Permessi premio ai detenuti in 41-bis? Sciacallaggio informativo, un atto di pura mistificazione Ristretti Orizzonti, 14 ottobre 2026 Condanniamo con la massima fermezza la violenta campagna mediatica che sta intossicando il dibattito pubblico. Spacciare per vera l'invenzione che i detenuti sottoposti al 41-bis possano accedere a permessi premio è un atto di pura mistificazione, orchestrato unicamente per scatenare un panico sociale artificioso. Questo sciacallaggio informativo mina la fiducia nelle istituzioni giudiziarie e calpesta i principi costituzionali fondanti della nostra civiltà del diritto. I fatti smentiscono categoricamente ogni allarmismo. Per quanto riguarda la detenzione differenziata ex art. 41-bis, la legge sancisce un blocco totale e inderogabile che esclude tassativamente qualsiasi beneficio premiale o misura alternativa, rendendo ogni contraria affermazione una menzogna sfacciata. Allo stesso modo, per i delitti di cui all'art. 4-bis, le riforme del 2022 hanno eretto uno sbarramento istruttorio d'acciaio che azzera qualsiasi automatismo o concessione superficiale. Per ottenere una misura alternativa, il richiedente deve abbattere un muro probatorio imponente e dimostrare l'assoluta rescissione di ogni legame con la criminalità organizzata, superando il vaglio rigoroso e gli stringenti accertamenti patrimoniali della Procura Distrettuale Antimafia, della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo - che dispongono di ben novanta giorni per le opportune verifiche -, delle autorità di pubblica sicurezza, degli operatori e dei vertici dell'istituto penitenziario. La pena non può ridursi a una vendetta di Stato. Se la detenzione conserva una funzione costituzionale e umana, è perché deve puntare alla riabilitazione dell'individuo. Quando una persona, pur condannata per reati di spiccata gravità, affronta questo severissimo percorso e dimostra un autentico ravvedimento, il suo reinserimento risponde al primario interesse della collettività, giacché restituire alla società un cittadino rinnovato significa spezzare per sempre le catene della reiterazione delittuosa. Respingiamo inoltre con forza la sciagurata ipotesi di accentrare le decisioni sui permessi in capo al Tribunale di Sorveglianza in composizione collegiale anziché all’organo monocratico. Un simile assetto condannerebbe la giustizia alla paralisi totale: in uffici già stremati da strutturali carenze di personale e risorse, questa scelta congelerebbe i diritti dei ristretti, distruggendo ogni prospettiva di riabilitazione e facendo crollare l'intero sistema della giurisdizione di sorveglianza. Maria Brucale Ladislao Massari Michele Passione Valentina Alberta Antonella Calcaterra Alessandro Ricci Annamaria Alborghetti Maria Teresa Pintus Rosaria Manconi Laura Cesaris “Liberano i boss!”, grida la stampa. Ma sono solo 3 permessi e non riguardano detenuti al 41 bis di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 ottobre 2026 Dopo l’inchiesta del giornale di Torino scatta l’allarme, i dem chiedono chiarimenti. Ma i permessi concessi sono da prefisso telefonico e non riguardano il 41 bis. “Le porte dei penitenziari diventano girevoli”, scrive La Stampa del 12 ottobre, aprendo l’inchiesta di Paolo Festuccia intitolata “Mafiosi, ergastolani e capi clan lasciano il carcere con i permessi”. Poi si leggono i nomi, e la porta girevole si inceppa. Nel 2026 a uscire con un permesso sono stati in tre: Gregorio Di Giovanni il 6 marzo, Cristoforo Cannella il 10 aprile e Mario Capizzi. Parliamo di uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Quale sarebbe lo scandalo? A meno che venga reputato scandaloso lo Stato di Diritto e l’autonomia e indipendenza dei giudici di sorveglianza. Il resto dell’elenco racconta altro. Gioacchino Corso, Gioacchino Cillari, Giuseppe Falsone e Stefano Fragapane aspettano una risposta, e per Corso e Falsone la Direzione nazionale antimafia ha già dato parere contrario. Filippo Graviano ha chiesto due volte, il 24 dicembre e a giugno, e due volte si è visto dire di no. In realtà, molte più volte. E puntualmente rigettate. Respinte anche le istanze di Alessandro D’Ambrogio, Ignazio Ribisi e Giuseppe Sicilia. Nicola Accardo e Girolamo Biondino sono usciti, sì, ma perché hanno finito di scontare la pena. Bagarella, Aglieri e i Graviano compaiono perché “sperano di ottenere benefici”. E quindi? Lo stesso articolo, a metà strada, ammette che “quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna”. L’associazione Yairaiha Ets, in un comunicato, la mette così: “Il testo parla di permessi: uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Nessuna scarcerazione”. Tralasciamo il sottinteso dell’articolo che riesuma alcuni pezzi suggestivi della tesi sulla Trattativa completamente privi di fondamento. Ma è un “must”, ed è sempre utile per dare sostanza a ciò che è fumoso. C’è poi un problema di diritto. Il giornale scrive che i boss al carcere duro chiedono permessi “fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno”. Sono i limiti dei permessi premio, previsti dall’articolo 30 ter dell’ordinamento penitenziario. Chi sta al 41 bis non può averli. Lo stabilisce l’articolo 4 bis, così come riscritto dal decreto legge 162 del 2022, il primo intervento del governo Meloni sull’ergastolo ostativo: i benefici possono essere concessi al detenuto in regime speciale “solamente dopo che il provvedimento applicativo di tale regime speciale sia stato revocato o non prorogato”. A chi è al 41 bis resta il permesso dell’articolo 30, quello di necessità, previsto quando un familiare è in imminente pericolo di vita o per eventi familiari di particolare gravità. È tutt’altra cosa. L’articolo mette insieme “salvacondotti” e “licenze per necessità” senza dire quale riguardi chi. Stessa suggestione sulla proroga del carcere duro. Ogni due anni il ministro della Giustizia firma un decreto che deve essere motivato e si può impugnare davanti al tribunale di sorveglianza di Roma. Yairaiha lo nota: La Stampa “presenta come anomalia il fatto che ogni proroga del regime speciale debba essere motivata”. L’unico caso di abuso raccontato riguarda Raffaele Galatolo, ergastolano detenuto a Secondigliano, che secondo la Procura di Palermo dal 2018 usciva con permessi premio e poi in semilibertà, e intanto riprendeva le fila della famiglia dell’Acquasanta. Al 41 bis non stava, altrimenti quei benefici la legge non glieli avrebbe consentiti. Il giornale tace un dettaglio: il 15 giugno scorso Galatolo è stato arrestato di nuovo, con altre dodici persone, nell’inchiesta della Procura guidata da Maurizio de Lucia. Così come è accaduto con Bonura. Le azioni giudiziarie, quando fanno il loro lavoro e non si perdono nella ricerca dei “terzi livelli”, riportano in carcere coloro che continuano a delinquere. Il giorno stesso arriva la nota congiunta degli otto parlamentari del Pd in commissione Antimafia: Walter Verini, Enza Rando, Debora Serracchiani, Giuseppe Provenzano, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco Mirabelli e Valeria Valente. Le notizie, scrivono, “sono impressionanti”. Detenuti mafiosi, “casi anche in regime di 41bis”, sarebbero “usciti e rientrati dal carcere”. Usciti e rientrati. È la definizione esatta di un permesso garantito dalla costituzione. Poi la richiesta: il ministro venga a riferire in Parlamento e si convochi la commissione “per avere informazioni complete”. Yairaiha coglie l’ordine dei fattori: “Le informazioni complete, per loro stessa ammissione, vengono dopo. Prima viene l’allarme”. Il Pd ricorda anche che la pena deve essere “rieducativa e non afflittiva o disumana come troppo spesso è”. Una riga più sotto arriva la correzione: “Ma questo deve avvenire nella sicurezza della società e dei cittadini, evitando rischi di provvedimenti che vanifichino l’esigenza di impedire legami e contatti criminali”. L’associazione commenta che il partito “cita la rieducazione per un attimo e subito dopo la cancella con un “ma”“. Quando a gridare era la destra Il copione è già andato in scena. Anno 2020, piena pandemia. Il 6 maggio Repubblica pubblica la lista dei “376 boss scarcerati”. In realtà al 41 bis ne erano stati tre: Bonura, Pasquale Zagaria, Vincenzo Iannazzo. Tutti gli altri, che boss non erano, venivano dall’alta sicurezza. Il capo del Dap Francesco Basentini si dimette. Il governo Conte, nel quale sedeva il Pd, vara due decreti: il 28 del 30 aprile impone il parere delle procure antimafia, il 29 del 10 maggio obbliga i giudici a rivalutare i domiciliari già concessi. Yairaiha lo ricorda così: bastò una polemica “per ottenere un decreto che imponeva ai giudici di rivedere i propri provvedimenti”. I numeri arrivarono dopo, quando non interessavano più. Il 4 settembre 2020 Il Dubbio riportava lo screening del Dap: su 498 detenuti andati ai domiciliari in primavera, 494 dell’alta sicurezza e 4 del 41 bis, ben 275 avevano ottenuto la misura per cause che con il Covid non c’entravano nulla. Il Garante nazionale Mauro Palma precisava che di detenuti al 41 bis ancora a casa ce n’era uno solo. All’epoca le destre cavalcarono lo pseudo scandalo. Ma anche il solito giornalismo di inchiesta, che pur di fare sensazionalismo, insinuò anche che le rivolte carcerarie furono una riedizione della trattativa Stato Mafia. Ovviamente non era stato così. Sei anni dopo, le parti si sono invertite. Ora è il Pd a chiedere a un ministro conto di decisioni che appartengono ai magistrati di sorveglianza. Nordio un permesso non lo può revocare. Se la procura non condivide la scelta del giudice, ha uno strumento preciso: il reclamo al tribunale di sorveglianza entro