Claudio Bottan, primo ex detenuto a diventare giornalista di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 18 ottobre 2026 Tessera di pelle rossa, scritta oro, numero 193505: a riceverla è Claudio Bottan dall’Ordine dei giornalisti dell’Abruzzo. Da vicedirettore di ‘Voci di dentro’, giornale scritto dai reclusi nei penitenziari di Lanciano, Chieti e Vasto, Bottan ne dà notizia con un articolo sul sito del periodico. Stavolta, la notizia è lui in persona. È infatti il primo ex detenuto a essere iscritto all’Ordine. L’unico precedente conosciuto è quello di Claudio Lamponi: condannato all’ergastolo, è entrato a far parte dell’odg della Lombardia ad honorem, nel 2024. A gNews, Bottan definisce l’iscrizione all’albo una battaglia per tutti i detenuti. Una volta pagati i propri debiti con la giustizia, non ci dovrebbero essere ostacoli per entrare negli ordini professionali. “L’abbiamo combattuta io e il mio ‘maestro’, Francesco Lo Piccolo, presidente e direttore di ‘Voci di dentro’ - racconta -. Nelle carceri nelle quali lavoriamo si sono formati fisioterapisti, laureati in giurisprudenza e in altre discipline, ma non potranno mai esercitare. Ci piace pensare che il mio caso possa aprire nuove prospettive”. Per entrare nell’Ordine dei giornalisti, i precedenti penali non sono un ostacolo automatico. La legge professionale (n. 69 del 1963), all’articolo 31, prevede che un condannato possa iscriversi all’albo “se, vagliate tutte le circostanze e specialmente la condotta del richiedente successivamente alla condanna, ritenga che il medesimo sia meritevole della iscrizione”. L’unica preclusione è la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici: se e finché c’è, l’iscrizione non è possibile. “Io personalmente non l’ho avuta. Ma, per esempio, altri nostri redattori reclusi hanno l’interdizione limitata alla durata della pena, quindi al momento non potranno iscriversi all’Ordine”, dice il giornalista. Condannato a 9 anni in totale per reati fallimentari, Bottan ne sconta 6 in carcere. Entra per la prima volta nel 2016 a Busto Arsizio, e inizia a collaborare per vocelibera.net, sito creato da Fabrizio Corona, mentre era detenuto nel carcere milanese, e dal fratello Federico. Grazie a questa esperienza editoriale, Bottan ottiene il cosiddetto permesso ‘articolo 21’, che consente di uscire di giorno e tornare in istituto la sera. Successivamente, mentre è in misura alternativa, inizia a lavorare per un service editoriale a Milano. Ma le condizioni di lavoro non sono ottimali: “Ero quello che aveva bisogno di essere occupato. Ero sottopagato, non avevo alcun tipo di tutela, ma per me è stata un’esperienza fondamentale”. Bottan sconta la sua pena detentiva in diversi penitenziari: oltre a Busto Arsizio, anche a Viterbo e Rebibbia. Poi, l’affidamento in prova al servizio sociale. Nel 2022, inizia a collaborare per ‘Voci di dentro’ e ne diventa vicedirettore due anni dopo. Il giornalismo è il filo della storia di Bottan anche in amore. È proprio nella ricerca di belle storie da raccontare che si imbatte in Simona e nella sua lotta contro la sclerosi multipla. “La prima volta che ci siamo incontrati mi ha detto ‘non muovo le braccia, non muovo le gambe, però voglio arrivare fino ai piedi dell’Himalaya’. Io le ho proposto un’intervista…che ormai dura da 10 anni”, racconta il giornalista, che definisce l’attività in ‘Voci di dentro’ come il suo “secondo impegno”: “Il primo è quello di prendermi cura di lei”. Bottan e la compagna vivono in provincia di Roma. Massa Carrara. La lettera-denuncia di Battisti: “Il carcere scoppia” di Simone Dinelli Corriere Fiorentino, 18 ottobre 2026 “Non ce la facciamo più, il carcere di Massa agonizza sotto il peso di un sovraffollamento che ne rende impossibile la gestione”. A lanciare il grido d’allarme è Cesare Battisti, ex appartenente ai Proletari armati per il comunismo, condannato all’ergastolo per quattro omicidi commessi negli anni Settanta e recluso a Massa dal 2023, dopo l’estradizione dalla Bolivia del 2019. Battisti ha scelto di affidare a una lettera indirizzata al suo legale Davide Steccanella la denuncia sulle condizioni della casa circondariale apuana. “La logistica, la sorveglianza, l’area trattamentale e il servizio sanitario sono allo sbando”, sostiene il detenuto eccellente, che punta il dito soprattutto sulle condizioni quotidiane: dalla cucina, che definisce “incompatibile con le più elementari norme igieniche”, alla “qualità e alla quantità del vitto”. Secondo il detenuto, alcuni alimenti destinati allo scarto nella distribuzione commerciale verrebbero ridistribuiti ai reclusi: accuse accompagnate dalla richiesta implicita di verificare quanto scrive. I numeri fotografano la pressione sulla struttura: secondo i dati ufficiali del ministero della Giustizia aggiornati al 16 ottobre, i detenuti sono 299 a fronte di una capienza regolamentare di 177 posti. Un’eccedenza di 122 persone che porta la presenza carceraria ben oltre i limiti previsti. Battisti descrive un peggioramento rapido: il penitenziario, scrive, sarebbe passato in pochi mesi da “un modello positivo di esecuzione penale” a “una situazione ormai difficile da governare”. A pesare è anche la chiusura lo scorso giugno di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, con conseguenti ricadute sull’intero sistema penitenziario regionale. Un altro nodo riguarda l’assistenza sanitaria: Battisti riferisce che l’infermeria, “già inadeguata rispetto alla popolazione inizialmente prevista”, sarebbe stata trasformata in “uno spazio di deposito per casi gravi di tossicodipendenza e persone con disturbi psichiatrici”. Una condizione che, a suo dire, renderebbe più difficile garantire cure appropriate e seguire le situazioni di autolesionismo. Anche gli spazi detentivi sarebbero stati modificati: “nelle celle per due persone è stata aggiunta una terza branda. E circolerebbe persino l’ipotesi di inserirne una quarta”. La denuncia prosegue con il racconto di corridoi sporchi, locali comuni inadeguati e frigoriferi insufficienti nelle aree condivise. Massa, osserva Battisti, “continua a offrire ai detenuti un numero significativo di opportunità di lavoro, superiore alla media del sistema penitenziario”. Anche su questo fronte, però, segnala presunte “irregolarità nelle graduatorie e favoritismi nell’assegnazione degli impieghi”. Lucca. Il convegno delle Camere Penali: “Il carcere non è l’unica risposta” di Laura Sartini La Nazione, 18 ottobre 2026 Il concetto di reinserimento trova concretezza nel confronto a cui ha partecipato anche il viceministro. Con il presidente del Tribunale Gerardo Boragine, l’avvocato Marco Treggi e le autorità. Il carcere non può essere l’unica risposta al reato se si vuole garantire una reale sicurezza sociale. È questo il forte messaggio emerso a Lucca durante il convegno “Non solo carcere. Le misure alternative oggi e prospettive future”, organizzato dalla Camera Penale di Lucca guidata dall’Avv. Marco Treggi (Coordinatore delle Camere Penali Toscane), con il patrocinio del Comune. “Dopo le innumerevoli visite che come avvocati penalisti abbiamo compiuto all’interno delle carceri italiane, toccando con mano il dramma del sovraffollamento, era giunto il momento di un confronto a tutto campo. Ma l’obiettivo di oggi non è fare accademia: dobbiamo andare avanti con concretezza”, ha spiegato l’Avv. Treggi in apertura dei lavori. Un tavolo operativo che ha visto dialogare l’Avvocatura, la Magistratura, la Politica, le Forze di Pubblica Sicurezza e l’Uepe. Ad aprire i lavori in un’aula gremita, i saluti istituzionali hanno visto l’autorevole intervento del Dott. Gerardo Boragine, Presidente del Tribunale di Lucca, il quale ha posto con forza l’attenzione sulla necessaria dignità che devono sempre conservare le persone detenute, richiamando l’imperativo costituzionale di una “pena umana” e la necessità assoluta di considerare la rieducazione non come una concessione, ma come un valore cardine del nostro ordinamento. Al suo fianco, in prima fila, ha partecipato una qualificata rappresentanza istituzionale: il Prefetto, Dott.ssa Cristina Favilli, il Vicario del Questore Dott. Roberto Di Benedetto, il Comandante Provinciale dei Carabinieri, Col. Michele Lastella, e il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, Col. Andrea Canale. In video collegamento da Roma, il Viceministro della Giustizia, il Sen. Francesco Paolo Sisto, ha confermato la natura intrinsecamente rieducativa della sanzione penale, sposando la linea tracciata dal Prof. Luca Bresciani (UNIPI) e dallo stesso Presidente Boragine. Il Viceministro ha fatto espresso riferimento sia alle nuove pene sostitutive della Riforma Cartabia (detenzione domiciliare, lavoro di pubblica utilità e pena pecuniaria) sia alle classiche misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà e detenzione domiciliare). Sisto ha chiesto uno sforzo straordinario alla Magistratura affinché utilizzi appieno questi strumenti, superando le timidezze applicative, e ha riferito degli importanti stanziamenti economici nazionali finalizzati. Questa spinta verso la massima concretezza ha trovato un immediato riscontro nei dati esposti dalla Dott.ssa Elena Fiorini, Dirigente dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) per il circondario di Pisa, Livorno e Lucca. La Dirigente ha confermato che specificamente su Lucca sono arrivati circa 400.000 euro destinati ai percorsi di reinserimento. Palermo. Giustizia senza vendetta, il confronto sull’emergenza carceri di Gaetano Cafici websicilianews.it, 18 ottobre 2026 In Italia un affollamento reale del +141%, in Sicilia 1.300 reclusi in eccedenza e un solo educatore ogni 95 detenuti. Gianni Alemanno: “La pena non sia più ritorsione. Ormai gli istituti penitenziari sono diventati dei campi nomadi”. Il dibattito, che si è svolto nell’Aula Magna della Corte d’Appello, è stato promosso dal “Movimento Forense Palermo”. Un sistema penitenziario al collasso, strozzato dal sovraffollamento e da una visione sanzionatoria sempre più punitiva e meno rieducativa. È il quadro drammatico emerso nell’Aula Magna della Corte d’Appello di Palermo, durante il convegno “Giustizia senza vendetta - Riflessioni e proposte sul sistema sanzionatorio penale”, promosso dal “Movimento Forense di Palermo”. A fare da sfondo sono i numeri impressionanti dell’emergenza: in Italia la popolazione detentiva sfiora le 65 mila presenze a fronte di soli 46 mila posti reali effettivi (+141% di affollamento reale, con 19.300 reclusi in più). La Sicilia rispecchia la crisi: nei 23 istituti dell’isola si contano oltre 7.100 reclusi per 6.440 posti dichiarati, con 1.300 persone di surplus rispetto ai posti reali e picchi critici a Palermo Pagliarelli, Catania, Siracusa e Gela, aggravati da un solo educatore ogni 95 detenuti. Ad aprire i lavori è stata l’avv. Maria Carla Grimaldi, presidente del Movimento Forense Palermo, rimarcando come la giustizia debba tornare “baluardo di civiltà e rispetto della dignità umana, superando gli automatismi punitivi”. Un allarme rilanciato dall’avv. Elisa Demma, presidente nazionale del Movimento Forense, che ha evidenziato “il rischio per l’Italia di rimanere il fanalino di coda in Europa senza riforme strutturali”. Il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Palermo, avvocato Dario Greco, ha ribadito “la centralità dell’avvocatura nel presidiare quotidianamente i diritti dei detenuti”. Il Garante regionale dei detenuti, avvocato Antonio De Lisi, ha richiamato le istituzioni a “far sentire la propria voce, vivendo da vicino la realtà carceraria”. Al centro del confronto la testimonianza di Gianni Alemanno, autore del libro “L’emergenza negata: il collasso delle