Dovevano essere 5mila, saranno (se va bene) 200: il flop sui detenuti in Comunità di Federica Olivo huffingtonpost.it, 1 ottobre 2026 Doveva essere una grande rivoluzione. Sarà una goccia nel mare. A fine maggio il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, aveva presentato un piano per offrire ai detenuti che hanno diritto agli arresti domiciliari ma non hanno una casa un luogo, diverso dal carcere, dove scontare la pena. Sarebbero andati in una comunità con una sorveglianza minima della polizia penitenziaria, a patto che firmassero un programma di formazione al lavoro. La mossa aveva attratto l’attenzione degli operatori del carcere, soprattutto per i numeri annunciati all’inizio. Che però si sono sgonfiati. Il ministero aveva sostenuto che con questa misura - della durata di otto mesi, rinnovabili, dedicata ai detenuti con buona condotta e con pena inferiore a 4 anni - sarebbero uscite dal carcere 5mila persone “entro l’estate”. Numeri importanti, in un contesto in cui in cella ci sono circa 15mila detenuti in più rispetto alla capienza. Peccato che l’estate sia passata con le celle piene e caldissime. E 5mila detenuti non siano mai usciti. Tempo una settimana dal primo annuncio e già la cifra era stata ridimensionata: in conferenza stampa i tecnici del ministero avevano ristretto la platea a 3mila persone. Sarebbero usciti non più entro l’estate ma “entro settembre”. Adesso che settembre è passato, possiamo dire che anche quella cifra era un miraggio. Nei giorni scorsi è stato pubblicato l’elenco delle strutture disponibili a ospitare i detenuti senza casa e con pene basse. Quante sono? Quattordici. Potranno ospitare, facendo un calcolo al rialzo sulla base dei dati disponibili, al massimo 200 persone. A ciò si aggiunge che ci sono intere aree sprovviste di queste strutture. Prendendo come riferimento le regioni più popolose, in elenco compare una sola comunità d’accoglienza in Lombardia e Lazio, appena due in Campania. Le altre si dividono tra Liguria, Sardegna, Emilia Romagna, Veneto e Sicilia. Si tratta di strutture piccole per definizione: per favorire il reinserimento in società di persone con fragilità hanno bisogno di un’utenza piccola e tanti operatori. Nei prossimi mesi, è la rassicurazione del ministero, l’elenco potrebbe diventare più lungo. Ma, con questi numeri, la misura è già un flop. L’ennesimo in questi anni di annunci disattesi. Anni in cui le celle sono sempre più piene e le carceri sempre più fatiscenti e in sofferenza. Non un buon biglietto da visita per un governo che si avvia a una lunga ed estenuante campagna elettorale. Dalla pena alla cura: cosa cambia con la legge 140 del 2026 progettouomo.net, 1 ottobre 2026 Una nuova possibilità per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti: percorsi terapeutici in comunità, tra cura, riabilitazione e reinserimento sociale. La legge 140 del 2026 introduce una possibilità nuova per le persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti con una condanna non superiore a otto anni: scontare la pena in detenzione domiciliare presso strutture specializzate nella cura e nella riabilitazione. A spiegare il significato e le prospettive della nuova normativa, nel programma Indipendente-mente di Rai Radio 1, sono stati Luciano Squillaci, presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche, Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza, e Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega alle politiche contro le dipendenze. Per Squillaci si tratta di un vero cambio di paradigma. Il punto centrale, ha sottolineato, è non considerare la legge come uno strumento per “svuotare le carceri”, ma come una norma che riconosce alle persone con una dipendenza il diritto alla cura. La nuova disciplina colma una lacuna: come ha spiegato Mantovano, finora l’alternativa al carcere era principalmente rappresentata dall’affidamento in prova, con limiti di pena più bassi. La legge introduce ora una possibilità intermedia: la detenzione domiciliare in comunità, all’interno di una struttura residenziale specializzata. L’eventuale riduzione della popolazione carceraria diventa quindi una conseguenza del percorso di cura e di reinserimento, non la finalità principale della norma. La legge prevede la possibilità di realizzare programmi residenziali e semiresidenziali presso strutture accreditate. Un elemento importante perché, come ha evidenziato Squillaci, non tutte le persone hanno gli stessi bisogni e non tutti necessitano dello stesso trattamento. Il percorso dovrà quindi essere costruito sulla persona, sulle sue condizioni e sulle sue esigenze terapeutiche. L’obiettivo è interrompere il circuito della dipendenza e favorire il recupero, riducendo anche il rischio di recidiva. Secondo il dato citato da Squillaci durante la trasmissione, circa il 33% dei detenuti avrebbe bisogno di un percorso di cura e riabilitazione. Sul numero dei beneficiari è necessario essere prudenti. Mantovano ha spiegato che per il 2026 è stata ipotizzata una prima platea di circa 500 persone, con l’obiettivo di ampliare progressivamente l’intervento negli anni successivi e garantire alle comunità le risorse necessarie. Non si tratta però di un accesso automatico. Come ha chiarito Leonardi, anche una platea potenziale più ampia non significa che tutte le persone potranno essere inserite in comunità: sarà necessario verificare l’effettiva condizione di dipendenza e l’idoneità al percorso terapeutico. Un passaggio decisivo riguarda ora la Commissione nazionale prevista dalla legge, che dovrà essere formalizzata e resa operativa per arrivare alle linee guida necessarie all’applicazione della normativa. Come ha spiegato Squillaci durante la trasmissione, la Commissione rappresenta un ulteriore elemento importante della riforma: dovrà elaborare e formalizzare indicazioni comuni, così da evitare frammentazioni e differenze nell’applicazione della legge sul territorio nazionale. Le linee guida dovranno permettere di stabilire criteri condivisi per individuare le persone che possono realmente beneficiare del percorso in comunità e per integrare l’attività delle comunità terapeutiche con quella dei servizi pubblici. Si tratta quindi del passaggio che deve trasformare i principi della legge in procedure concrete e uniformi, garantendo che la nuova possibilità venga applicata con criteri omogenei in tutta Italia. A dare un volto concreto al tema è stata la testimonianza di Joseph, ex detenuto oggi accolto in comunità terapeutica del Ceis di Genova. Durante la detenzione aveva continuato a fare uso di sostanze. L’ingresso in comunità ha rappresentato invece l’inizio di un percorso nel quale, racconta, ha trovato ascolto e strumenti per affrontare le proprie fragilità. La sua esperienza mostra il senso della nuova prospettiva: quando alla base del reato c’è una dipendenza patologica, la sola detenzione può non essere sufficiente a interrompere il problema. Un percorso terapeutico adeguato può offrire invece una possibilità concreta di recupero e reinserimento. La legge 140 del 2026 apre quindi una possibilità nuova, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di trasformarla in percorsi concreti e personalizzati. Serviranno risorse, strutture, linee guida condivise e collaborazione tra magistratura, servizi pubblici e comunità terapeutiche. Il vero obiettivo, come ha sottolineato Squillaci, è rimettere al centro la persona e il suo diritto alla cura. Dalla pena alla cura, dunque, non significa semplicemente uscire dal carcere: significa entrare in un percorso strutturato di terapia, riabilitazione e reinserimento sociale. I diritti in carcere? Sempre più compressi di Patrizia Pallara collettiva.it, 1 ottobre 2026 Le condizioni negli istituti fotografate dal dossier Cgil: sovraffollamento, degrado, carenze. Barbaresi: “Marginalità e vite difficili non trovano risposte”. Quali sono le condizioni di vita in carcere? Quali reali possibilità di rieducazione e di recupero sociale ci sono? Qual è il livello del sovraffollamento, del degrado, delle condizioni igienico-sanitarie, della carenza di risorse e personale? A dare una risposta è il report “I diritti in carcere” realizzato dalla Cgil e curato dall’area stato sociale e diritti, con il contributo dell’area politiche del lavoro e contrattazione della confederazione e della Funzione pubblica, che fotografa una situazione sempre più lontana dai principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: spazi invivibili, condizioni spesso disumane, abbandono. I numeri - Si parte dai numeri. Stando agli ultimi dati del Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, aggiornati al 31 luglio, sono quasi 65 mila i ristretti in 189 istituti, di cui il 31,3 per cento di cittadinanza straniera, il 4,5 per cento sono donne, di cui 29 madri con 34 figli al seguito. Contando che i posti regolamentari sono 51 mila, ci sono quasi 14 mila persone in più che salgono a oltre 18 mila se si considera che i posti effettivamente disponibili, a causa dell’inagibilità e indisponibilità di molti spazi, risultano essere poco più di 46 mila. “Ad agosto si è raggiunto un nuovo drammatico record di presenze in carcere - dichiara Daniela Barbaresi, segretaria nazionale Cgil -, con 66 mila persone ristrette a fronte di 46 mila posti e un tasso medio di sovraffollamento del 140 per cento, che in molti istituti supera il 200 per cento. Le carceri sono piene di poveri, immigrati, tossicodipendenti, persone con problemi di salute mentale. Condizioni di marginalità e vite difficili che dovrebbero trovare altre risposte: nell’istruzione, in un reddito e in un lavoro dignitoso”. Sovraffollamento cronico - Drammatico il tasso di sovraffollamento in alcune realtà. È al 160 per cento nelle carceri della Puglia, 159 in Molise, 150 in Lombardia. A Latina e a Brescia Canton Mombello la popolazione detenuta è più del doppio dei posti regolamentari, rispettivamente 216 e 203 per cento. Poi ci sono Foggia (184), Verona Montorio (182), Brindisi (181), Bergamo Resmini (181), Lecce, Teramo e Como (180), Venezia S. Maria Maggiore (178), Monza (177), Civitavecchia (176). Preoccupante anche la situazione nei grandi istituti come Roma Regina Coeli (171), Bologna (163), Milano San Vittore (158) e Opera (148), Napoli Poggioreale (142) e Secondigliano (136). Sofferenza e suicidi - “Il sistema detentivo è caratterizzato da molte, troppe criticità che si sommano al sovraffollamento - si legge nel dossier della Cgil -. Il sintomo più evidente è il generale aumento dei suicidi e degli eventi critici che rappresentano l’indicatore della non vita in carcere, dove la specifica vulnerabilità dovuta alla privazione della libertà si somma alle reali condizioni detentive e ad altre preesistenti fragilità individuali e sociali”. Nel 2025 si sono tolti la vita 74 detenuti, un numero tra i più alti degli ultimi trent’anni, dopo il tragico record di 84 suicidi nel 2022; 1.981 i tentativi, 13 mila gli atti di autolesionismo, 6 mila le aggressioni, 2 mila gli atti coercitivi, 13 mila le manifestazioni di protesta individuali e collettive. L’età media dei morti suicidi è di 41 anni, 17 di loro avevano meno di 30 anni. La persona più giovane, suicidatasi nel carcere di Pavia, aveva 21 anni. Oltre un terzo era in attesa del giudizio di primo grado. Nei primi 8 mesi del 2026 si sono registrati 49 suicidi: uno ogni cinque giorni (fonte Ristretti). E il lavoro? L’analisi della Cgil dedica particolare attenzione al tema del lavoro, strumento fondamentale di reinserimento sociale: oggi lavora poco più di un terzo della popolazione detenuta, meno di 22 mila persone, e di questi oltre 3 mila, uno su sette, per imprese private o cooperative. “Gli altri 19 mila sono impiegati nell’amministrazione penitenziaria - denuncia il report -, sotto il regime speciale dell’articolo 22 dell’ordinamento, subendo il taglio della retribuzione (la cosiddetta “mercede”) ai due terzi del contratto collettivo. A parità di mansioni, convivono regimi contrattuali e retributivi profondamente diversi, rendendo il lavoro per l’amministrazione una forma di impiego a tutela ridotta”. Lavorano per poche ore al giorno, pochi giorni al mese, quasi esclusivamente per attività di tipo domestico (pulizia, cucina, ecc.), a scarso contenuto professionalizzante, spesso nell’assenza delle normali tutele contrattuali, a partire dalla retribuzione prevista, cosa che rischia di mettere in discussione anche il progetto inclusivo e di reinserimento sociale. Centrale anche il tema dell’istruzione, della salute, del diritto all’affettività, della condizione delle donne detenute e dei minori, con un allarme specifico per l’aumento degli ingressi negli istituti penali minorili e per l’evoluzione della legislazione in materia di giustizia minorile. La vera emergenza è la prevenzione - “Il governo Meloni ha battuto ogni record per nuovi reati introdotti e per l’inasprimento di pene per reati già previsti - conclude Barbaresi - in un delirio di populismo penale e politiche securitarie che arrivano fino all’aberrazione di stravolgere la giustizia minorile, alla ricerca di un facile consenso attraverso la gestione delle paure. Populismo utile per i titoli dei giornali dimenticando che la vera emergenza non è prevedere un maggior ricorso al carcere, ma prevenirlo, renderlo un luogo adeguato alla funzione di recupero che gli è attribuita dalla Costituzione, mai di afflizione”. La libertà è la teoria, il carcere la prassi: il garantismo europeo è solo sulla carta di Oliviero Mazza Il Dubbio, 1 ottobre 2026 Passata la sbornia efficientista, l’Europa, in crisi di identità e scossa dai sovranismi, sembra voler riscoprire le proprie lontane origini garantiste. È segnale in controtendenza il rapporto della Commissione del 23 settembre (COM(2026) 497 final) che misura l’attuazione della Raccomandazione (UE) 2023/681 sulla custodia cautelare e sulle condizioni di detenzione. Per ora il discorso è solo di carattere generale e non riguarda i singoli Stati membri, ma non è difficile scorgere un ritratto già familiare. Soprattutto nella conclusione: i sistemi normativi nazionali sono complessivamente conformi ai principi della Raccomandazione, ma nella pratica il ricorso alla custodia cautelare resta eccessivo. Le regole ci sono, manca la volontà o il coraggio di applicarle. Sia pure mascherato da un perfetto stile burocratico, il j’accuse riguarda i giudici. In Europa vige una presunzione in favore della libertà di chi è sottoposto a processo, da cui deriva l’esigenza che sia rigorosamente dimostrata la necessità della custodia cautelare, anche alla luce delle possibili alternative. Il principio, tuttavia, non trova applicazione in misura soddisfacente e il rapporto denuncia un notevole scarto fra il quadro normativo e la prassi, soprattutto in quei sistemi processuali in cui l’ampia discrezionalità giudiziaria porta a un uso eccessivo della custodia cautelare in un rapporto di causa/effetto. Più in generale, si registra un preoccupante iato fra il dettato della legge e la sua applicazione pratica con riferimento ad almeno quattro profili. Il primo riguarda le misure alternative sottoutilizzate per carenza di mezzi tecnici di controllo o di domicili adeguati, con la conseguenza di una netta disparità di trattamento fra chi è inserito nella società e chi invece ne rimane ai margini. La seconda censura richiama le motivazioni apparenti dei provvedimenti cautelari, difetto che rischia di crescere in modo esponenziale con l’utilizzo ormai diffuso della IA in ambito giudiziario. Il rapporto parla di qualità “disomogenea” delle decisioni e denuncia l’utilizzo di formule standardizzate, come il copia-incolla della pericolosità. Anche il diritto di difesa non risulta pienamente garantito. Dall’analisi comparativa emerge che gli Stati membri prevedono, in genere, il diritto dell’indagato di essere ascoltato prima che sia adottata una decisione sulla custodia cautelare. Permangono, tuttavia, differenze quanto all’accesso agli atti e ai diritti di comunicazione con il difensore. Anche il diritto al riesame non risulta effettivo. La Raccomandazione impone un controllo almeno mensile, con istanza di liberazione ammissibile in ogni tempo, ma spesso il riesame è un giudizio cartolare condizionato da tecnologie a ridotto tasso di garanzie. Infine, il fattore tempo trasforma la custodia in pena anticipata. Termini massimi di custodia cautelare esistono nella maggior parte degli Stati membri, ma la loro durata è compresa in una forbice eccessiva che va da pochi giorni a svariati anni. Anche dove sono previsti termini, i ritardi procedurali, la complessità dei casi e l’arretrato giudiziario portano spesso a una custodia prolungata oltre i limiti della ragionevolezza. La seconda parte del rapporto riguarda le norme minime per le condizioni materiali di detenzione. Se molti Stati assicurano uno standard di vita carceraria adeguato, altri, come il nostro, affrontano gravi problemi di sovraffollamento che compromettono drammaticamente il rispetto delle soglie minime di dignità dei detenuti. Traspare un’Europa a due velocità in cui, dal 2016 ad oggi, sono 586 i casi che hanno visto rifiuti o ritardi nell’esecuzione dei MAE per il rischio di violazioni dei diritti fondamentali. Del resto, la fiducia reciproca si costruisce con libertà garantite in modo almeno equivalente. Nel complesso, un’analisi poco rassicurante che, proprio nelle conclusioni, svela, però, la ragione recondita e meno nobile del monitoraggio in atto. Non tanto riscoprire i valori del liberalismo classico che vorrebbero limitare la custodia cautelare in un ambito di eccezionalità o quelli umanitari che impongono il rispetto della dignità dei detenuti, ciò che conta veramente a Bruxelles è garantire condizioni omogenee indispensabili per l’efficace funzionamento del MAE e, più in generale, per la credibilità della cooperazione giudiziaria nell’UE. Un approccio un po’ riduttivo e molto deludente. Carceri, l’inclusione parte dal lavoro: accordo di due anni tra aziende e Ministero di Paolo Foschini Corriere della Sera, 1 ottobre 2026 Protocollo d’intesa per due anni firmato a Roma dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia e dal Movimento italiano diritti detenuti, che raccoglierà le offerte delle aziende, di ogni settore e dimensione, interessate ad assumere persone detenute o ex detenute. Dare alle persone detenute competenze spendibili nel mercato del lavoro e accompagnarle senza interruzioni fino al reinserimento, anche dopo il fine pena. È l’obiettivo del protocollo d’intesa firmato a Roma dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia