Meloni: “Non firmo l’aumento agli stipendi dei magistrati” di Valentina Stella Il Dubbio, 19 ottobre 2026 La premier rifiuta di firmare il decreto sugli arretrati delle toghe: “Non è una priorità”. L’Anm valuta il ricorso: “Non siamo il capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese”. “Direttore non firmerò”: così ha risposto poche ore fa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni raggiunta al telefono dal direttore dell’Adnkronos Davide Desario. “In coscienza - ha spiegato la premier - non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”. Ecco, sta avvicinandosi un nuovo scontro tra politica e magistratura. Questa volta non c’entra l’assetto del Csm né la parità delle parti nel processo ma gli stipendi delle toghe. Com’è noto qualche giorno fa diverse testate hanno dato la notizia per cui lo Stato deve a oltre 11mila magistrati 970 milioni di euro, in conseguenza di un contenzioso sul calcolo degli aumenti di stipendio. Il Consiglio di Stato ha infine dato ragione ai ricorrenti che da gennaio 2027 dovrebbero vedersi riconosciuti gli arretrati dovuti e mai ricevuti. Non si tratta però delle cifre enormi per cui ad ogni singolo magistrato sarebbero finiti in tasca circa 100 mila euro. Secondo un documento interno dell’Anm ma che abbiamo potuto visionare ad un magistrato con la settima valutazione di professionalità, ossia quella più alta e più pagata, spetterebbero in totale 12.254 euro netti di arretrati. Una cifra lontanissima da quella rilanciata in questi giorni. Come ha commentato Giovanni Zaccaro, Segretario di AreaDg, “è stata diffusa una notizia (o una velina? Non spetta a noi ricostruirlo), nella quale si parla di cifre sideralmente distanti da quelle reali. Un buon modo di distogliere l’attenzione degli italiani sulle vere ragioni della grave crisi economica in cui ci troviamo, offrendo loro un facile capro espiatorio. Purtroppo molti quotidiani hanno ripreso acriticamente questa notizia, senza informarsi sulla effettiva portata delle decisioni e sulle ragioni delle stesse. Ancora una volta si privilegiano le ragioni della propaganda rispetto alla necessità di preservare l’immagine e la dignità di una importante istituzione dello Stato”. Ma i conti esatti non sono bastati a fermare polemiche e propaganda politica. E dunque da qui l’affondo di Meloni: “Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”. La premier ha invitato le “associazioni rappresentative” dei magistrati a “cercare insieme una soluzione, sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”. Con Giorgia Meloni si è schierata subito Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia: “Condivido la scelta di Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm sugli aumenti di stipendio ai magistrati. In un momento in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano sacrifici e incertezze, in cui l’emergenza energetica rischia di mettere in ginocchio le nostre economie, destinare quasi un miliardo di euro a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità. La forza di chi governa si misura nella capacità di assumere decisioni anche quando sono difficili”. Immediata la replica dell’Anm, con il vice segretario Stefano Celli: “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”. A prendere posizione anche Magistratura Indipendente, la corrente di solito più vicina al Governo: “grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze. Ritardare ulteriormente l’adempimento può accrescere gli oneri a carico dello Stato, alimentare altro contenzioso e determinare un danno erariale, con eventuali responsabilità da accertare nelle sedi competenti. Non può essere la collettività a sostenere i costi derivanti dalla scelta di non dare tempestiva attuazione a decisioni giurisdizionali vincolanti”. Magistratura Indipendente scrivono Antonio D’Amato e Giancarlo Dominijanni “respinge, inoltre, la contrapposizione tra magistrati e cittadini in difficoltà. La tutela delle fasce deboli e il rispetto delle sentenze sono entrambi doveri dello Stato. L’uno non può diventare il pretesto per disattendere l’altro. Se l’esecutivo potesse ignorare sentenze definitive, sarebbero anzitutto i più deboli a pagarne il prezzo: ogni diritto dipenderebbe dal favore del potere di turno”. In serata la replica della Giunta esecutiva dell’Anm: “La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni”. Per le toghe presiedute da Giuseppe Tango, “la giustizia non può essere un terreno di propaganda. Il problema sono i tribunali che cadono a pezzi, gli organici scoperti, la mancanza di giudici e pm. Siamo pronti a confrontarci su questo con la Presidente del Consiglio”. Limiti ai colloqui del detenuto sottoposto a custodia cautelare, per la tutela della vittima aiaf-avvocati.it, 19 ottobre 2026 Il diritto al mantenimento delle relazioni familiari può essere limitato per specifiche esigenze di tutela. In tema di colloqui del detenuto sottoposto a custodia cautelare per il delitto di maltrattamenti in famiglia, il diritto al mantenimento delle relazioni familiari, pur essendo espressione di un diritto fondamentale della persona, può essere limitato per specifiche esigenze di tutela della vittima e di salvaguardia della genuinità della prova. A stabilirlo è la Corte di Cassazione, all’interno della sentenza n. 35978/2026. Il provvedimento della sesta sezione penale è stato depositato lo scorso 13 ottobre. È legittimo, precisano i giudici di piazza Cavour, il provvedimento che autorizzi i colloqui con altri familiari o persone legate affettivamente all’indagato, escludendo i contatti con la persona offesa, qualora dal suo complessivo tenore risulti che il diniego è fondato sulla qualità di vittima del reato e sulla sua peculiare vulnerabilità, insita nelle caratteristiche criminologiche dei maltrattamenti in famiglia; in tal caso la motivazione, ancorché estremamente sintetica, deve ritenersi implicita e non assente, né il rischio di condizionamento può reputarsi neutralizzato dal ricorso a chiamate o videochiamate. Viterbo. Suicidio in carcere, detenuto viterbese di 49 anni trovato morto viterbotoday.it, 19 ottobre 2026 È il terzo dall’inizio dell’anno a Mammagialla. Il garante Stefano Anastasia: “Tensioni e difficoltà crescenti”. Un uomo di 49 anni, viterbese, è stato trovato morto nel carcere di Mammagialla, dove era detenuto. Con problemi di dipendenze, si sarebbe tolto la vita il 19 ottobre. Un suicidio, il terzo del 2026 nell’istituto Nicandro Izzo di Viterbo. “Come sempre - dice Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio - non ne conosciamo, e forse non ne sapremo mai, le ragioni profonde. Ma non possiamo non registrare il fatto che sia il terzo dall’inizio dell’anno nell’istituto, attraversato da tensioni e difficoltà crescenti”. Per Anastasia, “è urgente che la Regione adotti il nuovo piano di prevenzione del rischio suicidario e che esso sia applicato in tutti gli istituti di pena. Ma è altrettanto urgente che nelle carceri si ristabilisca un clima di fiducia reciproca tra i detenuti e l’istituzione penitenziaria e si riduca il sovraffollamento, in modo da assicurare una maggiore attenzione degli operatori alle singole storie di vita delle persone detenute, prima condizione di prevenzione del rischio suicidario in carcere”. Nel Lazio, dall’inizio dell’anno a oggi, sono stati registrati sei suicidi in carcere: tre a Viterbo (5 febbraio, 26 luglio e 19 ottobre), due a Rebibbia (7 marzo e 23 aprile) e uno a Regina Coeli (2 ottobre). Nel 2025 i suicidi nelle carceri del Lazio sono stati otto: quattro a Rebibbia, due a Frosinone, uno a Regina Coeli e uno a Viterbo. In tutta Italia, secondo la rivista Ristretti orizzonti, dall’inizio dell’anno i suicidi in carcere sono stati 58. Nel 2025, sempre secondo Ristretti orizzonti, erano stati 80. Padova. Mauro Palma ha presentato il libro “Caro Parlamento” di Roberta Squintu e Emanuele Tuteri* unipd-centrodirittiumani.it, 19 ottobre 2026 Il 2 ottobre 2026 si è tenuta, presso la sede del Circolo Unificato dell’Esercito a Padova, la presentazione del libro “Caro Parlamento”, a cura di Mauro Palma (già Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale - GNPL), di Daniela De Robert (giornalista, già componente GNPL) e di Emilia Rossi (Avvocata penalista, già componente GNPL). Il volume raccoglie le Relazioni presentate al Parlamento italiano dal Garante, nel periodo 2016 - 2023. Durante l’incontro, organizzato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova e moderato dall’Avv. Annamaria Alborghetti, componente del Consiglio nazionale forense (CNF), oltre agli autori sono intervenuti il Paolo De Stefani, docente di Diritto Internazionale presso l’Università di Padova e collaboratore del Centro di Ateneo per i Diritti Umani, e la Dott.ssa Paola Cameran, già procuratrice