A mio figlio vorrei dire: “Mi fa troppo male non poterti fare da padre” di Salvatore Fani Ristretti Orizzonti, 16 ottobre 2026 È un periodo che per trovare un po’ di pace mi sono chiuso in me stesso, rinunciando anche a chiamare a casa. Le telefonate mi danno la sensazione di farmi sentire incapace di gestirmi gli affetti e la famiglia. Perché è anche vero che quando in una telefonata ricevo una bella notizia, ne ricevo almeno tre brutte. È un po’ quello che succede a chi come me vive in un contesto difficile. Mi fa sorridere quando in famiglia discutiamo dei nostri problemi, ce ne usciamo spesso dicendo “C’è sempre chi sta peggio”, ora mi fa piangere questa riflessione, mi sembra che la mia famiglia sia stata spazzata via da uno tsunami. Dopo otto anni di ininterrotta carcerazione, mio fratello è uscito in semilibertà a Madrid. Gli manca poco per finire di scontare la pena, per questo gli hanno concesso un permesso premio di quattro giorni per andare a trovare la famiglia a Napoli. A casa mia stanno tutti sulle spine, è tanto che non abbracciano mio fratello. Ad aspettarlo ci sono mia mamma, i figli di mia sorella e di mio fratello, e poi c’è mio figlio, che non l’ha mai conosciuto. Mio figlio è il più contento di tutti, io gli parlo sempre di suo zio Antonio perché so che a breve uscirà. “Vedi Raffaele che quando arriva lo zio si occuperà di te, lui e un gigante buono e ti vuole bene”: gli dico questo perché avverto in mio figlio un senso di insicurezza, dovuto alla mia assenza. Lui ha bisogno di una figura maschile che gli dia sicurezza. Io e mio fratello parliamo spesso delle difficolta dei nostri figli e nipoti e siamo stanchi di avergli arrecato delle sofferenze, delle insicurezze e delle assenze, per questo oggi ci sta molto a cuore il loro futuro. Mio fratello mi chiede se ho bisogno di qualcosa e se può venirmi a trovare. “Antonio, per me ci sarà tempo, ora a casa hanno bisogno di te. Mio figlio ha bisogno di te. Anzi un desiderio ce l’ho, ti prego vai a prendere mio figlio a scuola, voglio che Raffaele ti trovi fuori della scuola”. Il martedì mattina alle 08:20 avevo la videochiamata a casa di mia mamma per salutare mio fratello che alle 12:30 aveva il volo di ritorno per Madrid. Si apre lo schermo della video e c’era il mio bambino abbracciato a mio fratello, non riesco a dire niente, mio figlio mi dice “Babbo lo sai che lo zio mi è venuto a prendere a scuola?”. Non avevo mai visto mio figlio così felice, mi sembrava un’altra persona, si abbracciava mio fratello, se lo baciava, lo accarezzava. Poi ha iniziato a raccontarmi cosa hanno fatto insieme. “Babbo, lo sai che ho dormito qui? Ho dormito tutta la notte abbracciato con lo zio”. In quel momento ho fatto fatica a trattenere le lacrime, e avrei voluto gridare “Sono io tuo padre”, ma sono stato zitto. Mi sono sentito colpevole, mi sono sentito inutile. Mi sentivo responsabile di aver tradito i valori della famiglia. Mi sono reso conto di quanto mio figlio ha bisogno di me, di quanto gli pesa la mia assenza. Dopo due settimane mio figlio compiva gli anni, hanno fatto una piccola festa dove mia mamma gli ha dato un regalo da parte mia, e mi sono emozionato quando mia mamma mi ha detto che si stringeva al petto il mio regalo dicendo a tutti “È del mio papà”. Ma io stavo talmente male che non sono riuscito nemmeno a chiamare. Mio fratello è ritornato in Spagna, ora si trova in semilibertà e può usare il telefono. Anche mio figlio ha un telefono. Mio fratello mi ha raccontato che trova sempre sul telefono dei cuoricini, dei baci che gli manda mio figlio, gli manda la buonanotte e al mattino trova il buon giorno, gli fa le video e lo presenta a tutti “Vedete, questo è mio zio, è lui che mi è venuto a prendere a scuola”. E io? Forse sto uscendo dalla sua vita? Tutta la sua felicità mi toglie il coraggio di guardarlo negli occhi. Mi manca il coraggio di pretendere il mio ruolo di padre. Vorrei gridagli forte “Io sono qua e voglio farti da padre!”. Ma non lo faccio perché io non posso mandarti i cuoricini, le faccine con i baci, io non posso darti il buongiorno, me non mi puoi presentare ai tuoi amici, io non posso venirti a prendere a scuola. Raffaele, mi fa troppo male non poterti fare da padre. In passato questa mia sofferenza si sarebbe trasformata in rabbia. Mi sarei vendicato nell’unico modo che conoscevo per sopravvivere, fare reati. Oggi ho troppa responsabilità, oggi ho consapevolezza, sono troppo stanco di non riuscire a gestirmi i sentimenti e non saper superare delle paure. Per la prima volta mi sento come quando da piccolo avevo delle paure e non sapevo come comportarmi. La mia prima paura, e torno indietro di tanti anni, andavo alle elementari e dalla mia classe si vedeva il cortile dove c’era una statua della Madonna ad altezza d’uomo. Di notte facevo sempre lo stesso sogno, la Madonna si girava a guardami ma aveva la faccia di un mostro, era arrabbiata con me. Per anni non ho guardato fuori dalla finestra, non l’ho mai detto a nessuno e non so nemmeno perché lo sto raccontando adesso, ma so che oggi mi sento come allora e non so cosa fare. Oggi so solo che a volte scrivo, parlo e mi comporto in modo strano, forse sono solo tutto il disastro e la confusione che ho nel mio cervello, non lo so se questo è dovuto al cambiamento, forse in un percorso responsabile e interiore succede che si può andare in confusione prima di trovare la strada giusta, ma sono solo mie riflessioni, non sono sicuro che sia così. Di sicuro in me tutti vedranno solo il delinquente o il personaggio che mi sono costruito in tanti anni. Un uomo che all’apparenza non si piegherà mai. Ed è in parte vero, ma è anche vero che sono incapace di vivere e sono stato solo tutto il disordine che ho avuto nella testa. Mi sento in colpa a parlare di mio figlio, forse è solo il mio modo di chiedere aiuto. A volte mi chiedo; come è possibile che una persona si blocchi su qualcosa che non riesce a superare? Oggi grazie alla lettura ho scoperto che il nostro cervello ha la capacità di adattarsi, ma anche di rigenerarsi. In carcere il cervello si adatta alla routine che ci blocca la visione più ampia e la volontà di cambiamento, quindi ti stai adattando a un contesto di chiusura fisica e psicologica. Solo con la consapevolezza puoi superare tutto aprendo la mente a nuove esperienze, che ti permettono di rigenerare la mente e superare la difficoltà. Grazie alla lettura oggi posso dire che tutto questo dolore è solo il mio modo di punirmi e quando lo avrò superato potrò continuare questo bellissimo viaggio nella mia mente e forse migliorerò anche il viaggio della vita. Permessi premio, storia di un sistema che “funziona” di Simona Musco Il Dubbio, 16 ottobre 2026 I dati smentiscono le polemiche sui “favori ai boss”: il tasso di regolarità è del 99,9%. “Nessuna manica larga, si applica la Costituzione”. Nessun “libera tutti” per i boss mafiosi e nessuna manica larga della magistratura. A smentire gli allarmi sulla presunta facilità con cui i detenuti uscirebbero dalle carceri italiane sono i dati ufficiali: in quattro anni i permessi premio sono sì raddoppiati - passando dai 16.158 del 2021 ai 35.486 del 2025 - ma all’interno di un sistema penitenziario sempre più sovraffollato: se cinque anni fa i detenuti erano 53.758 (su 47.200 posti realmente agibili), nel 2025 erano 62.841 (su 46.200 posti effettivi). Un dato che illustra non solo la gravità dell’affollamento penitenziario, ma anche la progressiva valorizzazione di uno strumento essenziale per il reinserimento e la tenuta democratica degli istituti. In termini proporzionali, si è passati da circa 30 permessi ogni 100 detenuti nel 2021 a oltre 56 permessi ogni 100 nel 2025. Le regioni con carceri estremamente affollate come la Lombardia fanno un ricorso molto più consistente e sistematico all’istituto del permesso premio come strumento trattamentale e di decongestionamento, mentre la regione con meno permessi è la Valle d’Aosta, 36 in tutto il 2025 (pari allo 0,1% del totale nazionale) e un tasso di affollamento contenuto, risultando tra le pochissime regioni non sovraffollate in Italia. Ma tra questi benefici non troviamo boss. Non ci sono capibastone autorizzati a riallacciare i rapporti con gli scagnozzi per guidare di nuovo il proprio clan. Si tratta, prevalentemente, di detenuti autori di reati comuni, che con la mafia non c’entrano nulla. E quando qualcuno al 41 bis fa capolino fuori, lo fa per motivi gravissimi e, come già documentato, controllato a vista dalla polizia penitenziaria. Gli allarmi lanciati dalla Stampa e cavalcati da Pd e M5S sono, dunque, un tentativo di strumentalizzare il tema, anche perché un dato certo su quanti detenuti con un passato mafioso abbiano ottenuto benefici non esiste. E se ciò è avvenuto, spiegano tutte le toghe interpellate, è solo dopo rigide verifiche. Leggere i dati ufficiali può aiutare a comprendere. I rapporti ufficiali del ministero dimostrano che l’aumento dei permessi premio non ha provocato un incremento dei reati o delle evasioni. Al contrario, l’indice di regolarità e sicurezza di questa misura è pari al 99,9%. Ciò vuol dire che i permessi premio rimangono uno degli strumenti più sicuri ed efficaci dell’intero ordinamento penitenziario. Inoltre non sono “concessi” a tutti: la legge prevede requisiti temporali e di condotta, oltre alla verifica dell’assenza di pericolosità sociale. Per i condannati per reati ostativi valgono condizioni più stringenti, con controlli sui collegamenti con la criminalità organizzata e sul rischio che possano essere ripristinati. I permessi non possono superare i 15 giorni ciascuno, per un massimo di 45 giorni l’anno. Dopo la riforma dell’ergastolo ostativo, la collaborazione con la giustizia non è indispensabile, ma chi non collabora deve soddisfare rigorosi requisiti previsti dalla legge. Insomma, altro che permessi facili. E lo spiega bene Maria Cristina Ornano, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, dove presto, grazie alla creazione della “cartella informativa del condannato”, si potrà avere forse anche un quadro preciso della “geografia” locale dei permessi. “Si sta facendo una polemica strumentale - dice al Dubbio -. I magistrati prendono queste decisioni con estremo rigore, sulla base di elementi molto concreti. Non vengono concessi permessi a cuor leggero, ma c’è una tendenza a criminalizzare la magistratura di sorveglianza, soffiando sul fuoco”. Un tema, probabilmente, anche di “consenso politico”. “Le