e dal Movimento Italiano Diritti Detenuti, rappresentati dal Capo del Dipartimento Stefano Carmine De Michele e dalla Presidente e Fondatrice Giulia Troncatti. Oltre ai due firmatari alla sottoscrizione del protocollo erano presenti la Presidente di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini; Andrea Noia, Direttore Mission & Strategy del Movimento Italiano Diritti Detenuti e Martina Piazza, Responsabile Area Lavoro del Movimento Italiano Diritti Detenuti. L’intesa muove da un principio condiviso: formazione professionale e lavoro sono gli strumenti con cui la pena può assolvere davvero alla funzione rieducativa prevista dall’articolo 27 della Costituzione, attraverso competenze effettivamente utilizzabili in un’attività professionale, durante l’esecuzione della pena e dopo. La collaborazione prevede attività di formazione professionale e di orientamento, compreso il bilancio delle competenze, e percorsi di inserimento lavorativo, dentro e fuori gli istituti penitenziari. Il punto qualificante è la continuità: le Parti si impegnano a evitare che il percorso avviato in carcere si interrompa con la scarcerazione, con una presa in carico della persona non frammentata. Il DAP, attraverso le proprie articolazioni territoriali e le Direzioni degli istituti coinvolti, individuerà le persone da avviare ai percorsi e ne agevolerà lo svolgimento nelle strutture, nel rispetto della normativa e delle esigenze di ordine e sicurezza. Il Movimento Italiano Diritti Detenuti progetterà e realizzerà, in raccordo con il Dipartimento, corsi coerenti con le esigenze del mercato del lavoro, insieme ad attività di orientamento e valorizzazione delle competenze. Un secondo asse riguarda il rapporto con il tessuto produttivo. Il Movimento raccoglierà le offerte delle aziende, di ogni settore e dimensione, interessate ad assumere persone detenute o ex detenute, e collaborerà con il DAP per far conoscere alle imprese le opportunità già previste dalla normativa. A rafforzare questa funzione di raccordo contribuisce il percorso di consolidamento avviato dal Movimento nel corso dell’estate, con l’acquisizione della qualifica di Ente del Terzo Settore e l’ingresso di Alberto Genovese in qualità di socio fondatore. Genovese è anche fundraiser di Nessuno tocchi Caino, con cui il Movimento ha intensificato la collaborazione sui temi della detenzione e del reinserimento, ampliando così la propria rete di relazioni con istituzioni e imprese. I percorsi saranno monitorati e i loro esiti condivisi con l’Amministrazione penitenziaria, per valutare le esperienze di reinserimento e individuare le pratiche più efficaci e replicabili. Il protocollo dura ventiquattro mesi, rinnovabili, e prevede referenti per ciascuna Parte e una verifica congiunta almeno annuale. Le attività del Movimento saranno realizzate con risorse proprie, senza oneri per l’Amministrazione. Giulia Troncatti, Presidente e Fondatrice del Movimento Italiano Diritti Detenuti, ha dichiarato: “Il lavoro può rappresentare un’attività privilegiata attraverso cui il tempo della detenzione torna a essere un tempo di costruzione. Perché questo accada, però, servono competenze, orientamento e soprattutto una continuità tra ciò che viene messo in pratica all’interno degli istituti e ciò che attende le persone una volta fuori. Questo protocollo ci permette di lavorare insieme all’Amministrazione penitenziaria proprio su questa continuità”. “Una delle sfide”, ha aggiunto Martina Piazza, responsabile dell’area lavoro del Movimento, “è riuscire a ridurre la distanza che ancora separa il sistema penitenziario dal mondo produttivo. Ci sono aziende disponibili a fare la propria parte e persone che hanno bisogno di un’occasione per mettere a frutto competenze e percorsi costruiti durante la detenzione. Il nostro impegno sarà creare sempre più punti di incontro tra questi due mondi”. Scrittura e lettura, alleate contro la solitudine in cella lavialibera.it, 1 ottobre 2026 Ho scoperto tardi quanto leggere e scrivere possano aiutare a capire il mondo e se stessi”, scrive un uomo, detenuto nel carcere di Vibo Valentia, descrivendo queste attività come un “porto franco”. “Organizzare delle attività di lettura e scrittura per coloro che vivono in condizioni di privazione della libertà è una opera utile. Il futuro di molti detenuti, me incluso, dipende dalla cultura. Un’isola come questa, di cemento e ferro, presente soltanto negli incubi di ogni uomo, dove il migliore amico, dopo Dio, è la solitudine, e dove la speranza è l’unico invitato che vorremo condividesse la nostra tavola a cena, consente pochi alleati: la scrittura e la lettura”. Solo in tarda età ho scoperto quanto possano aiutare a capire meglio se stessi e il mondo. Questo, in un istituto di pena, è di enorme importanza per il semplice fatto che aiuta a farci capire e a scoprire dei valori e delle potenzialità che neanche noi pensiamo di avere. Ce ne accorgiamo nel momento in cui riusciamo a raccontarci attraverso la scrittura o attraverso la lettura, ma anche nell’osservare che tutti i detenuti scrivono. Non parlo solo delle domandine (le richieste scritte per beni, colloqui e altro) o delle istanze ai magistrati, ma scrivono in primo luogo lettere ai propri cari, in una società dove invece si sta perdendo questa abitudine. Attraverso una lettera spesso si possono dire cose che per telefono, e tanto meno di persona, non si riesce a dire: la scrittura dà il tempo della riflessione che altri mezzi di comunicazione non ci danno. Spesso i rapporti familiari vengono mantenuti negli anni grazie a questo unico mezzo. Ma i detenuti scrivono anche poesie. La poesia ci permette di esternare e dare voce ai propri sentimenti e alle proprie emozioni. Questo vale per tutti, ma la persona detenuta spesso ha dentro di sé un tumulto interiore che ha bisogno di comunicare e cerca nei libri di poesie le parole giuste. Scrivere è lo strumento per far conoscere se stessi, i propri sentimenti e i propri sogni agli altri, ma è soprattutto il mezzo per far arrivare tutto questo alla propria coscienza. La detenzione spinge a scrivere. Spinge, probabilmente, all’esplorazione del mondo interiore e alla comunicazione di tale mondo attraverso la scrittura. Per molti detenuti scrivere un diario è una vera e propria necessità. Permette di valutare gli eventi della vita in modo letterario e quindi acquistare una distanza dai fatti, una saggezza che cura la disperazione. Per altri invece il rapporto epistolare con persone fuori dal carcere significa mantenere il legale col mondo e continuare ad essere in relazione con chi si ama. Per tutte queste ragioni, se le persone recluse frequentassero dei corsi di lettura e scrittura, imparerebbero a esprimersi e a raccontarsi meglio. Questo perché l’ho verificato con me stesso e con altre persone che prima non riuscivano a tenere la penna in mano: oggi mi trovo a leggerli e devo dire che è dura far capire il valore dello studio e spingerli ad addentrarsi in questo cammino. Per questi motivi, organizzare delle attività di lettura e scrittura per coloro che vivono in condizioni di privazione della libertà e di separazione forzata è una opera utile e meritoria. Questi corsi permettono di incanalare le riflessioni interiori, che naturalmente sono molto accentuate in queste condizioni, verso un indirizzo e uno sviluppo creativo. La capacità di essere padroni del linguaggio scritto può dare forma ai propri sentimenti e alle proprie idee, nei modi più originali e personali, e queste acquisizioni aiutano le relazioni sociali e rendono più proficue quelle familiari. Con la scrittura nessuna parola e nessun concetto vanno definitivamente smarriti. Mi sono reso conto che è una zona di libertà, il porto franco delle mie emozioni. Quando lo faccio non esistono muri che mi impediscono di muovermi, correre, volare o fare il giro del mondo. Tiene in vita quella parte più nobile e romantica di me, forse l’unica rimasta ad accomunarmi ancora alla maggior parte degli esseri umani. Quella dalla quale vogliono io mi dimentichi per il semplice fatto di abitare questa giungla di cemento. Scrivo per vivere l’emozione che si prova nel dare un bacio e una carezza alla persona adorata. Per rifugiarmi in un’altra dimensione, un luogo dove poter vivere una vita parallela, virtuale, nella quale essere padrone del mio quotidiano. La lettura, così come l’arte in generale, è un ottimo cammino per occupare un posto in questa nostra grande famiglia. Oltre i muri e i pregiudizi che ci circondano, la scrittura è sfogo personale e un riparo dalle ingiustizie. Con lei non ci sono malintesi, non mette mai fretta a nessuno. Dà sempre la possibilità di tornare sui propri passi per spiegarsi meglio, e quanto ce n’è bisogno. Non bisogna mai perdere di vista la pecca più grave del sistema carcerario italiano, che non è la scarsa scrittura, anzi su questo aspetto forse il nostro paese eccelle, ma il fatto che dietro alle sbarre si lavora poco e anche per questo i detenuti che escono - non solo grazie all’indulto, ma anche dopo aver scontato tutta la pena - fanno fatica a reinserirsi nonostante le buone intenzioni di non pochi di essi e di coloro che in carcere hanno cercato di educarli o di aiutarli. Il futuro di molti detenuti qui ristretti, me incluso, dipende dalla cultura e dalla scrittura che insegna a comunicare meglio emozioni o problemi… scrivere… scrivere! La possibilità di riflettere che offre la scrittura permette di dare un nuovo significato sia al proprio vissuto, sia al futuro. La persona che ha commesso un reato, per potersi sentire pronta a reintegrarsi nel mondo esterno, ha bisogno di riconciliarsi sia con se stessa e sia con quella società dalla quale, a causa del reato, è stata momentaneamente allontanata. Per questo il lavoro fatto su se stessi, anche attraverso la scrittura, è uno degli elementi più importanti da considerare in un positivo percorso trattamentale del detenuto. La macchina scrive, il giudice firma: il diritto rischia di perdere il controllo dell’uomo di Lorenzo d’Avack Il Dubbio, 1 ottobre 2026 Il Consigliere nazionale forense Antonello Talerico richiama la nostra attenzione su di una recente sentenza della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo che si avvale, nell’esporre il testo, della IA. Nulla di stupefacente, il Consigliere scrive che “la macchina ha messo mano al ragionamento e che nessuno dopo lo ha riletto”, come a dire che il giudice dovrebbe almeno avere un obbligo di sorveglianza. Certamente un minimo. Fra le diverse osservazioni nel rapporto IA/diritto, la prima potrebbe essere giuridica, e difatti il nostro Governo ha deliberato, nel maggio 2024, il disegno di legge n. 78 (Evoluzione del quadro normativo unionale sulla IA) che disciplina l’uso dell’intelligenza artificiale nei settori demandati dal Regolamento AI Act 2024/1698 all’autonomia normativa degli Stati membri. Il ddl, agli articoli 14-15 (Intelligenza artificiale nell’attività giudiziaria) prevede l’uso della IA nel giudiziario esclusivamente per finalità strumentali e di supporto, quindi per l’organizzazione e la semplificazione del lavoro giudiziario. Prevede, tuttavia, anche quanto è mancato alla sentenza di Palermo, che il magistrato valuti la sentenza sulla base della legge, dei fatti e delle prove. Certamente, l’incorporazione di sistemi di intelligenza artificiale nel giuridico rappresenta un aiuto significativo nella gestione delle attività legali. Possiamo individuare: una riduzione del contenzioso attraverso rimedi alternativi automatizzati; una riduzione dei tempi attraverso la trattazione in via automatizzata delle controversie seriali e standardizzabili; una riduzione dei margini di differenziazione distrettuale e circondariale per tipologie di risposte a simili tipologie di contenzioso. Ma gli errori nelle sentenze non mancano, preoccupando il Consiglio superiore della magistratura con le raccomandazioni dell’8 ottobre 2025 e il legislatore con la legge n. 132 del 2025.D’altronde, alla domanda “un essere umano può essere giudicato solo da una macchina?”, la risposta resta ancora negativa. L’origine di tutto ciò è che fino ad oggi abbiamo dato all’interazione fra esseri umani un preciso valore. Vale il principio “ubi societas, ibi ius”. Rimangono, dunque, principi e regole tradizionali, anche se l’intelligenza artificiale sta occupando spazi riservati all’interazione umana e sta emarginando la partecipazione dei soggetti umani o, comunque, la sta relegando a una mera formalità. Sembra doversi rassegnare a un nuovo soggetto nel mondo del diritto, una IA non più confinata alla sola ricerca di precedenti o all’ausilio per la redazione di atti, ma pronta a svolgere l’attività propria della professione forense o giudiziaria nell’analisi di fattispecie complesse e in grado di eseguire compiti in modo efficiente e, quindi, in grado di operare in modo intenzionale con il controllo delle proprie azioni. C’è chi vede nel ruolo della macchina una sorta di avvocato generale robotico con il compito di fornire al giudice umano un progetto di decisione, che dovrà gestire, restando libero di disattenderlo, ma con l’obbligo di motivarlo. Come a dire che il giudice si troverà a dover valutare una decisione da calcolo algoritmico ed eventualmente sostituirla con una decisione umana. Tanto più che questi algoritmi sono dotati di self-learning, dunque di una capacità di auto-apprendimento e di auto-riprogrammazione che consente alla macchina robotica un’elevata indipendenza dalla programmazione iniziale. Come a dire che la macchina cresce, imparando e, come noi, modifica i suoi schemi classificatori nell’evolversi dell’apprendimento. Con l’eliminazione del dialogo e del confronto diretto tra le parti, dovrà dunque essere ripensato lo stesso concetto di “negoziazione”, che è attività esclusivamente umana. Ma quando una macchina calcola e la sua attività di calcolo si interfaccia con un’altra macchina, non è più possibile parlare di una “negoziazione”, dato che questa si realizza al di fuori della regola della ‘presenza umana’. È altresì importante che in queste situazioni venga assicurato, come parte del consenso, il principio della trasparenza dei metodi e delle tecniche utilizzate nelle decisioni giudiziarie. In particolare, si sottolinea che ogni parte in causa dovrebbe conservare il proprio diritto a essere informata, in un linguaggio chiaro e comprensibile, delle modalità e dei passaggi con cui si sono raggiunte le soluzioni giudiziarie. Il consenso individuale risulta compromesso, quando il diritto interagisce con sistemi informatici che si presentano come “scatole nere”, i cui meccanismi di funzionamento rimangono inaccessibili e le cui decisioni restano inspiegabili e, quindi, non contestabili per i partecipanti al giudizio. Certamente, a fronte di queste diverse procedure, l’utente vede modificarsi il tradizionale rapporto con l’avvocato, con il giudice: ha idee molto confuse sulle applicazioni delle biotecnologie e della IA nei tribunali, ha difficoltà nel verificare benefici e svantaggi. Tutto ciò rende la vicenda giudiziaria sempre più complessa e forse accettata più sulla fiducia verso gli operatori del diritto che non su di una effettiva comprensione. Ma sembra anche che ci stiamo avvicinando velocemente alla realizzazione della massima aspirazione di alcuni fautori dell’intelligenza artificiale: quella di eliminare del tutto il ruolo del diritto nell’espletamento di significative attività dell’uomo. Ciò potrebbe implicare l’adozione di meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie, completamente automatizzati, eventualmente collegati a piattaforme block chain e a ‘giudici robot’ in grado di decidere controversie sulla base dell’elaborazione statistica di dati. Controllo preventivo attraverso l’IA: signori, siete su Minority report di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo* Il Dubbio, 1 ottobre 2026 L’attualità, purtroppo, ci propone sempre più spesso un modello di giustizia privata. Gli ultimi eclatanti casi di cronaca dimostrano come si stia diffondendo, tra i cittadini, l’idea che la giustizia privata “fai da te” sia più efficace di quella che deve attendere il proprio corso, con l’accertamento del giudice. Anche la prevenzione sembra dirigersi verso la privatizzazione, poiché si sta delineando un modello di “giustizia preventiva privata”, affidata all’immancabile intelligenza artificiale. Vediamo come. Fino a oggi il sistema di repressione anticipata era comunque riconducibile a un modello gestito, sia pure con i suoi limiti, dall’autorità giudiziaria; dobbiamo invece constatare che i confini della prevenzione si stanno spostando anche al di fuori dell’ambito giurisdizionale. La soglia della tutela anticipata si abbassa e il suo controllo viene affidato alle forze di polizia, con il sostegno di privati e l’ausilio dell’intelligenza artificiale: una torsione che merita attenzione, perché tocca da vicino la riserva di giurisdizione che l’articolo 13 della Carta pone a presidio della libertà personale. Va in questa direzione il decreto legislativo n. 160, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 15 settembre scorso, con cui l’Italia si è adeguata al Regolamento (UE) 2024/1689 (il cosiddetto AI Act) che, nei fatti, introduce una vera e propria schedatura e raccolta di dati sottratta al controllo preventivo del giudice, attraverso il riconoscimento facciale biometrico. Si tratta di dati che verranno poi utilizzati per classificare i possibili sospetti, incrociandoli con quelli del sistema di polizia predittiva Giove: un software basato su un algoritmo in grado di incrociare i dati di tutte le forze dell’ordine per prevenire e reprimere i reati di maggiore impatto sociale, mediante l’osservazione di fattori critici ricorrenti e l’applicazione di algoritmi legati all’etnia, all’orientamento sessuale, al credo religioso, alle condizioni economiche e ad altre caratteristiche individuali. Un simile utilizzo di parametri sensibili come indicatori predittivi di pericolosità pone, all’evidenza, un problema non secondario di compatibilità con il principio di non discriminazione. La polizia predittiva, che sembrava relegata all’ipotesi di un romanzo poi tradotto in un film - Minority Report - è ormai una realtà, e il diritto è chiamato a interrogarsi su come arginarne le derive. Ma il sistema della prevenzione non finisce di stupire, soprattutto ora che si intravede una collaborazione sempre più stretta con privati che utilizzano l’intelligenza artificiale. È di questi giorni la notizia che una startup italiana ha creato un