Dentro il carcere. Tre ore che ti restano addosso di Tiziana Di Masi* tizianadimasi.it, 15 ottobre 2026 Ieri sono entrata nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova, ospite di Ristretti Orizzonti, l’associazione che coinvolge le persone detenute in una vera redazione giornalistica, dando loro la possibilità di raccontarsi e dialogare con il mondo fuori. Ho partecipato alla riunione di redazione, ho ascoltato, ho parlato con alcuni detenuti. Tre ore dentro. Un pugno allo stomaco. La cosa, fra le tante, che rende insopportabile il carcere? L’attesa. L’attesa del pranzo, della doccia, di una telefonata, di andare in bagno, di uscire dalla cella. L’attesa di un permesso, di una risposta, di sapere quando finirà. In carcere non manca soltanto la libertà. Manca la possibilità di decidere qualcosa della propria giornata, di organizzare il proprio tempo, di avere un minimo di controllo sulla propria vita. In spazi sovraffollati, con pochissima privacy e convivenza forzata, anche una piccola contrarietà può diventare un conflitto. Sia chiaro: esistono reati, responsabilità e persone che hanno fatto del male. Non dobbiamo dimenticare chi ha subito violenza o ha perso qualcuno. Ma la pena non può diventare una licenza per umiliare, abbandonare o consumare le persone e lasciare qualcuno senza prospettive non rende più sicura la società in cui, prima o poi, tornerà a vivere. Per questo il volontariato in carcere non è buonismo. È ascolto, responsabilità, relazione e possibilità di reinserimento. A Ristretti Orizzonti ho dedicato un capitolo del mio libro #IOSIAMO già sei anni fa. Il loro lavoro, portato avanti da oltre vent’anni, dimostra che anche in carcere si possono costruire occasioni di confronto e interrogarsi sulle proprie responsabilità e su quelle della società. Da attrice di teatro civile sento il bisogno di entrare nei luoghi, ascoltare e approfondire le contraddizioni che spesso preferiamo non vedere. Ieri sono uscita dal Due Palazzi con tante domande e una convinzione ancora più forte: la civiltà di una società si misura anche da come tratta le persone che ha deciso di privare della libertà. Il resto non è buonismo. È responsabilità. *Attrice di teatro civile La bufala dei 200 boss in permesso premio: per loro benefici impossibili di Simona Musco Il Dubbio, 15 ottobre 2026 Dati distorti e confusione al centro dell’allarme lanciato sulla Stampa. Bortolato: “Procedura rigorosissima e tre gradi di giudizio: questa polemica è pura mistificazione”. “È da escludere nella maniera più assoluta che boss mafiosi sottoposti al 41 bis abbiano avuto permessi premio. È un regime assolutamente chiuso e c’è un divieto espresso di legge. Finché non escono da lì - e i boss stanno lì - non possono avere niente”. È categorico Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano che commenta la polemica del momento: quella che, secondo il racconto mediatico, vorrebbe decine, anzi centinaia di boss in circolazione grazie ai permessi facili. L’equivoco nasce dalla relazione introduttiva del ddl presentato da Chiara Colosimo a fine 2025 per ottenere una stretta ai permessi premio. “Secondo i dati del ministero della Giustizia - scriveva la presidente della Commissione Antimafia - nei primi mesi del 2025, quasi 200 boss mafiosi hanno ottenuto misure premiali, le quali, qualora concesse senza controlli adeguati, rappresentano un pericolo concreto per la tutela della collettività e motivo di grande allarme sociale tra i cittadini”. Un dato che è stato utile alla Stampa per titolare in modo allarmistico “In sei mesi 200 permessi: così i boss tornano liberi”. Ma che non trova - e non può trovare, dati i rigidi paletti imposti dalle norme - nessun riscontro nella realtà. I dati del ministero parlano di 35.486 permessi concessi nel 2025 a tutta la popolazione carceraria, senza distinzione di categoria. Ma per capire chi e come può avere accesso a tali permessi basta guardare al primo intervento legislativo del governo Meloni: quello che, dopo la sentenza della Corte costituzionale, superava il requisito della collaborazione (dichiarato incostituzionale) per ottenere i permessi con paletti ancora più rigidi. Una norma che l’esecutivo rivendicò come massima prova d’attenzione contro le mafie. Non ci sono, dunque, boss in libertà per gentile concessione dello Stato. Nelle tabelle ufficiali dei permessi premio, la cifra totale si riferisce quasi integralmente a detenuti del circuito di Media sicurezza (reati comuni). La confusione, probabilmente, riguarda un’errata assimilazione del 41 bis al 4-bis, regime previsto per i reati ostativi, che prevede una prima fascia dove ci sono soggetti condannati per reati di criminalità organizzata per i quali l’accesso ai permessi premio è soggetto a una procedura rigorosissima, introdotta dalla legge 199 del 2022. I permessi di necessità, concedibili a tutti, sono viceversa limitati a pochissimi casi isolati per motivi gravissimi (articolo 30 O.P.), uscite temporanee e straordinarie concesse per eventi tassativi (come l’imminente pericolo di vita di un familiare stretto o ricoverato in gravi condizioni) e sempre sotto stretta sorveglianza armata, annullando il rischio di una circolazione libera o priva di vigilanza sul territorio. La procedura prevede una serie di accertamenti, tra i quali anche il parere della Direzione nazionale antimafia e della Dda competente, i quali hanno 90 giorni di tempo per esprimerli. Non si tratta solo di un parere sulla pericolosità e sulla possibilità di ripristinare contatti a rischio, ma arriva anche all’esito di indagini patrimoniali per stabilire se il detenuto abbia anche degli interessi economici, se possa riallacciare rapporti con le famiglie di appartenenza eccetera. Dopodiché il detenuto deve fare una prospettazione molto rigida del suo comportamento, della revisione critica, del fatto che abbia in qualche modo, anche senza collaborare, compreso la gravità delle sue azioni. “È una procedura molto rigorosa. Ed escludo con quasi assoluta certezza che ci sia stato del lassismo - continua Bortolato -. Tali permessi, tra l’altro, quasi mai vengono concessi nei territori di appartenenza, almeno all’inizio. La prima volta generalmente viene concesso nei pressi dell’istituto di detenzione, in un’associazione di volontariato, per incontrare i familiari per poche ore. Poi, se procede il percorso trattamentale, il magistrato, nella sua discrezionalità, può anche concedere un permesso per incontrare la famiglia nei territori di origine. Ma ci sono sempre rigide prescrizioni, controlli e sono avvisate le forze dell’ordine. Il pericolo che ci possano essere contatti indesiderati è abbastanza remoto”. L’ultima cosa fondamentale è che tutti i provvedimenti della magistratura di sorveglianza sono comunicati al procuratore della Repubblica, il quale può impugnarli davanti al Tribunale di Sorveglianza e poi davanti alla Cassazione. “Se si pensa che il magistrato abbia agito con leggerezza, il pubblico ministero - magari su impulso della Dna o della Dda competente - può adire il Tribunale. In quel caso il permesso non viene eseguito e si blocca. È poi possibile il ricorso per Cassazione, quindi ci sono tre gradi di giudizio per ogni permesso premio. Non mi risulta, però, che ci siano state impugnazioni di questo tipo da parte delle procure se non in rarissimi casi”. Cosa che, dunque, ridimensiona moltissimo l’allarme. Le cronache giocano sul filo dell’ambiguità: il parere delle Dda e della Dna, si legge, spesso richiede più tempo del necessario che trascorrerebbe senza alcuna risposta. Ma ciò, sottolinea Bortolato, semplicemente non è vero: “Ci sono tre mesi di tempo. E il parere - non vincolante - arriva sempre”. Insomma, nessun allarme. Nessun caso concreto a cui ancorarsi - come il falso allarme lanciato all’epoca del Covid - per cavalcare una polemica inesistente. “Noi applichiamo le leggi esistenti - conclude Bortolato -. Nessuno può impedire al Parlamento di modificare le norme. Ma qualunque legge non potrà non tenere conto della sentenza della Corte costituzionale e anche delle pronunce della Corte di Strasburgo che hanno stabilito che i requisiti non possono mai consistere esclusivamente nella collaborazione con la giustizia”. Gli indici introdotti nel 2022 sono in realtà molto più pregnanti. Perché la proclamazione e la dimostrazione nei fatti, anche attraverso le condotte riparatorie, di un’avvenuta presa di consapevolezza, le condotte di vita anteriori e la dimostrazione di non avere interessi economici né propri né dei propri familiari, sono requisiti per i quali ci sono istruttorie molto approfondite, molto più significativi rispetto a una mera collaborazione. Sul tema sono intervenuti anche gli avvocati Maria Brucale, Ladislao Massari, Michele Passione, Valentina Alberta, Antonella Calcaterra, Alessandro Ricci, Annamaria Alborghetti, Maria Teresa Pintus, Rosaria Manconi, Laura Cesaris e Stefania Amato che hanno condannato “con la massima fermezza la violenta campagna mediatica che sta intossicando il dibattito pubblico”, un atto “di pura mistificazione, orchestrato unicamente per scatenare un panico sociale artificioso” che “mina la fiducia nelle istituzioni giudiziarie e calpesta i principi costituzionali fondanti della nostra civiltà del diritto”. Gli avvocati hanno ribadito il “blocco totale e inderogabile” di legge che esclude tassativamente qualsiasi beneficio ai boss a 41 bis, nonché lo “sbarramento istruttorio d’acciaio che azzera qualsiasi automatismo o concessione superficiale” per i detenuti ostativi. “La pena non può ridursi a una vendetta di Stato - continua il documento -. Se la detenzione conserva una funzione costituzionale e umana, è perché deve puntare alla riabilitazione dell’individuo”. I legali dicono anche no alla “sciagurata ipotesi di accentrare le decisioni sui permessi in capo al Tribunale di Sorveglianza in composizione collegiale”, un assetto che “condannerebbe la giustizia alla paralisi totale: in uffici già stremati da strutturali carenze di personale e risorse, questa scelta congelerebbe i diritti dei ristretti, distruggendo ogni prospettiva di riabilitazione e facendo crollare l’intero sistema della giurisdizione di sorveglianza”. L’allarme che non c’è sui boss in gita di Claudio Cerasa Il Foglio, 15 ottobre 2026 I permessi concessi sono pochi e motivati Non è infrequente, non solo per chi si occupa di giustizia e carcere a livello informativo, ma per chiunque abbia a cuore la civiltà giuridica, dover ringraziare un quotidiano come il Dubbio per il puntuale lavoro di fact checking svolto. Il “caso” approfondito ieri da Damiano Aliprandi è un esempio, e vale la pena essere segnalato perché dice qualcosa di più anche su un modo allarmistico di fare informazione e su strumentali ricadute politiche. Analizza il Dubbio “l’allarme” scattato dopo un articolo del quotidiano la Stampa, seguito da immediato ricasco politico, relativo alla presunta facilità per i boss mafiosi di lasciare il carcere. Il titolo era: “Mafiosi, ergastolani e capi clan lasciano il carcere con i permessi”. Ma scrive il Dubbio: “Poi si leggono i nomi, e la porta girevole si inceppa. Nel 2026 a uscire con un permesso sono stati in tre: Gregorio Di Giovanni il 6 marzo, Cristoforo Cannella il 10 aprile e Mario Capizzi”. E si tratta di “uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Quale sarebbe lo scandalo? A meno che venga reputato scandaloso lo stato di diritto e l’autonomia e indipendenza dei giudici di sorveglianza”. Per molti altri detenuti citati, si spiega invece che i permessi sono stati rifiutati. E che in ogni caso chi è detenuto al 41 bis non ne gode. Ma l’articolo della Stampa hanno preso le mosse alcuni parlamentari del Pd, tra cui Walter Verini, capogruppo in commissione Antimafia, per chiedere al ministro Nordio di riferire urgentemente in Parlamento. Ad alzare “l’allarme” era stato anche il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, che ha rilanciato i “pericoli dei benefici penitenziari” ai capimafia. Solo che questi pericoli non sono reali. L’associazione no profit Yairaiha che si è occupata della vicenda scrive: “Le informazioni complete vengono dopo. Prima viene l’allarme”. Ma fa bene il Dubbio a ricordare che il vizietto di attaccare il governo per presunte e inesistenti “scarcerazioni facili” è bipartisan: negli anni del Covid, era stata la destra a tentare il gioco. Boss scarcerati, l’ora delle polemiche: in Antimafia è tutti contro tutti di Francesco Grignetti La Stampa, 15 ottobre 2026 I parlamentari Pd chiedono l’intervento di Nordio. Il ministro: “Sono i magistrati a decidere”. In attesa di capire cosa accade fuori e dentro il carcere con i boss di mafia, dentro l’Antimafia si litiga a brutto muso. L’inchiesta di questo giornale, che ha squadernato i numeri di un fenomeno che preoccupa i magistrati, e di come sia stato dimenticato in un cassetto della commissione Giustizia dal luglio 2025 un progetto di legge di Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, ha pungolato il Pd. I parlamentari dem in Antimafia hanno chiesto che fosse convocato il ministro Carlo Nordio a riferire. Il quale s’è già tirato fuori: “Non me lo spiego, ma non ho nemmeno nessuna intenzione di spiegarmelo e di pormi il problema, e mi stupisco che sia stato sollevato da un giornale, perché queste sono decisioni che spettano alla magistratura nella sua assoluta autonomia e indipendenza”. A sua volta la presidente Colosimo ha risposto con una lettera rude che La Stampa ha potuto leggere: “La questione non è stata scoperta oggi. La Commissione l’ha affrontata con serietà, continuità e rigore istituzionale, avviando uno specifico filone di indagine. Atti che sono stati regolarmente messi a disposizione di tutti i commissari. Dalle verifiche effettuate, tuttavia, non risulta che alcun componente dell’opposizione abbia mai provveduto a consultarli”. Ieri i dem con il capogruppo Walter Verini e i colleghi naturalmente ci sono tornati sopra: “L’inchiesta de La Stampa sulle scarcerazioni di detenuti anche legati alla criminalità organizzata induce a riflessioni serie. Pare che la presidente Colosimo abbia presentato a suo tempo una proposta di legge sul tema, inabissata”. Da qui la proposta bipartisan di “parlare urgentemente in Antimafia del tema”. Con il fine, rilanciano Verini e i parlamentari Pd che potrebbe preludere anche alla possibilità di “una proposta unitaria della Commissione sul tema, che tenga insieme sicurezza, civiltà del trattamento carcerario anche per i 41bis, rispetto della Costituzione e norme europee. Per poi passare ad una rapida e condivisa approvazione in Parlamento”. Al dibattito si è aggiunto il gruppo M5S che si scaglia contro Nordio: “Non lo sfiora nemmeno il pensiero che servirebbe un aggiornamento normativo con una legge apposita, così da stringere le maglie e consentire ai magistrati di avere maggior margine per non aprire le porte delle carceri?”