ventiquattro ore, previsto dall’articolo 30 bis. Yairaiha lo scrive senza giri di parole: il Pd chiede a Nordio di rispondere di “scelte che spettano ai giudici di sorveglianza, calpestando il principio che dice di difendere”. È lo stesso partito che si è schierato per il No alla riforma costituzionale di Nordio, in nome dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Ed è lo stesso Verini che il 25 ottobre 2019, intervistato su Il Dubbio dopo la sentenza della Consulta che apriva ai permessi premio per i condannati ostativi, diceva di considerarla “coerente con l’articolo 27 della Costituzione”. Il titolo parlava di “un principio di civiltà”. Oggi tre permessi decisi da un giudice, diventano materia da audizione ministeriale. Il meccanismo, scrive l’associazione, si ripete a ogni vigilia elettorale, “a destra e a sinistra”, sulla pelle di chi non ha voce: i detenuti “sono i soli che non votano, non possono protestare, non hanno un ufficio stampa”. Gli otto parlamentari chiedono informazioni complete. Le avevano già, nero su bianco, nell’articolo che hanno definito impressionante: tre permessi, quattro istanze in attesa, quattro rigetti. Il nulla. In sei mesi 200 permessi: così i boss tornano liberi. Il ddl Colosimo è bloccato di Francesco Grignetti La Stampa, 14 ottobre 2026 La presidente dell’Antimafia proponeva una stretta sui benefici. I magistrati di Sorveglianza decidono senza avere le informazioni. È uno scandalo, quello dei permessi premio elargiti dalla magistratura di Sorveglianza con troppa facilità ai mafiosi, che finora era rimasto nascosto nelle segrete stanze. Ovviamente non era sfuggito alla Direzione nazionale antimafia, né al ministero della Giustizia. E ne era a conoscenza Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, fedelissima di Giorgia Meloni. Si spiega così perché nel luglio 2025 la presidente Colosimo abbia presentato un progetto di legge per rimettere in carreggiata una prassi che stava diventando pericolosa. Già, perché i numeri facevano e fanno impressione. “I permessi premio concessi annualmente ai detenuti - scriveva Colosimo - sono cresciuti in modo significativo: nei primi mesi del 2025, quasi 200 boss mafiosi hanno ottenuto misure premiali”. Peccato che di quella proposta alla Camera non si sia mai discusso. Depositata e subito dimenticata, nonostante il prestigio della carica. Eppure ci sarebbe molto di cui discutere. La relazione che accompagna il progetto di legge, infatti, è impietosa. Suona come atto di accusa. “Se da un lato - scrive - il legislatore ha inteso limitare l’accesso ai benefici penitenziari per i condannati recidivi e per gli autori di reati di criminalità organizzata, dall’altro la prassi giurisprudenziale si è talvolta caratterizzata per decisioni non del tutto coerenti con l’esigenza di garantire la sicurezza pubblica”. Accade infatti che la legge del 2022 voluta dal governo Meloni, quella che al 90% era stata ideata da Piero Grasso, ex senatore del Pd, ma che poi non era stata votata per lo scioglimento delle Camere, prescrive regole severe: prima di concedere un permesso premio a un mafioso, specie se è detenuto al 41bis (e ciò è possibile dopo una sentenza della Corte europea dei diritti del 2019 e dopo che la Corte costituzionale si è adeguata al principio enunciato a Strasburgo) occorre che il magistrato di sorveglianza prenda visione di una relazione della Procura competente sull’area di azione del mafioso, di un parere della Direzione nazionale antimafia, e di un’indagine della polizia. La logica è perfino ovvia. A decidere sull’istanza di un detenuto, mafioso o non, è il magistrato di sorveglianza che segue il carcere dove quello è rinchiuso; può capitare che un magistrato del Friuli debba decidere sulla pericolosità di un boss siciliano. Eppure non sempre la legge è rispettata. Scriveva sempre Chiara Colosimo di “provvedimenti adottati, talvolta, senza la necessaria (e prescritta dalla legge) acquisizione di elementi di valutazione, spesso disinvoltamente trascurati a causa dei tempi stretti stabiliti”. Eccola, infatti, la falla nella legge del 2022. Sulla carta il magistrato di Sorveglianza è tenuto ad informarsi sull’uomo che sta per mandare a casa in permesso premio. Se ha davvero rotto i rapporti con il clan. O se ci sia anche solo il rischio che questi rapporti possano essere “ripristinati”. Era in premessa nella sentenza della Corte costituzionale quando ha aperto lo spiraglio ai permessi premio. Ma poi ci si mette la fretta. E se le relazioni di cui sopra tardano ad arrivare, i magistrati di Sorveglianza devono decidere lo stesso. Perché la legge sui benefici del 1975 prescrive un termine draconiano: “In ogni caso il giudice decide trascorsi trenta giorni dalla richiesta delle informazioni”. E così troppo spesso non solo il magistrato di Sorveglianza decide al buio, ma per di più in splendida solitudine, dato che nella legge del 2022 non era stato assorbito un altro principio caro a Piero Grasso: certe decisioni così delicate, e anche rischiose per i magistrati, magari soggetti a pressioni, meglio farle adottare ad un organo collegiale. Di qui discendeva la proposta Colosimo (in tutta evidenza suggerita dalla magistratura che si occupa di mafia) affinché fosse rafforzato l’obbligo per il giudice “di richiedere e ottenere i pareri nell’ambito del procedimento per la concessione di benefici” e anche superare il “pericoloso principio introdotto dalla previgente normativa per cui il giudice può decidere anche nel caso in cui le informazioni e i pareri non giungessero nei termini”. Si prevedeva infine che all’udienza per decidere i permessi premio fosse coinvolto il procuratore nazionale antimafia, “il quale potrà svolgere la funzione di pubblico ministero, assicurando una maggiore vigilanza e il coordinamento nella procedura di concessione di tali benefici a soggetti pericolosi”. Riassumendo: il problema è stato visto per tempo. La soluzione è stata rinviata a tempi migliori. Ardita: “La mafia ha in mano le carceri, colma il vuoto dello Stato. Le celle piazze di spaccio” di Irene Famà La Stampa, 14 ottobre 2026 Il procuratore aggiunto di Catania: chi ha responsabilità non scarichi sugli altri. “Quando il carcere non funziona è lo Stato che non funziona”. Il magistrato Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania e una lunga carriera presso la Direzione distrettuale antimafia e di direzione al Dap, il mondo penitenziario lo conosce bene. In carcere comandando i boss. Com’è possibile? “Partiamo da un aspetto importante: una quindicina di anni fa si è avvallato un nuovo modello di sicurezza”. Di che tipo? “Si sono aperte le celle, credendo così di dare ai detenuti spazi di libertà individuale. In realtà è stata una scelta di disordine. Aprire le celle ha avuto come conseguenza la perdita di sicurezza e controllo negli ambienti penitenziari. Il carcere è come un ecosistema in cui le situazioni di disagio, le difficoltà e i malfuzionamenti finiscono di trasmettersi da un reparto all’altro. E questo caos ha coinvolto anche l’alta sicurezza”. Celle aperte non crede sia sinonimo di civiltà? “Lo penso anch’io, ma c’è un grave errore che si è commesso e si continua a commettere”. Quale? “Ritenere che un carcere civile e un carcere sicuro siano due questioni alternative. Non è così: sono strettamente connesse. La questione degli spazi aperti è reale e può essere concepita come un diritto per le persone non pericolose. Questo diritto, però, non può valore per quelle pericolose”. Un equilibrio delicato da trovare. Scommessa persa? “Il modello dev’essere ragionato, servono scelte organizzative ponderate per il bene e l’interesse di tutti. I detenuti devono stare in un luogo di civiltà e di sicurezza. Anche per loro”. La situazione attuale è di caos. Chi ne trae vantaggio? “La criminalità organizzata che ha colmato lo spazio che lo Stato, per qualche ragione, non è stato più in grado di occupare. Ecco perché oggi abbiamo carceri in mano alla mafia, carceri che diventano piazze di spaccio, carceri che consentono l’introduzione di droga, telefonini e armi, in cui ci si divide il territorio”. Le dinamiche criminali esterne si riproducono anche all’interno. “Anche la prevalenza dei gruppi organizzati ai danni di chi è più debole, magari più giovane, con un ruolo minore. Chi non è un capo, viene sottomesso alle nuove regole. Che non sono le regole dello Stato, ma di chi ha occupato quello spazio vuoto”. I cellulari in carcere sono diffusissimi e spesso sono a disposizione anche di chi è in isolamento. Colpa di pochi controlli? “È successo anche che un uomo, arrestato per aver picchiato la moglie sino a costringerla in un letto di ospedale, sia riuscito a chiamarla dall’isolamento. Questo significa che dentro il carcere c’è un’organizzazione pronta a fornire un cellulare a chiunque entri. Sottolineo che il carcere è l’espressione più forte dello Stato e se perde la sua funzione, allora la perde anche lo Stato”. Permessi e salvacondotti diventano un’opportunità per i boss detenuti al 41bis. È colpa del tribunale di sorveglianza che concede benefici con troppa leggerezza? “Il tribunale di sorveglianza si occupa solo dell’ultimo tratto. E concede quello che le norme consentono. Le leggi chi le fa?” La maggioranza di governo sostiene che sia responsabilità dei magistrati. “Chi ha una responsabilità complessiva non può scaricare tutta la colpa su chi si occupa semplicemente di un tratto del percorso. E la mia, mi creda, non è una difesa corporativa. Anche i magistrati sbagliano. Ma dobbiamo guardare tutti al sistema nella sua complessità”. Benefici e permessi vengono concessi con