Scrivere salva: la mia storia da detenuto a giornalista di Claudio Bottan vocididentro.it, 17 ottobre 2026 “Benvenuto tra noi collega”. Queste parole, a conclusione del colloquio con il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, assumono un significato particolare per chi ha vissuto l’esperienza del carcere e ne è uscito attraverso la porta del cambiamento. Probabilmente sarò il primo ex detenuto ad aver ottenuto l’iscrizione all’Albo dei Giornalisti, ma i primati appartengono al mondo animale, tutt’al più alle competizioni olimpiche, e non riguardano coloro che si sono salvati grazie alla scrittura. Il tesserino da giornalista non è un premio. Non è un beneficio né una laurea ad honorem. Si tratta, piuttosto, del riconoscimento di un percorso che è stato scandagliato, recepito e valorizzato nel rispetto della normativa di cui all’articolo 31 della Legge 3 febbraio 1963, n. 69 (Ordinamento della professione di giornalista) che stabilisce tutele e limitazioni. Un percorso iniziato con i giornalini del carcere durante la detenzione e proseguito oltre il fine pena quando ho scelto di diventare volontario dell’associazione Voci di dentro. La collaborazione con l’omonimo periodico registrato in Tribunale il 9/12/2009 a Chieti mi ha poi consentito di continuare a scrivere dei temi che conosco a menadito per esperienza diretta: carcere, disabilità e marginalità sociale, con lo sguardo rivolto all’’hopetelling’ esortato da Papa Francesco. E così, grazie all’impegno e alla caparbietà di Francesco Lo Piccolo, direttore di Voci di dentro, è stato possibile soddisfare i requisiti richiesti dall’ordine professionale per ottenere l’iscrizione come giornalista pubblicista a prescindere dai precedenti penali (reati fallimentari nello specifico). Ho allegato alla domanda all’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo la copia degli articoli pubblicati su Voci di dentro, la dichiarazione del Direttore Responsabile della testata Giornalistica che ha attestato l’avvenuta collaborazione, coordinata e continuativa negli ultimi due anni, la copia delle ricevute dei compensi percepiti. Oltre a questo al Consiglio ho fornito anche un documento che attesta l’assenza della causa ostativa rappresentata dall’interdizione dai pubblici uffici. Per un ex detenuto, la presenza di precedenti penali non rappresenta un divieto assoluto e automatico all’iscrizione all’Elenco dei Pubblicisti. L’unico vero impedimento tassativo temporaneo riguarda la pena accessoria subita: se la condanna ha comportato l’interdizione dai pubblici uffici l’iscrizione all’Albo è preclusa per tutta la durata dell’interdizione stessa. Per me non c’è stata interdizione e ho anche superato quella specie di corsa a ostacoli rappresentata dalla riabilitazione penale dando prove costanti di buona condotta. Ma non solo: con il mio lavoro e con i miei articoli ho cercato al massimo di esercitare la libertà di informazione e di critica, l’osservanza delle norme di legge a tutela della personalità altrui e il rispetto inderogabile della verità. E sotto ogni pezzo, sia prima sia dopo la carcerazione, ci ho messo il mio nome, come sempre fa Voci di dentro con tutti gli articoli scritti dalle persone ristrette per riconoscere identità e rispetto al di là del reato e perché, come è scritto nella testata, Voci di dentro è giornalismo per produrre cambiamento e garantire diritti, contro razzismo e discriminazione, perché la persona non è il suo reato. Da ex detenuto e ora giornalista, tessera N. 193505, continuerò il mio percorso. Una piccola strada è tracciata. Donazioni, abbonamenti e sostegno alle iniziative editoriali come quella di Voci di dentro producono cultura e opportunità di reinserimento sociale, offrono un’opportunità concreta affinché il futuro non rappresenti una pagina bianca, un vuoto che fa paura, ma uno spazio immenso dove tutto è ancora possibile. Alfonso Sabella: “Giusto concedere permessi ai mafiosi, ma prima viene la sicurezza pubblica” di Francesco Grignetti La Stampa, 17 ottobre 2026 Il magistrato: “Il vero problema è il ricorso eccessivo al carcere duro, il 41bis va gestito meglio”. Il magistrato Alfonso Sabella, che di mafia e mafiosi tanto si è occupato quand’era nel Pool di Palermo e poi al Dipartimento penitenziario con Gian Carlo Caselli (tra 1999 e 2001), ha avuto un brivido alla schiena leggendo che tra i boss che hanno beneficiato di permessi nell’ultimo anno c’era anche Cristofaro “Fifetto” Cannella, condannato all’ergastolo per le stragi di mafia, oppure Mario Capizzi. Entrambi detenuti al 41bis. “È una notizia che mi ha fatto un male enorme”. Perché tanta attenzione su questi due? “Intanto per la caratura criminale. Cannella ebbe un ruolo centrale nella strategia stragista di Cosa Nostra negli Anni Novanta. Fu lui, alter ego di Giuseppe Graviano, a coordinare i picciotti a Roma, Firenze e Milano. Capizzi ha partecipato alla custodia del piccolo Di Matteo. La cosa mi inquieta molto. Sono persone che non hanno mai dato un segno di reale presa di distanza dalle loro organizzazioni”. Hanno beneficiato di permessi particolari, “di necessità”, ad esempio quando muore un famigliare... “Tutto legittimo, ma io, se c’è la necessità, se Cannella deve andare al funerale del padre, lo mando fuori per poche ore e attorniato dagli agenti armati della polizia penitenziaria. Non lo so, mi auguro che sia stato così. Perché c’è una valenza simbolica, oltre che pratica, che non si può sottovalutare”. Intende dire che uno Stato forte si può permettere un’eccezione, ma dimostrando che è una eccezione? “Può sembrare duro ma devo tutelare un interesse superiore che è quello dell’ordine e della sicurezza pubblica. Ad un detenuto del 41bis si può pure dare il cosiddetto permesso di necessità, ma le modalità esecutive devono essere tali da garantire nella maniera più assoluta che non possa approfittarne per riprendere i contatti con la sua cosca. Il vero problema, però, è proprio il ricorso al 41bis come se ne fa oggi”. Secondo lei è un uso troppo esteso? “Ai miei tempi, venticinque anni fa, quando la realtà di Cosa nostra era ben diversa, i detenuti al 41bis erano circa 400; oggi sono il doppio. Il punto è che siccome non funziona l’Alta sicurezza, allora si ricorre troppo al 41bis. Ma così facendo si mette a repentaglio uno strumento fondamentale perché è più difficile sostenere in Europa che certo trattamento così duro è indispensabile se non è limitato a chi davvero lo merita”. Tornando un attimo a Cristofaro Cannella? “Lo arrestai io e ricordo bene la vicenda. Quando si svolse il processo di primo grado, eravamo all’Aula bunker di Firenze, io ero il pm e Cannella era nelle gabbie. A un certo punto mi fecero presente che la compagna era in aula con il figlio appena nato e che Cannella, pur detenuto al 41bis, avrebbe voluto abbracciare il bebè. Eravamo in un’aula-bunker piena di polizia, non c’era motivo di negarlo e acconsentii. Passa qualche tempo. Si arriva all’appello. E un nuovo pentito, tal Giusto Di Natale, mette a verbale che un progetto di un attentato contro di me era stato accantonato per questo gesto di umanità. Ecco chi è Fifetto Cannella”. I permessi sono stati imposti dalla Corte dei diritti dell’uomo perché il diniego automatico di ogni beneficio era inumano... “In certo modo mi trova d’accordo. Il 41bis è prezioso, perché è strategico che vengano interrotti i contatti dei boss con l’esterno, ma va saputo gestire. Ha avuto un senso costringere Bernardo Provenzano a morire dietro un vetro blindato, quando ormai era ridotto a un vegetale? Per me è stata una inutile crudeltà. Caso diverso per Totò Riina, che è morto al 41bis da orgoglioso capo dei capi”. Anche la Consulta ha stabilito che, a certe condizioni, si possono dare permessi ai mafiosi, compresi quelli del 41bis... “Sì, ma se si leggono bene le sentenze, la Corte ci dice che in certi casi, i diritti individuali devono cedere il passo ai diritti della collettività. Nel caso della sicurezza pubblica, è il diritto del singolo che deve cedere. Però è chiaro che quelle del 41bis devono essere misure graduate e mirate al reale obiettivo”. Ad esempio il vetro divisorio nei colloqui? “Il vetro fu tolto per i colloqui del detenuto con figli sotto i 10 anni. Sembrava buon senso. Ma che accadde? Avevo fatto arrestare un certo Vito Vitale, che stava preparando un attentato contro di me con un lanciamissili. Avendolo arrestato, gli avevo messo le microspie dappertutto, anche in carcere. Era al 41 bis. Negli ultimi minuti del colloquio gli fanno abbracciare il figlioletto di 9 anni. E lui sussurra all’orecchio del bambino: “Dì a tuo fratello Giovanni (il fratello maggiore che aveva quasi 17 anni) di scannare la vacca palermitana”. La vacca palermitana era un certo Zanca, un pentito che mi aveva anche aiutato ad arrestarlo. Io denunciai il tutto e ne venne una polemica fortissima con il direttore del Dap, Alessandro Margara”. Padova. Nuovo Garante dei detenuti, lunedì in aula l’elezione Corriere del Veneto, 17 ottobre 2026 Il condizionale è ancora d’obbligo. Ma stavolta, a meno d’imprevedibili ulteriori sorprese, dovrebbe essere quella buona. Dopodomani, lunedì sera, l’assessora al Sociale, Margherita Colonnello, tornerà infatti a proporre in consiglio comunale l’elezione dell’ex magistrato Paola Cameran (unica candidata) quale nuovo Garante cittadino dei detenuti. E a differenza di quanto avvenuto il 28 settembre scorso, stavolta dovrebbe appunto filare tutto liscio. Circa tre settimane fa, come forse si ricorderà, la nomina in questione non era andata in porto per la mancanza dei voti necessari. Il regolamento, infatti, prevede che, per risultare valida al primo tentativo, l’elezione debba essere sostenuta dalla maggioranza dei due terzi dei componenti dell’aula di Palazzo Moroni. Cioè da almeno 22 consiglieri. E quindi, potendo contare soltanto su 20 voti certi (dopo il passaggio all’opposizione degli ex giordaniani Luigi Tarzia e Valentina Battistella), la maggioranza confidava nel contributo del centrodestra. Ma quest’ultimo, denunciando di essere stato coinvolto a giochi sostanzialmente già fatti, aveva risposto picche, rendendo così impossibile la designazione di Cameran: “Tale è la sicumera che quello che stabilisce la maggioranza debba sempre essere approvato senza alcuna discussione - aveva appuntato il capogruppo di FDI, Matteo Cavatton - che il soggetto di cui stiamo parlando già figura, con il titolo di Garante cittadino dei detenuti, tra i relatori di un convegno organizzato il prossimo 2 ottobre al Circolo ufficiali di Prato della Valle”. Lunedì, però, basterà la maggioranza assoluta dei membri del parlamentino di via del Municipio. Ossia almeno 17 consiglieri. Motivo per cui, tranne assenze dell’ultima ora, il centrosinistra dovrebbe essere in grado di eleggere Cameran senza