pene devono sempre essere conformi alla Costituzione”, ricorda Ornano, che rivendica la necessità di un percorso trattamentale che fa della rieducazione e del reinserimento di tutti i detenuti, senza distinzione, il faro, così come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. “Lo Stato deve dare una chance a tutti i detenuti, indipendentemente dal reato commesso - aggiunge Ornano - e verificare la capacità del singolo di prendere le distanze dal suo passato. Altrimenti la politica deve assumersi la responsabilità di dire che alcuni detenuti non hanno questo diritto, verificando se ciò è conforme a Costituzione”. Netto anche Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. Il richiamo al 41 bis è improprio, osserva, mentre la riforma del 2022 sui detenuti condannati per reati previsti dall’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario si è mossa con cautela, nel solco delle sentenze delle Corti costituzionale ed europea dei diritti umani. Neppure i dati sui permessi concessi ai detenuti in alta sicurezza dimostrano un eccessivo lassismo. “Le prigioni italiane in questo momento soffrono di ben altri mali come sovraffollamento, tensioni, assenza di visione, diritti negati su larga scala - commenta al Dubbio -. La questione andrebbe posta altrimenti. Aumentiamo gli organici di magistrati di sorveglianza, educatori e direttori affinché possano lavorare in modo ponderato e senza i rischi dati dalla fretta e dai numeri alti. Digitalizziamo le cartelle personali (nel rispetto della privacy) per renderle fruibili a chi deve decidere. Sottraiamo la popolazione detenuta più povera (migranti e tossicodipendenti) dai ricatti della criminalità organizzata che in carcere tende ad assumere nuovi manovali del crimine con piccoli favori. Ciò si realizza assicurando benefici premiali su larga scala, telefonate quotidiane e beni essenziali ai detenuti più poveri che così non sono costretti a vendersi ai più ricchi per pochi spicci o una chiamata”. Ma i permessi premio possono contribuire a ridurre il sovraffollamento? “Marginalmente - dice -. I permessi premio sono la via preliminare di accesso alle altre misure alternative. Dunque, sì ma con una lenta progressione, sono, insieme alla totalità dei benefici, un rimedio al sovraffollamento”. Giuseppe Santalucia: “Altro che allarme, noi magistrati siamo riusciti ad applicare la legge” di Errico Novi Il Dubbio, 16 ottobre 2026 “Allarme? No, è un fatto positivo. Lo dico da consigliere di Cassazione. Da magistrato. È un dato certamente positivo che i giudici di merito siano riusciti a trovare una strada. E a concedere permessi. Anche ai condannati per reati di mafia. Vuol dire che sono riusciti a farsi strada nelle maglie rigide, strettissime, della legge introdotta nel 2022. A uno sguardo superficiale, quel provvedimento sembrava poter destinare a un nulla di fatto il principio affermato dalla Corte costituzionale, più precisamente il principio secondo cui la collaborazione con la giustizia non dovesse essere un requisito imprescindibile, nell’accesso ai benefici per i detenuti ostativi”. Giuseppe Santalucia, presidente della prima sezione penale della Suprema corte di Cassazione, è stato presidente dell’Anm fino a gennaio 2025. Uno dei più apprezzati leader nella storia dell’associazionismo giudiziario. Intanto perché è un giudice, e la sua elezione spezzò la catena di presidenze affidate tutte a pubblici ministeri. Poi perché il suo mandato è stato un costante esempio di equilibrio, lucidità, rigore. Infine perché prima di diventare capo dell’Associazione magistrati, Santalucia era stato quel giudice. Quel giudice che aveva avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di chiedere alla Consulta se subordinare i benefici penitenziari per l’ergastolano ostativo Salvatore Pezzino alla collaborazione di quest’ultimo con la giustizia non fosse contrario all’articolo 27. All’umanità della pena. E al decisivo principio di ragionevolezza. Non sono dunque troppi, quei 200 permessi concessi ai condannati per mafia.... Rappresentano la corretta fisiologia in relazione alle norme vigenti. Se quella statistica fosse confermata, vorrebbe semplicemente dire che i magistrati di sorveglianza hanno realizzato una notevole opera di interpretazione giurisprudenziale sulla legge 162 del 2022, rigidissima e, a uno sguardo superficiale, assimilabile a un vero e proprio muro opposto alle istanze dei reclusi per reati ostativi. Intende dire che è grazie ai giudici di merito, alla magistratura di sorveglianza, se tali istanze, incluse quelle proposte da condannati per mafia, non sono finite automaticamente nel cestino? Intendo dire che evidentemente la magistratura di sorveglianza ha fatto in modo da non ridurre a un nulla di fatto la pronuncia della Corte costituzionale sulla necessità di superare la subordinazione dei benefici penitenziari, per reati ostativi come il 416 bis, alla collaborazione con la giustizia. Vede, il dibattito sui permessi, che com’è noto sono il primo assaggio sulla possibilità di un graduale reinserimento del detenuto, deve tener conto di alcuni specifici aspetti della legge approvata nel 2022. Quali aspetti in particolare? In base a quel provvedimento, la concessione anche di un semplice permesso a un condannato per reati ostativi richiede che il detenuto alleghi all’istanza un’attestazione ove compaiano elementi oggettivi tali da poter escludere il pericolo che il temporaneo ritorno in libertà determini il ripristino dei legami con l’organizzazione criminale. Non solo si deve dimostrare che i legami con la cosca, per intenderci, sono ormai venuti meno, ma addirittura il detenuto deve attestare che, se gli venisse concesso un permesso, resterebbe escluso anche il pericolo di un futuro ripristino dei quei legami. Quattro anni fa, un presupposto del genere sembrò costituire una prova quasi insuperabile. Una prova diabolica. Come posso escludere il mancato verificarsi di una circostanza futura? E però la magistratura, con la propria opera giurisprudenziale, è riuscita a trovare le formule adatte a rendere possibile quel presupposto in apparenza irrealizzabile. Solo così si spiega la concessione, nel 2025, di 200 permessi ai detenuti di mafia, per reati dunque ostativi in base all’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Si parla sempre di “boss”, i quali però non solo sono collocati nella condizione “ostativa” tipica del 4 bis: sono anche detenuti in regime di 41 bis, che è un’altra cosa. E il regime speciale del 41 bis esclude totalmente la concessione di permessi. Le sembra, intanto, il sintomo che la legislazione antimafia sia ormai sproporzionata rispetto a un fenomeno totalmente diverso dalla mafia stragista dei primi anni Novanta? Sono altri a dover fare una valutazione sul cambiamento del fenomeno mafioso. Riguardo alla rigidità della legislazione antimafia, posso dire che ad attestarla basta proprio il caso della legge di cui abbiamo parlato finora, la 162 del 2022, che recepì l’ordinanza della Consulta sul superamento della collaborazione come requisito imprescindibile per l’accesso ai benefici. La pronuncia della Corte costituzionale segnalò la necessità di un intervento legislativo, e subito, o quasi subito, il legislatore rispose con il sistema di maglie strettissime di cui parliamo. Lei è il giudice che rimise alla Consulta il caso del detenuto Salvatore Pezzino… Sì. Va ricordato come la conseguente ordinanza della Corte avesse dato risposta a una giurisprudenza di merito e di legittimità che da anni faceva i conti con quell’aspetto dell’ordinamento. Passiamo al 41 bis, istituto di cui non si comprende forse la portata. Se un detenuto al regime speciale collabora, è plausibile che un eventuale decreto di proroga sia accantonato, che il 41 bis si interrompa: giusto? Com’è noto, il 41 bis è concepito non come forma di estrema afflizione, ma per impedire i contatti fra il condannato e l’organizzazione di provenienza. Ed è destinato a condannati per mafia che sono stati quasi sempre ai vertici dell’organizzazione. Ora, è chiaro che una caratteristica tipica delle organizzazioni mafiose è la persistenza dei legami nel tempo, anche a fronte di decenni di isolamento. Ma è altrettanto chiaro che l’eventuale scelta di collaborare rappresenta, nel caso di un detenuto in regime di 41 bis, una prova contraria molto forte, rispetto al rischio di ripristino dei legami, e può dunque indurre i magistrati e il ministro a non prorogare il 41 bis. D’altra parte, se il detenuto al 41 bis non sceglie di collaborare, nel suo caso la dichiarazione con cui esprime consapevolezza dei propri reati e assenza del rischio di ricaderci, richiesta ai condannati per mafia che non sono al 41 bis, ecco, quella dichiarazione pur difficilissima da argomentare, per chi è al 41 bis non basta... No, perché per i 41 bis l’aspetto del percorso trattamentale è tenuto da parte rispetto alla necessità di impedire i collegamenti con l’organizzazione. Il che vuol dire che gli aspetti legati alla persona e al suo percorso interiore sono sacrificati. Ma dopo venti o addirittura trent’anni al 41 bis, come si fa a pensare che una persona, isolata per così lungo tempo, possa tornare a capo di un’organizzazione? Da una parte c’è la specifica capacità delle organizzazioni mafiose nel preservare i legami anche a fronte di un tempo così lungo. Dall’altra c’è, senz’altro, la necessità di considerare gli aspetti relativi alla singola persona, e si tratta di una delle valutazioni più impegnative anche per chi, come il sottoscritto, esercita la giurisdizione di legittimità. Un’ultima domanda, presidente: nel caso di un boss da 30 anni al 41 bis, la necessità di impedire il ritorno di un simbolo quanto finisce per prevalere sull’umanità della pena? È un quesito a cui è difficile rispondere. È tra i più impegnativi che un magistrato della prima sezione penale della Suprema corte si trova a dover sciogliere. Posso dire che in alcuni casi i pur ristretti limiti del giudizio di legittimità hanno portato ad annullamenti con rinvio dei provvedimenti di proroga del 41 bis. E che certo, il trascorrere del tempo, mette in rilievo la persona, rispetto al contesto criminale, assai più di quanto di solito avvenga. La disinformazione mediatica serve solo a rafforzare una concezione puramente afflittiva della pena di Osservatorio Carcere UCPI camerepenali.it, 16 ottobre 2026 No alla confusione che alimenta la paura e il sospetto verso la magistratura di sorveglianza. Da