eccessiva superficialità? “Qualche giorno fa è stata varata una legge, che non è passata in nessun dibattito pubblico: prevede che chi commette un reato per cui è prevista una pena sino a otto anni ed è tossicodipendente possa uscire dal carcere. Anche se appartiene a un’associazione mafiosa. Risultare tossicodipendente è una cosa semplice, così come fingere di fare un percorso riabilitativo”. Il tema è connesso anche alla diminuzione del numero di persone che scelgono di collaborare con la giustizia? “Collaborare non è più conveniente. Si affronta un percorso lungo, complesso, per poi ottenere gli stessi benefici di chi non ha collaborato. C’è un indebolimento globale del sistema della prevenzione. Tutto è collegato. Temo, però, che questi problemi non siano stati compresi nella loro complessità nemmeno da chi, in questi anni, si è succeduto ai vertici del Ministero”. C’è chi scarica la responsabilità sulle scelte della Corte Costituzionale e della Cedu... “Siamo presenti negli organismi internazionali, ma dobbiamo far sentire la nostra voce. E non dimentichiamo che le pronunce vanno inserite nel contesto italiano”. Sulle carceri si sono susseguite promesse. Slogan populisti? “Purtroppo, anche di fronte a fatti gravi, invece di rispondere in termini di efficienza costruita all’interno di un perimetro di regole, civiltà e speranza per i detenuti, si risponde con apparente intransigenza e condanna morale. Come se lavorare per una pena civile fosse in contrasto con un carcere sicuro, mentre nei fatti c’è un’incapacità di intervenire sul piano penale. La retorica delle parole, mentre la realtà dice tutt’altro”. Il nuovo impegno del Governo per il reinserimento dei detenuti di Giuseppe Muolo Avvenire, 14 ottobre 2026 Superare la logica della sola pena detentiva per costruire un modello strutturato di reinserimento nella comunità. E abbattere così i tassi di recidiva. È l’obiettivo del Piano del Ministero della Giustizia per l’inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a misura penale. I primi risultati del progetto, inquadrato nel programma nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-2027, sono stati presentati ieri mattina a Palazzo Madama in un convegno organizzato su iniziativa della senatrice della Lega Erika Stefani. Dei 280 milioni di fondi europei programmati, 260 (il 93%) sono stati impegnati. Risorse che nel complesso coinvolgono 2.919 detenuti e 800 minori e giovani adulti. Sessanta i progetti promossi in diciannove regioni. Tra le novità, lo sviluppo della Piattaforma informatica delle competenze del detenuto, un ecosistema digitale interamente coperto dai fondi per 4,94 milioni di euro che permetterà di tracciare le qualifiche delle persone in entrata e in uscita, rendendo i profili pronti per il reinserimento direttamente consultabili dalle aziende. A questo si aggiungono i fondi già stanziati nelle Regioni. In primo luogo, sono stati già impegnati oltre 144 milioni di euro per gli istituti penitenziari, divisi tra percorsi lavorativi e formativi per i detenuti - con un focus su settori come l’economia verde e l’agricoltura - e la riqualificazione e adeguamento impiantistico degli spazi in novanta carceri. Sul fronte esterno, sono attivi invece quasi 74 milioni di euro destinati a reti territoriali per accompagnare chi sta scontando la propria pena fuori dal carcere. Infine, il piano è pensato anche per i minori e i giovani adulti: grazie alla recente selezione di 62 Enti del Terzo Settore, 800 ragazzi in misura penale o in uscita da comunità saranno affiancati da uno specifico “Tutor per l’autonomia”. Una figura dedicata che seguirà ciascun giovane dall’inizio alla fine del percorso, costruendo un piano personalizzato di formazione, orientamento lavorativo e reinserimento sociale per accompagnarli verso una vita autonoma fuori dal circuito criminale. Per il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, “la certezza della pena non deve mai essere disgiunta dalla sua funzione rieducativa. Con il piano, che è in fase embrionale - ha spiegato -, stiamo gettando le basi per un nuovo modello italiano dell’esecuzione penale. Utilizzando con efficienza le risorse europee, vogliamo costruire percorsi a trecentosessanta gradi che uniscano formazione, acquisizione di competenze e integrazione socio-lavorativa”. L’obiettivo è “restituire dignità alle persone, offrendo loro una reale seconda chance e garantendo, attraverso l’abbattimento della recidiva, maggiore sicurezza a tutta la collettività”. Gli ha fatto eco il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, secondo cui il cuore del progetto è “mettere al centro la persona”. Si tratta, ha spiegato, di un piano “che vuole ridurre la recidiva e permettere alle persone di essere libere fino in fondo. Il 98% di chi impara un mestiere poi non delinque più”. Così, ha rimarcato, “si costruisce sicurezza”. Anche per il capo dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, Antonio Sangermano, la pena deve essere finalizzata a “lasciare una prospettiva senza disumanizzare”, favorendo “un approccio multidisciplinare alle problematiche e lavorando sulla responsabilità”. Scettica l’associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di garantire diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario. “Anche in passato abbiamo sentito promesse di piani contro la recidiva tramite il lavoro”, commenta il presidente, Patrizio Gonnella. “Monitoreremo quello che accadrà”, aggiunge, ponendo però l’accento sulla situazione del carcere in Italia. “Mai il sistema penitenziario era stato in una crisi come quella attuale. Negli ultimi quattro anni si è investito solo in funzione del controllo e non sugli strumenti socioeducativi. Speriamo che questo Governo si sia reso conto finalmente che non si può puntare tutto sulla sicurezza”. Sulla stessa linea la coordinatrice nazionale di Antigone, Susanna Marietti. “Mi sembra un’attenzione di tipo schizofrenico - sottolinea -. Con una mano si continua a violare diritti e creare un carcere sempre più chiuso e con l’altra si organizzano convegni patinati al Senato per dire che il Governo è attento alla reintegrazione sociale”. Inoltre, aggiunge, si tratta per adesso di un numero “irrisorio” di persone coinvolte rispetto al totale. Secondo gli ultimi dati statistici, sono circa 66 mila i detenuti negli istituti penitenziari e 17.027 i minori e i giovani adulti in carico al sistema di giustizia minorile. Mentre gli uffici di esecuzione penale esterna hanno attualmente in carico ben 143.027 persone. Di queste, oltre 101 mila sono affidate per misure alternative. Già impegnati oltre 260 milioni di fondi europei per il reinserimento dei detenuti di Pietro Menzani Il Sole 24 Ore, 14 ottobre 2026 Si tratta del 93% dei 280,30 milioni programmati. L’obiettivo del ministero della Giustizia è superare la logica della pena detentiva come unica soluzione e abbattere i tassi di recidiva. Costruire un modello strutturato di reinserimento nella società superando la logica del carcere come unico orizzonte per rispondere alla criminalità. È l’obiettivo che si pone il progetto del ministero della Giustizia per promuovere l’inclusione socio-lavorativa dei detenuti, inquadrato nel Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-2027. I risultati dei lavori sono stati presentati a Palazzo Madama nel corso dell’evento “Una Giustizia più inclusiva. Il nuovo modello italiano per l’esecuzione penale”: 260,14 milioni di euro dei 280,30 programmati (il 93% del totale) risultano oggi già impegnati. A chi si rivolge il piano - Il progetto, come ha spiegato il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, mira a “restituire dignità alle persone, offrendo loro una reale seconda chance e garantendo, attraverso l’abbattimento della recidiva, maggiore sicurezza a tutta la collettività”. Secondo Sisto, infatti, “la certezza della pena non deve mai essere disgiunta dalla sua funzione rieducativa”. Ed è proprio in quest’ottica che è stato pensato il piano “Una Giustizia più inclusiva”, con l’idea di dare vita a un “nuovo modello italiano dell’esecuzione penale”. Il progetto si muove su due binari paralleli: il potenziamento e la valorizzazione delle misure di comunità e gli interventi all’interno degli istituti. Gli interventi del ministero della Giustizia riguardano quindi sia chi è detenuto in carcere sia la vasta platea di chi sta scontando la pena tramite misure alternative, operando in modo sinergico sull’intero perimetro del sistema. Il problema, infatti, non si ferma agli istituti penitenziari. Se qui sono detenute 65.661 persone, altre 143.027 sono in carico agli Uffici di esecuzione penale. Di queste, oltre 101mila sono affidate per misure alternative, mentre le restanti per indagini e consulenze. Per quanto riguarda gli istituti penitenziari sono stati già impegnati oltre 144 milioni di euro. Parte dei fondi è stata dedicata a percorsi lavorativi e formativi per i detenuti, con particolare attenzione all’economia verde e all’agricoltura, mentre il resto è stato impiegato per la riqualificazione e l’adeguamento impiantistico di 90 carceri. Sul fronte esterno, invece, sono attivi quasi 74 milioni di euro destinati a reti territoriali pensate per accompagnare chi sta scontando la propria pena fuori dal carcere. I progetti per i giovani - Grande attenzione è rivolta anche a minori e giovani adulti. Il ministero della Giustizia annuncia infatti che, grazie alla recente selezione di 62 Enti del terzo settore, 800 ragazzi in misura penale o in uscita da comunità saranno affiancati da un Tutor per l’autonomia. Queste figure seguiranno ciascun giovane