dover sperare nell’aiuto dell’opposizione. L’ex magistrato, 68 anni, già sostituto procuratore generale prima a Trieste e dopo a Venezia, è nota soprattutto per le inchieste sulle malattie da amianto legate alle ex Officine Meccaniche Stanga, sulle cosiddette valvole killer impiantate all’ospedale di via Giustiniani e sul doping nel ciclismo. Caltanissetta. “Il diritto allo studio in carcere non sempre viene garantito” di Gandolfo Maria Pepe La Sicilia, 17 ottobre 2026 Detenuto del “Malaspina” denuncia ostacoli nel suo percorso universitario: con una lettera al giornale lamenta che per 3 anni ha avuto soltanto promesse. Nel 2023 la situazione è migliorata con l’Ateneo di Catania, ma nel 2025 con la Kore di Enn. Studiare dietro le sbarre per costruire un futuro diverso, acquisire competenze e prepararsi al reinserimento nella società. È questa la sfida del Polo penitenziario universitario, un progetto che coinvolge l’Udepe di Caltanissetta e l’università Kore di Enna, con il delegato del rettore Nicola Malizia, che riguarda anche la Casa Circondariale di Caltanissetta guidata dalla direttrice Giulia Gelsomino. Un’iniziativa che vede coinvolti anche gli atenei di Palermo e Catania, con l’obiettivo di offrire ai detenuti la possibilità di iniziare o proseguire gli studi universitari. In attesa dell’avvio del nuovo anno accademico, l’interesse tra i detenuti sarebbe significativo. Docenti e tutor sono chiamati ad accompagnare gli studenti lungo il percorso formativo, fornendo supporto didattico e strumenti per affrontare lezioni ed esami. L’università in carcere rappresenta, infatti, molto più di un’opportunità culturale: è un ponte tra l’istituto di pena e la società esterna, uno strumento per favorire il rispetto delle regole, contrastare la recidiva e promuovere nuove prospettive occupazionali dopo la fine della detenzione. Accanto alle opportunità, tuttavia, emergono anche segnalazioni sulle difficoltà pratiche nell’attuazione del progetto. A sollevare il caso è il 36enne Filippo Bonelli, detenuto nella casa circondariale di Caltanissetta, che con una lettera alla redazione ha denunciato ostacoli nel proprio percorso universitario, avviato dopo diversi anni di attesa. Bonelli racconta di avere manifestato già nel 2020 la volontà di iscriversi all’università e di avere successivamente frequentato un percorso con l’ateneo di Catania. Dal 2020 al 2023 il detenuto riferisce di avere “ricevuto promesse che sono sfociate in false speranze”. Nel 2023 l’uomo ha potuto effettuare l’iscrizione presso l’università di Catania la quale ha garantito “pieno diritto allo studio con tutor a supporto degli studenti-detenuti, fornitura di materiale didattico e razionalità nel sostenere gli esami”. Nel 2025, è passato alla Kore di Enna, nell’ambito delle disposizioni relative al progetto penitenziario, con un’ordinanza del provveditorato. Un progetto della Kore di Enna che avrebbe dovuto avere un tutor a sostegno dello studente-detenuto, lezioni in video collegamento, fornitura di materiale didattico, esami da remoto. Ma il detenuto lamenta di non essere riuscito a sostenere esami e segnala alcune difficoltà nel suo percorso di studi. Nel 2025 alla Kore di Enna su 29 detenuti immatricolati ben 27 in un unico corso di studi (Servizi Sociali in Ambienti Disagiati e Criminologia), ma ciò non rappresenta a suo parere - “una vera offerta formativa, non potendo seguire corsi diversi (Lettere, Economia, Scienze Giuridiche, ecc.)”. Bonelli aggiunge: “A me personalmente, la Kore di Enna, il diritto allo studio l’ha solo violato. C’è gente qui dentro che ha solo un estremo bisogno di riscattarsi sia nella vita, sia come persona”. Sulla vicenda dal carcere vengono forniti alcuni chiarimenti: il tutor, inizialmente non assegnato, risulterebbe ora disponibile e questo è stato un grande problema dal passaggio da Catania a Enna. Mentre per gli esami si sarebbe trattato di un equivoco procedurale, poiché la richiesta doveva essere presentata direttamente dallo studente. Aspetti che evidenziano quanto siano importanti informazioni chiare e un accompagnamento costante per chi studia in condizioni particolari. Bonelli riconosce la disponibilità della direzione della casa circondariale nissena e dell’area giuridico-pedagogica, ma chiede che le opportunità annunciate trovino piena applicazione. Nella sua lettera richiama anche l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. La questione va oltre il singolo caso. Perché l’università in carcere possa diventare uno strumento concreto di riscatto, occorre che iscrizioni, tutoraggio, materiali didattici ed esami siano organizzati in modo efficace. Solo così il diritto allo studio potrà tradursi in una reale occasione di crescita personale e di reinserimento, a beneficio dei detenuti e dell’intera collettività. Trento. “Spini Pizza”, progetto importante che deve coinvolgere le donne di *Marilena Guerra, **Matteo Borzaga, ***Giovanni Maria Pavarin Corriere del Trentino, 17 ottobre 2026 L’inaugurazione di Spini Pizza rappresenta un’importante occasione per riflettere sul valore del lavoro come strumento di autonomia, dignità personale e reinserimento sociale delle persone detenute. Un’iniziativa che merita il plauso della comunità trentina, perché dimostra come la formazione professionale e l’occupazione possano offrire opportunità concrete di crescita e contribuire alla costruzione di un futuro diverso. Proprio alla luce del valore di questo progetto, riteniamo necessario porre l’attenzione su un aspetto fondamentale: garantire che anche le donne detenute possano accedere a opportunità di formazione e lavoro adeguate, qualificanti e realmente spendibili una volta terminata la pena. Da quanto emerso, il progetto Spini Pizza coinvolge attualmente detenuti uomini. Si pone quindi una domanda che non può essere trascurata: quali analoghe opportunità sono oggi offerte alle donne presenti nella Casa circondariale di Spini di Gardolo? Riconosciamo il valore di Spini Pizza quale espressione di un Trentino attento alla solidarietà e all’inclusione. Al tempo stesso, riteniamo necessario che il successo dell’iniziativa diventi uno stimolo per ampliare le possibilità di partecipazione anche delle donne detenute, tenendo conto delle specificità organizzative dell’istituto e delle esigenze dei singoli percorsi. La Commissione provinciale per le pari opportunità intende pertanto promuovere un confronto con la Direzione della Casa circondariale e con gli altri soggetti interessati, per verificare le opportunità attualmente disponibili per le donne, comprendere le ragioni di eventuali esclusioni e individuare nuove possibilità di coinvolgimento. Il principio delle pari opportunità deve trovare piena applicazione anche all’interno degli istituti penitenziari. Il lavoro costituisce infatti uno degli strumenti più efficaci per favorire il reinserimento sociale e contrastare il rischio di recidiva. Le donne detenute rappresentano una minoranza numerica, ma questo non può giustificare una minore attenzione alle loro esigenze né una riduzione delle opportunità disponibili. Spini Pizza deve quindi rappresentare un punto di partenza per sviluppare iniziative analoghe anche a favore delle donne. Le donne detenute scontano già una serie di limitazioni nell’accesso a opportunità e servizi: dalla mancanza di un’apposita sezione per le semilibere e per le attività lavorative esterne ai sensi dell’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, all’assenza di un’infermeria collocata nel reparto femminile, fino alla mancata possibilità di partecipare alle attività nell’orto e alla minore disponibilità di offerte trattamentali. Garantire le pari opportunità significa non lasciare indietro nessuna donna, neppure dietro le mura di un carcere. Il valore di un progetto di inclusione si misura anche dalla sua capacità di ampliare le possibilità per chi rischia di rimanerne escluso. Per questo auspichiamo che Spini Pizza possa diventare non soltanto un’esperienza positiva di inserimento lavorativo, ma anche l’occasione per costruire percorsi altrettanto concreti e accessibili alle donne detenute. *Presidente commissione provinciale Pari opportunità **Consigliere di Parità ***Garante dei detenuti Genova. Botte a un detenuto: indagati due agenti e chiesto il processo per tutti e tre di Marco Fagandini Il Secolo XIX, 17 ottobre 2026 L’episodio, ricostruito dalla Procura, era avvenuto nell’ottobre del 2024 all’interno del penitenziario di Marassi. I due agenti della polizia penitenziaria avrebbero atteso l’uscita dell’avvocato del detenuto dalla sala colloqui. Ma invece di riaccompagnare l’uomo in cella, avrebbero accostato la porta, iniziando a colpirlo con calci e pugni. Punendolo, secondo gli inquirenti, per avere in precedenza aggredito uno di loro, fisicamente e verbalmente. Dopo che l’agente lo aveva schiaffeggiato e zittito con questa frase: “Devi portare rispetto, tu non sai chi sono io”. È questa la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dalla sostituta procuratrice Valentina Grosso, di una vicenda avvenuta il 3 ottobre del 2024 all’interno del carcere di Marassi. Nel registro degli indagati sono stati iscritti i due agenti, all’epoca dei fatti di 52 e 53 anni, e il detenuto, un venticinquenne. I primi due sono accusati dei reati di abuso di autorità contro arrestati o detenuti e lesioni aggravate. Il giovane invece di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Per tutti e tre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio. Le indagini erano iniziate dopo un esposto di Doriano Saracino, in quel periodo Garante regionale dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, depositato il giorno successivo a quanto accaduto. Un documento seguito, dopo poco meno di due settimane, dalla querela del detenuto coinvolto. Gli inquirenti avevano raccolto le testimonianze di varie persone. E formulato una ricostruzione della dinamica dei fatti sostanzialmente divisa in due parti. La prima fase sarebbe avvenuta nel tragitto fra la cella e la sala dei colloqui, dove ad attendere il venticinquenne c’era il suo avvocato. Per motivi non del tutto chiari, secondo gli investigatori l’agenti di 53 anni aveva messo a tacere il detenuto con quella frase, per poi tirargli uno schiaffo che gli aveva danneggiato gli occhiali. E lì l’ospite della casa circondariale aveva reagito, insultando ripetutamente l’uomo e colpendolo a sua volta con uno schiaffo sul viso. La seconda fase sarebbe invece avvenuta nella sala colloqui, una volta allontanatosi il legale. Entrambi i poliziotti della penitenziaria avrebbero preso a calci e pugni il detenuto, procurandogli traumi al volto e al corpo. Sia il venticinquenne che l’agente da lui schiaffeggiato erano stati medicati ed era stata attribuita loro una prognosi di 7 giorni