alcuni giorni si registra, sul quotidiano La Stampa, una ben orchestrata campagna di disinformazione che chiama in causa il sistema penitenziario e la magistratura di sorveglianza, accusati di concedere con eccessiva disinvoltura benefici penitenziari a detenuti condannati per reati di mafia. Una magistratura, secondo tale rappresentazione, incline a favorire “centinaia di boss mafiosi”, alcuni addirittura al 41 bis, attraverso la concessione di permessi premio e altre misure alternative. Siamo alle solite. Notizie gonfiate ad arte a ridosso di questioni specifiche all’attenzione delle Corte costituzionale, che si spingono sino alla falsificazione di un dato assolutamente inoppugnabile. Nessun soggetto sottoposto al regime speciale del 41 bis può essere stato destinatario di un permesso premio perché vige un divieto di legge assoluto che impedisce, ai soggetti al 41 bis, di poter ottenere benefici premiali. Era già accaduto, all’indomani della sentenza CEDU Viola c/ Italia, in attesa della decisione della Corte costituzionale poi adottata il 23 ottobre del 2019. Con i soliti giornali e i soliti magistrati militanti, come il buon Davigo. Oggi come allora, il dibattito pubblico viene alimentato attraverso ricostruzioni parziali e fuorvianti, che finiscono per sovrapporre categorie giuridiche profondamente diverse e per alterare la percezione dei dati reali. Difatti, confondere detenuti mafiosi, detenuti sottoposti al regime dell’Alta Sicurezza, condannati per reati ostativi e detenuti effettivamente ristretti al 41-bis, genera nell’opinione pubblica l’errata convinzione che i benefici in questione siano stati concessi a soggetti ancora detenuti in regime di carcere duro. Una rappresentazione fuorviante. Altrettanto discutibile appare il ricorso al dato numerico dei “quasi 200 boss mafiosi” che avrebbero ottenuto misure premiali nei primi mesi del 2025. Tale cifra viene ripresa, perché meramente indicata, in maniera generica e senza alcun appiglio a dati ufficiali del Ministero della Giustizia, nella relazione illustrativa di una proposta di legge presentata in Parlamento sul tema. Eppure, proprio le ricostruzioni giornalistiche del tempo, favorevoli a una stretta legislativa, avevano evidenziato come il DAP non disponesse di una banca dati completa e immediatamente consultabile relativa ai “boss mafiosi” beneficiari di permessi premio e di altri benefici, tanto che la Commissione parlamentare Antimafia e la Direzione Nazionale Antimafia avevano richiesto più volte l’acquisizione di dati completi e sistematici. Insomma, si pretende di costruire un allarme sociale sulla base di numeri che non risultano nemmeno accertati e che non possono essere sottoposti ad alcun controllo esterno. Sotto un diverso profilo, la campagna in atto contribuisce a delegittimare l’operato della magistratura di sorveglianza, costretta ad agire, nonostante i chiari principi costituzionali e le coordinate CEDU, in un contesto normativo fortemente restrittivo, specie dopo la riforma dell’art. 4 bis del 2022. Una procedura particolarmente rigorosa che impone la dimostrazione, in capo al ristretto, dell’assenza di collegamenti attuali o potenziali con la criminalità organizzata e che richiede l’acquisizione dei pareri del Pubblico Ministero che ha emesso il titolo esecutivo, della Procura Distrettuale Antimafia, della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, delle autorità di pubblica sicurezza e dell’amministrazione penitenziaria. Un sistema istruttorio complesso e articolato, che si protrae nel tempo necessario alla valutazione, che esclude qualsiasi automatismo e che rende improponibile l’idea di una concessione superficiale o indiscriminata dei benefici. Assai di rado scaturisce un provvedimento favorevole, destinato, peraltro, a rimanere sospeso nel caso in cui il Pubblico Ministero proponga il reclamo innanzi al Tribunale di sorveglianza. L’effetto di questa costante rappresentazione emergenziale, in una società indirizzata verso la paura e il risentimento, è duplice. Da un lato, si alimenta un clima di sospetto nei confronti della magistratura di sorveglianza, inducendola a una maggiore prudenza nella concessione di misure alternative e benefici penitenziari non solo ai condannati per reati di mafia, ma all’intera popolazione detenuta. Non a caso ogni anno vi sono oltre 20.000 detenuti non ostativi, con residuo di pena inferiore a 3 anni, che potrebbero godere - e non godono - di misure alternative. Dall’altro lato, si finisce per distogliere l’attenzione dai problemi reali del sistema penitenziario: il sovraffollamento, le condizioni di vita spesso incompatibili con il rispetto della dignità umana, le gravissime carenze di organico, l’insufficienza degli strumenti trattamentali e il progressivo irrigidimento della legislazione dell’esecuzione penale. Una scelta scellerata, buona solo, attraverso pochissimi casi simbolicamente forti, a oscurare il quadro complessivo e ad alimentare, così, una concezione puramente afflittiva della pena. Eppure, il carcere conserva una legittimazione costituzionale soltanto nella misura in cui rimane orientato alla rieducazione e al reinserimento sociale della persona condannata. Anche nei confronti di chi si è reso responsabile dei reati più gravi occorre preservare quel “diritto alla speranza” che la giurisprudenza costituzionale ed europea ha progressivamente riconosciuto come elemento essenziale di uno Stato di diritto. Per questo siamo fortemente preoccupati che una narrazione fondata sulla confusione tra 41-bis e benefici penitenziari, sull’utilizzo di dati non verificabili e sulla continua delegittimazione della magistratura di sorveglianza possa costituire il presupposto propagandistico per ulteriori interventi legislativi regressivi, destinati ad allontanare ancora di più il sistema dell’esecuzione penale da quei principi costituzionali che, invece, dovrebbero guidarlo. Carceri indecenti ma la Cassazione punisce i brindisi di Franco Corleone L’Espresso, 16 ottobre 2026 Un tempo i garantisti definivano la Suprema corte come la cassazione della giustizia; per fortuna molte sentenze in questi anni sono state di segno positivo, ma la propensione a essere corrivi al senso comune o aderenti alle esigenze del potere costituito torna talvolta a fare capolino. La prova viene dalla sentenza n. 3571 del 4 dicembre 2025 sul divieto, fissato dal regolamento del Carcere di Milano Opera, di acquistare vino e birra da parte dei detenuti. La decisione del rigetto del ricorso del detenuto Domenico Putignano, scritta dalla consigliera Maria Eugenia Oggero e sottoscritta dal presidente Filippo Casa, facendo proprie le conclusioni della Procuratrice generale Assunta Coccomello, limita arbitrariamente un diritto esigibile. Veniamo ai fatti, che sono assai chiari: il Regolamento penitenziario, approvato nel 2000 come DPR n. 230, dispone che i detenuti possano acquistare prodotti per l’alimentazione e per l’igiene personale dallo spaccio interno; in realtà in nessun carcere (forse con una eccezione) esiste questo locale che consentirebbe una quotidianità e una certa autonomia alle persone private della libertà e ridotte a uno stato di infantilizzazione intollerabile, continuando a privilegiare le cosiddette imprese di mantenimento, con carattere di monopolio, che obbligano i detenuti a compilare domandine per gli acquisti e la polizia penitenziaria a gestire procedure farraginose che generano malcontento e disservizi sulla qualità e sui prezzi. Per quanto riguarda il vino e la birra è consentito l’acquisto presso lo spaccio interno e si prevede una limitazione del consumo giornaliero a mezzo litro per il vino e a un litro per la birra. È davvero esilarante la lettura della sentenza quando affronta il tema della sana alimentazione e richiama a sproposito il diritto alla salute previsto come fondamentale dall’art. 32 della Costituzione, il cui valore dirompente consiste nel divieto di trattamenti sanitari obbligatori. Il Regolamento suggerisce che la distribuzione e il consumo di tali bevande avvenga nei locali in cui si consumano i pasti. Infatti prevede che esistano delle mense o refettori come in tutte le comunità, ma anche questa disposizione non è stata realizzata in nessun carcere e ovviamente si prescrive che finché non siano predisposti tali locali si consumino i pasti, accompagnati dalle bevande, nelle celle fornite di idonei piani di appoggio. Previsioni che fanno sorridere nelle condizioni di vita legate al sovraffollamento indecente. L’ultimo articolo del regolamento imponeva che entro cinque anni dalla sua approvazione fossero predisposti i locali previsti dagli articoli 13 e 14. Di fronte allo scandalo di un ritardo di vent’anni nella realizzazione di strutture essenziali, i giudici chiudono gli occhi e non denunciano una grave inadempienza dell’amministrazione penitenziaria. Sono colpito perché il Regolamento fu opera di Sandro Margara con il mio sostegno. Altro che bilanciamento degli interessi in gioco: il carcere è in stato di illegalità e la Cassazione non fa nulla, punendo chi si illude di trovare un giudice che lo tuteli quando viene rivendicato il rispetto della legge, e così si realizza un paradosso pericoloso. I detenuti devono rassegnarsi all’ingiustizia e neppure consolarsi con un bicchiere di vino o di birra (seppure analcolica). Giustizia e Istruzione: più formazione per il reinserimento dei detenuti di Marco Belli gnewsonline.it, 16 ottobre 2026 Si rafforza la collaborazione tra i ministeri della Giustizia e dell’Istruzione e del Merito con una nuova iniziativa dedicata alla formazione tecnico-professionale delle persone detenute. L’accordo, firmato nei giorni scorsi dai rispettivi ministri, prevede l’avvio di una sperimentazione che coinvolge gli ITS Academy, istituti di alta formazione tecnologica professionalizzante, con l’obiettivo di ampliare le opportunità formative e sostenere concretamente i percorsi di reinserimento sociale e lavorativo. La proposta si inserisce nel quadro della collaborazione già avviata tra i due Dicasteri con il protocollo d’intesa rinnovato nel novembre 2023 e punta a sviluppare ulteriormente l’offerta formativa rivolta alle persone in esecuzione penale, nella convinzione che investire sulle competenze permette di accrescere le possibilità di accesso al lavoro e contribuisce alla costruzione di concrete alternative all’emarginazione sociale. L’iniziativa prevede di collegare i corsi degli ITS Academy ai percorsi di