sistema di “intelligence predittiva” il quale, tramite un algoritmo, estrae informazioni dai database pubblici e lavora sui dati dell’Anac, l’autorità Anticorruzione, o sui bilanci depositati presso le Camere di Commercio, da cui è possibile ricavare voci contabili grezze e indici finanziari. Una volta elaborate, queste informazioni vengono confrontate, per grado di similarità, con quelle di un campione di riferimento di imprese per le quali sono già stati definitivamente accertati determinati reati, rendendo possibile individuare aziende esposte al rischio di collusioni mafiose, turbative d’asta, caporalato, riciclaggio, falsa fatturazione, bancarotta fraudolenta, truffe sul debito o sul credito e non solo: in tutto, quindici macrocategorie di reato. Attraverso l’analisi dei bilanci societari attinti da fonti aperte, il sistema può dunque intervenire in anticipo, grazie all’intelligenza artificiale, per individuare le aziende con comportamenti sospetti a rischio di commettere reati, oppure scovare quelle che già li commettono. Uno dei suoi futuri compiti potrebbe essere addirittura quello di estrarre informazioni utili a facilitare le indagini: un ruolo, dunque, che si spinge ben oltre la mera analisi di rischio e si avvicina sensibilmente a funzioni investigative. Il sistema di polizia predittiva, che già si era sottratto al controllo giurisdizionale dell’autorità giudiziaria, entra così in una nuova fase, nella quale il supporto fondamentale è costituito dall’attività di privati. Un sistema che pare piacere molto anche alle istituzioni: per il 30 settembre gli autori di questo strumento sono stati convocati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caporalato, a conferma di un interesse istituzionale crescente verso queste soluzioni. Si va creando, insomma, un’alternativa al giusto processo fondato sul ragionevole dubbio, per sua natura farraginoso e denso di ostacoli, garanzie e tempi che la prassi sempre più spesso percepisce come un costo da abbattere. Ed è precisamente in questo contesto che si afferma l’idea di un modello più agile, accettato anche dall’opinione pubblica che, accecata dalle paure e dalle insicurezze, finisce per tollerare un sistema giudiziario punitivo, immune da dubbi, per di più “ragionevoli”. Meglio affidarsi all’algoritmo, per giunta privato, che promette efficienza nel cercare preventivamente possibili sospetti da sottoporre a misure pre-cautelari di prevenzione, rafforzando così la capacità del sistema di incidere sulla libertà personale anche al di fuori del procedimento penale e senza l’intervento del magistrato. E pazienza se l’algoritmo finirà per ridurre lo spazio della libertà: il tema, del resto, non è nuovo a chi si occupa di misure di prevenzione, dove da tempo si registra un progressivo affievolimento delle garanzie tipiche del processo penale. La giustizia privata e la privatizzazione della giustizia preventiva hanno, in fondo, un comune obiettivo: un’amministrazione della giustizia senza la presenza di avvocati e giudici, affidata unicamente alle forze di polizia, con il supporto di privati che offrono, oltre alla propria competenza, l’uso di algoritmi di tipo predittivo. Il rischio che va denunciato è quello della tendenza alla “giustizia preventiva artificiale”, con processi “predittivi” da celebrarsi, come del resto avviene sempre più spesso ai giorni nostri, in televisione e non nelle aule di giustizia, con verdetto affidato all’algoritmo e chissà, spot pubblicitari gratuiti per le start up private che collaborano alle indagini. *Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere Penali Italiane Giustizia riparativa, la domanda di accesso non ferma il processo di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2026 La Cassazione, sentenza n. 34754/2026, chiarisce che per i reati procedibili d’ufficio la richiesta non sospende il procedimento. L’imputato deve attivarsi per tempo se vuole ottenere i benefici sulla pena. La richiesta di accesso a un programma di giustizia riparativa, per ottenere la relativa attenuante, da parte di un imputato per un reato procedibile di ufficio, non comporta la sospensione del processo, e neppure ne legittima il rinvio in attesa del relativo l’esito. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 34754/2026, dichiarando inammissibili i ricorsi degli imputati. L’imputato dovrà dunque muoversi per tempo se vorrà che il giudice possa tener conto degli esiti positivi del programma. La sospensione prevista dall’articolo 129-bis c.p.p., infatti, riguarda soltanto i reati perseguibili a querela soggetta a remissione, su richiesta dell’imputato e per un massimo di 180 giorni. Il caso era quello di due imputati, condannati per estorsione, per aver rivolto a due persone richieste accompagnate da minacce di ritorsioni e danneggiamenti delle auto aziendali. Uno di loro aveva chiesto di rinviare l’udienza in Cassazione, in attesa della decisione sull’accesso a un programma di giustizia riparativa. La II Sezione penale chiarisce però che la richiesta presentata, come nel caso in esame, in pendenza del giudizio di legittimità da un imputato per reati procedibili d’ufficio, al fine di ottenere il riconoscimento della circostanza attenuante (art. 62, primo comma, n. 6, ultima parte, cod. pen.), o comunque a incidere sul trattamento sanzionatorio, non comporta la sospensione del processo. L’art. 129-bis, comma 4, Cpp, prevede infatti che il giudice possa disporre, ma soltanto “per un periodo non superiore a 180 giorni”, la sospensione del processo, unicamente in presenza di due presupposti, tassativamente previsti: “nel caso di reati perseguibili a querela soggetta a remissione”; “a richiesta dell’imputato”. Si tratta, prosegue la decisione, di una previsione “in linea con le finalità deflattive dell’istituto”, desumibili proprio dal testo dell’art. 152, terzo comma, n. 2, cod. pen., che ha introdotto nell’ordinamento, per il caso in cui il programma sortisca effettivamente un esito riparativo, un’ipotesi di remissione tacita di querela. Del resto, nel “disegno del legislatore”, la sospensione del processo, che ne impedisce la celere definizione, dilatandone (pur entro limiti ritenuti “accettabili”, prestabiliti ex lege) la possibile durata, “si giustifica soltanto per i reati procedibili a querela di parte proprio in considerazione del fatto che, in caso di esito riparativo del programma, il reato si estinguerà per remissione tacita di querela ed il processo non continuerà”. Inoltre, “all’interprete avveduto”, argomenta la decisione, non può sfuggire il rischio di una possibile “deriva strumentale”, ispirata da finalità dilatorie, dell’istituto. Una eventualità che potrebbe verificarsi “ove dovesse ricollegarsi alla mera richiesta di accesso ad un programma di giustizia riparativa […] la sospensione sine die del processo […] anche nel caso esso abbia ad oggetto reati procedibili di ufficio”. Così di fatto “paralizzando” l’esercizio della giurisdizione per un tempo ex ante indefinibile. E tutto ciò nonostante la “chiara previsione di legge che prevede la sospensione del processo soltanto per i reati procedibili a querela di parte”. Dunque, conclude sul punto la decisione, “è senz’altro onere del soggetto imputato di reati procedibili d’ufficio […] attivarsi in tempo utile a concludere il Programma con esito riparativo prima del giudicato”. Pisa. Detenuti in rivolta dopo aver trovato microspie nelle celle: la protesta trasmessa su TikTok di Simone Innocenti e Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 1 ottobre 2026 La richiesta di incontrare il comandante della polizia penitenziaria e la direttrice della struttura. A tarda notte la situazione riportata sotto controllo. La scoperta di alcune microspie nelle proprie celle ha scatenato mercoledì sera la rivolta di decine di detenuti del carcere Don Bosco di Pisa. Una quarantina di persone ha preso il controllo di un intero reparto, barricandosi al suo interno e chiedendo di incontrare il comandante della polizia penitenziaria e la direttrice della struttura. Solo a tarda notte, dopo una negoziazione e l’intervento della polizia, la situazione è tornata sotto controllo. Alcuni detenuti, probabilmente i promotori della rivolta, sono stati trasferiti in altri penitenziari toscani. La rivolta sarebbe partita da un live su TikTok intorno alle 19 realizzato da un detenuto con un telefono cellulare finito nella disponibilità nonostante i divieti e che ha avuto quasi 15 mila spettatori, prima di essere interrotto. La diretta c’è stata dopo che alcuni reclusi avrebbero scoperto nelle celle alcune “cimici”, microspie collocate a fini investigativi. A quel punto al carcere sarebbe successo di tutto, i detenuti si sarebbero impadroniti di parte della struttura. Dopo alcune trattative una cinquantina di detenuti ha abbandonato la parte che era stata occupata, ma una trentina di loro sono rimasti in attesa di un mediatore in arrivo da Firenze. I familiari dei detenuti si sono assiepati fuori dal carcere. Nel corso della diretta sul social network, i detenuti, a viso scoperto e senza segni di percosse alternando aggiornamenti in lingua italiana e in lingua albanese, hanno denunciato di essere “stati picchiati con i manganelli” e di avere “il diritto di non essere spiati e di poter parlare liberamente mentre siamo in cella senza avere il timore di essere intercettati”. L’intervento della polizia - Decine di agenti di polizia, carabinieri e polizia penitenziaria sono giunte per gestire la protesta che sarebbe sotto controllo, anche se all’esterno del carcere si sono radunati alcune decine di persone fra parenti e amici di detenuti. Ci sarebbero stati anche scontri tra alcuni detenuti e agenti penitenziari tanto che all’interno della casa circondariale sono arrivate alcune ambulanze per prestare soccorso: secondo quanto riportato, è probabile che siano stati sparati anche lacrimogeni nel tentativo di riportare la situazione alla calma. Nelle immagini sono ripresi gli agenti in tenuta antisommossa, con scudi e manganelli su una scala di collegamento tra i vari piani, separati da un’inferriata dai detenuti. Tra i motivi della protesta anche il sovraffollamento delle camere carcerarie e le condizioni igieniche-sanitarie della struttura. Modena. Suicidio in carcere. Il papà in tribunale contro l’archiviazione: “Giustizia per Fabio” di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 1 ottobre 2026 Il decesso nel 2023, Michele Romagnoli richiede ulteriori indagini: “Era a rischio ma gli lasciarono comunque in cella il fornellino a gas”. Per la procura invece non ci sono colpevoli, il giudice si è riservato. Mancavano pochi mesi e sarebbe uscito dal carcere. Quando la polizia lo fermò, dopo l’arresto tentò di impiccarsi in cella e pare che cercò di uccidersi, sempre in cella, con il gas anche un mese prima della tragedia. Stava male, sapevano che era a rischio suicidio ma gli hanno dato comunque il fornellino. Avevamo mandato una pec all’amministrazione, avevo chiesto che fosse portato in ospedale ma tutto questo non è accaduto. Voglio giustizia ma non solo per mio figlio, per tutti i ragazzi che si stanno suicidando nelle carceri italiane”. È questo l’appello disperato partito ieri dalle aule del tribunale di Modena da parte di Michele Romagnoli, il papà di Fabio, rinvenuto cadavere a 42 anni - il 20 febbraio 2023 - nella sua cella del carcere Sant’Anna. Il detenuto fu trovato accasciato a terra, con accanto un fornellino a gas, dal compagno di cella e da un agente della Penitenziaria. La procura aveva aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di omicidio colposo e a marzo il giudice, accogliendo la richiesta di opposizione all’archiviazione del caso, avanzata dai legali della famiglia, aveva disposto nuove indagini per far luce sulla morte del 42enne. A fronte di una seconda richiesta di archiviazione da parte della procura, la famiglia - assistita dagli avvocati Luca Sebastiani e Stefania Pettinacci - si è nuovamente opposta alla chiusura del caso. Ieri si è svolta l’udienza e il Gip Scarpa si è riservato sulla decisione. “Ci deve essere comprensione e rispetto per questi ragazzi anche se sappiamo che sono in carcere perchè hanno sbagliato. Se una persona non sta bene - continua Michele - va aiutata. Mio figlio lo avevo incontrato il giovedì precedente: era come sempre depresso, tanto dimagrito”. Secondo la Procura l’uomo morì per cause accidentali, mentre per la famiglia Romagnoli si suicidò in carcere e non fu fatto nulla per prevenire la tragedia, nonostante i pregressi tentativi di togliersi la vita. “Per un genitore il figlio è sempre magnifico ma Fabio era comunque allegro, vivace, estroverso, amatissimo dagli amici e con la passione della pesca e dell’Inter”, dice il papà ricordando che Fabio aveva fatto il cuoco; originario di Portomaggiore (Ferrara), lavorava in uno stabilimento balneare a Lido di Spina. Finito ai domiciliari per stalking, il 42enne era poi stato trasferito in carcere a fronte di una evasione. Ma la famiglia fa presente come stesse male da tempo da un punto di vista psicologico. “Noi chiediamo di disporre nuove indagini o di rinviare a processo perchè non concordiamo con la ricostruzione della procura - afferma l’avvocato Luca Sebastiani -. Riteniamo vi fossero tutti gli elementi in questo caso per valutare, prevenire ed eventualmente evitare il suicidio. In Italia il numero di detenuti che si tolgono la vita è altissimo e questo è un caso che si poteva evitare”. La collega Stefania Pettinacci del foro di Bologna aggiunge: “I fornelletti a gas sono utilizzati per procurarsi gesti autolesivi e attraverso una consulenza del medico legale abbiamo indagato sul fatto se fosse o meno ‘consono’ consentire l’utilizzo del fornelletto, posto che Romagnoli aveva già mostrato sintomi evidenti negli ultimi mesi di una gravissima depressione e quindi di una salute mentale fragile e precaria”. Viterbo. Morto in carcere, al centro dell’ultima udienza la fragilità di Andrea Di Nino Corriere di Viterbo, 1 ottobre 2026 Le condizioni di fragilità di Andrea Di Nino sono state al centro dell’udienza di ieri del processo per la morte del 36enne romano, trovato senza vita la sera del 21 maggio 2018 nella cella di isolamento del carcere di Mammagialla. Sul banco degli imputati ci sono tre persone, due medici e un agente della polizia penitenziaria, accusati di omicidio colposo. Di Nino era in carcere da circa due anni per detenzione di stupefacenti. In aula, davanti al giudice Jacopo Rocchi, hanno deposto un agente della squadra mobile, un militare del Nas e un ispettore della polizia penitenziaria, tutti intervenuti nelle prime fasi degli accertamenti sul suicidio del 36enne, tesi alla quale da sempre si oppongono i familiari. Dalle testimonianze è emerso che Di Nino era stato trasferito nel reparto di isolamento il 14 maggio, dopo una lite avvenuta nella tarda mattinata con un detenuto di origine marocchina. Accompagnato in infermeria, avrebbe ammesso di essere stato lui ad aggredirlo. Nel pomeriggio era quindi stato accompagnato nella sezione di isolamento, dopo il nulla osta del medico di guardia. Nel corso della seduta è stato inoltre ricostruito il precedente percorso di Di Nino sul fronte della sorveglianza. Prima dell’arrivo nel carcere viterbese, infatti, avrebbe compiuto gesti autolesionistici, per i quali fu sottoposto a visite specialistiche. Durante la detenzione nel penitenziario della Teverina, iniziata nel 2017, era stato destinatario di diverse forme di controllo poi revocate dalla psicologa che aveva visitato il 36enne circa un mese prima della sua morte. Roma. Vitto e sopravvitto a Rebibbia, celebrata la prima udienza del processo garantedetenutilazio.it, 1 ottobre 2026 Costituiti parte civile il Garante del Lazio, la Garante di Roma Capitale e il ministero della Giustizia. Prossima udienza: 2 dicembre. Si è svolta oggi davanti al Tribunale di Roma, in composizione monocratica, la prima udienza del procedimento penale relativo alla gestione dei servizi di vitto e sopravvitto nella Casa circondariale di Rebibbia. Nel procedimento si sono costituiti parte civile il Ministero della Giustizia, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, e la Garante di Roma Capitale, Valentina Calderone. Alla prima udienza erano presenti Valentina Calderone e l’avvocata Simona Filippi, che assiste i due Garanti; assenti gli imputati e i loro legali. Il giudice ha disposto il rinvio del procedimento alla prossima udienza, fissata per il 2 dicembre 2026. La vicenda trae origine da un esposto presentato nel 2023 dall’allora Garante delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni, in relazione alla qualità dei servizi di vitto (la somministrazione dei tre pasti giornalieri regolati da tabelle ministeriali ex art. 9, comma 4, OP) e di sopravvitto (la vendita interna di generi alimentari e beni vari) erogati negli istituti penitenziari romani. A seguito degli accertamenti delegati dalla Procura della Repubblica di Roma al nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza, l’amministratore e un socio della società affidataria del servizio presso Rebibbia sono stati rinviati a giudizio. Secondo l’impostazione accusatoria, agli imputati è contestato il reato di frode nelle pubbliche forniture per avere, in concorso tra loro, fornito alimenti di qualità inferiore rispetto a quanto previsto dai capitolati di gara e dalle tabelle ministeriali di riferimento. Le indagini preliminari hanno preso in esame, tra gli altri elementi, le relazioni ispettive, gli accertamenti tecnici sui prodotti distribuiti, le attività di intercettazione, le perquisizioni e le segnalazioni provenienti dalle persone detenute. Sia la Garante di Roma Capitale sia il Garante regionale seguono da tempo la vicenda con attenzione, soprattutto in ragione delle possibili ricadute sui diritti fondamentali delle persone detenute e sulla qualità dei servizi essenziali garantiti all’interno degli istituti penitenziari. Rovigo. Carcere minorile, già troppi problemi. “Cancelli usati a mano: è pericoloso” di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 1 ottobre 2026 La Uil-penitenziari: “Servizio medico solo 5 ore al giorno, meno della metà degli agenti previsti”. A quasi dieci mesi dall’inaugurazione, l’8 gennaio scorso alla presenza anche del governatore Alberto Stefani, il carcere minorile “Vivaldi” continua ad avere problemi di carenza di organico come agenti (e non solo) e di sicurezza. Lo testimoniano due recenti visite, della Uil-fp (Funzione pubblica) penitenziari e del deputato bresciano di “Azione” (il partito del