Maestra. È stato un corteo tutt’altro che ingessato e rituale, con una grossa componente giovanile e studentesca che ha spinto il sindacato a far combaciare il suo sciopero generale con la giornata europea di lotta studentesca del 20 novembre. L’idea che su piani diversi, a volte intrecciati altre volte solo paralleli, si possano far vivere e convivere le vertenze e le insorgenze è l’unica percorribile. In questi quattro lunghi anni di governo Meloni ancora più delle destre, con la loro egemonia debole e l’incapacità strutturale a rapportarsi con pezzi interi di paese, ha fatto paura il vuoto politico e sociale, la miriade di solitudini e l’atomizzazione dei conflitti che pure esistevano, l’incubo di doversi arrendere a un paese pacificato e silente di fronte alle ingiustizie. Il clima adesso è diverso, la forza del paese che ha respinto la destra al referendum non trasloca immediatamente nel campo progressista ma si palesa nelle mobilitazioni di questo autunno. Quasi dieci anni fa, sempre a Milano, dopo un movimentato corteo contro l’Expo, l’amministrazione di sinistra ebbe l’idea di organizzare la contro-manifestazione che si definì delle “spugnette”. Serviva a cancellare ogni traccia di dissenso e rivolta nella città che poi sarebbe divenuta respingente e diseguale oltre le (pessime) previsioni dei contestatori più accaniti. Già allora non parve un bel messaggio. Visto col senno del poi fu un segnale terribile, emblematico della paralisi dei dieci anni successivi. Sarebbe bene prendersi cura della rabbia e di chi la manifesta. Perché sarà difficile respingere la marea nera che trae forza dagli appetiti degli oligarchi globali senza fare tesoro di questo patrimonio di lotte e linguaggi. Non ditemi di condannare la violenza senza se e senza ma: questo è il risultato della repressione di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2026 La sola risposta che i giovani hanno avuto negli anni alle loro richieste sono stati i pacchetti sicurezza, la promessa di altre e più dure punizioni. Venite a farvi un giro nelle carceri minorili. Come più e più volte abbiamo scritto nel corso degli scorsi mesi e anni, questo governo ha dichiarato fin dal giorno del suo insediamento una vera propria guerra ai giovani. Che alla guerra si risponda con la guerra, che chi è attaccato reagisca, è qualcosa che non può sorprendere. Il primo Consiglio dei Ministri del governo in carica, nell’ottobre 2022, fu utilizzato per introdurre il reato di rave party. A un anno di distanza, nel settembre 2023, è arrivato il Decreto Caivano, il più grande stravolgimento del sistema della giustizia penale minorile italiana, un sistema che era fondato sull’approccio educativo, sull’integrazione sociale, sul principio del superiore interesse del minorenne. Poi altri pacchetti sicurezza si sono susseguiti, introducendo nuovi reati, aggravanti, aumenti di pena, il fermo preventivo per chi va alle manifestazioni, l’espansione impazzita e illiberale di misure amministrative di contenimento per i più giovani, finanche dodicenni. Nel mio utopico ottimismo, continuerò sempre a credere che un mondo senza violenza è possibile. Continuerò sempre a condannare ogni forma violenta di azione e anche di reazione, convinta che la nonviolenza sia la strada da percorrere per un’umanità razionale. Ma non mi si dica di condannare la violenza senza se e senza ma. Sono i se e i ma che articolano la comprensione del mondo. E allora dico che se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale. Così come è strutturalmente violenta la mancanza di 11.000 posti di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. Se non li costringessimo a vivere in mezzo alla strada e a far da manovalanza ai piccoli spacciatori, salvo poi sbatterli in galera e lamentarci che le carceri minorili sono piene di ragazzini irrequieti che dobbiamo isolare in cella e sedare con dosi da cavallo di psicofarmaci, le cose andrebbero diversamente. Quante violenze istituzionali hanno visto questi ragazzi, a partire dai morti ammazzati nel Mediterraneo? E i giovani stigmatizzati come maranza e baby gang (in assenza, non ci stancheremo di ripeterlo, di dati statistici che ci parlino di alcuna emergenza sulla criminalità minorile), e le seconde generazioni trattate come bambini indesiderati, e le classi scolastiche dalle quali se ne devono andare? È assurdo che non si parli di tutto questo ma si riempiano i media solamente delle poche decine di giovani che hanno sfasciato le vetrine. La sola risposta che i ragazzi e le ragazze hanno avuto in questi anni alle loro richieste sono stati i pacchetti sicurezza, la repressione, la promessa di altre e più dure punizioni. Il ministro dell’Istruzione (mi rifiuto di parlare di merito) non ha mai chiesto agli insegnanti di discuterne nelle scuole, ma ha invece promesso metal detector e sanzionato i professori che parlavano di Palestina. Il ministro dell’Interno ha difeso le forze dell’ordine che hanno manganellato gli studenti a Pisa, Firenze, Roma. Nessuno ha ascoltato le loro istanze. Venite a farvi un giro nelle carceri minorili per capire chi ci sbattiamo dentro. I giovani più fragili, quelli che andrebbero sostenuti, protetti, aiutati, e per i quali il governo ha dovuto aprire in fretta e furia tre nuovi istituti perché non sapeva più dove infilare tutti quelli che arrestava. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Si continua a testa bassa come muli su una strada che porterà al disastro. Quanti pacchetti sicurezza bisogna emanare prima di dichiarare che no, proprio non funzionano, che non è quella la strada? Fino a dove può espandersi il sistema penale prima di farci soffocare? Quante altre norme illiberali e repressive prima di ammettere che è con la prevenzione, il dialogo, l’inclusione, le politiche sociali che si rende sicura una società? *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Movimenti e Centri Sociali ai margini, ora la polizia non sa come gestire i “soggetti inediti” di Mario Di Vito Il Manifesto, 21 ottobre 2026 L’attesa dei nuovi riot e i dubbi della questura. Gli agenti contrari all’uso dei militari: “Non sono adatti a gestire l’ordine pubblico”. A volte l’ordine pubblico evolve in sociologia. Il ragionamento lo fa ad alta voce un uomo dello stato specializzato in questioni di piazza: la crisi dei corpi intermedi, dice, tocca tutti gli ambienti. Insomma una volta c’erano i famosi centri sociali a fare da camera di compensazione