per tutta la durata del percorso, costruendo un piano personalizzato di formazione, orientamento lavorativo e reinserimento sociale per accompagnarli verso una vita autonoma fuori dal circuito criminale. La Piattaforma delle competenze - Sul piano pratico, il ministero della Giustizia mira ad agevolare l’incontro con il mondo del lavoro. Infatti, una parte fondamentale del progetto riguarda proprio l’inserimento professionale dei detenuti. “È un progetto di qualità - ha affermato la senatrice della Lega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia - che parla davvero di inclusione sociale perché passa attraverso il lavoro, come possibilità concreta di avere una nuova vita e di uscire da un modo di essere criminale. Significa dare a chi ha sbagliato, a chi è stato condannato, la possibilità di una seconda vita attraverso strumenti nuovi che mettono a sistema quello che già esiste”. Tra le altre iniziative, il progetto prevede infatti anche lo sviluppo della Piattaforma informatica delle competenze del detenuto. Si tratta di un ecosistema digitale interamente coperto da fondi per 4,94 milioni di euro che permetterà di tracciare le qualifiche delle persone in entrata e in uscita, rendendo i profili pronti per il reinserimento direttamente consultabili dalle aziende. “I dati - ha concluso il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari - ci indicano che il 98% di chi impara un mestiere e completa il proprio percorso non torna a delinquere. È su questa strada che vogliamo investire, con risorse, strumenti e obiettivi precisi. La pena va scontata, le regole vanno rispettate. Ma dobbiamo anche impedire che chi esce dal carcere torni a commettere reati. Perché ridurre la recidiva significa prevenire nuovi crimini e garantire maggiore sicurezza ai cittadini”. È tempo di riaprire il cantiere delle riforme sulla giustizia di Antonio Bargone Il Riformista, 14 ottobre 2026 A distanza di oltre mezzo anno dal voto referendario sulla riforma della giustizia, il panorama politico offre uno spettacolo sconcertante: il totale immobilismo. Il fronte del Sì, travolto dalla sconfitta, pare aver smobilitato ogni iniziativa rassegnandosi alla paralisi. Dall’altra parte, il fronte del No, che si era eretto a baluardo della Costituzione e del giusto processo promettendo proposte di tempestivi interventi con leggi ordinarie, ha finito per accantonare il tema, archiviandolo tra i ricordi della campagna referendaria e alimentando la convinzione che il No avesse solo una valenza politica (contro il governo) e avesse colpevolmente ignorato il merito del problema sottoposto a referendum. Nel frattempo la realtà del Paese non è cambiata. Anzi, se è possibile, le criticità del sistema si sono accentuate. La vittoria del No è stata percepita da settori della magistratura come una cambiale in bianco, legittimando inchieste spesso invasive ed esorbitanti il perimetro costituzionale. Quando una Procura arriva a considerare un investimento pubblicitario come un’ipotesi di corruzione, di fatto sconfinando nelle scelte editoriali di un quotidiano e pretendendo di dettare la linea dei titoli del giornale, si varca un confine pericoloso tra controllo di legalità e ingerenza di ordine politico-culturale. A pagare il prezzo di questo squilibrio tra i poteri sono sempre i cittadini e la comunità democratica. I casi recenti, come la tardiva assoluzione del sindaco di Caserta dopo tanti anni di calvario o le troppe persone private della libertà per reati non commessi, testimoniano una ferita ancora aperta. Un avviso di garanzia o un provvedimento di custodia cautelare continuano a trasformarsi, a livello mediatico e sociale, in una vera e propria condanna preventiva. Quando, dopo un decennio o anche più, sopraggiunge l’assoluzione, la vita della persona è già stata distrutta: carriere stroncate, reputazione azzerata, affetti travolti, danni morali e materiali incalcolabili e irrisarcibili. Il nodo di fondo risiede nella persistente supremazia del potere giudiziario sulle garanzie individuali. Nonostante il passaggio al codice Vassalli e il formale recepimento del giusto processo, l’eredità dell’impostazione inquisitoria di marca fascista non è stata superata. Per uscire da questo stallo servono interventi di civiltà giuridica non più procrastinabili. A partire dalla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che punti a scardinare il giogo delle correnti che condiziona la nomina e l’organizzazione interna. È indispensabile separare la gestione delle carriere dal controllo disciplinare, affidando quest’ultimo, o quantomeno la sua valutazione, a soggetti terzi ed esterni alle logiche corporative. La terzietà delle valutazioni è la prima garanzia per i cittadini e per gli stessi magistrati indipendenti. Poi c’è la revisione delle tutele del Codice Penale: è necessario porre argine all’uso distorto delle informazioni di garanzia e delle misure cautelari. L’avviso di garanzia deve tornare a essere ciò per cui era stato concepito: un atto a tutela dell’indagato, non un marchio d’infamia o una sentenza anticipata trasmessa a reti unificate. Inoltre bisogna intervenire sull’eccessiva durata dei processi, la cui biblica lunghezza costituisce di per sé una condanna. Senza dimenticare la parità effettiva tra accusa e difesa: la terzietà del giudice deve diventare un principio sostanziale e tangibile, affinché il cittadino non si trovi a combattere in una arena in cui la pubblica accusa goda di una posizione di privilegio culturale e organico rispetto al difensore. È troppo sperare che la sinistra si riprenda questa battaglia che è stata sua per anni e ne faccia un elemento decisivo del suo programma elettorale se e quando si scriverà? Sono proposte che non vogliono alimentare uno scontro ideologico o cedere ad animosità contro la magistratura ma, al contrario, vogliono difendere i pilastri dello Stato di diritto e della democrazia. È tempo che la politica, senza la timidezza di toccare santuari, si riappropri della sua funzione legislativa senza farsi condizionare da posizioni corporative per restituire al Paese una giustizia equa, trasparente e umana: una giustizia “giusta”. Abuso d’ufficio, la “minaccia” 5S arriva al Senato di Errico Novi Il Dubbio, 14 ottobre 2026 Al Senato, il ministro per gli Affari europei e le Politiche di Coesione Tommaso Foti ha depositato un documento. Potremmo definirlo il “Pnrr del futuro”, sebbene non si tratti di una nuova fase di investimenti finanziati dall’Europa. È la “Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue”. Accompagna il ddl di delegazione europea 2026, all’esame della commissione Giustizia, introdotto ieri dalla relazione di Pierantonio Zanettin, capogruppo di FI nell’organismo presieduto da Giulia Bongiorno. La “Relazione programmatica” presentata da Foti a Palazzo Madama descrive le strategie future dei Ventisette, in tutti i settori della vita e della politica eurounitarie. Vi compare anche la giustizia. E in particolare la corruzione. Al dossier 72, intitolato “Lotta contro la corruzione nella quale sono coinvolti funzionari della Comunità europea o degli Stati membri”, si cita la direttiva Anticorruzione che Bruxelles dovrà adottare entro fine anno. Si tratta ormai di pochi mesi, settimane. In gioco ci sono scelte della Commissione europea che potrebbero incidere direttamente sulla campagna elettorale italiana. È nell’ambito della strategia anticorruzione, infatti, che il Campo largo spinge perché la Commissione di Bruxelles adotti, con la versione finale della direttiva, un “approccio massimalista”. Parole testuali contenute in una risoluzione “spinta” in particolare dal M5S al Parlamento di Strasburgo la scorsa settimana, e approvata dall’Eurocamera.Come riferito dal Fatto quotidiano e da questo giornale, la delegazione pentastellata all’Europarlamento, con Giuseppe Antoci in prima linea, è convinta che la nuova risoluzione impegni Bruxelles a imporre, di fatto, ai paesi membri, cioè anche all’Italia, la reintroduzione dell’abuso d’ufficio. Come riferito nell’articolo firmato su queste pagine da Valentina Stella sabato scorso, i 5S sono certi di poter mettere il guardasigilli Carlo Nordio con le spalle al muro. Ma da via Arenula, si fa notare che la partita sull’abuso d’ufficio è chiusa. Che l’articolo 7 della “proposta di direttiva” prevede di “adottare le misure legislative e le altre misure necessarie per conferire il carattere di illecito penale alla corruzione, all’appropriazione indebita e al riciclaggio di denaro e di esaminare l’adozione di misure legislative o altre misure necessarie per conferire il carattere di illecito penale ad altri atti (quali l’abuso di ufficio, il traffico d’influenze e l’arricchimento senza causa)”. Nessun rischio, in teoria. Ma nel periodo successivo il testo concordato fin qui dai Ventisette lascia aperto uno spiraglio: “In linea con gli impegni contenuti nella dichiarazione politica adottata in occasione della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la corruzione del 2021, l’Ue dovrebbe, per quanto possibile, andare oltre i requisiti minimi” definiti in sede Onu, e “stabilire misure supplementari per prevenire e combattere la corruzione”. Si tratta di una proposta, non della direttiva nella sua versione finale. Certo, gli impegni assunti da Bruxelles con Nordio nel cosiddetto trilogo, nella consultazione definitiva fra le istituzioni europee, dovrebbe escludere sorprese. Nella “Relazione” di Foti sulla partecipazione dell’Italia all’Ue, i dettagli non sono ribaditi: ci si limita a scrivere che “il Governo continua a lavorare con l’obiettivo di preservare i risultati