leader nazionale Calenda) Fabrizio Benzoni. In entrambi i casi il bilancio è problematico. Dopo la visita di ieri mattina Nicolino Budano, segretario regionale della Uil-fp penitenziari, parla di “situazione pesante”. Per Budano la struttura in via Mazzini “è nata con la previsione di usare i cancelli automatizzati che però adesso vengono tutti utilizzati manualmente dagli agenti perché il meccanismo di apertura è troppo lungo. Ne consegue un aggravio di lavoro per gli operatori e anche una minore sicurezza, per via del possibile contatto coi detenuti”. Il “Vivaldi”, poi, per Budano mostra ancora i segni delle insubordinazioni dei detenuti dei mesi scorsi. Su tutti, i fatti dell’11 aprile scorso, con un’indagine della Procura di Rovigo per rivolta e danneggiamento di cose destinate a pubblico servizio in concorso. Quel sabato sera un quintetto composto da due moldavi, un ucraino, un bulgaro minorenne e un italiano hanno creato disordine rompendo vetri e danneggiando suppellettili. La protesta, iniziata a ora di cena, era rientrata attorno alle 23. Resta sempre carente, continua Budano, il numero di agenti al “Vivaldi”. E spiega: “Attualmente sono 26 su una previsione di 46. La buona notizia, anche se parziale, è che ne arrivano in servizio dieci il prossimo mese. I detenuti invece sono 27 su una capienza massima di 31. Il direttore del Minorile ci ha detto che la struttura non è del tutto piena di detenuti solo perché mancano numerosi agenti”. Le problematiche riscontrate nella visita non finiscono qua. “Il servizio medico nella struttura è garantito solo cinque ore al giorno invece che dalle 7 alle 21 come sarebbe previsto. Quando ci sono problemi sanitari e manca il medico, non resta che chiamare il Suem-118”. Critico anche il deputato di “Azione” Benzoni, che ha visitato il “Vivaldi” nei giorni scorsi con una delegazione di militanti. Nell’annunciare un’interrogazione al Guardasigilli Carlo Nordio, il parlamentare bresciano ha riscontrato “una carenza di educatori nella struttura, tre invece dei sette previsti e di impiegati amministrativi, uno su nove da pianta organica”. Benzoni si è intrattenuto anche con alcuni detenuti che gli hanno manifestato interesse per avviare un percorso di studi alla scuola alberghiera di Adria. “I ragazzi sanno che personale lavorativo come cuochi e camerieri è ricercato - afferma Benzoni - e col direttore del “Vivaldi” si è concordato di cercare di avviare un percorso come quello già partito con l’istituto agrario rodigino “Munerati”. La collaborazione col “Munerati” ha portato alla nascita di un orto etico, promosso dai giovani imprenditori di Confagricoltura Rovigo. Due detenuti hanno imparato a coltivare angurie e meloni all’interno del carcere in un’area di circa 1.000 metri quadrati. Di recente, poi, al “Vivaldi” si è concluso anche il progetto “Racconti di comunità” condotto dall’associazione “Art Flood” attraverso il festival Deltarte, grazie al progetto “Horizon” di Caritas di Adria e Rovigo. I partecipanti hanno realizzato due opere pittoriche su pannelli ispirate all’arte urbana. E, al termine del laboratorio, gli organizzatori dell’iniziativa hanno evidenziato come alcuni detenuti abbiano uno spiccato talento artistico. Caserta. Claudia Cavallo, la Garante che rompe il silenzio: “I diritti non hanno una divisa” di Salvatore Saggiomo artestv.it, 1 ottobre 2026 Ci sono incarichi che si ricevono. E poi ci sono incarichi che si conquistano sul campo. Quello affidato a Claudia Cavallo appartiene alla seconda categoria. Non arriva alla funzione di Garante comunale delle persone private della libertà personale dopo una carriera consumata dietro una scrivania. Arriva dopo anni di battaglie, incontri, denunce, ascolto, presenza. Dopo aver frequentato quel confine sottile nel quale i diritti diventano fragili e una persona rischia di essere ridotta soltanto al proprio errore, alla propria condizione, alla propria etichetta. A Massa di Somma quella storia personale e professionale diventa adesso una responsabilità istituzionale. Il Comune ha scelto Claudia Cavallo, criminologa e giurista, fondatrice e presidente dell’Associazione Movimento Nazionale Libertas e dell’Osservatorio Penitenziario, affidandole un compito delicatissimo: essere una figura autonoma di garanzia per le persone private della libertà personale. È una nomina che pesa. Perché dietro la parola “Garante” ci sono celle, corridoi, infermerie, colloqui, famiglie, agenti, educatori, psicologi, medici, magistrati, amministratori. Ci sono persone che aspettano risposte. E ci sono problemi che troppo spesso restano sospesi in quella terra di nessuno dove tutti conoscono la difficoltà, ma nessuno sembra avere la possibilità di risolverla. Cavallo quel mondo lo conosce. E soprattutto lo frequenta da anni. La sua storia professionale si intreccia con il mondo penitenziario e con la tutela dei diritti umani. Ma c’è un altro tratto che la caratterizza e che racconta forse più di qualunque curriculum la sua idea di impegno: l’attenzione agli ultimi non si ferma davanti alle sbarre di un carcere. La sua sensibilità comprende anche la tutela degli animali. Una battaglia apparentemente diversa, ma che nella sua visione appartiene allo stesso universo: quello della dignità, della protezione dei più vulnerabili, della responsabilità di una comunità nei confronti di chi non ha voce o fatica a farsi ascoltare. È questa la cifra di Claudia Cavallo. Non soltanto norme. Non soltanto carte. Non soltanto protocolli. Persone. E adesso quella sensibilità entra ufficialmente dentro un’istituzione. Il percorso che ha portato alla nomina ha seguito l’iter amministrativo previsto: la Commissione competente ha esaminato le candidature e formulato la propria proposta; il Consiglio comunale ha deliberato sulla nomina e, successivamente, il sindaco di Massa di Somma, Gioacchino Madonna, ha formalizzato l’incarico attraverso il decreto di nomina. Un percorso istituzionale nel quale ha avuto un ruolo anche l’assessore alle Politiche Sociali, Vincenzo Ciriello, che ha promosso e sostenuto l’iniziativa. Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato politico-amministrativo più ampio. Perché Massa di Somma decide di riportare dentro il perimetro della propria comunità una figura che troppo spesso viene considerata soltanto quando esplode un’emergenza. Il Garante non dovrebbe essere chiamato quando il problema è già diventato una crisi. Dovrebbe esserci prima. Quando una difficoltà può ancora essere affrontata. Quando una segnalazione può evitare che una situazione degeneri. Quando una persona chiede di essere ascoltata e non ha più nessuno a cui rivolgersi. Cavallo parte da qui. E mette subito le carte sul tavolo. “Il mio non sarà un lavoro di semplice ispezione”. È una frase che racconta una scelta precisa. Il Garante, nella sua visione, non deve limitarsi a entrare in un istituto, osservare e compilare una relazione. Deve capire. Deve ascoltare. Deve mettere in relazione soggetti diversi. Deve individuare le criticità. Deve cercare la soluzione. È il metodo della presenza. Della porta aperta. Del confronto. Ma anche, quando serve, della fermezza. Perché la tutela dei diritti non può essere soltanto una parola elegante pronunciata durante un convegno. Deve diventare una pratica quotidiana. Significa occuparsi delle condizioni di detenzione. Della salute. Della salute mentale. Dell’assistenza sanitaria. Dei percorsi trattamentali. Dell’istruzione. Della formazione. Del lavoro. Dei rapporti con le famiglie. Del reinserimento sociale. Significa guardare anche a ciò che accade quando la porta del carcere si chiude. E soprattutto a ciò che accade quando quella porta si riapre. Perché il carcere non è un pianeta separato. Dentro quelle mura ci sono persone che hanno commesso reati e devono rispondere davanti alla legge. Ma ci sono anche persone che conservano diritti fondamentali che la privazione della libertà non cancella. È il principio dal quale Cavallo intende partire. Un principio che non fa sconti. E che non chiede scorciatoie. Ma c’è un altro elemento destinato a caratterizzare il suo mandato: lo sguardo non sarà rivolto esclusivamente alle persone detenute residenti a Massa di Somma. “La libertà personale non si ferma ai confini amministrativi di un Comune”. È questa una delle affermazioni più forti della nuova Garante. Perché il sistema penitenziario campano è una rete. Le persone vengono trasferite. Le famiglie percorrono chilometri per un colloquio. Un detenuto può trovarsi lontano dal proprio Comune di residenza. Un problema può nascere a decine o centinaia di chilometri dalla propria casa. Ed è proprio in questa distanza che spesso si annida il rischio dell’isolamento. Cavallo annuncia quindi la volontà di mantenere uno sguardo ampio sulla realtà penitenziaria regionale, nel rispetto delle competenze e in raccordo con gli altri organismi di garanzia. Non una sovrapposizione. Non una guerra di competenze. Ma una rete. Visitare gli istituti. Ascoltare. Raccogliere segnalazioni. Interloquire con chi ha responsabilità. Portare i problemi davanti ai soggetti competenti. È una linea che potrebbe trasformare il ruolo da figura prevalentemente formale a presidio concreto di ascolto. Ma attenzione. Perché Claudia Cavallo mette nello stesso campo anche chi il carcere lo vive dall’altra parte della porta della cella. Gli agenti della Polizia Penitenziaria. Qui il suo messaggio diventa ancora più netto. “Non guarderò al carcere soltanto dalla parte di chi è detenuto”. Non è una frase di circostanza. È una dichiarazione di metodo. La sicurezza degli istituti passa anche dalla dignità di chi vi lavora. Gli agenti sono chiamati ogni giorno a garantire ordine e sicurezza in ambienti complessi. Vivono tensioni. Gestiscono emergenze. Entrano nelle sezioni quando gli altri escono. Conoscono direttamente la fatica di un sistema che spesso mette a dura prova chi vi opera. E Cavallo non intende trasformare la tutela dei detenuti in una contrapposizione con la Polizia Penitenziaria. Al contrario. “I diritti riguardano la persona, non la categoria”. È forse la frase che meglio riassume la filosofia del nuovo incarico. Un detenuto è una persona. Un agente è una persona. Un medico è una persona. Un educatore è una persona. Una madre che aspetta un colloquio è una persona. Un familiare che attraversa una regione per vedere il proprio figlio è una persona. E perfino chi è chiamato a custodire, controllare e garantire la sicurezza non può essere considerato soltanto attraverso la divisa che indossa. È qui che il discorso diventa più grande del carcere. Diventa un discorso sulla dignità. Sulla capacità delle istituzioni di non perdere di vista l’essere umano proprio nei luoghi nei quali l’umanità rischia di essere schiacciata dalla burocrazia. Cavallo vuole costruire rapporti con le direzioni degli istituti, con il personale di Polizia Penitenziaria, con gli educatori, gli assistenti sociali, gli psicologi, i sanitari, i magistrati di sorveglianza, l’Amministrazione Penitenziaria, il volontariato. Tutti tasselli dello stesso mosaico. Perché nessun Garante può risolvere da solo la complessità penitenziaria. Ma può fare una cosa fondamentale. Può accendere una luce. Può dire che quel problema esiste. Può impedire che una segnalazione venga dimenticata. Può mettere attorno allo stesso tavolo persone che normalmente non si parlano. E quando una soluzione non arriva, può continuare a chiedere. Insistere. Tornare. Verificare. Questa è la parte meno spettacolare del lavoro. Ma forse è quella più importante. Perché la tutela dei diritti raramente produce titoli quando funziona. Produce invece risultati silenziosi. Una visita sanitaria che arriva. Un documento che viene sbloccato. Un colloquio familiare che viene garantito. Una situazione di disagio che viene presa in carico. Una persona che ricomincia a sentirsi considerata una persona. È su questo terreno che la nuova Garante vuole misurarsi. E qui ritorna un altro tema centrale: il dopo carcere. Perché il vero banco di prova non è soltanto quello che accade durante la detenzione. È quello che accade dopo. Una persona esce. E trova cosa? Un lavoro? Una casa? Una famiglia? Un percorso? Oppure torna esattamente nel punto dal quale era partita? La domanda è brutale. Ma è quella che bisogna avere il coraggio di porre. “Il reinserimento non è un favore concesso al detenuto: è un investimento sulla sicurezza della collettività”. Parole che spostano il dibattito. Perché parlare di reinserimento significa parlare anche di sicurezza. Significa comprendere che una società sicura non è soltanto quella che custodisce chi ha commesso un reato. È anche quella che prova a evitare che il reato diventi una porta girevole. Formazione. Lavoro. Istruzione. Relazioni. Responsabilità. Sono gli strumenti attraverso i quali la pena può assumere quella funzione rieducativa prevista dalla Costituzione. Ma Claudia Cavallo non arriva a questo incarico soltanto con una competenza tecnica. Arriva con una storia di sensibilità. Ed è qui che il suo impegno per gli animali diventa tutt’altro che un dettaglio biografico. Chi conosce il suo percorso sa che la tutela degli animali è stata per lei parte di una più ampia cultura del rispetto. Anche qui il principio è quello dell’attenzione verso chi non ha strumenti sufficienti per difendersi. Una sensibilità che porta con sé una convinzione semplice e difficile allo stesso tempo: il grado di civiltà di una comunità si misura anche da come tratta i più fragili. Gli esseri umani. Gli animali. Le persone dimenticate. Quelle che non hanno voce. Quelle che non riescono a trasformare una sofferenza in una richiesta istituzionale. È questo il tratto che rende particolare il profilo della nuova Garante. Non una figura distante. Non una burocrate della tutela. Ma una professionista che ha scelto di stare dentro le questioni. Di metterci la faccia. Di frequentare i luoghi dove i problemi esistono davvero. E adesso dovrà farlo con un peso istituzionale diverso. Perché un conto è denunciare una criticità. Un altro è avere una responsabilità di garanzia. La nomina comporta autonomia, equilibrio e capacità di confronto. Significa sapere ascoltare anche quando le versioni sono opposte. Significa non trasformare ogni segnalazione in una condanna. Significa distinguere un disservizio da un abuso, una difficoltà organizzativa da una violazione, una richiesta legittima da una pretesa. E significa, soprattutto, non perdere mai la capacità di verificare. È questa la sfida. E forse è proprio qui che la storia di Claudia Cavallo diventa interessante. Perché il ruolo di Garante non è un megafono. È una lente. Deve ingrandire ciò che rischia di non essere visto. Ma deve anche essere precisa. Deve separare i fatti dalle percezioni. Le responsabilità dalle accuse. Le emergenze dalle polemiche. Il dolore dalla strumentalizzazione del dolore. È un lavoro difficile. E per questo richiede sensibilità e fermezza insieme. Massa di Somma ha scelto di scommettere su questa impostazione. E la scelta porta con sé anche una responsabilità politica per l’amministrazione comunale. Perché istituire o rilanciare una figura di garanzia significa accettare che qualcuno possa rivolgere domande alle istituzioni. Anche domande scomode. Soprattutto domande scomode. Il Garante deve poter dialogare con l’amministrazione quando le cose funzionano. Ma deve poter segnalare quando qualcosa non funziona. Senza diventare un avversario. Senza diventare un portavoce. Autonomia. Questa sarà una delle parole decisive del mandato. L’altra sarà ascolto. La terza, probabilmente, sarà presenza. Perché chi vive una situazione di privazione della libertà non ha bisogno soltanto di sapere che esiste un Garante. Ha bisogno di sapere che quel Garante può essere raggiunto. E che dall’altra parte qualcuno ascolta davvero. Cavallo lo dice chiaramente: entrerà nella funzione “con rispetto per le istituzioni, autonomia di giudizio e la determinazione necessaria per ascoltare tutti”. Detenuti. Agenti. Famiglie. Operatori. Professionisti. Istituzioni. Nessuno escluso. È una dichiarazione di intenti. Ora dovrà diventare pratica quotidiana. E sarà questo il vero giudizio sul suo mandato: non il clamore della nomina, non il titolo di prima Garante comunale delle persone private della libertà personale nella storia della Campania, non le fotografie ufficiali. Saranno le porte aperte. Le visite. Le segnalazioni affrontate. I problemi risolti. Quelli ancora aperti. Le relazioni costruite. Le risposte ottenute. Il rapporto con chi lavora negli istituti. Il rapporto con chi vi è ristretto. E soprattutto la capacità di non dimenticare nessuno quando i riflettori si spengono. C’è una frase che può diventare la sintesi di questa nuova stagione. “La sicurezza non può esistere senza diritti. E i diritti non hanno una divisa: appartengono alla persona”. Non è uno slogan leggero. È un programma di lavoro. E Massa di Somma, con la nomina di Claudia Cavallo, ha scelto di trasformarlo in una funzione istituzionale. Adesso comincia la parte più difficile. Quella senza comunicati. Senza inaugurazioni. Senza fotografie. Quella dei corridoi. Delle telefonate. Delle segnalazioni. Delle visite. Delle porte che si aprono e di quelle che, qualche volta, restano chiuse. La nuova Garante dovrà attraversarle entrambe. Con la stessa sensibilità con cui, negli anni, ha scelto di occuparsi dei diritti umani e della tutela degli animali. Con la stessa attenzione verso chi non ha voce. Ma con una responsabilità nuova. Quella di rappresentare una funzione pubblica. Perché il carcere non è fuori dalla società. È dentro la società. E ogni volta che una persona privata della libertà viene dimenticata, una parte della comunità smette di guardare. A Massa di Somma, almeno questa volta, qualcuno ha deciso di accendere la luce. E dietro quella luce c’è una donna che da anni ha scelto di stare dalla parte più difficile: quella dell’ascolto, della dignità e dei diritti. Ora dovrà dimostrare, giorno dopo giorno, che una figura di garanzia può essere molto più di un titolo. Può diventare una presenza. E una presenza, quando è davvero autonoma e credibile, può fare rumore anche senza urlare. Verona. Il Garante Don Carlo Vinco: “Allarme sovraffollamento al carcere di Montorio” di Antonella Traina L’Adige, 1 ottobre 2026 A Montorio si dorme in due dove c’è posto per uno. Con 633 detenuti per 335 posti regolamentari. Il tasso di affollamento sfiora il 189%, quasi il doppio della capienza. Celle sovraffollate, servizi insufficienti, dignità a rischio. Lo spazio