carceri italiane”. “La pena non può e non deve essere più uno strumento di ritorsione. Le carceri sono diventate campi nomadi dove le persone vengono abbandonate. Serve un provvedimento deflattivo per chi è a fine pena e ha tenuto buona condotta, come proposto dall’on. Giachetti e condiviso dal Presidente del Senato La Russa. Occorrono un adeguato potenziamento del personale della sorveglianza, l’ampio ricorso alle pene alternative per i reati minori e la chiusura delle strutture obsolete. Serve un movimento d’opinione con gli avvocati: la sicurezza dei cittadini richiede un carcere che funzioni”. Nel dibattito, moderato dall’avvocato Emanuele Vella - che ha sottolineato come Alemanno sia riuscito a “trasformare una sofferta condizione personale in una testimonianza civile, facendosi portavoce delle tante persone recluse che non hanno voce”, l’avvocato Baldassarre Lauria (Nessuno tocchi Caino) ha denunciato, invece, il rischio di un “rigurgito autoritario e spettacolarizzato della pena, come successo recentemente negli Usa dove si voleva mostrare in streaming l’esecuzione di un condannato”, mentre l’avvocato Luigi Miceli (UCPI - Ufficio di Presidenza dell’Unione Camere Penali Italiane) ha posto l’accento sul “deragliamento del sistema sanzionatorio”. Infine, dal Tribunale di Sorveglianza di Palermo, il magistrato Simone Alecci ha evidenziato come le “carenze d’organico e la mole di fascicoli rischino di trasformare la struttura in un carcere stagnante, frenando le misure alternative”. Un’emergenza non più rinviabile, dunque, che richiama direttamente la grande lezione di civiltà ed etica sociale sostenuta con forza da Papa Francesco. Il Pontefice aveva più volte posto le carceri al centro del suo magistero, chiedendo a istituzioni e governi gesti concreti di clemenza, amnistia e sfoltimento delle pene per restituire dignità e speranza a chi è privato della libertà. Garantire percorsi reali di reinserimento e superare la logica della vendetta sterile, rappresenta oggi non solo un dovere costituzionale, ma un’imprescindibile priorità morale per l’intera comunità. Messina. Centro di Giustizia riparativa, dove vittima e responsabile del reato si incontrano di Alessandra Serio tempostretto.it, 18 ottobre 2026 Il dialogo che permette di interrompere davvero la spirale della violenza. Come funziona il centro di Messina. Non esiste vera giustizia riparativa senza operatori che la attuino, permettendo a vittime e responsabili dei reati di incontrarsi e trovare entrambi un’altra strada da percorrere. Tanto è vero che, sino a quando non hanno cominciato a funzionare i centri per la giustizia riparativa, le prime applicazioni della nuova norma introdotta dalla riforma Cartabia hanno generato effetti paradossali e più di una perplessità. A permettere una svolta è stata una recente sentenza della Cassazione a sezioni unite che ha in sostanza dettato le linee guida per l’applicazione concreta della normativa. Giustizia riparativa, il centro a Messina - Oggi i centri ci sono, e cominciano a funzionare quindi. Anche a Messina, dove il centro di giustizia riparativa, attivo a palazzo Satellite da circa 4 mesi, è stato presentato dal sindaco Federico Basile e dalla presidente della corte d’Appello di Messina Cettina Maiore. Il centro, gestito dall’associazione Spondé Ets, servirà l’intero distretto di corte d’appello, in sostanza l’intera provincia, ha già in carico diversi casi inviati dai giudici. Uno spazio di dialogo, come funziona - All’interno del centro operano nove mediatori penali esperti in programmi di giustizia riparativa, formati dalla dottoressa Maria Pia Giuffrida del centro Spondé e coordinati da Giuseppe Macaione: “Siamo operatori indipendenti dalla magistratura, il centro è ubicato all’interno dell’ente locale proprio perché qui accogliamo i responsabili dei reati, pronti ad affrontare un percorso di recupero, lontani dagli apparati della giustizia, in totale privacy. L’obiettivo è realizzare concretamente la previsione della giustizia riparativa, lavorando in equipè per mettere al centro la figura della vittima, obiettivo della riforma Cartabia che recepisce gli indirizzi europei in tal senso”. Il ruolo dei mediatori - Le figure professionali coinvolte nell’equipe hanno formazioni diverse, tutte operano da tempo nel campo della mediazione, della formazione e della giustizia, e nel centro operano cercando di creare un linguaggio comune in grado di costruire un percorso personalizzato che aiuti i responsabili dei reati a iniziare concretamente una nuova vita, scegliere un’altra strada, acquisire la consapevolezza dell’errore commesso. Ma l’obiettivo è soprattutto aiutare la vittima a superare concretamente quel che il reato ha “rotto”, permettendogli di superare la ferita attraverso l’incontro e il confronto con il responsabile, in uno spazio mediato dagli operatori esperti. Solo così la spirale della violenza si interrompe concretamente. L’importanza dell’incontro vittima-responsabile - “Al centro si arriva su invio di qualunque autorità giudiziaria che può richiedere l’attivazione del percorso di giustizia riparativa in ogni stadio dei procedimenti, anche in sede di esecuzione della pena ma pure successivamente - spiega Macaione, che a proposito dei casi già in carico racconta - Sono arrivati soprattutto casi di violenza. In questi casi mediare vuol dire concretamente costruire l’incontro tra vittima e responsabile dell’offesa, tentare il dialogo riparativo. Una strada che a volte implica anche allargare il dialogo a gruppi parentali o “supporter” di vario genere, che possono portare le “ragioni” della vittima e quelli del responsabile. Il dialogo deve portare alla responsabilizzazione dell’autore della offesa attraverso il riconoscimento della vittima e alla riparazione concreta del danno”. Roma. I detenuti diventano “assistenti pedonali” di Maria Egizia Fiaschetti Corriere della Sera, 18 ottobre 2026 Protocollo tra il Comune e l’Associazione familiari e vittime della strada. Affiancheranno i vigili nei punti sensibili: davanti alle scuole, agli uffici giudiziari, alle palestre e ai luoghi di aggregazione. Prima dovranno frequentare un corso di formazione e superare un test attitudinale. Mentre il nuovo Codice della strada, che entrerà in vigore nel 2028, introduce norme più puntuali e multe (da 40 a 160 euro) per chi non si ferma prima di attraversare o sbuca all’improvviso tra le auto in sosta, il Comune sigla un protocollo d’intesa con l’Associazione familiari e vittime della strada per il progetto “Ruote ferme, pedoni salvi”. All’accordo aderiscono anche la Prefettura, la Città metropolitana, la Questura, il comando provinciale dei carabinieri, il ministero della Giustizia, l’ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna di Roma, il Tribunale di Roma, il Tribunale di sorveglianza e l’Ordine degli avvocati di Roma. Nel 2925 record di pedoni morti in provincia di Roma - L’obiettivo è quello di coniugare sicurezza, inclusione e reinserimento sociale coinvolgendo i detenuti che hanno ottenuto l’alternativa della messa alla prova in lavori di pubblica utilità da svolgere gratuitamente come “assistenti pedonali”. Sono esclusi i recidivi e quelli “per i quali risulta evidente una prognosi di pericolosità sociale”. L’attività di supporto ai vigili prevede che operino “in prossimità degli attraversamenti pedonali e di altri luoghi con scarsa illuminazione o particolari volumi di traffico, con il compito di supportare e sensibilizzare i cittadini, contribuendo alla tutela della sicurezza della circolazione e alla prevenzione degli incidenti stradali”. Un contributo tanto più necessario se si considera che a Roma, secondo i dati Aci-Istat, nel 2025 sono morti 48 pedoni, il numero più altro registrato in Italia (seppure in calo del 26,2 per cento rispetto all’anno precedente). Tra le finalità del protocollo si segnalano anche quella rieducativa che punta a “rafforzare nelle persone accusate di condotte illecite sentimenti di legalità” affermando la cultura del bene pubblico. Come sarà modulato il servizio - L’Associazione familiari e vittime della strada si impegna a mettere a disposizione per il progetto 60 detenuti che seguiranno corsi organizzati dalla Polizia locale, due all’anno per gruppi di 30: il percorso formativo consiste in una giornata didattica, al termine della quale il candidato dovrà rispondere a un test di 15 domande per valutarne l’attitudine (la prova sarà superata con un minimo di 10 risposte esatte). Le zone nelle quali si svolgerà il servizio saranno individuate sulla base delle criticità riscontrate e dai vigili con particolare attenzione ai punti sensibili: davanti alle scuole, agli uffici giudiziari, alle palestre, alle discoteche e “a qualunque altro luogo di aggregazione sociale”. Gli “assistenti pedonali”, che non potranno usare la paletta, né regolare il traffico veicolare, saranno riconoscibili dalla pettorina catarifrangente e dalla luce led. L’adempimento degli obblighi dovrà essere aggiornato su una piattaforma elettronica, accessibile anche ai caschi bianchi per il monitoraggio delle attività, che sostituirà il registro cartaceo. Il protocollo, che non comporta oneri per l’amministrazione, avrà durata annuale e potrà essere rinnovato se tutte le parti saranno favorevoli a proseguire l’esperimento. L’esperimento della giunta Raggi - Già nel 2017, quando ai vertici del Campidoglio c’era la M5S Virginia Raggi, venne sottoscritto un accordo con il Viminale e il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) per l’impiego dei detenuti in lavori socialmente utili: in quel contesto, si decise di assegnarli alla tutela del patrimonio ambientale, alla pulizia dei parchi e alla cura del decoro urbano. Enna. Detenuti impegnati nella Protezione civile La Sicilia, 18 ottobre 2026 Impegnati in lavori di pubblica utilità per pene brevi e percorsi riparativi. Come sancito dalla Costituzione obiettivo primario del carcere è la rieducazione e il reinserimento sociale della persona condannata, principio che a Enna sarà pienamente applicato grazie a tre convenzioni firmate dall’ente con il Tribunale di Enna, con la presidente del tribunale di Enna, Miriam D’amore, che consentiranno a quaranta detenuti di scontare la pena all’ente corpo volontari protezione civile di Enna. Destinatari della misura sono i detenuti che hanno delle pene detentive brevi, fino ai tre anni, o su richiesta dell’imputato nei procedimenti davanti al giudice di pace o per specifiche fattispecie di reato come violazione del codice della strada o violazioni in materia di stupefacenti e ancora nei casi di sospensione del processo con messa alla prova per gli imputati che ne facciano richiesta, subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità. “La sottoscrizione di queste convenzioni con il Tribunale rafforza il ruolo della Protezione civile non solo come presidio di sicurezza, ma come vero e proprio laboratorio di cultura della legalità, uguaglianza e coesione sociale” dice il presidente dell’ente Giuseppe Vallone mentre per il direttore Alessandro Battaglia spiega che “i soggetti inseriti saranno affiancati quotidianamente dai nostri volontari, punto di riferimento operativo e modello vivente di spirito di servizio e cittadinanza attiva”. Davide Giunta, vicedirettore e delegato alla gestione della convenzione, sottolinea che “permettere a chi sta compiendo un percorso riparativo di operare al fianco di donne e uomini che incarnano la massima espressione di cittadinanza attiva costruisce ponti di uguaglianza”. San Severo (Fg). Il primo soccorso entra in carcere: detenuti formati per salvare vite lagazzettadisansevero.it, 18 ottobre 2026 Si è concluso sabato 17 ottobre l’ultimo