della Repubblica al tribunale di Venezia e neo-garante delle persone private della libertà del Comune di Padova. Il dibattito è stato introdotto dall’Avv. Francesco Rossi, attuale Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova, e dall’Avv. Leonardo Arnau, Consigliere CNF, si è concentrato sul ruolo del Garante e dei suoi componenti nel monitoraggio delle strutture e degli enti incaricati della custodia dei soggetti privati della libertà personale. Questi ultimi non comprendono solo gli istituti carcerari per adulti e minorili, ma anche le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), camere di sicurezza presso le sedi delle Forze dell’Ordine, centri per migranti (compresi Centri di respingimento), ospedali psichiatrici (SPDC) e residenze per anziani o persone con disabilità. In particolare, tra le funzioni del Garante vi è quella fondamentale di effettuare ispezioni (anche senza la previa autorizzazione dell’ente interessato) nelle suddette strutture e parlare liberamente con le persone presenti, al fine di rilevare eventuali violazioni normative, situazioni di irregolarità, aspetti illeciti o situazioni poco chiare, e di riportarne poi l’esito in apposite relazioni. I rapporti annuali al Parlamento sono previsti dalla legge per portare all’attenzione delle massime cariche dello Stato le problematiche emerse dalla prassi di monitoraggio e per sviluppare una cultura e una prassi politica attente ai diritti delle persone private della libertà personale. I rapporti sono stati presentati regolarmente fino al 2023. Successivamente, a causa di avvicendamenti nella composizione del collegio del GNPL la loro produzione si è interrotta e il rapporto sul 2024 è stato pubblicato solo nell’aprile 2026. La discussione ha sottolineato che, anche a seguito del moltiplicarsi di fattispecie di reato e della tendenza all’inasprimento delle pene, si è registrato, negli ultimi anni, un significativo incremento del numero delle persone detenute nelle diverse strutture adibite alle misure di privazione della libertà personale. Le relazioni al Parlamento testimoniano le conseguenze reali del sovraffollamento che riemerge nelle carceri italiane, che si traducono in violazioni di diversi diritti e, talvolta, in trattamenti inumani e degradanti. L’azione del Garante può contribuire a risolvere alcune situazioni estreme: ad esempio, la chiusura della sezione “Ospedaletto” del Centro per i rimpatri (CPR) di Torino, avvenuta nel 2021 a seguito di ispezioni durante le quali erano emersi trattamenti inumani e degradanti all’interno della struttura. Il dibattito, arricchito dalle testimonianze dirette dei diversi ospiti, ha inoltre evidenziato la tendenza ad un’allarmante “infantilizzazione” dei soggetti detenuti o ospitati in determinati contesti, che si concretizza sia nelle attività particolarmente regressive ed infantili che vengono svolte nelle strutture, sia nei modi con cui gli le strutture e gli operatori interagiscono con i detenuti. Queste pratiche inducono i soggetti a una svalutazione della propria persona, che ostacola inevitabilmente il processo rieducativo, volto al reinserimento nella società, fine ultimo delle misure detentive, come previsto dall’art. 27 della Costituzione. Il titolo del volume sottolinea l’importanza non solo della Relazione annuale al Parlamento, ma anche del momento formale in cui il volume è presentato al Legislatore, momento di interlocuzione con la massima istituzione democratica del nostro Paese e che può contribuire a far crescere la cultura in materia penalistica e dei diritti umani. L’intervento di Paolo De Stefani ha sottolineato il contributo che le relazioni e le raccomandazioni del GNPL possono fornire a organismi internazionali come il CAT (Committee Against Torture delle Nazioni Unite), la CPT (Commissione per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa), al fine di produrre standard internazionali. Non solo: le osservazioni e raccomandazioni sono utilizzate anche dalla Corte europea dei diritti umani (CtEDU) per decidere casi di violazione dei diritti umani nel nostro Paese. Si osserva, però, come in Italia i decisori politici tardino a tradurre in atti normativi e azioni concrete molte delle osservazioni e raccomandazioni del GNPL, comprese quelle contenute nelle Relazioni raccolte nel volume. La pubblicazione delle Relazioni al Parlamento dal 2016 al 2023 testimonia infatti il persistente divario che intercorre tra il diritto proclamato e quello applicato nella quotidianità. Le osservazioni della neo-eletta Garante del Comune di Padova, maturate a seguito della propria attività di volontaria presso l’istituto penitenziario cittadino, oltre che in quanto ex magistrato, hanno ampiamente illustrato tale problematica. Nel suo intervento conclusivo, Mauro Palma ha ribadito l’importanza di radicare l’azione del Parlamento e del Governo in materia penale e in tutti i provvedimenti che intaccano la libertà personale sui principi della Costituzione (con particolare riferimento alla legislazione in materia migratoria). In particolare, si deve difendere l’integrità dell’articolo 27 Cost., secondo cui la pena deve rispettare il senso di umanità e tendere alla rieducazione del condannato, contro tentativi di limitarne la portata con proposte di riforma che enfatizzano obiettivi quali la pericolosità sociale del condannato e la sicurezza dei cittadini, già impliciti nel concetto stesso di pena. L’incontro di Padova si è rivelato un importante momento di riflessione sul ruolo degli organismi di garanzia e sulla necessità che i risultati dell’operato del GNPL vengano maggiormente assorbiti dalle istituzioni dotate di potere decisionale, affinché sia resa effettiva la tutela dei diritti e della dignità delle persone private della libertà personale. *Studenti della Laurea Magistrale in Human Rights and Multilevel Governance, Università di Padova Modena. Barbari (Pd) e Abrate (Avs): “Dignità e reinserimento sono anche sicurezza” lapressa.it, 19 ottobre 2026 “Una società è più sicura quando riduce le condizioni che alimentano la recidiva.? Il reinserimento si costruisce nella città”. I consiglieri comunali Luca Barbari (PD) e Martino Abrate (AVS) hanno partecipato sabato 17 ottobre al convegno “Carcere e comunità. Ridurre il sovraffollamento, ricostruire le persone”, organizzato dal Partito Democratico di Modena.? “Ringrazio Rossella Giulia Caci per l’organizzazione, i segretari Massimo Paradisi e Luigi Tosiani, i relatori, Giuseppe Leonelli che ha coordinato i lavori - dichiara Luca Barbari - e l’onorevole Debora Serracchiani il cui intervento, di grande spessore, ha tenuto insieme legalità, diritti, sicurezza e funzione rieducativa della pena.? Nelle carceri italiane ci sono oltre 66mila persone per circa 51mila posti regolamentari, al Sant’Anna 624 persone per 371 posti. Nel 2025 la magistratura di sorveglianza ha riconosciuto circa 6.500 casi di condizioni detentive disumane, contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a cui viene riconosciuto un ristoro di appena 8 euro per ogni giorno trascorso in quelle condizioni. Il Piano carceri del luglio 2025 prometteva 10mila nuovi posti entro il 2027, ma dagli ultimi dati di luglio 2026 i posti disponibili sono addirittura diminuiti anziché aumentare. A Sollicciano sono state sequestrate e chiuse sette sezioni per le condizioni igienico-sanitarie”.? ‘La situazione di oggi è analoga se non peggiore di quella che vide condannata l’Italia con la sentenza Torreggiani.? Strutture dignitose servono ai detenuti e anche a polizia penitenziaria, educatori e personale sanitario.? Ogni persona che esce dal carcere con un sacco nero contenente i pochi effetti personali e null’altro rappresenta una sconfitta per lo Stato, e rende il territorio più insicuro. Molte persone oggi avrebbero pene residue brevi da scontare: su di loro il percorso di reinserimento va costruito prima della scarcerazione. Le misure di comunità sono cresciute ma hanno raggiunto soltanto una parte di popolazione carceraria, la più povera ne resta esclusa. Circa 500 detenuti con pene inferiori ai quattro anni potrebbero accedere a misure alternative, ma mancano di una famiglia o di una rete esterna. Per loro servono case territoriali di reinserimento, accordi con le imprese, lavoro oltre il perimetro del carcere (oggi solo 3mila detenuti lavorano per soggetti terzi), risorse per la sanità penitenziaria e la salute mentale. La giustizia riparativa, introdotta dalla riforma Cartabia, merita una diffusione omogenea e il coinvolgimento di vittime e comunità - continua Barbari -. Un riconoscimento va alle associazioni, alle cooperative sociali e agli enti del Terzo settore che lavorano dentro e fuori gli istituti, dal Teatro dei Venti ai progetti sportivi, culturali e di