vitale, in ogni cella, è di 3-4 metri quadri a persona. A raccontare cosa significa vivere e lavorare in quelle condizioni è don Carlo Vinco, Garante dei diritti dei detenuti. E non parla solo di numeri, quando descrive la realtà di un carcere scoppiato. Don Vinco lancia l’allarme dopo l’ultima relazione in Comune. La nuova direzione ha dato un impulso positivo, ma restano celle senza servizi adeguati e un organico al collasso. Il Garante dei diritti delle persone private o limitate della libertà personale è una figura che esiste relativamente da poco. Nata nel 2003, è stata istituita a livello nazionale con decreto legge, ma è diventata realmente operativa solo nel 2016. Il suo compito è tutelare i diritti e la dignità delle persone. Esiste il Garante nazionale, che ha giurisdizione su tutto il territorio e controlla le strutture statali, e poi ci sono quelli regionali, provinciali e comunali che operano nei singoli territori di competenza e nelle carceri locali. La scelta del garante di ogni singolo carcere spetta al Comune. A Verona, nel 2021, viene scelto appunto don Carlo Vinco, primo sacerdote in Italia a svolgere questo ruolo. Il suo impegno fra i senzatetto, i Rom e soprattutto i tossicodipendenti e i malati di Aids ha contribuito alla sua nomina. “La figura del Garante rappresenta uno sguardo del Comune sull’ente carcerario che è pieno di contraddizioni e fragilità - ha spiegato in un’intervista rilasciata a Vaticano News - L’obiettivo è sia la conoscenza continua delle problematiche che vi emergono, sia il rilievo di eventuali disagi”. A lui i detenuti si rivolgono per segnalare i loro bisogni, come la mancanza di bagnoschiuma o di carta igienica, piccoli per chi vive all’esterno, ma che diventano molto rilevanti per chi è rinchiuso in una cella. Come Garante gira per il carcere, avvicina le persone e ascolta chi chiede di parlare con lui, controlla che ci sia accesso alle cure mediche e che possano continuare i percorsi di studio e avviamento al lavoro, indispensabili perché la riabilitazione abbia successo. Il carcere di Montorio è l’unico esistente nel territorio veronese ed è stato creato nel 1995 come Casa Circondariale, cioè una struttura detentiva che avrebbe dovuto custodire solo persone in attesa di giudizio, imputati e indagati, o che avrebbero dovuto scontare pene brevi. Con il tempo, per motivi pratici, principalmente l’aumento della popolazione carceraria, ha assunto le caratteristiche di una Casa di reclusione. Diverse sezioni, infatti, funzionano come istituti penitenziari a tutti gli effetti e accolgono detenuti con condanne definitive, anche molto lunghe. Anche Montorio risente dei problemi comuni a tutte le strutture carcerarie italiane, il sovraffollamento e la mancanza di organico fra gli agenti di Polizia Penitenziaria, soprattutto. Due problemi che pesano fortemente sia sui servizi erogati che sul personale, che non è adeguato al numero della popolazione carceraria esistente. “D’estate, ad esempio, quando ci sono gli avvicendamenti per le ferie, per gli agenti il lavoro diventa estenuante e i turni massacranti”. Purtroppo è un problema che tocca tutte le carceri italiane. “I Garanti dei detenuti hanno fatto delle specifiche richieste al Governo perché risolva il problema, ma sono stati ignorati”, continua Don Vinco. In passato sono state fatte delle amnistie, che recentemente sono state invocate anche da Papa Francesco, da Leone XIV e anche dal Presidente Mattarella. “Inevitabilmente in tutta la storia delle carceri c’è stato questo problema e l’amnistia, pur se un rimedio tampone, è l’unica soluzione per risolverlo, ma il Governo non ne vuol sapere”. Molto importanti, al fine di evitare recidive, cioè la ricaduta nel reato da parte di chi ha scontato la pena, sono i percorsi riabilitativi. “Esiste un percorso scolastico molto ben strutturato che coinvolge molti detenuti e a diversi livelli di scolarizzazione-, dice Don Vinco-. Si va da un corso base di alfabetizzazione, anche per quelli totalmente analfabeti, alla scuola media per chi vuole conseguire il diploma. Ma anche un corso di scuola alberghiera e uno di formazione odontotecnica. Quest’anno ne verrà aperto uno di ragioneria e poi ci sono alcuni detenuti iscritti anche all’università”. Per quanto riguarda l’aspetto lavorativo, a Montorio ci sono detenuti impiegati in lavori interni, manutenzioni varie e pulizie. E poi ci sono laboratori di falegnameria, produzione dolciaria e anche prodotti tessili. Ultimamente la direzione ha sviluppato molto la possibilità di lavorare all’esterno del carcere e attualmente sono circa 70 le persone che ogni giorno escono per lavorare. Diverse ditte hanno messo a disposizione posti di lavoro per detenuti che hanno già fatto un lungo percorso carcerario. Dal 2025 è stata nominata nuovamente direttrice Maria Grazia Bregoli, che ha ridato slancio e ha sviluppato i progetti che offrono opportunità di lavoro. Nonostante queste attività scolastiche e lavorative interne al carcere e quelle occupazionali esterne, la gran parte della popolazione carceraria rimane inattiva e quindi il percorso carcerario resta non rieducativo per gran parte dei detenuti. “Ultimamente abbiamo notato un aumento delle persone con gravi fragilità psicologica e psichica che sono seguite da psicologi. Poi l’età di chi viene condannato si è abbassata e c’è stato un forte aumento della popolazione giovanile, anche sotto i 20 anni - spiega Don Carlo - Montorio poi, rispetto alle altre carceri italiane, ha una netta predominanza di detenuti stranieri, il 70% dei reclusi, contro il 60% di altre strutture. E anche questo aumenta il disagio di chi sta scontando la pena”. A Montorio le celle sono piccole, costruite per due persone, spesso ne ospitano tre o di più. E questo amplifica i problemi di convivenza e la sofferenza psicologica di chi vive questa realtà. La vita dietro le sbarre impone immobilismo e passività che non tutti hanno la forza di sopportare. In tutte le carceri ci sono episodi di autolesionismo che spesso sono un’espressione di protesta o un richiamo alla propria situazione di vita esasperata. L’aspetto estremo è il suicidio. “In quest’ultimo anno non abbiamo registrato suicidi ma ci sono stati alcuni tentativi, sventati dai compagni di cella o dagli agenti - conclude Don Vinco. L’esasperazione di certe condizioni di vita porta alla disperazione”. Monza. Dalle sbarre ai libri, così la scuola in carcere diventa (anche) una forma di riscatto di Fabio Beretta tgcom24.mediaset.it, 1 ottobre 2026 Nella Casa circondariale di Monza esiste uno speciale percorso educativo dedicato esclusivamente ai collaboratori di giustizia: uomini con un passato difficile alle spalle, ma che ora sognano un futuro diverso, soprattutto per i propri figli. A Tgcom24 ne parla la professoressa Renata Antonietta Cumino, preside dell’Istituto professionale “Olivetti” che coordina le attività. C’è un luogo, nel nostro ordinamento sociale, in cui il tempo è scandito da ore che sembrano tutte uguali. E dove lo spazio si riduce a una finestra e pochi metri di cemento. Qui, però, ogni giorno c’è un registro che si apre tutte le mattine ed è in grado di regalare momenti durante i quali il mondo esterno sembra finalmente entrare in queste quattro mura, rendendole forse più ampie e meno soffocanti. È la realtà della scuola in carcere, vera peculiarità del sistema educativo italiano e forse uno tra gli avamposti più estremi della civiltà. Perché in un luogo nato per limitare la libertà, l’istruzione compie il miracolo opposto, restituendo ai detenuti l’unica cosa che nessuna sentenza può davvero confiscare: il diritto all’istruzione. Per riscattare il proprio passato, ma per sognare anche un futuro diverso. Per sé e per i propri figli. A raccontare la vita e le attività di una scuola in carcere, intervistata da Tgcom24, è la professoressa Renata Antonietta Cumino, dirigente scolastico dell’Istituto professionale “Adriano Olivetti” di Monza, che da diversi anni coordina i percorsi didattici presenti anche all’interno della Casa circondariale della stessa città. Insieme a lei, anche il professor Carmine Iapozzuto, referente del corpo docenti, che ogni giorno vive la quotidianità del carcere in mezzo ai detenuti, tutti collaboratori di giustizia: ex membri di organizzazioni criminali che hanno deciso di interrompere i legami con la malavita per cooperare con la magistratura. E che, insieme ai libri, vogliono solamente voltare pagina. Qui, tra i corridoi e le sezioni protette di via Sanquirico, l’apertura quotidiana della porta dell’aula rappresenta una rottura della routine detentiva: una normalità faticosamente conquistata che, in una sezione specifica del penitenziario, assume un valore ancora più delicato e profondo. Preside, com’è strutturata la scuola in carcere? La classe attualmente attiva, che seguiamo direttamente come istituto “Olivetti”, è una quinta che si avvia verso la conclusione del percorso didattico ed è composta da 10 detenuti, tutti collaboratori di giustizia. Si tratta di adulti, di età compresa tra i 35 e i 40 anni, che hanno alle spalle un percorso molto difficile e con poche possibilità di poter essere trasferiti o tornare in libertà in tempi brevi. Quindi, per loro, quella della scuola è veramente una sfida, ma anche una modalità di riscatto rispetto al proprio passato. Come si svolgono le lezioni? Gli alunni svolgono esattamente le stesse ore di lezione e le stesse materie della scuola serale, perché tutto è incardinato nell’ambito dell’istruzione per adulti: parliamo di 23 ore settimanali con tutte le discipline del curriculum e con l’esame di stato che sarà identico rispetto alle classi del diurno e del serale. Per le attività didattiche, tuttavia, c’è una maggiore flessibilità, perché mentre nella scuola tradizionale abbiamo un orario solo al mattino o solo alla sera, per i detenuti le lezioni possono occupare qualsiasi momento della giornata. Stesso discorso per i docenti? I docenti che lavorano in casa circondariale sono otto, al momento, e sono gli stessi che insegnano nella scuola diurna o serale del nostro Istituto professionale. Ho cercato di evitare che si formasse un “ghetto”, con insegnanti esclusivamente inseriti in carcere, proprio per dare una circolarità nell’attività didattica di cui tutti potessero giovare, sia docenti che studenti. Come vivono la scuola i detenuti? In maniera assolutamente positiva. Il livello è molto alto perché è molto alta la motivazione. Stiamo comunque parlando di persone che possiedono competenze notevoli, anche di carattere giuridico, e consapevolezze decisamente più importanti rispetto a un adolescente. Abbiamo già avuto dei diplomati negli anni scorsi e quello che abbiamo visto è che all’esame di stato queste competenze vengono valorizzate. Sì, è vero, magari sono meno strutturati nell’affrontare una prova scritta, ma poi emerge nel colloquio quella che è proprio la ricchezza di esperienza e tutto il vissuto di queste persone. Trattandosi di collaboratori di giustizia, la privacy e la sicurezza vengono garantite? Assolutamente sì, sia in un senso che nell’altro. Noi non possiamo sapere i nomi dei detenuti e non usiamo nemmeno il registro elettronico, per fare un esempio. Così come i docenti non possono rivelare troppe informazioni sul proprio conto. Esiste una scuola anche per i detenuti comuni? Come Istituto “Olivetti” per i detenuti comuni non prevediamo una classe. È stata una decisione maturata nel tempo, perché presenterebbe una mutevolezza enorme. I collaboratori di giustizia, come le dicevo, hanno un orizzonte temporale più duraturo. Invece i detenuti comuni hanno un valore molto cangiante, perché intanto magari devono scontare pene più brevi, poi possono essere trasferiti in altre strutture, possono ottenere i domiciliari... Quindi c’è un indice di cambiamento molto alto. Invece i collaboratori di giustizia garantiscono una stabilità della classe molto più importante. Personalmente come vive questa responsabilità? È un’esperienza molto forte sotto tutti i punti di vista, ma anche appagante. Riscontro le difficoltà maggiori quando arrivano i nuovi docenti: comprensibilmente ci sono delle remore, dei timori. Devo dire che io li conforto molto all’inizio, ma dopo un primo periodo di paura e di ansia tutti scoprono invece un mondo che li arricchisce tantissimo, sia dal punto di vista umano che professionale. Prof Iapozzuto, secondo lei cosa spinge i detenuti verso la scuola? Per loro è una forma di riscatto personale, come diceva la dirigente, ma queste persone lo fanno anche per orgoglio nei confronti dei propri figli. Conseguire un titolo di studio, e raggiungere così un obiettivo, rappresenta una rivalsa agli occhi dei propri ragazzi, soprattutto quelli più piccoli che non conoscono completamente la storia dei propri genitori, perché comunque li possano vedere con altri occhi nonostante gli errori commessi. Perché per questi detenuti, il vero obiettivo nella vita è che i figli non commettano i loro stessi sbagli. Qual è il rapporto con voi docenti? Molto positivo. Noi rappresentiamo soprattutto una valvola di sfogo alla loro quotidianità. Bisogna pensare che queste persone vivono in un ambiente isolato, senza contatti nemmeno con il resto della comunità penitenziaria. Quindi per loro noi siamo anche una finestra sul mondo esterno. E infatti ci chiedono sempre cosa succede all’esterno, come sta cambiando la società: vogliono sapere i costi della vita, come cambiano i prezzi dei supermercati... Può sembrare banale, ma non lo è: siamo i loro occhi, l’unico modo di “vedere” il mondo al di fuori del carcere. Per voi, invece, cosa vuol dire vivere questa esperienza? Lavorare con i detenuti è un accrescimento della professione e della persona. Solitamente abbiamo a che fare con adolescenti, quindi ragazzi che hanno un vissuto molto piccolo, ancora infantile per certi versi. Invece qui ci confrontiamo con persone adulte, che quando si aprono ci raccontano il loro mondo, le loro vite, che comunque sono state piene. Quindi per noi docenti è veramente un arricchimento sotto tutti i punti di vista. Lezioni di vita che, a nostra volta, possiamo trasmettere agli studenti più giovani durante il resto della settimana. Un insegnamento, insomma... Impariamo moltissimo da loro. Proprio oggi in classe ho fatto un discorso ai miei studenti dicendo: ragazzi, non sbagliate nella vita, perché io vi vorrei far passare soltanto una giornata all’interno di un istituto penitenziario. Solo così vi rendereste conto che quando si commette quella che pensate sia una goliardata, come anche solo tirare un pugno a qualcuno per far vedere che siete forti, le conseguenze possono essere molto impattanti nelle vite di una persona, anche giovane. Posso garantire che la vita detentiva è forse una delle cose più brutte che ci possa essere, perché è veramente una vita pesante. Per questo ci vuole anche una certa sensibilità nel vostro lavoro... Sì, assolutamente, ci vuole ci vuole un certo tatto nel lavorare insieme ai detenuti. Quando ho iniziato a collaborare con il carcere non posso negare che il primo impatto è stato tosto, perché il pensiero era di avere a che fare con delle persone pericolose. Avevo paura che potesse accadermi qualcosa, ero timoroso. E invece mi sono reso conto che, giorno dopo giorno, tutti i miei pregiudizi venivano cancellati. Io oggi non vedo più un detenuto che ha fatto qualcosa di sbagliato, vedo una persona che vuole rimediare ai propri errori con la massima educazione e disponibilità. Non giudico il vissuto, ma per me esiste solo la persona che ho davanti in quel momento. Quindi a lei piace questo ruolo... Le dico la verità: io di solito non vedo l’ora di andare a fare la mia lezione settimanale in carcere, perché lì mi sento rilassato. Mi confronto con persone adulte con cui posso parlare di tutto e trarre anche qualche insegnamento che mi può aiutare nella vita personale, professionale e familiare. Quando esco da lì mi sento meglio, con me stesso e con gli altri. Paradossalmente, quando entro in carcere, io mi sento libero. E tutto grazie a queste persone, che ormai per me sono diventati degli amici. La soddisfazione più grande? In questi anni abbiamo portato alcuni studenti a conseguire il diploma di maturità e per noi è stato un orgoglio. Pensi che tra i diplomati c’è stato un ragazzo, rinchiuso in carcere da 22 anni, che all’inizio del percorso non sapeva nemmeno scrivere. E l’abbiamo portato a conseguire la maturità con 64! Meglio di tantissimi altri studenti che escono con il 100. Perché c’è da dire una cosa. Prego... Queste persone frequentano la scuola in un contesto di vita allucinante. Sono qui, in carcere, completamente isolati dal mondo e dalle famiglie, con cui magari qualcuno ha dovuto tagliare del tutto i ponti. E poi i pensieri al processo, all’avvocato che non risponde, al magistrato che non vuole sentire ragioni… in testa loro hanno veramente un frullatore. Eppure, in tutto questo, riescono ad affrontare la scuola e ottenere risultati incredibili. E finita la scuola, cosa succede? Questo è un tasto dolente anche per me, mi fa provare tanta rabbia. Perché al di fuori del carcere c’è ancora tanta paura a fidarsi di un ex detenuto. Ecco perché il reinserimento nella società una volta scontata la pena, che nel loro caso è anche molto lunga, è estremamente complesso. Ci sono poche realtà lavorative disposte a offrire loro una reale opportunità. Così, chi si trova la strada sbarrata torna a fare quello che sapeva fare benissimo prima di entrare in carcere... Si potrebbe fare qualcosa di più secondo lei? Sì, certamente. Da una parte mi piacerebbe che lo stesso istituto penitenziario, a livello generale, si aprisse un po’ di più all’esterno per far conoscere quella che è la realtà di queste persone, affinché anche per loro ci sia un sorriso o una pacca sulla spalla in più durante il loro percorso che non è solo punitivo, ma anche rieducativo. Perché quando dall’esterno arriva qualcuno o qualcosa di diverso dalla routine, per loro è un giorno di festa. Di contro penso che anche il mondo esterno dovrebbe rompere più tabù e aprire maggiormente le proprie porte: posto che chi sbaglia è assolutamente giusto che paghi, anche in maniera dura, tutti abbiamo diritto a una seconda chance nella vita. Palermo. L’arte nei corridoi del Pagliarelli e l’emergenza delle carceri italiane di Vincenzo Tumminello quattrocanti.it, 1 ottobre 2026 Tra la fine del 2025 e il luglio del 2026, i corridoi del reparto Est della casa circondariale “Antonio Lorusso” Pagliarelli di Palermo si sono trasformati in uno spazio creativo grazie a un percorso