ciascuno. Ora sarà il giudice per l’udienza preliminare dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio. Ad assistere il venticinquenne, nel frattempo trasferito in un altro penitenziario, è l’avvocato Vito Cimiotta, mentre i due agenti sono difesi dai legali Alessandro Cecon e Alessandro Famularo. Ha poi chiesto di costituirsi parte civile, attraverso l’avvocato Luca Sebastiani, l’Associazione Yairaiha, che si occupa della tutela dei diritti umani, in particolare di quelli delle persone private della libertà personale. Varese. “Il ritorno in cella è la dichiarazione di un fallimento” di Adriana Morlacchi La Prealpina, 17 ottobre 2026 Don David Riboldi a Varese per presentare il libro scritto con Marco Linari: “La vera barriera fuori dal carcere è il muro di pregiudizi della società”. Tanta attenzione in Salone Estense per una serata di riflessione organizzata dall’Odv La Scelta, guidata dalla vulcanica Mariella Meucci. Al centro dell’incontro, la presentazione del libro “Nessuno nasce innocente”. Un’intervista di Don David Maria Riboldi scritta dal giornalista Marco Linari. Un testo “agile, veloce e scattante”, edito per una collana di interviste, che affronta di petto uno dei temi più spinosi della nostra società: il sistema carcerario e il fine pena. Assoluto protagonista dell’incontro è stato Don David Maria Riboldi, anima della cooperativa Valle di Ezechiele. Il suo intervento ha puntato il dito contro una piaga del sistema: “Il problema della recidiva è un disastro - ha spiegato - si finisce per affezionarsi tantissimo a queste persone, ma il loro ritorno in cella è in realtà l’ennesima dichiarazione di un fallimento”. La vera barriera, fuori dal carcere, è il muro di pregiudizi della società: “La frase che mi sento ripetere più spesso è: “Se esco, chi mi prende a lavorare?”. Eppure, se uno è bravo a cucinare, è bravo a prescindere dai suoi errori. I numeri ci danno ragione: a oggi, con l’ultima assunzione, abbiamo preso a lavorare 43 persone, e di queste solo una ha commesso nuovi reati”. Molto toccante l’intervento di Don Matteo Rivolta, cappellano del carcere di Varese, che ha declinato il tema su “Comunità alla prova”, aggiungendo un fondamentale “di umanità”. “Per buona parte dell’opinione pubblica chi è in carcere è considerato uno scarto, una persona senza umanità - ha sottolineato - ma chi varca quelle porte si accorge che non è così. Nessuno assolve il reato, le azioni criminose restano tali. Ma conoscendo i detenuti e le loro famiglie, nasce spontanea una domanda: se fossi nato io in quel contesto, come mi sarei comportato?”. Don Matteo ha lanciato una provocazione alla società, impermeabile e carica di pregiudizi, che spesso ostacola la ricerca di una casa o di un lavoro, favorendo di fatto la recidiva. “La vera domanda per ciascuno di noi è: che responsabilità ho io verso di loro?”. A dare corpo alle parole del cappellano ci ha pensato Cinzia, volontaria nel carcere di Varese. Il suo percorso è nato fuori dalle sbarre, a Casa San Carlo (realtà guidata da don Marco Casale), dove ha iniziato a frequentare e cenare con ex detenuti in difficoltà, scoprendo le persone dietro agli errori. “Entrare in carcere poi è stato un passaggio naturale - ha raccontato - La prima volta non la dimenticherò mai: mi colpì subito l’odore, il fumo, il rumore delle voci. Ma lì ho imparato a tenere fuori il giudizio: non vedo detenuti, ma persone. La messa della domenica ha un sapore speciale, partecipata ed emozionante. È importante esserci, nelle piccole cose, fare un pezzetto di strada con loro”. La serata è stata arricchita anche da momenti di lettura, grazie all’avvocato Maura Bogni che ha dato voce alle parole del magisrato Annalisa Palomba. Il dibattito - intercalato dai brani musicali di Tony Calabrese - ha lasciato spazio anche alle istituzioni e a voci più critiche. Il vice prefetto Gertrude Corsaro ha ricordato l’impegno governativo affrontato in un recente convegno del 2024 sul tema dell’inserimento lavorativo degli ex detenuti, sottolineando l’importanza dei progetti giovanili “on the road” per far percepire la vicinanza dello Stato. Di tono diverso, e mirato a mantenere salda la percezione della legalità, l’intervento di Paolo Macchi, in rappresentanza del sindacato di Polizia Siulp: “C’è la tendenza a raccontare il carcere come un luogo da cui si esce migliorati. Condivido la necessità di dare umanità, ma non sono d’accordo nel far passare l’esperienza carceraria solo come un “inciampo” della vita. Dobbiamo mantenere la giusta severità, altrimenti il sistema non migliora”. In chiusura, uno spiraglio di luce e normalità è arrivato Ennio Marchesin del Coni che ha ricordato il potere terapeutico dell’attività fisica: “Lo sport non ha barriere, e deve poter arrivare ovunque”. Pisa. Filo diretto con il carcere: “Inclusione e reinserimento” di Alessandra Alderigi La Nazione, 17 ottobre 2026 Un filo che lega il fuori al dentro e che punta ad ascolto, reinserimento (per evitare anche la recidiva) e soluzioni. La casa circondariale Don Bosco di Pisa ha accolto la visita del presidente dell’Unità migranti Italia, Ibrahima Dieng, che è stato accompagnato dalla direttrice dell’istituto, Alice Lazzarotto. Incontro e confronto con i detenuti di origine straniera e le comunità presenti sul territorio “per offrire percorsi di sostegno e reinserimento sociale”. La direttrice, nel ringraziare Dieng, ha evidenziato l’importanza di costruire relazioni stabili con le realtà associative e con le rappresentanze delle diverse comunità nazionali all’interno dell’istituto. Un dialogo che si inserisce nella missione rieducativa della pena e nella volontà di favorire percorsi di inclusione, responsabilizzazione e reinserimento sociale. Un’iniziativa favorita dall’opera di raccordo istituzionale svolta dal personale della polizia penitenziaria in servizio alla Procura della Repubblica di Pisa: si è creato così un canale diretto tra l’Amministrazione penitenziaria e l’Unità migranti. Dieng ha spiegato che l’Unità migranti è pronta a collaborare con l’istituto penitenziario attraverso iniziative sociali, culturali e umane e a promuovere incontri periodici con i detenuti di origine senegalese per “offrire ascolto, sostegno morale e un costante collegamento con la comunità esterna”. L’obiettivo è “favorire percorsi di crescita personale e di reinserimento”. Dieng ha poi raccolto alcuni dei problemi più diffusi tra le persone detenute, come quello dell’attesa per i permessi di soggiorno, per risolvere i quali hanno dato disponibilità sia l’ambasciatore senegalese, Ngor Ndiaye, sia il vice questore, Claudio Cappelli, che dirige l’ufficio immigrazione della questura di Pisa. “Lavoreremo poi per aumentare i corsi di italiano - aggiunge Dieng che ringrazia la direzione del carcere, la procuratrice Teresa Angela Camelio e l’ispettore superiore di polizia penitenziaria, Angelo De Grazia - e per creare opportunità di lavoro e favorire il reinserimento”. Como. Carcere, rieducazione e diritti: il 19 ottobre un convegno e una mostra fotografica uninsubria.it, 17 ottobre 2026 Guardare al carcere attraverso gli occhi di chi lo vive, interrogarsi sul significato della pena e sulle possibilità concrete di rieducazione, riflettere sulle condizioni di fragilità delle persone detenute e sul ruolo delle istituzioni e della società civile. Sono i temi al centro del convegno “Le istanze rieducative nel sistema penitenziario italiano tra risorse scarse, stigma sociale e il pericolo di vittimizzazione secondaria. La casa circondariale di Como vista con gli occhi di chi la abita”, in programma lunedì 19 ottobre a Como, dalle 10 alle 16 nell’Aula Magna del Chiostro di Sant’Abbondio, organizzato dal Dipartimento di Diritto economia e culture dell’Università dell’Insubria. L’iniziativa riunirà docenti, ricercatori, rappresentanti dell’amministrazione penitenziaria, operatori del diritto e del terzo settore per approfondire il rapporto tra il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena e le difficoltà della sua applicazione concreta, tra scarsità di risorse, sovraffollamento, stigma sociale e situazioni di particolare vulnerabilità. Il convegno sarà anche l’occasione per inaugurare una mostra ospitata dal 19 ottobre al 19 novembre nel Chiostro di Sant’Abbondio, che riunirà opere fotografiche e testimonianze realizzate nell’ambito di due progetti sviluppati con le persone detenute della Casa circondariale di Como: “Corpi riflessi” e “Bassone: quale umanità?”. La giornata si aprirà alle 10 con i saluti istituzionali di Giuseppe Colangelo, direttore del Dipartimento di Diritto economia e culture dell’Università dell’Insubria. Seguirà la presentazione del convegno e della mostra a cura di Giulia Barone, ricercatrice di Diritto processuale penale dell’Ateneo. La prima sessione, in programma dalle 10.30 alle 12.30, sarà dedicata a “Il principio rieducativo della pena tra utopia e realtà” e sarà presieduta da Stefano Marcolini, professore ordinario di Diritto processuale penale dell’Università dell’Insubria. Interverranno Thomas Di Candia, avvocato del Foro di Busto Arsizio e PhD dell’Università dell’Insubria, con un approfondimento sull’attuazione del principio rieducativo nella legislazione penitenziaria, Martino Villani, del Csv Insubria, e Maria Trimarchi, dirigente dell’Ufficio di esecuzione penale esterna distrettuale di Como, sul rapporto tra scarsità di risorse e percorsi rieducativi. Il confronto proseguirà con Beppe Nessi e Zef Karaci, della Caritas di Como, che porteranno una riflessione sulla vita all’interno della Casa circondariale del Bassone, e con Francesco Picozzi, dell’Ufficio legislativo del Ministero della Giustizia, che affronterà il tema del sovraffollamento carcerario. Dalle 13.30 alle 15, la seconda sessione sarà dedicata a “Tratta di esseri umani, identità di genere e detenzione: profili di vulnerabilità, tutela e trattamento penitenziario”, sotto la presidenza di Chiara Perini, professoressa ordinaria di Diritto penale dell’Università dell’Insubria. Sara Bianca Taverriti, ricercatrice di Diritto penale dell’Insubria, e Tiziana Bianchini, della Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione, approfondiranno la duplice condizione delle persone autrici di reato e vittime di tratta, tra esigenze di protezione, non punibilità e rischio di vittimizzazione secondaria. Laura Castegnaro, della Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione, e Carmela Rusciano, funzionaria e mediatrice culturale, presenteranno il progetto “Corpi riflessi”, dedicato alla particolare condizione delle detenute transgender. Sofia Ciuffoletti, ricercatrice dell’Università di Firenze, affronterà invece il rapporto tra trattamento rieducativo e questioni di genere. Dalle 15 alle 16 è prevista la tavola rotonda conclusiva “La rieducazione