giustizia riparativa. Questo lavoro merita sostegno e percorsi pluriennali, coordinati a livello nazionale. Ringrazio anche l’assessora Alessandra Camporota per l’impegno con cui sta seguendo una materia in cui le competenze sono frammentate tra molti soggetti.? Il convegno ha richiamato anche la tragica morte di Roberto, un ex detenuto che ha perso la vita nei pressi del Parco Novi Sad. Una vicenda dolorosa, che richiama l’attenzione sul momento in cui si passa dalla detenzione alla libertà. L’auspicio è che si faccia chiarezza sulla vicenda e questa sia l’occasione per migliorare il coordinamento’.? ‘La mia partecipazione all’iniziativa - dichiara Martino Abrate - è la testimonianza delle posizioni di Alleanza Verdi Sinistra che denuncia da sempre che le carceri italiane sono al collasso e hanno condizioni di vita inaccettabili, contrarie ad ogni rispetto della dignità umana. Come denunciato dal convegno le condizioni igienico-sanitarie sono assai critiche e vengono aggravate dal caldo estremo, dalla carenza di risorse per le dipendenze, da spazi che rendono invivibile la permanenza nelle cosiddette “camere di detentive”. E non dimentichiamo le condizioni altrettanto difficili di chi lavora in carcere, con gravi carenze di organico e situazioni ambientali difficilissime per guardie, sanitari, educatori, psicologi. In sintonia con quanto denunciato nel convegno, siamo assolutamente favorevoli a pene alternative, a percorsi di giustizia ripartiva e di reinserimento sociale, sino a la possibilità di superare gradualmente il modello detentivo tradizionale che appare incapace di rieducare ed è invece generatore di recidiva.? E proprio in questa ottica la relazione con la città diventa fondamentale per creare le condizioni di un reinserimento che potrà essere possibile in presenza di un lavoro, di un domicilio, di una rete di accoglienza. Il convegno ha dimostrato che il Comune è presente, che molte Associazioni del terzo settore sono impegnate in attività dentro e fuori dal carcere in modo encomiabile e creativo, ma purtroppo insufficiente rispetto ai bisogni,come ha dimostrato la morte di Roberto . È necessaria un perciò un più forte impegno della politica, delle associazioni, delle categorie imprenditoriali, di tutta la comunità. E in tal senso AVS dà la propria disponibilità’.? ‘Il convegno è stata un’altra importante tappa in un percorso - concludono Abrate e Barbari - con cui la politica locale si mette in ascolto e a disposizione di tutti gli operatori del carcere. Il Consiglio comunale continuerà a verificare l’attuazione degli indirizzi già approvati sul reinserimento sociale e il Partito Democratico, Avs e tutte le forze politiche che condividono questi obiettivi, continueranno a promuovere iniziative di dialogo tra città e carcere, favorire il coordinamento con amministrazione penitenziaria, magistratura di sorveglianza, servizi, avvocatura, imprese e Terzo settore. Certezza della pena e diritto al reinserimento convivono nella stessa Costituzione, e una società è più sicura quando riduce le condizioni che alimentano la recidiva.? Il reinserimento si costruisce nella città: lavoro, domicilio e una rete di accoglienza sono le condizioni che lo rendono possibile. Il Comune è presente e il Terzo settore svolge un lavoro prezioso dentro e fuori dal carcere; la vicenda di Roberto però mostra che serve di più. Per questo chiediamo un impegno condiviso di istituzioni, associazioni, categorie imprenditoriali e dell’intera comunità, disponibili a lavorare insieme per questo obiettivo’. “Il cielo in una stanza”: raccontare il carcere, riscrivere la libertà da Gaia Michela Russo goodmorninggenova.org, 19 ottobre 2026 È uscito da ormai una settimana “Il cielo in una stanza”, il documentario, disponibile su YouTube, scritto dal giornalista Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa, girato nella Casa di Reclusione di Chiavari con la partecipazione del rapper Sayf. Al centro del lavoro c’è l’incontro tra l’artista e le persone detenute, protagoniste di un laboratorio musicale in cui parole, rime e riflessioni diventano strumenti per raccontare il proprio vissuto e confrontarsi sul significato della libertà. Attraverso la musica, il documentario esplora le potenzialità delle attività culturali in carcere come occasioni di espressione, relazione e crescita. Tempi lunghi e silenzi scandiscono il ritmo del cortometraggio. La direzione di Dellacasa restituisce una lentezza visiva e d’ascolto che costringe lo spettatore a fermarsi, a sperimentare, anche solo per un attimo, la frustrazione dell’attesa. È proprio dentro questa frustrazione e questa privazione di libertà che prendono forma storie, pensieri e idee. Forse lo scarto sta proprio qui: quale nutrimento, come società, permettiamo che accompagni la nascita e la crescita di questi pensieri? Subito prima delle note de Il cielo in una stanza, cantata da Sayf davanti a un tramonto sempre più infuocato e dai colori saturi, una scritta richiama alcuni dati emersi dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale: in Italia la recidiva media viene stimata intorno al 65-70%, mentre tra le persone detenute coinvolte in attività artistiche e culturali, la stima sarebbe scesa fino al 6%. Si tratta di un dato da leggere con cautela, che non dimostra da solo un rapporto diretto di causa ed effetto, ma apre una domanda importante sul ruolo delle opportunità educative e culturali nel percorso di reinserimento. Non è necessario ricorrere alla retorica dell’arte e della bellezza capaci di salvare il mondo. Una revisione della letteratura scientifica ha analizzato 15 studi sui meccanismi biologici associati all’ascolto della musica, alla pratica musicale e agli interventi musicali. I risultati suggeriscono un coinvolgimento della plasticità sinaptica, dei fattori neurotrofici e dei sistemi ormonali. Un’altra revisione sistematica, condotta su persone con patologie neurologiche, ha rilevato cambiamenti strutturali e funzionali in reti cerebrali coinvolte nella memoria, nel linguaggio, nel controllo motorio e nella regolazione emotiva. Si tratta di risultati che riguardano soprattutto la riabilitazione neurologica, ma che suggeriscono quanto la musica possa incidere su diversi processi legati al funzionamento cerebrale e alla regolazione emotiva, aprendo interrogativi interessanti anche sul piano relazionale e sociale. Una meta-analisi di otto studi controllati ha infatti rilevato un effetto positivo complessivo delle attività musicali anche sulla regolazione emotiva, considerando esperienze di ascolto, esecuzione e creazione musicale. Se la musica può offrire uno spazio di espressione e contribuire alla regolazione emotiva, la possibilità stessa di accedere a queste esperienze dipende anche dalle condizioni in cui si sconta la pena. Eppure, il sistema penitenziario italiano è segnato dal sovraffollamento e da condizioni che spesso limitano le opportunità di relazione e partecipazione. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Antigone indica un tasso di affollamento del 139,1% e riferisce che oltre il 60% delle persone detenute trascorre quasi tutta la giornata in cella. Nello stesso quadro, le aggressioni tra detenuti sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025, con un aumento del 73%. Anche sul piano della salute mentale emerge una situazione critica. Secondo le rilevazioni citate, il 9,4% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave; il 21,1% assumeva stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi e il 46,5% sedativi o ipnotici. La presenza media degli psicologi era di circa 15,9 ore settimanali ogni 100 detenuti, in calo rispetto all’anno precedente. In un contesto di forte sofferenza, le attività artistiche possono rappresentare una risorsa importante per aprire spazi di espressione, ascolto, collaborazione e costruzione di relazioni. Non serve guardare all’estero per trovare esperienze che potremmo definire virtuose. La Casa di reclusione di Milano-Bollate, inaugurata nel 2000, ha sviluppato un modello orientato alla responsabilizzazione, alla formazione e al reinserimento sociale. Il sistema delle celle aperte durante il giorno e la sorveglianza dinamica consentono, secondo le regole dell’istituto, di accedere agli spazi comuni e alle attività trattamentali. Il progetto, avviato sotto la direzione di Luigi Pagano e sviluppato dalle direzioni successive, si affianca a esperienze culturali come il laboratorio musicale che ha portato alla realizzazione degli album Mezz’ora d’aria (2024) e 30 OP (2026), e il progetto editoriale Il Brigantino, dedicato a libri, traduzioni, video e podcast. “La libertà è un fuoco spento dentro di noi e si accende solo in caso di negazione di essere o fare”, scrive una delle persone detenute che si confronta