artistico promosso dall’associazione Solaris. Sotto la guida dell’architetto Fanny Migliore e della professoressa Isabella Terruso, quattordici detenuti hanno lavorato per diversi mesi al progetto intitolato “Dipingere la libertà”. L’iniziativa ha preso il via con una fase preliminare di studio e ideazione, per poi entrare nel vivo con le esercitazioni pratiche svolte tra maggio e la metà di luglio del 2026. Attraverso questo percorso, i partecipanti sono stati coinvolti nella scelta dei temi, trasformando la pittura in un linguaggio con cui esprimere emozioni, nostalgie e desideri. Le pareti del settore Est hanno così accolto quattordici grandi murales che raffigurano la luna, i pianeti, il mare, i tramonti, il crepuscolo e il mondo dei sogni, evocando orizzonti lontani dalla rigidità e dall’innaturalezza della vita carceraria. L’idea di fondo dei partecipanti e dei conduttori del progetto è stata quella di mettere del tutto da parte i reati commessi e il peso del giudizio per concentrarsi esclusivamente sulla relazione, sullo scambio di idee e sulla forza espressiva dell’arte pittorica. Questa parentesi di creatività e condivisione all’interno del Pagliarelli assume, però, un valore particolarmente difficile da interpretare se accostata alla fotografia delle carceri scattata dall’Associazione Antigone nel suo rapporto di metà anno pubblicato il 5 agosto 2026, che descrive una realtà nazionale segnata da gravissime sofferenze quotidiane. A fine luglio 2026, nelle carceri italiane vivevano quasi sessantacinquemila persone a fronte di circa quarantamila posti davvero utilizzabili: in pratica, per ogni cento posti disponibili ci sono circa cento quarantasei detenuti. In alcune regioni la situazione è persino più difficile, come in Puglia dove le presenze superano dell’ottanta per cento la capienza normale, o in singoli istituti come San Vittore a Milano e Lucca, dove i reclusi sono più del doppio di quanti dovrebbero essere. Monitorando le strutture nell’ultimo anno, Antigone ha notato che in più di quattro celle su dieci lo spazio a disposizione per muoversi è inferiore ai tre metri quadrati a persona. Durante la bella stagione, la quotidianità tra le sbarre diventa ancora più gravosa. Più di sei detenuti su dieci trascorrono quasi tutta la giornata chiusi all’interno di celle che spesso superano i quaranta gradi, senza impianti di ventilazione o possibilità di acquistare un ventilatore per chi non ha risorse economiche e con il divieto (introdotto dalle nuove direttive del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ad aprile 2026) di tenere piccoli frigoriferi in cella per avere acqua fresca la notte. A ciò si sommano frequenti interruzioni della rete idrica, problemi igienici come le infestazioni di cimici e la generale sospensione estiva delle scuole e dei laboratori di volontariato, che lascia le persone immerse nell’apatia. La sofferenza psicologica raggiunge vette drammatiche: nei primi sette mesi del 2026 si sono tolti la vita trentotto detenuti e si registrano in media più di ventisei atti di autolesionismo ogni cento persone. Sebbene quasi un detenuto su dieci soffra di gravi disturbi psichiatrici, le ore di assistenza con specialisti restano pochissime, al punto che circa un quinto dei reclusi assume regolarmente farmaci per l’umore o antipsicotici e quasi la metà fa uso di sedativi. Il contrasto tra l’esperienza artistica di Palermo e il quadro penitenziario italiano richiama inevitabilmente le intuizioni di Michel Foucault contenute in “Sorvegliare e punire”. Foucault mostrava come la prigione moderna sia nata non soltanto per privare una persona della libertà, ma per esercitare un controllo totale sui corpi, sulle abitudini e sui tempi. Infatti, quando la struttura penitenziaria si riduce quasi esclusivamente a mero contenitore sovraffollato, la funzione correttiva naufraga nella pura sofferenza e nella mortificazione dei corpi. I quattordici murales del Pagliarelli rappresentano una piccola ma significativa speranza: quella di restituire ai detenuti la possibilità di scegliere (un colore), di immaginare (un paesaggio) e di raffigurare un sogno. Insomma un piccolissimo spazio e tempo per riaffermare la propria soggettività e la propria intima dignità. Milano. “Oltre le Sbarre. Uno sguardo che rende giustizia” chiesadimilano.it, 1 ottobre 2026 Lunedì 12 ottobre, un incontro con il prof. Ivo Lizzola e alcuni giovani per riflettere sul significato di giustizia, pena, responsabilità e dignità della persona. L’evento inaugura un nuovo percorso della Pastorale Giovanile, dentro e fuori dal carcere, per superare pregiudizi e imparare a guardare oltre la colpa. Che cosa significa davvero rendere giustizia? E che cosa accade quando il carcere smette di essere una realtà lontana e diventa un luogo di incontro, capace di interrogare il nostro modo di pensare la pena, la responsabilità e la dignità della persona? Lunedì 12 ottobre, alle ore 19.00, nella Basilica di Sant’Eufemia, alcuni giovani che hanno incontrato, a vario titolo, la realtà del carcere dialogheranno con il prof. Ivo Lizzola: è pedagogista, già Professore ordinario di Pedagogia sociale e Pedagogia della marginalità, del conflitto e della mediazione presso l’Università di Bergamo. Ha dedicato una parte significativa della sua attività di ricerca e formazione ai contesti penali e penitenziari. I suoi studi approfondiscono il senso della pena, la responsabilità e la giustizia riparativa, con particolare attenzione alla ricostruzione dei legami sociali. A partire dalle esperienze di questi giovani e dalle domande che ne sono nate, proveremo a interrogarci sul significato della giustizia e della pena, sul peso dei contesti e dei pregiudizi, e sulla possibilità di costruire relazioni che non riducano mai una persona alla sua colpa o alla sua storia. “Oltre le sbarre: uno sguardo che rende giustizia” vuole essere anche l’inizio di un cammino. Da questo incontro prenderà infatti avvio una nuova proposta della Pastorale Giovanile rivolta ai giovani: un percorso di incontri dentro e fuori dal carcere, per conoscere da vicino questa realtà, lasciarsi interrogare dalle persone che la abitano e imparare, alla luce del Vangelo, a trasformare il proprio sguardo. Napoli. Lezioni di calcio per istruire i detenuti tecnici delle giovanili a Secondigliano di Pino Taormina Il Mattino, 1 ottobre 2026 L’iniziativa promossa dal club e dal garante Ciambriello è rivolta a 15 detenuti di un reparto ad alta sicurezza. Quindici detenuti del carcere di Secondigliano, del reparto Tirreno “alta sicurezza”, da oggi sono a lezione di calcio con i tecnici del settore giovanile del Napoli. Un progetto che vede il club azzurro, i vertici del penitenziario napoletano e Samuele Ciambriello, il garante dei detenuti della Regione Campania, in prima linea in quello che viene definito come un “investimento trattamentale” di detenuti che sono a un passo dall’essere scarcerati. Lo sport come occasione di crescita, inclusione e costruzione di nuove prospettive. È questo alla base dei valori che hanno spinto il Napoli alla collaborazione con Twinning Project ETS, con il suo presidente Sasha Fugazzola, nell’ambito di un programma dedicato al reinserimento sociale delle persone in stato di detenzione. Oggi a Secondigliano saranno tre gli allenatori presenti: Giuseppe Polise, tecnico dell’Under 18, Corrado Pianese, allenatore dell’Under 16 nazionale, e Giuseppe Abbondanza, tecnico dell’Under 15. Samuele Ciambriello spiega: “Vogliamo valorizzare il potere del calcio per costruire fiducia. Il progetto che abbiamo sostenuto punta a sviluppare la leadership attraverso il calcio. Twinning Project è un’iniziativa no profit che prevede il gemellaggio tra gli istituti penitenziari del paese e le rispettive squadre di calcio professionistiche locali. L’obiettivo principale è un programma riabilitativo che promuove l’inclusione, la formazione e il reinserimento sociale attraverso il calcio. L’obiettivo principale, come per tutte le nostre iniziative nei penitenziari, è quello di promuovere percorsi concreti di inclusione e risocializzazione, abbattendo i tassi di recidiva e fornendo ai partecipanti non solo qualifiche tecniche sportive, ma anche fondamentali competenze trasversali spendibili nel futuro reinserimento socio-lavorativo”. L’iniziativa vede il sostegno di Enel Cuore, l’ente filantropico del Gruppo Enel. Il progetto prevede un percorso nel quale l’attività calcistica sarà affiancata da momenti di formazione dedicati alla crescita personale e all’acquisizione di competenze utili anche al di fuori del campo. “Le sessioni - è scritto in una nota del Napoli - alterneranno teoria e pratica e saranno costruite attorno ad alcuni dei principi propri dello sport di squadra, tra cui comunicazione, collaborazione, leadership, responsabilità individuale e capacità di affrontare le difficoltà e individuare soluzioni. Il programma integra infatti contenuti di coaching calcistico con moduli dedicati allo sviluppo di competenze personali e relazionali. Con questa iniziativa la Ssc Napoli rafforza il proprio impegno nelle attività di responsabilità sociale e mette le competenze del club a disposizione del territorio, a sostegno di un progetto che riconosce allo sport un’importante funzione educativa e sociale”. Questo progetto è partito in Italia due anni fa grazie a un’iniziativa promossa all’interno della casa circondariale di Rebibbia in collaborazione con la Roma. Negli anni anche l’Inter ha aderito. Adesso tocca al Napoli. Si comincia da oggi a Secondigliano. “Inside carceri”: la web-doc inchiesta sulle prigioni italiane italianitalianinelmondo.com, 1 ottobre 2026 Next New Media è un service giornalistico multimediale, nato dall’idea di gruppo di giovani giornalisti che da anni collaborano con alcune delle maggiori testate italiane. Fondata da Andrea Battistuzzi e Tiziana Guerrisi, ne fanno parte Federico Formica, il fotografo Pietro Snider e il graphic designer Edoardo Maria Ercolessi. Antigone è un’associazione che si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale dal 1991. Svolge attività di osservazione del sistema penitenziario nonché di tutela e denuncia delle condizioni di detenzione non conformi alla legalità interna e internazionale. Interloquisce con le istituzioni pubbliche sulla possibilità di riforma del sistema penale e carcerario in osservanza al dettato costituzionale. Da anni è impegnata per la prevenzione della tortura. La prima volta che l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti in relazione al sovraffollamento delle carceri è stato nel luglio del 2009, quando i detenuti superavano le 63.600 unità. La capienza ufficiale dei nostri istituti di pena era al tempo indicata dalle fonti ufficiali come pari a 43.250 posti (ma i posti effettivamente utilizzabili erano in numero inferiore). I giudici di Strasburgo ravvisarono un trattamento contrario al senso di umanità in quello ricevuto dal sig. Sulejmanovic nel carcere romano di Rebibbia, dove aveva trascorso quattro mesi e mezzo in una cella di 16 metri quadri insieme ad altri cinque detenuti. Nel gennaio 2010, quando il governo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza a causa dell’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari, i detenuti erano in numero ancora maggiore, avendo quasi raggiunto i 65.000. La crescita è continuata nei mesi successivi fino a quando nel dicembre di quell’anno, superata la soglia dei 69.000 detenuti, un decreto governativo ha introdotto la possibilità di scontare l’ultimo anno di pena nella propria abitazione (portato poi a un anno e mezzo da un nuovo intervento governativo dell’anno successivo). La vita in carcere calpestava ignobilmente la dignità delle persone. I materassi erano affastellati uno sull’altro, gli spazi comuni per le attività ricreative erano quasi ovunque trasformati in dormitori, ogni progettualità risultava impossibile e quasi ridicola di fronte alla necessità di mero spazio vitale. È da allora che il numero dei detenuti ha cominciato la sua graduale, seppur lenta e non del tutto lineare, diminuzione. Ma nel frattempo - anche con l’aiuto di soggetti quali Antigone, che da sola ha seguito i ricorsi di circa 2.000 detenuti - si era sparsa in carcere la consapevolezza che in molti stavano subendo condizioni di vita simili a quelle subite dal sig. Sulejmanovic. Circa 4.000 detenuti erano ricorsi alla Corte di Strasburgo quando, nel gennaio del 2013 e con una popolazione carceraria scesa a 65.900 unità, la Corte condannò nuovamente l’Italia in relazione alle sue carceri per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea (divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti), usando questa volta lo strumento eccezionale della sentenza pilota. Si tratta della famosa sentenza Torreggiani dove i giudici europei, per evitare all’Italia migliaia di scontate condanne, annunciano di non voler procedere alla disamina dei tanti ricorsi simili pervenuti assieme a quello del caso Torreggiani e di riservarsi piuttosto di tornare a valutare il nostro Paese nel giro di un anno, arco di tempo ritenuto sufficiente a intervenire con efficacia sul problema del sovraffollamento carcerario. Il governo italiano ha presentato, senza troppe motivazioni se non quella di guadagnare qualche mese, domanda di riesame della sentenza Torreggiani, domanda che - come era prevedibile - è stata respinta, rendendo definitiva la sentenza stessa il 27 maggio 2013. Gli interventi normativi e amministrativi che si sono susseguiti da quel momento hanno contribuito alla riduzione del sovraffollamento - che pur permane - e al miglioramento della vita carceraria. Nel giugno e nel dicembre 2013, due decreti legge hanno, tra le altre cose, limitato il ricorso alla custodia cautelare, ampliato l’accesso alle misure alternative alla detenzione, aumentato la liberazione anticipata per buona condotta, introdotto meccanismi di protezione dei diritti dei detenuti. Tutto ciò, assieme alla sentenza della Corte Costituzionale che nel febbraio 2014 ha bocciato la repressiva legge Fini-Giovanardi sulle droghe, ha portato alla fine del 2014 la popolazione detenuta al di sotto delle 54.000 unità. I detenuti in custodia cautelare sono scesi dal 45% e oltre dell’inizio del 2010, al momento della dichiarazione dello stato di emergenza, a poco più del 30%. La capienza ufficiale degli istituti di pena è oggi valutata in 49.943 posti. Come lo stesso Ministero ammette, un numero considerevole di essi è inutilizzabile a causa degli interventi di manutenzione di cui necessiterebbe. Il sovraffollamento nelle carceri italiane è ancora una realtà, seppure meno drammatica di un tempo. Siamo ancora lontani dagli standard europei, sebbene oggi in carcere si viva un po’ meglio di quanto non si vivesse due anni fa. Alla diminuzione del numero dei detenuti si sono aggiunte alcune riforme amministrative scaturite dai lavori della commissione ministeriale guidata da Mauro Palma e attiva dal giugno al novembre del 2013. Le indicazioni date dalla commissione Palma comprendono: l’apertura delle celle per almeno otto ore al giorno in tutto il circuito della media sicurezza (circa il 90% di tale circuito si è oggi adeguato alla disposizione, il che significa che oltre 39.000 detenuti vivono con le celle aperte durante le ore diurne); la facilitazione dei contatti con i familiari; la creazione di spazi esterni alle sezioni dove i detenuti possono svolgere attività comuni durante la vita diurna. Codici a sbarre. Viaggio fotografico nel tempo dei detenuti di un carcere americano di Micol De Pas linkiesta.it, 1 ottobre 2026 Che cosa resta del “fuori”, quando si vive “dentro”? Il progetto visuale dentro gli spazi della detenzione negli Stati Uniti, visto dagli occhi di Chantal Zakari. Il lavoro è partito dall’analisi di esperimenti illustri, primo su tutti Douleur exquise di Sophie Calle, un’inchiesta su una rottura sentimentale vissuta in prima persona. Il mezzo espressivo era la fotografia e Zakari s’è interrogata su come usarla in carcere, dove non ha cittadinanza. Ha deciso così di farsi lei stessa macchina fotografica per scattare nei luoghi scelti dagli studenti. Che dovevano indicare non solamente i posti che si dovevano ritrarre ma anche a che ora, con quale luce, da quale angolazione, con quale prospettiva. Niente interni, niente persone, perché il regolamento lo vieta: a parlare saranno allora le architetture e l’urbanistica, in un mosaico dal titolo Pictures from the Outside: fotografie dal fuori. Il mondo improvvisamente entra nel carcere. È uno shock, un’emozione sconvolgente. La città è cambiata, i quartieri si sono trasformati, gentrificati, i nomi delle strade si sono confusi nei ricordi dei detenuti, in carcere ormai da molti anni. “Questa è una prigione di media sicurezza. Molti di loro hanno commesso reati piuttosto gravi, magari hanno ucciso qualcuno, alcuni sono arrivati qui da un carcere di massima sicurezza. Ma sono molto intelligenti, brillanti e lavorano sodo. E infatti sono stati ammessi alla Tufts University, passando le selezioni. E riconoscono il privilegio di poter conseguire una laurea. “Nel disegno che mi ha dato S.A. c’è un cartello, sulla facciata dell’edificio, con il nome di una moschea. Il cartello è stato rimosso, per creare un luogo di culto un po’ più appartato”, così Zakari a proposito di queste foto, scattate nei paraggi della moschea. Per loro significa iniziare una vita completamente diversa”. Questo libro e queste foto diventano così un simbolo della loro trasformazione. La fotografia mette in scena le loro esistenze. Come se quello scatto pensato, immaginato, descritto in ogni dettaglio a distanza, restituisse un’istantanea di un presente che dura da e vale 15, 20 anni. “Quelli della detenzione, per esempio. Ma anche quelli di un’infanzia o di una prima adolescenza leggera, giocosa, da ricordare nello scatto della propria abitazione così come si vedeva al ritorno da scuola, o il campo da calcio del Liceo, sul quale si era acclamati o la scalinata che ha assistito al loro primo bacio”. Ma non c’è solo la visione romantica di quel tempo ancora lieve. “C’è chi ha scelto i tribunali e persino i luoghi in cui aveva commesso i crimini per i quali era stato condannato. Uno ha chiesto di fotografare un cielo stellato: mai più visto, perché in carcere le luci sono sempre accese”. L’architettura stessa ci plasma. “Riguarda il nostro panorama visivo e il modo in cui viviamo un luogo. R., per esempio, mi descrisse un edificio di cui ricordava bene l’ingresso. Ha fatto un disegno e poi, sotto, ha scritto: “l’edificio