raggiunti con l’orientamento generale e di migliorare ulteriormente il testo, contribuendo così all’adozione di uno strumento ambizioso ed efficace”. Nel rigo finale del dossier 72 dedicato, nel testo del ministro alle Politiche Ue, alla corruzione, si ricorda inoltre che il “risultato atteso” è la “conclusone del negoziato” entro il 2026. Tutto come previsto. Ma la risoluzione parlamentare sollecitata e fatta passare dai 5S a Strasburgo è un atto politico che non mancherà di impensierire la maggioranza. Si dovrà stare allerta fino alla fine.Oggi la commissione Giustizia del Senato potrebbe esaminare ancora la legge di delegazione europea per il 2026 (un testo di delega, come sempre per questo genere di provvedimenti) e consentire al Campo largo di avviare anche la discussione sullo scomparso articolo 323 del codice penale. Ne è cosciente Zanettin, relatore di maggioranza della legge. Ma le polemiche parlamentari stanno azero. Conta il testo finale che la Commissione Ue dovrà adottare entro dicembre. Non dovrebbero esserci sorprese. Se però la spinta della “risoluzione Antoci” sconvolgesse gli equilibri, per l’Esecutivo di Giorgia Meloni si annuncerebbe l’accusa di un nuovo flop sulla giustizia, proprio su quell’abuso d’ufficio la cui abolizione è tra i migliori risultati del mandato di Nordio. Non esattamente un balsamo per una campagna elettorale già minacciata dalle probabili censure della Consulta sul nuovo sistema di voto. Presentarsi con troppe misure impallinate dal giudice delle leggi o dall’Ue è una prospettiva per nulla gradita al centrodestra. Già la vittoria del No sulle carriere separate ha impresso un segno negativo non facile da rimuovere. Mai come stavolta, i rapporti con Bruxelles e gli alleati Ue saranno decisivi, Sia per la flessibilità di bilancio, sia per evitare di prendere gol in contropiede, proprio in zona Cesarini, sulla giustizia. Patrocinio infedele, la Cassazione penale amplia il concetto di danno di Pietro Alessio Palumbo Il Sole 24 Ore, 14 ottobre 2026 Non viene valutato il solo nocumento di carattere patrimoniale, ma l’infedeltà della prestazione che ha impedito al cliente una consapevole scelta processuale o anche solo un ritardo processuale senza dover provare che l’esito sarebbe stato diverso. La Corte di cassazione - con la sentenza n. 32866/2026 - ha chiarito che il patrocinio infedele non richiede che il difensore agisca con lo scopo specifico di danneggiare l’assistito, ma esige la coscienza e volontà di una condotta contraria ai doveri professionali e, soprattutto, un nocumento causalmente collegato a quella violazione. Il pregiudizio che è danno - Il pregiudizio non coincide necessariamente con una perdita economica né con l’esito sfavorevole del processo: può consistere anche nella perdita di una concreta possibilità, nella mancata fruizione di una facoltà processuale o nella privazione di un vantaggio che un corretto esercizio della difesa avrebbe potuto assicurare. Inoltre, il nocumento può derivare anche dal concorso di altre cause, purché la condotta infedele abbia avuto un’effettiva incidenza causale. Il principio amplia la lettura concreta della responsabilità penale del difensore, che può riguardare anche omissioni e comportamenti informativi quando privino l’assistito di una possibilità di tutelarsi. Il caso deciso - La vicenda riguarda un difensore incaricato di assistere due persone coinvolte in un procedimento penale per abuso edilizio. Il professionista aveva proposto opposizione a un decreto penale confidando nell’imminente rilascio di una sanatoria e aveva rassicurato gli assistiti sull’andamento della causa. Dopo la prima udienza non aveva più partecipato al dibattimento, non aveva depositato la lista testimoniale e non aveva comunicato tempestivamente l’esito del processo. Gli assistiti avevano appreso della condanna soltanto attraverso la successiva notifica dell’ordine di esecuzione della pena. Il giudice di merito aveva ritenuto provati sia la consapevole violazione dei doveri professionali sia il nocumento, individuato anche nella perdita della possibilità di valutare tempestivamente un’impugnazione. Il ricorso contestava, tra l’altro, l’assenza di dolo e di un nesso causale tra la condotta del difensore e il pregiudizio. Il perimetro della rilevanza penale - La decisione lega responsabilità, informazione e tutela concreta. La portata innovativa della decisione emerge soprattutto dalla netta distinzione tra il cattivo esercizio della professione, rilevante sul piano deontologico o civile, e quella particolare forma di infedeltà che assume rilievo penale. La Cassazione non trasforma ogni errore professionale in reato. Al contrario, pretende la prova di due elementi strettamente collegati: una condotta consapevolmente contraria ai doveri propri del patrocinio e un nocumento effettivo per la parte assistita. È proprio il secondo elemento a impedire che la fattispecie venga dilatata fino a comprendere qualsiasi negligenza. Il passaggio più significativo riguarda la nozione di nocumento. La Corte la interpreta in senso sostanziale, non limitandola alla perdita patrimoniale. Il pregiudizio può consistere nella mancata acquisizione di un bene, di un beneficio o di una utilità che l’assistito avrebbe potuto ottenere attraverso un’attività professionale corretta. Può riguardare anche una fase intermedia del procedimento, una scadenza, una facoltà processuale o una possibilità concreta di ottenere un risultato migliore. In questa prospettiva, la tutela penale non protegge soltanto il patrimonio dell’assistito, ma anche l’effettività della sua posizione processuale. È qui che la sentenza introduce una prospettiva particolarmente attuale. Un difensore può arrecare un pregiudizio non soltanto quando determina direttamente una decisione sfavorevole, ma anche quando, con il proprio comportamento, impedisce al cliente di scegliere consapevolmente come reagire a una situazione processuale. L’informazione diventa allora parte sostanziale della prestazione difensiva. Non comunicare una condanna, non segnalare tempestivamente una scadenza o non mettere l’assistito nelle condizioni di valutare un’impugnazione può tradursi in una perdita concreta di opportunità, anche se non è possibile affermare che una diversa scelta avrebbe certamente prodotto una vittoria. Perdita di chance anche senza certezza del risultato - La decisione della Suprema Corte valorizza infatti la differenza tra certezza del risultato e perdita di una chance concreta. Per configurare il nocumento non occorre dimostrare che l’attività corretta del difensore avrebbe sicuramente modificato l’esito finale del processo. È sufficiente, quando ne ricorrano i presupposti, dimostrare che la condotta abbia fatto perdere una reale possibilità di esercitare un diritto, ottenere un vantaggio o assumere una scelta processuale informata. Il danno, in questa prospettiva, è già nella sottrazione della possibilità concreta, non necessariamente nel mancato conseguimento certo del risultato sperato. Un ulteriore elemento di rilievo è il rapporto tra nocumento e concause. La Cassazione esclude che la violazione dei doveri professionali debba essere l’unica causa del pregiudizio. Possono concorrere altri fattori, anche autonomi, senza spezzare necessariamente il rapporto causale. Ciò evita due opposti rischi: da un lato, considerare penalmente irrilevante una condotta infedele solo perché il processo avrebbe potuto avere comunque un esito negativo; dall’altro, attribuire automaticamente al difensore ogni conseguenza sfavorevole verificatasi durante il procedimento. Nel caso concreto, la Corte ha ritenuto significativo non soltanto il mancato svolgimento di attività processuali, ma anche il comportamento successivo del professionista. Dopo aver avuto contezza della celebrazione dell’udienza senza la propria partecipazione, egli aveva proseguito nella condotta omissiva, senza informare gli assistiti dell’effettivo andamento del processo. Le rassicurazioni precedenti e le informazioni fuorvianti sull’andamento della causa hanno quindi assunto un peso autonomo nella ricostruzione della consapevolezza della violazione. Il principio assume particolare rilievo perché mette al centro non il risultato astratto del processo, ma la concreta protezione dell’interesse dell’assistito lungo tutto il percorso giudiziario. La tutela riguarda anche le scelte che l’assistito deve poter compiere nel merito. Piemonte. “In carcere la pena è diventata vendetta” di Giulia Ricci La Stampa, 14 ottobre 2026 La denuncia dei sindacati e le parole del presidente delle Camere penali Capra: “Alcuni spazi vanno chiusi”. Ci sono i numeri: un tasso di affollamento del 125%, oltre un detenuto su tre con un disagio psichiatrico, un solo educatore ogni 100 persone in carcere, 621 agenti di polizia penitenziaria mancanti, turni che arrivano anche alle 36 ore di seguito, 62 aggressioni in un anno solo al Lorusso e Cutugno, 5 suicidi in un solo mese. Poi, ci sono i fatti: corsi di formazione cancellati per mancanza di personale a Vercelli, quattro giorni di disordini consecutivi ad Alessandria, infiltrazioni e temperature estreme ad Asti, le cimici dei letti e i topi a Torino. Decine le aggressioni, gli atti di autolesionismo, i tentativi di togliersi la vita. A soffrire, la polizia penitenziaria sotto organico e i detenuti privati della loro dignità. Lo dice con parole dure il presidente delle Camere Penali, Roberto Capra: “Abbiamo creato un sistema di pena che è, sostanzialmente, vendetta. Qualsiasi azienda con quelle condizioni sarebbe chiusa da 10 anni, qualsiasi alloggio sarebbe dichiarato inagibile. Il