Carceri, serve intervenire sovraffollamento da record così si vive senza dignità di Samuele Ciambriello* Il Mattino, 20 ottobre 2026 Ho firmato con convinzione l’appello per un indulto responsabile, promosso da giuristi e magistrati e sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’ho fatto perché non possiamo più limitarci a registrare, con uno sdegno che rischia di diventare di maniera, una tragedia che si consuma quotidianamente dietro le sbarre. Non basta indignarsi dopo l’ennesimo suicidio, non basta esprimere cordoglio dopo l’ennesima morte. Occorre il coraggio di assumersi delle responsabilità e di intervenire concretamente I numeri raccontano una realtà che non possiamo più ignorare: oltre 65.900 persone detenute a fronte di appena 46.358 posti effettivamente disponibili, 55 suicidi accertati e 196 morti complessive dall’inizio dell’anno, a cui si aggiungono le due morti avvenute nelle carceri napoletane di questa settimana. Un bollettino di guerra che dovrebbe interrogare le coscienze di tutti. Ma i numeri, da soli, non raccontano il dolore delle famiglie, la disperazione di chi non intravede una prospettiva, la sofferenza di chi vive in celle sovraffollate, né la fatica quotidiana del personale penitenziario, sanitario e educativo chiamato a operare in condizioni sempre più difficili. Non possiamo accettare che la privazione della libertà si trasformi nella privazione della dignità. Le pronunce giudiziarie che riconoscono trattamenti inumani e degradanti ci ricordano che non siamo soltanto di fronte a un problema organizzativo, ma a una questione di legalità e di rispetto dei diritti fondamentali. Lo Stato che chiede ai cittadini di rispettare la legge deve essere il primo a rispettarla, anche e soprattutto dentro le carceri. La fotografia delle carceri campane, per adulti e minori, è quella di un sistema in profonda sofferenza. Parlare ancora di emergenza rischia persino di essere riduttivo: l’emergenza presuppone qualcosa di temporaneo, mentre noi siamo di fronte a una crisi strutturale, cronica, che si trascina da anni e che continua ad aggravarsi. A fotografare la gravità della situazione sono i dati relativi agli istituti penitenziari campani. A Napoli Poggioreale, a fronte di circa 1.350 posti effettivamente disponibili, si registrano 2.307 detenuti, con oltre 950 presenze in eccesso e una carenza di circa 200 agenti di Polizia Penitenziaria. A Salerno-Fuorni sono oltre 610 le persone ristrette per appena 376 posti disponibili, con un indice di sovraffollamento del 162%. A Benevento si sfiorano le 400 presenze a fronte di 248 posti effettivi, raggiungendo il 160%. Proprio nell’istituto sannita, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, un uomo di 37 anni si è tolto la vita, diventando la quinta vittima di suicidio nelle carceri campane dall’inizio dell’anno. La situazione non è meno preoccupante negli altri istituti: Santa Maria Capua Vetere conta oltre 1.035 detenuti per 676 posti disponibili, con un tasso del 153%; Ariano Irpino raggiunge il 140%, Avellino-Bellizzi Irpino il 139% e Napoli Secondigliano, con oltre 1.350 presenze, il 138%. Seguono Vallo della Lucania, con il 135%, e Aversa, con il 130%. Queste percentuali non sono semplici indicatori statistici. Significano celle in cui manca lo spazio per vivere dignitosamente, difficoltà nell’accesso alle cure, riduzione delle opportunità trattamentali, tensioni quotidiane e condizioni di lavoro sempre più gravose per gli operatori. Il sovraffollamento non è soltanto una questione di numeri: è un moltiplicatore di sofferenza, che rende più difficile ogni percorso di recupero e più fragile l’intero sistema. Per quanto concerne la giustizia minorile, dobbiamo ricordare che dietro ogni reato c’è una responsabilità da accertare, ma dietro ogni ragazzo c’è anche una storia, spesso segnata da fragilità familiari, povertà educativa, marginalità e mancanza di opportunità. Dall’analisi delle prese in carico e dei collocamenti emerge con chiarezza che, a fronte di una prevalenza di reati contro il patrimonio e contro la persona, la risposta non può essere ridotta a una logica meramente sanzionatoria o custodiale. Le strutture penitenziarie minorili e le comunità educative del nostro territorio svolgono un lavoro fondamentale, ma hanno bisogno di risorse, personale qualificato, sostegno psicologico, percorsi formativi e concrete opportunità di inserimento lavorativo. Un ragazzo che sbaglia non può essere considerato un futuro già perduto. La vera sfida delle istituzioni è offrire a quel giovane una possibilità reale di cambiamento, senza rinunciare alla responsabilità per ciò che ha commesso. Garantire ai giovani dell’area penale percorsi di recupero effettivi significa fare prevenzione, tutelare la sicurezza collettiva e interrompere quella spirale di esclusione e recidiva che troppo spesso riconsegna i ragazzi alla criminalità. La sicurezza di una comunità non si misura soltanto dal numero delle persone che vengono rinchiuse, ma anche dalla capacità di evitare che tornino a commettere reati. Come Garanti territoriali lo ripetiamo da tempo: “Il carcere non può essere l’unica risposta alla devianza e al disagio sociale”. Se continuiamo a utilizzare la detenzione come soluzione generalizzata a problemi complessi, continueremo a riempire gli istituti senza risolvere le cause che alimentano la criminalità. Per questo ho sottoscritto l’appello per un indulto responsabile: non per negare la responsabilità di chi ha commesso un reato, ma per chiedere una risposta capace di coniugare legalità, umanità e sicurezza, accompagnata da interventi strutturali che impediscano di ritrovarci, tra qualche anno, nelle stesse condizioni. La Costituzione non ci chiede di scegliere tra certezza della pena e dignità umana. Ci chiede di garantire entrambe. La pena deve avere un senso, deve offrire una prospettiva, deve consentire a chi ha sbagliato di cambiare. Una cella sovraffollata, senza cure adeguate, senza lavoro e senza speranza, non restituisce alla società una persona migliore, ma rischia di restituirne una ancora più fragile e arrabbiata. Dietro ogni porta blindata c’è una persona. Dietro ogni suicidio c’è una famiglia che continuerà a interrogarsi sul perché. Dietro ogni giovane detenuto c’è un futuro che possiamo ancora provare a salvare. Non possiamo continuare a contare i morti, a denunciare il sovraffollamento e poi lasciare tutto immutato. La civiltà di uno Stato si misura anche da come tratta chi ha privato della libertà. Chi sbaglia non deve soltanto pagare: deve poter cambiare. E una società che rinuncia a credere nel cambiamento rinuncia a una parte della propria umanità. *Garante campano delle persone private della libertà personale 41 bis in Consulta: l’allarme sui permessi non è casuale di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 20 ottobre 2026 La Corte costituzionale esaminerà il divieto assoluto di permesso premio per chi è al carcere duro. La campagna sui boss “fuori” dal carcere genera pressione ai giudici. Lo pseudo allarme sui permessi premio ai boss, partito dalle pagine della Stampa e rimbalzato fino in Parlamento, arriva con un tempismo curioso. Tra due settimane, il 2 novembre, la Corte costituzionale si riunirà in camera di consiglio proprio sulla preclusione assoluta che oggi impedisce ai detenuti al 41 bis di ottenere quei permessi. Eppure nessuno, in tutto questo rumore, ha nominato l’ordinanza che ha portato la norma davanti alla Consulta. L’ha firmata il 31 marzo 2026 il magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi: è iscritta al numero 67 del registro ed è pubblicata in Gazzetta Ufficiale dal 6 maggio. La domanda sul tavolo della Corte è semplice. Un detenuto al carcere duro può chiedere un permesso premio e ricevere da un giudice una risposta nel merito? Oggi no. La sua istanza si ferma sulla soglia, dichiarata inammissibile in automatico, finché resta in vigore il decreto del ministro della Giustizia che gli applica il regime differenziato. Intanto l’inchiesta de Il Tempo raccontava mafiosi e capi clan in uscita dal carcere, la prima pagina del giorno dopo parlava di “allarme dell’Antimafia” e otto parlamentari del Pd in commissione Antimafia chiedevano al ministro Carlo Nordio di riferire. Il Guardasigilli si è detto stupito che il tema fosse stato sollevato da un giornale, trattandosi di decisioni che spettano alla magistratura “nella sua assoluta autonomia e indipendenza”. Il risultato è un’immagine precisa, ma falsa, quella dei boss del 41 bis che escono in permesso, costruita mentre la Consulta si prepara a stabilire se a quei detenuti si debba almeno una risposta motivata nell’eventuale diniego. Su queste pagine abbiamo già smontato i numeri. I casi raccontati riguardano detenuti che il carcere duro lo avevano già lasciato, accanto a un lungo elenco di istanze soltanto presentate, e quasi sempre respinte. I permessi concessi ogni anno, come ha scritto Simona Musco, si riferiscono all’intera popolazione detenuta e in larghissima parte alla media sicurezza. La cifra dei “200 boss” finita nei titoli risale a un dato del Dap evocato nel maggio 2025 da Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia: un numero che con il carcere duro non c’entra. Questo dipende dalla confusione tra il 4 bis e il 41 bis. Lo stesso procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, intervistato dal quotidiano torinese, ha ricordato che al 41 bis ci sono circa 750 persone e che i benefici li ottiene chi da quel regime è uscito. Resta una frase dell’inchiesta, da rileggere con il codice sul tavolo: “Ora accade sempre più spesso che i boss assoggettati al carcere duro facciano istanza per ottenere permessi: fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno. Naturalmente quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna”. Per un detenuto al 41 bis il parere della Direzione nazionale antimafia non ha alcun peso. Con la legge del 2022 che ha riformato l’ergastolo ostativo come sentenziato dalla Consulta, quella domanda è inammissibile. Lo stabilisce l’ultimo periodo del comma 2 dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, inserito dal decreto legge 162 del 2022, il primo del governo Meloni, convertito nella legge 199 dello stesso anno: i benefici possono essere concessi al detenuto in 41 bis “solamente dopo che il provvedimento applicativo di tale regime speciale sia stato revocato o non prorogato”. La riforma, come detto, rispondeva alla Consulta, che con la sentenza 253 del 2019 aveva fatto cadere la preclusione assoluta ai permessi per i condannati ostativi non collaboranti. Al divieto il legislatore ha sostituito un percorso a ostacoli fatto di allegazioni e oneri probatori. Per chi sta al carcere duro la porta è rimasta sbarrata. Di cosa si occuperà la Consulta - Il caso da cui nasce la questione riguarda R. M., ergastolano detenuto nella Casa circondariale di Terni. È al 41 bis dal 17 luglio 2014, e l’ultima proroga porta la data del 2 luglio 2024. Il 30 luglio 2025 la difesa ha chiesto un permesso premio da trascorrere con i familiari, ricordando che è padre di figli minorenni, e ha corredato l’istanza delle allegazioni che l’articolo 4 bis oggi pretende: l’impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili derivanti dal reato, l’assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata, le dichiarazioni dissociative rese nei processi, il percorso intramurario. Il giudice Fabio Gianfilippi ha scelto di non fermarsi al decreto ministeriale e ha sollevato la questione in riferimento agli articoli 3, 13, 27 terzo comma e 101 della Costituzione. Lo ha fatto sapendo che la Cassazione, con le sentenze 28618 del 2024 e 6766 del 2025, aveva giudicato manifestamente infondati dubbi analoghi. La sua obiezione riguarda chi decide. La preclusione, scrive, non discende più dalla legge ma da un provvedimento amministrativo che promana dal ministro. Il primo decreto dura quattro anni, le proroghe due. Il reclamo va al solo Tribunale di sorveglianza di Roma, con un termine di dieci giorni che la Cassazione considera ordinatorio, e il controllo successivo si limita alla violazione di legge. Un biennio di proroga può scorrere per intero senza che un giudice si pronunci. Il magistrato richiama la sentenza 349 del 1993, quella che ha tracciato il perimetro costituzionale del 41 bis: l’amministrazione può incidere sulle modalità della detenzione, mai sulla qualità e sulla quantità della pena. Le misure che portano il detenuto fuori dalle mura, permessi premio compresi, restano coperte dalla riserva di giurisdizione dell’articolo 13. Oggi un decreto del ministro decide anche questo. Due confronti rendono la distonia evidente. Per chi è sottoposto alla sorveglianza particolare dell’articolo 14 bis, che presuppone una pericolosità manifestata in carcere, il magistrato valuta comunque l’istanza nel merito. Per l’internato in 41 bis che esegue una misura di sicurezza, la pericolosità sociale resta affidata al magistrato del territorio. C’è poi un passaggio su cui la Cassazione ha costruito la propria linea, tratta dall’ordinanza 97 del 2021 della Consulta: in costanza del 41 bis l’accesso ai benefici “non risulta possibile”. Le sentenze di legittimità la attribuiscono all’ordinanza 197 del 2021, svista che il rimettente annota. Soprattutto, ne propone un’altra lettura. Quel “non risulta possibile” descriverebbe una difficoltà da verificare caso per caso, e la Corte parlava della liberazione condizionale e del sicuro ravvedimento, requisito estraneo al permesso premio. Prima della riforma era stata la stessa Cassazione, con la sentenza 42723 del 2021, a censurare il tribunale di sorveglianza che trattava il carcere duro come incompatibile in sé con il permesso. Il ragionamento, che l’ordinanza riprende per esteso, partiva da una constatazione: un decreto può restare formalmente in vigore anche quando la ragione che lo giustificava è venuta meno. In quel caso serve una pronuncia di merito che spieghi perché il beneficio non può essere accordato. Il passaggio più franco dell’ordinanza riguarda l’esito. Il magistrato ammette che con “decisa probabilità” si arriverebbe comunque a un rigetto. Ma un rigetto motivato, scritto da chi conosce gli atti trattamentali, spiega al condannato perché non è pronto e che cosa gli manca. Una declaratoria di inammissibilità tace. E toglie alle aree educative degli istituti ogni ragione per osservare quei detenuti oltre la buona condotta. Il 2 novembre la Corte deciderà questo: se un giudice possa leggere un fascicolo prima di chiuderlo. Chi in queste settimane ha raccontato boss del carcere duro in permesso ha descritto ciò che la legge già vieta. Con un effetto collaterale. Se la Consulta dovesse accogliere la questione, la notizia arriverà all’opinione pubblica già convinta che significhi aprire le celle. Ma non sarà così. Non è “tana liberi tutti”. Certezza della pena, incertezza della cura di Marco Taradash linkiesta.it, 20 ottobre 2026 Il carcere toglie la libertà, non dovrebbe togliere il medico. Ogni morte sotto la custodia dello Stato esige una spiegazione: chiedere personale sanitario e accesso alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi. Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati. Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 cento ottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare? “Cause naturali” indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo. Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica. Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi. La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione? Magistrati e governo, lo scontro sugli stipendi si sposta sui social di Valentina Stella Il Dubbio, 20 ottobre 2026 L’Anm prende le distanze dopo la frase di una toga sulla premier, che ha detto no al Dpcm. Il laico Aimi e la meloniana Varchi chiedono provvedimenti disciplinari. Non si placano le polemiche dopo che ieri la premier Giorgia Meloni ha annunciato di non voler firmare il Dpcm con il quale si dovrebbero adeguare gli stipendi dei magistrati. “Fa bene” ha detto il leader di Azione Carlo Calenda, ospite di Ping Pong su Rai Radio 1 per il quale “i magistrati sono una delle categorie più pagate e con meno giornate lavorative in Italia. Noi non abbiamo una lira e il potere d’acquisto delle famiglie per colpa dell’inflazione è ai minimi storici. Abbiamo dei salari da fame, una sanità sfondata, ci mettiamo a dare un miliardo ai magistrati? Mi sembra una cosa fuori dal mondo”, ha concluso. A dare manforte anche l’ex magistrato Luca Palamara: “La casta si auto-liquida l’aumento: è l’immagine immediata di fronte alla notizia di quasi un miliardo di euro da destinare agli arretrati e agli adeguamenti degli stipendi dei magistrati. È altrettanto ovvio che la decisione del Consiglio di Stato dovrà essere rispettata. Ma il problema posto da Giorgia Meloni è reale. In un Paese in crisi, nel quale milioni di famiglie non arrivano alla fine del mese, reperire nella legge di bilancio quasi un miliardo per aumentare retribuzioni già elevate è una scelta politicamente difficile da comprendere e ancora più difficile da spiegare. E che in generale riguarda la casta e non solo i magistrati”. In realtà le cose non stanno così. E a smentire la propaganda populista di questi giorni ci ha pensato il magistrato contabile Andrea Carapellucci con un dettagliato articolo su Questione Giustizia che sfata soprattutto il falso scoop dei 100.000 euro per ciascun magistrato: “Non ci sono dubbi che la base per il calcolo sia lo stanziamento di 970 milioni di euro nel bilancio dello Stato, divisa per circa 11.000 beneficiari. La somma rappresenta, pertanto, l’onere complessivo gravante sul bilancio pubblico, che certamente comprende, fra l’altro: i contributi previdenziali (circa il 30%) e gli altri oneri riflessi, come l’Irap; la quota destinata ad essere trattenuta dal datore di lavoro (lo stesso Stato) ai fini del versamento dell’Irpef”. Spiega ancora Carapellucci: “Gli arretrati retributivi sono tassati, se relativi ad annualità precedenti a quella in corso, sulla base dell’aliquota media del biennio precedente: per dipendenti ad alto reddito, come i magistrati, questa è vicina al 40% (della somma al netto dei contributi previdenziali). È quindi assolutamente impossibile che un magistrato riceva in busta paga la somma derivante dalla divisione tra l’onere totale a carico dello Stato e il numero dei beneficiari. Il fatto che autorevoli quotidiani e giornalisti abbiano ritenuto accettabile proporre un calcolo di questo tipo, senza neppure preoccuparsi di precisare che gli importi effettivamente percepiti dai magistrati sarebbero stati di gran lunga inferiori, è preoccupante. Secondo le stime dell’Anm, un magistrato ordinario a inizio carriera potrebbe ricevere circa 7000 euro netti, uno a fine carriera, 17.000”. Ma perché sarebbe avvenuto tutto questo? Alcuni magistrati sussurrano che sia stato il governo a passare una velina alla stampa facendo credere di fornire una notizia sensazionalistica che sarebbe servita a delegittimare la magistratura dando la possibilità alla premier di portare avanti una battaglia demagogica in un periodo difficile per le tasche degli italiani. Intanto è bufera sul pm in servizio alla procura di Roma, Alessandro Di Cicco, che domenica, subito dopo le dichiarazioni di Meloni, avrebbe scritto su Facebook: “La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. Il condizionale è d’obbligo perché il magistrato oggi ha sporto denuncia/querela: “Mi hanno hackerato il profilo Facebook e sto andando al commissariato - ha riferito all’Adnkronos - a denunciare. Non sono stato io a scrivere quel post sulla premier, ero in viaggio e quando mi sono accorto di quanto successo, e cioè che qualcuno aveva scritto quel testo sul mio profilo, ho provveduto subito a cancellarlo”. Ma, intanto, il sindacato delle toghe ha preso immediatamente le distanze: “Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole rivolte al presidente del Consiglio sui social da un magistrato di Roma. Ne prendiamo le distanze con fermezza”. Mentre Enrico Aimi, componente laico del Csm, ha chiesto l’apertura di una pratica affinché “siano verificati i fatti e valutata l’eventuale sussistenza di profili disciplinari. Ho inoltre richiesto la trasmissione alla Quarta Commissione per gli aspetti eventualmente rilevanti ai fini delle valutazioni di professionalità, nel rispetto delle competenze dei diversi organi”. Secondo Aimi, “la libertà di espressione è un diritto fondamentale e deve essere garantito a tutti, magistrati compresi. Ma chi esercita una funzione così delicata come quella giudiziaria è tenuto a osservare doveri di equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni, anche quando interviene nel dibattito pubblico”. Alla richiesta di Aimi si è associata Carolina Varchi, deputata di Fratelli d’Italia e capogruppo in commissione Giustizia. “Meloni firmerà il Dpcm sugli arretrati dei magistrati”, riferiscono da Via Arenula di Ermes Antonucci Il Foglio, 20 ottobre 2026 “Vedrete che alla fine la premier firmerà il Dpcm sugli stipendi dei magistrati, magari rateizzando le somme da versare”. Fonti qualificate del ministero della Giustizia riferiscono al Foglio un’intenzione del governo ben diversa da quella espressa da Giorgia Meloni domenica, quando ha annunciato di non voler dare il via libera al Dpcm che sblocca gli aumenti retributivi e gli arretrati destinati ai magistrati. Le cifre reali dell’operazione, inoltre, risulterebbero molto distanti dal miliardo di euro ipotizzato in alcune notizie di stampa, e invece più vicine ai 200 milioni di euro. Insomma, quella di Meloni potrebbe essere stata semplicemente una sparata della domenica. L’esigenza di intervenire per adeguare gli stipendi delle toghe è stata certificata da numerose recenti sentenze amministrative, sia del Tar che del Consiglio di stato, che hanno visto il ministero dell’Economia e delle Finanze soccombere sempre. A inizio luglio il Consiglio di stato, accogliendo il ricorso dell’Associazione nazionale magistrati, ha imposto al governo di rivedere al rialzo gli aumenti stipendiali per i magistrati che erano stati stabiliti da un dpcm per il triennio 2018-2020, in attuazione delle due leggi degli anni 80 che prevedono l’adeguamento triennale degli stipendi dei magistrati. I calcoli svolti dall’Istat alla base del primo dpcm, infatti, sono stati ritenuti errati. Il 14 agosto il Tar del Lazio ha annullato anche gli atti alla base del dpcm del 3 giugno 2024 che invece riguarda l’adeguamento degli stipendi dei magistrati per il triennio 2021-2023, ritenendo anche in questo caso sbagliati i calcoli del governo. Il governo è tenuto a rispettare queste sentenze. Per l’esecuzione della prima sentenza è già in corso un giudizio di ottemperanza e nel caso in cui la presidenza del Consiglio continuasse a opporsi all’esecuzione, il Consiglio di stato potrebbe addirittura nominare un commissario che agisca al suo posto. In quell’eventualità, il governo rischierebbe pure di dover affrontare profili di responsabilità contabile per gli interessi nel frattempo maturati a favore delle toghe a causa dei ritardi. La cifra complessiva che il governo deve versare sarebbe inferiore a quella fatta circolare da alcuni organi di stampa, ma anche la situazione è ben diversa da come è stata rappresentata: il Consiglio di stato ha semplicemente affermato che gli aumenti stipendiali calcolati dal governo per gli anni passati erano errati, e la notizia che ogni magistrato riceverà un “bonus” da 100 mila euro non è fondata. Gli arretrati vanno da poche centinaia di euro per i magistrati più giovani a circa 10-15 mila euro per quelli con maggiore anzianità di servizio (e comprendono tutti gli anni in cui il loro stipendio non è stato adeguato come previsto dalla legge). Insomma, se al governo non piace il sistema di adeguamento automatico periodico delle retribuzioni (che peraltro coinvolge anche altre categorie di dipendenti pubblici come i professori universitari e i militari), allora cambi le leggi, ma nella consapevolezza che questi cambiamenti varrebbero soltanto per il futuro, mentre ora non può sottrarsi al rispetto delle sentenze. “C’è stata una causa, c’è stata una sentenza, se il governo adempie bene, se non adempie o adempie in parte andremo avanti con il giudizio di ottemperanza. Noi crediamo nello stato di diritto”, ha dichiarato - comprensibilmente - il vicesegretario dell’Anm, Stefano Celli, dopo le parole di Meloni, che sembra aver lanciato una polemica di puro stampo populista. Nel frattempo ieri ci hanno pensato le parole di un magistrato a rinfocolare lo scontro. “La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”, ha scritto sul suo profilo Facebook Alessandro Di Cicco, toga in servizio alla procura di Roma. Parole definite “inappropriate” dall’Anm, che ha preso le distanze dal magistrato. In seguito il pm Di Cicco ha dichiarato di aver subìto un hackeraggio del proprio profilo Facebook e di aver “presentato una denuncia al commissariato”. Misure alternative: occorre provare l'incompatibilità della patologia con il regime carcerario di Simone Marani* altalex.com, 20 ottobre 2026 Ai fini della detenzione domiciliare le pene accessorie sono fattori positivi da valutare nell'ambito della prognosi di prevenzione del rischio di recidiva (Cassazione n. 12823/2026). In tema di differimento facoltativo della pena detentiva e di concessione della detenzione domiciliare per grave infermità fisica, è necessario che la malattia di cui è affetto il condannato sia grave, ovvero tale da porre in pericolo la vita o da provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, da esigere un trattamento che non si possa facilmente attuare nello stato di detenzione, operando un bilanciamento tra l'interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività. È quanto emerge dalla sentenza della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione del 8 aprile 2026, n. 12823. Il caso vedeva il Tribunale di Sorveglianza rigettare le istanze, di detenzione domiciliare ex art. 47-ter, comma 1, ord. penit., e di differimento della pena per motivi di salute ex art. 47-ter, comma 1-ter, ord. penit., in quanto non provate da adeguata documentazione medica o peritale, proposte da una condannata ultrasettantenne alla quale erano state applicate anche le pene accessorie dell'estinzione del rapporto di lavoro, dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell'incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione. In merito alla tematica del diniego dell'istanza domiciliare ex art. 47-ter comma 1, ord. penit., i giudici di merito invocavano l'orientamento giurisprudenziale, tra l'altro valorizzato anche dagli ermellini, secondo il quale la detenzione domiciliare non è una misura che debba essere automaticamente concessa ai detenuti ultrasettantenni, ma è rimessa alla valutazione discrezionale della magistratura di sorveglianza, che deve verificare la meritevolezza e l'idoneità a facilitare il reinserimento sociale (Cass. Pen., Sez. I, 8 febbraio 2012, n. 8712). I giudici di prime cure, però, hanno ritenuto ostativa alla concessione della misura la carenza del requisito della meritevolezza della condannata, non avendo la stessa in alcun modo avviato il percorso di revisione critica rispetto alle proprie condotte, residuando il profilo della residua pericolosità della condannata, con il rischio di recidiva, essendo il luogo di detenzione domiciliare perfettamente coincidente con il locus commissi delicti, con la conseguente possibilità della detenuta di far valere la propria rete di conoscenze e la propria influenza, derivante dal ruolo rivestito negli anni. L'ordinanza, sul punto, secondo i giudici di legittimità, appare contraddittoria e lacunosa; infatti, nella valutazione complessiva dei presupposti per la concessione o per il diniego di una misura alternativa, se non si può prescindere dalla tipologia e gravità dei reati, il giudice deve avere soprattutto riguardo al comportamento ed alla situazione del soggetto dopo i fatti per cui è stata inflitta la condanna in esecuzione, onde verificare se vi siano o meno i sintomi di una positiva evoluzione della sua personalità e condizioni che rendano possibile il reinserimento sociale attraverso la richiesta della misura alternativa (Cass. Pen., Sez. I, 9 luglio 2009, n. 31809). Pertanto, l'inflizione di pene accessorie perpetue nei confronti della condannata che abbia chiesto la misura alternativa alla detenzione, come nella specie, costituisce un fattore positivo da considerare nell'ambito del giudizio prognostico di prevenzione del pericolo di recidiva rimesso al Tribunale di sorveglianza per valutare la probabilità di successo dell'applicazione di misure alternative al regime carcerario. In conclusione, gli ermellini enunciano il seguente principio di diritto che dovrà essere considerato dai