incontro del corso di Primo Soccorso realizzato presso la Casa Circondariale di San Severo, nell’ambito del progetto “Liberi con il Movimento”, promosso dal Professor Ilario de Angelis, referente dell’A.C.S.D. Fitness Family di San Severo. L’iniziativa ha visto la collaborazione di SimUMed dell’Università di Foggia, che ha curato il percorso formativo attraverso l’intervento di docenti qualificati e ha rilasciato un attestato di partecipazione a tutti i detenuti che hanno preso parte al corso. Il percorso ha rappresentato un’importante occasione di formazione, sensibilizzazione e crescita personale, offrendo ai partecipanti conoscenze fondamentali in materia di Primo Soccorso e sottolineando il valore della prevenzione, della responsabilità e della solidarietà. Il Professor Ilario de Angelis desidera esprimere un sentito ringraziamento alla Direzione della Casa Circondariale, alla Direttrice, al Comandante e a tutti gli Agenti di Polizia Penitenziaria, L’ Educatrice e i Detenuti per la disponibilità, la collaborazione e il supporto garantiti durante lo svolgimento del progetto. Un ringraziamento particolare va all’ Ispettore Attilio Montanaro, che ha avuto un ruolo fondamentale nel favorire il contatto e la collaborazione tra l’A.C.S.D. Fitness Family e la struttura penitenziaria, contribuendo concretamente alla realizzazione dell’iniziativa. Un riconoscimento speciale è rivolto anche ai docenti di SimUMed che hanno accompagnato i partecipanti durante il percorso formativo: il Dott. Pasquale Del Vecchio, Leonardo Mimmo, Matteo Falcone e la dott.ssa Giuliana Cocuzzi e lo stesso de Angelis come Docente, per la professionalità, la disponibilità e l’impegno dimostrati. La conclusione del corso rappresenta un ulteriore passo nel percorso di “Liberi con il Movimento”, un progetto che attraverso lo sport, la formazione e la collaborazione tra istituzioni e realtà del territorio intende promuovere il benessere, l’inclusione e la valorizzazione della persona anche all’interno del contesto penitenziario. Perché il movimento, la conoscenza e la possibilità di mettersi in gioco possono contribuire a costruire nuove opportunità, dentro e fuori le mura del carcere. Civitavecchia (Rm). Carcere minorile e diritti, “Umani ancora” torna con Ivana Puleo di Francesco Baldini civonline.it, 18 ottobre 2026 Giovedì 22 ottobre alle 17, alla Biblioteca della Capitaneria di Porto di Civitavecchia, la presentazione del libro “Stand by me”. Un confronto sulla detenzione dei minori e sulle possibilità di recupero e reinserimento. Il carcere minorile, la tutela dei diritti e le possibilità di costruire un futuro oltre la detenzione. Sono i temi al centro del nuovo appuntamento di “Umani ancora - Incontri di lettura tra memoria e attualità”, la rassegna promossa dall’amministrazione comunale che giovedì 22 ottobre, alle 17, ospiterà la scrittrice Ivana Puleo, autrice del libro “Stand by me”. L’incontro si terrà nella Biblioteca della Capitaneria di Porto, all’interno del Forte Michelangelo, in Calata C. Laurenti 5, e offrirà l’occasione per approfondire una realtà complessa come quella della detenzione minorile, attraverso le storie e le riflessioni raccontate nel volume. Al centro del confronto non soltanto la condizione dei giovani detenuti, ma anche il ruolo delle istituzioni e della società nel garantire la tutela dei diritti e favorire percorsi di responsabilizzazione, recupero e reinserimento. Ad aprire l’appuntamento sarà l’assessora ai Servizi sociali Antonella Maucioni. Interverrà l’avvocato Ugo Patroni Griffi, giurista e docente universitario, mentre a moderare il confronto sarà Corrado Lancia, garante dei diritti delle persone detenute della città di Civitavecchia. L’autrice dialogherà inoltre con Stefano Anastasia, garante dei diritti delle persone detenute della Regione Lazio. “La rassegna “Umani ancora” conferma l’importanza di investire in una proposta culturale capace non solo di coinvolgere la comunità, ma anche di stimolare il pensiero critico - sottolinea l’assessora alla Cultura Stefania Tinti -. La lettura ci aiuta a conoscere storie che spesso restano ai margini del dibattito pubblico e a metterci in relazione con esperienze differenti dalla nostra. Il confronto su “Stand by me” ci invita a considerare la tutela dei diritti e le possibilità di recupero e di reinserimento come questioni che riguardano l’intera società”. Sull’importanza di affrontare il tema della detenzione minorile interviene anche l’assessora ai Servizi sociali Antonella Maucioni: “Parlare di carcere minorile significa interrogarsi sulle fragilità, sulle opportunità e sulle responsabilità che coinvolgono le persone più giovani. È importante promuovere una riflessione che tenga insieme il rispetto delle regole, la tutela dei diritti e la possibilità di costruire percorsi di cambiamento”. “Attraverso la lettura e il dialogo con chi opera in questo ambito - aggiunge Maucioni - possiamo contribuire ad una maggiore consapevolezza collettiva e ad una cultura dell’inclusione”. L’appuntamento del 22 ottobre rappresenta una nuova tappa di “Umani ancora”, il percorso culturale che attraverso libri, testimonianze e incontri pubblici mette in relazione la memoria con le questioni del presente, affrontando temi di interesse civile e sociale spesso lontani dal dibattito quotidiano. Modena. “Carcere, la dignità non è un premio che si assegna” lapressa.it, 18 ottobre 2026 Il convegno promosso oggi dal Pd: “La certezza della pena e la possibilità di recuperare una persona non sono in contraddizione. Il carcere riguarda tutta la comunità. E la sicurezza non può prescindere dall’umanità”. Così il segretario provinciale Pd Massimo Paradisi sintetizza l’incontro tenutosi questa mattina a Modena sul tema carcere, promosso dal Pd con l’onorevole Debora Serracchiani e l’onorevole Stefano Vaccari. La mattinata si è aperta con i saluti dello stesso Paradisi, Luigi Tosiani, segretario regionale del Pd, e Rossella Caci, responsabile Sicurezza, Diritti e Legalità della Federazione provinciale. La prima sessione, dedicata a ‘La fotografia della realtà’, ha visto gli interventi di Stefano Anastasia, Garante dei detenuti della Regione Lazio, e Silvia Mannone, dottoranda e collaboratrice dell’Ufficio del Garante dei detenuti dell’Emilia-Romagna. Sono poi intervenuti Gianpaolo Ronsisvalle, presidente della Camera Penale di Modena ‘Carl’Alberto Perroux’, e Alessandra Camporota, assessore alla Sicurezza urbana e alla Coesione sociale del Comune di Modena. La seconda sessione, ‘Oltre le mura: l’efficacia delle pene alternative e della giustizia riparativa’, è stata dedicata alle esperienze e agli strumenti che possono favorire il reinserimento sociale e ridurre il rischio di recidiva con le esperienze raccontate da Cristina Muzzioli, vicepresidente della cooperativa Eortè, Chiara Casali del CSI, Patrizia Comitardi di ZonaFranco, giornale della Casa di reclusione di Castelfranco Emilia, e Salvatore Sofia del Teatro dei Venti. A coordinare l’incontro è stato il direttore de La Pressa, Giuseppe Leonelli. ‘Che cosa vogliamo che accada a una persona quando esce dal carcere? Vogliamo che abbia gli strumenti per ricostruirsi una vita, riducendo la possibilità di recidiva del reato, oppure ci accontentiamo che abbia semplicemente scontato la propria pena? - ricorda Paradisi -. I numeri ci raccontano una situazione difficile, a livello nazionale come a Modena. Il sovraffollamento, la carenza di personale e la mancanza di opportunità formative e lavorative rendono più difficile garantire condizioni dignitose e percorsi efficaci di recupero. Non è soltanto una questione che riguarda chi è detenuto: riguarda anche chi lavora negli istituti penitenziari, le vittime dei reati e la sicurezza dell’intera comunità. C’è poi un principio che credo vada ribadito con forza: parlare dei diritti delle persone detenute non significa negare le responsabilità per i reati commessi, né mettere in discussione la necessità di una pena giusta e proporzionata. Chi commette un reato deve risponderne. Le vittime hanno diritto a giustizia e riconoscimento. Ma questo non significa che una persona, una volta condannata, perda ogni diritto o cessi di essere una persona. Troppo spesso sentiamo frasi come “se l’è cercata” oppure “se non faceva niente di male, non avrebbe avuto problemi”. È proprio davanti a situazioni difficili che si misura la solidità dei nostri principi. La dignità non è un premio che si assegna a chi si comporta bene. È il limite che una società civile si impone anche quando deve punire chi ha sbagliato. La nostra Costituzione è chiara: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è buonismo, ma un principio costituzionale che riguarda anche la sicurezza di tutti noi. Perché la certezza della pena e la possibilità di recuperare una persona non sono in contraddizione. Il lavoro, la formazione, la giustizia riparativa e i percorsi di reinserimento, quando appropriati, possono contribuire a ridurre il rischio che i reati si ripetano’. Frosinone. Vivicittà Porte aperte alla Casa circondariale “Giuseppe Pagliei” di Emanuele Romano uisp.it, 18 ottobre 2026 Vivicittà porte aperte ha coinvolto detenuti e runner amatoriali. La cronaca della giornata nell’articolo di un ragazzo in servizio civile. Quasi tutte le persone hanno già tagliato il traguardo. Ecco che in lontananza si riconosce uno dei detenuti avvicinarsi all’ultima curva del percorso. Poco prima di svoltare, però, decide di fermarsi e tornare indietro. Nonostante i 5 km già percorsi, raggiunge una ragazza che si è appena fermata poco dietro di lui; dopo essersi sincerato delle sue condizioni, corrono insieme verso il traguardo, si spronano a vicenda per cercare le ultime energie nascoste così da poter fare un ultimo scatto, tra gli applausi delle guardie carcerarie e il tifo dei/delle partecipanti. Facciamo un passo indietro: Vivicittà-Porte aperte, manifestazione sportiva promossa dall’Uisp che porta lo sport all’interno degli istituti penitenziari italiani, arriva nel cortile della casa circondariale “Giuseppe Pagliei”, di Frosinone. L’aria è carica di un’attesa tangibile. Sabato 10 ottobre un cielo minaccioso preme sopra le alte mura che delimitano il carcere, mentre si animano i preparativi della corsa programmata per quella mattinata. Il percorso circolare, pianificato dal comitato Uisp Lazio sud-est, costeggia una parte della cinta muraria per poi passare vicino al campo da calcio sterrato. Sulla linea di partenza si ritrovano 20 persone detenute fianco a fianco con podiste e podisti giunti dall’esterno. “Ispettore, chi arriva primo oggi vince la libertà?”, chiede ironicamente uno dei detenuti prima dello start; poi cala il silenzio, rotto soltanto dalle grida provenienti dalle finestre delle celle, avvolte in scacchiere di metallo, che si affacciano sul via. Al segnale di partenza la tensione accumulata si scioglie in un fulmineo e simbolico scatto in avanti. Sono proprio i detenuti che, noncuranti della distanza da percorrere, sembrano voler divorare subito tutto l’asfalto, trasformando ogni falcata in un gesto liberatorio. In quel primo scatto, così istintivo, si legge la frattura che la pratica sportiva è riuscita a creare nella routine interna a quelle mura. Per qualche minuto le passioni di atleti/e e detenuti si mescolano mentre l’obiettivo di tutti e tutte confluisce nel voler tagliare il traguardo nel minor tempo possibile. Col trascorrere dei minuti la freddezza iniziale scompare, anche grazie agli incoraggiamenti e l’incitamento sia dei dirigenti e volontari del Comitato Uisp, sia delle guardie carcerarie. Le grida indistinte provenienti dalle celle si trasformano man mano in cori di sostegno: tutte le 674 