secondo livello già attivi in alcuni istituti penitenziari, in modo che le persone detenute che abbiano conseguito il diploma possano proseguire il proprio percorso di studi acquisendo competenze specialistiche e qualificazioni spendibili nel mondo del lavoro. I percorsi biennali e triennali offerti dagli ITS Academy integrano infatti formazione teorica, attività pratiche, laboratori e periodi obbligatori di stage e tirocinio. Al termine del corso e superate le prove finali viene conseguito il “diploma di specializzazione superiore per le tecnologie applicate”, con validità su tutto il territorio nazionale anche per l’accesso ai pubblici concorsi. Un modello che punta a valorizzare l’apprendimento applicato e il rapporto con il sistema produttivo, favorendo lo sviluppo di competenze rispondenti alle esigenze richieste dalle imprese e dai territori. Per le persone sottoposte a una pena detentiva la possibilità di acquisire una preparazione tecnica avanzata, direttamente collegata a concrete prospettive occupazionali, può contribuire a rendere più facile ed efficace il percorso di ricostruzione di un proprio ruolo sociale e lavorativo, in coerenza con quanto la finalità rieducativa della pena prevista dall’art. 27 della nostra Costituzione. Braccialetto elettronico, inammissibili le questioni di legittimità costituzionale Italia Oggi, 16 ottobre 2026 Manomissione del braccialetto elettronico e aggravamento delle misure cautelari: sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione al preteso automatismo. Così la sentenza numero 171, depositata ieri, con cui la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 276, comma 1-ter, del codice di procedura penale, sollevate, in riferimento agli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Napoli. L’ordinanza di rimessione aveva prospettato il dubbio che tale disposizione contrastasse con gli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione laddove stabilisce che “in caso di manomissione ovvero di una o più condotte gravi o reiterate che impediscono o ostacolano il regolare funzionamento dei mezzi elettronici e degli altri strumenti tecnici di controllo di cui all’art. 275-bis, anche quando applicati ai sensi degli articoli 282-bis e 283-ter, il giudice dispone la revoca della misura e la sostituzione con la custodia cautelare in carcere, salvo che il fatto sia di lieve entità”. La Corte costituzionale, si legge in una nota, non ha esaminato il merito delle questioni, dichiarandole inammissibili per difetto di dimostrazione della loro rilevanza: la semplice descrizione delle condotte e l’assenza di un pieno confronto argomentativo con i princìpi affermati dalla giurisprudenza di legittimità sulla nozione di “lieve entità” non hanno consentito alla Corte di apprezzare la plausibilità del percorso logico seguito dal rimettente in merito alla valutazione della reale consistenza delle trasgressioni contestate e della loro incidenza sul periculum. La Corte ha inoltre rilevato un ulteriore profilo di inammissibilità, riguardante l’omessa interpretazione, da parte del rimettente, della clausola “salvo che il fatto sia di lieve entità”, della sua portata e dei possibili effetti della sua applicazione nel giudizio principale, ciò che sarebbe stato necessario per valutare se tuttora sia presente un automatismo. Affidamento in prova: avere un lavoro e una famiglia non basta per evitare il carcere di Salvatore Del Giudice avvocatodelgiudice.com, 16 ottobre 2026 La misura alternativa non richiede che il condannato sia già cambiato, ma esige ragioni concrete per ritenere che abbia cominciato a farlo. Cass. n. 35871/26. Il reinserimento sociale non coincide con la semplice disponibilità di un lavoro o con l’esistenza di legami familiari. Sono condizioni favorevoli, certamente, ma non necessariamente indicative di un’evoluzione della personalità del condannato. La Cassazione torna sui presupposti dell’affidamento in prova al servizio sociale, con particolare riferimento all’art. 47, comma 3-bis, ordinamento penitenziario, che consente l’accesso alla misura per pene, anche residue, non superiori a quattro anni, richiedendo una valutazione del comportamento tenuto almeno nell’anno precedente alla domanda. Nel caso esaminato, il Tribunale di sorveglianza aveva formulato una prognosi favorevole valorizzando l’attività lavorativa e il contesto familiare, senza confrontarsi adeguatamente con i procedimenti penali relativi a fatti recenti e con il rifiuto del condannato di intraprendere percorsi dedicati alla violenza domestica. La Corte precisa che la mancata ammissione di colpevolezza non costituisce, da sola, un ostacolo alla concessione della misura, così come non è necessario dimostrare una completa revisione critica del passato. Occorrono, tuttavia, elementi obiettivi dai quali emerga almeno l’avvio di un processo di cambiamento. Né l’imposizione giudiziale di attività trattamentali può sostituire automaticamente la volontà personale di intraprenderle. L’ordinanza viene annullata con rinvio per una nuova valutazione. Trento. Inaugurato a Spini di Gardolo “Tavolo 27”, la pizzeria gestita dai detenuti di Lucrezia Aielli gnewsonline.it, 16 ottobre 2026 Oltre 150 ospiti oggi a Spini di Gardolo per l’inaugurazione di Spini Pizza, il ristorante-pizzeria realizzato dalla Provincia autonoma di Trento accanto alla Casa Circondariale e gestito da Spinipizza Impresa Sociale. Il locale è la Linea A del progetto “Articolo 27”, dedicato all’inclusione sociale e lavorativa delle persone in esecuzione penale; il nome richiama la finalità rieducativa della pena sancita dalla Costituzione. Dopo la consegna simbolica delle chiavi è stata sfornata la prima pizza. A dare il via agli interventi istituzionali è stato il presidente della Provincia Maurizio Fugatti, affiancato dall’assessore alle politiche sociali Mario Tonina. Fugatti ha parlato di “un passo avanti che il Trentino compie sul fronte del reinserimento”, ricordando la genesi del progetto, nato da un’idea dell’ex procuratore capo Sandro Raimondi, oggi difensore civico, e definito “un progetto innovativo e pilota per altri territori”. L’iniziativa punta a rompere l’isolamento della struttura penitenziaria. Come ha osservato il sindaco di Trento, Franco Ianeselli: “Il carcere è una realtà che spesso immaginiamo come una scatola nera. Invece, è parte della città. Ci sono persone che hanno fatto cose sbagliate, ma non persone sbagliate”. Un concetto ripreso da Raimondi, che vede nel locale “un ponte tra chi ha avuto meno fortuna e chi deve garantire le opportunità di ripartenza”. Sulla stessa linea la commissaria del governo Isabella Fusiello, per la quale l’occupazione rappresenta “un’occasione anche per ridurre la recidiva e garantire maggiore sicurezza a tutta la comunità”, mentre il garante dei detenuti Giovanni Maria Pavarin ha evidenziato l’opportunità per una vera “rieducazione della società civile”. Per Maria Milano Franco D’Aragona, provveditrice del Triveneto, si tratta infine di “una risposta concreta al mandato previsto dall’articolo 27 della Costituzione”. Il contesto in cui si inserisce l’iniziativa è complesso: la Casa Circondariale registra infatti un elevato turnover, ospitando prevalentemente persone in attesa di giudizio o con pene brevi (443 le presenze nei primi otto mesi del 2026, per il 54,6% straniere). Il lavoro al ristorante è il punto d’arrivo di un percorso che parte da dentro l’istituto. I detenuti svolgono infatti una formazione specifica curata dall’Istituto Alberghiero di Levico Terme per diventare aiuto cuoco, aiuto pizzaiolo o operatore di sala. Come spiegato dal presidente di Spinipizza Leonardo Costantini, l’obiettivo è rafforzare i percorsi di reinserimento basandosi su tre pilastri: formazione e lavoro, ristorazione di qualità aperta alla cittadinanza e un ponte tra carcere e città. A regime, il progetto “Articolo27” potrà impiegare fino a otto persone detenute ammesse al lavoro esterno o alla semilibertà, con tirocini o assunzioni secondo il CCNL delle cooperative sociali, utilizzando le agevolazioni della legge Smuraglia e affiancando ciascun lavoratore con un tutor in raccordo con educatori, UDEPE e Casa Circondariale. In cucina arriveranno inoltre gli ortaggi coltivati direttamente nell’orto del carcere. Promosso dalla Provincia, in attuazione del Protocollo d’intesa del 2020 con Regione e Ministero della Giustizia, in base all’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario sul lavoro all’esterno, il progetto nasce da una co-progettazione facilitata dalla Fondazione Franco Demarchi con enti del Terzo settore, Provincia, Ministero della Giustizia e Comuni di Trento e Rovereto. Il finanziamento pubblico per la Linea A è stato di 972.697,30 euro; la Linea B, “Dentro & Fuori carcere”, affianca invece il ristorante con sportelli di ascolto, abitare accompagnato e laboratori. In chiusura, la direttrice della Casa Circondariale Anna Rita Nuzzaci ha rivolto un appello a tutti i cittadini: “Non possiamo delegare questo compito soltanto alle istituzioni: è necessario che anche i cittadini facciano la loro parte, venendo qui”. Roma. Libri liberi, “La chiamata” con Pasotti e Raimo a Rebibbia femminile di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 16 ottobre 2026 “Una persona non si identifica con il nemico, adotta momentaneamente dei comportamenti che le servono per sopravvivere”. Con queste parole Silvia Labayru, protagonista del libro di Leila Guerriero La chiamata, fuga ogni incertezza sulla sindrome di Stoccolma. Chi viene rapita, torturata e schiavizzata come lei non simpatizza con il proprio aguzzino, semplicemente, cerca di salvarsi, sperando in tempi migliori. Il libro, vincitore del Premio Strega europeo 2026, è stato al centro del dibattito tra le detenute di Rebibbia femminile, l’attore Giorgio Pasotti e la scrittrice Veronica Raimo, nell’ambito della rassegna “Libri liberi”, promossa da fondazione De Sanctis e patrocinata dal Ministero della Giustizia. Siamo nel 1976, e l’Argentina è scossa da un colpo di Stato. Jorge Rafael Videla ha dalla sua l’esercito, e riesce a scalzare il governo legittimo di Isabel Martínez de Perón. Silvia Labayru fa parte dei gruppi rivoluzionari peronisti, e per questo viene sequestrata e deportata in un centro di detenzione clandestino. Lì, viene torturata e costretta a partorire una figlia. Due anni dopo viene rimessa in libertà, ma la donna si accorge che la libertà ha il prezzo del sospetto: avrebbe