è in rovina, proprio come me dentro”. Ma ognuno ha scritto un testo di accompagnamento, talvolta ma non sempre autobiografico: la fantascienza, in effetti, è una perfetta immagine di ciò che sta “fuori” visto da “dentro”. Costituzione, ottant’anni da non sciupare di Enzo Cheli La Stampa, 1 ottobre 2026 L’ottantesimo anniversario della nascita della nostra Repubblica ha stimolato, non solo in sede scientifica, una riflessione sulle vicende che hanno segnato la storia costituzionale del nostro Paese. Riflessione che alla fine si è conclusa come sempre con una domanda: come ha funzionato e come ancora potrà funzionare il modello di democrazia che questa Repubblica, ottanta anni fa, ha inteso costruire con la sua carta costituzionale? Per tentare di rispondere penso che occorra portare l’attenzione su quanto in questi anni è accaduto su tre piani: nella società civile, nel sistema politico, nell’impianto costituzionale. In questa ricognizione vediamo come negli anni della nostra esperienza repubblicana la società si sia profondamente trasformata con una crescita non solo economica, ma anche culturale, che ha utilizzato ampiamente gli spazi offerti dalla Costituzione con la sua prima parte, dedicata ai “diritti e doveri dei cittadini”. Una crescita che ha condotto nei primi tre decenni al “disgelo costituzionale”, con l’attuazione di istituzioni fondamentali (come la Corte costituzionale, le Regioni, il referendum) e al varo di riforme importanti (come quelle relative alla impresa, allo Statuto dei lavoratori, alla famiglia, alla sanità), che hanno rafforzato la coesione sociale e con essa la stessa Costituzione. Di contro il sistema politico, fondato sui partiti ispirati a ideologie fortemente contrapposte, si è nei decenni successivi sempre più allontanato dal corpo sociale, chiudendosi in prevalenza nella difesa di interessi settoriali e nella lotta per la conservazione delle posizioni di potere conquistate. Un distacco che ha favorito, specialmente negli ultimi anni, lo sviluppo nel tessuto sociale di tendenze populiste che hanno ridotto la forza di questo sistema. Senonché in questa contrapposizione tra società e sistema politico ha funzionato come elemento equilibratore la Costituzione che sin dall’inizio ha garantito, sia pure tra molti sobbalzi, una convivenza sociale e una vita nel complesso ordinata operando, attraverso il collegamento tra il pluralismo della sua prima parte e il garantismo della seconda parte, come strumento di raccordo tra una società in crescita e un sistema politico in declino. Questa vicenda induce dunque a riflettere sul valore che ancora può assumere questa Costituzione, anche alla luce dei molti paradossi che ne hanno segnato il percorso. Paradossi legati al fatto che questa carta, nata debolissima e attuata con molta fatica, ha acquistato forza nel tempo attraverso un radicamento sociale che è stato favorito dall’azione efficace dei suoi organi di garanzia (in particolare del Capo dello Stato e della Corte costituzionale) e che è emerso con evidenza attraverso l’esito dei referendum costituzionali del 2006, del 2016 e di quest’anno, che hanno affossato le riforme volute da un sistema politico desideroso di riacquistare forza ma troppo frammentato e rissoso per acquisirla. Una Costituzione divenuta forte per il suo radicamento nella società si è così trovata a sorreggere un sistema politico divenuto fragile per le sue divisioni interne e per il suo distacco dalla società. Questa storia ha subito una svolta nel 2022 con l’inizio di quest’ultima legislatura, quando la guida del governo è stata per la prima volta conquistata da eredi di forze che non hanno contribuito alla nascita di questa carta e che, almeno in parte, non appaiono nemmeno troppo disposte a condividerne in pieno i principi ispiratori. Governo che, peraltro - e qui emerge un altro paradosso - è riuscito a raggiungere il record della stabilità grazie a una costituzione e una legge elettorale che non condivide e che si propone di modificare. Difficile, dunque, al momento prevedere gli esiti di questa vicenda complessa e paradossale che viene a svolgersi sui tre piani che abbiamo richiamato. Ma alla fine quello che questa storia sembra insegnarci è che in questi ottanta anni la Costituzione ha ben funzionato e conseguito gli obiettivi che i costituenti, al di là delle loro divisioni politiche, avevano inteso assegnarle: mantenere unito un Paese che nasceva diviso da una dittatura e da una guerra; definire le basi di una democrazia moderna che questa divisione rendeva difficile da realizzare. Sono queste le funzioni che hanno segnato la nascita e la vita di questa carta imprimendo uno sviluppo positivo alla nostra storia costituzionale. Ed è proprio alla luce di questa vicenda che la Costituzione in questa nuova fase va difesa come lo strumento più idoneo a garantire un’unità nazionale che supera le divisioni e gli schieramenti di parte. Certamente essa non è intangibile e può essere aggiornata e modificata per migliorarne la funzionalità, ma senza incidere sul nucleo dei suoi principi fondamentali che, insieme al quadro delle sue libertà, l’hanno resa forte e ben radicata. Minori e giustizia, dalla Garante l’Agenda dei diritti: allontanamenti extrema ratio di Flavia Landolfi e Manuela Perrone Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2026 Un documento per contrastare automatismi, stereotipi e costrutti e pratiche antiscientifiche come alienazione parentale e “terapie di riunificazione”. Terragni: “Serve una rivoluzione della cura”. Uno strumento dinamico e aggiornabile per l’analisi delle leggi, delle prassi e delle criticità relative alla tutela di bambini e adolescenti. La Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, audita il 30 settembre in Parlamento, nell’Aula dei gruppi alla Camera, per la presentazione della Relazione annuale sulle attività 2025, lancia l’Agenda dei diritti dei minori. Obiettivo: contrastare automatismi, stereotipi e pratiche prive di validazione scientifica. Il richiamo al sistema giudiziario - Il vademecum, realizzato con il contributo delle esperte Elvira Reale, Marina Marconato e Alessandra Capuano Branca, è anche un richiamo a garantire sempre, nelle aule dei tribunali, decisioni “individualizzate e fondate su rigorosi accertamenti, condotti da operatori specificamente formati alla conoscenza del diritto minorile vigente”. L’Autorità punta a cooperare con le altre istituzioni per la creazione di un sistema nazionale che promuova salute, cura e qualità scientifica della protezione dell’infanzia, nel rispetto dei quattro principi contenuti nel superiore interesse del minore: ascolto, salute, sicurezza e cura. Stop all’alienazione parentale - Esplicito il riferimento al diffuso utilizzo, nei procedimenti che riguardano l’affidamento dei minori in caso di separazione, del paradigma dell’”alienazione parentale” (e dei suoi derivati) che spesso finisce per rivittimizzare le madri vittime di violenza da parte dei partner, occultando e travisando gli abusi, capovolgendo le responsabilità e portando persino all’allontanamento dei bambini, quasi sempre dalle mamme. Paradigma che “continua ad assumere, in alcune prassi giudiziarie e consulenziali, una funzione fortemente condizionante, nonostante la mancanza di riconoscimento scientifico del costrutto e le ripetute prese di posizione critiche della comunità scientifica internazionale, degli organismi sovranazionali e della stessa Corte di cassazione. Il rischio concreto è che le dichiarazioni del minore vengano svalutate o reinterpretate attraverso schemi teorici astratti che finiscono per impedire l’accertamento dei fatti e per compromettere il diritto del bambino a essere ascoltato e creduto”. Allontanamenti extrema ratio - L’Agenda insiste moltissimo sul tema degli allontanamenti dei minori dalle famiglie, che a più riprese Terragni ha chiesto di arginare e di limitare, come raccomandano le Linee guida sui prelevamenti della stessa Authority, ai casi di pericolo per l’incolumità dei minori e comunque a strumento da adottare in via residuale, quando il rischio attuale di un danno grave derivante dalla permanenza nel nucleo familiare sia “manifestamente superiore a quello connesso al distacco”. Al bando i prelievi forzosi da genitori accudenti - “La messa al bando di pratiche coercitive nei confronti dei minori, così come degli allontanamenti forzosi da genitori accudenti e non violenti o da famiglie che, pur fragili, possano essere concretamente sostenute nel rafforzamento delle proprie capacità di cura - si legge nel testo - deve costituire una priorità assoluta e condivisa da tutte le istituzioni coinvolte nella protezione dell’infanzia: autorità giudiziaria, servizi sociali, sistema sanitario”. “Trattamenti di riunificazione” incompatibili con la Costituzione - Agli allontanamenti forzosi seguono spesso “i cosiddetti trattamenti di riunificazione coercitiva, ispirati ai modelli della Pas/Ap (alienazione parentale)”, nota il testo. Ma “le evidenze scientifiche e le prese di posizione di organismi internazionali mostrano come tali interventi, oltre a essere privi di validazione scientifica, possano determinare gravi effetti traumatici e configurare forme di vittimizzazione secondaria o addirittura di maltrattamento istituzionale o tortura”. La progressiva affermazione, sul piano normativo e giurisprudenziale, dei principi di autodeterminazione terapeutica, consenso informato, proporzionalità e tutela dell’integrità psicofisica del minore “rende sempre più incompatibili tali pratiche con il sistema costituzionale e convenzionale di protezione dei diritti fondamentali. Il rifiuto verso l’altro genitore non giustifica l’allontanamento - A dispetto di ciò che accade in molti tribunali di tutta Italia, l’Agenda afferma con chiarezza “il principio secondo cui l’uso della forza nei confronti dei minori non può trovare alcuna giustificazione nei procedimenti civili relativi all’affidamento o alla regolazione delle relazioni familiari, salvo i casi eccezionali in cui sia necessario intervenire per sottrarre il bambino a un pericolo attuale e concreto per la sua vita o per la sua integrità fisica”. Al di fuori di queste situazioni d’emergenza, il prelievo coattivo del minore dal proprio ambiente di vita e dal genitore di riferimento “costituisce una misura incompatibile con i principi costituzionali di tutela della persona, con il diritto all’ascolto, con il rispetto della dignità del minore e con gli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali”. Va dunque contrastato “con fermezza”, secondo il documento, l’allontanamento forzoso “finalizzato esclusivamente a imporre relazioni genitoriali non desiderate o a realizzare astrattamente il principio di bigenitorialità”. Perché “rischia di trasformare gli strumenti di protezione in fonti autonome di trauma e sofferenza. La coercizione fisica o psicologica esercitata sui bambini in assenza di un rischio immediato per la loro incolumità non rappresenta una forma di tutela, ma può integrare una grave violazione dei loro diritti fondamentali”. Roccella: famiglia centrale per i primi interventi - Dopo l’introduzione del vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè (Fi), che ha sottolineato come “tutelare i diritti di bambini e ragazzi significa gettare le fondamenta per un mondo più libero e più giusto”, è intervenuta la ministra per la Natalità, la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. Che ha voluto esprimere apprezzamento alla Garante per il lavoro costante anche sui tanti “casi problematici” emersi all’attenzione della cronaca. “Investire sui minori vuol dire investire sul presente e sul futuro”, ha sottolineato. Ricordando che l’orientamento, il metodo seguito dal Governo “parte dalla centralità della famiglia. Non un discorso di destra o di sinistra - ha precisato - ma un dato di fatto: i primi interventi che si possono effettuare a favore dei minori riguardano la famiglia, il nucleo in cui il minore cresce”. Da qui il tentativo: “Non spostare altrove le responsabilità della famiglia, non depauperarne le competenze, ma cercare di ampliarle e aumentare l’autorevolezza genitoriale”. Terragni: minori rappresentati come “limite” - La Garante è partita dal disagio diffuso registrato sui media tra bambini e adolescenti, tra dipendenza dagli smartphone e radicalizzazione violenta. Ha ricordato il suo impegno contro gli allontanamenti impropri dalle famiglie. E ha biasimato il trattamento dei minori come “un problema, un limite”. Il fenomeno della “non maternità di massa”, per Terragni, nasce anche da questa narrazione, non solo dalle carenze dei servizi e dei sostegni. “pesano solitudine, isolamento, mancanza di condivisione non solo con il partner, ma con la famiglia allargata e la comunità, tutto il villaggio che serviva a crescere un figlio”. Nel mirino “la povertà delle relazioni” - “La povertà delle relazioni è oggi il principale nemico della natalità”, ha affermato la Garante. Invitando a non arrendersi e denunciando gli effetti negativi della pervasività delle tecnologie: studi come quello dell’Università di Cincinnati hanno dimostrato che i territori in cui è arrivata la banda larga sono stati i primi a registrare cali significativi della natalità. Quindi, oltre agli incentivi e alle politiche per la famiglia, l’Autorità segnala come indispensabile il contrasto alla perdita di importanza delle relazioni a beneficio della dimensione individuale. Nascerebbe da qui l’”adultescenza” e il processo verso il “neutrum economicum”, figlio - secondo Terragni, che cita a più riprese Alessandra Bocchetti, Ivan Illich, Alexander Langer e Adriana Cavarero - anche della cancellazione dei valori associati alla differenza sessuale e a quella femminile: la cura in primis. Conservazione ovociti? “Società malata” - Non manca, nell’intervento di Terragni, un affondo contro il congelamento degli ovociti: “Una pratica nata per aiutare donne con problemi di salute gravi come le donne sottoposte a terapie oncologiche oggi è indicata come soluzione per donne sane. Questo indica che è la società ad essere malata”. Per Terragni, va restituita alle ragazze e ai ragazzi consapevolezza della centralità delle relazioni. E “bisogna scusarci, spiegare loro che l’individuo assoluto è una finzione” e l’indipendenza vissuta come massima aspirazione un falso. “Serve una care revolution” - Sono la relazione e la cura il “fondamento delle comunità umane”, ha voluto sottolineare Terragni. Ma come si restituisce spazio alle relazioni? La Garante raccomanda di “ascoltare davvero con attenzione quello che le donne hanno da dire sull’organizzazione della vita, del lavoro, delle città, della cura, valore inestimabile mantenuto nell’insignificazione sociale ed economica”. Nonostante “le 16 miliardi di ore erogate gratuitamente ogni giorno quasi esclusivamente da donne”. Servirebbe allora, secondo la Garante, “una care revolution”, possibile attraverso una via: “Coltivare il sentimento di gratitudine verso la madre, da cui può discendere molta buona politica, per il bene dei bambini e di noi tutti”. I pm sospettano dei medici che visitano i migranti? Forse bisognerebbe prima vederlo, lo stato dei Cpr di Emilia Rossi Il Dubbio, 1 ottobre 2026 Ci sono almeno un paio di cose non del tutto chiare - per gli osservatori esterni, ovviamente - nell’indagine della Procura di Ravenna sui certificati di inidoneità al trattenimento nei Cpr.La prima riguarda il fatto che ha sollevato l’attenzione della Procura su un fenomeno ormai pubblico e discusso da tempo. L’indagine, infatti, per quanto è dato sapere, prende le mosse dall’invio alla Questura, nel luglio 2025, di un certificato accompagnato per errore dalla bozza del modulo di non idoneità diffuso dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni nel marzo 2024. Da questo episodio l’inchiesta si è estesa a tutti i certificati rilasciati dai medici del Reparto malattie infettive dell’Ospedale di Ravenna da settembre 2024 a gennaio 2026, poi ai presìdi ospedalieri di Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese e, infine, all’accusa di associazione per delinquere formulata nei confronti dell’infettivologo Nicola Cocco, esperto di medicina delle migrazioni. Sarà che dei Cpr non si interessa (quasi) nessuno e quindi ne deve passare di tempo prima che qualcosa che li riguarda possa sollecitare un’attenzione e magari un’attenzione qualificata. Però un risveglio così improvviso a fronte di un’azione pubblica e rivendicata da oltre un anno, resta poco comprensibile. Al centro dell’indagine sta, appunto, il modulo elaborato dalla citata Società di Medicina delle Migrazioni (Simm) dopo ampia discussione in convegni, dibattiti ed eventi formativi, pubblicato da gennaio-marzo del 2024 su tutti i siti delle associazioni che hanno aderito all’appello “per una campagna di presa di coscienza dei medici sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei Cpr”, tra cui l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). Non era una cosa clandestina, insomma, il modulo predisposto per attestare la “non idoneità” alla vita nei Cpr: modulo che, nell’ipotesi d’accusa, sarebbe lo strumento attraverso il quale si sarebbero creati i certificati falsi. E qui si viene alla seconda cosa che non è del tutto chiara: il motivo per cui debba ritenersi falsa, o propedeutica alla falsità, l’attestazione di inidoneità, e veritiera, invece, quella di idoneità. Entrambe rilasciate con la compilazione di un modulo: quello di idoneità, predisposto dal Ministero dell’Interno (non della Salute, dell’Interno), è articolato in voci con le due opzioni sì/no da “crocettare”; quello di “non idoneità” è un atto medico in cui si riportano le circostanze che non consentono la verifica effettiva delle condizioni di salute della persona, cioè non si attestano falsamente le condizioni di salute del cittadino straniero ma si indicano le ragioni che non permettono, nel suo caso, di rilasciare una dichiarazione di idoneità alla vita nei Cpr. E sono ragioni di natura oggettiva: indisponibilità di tempi, mezzi e documentazione adeguati a formulare un giudizio di idoneità, detto in sintesi. Tant’è che dei 64 casi esaminati dalla Procura, relativi a persone accompagnate in ospedale tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 si conclusero con una dichiarazione di non idoneità: pare più il frutto di un esame attento che per l’applicazione di un manifesto apologetico. A prescindere, naturalmente, dall’eventualità che si siano rinvenuti certificati che attestavano (non che ipotizzavano) patologie inesistenti, ci si chiede