persone detenute, anche chi è stato escluso dalla partecipazione diretta, si sentono coinvolte. Al termine della corsa i detenuti si sono guadagnati le prime tre posizioni, aggiudicandosi le coppe targate Vivicittà-Porte aperte e, assieme a tutte le altre persone che hanno partecipato, sono stati premiati con medaglie messe a disposizione da Uisp. “Ci vorrebbero più giornate così”, ha esultato un detenuto al termine della premiazione, esprimendo ad alta voce un sentimento diffuso nell’aria. L’Uisp, con questa iniziativa, riesce ancora una volta a dimostrare le potenzialità dello sport sociale come strumento di integrazione, solidarietà e riscatto personale. La fine dell’evento sportivo ha il sapore di un ritorno alla realtà quotidiana: quelle coppe tenute strette dai vincitori fino all’ultimo secondo vengono riconsegnate alle guardie per essere conservate in bacheca. A seguito della gara, la mattinata si è conclusa con un momento di condivisione attorno al buffet preparato dagli studenti dell’IPSSEOA-Istituto Professionale di Stato per i Servizi per l’Enogastronomia e l’ospitalità alberghira, attivo all’interno dell’istituto attraverso vari progetti. Diverse persone detenute hanno preferito attendere prima di servirsi, lasciando la precedenza agli ospiti esterni con la cura tipica di chi fa gli onori di casa. Quando ritengono sia arrivato il loro turno, si avvicinano al tavolo del buffet, prendono la loro porzione, la mettono nel piatto che poi conservano in un angolo della sala. In pochi minuti i piatti diventano una pila collettiva. Mi viene spontaneo chiedere il perché. Mi spiegano che poi rimetteranno in comune questo cibo per poi consumarlo insieme ai loro compagni rimasti in cella. Un gesto spontaneo che racconta un bel po’. Anche questi dettagli fanno parte di questa giornata particolare, lo sport sociale lascia qualcosa di concreto: fatica condivisa, rispetto reciproco e una naturalezza straordinaria nell’abbattere ogni distanziamento sociale. Quando i cancelli si richiudono alle nostre spalle, sembra di separare di nuovo due mondi, ma il rispetto e la solidarietà sono un legante che rimane. Il senso di Vivicittà Porte aperte è un po’ questo. Sassari. A Bancali si gioca la partita della libertà, in campo ci sono Rinascita e Speranza di Davide Pinna La Nuova Sardegna, 18 ottobre 2026 Nella Casa di reclusione un torneo quadrangolare fra detenuti, polizia penitenziaria e dai calciatori di due squadre locali. Che sia Wembley, il Vanni Sanna o un campetto sperduto nelle campagne della Nurra, poco cambia: la palla rotola dappertutto alla stessa maniera. Certo, se quel campetto sperduto nella Nurra sta fra le celle del carcere di Bancali, bisogna stare attenti: se il pallone finisce oltre le mura, non si può mica uscire per recuperarlo. Ma tra una scivolata, un traversone, uno stop di petto e un tacco che fa impazzire il pubblico, anche quello che sbircia da dietro le sbarre, la sensazione di libertà che si vive appresso a quel pallone è la stessa: che tu sia Mbappè o che tu sia un carcerato. Ieri, a Bancali, è andato in scena un torneo quadrangolare inedito: due squadre di detenuti, Rinascita e Speranza, una di agenti della polizia penitenziaria e una composta dai giocatori della Cosmo Sassari e della San Paolo. Alla fine hanno vinto loro, ma questo conta poco. Quello che conta è il progetto che ha un obiettivo ambizioso: creare, come già accade in diverse carceri italiane, una squadra che possa competere nei campionati dilettantistici. “In questi mesi abbiamo allenato 150 ragazzi. Qualcuno nel frattempo è uscito, mi è capitato di incontrarlo fuori ed è stato bello” spiega Giovanni Paoni, mister della Cosmo Sassari. Insieme a Bobo Scanu, che indossa invece la divisa della San Paolo, da gennaio entra nel carcere di Bancali due o tre volte a settimana, per allenare i detenuti. “La prima cosa che gli abbiamo detto è che per noi sono uguali a tutti gli latri giocatori che alleniamo. All’inizio erano un po’ increduli, ma poi pian piano è scattato qualcosa”. Il calcio è il centro del progetto, chiaro, ma lo scopo è un altro. Le regole, i valori sportivi, il rispetto dell’avversario, certo. Ma soprattutto, ricostruire un rapporto fra il carcere e la città: “Da quando la struttura si è spostata a Bancali è più forte il pericolo che Sassari si dimentichi del carcere. Per questo iniziative come questa sono fondamentali, perché sentire la vicinanza della città aiuta i detenuti nel loro percorso” sottolinea il cappellano don Gaetano Galia. “Sono stati i sassaresi, cittadini privati, imprenditori e associazioni, a rendere possibile con le loro donazioni questo progetto” spiega Anna Cherchi, garante comunale dei detenuti. “Perché qui dentro ci sono 630 sassaresi come noi, di cui la città non deve dimenticarsi” sottolineano Gianni Cadoni e Mariano Brianda, presidente e vice della San Paolo, la società che insieme alla CosmoSassari, presieduta da Antonio Piu, ha preso parte al progetto. E la città in qualche modo a Bancali grazie a questo progetto ci è entrata, con le donazioni, con le società sportive e i loro atleti, con i quattro arbitri della sezione sassarese dell’Aia presieduta da Davide Cossu, con gli avvocati e con il vice sindaco Pierluigi Salis. “La detenzione comprime la libertà personale dei detenuti, ma non gli altri diritti. Ecco perché abbiamo subito sostenuto questa iniziativa, perché ricostruisce un rapporto importantissimo con la comunità esterna” ha detto la direttrice del carcere Maria Teresa Errico. Le partite del quadrangolare intanto vanno avanti. Sopra il campo, una selva di braccia che escono dalle grate: i volti sono nascosti dietro le sbarre. Qualcuno punzecchia i compagni di detenzione che stanno in campo, qualcun altro li incita. C’è anche chi approfitta della presenza di visitatori esterni per urlare la sua disperazione. Il carcere è anche questo. Ma se il rapporto con la città sarà sempre più stretto, allora sempre meno voci resteranno inascoltate. “Mio papà, Frate Mitra. Aveva ansia di giustizia, non chiamatelo più così” di Teresa Cioffi Corriere di Torino, 18 ottobre 2026 Silvano Girotto, entrato e poi fuggito dalla Legione straniera, finito in carcere per furto e convertitosi al cattolicesimo, raccontato dalla figlia Daniela. Si può essere tante cose. Anche apparentemente lontane e in contraddizione. Ad esempio, si può provare a passare clandestinamente il confine francese a 17 anni, per poi essere arrestato e finire nella Legione straniera in Algeria. Poi disertare, per ripugnanza verso torture e atrocità, tornare in Italia ma essere arrestato ancora per un furto in una tabaccheria. Entrare in carcere e diventare frate, poi partire per la Bolivia come missionario. Lasciare il saio per abbracciare le armi, appoggiare studenti, operai e contadini contro la dittatura boliviana e partecipare alla resistenza contro il golpe di Pinochet in Cile. Tornare in Italia, infiltrarsi nelle Br e portare all’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini. Silvano Girotto è stato tante cose, apparentemente lontane e in contraddizione. “In realtà non si è mai tradito: ha sempre rispettato l’idea che aveva di libertà e di giustizia, fondata sulla possibilità per ciascuno di costruire il proprio futuro”. A raccontare la sua figura, domani, alle ore 18, al Polo del ‘900, sarà sua figlia. “In quegli anni la società era intrisa di conflittualità, polarizzata, e mio padre era un outsider. Daniela Girotto, in una lettera suo padre scriveva che “le persone non sono mai come i giornali le descrivono”. Cosa ci è sfuggito? Io sono nata nel ‘74, avevo due mesi quando i capi storici delle Br vennero arrestati. Per l’opinione pubblica è sempre stato difficile capire mio padre, con quel passato così particolare. Era “Frate Mitra”, soprannome che lui non apprezzava. La sua scelta di fede era stata profonda, mentre le cronache tendevano a screditarla”. Cosa le raccontava di quel periodo? “Ho scoperto la sua storia crescendo. Sapevo che aveva conosciuto mia madre quando lei era una studentessa di Medicina, che avevano militato insieme e si erano spostati nella clandestinità. Le foto del matrimonio sono tutte tagliate: chi era presente non poteva essere ritratto”. Fede e armi. Come si risolve la contraddizione? “Avevo 19 anni quando mi disse che era stato frate”. “Per mio padre impugnare le armi era stata una dolorosa necessità. Aveva imparato a usarle in Algeria, ma era scappato proprio perché si era rifiutato di commettere orrori. In carcere, a Torino, era diventato convintamente francescano e aveva scelto la Bolivia perché era il Paese più povero dell’America Latina. Si trovò in mezzo a una carneficina, con i militari che sparavano sulla folla. Abbracciò la lotta armata perché non avrebbe potuto fare altrimenti per quella gente. Venne espulso dall’ordine e fu uno dei grandi dolori della sua vita”. Lui, tra i fondatori del Movimento di Sinistra Rivoluzionaria, torna in Italia e fa arrestare i capi delle Brigate Rosse. Due spaccati di vita contrapposti? “Quando sentì parlare per la prima volta delle Br non ci volle credere”. Perché? “Perché una cosa è combattere sotto una dittatura, un’altra in una democrazia. Nello stadio di Santiago del Cile aveva perso molti amici: dissidenti imprigionati, torturati, ammazzati. In Italia, invece, ognuno poteva parlare, vivere. Invece qui vedeva uccidere in nome di una rivoluzione, ma che giustizia era? Non era questo ciò in cui aveva creduto, né tantomeno ciò per cui aveva lottato”. Come divenne infiltrato? “Quando venne sequestrato il giudice Sossi, un giornale mise una foto di mio padre in prima pagina e titolò: “Ecco l’uomo che può salvare Sossi”. Mio padre era ovviamente estraneo ma si presentò a casa un uomo di Dalla Chiesa. Chiese a mio padre cosa ne pensasse. Lui disse che ne pensava tutto il male possibile. Iniziò così la collaborazione, da cittadino infiltrato: non poteva stare con le mani in mano e rischiare di perdere ciò per cui, in un altro luogo, aveva combattuto. Grazie alle informazioni di mio padre si arrivò agli arresti e domani al Polo approfondiremo questo aspetto”. Cosa direbbe, oggi, nuove generazioni? “Di seguire la propria coscienza, ciò che ritengono giusto. Ma di non farsi distrarre dalla strada più breve, che può essere anche quella della violenza” L’odio e i ragazzi: il conto alla rovescia è iniziato di Giuseppe Culicchia La Stampa, 18 ottobre 2026 Proteste legittime finché non sfociano nella violenza. “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.” Quando nel 1995 uscì in Francia il film L’Odio, girato da Mathieu Kassovitz a Parigi poco dopo l’uccisione di un ragazzo delle banlieues da parte della polizia, la pellicola provocò feroci polemiche per la scena in cui i protagonisti venivano interrogati con modi brutali in un commissariato. Ma ce n’era un’altra assai significativa: quella in cui i tre giovani banlieusards, capitati per caso all’inaugurazione di una galleria d’arte, finivano per litigare con la jeunesse dorée intenta a sorseggiare bollicine e se ne andavano insultando i presenti, spaccando un paio di calici e sbattendo la porta. “Il malessere delle periferie”, constatava il gallerista. Malessere che quando arriva nelle ZTL si manifesta in modalità a loro volta brutali: e a tale proposito vale la pena ribadire anche qui che tutte le proteste sono naturalmente legittime, finché non sfociano in quella violenza che come abbiamo visto tra l’altro nella nostra storia recente non porta da nessuna parte (e sì, sarebbe davvero necessario che il concetto venisse sposato non solo al di là delle Alpi da tutte le forze politiche). A distanza di trent’anni, possiamo comunque prendere atto di un paio di cose. Da un