. Politicamente parlando, l’apertura dei dem è accompagnata da una severa randellata alla “pervicace ambiguità della Presidente, del Governo e della maggioranza. Quando questi soggetti vogliono approvare leggi, le approvano. Anche calpestando regole. L’esempio da manuale è la legge elettorale”. E si torna inevitabilmente al tema dei temi che sta monopolizzando i lavori della Commissione, ovvero le stragi del ‘92. Concludono i dem: “Si smetta di usare la stessa Commissione come una clava per riscrivere la storia”. La toga di sorveglianza che vuol cambiare i padrini di Giulia Sorrentino Il Giornale, 15 ottobre 2026 La polemica sui permessi premio concessi ai boss mafiosi si trasforma nell’ennesimo terreno di scontro politico. La sinistra chiama in causa il governo Meloni e chiede spiegazioni al ministro della Giustizia Nordio. Ma a concedere i benefici penitenziari non è il governo, bensì la magistratura di sorveglianza. E proprio sulle valutazioni dei giudici, ben prima che esplodesse la polemica, la Commissione Antimafia aveva cercato di far luce sul fenomeno la cui portata era già evidente. A dimostrarlo è un’audizione del 13 marzo 2025 che Il Giornale ha visionato in esclusiva, durante la quale la presidente Chiara Colosimo aveva audito, tra gli altri, Maria Rosaria Parruti, presidente del Tribunale di sorveglianza dell’Aquila, sui criteri usati per autorizzare le uscite dei detenuti e sulle garanzie contro il ripristino dei collegamenti con la criminalità organizzata. “La società ha bisogno di gente cambiata e noi dobbiamo aiutare questo cambiamento”, spiegava Parruti. Ma Colosimo chiedeva: “Da che cosa dovremmo evincere questo cambiamento?”. E ancora: “Non fargli scrivere un libro o mandarlo a fare conferenze, perché questo non è un cambiamento”. Il confronto diventava più serrato quando la presidente dell’Antimafia chiedeva quali prescrizioni potessero concretamente impedire ai boss di ricostruire i rapporti con le organizzazioni mafiose. La risposta della Parruti però va oltre il terreno meramente giuridico, soprattutto quando sostiene che “se la persona non vuole cambiare non c’è prescrizione che tu possa dare, perché il cambiamento deve venire dall’interno”. Parruti precisava che i permessi premio erano stati concessi esclusivamente in orari e luoghi diversi da quelli di provenienza dei detenuti. E aggiungeva: “L’efficacia non è nella prescrizione quando esci, ma nel lavoro precedente”. Ma come verificare che questo cambiamento sia effettivo? Colosimo insisteva: “Questo mi è chiaro, però non capisco come viene riconosciuto questo lavoro. Basta uno psicologo?”. La magistrata spiegava che a valutare i detenuti era un’équipe composta da psicologi ed educatori. Poi il riferimento alle vittime della mafia. “Credo sia difficile da raccontare ai familiari di Livatino”, osservava Colosimo, evocando il magistrato assassinato nel 1990. Quanto può essere considerato affidabile un percorso di cambiamento personale quando si tratta di uomini che hanno ricoperto ruoli di vertice nelle organizzazioni mafiose? E, soprattutto, quali strumenti consentono di escludere il rischio che un boss, una volta fuori dal carcere, torni a esercitare la propria influenza criminale? Casi come quello di Raffaele Galatolo, boss dell’Acquasanta a Palermo, tornato al centro di un’inchiesta per la presunta riorganizzazione della cosca anche durante i periodi trascorsi fuori dal carcere, dimostra quanto possano essere gravi le conseguenze di una valutazione del rischio rivelatasi insufficiente. Per l’educatore in carcere motivazione fa rima con relazione di Ilaria Dioguardi vita.it, 15 ottobre 2026 “Il nostro lavoro è complesso perché ha anche una parte burocratica importante, che però non deve diventare prioritaria rispetto alla parte relazionale, che è il cuore”, dice Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate. “Non deve mai sfuggirci l’obiettivo, non dobbiamo mai perdere la motivazione. Il nostro compito non è provare a dire alle persone detenute che cambiamo loro la vita, ma che il loro libro può avere un altro finale”. “L’educatore è sicuramente un lavoro complesso, che ci chiede di essere tante cose insieme e, a volte, di farle molto in fretta. Ma questa è la grande sfida del fare educazione in carcere”. Nella voce di Roberto Bezzi, da 20 anni responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate, trapela l’entusiasmo per la sua professione, misto alla consapevolezza dell’importanza del suo lavoro, che lo porta da 26 anni negli istituti di pena. “Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili. Non deve mai sfuggirci l’obiettivo, non dobbiamo mai perdere la motivazione”. “Non voglio dare un quadro edulcorato, però sono convinto che anche gli aspetti che possono essere difficoltosi, distanti, dovrebbero spronarci a immaginarci di usare degli altri strumenti. Dobbiamo adattarci al fatto che c’è un obiettivo che non deve sfuggirci mai e che non deve essere il pretesto, come a volte succede, per perdere un po’ la motivazione”, prosegue Bezzi. Il cuore del mio lavoro: la relazione - “Sono una persona estremamente motivata da questo lavoro, questo conta molto secondo me. Il nostro lavoro è complesso perché ha anche una parte burocratica importante, che non deve in alcun modo sovrapporsi o diventare prioritaria rispetto alla parte relazionale, che è il vero cuore del nostro lavoro. Io faccio soprattutto front office, quando mi dicono che una persona non sta bene dico: “Mandatemela”. Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili”. Andare oltre lo stereotipo - Il primo aspetto della professione di educatore “ripeto, è il fatto che è molto stimolante. Veniamo a conoscere mondi, storie, vissuti, uno spaccato di umanità che secondo me in pochi possono conoscere. È interessante, secondo me, educativamente. Quando si fa un lavoro da tanti anni si può pensare di essersi standardizzato, di avere le risposte per ogni tipo di situazione. Invece, davanti a molte situazioni e a tante criticità, mi ritrovo a pensare: “Questa non l’avevo presa in considerazione”. Ciò è l’aspetto fortemente stimolante del nostro lavoro che ci deve indurre ogni volta ad andare oltre lo stereotipo e l’immagine che noi abbiamo: dobbiamo andare oltre tutti quei meccanismi un po’ automatici che ci fanno categorizzare tutto e tutti”, prosegue. Il carcere è soprattutto grigio - Il carcere “non è bianco e nero, è soprattutto grigio. Ci sono persone che hanno storie dalle quali si comprende il perché purtroppo arrivano a commettere reati, tutto è molto logico dal punto di vista dell’ambiente sociale, e altre persone che, invece, non si capisce perché si sono trovate a commettere reati. Questo ci spiazza molto ed è lì l’elemento interessante”. Bezzi spiega che “ogni volta nel rapporto con l’altro bisogna provare a sospendere il giudizio, andare a conoscere (pur con ruoli che sono per forza di cose asimmetrici) e riuscire a entrare in una relazione più autentica possibile. Questo è il nostro sforzo, in certi casi è una grandissima sfida”. Non perdere di vista il “faro” - Ciò che stimola gli educatori più di tutto, tutti i giorni, “è il fatto di essere per la nostra parte utili, siamo un pezzo di una macchina molto grande composta anche da tante altre figure. Anche nei momenti in cui ci possono essere la stanchezza e il burnout dobbiamo ricordarci sempre perché facciamo questo lavoro, la legge cosa dice: non dobbiamo perdere di vista il “faro”, che ci deve condurre dire: “La mia linea deve essere quella”. Sottolinea che questo vale sia nelle condizioni migliori sia quando ci sono le condizioni avverse, “dai numeri più alti di persone detenute rispetto alla capienza degli istituti alla grande mole di lavoro burocratico. Questi aspetti non devono mai deviarci dalla nostra linea perché sennò vuol dire, forse, che in realtà il problema è la nostra motivazione. Non voglio dire che nelle carceri vada tutto bene, voglio sottolineare che bisogna stare attenti a non far diventare preponderanti altri aspetti, altrimenti si perde di vista l’obiettivo principale del nostro lavoro”. Bezzi è da 20 anni a capo dell’Area educativa del carcere di Bollate, “dove non faccio solo coordinamento, come tutti i miei colleghi seguo delle persone detenute, in questo momento un centinaio”. Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 19 settembre 2026, nella II casa di reclusione di Milano sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21. “Nel mio caso alcune persone le seguo da moltissimi anni, hanno bisogni diversi da una persona che è appena giunta. E sono adulte”. Dare la massima possibilità di autodeterminarsi - Rispetto al lavoro di educatore nell’Istituto penale minorile-Ipm c’è molta differenza. “Ho lavorato anche nell’Ipm Beccaria, i primi anni. Lì la presa in carico era molto diversa, eravamo due educatori per un gruppo di 15-20 ragazzi. La tipologia di lavoro richiesta era quella dell’accompagnamento, della presenza, del portare avanti insieme un percorso con dei ragazzi. A Bollate facciamo in modo che, dentro al contesto di tutte le regole che esistono, la persona abbia la massima possibilità di autodeterminarsi, limitatamente a quello che la legge impone”. Una delle azioni principali di un educatore è quella di accogliere quando una persona arriva. “Accogliere vuol dire non solo spiegare, ma far vedere quel volto umano, di vicinanza che, per chi arriva in un carcere soprattutto se alla prima esperienza, conta moltissimo i primi giorni, spesso sono quelli che danno l’imprinting”. “Apriamo piccole finestre” - Un altro aspetto del nostro lavoro è quello di conoscere, capire quali sono stati i problemi che quella persona ha avuto che l’hanno condotto all’esecuzione penale”. A Bollate sono presenti solo persone in esecuzione pena, con condanne definitive, non in attesa di giudizio. “Durante la conoscenza si fa quella che possiamo chiamare co-progettazione: si capisce insieme quali sono le cose più vicine a quella persona, oppure le più lontane ma nelle quali si voglia sperimentare. Quando vedo persone, che non avevano neanche la terza media, che provano un’attività mai fatta prima e scoprono di essere anche molto competenti, l’educatore cosa ha fatto? Ha aperto una piccola finestra, ha fatto vedere che esistono anche delle opportunità. Una parte dei nostri utenti arrivano in carcere perché non hanno avuto delle opportunità da liberi. Ci sono persone che scoprono la normalità qui dentro a causa dei contesti sociali e culturali in cui è vissuto”, continua Bezzi. “Dare opportunità è proprio la funzione sussidiaria del carcere. Molte delle persone che seguiamo sono convinte che la loro vita abbia già una fine prestabilita, forse purtroppo è anche vero. Il nostro compito non è provare a dire che la vita gliela cambiamo noi, ma dire loro che esiste anche un’altra fine, che il libro può avere un altro finale. Questo aspetto è una cosa tipica della nostra professione”. Come è cambiato il lavoro di educatore? - “Per quanto riguarda Bollate, è un caso particolare. Noi abbiamo iniziato quando il carcere era aperto da pochissimo. Il fatto di iniziare in un carcere nuovo cambia tutta la storia professionale, non c’era “memoria”, c’era l’idea che stavamo costruendo qualcosa da zero, sensazione che in un carcere storico non c’è”, sottolinea Bezzi. “Quest’elemento ha fatto sentire molto l’appartenenza, la fierezza delle piccole cose. Cl passare degli anni, ormai è tutto più assodato, viviamo tutto come la normalità”. “Sicuramente sono cambiati i numeri delle persone detenute. Quando noi abbiamo iniziato eravamo sotto numero proprio perché l’istituto aveva appena aperto, stavamo capendo quali attività mettere in piedi e con quali criteri, c’è stata una fase iniziale della sperimentazione. Poi negli anni è anche cambiata la popolazione detenuta, ma alla fine le azioni principali del nostro lavoro sono rimaste le stesse”. Negli anni sono molto cambiate le procedure burocratiche, “per motivi di carattere organizzativo. Il fatto che la popolazione detenuta è arrivata a dei numeri così alti induce a dover trovare un modo diverso per svolgere la stessa attività che si faceva anni fa, in altri modi”. Un lavoro che non è una missione - Bezzi insiste sull’importanza della motivazione, “non vuol dire che il nostro lavoro è una missione. Basta restare curiosi per avere attiva la motivazione. E poi, se pensiamo che l’educazione quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso. Se uno riesce a viverla come sfida ci deve essere anche un contesto di un certo tipo. Noi siamo una équipe che ha un buon livello di serenità e degli scambi tra noi, questo mi rendo conto che cambia molto. Forse è lavorare in un clima non sereno che può rischiare di dare il burnout. Alla fine il clima lo fanno le persone”, continua. E come si fa a non portarsi il lavoro e le preoccupazioni a casa? “Condividendo, confrontandosi con i colleghi. E poi il resto si impara. È difficile dare una “ricetta” perché è molto personale. Ma sicuramente condividere è fondamentale, altrimenti si sente il peso emotivo su di sé che diventa schiacciante. Certezza della pena e reinserimento, il bilancio di Sisto in Senato di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 15 ottobre 2026 “La certezza della pena non deve mai essere disgiunta dalla sua funzione rieducativa”, ha sottolineato il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, presentando ieri in Senato i primi risultati del Piano nazionale per l’esecuzione penale. Il Piano, che ha l’obiettivo di costruire un modello di esecuzione penale capace di coniugare responsabilità, formazione e opportunità concrete di reinserimento sociale, punta sia sugli interventi in carcere sia sulle misure alternative. A fronte di 65.661 detenuti negli istituti penitenziari, gli Uffici di esecuzione penale esterna seguono attualmente 143.027 persone. Oltre 144 milioni sono già impegnati per percorsi di formazione e lavoro e per la riqualificazione degli spazi trattamentali in 90 carceri. Quasi 74 milioni sono destinati alle reti territoriali che accompagnano chi sconta la pena fuori dagli istituti. Tra le iniziative figurano anche una piattaforma digitale per rendere consultabili dalle aziende le competenze professionali dei detenuti e un programma di tutoraggio per 800 minori e giovani adulti coinvolti nel circuito penale, affidato a 62 enti del Terzo settore. All’incontro sono intervenuti, oltre agli operatori del settore, anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari e la senatrice Erika Stefani. La compatibilità tra la salute del detenuto e le condizioni carcerarie va personalizzata di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2026 Il giudice che decide sull’istanza di scarcerazione per la condizione di malattia del detenuto non può ignorare la sussistenza di possibili complicanze e aggravamenti soprattutto se naturalmente correlati alla patologia. La Corte di cassazione penale - con la decisione n. 36172/2026 - ha annullato per carente motivazione l’ordinanza con cui al ricorrente detenuto - affetto da carcinoma renale - fosse stata negata per motivi di salute la detenzione domiciliare o il differimento della pena correlata ai domiciliari. Il Tribunale di sorveglianza di fatto ha disatteso l’istanza sul punto della non imminenza di un rischio di morte nel proseguire la carcerazione. Ma l’ordinanza ora annullata aveva però mancato di considerare un aspetto centrale della materia posta all’attenzione del giudice, ossia la possibilità che il trattamento concretamente riservato al detenuto possa divenire inumano o degradante se si appalesi non solo lesivo del diritto costituzionale alla salute ma anche violativo del divieto di trattamenti contrari al senso di umanità. L’insufficienza dell’assenza di rischio di morte - Nel caso concreto il Tribunale di sorveglianza si era arrestato alla constatazione che il carcinoma renale e tutte le ulteriori patologie da cui era pacificamente affetto l’istante non costituivano un rischio attuale per la sua vita, deducendo da ciò che la