dovuto sparire, come migliaia di desaparecidos, eppure è ancora viva. Silvia viene quindi accusata di aver collaborato con la dittatura di Videla per avere salva la vita. Solo nel 2018 Labayru, in “esilio” in Spagna, torna in Argentina e denuncia gli abusi subiti nel centro di detenzione. La sua testimonianza è stata raccolta dalla giornalista Leila Guerriero. Pasotti, durante l’incontro che si è tenuto ieri pomeriggio nella casa circondariale romana, legge alcuni stralci del libro, mentre Raimo entra nel vivo della storia. “Ci aspettiamo che una vittima sia la ‘vittima perfetta’. Quindi se nel raccontare le violenze subite, nel ripercorrere i suoi traumi non mostra fragilità o commozione, noi abbiamo una sorta di scetticismo, perché ci aspettiamo che si disperi”, dice la scrittrice rivolgendosi alle detenute. “Dipende da persona a persona”, risponde una donna reclusa. “Se non si dispera, semplicemente, è perché è morta dentro”, le fa eco un’altra. L’incontro è l’occasione per immedesimarsi nella vicenda umana di Silvia; una storia vera che intreccia sofferenza, forza d’animo e amore per la vita. Bologna. “Progetto pallavolo” alla Dozza di Gianni Varani omnismagazine.com, 16 ottobre 2026 Cosa possa umanizzare una drammatica periferia umana come un carcere, sembra sempre più difficile a dirsi e a farsi. E i numeri delle carceri italiane non confortano, considerando l’affollamento e, per chi esce, l’alta percentuale di ricadute nel crimine. Per questo è ancora più sorprendente quanta gente si spenda con idee, progetti, dedizione perché quel luogo sia “solo” un purgatorio di passaggio e tutti abbiano una seconda possibilità. L’ultima positiva esperienza, alla Dozza di Bologna - che ufficialmente è “Casa Circondariale Rocco D’Amato” - viene dallo sport. Dalla pallavolo. Hanno dato vita a una squadra maschile di detenuti che hanno chiamato Fenice, il mitico uccello che rinasce dalle ceneri. E, dietro quelle sbarre, si capisce bene perché hanno scelto questo nome. Sperano di tornare, rinati, alla vita “normale”. Hanno un precedente che ha raccolto consensi: han dato vita qualche anno fa ad una squadra di rugby che han chiamato “Giallo Dozza”. Gioca in un campionato regionale minore. Il giallo fa riferimento al cartellino col quale si viene puniti, nel rugby, mandandoci in panchina. Metafora del carcere e della speranza che si possa tornare in partita, nel mondo libero. A far nascere il progetto del Fenice Volley Team, la passione di alcune educatrici che operano nel carcere. E la sensibilità della direttrice, Rosalba Casella, sensibile a questo sport. Ma in primo luogo la richiesta ricorrente, da parte di giovani carcerati, di poter praticare sport pur da reclusi. E sono tanti, crescenti negli ultimi anni - l’ha rammentato la direttrice - i giovani dietro le sbarre. L’aspetto confortante del progetto pallavolo è quanto ha subito saputo aggregare, col semplice moltiplicarsi di contatti. Istituzioni come la Regione, imprese, sportivi. La pallavolo Bologna ha coinvolto Maurizio Menarini, storico e vincente allenatore di serie A. E Menarini ha subito detto sì. La lega di serie A ha donato nientemeno che la pavimentazione professionale per la palestra del carcere. E non si è trattato di pavimentazione qualsiasi, ma del taraflex usato dai campioni nella superlega. Grazie alle varie realtà sponsor del progetto sono arrivate magliette e quanto serve a questo sport. Raccontano che Menarini motivi i coinvolti nel team come se dovesse farli giocare in una supercoppa. Ma Menarini ha un pensiero più profondo, dato che nello sport si vince e si perde: la cosa più importante, ha spiegato, è saper affrontare la sconfitta. E una Casa Circondariale è piena di sconfitte e di sconfitti. Se tutto andrà in porto, la Fenice della Dozza potrà far giocare i propri atleti anche fuori dal carcere, in un campionato regionale minore, grazie al coinvolgimento della Fipav, la Federazione della pallavolo. La scommessa è che la pallavolo, con le sue regole e il suo “obbligatorio” gioco di squadra, insegni a saper tornare nella vita reale, a inserirsi nella società. Nella pallavolo non vince il singolo, la palla non puoi tenerla, devi passarla. Questo scopo educativo è rimarcato anche dal fatto che il progetto nasca nell’ambito del CPIA2, il centro ministeriale per l’istruzione degli adulti, che opera nel carcere ed è il “datore di lavoro” delle educatrici coinvolte. Grazie al CSI, il Centro Sportivo Italiano, ci sarà anche della formazione tra i coinvolti, per arbitri e allenatori. L’esperienza della giustizia riparativa e la memoria della lotta armata di Niccolò Nisivoccia Il Manifesto, 16 ottobre 2026 “L’incontro” di Fabrizio Galatea, oggi alla Festa del Cinema di Roma, in sala il 15 dicembre. Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nella sparatoria con il brigatista Walter Alasia nel ‘76, si confronta con Franco Bonisoli, dirigente delle Br. Se avesse voluto solo spiegarci cosa sia la giustizia riparativa, Fabrizio Galatea - allievo di Luca Ronconi, e varie opere come autore e regista alle spalle - avrebbe potuto accontentarsi di scrivere e dirigere un documentario che si limitasse a descriverla attraverso qualche testimonianza. Ma del resto cosa sia la giustizia riparativa ormai potremmo dire di saperlo, tutto sommato: una forma di giustizia - integrativa, e non alternativa o tantomeno sostitutiva, rispetto a quella ordinaria - che considera il reato non come la semplice violazione di una norma penale, ma come un’esperienza di ingiustizia che produce una frattura, procura una ferita. Lo scopo è provare a riparare la frattura, a curare la ferita, offrendo ad autori e vittime quello che il processo, per come è strutturato, non può offrire: uno spazio, un tempo, per guardarsi negli occhi, per parlare o anche per non dirsi niente, ma in ogni caso per cercare di restituire un senso a quanto accaduto. Per cercare di trovarlo insieme, questo senso, attraverso la condivisione delle memorie, delle verità di ognuno. Non si tratta di disconoscere le sentenze dei tribunali, ma di aprirsi alla costruzione di una responsabilità più ampia, attraverso lo scongelamento delle fissità implicate dai ruoli processuali. Si tratta, anche, di cercare di uscire dagli angoli nei quali il dolore rischia di inchiodarci: vuoi quando lo abbiamo subìto, vuoi quando lo abbiamo inflitto. Tutto questo più o meno lo sappiamo. Non tanto perché ormai dal 2022 esiste una legge da cui finalmente la giustizia riparativa è stata istituzionalizzata, dopo tanti anni in cui era diffusa solo come pratica sociale. Quanto perché, appunto, è una forma di giustizia che da molti anni viveva già nella realtà e che sempre più vi trova applicazione. Ne leggiamo anche nelle cronache. Allora: non che un film puramente descrittivo sarebbe stato inutile, sarebbe eccessivo pensarlo. Ma non sarebbe stato importante e bello come invece lo è L’incontro. Quello di Galatea è molto più di un film sulla giustizia riparativa intesa quale modello solo teorico, in primo luogo perché riesce a mostrarcela inscrivendola dentro uno dei nodi cruciali della nostra Storia, rappresentato dalla lotta armata fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Sotto questo aspetto può essere considerato, se si vuole, anche come una specie di trasposizione cinematografica di quel libro memorabile che è Il libro dell’incontro, pubblicato nel 2015 a cura di Adolfo Ceretti, Guido Bertagna e Claudia Mazzucato: frutto di un lavoro di anni, durante i quali i suoi curatori, a partire dal 2009, avevano promosso in gran segreto una serie di incontri fra vittime e responsabili della lotta armata italiana. Ed era la prima volta che qualcuno ne concepisse anche solo la possibilità. Ma la Storia siamo noi, sempre, e qui assume la concretezza corporea di Giorgio Bazzega e Franco Bonisoli: entrambi avevano partecipato all’esperienza del Libro dell’incontro, e sono loro oggi i protagonisti del film. Giorgio Bazzega: figlio di Sergio, il poliziotto ucciso nel 1976 da Walter Alasia, ventenne militante delle Brigate Rosse, nel corso di una sparatoria nella quale erano morti anche un altro poliziotto e lo stesso Alasia. Franco Bonisoli: delle Brigate Rosse era stato uno dei principali dirigenti; presente in via Fani, il giorno del rapimento di Moro, era stato fra coloro che avevano ucciso. È definita anche “giustizia dell’incontro”, la giustizia riparativa, e qui l’incontro è proprio il loro. Tutto il film ruota intorno ai loro volti, ai loro sguardi, alle loro parole, ai loro silenzi. D’accordo, accanto a Bazzega e Bonisoli scorrono i volti e le parole anche di altre persone, di un’intera comunità di riferimento: gli stessi Ceretti, Bertagna e Mazzucato; la madre di Giorgio, Luciana Santangelo; il fratello di Walter Alasia, Oscar, e Giuseppe Culicchia, il cugino; Manlio Milani, che aveva perso la moglie Livia in piazza della Loggia, a Brescia; Gherardo Colombo, Federica Brunelli. Ma è intorno a Bazzega e Bonisoli che tutto si tiene, è su di loro che tutto precipita. I loro sentimenti dell’inizio, le loro solitudini di rabbia e sofferenza, si trasformano a mano a mano in qualcos’altro: in un riconoscimento reciproco, in un dolore meno distruttivo e più elaborato, quasi pacificato, sia verso di sé che verso gli altri. È un movimento circolare: da un lato la giustizia riparativa si lascia comprendere meglio, attraverso un racconto che le conferisce concretezza; dall’altro, riusciamo a capire bene che un incontro fra due destini così apparentemente incommensurabili, come quello che Galatea ricostruisce, non sarebbe stato possibile senza un modello che lo ispirasse e lo sorreggesse. L’incontro non pretende di elargire lezioni, ed è un film morale proprio per questo: perché rivela da sé una possibile salvezza. Nella restituzione agli altri, anche ai nostri “nemici”, di un diritto alla visibilità; nella scommessa fiduciaria che l’affermazione di un principio di dialogo e di apertura sia sempre possibile, a patto di voler immaginarlo. Banda della minicar, giorni di silenzio dopo il pestaggio poi la confessione choc: “Era un gioco” di Irene Famà La Stampa, 16 ottobre 2026 Nove giorni di silenzi e di sicurezza ostentata. Dopo l’aggressione all’attore Davide Iacopini, i due adolescenti della banda della minicar hanno proseguito nella loro quotidianità come se nulla fosse successo. Come se non avessero trascorso le notti del 4 e del 5 ottobre nel quartiere Monteverde di Roma a caccia di passanti da