carcere del capoluogo, in alcune sue parti, va chiuso: punto e basta”. L’ultimo caso - Queste parole arrivano durante una lunga assemblea aperta in Consiglio regionale sulla situazione degli istituti penitenziari in Piemonte. La giornata è iniziata con la denuncia dell’Osapp, il sindacato autonomo degli agenti, su un incendio divampato lunedì 12 ottobre alle 15,30 nel reparto dedicato alle persone con problemi di salute mentale, al Lorusso e Cutugno. Quattro gli agenti intossicati e portati in ospedale; la causa, gli effetti personali dati alle fiamme da un detenuto: “Sembra che la manichetta antincendio non abbia funzionato: abbiamo rischiato una strage” ha dichiarato in Aula il vicesegretario regionale, Gerardo Romano. Che ha aggiunto: “I nostri lavoratori non possono fare 20 ore consecutive, ma questo lo diciamo da tempo e non cambia nulla. Venite a vedere a Torino: ci sono topi, ratti, cimici, scarafaggi”. Le cimici dei letti, grosse e marroni, le porta la capogruppo di Avs Alice Ravinale in Aula per mostrarle agli altri eletti: “Le abbiamo prese dall’ultimo sopralluogo. Una vera tortura per i detenuti, che va avanti da mesi perché i materassi non vengono sostituiti e le disinfestazioni sono inefficaci”. I turni massacranti - Vicente Santilli del Sappe chiede “i taser anche per la penitenziaria, come approvato in Lombardia”, Raffaele Tuttolomondo del Sinappe sottolinea “le 120 ore di straordinario” solo a settembre, e denuncia anche “36 ore lavorative senza un giorno di riposo, con turni di 12 fino a 18 ore”, Luciano Giglio dell’Uspp fa un focus sulla “gestione dei detenuti con disturbi psichiatrici”; bene la chiusura dei vecchi ospedali ad hoc, ma ad oggi nelle carceri “manca un’assistenza sanitaria adeguata. Detenuti malati - Gli agenti non possono sostituirsi a medici e infermieri. Noi meritiamo sicurezza, loro dignità”. Oltre una persona detenuta su tre soffre di problemi psichiatrici, il 40% in Piemonte utilizza psicofarmaci. Come racconta Massimiliano Rossato della Ugl, “ogni giorno negli istituti più grandi almeno un recluso viene mandato in ospedale”. Ma, come già raccontato su La Stampa, il settore “Salute mentale e penitenziaria”, aperto l’anno scorso, non ha ancora un dirigente e ha un solo funzionario. E infatti Nazareno Arigò della Uil è secco: “Tre anni fa parlavamo di carenza di specialisti per l’assistenza psichiatrica, ad oggi non è cambiato niente”. Assistenza sanitaria carente - A Torino c’è una sola unità infermieristica per i nuovi ingressi, che viene spostata di sezione in sezione. Il consigliere comunale dem Claudio Cerrato ricorda come “nel reparto detenuti delle Molinette dovrebbero essere in servizio 35 agenti, ce ne sono invece 14 che operano su tre turni”. Sara Comoglio della Fp Cgil definisce ormai il carcere “un luogo patogeno di per sé. Per gli spazi ristretti, spesso fatiscenti, letteralmente ardenti quest’estate. La mancanza di un’adeguata offerta formativa, lavorativa e culturale, dove il tempo della pena diventa frustrante e alimenta tensioni e recidive. Pretendiamo risposte dalle istituzioni”. Una doppia condanna in cella - Al Lorusso e Cotugno ci sono 937 stanze, di cui 21 non agibili. Di queste, solo 14 hanno la doccia, 90 il bidet, 903 la presa elettrica. C’è solo una stanza con l’attrezzatura adatta per chi è portatore di handicap. “Il sistema è al collasso - aggiunge il presidente delle Camere Penali Capra, nel suo intervento -, abbiamo quattro processi in cui viene contestato il reato di tortura. Ecco perché il carcere di Torino in alcune sue parti va chiuso: mentre aspettiamo i denari per metterlo a posto, stiamo violando la dignità delle persone sotto la mia, la vostra custodia. Torino ha una serie di possibili investimenti che da anni non vengono praticati”. E aggiunge un tema: “Troviamo le risorse per sistemare i tanti alloggi non occupati, perché molti detenuti non possono accedere a misure alternative in quanto senza casa. Lavoriamo sulla formazione, sul lavoro. E aggiungo: accanto alle carceri c’è anche il Cpr, perché non saprei come chiamare un luogo dove persone stanno dietro sbarre alte 20 metri, in condizioni per certi versi deteriori, e che non hanno commesso reati”. L’alternativa alla prigione - Misure alternative, si diceva. Ma come denuncia la Garante regionale dei detenuti, Monica Formaiano, le persone in carcere “che fanno istanza, denunciano tempi di attesa lunghissimi”. Sul reinserimento lavorativo e sociale, l’assessore Maurizio Marrone ricorda un investimento di 2, 5 milioni, il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Mario Antonio Galati racconta di “54 tra cooperative e imprese che operano nelle carceri, 27 delle quali hanno chiesto di accedere agli sgravi fiscali per 500 mila euro per il 2027”. Liguria. Mamma o papà sono in carcere, un aiuto per i bimbi con “Semina dei sogni” di Alessandra Rossi Il Secolo XIX, 14 ottobre 2026 Attività nei penitenziari e sensibilizzazione nelle scuole: il progetto compie sei mesi e traccia un primo bilancio. Un piccolo sasso tocca la superficie dell’acqua in un punto esatto. Da lì, cerchi concentrici si allargano progressivamente, arrivando a smuovere sponde più lontane. Così ha fatto la “Semina dei Sogni”: è diventata una pietra rimbalzata nelle acque troppo spesso stagnanti di molte delle carceri liguri. Nato sedici mesi fa sulla scia de “La Barchetta dei Piccoli Capitani”, la “Semina dei Sogni” rientra nel progetto Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e si pone l’obiettivo di realizzare modelli di intervento per trasformare la relazione tra famiglie, carceri e territorio. Come? Mettendo al centro il o la minore. Il progetto proseguirà fino a luglio 2028, ma oggi traccia un primo bilancio, mettendo a disposizione in due seminari - il 9 ottobre e il 6 novembre - ciò che sta emergendo sul campo, aprendo una riflessione con istituzioni, sistema penitenziario, operatori e comunità. “Uno dei nodi più delicati che affrontiamo è quello della verità. Per molti genitori spiegare ai figli che il padre o la madre è in carcere rappresenta una difficoltà enorme, che spesso non riescono a gestire da soli - spiega Elisabetta Corbucci, coordinatrice della Semina dei Sogni e responsabile del Cerchio delle Relazioni, realtà capofila del progetto -. Talvolta le spiegazioni date ai bambini erano diventate insostenibili, al punto che alcuni iniziavano a dubitare che il genitore fosse in buona salute. È qui che la rete dimostra il proprio valore: mettendo insieme competenze e sensibilità diverse, siamo riusciti ad accompagnare madri e padri, aiutandoli a trovare parole e strumenti per ricostruire un rapporto fondato sulla verità”. Da qui il lavoro su due dimensioni strettamente connesse: quella interna al carcere e quella esterna. Il bambino, il genitore detenuto, la famiglia fuori, la scuola, gli educatori, i servizi e il territorio diventano parti dello stesso percorso. E dopo i primi sedici mesi, i numeri iniziano a dare una dimensione concreta del lavoro realizzato. Con oltre 500 incontri, sono stati 77 i genitori detenuti presi in carico individualmente, genitori di 159 bambini complessivamente. In questo percorso, la Semina dei Sogni ha abbracciato anche genitori non detenuti di 36 bambini, con 350 incontri. Il progetto ha coinvolto inoltre 370 ragazzi nelle scuole, mentre sono stati 43 quelli seguiti con colloqui individuali. Lo Spazio Barchetta, nel carcere di Marassi, ha ospitato attività che hanno registrato 3. 893 presenze. Coinvolti nella formazione 79 insegnanti ed educatori. Numeri che segnano nero su bianco come il progetto cerca, incontro dopo incontro, di coprire la distanza fisica ed emotiva tra un genitore detenuto e un figlio che prova a farsi strada nella vita, sfidando anche stigma sociale e solitudine. Altro dato significativo è il numero dei minori coinvolti direttamente o indirettamente nel percorso: sono 1.176. “La nostra ambizione - conclude Corbucci - è trasformare questo percorso in un metodo strutturato”. Un piccolo sasso, capace di increspare l’acqua stagnante, fino a sponde lontane. Firenze. Carcere di Sollicciano, l’appello del Garante: basta slogan di Antonella Mollica Corriere Fiorentino, 14 ottobre 2026 Buttare giù Sollicciano per rifarlo completamente? “Una proposta irrealizzabile. Cerchiamo invece di lavorare su quello che c’è. Basta con queste espressioni allarmate e inconcludenti”. Il garante per i detenuti del Comune di Firenze Giancarlo Parissi, all’indomani delle dichiarazioni della sindaca Sara Funaro sul carcere fiorentino che “è peggio delle carceri brasiliane”, prende carta e penna e lancia un appello: “Se davvero vogliamo fare qualcosa per Sollicciano mettiamoci mano, ognuno per le sue competenze, politiche, sociali, culturali ed economiche della città. Mi rivolgo a tutte le forze politiche, a tutti gli organi di informazione, alle espressioni culturali attive in città, alla scuola, all’università, alle associazioni, ad ogni singolo cittadino che abbia a cuore la dignità della città dove vive e lavora e che lo rappresenta. Di Sollicciano se ne deve occupare la città, è nel suo interesse. Le risorse vanno trovate, una città che ospita due milioni di turisti l’anno deve trovarle. Anche questo forse rimarrà solo un grido d’aiuto fine a se stesso, ma smettiamo di farci bastare gli slogan o il minimo indispensabile perché la situazione appare troppo difficile per essere affrontata. La direzione del carcere fa quello che può ma il grande assente è il Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. È un pachiderma immobile che sembra moribondo”. La proposta di Parissi è quella di un “comitato