scarcerazione non fosse necessità impellente. L’inesistenza del dedotto pericolo di vita si fondava sull’asserzione apodittica che le patologie venissero adeguatamente fronteggiate in ambiente carcerario. L’illogicità dell’affermazione, fa rilevare la Suprema Corte, sta nel non aver considerato come la valutazione afferente alla condizione sanitaria debba essere compiuta rebus sic stantibus, stante la natura intrinsecamente mutevole di tale condizione che esclude la validità di una sua valutazione “statica”. Va quindi affermato che il giudice deve in tale materia necessariamente prendere in considerazione - anche al fine di respingere la domanda - anche la possibilità (e non solo la ricorrenza attuale) di modifiche del quadro clinico o di suoi aggravamenti, rispetto a una pregressa e già valutata situazione clinica, tenuto soprattutto conto della natura ingravescente della malattia oncologica. Infine, neanche la considerazione dell’avvenuta risoluzione in carcere di alcune complicanze correlate alla neoplasia appare sufficientemente dirimente per escludere l’insorgere di un trattamento inumano e degradante a seguito della permanenza in carcere della persona malata. Non risulta chiarito, dice la Cassazione, in che senso sia stato scongiurato un peggioramento delle condizioni di salute del condannato e se le cure già praticate (con successo) abbiano efficacemente agito sulla fonte oncologica delle complicanze oppure solo ed esclusivamente sull’epifenomeno a esse correlato. La Cassazione boccia come tautologica l’affermazione del giudice e quindi non integrante una piena e completa motivazione. E, infine, risulta che illegittimamente il giudice di sorveglianza abbia mancato di fornire adeguate risposte sulla consulenza tecnica di parte anche al solo fine di contraddirla, essendosi invece limitato a disattenderla de plano. L’individualizzazione del giudizio - Tutto ciò si risolve nell’evidente necessità che il giudizio sull’istanza di scarcerazione per motivi di salute non è un ragionamento incasellato in base al numero di patologie o alla possibilità di essere curati comunque in ambito carcerario bensì una valutazione delle condizioni del detenuto al fine di escludere il rischio di trattamenti inumani o degradanti per lo stesso in caso di proseguimento della detenzione penitenziaria. Lombardia. Dalla Fondazione Cariplo un bando per le comunità carcerarie Italia Oggi, 15 ottobre 2026 La Fondazione Cariplo ha dato il via al bando “Carcere e comunità in rete”, organizzato in due fasi, con scadenza della prima al 29 ottobre 2026 e della seconda all’8 aprile 2027. Il bando punta a rafforzare le politiche di welfare penale e i percorsi di reinserimento sociale delle persone in esecuzione penale. Un’iniziativa che interessa direttamente il terzo settore, chiamato a svolgere un ruolo strutturale nella costruzione di reti territoriali stabili tra istituti penitenziari, servizi locali e comunità. Il bando, articolato in due fasi, seleziona reti composte da enti ammissibili ai contributi, con un requisito chiave: almeno un’organizzazione privata non profit deve essere presente nel partenariato. È quindi una misura pienamente accessibile agli enti del terzo settore, che possono candidarsi come capofila o partner, purché attivi in Lombardia o nelle province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola. La rete deve inoltre dimostrare esperienza documentata in esecuzione penale interna o esterna e rapporti operativi con almeno un istituto penitenziario. Gli interventi finanziabili riguardano tre ambiti: contrasto alla grave marginalità, supporto alla fragilità psichica e prevenzione della recidiva. Le azioni possono includere presa in carico multidimensionale, continuità tra carcere e territorio, sostegno psicoeducativo, accompagnamento all’uscita, inserimento lavorativo e accesso a soluzioni abitative. Il bando valorizza la complementarità con le misure regionali e promuove figure ponte come gli agenti di rete. Restano esclusi interventi infrastrutturali e attività riconducibili a responsabilità istituzionali dell’amministrazione penitenziaria. La dotazione complessiva è di 12 milioni, con contributi minimi pari a 300 mila euro e cofinanziamento obbligatorio del 30%. La selezione avverrà garantendo una copertura territoriale equilibrata: una rete per provincia, fino a tre per la città metropolitana di Milano. Il bando prevede anche il coinvolgimento della Fondazione Peppino Vismara, che contribuisce a una parte dei fondi stanziati. Basilicata. Istituzioni e Protezione Civile insieme per i detenuti: protocollo “Custodi di Bene” Il Mattino di Basilicata, 15 ottobre 2026 Con “Custodi di Bene” la Basilicata sceglie di cambiare paradigma: da reo a custode, da persona che ha violato le regole della convivenza civile a persona che può contribuire alla sicurezza e alla tutela della comunità. È questa la visione alla base di un progetto sperimentale in cui abbiamo creduto con convinzione, con l’obiettivo di tradurre il principio costituzionale della rieducazione in un’opportunità concreta di responsabilizzazione, formazione e reinserimento sociale. Lo ha dichiarato la Garante regionale delle persone detenute della Basilicata, Tiziana Silletti, in occasione della presentazione di “Custodi di Bene”, il progetto promosso nell’ambito della Settimana nazionale della Protezione Civile dalla Protezione Civile della Regione Basilicata, dall’Ufficio della Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, dal Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria Puglia-Basilicata, dalla direzione regionale Vigili del fuoco Basilicata e dalle Case circondariali di Potenza, Matera e Melfi. L’iniziativa è stata accompagnata dalla firma di un protocollo d’intesa tra i soggetti istituzionali coinvolti. Il progetto prevede una prima fase formativa di 12 ore e si svilupperà nell’arco di tre anni, con attività che partiranno da Potenza per proseguire in altre sedi, tra cui Melfi o Matera, secondo modalità calibrate sulle caratteristiche dei diversi contesti. Nel ringraziare quanti hanno condiviso e sostenuto l’iniziativa, a partire dall’assessore regionale alla Protezione Civile, Pasquale Pepe, e dall’ingegner Giovanni Di Bello, Silletti ha sottolineato il valore sociale e istituzionale del progetto. “La pena non deve cancellare la dignità della persona né impedirle di costruire un futuro diverso. Anche in carcere possono nascere percorsi capaci di generare valore per chi li intraprende e per l’intera comunità. Sicurezza e reinserimento sociale non sono obiettivi contrapposti, ma dimensioni complementari della responsabilità istituzionale. Oggi assumiamo l’impegno di accompagnare la sperimentazione, valutarne gli esiti e lavorare affinché possa consolidarsi e diventare un modello replicabile anche oltre i confini regionali, trasformando i principi della rieducazione in esperienze concrete a beneficio della collettività”. In apertura dei lavori sono intervenuti per i saluti istituzionali, tra gli altri, il Prefetto di Potenza, Michele Campanaro, il vicepresidente della Giunta regionale e assessore alle Infrastrutture, Pasquale Pepe, e il dirigente generale del Consiglio regionale, Gerardo Travaglio. Pepe ha espresso soddisfazione per l’iniziativa, ribadendo il sostegno della Regione Basilicata e il valore della collaborazione tra il sistema della Protezione civile e il mondo penitenziario. “Il carcere non deve rappresentare la fine di una persona, ma può essere un’occasione per ripartire. È compito delle istituzioni, ciascuna nell’ambito delle proprie competenze, creare le condizioni affinché questa opportunità possa tradursi in un percorso concreto di crescita e reinserimento. Il protocollo che oggi firmiamo unisce coraggio, visione e collaborazione e testimonia la volontà di lavorare insieme per promuovere inclusione sociale e nuove possibilità per le persone detenute. È una responsabilità morale, prima ancora che istituzionale, alla quale intendiamo dare un contributo concreto”. Il dirigente generale del Consiglio regionale della Basilicata, Gerardo Travaglio, ha evidenziato l’importanza della sinergia istituzionale, richiamando anche la propria esperienza professionale maturata presso il Parco nazionale del Pollino, dove alcuni detenuti erano stati coinvolti in attività di monitoraggio del territorio. La collaborazione tra istituzioni può trasformare i principi in opportunità reali di partecipazione e riscatto. “Anche offrire a una sola persona una possibilità di crescita rappresenta un traguardo importante. L’auspicio è che “Custodi di Bene” rafforzi questa sinergia e favorisca nuovi percorsi a beneficio delle persone detenute e dell’intera collettività”. “Formare persone che vivono in contesti dai quali non possono liberamente spostarsi rappresenta una sfida - ha dichiarato Giovanni Di Bello, dirigente della Protezione civile della Regione Basilicata -. La formazione le rende parte attiva del percorso e rafforza la consapevolezza di poter contare su una rete di coordinamento esterna. Le attività saranno articolate in più fasi, adattate ai diversi contesti, per promuovere partecipazione e responsabilità”. A chiudere i lavori è stato il presidente della Quarta Commissione consiliare, Nicola Morea, che ha evidenziato le potenzialità del progetto anche in una prospettiva nazionale. “Custodi di Bene” può diventare una buona pratica da estendere anche ad altre realtà del Paese. Nei nostri istituti penitenziari il rischio di recidiva resta una questione centrale e contrastarlo significa anche intervenire sull’emarginazione sociale che spesso accompagna la detenzione. Il reinserimento è fondamentale per consentire alle persone di tornare a contribuire attivamente alla vita della comunità. Farlo attraverso la Protezione civile è una scelta di grande valore, perché coniuga responsabilizzazione individuale e servizio alla collettività. Occorre ora individuare strumenti e misure specifiche che rendano effettivamente praticabile questo percorso, trasformando le finalità del progetto in opportunità concrete e durature”. Modena. Morto in cella, altro no all’archiviazione di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 15 ottobre 2026 Per la seconda volta il giudice dice no. La Procura di Modena voleva chiudere il fascicolo sulla morte di Fabio Romagnoli, il trentenne trovato senza vita nella sua cella della Casa circondariale di Modena il 20 febbraio 2023. Il gip Andrea Scarpa ha respinto di nuovo la richiesta di archiviazione e ha restituito gli atti al pubblico ministero, con sei mesi di tempo per nuove indagini. Il procedimento è a carico di ignoti, per omicidio colposo. A opporsi sono stati i familiari, assistiti dagli avvocati Luca Sebastiani e Stefania Pettinacci. Romagnoli fu trovato accanto a un fornellino a gas dal compagno di cella e da un poliziotto penitenziario. Per la Procura fu una morte accidentale. Per la famiglia Fabio si tolse la vita, e nessuno fece ciò che serviva per impedirlo, nonostante i precedenti tentativi di suicidio. La prima richiesta di archiviazione arriva nel febbraio 2024, a un anno esatto dalla morte. La famiglia si oppone e nel marzo 2025 lo stesso gip Scarpa la respinge una prima volta. Il nodo stava nella causa del decesso: il medico legale non era in grado di stabilire con certezza se l’inalazione fatale fosse dipesa da un reale intento suicida oppure da un evento non programmato, dunque accidentale. Davanti a quel vuoto il giudice, dando ragione alla difesa, indicò una questione concreta. Come mai un detenuto di cui erano noti i precedenti tentativi di suicidio aveva a disposizione un fornelletto? E c’erano linee guida sulla consegna di quello strumento ai reclusi? Chiese anche di sentire i genitori e il compagno di cella, per ricostruire lo stato psicologico di Fabio nei giorni prima della morte, anche alla luce dei farmaci che gli erano stati eventualmente prescritti. Le nuove indagini vengono svolte, ma a novembre 2025 la Procura torna a chiedere l’archiviazione. Secondo la difesa, la nuova richiesta richiama integralmente la prima, aggiungendo soltanto un esame sommario degli approfondimenti svolti dopo l’ordinanza del gip. La bomboletta e quel tentativo mai annotato - Il filo che i legali tirano con più forza è quello della bomboletta. Sentito dagli inquirenti nel luglio 2025, il padre Michele Romagnoli ha raccontato che Fabio andava seguito, perché un mese prima, nello stesso carcere, aveva già tentato di uccidersi sempre con il gas. Una frase grave, pronunciata proprio nell’audizione che doveva servire a chiarire se Fabio avesse intenti suicidi. Nessuno, contesta la difesa, gli chiese da chi lo avesse saputo, né come si fosse svolto quell’episodio. La Procura ha chiesto chiarimenti all’istituto. La risposta: agli atti non c’è alcuna relazione su un tentativo di suicidio con la bomboletta, e dagli operatori penitenziari non è mai partita una segnalazione in tal senso. Per l’accusa il capitolo si chiudeva così, nelle settimane prima della morte non c’era stato un altro tentativo con il gas. Gli avvocati Sebastiani e Pettinacci la pensano diversamente. Il solo fatto che il carcere non ne sapesse nulla non rende certo che il tentativo non ci sia stato, e su questo, ricordano i legali, si era espressa anche la Questura di Modena. È plausibile che l’episodio non sia mai arrivato agli agenti o agli uffici incaricati di vigilare su queste situazioni. La preoccupazione dei genitori per le condizioni psicologiche di Fabio era già nota alla Casa circondariale all’epoca dei fatti, alimentata dalle tante lettere in cui il figlio metteva per iscritto il suo disagio estremo. Lo stesso istituto, nel rispondere, aveva fornito i nomi dei due detenuti che negli ultimi mesi avevano diviso la cella con Romagnoli, indicandoli come possibili testimoni sul racconto del padre. Il primo ci era rimasto dall’agosto alla fine di ottobre 2022. Il secondo dall’inizio di novembre fino al 16 febbraio 2023, quattro giorni prima della morte. Nessuno dei due è stato ascoltato. Proprio il secondo, sostiene la difesa, avrebbe potuto raccontare molto sulle condizioni di Fabio e sul loro rapporto, che dalla documentazione sanitaria risultava critico e tra le cose che più alimentavano l’ansia e l’agitazione del ragazzo. Poi c’è la segnalazione di fine dicembre 2022. La legale che all’epoca assisteva Romagnoli scrisse via pec al carcere, descrivendo condizioni fisiche e psicologiche preoccupanti, anche alla luce delle numerose lettere con propositi suicidi che il giovane spediva ai genitori. Il messaggio arrivò all’ufficio matricola e fu girato al dirigente sanitario dell’epoca, a un medico dell’istituto, al comandante di reparto e alla direttrice. Alla domanda su quali provvedimenti fossero stati presi, il carcere ha rinviato alla cartella clinica. Da lì la Procura ha concluso che il detenuto partecipava con regolarità ai colloqui psicologici e aderiva al percorso che gli veniva proposto. La difesa legge le stesse carte in un altro modo. Nei giorni della pec non risulta annotato nulla di particolare. Dal 3 gennaio 2023 la terapia farmacologica viene aumentata, ma nessuno ha dimostrato che quella scelta fosse la risposta alla segnalazione, né chi l’abbia presa e perché. E i farmaci, osservano i legali, potevano agire soltanto sulla condizione psicologica, non sul corpo. Il 13 gennaio, in uno degli ultimi colloqui con la psicologa, veniva annotato un peggioramento del tono dell’umore e la tendenza di Fabio a chiudersi e