picchiare. Incuranti degli appelli che si sono susseguiti a più voci, indifferenti alle condizioni di Iacopini, ricoverato in ospedale in terapia intensiva, hanno continuato a frequentare le lezioni, gli amici. Li hanno visti in giro per il quartiere, in piazzetta, al bar. La minicar lasciata parcheggiata sotto casa. Agli inquirenti, i genitori assicurano: “Non ci hanno raccontato nulla”. Il più piccolo, sedici anni, ha una storia turbolenta, segnata da un lutto in famiglia. Alla fine dello scorso anno aveva deciso di lasciare la scuola e anche al corso serale si è spesso assentato. Il più grande, diciassette anni, figlio di un carabiniere, pare invece un ragazzo modello: mai una nota, mai una sospensione. Solo un furto di casse per la musica da piazzare sulla microcar, due anni fa, insieme all’amico di sempre. La scorsa notte i carabinieri si sono presentati alla loro porta. Il più piccolo, sfrontato, ha cercato di negare. Il più grande ha confessato in lacrime davanti al pubblico ministero Ambrogio Cassiani: “Era solo uno scherzo. Un modo per divertirci”. Ieri, a scuola, non si sono presentati. E ora il fratello maggiore di uno di loro racconta ai cronisti: “Insieme erano diventati esplosivi”. Per questo qualche mese fa, “d’accordo tra le famiglie avevamo deciso che non si sarebbero più dovuti incontrare”. L’uomo prosegue: “È giusto che mio fratello paghi per quello che ha fatto. Solo così potrà crescere. La colpa però è al 50% con l’altro amico. Ha sbagliato pure lui”. I carabinieri del nucleo investigativo di Roma hanno sequestrato i cellulari dei due adolescenti, accusati di tentato omicidio e lesioni, per analizzare chat, video e foto. Per capire se i ragazzi hanno ripreso le aggressioni, se le hanno condivise in qualche gruppo e si sono scambiati impressioni o timori. Acquisito anche il telefono della madre del diciassettenne su cui era installata un’applicazione per monitorare i movimenti della minicar del figlio. A chi le è vicino, la donna avrebbe spiegato di aver controllato l’app in quei giorni concitati, ma di aver pensato a una coincidenza. Difficile credere che il “figlio modello” potesse essere responsabile di quella caccia ai passanti. Acquisita dai carabinieri anche una dash cam, per ricostruire con esattezza il percorso di quelle notti. Ora la faccenda passa alla procura dei minorenni di Roma che, dopo la formale apertura del fascicolo, potrà convocare i due adolescenti per interrogarli o, alla luce di quanto raccolto dai magistrati di piazzale Clodio, decidere di disporre un’eventuale misura cautelare. Non è escluso, inoltre, che chiedano agli investigatori ulteriori accertamenti. La notte del 4 ottobre, in occasione del compleanno del sedicenne, i due ragazzi salgono in auto e cercano passanti da colpire. Con un calcio, un pugno, un bastone. Chissà, forse qualche risata, qualche pacca sulla spalla. Il 5 ottobre tornano in strada per altri venti minuti: “Ci sembrava un gioco”. Iacopini batte la testa sull’asfalto e finisce in ospedale in condizioni critiche. Gli adolescenti scelgono la strada del silenzio, nella speranza di non essere individuati. Davanti ai magistrati? Non un pensiero per l’attore, non un segno di pentimento. “C’è una totale indifferenza verso l’altro”, riflette il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. I racconti di alcuni ragazzi, fuori da scuola, lasciano interdetti: le minicar come status symbol, meglio se con la carrozzeria modificata, ancora meglio se con il motore truccato. I calci ai passanti? “Una sorta di moda”. E c’è chi tira le uova o le bottiglie. Il caso della minicar a Roma, l’adolescenza e i limiti da non oltrepassare di Santino Gaudio* Il Domani, 16 ottobre 2026 L’adolescenza non è una malattia e non è, per definizione, un’età violenta. È una fase di trasformazioni. La domanda decisiva non è soltanto perché un adolescente possa provare eccitazione davanti al rischio, ma come arrivi a ignorare che quel rischio viene imposto a una persona innocente. A Roma, due adolescenti di 16 e 17 anni hanno ammesso il coinvolgimento in sei aggressioni compiute a bordo di una minicar e si trovano in stato di fermo. Tra le vittime c’è l’attore Davide Iacopini, ricoverato in terapia intensiva. “Quella notte ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori. Una frase che inquieta perché trasforma la violenza in intrattenimento. Ma soprattutto obbliga a una domanda: che rapporto esiste, nell’adolescenza, tra aggressività, ricerca di emozioni e capacità di riconoscere il dolore altrui? L’adolescenza non è una malattia e non è, per definizione, un’età violenta. È una fase di trasformazioni: il bisogno di autonomia cresce, il giudizio dei coetanei acquista peso, mentre la regolazione delle emozioni e la valutazione delle conseguenze continuano a maturare. Questo non rende inevitabile l’aggressione né riduce la responsabilità. Aiuta piuttosto a capire perché, in alcuni ragazzi, l’impulso possa prevalere sulla riflessione. I turbamenti del giovane Aziz e la doppia assenza Non basta, dunque, parlare di “ragazzate”. Colpire uno sconosciuto non è un eccesso di vivacità: è un atto di violenza. Eppure sarebbe altrettanto sbagliato diagnosticare a distanza una psicopatia o descrivere un’intera generazione come incapace di empatia. La scienza può illuminare meccanismi generali, non leggere nella mente dei protagonisti. Uno di questi è il disimpegno morale: la capacità di neutralizzare, almeno temporaneamente, il significato delle proprie azioni. La vittima diventa un bersaglio anonimo, il danno una conseguenza secondaria, la sopraffazione un gioco. Una metanalisi di Gini, Pozzoli e Hymel (2014), condotta su 17.776 giovani, ha riscontrato un’associazione tra disimpegno morale e comportamenti aggressivi, più marcata negli adolescenti rispetto ai bambini. La violenza non richiede sempre l’assenza di regole morali, ma la loro sospensione selettiva. Conta anche ciò che accade quando si è insieme. Un coetaneo può alimentare il desiderio di mostrarsi coraggiosi e trasformare l’escalation in una prova reciproca. Ma i pari non sono soltanto un fattore di rischio. Coleman e Farrell (2021), studiando longitudinalmente oltre 2.500 studenti, hanno mostrato che alcune influenze positive degli amici possono attenuare il legame tra vittimizzazione e aggressività fisica. La relazione con l’altro può quindi spingere verso la violenza oppure diventare un argine. Un’indagine su 802 adolescenti italiani ha inoltre collegato l’esposizione alla violenza nella comunità, il disimpegno morale e il bullismo (Esposito et al., 2022). Non significa che i due ragazzi romani siano cresciuti in un ambiente violento: non ne abbiamo elementi. Ricorda però che l’aggressività adolescenziale non nasce nel vuoto. Si sviluppa dentro relazioni, modelli osservati, esperienze di appartenenza e modi appresi di risolvere i conflitti. Sarebbe comodo attribuire tutto ai social, alla noia o a famiglie assenti. Senza prove, sono spiegazioni che rassicurano gli adulti più di quanto chiariscano i fatti. La domanda decisiva non è soltanto perché un adolescente possa provare eccitazione davanti al rischio, ma come arrivi a ignorare che quel rischio viene imposto a una persona innocente. Qui educazione e responsabilità devono incontrarsi: riconoscere un limite significa comprendere che oltre quel limite c’è un altro essere umano. “Ai giovani interessa la politica, non come viene fatta”. Ecco perché manca una mobilitazione collettiva Servono conseguenze proporzionate, tutela delle vittime e interventi educativi. Prevenire la violenza significa insegnare a interrompere l’escalation, a sottrarsi alla complicità, a dare un nome alla sofferenza provocata. E significa offrire agli adolescenti modelli adulti coerenti, capaci di ascoltare senza giustificare e di porre limiti chiari e netti. Il caso della minicar non ci dice che gli adolescenti siano violenti. Ci ricorda qualcosa di più difficile: nell’età in cui si costruisce la propria identità, anche il modo di guardare l’altro è ancora in formazione. La vera sfida educativa è fare in modo che la ricerca di sé non passi mai attraverso il male da fare a qualcun altro. *Psichiatra Non vogliamo investire in armi. E soprattutto non vogliamo usarle di Fabrizio Coticchia Il Manifesto, 16 ottobre 2026 Cosa pensano gli italiani dell’euforia bellica. Solo un terzo dei cittadini approva l’aumento di spesa e si arruolerebbe. Il dibattito sul riarmo si concentra sull’aumento delle spese militari. Raramente la discussione riguarda gli scopi politici per i quali, in Italia e in Europa, sarebbe necessario incrementare i bilanci. Tale aspetto si intreccia poi a una dimensione altrettanto centrale, quanto sottovalutata, la legittimità delle scelte in materia di difesa e sicurezza all’interno della società. Come viene visto, allora, il processo di riarmo dagli italiani? Quali sono le attitudini dei cittadini verso temi quali spese per la difesa, minacce, missioni militari, ritorno della leva o disponibilità a combattere? Un sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova su oltre 1.500 cittadini italiani maggiorenni, alla fine del 2025, consente di rispondere a queste domande. L’indagine (di prossima uscita) affronta molti argomenti. Possiamo qui anticiparne quattro, data la rilevanza per il dibattito politico. il primo riguarda la percezione delle minacce. Dovendo individuare le minacce principali alla sicurezza, gli italiani - particolarmente tra i giovani e a sinistra - collocano al primo posto il cambiamento climatico (37,5%), seguito - specie tra gli anziani e a destra - dall’immigrazione irregolare (32,5%). Solo il 19,8% indica l’aggressività russa. Non è vero, però, che gli italiani ignorino la pericolosità della Russia. Metà del campione, infatti, ritiene “possibile” un attacco di Mosca contro un paese alleato. Tuttavia, altre eventuali minacce, come i disastri ambientali, vengono ritenute più pressanti. Il secondo elemento è la contrarietà dei cittadini all’aumento delle spese militari. Solo il 28,2% vorrebbe incrementarle, il 33,9% desidera ridurle e il 25,7% mantenerle invariate. Addirittura, la scelta di spendere di più è vista favorevolmente solo dalla metà degli elettori di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e dal 32% di quelli della Lega. Ma come poter finanziare tali aumenti? Solo un’esigua minoranza sceglierebbe i tagli alla spesa o l’incremento delle tasse (rispettivamente l’8,4% e il 5,7%). Anche il piano europeo Readiness 