con Sayf. Si torna così all’idea iniziale di un vuoto che si riempie di pensieri: qual è la potenza di questo fuoco che si accende? È una potenza creatrice o distruttiva? E dipende davvero soltanto da una scelta individuale, o siamo noi, come società, a poterci prendere cura di questo fuoco? Sayf parla del vuoto, dell’assenza e della perdita. In quella stanza, pur partendo da condizioni profondamente diverse, artista e persone detenute trovano un terreno comune. La musica non annulla la distanza tra loro, ma apre uno spazio di ascolto reciproco, restituendo a tutti un senso di parità e di respiro. “Può essere che ognuno di noi avrebbe avuto chance di essere un’altra persona da quello che si è. Ognuno nella vita sbaglia, ha fortune diverse. Tu hai avuto la tua fortuna, mantienila e continua per la tua strada”. Di nuovo, quel vuoto si riempie: quanto sono le circostanze, le occasioni e le scelte a determinare la direzione di un percorso? E quanto sarebbe potuto essere diverso, se qualcosa fosse andato diversamente? Non esistono risposte semplici, né percorsi del tutto lineari. Ma forse è proprio da qui che nasce la responsabilità collettiva: riconoscere che dietro ogni errore c’è una storia e che la sola punizione, per quanto possa dare un senso di soddisfazione, non basta a costruire una comunità, comunità che ha il dovere di prendersi cura di chi, a un certo punto, ha sbagliato strada. Zuncheddu e il film che fa “Zustìssia” di Elvira Serra Il Dubbio, 19 ottobre 2026 La pellicola di Francesco Piras dedicata al più grave errore giudiziario della storia italiana, quello che per quasi 33 anni ha costretto in carcere Beniamino Zuncheddu, giudicato colpevole di tre omicidi che non aveva commesso. Ci sono tanti motivi per andare al cinema a vedere Zustìssia, il film di Francesco Piras dedicato al più grave errore giudiziario della storia italiana, quello che per quasi 33 anni ha costretto in carcere Beniamino Zuncheddu, giudicato colpevole di tre omicidi che non aveva commesso. Gli attori sono perfetti, la regia è intensa. Ma il motivo più importante è Beniamino stesso, che oggi ha 62 anni ed è il fiore cresciuto nell’asfalto dell’ingiustizia coltivata nei tribunali, dove si dovrebbero garantire le condanne oltre ogni ragionevole dubbio. Quella a tempo di record di Zuncheddu - 30 giorni per il primo grado, 7 per l’Appello, la pronuncia della Cassazione meno di due anni dopo i delitti - ha trovato grottesco contrappasso nei continui rinvii del processo di revisione, che si sarebbero rincorsi all’infinito se l’avvocato difensore, Mauro Trogu, non avesse deciso per sfinimento di coinvolgere la garante per i detenuti in Sardegna Irene Testa, tesoriere del Partito radicale. Hanno sbagliato in troppi. E il regista Piras li mostra uno per uno, lasciando allo spettatore un senso di sconcerto per chi ha calpestato con la sciatteria l’impegno al servizio della legge e per chi si è dichiarato un uomo delle istituzioni e le ha tradite senza un rimorso. Ma in tanti si sono impegnati all’opposto. A cominciare dall’avvocato Mauro Trogu, che in questi anni ha lavorato pro bono, impedendo che la fiammella della speranza si spegnesse per sempre proprio all’ultimo miglio. Beniamino deve molto anche alla procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, che appena si era insediata a Cagliari con il medesimo incarico aveva scelto di studiare le sue carte. E grazie a una intercettazione ambientale ha ottenuto quanto bastava per presentare assieme a Trogu l’istanza di revisione. C’era pure lei, giovedì scorso al cinema Anteo di Milano, per la prima proiezione nazionale di Zustìssia. Beniamino sorrideva felice. Non ha ancora potuto ricevere alcun risarcimento per la vita che gli è stata rubata, il processo per la riparazione è appena cominciato. Ma una proposta di legge di cui sono prime firmatarie Irene Testa e Gaia Tortora chiede che venga riconosciuto un sostegno economico immediato agli innocenti ingiustamente incarcerati, in attesa della riparazione stabilita per legge. Va calendarizzata. Non perdiamo altro tempo. Le piazze in rivolta che la politica non capisce di Vincenzo Scalia volerelaluna.it, 19 ottobre 2026 Le manifestazioni del 17 ottobre 2026 in Italia e all’estero hanno suscitato l’interesse e la preoccupazione degli osservatori. Mentre la premier si pronuncia nell’ennesima giaculatoria di condanna e l’opposizione annaspa tra incapacità di leggere i fenomeni sociali e paura di esporsi. Eppure, i fenomeni sociali, prima di essere etichettati e classificati, quindi denigrati e meritevoli di repressione, andrebbero conosciuti e analizzati. Non si tratta di operare un’apologia del vandalismo, bensì di porsi una semplice domanda: che succede? Per quanto ci riguarda, il caso italiano, nella sua specificità, rappresenta un ottimo caleidoscopio, da scomporre nelle sue diverse cromaticità e poi provare a ricomporre. Si potrebbe cominciare da quanto, un paio di anni fa, aveva notato il compianto Emilio Quadrelli: siamo di fronte a un gruppo sociale ibrido. Sono giovani dal punto di vista anagrafico, ma sono anche adulti, perché entrano precocemente nel mondo del lavoro e spesso si sobbarcano responsabilità familiari sproporzionate alle loro possibilità. Sono italiani, perché nati e cresciuti qui. Ma continuano ad essere stranieri, per colpa di una legislazione becera che italianizza chi ha un bisnonno di Canicattì e l’Italia non l’ha mai vista, purché faccia gol in Nazionale. Ma considera straniero chi in Marocco, in Albania, in Senegal, in Ecuador, ci sarà stato un paio di volte nella sua vita. L’analisi di Quadrelli si è rivelata profetica, anche se va arricchita di alcuni spunti. Innanzitutto, quello che sgomenta gli osservatori è la mancanza di un leader o di un’ideologia tra i giovani che scendono in piazza. Effettivamente, l’organizzazione e l’elaborazione, costituiscono filtri robusti rispetto al piano rivendicativo. Peccato che abbiamo a che fare con una generazione che ha attraversato il vuoto ideologico approntato dalla generazione precedente, nonché coltivato scientemente in quanto considerato come un anticorpo contro la radicalizzazione e l’irrigidimento. Solo che, in assenza di identità robuste, di prospettive occupazionali, di welfare, di integrazione sociale, è difficile, se non impossibile che si formino individui consapevoli e inclini alla coltivazione dello scetticismo. Se aggiungiamo la preponderanza dei social e l’avanzare dei meme e dei brand a discapito dei ragionamenti, il quadro si delinea in maniera più netta. La precarietà e la marginalità sociale si rispecchiano sia sul piano ideologico che su quello pratico. Anche in conseguenza della criminalizzazione dei cosiddetti “estremismi” a cui abbiamo assistito in questi anni, di sicuro a partire dalla comparsa del movimento no-global. La violenza allora, lungi dall’essere un comportamento prevaricatorio fine a se stesso, diviene la manifestazione di un vuoto ideologico e progettuale che si combina con la rabbia per la propria condizione di subalternità. Riprendere il filo della consapevolezza, della capacità aggregativa, nonché di quella rivendicativa, diventa, sotto questo aspetto, il compito essenziale di una sinistra che voglia dirsi tale. In secondo luogo, il diaframma dei maranza è saltato rovinosamente, ed è questa, ci si consenta di dirlo, la principale preoccupazione degli osservatori. Che la qualità della vita in Italia si stesse deteriorando progressivamente, che a risentirne fossero i gruppi sociali marginali, era evidente. Come non ci voleva molto a intercettare i malesseri di una generazione ibrida. Si è scelto invece di percorrere la strada opposta, ovvero quella di criminalizzarli, di sfornare un decreto repressivo dietro l’altro. Tre dei quali, da quello anti-rave a quello cosiddetto anti-maranza, passando per Caivano, erano diretti alla popolazione giovanile. Invece di disinnescare il conflitto promuovendo politiche di inclusione sociale e di integrazione, per esempio promuovendo lo ius scholae, si è preferito degradare la questione sociale a materia penale, da rimuovere e reprimere con gli strumenti dell’ordine pubblico e del diritto penale. Il fallimento di questo approccio è sotto gli occhi di tutti: le periferie producono fenomeni da affrontare con l’aiuto di uno sguardo socio-politico piuttosto che coi manganelli, le diffide, l’incarcerazione. In terzo luogo, i fatti del 17 ottobre, preoccupano in quanto, saltando il diaframma dei maranza, salta anche il paradigma della marginalità. La dicotomia spaziale degli ultimi anni, coi centri storici ridotti a Disneyland da presidiare con le zone rosse e le periferie a contenere le classi pericolose, si è sfaldata. Parigi ci aveva avvisato. Nel 2006, i giovani delle banlieues, si erano ribellati all’interno