isolarsi. Il disagio, secondo la famiglia, si vedeva anche nel fisico: vomito ripetuto, un’intolleranza quasi generale al cibo, un forte dimagrimento. Nella pec l’avvocata parlava di condizioni tali da rendere difficile perfino camminare da solo. Controlli su questo fronte, per la difesa, non ne risultano, benché l’avvocata li avesse chiesti espressamente e benché i malesseri del detenuto compaiano, a tratti, anche nelle annotazioni sanitarie. Non è stato chiarito nemmeno se, dopo la segnalazione, Fabio sia stato sottoposto a ulteriori visite di controllo, magari in ospedale, o ad altri interventi sanitari. Per questo i difensori hanno chiesto di ascoltare tutti e quattro i destinatari di quella pec. All’udienza del 9 ottobre il gip ha riconosciuto alla Procura una ricostruzione articolata e un’analisi attenta. Ha ritenuto però che restino accertamenti da compiere, anche alla luce della relazione del consulente tecnico della famiglia, Paolo Visci, depositata a giugno. Il padre andrà risentito sulle fonti di ciò che sa del precedente tentativo di suicidio. Andranno chiarite le condizioni di Fabio nella cella condivisa con i due compagni. E andrà verificato come stava secondo almeno i due medici che si occuparono della sua salute dopo la segnalazione dell’avvocata. Il pubblico ministero potrà svolgere anche le altre attività indicate dai familiari e tutte quelle che riterrà utili. “Siamo soddisfatti dell’esito dell’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione, si è ritenuto necessario un approfondimento delle indagini, in conformità a tutte le richieste difensive rappresentate nell’atto di opposizione”, dicono i legali Sebastiani e Pettinacci. “Siamo a uno snodo procedimentale di grande importanza, attendiamo con fiducia gli esiti suppletivi di indagine, per fare luce sulla drammatica vicenda che ha travolto i familiari di Fabio Romagnoli”. Dice il padre Michele: “È la notizia che aspettavamo e che ci dà un’enorme speranza e forza per andare avanti dopo questa tragedia, che a nostro avviso era evitabile”. E aggiunge: “Ringraziamo i nostri avvocati che finora hanno fatto un ottimo lavoro e ci auguriamo ora che su questa vicenda ci sarà un processo che attesti la verità ed eventuali responsabilità per la morte di mio figlio”. Avellino. Morto dopo un pestaggio in carcere, il giudice esclude la responsabilità del ministero di Mirko Labriola Corriere del Mezzogiorno, 15 ottobre 2026 Il decesso del 26enne Paolo Piccolo dopo un anno di agonia. Il ministero di Grazia e Giustizia non sarà chiamato a rispondere della morte di Paolo Piccolo, il 26enne napoletano, detenuto nel carcere di Avellino, vittima di un brutale pestaggio da parte di altri reclusi avvenuto la sera del 22 ottobre del 2024: dopo un anno di agonia, il giovane morì nell’ospedale del capoluogo irpino. Lo ha deciso il gup del Tribunale Antonio Sicuranza nell’udienza preliminare per decidere il rinvio a giudizio di dieci indagati per omicidio aggravato. Il giudice ha accolto la tesi dell’avvocato Antonello Membrini dell’avvocatura dello Stato: non essendo emersa alcuna responsabilità diretta da parte di appartenenti al ministero, la richiesta avanzata dai familiari di Piccolo, che si sono costituiti parte civile, non può sussistere. Gli stessi familiari potranno però ricorrere in sede civile contro il ministero per chiedere l’eventuale risarcimento per la morte del ragazzo. I dieci detenuti indagati, tre dei quali già condannati in primo grado col rito abbreviato per tentato omicidio, dopo aver sequestrato due agenti penitenziari in servizio avevano ripetutamente colpito nella sua cella Paolo Piccolo causandogli severe lesioni alla testa provocate da bastoni e oggetti acuminati. Da quella aggressione, il giovane non si è mai ripreso fino a morire dopo un anno di agonia, il 18 ottobre del 2025. La pm Chiara Guerriero ha chiesto il rinvio a giudizio di tutti e dieci i detenuti ritenuti responsabili dell’aggressione mortale al termine delle indagini della Polizia di Stato e della Penitenziaria. Paolo Piccolo era finito in carcere nel 2019 con l’accusa di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Dalle risultanze delle indagini coordinate dalla Procura non risulta che sia stato un esponente di spicco o un affiliato formale a grossi clan della camorra. Era un ragazzo di 26 anni, originario del quartiere Barra di Napoli, arrestato per “spaccio di strada”. La ferocia inaudita usata contro di lui è legata al contesto del carcere di Bellizzi Irpino, dove era scoppiata una violenta faida tra gruppi rivali - suddivisi principalmente per provenienza geografica - per la gestione e il controllo dello spaccio e l’introduzione di telefoni cellulari all’interno del penitenziario. Piccolo si è trovato nel mezzo di questo scontro tra bande. L’aggressione non è stata una rissa spontanea, è avvenuta durante la rivolta scoppiata nella casa circondariale Graziano il 22 ottobre 2024. Gli aggressori, almeno una decina, hanno attuato un piano preciso: hanno immobilizzato e aggredito due agenti della Penitenziaria, hanno sottratto loro le chiavi e hanno fatto irruzione nella cella di Piccolo al secondo piano, agendo indisturbati e sfogando la massima violenza. Avellino, detenuto 26enne morì dopo un pestaggio in carcere: giudice esclude responsabilità del ministero Secondo l’accusa, hanno infierito con ferocia bestiale per lanciare un segnale di egemonia all’interno del reparto. Il giovane è stato colpito con mazze ricavate da fatti a pezzi e armi da taglio rudimentali: il referto medico ha evidenziato lo sfondamento del cranio, braccia fratturate, decine di ferite da taglio e un orecchio parzialmente reciso. Una violenza sproporzionata finalizzata ad affermare il terrore e la sottomissione degli altri detenuti. Le indagini hanno presto portato ai responsabili, che sono passati dall’accusa iniziale di tentato omicidio a quella di omicidio aggravato in concorso dopo la morte del ragazzo, avvenuta dopo un anno di coma. La madre del giovane, pur riconoscendo che suo figlio ha sbagliato, protesta che il ragazzo doveva scontare solo la sua pena, magari incontrando percorsi di rieducazione. Invece è stato massacrato. Modena. Ex detenuto senza fissa dimora ritrovato morto al parco Novi Sad modenatoday.it, 15 ottobre 2026 Un uomo di 59 anni di origine sudamericana è stato trovato senza vita al parco Novi Sad di Modena, dove dormiva da una decina di giorni dopo aver finito di scontare la propria pena in carcere. La tragedia è stata scoperta nella mattina di ieri. La morte sarebbe avvenuta per cause naturali, ma non sono ancora chiare le esatte circostanze. La morte ha suscitato la reazione della federazione provinciale del Pd, che mercoledì 14 ottobre ha lanciato un appello per rafforzare i servizi di reinserimento per gli ex detenuti. “La tragica scomparsa di Roberto rappresenta una ferita dolorosa per tutta la nostra comunità e una sconfitta per le istituzioni. Una tragedia che non può restare nell’ombra, che impone una riflessione profonda sullo stato del nostro sistema penitenziario e del post-pena”: è l’appello lanciato da Rossella Caci, responsabile giustizia della federazione provinciale Pd, insieme ai parlamentari modenesi Stefano Vaccari, Enza Rando e Maria Cecilia Guerra. I quattro esponenti dem descrivono Roberto come “uomo riservato, descritto dagli operatori del terzo settore che lo conoscevano come persona mite e tranquilla”, che durante la detenzione “aveva lavorato e partecipato attivamente ad attività culturali e teatrali”. Eppure, scrivono, “una volta varcate le soglie del carcere, si è ritrovato proiettato nel nulla”: senza casa, senza una rete di supporto, senza assistenza, fino alla morte “a pochi giorni dal potenziale riabbraccio con il figlio”. Il quadro della marginalità sociale - La vicenda si inserisce, secondo il comunicato del Pd, in un contesto più ampio. Secondo i dati riportati dalla stampa, nel 2025 sono state censite 328 persone in condizioni di grave marginalità: 76 vivevano stabilmente in strada, 102 in sistemazioni precarie o di fortuna, mentre 150 erano state accolte in servizi che le avevano accompagnate verso una prima autonomia abitativa. “Questa vicenda dimostra chiaramente che il mandato costituzionale della funzione rieducativa della pena non può fermarsi al momento delle dimissioni dal carcere. Se all’uscita non c’è una presa in carico efficace, un ponte solido tra le strutture penitenziarie, i servizi sociali e i territori, il rischio di estrema emarginazione diventa una condanna quasi inevitabile”, scrivono Caci, Vaccari, Rando e Guerra. L’appello si conclude con una richiesta concreta: “Non si può morire soli su una panchina dopo aver scontato la propria pena: è urgente rafforzare la rete dei servizi di accoglienza, garantire percorsi di accompagnamento all’abitare e al lavoro per chi esce dal carcere e stanziare risorse adeguate per le strutture e gli enti del terzo settore che ogni giorno si battono per non lasciare indietro nessuno. Chiediamo un impegno concreto e immediato a tutti i livelli istituzionali affinché tragedie come quella di Roberto non debbano più ripetersi. La civiltà di un Paese si misura anche e soprattutto da come sa prendersi cura di chi è più fragile”. Il convegno di sabato 17 ottobre - A questi temi sarà dedicato il convegno “Carcere e comunità - Ridurre il sovraffollamento, ricostruire le persone”, promosso dalla federazione provinciale del Partito Democratico. L’appuntamento è per sabato 17 ottobre alle ore 10.00 alla Sala Marie Curie, in via Marie Curie 22/B a Modena. L’incontro si articolerà in due sessioni: la prima sulla realtà penitenziaria, il sovraffollamento e le condizioni di vita dei detenuti; la seconda sull’efficacia delle pene alternative e della giustizia riparativa, con attenzione alle esperienze di reinserimento sociale. Le conclusioni saranno affidate alla deputata Debora Serracchiani, responsabile giustizia della segreteria nazionale del Pd. Bolzano. Garante dei detenuti: “Va difeso il diritto delle persone di ricostruirsi una nuova vita” di Chiara Currò Dossi Corriere dell’Alto Adige, 15 ottobre 2026 Tra le priorità anche quello di migliorare il servizio sanitario interno alla struttura: “Dopo le 20 non c’è più il medico”. “Il mio compito è garantire i diritti delle persone private della libertà, a partire da quello di ricostruire una vita fuori dal carcere. Uno dei ruoli fondamentali, per me, è l’ascolto. Ed è da qui che è iniziato il mio lavoro: dopo i colloqui con la direzione del carcere, gli agenti di polizia penitenziaria e le autorità, ho iniziato a parlare con i detenuti”. È così che Alessandra Orlandi, la nuova garante dei diritti delle persone private della libertà personale, ha sondato le prime “criticità in ambito sanitario: il medico della struttura è presente fino alle 20, ma se un detenuto si sente male di notte, anche per gli operatori diventa molto difficile riuscire a seguirlo”. Ed è da qui che ha intenzione di iniziare il suo mandato. La nomina - La figura del garante dei detenuti era stata introdotta nel 2011 dal Comune di Bolzano (la prima fu Franca Berti, l’ultima Elena Dondio, rimossa dall’incarico dall’ex sindaco, Renzo Caramaschi, per la sua candidatura alle elezioni provinciali, e mai sostituita), ma l’iter per la sua individuazione è stato formalizzato con una legge provinciale a maggio di quest’anno. Nominata a luglio dal consiglio provinciale, Orlandi è operativa da settembre e, per consentirle di svolgere al meglio il proprio compito, Comune e Provincia hanno stipulato un accordo di collaborazione al fine di ottimizzare le risorse disponibili. La firma, da parte del presidente del consiglio provinciale Angelo Gennaccaro (affiancato dal suo predecessore, Arnold Schuler) e del sindaco Claudio Corrarati, è avvenuta ieri mattina in via Dante, sotto gli occhi del direttore della casa circondariale, Giovangiuseppe Monti, del comandante della polizia penitenziaria, il commissario capo Emanuele Bleve, e del presidente della Camera penale, Alessandro Tonon. “Da anni si parla di intervenire sul carcere di Bolzano - osserva Gennaccaro. Dopo tanti messaggi illusori su fantomatici spostamenti, la nomina di una garante, istituto che mancava da anni, è un passo concreto in questa direzione”. La collaborazione tra istituzioni, aggiunge Corrarati, “consentirà di coordinare le rispettive competenze e garantire un confronto costante con la realtà penitenziaria, allo scopo di favorire percorsi di responsabilizzazione e offrendo a chi ha scontato la propria pena concrete opportunità di reinserimento nella società”. Struttura sovraffollata - La nomina di Orlandi, afferma Monti, “è un passaggio che colma una lacuna, e consente di promuovere quel processo di progressiva umanizzazione della pena a cui lavoriamo da sempre. Questo istituto ha attraversato varie difficoltà, ma continuiamo a investire nei percorsi di formazione e nell’offerta trattamentale”. Difficoltà che partono dalla condizione di sovraffollamento della struttura (ad oggi, sono 103 i detenuti presenti, su 88 posti), passando per la carenza di personale (su un organico di 84 unità, ce ne sono circa 60 di operative, compreso il personale degli uffici), senza contare quelle dettate dal fatto di avere una struttura vecchia e fatiscente, costruita a fine Ottocento (anche se di recente interessata da lavori di ristrutturazione del vano docce, della facciata e del cortile esterno). Sensibilizzare l’opinione pubblica - La sfida, per Orlandi, è dunque tutt’altro che semplice. Altoatesina di nascita e trentina di formazione (è laureata in Giurisprudenza all’università di Trento), è stata giudice onorario al tribunale di Bolzano e, dal 2003, lavora nell’ambito della Difesa civica come esperta amministrativa. “Un altro compito molto importante che mi aspetta - spiega - è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica. Per la maggior parte delle persone il carcere è una realtà invisibile, ne sente parlare solo quando succede qualcosa di grave, ma non sa nulla della quotidianità dei detenuti e delle persone che ci lavorano all’interno. Sensibilizzare serve a evitare pregiudizi e capire che queste persone hanno la voglia e il diritto di rifarsi una vita. Una pena, per essere giusta, non deve guardare solo al passato ma anche al futuro, e questo rappresenta una garanzia per la collettività, perché far sì che una persona esca dal carcere migliore di come ci è entrata aiuta tutti a vivere meglio e a evitare recidive”. Roma: Gabriella Stramaccioni: “Oltre il carcere, così restituiamo un futuro alle donne” di Francesco Vitale interris.it, 15 ottobre 2026 Un percorso di speranza che affonda le sue radici nei primi del Novecento e che oggi torna a offrire un’alternativa concreta alle donne che escono dal carcere. Nel primo anno di attività della struttura romana dell’Opera Ronconi-Pennesi, la coordinatrice Gabriella Stramaccioni racconta a Interris.it il senso profondo del progetto “Restarter”. Un’iniziativa che si propone non soltanto di offrire un tetto, ma di costruire reali opportunità di reinserimento lavorativo e sociale per donne spesso segnate da storie di grave marginalità, violenza o strumentalizzazione. A Roma il prossimo 19 ottobre ci sarà una vera e propria maratona di letture con la partecipazione di numerosi artisti, scrittori e giornalisti, un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere una cultura delle misure alternative al carcere su tutto il territorio nazionale. Gabriella