civico” dedicato a Sollicciano. Anche se, spiega, un comitato già esiste e si dovrà riunire alla fine del mese dopo la pausa estiva e dopo il sequestro della magistratura di sette sezioni. “Il vero problema è che quel carcere, dove sono stipate mille persone, metà detenuti, metà lavoratori, non viene considerato parte della città. Ci vuole più coraggio e gli slogan non servono. Nessuno che dica: fra le questioni importanti riguardanti Firenze c’è il suo penitenziario, a tre chilometri dal centro storico e da milioni di turisti che continuamente visitano ignari (meno male) la culla del Rinascimento”. I detenuti, spiega il garante Parissi, hanno diritto a vivere dignitosamente: “La pena non consiste nel dormire con le cimici, consiste solo nella privazione della libertà. Non è tollerabile avere carceri da terzo mondo. Perché non dobbiamo dimenticare che sotto sequestro sono finite sette sezioni, ma le altre che sono funzionanti sono comunque in condizioni pessime da sempre”. Bolzano. La Garante dei detenuti: “Più assistenza sanitaria” di Chiara Currò Dossi Corriere dell’Alto Adige, 14 ottobre 2026 “Dopo le 20 non c’è più un medico in servizio”. “Il mio compito è garantire i diritti delle persone private della libertà, a partire da quello di ricostruire una vita fuori dal carcere. Uno dei ruoli fondamentali, per me, è l’ascolto. Ed è da qui che è iniziato il mio lavoro: dopo i colloqui con la direzione del carcere, gli agenti di Polizia penitenziaria e le autorità, ho iniziato a parlare con i detenuti”. È così che Alessandra Orlandi, la nuova Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, ha sondato le prime “criticità in ambito sanitario: il medico della struttura è presente fino alle 20, ma se un detenuto si sente male di notte, anche per gli operatori diventa molto difficile riuscire a seguirlo”. Ed è da qui che ha intenzione di iniziare il suo mandato. La figura del garante dei detenuti era stata introdotta nel 2011 dal Comune di Bolzano (la prima fu Franca Berti, l’ultima Elena Dondio, rimossa dall’incarico dall’ex sindaco, Renzo Caramaschi, per la sua candidatura alle elezioni provinciali, e mai sostituita), ma l’iter per la sua individuazione è stato formalizzato con una legge provinciale a maggio di quest’anno. Nominata a luglio dal consiglio provinciale, Orlandi è operativa da settembre e, per consentirle di svolgere al meglio il proprio compito, Comune e Provincia hanno stipulato un accordo di collaborazione al fine di ottimizzare le risorse disponibili. La firma, da parte del presidente del consiglio provinciale Angelo Gennaccaro (affiancato dal suo predecessore, Arnold Schuler) e del sindaco Claudio Corrarati, è avvenuta ieri mattina in via Dante, sotto gli occhi del direttore della casa circondariale, Giovangiuseppe Monti, del comandante della polizia penitenziaria, il commissario capo Emanuele Bleve, e del presidente della Camera penale, Alessandro Tonon. “Da anni si parla di intervenire sul carcere di Bolzano - osserva Gennaccaro. Dopo tanti messaggi illusori su fantomatici spostamenti, la nomina di una garante, istituto che mancava da anni, è un passo concreto in questa direzione”. La collaborazione tra istituzioni, aggiunge Corrarati, “consentirà di coordinare le rispettive competenze e garantire un confronto costante con la realtà penitenziaria, allo scopo di favorire percorsi di responsabilizzazione e offrendo a chi ha scontato la propria pena concrete opportunità di reinserimento nella società”. La nomina di Orlandi, afferma Monti, “è un passaggio che colma una lacuna, e consente di promuovere quel processo di progressiva umanizzazione della pena a cui lavoriamo da sempre. Questo istituto ha attraversato varie difficoltà, ma continuiamo a investire nei percorsi di formazione e nell’offerta trattamentale”. Difficoltà che partono dalla condizione di sovraffollamento della struttura (ad oggi, sono 103 i detenuti presenti, su 88 posti), passando per la carenza di personale (su un organico di 84 unità, ce ne sono circa 60 di operative, compreso il personale degli uffici), senza contare quelle dettate dal fatto di avere una struttura vecchia e fatiscente, costruita a fine Ottocento (anche se di recente interessata da lavori di ristrutturazione del vano docce, della facciata e del cortile esterno). La sfida, per Orlandi, è dunque tutt’altro che semplice. Altoatesina di nascita e trentina di formazione (è laureata in Giurisprudenza all’università di Trento), è stata giudice onorario al tribunale di Bolzano e, dal 2003, lavora nell’ambito della Difesa civica come esperta amministrativa. “Un altro compito molto importante che mi aspetta - spiega - è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica. Per la maggior parte delle persone il carcere è una realtà invisibile, ne sente parlare solo quando succede qualcosa di grave, ma non sa nulla della quotidianità dei detenuti e delle persone che ci lavorano all’interno. Sensibilizzare serve a evitare pregiudizi e capire che queste persone hanno la voglia e il diritto di rifarsi una vita. Una pena, per essere giusta, non deve guardare solo al passato ma anche al futuro, e questo rappresenta una garanzia per la collettività, perché far sì che una persona esca dal carcere migliore di come ci è entrata aiuta tutti a vivere meglio e a evitare recidive”. Ferrara. Oltre 400 detenuti per 243 posti. “Il sistema è più punitivo che riabilitativo” estense.com, 14 ottobre 2026 Oltre 400 detenuti per una capienza regolamentare di 243 posti, carenza di personale, poche opportunità di lavoro e criticità nell’accesso alle cure. È il quadro della Casa circondariale Costantino Satta emerso durante la seduta della 4ª Commissione del Consiglio comunale di Ferrara, dedicata alla situazione dell’istituto e all’attività della garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Manuela Macario. Alla seduta ha partecipato anche la direttrice del carcere, Maria Martone. Macario ha descritto una struttura complessa, con sezioni destinate a categorie diverse di detenuti, e ha richiamato i limiti del sistema penitenziario. “Il sistema carcerario nazionale è più punitivo che educativo e riabilitativo. È un problema di sistema, non soltanto del carcere di Ferrara, che comunque offre diverse attività”. La garante, in carica dal novembre 2024, ha scelto di mantenere un contatto diretto con i detenuti, recandosi in carcere almeno una volta alla settimana. “Ritenevo importante che avessero un contatto con me. Il mio telefono è pubblico: ho fatto una scelta di campo, per far sentire la mia presenza e far capire che c’è qualcuno che è lì per garantire i diritti di tutti”. L’attività si scontra però con i limiti di tempo a disposizione. “Le richieste sono sempre moltissime, non sempre tutte pertinenti, ma meritevoli di ascolto. Per una persona che lavora a tempo pieno come me, non è possibile rispondere a tutto”. Macario ha assicurato che continuerà a visitare regolarmente la struttura e a collaborare con la direzione e con gli agenti di polizia penitenziaria, anche loro sottodimensionati. Tra le criticità segnalate c’è la scarsità di attività lavorative, che in precedenza coinvolgevano non più del 16% dei detenuti. La situazione è migliorata con l’arrivo di un’azienda di Altedo che opera nel settore del packaging e impiega persone in condizioni di fragilità. Le opportunità si sono così ampliate oltre le attività domestiche. “Il non fare niente, o anche soltanto la percezione di non avere nulla da fare, crea nei detenuti una sensazione di tensione”, ha osservato la garante, che ha rivolto un appello alle imprese affinché offrano nuove occasioni di lavoro. Un richiamo condiviso da Irene Fiorenti, referente del Cpia per i percorsi di istruzione in carcere. Le attività formative, ha spiegato, avrebbero bisogno del doppio delle risorse. Fiorenti ha chiesto di coinvolgere il Cpia nel protocollo d’intesa tra cooperative e Comune, valorizzando il ruolo dell’istruzione nei percorsi di reinserimento e nel riconoscimento dei tirocini lavorativi. Macario ha segnalato anche problemi nell’assistenza sanitaria. Tra gli episodi riferiti, quello di un detenuto che non sarebbe stato accompagnato al pronto soccorso dopo avere rifiutato il trasferimento, senza che inizialmente fosse disponibile una documentazione del rifiuto. La situazione è stata successivamente affrontata. Un’altra criticità riguarda l’accesso alle cartelle cliniche, che secondo la garante non sarebbe sempre diretto e tempestivo. In alcuni casi il detenuto deve rivolgersi al proprio avvocato per presentare la richiesta, con possibili costi a carico dell’interessato. Macario ha inoltre segnalato una mancata comunicazione tra i servizi sanitari e il carcere sull’esistenza di percorsi specialistici preferenziali. La dirigenza dell’Ausl le avrebbe assicurato che sono stati individuati, mentre la direzione sanitaria dell’istituto non ne sarebbe stata informata. “C’è stato un problema di flusso informativo”, ha rilevato la garante, chiedendo maggiore attenzione da parte della sanità pubblica. Francesco Levato, consigliere di Forza Italia e medico, ha chiesto chiarimenti sulla condivisione delle informazioni sanitarie, sull’esistenza di cartelle cliniche unificate e sulla possibilità per i detenuti di rivolgersi a professionisti privati. La direttrice Martone ha confermato che è possibile ricorrere, su richiesta, a professionisti privati, anche se non tutti possono permetterselo. Ha inoltre ricordato l’esistenza di un protocollo con i referenti dell’Ausl per condividere le informazioni sulle condizioni dei detenuti. “I percorsi diagnostici e terapeutici vengono definiti