giudici di merito, secondo il quale, in tema di misure alternative alla detenzione, le pene accessorie dell'estinzione del rapporto di lavoro, dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell'incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione, costituiscono elementi positivi meritevoli di considerazione ai fini del giudizio prognostico di prevenzione del pericolo di recidiva rimesso alla magistratura di sorveglianza nella complessa valutazione della probabilità di successo dell'applicazione della detenzione domiciliare. Passando al tema del differimento facoltativo della pena, ovvero di concessione della detenzione domiciliare, per grave infermità, anche di natura psichica, secondo costante orientamento giurisprudenziale di legittimità, il giudice è sempre tenuto a verificare, eventualmente con l'ausilio di un perito, se lo stato patologico del detenuto sia tale da determinare condizioni di sofferenza ed afflizione incompatibili con lo stato di detenzione (Cass. Pen., Sez. I, 15 gennaio 2026, n. 3284). La patologia psichica, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 99 del 2019, può costituire causa di differimento dell'esecuzione della pena, anche nella forma della detenzione domiciliare, nel solo caso in cui sia di gravità tale da determinare condizioni di infermità incompatibili con lo stato detentivo, anche in base alle strutture e a servizi di cura offerti all'interno del carcere ed alle esigenze di salvaguardia degli altri detenuti e del personale penitenziario, salvo che risultino prevalenti, nel caso concreto, le esigenze di sicurezza pubblica (Cass. Pen., Sez. I, 2 febbraio 2023, n. 10713). La discrezionalità della decisione sul differimento comporta un bilanciamento che il giudice del merito deve operare tra l'interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza pubblica a che una persona giudicata responsabile di reati sconti la pena (Cass. Pen., Sez. I, 14 marzo 2025, n. 11725). La compatibilità con la detenzione è un giudizio che compete al Tribunale di Sorveglianza, pur se alla luce di documenti medici, relazioni sanitarie o perizie acquisite nel corso dell'istruttoria talché, quando non è indicata una specifica risultanza dell'istruttoria che sarebbe stata travisata, essa resiste alle censure se sorretto da motivazione adeguata e coerente (Cass. Pen., Sez. I, 1 dicembre 2015, n. 3262). Il provvedimento di rigetto della richiesta di differimento dell'esecuzione della pena per grave infermità fisica è affetto da vizio di motivazione solo se l'omesso riferimento alla necessità di tutela del diritto alla salute e al divieto di trattamenti contrari al senso di umanità si combina con l'accertata sussistenza di un quadro patologico particolarmente grave, capace ictu oculi di di essere causa di una sofferenza aggiuntiva proprio per effetto della privazione dello stato di libertà, nonostante il regime di detenzione possa assicurare la prestazione di adeguate cure mediche (Cass. Pen., Sez. I, 24 giugno 2014, n. 32882). Sulla base di detti principi, nella fattispecie, i giudici di merito avevano correttamente ritenuto che non sussistesse alcuna incompatibilità con il regime carcerario, sotto il profilo della assenza di violazione della dignità umana della detenuta, in ossequio al principio di umanizzazione della pena, sia in merito alla possibilità di gestione delle sue problematiche psico-fisiche in ambiente carcerario. Inoltre, il Tribunale non era tenuto ad esperire una consulenza medico legale al fine di stabilire le condizioni di compatibilità con il regime carcerario, posto che la condizione della detenuta, lungi dall'essere molto critica o complessa, era stata giudicata come “discreta” sulla base di dati tecnici che non richiedevano il ricorso alla perizia. Pertanto, gli Ermellini annullavano l'ordinanza impugnata limitatamente al diniego della detenzione domiciliare, con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Sorveglianza, dichiarando inammissibile, nel resto, il ricorso. *Avvocato Assolto perché il fatto non sussiste: no alla responsabilità dei magistrati, sì alle spese di giudizio di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2026 La Cassazione, ordinanze nn. 27137 e 27139/2026, ribadisce i limiti della colpa grave: interpretazioni opinabili e valutazioni delle prove restano protette, salvo errori abnormi o palesi travisamenti di fatti decisivi. L’annullamento (senza rinvio) della sentenza di condanna da parte della Cassazione “perché il fatto non sussiste” non costituisce, di per sé solo, un elemento idoneo a fondare una responsabilità civile per colpa grave dei magistrati del merito. Lo ha affermato la Terza sezione civile, ordinanza n. 27139/2026, bocciando definitivamente la richiesta di un medico. Il professionista, condannato per abuso d’ufficio e, con una riqualificazione “a sorpresa”, per concussione, aveva ottenuto prima l’annullamento della condanna per concussione e poi quello senza rinvio per abuso d’ufficio, “perché il fatto non sussiste”. A quel punto ha chiesto 2 milioni di euro di risarcimento per i danni professionali, personali ed economici subiti durante il lungo processo e il correlato procedimento disciplinare. La Corte d’appello ha ritenuto che la condotta dei giudici di Verbania e di Torino “rientrasse nell'esercizio della fisiologica attività interpretativa delle norme e di valutazione dei fatti e delle prove”; aggiungendo che la “riforma o l’annullamento in sede di legittimità di un provvedimento giudiziario non integrano di per sé una colpa grave dello Stato-giudice, in difetto di un'abnormità o di una violazione grossolana e macroscopica della legge”. La Corte ha inoltre condannato l’appellante alla rifusione di 12mila euro di spese di lite, dando atto dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato”. Proposto ricorso, la Cassazione l’ha giudicato inammissibile. L’esenzione da responsabilità dello Stato-giudice, sancita dalla c.d. “clausola di salvaguardia” - si legge nella decisione - cede soltanto di fronte a “violazioni macroscopiche, inescusabili ed abnormi del dato normativo o a palesi travisamenti del fatto, ovvero quando il provvedimento giurisdizionale si risolva in un’operazione del tutto arbitraria e priva di aggancio con l’ordinamento giuridico”. Nel caso in esame, invece, proseguono i giudici, la corte territoriale ambrosiana ha correttamente rilevato che le valutazioni dei giudici rientravano nell’alveo della fisiologica attività interpretativa delle fattispecie incriminatrici e del compendio probatorio. E che il successivo proscioglimento rientra nelle dinamiche ordinarie delle impugnazioni e non equivale automaticamente a un errore giudiziario dei giudici di merito, risarcibile ex lege n. 117 del 1988. Del resto, conclude, il ricorrente non ha dimostrato “specifici indici di abnormità o di negligenza inescusabile a carico dei giudici penali”. Con una seconda decisione, ordinanza n. 27137/2026, la Cassazione ha bocciato anche la richiesta di risarcimento presentata dal titolare di un laboratorio di analisi che aveva ottenuto l’annullamento del convenzionamento sanitario concesso dalla Regione a una struttura concorrente. Il Tar gli aveva riconosciuto un risarcimento di 2,17 milioni di euro. Il Consiglio di Stato ha ribaltato il verdetto, ritenendo scusabile l’errore della Regione. Il titolare ha allora agito contro lo Stato per colpa grave dei giudici amministrativi, ma la domanda è stata respinta. Per la Terza sezione civile: “l’aver ritenuto comprensibile l’incertezza applicativa della Regione a fronte dell’intricata sovrapposizione tra le direttive regionali (d.P.G.R. n. 7316/1980) e la disciplina nazionale (D.P.C.M. 10.02.1984) configura un’operazione interpretativa consapevole ed esaustivamente motivata, integralmente coperta dalla clausola di salvaguardia ex art. 2, comma 2, L. n. 117/1988”. La Corte, con un primo principio di diritto, ribadisce così che, nel regime anteriore alla riforma del 2015, anche un’interpretazione opinabile o non condivisibile resta protetta dalla clausola di salvaguardia, salvo che esorbiti da ogni criterio ermeneutico ragionevole, sconfinando nell’abnormità o nel “diritto libero”. Riguardo al distinto profilo della colpa dell’Amministrazione, i giudici amministrativi hanno ritenuto che il profilo dell’autorizzazione costituisse un elemento assorbito o secondario nell’ambito del generale e intricato contesto di convenzionamento territoriale. Sul punto la Cassazione ha affermato un secondo principio di diritto: “In tema di responsabilità civile dello Stato-giudice, il travisamento del fatto o delle prove rilevante ai sensi dell’art. 2, comma 3, della legge n. 117 del 1988, nel testo applicabile ratione temporis, ricorre quando la decisione affermi o neghi l’esistenza di un fatto decisivo in contrasto incontrovertibile con gli atti del processo; non è invece configurabile quando la censura investa la selezione, la gerarchizzazione o la valutazione degli elementi istruttori compiuta dal giudice, ovvero l’omessa specifica considerazione di una circostanza priva di carattere determinante rispetto alla ratio decidendi”. Viene naturale, pur nella diversità delle due discipline, il confronto con la responsabilità medica: lo scostamento ingiustificato dalle linee guida può fondare la colpa del sanitario; per l’interpretazione giudiziaria, invece, non basta l’errore, occorre sconfinare nell’abnormità. Guida sotto psicofarmaci: per la condanna non basta la presenza del farmaco nel sangue di Giampaolo Piagnerelli Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2026 Se una persona guida dopo aver assunto psicofarmaci, non può essere condannata automaticamente per il solo fatto che la sostanza è stata trovata nel suo sangue. Infatti per far scattare la sanzione penale serve dimostrare che la persona era davvero in uno stato di alterazione psicofisica mentre si trovava al volante. A stabilirlo è la Cassazione con la sentenza n. 36588/26 che ha respinto il ricorso della Procura di Vicenza contro l’assoluzione di una donna. La conducente era finita fuori strada da sola di notte e gli esami in ospedale avevano riscontrato nel suo sangue sia alcol sia benzodiazepine. La Procura sosteneva che l’unione di alcol e farmaci avesse creato un effetto cumulativo tale da provocare l’incidente. Tuttavia, i giudici hanno confermato l’assoluzione perché i sintomi notati dagli agenti sul posto, come l’alito vinoso e la parlantina impastata, erano dovuti solo all’alcol e non agli psicofarmaci. Inoltre, trattandosi di una persona che assumeva regolarmente quei farmaci per motivi di salute, la semplice presenza della sostanza nel sangue non dimostrava che al momento della guida fosse incapace di guidare o in stato di intossicazione. La Cassazione ha anche ricordato un dettaglio fondamentale sulla legge. Ai fatti avvenuti prima della recente riforma del Codice della Strada si applica la vecchia normativa. Questa regola impone di provare due cose distinte: non solo che la sostanza sia stata assunta, ma anche che abbia concretamente alterato le capacità di chi era alla guida. In conclusione, i giudici di legittimità hanno ricordato che non spetta alla Cassazione rivedere le prove o cambiare l’interpretazione dei fatti stabilita nei primi gradi di giudizio, specialmente quando la ricostruzione del giudice è logica e ben motivata. Lazio. L’ultimo “Garantendo”: ciò che lasciamo, ciò che resta da fare di Stefano Anastasìa garantedetenutilazio.it, 20 ottobre 2026 Care amiche e cari amici, questa esperienza finisce qui. La proroga che il Consiglio regionale ha voluto fissare al mio incarico di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, in vista della sua deliberazione su chi dovrà succedermi, scade oggi (martedì 20 ottobre, ndr), e dunque da domani quello che è stato il mio ufficio resterà in stand-by, in attesa del nuovo garante. Si sarebbe potuto, anzi: si sarebbe dovuto fare diversamente, consentendo al garante uscente l’esercizio delle funzioni fino all’insediamento del nuovo, così come è stato per il Garante nazionale tra il 2022 e il 2023, così come è previsto in altre leggi regionali, come quelle del Piemonte e della Puglia, in virtù di un principio autoevidente secondo cui un organo pubblico di garanzia non può sospendere la sua attività, ma ormai la frittata è fatta e da domani nessuno potrà più rispondere a nome del garante alle istanze, alle lettere e ai reclami delle persone private della libertà, dei loro familiari e dei loro avvocati, e il garante non potrà più esprimere il proprio parere sui procedimenti legislativi e amministrativi di competenza. Suppliranno, come possono e come sanno, almeno nei confronti delle persone detenute, dei loro cari e dei loro avvocati, i garanti comunali di Roma e di Civitavecchia e il garante nazionale. La speranza è che la supplenza duri poco: nel mese di giugno è stato fatto un primo bando per la raccolta delle candidature al ruolo di garante regionale per il Lazio, riaperto nel mese di agosto, e ne sono pervenute ben ventitré, tra cui alcune di eccezionale qualificazione nella promozione e nella tutela delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Nel congedarmi, non mi resta che chiedere al Consiglio di mettere al più presto all’ordine del giorno l’elezione degli organi di garanzia vacanti (con il garante dei detenuti, il difensore civico e i garanti dell’infanzia e degli anziani), in modo da evitare una lunga interruzione di attività, nociva per le persone interessate e per la credibilità stessa dell’istituzione. Ciò detto, per fatto quasi personale, mi permetto solo due considerazioni su quel che lascio dopo dieci anni di lavoro da garante. Non ripeterò quanto è già nella mia relazione annuale di fine mandato, sia nella sua versione scritta, sia nella sua presentazione fatta in Consiglio regionale il 31 luglio scorso: chi vorrà, potrà andaresele a rileggere. Aggiungo solo due considerazioni su quel che ho trovato e quel che lascio dopo dieci anni. Dieci anni fa chiudevano gli ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi di “estremo orrore, indegno di un paese appena civile” come ebbe a dire il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, veniva costituito il primo collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà ed eravamo nel pieno degli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dal Ministro Orlando all’indomani della condanna europea per il caso Torregiani. Le misure adottate