nella gestione delle manifestazioni. Persone con cui discutere e litigare su cosa fare e cosa non fare in determinate situazioni. Ci si incontrava prima e durante, si studiavano i percorsi, si trattavano concessioni, in qualche modo ci si avvicinava anche alle frange più radicali. Adesso, soprattutto a causa della guerra senza quartiere che il governo ha scatenato contro i movimenti tra sgomberi e disincentivi penali a praticare persino la più innocua forma di conflitto sociale, la questione è diventata assai più complessa. Sabato, a Milano, il movimento praticamente non c’era. E gli agenti della Digos non sapevano proprio con chi parlare: gli organizzatori - i giovanissimi “apolitici” di Milano in piazza con i loro tricolori e le loro bandiere della Palestina, caso più unico che raro di “né destra né sinistra” che non corrisponde all’estrema destra - non avevano previsto che le cose potessero mettersi malissimo. L’unico accorgimento, per così dire, era quello di girare con dei fischietti da utilizzare in caso di “situazioni violente”, in modo da richiamare le forze dell’ordine. Il risultato è stato che i fischietti sono serviti ai maranza per convergere e fare quello che avevano in programma di fare: gli scontri. Il giorno dopo, quello dell’assalto in via Torino, il degenero era talmente poco atteso che la polizia si trovava da tutt’altra parte. Per lunghi minuti il riot è andato avanti indisturbato. E così, dopo aver portato in via Fatebenefratelli centinaia di persone e dopo aver constatato che alcuni dei fermati dichiaravano di essere nati anche nel 2011 o nel 2012, gli apparati cosiddetti “di prevenzione” ragionano sul da farsi: “Anche volendo, come si infiltra un gruppo di minorenni?”. Mica esistono gli agenti bambini. Non ancora almeno. Nelle chat di Telegram, poi, gira di tutto. Dall’antico Anarchist cookbook che insegna a fabbricare esplosivi dentro casa alle chiamate antimaranza di ultras e gruppuscoli nazistoidi fino ai manualetti di autodifesa legale e agli allarmi sul presunto arrivo di orde di stupratori in provincia. Ma come si fa a capire prima cosa sia vero, dunque pericoloso, e cosa no? Tra i vari miti sfatati in questi giorni c’è anche quello che accomuna il sapere al potere. In questura sanno tutto, però sostengono di non poter intervenire. C’è un altro problema di non poco conto. I gruppi di Telegram in cui materialmente ci si mette d’accordo sulle modalità del riot (quello di sabato si chiamava “17 ottobre civile”) durano lo spazio di poche ore e poi vengono cancellati insieme a tutte le informazioni che contengono. Il fatto, sostengono i poliziotti, è che non stiamo parlando di un’organizzazione strutturata e nemmeno di un gruppo informale comunque identificabile, ma di un’onda che può crescere o schiantarsi in qualsiasi momento. “Attori violenti e antisociali” che fanno “spontaneamente” parte di “un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico” scrive il gip Fabrizio Filice nell’ordinanza con cui ieri ha confermato la custodia in carcere per quattro dei cinque maggiorenni arrestati sabato. Eccoli i “soggetti inediti” di cui ha parlato Mattarella. Quasi inediti, in realtà, perché qualche avvisaglia già c’era stata un anno fa, il 22 settembre, quando un corteo per Gaza degenerò in scontri durissimi alla stazione centrale. Anche lì non se lo aspettava nessuno, né la forza pubblica né i collettivi. Da qui in poi è tutta strada per l’inferno: se non si fa prevenzione resta solo la repressione. Ovvero la massiccia presenza di uomini in divisa a presidiare le strade, pronti a intervenire con gli idranti, i lacrimogeni e i manganelli. Il governo ha fatto marcia indietro sull’invio di 500 soldati in città per mantenere l’ordine pubblico. La cosa in effetti era stata letta da molti poliziotti come un attestato di sfiducia, mentre i sindacati di categoria, non impropriamente, avevano sottolineato che l’addestramento militare non ha nulla a che fare con le mediazioni necessarie a gestire le piazze. Sembra il preludio a futuri tafferugli. Quando? Tutti pensano alla giornata di sabato, quando ci sarà una nuova manifestazione giovanile “contro il carovita”. Qualche sospetto c’è anche sulla giornata di venerdì. Dubbi su quello che potrebbe accadere oggi all’appuntamento chiamato dalla Cgil, che quantomeno ha ancora un servizio d’ordine funzionante. Sul dove potrebbe avvenire il prossimo riot pure ci sono idee, benché vaghe: piazza del Duomo resta l’area più a rischio. Però chi indaga tiene a mente almeno altre due opzioni: la zona dello shopping nei dintorni di porta Garibaldi e porta Venezia, snodo fondamentale del traffico cittadino. Però chissà. Nessuno azzarda previsioni. Magari succede niente. L’attesa preoccupa e genera paranoia. Nel grigio dell’autunno non solo climaticamente caldo di Milano non si parla d’altro che dei maranza. E il sospetto è che dietro ogni angolo ci sia un pericolo, nonostante le apparenze. O forse proprio come le apparenze. Una rabbia che produce solo più repressione di Nadia Urbinati* Il Domani, 21 ottobre 2026 I movimenti del ‘77 avevano ancora un’idea di futuro ed erano sicuri delle proprie forze. Questi sono distruttivi, disperati e pessimisti. E invece di produrre più libertà o condizioni di vita migliori, producono lo spostamento dell’opinione pubblica verso la legittimazione di una politica securitaria. Il conflitto post politico, come reazione assoluta e sollevamento, ha dominato i media, seguendo un trend già noto. Il XXI secolo è iniziato con una serie di manifestazioni popolari di scontento: i girotondi, i Vaffa Day, le primavere arabe, Occupy Wall Street, gli indignados, i forconi, i gilet gialli. Diversissimi tra loro e non necessariamente violenti. Più i movimenti si sono succeduti, più hanno avuto risvolti violenti. Si tratta certamente di un aspetto esemplare di ciò che è diventato lo spazio civile e pubblico alla fine della politica dei partiti e dei movimenti, con la società divenuta un mondo in larga parte sconosciuto ai politici, vecchi e nuovi, e disaggregato. Le aggregazioni ad hoc (per ogni tema scottante o che incide sull’immaginario) e l’iPhone come forma e mezzo di relazione. Ignote (al pubblico, certamente) le assemblee e le riunioni fiume del passato che analizzavano, proponevano e valutavano. La democrazia si difende offrendo un’idea di futuro “Autoriduzioni” È utile evidenziare queste differenze per capire che il nostro tempo non è l’unico a sperimentare