dei loro quartieri, senza uscire dal perimetro introiettato nel loro immaginario. L’anno scorso, per celebrare la vittoria del PSG, avevano passato i confini, costringendo il sindaco a cordonare la capitale francese e provocando alcuni scontri. La dinamica, adesso, è più diffusa e radicalizzata. Le cronache parlano dei santuari dello shopping milanesi impauriti e danneggiati. C’è una politicità implicita in questi episodi, che infatti viene colta dagli osservatori dell’opinione pubblica mainstream. Le manifestazioni dei maranza mettono in discussione le gerarchie, i privilegi e gli abusi della società dei consumi, cominciando a rivolgersi contro quelli che vengono considerati dei santuari inattaccabili. Non si risolve la questione sociale devastando un negozio di lusso o un centro commerciale, ne siamo convinti. Ma magari, riflettere su questi fenomeni, può permettere di realizzare una riflessione ad ampio raggio sulle conseguenze del neoliberismo e provare a ragionare su eventuali vie d’uscita. Infine, non possiamo non svolgere una riflessione rispetto alle provocazioni. Abbiamo visto come ci troviamo di fronte una massa criminalizzata, marginalizzata, priva di riconoscimenti giuridici e sociali, stigmatizzata dall’opinione pubblica. Con la quale si sceglie di rapportarsi dispiegando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando militarmente le città. Insomma, nessun negoziato o mediazione. Si sceglie il corpo a corpo, nella speranza che si verifichino episodi eclatanti che giustifichino un’ulteriore stretta repressiva. In fondo, la scarsa politicizzazione conviene. È più facile giungere agli scontri o agli episodi violenti. Magari, come si faceva con gli anarchici negli anni sessanta, è più facile infiltrare qualcuno. Per arrivare alla svolta autoritaria definitiva. Cercasi sinistra in grado di leggere questi passaggi e di disinnescare le degenerazioni in tempo. L’onda confusa e violenta di una protesta senza ideologie di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 19 ottobre 2026 Il mistero di “Italia in piazza”. La prevenzione ostacolata dall’assenza di organizzatori e sigle conosciute. Dei 72 giovani manifestanti accompagnati in questura a Milano sabato, al culmine degli scontri in piazza Duomo e dintorni, 44 erano minorenni, e così 9 dei 16 arrestati. Tutti o quasi sconosciuti agli uffici di polizia, cioè senza precedenti o segnalazioni per fatti legati a tumulti di piazza o altri reati, tantomeno di militanza o vicinanza a qualche agglomerato politico. Molti di questi sono italiani di seconda generazione, cioè figli di immigrati nati e cresciuti nelle periferie o nei centri della provincia, convogliati nel cuore della città per provocare o partecipare alle devastazioni e alle ruberie nei negozi di merce griffata che si sono replicate ieri. Tra le persone identificate in strada l’altra sera mentre si agitavano a viso coperto, ci sarebbero perfino un paio di dodicenni. È la fotografia che emerge dai primi accertamenti sugli ultimi tumulti, e realtà simili si registrano a Bologna e in parte a Torino. Sebbene sotto la Mole risulti una componente politica più accentuata, giacché la presenza di Askatasuna e di una componente anarchica molto determinata ha sempre il suo peso, anche quando le iniziative sono innescate da altri. Ma l’assalto alla libreria Feltrinelli lascia intendere che pure in questo caso l’ideologia c’entri poco. C’entra di più la voglia di distruzione che s’accompagna a una rabbia indistinta. Tanto che altrove - di nuovo a Milano, ma non solo - i militanti dei centri sociali che si sono affacciati in piazza l’hanno abbandonata al primo sentore di scontri che sarebbero sfuggiti al controllo di chiunque. Per evitare di essere coinvolti o strumentalizzati in qualcosa che non gli appartiene. E che non condividono, almeno in quelle forme e senza un minimo di piattaforma comune o ideale. Piazze diverse - Tra i facinorosi si sventolavano bandiere italiane (di certo non un vessillo degli antagonisti), mescolate a quelle palestinesi o con le insegne dei pirati, altro segno di una massa critica magmatica e confusa. A differenza che a Roma, dove la manifestazione a cui aveva aderito la Cgil non è stata turbata da disordini significativi sia per la vigilanza del sindacato, sia per la prevenzione operata dalla polizia che è riuscita a intercettare e fermare un folto gruppo di facinorosi più “politicizzati” prima che entrassero in azione. A Verona, invece, dopo le prime razzie perpetrate da gruppi di cosiddetti “maranza” sono scesi in piazza gli estremisti di destra per fronteggiarli, rischiando di innescare una spirale che costituisce un’ulteriore fonte di preoccupazione per le forze della prevenzione. Tutti motivi per ritenere che questa ondata di violenze, che si teme possa rappresentare l’avvio di una stagione tutt’altro che tranquilla, sia certamente collegata al malcontento sociale, ma travalichi i confini della protesta ideologica per degenerare in qualcosa di informe che va oltre il disagio collettivo. Difficile da prevenire e controllare, finanche da parte di chi lo fomenta. Il paragone francese - Chi ci sia all’origine di queste autoconvocazioni nate sotto l’hashtag #italiainpiazza non è chiaro, e non s’è ancora capito. Si indicono appuntamenti via social network senza la firma o all’insaputa dei gruppi organizzati più o meno noti, rilanciati con grande rapidità di dispositivo in dispositivo, di cui è difficile individuare l’origine. Le indagini della polizia telematica e dei servizi di sicurezza sono in corso, ma non hanno ancora dato risultati (o almeno che si possano rendere noti al momento). Qualcosa di simile a quanto accaduto in Francia nelle scorse settimane quando è stata lanciata la manifestazione di sabato, che pure è sfociata in scontri violentissimi e centinaia di arresti; si parlava dei gilet gialli, senza che i responsabili ufficiali o ufficiosi di quel movimento ne sapessero nulla. Si è pensato persino a una manovra tesa ad accumulare follower prima ancora che a radunare persone in strada, e sono state ipotizzate influenze straniere rimaste però indimostrate. Ora si sta cercando di capire se qualcosa di simile stia accadendo anche in Italia. Per capire quale sia la realtà da affrontare e con quali piani. Le manifestazioni indette da persone ed entità note o comunque riconoscibili, con le quali si può discutere e trattare, o comunque in qualche modo controllabili, sono di regola gestite o gestibili; quando non si sa da dove viene l’insidia, o ci si trova di fronte ad attori finora sconosciuti, tutto diventa più difficile. Anche cercare di prevenire o fermare sul nascere gli scontri muovendosi in anticipo. Una strategia è tenere il più possibile distinti il fronte del dissenso organizzato, compreso il più duro che si presenta a volto coperto, da quello improvvisato e di origine ignota che può celare qualunque cosa e adatto a ogni tipo di strumentalizzazione. Perché con il primo si può tentare di mediare e studiare le mosse per contenerlo e limitare i danni, con il secondo è molto più complicato. La democrazia si difende offrendo un’idea di futuro di Francesco Ramella* Il Domani, 19 ottobre 2026 L’impegno giovanile e gli scontri di certi gruppi con le forze dell’ordine sono due storie diverse. Ma una democrazia non si difende soltanto garantendo l’ordine nelle piazze. Si difende anche offrendo ai ragazzi ragioni per credere nell’avvenire e nella possibilità di cambiarlo senza violenza. Le piazze italiane sono tornate a riempirsi di giovani e giovanissimi. Le manifestazioni e gli scontri raccontano però due storie che sarebbe un errore confondere. La prima è quella di un nuovo protagonismo politico giovanile, dall’Europa agli Stati Uniti, fino all’Asia. La seconda riguarda le violenze che hanno accompagnato alcune proteste. Episodi gravi, riconducibili a gruppi minoritari ma eterogenei, dalle frange più radicali dei collettivi studenteschi ai gruppi antagonisti, fino ad alcuni giovani di origine immigrata. In alcuni casi, gli stessi manifestanti hanno tentato di isolare gli “incappucciati”. Confondere queste storie significa ridurre una mobilitazione sociale a un problema di ordine pubblico e rinunciare a comprendere la violenza. Partiamo dalla prima. Dietro le proteste si intravedono le tensioni di quella che, insieme a Sonia Bertolini, abbiamo chiamato “generazione della policrisi”. Una generazione cresciuta tra crisi sovrapposte - economiche, ambientali, sanitarie, geopolitiche - che hanno incrinato le promesse di progresso e mobilità sociale delle generazioni precedenti. Ai giovani si chiede di investire nel proprio futuro, mentre si moltiplicano le ragioni per dubitare che sarà migliore del presente. In un’indagine Istat su quasi 100mila adolescenti, il 38 per cento dei 