lato che in Francia, complice certo la crisi, L’Odio sembra un film girato oggi. Dall’altro, che ormai lo si potrebbe ambientare anche da noi. Una lezione che non è stata appresa - I fatti di Torino, città che non ha saputo imparare la lezione degli anni 50 e 60, quando l’immigrazione di massa dal Sud si era tradotta in quartieri ghetto ed esclusione sociale, lo certificano: ci si è riempiti la bocca di inclusione e integrazione, ma la realtà presenta il conto. Con un’aggravante, perché la Torino di allora se non altro offriva ai nuovi arrivati un posto alla catena di montaggio. Ma quella di oggi? I ragazzi incappucciati che hanno devastato anche una scuola elementare appartengono, stando alle indagini, a quelle seconde generazioni che ispirate proprio da quanto sta accadendo a Parigi così hanno deciso di sfogare la loro rabbia. Una rabbia figlia dell’odio che provano per noi: inutile girarci intorno. Ai loro occhi, siamo esattamente come i partecipanti a quella “vernice” nella galleria parigina del film di Kassovitz. Vivono in quartieri ghetto, che tali sono tornati a essere anche per chi vi è nato da genitori arrivati a Torino dal Meridione e ha faticato non poco per sentirvisi a casa, salvo poi ritrovarsi a non poter più uscire la sera perché a ogni angolo c’è uno spacciatore (fermo restando che ai giardini pubblici lo spaccio e le risse sono ordinaria amministrazione anche di giorno: i prezzi degli immobili, a Barriera di Milano, sono convenientissimi). E quando vengono in centro, sfrecciando contromano a bordo dei loro monopattini, attraversano una frontiera. Devono sentirsi ovviamente sradicati: è il destino comune a tutte le seconde generazioni. E in questo nostro tempo in cui la famiglia è evaporata (alla pari del posto in fabbrica che comportava almeno la famosa solidarietà operaia) la sola identità è spesso quella del gruppo, della banda di quartiere che non di rado taglieggia i coetanei dalla pelle più chiara, con cui condivide soltanto la predilezione per certi modelli di telefono e di scarpe. Non c’è in questi casi (che sia chiaro non riguardano tutti, perché naturalmente esiste chi pur con una storia simile ha fatto ben altre scelte e si sottrae a tali dinamiche) alcuna volontà di convivenza civile. “Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”: ebbene, il conto alla rovescia è iniziato. Se la violenza tradisce le ragioni di una protesta di Luciano Tancredi La Stampa, 18 ottobre 2026 Dopo la Francia, brucia l’Italia. C’è una foto, tra le tante degli scontri di ieri pomeriggio arrivate in redazione, che ricorda plasticamente gli elementi di un’altra, più tragica immagine di 25 anni fa: una camionetta dei carabinieri, un ragazzo con un estintore in mano e il volto coperto. Era il 20 luglio del 2001, in Piazza Alimonda a Genova, quel ragazzo era Carlo Giuliani e poco dopo morì. L’odore di bruciato nelle strade, il suono delle bottiglie rotte e della devastazione, l’odore acre dei fumogeni a Torino, Milano e Bologna, rimandano all’orrore di quel giorno, la lunga guerriglia del G8. Ora come allora, tanti ragazzi sono in piazza per ragioni giuste, condivisibili. Ora come allora, la legittima voglia di esprimere il dissenso verso chi governa viene usata, stuprata da chi ha altri interessi e ne cerca l’espressione nella battaglia, nella violenza cieca e fine a sé stessa, nella devastazione delle città e della vita di chi le abita. Il Paese sta soffrendo. Prezzi alle stelle, case irraggiungibili, salari da fame, bollette e benzina sempre più salate, tasse in aumento, sanità solo per ricchi. Il disagio delle fasce più deboli è evidente e stringe il cuore ogni giorno registrare l’escalation della povertà degli italiani. La libertà di manifestare, di protestare per questo disagio, deve essere intoccabile. Ma non in questo modo. Perché così si fa il gioco di chi non vede l’ora di reprimerla, così si giustificano le limitazioni e i giri di vite di volta in volta invocati e spesso adottati, si giustificano persino le cariche delle forze dell’ordine verso ragazzi incolpevoli. La foto dei professori che a Torino fanno da scudi umani agli studenti in corteo, per proteggerli dalle manganellate della polizia, pubblicate ieri dal nostro giornale, sono l’emblema di questo corto circuito. Invece, succede sempre più spesso. Lo abbiamo visto nei cortei degli studenti dei giorni scorsi, nelle manifestazioni dei no-Tav e in molti altri casi. Black bloc e incappucciati spuntano dal nulla e attaccano. Chi sono? Cosa vogliono? Le banlieue francesi, le seconde generazioni in Italia, gli anarco insurrezionalisti, gli agitatori di professione che nel nostro Paese sono in assetto permanente dal dopoguerra, si saldano nell’attacco allo Stato, ma anche a noi, che siamo lo Stato. È una vergogna che a Torino devastatori seriali abbiano fatto irruzione in una libreria, in un luogo simbolo della cultura e della libertà come Feltrinelli: uno sfregio a gran parte di quello che, chi sta manifestando pacificamente in questi giorni, vuole ribadire: più istruzione, una società più equa, meno guerre. Ci sono icone che non si possono e non si devono toccare. Ieri, in un’altra piazza, a Roma, una manifestazione affollata e pacifica ha espresso in modo netto il dissenso verso la politica del governo, quella organizzata dalla Cgil. Migliaia di persone hanno sfilato insieme ai leader del Campo largo e hanno dato dimostrazione che la libertà è partecipazione pacifica. La politica è chiamata a uscire dai talk televisivi e scendere tra i nostri ragazzi, tra i pensionati e i lavoratori, a fare l’opportuno distinguo tra le legittime ragioni di chi vuole esprimere il proprio dissenso e disagio manifestando pacificamente, e chi vuole solo generare caos attraverso la violenza. Chi governa e chi è all’opposizione non si abbandonino alla tentazione di strumentalizzare le piazze, in un senso o nell’altro, per piccoli interessi di bottega elettorali. Siamo tutti chiamati, la politica per prima, all’analisi di quello che sta accadendo dalla Francia all’Italia e che rischia di allargarsi a macchia d’olio. Oggi è l’ora della condanna, senza ambiguità né strumentalizzazioni, sia a sinistra sia a destra, delle devastazioni e delle violenze di ieri. Il giorno dopo, una volta ripulite le strade e riparate le vetrine, verrà il tempo di separare le ragioni di chi manifesta in pace e di chi semina il caos: si deve cercare di capire i primi e isolare i secondi. Per scongiurare il rischio reale che le falangi degli incappucciati si ingrossino ogni giorno di più, magari attingendo proprio all’esasperazione di chi finora ha urlato il proprio disagio, ma è rimasto inascoltato. Il cambiamento non chiede permesso di Marco Bascetta Il Manifesto, 18 ottobre 2026 Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei “manifestanti pacifici”. I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi non si può pretendere che non straripi. Ad ogni buon conto questa miserevole caricatura della democrazia a cui partecipano tutte le parti politiche senza eccezione non ha ben chiara la distinzione tra lotta e mendicità. I movimenti non sono processioni di postulanti che reclamano garbatamente da chi li governa “pane, lavoro e sconti fiscali”, come piacerebbe a una destra specializzata nell’elargizione mirata di aiutini e prebende. Le lotte partono piuttosto dalla presa di coscienza collettiva che qualcosa è stato sottratto, qualcos’altro negato o dirottato non per errore ma per scelta interessata. Che una collettività ha subito danni e trova di fronte a sé strade sbarrate da precise decisioni politiche. Dunque perché la propria voce possa avere forza, e questa forza essere temibile, qualcosa deve essere almeno temporaneamente sottratto al normale svolgimento della vita del paese. Il rispetto delle regole deve essere aggirato, sospeso o reinterpretato, che si tratti di scioperi o di occupazioni (di edifici e di suolo pubblico), di sospensione di servizi, di blocco delle merci o altre forme di boicottaggio. Per mostrare concretamente, oltre che affermarlo, che “non si può andare avanti così”. Lo scriveva anche Machiavelli che senza tumulti la Repubblica degenera e i governanti inclinano verso l’arbitrio e la tirannia. E i tumulti, per dirla in cinese antico, “non sono un pranzo di gala”. La società francese applica da sempre questa forma di correttivo alle politiche di governo e assai frequentemente con successo. L’attuale movimento degli studenti non fa eccezione. La destra, quella originale, così come quella subalterna dei partiti socialdemocratici, vedono la conflittualità sociale come il fumo negli occhi, come un assortimento di reati e di manipolazioni politiche da denunciare e perseguire. Tuttavia scontrarsi con questo principio d’ordine è il solo modo per smuovere rapporti sociali stagnanti e arrestare l’avanzata di forme sempre più autoritarie di governo. Beninteso il conflitto e le forme di lotta possono essere interpretati in diversi modi e a diversi gradi di intensità, in alcuni casi discutibili se non proprio controproducenti. Così come anche la risposta delle forze dell’ordine, che va dal semplice presidio di luoghi sensibili fino alla Diaz e Bolzaneto, segue una modulazione politicamente guidata da governi che secondo le opportunità intendono intimorire o rassicurare, simulare un dialogo o sbandierare intransigenza. E che si sono dotati di strumenti repressivi sempre più mirati a colpire pesantemente proprio quelle forme di lotta che per amplificare la voce della protesta mirano a interrompere o turbare il normale svolgimento delle attività quotidiane. Gli autotrasportatori e gli agricoltori, generalmente orientati a destra, sono stati risparmiati, ma cosa accadrà al primo blocco stradale degli studenti? Se l’opinione pubblica resta intrappolata nella “bubble democracy” di Luca Miele Avvenire, 18 ottobre 2026 I social frammentano lo spazio del confronto, mentre gli algoritmi premiano rabbia, polarizzazione e indignazione a scapito del ragionamento. Una trasformazione che interroga il futuro stesso della democrazia. C’è un soggetto che, nel nostro tempo, si è come volatilizzato, diventando sfuggente e proteiforme. È l’opinione pubblica. Esiste ancora un qualcosa capace di svolgere la triplice funzione a cui essa assolveva - elaborare i temi da incardinare nel dibattito pubblico, fare da filtro tra la società civile e la decisione politica, consentire l’elaborazione di un sentire comune perché la società si riconoscesse come un tutto unitario? Che ne è insomma di quell’ideale che Jürgen Habermas ha teorizzato come, appunto, “sfera pubblica”, spazio di confronto razionale e critico, nato nei caffè e nella stampa libera del Settecento, capace di imbrigliare l’arbitrio del potere? Siamo davanti alla sua estinzione, come suggeriscono alcuni autori oppure a una sua crisi metamorfica? Un’indagine sulle declinazioni attuali dell’opinione pubblica non può non tenere conto di quella profonda ristrutturazione dello spazio introdotta dai nuovi media e dalle logiche che li strutturano. Sotto l’urto dei social, l’opinione pubblica ha cambiato identità e assunto nuovi volti: si è atomizzata, algoritmicizzata e polarizzata. Come si concretizzano queste trasformazioni? La frammentazione algoritmica ha infranto l’agorà, sostituendo alla “piazza pubblica” spazi virtuali, chiusi e autoreferenziali. È quel fenomeno che Damiano Palano ha definito Bubble democracy: lo spazio pubblico si spezzetta in una serie di bolle nelle quali il protagonista si isola, si blinda in sé stesso e nel suo spazio virtuale. Come ci comportiamo dentro queste bolle? Confezioniamo una realtà fatta su misura sui nostri gusti, conversiamo solo con chi la pensa come noi e che convalida