Stramaccioni, per comprendere il valore di questo progetto occorre fare un passo indietro: cos’è l’Opera Ronconi-Pennesi e come nasce la sua storica vocazione all’accoglienza? “L’accoglienza nasce dalla straordinaria intuizione di Guglielmina Ronconi che, agli inizi del Novecento, promosse per prima delle misure alternative al carcere per le detenute e i loro bambini. Era una visione quasi avveniristica per l’epoca. La sua eredità fu poi raccolta da un’altra donna innovatrice, Lina Pennesi. Negli anni Cinquanta l’Opera apriva a Roma le prime comunità d’accoglienza. Negli ultimi anni, grazie alla sensibilità e alla volontà di Don Ben, monsignor Benausama - a lungo responsabile della pastorale carceraria a Roma - abbiamo voluto far ritornare questa casa alle sue origini. Oggi, a un anno dalla riapertura della struttura, abbiamo già accolto circa 15 donne ed è giunto il momento di rilanciare questo servizio anche per ispirare progetti simili su altri territori”. Il prossimo 19 ottobre si terrà un appuntamento importante per presentare questo primo anno di attività. Il progetto prende il nome di Restarter, “Ripartire”. Cosa significa concretamente questo termine nel vostro percorso? “Significa rimettersi in cammino, perché la reintegrazione non è mai un traguardo definitivo, ma un punto da cui ricominciare. Ma c’è di più: per molte di queste donne non si tratta solo di ripartire, ma di una vera e propria partenza, dell’imboccare una strada nuova che non hanno mai avuto l’opportunità di percorrere. La maggior parte delle persone che provengono dal circuito penale ha vissuto ai margini, in contesti di grave deprivazione sociale, culturale e lavorativa; spesso l’errore penale nasce proprio da questa totale assenza di possibilità. Ripartire significa costruire opportunità di lavoro, inserimento sociale, riedificazione degli affetti e dei legami. Chiunque abbia sbagliato ha diritto a un percorso di speranza, e questa strada si costruisce insieme, con un impegno collettivo delle istituzioni e della società”. A questo percorso hanno aderito con grande generosità tanti volti del mondo dell’arte, della cultura e dell’informazione. Come si è sviluppata questa sinergia? “Devo ringraziare di cuore il grande lavoro di Canio Loguercio, un artista di straordinaria sensibilità che vive in questo territorio e che è stato il vero collante dell’evento, permettendoci di coinvolgere tantissimi colleghi. Il fatto che molti artisti, giornalisti e scrittori abbiano messo a disposizione la loro voce e la loro popolarità dimostra una grande maturità. Molti di loro, pur non potendo essere presenti fisicamente il 19 ottobre, hanno inviato video e messaggi sui propri canali. Questo supporto è fondamentale non solo per l’Opera Ronconi- Pennesi, ma per scardinare quella narrazione semplificata e punitiva che vorrebbe ‘chiudere in carcere e buttare via la chiave’“. Guardando alla popolazione carceraria femminile, qual è l’identikit delle donne che incontrate e quali sono i percorsi che le portano alla detenzione? “Le donne rappresentano fortunatamente circa il 4% dell’intera popolazione detenuta. Tra di loro troviamo giovani donne rom, spesso con bassissima scolarizzazione e percorsi segnati da dinamiche culturali complesse. La maggior parte delle donne che ho incontrato - anche durante la mia esperienza come Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale - finisce in carcere per reati legati allo spaccio o alla droga, quasi sempre trascinate da compagni, mariti o figli. Sono storie contrassegnate da violenze fisiche o psicologiche, o dall’impossibilità economica di affrancarsi da contesti tossici perché prive di un lavoro e di una casa”. Tra le tante vicende drammatiche vissute sul campo, ce n’è una che le è rimasta particolarmente impressa? “Sì, la vicenda terribile di Alicia Esebesta. Fu arrestata e condotta a Rebibbia con i suoi due bimbi piccolissimi e, dopo pochi giorni, in un raptus di follia li uccise in carcere. Sostenne di averlo fatto per sottrarli alle minacce di un clan e impedire che finissero nella criminalità. Una tragedia immane che dimostra cosa possa fare la solitudine, la paura e la totale sfiducia verso le istituzioni. Drammi simili interrogano la nostra società: dobbiamo chiederci come accogliamo le fragilità estreme. E ci ricordano l’importanza dell’articolo 27 della nostra Costituzione, che parla di pene rieducative, non solo di carcere. Bisogna investire con decisione sulle misure alternative”. Sull’altro fronte, quale storia di rinascita rappresenta meglio la speranza che cercate di seminare? “Penso alla storia di una ragazza sudamericana che sarà presente con noi il 19 ottobre. Era stata reclutata come “corriere” con la falsa promessa di guadagni facili, una trappola in cui cadono tante giovani incensurate. Venne fermata a Fiumicino e arrestata. Dopo il carcere a Rebibbia è arrivata da noi: ha fatto un percorso magnifico, ha imparato un ottimo italiano e ha trovato un lavoro regolare. Un giorno mi ha detto: ‘Non potete capire cosa significhi per me avere uno stipendio felice e tranquillo per far crescere mio figlio: è un lavoro modesto, ma sono soldi miei e puliti’. Ecco, vedendola oggi, posso mettere la mano sul fuoco che non tornerà mai più su quelle strade sbagliate”. Verbania. Bée, il grazie della comunità che aiuta i detenuti a ripartire di Cristina Pastore La Stampa, 15 ottobre 2026 Le lettere di referenza del Comune a chi ha partecipato ai lavori per la comunità: un aiuto concreto per reinserirsi nel mondo del lavoro dopo la pena. Una lettera di ringraziamento, che vale come referenza da allegare al curriculum una volta che sarà scontata la pena e si dovrà cominciare da capo, cercando un lavoro. L’amministrazione comunale di Bée l’ha consegnata nei giorni scorsi ai detenuti nella casa circondariale di Pallanza che hanno partecipato al progetto sviluppato nel solco dei programmi educativi della comunità carceraria di Verbania. Le lettere portate dal sindaco Marco Vietti sono state prese in consegna dalla direttrice Claudia Piscione e dalla comandante della polizia penitenziaria Valeria Antonella De Iaco, alla presenza della garante cittadina dei detenuti Silvia Magistirini e dei volontari dell’associazione “Camminare insieme”. Importante il loro supporto per organizzare le uscite di piccole squadre che hanno riverniciato ambienti della scuola comunale e dell’area polivalente, ripulito e imbiancato l’oratorio, eseguito interventi di manutenzione del verde nella piazza principale del paese e al cimitero. Il lavoro si è accompagnato a momenti di condivisione, molto importanti per chi trascorre le intere giornate recluso e che ha anche potuto pranzare al circolo con amministratori e volontari comunali. Alcuni di loro sono, inoltre, stati in visita al Centro buddista di Albagnano. Finora l’esperienza ha coinvolto una decina di detenuti, ma ce ne sono altri che hanno fatto domanda per parteciparvi. La convenzione sottoscritta tra casa circondariale e Comune di Bée è un modello che sta destando interesse anche da parte di altri enti locali. Fossano (Cn). Dal carcere al lavoro, il reinserimento si costruisce prima di Agata Pagani La Fedeltà, 15 ottobre 2026 Il reinserimento sociale comincia prima di uscire dal carcere. È da questa convinzione che nasce l’Accordo Quadro di Filiera per l’inclusione lavorativa e sociale delle persone detenute ed ex detenute, firmato mercoledì 14 ottobre negli spazi di La Gemma Venture, a Cuneo. Otto realtà del territorio hanno scelto di unire competenze e responsabilità per costruire percorsi che non si interrompano al momento della scarcerazione, mettendo in relazione lavoro, formazione, casa e autonomia finanziaria. Nel progetto è coinvolta anche la Casa circondariale di Fossano, uno degli istituti penitenziari in cui è arrivata l’esperienza di Panatè, impresa che coniuga la panificazione artigianale con l’inclusione lavorativa delle persone detenute. Avviato nel 2019 nella Casa circondariale di Cuneo, il progetto si è progressivamente esteso anche a Fossano, Torino, Padova, Rovigo e Genova, affiancando ai laboratori interni quello esterno di Magliano Alpi, pensato per offrire continuità lavorativa anche dopo la detenzione. L’accordo sottoscritto a Cuneo non dà quindi semplicemente avvio a una collaborazione, ma consolida un lavoro già portato avanti negli anni e definisce un impegno condiviso per accompagnare le persone nel passaggio tra il “dentro” e il “fuori”. “In questi anni abbiamo dimostrato che in carcere si può fare impresa, creare lavoro vero e costruire competenze”, spiega Davide Danni, fondatore di Panatè e promotore dell’iniziativa. “Ma - continua Danni - abbiamo capito anche un’altra cosa: non basta preparare una persona a uscire, se fuori non c’è nulla di pronto ad accoglierne il percorso. Il rischio è che tutto quello che abbiamo costruito durante la detenzione si fermi proprio davanti al cancello. Per questo abbiamo bisogno di imprese, istituzioni e organizzazioni che lavorino insieme, ciascuna assumendosi una parte di responsabilità. Perché una vera economia carceraria non può finire al cancello del carcere. Il futuro di una persona va costruito prima che torni libera.” Un percorso che unisce lavoro, casa e formazione - La necessità di intervenire su più fronti è emersa anche dalle testimonianze di tre persone con un passato di detenzione, che hanno raccontato le difficoltà legate al ritorno nella società. Trovare un impiego è importante, ma non basta: servono una casa, qualcuno disposto a dare fiducia e un contesto capace di sostenere il percorso verso una nuova autonomia. È proprio questa la funzione della filiera: collegare le opportunità offerte durante la pena con le condizioni necessarie per affrontare la vita fuori dal carcere. Accanto a Panatè Società Benefit, che promuove e coordina il progetto, opera la Cooperativa sociale Glievitati, incaricata di garantire continuità ai laboratori e ai percorsi di inserimento lavorativo. Confcommercio Cuneo, attraverso Ascomforma e Granda Lavoro, mette a disposizione orientamento, formazione professionale e collegamenti con le imprese dei settori commercio, turismo, trasporti e servizi. Homes4All contribuisce sul fronte abitativo, mentre PerMicro offre strumenti di educazione finanziaria e valuta possibili percorsi di accesso al microcredito. Completano la filiera le imprese Open Baladin e DEM MondoFood, che possono favorire opportunità occupazionali nel mercato esterno, e l’Amministrazione penitenziaria, attraverso la Casa circondariale di Cuneo, che assicura il raccordo istituzionale ed educativo dei percorsi. “Abbiamo agito al contrario rispetto a quello che di solito si fa: prima abbiamo fatto le cose, e oggi firmiamo un accordo, che è il risultato di un interesse e disponibilità che il nostro territorio ha dimostrato in questi anni”, ha dichiarato Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale di Cuneo. “Il percorso per i detenuti fuori dal carcere è irto e pieno di ostacoli. Serve un contesto nazionale che possa agevolare la realizzazione di progetti come questo.” Il lavoro come strumento di autonomia - La possibilità di lavorare durante la detenzione consente di acquisire competenze e sperimentare responsabilità concrete. Per Piero Parente, presidente della Cooperativa sociale Glievitati, “Il lavoro consente di diventare autonomi già all’interno del carcere. All’interno del carcere possono esistere delle risorse. E noi siamo la dimostrazione di una cooperativa che esiste grazie a queste risorse. In un’epoca in cui il problema per la ristorazione è trovare risorse, questo è importante”. La formazione deve inoltre tenere conto delle esigenze reali delle aziende. Roberto Ricchiardi, presidente di Confcommercio Cuneo, ha spiegato: “La nostra agenzia di formazione serve a soddisfare le necessità del mercato. Spesso la richiesta non è soddisfatta dall’offerta. Noi cerchiamo di far sì che le persone che vivono un percorso di formazione possano farlo in un tracciato che soddisfa proprio la richiesta di mercato”. Ines Noto, direttrice dell’agenzia formativa Ascomforma, ha ricordato che “All’interno del carcere si possono fare percorsi di formazione anche triennali, che poi danno diritto all’ottenimento di titoli da spendere nel mondo del lavoro. Abbiamo strutturato questi percorsi in modo che fossero compatibili anche con un impegno di lavoro. Abbiamo portato la normalità nel carcere.” Anche le aziende della ristorazione vedono nell’iniziativa un’opportunità concreta. Salvatore Grizzanti, general manager di Open Baladin, ha sottolineato la volontà di contribuire all’inserimento lavorativo e di mantenere i collegamenti con la filiera Panatè: “Le birrerie della rete Open Baladin, oggi 5 e presto 7, sono in centro città. Sono il luogo di incontro tra casa e lavoro e in cui la società si incontra. Siamo contenti di far parte della filiera e avere la possibilità di portare il carcere nel centro della città, perché il carcere di solito è nelle periferie e resta anche alla periferia del dibattito pubblico.” Grizzanti ha aggiunto: “L’opportunità di dare un lavoro ai detenuti per noi è anche opportunismo: anche noi facciamo fatica a trovare persone che vengano a lavorare, di persone che abbiano un senso di sacrificio. Ci impegniamo dunque ad avere almeno un ex detenuto in ognuno dei nostri locali e a continuare ad approvvigionarci dalla filiera Panaté. Auspichiamo una profondità dei percorsi di formazione che consideri che ogni locale è una microimpresa che deve essere gestita, quindi servono anche competenze manageriali.” Laura Zunino, direttrice generale di DEM MondoFood, ha confermato le difficoltà del settore nel reperire personale e l’impegno dell’azienda a valutare i profili provenienti dal progetto per un possibile inserimento. Una casa e la possibilità di ripartire - Il reinserimento richiede anche condizioni abitative adeguate e strumenti per gestire le risorse economiche. Federico Disegni, direttore generale di Homes4All, ha spiegato: “Siamo una società benefit, non ci occupiamo solo di gestione immobiliare, ma di accompagnamento sociale. Perché è vero che senza casa il lavoro non basta, ma è anche vero che senza lavoro una casa non si mantiene. Quindi prevediamo percorsi di accompagnamento, anche di 18 mesi, per aiutare le persone a saper reggere queste situazioni, come un empowerment personale. Farlo all’interno di una filiera è fondamentale.” Sul fronte finanziario, Giulia Boioli, responsabile della comunicazione di PerMicro, ha evidenziato come lo stigma possa ostacolare l’accesso al credito anche per chi sta cercando di ricostruire la propria vita: “Anche nel mondo del credito esistono diverse tipologie di stigma, non solo verso chi ha precedenti penali. Ci occupiamo quindi di inclusione finanziaria di persone escluse dai canali tradizionali del credito. Lavorando in sinergia con il sistema bancario, accompagniamo le persone oggi non bancabili a una bancabilità domani. Il microcredito è particolarmente adatto come strumento finanziario in progetti come questo, perché crea autonomia e non è assistenzialismo, è una responsabilizzazione all’uso di quel credito, che nasce da una fiducia tra noi e chi ce lo chiede. Una fiducia che si conquista con percorsi di consapevolezza.” Dall’accordo agli impegni concreti - La filiera si propone di tradurre l’intesa in attività operative già dal primo anno, attraverso la misurazione dell’impatto sociale, la formazione sul campo e il coinvolgimento di nuove imprese disposte a offrire opportunità di lavoro. L’obiettivo è rendere il modello replicabile anche in altri territori. “Oggi non inauguriamo una collaborazione. Diamo una struttura e una prospettiva a un lavoro che portiamo avanti da anni, insieme a persone e organizzazioni che hanno scelto di assumersi una responsabilità concreta. La vera sfida, adesso, è fare in modo che questo modello funzioni, produca risultati misurabili e possa essere replicato in altri territori. Non voglio che Panaté resti un’eccezione. Vorrei che un giorno non ci fosse più bisogno di parlare di economia carceraria, perché il lavoro in carcere e la sua continuità fuori saranno diventati parte ordinaria del nostro sistema economico e sociale”, ha concluso Davide Danni. Il fondatore di Panatè ha richiamato anche il valore della corresponsabilità: “Continuità è responsabilità. Ognuno oggi ha parlato per il proprio ruolo, ma abbiamo anche capito come possiamo essere insieme. Il tema della responsabilità è emerso in ogni ambito. Nessuno di noi si ritrova nella parola assistenzialismo, che è contraria al concetto di continuità, perché si fa con risorse spot. Noi ci stiamo impegnando a condividere un percorso. La continuità è quello che può dare garanzia di successo. E la continuità funziona se tutti noi garantiamo un pezzetto di questo percorso.”