del condannato: una sinfonia tra istituzioni e società civile”, coordinata da Gilda Ripamonti, ricercatrice di Diritto penale all’Università dell’Insubria e Garante dei diritti dei detenuti di Como. Parteciperanno Benedetta Rossi, magistrata di sorveglianza dell’Ufficio di Varese, Rossella Padula, del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia, Roberta Galati, direttrice della Casa circondariale di Como, Maria Manzella, comandante della struttura, e fra Ferdinando Genetti, cappellano della Casa circondariale. L’obiettivo è mettere a confronto esperienze e responsabilità differenti per riflettere sulle possibilità di costruire percorsi rieducativi capaci di coinvolgere non soltanto l’amministrazione penitenziaria, ma anche le istituzioni e le realtà sociali del territorio. Accanto al convegno, dal 19 ottobre al 19 novembre 2026 il Chiostro di Sant’Abbondio ospiterà una mostra che riunisce due progetti artistici e fotografici realizzati con il coinvolgimento delle persone detenute della Casa circondariale di Como. La prima rassegna, “Corpi riflessi”, presenta opere fotografiche realizzate da alcune detenute transgender nell’ambito di un laboratorio artistico sulla consapevolezza del corpo, coordinato dalla Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione. Il progetto nasce con l’obiettivo di prevenire la vittimizzazione secondaria delle donne vittime di tratta e offrire uno spazio di espressione e riflessione sulla propria identità. Attraverso immagini e parole, le opere compongono un racconto collettivo che intreccia l’esperienza della detenzione, il rapporto con il proprio corpo e il desiderio di riappropriarsi della propria identità e dei propri diritti. “Bassone: quale umanità?” è invece una rassegna composta da 24 pannelli realizzati nella primavera del 2024 dalla Caritas di Como, in collaborazione con il “Settimanale della Diocesi”, la scuola di falegnameria di Cometa e uno storico studio grafico comasco, come contributo di riflessione per il Giubileo 2025 “Pellegrini di speranza”. Una parte delle immagini proviene dalla mostra fotografica realizzata circa dodici anni fa nell’ambito del progetto “Click ti racconto”, nato per mostrare ai familiari delle persone detenute la quotidianità all’interno del Bassone. A queste si aggiungono fotografie più recenti, che contribuiscono a restituire uno sguardo sulla vita e sulle esperienze di chi abita la struttura penitenziaria comasca. Le due esposizioni, riunite in un unico percorso, invitano il pubblico a osservare il carcere da una prospettiva diversa, attraverso immagini e testimonianze che mettono al centro le persone, le loro storie e la loro dignità. La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18.30, nel Chiostro di Sant’Abbondio, in via Sant’Abbondio 12 a Como. Il coordinamento scientifico del convegno è affidato a Giulia Barone, Stefano Marcolini e Gilda Ripamonti dell’Università dell’Insubria. La mostra congiunta è curata da Laura Castegnaro e Beppe Nessi. Il convegno è accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Como e dà diritto al riconoscimento di 6 crediti formativi in materia ordinaria. Non solo cinema: Zustissia, voci ed emozioni di una storia necessaria di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 17 ottobre 2026 “Facevo il servo pastore che è diverso dal pastore. Ho avuto sempre e solo pecore o capre, vacche mai. Dopo, durante i processi, hanno detto che avevo dei bovini, non era vero”. Inizia così Zustissia, il film diretto da Francesco Piras, che racconta la vicenda giudiziaria di Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo nel 1991 per un triplice omicidio avvenuto all’interno dell’ovile Cuile is Coccus, nelle campagne di Sinnai, in provincia di Cagliari. Il lungometraggio, definito un’opera di impegno civile, tratta del più lungo errore giudiziario della storia della Repubblica italiana, diventato il simbolo della giustizia fallibile. Tratto dal libro Io sono innocente, scritto da Beniamino Zuncheddu e Mauro Trogu, l’avvocato che ha sposato la causa, il film, che non esaspera ma si limita a narrare i fatti, alterna scene di ampi spazi nelle tranquille campagne sarde agli spazi angusti delle celle buie di Buoncammino, Uta e Badu e Carros, i tre penitenziari in cui è stato recluso. Il servo pastore, interpretato da un intenso Fabrizio Ferracane, è un uomo segnato dal tempo e dal peso dell’ingiusta detenzione. I lunghi primi piani catturano silenzi e sguardi spaesati, brevi cenni di sorriso di un uomo ormai cinquantenne che, a chi gli propone di accedere alla libertà condizionale, risponde: “Se chiedo scusa è come dire che ho una colpa. La mia coscienze è pulita e così deve restare”. Nonostante i 33 anni passati in carcere, Beniamino crede ancora nella Giustizia: “Illusioni non me ne faccio più ma la speranza… quella non l’ho mai persa”. Si viene investiti dalla rabbia della famiglia e della piccola comunità in cui Zuncheddu ha vissuto fino all’età di ventisei anni. Il film racconta l’arresto avvenuto la sera del 27 febbraio 1991: la serenità di una famiglia come tante che, mentre guarda Sanremo in televisione, viene travolta dalle Forze dell’ordine che prendono in custodia Beniamino. Passano venticinque anni e in carcere si presenta Mauro Trogu, un avvocato che decide di accettare l’incarico pro bono per raccogliere elementi e puntare alla revisione del processo. Tanti i temi trattati: dalle condizioni delle carceri ai rapporti che spesso si instaurano tra detenuti e agenti, dall’utilizzo dei mass media nei casi di cronaca al ruolo svolto dal Partito Radicale; dai clamorosi errori al rigore e alla devozione professionale dei magistrati che, riesaminando gli atti, assolvono finalmente Zuncheddu. Perché, come ricorda il Giudice durante l’udienza: “La Giustizia non vuol dire avere un condannato o un assolto, Giustizia vuol dire Giustizia”. In una delle scene finali, nello splendido panorama sardo, la voce fuori campo ricorda a tutti: “Magistrati e Forze dell’ordine possono sbagliare ma è anche vero che senza carabinieri, poliziotti onesti e senza magistrati con la M maiuscola, oggi Beniamino Zuncheddu non sarebbe un uomo libero”. Scorrendo i titoli di coda, compaiono le righe dedicate alla proposta di legge ispirata alla vicenda di Zuncheddu che punta a garantire un sostegno economico immediato in favore degli innocenti ingiustamente incarcerati, in attesa delle riparazioni stabilite per legge. La raccolta firme è stata gestita dal portale del ministero della Giustizia. “Non cerco più vendetta”. Il figlio del poliziotto ucciso e l’ex brigatista, un incontro oltre l’odio di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 17 ottobre 2026 Il docufilm “L’incontro” di Fabrizio Galatea. Sergio Bazzega e Franco Bonisoli: un film sulla giustizia riparativa. La porta blindata si spalanca davanti a un uomo con le braccia coperte di tatuaggi, che s’incammina lungo un cortile chiuso da sbarre altissime, fino all’apertura dell’ultimo cancello; ora quell’uomo è in strada, e insieme alla nicotina della sigaretta respira compiaciuto un’aria di libertà. Si direbbe un detenuto che esce dal carcere, invece è la vittima di un reato commesso da altri, figlio di un poliziotto ammazzato da un brigatista rosso mezzo secolo fa: il maresciallo di pubblica sicurezza Sergio Bazzega, assassinato insieme al suo collega Vittorio Padovani all’alba del 15 dicembre 1976 da Walter Alasia, brigatista appena ventenne morto anche lui nel conflitto a fuoco. Eppure la scena che apre il docufilm “L’incontro”, scritto e diretto da Fabrizio Galatea (presentato ieri in anteprima alla Festa del cinema di Roma, nelle sale dal 15 dicembre, prodotto da Zenit Arti audiovisive e distribuito da Wanted cinema) racconta la storia della liberazione di quest’uomo, Giorgio Bazzega, che quando gli uccisero il padre non aveva ancora compiuto tre anni ed è cresciuto prigioniero di quel destino. All’epoca, per spiegargli che il papà non sarebbe più tornato a casa, sua madre gli raccontò la più classica delle versioni dispensate ai bambini: “È andato in un bel posto”. Lui la guardò e scosse la testa: “Non è vero, l’hanno ucciso”. Poi s’è gettato in un’infanzia e un’adolescenza che fossero il più possibile spensierate, ma la mente tornava sempre al padre ammazzato da un terrorista. Finché sulla soglia dei vent’anni venne a sapere dalla tv che Renato Curcio, il fondatore delle Brigate rosse, era uscito di galera. “È quello che ha armato la mano dell’assassino di mio padre”, si disse. E cominciò a covare sentimenti di odio e vendetta che l’hanno portato verso un’autodistruzione alimentata da scelte sbagliate e droghe. Nel frattempo, altre gioventù bruciate cercavano riscatti, come quella di Franco Bonisoli, quasi coetaneo di Alasia che nel 1978 era in via Fani, a Roma, per sterminare la scorta di Aldo Moro e rapire il presidente della Democrazia cristiana; fu arrestato sei mesi dopo a Milano e in cella continuò la militanza rivoluzionaria fatta di proclami di guerra, rivolte e scioperi della fame; fino a quando è stato capace di guardare oltre, arrivando a restituire umanità alle persone uccise perché considerate simboli dello Stato da abbattere. E un po’ anche a se stesso. Perseguitato dai sensi di colpa, ma disponibile a mettersi in discussione anche davanti alle vittime delle proprie gesta. Così Bonisoli contribuisce a dar vita al Gruppo dell’incontro, insieme ad altri ex militanti della lotta armata, una pattuglia di “mediatori” e alcune vittime. Tra cui Manlio Milani, che vide esplodere sua moglie Livia nella strage neofascista di Brescia del 1974, e da allora non ha mai smesso di cercare giustizia ma anche i terroristi per porre loro una domanda: perché non vi siete fermati un attimo prima di uccidere per valutare le conseguenze prodotte dal vostro gesto? Sul piano umano, prima che politico. Un giorno Giorgio Bazzega lo sente parlare e decide di chiedere aiuto a Milani. E comincia un cammino faticoso nel quale le vittime degli “anni di piombo” disponibili ad affrontarlo accettano di confrontarsi con gli artefici del male subito. Davanti a loro Giorgio confessa i suoi propositi di vendetta, e resta colpito da come accolgono la sua rabbia, disposti a farci i conti: “Per la prima volta mi sono sentito riconosciuto, non da chi aveva subito il mio stesso dolore, ma da quelli che io volevo ammazzare”. Uno è Bonisoli, e l’abbraccio tra lui e Giorgio sembra scandire l’inizio di due nuove vite. In quella di Bazzega, insieme al distacco dalle dipendenze c’è ancora spazio per la ricerca di Curcio, al quale si presenta in occasione di un dibattito pubblico; la tanto meditata vendetta si scioglie in un benevolo “volevo solo guardati in faccia”, prima di andarsene e — rivela — “sentirmi finalmente liberato da quella catena di odio che mi teneva