il nostro sentire. Cerchiamo conferme. In pratica, è come se fossimo sempre davanti a uno specchio. È quel passaggio che Byung-Chul Han definisce la transizione dalla “massa” allo “sciame digitale”. Se i corpi fanno ancora massa, le informazioni digitali sono un pulviscolo che si aggrega e disaggrega senza riversarsi dallo spazio virtuale a quello reale. Ma gli algoritmi rimodellano lo spazio pubblico anche colonizzando il modo in cui si accede ad esso. Essi premiano la rabbia, la polarizzazione e l’indignazione a scapito dell’argomentazione complessa e sfumata. Sui social vince sempre l’emozione (e spesso l’insulto), perde sempre il ragionamento. Chi non si adegua, evapora, è marginalizzato, rigettato nell’invisibilità. Ma non solo: proprio la cacofonia delle voci e la saturazione dello spazio pubblico che essa provoca, condannano la stessa opinione pubblica all’irrilevanza. Troppe voci, nessuna voce. Infine, l’algoritmo agisce trasformando la cittadinanza in un “giacimento” di comportamenti estraibili e profilabili da parte delle piattaforme digitali. Pensiamo di agire, provare empatia, esprimere idee liberamente, abitare lo spazio virtuale in modo originale: in realtà, siamo presi dentro un gigantesco meccanismo di cattura e di “capitalizzazione” delle nostre esistenze. Come ha scritto Maurizio Ferraris, con il nostro tempo, inconsapevolmente, riempiamo “archivi sconosciuti con dossier dettagliatissimi sui nostri gusti e i nostri guai, sulle nostre abitudini e sugli strappi che ci rendono imprevedibili per chi non li conosce, cioè anche per noi stessi. Questi archivi non interessano a censori, bensì a venditori”. Ma non basta: il micro-targeting comportamentale, come ha mostrato Shoshana Zuboff, dà vita a quel “capitale della sorveglianza” che può tradursi in condizionamento del voto, in pratiche di repressione, in restringimenti delle libertà individuali. “Provocata” da questi cambiamenti, come l’opinione pubblica può ritrovare sé stessa? Come può riacquistare autorevolezza e tornare a incidere, a pesare, a “dirigere” la decisione politica? E al tempo stesso, come può liberarsi dalle manipolazioni, dai condizionamenti, dalla “microfisica del potere”? Non si tratta di domande oziose. Interrogarsi se esista - e “funzioni” ancora - l’opinione pubblica è interrogarsi sul futuro stesso della democrazia. Senza l’opinione pubblica, muore anche la democrazia. A Trieste la questura vieta piazza Libertà a chi aiuta i migranti. Per non disturbare l’aperitivo di Marika Ikonomu Il Domani, 18 ottobre 2026 Le autorità hanno limitato le attività il sabato e la domenica “perché non possiamo disturbare gli aperitivi triestini”, denuncia Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti: “Una decisione indegna”. L’escalation contro il presidio di cura per le persone che arrivano dalla rotta balcanica: odio sui social, restrizione delle attività, la promessa del sindaco di recintare la piazza. Trieste come laboratorio di repressione delle migrazioni. Così le realtà che si occupano di accoglienza, per chi arriva dalla rotta balcanica, descrivono le politiche dell’amministrazione e della questura in città. “È un’escalation”, dice Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti, iniziata lo scorso settembre e che sta raggiungendo livelli sempre più alti in vista delle elezioni comunali e politiche. Da un crescendo di odio, soprattutto sui social, a minacce verbali e ronde neofasciste in piazza della Libertà, lì dove da sette anni l’associazione Linea d’Ombra di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e la rete dei Fornelli resistenti organizzano un presidio di cura, medicando e offrendo un pasto caldo alle persone in movimento. Poi, la promessa del sindaco di recintare la piazza, con più di un milione di euro stanziati, e la limitazione delle attività. L’ultima restrizione è del 14 ottobre, quando la Questura ha vietato alle associazioni l’assistenza in piazza Libertà il sabato e la domenica. “Perché non possiamo disturbare gli aperitivi triestini”, commenta Cavalli, che ritiene la decisione “indegna”. Soprattutto considerando gli arrivi degli ultimi giorni: tra gli altri, giovedì sera è arrivata una famiglia curda con tre bambini piccoli, la sera prima un’altra famiglia con un bambino di due anni, mentre martedì una famiglia palestinese con quattro minori. “Cosa sta succedendo in questo paese se cominciamo a negare il cibo agli affamati?”, chiede Cavalli. Il riferimento alla vita serale di svago della città emerge proprio dalle parole della questura che fa riferimento alla “necessità di prevenire ogni eventuale turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica al fine di garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento, svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino”. Per Cavalli la città, una delle porte d’ingresso del nostro paese, è simbolo della repressione della migrazione: da un lato, ricorda “le azioni contro chi cerca di fare della solidarietà un atto politico”. Come il polverone politico innalzato a seguito di una gita scolastica in piazza Libertà, per far conoscere ai bambini e alle bambine cosa significa percorrere la rotta balcanica, che ha visto addirittura l’intervento del ministero dell’Istruzione. Dall’altro, una sorta di “soft violence”, cioè una violenza meno visibile contro le persone in movimento. Ne è un esempio, spiega l’attivista, il continuo rinvio degli appuntamenti in questura per la richiesta di asilo, così come la chiusura degli spazi di accoglienza: “Per le persone rimane solo la strada. Ora a Trieste sono circa 150 le persone abbandonate”. Non sono eventi casuali. “Tutto questo è voluto”, continua Cavalli, “si sono volute creare le condizioni per arrivare a uno scontro violento”. Come la mancata risposta del Prefetto alla lettera inviata dalle reti che lavorano in piazza, e firmata da più di 6mila cittadini, con cui chiedevano - dopo intimidazioni e aggressioni - di non autorizzare quelle che i militanti di Forza Nuova chiamano “passeggiate per la sicurezza”. La questura ha poi imposto alle realtà solidali un orario diverso da quello garantito da sette anni, dalle 18 alle 20, e non più dalle 19 alle 22. Quest’ultimo, quello scelto da Linea d’Ombra, è un orario compatibile anche con l’impegno lavorativo degli attivisti: tre ore in cui - spiega Cavalli - curare le ferite, fornire giubbotti quando disponibili, offrire un pasto e una bevanda calda. Violare i divieti della questura, significa rischiare l’arresto fino a tre mesi e un’ammenda. “Noi ci siamo ogni giorno, da sette anni, da lunedì a lunedì”, sottolinea l’attivista, “compresi i festivi”. Ma negli ultimi mesi denuncia una pressione da parte delle forze dell’ordine che, anche dopo soli dieci minuti dall’orario di fine, si presentano numerose in piazza per controllare i documenti dei presenti. Per molto tempo le reti di solidarietà sono state funzionali a una politica che non era in grado di occuparsi dell’accoglienza. Oggi, invece, il clima non è più così disteso. “Il nostro credo comune - conclude Cavalli - rimane contrastare lo Stato che impedisce a queste persone, attraverso i confini, il diritto alla vita. E rivendicare per loro il diritto a cercare la felicità dove vogliono”. L’America vuole riportare il patibolo in piazza. La pena di morte nell’era dello streaming di Marco Bardazzi Il Foglio, 18 ottobre 2026 Dall’ultima impiccagione pubblica del 1936 al progetto di Hegseth di trasmettere in diretta l’esecuzione del terrorista di Fort Hood, poi fermato da Trump. Novant’anni di storia americana raccontano il tentativo di nascondere la pena capitale senza abolirla. E il ritorno della tentazione di trasformare la giustizia in uno spettacolo di vendetta. Alle 5.23 del 14 agosto 1936, a Owensboro, in Kentucky, Rainey Bethea si sedette ai piedi del patibolo e chiese di cambiarsi le calze. Aveva le mani ammanettate. Ci mise un po’. Ne tirò fuori un paio nuovo dalla tasca, lasciò scarpe e calzini vecchi sotto la scala e salì ventuno gradini guardando l’alba che sorgeva nei pressi del fiume Ohio. Sotto l’alta forca di legno c’erano diecimila o ventimila persone: i giornali dell’epoca davano cifre diverse, come succede sempre quando si tratta di quantificare una folla. Sopra c’era un ex poliziotto ubriaco che doveva tirare una leva e rimase immobile, confuso com’era per gli effetti dell’alcol. Dopo qualche momento di caos, con le autorità che urlavano ordini, toccò a un vicesceriffo rimasto senza nome appoggiarsi sulla leva. Il condannato cadde per circa due metri e mezzo, rompendosi il collo. Il certificato fissò la morte alle 5.45. Bethea era un nero di 22 anni, la vittima era la settantenne bianca Lischia Edwards, che gli aveva dato un lavoro nella sua casa. Il processo era durato tre ore, con avvocati d’ufficio ad assistere l’imputato, che al momento dell’arresto aveva confessato i reati di furto, stupro e strangolamento. L’accusa però contestò solo lo stupro. La giuria di dodici uomini bianchi impiegò quattro minuti e mezzo a decidere. Per l’omicidio il Kentucky prevedeva la sedia elettrica a Eddyville, lontano dagli occhi di tutti. Per lo stupro invece era prevista l’impiccagione pubblica nel capoluogo della contea. Ma dopo il macabro spettacolo di quella lunga notte, con la gente arrivata da mezzo Kentucky per godersi lo show in un clima da linciaggio di piazza, si decise che da allora in poi le esecuzioni non sarebbero più avvenute in piazza. E’ da quell’alba del 1936 che l’America non giustizia più nessuno in maniera pubblica. Novant’anni dopo, Pete Hegseth, capo del Pentagono, ha riaperto la ferita e ha fatto riemergere la voglia di una parte del paese di rendere la morte uno show di vendetta. L’autoproclamato “ministro della Guerra” nei giorni scorsi ha annunciato di voler eseguire, con un livestreaming aperto a tutto il mondo, la condanna a morte di Nidal Hasan, un ex maggiore dell’Esercito che nel 2009 uccise 13 persone e ne ferì 32, in una strage di matrice jihadista nella base militare di Fort Hood, in Texas. L’appuntamento è per il 3 dicembre, ma persino al presidente Donald Trump, dopo qualche giorno di riflessione, la decisione del Pentagono è sembrata eccessiva. Esecuzione sì, ma niente streaming. “Ritengo che avrebbe rappresentato un forte deterrente, mostrando al mondo come l’America tratta i terroristi e la feccia come Hasan”, ha detto Trump, aggiungendo però che “molte persone perbene e animate da buone intenzioni preferirebbero non vederlo morire, né in streaming né attraverso altri mezzi visivi”. Niente diretta pubblica, quindi, ma resta la decisione di Hegseth di far tornare in azione un plotone di esecuzione militare, una pratica che le forze armate hanno abbandonato nel 1945. I soldati dovranno uccidere Hasan sparandogli probabilmente mentre li fronteggia seduto su una sedia a rotelle: l’ex maggiore è paraplegico per le conseguenze della sparatoria del 2009. L’idea del capo del Pentagono è di amministrare un biblico “occhio per occhio, dente per dente” nella stessa base e alla stessa ora in cui commise la strage. Lo streaming sarebbe stato la versione da ventunesimo secolo digitale dei “picnic hanging”, come la stampa definì l’impiccagione in Kentucky del 1936 (lo racconta il libro “American Bloodlines” di Sonya Lea) e della lunga e tragica storia di esecuzioni pubbliche che accompagna l’America fin dai tempi coloniali. Punire con la morte di fronte a una platea è sempre stata una tentazione forte per lo spirito puritano del Nuovo Mondo e spesso è tracimata nell’odio razziale dei linciaggi di piazza contro neri e immigrati. Hegseth ha riaperto un dibattito sul passato degli Stati Uniti. Negli ultimi decenni la voglia di patibolo è stata