. L’iniziativa è stata patrocinata dall’Associazione Articolo 27, impegnata nella promozione dei valori costituzionali legati alla funzione rieducativa della pena. Durante l’incontro sono intervenuti anche il professor Filippo Giordano, dell’Università LUMSA, il vicesindaco di Cuneo Luca Serale e Nino Mana, rappresentante del Vescovo di Cuneo, che ha illustrato esperienze di sensibilizzazione sui temi della giustizia riparativa. Il messaggio emerso dalla giornata è chiaro: costruire opportunità durante la detenzione è fondamentale, ma il percorso deve proseguire fuori. Per questo il coinvolgimento della Casa circondariale di Fossano, insieme agli altri istituti e alle realtà del territorio, si inserisce in un progetto che punta a trasformare il lavoro in uno strumento di autonomia, dignità e reinserimento duraturo. Alessandria. Carcere, il tema torna in Regione: “Ora serve un piano straordinario” di Adelia Pantano La Stampa, 15 ottobre 2026 In Consiglio focus sul futuro del San Michele, sulla tenuta del Don Soria e sulle condizioni di lavoro degli agenti. Il futuro del carcere San Michele, la tenuta del Don Soria e le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria. La situazione delle carceri alessandrine, insieme alle altre strutture regionali, è stata al centro della seduta aperta del Consiglio regionale del Piemonte di martedì 13 ottobre, dedicata alle criticità del sistema penitenziario tra sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà nell’assistenza sanitaria. Le reazioni - Presente l’assessora comunale alle Politiche sociali Roberta Cazzulo che ha denunciato il mancato coinvolgimento del Comune nella trasformazione del San Michele in una struttura destinata ai detenuti sottoposti al regime del 41-bis. “La trasformazione sta procedendo senza che la nostra amministrazione comunale sia informata e coinvolta”, ha rimarcato. Il parziale svuotamento dell’istituto ha comportato la sospensione di attività formative e produttive. Preoccupano anche le condizioni del Don Soria e del Cantiello e Gaeta, strutture inadeguate e con personale insufficiente. “A pagare il prezzo di strutture inadeguate e organici insufficienti sono i detenuti e gli agenti”, ha sottolineato ricordando i quattro giorni di disordini verificatisi durante l’estate. La garante comunale dei diritti delle persone private della libertà Silvia Coscia ha richiamato l’importanza del reinserimento: “La sfida non è soltanto affrontare le emergenze, ma costruire condizioni che restituiscano centralità alla dignità della persona, alla tutela della salute e alle reali opportunità di reinserimento”. Mara Scagni, esponente della cabina di regia del Tavolo sul carcere, ha criticato l’assenza di una visione complessiva e auspicato un nuovo confronto per dare voce a chi opera quotidianamente negli istituti con esperienze “oggi rimaste ai margini”. Il vicepresidente del Consiglio regionale Domenico Ravetti ha chiesto un piano straordinario per le carceri alessandrine. La riconversione del San Michele ha interrotto attività di panificazione, falegnameria e agricoltura sociale aumentando la pressione sugli altri istituti. Il Pd ha presentato un ordine del giorno per potenziare l’assistenza sanitaria dell’Asl Alessandria, investire sul Don Soria e recuperare le attività formative. “Occorre definire un piano straordinario per far fronte alle esigenze dei detenuti in regime 41-bis”, ha dichiarato. Sono intervenuti anche i sindacalisti Vicente Santilli (Sappe), Raffaele Tuttolomondo (Sinappe), Gerardo Romano (Osapp) e Luciano Giglio (Uspp), che hanno evidenziato le criticità del lavoro degli agenti e dei servizi sanitari. Daniele Montefusco (Cisl) ha posto l’accento sugli alloggi per i giovani agenti. Verona. Convegno sul tema della Giustizia riparativa con Università e Ordine degli Avvocati primoweb.it, 15 ottobre 2026 “La giustizia riparativa. Una nuova idea di pacificazione tra vittima, autore dell’offesa e comunità”. Se ne parlerà venerdì 30 ottobre, dalle 14,30 alle 18, nella Sala conferenze “Sandro Ruffo” del Museo di Storia Naturale (Lungadige Porta Vittoria 9). L’iniziativa è promossa dal Comune di Verona insieme all’Ordine degli Avvocati, al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Verona, al centro di ricerca Neg2Med e alla Fondazione Don Calabria per il Sociale. Il convegno nasce da un’idea di giustizia che non si esaurisce nell’accertamento del reato e nella sanzione. Un reato spezza relazioni, lascia ferite in chi lo ha subito, interroga chi lo ha commesso e coinvolge l’intera comunità. La giustizia riparativa si occupa anche della vittima e offre uno spazio, volontario e protetto, in cui la vittima e la persona indicata come autore dell’offesa possano incontrarsi con l’aiuto di mediatori formati, riconoscere ciò che è accaduto e cercare insieme una forma di riparazione. Non sostituisce il processo penale, ma lo affianca. Dopo la disciplina organica introdotta dal decreto legislativo 150 del 2022, è oggi parte a pieno titolo dell’ordinamento italiano. In questa prospettiva si colloca la Cittadella della Giustizia di Verona, inaugurata da poco e presentata come modello di buona prassi per la riparazione del danno e il reinserimento sociale a Loano (Savona) dall’assessora alla Legalità, Stefania Zivelonghi. La Cittadella è intitolata a Tina Anselmi, protagonista della vita democratica del Paese e prima donna a ricoprire un incarico ministeriale nella Repubblica italiana. La Cittadella riunisce realtà diverse impegnate nella tutela dei diritti, nel sostegno alle vittime, nella gestione dei conflitti e nei percorsi di responsabilità e reinserimento. Il convegno è l’occasione per approfondire il metodo e la cultura che la animano. Dopo i saluti istituzionali dell’assessora alla legalità e sicurezza Stefania Zivelonghi, del presidente dell’Ordine degli Avvocati Mauro Regis e del direttore del Dipartimento di Scienze giuridiche Giuseppe Comotti, i lavori saranno introdotti e moderati dall’avvocato Claudio Avesani, consigliere dell’Ordine. Franca Mangano, presidente dell’Ottava Sezione civile della Corte d’appello di Roma, illustrerà principi e disciplina del nuovo modello di giustizia. Marco Bouchard, presidente di Rete Dafne Italia, rifletterà sulle tre forme del riparare, tra riconoscimento dei fatti e delle persone. Elisa Lorenzetto, avvocata penalista e professoressa dell’Università di Verona, affronterà il ruolo della difesa penale alla prova del paradigma riparativo. Adolfo Ceretti, ordinario di Criminologia all’Università di Milano-Bicocca, proporrà una riflessione sulla “giustizia dell’incontro”. Chiuderà Silvio Masin, del Centro per la Giustizia Riparativa del Comune di Verona, con i racconti dell’esperienza veronese nella pratica quotidiana. “Oggi per le carceri servirebbe un modello Eduardo De Filippo” di Chiara Gallo Torino Oggi, 15 ottobre 2026 Il riscatto e l’arte nel film “La Salita”. Alfredo Francesco Cossu e Shalana Santana sono tra i protagonisti del film di Massimiliano Gallo, La Salita, che sarà presentato oggi all’interno dell’11esima edizione di EVisioni, la rassegna che si svolgerà al Campus Einaudi con la direzione artistica di Claudio Sarzotti. Ambientato nella Napoli di inizio anni 80, il film racconta del primo spettacolo teatrale allestito in un Istituto Penitenziario Minorile italiano avvenuto nel Carcere minorile di Nisida. Shalana Santana veste i panni dell’educatrice Maria. “L’unica figura femminile fino all’arrivo delle detenute ed è l’unica a dare un po’ di speranza a questi ragazzi. È una donna che ho immaginato senza figli, non sposata, perché come spesso accade alle persone che operano in questi luoghi dedicano tutta la loro vita al lavoro. Ho conosciuto l’educatrice che lavorava in quegli anni nell’istituto, è venuta alla prima del film ed era contenta perché era molto vicina a come l’ho interpretata”. Assente dalle scene da alcuni anni, Santana ha scelto un progetto in cui crede fortemente per tornare sul set. “Il personaggio di Maria era molto nelle mie corde, mi sono divertita tanto. Ho lasciato il lavoro per seguire bene mio figlio, avevo deciso di fermarmi e non vedevo l’ora di ricominciare. È stato un set pacifico, bello, con tanti professionisti che hanno lavorato perché credevano nel progetto”. Un progetto che ha sempre più importanza in un mondo che vede la violenza come una notizia di tutti i giorni, cui quasi non fare più caso. “Abbiamo visto tutti la notizia di quel padre al Vomero che per difendere le due figlie è stato aggredito da un branco di ragazzi. Ma è qualcosa che può succedere in qualsiasi città. Le notizie ormai scorrono troppo veloci quasi con superficialità. Ci sono sempre stati i ragazzi violenti, ma c’è una mancanza di empatia davanti al dolore degli altri. Nessuno nasce cattivo però essendo madre di un 14enne cerco di capire perché succede questa cosa, come ci finisci in carcere”. “Il film oggi sta girando le scuole - aggiunge Santana - ed era il nostro obiettivo. Credo che l’arte sia l’unica che ti può salvare, mi considero una prova vivente: sono nata in posto poverissimo del Brasile, ma leggevo tanto, guardavo foto e quadri, volevo vedere quelle cose da vicino. Se non hai mai conosciuto qualcosa non sai nemmeno se sei portato”. La cultura come antidoto alla devianza - La cultura insieme all’attenzione della società può sopperire alle mancanze che si trovano ad affrontare i giovani oggi. “Un lavoro che dobbiamo fare noi adulti in primis. Se non hai riferimenti li vai a cercare da un’altra parte, non c’entra il contesto sociale, capita al figlio del medico e al figlio del parcheggiatore. Maria cerca di essere proprio uno di questi punti di riferimento”. Emanuele, solitario e disilluso - Alfredo Cossu, al suo primo lungometraggio, sotto la regia di Gallo interpreta Emanuele, un ragazzo orfano che vive in insieme alla zia. “Emanuele è molto solo e disilluso, non ha sogni, non ha prospettive, non ha chi gliele mostra e non si pone domande. È rassegnato. La noia è la condizione sine qua non del carcere ed è come se Emanuele lo accettasse, senza voler cambiare”. In carcere tuttavia avviene il paradosso. Emauele trova chi lo aiuta, una figura paterna e un gruppo di amici con cui trascorre le giornate e la svolta con l’arrivo delle detenute e l’incontro con Beatrice. “Per lui rappresenta la femminilità che non conosce, è davvero una donna angelo dantesca”. Da qui comincia per il giovane un percorso che sa già essere tutto “in salita” per l’appunto. “Il percorso che un ragazzo deve fare all’interno del carcere è in salita, ma lui deve volere questo riscatto sociale”. Una storia attorno a De Filippo - Perno della storia, l’impegno del senatore Eduardo De Filippo per la situazione nelle carceri italiane. “Eduardo ha prospettato ai ragazzi qualcosa di nuovo, ha permesso loro di sorridere - spiega Cossu. Ho avuto a che fare con i ragazzi di Nisida, sono giovani che hanno situazioni difficili alle spalle. Il teatro può essere uno stimolo e oggi servirebbe un modello Eduardo. Le attività da svolgere in carcere non dovrebbero essere solo un modo per passare il tempo, ma qualcosa che quando è finito il tempo di reclusione, possa portare a riconoscere gli stessi stimoli al di fuori di quelle quattro mura. Solo così diventa recupero e reintegro”. In carcere da innocente per 33 anni, senza rabbia. Un film su Zuncheddu di Eleonora Martini Il Dubbio, 15 ottobre 2026 Arriva oggi nelle sale “Zustìssia”, regia di Francesco Piras, la storia del più lungo errore giudiziario italiano. Michele Riondino nei panni di Mauro Trogu, l’avvocato che ha vinto la battaglia legale. Fabrizio Ferracane nel ruolo del protagonista, Geppi Cucciari è la garante Irene Testa. Un film che è l’”inizio di un processo di risarcimento” per un uomo che ha passato in carcere da innocente 33 anni della propria vita, senza però farsi scippare neppure un grammo della sua grande umanità. Un film “non necessario ma urgente”, come lo ha definito Lisa Nur Sultan, autrice con Niccolò Gentili della sceneggiatura che ripercorre la vicenda del più lungo errore giudiziario della storia italiana recente, Beniamino Zuncheddu, oggi 62enne, condannato quando aveva 26 anni all’ergastolo per un triplice omicidio al quale era completamente estraneo, avvenuto nel 1991 a Sinnai, nel sud della Sardegna, e definitivamente assolto nel 2024 dopo una lunga battaglia legale. Urgente perché l’ex “servopastore” sardo finalmente tornato libero, in attesa di essere indennizzato per l’ingiusta detenzione, non ha però di che vivere. Prodotto da Palomar e Piper Film, Zustìssia (“Giustizia” in sardo), diretto da Francesco Piras alla sua opera prima, arriva oggi in tutte le sale italiane dopo una preuscita in dodici cinema della Sardegna dove nei soli primi quattro giorni ha incassato oltre 77 mila euro. Girato tra paesaggi sardi di struggente bellezza e gli angusti spazi bui delle celle e delle aule di tribunale, con la colonna sonora di Iosonouncane, il film ricostruisce l’emozionante battaglia legale e tratteggia in modo preciso e garbato le personalità di Beniamino Zuncheddu (impersonato nella sua fase adulta da Fabrizio Ferracane) e di Mauro Trogu (interpretato da Michele Riondino), l’avvocato che per dieci anni ha lavorato pro bono per liberare il detenuto innocente. D’altronde, è dalla penna di entrambi che nasce il libro Io sono innocente edito da De Agostini, da cui è tratto il soggetto del film. Nel cast compaiono anche Paola Giannini, Jacopo Cullin, Francesco Colella, Philippine Leroy-Beaulieu e Geppi Cucciari, che dà il volto alla Garante dei detenuti regionale Irene Testa, altro personaggio fondamentale in questa vicenda che, per dirla con le parole del regista, non è la storia di un errore giudiziario ma di un intero sistema fallato. Solo così si può comprendere infatti come sia stato possibile celebrare in un solo anno i tre gradi di giudizio che hanno comminato l’ergastolo ad un giovane uomo innocente, malgrado avesse alibi e testimoni. E come, viceversa, Zuncheddu e il suo coraggioso avvocato abbiano dovuto lottare per anni per la revisione del processo, ottenuta nel febbraio 2021. Dopo i primi venti anni di