se sia stata condotta altrettanta verifica di aderenza alla realtà dei certificati di idoneità, rilasciati nella maggior parte dei casi dopo visite sommarie o se, invece, l’uso dei moduli della Simm sia stato ritenuto l’indicatore della predisposizione alla falsità. Certo, apporre crocette dopo una visita formale, se non approssimativa, richiede molto meno tempo rispetto alla compilazione di un certificato che scaturisce da un esame normalmente accurato. E si sa che le regole del trattenimento non sono generose in termini di tempo. Però si rischia che a entrare nei Cpr, in quanto ritenute idonee, siano persone con forti traumi psichici e fisici, come Moussa Balde che si tolse la vita, o con patologie neurologiche che determinano lesioni collaterali, anche gravi, come l’epilessia riscontrata su cinque stranieri trattenuti nel Cpr di Torino.Tanto varrebbe, allora, eliminarla, questa visita preliminare all’accesso nei Cpr, se dev’essere una formalità che contraddice la deontologia medica, e lasciare che la responsabilità di trattenervi esseri umani ricada esclusivamente sull’autorità amministrativa che ne ha la competenza. Quello che non si può pretendere, invece, è che di fronte all’ormai acclarato quadro patogeno dei Cpr il medico si travesta da automatico certificatore delle volontà repressive dello Stato e compili un atto autorizzativo anziché un atto medico. E tanto per rendersi conto di che cosa significhi valutare la compatibilità della vita umana con quei contenitori che sono i Cpr, tornerebbe utile a chi deve giudicare seguire il noto richiamo di Piero Calamandrei e applicare quel “bisogna aver visto” a queste strutture. E dopo aver visto, prendere i due moduli, quello di idoneità e quello di non idoneità e dire quale dei due sembra più predisposto a certificare la verità. Droghe. Il rapporto delle Nazioni unite che accusa l’Italia di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 ottobre 2026 In Italia, “l’approccio punitivo all’applicazione delle leggi sulle droghe solleva preoccupazioni in materia di diritti umani e colpisce in modo sproporzionato gli africani e le persone di origine africana”. Lo ha scritto nero su bianco l’Onu. Dietro quella frase ci sono testimonianze di controlli d’identità, perquisizioni e arresti discriminatori, un confine spesso incerto tra consumo e spaccio che moltiplica gli arresti, e un vuoto di dati che impedisce di misurare fino in fondo la discriminazione. La si legge al paragrafo 39 del rapporto delle Nazioni Unite presentato a Ginevra alla 63esima sessione del Consiglio dei diritti umani, che si chiuderà il 9 ottobre prossimo. È la seconda volta. La conclusione riprende, quasi parola per parola, quella della missione svolta nel nostro Paese dal 2 al 10 maggio 2024 dall’International Independent Expert Mechanism to Advance Racial Justice and Equality in Law Enforcement, il gruppo di esperti istituito dal Consiglio con la risoluzione 47/21, e confluita nel rapporto denominato A/HRC/57/71/Add.2. Oggi lo stesso Meccanismo allarga lo sguardo al mondo intero. Il rapporto parte da lontano. Diverse organizzazioni della società civile citate dagli esperti sostengono che alcune sostanze sono state proibite più per i gruppi a cui venivano associate che per i loro effetti: l’oppio alle comunità cinesi, la cannabis alle popolazioni nere e brune delle Americhe e dei Caraibi, la coca ai popoli indigeni, la cocaina alle persone di origine africana. Quei legami, scrivono gli esperti, sono passati dalla Commissione sull’oppio di Shanghai alle convenzioni Onu del 1961 e del 1988, si sono induriti con la guerra alla droga e sopravvivono nelle pratiche di polizia di oggi. In Francia, riferiscono le associazioni, i giovani neri vengono fermati diverse volte più spesso dei bianchi, e la giustificazione data è spesso la ricerca di droga. In Brasile l’assenza di criteri oggettivi per separare il consumatore dallo spacciatore lascia agli agenti un margine che finisce per poggiare sull’aspetto, sul comportamento, sul quartiere. C’è poi un paradosso tutto italiano. Al paragrafo 55, tra i Paesi che hanno introdotto misure di depenalizzazione, gli esperti citano proprio l’Italia: da noi il possesso di stupefacenti per uso personale non comporta sanzioni penali, soltanto amministrative. La fonte, indicata in nota, è il contributo inviato dal governo italiano. Sulla carta funziona così. Il guaio sta nel confine. Già nel 2024 il Meccanismo aveva scritto che in Italia la distinzione tra detenzione per uso personale e detenzione finalizzata allo spaccio è spesso poco chiara, e che questa incertezza produce arresti frequenti e la criminalizzazione di chi usa sostanze. Nel nuovo rapporto, al paragrafo 58, gli esperti avvertono che soglie basse o non definite dalla legge possono trasformare in trafficante chi tiene la droga per sé. Tra le fonti della missione italiana compare una submission depositata il 5 aprile 2024 da Forum Droghe, Harm Reduction International e La Società della Ragione. Il testo spiegava come lavora, in concreto, l’articolo 73 del Dpr 309/90. Una quantità anche ridotta, qualche banconota, un bilancino, la sostanza divisa in dosi: elementi che, sommati, possono reggere un’accusa di spaccio. C’è poi una seconda linea, quella tra il fatto di lieve entità e l’ipotesi ordinaria, punita molto più duramente. Una ricerca sulla giurisprudenza di legittimità richiamata nel documento trovava condanne per l’ipotesi ordinaria con appena 11,85 grammi di hashish, mentre in altri casi fino a 386,93 grammi di sostanze erano stati ricondotti alla lieve entità. Le tre associazioni ammettevano di non avere dati per stabilire se quelle differenze dipendessero dalla nazionalità dell’imputato. Nessuno può stabilirlo con certezza, perché i dati disaggregati che servirebbero mancano. Quando la marginalità incontra la legge - Il governo italiano aveva già dato la sua spiegazione. Nelle osservazioni depositate il 27 settembre 2024 in risposta al rapporto sulla missione, Roma ricordava che il possesso per uso personale non è reato nemmeno per quantità rilevanti e sosteneva che la sproporzione tra le condanne per droga di cittadini italiani e quelle di persone di origine africana trova un legame coerente nell’alta percentuale di queste ultime che vive in condizioni di irregolarità ed esclusione sociale. Una fotografia che nessuno contesta. Il ragionamento, però, si ferma allo scatto. Il nuovo rapporto prova ad andare avanti. Al paragrafo 49 descrive i migranti africani e di origine africana accusati di reati di droga come esposti a rischi aggiuntivi legati allo status giuridico: più difficoltà a ottenere una difesa, più probabilità di finire in un’operazione di stop and search, poi la detenzione, l’espulsione. Al paragrafo 41 ricorda il peso delle testimonianze di polizia nei processi e l’accesso limitato al patrocinio legale per le comunità marginalizzate. La submission del 2024 raccontava lo stesso ingranaggio visto dalle nostre strade. La clandestinità spinge qualcuno verso economie di sopravvivenza, spaccio di strada compreso. Quelle piazze diventano il bersaglio di controlli continui, e chi ci vive o ci lavora, soprattutto se viene percepito come parte dei gruppi associati allo spaccio, viene fermato più spesso. Davanti al giudice arriva con pochi mezzi. Poi il carcere. All’uscita, una marginalità più profonda di quella di partenza. Quanto sia larga quella porta lo dicono i numeri del Libro Bianco sulle droghe 2026. Al 31 dicembre 2025 le persone detenute per violazione del Dpr 309/90 erano 21.562, il 33,9% dell’intera popolazione carceraria. Nel corso del 2025, su 42.005 ingressi in carcere, 10.784 sono avvenuti per l’articolo 73. Uno su quattro. “Non siamo più soltanto di fronte alla denuncia delle organizzazioni della società civile”, commenta Leonardo Fiorentini, segretario nazionale di Forum Droghe. “Il Meccanismo indipendente delle Nazioni Unite ha fatto propria una questione che avevamo posto durante la missione italiana”. Secondo Fiorentini il governo non può cavarsela richiamando la marginalità degli stranieri. Bisogna chiedersi quanto quella marginalità venga amplificata da una legge che lascia troppo sottile il confine tra consumo e spaccio e scarica la repressione sugli anelli più deboli e visibili del mercato, su persone che in tribunale, spesso assistite da difensori d’ufficio, “non hanno strumenti culturali, sociali ed economici per difendersi dalle accuse”. Accuse che per le droghe, sostiene Fiorentini, comportano di fatto “un’inversione dell’onere della prova, essendo sufficiente il possesso illegale per configurare il reato”. E qui torna il buco dei dati. Al paragrafo 50 gli esperti scrivono che l’assenza di statistiche disaggregate per razza o origine etnica agisce come un meccanismo strutturale di “invisibilizzazione”: nasconde gli schemi discriminatori e blocca le riforme fondate sulle evidenze. Nelle raccomandazioni finali chiedono agli Stati di raccogliere e pubblicare quei dati in ogni fase del processo penale, di vietare per legge la profilazione razziale nei controlli antidroga, di fissare soglie chiare e ragionevoli tra uso personale e traffico. Sono gli stessi nodi emersi dalla missione italiana. Finché quei numeri mancheranno, la spiegazione della marginalità resterà comoda per una ragione semplice: nessuno avrà gli strumenti per smentirla. L’Onu ce lo ha fatto notare per la seconda volta. Droghe. Così il finto allarme fentanyl a Roma distoglie lo sguardo dalle altre sostanze di Nicola Ialacqua Il Domani, 1 ottobre 2026 Dopo il furto di 80 fiale dall’Ospedale israelitico, video e denunce dei residenti hanno alimentato l’allarme sulla presenza dell’oppioide sintetico a Tor Sapienza. Ma i controlli non ne hanno trovato traccia. “L’epidemia che c’è è quella del crack, ma non se ne parla”, dicono gli operatori della riduzione del danno, che chiedono più strumenti di prevenzione, dal drug checking ai servizi sul territorio. Gli zombi hanno invaso Roma. Si aggirano in una zona periferica della capitale, a Tor Sapienza. Barcollano per le strade del quartiere, diffondono il virus spacciando il siero che li ha resi tali. Sembra di star descrivendo una versione nostrana del recente film horror Resident Evil. È invece la narrazione diffusasi, da un paio di settimane, intorno alla presunta circolazione a Roma del fentanyl, un potente oppioide sintetico. Sono bastati alcuni video di persone in stato catalitico diffusi sui social a scatenare il panico, portando anche diverse testate giornalistiche a lanciare l’allarme. Dopo una manifestazione contro il degrado a Tor Sapienza, dove veniva denunciata la circolazione della sostanza nel quartiere, il prefetto ha però smentito la notizia, affermando che negli interventi della polizia degli ultimi mesi non ci sono stati riscontri sulla sostanza. Per le cooperative che si occupano di riduzione del danno, infatti, l’attenzione di certe frange politiche e dell’opinione pubblica sulla sostanza stanno distogliendo lo sguardo dalla capillare diffusione del crack in tutta Italia. Le origini di questo allarme nascono a giugno di quest’anno, quando 80 fiale di fentanyl sono state sottratte dall’Ospedale israelitico di Roma. A essere indagati sono due custodi della struttura. L’ipotesi dei carabinieri del Nas è che la sostanza, più che girare per le strade, finirà negli ambulatori abusivi. Il governo italiano, in risposta al furto, ha avanzato una proposta di decreto per stringere le misure di sicurezza, la custodia e la tracciabilità dei medicinali contenenti sostanze stupefacenti, una stretta che si aggiunge a quella del 2024 contenuta nel “Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di Fentanyl e di altri oppioidi sintetici”. Ciò non è bastato per placare gli animi nella capitale. Due settimane fa, sui social, hanno cominciato a girare video che ritraevano persone in evidente stato di alterazione aggirarsi per il quartiere di Tor Sapienza. Alcuni residenti le hanno descritte come “zombi” e ha cominciato a diffondersi il dubbio che quelle fiale rubate stiano circolando proprio a Roma. Il 25 settembre un comitato di cittadini, “Tor Sapienza Sicura”, ha organizzato una manifestazione per le strade del quartiere, denunciando che nello stabile abbandonato di via Tallone vi sia il centro nevralgico dello spaccio del fentanyl. In pochi giorni è arrivata la risposta dalla prefettura: il fentanyl, a Roma, non esiste. “Noi giornalmente, soprattutto nell’attività che facciamo su strada “al minuto” con i falchi della polizia, con equipaggi dell’Arma, con la guardia di finanza, sequestriamo centinaia di dosi di varie sostanze stupefacenti da Tor Sapienza al Quarticciolo, dappertutto. Mai abbiamo intercettato il fentanyl”, ha detto il prefetto Lamberto Giannini. Sono stati anche diffusi i ritrovamenti negli interventi della polizia da aprile ad agosto: cocaina, crack, Mdma sono le sostanze più comuni, insieme a hashish ed eroina. Nessuna traccia del fentanyl. A confermare le parole del prefetto sono Emanuele Perrone, psicologo socio della cooperativa sociale Parsec e membro del direttivo Itaard, la rete italiana sulla riduzione del danno, e Alessio Guidotti, della rete dei consumatori di sostanze psicoattive Itanpud: “Noi è dal Covid che usiamo delle strisce reattive per il fentanyl per capire se la sostanza si sta diffondendo in Italia. In centinaia di somministrazioni non abbiamo mai trovato un caso positivo”, afferma Perrone. La situazione italiana, infatti, è ben diversa da quella di altri paesi dove vi è stata una massiccia diffusione della sostanza. “La crisi del fentanyl negli Stati Uniti - spiega ancora Perrone - è strettamente legata alla scelta di aziende che, dagli anni Novanta, hanno contribuito alla diffusione di farmaci oppioidi alterando e falsificando dati scientifici. In Italia questo non c’è stato”. Il caso statunitense, quello più diffuso nell’immaginario collettivo, ha infatti delle premesse diverse. La crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, dopo una stretta da parte del governo nella regolamentazione dei suddetti farmaci, ha generato una seconda ondata negli anni Dieci del Duemila, periodo in cui i prezzi dell’eroina hanno cominciato a calare portando a una sua maggior circolazione. Negli ultimi dieci anni, l’eroina è stata velocemente surclassata dal fentanyl, ritenuto cinquanta volte più potente, di più facile elaborazione illecita e più economico. Negli Stati Uniti, come riportato dal Centers for disease control and prevention, le overdosi per fentanyl hanno raggiunto il picco nel 2022, portando alla morte di più di 72mila persone. In Europa i riscontri sulla diffusione della sostanza sono ben diversi. Secondo l’European union drugs agency, nel 2024 ci sono stati 208 casi di decessi legati al fentanyl o suoi correlati, concentrati principalmente in Germania. Tracce di fentanyl sono state ritrovate in siringhe usate in diverse città d’Europa, da Madrid a Oslo. L’Euda avverte poi di una crescente criticità in Bulgaria, dove tra il 2024 e il 2025 si sono registrati oltre 100 decessi legati alla sostanza. In Italia, la Relazione annuale al parlamento sul fenomeno della tossicodipendenza nel territorio nazionale del 2025 ha raccolto otto casi di individuazione di fentanyl e oppioidi sintetici, e due casi di intossicazione acuta legati alla sostanza. “Le pubblicazioni scientifiche sul tema hanno osservato che quando una sostanza come il fentanyl comincia a girare in un determinato quartiere c’è sempre un picco di overdose. Lo si osserva nel giro di una quindicina di giorni. Questo a Roma non è successo”, afferma Perrone. Il fentanyl, secondo Guidotti, torna spesso nelle cronache per una questione di ignoranza sul tema, oltre che di spettacolarizzazione: “Si è creata una narrazione attorno al fentanyl. È una sostanza che fa più effetto nell’immaginario collettivo: abbiamo in mente le immagini degli Stati Uniti, le persone “zombificate” e i morti. Quando vediamo le azioni del governo sul fentanyl, vediamo solo una riconferma di una narrazione lontana dalla realtà”. Guidotti non sottovaluta il problema di una possibile diffusione della sostanza, ma pone la questione sotto un’altra prospettiva. “Come Itanpud abbiamo osservato che la produzione di oppio in Afghanistan dopo la presa del potere dei talebani è drasticamente calata. Con cosa verrà sostituito? È da qui che deve partire l’allarme, perché il rischio che comincino a circolare gli oppioidi sintetici c’è”. Ciò di cui non si parla però, secondo i due professionisti che abbiamo sentito, è di tutte le altre sostanze: “C’è una chiara volontà politica di non occuparsi della diffusione di sostanze come il crack, dove la mafia sta evidentemente investendo di più. Ogni volta che usciamo per le strade vediamo tantissime persone che fumano crack. Qualsiasi unità di strada può confermarlo”, afferma Perrone. Secondo l’Uepa, solo nel 2024 in tutta Europa sono stati stimati circa 11.400 utenti presi in carico nei servizi specialistici per consumo di crack, in aumento rispetto ai 9.900 dell’anno precedente. In Italia, nel 2025 nel privato sociale il 43% degli utenti risulta in trattamento per consumo primario di cocaina o crack, e il 52% delle denunce penali per traffico e spaccio di stupefacenti riguarda la cocaina o il crack. Su un totale di 231 decessi accertati per overdose, il 35% di questi è attribuito alla cocaina o al crack. “L’epidemia che c’è è quella del crack e non se ne parla tanto. Credo perché ci costringerebbe a fare i conti con aspetti della nostra società che alcuni preferiscono negare”, accusa Perrone. Per Itanpud il problema sta nella focalizzazione, da parte delle istituzioni, su politiche proibizionistiche o securitarie più che di prevenzione. “È il tipo di approccio a essere sbagliato. Oggi in Italia tante persone sono costrette a rivolgersi al mercato illegale per acquistare un determinato tipo di sostanza che in altri paesi, come in Germania o in Svizzera, possono essere somministrate accedendo a programmi di sanità pubblica in un ambulatorio controllato”. Nel contesto italiano, la soluzione per Guidotti è una sola: investire sulle politiche di prevenzione dal basso. “Bisogna mettere in condizione noi e chi consuma di potersi tutelare da eventuali rischi. E per farlo bisogna testare le sostanze”. La pratica a cui fa riferimento Guidotti è quella del drug checking, ovvero il servizio di analisi chimica delle sostanze psicoattive. “Le azioni devono partire dal basso, è logico che chi è a contatto con le sostanze voglia tutelare sé stesso e, se ne ha possibilità, può farlo anche con i suoi pari”.