la violenza, ma presenta una specificità unica e da studiare. Per esempio, esiste una similitudine tra questi nuovi sollevamenti e i moti bolognesi del 1977. Ma la differenza è notevole, perché allora gli assalti ai negozi (griffati) e ai ristoranti molto “in” (oltre che alle armerie), al grido di “autoriduzione”, sottolineavano l’invidia sociale, una reazione egualitaria che rivendicava il desiderio di far parte della società dei consumi. Oggi quelle “autoriduzioni” (nei supermercati più popolari) sfociano più nella distruzione che nell’appropriazione ed esprimono rabbia. Dall’invidia alla rabbia. La storia sociale e politica di questo secolo è qui. L’invidia sociale presuppone che nessuno debba avere molto di più: la passione è propositiva e conservativa (desiderare di avere cose comporta, prima di tutto, non distruggerle). La rabbia, invece, reagisce non solo a ciò che non si è avuto, ma soprattutto a ciò che si pensa di non poter mai avere. La distruzione è conseguente. I movimenti del ‘77 avevano ancora un’idea di futuro ed erano sicuri delle proprie forze. Questi sono distruttivi, disperati e pessimisti. Dall’alto e dal basso. La pressione che stringe la premier Il conflitto Il termine “conflitto” è la Cenerentola di questo tempo, le cui forme di azione collettiva suggeriscono rabbia, odio, ribellione. Il conflitto è tradizionalmente associato a forme organizzate di contestazione che hanno una leadership e un andamento studiato, finalizzate a ottenere un risultato: prove di forza calcolate, che pongono il problema all’opinione pubblica, incaricano una rappresentanza di portarlo all’attenzione delle istituzioni, provocano rotture ricomponibili, come nuove elezioni o nuovi contratti di lavoro, oppure la cancellazione o la riforma di determinate leggi. Il conflitto, nella società democratica di massa strutturata in partiti e sindacati, è come una strategia bellica che segnala all’avversario la forza potenziale d’offesa o di resistenza, con l’intento di mantenere aperta la possibilità di un accordo. Per ribilanciare le relazioni di potere tra due parti che, altrimenti, sarebbero totalmente squilibrate e con scarsa, se non nulla, possibilità di dialogo. Cambiare il sistema, oltre la rabbia. Dieci anni di Non una di meno Il sollevamento emotivo Il sollevamento emotivo che segue la via della distruzione non ha alcuno scopo pratico: si impone nell’istante in cui accade. È un evento. È una protesta che diventa l’unica notizia e, intanto, mette a tacere le numerose forme di protesta non violente. Non ha interesse per le conseguenze. E si eclissa con l’immediatezza con cui è sorta. Un prologo ad altri eventi che verranno. Non conflitto politico, ma contrasto radicale, estetico anche nel caos che si lascia dietro, come i detriti fuori dalla stazione di Bologna: estintori, transenne, biciclette. Se l’esito dei conflitti gestiti per scopi e con metodi calcolati era una conquista legislativa o un nuovo contratto di lavoro, l’esito (forse non voluto da tutti i protagonisti) della rabbia e dei detriti è il rafforzamento del sistema repressivo: lo spostamento dell’opinione pubblica verso la legittimazione di una politica securitaria. Dai conflitti politici democratici nascono più libertà, non da questi. I giovani che manifestano in Francia e in Italia per la casa, la scuola e un lavoro decente costituiscono un vero e proprio movimento politico. E sono i grandi dimenticati, ancora una volta. Perché il sollevamento rabbioso ha rubato loro la scena. Tutti vedono l’evento; quasi nessuno si sofferma sulle ingiustizie e sulle richieste. Il presidente francese Emmanuel Macron ha rovesciato la sua collera davanti al Paese, competendo con la rabbia dei manifestanti più accesi. Ha scaricato sui “corpi intermedi” - partiti, associazioni, sindacati - il compito di colmare lo scollamento sociale e, intanto, ha annunciato misure emergenziali che limiteranno le libertà civili. Così farà Giorgia Meloni. Da vent’anni la rabbia è lo spirito del tempo e ha sostituito la lotta politica. *Politologa Indirizzare la rabbia. Tra i riot informali spunta un manifesto di Roberto Maggioni Il Manifesto, 21 ottobre 2026 Nei canali social che hanno intercettato le proteste di Milano è apparso il primo comunicato del Movimento 17 ottobre. “Non ci rappresenta nessuno. Ci rappresentiamo da soli”. Inizia così il primo comunicato del Movimento 17 ottobre, un gruppo nato sui social dopo gli scontri di Milano di sabato e domenica scorsi che sta attirando l’attenzione di media e questure di mezza Italia. Il profilo compare per la prima volta su Instagram e Telegram nella notte tra domenica 18 e lunedì 19 ottobre. I riot di Milano e le proteste in decine di altre città non sono passati da qui, la scommessa di chi sta dietro questa pagina social è provare a intercettare quella disponibilità a scontrarsi in piazza per incanalarla verso obbiettivi politici più espliciti. “Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare. Il nostro nome è una data, non un organigramma, perché una data appartiene a tutte e tutti e nessuno può farne la propria proprietà”. Il linguaggio utilizzato evoca una certa dimestichezza con la scrittura politica e le pratiche informali: le cose si fanno facendole, insieme. “Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia” prosegue il comunicato. Chi scrive suggerisce di non fidarsi della politica istituzionale, tantomeno di quelle realtà di movimento sulla scena da troppo tempo: hanno già dato. È tempo di qualcosa di nuovo, a partire dalle modalità organizzative. “Partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa. Non è un’abiura: è una condizione. Devono dimostrarlo, nei fatti, mettendosi al servizio delle lotte invece di mettere le lotte al servizio della propria sopravvivenza, delle proprie sigle, dei propri bandi e delle proprie carriere. Fino ad allora nessuno parla a nome nostro e nessuno mette il cappello sulle nostre piazze”. Così scrivendo, però, qualcuno sta già parlando per conto di altri. “Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli”. Esserci, ma invisibili. Le locandine dei presidi nelle città richiamano all’immaginario pop di V per Vendetta nel disegno rosso del simbolo e a strumenti di lavoro artigianali come una falce, un seghetto, un soffia fuoco, il tutto in un bianco e nero che rimanda a un’estetica un po’ anarchica, un po’ diy, un po’ retrò. I riferimenti indicati portano perlopiù fuori dall’Europa: “L’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo be water, organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019”. Nel confine labile che passa tra il non voler rappresentare nessuno e il farlo, il comunicato passa all’indicativo: “Cosa vogliamo dalle piazze” scrive il manifesto. “Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda. Non cerchiamo l’unanimità, cerchiamo la maturazione collettiva. Vogliamo piazze che siano scuole di politica, e giovani che ne escano più consapevoli di come sono entrati”. Tutto piuttosto distante dal linguaggio masticato da chi si è scontrato con la polizia a Milano e che nei fatti ha praticato amicizia, informalità, gioia, conflitto a livelli impensabili per chi mastica già politica organizzata, di movimento o meno. Quello che chiede la pagina social è di crederci e avviare “una mobilitazione permanente ogni sabato alle 15”. Tanto è bastato per gettare nel panico chi gestisce l’ordine pubblico, che non ha modo di predire la consistenza dell’annuncio. Del resto tra lunedì e martedì è bastato un messaggio falso confezionato da due minorenni a Cremona per militarizzare la città. O come a Lecco, dove alle 16 di martedì pomeriggio qualcuno avrebbe dovuto fare come in Francia. Ma in strada c’erano solo polizia e un gruppetto di fascisti a urlare “Lecco è nostra e la difendiamo noi”. La scommessa, comunque, è lanciata. Deridiamo chi scende in piazza perché abbiamo capito con chi ce l’ha: noi di Luca Bottura Il Domani, 21 ottobre 2026 “Chi bombarda le raffinerie brucia il pianeta”. L’ha scritto davvero, un manifestante, l’altro giorno a Bologna. Fotografato, è stato commentato con ironia dal web. E sì: si tratta - per dirla con Stiglitz - di una boiata col botto. Ma, per citare invece Kant, quel giovane manifestante ha tutto il diritto di non capire un cazzo. E la colpa è nostra. È della mia generazione, che gli ha raso al suolo il rapporto causa-effetto per mezzo di una politica imbelle e dei suoi mezzi di comunicazione. Tutti o quasi, persino quelli non inquinati alla fonte dal puro scopo propagandistico, spacciatori di un linguaggio drogato, tossico. Che, certo, è partito a metà degli anni Dieci. E, certo, è ibridato dagli eredi di Prigozhin. Ma ci mette dalla parte di chi ha ferito a morte lo spirito critico. Isolare quel cartello, gli incidenti, la richiesta di politica, senza cogliere il contesto, ciò che abbiamo figliato, è un errore che non ci possiamo permettere. La mia generazione ha messo le basi perché questa potesse essere l’ultima, come da analogo (e benemerito) movimento di protesta. Gente messa al muro per averne sporcato qualcuno con un po’ di vernice lavabile. Tra i censori dei giovani, sui social, si segnalava anche il commento di una persona a me affine, su molti temi, ad esempio l’Ucraina: “Sembrano più scemi di Greta Thunberg. E ce ne vuole”. Greta Thunberg che una manciata di anni fa, con la forza della disperazione adolescenziale e della nonviolenza, ci ammoniva sulla gratinatura cui ci saremmo sottoposti. È anche andata a farsi ammanettare dai volonterosi carnefici di Israele partecipando alla spedizione della Flotilla. Eppure siamo ancora ai “gretini”, a deridere dalle nostre comode case, colme di ottimi libri, chi non corrisponde al nostro ideale di antagonismo. Forse perché abbiamo capito con chi ce l’hanno: ce l’hanno con noi. In un modo sgangherato, confuso, già infiltrato da alcuni adulti in divisa e non, dalla Destraccia di piazza affine a quella che comanda, sempre in bilico tra palco e realtà, tra le molotov della Diaz e tanta voglia di stadio. Cileno. Ma hanno ragione. In Italia l’opposizione non esiste. Non può. Il Pd è un partito di governo anche quando deve essere contro perché rappresenta - i vertici, soprattutto gli iscritti - un airbag per la Costituzione. Avs pure. Riga. La cosiddetta sinistra radicale prende i tram della protesta per mancanza di rappresentanza, destinata com’è a finire in deposito, e fa da volano alla tentazione autoritaria di Palazzo Chigi. I Cinque stelle, la loro storia, anche lì più nei vertici politici ed editoriali che nella base residua, ché spesso il popolo è meglio dei populisti, mantengono una sorta di situazionismo sempre e comunque di rito moscovita, che ha di molto contribuito a mutare il Dna di chi siede nella parte sinistra degli emicicli. Dall’alto e dal basso. I professori alla Barbero dicono grandi verità su molti temi, ad esempio la Palestina, pur intendendosi principalmente di Medioevo. Lucrano meritata idolatria. Poi però sghignazzano su un palco alla faccia dell’Ucraina “che non esiste”. I censori storici di Berlusconi, quelli che spiegano la Sinistra alla Sinistra ma sono più a destra persino di Renzi - destra vera, montanelliana - campano di fact checking sulle amenità governative e (soprattutto) piddine, ma poi raccontano che dobbiamo comprare petrolio russo perché costa un quarto di quello Usa (spoiler: non è vero) e comunque Trump è la migliore garanzia per la pace. Se questi sono i professori, i maestri, in qualche caso i bidelli, come separi il grano dalla crusca? Come spieghi a chi sfila che non deve scrivere le stesse idiozie su un cartello grande come un foglio A3? È lui il problema, o chi gli racconta un mondo al contrario spacciandosi pure per nuovo, candido, e affine culturalmente? Se pure Landini (il mite Landini, il progressista Landini, l’ammirevole e onesto Landini) cade nell’assioma insensato che sostenere l’Ue nella difesa dell’Ucraina salassi la nostra sanità, le nostre scuole, e che a renderci una sorta di Terzo Mondo evoluto non sia invece l’evasione fiscale del tizio accanto a noi, perché mai un manifestante cui abbiamo tolto pensione, diritti, tutele, potere contrattuale, potere di spesa, possibilità di prendere un accidenti di ascensore sociale, dovrebbe essere più lucido? E perché i cosiddetti maranza, ai quali ripetiamo da anni che non sono italiani, non dovrebbero sommare la loro frustrazione aggressiva a quella degli altri? Perché c’è un codice penale e i trasgressori vanno puniti, eccetera. Vero. L’ordine pubblico si fa anche con la repressione, magari meglio di così. Senza goderne assai. Ma per ascoltare il loro urlo di esclusi dalla nostra mensa cosa dobbiamo fare: metterli su una minicar? I vecchi hanno sempre berciato contro i giovani. Ma questi dovremmo ringraziarli. Ascoltarli. Difendere chi ancora cerca di fare politica, transennare chi lo fa senza menare le mani: a Milano, l’altro giorno, i collettivi hanno subito abbandonato al loro destino i gilet gialli zafferano. Abbiamo bisogno di chi ci contesta. Prima ce ne rendiamo conto, prima la frattura generazionale potrà lentamente cicatrizzarsi. Metti mai che, come hanno già fatto per il referendum, tornino persino a votare. Bertinotti: “È una generazione tradita, la repressione scava un solco” di Giacomo Puletti Il Dubbio, 21 ottobre 2026 Parla l’ex segretario di Rifondazione comunista: “Chi governa dovrebbe studiare chi protesta e aprire con loro un dialogo alto, nelle scuole e nelle università”. Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e segretario di Rifondazione comunista, spiega che quella che protesta “è una generazione che si è sentita tradita dalla democrazia e offesa dall’attitudine delle classi dirigenti a ignorarla” e che “quando la violenza esplode come forma di un’identità distruttiva va capita la genesi” andando “in-contro e non contro”. Presidente Bertinotti, ha seguito gli eventi degli scorsi giorni a Milano e in Europa? Sì, ed è evidente che in Europa siamo di fronte a una rottura sociale politica e culturale che si manifesta nelle piazze e nelle strade nelle forme più diverse. Questa forma di rivolta, chiamiamola così perché è senza una guida e una strategia decise dall’alto, è un rifiuto. Ed è un rifiuto policentrico. Non c’è una continuità, se non nelle vicende degli ultimi anni. Basta vedere ai gilet jaunes sia ad alcune esperienze negli Usa che parlano di questa nuova stagione di conflitto sociale e che è generazionale. Di cosa questa generazione sente la mancanza? È una generazione che si è sentita tradita dalla democrazia e offesa dall’attitudine delle classi dirigenti a ignorarla. Ignorarne le istanze sia materiali che etiche e morali. Il mondo di sopra non ha saputo nemmeno guardarli, altroché dialogare o confrontarsi. Per un decennio ne abbiamo parlato come della generazione degli sdraiati. La smentita non poteva essere più clamorosa. Quella di oggi è una generazione che irrompe nella scena e quando ha visioni alte come su Gaza diventa moto generazionale, quando invece ha basi materiali allora subentra la condizione della casa, della scuola, della povertà, il disagio della precarietà come condizione di un’intera generazione. Tant’è vero che quando prende una piega politica la si vede soprattutto nei voti municipali, da New York a Berlino. C’è però differenza tra il movimento pacifico e i violenti di Milano… La violenza entra in questo sommovimento appunto perché parliamo di un movimento policentrico. C’è una violenza che sta nel campo della lotta ma sta a sé, va indagata come fenomeno di violenza a-politica. Totalmente diversa dalle manifestazioni di violenza connesse ai movimenti o per infiltrazione o per estremizzazione di alcuni elementi. Non è un’ala estrema dei movimenti che si manifesta nella violenza. La violenza si manifesta in sé, non ha una valenza politica. Non c’è cosa più stupida che tentare di etichettare questa cosa. Se pensiamo che sia un’articolazione anche patologica del movimento prendiamo lucciole per lanterne. Sono cose separate. C’è un’irruzione sulla scena che è intrinsecamente distruttiva. Per quale ragione si manifesta tale violenza? Vanno indagate le ragioni certamente, per esempio si può dire che è una violenza di chi si sente escluso e infatti si manifesta con la distruzione di beni a cui normalmente non può accedere. La vetrina contiene beni a cui chi le distrugge non accederà mai per via ordinaria. Sono le vetrine che richiamano l’odio sociale. Non sto dicendo che “le vetrine” siano colpevoli, voglio essere molto chiaro. Però quando la violenza esplode come forma di un’identità distruttiva va capita la genesi. Anche attraverso la repressione? Questa è la via sbagliata. La via delle sbarre è già stata percorsa ma è disastroso replicare all’esclusione con l’esclusione. Si risponde con il rifiuto, di fatto dando ragione a chi si sente escluso. Ma insisto nel dire che si tratta di una parte, mentre c’è una parte predominante che manifesta per vie larghissimamente pacifiche e che porta una domanda di qualità nella vita e nella società. Questa è la parte promettente di questa costellazione di forze. Come le si risponde? In primis valorizzando il movimento. Inviterei chi pensa che la rivoluzione sia un pranzo di gala ad ascoltare “Contessa”, colonna sonora del 1968, per capire lo spirito del tempo, che non era immune da elementi durissimi di conflitto. Quel movimento aveva un indirizzo politico che motivava anche certe forme di violenza, sempre all’interno del quadro democratico. Un conservatore illuminato come Aldo Moro come reagisce a tale movimento? Con la strategia dell’attenzione. Dovrebbero adottarla anche i governanti attuali. Dovrebbero studiare chi protesta e aprire con loro un dialogo alto, nelle scuole e nelle università. Non andare contro ma andare in-contro. Ma temo che non sarà fatto. “Non è un assalto ai forni: i violenti vogliono vestiti e orologi costosi” di Giacomo Puletti Il Dubbio, 21 ottobre 2026 Parla il politologo Marco Tarchi: “Con metà del Paese che è pronta ad accusare chi “criminalizza il dissenso” non c’è da stupirsi che le forze dell’ordine assumano atteggiamenti passivi”. Per Marco Tarchi, politologo dell’università di Firenze, gli scontri nelle piazze degli scorsi giorni “non sono affatto spontanei” e si possono contenere solo isolando, controllando e limitando nelle possibilità di azione gli istigatori della violenza prima che si possano inserire nelle manifestazioni di cui si avvalgono”. Professor Tarchi, che idea si è fatto delle proteste in corso in questi giorni a Milano, ma anche a Torino e Bologna? Che sono il frutto della convergenza di più fattori. In primo luogo, non sono affatto spontanei: ad organizzarli c’è la nebulosa dei centri sociali, quell’”area dell’antagonismo” di ispirazione anarco-insurrezionalista di cui spesso si parla ma di cui si è lontani - soprattutto a livello di opinione pubblica - di percepire la pericolosità, soprattutto quando l’etichetta antifa la rende tutt’altro che indigeribile ad ampi settori della sinistra istituzionale. In secondo luogo, c’è la disponibilità alla mobilitazione e alla violenza di una massa di giovani che vivono ai margini delle grandi città e non vedono l’ora di avere un’occasione per sfogarsi contro un mondo che, al tempo stesso, invidiano e odiano, perché vorrebbero appartenervi ma sanno di non poterci