per rientrare dal sovraffollamento strutturale avevano prodotto i loro risultati e tutto il mondo penitenziario era coinvolto in un processo di reinvenzione e riforma del sistema dell’esecuzione penale. Grandi speranze, rimaste in gran parte deluse all’atto dell’adozione da parte del Governo dei decreti legislativi che avrebbero dovuto coronare quello sforzo collettivo, unanimemente giudicate minimali e insufficienti. Purtroppo già allora si erano riaffacciati sulla scena pubblica imprenditori politici della paura che alimentano una rappresentazione del carcere come di un campo di battaglia tra guardie e ladri. La pandemia da Covid-19 avrebbe potuto cambiare le nostre menti e le nostre politiche, aprendoci alla responsabilità verso l’altro e a politiche di presa in carico delle fragilità sociali che riempiono i luoghi di privazione della libertà. Invece, prima le chiusure obbligate dalle circostanze, poi la rimozione di quella tragica esperienza ci hanno portato a una ideologia securitaria che ha fatto della chiusura del carcere all’esterno e al suo interno il principio guida di una involuzione dell’intero sistema che è sotto gli occhi di tutti. Il sovraffollamento è ricominciato a correre e, con esso, la duplice violazione dei principi costituzionali in materia di esecuzione penale: il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e la finalità rieducativa della pena. Ma la storia non ha fine e potrà rivolgersi ancora una volta in direzione contraria, verso il pieno rispetto dei principi costituzionali, magari più e meglio di quanto non fosse in passato. A questo continuerò a dedicare gran parte del mio tempo, da semplice cittadino, come è giusto che sia dopo dieci anni di responsabilità istituzionali. Buona fortuna a chi ci ha seguito fin qui, a chi ci succederà e a tutte e tutti noi! Padova. Garante dei detenuti, Cavatton fa saltare la nomina di Cameran di Alberto Rodighiero Gazzettino di Padova, 20 ottobre 2026 La candidatura ha raccolto 16 voti dei 17 necessari la decisione è rimandata alla prossima seduta. La maggioranza non ha i numeri e, per la seconda volta, il consiglio comunale stoppa la nomina di Paola Cameran a Garante dei detenuti e Matteo Cavatton gela l'aula: “Oggi siamo chiamati a votare una persona che 25 anni fa indagò mio padre che, dopo essere stato assolto, morì”. Dopo la battuta d'arresto di un paio di settimane fa per la mancanza dei 2/3 dei voti, ieri sera il Parlamentino di Palazzo Moroni ha nuovamente bocciato la candidatura dell'ex magistrato. Nonostante fossero sufficienti 17 voti e i consiglieri di maggioranza in aula fossero 18, a Cameran sono arrivati 16 voti a cui si sono aggiunti una scheda bianca e una nulla (due consiglieri di maggioranza). Di conseguenza il voto è rimandato alla prossima seduta. In sala è calato il gelo quando a prendere la parola è stato il capogruppo di Fratelli d'Italia, Cavatton. “Io non avrei mai voluto trovarmi in questa situazione, ma lo devo alla memoria di mio padre, una persona la cui dirittura morale e professionale è stata infangata da un'inchiesta giudiziaria che gli ha rovinato la vita e lo ha accompagnato alla tomba ha esordito l'esponente meloniano - Oggi mi trovo ad esaminare la candidatura di una persona che 25 anni fa, attraverso agenti di polizia giudiziaria, violentò la casa di mio padre, sottopose a perquisizione ogni cosa e chiese che lui, assieme ad altri tre medici, venisse incarcerato preventivamente”. “Per fortuna un altro giudice respinse la richiesta di carcerazione perché erano tutti incensurati. Nonostante questo mio padre andò a giudizio dopo aver subito, noi con lui, 5.600 ore di intercettazioni telefoniche e ambientali. Ha subito anche una violenza difficilmente immaginabile da parte di altri carnefici: l'Azienda ospedaliera lo lasciò a casa senza stipendio, amici che da un giorno all'altro facevano finta che non esistesse più. Dopo 7 anni, devo ammettere anche grazie alla stampa, è stato riconosciuto innocente con formula piena. Non contenta, la procura ci portò in appello che confermò la piena assoluzione per tutti i medici imputati. Poco dopo, mio padre ebbe un primo infarto. Quella stessa persona che ora dichiara che procede serena come Garante ai detenuti è la stessa che ha coordinato l'indagine che distrusse la carriera e la vita di mio padre. Lei a 68 anni ci è arrivata, lui no perché un secondo infarto lo condannò agli ultimi 6 mesi di vita attaccato alle macchine. A fronte di questo vi chiedo di riflettere. Non muovo nessuna critica al consiglio e alla candidata a diventare Garante che probabilmente ha commesso un unico errore, ma personalmente - ha concluso Cavatton - ho sentito la necessità di questa testimonianza”. Durante l'intervento in aula non è volata una mosca. A rompere il silenzio ha provveduto, con voce rotta dall'emozione, la consigliera Dem Etta Andreella: “Comprendiamo il dolore di Cavatton, ma serve rispetto anche nei confronti di chi è chiamato a decidere per la designazione di un ruolo così importante. Le parole del consigliere mi hanno molto colpita e mi hanno fatto ricordare quello che è successo a mio padre. Cavatton non è un nemico né un avversario, è solo una persona che ha delle idee diverse dalle mie, quindi ha tutta la mia solidarietà per il dolore che prova”. Poi il voto ha affossato nuovamente la nomina di Cameran. Per la cronaca la minoranza ha votato Gianni Cavatton che era il padre di Matteo. Padova. “La pm accusò mio padre”. Stop alla nomina di Cameran di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 20 ottobre 2026 In Consiglio: Cavatton ferma (per ora) l’incarico a garante dei detenuti. Ancora un colpo di scena sull’elezione del nuovo Garante cittadino dei detenuti. E ancora un nulla di fatto per la nomina dell’unica candidata, l’ex magistrata Paola Cameran, padovana di 68 anni, già sostituita procuratrice generale prima a Trieste e poi a Venezia. Ma se tre settimane fa, quando servivano 22 voti per renderla effettiva, la designazione era saltata per una mera questione di numeri, ieri sera, malgrado bastasse il via libera di 17 componenti del consiglio comunale, la cosa non è andata in porto (anche) per motivi personali legati proprio ad uno dei membri dell’aula di Palazzo Moroni. Motivi che, raccontati in aula dal diretto interessato (con una certa comprensibile emozione), hanno evidentemente avuto un peso decisivo sull’esito della votazione. Subito dopo la ri-presentazione del curriculum di Cameran da parte dell’assessora al Sociale, Margherita Colonnello, ha infatti preso la parola il capogruppo di FdI, Matteo Cavatton, che non ha potuto non ricordare come proprio colei destinata a diventare la nuova Garante dei detenuti sia il magistrato che nel 2002 avviò un’inchiesta su suo padre Gianni Cavatton. Quest’ultimo, medico, aiuto primario del Centro immunotrasfusionale dell’Azienda ospedaliera, venne accusato di peculato e truffa aggravata per la produzione, l’utilizzo e la vendita della colla di fibrina, un medicinale emoderivato per attenuare il dolore dei pazienti: l’iter processuale durò nove anni e alla fine, nel 2011, l’uomo venne assolto perché il fatto non sussisteva. “La dottoressa Cameran - le parole di Cavatton - è arrivata a 68 anni e, adesso che è in pensione, ha ancora tempo da dedicare alla nostra comunità. Mio padre, invece, si è fermato un po’ prima, perché è morto quando di anni ne aveva 64, vittima di un errore giudiziario che aveva trasformato in un inferno la sua vita e quella dei suoi familiari. Il mio - ha quindi concluso il capogruppo di FdI, commuovendo più di qualche collega - non è un attacco all’unica candidata per il ruolo di nuovo Garante cittadino dei detenuti, ma semplicemente il ricordo di un uomo e della sua dignità”. L’intervento di Cavatton, come detto, ha emozionato molti consiglieri, compresi quelli che già erano a conoscenza della vicenda. A tal punto che, al momento della votazione (segreta), Cameran ha ottenuto 16 suffragi a fronte di 12 schede nulle (col nome di Gianni Cavatton) e due bianche. E se le nulle sono tutte attribuibili all’opposizione, le bianche dimostrano appunto come due esponenti della maggioranza (erano assenti il sindaco Sergio Giordani e il capogruppo della sua lista Bruno Cacciavillani) abbiano cambiato idea dopo aver ascoltato il collega meloniano. Tutto dunque rinviato alla prossima seduta, quando basteranno 14 voti. Sempre ieri, intanto, il gruppo del Pd (primo firmatario Pietro Bean) ha presentato una mozione a sostegno proposta di legge della deputata dem Chiara Gribaudo per coprire le spese legali delle persone coinvolte in gravi incidenti sul lavoro, garantendo inoltre la pressoché totale gratuità dei servizi scolastici per i loro figli. Modena. Ex detenuto morto al Novi Sad, la Camera penale: “La pena non finisce sulla porta” modenatoday.it, 20 ottobre 2026 La camera penale di Modena chiede percorsi di reinserimento continuativi e soluzioni abitative. Anche la camera penale di Modena “Carl'Alberto Perroux” esprime cordoglio per l'uomo trovato senza vita sulle tribune del Novi Sad nella mattina del 13 ottobre, un 59enne senza fisa dimora, uscito due mesi prima dal carcere di Sant'Anna. “Abbiamo atteso qualche giorno per commentare la notizia, che, sin da subito, ci ha lasciato sgomenti, tanto quanto le notizie delle decine di morti che da anni avvengono dentro le mura degli Istituti”, scrive il consiglio direttivo dell'associazione dei penalisti. Una morte che impone una riflessione - L'uomo, nei giorni prima di essere trovato morto, trovava riparo nel parco. La camera penale precisa di non voler “entrare nelle vicende personali, né attribuire responsabilità a singoli”, ma sottolinea che “la sua morte, solitaria e invisibile, impone una riflessione che riguarda l'intera comunità”. Il riferimento normativo è l'articolo 27 della Costituzione, che stabilisce come le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato. L'associazione richiama anche l'articolo 46 dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'assistenza post-penitenziaria per chi lascia il carcere. “Quando una persona esce senza una casa, senza una rete e senza un percorso di cura, quell'obiettivo non viene raggiunto: la persona viene semplicemente restituita alla strada”, si legge nel comunicato. Le richieste alle istituzioni - La camera penale riconosce l'esistenza, a Modena, di “esperienze preziose di lavoro, formazione, teatro e volontariato”, ma sottolinea che “questi percorsi non possono interrompersi il giorno dell'uscita”. Nella nota vengono avanzate richieste concrete: maggiore attenzione nella fase di dimissione per chi non ha un alloggio o ha problemi di salute, soluzioni abitative per chi esce dal carcere, continuità delle cure già in corso, e il rafforzamento dei percorsi di lavoro e formazione anche dopo la scarcerazione. L'appello finale è a “istituzioni, terzo settore, avvocatura e cittadinanza” affinché “lavorino insieme perché nessuno lasci il carcere senza sapere dove andare”. L'avvocatura penale, conclude la nota, “è pronta a fare la propria parte in questo lavoro comune”. Agrigento. Psichiatri volontari negli istituti di pena per il disagio psichico dei detenuti agrigentonotizie.it, 20 ottobre 2026 L'Unione degli Ordini Forensi della Sicilia e il Garante regionale Antonino De Lisi firmano un accordo per affiancare medici allo staff sanitario delle carceri. Un primo elenco di professionisti è già stato definito per intervenire sui casi non da ricovero. Un supporto concreto agli staff sanitari delle carceri siciliane per l'assistenza ai reclusi con problematiche psichiatriche. È questo il fulcro del protocollo di collaborazione per la promozione della salute mentale firmato sabato ad Agrigento dall'Unione degli Ordini Forensi della Sicilia e dal Garante dei diritti dei detenuti della regione Siciliana, Antonino De Lisi. L'intesa è stata siglata nel corso dell'assemblea dell'Unione, alla presenza del presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco e dei vertici di tutti i Consigli dell'Ordine degli avvocati dell'isola. Psichiatri volontari negli istituti di pena - Il documento sancisce la costituzione di un elenco di medici psichiatri, individuati dall'Unione nelle diverse province siciliane, pronti a intervenire a titolo volontario. D'intesa con le direzioni degli istituti di pena, i professionisti affiancheranno il personale sanitario interno nell'assistenza ai detenuti che presentano disturbi psichiatrici non così gravi da richiedere il ricovero nelle strutture protette. Un primo elenco di specialisti è stato peraltro già definito. Le parole del presidente Pizzino - A spiegare il valore sociale e professionale dell'iniziativa è il presidente dell'Unione degli Ordini Forensi della Sicilia, Rosario Pizzino: “L’Unione ha sempre prestato grande attenzione alla situazione delle carceri e alle condizioni dei detenuti - spiega il presidente dell’Unione degli Ordini Forensi della Sicilia, Rosario Pizzino - . Abbiamo riflettuto anche sul tema della salute mentale, una problematica delicata e complessa che riguarda l’Avvocato nell’esercizio della sua funzione sociale. Dall’incontro di queste due sensibilità è nata l’idea di affiancare e sostenere gli staff sanitari degli istituti di pena nell’assistenza ai detenuti con disagio psichico, grazie a medici psichiatri che si sono resi disponibili su base volontaria. Per questo abbiamo costruito questo percorso di collaborazione con il Garante regionale”. La sigla dell'intesa ha chiuso una giornata aperta dal convegno “Il linguaggio di genere alla prova del principio di uguaglianza. Diritto, istituzioni e potere della lingua”, promosso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Agrigento in collaborazione con l’Unione, la Rete dei Comitati Pari Opportunità della Sicilia e il Parco archeologico Valle dei Templi. Novara. Il carcere dopo la chiusura del 41 bis: “Sicurezza e vivibilità sono le priorità” di Barbara Cottavoz La Stampa, 20 ottobre 2026 I Giovani democratici chiedono un tavolo dedicato al tema al ministro Nordio. Che cosa ne sarà del vecchio reparto del 41-bis vuotato a fine giugno? Lo chiedono i Giovani democratici dopo la notizia della sospensione del trasferimento, già programmato, di altri detenuti nelle celle vuote, come ha comunicato nei giorni scorsi una nota del sindacato della Polizia penitenziaria Fns Cisl. “La sicurezza degli operatori, le condizioni lavorative e la vivibilità della struttura devono rappresentare priorità