gestita nascondendo le esecuzioni, rinchiudendole nelle camere della morte delle carceri di massima sicurezza e affidandole a pratiche ritenute meno disumane dell’impiccagione o del plotone armato, come nel caso del ricorso a sedia elettrica, camera a gas e iniezione letale. Ma anche al riparo dagli occhi del pubblico, le esecuzioni hanno continuato a rivelarsi imbarazzanti per le autorità. Un po’ per gli errori giudiziari, un po’ per l’incapacità di abolire la pena di morte a favore di condanne all’ergastolo e in buona parte anche per i flop degli strumenti più “umani” che si è cercato di utilizzare. Secondo i calcoli di Austin Sarat e il suo studio “Gruesome Spectacles”, su 8.776 esecuzioni tra il 1890 e il 2010, 276 sono andate storte, circa il 3 per cento. Con l’iniezione letale si sale al 7 per cento, il tasso più alto di tutti i metodi. E se il caso di Fort Hood ha riportato al centro dell’attenzione le esecuzioni pubbliche, la vicenda di Christa Pike ha sollevato nuovi interrogativi sui metodi che si usano lontano dagli occhi del mondo, nelle camere della morte. Il 30 settembre scorso a Nashville, nel carcere di Riverbend, la cinquantenne Pike è sopravvissuta a due dosi di pentobarbital. È finita per alcuni giorni in terapia intensiva, intubata, con le braccia ustionate e piene di vesciche. Quando si è ripresa, l’hanno riportata in cella. Doveva essere la prima donna giustiziata in Tennessee dal 1820. Adesso è invece un caso nazionale, con il governatore Bill Lee che ha deciso di sospendere tutte le esecuzioni, ordinando un’indagine indipendente. I casi Hasan e Pike sono solo l’ultima pagina della lunga e complessa storia del rapporto tra l’America e la pena capitale. La prima pagina fu scritta da un plotone di esecuzione. Nel dicembre 1608 a Jamestown, la prima colonia inglese stabile in Virginia, il capitano George Kendall, membro del consiglio di governo, venne fucilato con l’accusa di ammutinamento e spionaggio a favore della Spagna. Quattro anni dopo il governatore Thomas Dale mise la pena di morte per iscritto e la estese al furto di frutta o all’uccisione di un pollo senza permesso. Nel New England dei puritani il patibolo diventò una scuola di morale. Si impiccava in pubblico, il pastore predicava sul peccato davanti al condannato e la folla era chiamata a specchiarsi in lui. A Salem, nel 1692, salirono sulla forca diciannove persone accusate di stregoneria. Poi arrivò l’Illuminismo, e arrivò quasi in tempo reale. “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, uscito a Livorno nel 1764, era tradotto in inglese tre anni dopo e ristampato a New York e Filadelfia. Jefferson ne ricopiò ventisei passi, in italiano, nei suoi quaderni. John Adams lo citò per difendere in tribunale i soldati inglesi del massacro di Boston. Ma i padri fondatori lo lessero a modo loro. Il progetto di Jefferson per la Virginia limitava la pena capitale all’omicidio e al tradimento, e per lo stupro prevedeva la castrazione. Cadde lo stesso, per un solo voto: secondo Madison per colpa della “rabbia contro i ladri di cavalli”. Benjamin Rush, medico di Filadelfia e firmatario della Dichiarazione d’indipendenza, sosteneva che le esecuzioni moltiplicavano il crimine invece di scoraggiarlo, perché abituavano la gente alla violenza. Nel 1794 la Pennsylvania inventò i gradi dell’omicidio e riservò il boia solo al primo. La svolta decisiva arrivò nel 1834, ancora in Pennsylvania, il primo stato a portare le esecuzioni dentro le mura del carcere. Non era pietà per il condannato. Le classi rispettabili delle città del Nord si erano convinte che le folle dei giorni di impiccagione, tra ubriachi e borseggiatori, si corrompessero più di quanto si educassero. Lo storico Louis Masur ha ricostruito questo passaggio in “Rites of Execution” e lo si può riassumere così: l’America nascose le esecuzioni per poterle conservare. Nel 1846 il Michigan andò oltre e abolì la pena di morte per tutti i reati tranne il tradimento. Il Sud restò un’altra storia. Lì il patibolo pubblico sopravvisse a lungo, e accanto alla forca legale prosperò il linciaggio. Anche la tecnologia entrò presto in scena, con la promessa di uccidere in modo più pulito. Nel 1890 lo Stato di New York mise a morte William Kemmler sulla prima sedia elettrica, nel pieno della guerra della corrente tra Thomas Edison e George Westinghouse. Nel 1924 il Nevada sperimentò il gas su Gee Jon, un immigrato cinese. Gli anni Trenta, il decennio di Bethea, furono quelli con più esecuzioni della storia americana, in media 167 l’anno, con una forte tinta razziale. Lo avrebbe ricordato Thurgood Marshall, primo giudice nero della Corte Suprema, nella sua opinione per la sentenza Furman v Georgia del 1972: dal 1930 gli Stati Uniti avevano giustiziato per stupro 455 persone. Quarantotto erano bianchi, 405 neri. Rainey Bethea era uno di loro. Dopo la guerra il pendolo cambiò direzione. Le esecuzioni calarono e nel 1966 Gallup registrò il sostegno più basso mai misurato, il 42 per cento. Dopo il 1967 nessuno fu più messo a morte. Gli avvocati del Legal Defense Fund della NAACP avevano scelto di contestare ogni singola condanna fino alla Corte Suprema. Il 29 giugno 1972, con la sentenza Furman, la Corte stabilì con un voto di cinque a quattro che la pena di morte, così come veniva applicata, era incostituzionale. I nove giudici scrissero nove opinioni diverse. Caddero quaranta leggi statali e 629 condannati si videro commutare la pena. Sembrava la fine. Durò quattro anni. Trentacinque Stati riscrissero in fretta le loro leggi e nel 1976, con Gregg v. Georgia, la Corte le promosse. Il 17 gennaio 1977, nel carcere di Point of the Mountain, in Utah, Gary Gilmore rinunciò agli appelli, pretese di morire e si sedette davanti a un plotone di esecuzione. Le sue ultime parole furono “Let’s do it”. Norman Mailer ci costruì sopra “Il canto del boia”. L’America ricominciava a uccidere da dove aveva cominciato, con i fucili. Ma ora le serviva una ragione nuova per farlo. L’avrebbe trovata una ventina d’anni dopo, in una parola presa in prestito dal lessico della terapia. La vera essenza del dramma americano della pena di morte contemporanea si riassume in una parola: closure. Difficile darne una traduzione italiana che ne rispetti pienamente il senso, ma significa metter fine a qualcosa, completare un percorso e concluderlo. La pena di morte oggi negli Stati Uniti si regge in buona parte sul concetto di closure, una delle parole più usate da governatori e procuratori per giustificare il “no” a qualsiasi atto di clemenza nei confronti del condannato. L’esecuzione è la conclusione che i parenti delle vittime e l’opinione pubblica aspettano, per ristabilire un senso di giustizia. È un po’ la filosofia del vecchio West americano: se hai ucciso, devi essere ucciso. Non te la puoi cavare con l’ergastolo e non c’è spazio per prendere in considerazione l’ipotesi di redimersi. La funzione rieducativa della pena non è un concetto americano. Eppure è una parola recente. Secondo il giurista Franklin Zimring, prima del 1989 “closure” e “pena di morte” non comparivano mai insieme sui giornali americani. Nel 2001 le citazioni erano più di cinquecento. Quell’anno il ministro della Giustizia John Ashcroft fece trasmettere a circuito chiuso l’esecuzione di Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklahoma City, a 232 sopravvissuti e parenti delle 168 vittime. Voleva aiutarli, disse, “a chiudere questo capitolo”. Bud Welch, che nell’attentato aveva perso la figlia Julie, si oppose: a uccidere lei e gli altri, disse, erano stati proprio la vendetta e l’odio. Hegseth e una larga fetta dell’opinione pubblica che la pensa come lui ora vorrebbero andare oltre Ashcroft. La closure minaccia di uscire dalla stanza della morte accessibile solo ai parenti della vittima per tornare a essere uno spettacolo per tutti. Il capo del Pentagono e il suo ammiratore Josh Howerton, un pastore evangelico che giustifica la pena capitale invocando le lapidazioni bibliche, parlano la lingua delle forche di piazza. Il primo papa americano ne parla un’altra. Il 10 ottobre Leone XIV ha scritto che la pena di morte è “inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Non ha nominato Hasan e ha lasciato la polemica ai suoi. Paul Coakley, capo dei vescovi americani, di fronte alla proposta di Hegseth, ha parlato di “barbara promozione di una cultura di morte”. È l’arcivescovo di Oklahoma City, la città di McVeigh. Hasan ora aspetta quello che ritiene sia un martirio. Alonzo Lunsford, colpito sette volte da lui, vorrebbe solo guardarlo negli occhi. Il resto del mondo per ora sembra essersi risparmiato la sorte di diventare spettatore, seguendo la morte in livestreaming come fosse un evento sportivo. La resistenza religiosa a Trump: “La pena di morte scomparirà” di Maria Tornielli Il Domani, 18 ottobre 2026 Dopo l’annuncio di Hegseth, Trump ha rinunciato alla fucilazione in streaming. A pesare la contrarietà dei cattolici e non solo. La direttrice dell’organizzazione Catholic Mobilizing Network: “Nel 2025 ci sono state 23 condanne capitali in tutti gli Usa, quarant’anni fa erano 300”. Ci sono voluti sette giorni perché Donald Trump accantonasse quella che è forse una delle idee più scioccanti e controverse della sua amministrazione. Era giovedì 8 ottobre quando il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha detto che la fucilazione dell’ex soldato Nidal Malik Hasan, autore di una strage nella base militare di Fort Hood in Texas, sarebbe stata mandata in live streaming: “Faremo in modo che le persone possano vederla”. Nel post su Truth con cui ha dichiarato che la prima esecuzione militare in oltre sessant’anni non sarebbe stata visibile su internet, Trump ha comunque espresso una certa ambivalenza, dicendo che l’esecuzione “forse poteva essere un forte deterrente per il mondo, vedere come l’America si comporta con i terroristi”, ma “molte brave persone non volevano vederlo morire”. La decisione è arrivata dopo un’ondata di indignazione proveniente dalle file del suo partito, ma anche da molti gruppi religiosi, comprese le denominazioni i cui fedeli hanno riportato Trump alla Casa Bianca nel 2024. È arrivata anche dopo una rapida e rara presa di distanza pubblica del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance. “Vedremo se succederà davvero”, aveva detto all’indomani della dichiarazione di Hegseth. “Se sarà mandata in streaming di certo io non guarderò”. Quando il governo diventa barbaro in mondovisione Opposizione religiosa Vance, che è cattolico, in questi mesi non ha mai pubblicamente criticato il presidente per i suoi ripetuti attacchi contro il papa americano, Leone XIV. E se, come ha ricostruito l’Atlantic, a influenzare Donald Trump sono stati i giudizi duri dei tanti esponenti repubblicani, anche favorevoli alla pena di morte, sulla proposta di Hegseth, i dati sull’opinione dei cristiani americani parlano chiaro. Un sondaggio di Washington Post-Abc News-Ipsos mostrava una forte opposizione all’idea di un’esecuzione in streaming da parte del 74 per cento degli evangelici bianchi, una delle più solide basi elettorali Maga. Una percentuale che saliva al 77 per cento tra i cattolici bianchi e fino all’80 per cento tra i cattolici ispanici (il gruppo religioso che ha fatto registrare l’opposizione più forte è quello dei protestanti neri, l’88 per cento). Il clero e i rappresentanti della maggior parte delle confessioni religiose negli Usa si sono opposti pubblicamente all’ipotesi di una fucilazione in streaming, con poche eccezioni. Anche la risposta dei vescovi cattolici e del Vaticano è stata netta. La scelta di proseguire con un’esecuzione in streaming non sarebbe di certo stata bene