prigioniero”. Una confessione che racchiude il senso della giustizia riparativa, “che non vuol dire volemose bene ma mettere sul tavolo i propri cuori e uscire diversi da un percorso difficile”. Nel quale il dolore delle vittime trova le riposte che non possono arrivare dai tribunali né dalle condanne dei colpevoli, come spiega Bazzega ripreso durante un colloquio con un gruppo di studenti, seduto al fianco di Bonisoli. Al traguardo di un tragitto per il quale s’è persino sentito in colpa nei confronti di suo padre; è stata la mamma a rassicurarlo che non stava facendo niente di male, ma solo seguendo i principi che ispiravano il papà. Nel finale del docufilm quella donna incontra e abbraccia il fratello di Walter Alasia. Diventato “amico fraterno” di suo figlio Giorgio, che una volta compiuto lo sforzo di attraversare il deserto (rappresentato dalle scene in cui si sfinisce nello spaccare la legna o prendere a pugni un sacco da boxe), prima coltiva l’orto e poi sorride nel giorno del matrimonio. Tra gli invitati, in giacca e cravatta, anche Bonisoli e Milani. Il film Naza, la banalità del male e l’abisso che c’è dentro di noi di Mauro Berruto Avvenire, 17 ottobre 2026 Spontaneo (e facile) cercare il mostro. Ma nessuno nasce predisposto alle atrocità. Studi mostrano come abitudini, obbedienza agli ordini, paura e sospetto possano trasformare le persone in esecutori di stragi. Quando nei cinema le luci si riaccendono, nessuno si alza dalla poltrona. In sala un silenzio agghiacciante, nessuno parla, non vola una mosca. Quello è il momento che racconta davvero che cosa sia Naza , il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che da settembre riempie i cinema italiani. Cosa accade in quelle sale dopo l’ultima inquadratura, mentre scorrono i titoli di coda? Il documentario, nella forma, è semplice. Ventiquattro tra ufficiali e soldati israeliani, intelligence, reparti d’élite, raccontano i loro ruoli operativi a Gaza: la sorveglianza di tutti i telefoni cellulari, la mappatura di ogni metro quadro di territorio, l’attesa che un obiettivo rientri dalla sua famiglia per colpirlo lì, a casa, spesso di notte. Parlano anche loro di notte, sui tetti di Tel Aviv, con i volti nel buio e le voci alterate. Alcuni si dicono esecutori di ordini, qualcuno ammette di essersi divertito. Alle loro spalle la città vive una paradossale normalità: finestre accese, mani che cucinano, che puliscono un tavolo con uno strofinaccio, una terrazza dove si cena. Il titolo è una sigla militare, nezek agavi, “danno collaterale”: il numero di civili che si prevede, e dunque si accetta, di uccidere prima ancora di colpire. Collaterale, ciò che sta di lato, la cornice che circonda quell’abisso. Viene spontaneo (e facile) cercare il mostro e qualche voce del docufilm sembra offrircelo. Ma Richard Rechtman, psichiatra e antropologo francese che ha passato trent’anni ad ascoltare i sopravvissuti del genocidio cambogiano, ci toglie ogni alibi. Nel suo libro Le vite ordinarie dei carnefici (Einaudi, 2022) scrive che la maggior parte degli esecutori di stragi non ha passioni ideologiche, né pulsioni sadiche: “Uccidono semplicemente come altri vanno al lavoro”. In Ruanda, osserva, i tutsi furono massacrati dai loro vicini di casa, in quanto nemici: uccidere uno di questi uomini o una di queste donne per gli hutsi non era uccidere un proprio simile, ma un essere radicalmente diverso, proprio come gli ebrei erano considerati dai nazisti. Le milizie del cosiddetto movimento “hutu power” chiamavano i tutsi inyenzi, “scarafaggi” per sottolineare la loro non-appartenenza al mondo umano e diffondevano liste di persone da uccidere, pianificando il genocidio. Rechtman, senza finti moralismi, vuole scendere nella vita ordinaria dei carnefici, di qualunque nazionalità essi siano: mangiare, bere, riposarsi, spostarsi, divertirsi: “Il loro senso del bene si fonda sul lavoro ben fatto, sul rigore, sulla cura riservata al rispetto delle procedure. La regola, nient’altro che la regola. La stessa regola intransigente che ordina di punire le mancanze, ma rende omaggio al lavoro ben fatto”. Ma come si arriva a quel punto? Nel 1965 lo storico americano William Sheridan Allen pubblicò lo studio di una cittadina della Bassa Sassonia, Northeim, che nel libro chiamò Thalburg. Sì, proprio quella Sassonia tornata recentemente all’onore, si fa per dire, delle cronache. Thalburg aveva circa diecimila abitanti, molto commercio, poca industria, e una domanda semplice e terribile: come può una democrazia trasformarsi rapidamente in una dittatura nichilista? Einaudi ha pubblicato quel saggio con un titolo da manuale: “Come si diventa nazisti” Allen mostra che la presa del potere, nel 1933, avvenne in larga misura dal basso: sui giornali, nelle associazioni, nei cori, nelle società sportive; tutti contesti normali, perfino banali, finché la paura e il sospetto non sbriciolarono ogni legame e relazione della città. Nel 1930 i nazisti avevano a Northeim un quarto dei voti, due anni dopo, i due terzi. Nessuno si sveglia carnefice, sostiene Allen, ma tutti lo possono diventare: un’abitudine alla volta, una parola alla volta. E che tra i luoghi della banalizzazione del male a Northeim ci fossero anche le organizzazioni sportive non sorprende. Byung-Chul Han nel capitolo de La scomparsa dei riti (Nottetempo, 2021) dedicato al passaggio “dal duello alla guerra coi droni”, riprende un grande classico, Homo ludens di Johan Huizinga (1938), che riconduce la guerra arcaica all’ambito sacrale del gioco. Huizinga sostiene che le regole della guerra, nella notte dei tempi, erano depositate nel tempio di Artemide: “Arco, fionda e giavellotto erano proibiti, soltanto spada e lancia potevano determinare la contesa”. Un principio di reciprocità e simmetria che chi ama Omero ricorda nel sesto canto dell’Iliade, quando Glauco e Diomede, nemici che stanno per sfidarsi a duello, scoprono un antico vincolo di ospitalità tra le loro famiglie, rinunciano al combattimento e si scambiano le armature, come due calciatori scambierebbero la maglia da gioco. Quando si riconosce l’avversario e si mantiene la simmetria perfino nella barbarie della guerra si accende una scintilla di civiltà. Il duello è per Huizinga, un gioco rituale, in un luogo definito: “Le armi devono essere esattamente uguali; si dà un segnale per cominciare o per finire, il numero dei colpi è prescritto”. È, parola per parola, un regolamento sportivo. Byung-Chul Han lo dice ancora meglio: nel duello “il punto non è la distruzione dell’altro, bensì l’onore” e l’avversario non è un criminale da annientare, ma da sfidare con pari dignità. Perfino la caccia, in origine, aveva le sue regole: l’animale non andava ucciso nel sonno, lo si costringeva al risveglio, per poter fuggire e conservare lo sguardo fino all’ultimo. “L’Altro”, scrive Han, “è lo sguardo”. Naza mostra esattamente il contrario e lo sbatte in faccio al nostro, di sguardo, sui maxischermi di un cinema. Byung-Chul Han descrive la guerra con i droni come la fine di ogni reciprocità. I piloti lavorano su turni, gli obiettivi sono deumanizzati, uccidere è una prestazione, l’aggressore si sottrae del tutto alla vista e gli viene assegnata una score card. “L’uccisione attraverso un clic col mouse”, scrive, “è una caccia al criminale ancor più brutale di quella alla selvaggina”. Basta guardare le tante immagini di civili inseguiti come animali spauriti e infine uccisi da droni nella guerra fra Russia e Ucraina. Byung-Chul Han cita un ex direttore della Cia: “Ammazziamo le persone sulla base di metadati”. Nessun segnale d’inizio, nessun numero di colpi prescritto, nessun volto. È il dataismo dell’uccisione quello per cui il bersaglio non va svegliato: va aspettato mentre torna a casa. E se moriranno anche i suoi cuccioli, pazienza, anzi più è importante l’obiettivo, più si alza il confine di ciò che è accettabile. La gamificazione della guerra penetra così nel cervello di chi bombarda un ospedale davanti allo schermo di un computer, con una tazza di caffè sulla scrivania. Clicca, uccide, finisce, spegne e va a prendere i bambini all’uscita da scuola, mentre la sua score card è migliorata. Il momento della storia dell’umanità che stiamo vivendo è quello in cui il carnefice di Rechtman e il giocatore di Huizinga si separano per sempre. Quel silenzio agghiacciante in sala, dunque? Byung-Chul Han sostiene che il nostro tempo ha smarrito i riti, forme condivise che costruiscono comunità, spesso senza bisogno di parole. Forse in quelle sale, per qualche minuto, un rito ritorna. Non si applaude, perché l’applauso si riserva agli spettacoli e quello non lo è. Si tace, insieme. Non è il silenzio dell’indifferenza, quello che Rechtman riconosce nei carnefici di fronte al destino delle loro vittime. È il suo esatto contrario, un sentimento che non trova le parole: il modo che il pubblico ha per restituire lo sguardo a chi ne è stato privato. Poi, dal cinema, si esce. Fuori le luci sono accese: finestre aperte, mani che cucinano, qualcuno cena sul terrazzo, a Roma come a Tel Aviv. Forse è per questo che nessuno riesce a dire una parola: perché quel documentario non svela carnefici. Parla dell’abisso che potenzialmente abbiamo dentro. Parla di noi. La rabbia dei giovani e il vuoto educativo di Eraldo Affinati La Stampa, 17 ottobre 2026 Un’inquietudine che chiede a tutti noi una riformulazione del concetto di responsabilità nei confronti delle future generazioni. I ragazzi lanciano pietre. Fanno esplodere petardi. Ribaltano cassonetti. Rompono bottiglie. Entrano in palestra con lo scooter. Spaccano tutto. Molti si preoccupano: sembra qualcosa di più delle solite occupazioni di inizio autunno, anche perché la rivolta si espande a macchia d’olio in varie parti del Vecchio Continente e non riguarda soltanto gli studenti delle medie superiori, ma coinvolge gli universitari, senza parlare delle organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale docente. Poi ci sono anche i ragazzini che scalciano i passanti, così, per superare la noia, dicono. Danno fuoco ai barboni e picchiano i disabili. Lo fanno in gruppo, come predatori urbani. Oltreoceano, lo sappiamo, va ancora peggio: quelli che noi chiamiamo i Bes (alunni con bisogni educativi speciali), ordinano in Rete le mitragliatrici, senza che i genitori se ne accorgano se le fanno spedire a casa con un pacco Amazon, poi indossano la mimetica e aprono il fuoco contro i bambini. Vogliono estirpare le radici. Cosa sta succedendo? Se avessimo lo sguardo corto, noi italiani faremmo presto a citare i più recenti provvedimenti governativi in materia di istruzione, del resto palesemente strumentali e propagandistici, tetto massimo d’immigrati nelle aule, divieto del burqa e multe ai genitori stranieri che non sanno l’italiano, ma queste sono soltanto le