non negoziabili per il ministero della Giustizia” sottolineano i Giovani Pd che rilanciano anche la proposta di un tavolo comunale dedicato al carcere. La casa circondariale conta un centinaio di detenuti dopo il trasferimento dei settanta del regime più restrittivo del 41-bis, avvenuto il 27 e 28 giugno; la capienza totale è di 158 posti. Ma sul futuro di queste celle non si hanno notizie e l’unica informazione emersa riguardava la sospensione di uno spostamento di carcerati. Quello che preoccupa sono le condizioni in cui questo trasferimento avverrebbe. Le condizioni anche degli operatori - “Aprire nuovi spazi detentivi in locali come quelli dell’ex 41-bis, ora in condizioni fatiscenti e privi delle necessarie garanzie strutturali, significa scaricare un peso insostenibile su chi lavora ogni giorno in prima linea e aggravare i carichi di un personale già sotto organico - dice Filippo Gambini, responsabile Legalità e Carceri dei Giovani Democratici del Piemonte -. Non si possono inaugurare reparti senza adeguati interventi di ripristino e un reale potenziamento delle risorse umane”. Da due anni i Giovani Dem di Novara hanno visitato via Sforzesca in più occasioni: “Finché era aperta la sezione del 41-bis - rileva il segretario cittadino Elia Impaloni - la situazione era tutto sommato sotto controllo, proprio perché la condizione particolare di Novara consentiva di contenere il sovraffollamento. Ora c’è il rischio di aggravare le condizioni di lavoro degli operatori e di compromettere le attività già presenti, oltre a ostacolare lo sviluppo di nuovi progetti”. Le iniziative per i detenuti - Nella casa circondariale sono attive alcune associazioni, come la Comunità di Sant’Egidio e Cabiria teatro, che propongono attività e sostegno ai detenuti, proposte che potrebbero essere ampliate con altri soggetti: “Ci siamo resi conto che Novara è interessata alla vita del carcere e i detenuti rispondono con partecipazione alle iniziative - commenta Impaloni -. Purtroppo i continui cambi alla direzione del carcere limitano la possibilità di creare un dialogo stabile con la città e potenziare la rete. Un anno fa era stato proposto di istituire un ravolo comunale, come esiste ad Alessandria, e l’amministrazione si era detta disponibile ma non se n’è più saputo nulla”. Intanto il Pd alla Camera chiede trasparenza sulla riorganizzazione del reparto ex 41-bis con un’interrogazione al ministro Carlo Nordio: “La città merita ben altra attenzione da parte del governo - dice il deputato Federico Fornaro - e gli operatori del carcere devono operare in sicurezza con organici adeguati. Massa Marittima (Gr). La visita di Eligi: “Carcere sovraffollato e palestra chiusa” di Roberto Pieralli La Nazione, 20 ottobre 2026 All’esterno della Casa circondariale di Massa Marittima ieri mattina c’è stato l’incontro con il vice presidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale, Federico Eligi, che dopo l’incontro con i funzionari del carcere massetano ha voluto illustrare l’iter della nuova legge sulla sanità penitenziaria per lo studio ad Ars Toscana. “Per riscrivere la legge - ha detto Eligi - ho ritenuto importante fare una conoscenza diretta della situazione carceraria sia da un punto di vista di infrastrutture ma anche, soprattutto della parte sanitaria che è il settore che compete direttamente alla Regione. Ovviamente, la popolazione carceraria deve trovare risposte ai propri bisogni. Prima del Covid erano più gli anziani, ora sono molto più giovani gli ospiti all’interno delle nostre carceri con una serie di problemi soprattutto legati alle dipendenze”. Eligi ha poi sottolineato che sia nel carcere di Massa Marittima sia in quello di Grosseto manca il Garante dei detenuti aggiungendo che “è una cosa grave perché è una voce importante per i detenuti ma pure per il rapporto con le Istituzioni”. Parlando del Carcere massetano ha aggiunto che la struttura “soffre, come quello del capoluogo di provincia, di un forte affollamento che da una capienza dai 45-48 ospiti oggi arriva ad ospitare 50-56 persone, con punte di 60 durante i mesi estivi, venendo così a mancare una delle funzioni per cui queste strutture nascono, cioè fare un lavoro di riabilitazione per essere reinseriti nella società”. Inoltre, Eligi ha evidenziato che nel carcere massetano “esiste una palestra, ma è chiusa ormai da anni perché ci piove”. Roma. Rebibbia, accordo con il Dap: al via il primo corso di formazione per le detenute di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 20 ottobre 2026 Si tratta di un corso di specializzazione in termoidraulica per il reinserimento lavorativo attraverso una formazione non gender oriented per accompagnare il reinserimento delle recluse nel mondo del lavoro. Accordo fra il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e il Movimento italiano diritti dei detenuti Ets, sottoscritto fra capo del Dap Stefano Carmine De Michele e la presidente e fondatrice Giulia Troncatti, per la prima formazione professionale delle detenute del carcere di Rebibbia. Il protocollo ha durata biennale, rinnovabile, e prevede formazione professionale, orientamento, bilancio delle competenze e percorsi di inserimento lavorativo dentro e fuori gli istituti. L’obiettivo è dare continuità all’accompagnamento anche dopo la scarcerazione e a incrociare in maniera più efficiente le competenze delle persone detenute ed ex detenute con le esigenze del mercato del lavoro. Il Dap attraverso le sue ramificazioni negli istituti individuerà i partecipanti e agevolerà le attività, mentre il movimento per i detenuti realizzerà i percorsi e raccoglieràle disponibilità delle imprese interessate ad assumere persone detenute o ex detenute. Le attività del movimento saranno sostenute con risorse proprie e con il contributo dei soci, senza oneri per l’amministrazione. E ancora: il protocollo si inserisce nel percorso di consolidamento del Movimento Italiano Diritti Detenuti, che ha acquisito la qualifica di Ente del Terzo Settore (ETS) e ha accolto come socio fondatore Alberto Genovese, che fa parte anche della Tesoreria di Nessuno tocchi Caino, con delega alla raccolta fondi e Internet. Con quest’ultima associazione il Movimento ha stretto un patto federativo per collaborare sui temi della detenzione e del reinserimento. Il primo corso di formazione previsto a seguito della firma del protocollo sarà dedicato alla termoidraulica e rivolto alle donne detenute nel carcere di Rebibbia. L’iniziativa nasce da una proposta di Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, che, a seguito della visita del 5 giugno all’istituto, ha segnalato al capo del Dap alcune criticità nella manutenzione, dipendenti anche dal fatto che la manutenzione ordinaria del fabbricato dipendeva dalla disponibilità di detenuti provenienti dagli istituti maschili limitrofi. La proposta è stata quindi quella di strutturare corsi di formazione per idrauliche ed elettriciste. L’iniziativa ha incontrato il favore del vertice del Dap e ha potuto concretizzarsi grazie all’immediata disponibilità di Alberto Genovese e del movimento per i detenuti. Alberto Genovese attraverso la Fondazione Laura e Alberto Genovese ha scelto di sostenere personalmente il corso, perché quella proposta diventasse il primo passo concreto del protocollo. Il corso punta a favorire il reinserimento lavorativo attraverso una formazione non gender oriented, ampliando le possibilità di scelta professionale oltre gli ambiti tradizionalmente associati al lavoro femminile, verso cui sono spesso orientati i corsi proposti nelle sezioni femminili degli istituti. Secondo i dati del Dap al 30 settembre scorso il carcere di Rebibbia femminile ospitava 371 detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 272 posti. Sul versante della formazione professionale all’interno degli istituti, i dati nazionali, forniti dal Dap, relativi al secondo semestre del 2025 registrano 5.033 iscritti ai corsi, pari al 7,93% della popolazione detenuta - femminile e maschile - presente a fine semestre. Taranto. La lettura entra in carcere: rinnovato il progetto per i detenuti di Giulia Inversi tarantobuonasera.it, 20 ottobre 2026 Firmata la convenzione tra il Comune e la Casa Circondariale “Carmelo Magli” per promuovere libri, scrittura e attività culturali. Dopo i risultati ottenuti nella sezione femminile, le iniziative saranno estese anche a quella maschile. Si rafforza la collaborazione tra il Comune di Massafra e la Casa Circondariale “Carmelo Magli” di Taranto per promuovere iniziative culturali e percorsi di crescita personale destinati alle persone detenute. Lunedì mattina è stata sottoscritta la convenzione per il rinnovo del progetto “La lettura rende liberi”, finalizzato alla valorizzazione della biblioteca carceraria e allo sviluppo delle capacità individuali e relazionali. A firmare l'accordo sono stati il sindaco Giancarla Zaccaro e la direttrice reggente dell'istituto penitenziario, Nicoletta Siliberti, alla presenza del primo dirigente comandante della Polizia Penitenziaria Bellissario Semeraro, del dirigente della prima ripartizione Francesco Resta, del comandante della Polizia Locale Mirko Tagliente, della funzionaria giuridico-pedagogica Gabriella Acireale e della responsabile della Biblioteca comunale “Paolo Catucci”, Giuseppina Vino. L'iniziativa viene riproposta dopo gli esiti positivi della precedente edizione, con l'obiettivo di offrire ulteriori opportunità educative e contribuire al percorso rieducativo previsto dalla Costituzione. Il programma sarà curato dal personale della Biblioteca comunale di Massafra e comprenderà diverse attività, tra cui “Biblioteca Umana - Leggere le persone, superare i pregiudizi”, dedicata al confronto e al superamento degli stereotipi, e “Letture meditative sonore - Il benessere attraverso la lettura”, accompagnate dal suono delle campane tibetane. La principale novità riguarda l'estensione delle attività alla sezione maschile, dopo la sperimentazione già realizzata con le donne detenute. Il sindaco Giancarla Zaccaro ha sottolineato il valore della collaborazione con l'amministrazione penitenziaria, evidenziando come i risultati raggiunti abbiano convinto il Comune a proseguire e ampliare il percorso avviato. L'obiettivo è migliorare la qualità della vita all'interno dell'istituto, favorendo lo sviluppo delle abilità sociali, il rafforzamento dell'autostima e la valorizzazione delle risorse personali. Con il rinnovo della convenzione, il Comune di Massafra conferma così il proprio impegno a sostegno delle attività educative nella Casa Circondariale di Taranto, ampliando le opportunità offerte alla popolazione detenuta. Torino. Scuola in carcere: una formazione per creare comunità epale.ec.europa.eu, 20 ottobre 2026 In Piemonte un percorso formativo per accompagnare i docenti che insegnano per la prima volta negli Istituti penitenziari. Grande partecipazione e una pluralità di sguardi hanno caratterizzato la prima giornata del percorso Fare scuola negli Istituti Penitenziari: contesti, relazioni e pratiche educative, svoltosi il 23 settembre al Liceo Classico “Massimo D’Azeglio” di Torino. L’evento è stato rivolto in particolare ai docenti che affrontano per la prima volta l’esperienza dell’insegnamento in carcere ma ha voluto essere anche occasione di incontro e di confronto con chi opera da tempo nel contesto carcerario e può condividere esperienze e buone pratiche. Sguardi diversi sulla complessità del carcere - La sessione plenaria coordinata da Antonietta Centolanze dell'USR Piemonte ha intrecciato prospettive istituzionali, sociologiche, pedagogiche e didattiche, componendo progressivamente un quadro della complessità del fare scuola in carcere. Fiorella Palumbo, dirigente Ufficio IV “Istruzione degli adulti e formazione continua” della DGTVET del MIM, ha aperto sapientemente il percorso delineando il quadro normativo nazionale, con uno sguardo alle sfide future dell’istruzione negli istituti penitenziari; Franco Prina, già ordinario di Sociologia giuridica e della devianza presso UniTO e Presidente CNUPP, ha portato lo sguardo sulla realtà delle carceri e sulle persone che le abitano; con i proff. Corrado Cosenza e Annaletizia La Fortuna ci siamo interrogati sul senso dell’insegnare in questo particolare contesto e sulle competenze pedagogiche e didattiche richieste e infine, con Pietro Buffa, già direttore di II.PP. e Provveditore PRAP, abbiamo cercato di comprendere meglio le regole, i vincoli e le relazioni che caratterizzano la scuola in carcere. Fare rete: l’esperienza piemontese - Di particolare valore la tavola rotonda sui rapporti tra scuola e carcere nel contesto piemontese, con Laura Bergonzi, dirigente dell’Ufficio Ordinamenti U.S.R. Piemonte; Davide Bosso, Presidente CRRS&S Piemonte; Paolo Tazio, Presidente della Rete CPIA Piemonte e Valle d’Aosta; Alessandra Tugnoli, dirigente dell’IIS Soleri-Bertoni di Saluzzo e con Matilde Chareun, già educatrice presso la C.C. “Lorusso e Cutugno” di Torino. Dal confronto è emerso il valore della collaborazione tra istituzioni, scuole e territorio per costruire percorsi educativi efficaci e dare continuità all’esperienza scolastica negli istituti penitenziari. Un forte sostegno istituzionale - Particolarmente significativa la partecipazione del Direttore Generale dell’USR Piemonte, Stefano Suraniti, che, ancora una volta, ha voluto testimoniare concretamente la propria attenzione ai docenti che operano presso gli Istituti Penitenziari dove la scuola trova una delle sue più alte espressioni di inclusione garantendo il diritto all’istruzione in un contesto complesso, ma anche creando uno spazio di libertà in cui lo studente detenuto possa tornare a riconoscersi come persona ancora capace di imparare, di cambiare e riprogettare il proprio futuro. Il sostegno costante del Dott. Suraniti alla scuola in carcere rende possibile consolidare percorsi di formazione congiunta e confronto per rafforzare una rete che coinvolge CPIA, percorsi di secondo livello, Amministrazione penitenziaria e territorio Dalla formazione alla comunità professionale - Nel pomeriggio i lavori di gruppo, condotti da dirigenti e docenti esperti, hanno dato spazio alle esperienze, alle domande e alle difficoltà concrete dei partecipanti, favorendo il confronto tra chi entra per la prima volta in carcere e chi vi insegna da anni. L’evento è stato coordinato da Antonietta Centolanze, Ufficio Ordinamenti dell’USR Piemonte e referente regionale per l’Istruzione