14-19enni dichiara di avere paura del futuro; tra le ragazze il 42 per cento. Certo, nelle mobilitazioni italiane conta anche l’emulazione delle proteste francesi e spagnole. E chi è tornato a chiedersi perché i nostri presunti “bamboccioni” non scendessero in piazza sembrava aver dimenticato le manifestazioni per Gaza, per la parità di genere e contro l’estrema destra. In Italia il disagio dei giovani ha ragioni profonde e strutturali. Tra i 15 e i 29 anni lavora appena un giovane su tre (33,1 per cento), circa sedici punti meno della media europea; il 13,3 per cento non studia, non lavora e non segue percorsi formativi. Pesano salari bassi, precarietà, difficoltà di accesso alla casa e un welfare poco orientato all’autonomia giovanile. Non sorprende che, secondo l’Istat, soltanto il 45 per cento degli 11-19enni immagini il proprio futuro in Italia, mentre il 34,2% pensi di vivere all’estero. Ma l’insicurezza materiale non racconta tutto. Una generazione prende forma quando riconosce di condividere problemi e un destino comune. Dalle nostre ricerche emerge un “post-materialismo precario”: i giovani aspirano all’autonomia, a lavori significativi, alla sostenibilità e alla qualità della vita, senza però poter dare per acquisita la sicurezza economica. Non è una generazione senza aspirazioni; è una generazione che fatica a trovare i mezzi per realizzarle. Lo scarto tra aspettative e opportunità può produrre sfiducia e ripiegamento, ma anche partecipazione e domanda di cambiamento. Veniamo alla seconda storia, quella della violenza. La radicalizzazione di alcune frange non va sottovalutata. Sarebbe gravissimo trasformare la spiegazione del disagio in una giustificazione degli scontri. Chi usa la piazza per reclutare militanti e alimentare la violenza va isolato e condannato senza ambiguità. Ma è pericolosa anche la strumentalizzazione sul fronte opposto. Ridurre ogni protesta a emergenza di ordine pubblico e rappresentare le forze dell’ordine come patrimonio di uno schieramento, anziché istituzioni al servizio di tutti, esaspera le contrapposizioni. È il paradosso della “securitizzazione”: cercare consenso promettendo ordine e rischiare di produrre più disordine. Le ricerche sulla radicalizzazione richiamano, oltre ai gruppi di pari, il peso dell’esclusione sociale, della percezione di ingiustizia e della sfiducia nell’imparzialità della polizia e della giustizia. La sicurezza richiede fermezza e rispetto dei diritti, non una retorica dell’emergenza. C’è poi una responsabilità più ampia. Che messaggio arriva ai giovani da un mondo in cui la violenza è sempre più esibita da chi detiene il potere? Dalla devastazione di Gaza alle retoriche aggressive di Donald Trump e alle pratiche coercitive dell’Ice verso gli immigrati, la forza viene spesso presentata come risposta ordinaria ai conflitti. Non si tratta di equiparare fenomeni diversi né di assolvere chi aggredisce nelle piazze. Ma quando la violenza si normalizza dall’alto, cresce il rischio che anche dal basso appaia inevitabile o legittima. L’esempio dei potenti conta, ed è un pessimo esempio. Una democrazia non si difende soltanto garantendo l’ordine nelle piazze. Si difende anche offrendo ai giovani ragioni per credere nel futuro e nella possibilità di cambiarlo senza violenza. Proteste francesi e vergogna italiana: impariamo ad ascoltare i giovani. *Sociologo Cacciari: “Giovani senza speranza. Si sentono traditi, una vergogna le politiche dei loro padri” di Flavia Amabile La Stampa, 19 ottobre 2026 Il filosofo: “Le democrazie non offrono più benessere né opportunità”. C’è il fallimento della democrazia e l’assenza di risposte da parte dei governi dietro le proteste che da due giorni sono esplose in Italia, secondo Massimo Cacciari, filosofo, oltre trent’anni di politica, da sempre attento osservatore di questioni sociali ed economiche. Ieri per il secondo giorno a Milano la protesta è diventata guerriglia. E lo stesso è avvenuto sabato a Torino, Bologna… “E a Parigi, in Spagna…”. Però iniziamo da quelle italiane. Pensa che ci siano differenze rispetto alle proteste scoppiate oltre confine? “Sono la stessa cosa. Si tratta di una situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile”. Intollerabile perché? “Perché una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali. La democrazia non è un’idea astratta, si regge sulla base di politiche economiche e sociali, che difendano i più deboli, i redditi più bassi, che si fondano su politiche fiscali progressive”. “Quindi si tratta di una protesta legata al malcontento o c’è altro dietro la guerriglia nelle piazze? “Nelle manifestazioni può accadere di tutto ma è evidente che la protesta nasce da un’insoddisfazione radicale, da una rottura generazionale, come c’è stata, a volte, anche nel passato. Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze. Basta vivere nel mondo della scuola o a contatto con i giovani per capire la frustrazione profonda che provano per le vergognose politiche dei padri”. L’Italia è arrivata più tardi alle proteste rispetto alla Francia e alla Spagna. C’è stato un effetto emulazione, un malcontento meno sentito? “Una settimana prima o una settimana dopo, che cosa cambia? Sono processi storici che vanno analizzati un po’ più dall’alto”. Si parla di una regia dietro le proteste. Che ne pensa? “Ma no! Una regia europea, il grande vecchio, ma perché?”. Quindi nessuna regia, nessuna strumentalizzazione delle piazze e nessuna differenza tra l’Italia, la Spagna e la Francia? “Le differenze ci sono e dipendono dalla situazione locale. Per esempio, in Spagna la protesta può essere più legata ai problemi relativi alla casa, mentre in Italia lo è di meno, perché l’80% degli italiani in un modo o nell’altro, magari in condizioni penose, ma ha la casa di proprietà, oppure ha affitti popolari bassissimi. Al di là di questi dettagli, ci troviamo di fronte a una crisi generale che sta diventando sempre più forte e le persone di buonsenso come il sottoscritto stanno ripetendo da anni che non si può andare avanti così, che la democrazia non può basarsi soltanto sull’idea che siamo democratici. La democrazia si regge sulla base di politiche concrete che difendono i giovani, che danno loro speranza, che proteggono i redditi più bassi, che combattono le disuguaglianze sociali. Senza questo tipo di interventi non possiamo stupirci che non si vada avanti. In Europa, poi, che è la terra del welfare?”. Se non è la casa, che cosa ha spinto gli italiani a scendere in piazza? L’assenza di politiche per i giovani? La difficoltà nel trovare un lavoro? “C’è una situazione di frustrazione, un malessere generale. Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente. Se si resta rintanati in un palazzo forse è difficile rendersene conto”. Meloni ha chiesto all’opposizione di uscire dall’ambiguità e condannare le violenze. Non una parola sul malcontento di chi era in piazza... “Ma cosa deve dire? Può essere lei a fare l’analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente? Sia chiari, però, non è che la colpa sia solo sua, è di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent’anni. I governi europei si sono retti per decenni garantendo crescita di diritti, crescita dei servizi e anche crescita del benessere. Da trent’anni questa crescita è bloccata e in Italia più che altrove. Ci si può meravigliare che le persone decidano di scendere in piazza?”. La gravità della situazione economica e sociale può giustificare le violenze? “Ma è ovvio che condanniamo le violenze. Per carità di Dio, su, questo è retorico. Però, se la situazione si esaspera durante una manifestazione ci possono essere anche i deficienti che appunto fanno dei gesti idioti e assolutamente controproducenti per la causa che dichiarano di voler sostenere. Ma questo c’è sempre stato, non è una novità di oggi”. Dopo questa ondata di proteste la classe dirigente politica troverà le risposte che la piazza attende? “Speriamo che si sveglino. Certamente se si limitano soltanto a denunciare le violenze e non capire che appunto sono l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica che riguarda tutta la politica europea e che sta mettendo in crisi proprio gli assetti fondamentali, materiali delle nostre democrazie, non si va avanti. Se, invece, riescono a fare questo sforzo mentale può darsi che si sia anche un contraccolpo e comincino a livello europeo politiche adeguate per sostenere le sacrosante richieste delle nuove generazioni in particolare, ma anche di tutti i cittadini meno abbienti”. Pensa che sia possibile questa presa di coscienza? “La crisi in atto è stata denunciata sul piano scientifico, sono stati assegnati premi Nobel o sono stati candidati al Nobel economisti chi hanno avvertito che non si può andare avanti così. Penso, per esempio, a economisti come Joseph Stiglitz o Thomas Piketty. E la classe dirigente crede di poter rispondere alle richieste con le armi?”