2030, nonostante il sostegno al processo di integrazione europeo (visto positivamente da un’ampia fetta del campione), incontra una forte opposizione: il 44,6% è contrario, mentre solo il 28% appare favorevole. Il terzo aspetto, forse il più significativo, è la volontà di combattere. Se l’Italia venisse attaccata da un paese terzo, il 52,5% non sarebbe disponibile a combattere, contro il 31% che abbraccerebbe le armi. Particolarmente interessante è il dato della Lega: solo il 22,5% (una percentuale inferiore a quella di Pd e M5S, che si attesta al 28%) dichiara che combatterebbe per difendere l’Italia nello scenario ipotetico di un’invasione. Persino tra Forza Italia e FdI il dato non supera il 53%. Il quarto e ultimo elemento attiene a organizzazione e missioni delle forze armate (che raccolgono un alto consenso, come istituzione, attorno al 67,5%). Gli italiani appaiono divisi su un possibile ritorno della leva, tra un 45,2% favorevole e un 46,8% contrario. Emerge una frattura generazionale: tra i 18-24enni i favorevoli sono appena il 22,1%, contro il 56,9% tra i 45-54enni, una fascia di età che difficilmente subirebbe i costi di tale scelta. Non abbiamo indagato i motivi di tali posizioni. Per inciso, ho sempre pensato che chi si dichiara favorevole alla leva per “motivi educativi” non avesse grande contezza, non tanto della difesa, ma del concetto di educazione. Certamente il tema - che ha assunto una grande rilevanza in Europa, con riforme avviate in numerosi paesi dopo il 2022 - merita grande attenzione. Altrettanto si può dire di quello che gli italiani pensano delle missioni militari, viste con favore nelle funzioni domestiche - dal contrasto a calamità naturali al supporto alle forze di polizia (approvate rispettivamente all’82,2% e al 67%) - ma assai meno per operazioni di peacekeeping (sostenute solo dal 45,8%). Se il terrorismo è la circostanza che raccoglie il supporto più ampio rispetto all’impiego delle forze armate, quasi il 23% ritiene invece che la forza militare non sia mai giustificata. Gli italiani si dividono, infine, anche sul contesto che garantirebbe al meglio la sicurezza nazionale: un 27,8% preferirebbe che l’Italia perseguisse autonomamente i propri interessi, mentre un 24,3% sceglierebbe il rafforzamento della difesa europea. Il quadro che emerge dal sondaggio è quello di un paese spesso diviso (in primis a livello generazionale e di appartenenza politica) ma complessivamente riluttante a spendere di più, a inviare militari all’estero, e soprattutto a combattere. Il Patto Ue sull’immigrazione finisce davanti alla Consulta di Giansandro Merli Il Manifesto, 16 ottobre 2026 Il Tribunale di Palermo rinvia alla Corte Costituzionale la “finzione del non ingresso”. “La “frontiera” cessa di essere un dato geografico e diventa condizione giuridica”, scrive il magistrato. Costringere un richiedente asilo appena sbarcato a risiedere in un certo centro d’accoglienza, negandogli la libera circolazione e una serie di altri diritti, potrebbe violare la Costituzione italiana. È quanto afferma il giudice Michele Guarnotta (sezione specializzata in Immigrazione del tribunale di Palermo) nella sua ordinanza di rinvio alla Consulta. Il documento, lungo 28 pagine, è stato firmato martedì: per la prima volta le norme nazionali che derivano dal Patto Ue su migrazione e asilo, in vigore dal 12 giugno, finiranno di fronte al giudice delle leggi. Bersaglio dell’argomentazione è uno dei pilastri su cui si basano i nuovi regolamenti Ue: la “finzione di non ingresso”. Il legislatore ha stabilito che nonostante il cittadino straniero si trovi ormai sul suolo dell’Unione è possibile fare finta, arbitrariamente, che non vi abbia ancora avuto accesso. Basta dichiarare una certa area come “zona di frontiera”: Lampedusa, Perugia o Milano non cambia nulla. “La “frontiera” cessa di essere un dato geografico e diventa una condizione giuridica attribuita alla persona che, pur presente nel territorio della Repubblica e in città che non presentano alcun collegamento con il confine dello Stato, continua ad essere considerato come non entrato nel territorio nazionale”, semplifica il giudice del rinvio. Su tale costruzione teorica si fondano le procedure accelerate di frontiera, sperimentate senza successo negli ultimi tre anni tra Modica, Porto Empedocle e Gjader. Un iter speciale che prevede il trattenimento o altre limitazioni della libertà. Nel primo caso è necessaria l’udienza di convalida, contro cui sono andate a sbattere le pretese di imprigionare i richiedenti asilo in Sicilia e Albania. Così l’esecutivo ha optato per la formula più soft: l’autorizzazione a risiedere, una sorta di obbligo di dimora o moderno confino, che dir si voglia. Contro tale misura sono partititi immediatamente i ricorsi ex art. 700 del codice di procedure civile: quelli urgenti perché un diritto è minacciato in modo imminente e irreparabile. I richiedenti asilo ne hanno già vinti diversi, rompendo il vincolo con la struttura di accoglienza. Da uno di questi è nato il rinvio alla Consulta, sul caso di un cittadino egiziano arrivato in Italia quest’estate e spedito dritto nel centro di Villa Sikania, in provincia di Agrigento, con il divieto di allontanarsi. Pena, e questa è la novità del Patto, la possibilità del trattenimento o addirittura la rinuncia alla domanda di protezione. Tutto in base alla “finzione di non ingresso”. Secondo il tribunale di Palermo, però, questo meccanismo è in contrasto con diversi articoli della Costituzione e con la giurisprudenza della Consulta, la quale in una sentenza del 2005 ha chiarito che il diritto d’asilo è il diritto ad accedere nel territorio dello Stato per fare domanda di protezione. Del resto l’articolo 10 della Carta fondamentale è inequivocabile: tale diritto va garantito “nel territorio della Repubblica”. “il riferimento costituzionale al “territorio della Repubblica” - si legge nel rinvio - non appare riducibile alla mera presenza fisica dello straniero nello spazio geografico sottoposto alla sovranità dello Stato, ma evoca l’accesso reale al territorio, da interpretarsi alla luce del diritto vivente”. Ovviamente la legge ordinaria non può porsi in contrapposizione a quella fondamentale, ma qui il problema è più grave: la modifica normativa dipende direttamente dai regolamenti europei. Non è dunque una scelta del legislatore interno. Per questo il giudice del rinvio fa riferimento alla prospettiva del controlimite, il meccanismo di garanzia costituzionale che rende possibile, in casi eccezionali, circoscrivere la cessione di sovranità all’Ue per tutelare uno dei “principi supremi” della Carta, come il diritto d’asilo. L’argomentazione è forte: la “finzione di non ingresso” è un asse portante della procedura di frontiera introdotta dal Patto Ue, ma l’articolo 10 della Costituzione è chiarissimo nello stabilire che l’asilo va garantito all’interno della Repubblica. Se la Consulta accogliesse questa posizione farebbe saltare dalle fondamenta, almeno in Italia, tutto il nuovo meccanismo di gestione dell’asilo. Per questo è difficile che accada, anche viste le ultime sentenze in materia di immigrazione e trattenimento. Calano i flussi migratori. Ma aumentano morti e sofferenze di Giansandro Merli Il Manifesto, 16 ottobre 2026 Il rapporto Idos e la voce delle detenute in Libia. La testimonianza da Sebha: “Cinque anni di torture dai trafficanti, ora vogliamo la libertà”. In controtendenza rispetto alla percezione diffusa i fenomeni migratori sono in calo. Lo registra il Dossier statistico immigrazione 2026 realizzato dal centro Idos sui dati dell’anno precedente. Lo studio, tra i principali sul tema a livello italiano, sarà presentato in forma integrale il prossimo 27 ottobre. Le prime anticipazioni vertono sui numeri e dicono che nel 2025 le persone costrette alla fuga sono calate a livello globale e che in Europa gli arrivi sono diminuiti. La riduzione degli sbarchi sulle coste del meridione italiano, che il governo Meloni rivendica continuamente, sono dunque parte di una dinamica globale. A cui corrisponde “l’aumento di morti, privazioni dei diritti umani, ostilità verso chi salva i migranti”. Tutti fenomeni in crescita. Così se “per la prima volta in un decennio” i migranti diminuiscono in tutto il pianeta, passando da 123,2 milioni nel 2024 a 117,8 milioni nel 2025 (-4,3%), e nonostante gli attraversamenti delle frontiere Ue scendano addirittura da 240mila a 180mila e gli sbarchi seguano la stessa tendenza, i morti nel Mediterraneo aumentano. Su quest’ultimo versante i dati sono più aggiornati: 1.733 vittime da gennaio ad agosto 2026 contro le 1.248 dello stesso periodo 2025. Bilancio comunque parziale, perché naufragi e morti sono molti di più di quelli che si possono verificare. È in questo contesto che si inserisce l’”anno zero” del Patto Ue su immigrazione e asilo, il maxi-pacchetto di regolamenti che dal 12 giugno 2026 ha trasformato radicalmente la gestione dell’asilo nel territorio comunitario estendendo su un piano di massa la possibilità di detenere i richiedenti asilo, minori compresi, e semplificando le procedure per i dinieghi delle domande di protezione e i rimpatri dei cittadini stranieri. Un Patto che per Idos ha anche una chiara “matrice italiana” da ricercare nell’esternalizzazione dei confini sperimentata in vent’anni di accordi con Tunisia e Libia. Le intese con Tripoli hanno portato all’intercettazione di 192.788 persone tra il 2017 e il 2025. Persone catturate in mare e riportate indietro, nei centri di detenzione. Proprio da uno dei luoghi di prigionia del paese nordafricano arriva, grazie a una complicata telefonata via internet e alla traduzione di un attivista della diaspora eritrea, la voce di alcune donne. Si trovano in una stazione di polizia di Sebha da inizio settembre, dopo che i militari libici le hanno trovate in un centro di tortura dei trafficanti. Ci tengono a dire nome e cognome perché vogliono chiedere aiuto, soprattutto a Oim e Unhcr, ma per esigenze di tutela preferiamo comunque non riportare questi dati. Racconta E.: “Sono fuggita dall’Eritrea perché non volevo essere costretta a fare il servizio militare a tempo indefinito. Sono stata venduta tre volte. A ogni passaggio i miei genitori hanno dovuto pagare dei soldi, impegnando tutte le proprietà che avevano. Fino a quando mi hanno rinchiusa in una prigione in cui ho subito di tutto. Insieme alle altre”. Il racconto si interrompe con l’affiorare dei ricordi. “Eravamo sempre