degli adulti, accompagnando i diversi contributi lungo un filo comune: offrire ai docenti strumenti per orientarsi e una rete professionale alla quale poter fare riferimento. Una giornata intensa e partecipata, dunque, ma soprattutto l’inizio di un percorso che proseguirà nei prossimi mesi per accompagnare i docenti quando l’esperienza sul campo farà emergere nuove domande e nuovi bisogni. Perché fare scuola in carcere richiede competenze specifiche, ma anche relazioni, confronto e rete: una comunità professionale capace di crescere insieme. Proteste a Milano, il governo annuncia l’ennesimo decreto sicurezza di Paolo Delgado Il Dubbio, 20 ottobre 2026 Oggi alle 17 e 30 il Cdm si riunirà per varare il dl Sicurezza già in cantiere ma revisionato alla luce dei fatti dello scorso week end. Dentro il provvedimento annunciato dovrebbero essere riversate norme sull’imputabilità per i minori già contenute in un disegno di legge depositato al Senato, con l’aggiunta di norme quali l’estensione del fermo preventivo di 24 ore ai minorenni, l'introduzione del reato di danneggiamento aggravato, l'arresto obbligatorio per i reati di devastazione durante le manifestazioni, con la possibilità di arresto differito entro 48 ore, anch’esso esteso ai minorenni. Al di là degli evidenti rilievi penali, cosa è successo a Milano sabato e domenica scorse? La realtà è che nessuno lo sa dire con ragionevole certezza e di conseguenza le lenti con le quali, a caldo, vengono interpretati quei fatti sono quelle più abituali e forse meno adeguate. I discorsi da copione sui teppisti infiltrati, minoranza che danneggia e snatura le pacifiche e giuste rivendicazioni della pacifica maggioranza, sono essenzialmente una quasi automatica autodifesa delle forze politiche che quelle rivendicazioni appoggiano. Non che siano sbagliate in sé ma hanno il difetto di non spiegare niente. Come del resto la definizione importata dalla Francia “Casseurs”, che è tutt'al più un nome e non una spiegazione, per non parlare dell'eterno spauracchio dei Black Block, più invenzione mediatica che reale e diabolica struttura internazionale. Quel che più si avvicina ai saccheggi di Milano sono gli “espropri proletari” della seconda metà dei 70. Ma la somiglianza è superficiale. Allora a muovere gli attacchi ai negozi in nome del “diritto al lusso” e all'“assalto proletario alla ricchezza sociale” era una visione politica. Certamente di rottura rispetto alle pratiche e agli obiettivi storici del Movimento Operaio e della stessa sinistra extraparlamentare di allora ma comunque considerata una strategia rivoluzionaria. In questo caso gli attacchi di sabato e domenica sembrano invece partire dal basso, che si tratti di rabbia distruttiva o di “riappropriazione” di merci altrimenti troppo costose. La vernice politica in senso stretto, se c'è, è sottile. La immediata attribuzione delle violenze ai “soliti noti”, i giovani militanti dei centri sociali e in genere della sinistra radicale, è un riflesso condizionato. Il servizio legale che, a Milano, si era subito messo a disposizione dei ragazzi fermati e arrestati, legato da vincoli solidi a quell'area radicale, non ha quasi ricevuto chiamate. La stragrande maggioranza dei fermati erano minorenni e una quota rilevante, stando a numerose testimonianze dirette, era composta da giovani di origine immigrata. E' possibile, pur se ancora tutto da verificare, che l'Italia si trovi per la prima volta alle prese con una realtà molto problematica con la quale altri Paesi europei, come il Regno Unito e la Francia, devono già fare i conti da un pezzo. Gli immigrati arrivano a centinaia di migliaia in Europa spinti dal bisogno ma invocati senza troppo clamore da sistemi economici che hanno bisogno di forza lavoro a basso costo. In media, nella cintura di Milano, il guadagno di migranti o di immigrati di seconda generazione è circa il 30% in meno di quello, già esiguo, dei “nativi”. Nel complesso, in quella cintura, si parla, includendo anche la quota che ha già ottenuto la cittadinanza, di circa 700mila persone. In Italia, come ovunque nel mondo, la prima generazione sopporta maggiormente la disparità e la discriminazione implicita perché considera di aver comunque ottenuto un risultato fondamentale oppure perché più ricattabile. Per le seconde e terze generazioni, che sono o si sentono cittadini italiani però di serie b, le cose stanno già diversamente ed è una situazione destinata a peggiorare. Se così fosse, più che ai Casseurs francesi o agli “espropri proletari” di mezzo secolo fa in Italia bisognerebbe guardare al cronico disagio delle banlieues francesi, alle rivolte di Notting Hill dei giamaicani. Che si tratti di qualcosa di nuovo lo ha sottolineato anche il capo dello Stato Mattarella, condannando la violenza e parlando di “soggetti inediti”. Al netto della ovvia necessità di reprimere distruzioni e saccheggi, sarebbe necessario iniziare ad affrontare il problema che si affacciato nel weekend scorso, e che prevedibilmente si aggraverà comunque ma tanto più in situazione di crisi economica. Il governo, al momento, non sembra andare oltre provvedimenti repressivi di improbabile efficacia e di utilità essenzialmente elettorale. Il vertice convocato a Chigi dalla premier ha preso in considerazione le citate misure. L'opposizione è afona e povera di idee, non andando oltre la richiesta di “individuare e se responsabili i violenti ma senza criminalizzare tutti i manifestanti” espressa ieri dalla senatrice Pd Valente. Anche quanto a prospettiva strategica, la destra resta fissata sul contrasto all'immigrazione clandestina, la sinistra pure ma suggerendo metodi diversi e meno barbari. Nessuno al momento si pone sul serio il problema di come integrare e parificare la popolazione non italiana di nascita e in assenza di analisi prima e concrete misure poi la deriva francese non può che essere dietro l'angolo. A Milano (e non solo) in scena il malessere dei nativi digitali di Eraldo Affinati Avvenire, 20 ottobre 2026 Gli episodi di violenza e le contestazioni, dall’Europa all’Africa, rivelano un cambiamento antropologico che coinvolge anche gli adulti. La protesta giovanile, anche quando si esprime attraverso sparute minoranze, segnala sempre un malessere di rilevanza storica, in quanto i giovani sono la schiuma dell’onda che s’infrange sugli scogli: il loro movimento implacabile, apparentemente cieco, segnala la forza anche oscura ma inarrestabile della nostra stessa vita. Così le decine di facinorosi minorenni incappucciati che a Milano hanno saccheggiato i negozi intorno al Duomo non rappresentano certo la maggioranza dei loro coetanei; tuttavia, possono segnalare un’inquietudine generazionale di cui, al di là delle specifiche circostanze di cronaca, dobbiamo prenderne atto. I gesti violenti, è ovvio, vanno sempre condannati, ma dopo aver applicato le sanzioni necessarie, bisogna provare a comprendere in quali contesti sono nati e a cosa rispondono. In questo crinale del ventunesimo secolo molti adolescenti, di diversa estrazione sociale e culturale, stanno alzando le barricate: dai movimenti kenioti, tesi a rivendicare l’uguaglianza sociale, alla rabbia dei ventenni nepalesi, specie quelli esclusi dalla gestione della cosa pubblica, dalle masse albanesi impegnate a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, fino agli incendiari che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, una specie di febbre planetaria sembra animare le ultime generazioni, anche là dove non sono presenti, come in Palestina o in Ucraina, contrasti territoriali veri e propri. Sebbene le ragioni del dissenso siano proclamate a chiare lettere sugli striscioni che denunciano la corruzione dei ceti più abbienti e la violazione dei diritti umani, sino a istanze molto più spicciole ma non meno pressanti, come ad esempio il caro degli affitti per gli studenti universitari nostrani, abbiamo la sensazione di ascoltare un urlo rauco e disarticolato che proviene da una posizione anteriore: se riuscissimo a localizzarla, forse potremmo aiutare i rivoltosi venendo loro incontro in modo non semplicemente normativo e precettistico. Non sarebbe questo il vero compito da assolvere per ogni educatore? Cos’hanno in comune i ribelli scatenati che da una parte all’altra del globo mostrano gli artigli? Forse niente, se non il fatto di essere tutti nativi digitali, dall’Asia all’Africa, dall’Europa all’America, cresciuti con una percezione della realtà completamente diversa rispetto al più recente passato. Quando il linguaggio si sgancia dall’esperienza, anche i gesti quotidiani rischiano di essere alterati. Si può avere l’impressione di un’assenza di limiti non legata soltanto all’immaturità del singolo individuo ancora in formazione, ma anche alla legittimazione dell’arbitrio. Insulto una persona e non mi succederà alcunché. Attacco questo e quello e posso farla franca. Giudico anche ferocemente tizio e caio e la passerò liscia. Fosse così, il delirio surrealista dell’azione priva di riscontro avrebbe conquistato il nostro inconscio. E chi, se non un giovane, potrebbe meglio sperimentarlo? Vaniloqui, sogni, farneticazioni? Può essere. Ma certo si tratta di un carattere antropologico davvero inedito, che riguarda anche gli adulti, sul quale gli esseri umani continuano a interrogarsi senza ricavare un ragno dal buco. Per ora ci limitiamo a renderci conto di ciò che sta cambiando a velocità supersonica sotto i nostri occhi: cose grosse, tipo il concetto di responsabilità, la natura della libertà, lo statuto dell’opera d’arte, la qualità della relazione umana, il senso stesso dell’istruzione. Valori morali. Fondamenti religiosi. E vorremmo quindi illuderci di poter passare indenni attraverso questo cerchio di fuoco, cercando di non bruciarci le ali? Chiunque in tempi anche recenti lo avesse sperato, adesso dovrebbe ricredersi. E chissà forse certi genitori che ieri l’altro sono andati in questura a riprendersi i ragazzi arrestati dalle forze dell’ordine mentre arraffavano le merci rubate, pare che alcuni abbiano solo dodici anni, avranno guardato negli occhi i loro figli senza riconoscerli. La rivolta veste Prada perché la politica ha perso di Davide Vari Il Dubbio, 20 ottobre 2026 Da Parigi a Milano, quella stessa società dei consumi che ha omologato i desideri di ognuno, ha negato a quella massa il pass per accedervi. Ztl invase, vetrine infrante, negozi saccheggiati. Da Parigi a Milano, sembra di assistere allo stesso film. Ma più della furia colpisce l’obiettivo, almeno apparente, di quella corsa: vogliono Prada, gli abiti firmati, e tutti quegli oggetti del desiderio che la “società dei consumi” (ricordate?) promette ma non mantiene. E chissà che direbbe Pier Paolo Pasolini di fronte a questi quattordicenni, quindicenni e sedicenni che vanno all’assalto delle griffe, reclamano un posto in prima fila dentro quell’ordine borghese che i coetanei di 40 anni fa volevano abbattere. E qui sta il paradosso. La società dei consumi li ha già conquistati e i desideri sono diventati universali. Ma i mezzi per soddisfarli no. L’omologazione culturale è andata spedita ma la mobilità sociale è rimasta bloccata e quei ragazzi che fino a ieri potevano guardare le vetrine di via Montenapoleone solo da fuori, ora hanno deciso di mandarle in frantumi e prendersi ciò che gli è stato sempre negato. E se è vero che quel che è accaduto non ha, non può avere alcuna giustificazione, forse val la pena riflettere sulle sue cause, quantomeno per cercare di capire come evitare che accada di nuovo. Certo, quella frustrazione non basta a spiegare ogni saccheggio, men che meno ad assolverlo, ma di certo obbliga a guardare dentro una contraddizione. La loro marginalità è economica e sociale. Vogliono esattamente ciò che hanno già i loro coetanei più privilegiati ma non ne hanno i mezzi. Sono entrambi desideri asfittici, senza respiro, costruiti nei laboratori di marketing. Ma questa è un’altra storia. Quel che interessa è che quella stessa società dei consumi che ha omologato i desideri di ognuno, ha negato a quella massa il pass per accedervi. Ed è qui, forse, che va cercata la ragione della rabbia di Milano, Parigi, Roma. Non si tratta di una rivolta contro il consumismo, ma una rivolta dentro il consumismo. Non è la contestazione dei suoi valori, ma la pretesa, disperata e distruttiva, di poterne finalmente godere. Tuttavia, sarebbe un errore considerare questa rabbia giovanile un fenomeno isolato, una semplice esplosione di violenza destinata a esaurirsi con il ritorno dell’ordine nelle strade. Perché quella frustrazione sociale rischia di incrociare qualcosa di assai più grande e pericoloso: una crisi economica e finanziaria capace di trasformare il malessere di alcune minoranze in una più generale crisi della società europea. Sarebbe un errore gravissimo relegare quelle scene a problema di ordine pubblico. C’è qualcosa di più profondo e anche di più pericoloso. I segnali arrivano proprio dalla Francia, dalla sua fragilità economica, da una crisi del debito e da una instabilità politica ormai cronica, che rischia di infilare Parigi dentro una spirale assai complicata. E non è un caso che accanto alla crisi della finanza se ne affianchi un’altra, già concreta, tangibile, quotidiana. È la crisi della casa. Dopo decenni dominati dal turbocapitalismo e dalla finanziarizzazione dell’economia, il conflitto sociale torna a concentrarsi su uno dei bisogni più elementari dell’esistenza: avere un tetto sopra la testa. Non un investimento, non un bene sul quale speculare, ma il luogo in cui costruire la propria vita. In Spagna questa contraddizione è già esplosa, trasformando l’emergenza abitativa in una questione politica e sociale di prima grandezza. Ma sarebbe miope pensare che l’Italia sia immune dallo stesso rischio. Ed ecco allora le tessere di un puzzle che ritrae una tempesta perfetta. Da una parte generazioni alle quali è stato insegnato a desiderare tutto, ma alle quali viene negata la possibilità di realizzare persino alcune aspirazioni fondamentali. Dall’altra un ceto medio che potrebbe perdere progressivamente le proprie certezze economiche. È uno scenario che dovrebbe riportare la politica al centro della scena. Non la politica ridotta ad amministrazione dell’esistente, né quella che si limita a inseguire le emergenze quando sono già esplose. Ma una politica capace di riconoscere i conflitti prima che diventino incontrollabili, di affrontare le disuguaglianze, di restituire una