. Da novembre partiranno una serie di elezioni in Europa che potrebbero portare a cambiamenti delle classi politiche. Sarà questa la risposta alle piazze? “Il grande rischio è che a questo punto, vincano le destre di fronte alla pochezza totale dei cosiddetti democratici, che aprono la bocca soltanto per denunciare le violenze, non per rimuoverne le cause”. E in Italia? Da cinque anni governa la destra e potrebbe vincere ancora. Un’anomalia? “Sì, un’anomalia: malgrado non abbia fatto nulla e siano fallite tutte le riforme che proposte in campagna elettorale, il governo Meloni è durato cinque anni, dimostrando la notevole abilità della leader e la pochezza delle opposizioni che discutono di primarie. Come fidarsi della provvidenza divina”. Adolescenti: generazione iperconnessa eppure sola di Maria Paola Mosca Il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2026 Continuiamo ad accumulare prove: gli adolescenti sono sempre di più una generazione iperconnessa eppure sola. Siamo però sicuri, leggendo i dati che descrivono una tendenza sempre più chiara, di capire cosa condiziona la loro crescita? E di stare guardando alla loro condizione e al loro sviluppo attraverso gli occhiali giusti? In Italia, a gettare nuova luce sui confini della situazione, arriva il recente policy brief di Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), dal titolo “Proteggere il benessere dei minori. Un’infrastruttura per il monitoraggio delle politiche”. Se l’obiettivo del documento è quello di porre l’attenzione sulle iniziative da intraprendere per migliorare le politiche per la salvaguardia di bambini e ragazzi, il suo valore risiede particolarmente nel modo in cui delimita il campo di studio. Nel proporre indicazioni su dove incanalare gli sforzi, infatti, l’analisi tratteggia il quadro affidandosi, almeno in parte, proprio ai pareri dei diretti interessati. Protagonisti coinvolti in un’indagine specifica di fine 2025. Come vivono gli italiani dai 7 ai 14 anni il loro “posto” in famiglia? Che esperienza hanno dei rapporti coi coetanei? Quanto e come la diffusione dalle tecnologie digitali impatta la loro quotidianità? Dai risultati emerge una realtà per certi aspetti scontata. Ma per altri fatta di sfumature meno definite utili però intanto a chiarire il punto di partenza. E, da qui poi, per proporre aggiustamenti agli interventi possibili. La preadolescenza, vista attraverso gli occhi dei ragazzi che l’attraversano - Nello stilare il suo testo, Inapp ha analizzato dati raccolti su un campione di 4.750 bambini e bambine, su quindici regioni italiane, che frequentano le scuole primarie e le secondarie di primo grado. Già a uno sguardo d’insieme, alcune tendenze emergono chiarissime. Seppure hanno accesso a strumenti di comunicazione istantanea in modo massiccio, i giovani italiani si sentono soli. Con l’aumento dell’età, sono sempre meno soddisfatti dei legami con i coetanei. E sentono di non essere ascoltati o potersi esprimere in famiglia su decisioni che li riguardano. Come ricorda l’Istituto di analisi per le politiche pubbliche, “l’ingresso della pre-adolescenza si conferma uno dei momenti più critici e delicati per il benessere emotivo e relazionale dei bambini e ragazzi nel nostro Paese”. Un passaggio che oggi soffre particolarmente di relazioni sociali riscritte e fortemente mediate dall’uso intenso dei social media. A testimoniarlo, i risultati dell’indagine sugli adolescenti italiani da cui appare, quasi inequivocabile, “la rottura relazionale e i rischi legati all’iperconnessione nel passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado”. La solitudine nell’era dell’iperconnessione - Nel proporre la sua riflessione, Inapp si è mossa nell’ambito di tre indirizzi strategici di tre atti di programmazione nazionale: il 6° piano di azione per la tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (PNIA), il piano nazionale per la famiglia (PNF) e il piano di prevenzione contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori (PNCP). Ed entro questo campo d’azione ha sovrapposto le esperienze percepite dagli adolescenti. Dai numeri all’analisi, appare chiaro da subito un assioma a cui tendono praticamente tutte le evidenze raccolte: “L’uso intenso dei social aumenta isolamento e conflitti”. Lo confermano le risposte raccolte tra i ragazzi, che quasi sempre puntano, in qualche modo, a questa costante. Pensiamo, per esempio, al dato più immediato del possesso di un device. In Italia oggi, solo un bambino di seconda media su dieci non ha uno smartphone. E seppure questi strumenti possano essere visti come amplificatori delle connessioni, gli intervistati segnalano già dalla quita elementare un peggioramento progressivo della soddisfazione delle relazioni con gli amici. Vediamo i numeri. Tra gli oltre 4.700 rispondenti la quota di studenti che possiedono un cellulare sale dal 52,7% al 90,7% dall’ultimo anno della scuola primaria al secondo della secondaria di primo grado. Un po’ in conseguenza di questo, cresce poi dal 20,4% al 55,3% il loro utilizzo quotidiano. Allo stesso tempo però cresce anche la percentuale dei dodici-tredicenni che affermano di sentirsi soli spesso o molto spesso. Lo fanno, rispettivamente, il 16,5% e il 25% dal totale. Tra gli altri domini considerati, questa sensazione di solitudine, intesa come “esperienza soggettiva di isolamento sociale legata al modo in cui una persona percepisce e valuta la qualità e l’adeguatezza delle proprie relazioni”, vede l’emergere di una disparità di genere. Che va a crescere all’aumentare dell’età considerata e vede le ragazze apparire più colpite. Come confermano, lo abbiamo visto, i numeri di quanti si sentono soli. Ma anche le percentuali di chi, al contrario, afferma di non sentirsi mai solo/a. Se già in quinta elementare lo indica il 40,5% delle ragazze e il 46,4% dei ragazzi, è in seconda media che la forbice si amplia. Nel primo caso la quota tra le ragazze scende al 35,3%. Nel secondo, invece, cala per i maschi di meno di due punti percentuali (44,7%). Soli tra coetanei - Pur nella sua rilevanza, la condizione di solitudine nell’era dell’iperconnessione non è l’unico aspetto in cui la differenza di genere si manifesta palese. La diffusione capillare dei cellulari ha introdotto una nuova variabile nelle relazioni tra coetanei che interessa in modo differente le italiane e gli italiani. A partire, come indica il documento Inapp, dal fatto che “un utilizzo dei social media orientato alla ricerca di approvazione, può paradossalmente tradursi nella riduzione delle interazioni faccia a faccia”. E anche perché, più nello specifico, il bullismo come sottoprodotto negativo della socialità si manifesta più facilmente online. Ed evolve velocemente all’aumentare dell’età - andando di pari passo con un sempre maggior uso delle piattaforme. In una prospettiva di genere, questo si legge nell’ampliarsi della forbice tra violenze avvenute nel mondo reale o digitale di cui ragazzi e ragazze si dichiarano vittime. Secondo le rilevazioni i maschi sono più esposti ad attacchi fisici - in quinta elementare il 27,1% indica di essere stato picchiato almeno una volta. Lo fa il 13,2% delle ragazze. Le ragazze, al contrario, patiscono maggiormente di esclusione sui social: lo afferma il 20,7% delle studentesse di dieci anni ma solo il 14,3% degli studenti della stessa età. Tra le dodici-tredicenni, il 25% arriva a sentirsi solo online, contro il 16,5% dei coetanei. Nonostante sappiano indicare le sensazioni che provano, però solo una parte minoritaria dei giovani di seconda media pare avere una chiara percezione dei rischi e delle conseguenze dannose collegati all’uso dei social. Stando ai dati raccolti da Inapp, se arriva al 25% la percentuale di quelli che riconoscono i problemi della rete, solo il 32,5% cerca di ridurre l’uso di internet senza, però, riuscirsi. Il 20,1% ammette un aumento dei conflitti tra famigliari e amici. E il 17,4% registra un peggioramento dei voti a scuola Intervenire presto - Guardare la situazione attraverso gli occhi dei ragazzi permette un interessante passaggio di prospettiva. Dalle risposte raccolte, per esempio, emerge come l’ambito familiare in genere “regge” almeno fino alla fase della pre-adolescenza. Ma inizia ad affannare soprattutto quando si passa dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado. Da un parte, la quasi totalità di chi ha tra i 7 e i 14 anni dice di sentirsi accudito in famiglia. Lo afferma il 91% i ragazzi di terza, oltre il 92% quelli di seconda media. Dall’altra però cala con l’età la percezione di essere ascoltati dai grandi di casa e di poter esprimere le proprie idee o condividere