punte emergenti dell’iceberg. Per capirci qualcosa forse dovremmo tornare molto più indietro. Uscire dagli schemi elaborati dai sociologi. Mettere da parte le divisioni ideologiche. Evitare le tesi precostituite. La letteratura ci può aiutare. Andiamo a riprenderci I ragazzi terribili di Jean Cocteau. Risfogliamo Il signore delle mosche di William Golding. Se lo leggessimo con occhi disincantati, persino Pinocchio potrebbe illuminare i lati oscuri dei bravi ragazzi. Gli scrittori di ogni epoca ci hanno spiegato che dietro la passione giovanile si possono nascondere i draghi malefici della specie umana: se tu lasci nel vuoto spirituale un quindicenne, privandolo di qualsiasi riferimento, illudendolo sulla natura della libertà, facendogli credere che se commette un danno la può passare liscia, senza pagare il prezzo del risarcimento, rischi grosso. La sua energia spesso tumultuosa ti si rivolgerà contro. Ed è quanto, a mio avviso, sta accadendo: a ben pensare, la rivoluzione digitale rappresenta un esito della cultura novecentesca. Ad esempio la poesia simbolista, non tutta per fortuna, ha sottilmente legittimato l’oscurità, come se un verso incomprensibile nei suoi passaggi analogici più arditi possedesse maggior valore rispetto a una frase di senso compiuto. Molta arte contemporanea, faccio riferimento a numerose cosiddette installazioni, assomiglia a una truffa percettiva. Il legame con la violenza giovanile - Voi direte: cosa c’entra con la violenza giovanile? Diciamo che se il linguaggio non è più legato all’esperienza, può diventare un veleno. Ci lamentiamo che molti ragazzi disertano le urne. Rinunciano a esercitare il diritto di voto. Ma quale credibilità possono avere per un sedicenne di oggi certi personaggi politici quando parlano sui piccoli e grandi schermi? Proviamo a sceneggiare la protesta interiore dell’Adolescente Tipo. Posso sognare tutto e il suo contrario. Non mi date limiti, giusto? Soprattutto non sapete incarnarli. Vi limitate a richiamarmi al rispetto di precetti nei quali voi stessi sotto sotto non credete. Mi lasciate da solo nella deflagrazione del desiderio che avete organizzato e di cui godete, mentre il pianeta sta andando alla deriva. Allora non avrò più freni. È questa la mia rabbia contro tutti e nessuno. Eccomi qui ad accendere i fumogeni, fronteggiare gli idranti, tirare i sassi. Molte delle recenti proteste sono comprensibili. È difficile non essere d’accordo con i manifestanti quando gridano: “Soldi alla scuola e non alla guerra”. Ma se raschiamo più a fondo scopriremo altro. Dietro certi slogan largamente condivisibili pulsa la febbre antica della gioventù ferita, frutto di un’inquietudine che chiede a tutti noi una riformulazione operativa del concetto di responsabilità nei confronti delle future generazioni. Soldi alla scuola, non alla guerra. Gli studenti si prendono le piazze di Luciana Cimino Il Manifesto, 17 ottobre 2026 Le proteste in Spagna per il diritto alla casa e quelle della scuola in Francia sono state solo l’innesco di un’agitazione sotto la cenere da tempo. Le questioni sollevate dai coetanei nel resto d’Europa sono le stesse che si pongono i giovani italiani, che hanno in più l’aggravante di futuro precario e malpagato e di avere un governo che nel frattempo li criminalizza. Definiti “sdraiati”, hanno invece, con il genocidio in Palestina, imparato a scendere in piazza. E anche ieri lo hanno fatto in tutta Italia per il No Meloni Day. Nessun coordinamento nazionale tra città e città, nessuna piattaforma condivisa, nessuna sigla capofila, giusto l’indicazione di una data ha portato ieri a manifestazioni di studenti partecipate come non si vedeva da anni. Decine di migliaia di persone hanno sfilato nella Capitale, duemila a Firenze, cinquemila a Milano, altrettanti a Torino, Napoli, Genova, Palermo. E centinaia nei cortei delle città più piccole, come Latina, Mestre, Padova. In totale mezzo milione di ragazzi ieri hanno portato in piazza un misto di rivendicazioni: le condizioni della propria scuola con i decreti sicurezza, la solidarietà ai palestinesi con il caro affitti, l’emergenza climatica con quella della violenza di genere. Tutto tenuto insieme dall’opposizione alle destre che aumentano la spesa militare tagliando il welfare. “Soldi all’istruzione, non alla guerra”, recitavano gli striscioni degli spezzoni delle scuole siciliane come piemontesi. “I nostri coetanei francesi ci hanno dato un esempio importante - dice Zeno di Torino - vogliamo dimostrare di essere una generazione che non vuole più tenere la testa bassa e accettare la propaganda razzista del governo, abbiamo rivendicazioni molto concrete sul modello di scuola e di sviluppo economico necessario alle nostre comunità”. Per questo la protesta degli studenti si è fusa a Napoli con quella per la giustizia climatica e ambientale nel quartiere Bagnoli e contro l’America’s Cup, a Pisa un blitz pacifico ha interrotto la cerimonia inaugurale dell’anno accademico della Normale in protesta contro i tagli, a Milano il focus era sul tetto agli alunni stranieri e il diritto all’abitare (alla fine del corteo è stato occupato un immobile vuoto in via Francesco Sforza), a Cagliari l’edilizia scolastica. E poi a Padova, dove la manifestazione è terminata con un pranzo sociale contro il carovita davanti alla prefettura mentre a Salerno gli studenti si sono uniti ai portuali e agli autotrasportatori in lotta. “Non è più accettabile che studiare sia un privilegio, che le nostre famiglie debbano spendere centinaia di euro ogni anno per mandarci a scuola e che, mentre il costo della vita continua a salire, a pagare siano sempre gli stessi”, spiega Aurora, sedicenne romana. E Francesco, ultimo anno di liceo scientifico a Bari denuncia “istituti fatiscenti, assemblee di istituto annullate e mancanza di spazi di socialità e democrazia, con tutte le conseguenze dei fondi investiti nel settore bellico e sottratti a scuola, università e sanità a causa delle politiche di questo governo”. nel complesso non ci sono stati incidenti: qualche cassonetto rovesciato, lanci di petardi e di uova, cartelli denigratori verso il ministro all’Istruzione (e merito) Valditara, la premier Meloni così come per Netanyahu e Trump, una bandiera israeliana bruciata, un carro armato di cartone messo a fuoco contro le guerre in corso. La gestione delle piazze ha ricalcato la differente linea delle diverse questure: nessuna carica a Roma, dove un piccolo gruppo di incappucciati ha tentato di fare barricate e acceso fumogeni e qualcuno ha lanciato petardi davanti al Mim, scontri a Bologna (dove sono state identificate 60 persone), Milano, Torino. A Treviso è stata multata la madre di un 15enne che aveva fatto esplodere un petardo per non aver impedito “comportamenti incompatibili con la libera fruizione dell’autostazione”. Il figlio è stato denunciato. “Evitiamo allarmismi, vanno ascoltati”, ha consigliato il preside dell’Ipsia Giorgi di Verona dopo l’incendio di alcuni cassonetti in una via adiacente alla scuola. Altri dirigenti hanno reagito diversamente, chiedendo ai genitori di denunciare i figli che avevano partecipato ai cortei. Tutti episodi usati dal governo per derubricare l’imponente mobilitazione degli studenti a “delinquenza giovanile” con i sindacati di polizia a dichiarare decine di agenti feriti. “Teppismo politico” per Valditara, sulla stessa linea le dichiarazioni del vicepremier Salvini e del resto della maggioranza. Meloni, a Bruxelles per il Consiglio europeo, ne approfitta per attaccare i leader dell’opposizione “che non riescono a dire una parola di condanna sulle proteste”. “Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete”, la replica della segretaria del Pd Elly Schlein. Intanto il campo progressista lo suggellano i movimenti giovanili dei partiti di centrosinistra che ieri hanno firmato un documento comune di adesione alla mobilitazione degli studenti. “La protesta delle tende contro il carovita è la mobilitazione giusta - hanno affermano l’Unione giovani di Sinistra, i Giovani europeisti verdi, i Giovani comunisti e gli omologhi del Pd e del M5s - una battaglia che travalica le generazioni perché quello alla casa è un diritto fondamentale”. Le realtà della scuola si riuniranno il 23 ottobre in assemblea per poi partecipare allo sciopero nazionale del 30 ottobre in vista “dell’alleanza tra studenti e lavoratori”. Il ‘68 voleva cambiare il mondo, questi studenti continuano la lotta? di Lorenzo d’Avack Il Dubbio, 17 ottobre 2026 Le attuali rivolte degli studenti in Francia ci riportano a quelle che abbiamo vissuto nel nostro Paese nel ‘68 e può essere interessante domandarsi quali possano essere le differenze tra le une e le altre a distanza di oltre cinquant’anni. Certamente una prima differenza la possiamo riscontrare nel fatto che nel 1968 i giovani lottavano per abbattere l’autoritarismo e reinventare la società. Gli studenti di oggi, di contro, scendono in piazza per difendere il diritto allo studio di fronte a classi di massa, alla carenza di docenti e a scuole fatiscenti. E siccome, come osserva il leader del ‘68, Daniele Cohn Bendit, non vi è un luogo dove dirlo, è pressoché inevitabile che ragazzi, unitamente spesso agli stessi docenti e ora ai sindacati, scendono in piazza dove poter manifestare la propria frustrazione e disagio e, soprattutto, diversamente dal passato, dichiarare la loro paura che “non esista più un futuro”. Se le proteste studentesche in Francia dovessero intrecciarsi con un più vasto malcontento sociale, la Francia potrebbe ritrovarsi di fronte a scene che ricordano il Maggio ‘68 nel nostro e in molti altri Paesi. Nelle ultime settimane molti studenti hanno esibito striscioni che richiamano quelle storiche manifestazioni. E di queste ne furono gran parte attivate nel nostro Paese dall’allora “movimento studentesco”, che, sebbene non sia riuscito a realizzare le proprie richieste romantiche, iconoclaste e ribelli, ma anche di straordinaria suggestione, ebbe alcuni indiscutibili meriti che possiamo ricordare. Il primo di avere espresso la denuncia del sistema e della struttura del potere. In poche settimane il movimento degli studenti spazzò via gran parte della struttura politica e culturale di decenni precedenti, in particolare del costume, con una velocità che neanche la guerra aveva raggiunto. Il secondo suo merito fu quello, su di un piano politico generale, e non solo di costume, di aver dato al popolo italiano la coscienza che erano ormai passati i tempi in cui le repressioni governative di polizia si dovevano subire passivamente, anche nei loro peggiori eccessi, secondo quanto era avvenuto ad esempio nel 1950 di fronte agli operai con la famosa repressione Scelba. È stato in vero il movimento studentesco ad avere insegnato per primo, forse senza averne avuto neppure la piena