riuscire. In che modo è possibile tenere insieme il diritto di manifestare pacificamente con la necessità di garantire l’ordine nelle nostre città? Isolando, controllando e limitando nelle possibilità di azione gli istigatori della violenza prima che si possano inserire - espressione che preferisco a “infiltrare”, perché i manifestanti pacifici in gran parte sono pienamente consapevoli della loro presenza nei cortei e la tollerano, sapendo che gioverà comunque alla visibilità delle loro proteste - nelle manifestazioni di cui si avvalgono. Se non si spezzerà questo circolo vizioso, gli episodi come quelli degli scorsi giorni si ripeteranno ad ogni occasione possibile. Il governo interviene con l’ennesimo decreto sicurezza: è la strada giusta per contrastare quanto sta avvenendo? Non sono provvedimenti risolutivi, ma perlomeno possono dare un segnale. Anche se il problema vero è il clima di opinione che circonda il fenomeno. Con metà del paese che è pronta ad accusare chi “criminalizza il dissenso” e un ceto intellettuale - a partire dagli insegnanti delle scuole medie, come si è visto in Francia e su scala per ora più ridotta in Italia - disposto a legittimare ogni tipo di protesta e a lanciare grida d’allarme contro la “repressione poliziesca”, non c’è da stupirsi che le forze dell’ordine, di fronte a vere e proprie rivolte, assumano atteggiamenti pressoché passivi. Molti dei “casseurs” italiani sono minorenni: come risolvere il disagio giovanile latente presente soprattutto nelle periferie? Ascolto incessantemente le voci di chi sostiene che, invece di reprimere, occorrerebbe “fare qualcosa” per alleviare questo disagio. Ma non sento mai avanzare soluzioni. Il profilo della massa di questi distruttori è ormai nota; loro stessi, quando vengono intervistati, dicono chiaramente perché si comportano in un certo modo. Dicono di volersela prendere “con lo Stato”, ma che cosa vorrebbero ottenere dalle istituzioni? Non ne hanno la minima idea. Il loro è un misto di invidia sociale per chi li sovrasta nella scala sociale e un categorico rifiuto di accettare di misurarsi con le prove che permettono di scalare, su quella scala, qualche gradino. Siamo ben lontani dall’immagine indebitamente evocata dell’”assalto ai forni”: qui non c’è fame, ma desiderio di procurarsi biciclette di ultima generazione, vestiti alla moda, orologi costosi. L’integrazione nei modi di vita ordinari del paese in cui sono finiti a vivere, per loro è inaccettabile. Si nutrono di musica rap, di “canne” e di altre forme di svago e di cultura per sentire l’orgoglio dell’estraneità a un ambiente che detestano. Come si può “rimediare” a questa condizione? Rimediare a questa condizione mi pare impossibile. L’esempio francese lo dimostra. I piani - economicamente onerosi - che sono stati messi in atto in quel paese per fornire ai ghetti peri-urbani (le cités) strumenti di aggregazione, socializzazione e inserimento scolastico e lavorativo non hanno dato frutti tangibili. La gang o la moschea rimangono, per molti, gli unici punti di riferimento. In Italia non siamo ancora arrivati a questo punto, ma la strada su cui ci siamo incamminati è quella, ed è un piano inclinato. E non vedo, purtroppo, sbocchi pacifici di un malessere di cui si sarebbero dovute a suo tempo individuare - ed eliminare - le cause. Di cui il lassismo di fronte ai crescenti flussi migratori è il fulcro. Lettera di un padre dopo il Tso al figlio: “Siamo sfiniti e soli, dobbiamo aspettare una tragedia?” di Lettera Firmata Il Mattino di Padova, 21 ottobre 2026 “Mio figlio ha 24 anni ed è in comunità da tre. Per riuscire a immobilizzarlo furono necessari 5 carabinieri, un medicoe 4 infermieri. Il problema non sono le persone che lavorano ogni giorno sul campo. Il problema sono le risorse e l’organizzazione di un sistema che spesso costringe quelle stesse persone a lavorare in condizioni difficilissime. Servono servizi territoriali realmente presenti. E servono soprattutto le famiglie”. Caro Direttore, sono il padre di un ragazzo di 24 anni. Le scrivo perché vorrei che la storia di mio figlio diventasse la storia di tanti altri ragazzi e delle loro famiglie che oggi combattono, spesso in silenzio, contro la malattia mentale. Non voglio raccontare soltanto il nostro dolore. Voglio porre una domanda alla politica e alla sanità veneta: quanto bisogna ancora aspettare prima di considerare la salute mentale una vera emergenza? Mio figlio ha iniziato il suo percorso con gravi disturbi della personalità. Poi sono arrivati gli episodi psicotici, l’abuso di sostanze, le crisi e comportamenti che lo hanno trasformato, ai nostri occhi, in una persona che non riconoscevamo più. Il momento più terribile è stato il secondo TSO. Era in una crisi violentissima. Aveva quasi distrutto la nostra casa e la situazione rischiava di degenerare anche fisicamente. Per riuscire a immobilizzarlo furono necessari cinque Carabinieri, un medico e quattro infermieri. Ricordo ancora mio figlio sul lettino, dopo diverse somministrazioni di farmaci, mentre continuava a urlare e dimenarsi. Poi iniziò a piangere. E mi chiese: “Papà, salvami”. Questa frase non mi ha più abbandonato. Mia moglie era distrutta. Io continuavo a lavorare, cercando di mantenere in piedi una famiglia che stava crollando. Ci sono stati momenti in cui ho pensato anch’io che non valesse più la pena andare avanti. Perché quando vedi tuo figlio stare così male e non riesci a salvarlo, la disperazione può diventare più forte di te. Poi sono arrivati sette mesi di reparto psichiatrico. Sette mesi nei quali abbiamo visto da vicino una sofferenza che non pensavamo potesse esistere. Ma abbiamo visto anche l’altra faccia della sanità: medici, infermieri, CSM e operatori che considero veri angeli. A loro voglio dire grazie. Il problema non sono le persone che lavorano ogni giorno sul campo. Il problema sono le risorse e l’organizzazione di un sistema che spesso costringe quelle stesse persone a lavorare in condizioni difficilissime. Dopo il ricovero, la magistratura dispose per nostro figlio un percorso in comunità terapeutica, con l’obbligo di seguire le cure e rispettare precise regole. La comunità ci ha aiutato e abbiamo incontrato operatori straordinari. Ma anche qui abbiamo scoperto una realtà che dovrebbe far riflettere. Mio figlio ha 24 anni e da circa tre anni vive in comunità insieme anche a persone molto più anziane, con problematiche e percorsi completamente diversi. Sono