coi genitori le decisioni che li riguardano. Un deterioramento delle relazioni familiari che se può apparire come evoluzione naturale del crescere, viene però esacerbato da rischi esterni oggi particolarmente insidiosi. La fragilità dei rapporti soprattutto tra coetanei, le evidenze rilevate rispetto al senso di solitudine e insieme del bullismo online rampante portano infatti gli autori del brief Inapp a segnalare, intanto, la necessità di una preparazione migliore degli adulti - i genitori certo, ma anche gli operatori e i professionisti dei servizi. E, uscendo dal perimetro specifico dell’indagine, la necessità di intervenire presto. Prima. Guardando al KIDS Act europeo, proposta di regolamento della Commissione per la protezione dei minori online, il testo segnala che “le politiche debbano essere in grado di operare scelte decisive per contrastare le fragilità che si manifestano già nella fase preadolescenziale e che esitano in forme di isolamento e ritiro sociale agendo in una logica preventiva”. Soffermandosi sulla situazione del bel Paese segnala poi un “posizionamento debole dell’Italia” dove “le infrastrutture per la socialità esistono ma restano concentrate sui territori più svantaggiati e sulla fascia d’età il cui disagio è già conclamato”. Da qui, allora, le indicazioni più urgenti: anticipare il supporto relazionale ai dieci anni; educare all’uso sano del digitale; monitorare le forme di isolamento peggiori (o estreme come l’hikikomori). Ribadisce lo stesso presidente dell’istituto, Natale Forlani: l’indagine “conferma la crescita esponenziale e incontrollata dell’utilizzo degli strumenti digitali e dell’accesso ai social da parte dei minori nelle fasi pre-adolescentiali con conseguenze negative di varia natura, cognitive e relazionali e con preoccupanti effetti di dipendenza cronica. Urge una presa di consapevolezza collettiva dell’entità del fenomeno e dell’esigenza di contrastarlo con un coinvolgimento organico delle istituzioni, del sistema scolastico e delle famiglie”. Credere, obbedire, odiare: il manuale dei baby suprematisti di Cristina Giudici Il Domani, 19 ottobre 2026 Nel giugno 2025 il primo vero allarme in una relazione dell’antiterrorismo ignorata dai media: le indagini esaminate sulla rete neonazista suprematista hanno riguardato quasi 40 minorenni. Molti di più dei nove coinvolti in inchieste sul terrorismo islamico. Le pareti azzurre di una cameretta. Tre ragazzi con maschere a forma di teschio fanno il saluto romano. In un’altra foto, uno impugna un’ascia. Sulla scrivania, una pistola. È il mondo parallelo di un diciannovenne di Voghera, arrestato il 13 ottobre. Nella sua stanza, la Digos ha trovato due pistole, un fucile e simboli nazisti. Gli investigatori sono risaliti a lui attraverso il cellulare di Matteo C., altro suprematista di Pavia, agli arresti domiciliari. Entrambi frequentavano la stessa chat scolastica. È l’ultimo arresto di una lunga serie, che ha trasformato l’allarme per la radicalizzazione neonazista dei giovanissimi in un’emergenza. Aggressioni armate a scuola, anche l’ultimo caso francese è collegato agli emulatori di Columbine A centinaia di chilometri di distanza, un’altra cameretta racconta la stessa storia. Sulle lenzuola del letto a castello, gli orsacchiotti. Sulle assi di legno slogan e segni scritti da una mano compulsiva che inneggiano al suprematismo: svastiche, rune, insulti razzisti e omofobi. E la doppia cifra 14 e 88: le Fourteen Words del suprematista David Lane (“Dobbiamo garantire l’esistenza del nostro popolo e un futuro ai bambini bianchi”) e Heil Hitler. Su una mensola, accanto a un pupazzo con un cuore rosso sul petto, una maschera da hockey come quella di Jason Voorhees, il serial killer della saga horror Venerdì 13, decorata con svastiche e pure i baffetti di nefasta memoria. Dietro la porta, una bandiera della Kriegsmarine, la marina militare della Germania nazista. Il piano segreto dell’AfD: “Remigreremo anche i tedeschi non assimilati” Alla fine di settembre 2026, durante un’operazione antiterrorismo in diverse città italiane, gli investigatori entrano nella casa isolata di un diciassettenne a Folgaria. Nelle chat di Telegram usa il nickname Abuse311. È spavaldo: istiga alla violenza, mostra le armi, sembra impaziente di passare all’azione. Quando arrivano i poliziotti, però, abbassa lo sguardo e non dice nulla. Nella sua cameretta i simboli dell’odio sono tracciati sulle assi del letto, impossibili da ignorare a meno che la sua stanza non sia stata preclusa agli adulti. Abuse311 è uno dei protagonisti di un fenomeno che attraversa l’Italia e che preoccupa sempre di più gli apparati dell’antiterrorismo: la radicalizzazione rapida di minorenni e giovanissimi che per dimostrare di esistere devono odiare. Già nel giugno 2025 Maria Cristina Palaia, allora magistrata della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, oggi procuratrice aggiunta a Roma, lancia un allarme in una relazione ignorata dai media: nelle indagini esaminate sono minorenni 9 su 53 nell’ambito jihadista e 39 su 92 in quello suprematista. Secondo la Relazione annuale dell’intelligence, presentata nel marzo 2026, le operazioni antiterrorismo che coinvolgono minori passano da sette nel 2023 a ventisette nel 2025, salendo dal 27 al 41 per cento del totale. Riguardo all’estrema destra internazionale, nel 2025, 51 dei 66 soggetti coinvolti sono minorenni. Tra estremismo nichilista e il mito di Columbine: la globalizzazione delle sparatorie nelle scuole Nell’inchiesta avviata nel 2025 e coordinata dalla Procura di Venezia, emerge la vita onlife dei baby suprematisti. Alcuni raccontano un’aggressione a Benevento: un ragazzo ritenuto antifascista è costretto a inginocchiarsi in video e dire “Viva il duce”. Altri fantasticano di schiavizzare e uccidere neri. Celebrano Brenton Tarrant e Luca Traini. Fra gli inviti a fare la marcia su Roma affiorano le insicurezze adolescenziali: Abuse311 racconta di aver smesso di indossare gli occhiali per sembrare più aggressivo ma ha paura di usare le lenti a contatto, è fiero della patente A1. Per Palaia nell’Alternative Right convivono movimentisti e fautori della lotta armata. Gli accelerazionisti puntano al caos e alla guerra razziale. Alcuni ragazzi sono infraquattordicenni, “privi di solide basi ideologiche”. Il white jihad mescola suprematismo e jihadismo: svastiche e video delle uccisioni dell’Isis circolano nelle stesse chat. Palaia avverte che aggressioni trattate come criminalità comune possono nascondere motivazioni suprematiste. Chiede coordinamento fra procure distrettuali e minorili e percorsi di deradicalizzazione. In Val d’Isarco la rete è internazionale. Il 12 febbraio 2025 viene arrestato un quindicenne che, secondo gli investigatori, militava in Rage Section 764, rete nichilista nata in Texas. Avrebbe progettato di uccidere un senzatetto o una persona disabile e filmare il delitto. Secondo il suo avvocato, ha ringraziato gli inquirenti per averlo fermato in tempo. Marco Lombardi dirige ITSTIME, centro di ricerca dell’Università Cattolica di Milano su terrorismo e radicalizzazione. I ricercatori raccontano di un adolescente passato in due mesi dalle chat al tentativo di costruire un’arma. “In quelle bolle digitali sono espulsi tutti gli attori che dovrebbero partecipare al processo educativo”, osserva Lombardi. “Basta uno swipe sbagliato per ritrovarsi intrappolati perché gli algoritmi ripropongano contenuti sempre più estremi”. La Lega abbraccia gli estremisti neri del Remigration summit The Base, fondata dall’americano Rinaldo Nazzaro, residente a San Pietroburgo, nel 2025 promuove con White Phoenix uno Stato etnico bianco nella Transcarpazia ucraina. Per il Guardian, ex militanti sospettano legami con i servizi russi, per ora non confermati. Lombardi respinge l’ipotesi di una regia di Mosca. “Siamo in un mondo in conflitto e destabilizzato. Diversi attori e cattivi maestri possono soffiare sul fuoco e sfruttare il caos”, precisa. A Milano, nel marzo 2024, un sedicenne ucraino è stato arrestato per le sue aggressioni a stranieri in metropolitana. Ha una svastica tatuata sul petto e in casa un machete con la scritta White Power. A Pavia Matteo Celibashi aveva creato su Telegram “Terza Posizione Chat”, ispirata all’omonima organizzazione eversiva. Teorizzava violenza e caos per instaurare uno Stato autoritario su base etnica. Diffidava di CasaPound e Forza Nuova, considerate parte del sistema. Questi giovani non cercano una sede, un corteo o una tessera. Cercano altri ragazzi, una comunità chiusa, il passaggio dalle parole ai fatti. E il timore di chi li monitora quotidianamente inizia quando escono dalla chat per inabissarsi nel dark web e trovare armi oppure escono dalla stanza sigillata agli adulti per cercare il loro nemico.