coscienza, come il popolo abbia il pieno diritto di reagire, anche fisicamente e anche con la forza, contro tali repressioni, non già, come il terrorismo per la sovversione e la distruzione sociale dell’ordine costituito, ma proprio per la conservazione e il progresso del medesimo. Il terzo suo merito, poi, anche se apparentemente solo settoriale e sussidiario, fu quello di sostituirsi al ruolo vergognosamente carente delle autorità statali dell’epoca e di rivendicare, sia pure in modo eterodosso, tutta l’importanza capitale che in una società civile rivestono i problemi della scuola, in ogni suo ordine e grado, sensibilizzando l’opinione pubblica sull’assoluta necessità di una loro soluzione adeguata alle esigenze di tempi e di una società in trasformazione. Si tratta purtroppo di un merito che attende ancora la sua realizzazione, ma di un merito che non va, comunque, sottovalutato, essendo valso a richiamare la pubblica opinione su tali cruciali problemi e a far sentire quanto essi siano parte essenziale del patrimonio fondamentale di ogni stato civile e di ogni coscienza sociale degna di tale nome. Dimenticarlo può giustificare nuove contestazioni. Un altro suo merito, infine, anche se strettamente connesso al precedente e da esso in certo senso dipendente, fu ancora quello di aver suscitato per la prima volta un interesse, una riflessione nel mondo studentesco, così da fargli quantomeno intuire che non tanto le denunce e le utopistiche reazioni sociali globali, quanto la questione specifica universitaria era il vero problema capitale che direttamente riguardava anche in primo luogo gli studenti e che esigeva, soprattutto, da questi una risposta. Il che era stato in fondo la ragione principale per cui la parte più democratica ed avanzata dell’università aveva guardato le contestazioni e occupazioni studentesche con molta attenzione, nonostante la loro denunciata illegalità da parte della politica, nella speranza di arrivare a valorizzare queste forze emergenti e di farsene delle alleate nella lotta che ritenevano indispensabile per una vera riforma strutturale e funzionale dell’università e della scuola. I giovani non credono alle promesse della politica, una questione sociale nelle piazze d’Europa di Diego Motta Avvenire, 17 ottobre 2026 Sono cortei a ondate intermittenti: scuola, casa e lotta al riarmo le priorità. Solo i partiti più radicali intercettano l’agenda di questi movimenti. Dimenticate il Sessantotto. Dimenticate la contestazione, le piazze piene e la voglia di rivoluzione. L’Europa fa i conti con la questione sociale, ma quanto sta accadendo nei cortei e dentro minoranze rumorose e preoccupate non ha nulla a che vedere con il passato. Recente e remoto. In Francia la protesta autunnale dei liceali ha messo da parte gli ideali di una volta e si è concentrata su cose concrete: le aule delle scuole che cadono a pezzi, gli insegnanti che mancano, i percorsi di accesso alle università predefiniti e discriminanti. Analogamente, nel centro di Bruxelles settimana scorsa migliaia di giovani e giovanissimi hanno portato in piazza la protesta contro il cattivo stato di manutenzione degli istituti scolastici e la situazione del personale docente. In Spagna la lotta per la casa vede i giovani rivendicare il “diritto al tetto” senza se e senza ma, insieme ai comitati degli inquilini. L’alleanza più inattesa finora ha visto ragazzi italiani della Rete degli studenti medi unirsi ai coetanei tedeschi che protestano contro il ritorno della leva obbligatoria. Il terreno comune qui è il pacifismo in chiave anti-riarmo ed è forse questo l’aspetto valoriale comune che più avvicina i figli ribelli di questo tempo ai loro genitori. “È corretto parlare di mobilitazione intermittente, su singole istanze: ormai ci si muove all’insegna del “si salvi chi può”, scegliendo di puntare su contenuti base” spiega Caterina Manicardi, ricercatrice dell’Università di Parma che con Fabrizio Barca nei mesi scorsi ha scritto un saggio “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile” per il Forum Disuguaglianze Diversità. “Si cerca di tradurre in iniziative di buon senso, quello che è il senso comune prevalente e imperante”. Il disagio di chi si mobilita - Paese che vai, protesta che trovi. Se si guarda all’Europa, pare difficile ricondurre tutto a un filo comune. Prendete uno dei simboli dell’ultimo decennio: Greta Thunberg. Va meno di moda rispetto a qualche anno fa, eppure negli ultimi giorni si è vista prima a Napoli, per un incontro organizzato nell’ex base Nato insieme agli attivisti dell’associazione “The Marea” e poi a Parigi, quartiere di Saint-Denis, al liceo “Paul-Eluard”. “Questi ragazzi sono grande motivo di ispirazione per me” ha detto l’attivista. La lotta per i diritti, vista dai giovani, si sta spostando, dalla cornice ideale all’azione pragmatica. Dal generale al particolare. Perché tutto questo non si trasforma in un moto collettivo di rivolta? Perché è ignorato dalla politica? Per una serie di ragioni. “Oggi si sta peggio rispetto ad altre stagioni, anche recenti: l’onda lunga del boom è finita, ci sono meno margini per negoziare con chi sta al potere” spiega Manicardi. Nel saggio firmato con Barca, si fotografa attraverso una serie di interviste fatte a 17-19enni la situazione di stress di una generazione che credeva di avere tutto e invece rischia di finire soffocata da attese e richieste di performance. Oggi paradossalmente, scrivono gli autori del rapporto, “la sofferenza riguarda la sovraesposizione, l’allerta permanente, l’infinità di occasioni”. In concreto la precarietà economica è un ostacolo che paralizza, mentre si va affermando la teoria del brokenism, la convinzione che il sistema pubblico sia irrimediabilmente in frantumi. “È cambiata l’idea di cos’è lo Stato e di cosa deve fare l’ente pubblico. La pubblica amministrazione è considerata come vecchia, inadempiente e alcuni preferiscono il neocolonialismo digitale di Big tech all’inefficienza delle istituzioni” spiega Manicardi. Il passo verso la sfiducia totale nella politica è breve, ma non per tutti: le frange radicali dei movimenti mantengono, soprattutto a sinistra, rapporti con alcuni soggetti rappresentati nei Parlamenti nazionali. Basta guardare a Parigi: la filiera che unisce giovani politicizzati a parlamentari e sindaci de “La France Insoumise”, grazie anche al sindacato della Cgt è piuttosto consolidata. Due Germanie contro - Simone Zoppellaro insegna all’Università di Stoccarda e Mannheim e tutti i giorni si confronta con allievi che hanno il problema della casa. “Lo hanno dimostrato le elezioni a Berlino, dove dai ragazzi è arrivato un forte supporto alla Linke, che aveva lanciato una proposta radicale sul tema. È vero, l’inquietudine c’è perché qui si esce prima dalla famiglia d’origine, si frequentano gratuitamente i corsi universitari, ma gli affitti restano troppo alti. Ovunque. A Monaco come ad Amburgo”. L’aspetto che colpisce di più ascoltando il docente italiano è la polarizzazione che si coglie dentro le nuove generazioni. “In piazza vanno anche i giovani di AfD, per ragioni esattamente opposte a quelle dei giovani di sinistra. Si soffia sul fuoco della precarietà economica e di un malinteso sentimento pacifista, in chiave anti-ucraina”. Complessivamente, dai Lander emerge l’immagine di una Germania contro l’altra: mondi che non si parlano, piazze ideologicamente all’opposto, non imponenti ma significative, che rifiutano sempre più i partiti tradizionali, dalla Cdu-Csu alla Spd. “Eppure questo non significa disimpegno. Il voto dei giovani non va sottovalutato, il rischio degli estremismi tiene banco anche nei loro ragionamenti. Non sono ragazzi ideologizzati, ma politicizzati sì” dice il professore italiano. È l’affiorare della questione sociale la vera novità della Germania, che si appresta ad affrontare uno scenario inedito dimostrando di essere “scarsamente preposta ad assorbire gli estremismi, a differenza ad esempio dell’Italia”. Cosa chiedono gli altri - Se i giovani più mobilitati si polarizzano e finiscono per aderire alle formazioni più radicali, nella misura in cui però ricevono le risposte giuste, un discorso diverso va invece fatto per tutti gli altri. Il concetto di partecipazione è cambiato in profondità e buona parte della “generazione Z” sceglie di muoversi per singole battaglie attraverso il passaparola digitale. In Italia, sono stati la questione palestinese e il recente referendum sulla giustizia prima e i temi dell’istruzione e dell’insicurezza globale poi, a tenere banco. Ma si tratta di fenomeni carsici, che appaiono e scompaiono magari a ridosso di scadenze elettorali. Se possibile, infatti, nel nostro Paese si assiste ancora ad una minor militanza da parte dei giovanissimi. “Siamo arrivati ormai alla partecipazione individuale, un vero e proprio ossimoro” argomenta il sociologo dell’Università di Padova, Daniele Marini, che nei mesi scorsi ha dato alle stampe per Guerini e associati “Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono”. “Complessivamente, si intuisce una percezione, un mood che tende al negativo: ci avete rovinato il mondo, noi non possiamo fare più nulla”. Qui si innesca l’eterna querelle sul possibile scontro generazionale, sulla visione di un futuro che per tanti 20-30enni sembra non esserci. Il contesto è così volatile, è il ragionamento condiviso, che è meglio concentrarsi sul presente, evitando di fare previsioni. Per questo, anche la battaglia per un nuovo welfare, che resta il cuore della questione sociale posta in questi mesi da liceali e universitari, rimane sullo sfondo. “L’obiettivo non è cercare il lavoro della vita, ma garantirsi benessere e qualità. Anche le pensioni sono un discorso di là da venire - continua Marini -. Per i ragazzi il denaro è il tempo, non viceversa”. La domanda di protezione e il bisogno di sentirsi capiti agitano da diversi mesi le rappresentanze del mondo giovanile nel Vecchio continente. Tutto questo ha ancora poco o nulla a che fare con i percorsi della politica. La guerra dei mondi, in fondo, è in corso da decenni: perso l’idealismo del movimento pacifista globale degli anni Sessanta, messo da parte il filone dell’impegno umanitario che dai Balcani al Medioriente aveva caratterizzato gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, non rimane che il ritorno alle battaglie primordiali. Il punto di rottura con il mondo degli adulti che ancora comanda sembra avvicinarsi ma ancora non si vede: in questo senso, le piazze dell’autunno caldo europeo sono fotografie da tenere a mente per le stagioni che verranno. Il Consiglio europeo chiude sui migranti: una nuova stretta di Andrea Valdambrini Il Manifesto, 17 ottobre 2026 “La migrazione resta una questione fortemente politica, su cui esistono visioni politiche diverse”. Lo riconosce il