gli stessi operatori a dirlo: servirebbero strutture organizzate per fasce d’età e per gravità della patologia. Perché un ragazzo di 24 anni dovrebbe avere davanti a sé un progetto di vita. Dovrebbe poter studiare, lavorare, costruire relazioni, recuperare autonomia e tornare, quando possibile, nella società. Non può essere considerato semplicemente un malato da custodire. È un ragazzo da recuperare. E allora la domanda diventa inevitabile. Com’è possibile che in una regione come il Veneto, una delle più ricche d’Italia, non si riesca a costruire una rete adeguata per questi ragazzi? Perché dobbiamo aspettare il TSO? Perché dobbiamo aspettare l’aggressione? Perché dobbiamo aspettare che una famiglia distrugga la propria vita? Perché dobbiamo aspettare una tragedia? Il problema delle sostanze rende tutto ancora più drammatico. Circolano sostanze sempre più potenti e imprevedibili che, nei soggetti più fragili, possono contribuire a scatenare o aggravare episodi psicotici e comportamenti violenti. Non possiamo limitarci a intervenire quando il ragazzo è ormai in crisi. Bisogna intervenire prima. Bisogna investire nella prevenzione, nei servizi territoriali, nelle comunità, nel personale specializzato e soprattutto nei percorsi di reinserimento. Perché dopo un TSO non dovrebbe esserci semplicemente un’altra emergenza. Dovrebbe esserci un progetto. Mio figlio oggi ha 24 anni. È migliorato, ma è ancora in comunità. E noi non sappiamo quanto durerà il suo percorso. Ma io continuo a chiedermi: che futuro stiamo costruendo per questi ragazzi? E soprattutto: cosa succederà quando noi genitori non ci saremo più? Questa domanda dovrebbe riguardare tutti. Perché noi genitori ci ammaliamo insieme ai nostri figli. Io, nel frattempo, ho perso anche il lavoro a causa della depressione. La nostra fortuna, nella nostra enorme sfortuna, è stata quella di poter contare anche sulla psicoterapia, individuale e di gruppo. Perché abbiamo imparato che non si ammala soltanto il ragazzo. Si ammala tutta la famiglia. E non tutti possono permettersi di pagare come i personaggi famosi, privatamente ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire. La salute mentale non può diventare una questione di reddito. E allora rivolgo un appello al Presidente della Regione Veneto, all’Assessore alla Sanità e a tutti coloro che hanno responsabilità politiche. Venite nelle comunità. Non venite per fare una fotografia. Venite per parlare con gli operatori. Guardate negli occhi questi ragazzi. Parlate con i loro genitori. Ascoltate le loro storie. E poi chiedetevi se quello che stiamo facendo è sufficiente. Io credo di no. Credo che serva un grande piano regionale sulla salute mentale. Servono strutture differenziate per età e gravità. Servono più operatori. Servono percorsi dopo il ricovero. Servono programmi di formazione e lavoro. Servono servizi territoriali realmente presenti. E servono soprattutto le famiglie. Vorrei che la Regione organizzasse un grande incontro con i genitori veneti che vivono questa situazione. Perché siamo tanti. Troppi per essere ignorati. E forse sarebbe arrivato anche il momento di creare un’associazione regionale delle famiglie dei ragazzi con gravi problemi psichiatrici. Da soli siamo formiche. Insieme possiamo diventare una voce. Caro Direttore, le chiedo di fare una cosa molto semplice. Immagini che quel ragazzo sia suo figlio. Immagini di dover chiamare i Carabinieri. Immagini di vederlo immobilizzato da nove persone. Immagini di sentirlo piangere e chiedervi di salvarlo. Immagini sette mesi di reparto. Tre anni di comunità. Anni di paura. E poi immagini di dover rispondere alla domanda: “Papà, quando tu non ci sarai più, chi si occuperà di me?”. Io non ho una risposta. E credo che non dovrebbe averla neppure la politica. Dovrebbe averla il sistema sanitario. Prima che accada una tragedia, bisogna intervenire. Dopo, sarà troppo tardi. Non chiedo privilegi per mio figlio. Chiedo una possibilità per lui e per tutti gli altri ragazzi come lui. Chiedo che la salute mentale venga trattata come una priorità. Chiedo che i nostri figli non vengano semplicemente curati quando stanno male, ma accompagnati verso una vita possibile. E chiedo che noi genitori non veniamo lasciati soli. Sono un padre stanco. Ma sono ancora un padre che vuole combattere per suo figlio. “La malattia non può cancellare il diritto a immaginare un domani” di Alberto Stefani* Mattino di Padova, 21 ottobre 2026 L’appello di chi ha un familiare che soffre di problemi psichiatrici, pubblicato dal nostro giornale, è stato raccolto dal presidente della Regione: “Risposte a problemi così complessi richiedono tempo, risorse e un lavoro condiviso”. Caro genitore, ho letto la sua lettera pubblicata ieri da questo giornale con attenzione e profonda commozione. Fra le tante parole che non mi hanno lasciato indifferente, c’è quel “Papà, salvami”, che interroga certamente lei in prima persona e, se lo permette, anche tutta la nostra comunità. Ed è proprio nella consapevolezza che una responsabilità simile debba essere condivisa, che ho deciso di scriverle. Prima di tutto per dirle grazie. Grazie per aver trovato, dentro una sofferenza così grande, la forza di raccontare la sua storia. Grazie perché, pur attraversando anni di dolore, sgomento e sacrifici, non ha chiesto un privilegio per suo figlio, ma ha scelto di dare voce a tante famiglie che vivono la stessa condizione, lontano dai riflettori e troppo spesso in solitudine. La sua lettera contiene una domanda alla quale le istituzioni hanno il dovere di rispondere. Non soltanto con la voce, ma con l’ascolto, con le scelte e con i fatti. La salute mentale, soprattutto quando riguarda i nostri giovani, deve essere una priorità. Questa convinzione accompagna il mio impegno pubblico e, particolarmente, questo mandato in Regione. Perché dietro ogni diagnosi ci sono una persona, una famiglia, delle relazioni, delle speranze. E perché nessun ragazzo può essere identificato soltanto con la propria malattia, così come nessun genitore deve sentirsi abbandonato nella battaglia per il futuro di un figlio. Mi ha colpito profondamente un altro passaggio della sua lettera: quando scrive che suo figlio non può essere semplicemente un malato da custodire, ma un ragazzo da recuperare. Credo che in queste parole ci sia il senso più autentico della sfida che abbiamo davanti. Curare è fondamentale, ma non basta. Dobbiamo costruire le condizioni