reclusione, un avvocato suggerì a Beniamino di confessare il delitto per ottenere la semilibertà ma Zuncheddu non accettò: “Come faccio a confessare qualcosa che non ho commesso?”, disse. E si fece altri 14 anni di carcere. Dopo aver cambiato sei avvocati diversi, finalmente Beniamino e la sua famiglia - che non lo ha mai abbandonato e ha consumato tutto il proprio patrimonio in spese legali - incontrano il giovane Mauro Trogu. Il quale impiega sette anni a smascherare la falsa testimonianza - sollecitata da un poliziotto - dell’unico sopravvissuto alla strage di Cuili Is Coccus, a Sinnai, in cui furono uccisi a fucilate tre pastori. La narrazione di Francesco Piras si confronta con documenti, testimonianze e atti processuali ma senza puntare il dito o incitare ad una giustizia sommaria - simile a quella cui è stato sottoposto Beniamino - verso altri protagonisti della vicenda. “La sfida è stata raccontare la storia nella sua complessità, senza ridurla alla cronaca di un caso giudiziario”, ha spiegato il regista durante la presentazione. Ma il film è anche “un atto politico e poetico insieme, perché da un lato indaga la frattura tra cittadino e istituzioni, e dall’altro affonda lo sguardo nella fragilità dello spirito e del corpo”. Un film urgente, si diceva. Perché, come spiega la didascalia finale, chiede al Parlamento di calendarizzare e discutere la Legge Zuncheddu, presentata dai Radicali al fine di assicurare alle vittime di errori giudiziari un sostegno economico immediato in attesa del risarcimento dovuto dallo Stato. Le migrazioni tra costruzione ideologica del nemico e militarizzazione della società di Gennaro Avallone Il Manifesto, 15 ottobre 2026 Il saggio di Maurizio Alfano, “Migranti e repressione”, edito da Sensibili alle foglie. Il fenomeno delle migrazioni è quasi sempre associato a qualcos’altro, a un’altra parola. Il sociologo algerino Abdelmalek Sayad ha mostrato come, nei discorsi sulle migrazioni, raramente si parli dei processi migratori in sé: essi vengono piuttosto osservati e interpretati in relazione a qualche problema sociale. In questa prospettiva, le migrazioni finiscono per essere concepite come un’infrazione dell’ordine, come la causa determinante del disordine sociale. Senza le migrazioni, dunque, il disordine scomparirebbe o sarebbe quantomeno significativamente ridotto. Seguendo questo approccio, ampiamente dominante nel discorso pubblico e politico, le migrazioni non sono comprese a partire da sé stesse, dalle esperienze e dalle traiettorie delle persone che migrano, ma vengono osservate dall’esterno, dal punto di vista delle società e degli Stati di immigrazione. Sono questi ultimi a essere chiamati a farsene carico, a gestirle e a governarle. Le persone protagoniste dell’esperienza migratoria finiscono così per scomparire dal campo della rappresentazione, mentre si afferma lo sguardo dello Stato: lo sguardo di chi deve identificare problemi, ristabilire l’ordine, controllare e intervenire. Il fenomeno migratorio viene così progressivamente costruito come una questione di sicurezza interna e, attraverso questo processo, come una questione di polizia. Sin dal titolo del suo nuovo libro, Maurizio Alfano chiarisce che se vogliamo capire cosa accade nell’immigrazione che interessa l’Italia dobbiamo riconoscere quanto sia stata centrale la sua subordinazione alla militarizzazione delle politiche migratorie. Non a caso, il testo si intitola Migranti e repressione. La drammaturgia socio-penale del nemico e il sistema delle colonie penali indirette (Sensibili alle foglie, pp. 144, euro 16). Al centro si collocano le modalità di governo di questa parte della popolazione insieme alla sua costruzione politico-sociale come nemico interno. Il testo è organizzato in due parti, con l’aggiunta di premessa e conclusioni. La prima parte, “La drammaturgia socio-penale del nemico”, si concentra sulla costruzione ideologica, emotiva e politica delle persone straniere come presenza ostile all’interno dell’ordine nazionale. Tanto che dell’immigrazione si occupa sempre più il Ministero della Difesa, che “opera oramai prevalentemente come Ministero della guerra nei confronti dei migranti”, coerentemente con una lunga deriva istituzionale e legislativa culminata nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che, in Italia, assume le sembianze del blocco navale rivendicato dal Governo in carica. La seconda parte, “Il sistema delle colonie penali indirette”, pone l’attenzione sul rapporto tra politiche migratorie e governo della manodopera, con particolare attenzione all’occupazione in alcune aree agricole caratterizzate dalla presenza di campi di accoglienza funzionali ai rapporti di caporalato, in assenza di politiche abitative ordinarie, che riconoscano la stabilità storica e strutturale della presenza di lavoratrici e lavoratori immigrati. Questa condizione viene riprodotta dalle scelte istituzionali, con l’obiettivo di costruire centri di reclusione e confinamento, in modo coerente con “un approccio che restituisce l’impianto militare e punitivo dello Stato che poggia sull’incriminazione preventiva e la carcerazione conseguente dei migranti”. È possibile cambiare rotta? Lo studio di Maurizio Alfano mostra che è necessario. E lo è tanto per combattere i processi di incarcerazione e i rapporti di sfruttamento economico quanto per difendere la libertà di espressione e dissenso di tutti. Migranti. In Aula la stretta sulla cittadinanza. La Lega: “Revocarla a chi delinque” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 15 ottobre 2026 Alla Camera la proposta dì legge a prima firma del leghista Igor Iezzi, appena licenziata in Commissione, approderà nell’emiciclo per la prima lettura. Si compone di un solo articolo e prevede anche la non concessione della nazionalità ai giovani che hanno commesso reati punibili con più di tre anni. La Lega, che la sospinge, l’ha già ribattezzata “norma anti maranza”. Le opposizioni, che la avversano, la definiscono “abominevole, ai limiti dell’incostituzionalità”. Di certo da lunedì, quando approderà in Aula, la proposta di legge sulla cittadinanza appena licenziata dalla Commissione Affari costituzionali - che ha votato il mandato alla relatrice, la deputata del Carroccio Simona Bordonali, a riferire nell’emiciclo - vedrà la contrapposizione dei due fronti politici, col centrodestra intenzionato a modificarla ulteriormente in Aula e a farla passare in prima lettura già “entro la settimana” e, per contro, il centrosinistra invece determinato a ostacolarne l’approvazione, eventualmente anche ricorrendo a una pioggia di emendamenti o ad altre forme di ostruzionismo parlamentare. In attesa di vedere cosa accadrà, esaminiamo i contenuti del provvedimento e le argomentazioni dei due fronti. La revoca, la lingua italiana e la correzione di FI - La proposta di legge depositata a Montecitorio - a prima firma del deputato leghista Igor Iezzi e sottoscritta anche da altri suoi colleghi di partito, fra cui il capogruppo Riccardo Molinari - conteneva in partenza un solo articolo e un solo comma, ipotizzando modifiche alla norma di acquisto della cittadinanza. Come? Testo alla mano, la “lettera A” prevede come causa ostativa per l’ottenimento della nazionalità italiana, “la condanna per uno dei reati tra quelli che il rapporto della direzione centrale della polizia criminale ha evidenziato come in pericoloso aumento tra i giovani stranieri” e, contestualmente, “che la successiva riabilitazione possa far cessare gli effetti preclusivi della condanna”. Invece la “lettera B” modifica “l’articolo 9.1 della legge n. 91 del 1992”, disponendo per tutti “un’attestazione della conoscenza della lingua italiana”. La “lettera C” dispone che il giuramento venisse reso in italiano, ma un emendamento di Forza Italia ha tolto l’obbligo per i figli di immigrati che hanno risieduto ininterrottamente in Italia per 18 anni: “Non è necessario che bambine e bambini nati in Italia, che hanno dunque frequentato scuole dell’infanzia, medie e due anni obbligatori di scuole superiori vengano sottoposti a un test di lingua, che inevitabilmente conoscono”, chiarisce l’azzurro Paolo Emilio Russo, precisando però che “Forza Italia ha lavorato per un testo che non concede nulla alla propaganda, che non discrimina, ma affronta il problema in maniera concreta. Concedere la cittadinanza non è un atto dovuto ed è giusto revocarla a chi non rispetta le leggi”. L’esultanza della Lega per la “stretta anti maranza” - C’è infine la “lettera D”, che introduce “ulteriori ipotesi di revoca della cittadinanza per i casi di condanna per alcuni delitti considerati di particolare allarme sociale”. Sul testo, come detto, si è innestato il lavoro della Commissione, portando a una nuova bozza in cui - afferma ad Avvenire il leghista Iezzi - è stata inserita “una norma anti-maranza”, ossia “per la prima volta in Italia vengono introdotti reati che precludono l’ottenimento della cittadinanza per chi nasce nel nostro Paese, al compimento dei 18 anni”. Quali reati? La “riformulazione”, prosegue Iezzi, menziona come condizione la condanna a pene superiori a tre anni per vari crimini: “Fra questi, i reati relativi allo spaccio. Chi spaccia stupefacenti e viene condannato, a 18 anni non può più chiedere la cittadinanza per i successivi dieci anni”. Dunque vengono ampliate le fattispecie di reato che comportano la revoca dello status di cittadino, attualmente concesso a stranieri col requisito della residenza legale ininterrotta, prescindendo da valutazioni sulla condotta penale. “Ma noi siamo pronti a fare di più - incalza ancora Iezzi -. in Aula presenteremo un pacchetto di emendamenti per restringere ulteriormente le maglie. Finalmente impediremo che giovani delinquenti possano diventare cittadini italiani. La cittadinanza è una cosa seria, basta con automatismi e buonismo che in passato hanno premiato criminali”. Considerazioni che riecheggiano nel Carroccio, a partire dal vicepremier Matteo Salvini: “Chi vuole diventare italiano deve rispettare le nostre leggi. Tolleranza zero per i delinquenti”. Le opposizioni: testo “illogico” e “a rischio d’incostituzionalità” - Le forze di opposizione, critiche sulle modifiche, sono convinte che si tratti, come per i contestati decreti sicurezza, di misure propagandistiche ed elettorali. “Si introduce una visione divisiva della società - ragiona Simona Bonafè, del Pd -, stabilendo differenze fra giovani nati e cresciuti nello stesso Paese, con un messaggio pericoloso: non tutti hanno gli stessi diritti, neppure se condividono un percorso di vita”. Per Alfonso Colucci, di M5s, è un testo “illogico giuridicamente, che non interviene sul disagio giovanile e fa rischiare che la cittadinanza venga preclusa in caso di reati meno gravi e invece concessa a chi ne commetta di gravissimi. Si procede senza una visione organica puntando sull’approccio sanzionatorio, non sulla prevenzione”. Netto è pure Filiberto Zaratti, di Avs: “L’idea che la cittadinanza si possa revocare è aberrante. Si tratta di un testo odioso, che discrimina ragazzi che crescono in Italia insieme ai nostri figli, è una legge che disgrega, marginalizza, crea steccati”. T ranchant è Riccardo Magi, di +Europa: “Un abominio. Per noi, le norme che stanno per arrivare in Aula contengono chiari profili di incostituzionalità, tanto che ci chiediamo se il presidente della Repubblica potrà promulgarle...”. Insomma, a giudicare dalle valutazioni, da lunedì in Aula si preannuncia battaglia. L’Intelligenza artificiale applicata all’asilo. In Germania prove di controllo sociale di Marco Bascetta Il Manifesto, 15 ottobre 2026 Decine di milioni di dati personali contenuti nel registro centrale degli stranieri in Germania verrebbero utilizzati per l’addestramento dell’Ai con lo scopo di velocizzare e rendere più efficiente l’amministrazione delle domande d’asilo. Il Bundestag, il parlamento tedesco, ha discusso in prima lettura un disegno di legge per l’impiego dell’Intelligenza artificiale nell’elaborazione e valutazione delle richieste d’asilo e dei permessi di soggiorno. Decine di milioni di dati personali contenuti nel registro centrale degli stranieri in Germania verrebbero utilizzati per l’addestramento dell’Ai con lo scopo di velocizzare e rendere più efficiente l’amministrazione delle domande d’asilo, delle procedure di immigrazione e dei respingimenti. Per il governo del cancelliere Merz, convinto contro ogni evidenza che un muscoloso contrasto dell’immigrazione gli restituirà parte di ciò che Afd gli ha tolto, lo svuotamento progressivo del diritto di asilo è una priorità decisiva. Punto di vista condiviso del resto da tutte le forze di centrodestra europee e dalle socialdemocrazie più politicamente corrotte come quella danese. Quello dell’asilo è un fondamentale diritto, politico e umano, del tutto estraneo agli interessi che vorrebbero governare i flussi di manodopera straniera in funzione dello sviluppo economico. Quella che si dice una variabile indipendente. I perseguitati non si possono scegliere in base a qualità e competenze desiderate, né stabilirne il numero che dipende dall’estensione e dall’intensità delle discriminazioni e delle violenze esercitate su scala planetaria. I richiedenti asilo sono inoltre spesso sospettati di essere soggetti irregolari, ribelli o devianti, in ogni caso indocili e dunque forieri di problemi. Oppure volgari millantatori. A quanti subiscono persecuzioni per le proprie posizioni politiche, le proprie convinzioni religiose o inclinazioni personali bisognerebbe poi aggiungere le vittime delle catastrofi naturali e delle devastazioni ambientali provocate dai modelli di sviluppo e di sfruttamento delle risorse dominanti. L’obiettivo è dunque delegittimare il maggior numero possibile di domande e procedere rapidamente ai respingimenti. Il primo strumento messo in campo a questo scopo è stato il concetto fittizio e insensato di “paese sicuro”, che senza tenere in alcun conto la selettività delle discriminazioni (donne, minoranze culturali e religiose, stili di vita, orientamenti sessuali, formazioni politiche e sindacali) attribuisce una condizione di “sicurezza” a tutti i cittadini del paese promosso senza distinzione alcuna. L’Unione europea si è già dimostrata di manica larga nel conferire questa patente di “paese sicuro”. Ora l’Intelligenza artificiale dovrebbe venire in soccorso con un formidabile strumento di monitoraggio poliziesco capace di incrociare le affermazioni dei richiedenti asilo con dati e informazioni tratti dalla rete, con i criteri e la casistica dei procedimenti conclusi e di quelli ancora in corso presso le autorità incaricate di amministrare l’immigrazione, raggruppando per categorie più o meno omogenee casi che dovrebbero essere valutati individualmente e accelerandone la valutazione. Tutto questo tenendo gli interessati completamente all’oscuro dell’uso che verrà fatto dei delicati dati che li riguardano. La burocrazia amministrativa finirebbe così col ripararsi dietro una falsa oggettività: ovverosia le soluzioni già implicite nei criteri, nelle forme e nelle informazioni che sono stati impiegati per i programmi di addestramento della Ia. Addestramento nel senso letterale della parola di “rendere abile al raggiungimento di un determinato scopo” che è in questo caso, come più volte politicamente dichiarato, il restringimento del diritto di asilo e lo snellimento delle pratiche di espulsione. Il disegno di legge vieta, bontà sua, lo sviluppo di “algoritmi