presidente del Consiglio europeo António Costa al termine del vertice, due giorni di confronto su una vasta mole di temi, dal Bilancio europeo ai prezzi dell’energia fino all’Ucraina, ma con risultati in larga misura interlocutori. A difendere la linea securitaria europea è stata Ursula von der Leyen, che ha rivendicato i “progressi” già elencati nella lettera inviata ai leader alla vigilia: il calo degli attraversamenti irregolari e delle richieste di asilo. La presidente della Commissione ha aggiunto una nuova carta: un emergency framework, un’ulteriore stretta sui richiedenti asilo, ancora in via di definizione, che sarà presentata entro fine anno per consentire agli Stati di rispondere a improvvisi arrivi di massa orchestrati per mettere sotto pressione le autorità e dividere l’Unione. Per Von der Leyen è la risposta alla crisi di Ceuta. Ma non è una risposta politicamente neutrale. Meloni ha salutato l’annuncio come “importante”, perché darebbe agli Stati strumenti per intervenire immediatamente: “Noi abbiamo posto il problema mesi e mesi fa”. Il premier spagnolo Sánchez, invece, ha invitato a guardare ai dati e ai fatti, anziché alle “opinioni politiche”, rivendicando la necessità di una pluralità di posizioni in Europa. La tensione tra Italia e Spagna dunque rimane anche se palazzo Chigi ha annunciato una mini proroga di sette giorni del blocco a Schengen con la Spagna, stop deciso dopo i fatti di Ceuta, in modo da allinearsi alla scadenza delle misure spagnole e in vista di un’intesa in tempi brevi con Madrid. La divisione evocata da Costa si era manifestata con particolare evidenza al tavolo dei leader, dove la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen e Giorgia Meloni hanno attaccato, insieme al cancelliere conservatore austriaco Christian Stocker, il governo di Sánchez per la decisione di Madrid di regolarizzare centinaia di migliaia di migranti irregolari. Una mossa giudicata eccessiva nelle proporzioni e nella sostanza, in contrasto con la linea restrittiva che raccoglie consensi tra i governi europei. Frederiksen ha chiesto alla Commissione di esaminare il caso: “Se qualcuno entra illegalmente in un Paese e improvvisamente gli viene permesso di rimanervi legalmente”, ha dichiarato, “questo va contro la politica migratoria che oggi gode di un ampio consenso in Europa”. Una posizione che la premier danese ha sostenuto con particolare determinazione al tavolo del Consiglio, con toni che una fonte diplomatica ha definito molto duri, per non dire quasi razzisti. Non a caso, il portavoce della rappresentanza danese presso il Consiglio è sceso due volte in sala stampa e si è intrattenuto a lungo con i giornalisti per difendere la linea dura di Copenaghen. Sul fronte energetico, le conclusioni invitano la Commissione a valutare ulteriori misure contro il caro-energia nel breve periodo, tenendo conto delle differenze tra gli Stati membri. Bruxelles dovrà inoltre aggiornare la valutazione degli impatti dell’Ets2, il sistema europeo che mette un prezzo alle emissioni di carbonio di trasporti ed edifici, uno degli strumenti centrali del Green Deal. Sul mercato del carbonio, i leader chiedono di ridurre la volatilità dei prezzi e limitarne l’impatto sull’elettricità, salvaguardando al tempo stesso il ruolo dell’Ets nella transizione climatica. Per Meloni, che chiedeva maggiore flessibilità e un intervento più incisivo, il risultato è però limitato: il riferimento all’Ets2 è entrato nelle conclusioni, ma non è passato il rinvio al 2030 sostenuto da Roma e Praga. A margine del Consiglio europeo, Francia e Germania hanno intanto annunciato un’intesa sul futuro dell’industria automobilistica, cercando di sbloccare il negoziato europeo sulle emissioni e sulla preferenza per la produzione continentale. Il compromesso va nella direzione di un allentamento degli obblighi climatici, combinando maggiore flessibilità tecnologica e tutela della filiera industriale europea. La proposta conferma una riduzione del 90% delle emissioni allo scarico delle nuove auto entro il 2035, ma cancella l’obbligo di compensare il restante 10%. Si apre così a una maggiore flessibilità tecnologica, con più margini per i carburanti rinnovabili, tra cui elettrocarburanti e biocarburanti, e per i veicoli ibridi plug-in. Acciaio verde e alluminio a basse emissioni potranno inoltre essere valorizzati attraverso meccanismi di incentivazione. In cambio, Berlino accetta una preferenza europea per la produzione automobilistica, estesa anche al Regno Unito, alla Norvegia e all’Islanda. È il punto di equilibrio tra le ambizioni francesi di rafforzare il made in Europe e la necessità tedesca di preservare catene del valore integrate oltre i confini dell’Unione. L’intesa segna così un compromesso al ribasso sul fronte climatico: la flessibilità concessa all’industria attenua la portata degli obiettivi di decarbonizzazione, pur senza cancellarli. Un orientamento già emerso in altri dossier europei, ma non per questo meno preoccupante. Ue, Italia e migranti: quello che Meloni non dice di Vitalba Azzollini* Il Domani, 17 ottobre 2026 La premier rivendica come un successo la svolta europea sull’immigrazione. Ma tace sulle violazioni dei diritti umani subite dai migranti fermati prima di partire, celebra politiche che non alleggeriscono gli oneri dell’Italia, chiama modello Albania ciò che non lo è e mostra una certa incoerenza nel giudicare le decisioni di altri governi europei rispetto a quelle del proprio. Un successo fondato solo su ciò che si sceglie di raccontare può davvero dirsi tale? Nelle comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha presentato la svolta dell’Unione sull’immigrazione come un successo del proprio governo. Ma la presidente del Consiglio ha omesso, o raccontato in modo fuorviante, elementi che incrinano la sua narrazione. Patto europeo e Cpr in Albania, il governo rischia un’altra batosta Il calo degli ingressi irregolari Meloni ha rivendicato il drastico calo degli ingressi irregolari nell’Unione europea, soprattutto lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Ma quei numeri non raccontano che cosa accade a chi cerca di raggiungere l’Europa senza riuscirci. Un rapporto delle Nazioni Unite del febbraio 2026 documenta in Libia torture, stupri, detenzioni arbitrarie e altre gravissime violazioni dei diritti umani, anche ai danni di persone intercettate in mare e riportate nel Paese. Amnesty International ha denunciato abusi analoghi in Tunisia, attribuendo alla cooperazione europea sui controlli alle frontiere un ruolo nel loro aggravamento. A ciò si aggiunga che, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2026 gli arrivi via mare in Europa sono diminuiti, ma i morti e dispersi sono aumentati. “Meno partenze significa anche meno morti in mare”, ha dichiarato Meloni in più occasioni. Ma impedire ai migranti di raggiungere le nostre coste non significa impedire che muoiano lontano dai nostri occhi. Migranti, se la democrazia diventa ostacolo da aggirare Quali vantaggi per l’Italia La narrazione di Meloni in Parlamento ha lasciato fuori un’altra questione essenziale: quali vantaggi ottiene l’Italia grazie alle nuove politiche europee? Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non solo non attenua le responsabilità degli Stati di primo ingresso, ma in alcune circostanze ne prolunga la durata. Né garantisce una redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli altri Paesi, che possono scegliere di contribuire con denaro o altre forme di sostegno, anziché accoglierli. Non proprio un buon risultato per un governo che si vanta di aver cambiato le politiche europee nell’interesse dell’Italia. Il “blocco navale” e lo scoglio del diritto, le lezioni che il governo non impara I centri in Albania Meloni rivendica come un successo anche il fatto che i centri in Albania avrebbero aperto la strada ai return hub, previsti dal nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Ma si tratta di realtà diverse. I centri albanesi restano sotto giurisdizione dell’Italia, il rimpatrio è affidato alle autorità italiane e il trattenimento nei CPR è attualmente soggetto a un limite di 18 mesi. La gestione dei nuovi centri europei, invece, è regolata da appositi accordi, che possono affidarla al Paese terzo, sotto la sua giurisdizione e senza che si applichi necessariamente il limite italiano di trattenimento. Non a caso, per utilizzare le strutture albanesi come return hub sarebbe necessario modificare il Protocollo con l’Albania. Meloni presenta, dunque, come un successo del modello italiano una soluzione europea che però è diversa e comunque non dimostra affatto l’efficacia dei centri in Albania, costosi e finora poco utilizzati. Patto europeo e Cpr in Albania, il governo rischia un’altra batosta L’incoerenza In Parlamento la presidente del Consiglio ha difeso i controlli ripristinati sui collegamenti con la Spagna, dopo gli eventi di Ceuta, affermando che ogni Stato ha il diritto di proteggere le proprie frontiere. Ma il Codice Schengen richiede condizioni rigorose di necessità e proporzionalità, mentre è quantomeno discutibile che il governo abbia dimostrato l’esistenza di una minaccia concreta per l’Italia derivante dal rischio di spostamenti da Ceuta. Emerge, inoltre, una certa incoerenza nell’atteggiamento di Meloni. La presidente del Consiglio ha criticato le regolarizzazioni dei migranti volute dal governo spagnolo, sostenendo che le conseguenze potrebbero gravare su altri Paesi. Ma dal dicembre 2022 il suo governo ha sospeso quasi tutti i rientri dei richiedenti asilo di competenza italiana che si erano spostati in altri Stati Ue. Scaduto il termine previsto dal sistema Dublino, il relativo onere passa a quegli Stati: proprio il genere di conseguenze che Meloni ha stigmatizzato riguardo alla Spagna. Peraltro, la Corte di giustizia dell’Unione europea, nel marzo 2026, ha chiarito che l’Italia non può sottrarsi unilateralmente ai propri obblighi. La presidente del Consiglio tace, dunque, su ciò che accade a chi viene fermato prima di partire, rivendica politiche che non alleggeriscono gli oneri dell’Italia, definisce modello Albania ciò che non lo è e mostra una certa incoerenza nel giudicare le decisioni di altri governi europei rispetto a quelle del proprio. *Giurista Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir di Roberta Mocci Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2026 Già vivono in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA di Cagliari: vorrei ben vedere. È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti? Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno. Ma arriviamo ai fatti. Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa. Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano. Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.