seminude, ci lavavano con un tubo, subivamo violenze di ogni genere di continuo: da sole o in gruppo. Siamo state delle schiave per cinque anni”, continua. “Adesso la polizia libica non ci tortura e non subiamo aggressioni, ma siamo ancora rinchiuse in prigione. Abbiamo bisogno di assistenza medica e psicologica. Le ferite non sono solo sui nostri corpi ma anche nell’anima. Vogliamo andare in un posto sicuro, vogliamo vivere”, continua E. Le autorità hanno detto che devono ritornare nel loro paese, “ma il rimpatrio è impossibile, rischieremmo ancora la vita”. Stati Uniti. Fucilazione in diretta, Trump fa dietrofront (incalzato dai sondaggi) di Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni Il Domani, 16 ottobre 2026 Sconfessato Hegseth: l’esecuzione di Nidal Hasan non sarà più in “live streaming”. Gli attivisti a Domani: “Il tycoon ha ceduto alle pressioni”. L’80% degli americani contrari alla barbarie. E cresce la paura midterm. La barbarie resta. Ma almeno gli Stati Uniti conserveranno il pudore di non trasformarla in uno spettacolo per il mondo intero. La fucilazione di Nidal Hasan, l’ex psichiatra militare condannato per la strage di Fort Hood, in cui uccise 13 persone, resta fissata per il 3 dicembre. Non sarà però trasmessa in diretta streaming, come aveva annunciato il segretario alla Difesa Pete Hegseth. In un’America già scossa dalla decisione di ricorrere al plotone d’esecuzione per un militare (per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale) l’uscita del capo del Pentagono ha scatenato un’ondata di indignazione così forte, tra l’opinione pubblica e nelle stesse file del partito repubblicano, da spingere la Casa Bianca a fare marcia indietro. Lo ha annunciato lo stesso Donald Trump su Truth Social. Mostrare l’esecuzione al mondo, ha sostenuto, “avrebbe potuto rappresentare un forte deterrente, facendo vedere come l’America tratta i terroristi e la feccia come Hasan”. Ma “molte persone perbene e animate dalle migliori intenzioni preferirebbero non assistere alla sua morte”. Trump balla sempre più solo: partito ed elettori si allontanano Opinione pubblica Favorevole fin dall’inizio alla fucilazione, Trump non si era invece sbilanciato sulla diretta streaming, un’ipotesi da cui aveva preso le distanze anche il vicepresidente JD Vance. Secondo la Cnn, il presidente avrebbe appreso solo in seguito che Hasan è paralizzato dalla vita in giù, una circostanza che potrebbe aver influito sul suo ripensamento. Difficile, inoltre, ignorare i sondaggi. Secondo Abc News/Washington Post/Ipsos, l’80% degli adulti americani, compreso il 64% dei repubblicani, è contrario alla trasmissione pubblica. Una vittoria parziale per gli attivisti. “Siamo lieti che Trump abbia ceduto alle pressioni, arrivate persino dai sostenitori della pena capitale”, dice a Domani Abraham Bonowitz, tra le voci più autorevoli del movimento abolizionista americano, cofondatore di Death Penalty Action. Bonowitz sottolinea inoltre che la data del 3 dicembre è solo una sparata del ministro, in quanto Hasan non ha ancora avviato i ricorsi federali per habeas corpus. Inoltre, spiega, non bisogna perdere di vista il vero problema: “L’amministrazione sta strumentalizzando politicamente questo caso e aggravando il dolore delle vittime allo scopo di distrarre gli elettori dalla guerra, dall’economia e dalle elezioni, fronti su cui sta andando male”. L’attivista non è il solo a vedere Trump in difficoltà. Secondo l’ultima rilevazione di Economist/YouGov, il 43% degli intervistati prevede una maggioranza democratica alla Camera, contro il 30% che punta sui repubblicani. E persino al Senato, dove una vittoria dem sembrava impensabile, le aspettative si sono ribaltate: 40% contro 35%. Eppure, anziché rassicurare gli americani sul carovita e sulla guerra con l’Iran, Trump continua la sua campagna contro i nemici. Giovedì, durante un comizio in Arizona, ha sostenuto che chi divulga segreti militari “dovrebbe essere fucilato”, definendo i responsabili “la feccia della Terra”. Ha poi rilanciato le accuse infondate di brogli elettorali, avvertendo che una vittoria democratica consegnerebbe l’Arizona ai cartelli della droga e spalancherebbe le porte alle prigioni di tutto il mondo. Alla Casa Bianca, intanto, continua l’”albo-gate” che coinvolge Katie Zacharia, la nuova portavoce. Dopo Trump, a difenderla è intervenuto il direttore della comunicazione Steven Cheung, assicurando che la collega “possiede qualifiche eccezionali”. Al centro della bufera, la mancata iscrizione all’albo degli avvocati. Laureata in giurisprudenza nel 2011 alla Pepperdine, università cristiana della California, la quarantaduenne è finita sotto la lente della stampa per essersi presentata come avvocata, pur non risultando abilitata all’esercizio della professione in alcuno Stato americano. Martedì, interrogata su dove avesse superato l’esame, aveva risposto: “In Cina”. Frase che ha decuplicato gli interrogativi. Zacharia, ha effettivamente lavorato dal 2011 al 2013 in uno studio legale di Pechino, ma nel paese soltanto i cittadini possono ottenere l’abilitazione. La portavoce ha poi sostenuto di aver frainteso la domanda a causa del rumore dell’elicottero presidenziale. Al New York Times, Zacharia ha raccontato che, quando aveva iniziato ad apparire in televisione come commentatrice, aveva chiesto alla Pepperdine University come presentarsi. Il presidente dell’ateneo le avrebbe assicurato di potersi definire “lawyer”, ma non “attorney”. Campaign for Accountability, organizzazione di vigilanza, ha presentato un esposto all’ordine degli avvocati della California, chiedendo di verificare se abbia effettivamente esercitato la professione senza autorizzazione. Condotte che nello Stato possono costituire reato. E a gettare benzina sul fuoco arriva anche il Wall Street Journal: Zacharia avrebbe sostenuto il complicato esame di abilitazione nel Golden State, senza però superarlo. Gran Bretagna. Correre per non tornare in carcere: la sfida dei reclusi contro la recidiva di Francesco Caremani Il Domani, 16 ottobre 2026 In Inghilterra, 20 persone vicine alla scarcerazione si preparano alla London Marathon 2027 con allenamenti e tutor. L’obiettivo è affidare allo sport un ruolo nel reinserimento sociale anche dopo una pena. Resta da verificare se l’iniziativa ridurrà davvero le ricadute. La partenza e l’arrivo di una maratona sono separati da 42 km e 195 metri. Per chi sta scontando una pena detentiva, però, il traguardo più difficile potrebbe trovarsi altrove: oltre il cancello del carcere, quando la libertà torna a essere una possibilità concreta e insieme una responsabilità. Trovare un lavoro, ricostruire i rapporti familiari, sottrarsi alle relazioni e alle circostanze che hanno contribuito alla condanna. La corsa, da sola, non risolve nulla di tutto questo. Può tuttavia offrire un metodo per affrontarlo. In Inghilterra 20 detenuti prossimi alla scarcerazione sono stati coinvolti in Prison Run, un progetto che punta a prepararli alla maratona di Londra del 2027. Il programma prevede allenamenti, tutoraggio e un accompagnamento nel percorso di reinserimento sociale. Siamo quindi davanti a un tentativo di utilizzare una disciplina sportiva come strumento di politica penitenziaria. La maratona impone una relazione particolare con il tempo. Non consente scorciatoie, richiede continuità, costringe a misurarsi con i propri limiti e a distribuire le energie. Chi corre deve imparare a rispettare un programma, riconoscere i segnali del corpo, accettare le giornate negative senza abbandonare l’obiettivo. Competenze che possono avere un significato anche fuori dallo sport, soprattutto per persone chiamate a ricostruire una quotidianità dopo la detenzione. Ma tra imparare a correre e riuscire a reinserirsi nella società esiste una distanza che nessun entusiasmo può cancellare. Il progetto è guidato da Chrissie Wellington, ex campionessa mondiale di Ironman. I partecipanti sono uomini e donne provenienti da tre istituti penitenziari. Molti non hanno mai corso più di qualche chilometro. Saranno seguiti da allenatori e mentori durante la detenzione, nelle uscite temporanee autorizzate e dopo la scarcerazione. L’obiettivo è collegare attività fisica, lavoro e comunità, evitando che il sostegno finisca proprio nel momento più delicato. Tra i tutor figura John McAvoy, oggi triatleta, che durante una condanna per rapina a mano armata stabilì record mondiali di canottaggio indoor. La sua esperienza dimostra che lo sport può contribuire a cambiare una traiettoria personale, ma non costituisce una prova statistica della sua efficacia contro la recidiva. È una distinzione essenziale, soprattutto quando si parla di impiegare risorse pubbliche. I numeri spiegano perché la questione sia urgente. Secondo le statistiche del ministero della Giustizia britannico, il 29,9 per cento delle persone prese in esame tra luglio e settembre 2024 ha commesso un nuovo reato accertato nel successivo periodo di osservazione. Il dato comprende diverse categorie di persone sottoposte al sistema penale, non solo ex detenuti. Tra chi esce da pene detentive inferiori a 12 mesi, il rischio di ricaduta è sensibilmente più elevato. Prison Run non è un’esperienza isolata. In 25 carceri e istituti per giovani detenuti dell’Inghilterra e del Galles si organizzano attività di parkrun, le corse collettive non competitive. Il 180 Project utilizza invece il CrossFit, collegando l’allenamento a servizi di accompagnamento sociale, sostegno abitativo e orientamento personale. In entrambi i casi il valore attribuito allo sport riguarda soprattutto la costruzione di rapporti di fiducia e di appartenenza. Una ricerca pubblicata nel 2024 dall’ispettorato britannico della supervisione e reinserimento sociale delle persone condannate ha individuato specifici meccanismi attraverso i quali l’attività sportiva può favorire il reinserimento, ma il punto decisivo è che lo sport non agisce automaticamente: servono programmi strutturati, operatori preparati, continuità educativa e collegamenti con i servizi esterni. La maratona di Londra del 2027 si svolgerà il 24 e 25 aprile, in un’edizione eccezionalmente distribuita su due giornate. Il carcere dovrebbe rieducare, preparando il ritorno nella società. Se la corsa contribuirà a farlo, lo diranno i risultati, non le fotografie dei partecipanti con la medaglia al collo. Perché 42 chilometri possono essere un’impresa. Restare fuori dal carcere, per alcuni, lo è molto di più.