prospettiva concreta a chi oggi non riesce più a immaginare il proprio futuro. Perché il problema, a questo punto, non è soltanto impedire che vengano devastate altre vetrine. È evitare che si incrini qualcosa di molto più grande: la fiducia di intere generazioni nella possibilità di migliorare la propria condizione. Come si disinnesca una simile deflagrazione economica e sociale? Come si restituisce alla politica il potere di governare processi che sembrano ormai sfuggirle di mano? Bella domanda. Ma una cosa è certa. È dalla qualità delle risposte che si misurerà il futuro della politica europea: nella capacità di impedire che la rabbia di chi si sente escluso e la paura di chi teme di perdere tutto finiscano per alimentarsi a vicenda. Trasformando una crisi sociale in una crisi della democrazia. E se il governo italiano è quello francese pensano di risolvere tutto con l’ennesimo decreto sicurezza, allora non immaginiamo nulla di buono. La violenza come modello, se i giovani imitano i potenti di Maso Notarianni Il Domani, 20 ottobre 2026 I disordini di questi giorni sono una lotta di classe senza consapevolezza di classe: una rabbia reale, che nasce da disuguaglianze e abbandono, ma non individua gli strumenti collettivi per cambiare le proprie condizioni. I disordini di sabato e domenica a Milano non si possono liquidare con una condanna della violenza e qualche parola d’ordine sulla legalità. Dire che è inutile serve se siamo disposti a capire perché viene esercitata e quali condizioni la alimentano. Comprendere non significa mai giustificare. I modelli proposti mostrano che i risultati si ottengono con la violenza, il sopruso, la prevaricazione. Tutto è consentito, compreso il genocidio di un popolo che l’Occidente non è stato capace di fermare né di condannare. La violazione dei diritti è diventata uno strumento ordinario per raggiungere un obiettivo, e dunque un modello da imitare. È questo che dobbiamo combattere. Possiamo pretendere che chi sta in fondo alla scala sociale rispetti diritti e proprietà, quando il potere li calpesta e usa la forza contro chi prova a resistere? La sindrome della vetrina infranta: i violenti forniscono l’alibi per ignorare le disuguaglianze Non è violenza tagliare risorse a istruzione, sanità e protezione sociale per finanziare il riarmo? Non lo è il ricatto occupazionale che per profitto avvelena territori e divide comunità? Non lo è vietare il dissenso contro un genocidio, uno sfratto o l’inazione climatica? La violenza non comincia con una pietra. Si esercita anche attraverso decisioni economiche e politiche che privano le persone di diritti, sicurezza materiale e possibilità di scegliere il proprio futuro. Ragionare di questo non rende meno gravi la distruzione di beni, gli attacchi alle persone o gli scontri: impedisce di considerarli un fatto isolato e privo di radici. I ragazzi e le ragazze che abbiamo visto in strada sono incazzati, molti sono disperati, se già a 16 o 17 anni si trovano davanti a un non futuro climatico, economico, sociale, personale. Ne abbiamo incontrati, con e senza background migratorio, che ci hanno detto di famiglie in difficoltà persino nel mettere il cibo in tavola, di una scuola abbandonata, della perdita di fiducia nella possibilità di cambiare la propria condizione. Davvero pensiamo che si divertono soltanto a spaccare cose? Deridiamo chi scende in piazza perché abbiamo capito con chi ce l’ha: noi C’è chi non lancia sassi perché comprende che la violenza è sbagliata, chi invece lo fa perché non vede alternative o pensa di non avere nulla da perdere. Di sicuro ridurre migliaia di persone a una manciata di infiltrati o facinorosi significa rinunciare a capire. I disordini di questi giorni sono una lotta di classe senza consapevolezza di classe: una rabbia reale, che nasce da disuguaglianze e abbandono, ma non individua gli strumenti collettivi per cambiare le proprie condizioni. Per questo non mette in discussione il sistema che produce quella stessa disperazione, ma si appropria dei suoi simboli griffati. È una rabbia che va ascoltata e trasformata, non celebrata né derisa. Le forze dell’ordine, poi, devono garantire sicurezza e ordine pubblico, proteggere le persone e contenere gli scontri, non contribuire a un’escalation. Ogni uso della forza deve essere proporzionato e sottoposto alle responsabilità previste dalla legge, cosa che non accade spesso. La spirale repressiva non è politicamente neutrale. Una destra che costruisce consenso sulla paura e sulla criminalizzazione del dissenso trae vantaggio dalla violenza di piazza, usandola come pretesto per restringere gli spazi democratici. Sarebbe un errore gravissimo consegnarle questo risultato. Le responsabilità individuali vanno accertate nel rispetto delle garanzie dei singoli, ma 271 persone arrestate di cui 220 minorenni sono comunque una enormità. Se ci limitiamo a separare i buoni dai cattivi difficilmente avremo ancora la possibilità di confrontarci. I giovani sembrano interessarci soprattutto quando fanno casino. Molto meno quando denunciano la precarietà, l’impossibilità di pagare un affitto e l’assenza di prospettive. Ci accorgiamo di loro quando diventano un problema di ordine pubblico, non quando chiedono di essere presi sul serio. Per questo la risposta non può essere soltanto repressiva. Dobbiamo portare questi ragazzi nelle piazze dello sciopero generale, mostrare che esiste una forza collettiva capace di incidere sui rapporti di potere senza distruggere ciò che incontra. Dobbiamo dimostrare che la rabbia può diventare rivendicazione e che la protesta può produrre risultati. Non si tratta di assolvere nessuno, e nessuno si deve sentire assolto. Si tratta di non abbandonare una generazione alla disperazione e poi indignarsi quando quella disperazione esplode. Se vogliamo contrastare la violenza, dobbiamo combattere anche le condizioni che la alimentano. Se vogliamo difendere la democrazia, dobbiamo restituire alle persone la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita. “I giovani non hanno più gioia, resta solo la rabbia” di Nadia Ferrigo La Stampa, 20 ottobre 2026 Paolo Crepet: “Con lo scrolling sui social ti passano davanti dal bene al male, dal carino all’orrore. Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero”. “Quanto accaduto è una lezione sociologica che si ripete da decenni: la prima generazione si integra, la seconda si chiede il perché”, ragiona lo psichiatra, educatore e saggista. Da dove nasce la rabbia dei cortei e delle piazze? “Chi arriva per primo in un nuovo Paese per lavorare cerca di omologarsi. I figli nati qui, che quello stesso lavoro non l’hanno trovato, invece cercano il proprio posto. Perché mi guardano male, mi fanno le battute? Perché non sono integrato, cos’ho in meno? In Francia siamo alla terza, quarta generazione: la prima sta alle regole, le altre le discutono”. Scontri a Milano, parlano quattro giovani denunciati: “Abbiamo fame, faremo ancora casino” E i giovanissimi che distruggono le vetrine a Milano che cosa si aspettano dagli adulti? “Le minoranze, perché statisticamente così vanno definite, che hanno assaltato i negozi non vogliono nulla se non portarsi a casa le scarpe di valore. Ma siamo stati noi, la nostra cultura occidentale, a rendere una sneaker una sorta di icona. Ho un vecchio ricordo di prima della caduta del muro di Berlino. Io lavoravo dall’altra parte e una mia collega diceva “per andare di là mi farei ammazzare”. il reportage Con i genitori in questura a Milano per riprendere i figli: “Che vergogna, un branco di deficienti” Andrea Siravo La benzina non è la povertà, ma la disuguaglianza? “Qualcuno dice che lottano per cambiare un mondo dove pochissime persone hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze. Per la prima volta la classe operaia è in combutta con la classe dirigente: il capitalismo digitale è molto complicato e diverso da quello tradizionale. Quando prendi una pizza e te la fai portare a casa o stai tutto il giorno con l’intelligenza artificiale o su Tik Tok, stai usando gli strumenti posseduti dalle persone che contesti”. Anche la lotta di classe è diventata complicata? “Quella ce l’hanno davanti agli occhi. Potrebbero dire “ci rifiutiamo di mangiare la pizza consegnata da un rider sfruttato” o rinunciare alla moda fast fashion. Fare contro informazione. Se ne discute in Francia, in Italia un po’ meno. Perché non lo fanno? Non lo so. Io sto dalla parte dei ragazzi”. Perché? “O i giovani sono degli psicolabili e quindi è vero che servono psicologi in tutti i licei del mondo o sono delle persone da ascoltare perché hanno delle idee. Hanno occupato via Roma a Torino per cose buone e giuste. Vogliano cambiare la scuola, ma come? Chiediamolo a loro. Io protesterei contro la chat dei genitori, il registro elettronico, l’orario d’ingresso a scuola”. Milano, botta e risposta tra ragazze e funzionario di polizia: “Siete solo delle vandale” È un’adolescenza quasi medicalizzata e poco responsabilizzata? “Mi fa rabbia sentir parlare di rottura di patto generazionale, quando al contrario c’è una saldatura che nasce dalla complicità tra scuola e famiglia e porta la mamma in piazza a proteggere il figlio. Dobbiamo essere noi i primi a credere in loro, a crescerli come persone autonome. Devono andare in piazza e prendersi tutte le responsabilità. Se la cosa degenera, te ne vai e la volta dopo torni e ti inventi qualcosa di diverso”. Siamo abituati alla violenza? “Con lo scrolling sui social ti passano davanti mille immagini: il gol della domenica e il bimbo ammazzato. Dal bene al male, dal carino all’orrore. Così tutto si azzera, i colori si confondono e resta il nero”. È una generazione di nero vestita. “Com’era negli Anni 50: completo grigio, camicia bianca e cravatta scura. Il nero è metaforicamente il colore della morte e rispecchia la loro totale mancanza di gioia. Si aspettavano più libertà e più diritti. Non li hanno avuti”. “Ricevono odio, restituiscono vendetta. Spacconi e violenti per sentirsi italiani” di Eleonora Martini Il Manifesto, 20 ottobre 2026 L'intervista al sociologo e scrittore italo algerino Tahar Lamri. “In Italia abbiamo un problema di integrazione che riguarda tutti, non solo i figli degli stranieri ma anche gli italiani. Ma soprattutto adesso abbiamo i Vannacci che dicono il contrario, quindi abbiamo un altro pericolo che incombe sull’Italia, forse peggiore”. Lo scrittore e sociologo algerino Tahar Lamri, naturalizzato italiano, non nasconde il proprio disappunto nei confronti dei giovani e giovanissimi casseurs che domenica a Milano - a differenza di quanto accaduto il giorno prima durante la manifestazione - “si sono dati appositamente appuntamento in centro per dare sfogo alla propria rabbia e punire la città”, come spiega. “Purtroppo così fanno il gioco delle destre”. Ma sul contesto nel quale si sono sviluppati gli ultimi accadimenti ha molto da dire. La prossima settimana, Lamri sarà ospite del “Màt - Settimana della Salute Mentale” che si tiene a Modena e provincia per la conferenza “La doppia assenza: immigrazione e sradicamento”. Che idea si è fatto dei fatti di domenica a Milano? Credo si tratti di imitazione delle piazze francesi. In questo specifico caso però la realtà è molto semplice: si tratta di ragazzi - in gran parte di seconda generazione - che si sono dati appuntamento tramite Snapchat per andare a devastare la città, rompere le vetrine e rubare. Sono quelli che a Milano chiamano “maranza”, ragazzi che si sfidano a chi ha più “stile” o presenza scenica, per loro l’outfit è uno status symbol. L’hanno chiamata “la rivolta della Trap” ma io la chiamerei piuttosto una rivolta di gregge, completamente de-ideologizzata, secondo me. Eppure esplode nelle grandi città del nord, dove c’è più ricchezza. Perché? Perché è al nord, dove c’è più lavoro, che si concentra la maggior parte di famiglie immigrate. Ma proprio lì c’è una grande differenza fra loro e i figli degli autoctoni, il che fa crescere un senso di esclusione che alimenta quella invidia sociale di cui Franz Fanon parlava già negli anni Cinquanta. In Francia, allora, c’era in ballo in colonialismo ma quel risentimento cresce anche oggi. C’è l’emulazione delle piazze francesi, ma in un contesto diverso? In Francia il movimento di contestazione parte dalla scuola. E come si vede dalle bandiere e dai simboli portati nelle piazze, si tratta di una generazione diciamo “post Gaza”, che non accetta la guerra e il capitalismo e lo elabora ideologicamente. A Milano invece non c’era alcun messaggio preciso. Si può parlare di disagio pre-politico? Direi che ad un malessere antico, che riguarda il loro mondo più che loro stessi, si accompagna una rabbia sintomo di un disagio sociale che si esplicita soprattutto in quel darsi appuntamento per andare a punire la città, perché è questo che fanno, una specie di vendetta. Come nel brano di Marracash, Vittima, peraltro colonna sonora del docufilm “L’Incontro” di Fabrizio Galatea, il vittimismo può diventare un problema di salute mentale. È quello che si riscontra talvolta in questi ragazzi? Si, ma quando si tratta di un gruppo è difficile dare giudizi perché insieme a chi ha problemi psicologici c’è anche chi sta abbastanza bene. Ma dobbiamo capire che questi ragazzi hanno fatto la scuola italiana, hanno sviluppato un senso critico che manca ai loro padri e alle loro madri, spesso analfabete e rimaste legate ad una patria ideale, mutata nel frattempo a loro insaputa. La mia lettura personale è che questi ragazzi sono vittima della rabbia contro i propri genitori che gli hanno lasciato in eredità l’immigrazione, una condizione non scelta. La scuola italiana ha insegnato loro cose molto belle, ma che non trovano riscontro nella realtà. A chi lotta per avere la cittadinanza, gli si risponde tu non sei italiano. Tutti i giorni c’è un Vannacci che li insulta, che parla di remigrazione, che li chiama “maranza”. E davanti a un’autorità di Stato che fa il bullo e li incita al bullismo, fare lo spaccone è l’unico modo per sentirsi rispettato. Naturalmente io schematizzo perché poi, crescendo, per fortuna cambiano. Ma quando sono così giovani sono facilmente influenzabili e possono radicalizzarsi attraverso l’incontro con un imam sbagliato o con qualcuno sui social. Dal decreto Rave a quello anti-maranza il governo italiano ha varato decine di leggi repressive con il solo obiettivo di dividere la società italiana... Di solito le società si polarizzano attorno a delle idee, in