accolta (per usare un eufemismo) dalla Conferenza episcopale americana, che ha già i suoi disaccordi con l’amministrazione Trump, soprattutto in tema di immigrazione, oltre che per gli attacchi del presidente al papa. “Penso che sia degna di nota la reazione delle gerarchie cattoliche”, dice Krisanne Vaillancourt Murphy, direttrice esecutiva di Catholic Mobilizing Network. L’organizzazione è nata nel 2009 per supportare gli sforzi dei vescovi americani per l’abolizione della pena di morte negli Usa. Tra le sue attività principali c’è quella di mobilitare i cittadini e fare sensibilizzazione sul tema, soprattutto nelle parrocchie, fornendo informazioni sulle esecuzioni e aiutando a diffondere la posizione della Chiesa sul tema, anche a fronte del cambiamento della formulazione del Catechismo voluta nel 2018 da papa Francesco, che ha eliminato ogni spiraglio di ammissibilità della pena capitale. “Si sono espressi sull’inammissibilità della pena di morte”, continua Vaillancourt Murphy, “il presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo Paul Coakley, ma anche il cappellano dell’esercito, Timothy Broglio (che ha invitato i soldati cattolici a fare obiezione di coscienza qualora fossero chiamati a far parte del plotone di esecuzione, ndr). E poi le parole del cardinale Pietro Parolin e il messaggio di papa Leone XIV il 10 ottobre scorso. Sono dieci anni che lavoro in questo ambito e dopo la dichiarazione di Hegseth c’è stata una condanna così unanime e concertata che non poteva passare inosservata”. Ci si poteva aspettare quando si è insediata questa amministrazione, che vede vari cattolici in posizioni di potere, come il vicepresidente e il segretario di Stato Marco Rubio, che l’esito fosse comunque quello di avere una Casa Bianca così a favore della pena di morte? Secondo Vaillancourt Murphy, che vede dell’”ipocrisia nell’avere politici pro life” che supportano le esecuzioni, sì. “Fin dal suo primo mandato, l’amministrazione Trump si è impegnata per rimettere in moto le esecuzioni a livello federale, che erano ferme da 17 anni. Ce ne sono state 13 nel giro di sei mesi. E sul finire della sua presidenza Joe Biden ha commutato la maggior parte delle sentenze capitali federali, lasciando praticamente l’amministrazione Trump senza nessuno da giustiziare”, dice. La fucilazione di Hasan, e la discussione interna all’amministrazione sul trasmetterla in streaming, rientrano, secondo Vaillancourt Murphy, in “una retorica della violenza e della vendetta che si manifesta non solo nel sistema legale, ma anche nelle deportazioni, nell’invio della Guardia nazionale in varie città. C’è un’attenzione a come infliggere crudeltà e molta retorica divisiva. Quindi in questo clima, a metà del suo mandato, credo che l’amministrazione volesse usare l’esecuzione di Hasan come un esempio”. Non un esempio verso cui il popolo americano deve essere sembrato particolarmente ricettivo, vista poi la marcia indietro della Casa Bianca, che deve aver considerato tangibile il rischio di rendere Hasan un “martire”, come previsto da Vaillancourt Murphy, e come sottolineato da vari esponenti repubblicani che hanno espresso disagio verso l’idea di vedere l’esercito americano compiere un atto paragonabile agli omicidi filmati da gruppi terroristici come l’Isis. La proposta di Hegseth arrivava tra l’altro a pochi giorni di distanza dall’esecuzione fallita di Christa Pike, che ha riacceso il dibattito pubblico sulla “umanità” delle iniezioni letali. “In entrambi questi casi stiamo vedendo lo Stato che sceglie la vendetta, la violenza”, dice Vaillancourt Murphy. “Christa Pike aveva già passato 30 anni in carcere, per la maggior parte in isolamento: ha 50 anni. Era un’adolescente quando ha commesso il crimine per cui è stata condannata: questo ovviamente non la giustifica. Ma penso alla madre di Colleen Slemmer (la ragazza uccisa da Pike, ndr), a quanto deve essere stato ritraumatizzante vedere questa esecuzione andare nel modo in cui è andata. Ma penso anche al fatto che stiamo uccidendo una donna per un crimine commesso quando era adolescente: se fosse processata oggi non potrebbe essere condannata a morte. Eppure deve essere giustiziata in uno Stato che ha fallito la sua più recente esecuzione”. Il riferimento è a Tony Carruthers, che è sopravvissuto a un’iniezione letale in Tennessee lo scorso 12 maggio. Né il suo né quello di Christa Pike sono casi isolati: nel 2022, in Alabama, in tre casi su quattro, le esecuzioni fatte con iniezione letale sono fallite. La giornalista Elizabeth Bruenig dell’Atlantic, che si è occupata a lungo della pratica della pena di morte negli Stati Uniti, parlando del tentativo di esecuzione di Christa Pike, ha citato il fatto che la maggior parte delle persone con formazione medica rifiutano di partecipare alle esecuzioni perché costituirebbe una violazione del giuramento di Ippocrate. “Non c’è nulla di normale nel giustiziare le persone: il caso di Christa Pike e la proposta a dir poco barbarica di Hegseth stanno smascherando la pratica della pena di morte per quello che è realmente”, commenta Vaillancourt Murphy. Al netto dell’opposizione ampia che si è creata verso l’idea di una fucilazione in streaming, alcuni sondaggi recenti mostrano che la maggioranza degli americani è ancora a favore della pena di morte: il dibattito recente avrà un impatto? “Penso che questi casi stiano allontanando l’opinione dalla pena di morte. E per quanto riguarda i numeri, dipende anche da cosa si guarda”, puntualizza Vaillancourt Murphy. “Un dato che vorrei sottolineare”, continua, “è quello delle condanne a morte comminate nel 2025 in tutti gli Stati Uniti: sono state 23, un dato ai minimi storici almeno per gli ultimi quarant’anni. Negli anni Ottanta erano più di 300. Le giurie e i tribunali si stanno allontanando da questa pratica e le esecuzioni che stiamo vedendo in questo periodo - penso al caso di un uomo in Florida, nel braccio della morte da cinquant’anni - non sono prodotto del nostro attuale sistema penale. Sono retaggio del passato”. Certo, con “governatori che in questo momento vedono un vantaggio politico nel firmare i mandati di esecuzione. Non abbiamo ancora convertito tutti all’abolizionismo, ma ci stiamo muovendo in quella direzione”. E quando le viene chiesto se pensa che nella sua vita vedrà l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti, la risposta della direttrice di Cmn è netta: “Sì, assolutamente. Nei 17 anni di vita della nostra organizzazione abbiamo visto nove Stati abolire la pena di morte. Sappiamo quante persone nel braccio della morte sono state poi scagionate. Penso che senza dubbio gli americani vogliano sicurezza, vogliano che si faccia giustizia, ma non vogliano vendetta. Credo che quando vedono l’esibizione della vendetta, come abbiamo visto in queste ultime due settimane, si rendano conto che d’ora in poi va tracciato un nuovo percorso”. Haaretz denuncia: “Palestinesi pestati e torturati in cella” di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 18 ottobre 2026 L’inchiesta choc del quotidiano israeliano sul regime di detenzione speciale. I proiettili di gomma esplosi all’interno di celle sovraffollate, la privazione deliberata di cure mediche, la diffusione di malattie infettive, la tortura del sonno, e poi ancora i pestaggi, le scariche elettriche, gli insulti, l’uso dei cani da guardia. Un’inchiesta del quotidiano Haaretz solleva l’ennesimo velo sulle condizioni dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, descrivendo un regime speciale in cui l’unica costante sembra essere la violazione del diritto, le torture fisiche e mentali, le umiliazioni e lo sfregio della dignità personale. Il governo Netanyahu accusa il giornale progressista di partecipare a una “campagna diffamatoria mondiale” in combutta con le ong e i vertici dell’Onu senza però entrare nel merito delle accuse. Le interviste sul campo condotte dall’organizzazione non governativa israeliana B’Tselem qualificano formalmente la rete carceraria dello Stato ebraico come un sistema di “campi di tortura”. Secondo i dati emersi dal rapporto Living Hell, tra l’ottobre 2023 e l’inizio del 2026 sono stati documentati oltre 80 decessi di prigionieri palestinesi in custodia, riconducibili a percosse, malnutrizione severa e totale negligenza medica. Emblematico il caso di Thaer Abu Asab, morto in cella a causa delle percosse subite; la ricostruzione di Haaretz descrive un pestaggio organizzato per “vendicare” l’uccisione di alcuni soldati israeliani erroneamente attribuita ad Asab, alla base delle indagini cita i messaggi di testo interni scambiati tra le 12 guardie carcerarie indagate dalla procura militare; in uno di questi un secondino scrive compiaciuto alla sua ragazza: “Piccola, un aggiornamento: lui ha appena finito di vivere”. La lista di abusi raccontati da testimoni e protagonisti è impressionante: interi gruppi di prigionieri costretti a spogliarsi davanti alle telecamere per subire poi colpi mirati e violenti alle parti intime. Oppure le violenze carnali inflitte da guardiani e riservisti dell’esercito utilizzando manganelli, aste metalliche o di legno. Nella base di Sde Teiman, un detenuto ha subito la perforazione del colon e la rottura delle costole a causa di una violenza sessuale di gruppo commessa dai soldati dell’unità “Forza 100”, la fuga di un video di sorveglianza ha inchiodato i militari e anche in questo caso è stata aperta un’inchiesta e gli indagati rinviati a processo. Esponenti della maggioranza di governo e gruppi di manifestanti di estrema destra hanno preso d’assalto la base militare e il tribunale di Beit Lid per difendere i riservisti, accusando i procuratori di tradimento. Sempre a Sde Teima i detenuti venivano costretti a rimanere seduti a terra su sottili materassini, bendati e ammanettati con fascette di plastica o manette di ferro serrate al massimo, 24 ore su 24, per mesi di seguito. Molti prigionieri hanno riportato ferite da taglio profonde ai polsi; in diversi casi documentati da Haaretz, la mancanza di circolazione ha causato infezioni e cancrena, costringendo i medici militari ad amputare gli arti dei detenuti direttamente all’interno delle strutture L’impietosa fotografia è confermata anche dall’interno: un’ispezione indipendente condotta dall’Ufficio del Difensore Pubblico del Ministero della Giustizia israeliano resa pubblica solo dopo una lunga battaglia legale con l’esecutivo ha definito le condizioni di alcune sezioni riservate ai prigionieri politici “inadatte a ospitare esseri umani”, evidenziando la presenza di detenuti ridotti a uno stato scheletrico e con evidenti segni di percosse sul corpo. A questo si aggiunge l’allarme lanciato da Physicians for Human Rights Israel (PHRI), che denuncia l’isolamento sanitario dei prigionieri, l’esplosione di epidemie di scabbia e il sistematico rifiuto di trasferire i malati più gravi in strutture ospedaliere idonee. Le carceri e la polizia ricadono sotto la diretta giurisdizione del Ministero della Sicurezza Nazionale, guidato dall’esponente di estrema destra Itamar Ben-Gvir; il ministro rivendica apertamente il peggioramento delle condizioni di detenzione dei palestinesi (definiti genericamente “terroristi”), descrivendolo come una legittima strategia di deterrenza. Il ministero ha imposto tagli draconiani alle razioni di cibo e alla qualità dei pasti portati volutamente al di sotto dei parametri nutrizionali standard richiesti dai tribunali. Inoltre per fortificare lo spirito punitivo delle galere israeliane, Gvir ha ridotto drasticamente lo spazio minimo per detenuto giustificando la misura con esigenze di tipo logistico a causa dell’alto numero di arresti compiuti dopo i massacri del 7 ottobre.