discriminatori”, ma non è affatto chiaro come possa esercitarsi questo divieto, tanto più che le informazioni messe a disposizione della “super intelligenza”, per dirla con Trump, non difettano certo di elementi di pregiudizio e discriminazione. Alla fine, garantisce il legislatore, saranno funzionari “esperti” in carne ed ossa a prendere le decisioni, ma quanti per pigrizia o soggezione sceglieranno di adeguarsi semplicemente ai suggerimenti della macchina che hanno comunque addestrato secondo le proprie convinzioni? Ad ogni buon conto il disegno di legge (ora passato in commissione) è abbastanza vago e indeterminato da consentire qualsiasi estensione del potere di classificazione e controllo sulle vite individuali di profughi e migranti, tale da scongiurare contraddittori e fare piazza pulita da obiezioni e ricorsi. Ma è anche un esperimento di controllo sociale potenzialmente applicabile ad altri ambiti e altri soggetti sociali, ancora debolmente protetti dalla privacy e dallo stato di diritto. Fino all’orrore distopico di una società nella quale l’assoluta trasparenza dei governati corrisponda all’assoluta opacità dei governanti. Se si considerano le posizioni ideologiche dei padroni dell’Intelligenza artificiale è ben chiaro come i rischi più reali di questa tecnologia risiedano proprio in modelli di “razionalizzazione” analoghi al disegno di legge discusso al Bundestag, in Germania dove la combinazione di tecnica, controllo e dominio ha già avuto modo di manifestarsi in forme terrificanti. Pena di morte: l’orrore arriva in streaming di Glauco Giostra Avvenire, 15 ottobre 2026 Trump auspica un più ampio ricorso alla pena capitale, anche mediante fucilazione e impiccagione. In Israele, Ben-Gvir brinda all’approvazione della legge e rivendica la durezza del trattamento riservato ai prigionieri palestinesi. La disumanità degli orientamenti punitivi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo essere tornato alla Casa Bianca, non si è limitato ad auspicare un più ampio ricorso alla pena di morte quale efficace deterrente e giusto risarcimento morale per le vittime, ma si è premurato di pronunciarsi anche sulle sue modalità di esecuzione: oltre alla iniezione letale, per aumentare l’effetto deterrente si sarebbe potuto, a suo giudizio, ricorrere alla fucilazione e all’impiccagione. Favorevole comunque, il Presidente Usa, al ripristino della tortura per simulazione di annegamento (“bring back waterboarding”) e pure al ricorso a metodi peggiori. Pensavamo che con questi accenti di bullismo punitivo avessimo toccato l’apice della ottusa e cinica disumanità. Inutile forse ricordare, date simili premesse, che gli Usa, nonostante la pena di morte e la popolazione penitenziaria più numerosa del mondo, hanno una percentuale di omicidi circa dieci volte superiore a quella dell’Italia e circa sei volte superiore a quella dell’Unione Europea. Ora, però, se confermasse la iniziale approvazione dell’idea del suo segretario alla Difesa Pete Hegseth di far eseguire una fucilazione in diretta streaming, il Presidente degli Stati Uniti potrebbe ascendere l’ultimo tratto per raggiungere la vetta della barbarie in un Paese democratico. Dove troverebbe ad attenderlo il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir che ha fatto introdurre, con il decisivo sostegno del premier Benjamin Netanyahu, la pena di morte per chiunque - “eccettuati i cittadini e i residenti israeliani” - causi la morte di un israeliano “ove tale atto costituisca un atto di terrorismo”. Con un cappio giallo appuntato sulla giacca, Ben-Gvir ha trionfalisticamente brindato, insieme ad alcuni parlamentari del suo partito, all’approvazione della legge affermando che la pena di morte costituisce un efficace deterrente e una adeguata forma di giustizia per le vittime. Il cappio - aveva dichiarato già prima dell’approvazione - è beninteso solo “una delle opzioni attraverso le quali applicheremo la pena di morte per i terroristi”, facendo cenno alla sedia elettrica e all’iniezione letale. Ben-Gvir si è anche dichiarato orgoglioso delle condizioni sempre più penose dei prigionieri palestinesi sotto la sua supervisione, ai quali dovrebbe essere dato “il minimo del minimo” del cibo necessario. Anzi, ha tenuto ad aggiungere in altra occasione, “bisognerebbe sparargli in testa”. Non è difficile cogliere lo stretto legame tra questi due omologhi approcci al problema della giustizia e della sicurezza: si sostiene, temiamo in buona fede, che per rendere giustizia bisogna sopprimere la vita dell’omicida, possibilmente mediante una pubblica esibizione della draconiana risposta sanzionatoria per fini di intimidatoria deterrenza. Speriamo che questa disumanità contrabbandata per giustizia e per garanzia di sicurezza sociale non influenzi anche il nostro futuro nazionale, facendo ulteriormente procedere il Paese, direbbe forse oggi Leopardi, verso le “disastrose sorti e regressive”. Missione possibile: salvare la Corte penale internazionale di Triestino Mariniello, Sergei Vasiliev Il Manifesto, 15 ottobre 2026 Il sostegno di facciata non impedirà alle banche di chiudere i conti della Cpi, agli assicuratori di revocare le coperture, alle aziende di interrompere i propri servizi. Così la Ue può impedire che gli Stati uniti demoliscano il tribunale: aumentarne il budget, adottare misure anti-sanzioni, fornire infrastrutture bancarie e digitali alternative. Le sanzioni che gli Stati uniti hanno imposto alla Corte penale internazionale rischiano di comprometterne la capacità di funzionamento, fino a condurla a una lenta agonia istituzionale. La sua continua operatività come organizzazione internazionale, per non parlare del suo ruolo di tribunale, diventerebbe impossibile. La comunità internazionale ha finora risposto con deboli dichiarazioni di condanna. Gli Stati parte hanno avuto più di venti mesi di tempo dall’entrata in carica del presidente statunitense Donald Trump per prepararsi a questa mossa. In questo periodo si sarebbero dovuti compiere maggiori sforzi per rafforzare la resilienza istituzionale della Corte. Tuttavia, non è troppo tardi per agire. Il “periodo di grazia” offerto dagli Stati uniti non dovrebbe essere utilizzato per intraprendere negoziati infruttuosi, ma per adottare misure immediate a tutela della Corte. Le sanzioni bloccano i beni della Cpi e altri interessi patrimoniali della stessa negli Stati uniti o in possesso o sotto il controllo di soggetti statunitensi. Fatte salve le esenzioni e le licenze rilasciate dal Dipartimento del Tesoro Usa, a individui e società statunitensi è vietato fare affari con la Corte. Banche, compagnie assicurative, società informatiche e altre imprese statunitensi non possono fornire beni o servizi alla Cpi né ricevere pagamenti da essa senza rischiare sanzioni. Molte aziende non statunitensi si adegueranno in modo eccessivo (overcomply) e interromperanno i propri servizi alla Corte per timore di essere sanzionate a loro volta. Isolare la Corte da fornitori e prestatori di servizi potrebbe paralizzarne le attività investigative e persecutorie in tutti i contesti operativo-giudiziari. Le sanzioni, tuttavia, prevedono un “periodo di grazia” di 180 giorni per consentire il mantenimento o la chiusura delle operazioni della Cpi. Questo copre i pagamenti degli Stati parte alla Cpi, gli stipendi, l’assicurazione sanitaria e i servizi medici per dipendenti o consulenti, oltre ai pagamenti per affitti, utenze e servizi di routine. Licenze separate consentono la fornitura di determinati servizi di telecomunicazione, cloud e software, la gestione dei pagamenti pensionistici della Cpi e i servizi necessari a beneficio di specifici detenuti della Corte. Washington ha presentato il “periodo di grazia” come un’opportunità per gli Stati parte di “dimostrare progressi significativi su risoluzioni diplomatiche e legali” che rispondano alle obiezioni statunitensi. Tuttavia, si tratta in sostanza di uno strumento di aperta coercizione politica progettato per costringere gli Stati parte a sottomettersi. Dopo l’annuncio delle sanzioni, numerosi Stati parte hanno ribadito ancora una volta il loro sostegno alla Corte e criticato gli Stati uniti. A questo punto, però, la Cpi non può essere difesa solo a parole. Il sostegno di facciata risulta vuoto se non accompagnato da una strategia coerente e coordinata per contrastare la coercizione statunitense e proteggere l’indipendenza della Cpi. Le dichiarazioni non impediranno alle banche di chiudere i conti della Cpi, agli assicuratori di revocare le coperture, alle aziende tecnologiche di interrompere i propri servizi o ad altre imprese di abbandonare la Corte per timore di ritorsioni statunitensi. L’Unione europea ha ripetutamente affermato che la Cpi è una pietra angolare della giustizia internazionale e che la sua indipendenza da pressioni esterne deve essere protetta. Il 10 ottobre scorso, l’Alta rappresentante dell’Ue Kaja Kallas ha ribadito questa posizione, definendo “non accettabili” gli attacchi o le minacce contro la Corte, i suoi funzionari e coloro che cooperano con essa. Al di là di queste dichiarazioni, tuttavia, l’Ue è rimasta passiva, apparentemente per il timore di contrariare ulteriormente Trump e innescare dazi statunitensi. È preoccupante che alcuni Stati parte e l’Ue abbiano accolto con favore l’umiliante “periodo di grazia” ritenendo che crei “spazio per il dialogo” e “margine per la diplomazia” con Washington. Quale compromesso significativo è possibile quando l’obiettivo degli Stati uniti, dichiarato in termini inequivocabili, è distruggere la Corte? Negli ultimi venti mesi, gli Stati uniti hanno costantemente intrapreso un’escalation nella loro guerra contro la Cpi. Aspettarsi un risultato diverso ora, da parte degli Stati membri e dell’Ue, è un esercizio di autoinganno che tradisce, in egual misura, una servile deferenza verso Washington e una mancanza di rispetto per se stessi. Accondiscendere ai prepotenti serve solo a renderli più arditi. Il dialogo in tali condizioni coercitive apre la strada a pressioni sulla Cpi affinché arretri dal suo mandato in Palestina in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni. Accettare le richieste statunitensi, in particolare sacrificando l’inchiesta sulla Palestina per compiacere il regime canaglia di Washington, distruggerebbe la Corte come istituzione indipendente e imparziale. Ciò rafforzerebbe la percezione che la giustizia internazionale operi in modo selettivo, a seconda del potere politico di chi rientra nella sua giurisdizione. Tradire il mandato della Cpi e la ricerca di giustizia delle vittime comporterebbe una perdita intollerabile di legittimità per la Corte e screditerebbe l’idea stessa che nessuno sia al di sopra della legge. Un’azione incisiva è da tempo necessaria, ma non è ancora troppo tardi. Gli Stati parte devono ora compiere una scelta di principio e mantenerla. Devono difendere la Cpi e garantirne la capacità di funzionare, non perseguire un dialogo infruttuoso con uno Stato ostile non parte dello Statuto di Roma, elemosinare la sua clemenza e offrire concessioni che né loro né la Corte possono permettersi. Devono impegnarsi pubblicamente ad aumentare il budget della Cpi e fornirle le risorse e le strutture necessarie per resistere alle pressioni politiche ed economiche. Devono adottare misure legali efficaci, come “norme di blocco” (blocking legislation) e tutele contro il de-risking finanziario per proteggere la Corte, i suoi funzionari e coloro che collaborano con essa dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi. Tali protezioni devono estendersi in egual misura alle organizzazioni della società civile palestinese, colpite per aver sostenuto le indagini della Corte. L’Ue dovrebbe attivare immediatamente il proprio Regolamento di Blocco (Blocking Statute) per vietare agli operatori dell’Ue di conformarsi alle sanzioni statunitensi. Sebbene non sia una soluzione ottimale, questa misura contribuirebbe in parte a schermare la Cpi. Un numero crescente di Stati membri e di eurodeputati ha chiesto alla Commissione europea di estendere questa legislazione alle sanzioni anti-Cpi e di garantire che le tutele siano operative in caso di sanzioni a livello generale contro la Corte. Questo passo non può più essere rinviato. In parallelo, gli Stati parte devono definire con urgenza accordi per un’infrastruttura bancaria, di pagamento e digitale alternativa, per garantire alla Corte un accesso ininterrotto ai servizi essenziali. Le misure devono costituire una risposta strutturale e coordinata, che vada oltre le dichiarazioni di solidarietà e i rimedi temporanei. Se la comunità internazionale resterà a guardare mentre gli Stati uniti smantellano la Cpi, la capacità di qualsiasi tribunale internazionale - o persino di qualsiasi tribunale nazionale - di operare in modo imparziale e senza timori diventerà impossibile. Libia. Esecuzioni senza processo e dopo confessioni ottenute con la tortura La Repubblica, 15 ottobre 2026 Le responsabilità delle autorità orientali della Cirenaica sotto il controllo ferreo del generale Khalifa Haftar. La documentazione di Human Rights Watch e di Amnesty International. Le Forze Armate Arabe Libiche (LAAF), che controllano la Libia orientale e meridionale, hanno giustiziato almeno 31 persone dalla fine dell’agosto scorso, dopo processi militari che con i principi basilari di una civiltà giuridica non hanno nulla a che fare. Lo rende noto oggi Human Rights Watch. Per Libia orientale e meridionale si intende quella nella regione della Cirenaica, con basi operative a Bengasi e Tobruk, dove il potere militare è nelle mani del Maresciallo di Campo Khalifa Haftar, a capo dell’esercito nazionale libico il quale, pur non avendo un ruolo politico ufficiale nel governo civile, di fatto detiene il controllo effettivo sul territorio, sulle risorse della regione e sulle forze di sicurezza. Sono queste le prime esecuzioni di cui si sa qualcosa in Libia dal 2010. Ma ci sono almeno altre 50 persone nel carcere militare di Gernada, che rischiano una imminente esecuzione. Il 23 agosto, il procuratore militare della LAAF ha annunciato che 10 persone erano state giustiziate con un plotone d’esecuzione dopo essere state condannate per omicidio e reati legati al terrorismo. Le esecuzioni dopo processi segreti. I gruppi per i diritti umani hanno documentato un totale di almeno 31 esecuzioni al 10 settembre. La LAAF di Haftar dovrebbe immediatamente interrompere tutte le esecuzioni e imporre una moratoria sulla pena di morte, ha dichiarato Human Rights Watch. “Le Forze Armate Arabe Libiche - ha detto Bassam Khawaja, vicedirettore per il Medio Oriente e Nord Africa presso Human Rights Watch - stanno condannando a morte persone dopo processi segreti basati su confessioni presumibilmente ottenute tramite tortura, in tribunali che la Corte Suprema libica ha dichiarato non dovrebbero processare civili”. Condanne dopo confessioni ottenute sotto tortura. Secondo Amnesty International, molte delle condanne si basavano su confessioni presumibilmente ottenute sotto tortura dall’Agenzia di Sicurezza Interna, un gruppo armato affiliato alle LAAF. Almeno due condanne a morte sono state ridotte all’ergastolo in appello da parte di un tribunale militare superiore nel 2019, eppure gli imputati sono stati comunque condannati a morte quest’anno. Le esecuzioni sono andate avanti nonostante una sentenza di novembre 2025 della camera costituzionale della Corte Suprema libica che le giudica incostituzionali.