questo caso invece assistiamo ad un tentativo di polarizzazione voluta, martellante, calata dall’alto. Nei disordini di piazza però paradossalmente autoctoni e immigrati si integrano perfettamente. Perché si tratta di ragazzi che hanno conosciuto l’espulsione e la frattura generazionale del Covid. L’educazione affettiva nelle scuole potrebbe aiutare? Assolutamente, potrebbe aiutare tantissimo. Soprattutto perché in Italia non c’è ancora stata una riconciliazione tra maschi e femmine. L’integrazione che riguarda tutti, non solo i figli degli stranieri ma anche gli italiani, passa da lì. Tutto passa da lì. Legge sul fine vita: la foglia di fico di chi non la vuole di Niccolò Nisivoccia Corriere della Sera, 20 ottobre 2026 Si sostiene che non si farà mai per le implicazioni religiose. Eppure non esiste un interdetto da parte della Chiesa cattolica. “In Italia”, sostengono coloro che vorrebbero apparire come i più disincantati, “una legge sul fine vita non si farà mai, perché pesano troppo le implicazioni religiose”. Sembrano quasi voler rassicurare, in questo modo, coloro che invece all’emanazione di una legge sul fine vita si dicono contrari. Eppure non esiste un interdetto, da parte della Chiesa cattolica. Come potremmo fondatamente sostenerlo davanti a dichiarazioni come quelle rese ad esempio negli ultimi mesi dallo stesso presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Matteo Maria Zuppi, o dall’arcivescovo Vincenzo Paglia? Il cardinale Zuppi, in luglio, sul Corriere: “So bene che chi è malato non aspetta la legge”, “Ci sono anche le Regioni che vanno in ordine sparso”, “E infatti dico che la politica dovrebbe trovare una mediazione”. L’arcivescovo Paglia, sempre su queste pagine, nelle settimane scorse: “È necessario che in Italia il governo si prenda le sue responsabilità”. Del resto è difficile trovare riflessioni così misurate come quelle contenute in un documento - Linee propositive per un diritto della relazione di cura e delle decisioni di fine vita - redatto nel 2015 dal Cortile dei Gentili, che a sua volta è una fondazione di natura religiosa. Quel documento, è doveroso sottolinearlo, riguarda solo il “limite ai trattamenti” e la “rimodulazione di cure in senso palliativo”, e quindi non parla né di suicidio assistito né di eutanasia. Ma rimane il fatto che, seppur dentro questi limiti, è nella cura e nell’ascolto che fissa l’elemento discriminante: e la cura e l’ascolto, precisa, si traducono anche nel rispetto delle convinzioni del paziente, e cioè delle sue volontà - purché assunte all’interno di una relazione di vicinanza. Non è proprio questo il punto sul quale si potrebbe convergere? Le volontà del paziente, a condizione di non averlo lasciato solo nella sua scelta e che tale scelta sia maturata in un contesto di cura, non andrebbero rispettate anche quando ciò che il paziente chiede sia di morire? L’impressione, francamente, è che l’argomento di una presunta resistenza religiosa all’emanazione di una legge organica sulla morte medicalmente assistita rappresenti più un alibi, o una scusa, che non un reale impedimento. Se si nega il diritto di giudicare di Mauro Magatti Corriere della Sera, 20 ottobre 2026 È in atto un processo di irrisione e delegittimazione degli organismi internazionali e delle autorità scientifiche. La reazione scomposta di Donald Trump e Benjamin Netanyahu all’assegnazione del Nobel per la pace a Navy Pillay non è un incidente di percorso, né soltanto l’ennesima manifestazione del narcisismo politico dilagante. È l’ultimo atto di una deriva riassumibile in una formula drastica: la verità non c’è più. O meglio: non esistono più luoghi riconosciuti in cui la verità possa venire cercata, discussa, accertata. Se il Comitato di Oslo decide diversamente da quanto preteso, il problema non è la decisione ma il Comitato stesso: delegittimato, irriso, accusato di parzialità. Non si contesta un giudizio; si nega il diritto di giudicare. Non che la verità sia mai stata un affare semplice. La storia umana è attraversata dalla lotta per stabilire “il vero”, con tutte le sue implicazioni normative e di potere. Per secoli la verità è stata custodita e amministrata da autorità religiose o politiche che ne rivendicavano il monopolio. Le guerre di religione che insanguinarono l’Europa nascevano da qui: da verità assolute che non tolleravano discussione. La modernità si e sviluppata come tentativo di trovare un rimedio a questo problema. Non abolendo la questione della verità, ma addomesticandola. L’intuizione fu tanto modesta quanto geniale: rinunciare alla verità ultima, almeno nello spazio pubblico, per costruire verità parziali, provvisorie, ma condivise. Da un lato la verità scientifica, fondata sul metodo, sulla verifica sperimentale, sulla possibilità di essere smentita. Dall’altro la verità giuridica, fondata sul processo, sul contraddittorio, sulla terzietà del giudice. Entrambe incomplete, entrambe rivedibili. Ma entrambe sorrette da istituzioni - università, accademie, tribunali, corti - chiamate a garantire procedure riconosciute da tutti. Il punto non era possedere la verità, ma disporre di luoghi e di regole per avvicinarvisi senza farsi la guerra. Era un compromesso imperfetto. Sappiamo bene quanto la scienza possa essere condizionata dagli interessi e quanto la giustizia possa essere lenta, ingiusta, piegata. Eppure quel compromesso ha consentito, per un lungo tratto, di contenere il caos. Ha permesso a società plurali di convivere, di discutere, persino di litigare, sapendo che esisteva un terreno comune su cui misurare le proprie ragioni. Ora questo rimedio sembra in via di rottamazione. Pezzo dopo pezzo, con metodo. Le istituzioni internazionali che nel secondo dopoguerra avevano cercato di estendere quella logica ai rapporti tra gli Stati sono oggi screditate, ignorate, apertamente attaccate. Le Nazioni Unite sono ridotte a un’assemblea impotente. La Corte penale internazionale viene trattata come un nemico da colpire, quando le sue decisioni risultano scomode. Lo stesso accade con la scienza quando contraddice gli interessi del momento, con la magistratura quando indaga, con la stampa quando racconta. Ogni istanza terza diventa sospetta per il semplice fatto di essere terza. Una tendenza che si accelera con la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale che sforna discorsi plausibili, ben costruiti e convincenti. Ma la plausibilità non è la verità. E quando la produzione di testi, immagini e voci diventa illimitata e a costo quasi nullo, la capacità collettiva di distinguere il vero dal falso vacilla. Siamo dunque in un passaggio decisivo. Già da tempo la verità era scivolata verso la rappresentazione: vero era ciò che colpisce, ciò che attira l’attenzione, ciò che conquista l’audience. La società dello spettacolo prima, e quella delle piattaforme poi, avevano già spostato il criterio dalla corrispondenza ai fatti all’efficacia dell’immagine. Ma la rappresentazione conservava ancora un residuo di relazione con i fatti. Oggi anche questo residuo si consuma. Alla verità come rappresentazione subentra la verità come affermazione. È vero ciò che viene affermato da chi ha la forza di imporlo. Non serve più convincere: basta dichiarare, ripetere, minacciare. E chi ha la forza di affermare sono le oligarchie economiche che controllano le infrastrutture digitali e le autocrazie - conclamate o in via di formazione - che controllano gli apparati politici e militari. La verità torna a essere, come prima della modernità, un attributo del potere. Con una differenza: oggi quel potere dispone di strumenti di persuasione e di sorveglianza senza precedenti. Un bel problema. Perché senza un terreno comune di verità non ci sono ne pace ne democrazia possibili: il confronto si riduce a scontro, il dissenso a tradimento, la critica a ostilità. E perché, una volta smontate, le istituzioni della verità non si ricostruiscono per decreto. Richiedono fiducia, tempo, pratiche condivise. La domanda che abbiamo davanti non è allora soltanto come difenderci dalle menzogne dei potenti, ma come ricostruire luoghi - educativi, scientifici, giuridici, civili - in cui la ricerca della verità torni a essere un’impresa comune e non il privilegio di chi comanda. Caritas-Migrantes: “In Italia l’eccesso di burocrazia genera immigrati irregolari” di Francesco Peloso Il Domani Intervista a Simone Varisco, curatore del dossier Caritas-Fondazione Migrantes giunto alla sua 35esima edizione. Quest’anno il tema è confini e frontiere: “Nel nostro Paese abbiamo una serie di frontiere interne che sono quelle legate al lavoro, o alla scuola, con tutte le discriminazioni del caso, oppure quelle legate al welfare, all’invecchiamento della popolazione straniera, alla narrazione che viene fatta delle nuove frontiere di sfruttamento lavorativo”. Il 35esimo dossier Fondazione Migrantes Caritas dedicato al tema migratorio, è stato presentato lunedì 19 ottobre a Roma. Abbiamo chiesto al curatore e coordinatore del progetto di ricerca, Simone Varisco, di raccontarci alcuni contenuti dello studio. Ue, Italia e migranti: quello che Meloni non dice Confini e frontiere è il titolo dell‘edizione di quest’anno del dossier, ci può spiegare il senso di questa scelta? Diciamo che abbiamo deciso di dedicare questa edizione del rapporto immigrazione a questa dicotomia che in realtà diventa una sinonimia, abitualmente, perché i termini vengono utilizzati anche in ambito politico e giornalistico di fatto come sinonimi, per cui si parla di blocco delle frontiere o di esternalizzazione delle frontiere così come si parla di blocco dei confini. In realtà sono due concetti molto diversi. Da un lato il confine è la linea vera e propria di demarcazione, quindi la linea di separazione, non significa che necessariamente tutti i confini siano “cattivi”, però è l’elemento di separazione con un suo linguaggio che è quello che divide, dell’irregolarità, e anche, qualche volta, del termine della dignità umana, perché appunto a un confine finisce la dignità umana nei casi evidentemente più negativi. La frontiera, al contrario è, potremmo dire, geograficamente, quello spazio che corre lungo il confine in cui i due territori si guardano perché poi la radice della frontiera è quella: il guardarsi di fronte e quindi sono i territori dove avviene l’incontro o lo scontro e quant’altro. Per quanto riguarda l’Italia abbiamo una serie di frontiere interne che sono le frontiere legate al lavoro, o alla scuola, quindi con tutte le discriminazioni del caso, oppure quelle legate al welfare, all’invecchiamento della popolazione straniera, alla narrazione che viene fatta delle nuove frontiere di sfruttamento lavorativo. Ma anche all’interno della chiesa con sacerdoti religiosi e religiose di cittadinanza non italiana che vivono e operano in Italia; quindi sono tutte le frontiere dell’incontro che comporta fatiche, sofferenze e lacrime, senza dubbio, ma comunque con la possibilità di stabilire una relazione. Ecco, il confine tende a separare in maniera impersonale. Mentre la frontiera comunque mette in relazione, per questo quando si parla di esternalizzazione delle frontiere in realtà si sta allontanando lo spazio dell’incontro. Dall’invasione dei migranti al “popolo puro”. La fabbrica dei miti che alimenta la destra Dal dossier emerge come spesso la burocrazia costituisca un ostacolo insormontabile per i cittadini stranieri che si stabiliscono in Italia. È vero, e questo davvero emerge in tanti aspetti. Un primo aspetto che ha un rilievo anche internazionale oltre che nazionale, è proprio la cosiddetta irregolarità. Nei media mainstream si racconta di come l’irregolarità si crei all’arrivo dei cosiddetti clandestini. In realtà, nella grandissima maggioranza dei casi, in Italia gli irregolari sono ex regolari, presenti comunque in territorio italiano, che hanno perso quelli che erano i requisiti per mantenere la regolarità per motivi burocratici, pensiamo per esempio agli studenti stranieri che evidentemente hanno un permesso di soggiorno per motivi di studio che hanno però una serie di vincoli rispetto per esempio agli esami e del corso di laurea che però, costretti a lavorare per potersi mantenere, non riescono a stare al passo con gli studi e perdono quindi il permesso di soggiorno. Qualcosa di simile accade per i lavoratori. Laddove il lavoratore perde il lavoro è chiaro che viene meno anche l’elemento del permesso di soggiorno. Per non parlare poi chiaramente anche dei permessi di soggiorno per motivi turistici che spesso sono un po’ un escamotage per l’ingresso in Italia, ma poi la permanenza si protrae e si cade nelle irregolarità. Quindi una prima difficoltà burocratica è questa. Poi sicuramente emergono le gravi difficoltà burocratiche legate alla tecnologia. I “click day” sono uno strumento che non funziona perché mette una barriera molto forte, un altro confine, rispetto al gap tecnologico e della fruizione del digitale. C’è, inoltre, un ritardo nella burocrazia, nel riconoscimento dei permessi di soggiorno e quindi anche quella è un’ulteriore trappola che va a creare esclusione, nuova irregolarità. Alzheimer, se i migranti malati sono invisibili Un altro aspetto che viene dimenticato nella narrazione pubblica sui migranti, è il loro contributo alla creazione della ricchezza nazionale. I cittadini stranieri hanno generato 196 miliardi di euro di contributo al Pil nazionale nel 2025, vale a dire il 9,7 per cento del Pil italiano che significa, dati alla mano, un contributo maggiore rispetto al 9,4 per cento della popolazione perché gli stranieri sono 5milioni e 600mila, a livello nazionale. Ci si domanda come mai non venga raccontato questo elemento; probabilmente non risponde a quella che è la narrazione predominante che vuole appunto i cittadini stranieri soltanto come fruitori o destinatari di servizi di aiuto e non invece con un ruolo attivo e partecipativo. E poi c’è l’altro aspetto fondamentale, cioè il fatto che potrebbero anche essere molte di più le risorse create dai migranti, perché ci sono sacche importanti di lavoro nero che vanno a danno di tutto il sistema Italia: cioè vanno a danno degli altri lavoratori italiani, vanno a danno dei datori di lavoro onesti, vanno a danno di tutti i cittadini e delle casse dello Stato che, evidentemente, si vedono private di una parte importante di contributi che potrebbero essere molti di più se ai cittadini stranieri venisse data l’opportunità di poter avere dei contratti regolari.