perché, anche nelle situazioni più complesse, ogni giovane possa avere davanti a sé una prospettiva, un percorso di autonomia, la possibilità di studiare, lavorare, costruire legami e ritrovare il proprio posto nella società. Questo significa rafforzare la prevenzione, intercettare precocemente il disagio, sostenere i servizi territoriali, investire nelle professionalità e sviluppare percorsi terapeutici e riabilitativi capaci di rispondere alle diverse età e ai differenti bisogni. Significa anche affrontare con determinazione il rapporto sempre più preoccupante tra disagio psichico e consumo di sostanze. E significa, soprattutto, non lasciare sole le famiglie. Perché la sofferenza di un figlio coinvolge inevitabilmente chi gli sta accanto. Il dolore, la fatica quotidiana, la paura del futuro e quella domanda terribile - “Chi si occuperà di lui quando noi non ci saremo più?” - meritano risposte concrete e una presa in carico che non si interrompa nei momenti di maggiore fragilità. Nella sua testimonianza ho colto anche un sentimento di riconoscenza verso i medici, gli infermieri, gli operatori dei servizi e delle comunità che avete incontrato. Voglio unirmi al suo ringraziamento. Sono donne e uomini che ogni giorno, con competenza e umanità, affrontano situazioni difficilissime. Abbiamo il dovere di metterli nelle condizioni di lavorare al meglio e di valorizzare il loro impegno. Non voglio nasconderle che le risposte a problemi così complessi richiedono tempo, risorse e un lavoro condiviso. I primi passi li abbiamo già compiuti: dal percorso avviato per l’introduzione della figura dello psicologo di comunità, al nuovo piano per la salute mentale. Ma la complessità non può diventare un alibi per non agire. E non possiamo rassegnarci all’idea che una famiglia debba arrivare allo sfinimento prima di trovare un sostegno adeguato. Per questo vorrei invitarla personalmente a Palazzo Balbi, sede della Giunta Regionale del Veneto. Mi piacerebbe incontrarla e approfondire insieme le proposte che ha avanzato. L’auspicio è che la sua lettera non rimanga soltanto una testimonianza dolorosa, per quanto importante. Ma che diventi anche occasione di confronto e stimolo concreto per migliorare ciò che ancora non funziona. Ho letto con interesse anche la sua proposta di riunire le famiglie venete che affrontano queste difficoltà. Credo che meriti attenzione. Le istituzioni devono saper ascoltare non soltanto gli specialisti e gli operatori, ma anche chi vive ogni giorno, nella propria casa, le conseguenze della malattia e le difficoltà dei percorsi di cura. Lei scrive che da soli siete formiche, ma insieme potete diventare una voce. Io credo che quella voce debba essere ascoltata. E che il compito delle istituzioni sia anche quello di aiutarla a non rimanere isolata. Vorrei infine rivolgere un pensiero a suo figlio. Non conosco il suo nome, ma so che ha 24 anni. E a 24 anni si deve poter guardare al futuro con fiducia, anche quando la vita ha imposto prove durissime. La malattia non può cancellare il diritto a immaginare un domani. Caro genitore, lei conclude la sua lettera dicendo di essere stanco, ma di voler continuare a combattere per suo figlio. Le auguro di non perdere mai quella forza. Ma soprattutto vorrei che non dovesse più sentirsi costretto a combattere da solo. La aspetto a Palazzo Balbi. Con stima, vicinanza e un sincero abbraccio a lei, a sua moglie e a suo figlio. *Presidente della Regione del Veneto Cannabis medica, stop dall’Olanda. Pazienti a rischio di Eleonora Martini Il Manifesto, 21 ottobre 2026 Il fallimento della Bedrocan e la cessazione delle esportazioni delle infiorescenze olandesi crea un problema di approvvigionamento e di continuità terapeutica per tanti malati italiani. Tra qualche settimana i pazienti italiani in cura con farmaci a base di cannabis potrebbero incontrare gravi difficoltà di approvvigionamento. L’8 ottobre scorso infatti il tribunale di Groningen ha dichiarato fallita l’azienda olandese Bedrogan che da vent’anni produce i farmaci più utilizzati anche in Italia per patologie che richiedono un trattamento ad alto contenuto di Thc, il Bedrolite e il Bediol. E siccome la domanda da parte di chi soffre di una lunga serie di patologie - fissata nel decreto ministeriale del 9 novembre 2015 - viene soddisfatta solo in minima parte dalle infiorescenze coltivate nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, l’unica struttura autorizzata in Italia in quanto alle dirette dipendenze del ministero della Difesa, “la continuità terapeutica di migliaia di pazienti è a rischio”, come hanno denunciato le associazioni Luca Coscioni e Meglio legale che chiedono al governo di liberalizzare la produzione di cannabis terapeutica. Succede infatti che, entro la fine dell’anno, al fallimento del Bedrogan si aggiunge la prevista cessazione delle esportazioni dell’Office of Medicinal Cannabis, il canale pubblico olandese che permette la distribuzione in Italia delle infiorescenze per preparazioni galeniche. Un black out totale. Secondo i dati dell’Iss, tra il 2019 e il 2024 le persone che hanno ricevuto almeno una prescrizione medica di cannabis terapeutica in Italia sono state circa 28 mila e si stima per il prossimo anno un fabbisogno tra le 2 e le 3 tonnellate di infiorescenze. Mentre la quota prodotta nel 2026 dallo stabilimento di Firenze si ferma ai 400 chilogrammi. Per tamponare, in attesa che diventi operativo nel luglio 2028 il nuovo sistema di vendita olandese, l’azienda italiana preposta, la Materia Medica Processing, ha annunciato l’importazione di tre varietà coltivate in Spagna da Linneo Health. Una soluzione che però non assicura la continuità terapeutica ai pazienti perché il passaggio richiede nuove valutazioni mediche e nuove posologie. “Per anni - spiegano Marco Perduca e Antonella Soldo - abbiamo criticato il rapporto privilegiato ed esclusivo che l’Italia aveva con Bedrocan e l’impossibilità per altri soggetti di poter concorrere a far fronte al fabbisogno nazionale di cannabinoidi medici che, secondo le stime dell’Onu, è quasi tre volte quanto in effetti è disponibile in Italia”. Ora, insistono le associazioni Coscioni e Meglio Legale, il governo deve immediatamente predisporre un piano straordinario di approvvigionamento per scongiurare interruzioni e garantire uniformità territoriale nell’erogazione delle terapie. E aprire ad altri soggetti la possibilità di produrre questo tipo di farmaci”.