e realizzati. Non possono arrivare a tutti i detenuti, perché ne abbiamo oltre 400, ma cerchiamo di fare il meglio possibile”. Il sovraffollamento e la carenza di personale sono stati al centro dell’intervento di Davide Nanni, consigliere del Pd. Gli agenti in servizio sono circa 150, a fronte di una dotazione prevista di 216 unità. Sono attesi 16 nuovi agenti, ma per Nanni occorre intervenire anche sul personale educativo, composto da appena quattro o cinque unità. Il consigliere ha chiesto inoltre chiarimenti sul nuovo padiglione e sul potenziamento degli organici. Martone ha riferito che, secondo quanto comunicato dal prefetto, è previsto un incremento del personale in relazione alla nuova struttura, attesa tra 18 e 24 mesi. Non è ancora noto quale tipologia di detenuti ospiterà, anche se la direttrice ipotizza una sezione di media sicurezza. “Nel nostro piccolo è stato tanto lo sforzo in sinergia con tutti per i progetti di educazione e riabilitazione”, ha aggiunto Martone, ricordando che attualmente 40 detenuti sono in regime di semilibertà. Leonardo Fiorentini, consigliere della Civica Anselmo, ha espresso preoccupazione per l’ampliamento della struttura, che potrebbe portare la capienza a 600-700 persone. Un aumento che, secondo il consigliere, richiederà un rafforzamento delle misure alternative alla detenzione e delle opportunità di lavoro, oltre a una maggiore integrazione tra carcere e città. Il tema delle persone tossicodipendenti è stato sollevato da Nanni e dalla garante. Macario ha spiegato che, anche quando i magistrati di sorveglianza indicano la comunità come alternativa alla detenzione, il Serd incontra difficoltà a trovare collocazioni adeguate, per la carenza di strutture e i criteri di accesso. “Ci sono persone che non dovrebbero stare in carcere, ma in comunità di recupero, in strutture di salute mentale o in contesti più piccoli e contenuti”, ha affermato. Marzia Marchi, consigliera del Movimento 5 stelle, ha richiamato i problemi del sovraffollamento e del lavoro. Iolanda Madeo, consigliera di Fratelli d’Italia, ha invece ricordato gli interventi del governo sul sistema penitenziario, citando le nuove misure a tutela della polizia penitenziaria, le assunzioni di agenti e i progetti per aumentare i posti detentivi entro il 2027. Il suo intervento ha suscitato la critica di Marchi, che lo ha giudicato troppo politico. In chiusura, Macario ha ribadito la necessità di un impegno condiviso tra istituzioni, sanità, operatori penitenziari e imprese. “Questo quadro critico riguarda anche tutti noi cittadini. Dobbiamo ricordarci di queste persone”, ha concluso, rinnovando l’appello alle aziende interessate a offrire opportunità lavorative ai detenuti. Pordenone. Bocciato l’ordine del giorno sul Garante dei detenuti. “Destra incoerente” pordenonetoday.it, 14 ottobre 2026 Il commento del segretario provinciale del Partito democratico Fausto Tomasello. “Dalla destra ancora un ‘no’ freddo e ostinato all’impegno di inserire nel DUP un obiettivo strategico e operativo dedicato all’istituzione del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà”. È questo il commento del segretario del Pd provinciale di Pordenone e consigliere comunale Fausto Tomasello dopo che lunedì sera in Consiglio comunale è stato bocciato l’Ordine del Giorno collegato alla discussione del Documento Unico di Programmazione. “L’incoerenza della maggioranza spicca in modo particolare in questo passaggio istituzionale, in cui le intenzioni politiche diventano impegni amministrativi concreti. Nel DUP 2027-2029 infatti ci sono già indirizzi sui diritti sociali, le politiche per la famiglia, la tutela delle fragilità, la legalità e la sicurezza. Non c’era e non ci sarà un obiettivo dedicato alla realtà penitenziaria e alla figura del Garante”. Tomasello ha ricordato che questo atto “nasce dalla ferita recente della tragica scomparsa di un ragazzo di 19 anni lo scorso 17 agosto nella sua cella della Casa Circondariale del Castello”, richiamando la mozione presentata dal Pd il successivo 28 agosto. La richiesta di inserire nel DUP il Garante, ha spiegato Tomasello, “significa pianificare i tempi e le risorse necessarie alla redazione e approvazione del regolamento consiliare e all’attivazione dell’ufficio, su cui in linea di principio anche l’amministrazione Basso dovrebbe esser d’accordo”. Inoltre, come indicato nella mozione, il Garante comunale rispetto al carcere sarebbe “ponte istituzionale per la sanità, i servizi sociali, la formazione, il lavoro e il Terzo Settore”, e permetterebbe di “affermare il ruolo della città investendo sulla prevenzione della recidiva”. In conclusione, il segretario dem ha chiesto “alla Giunta e all’intero Consiglio Comunale di compiere una scelta di civiltà giuridica e di responsabilità istituzionale”. La maggioranza, tuttavia, non ha condiviso questa posizione votando contro l’iniziativa proposta in consiglio comunale. Reggio Emilia. Laboratori per rafforzare il legame tra padri detenuti e figli stampareggiana.it, 14 ottobre 2026 Al via “InContact - Family Contact fra carcere e comunità”, il progetto promosso da XL aps con Comune e Caritas Diocesana. Attraverso danza, movimento e gioco, due percorsi paralleli - fuori e dentro il carcere - lavoreranno sulla relazione genitori-figli e sul superamento dei pregiudizi legati alla detenzione. Le esperienze confluiranno in un momento conclusivo condiviso tra carcere e territorio. Ridare valore alla relazione tra padri detenuti e figli e rafforzare, attraverso la genitorialità, il legame tra carcere e comunità per superare lo stigma sociale e promuovere il reinserimento nella società. Nasce con questi obiettivi “InContact - Family Contact fra carcere e comunità”, il progetto promosso da XL aps in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e Caritas Diocesana, che prende il via in questi giorni. Sono infatti aperte le iscrizioni alle attività, che si configurano come due percorsi laboratoriali paralleli basati sul movimento e la danza che, nelle prossime settimane, coinvolgeranno padri detenuti e padri al di fuori del carcere, pronti a mettersi in gioco nella relazione con i loro figli. “InContact è un progetto di grande valore umano e sociale, perché mette al centro il diritto dei bambini e delle bambine a mantenere un legame significativo con i propri genitori anche durante la detenzione - dice l’assessora alla Cura delle persone Annalisa Rabitti -. Attraverso il linguaggio del corpo, del movimento e della relazione, si crea uno spazio di incontro autentico che aiuta a ricostruire affetti, fiducia e appartenenza. Costruire ponti tra carcere e comunità significa investire nelle relazioni, contrastare lo stigma e promuovere percorsi di inclusione che generano benessere per tutta la collettività”. “Caritas - dice il direttore Andrea Gollini - promuove e sostiene fattivamente il progetto nella convinzione che spazi così strutturati possano incidere positivamente sul benessere di quanti sono privati della libertà, dando loro strumenti nuovi per approfondire l’essere genitori e per curare meglio la relazione con i propri figli. Contestualmente, riconosce l’importante valore sociale dell’iniziativa che, attraverso il coinvolgimento attivo del territorio, contribuisce a ridurre le distanze tra il dentro ed il fuori, a lavorare sul pregiudizio, a costruire legami di prossimità a beneficio dell’intera società”. “InContact” prende le mosse da una riflessione sul tema della genitorialità durante la detenzione, emersa dal confronto con l’area educativa del Carcere di Reggio Emilia, sulla necessità di individuare nuove forme di contatto tra genitori e figli. Normalmente il rapporto tra padri e figli viene infatti confinato nel tempo circoscritto e non esclusivo del colloquio settimanale, con un conseguente sfilacciamento delle relazioni che incide sia sul diritto del genitore all’affettività, ma soprattutto su quello del minore a intrattenere un rapporto vero e profondo con il padre. Partendo da questo assunto, il progetto “Incontact” vuole avviare un percorso che permetta l’incontro tra adulti e minori utilizzando linguaggi differenti da quelli della comunicazione quotidiana, per mettere al centro il corpo e i suoi linguaggi espressivi come strumenti in grado di favorire relazione, ascolto e incontro. Il percorso - ideato e condotto da Laura Matano, coreografa e performer, Cecilia Olivi, mediatrice esperta e Jessica Incerti Telani, videomaker e collagista - si configura come una serie di incontri/laboratori e sarà articolato in due moduli paralleli. Il primo sarà rivolto ai genitori detenuti e ai loro figli, mentre il secondo coinvolgerà famiglie e minori del territorio. Gli incontri saranno basati sul metodo family contact, in cui il corpo e i suoi linguaggi espressivi - movimento, danza, gioco e contatto - diventano le condizioni perché la relazione possa essere vissuta e ricostruita, soprattutto laddove la detenzione ha introdotto una distanza fisica, emotiva e sociale. Particolare attenzione sarà dedicata anche alle pratiche umanistiche di ascolto e dialogo, intese come strumento per favorire momenti di riflessività e di riconoscimento reciproco e per affrontare lo stigma sociale legato all’esperienza della detenzione. La relazione tra genitori e figli diventa così un possibile punto di partenza per costruire nuove forme di partecipazione e di appartenenza alla comunità. Il progetto si realizzerà con le stesse modalità nel contesto carcerario e in quello territoriale: i due percorsi confluiranno successivamente in un momento conclusivo integrato, con l’obiettivo di creare un collegamento concreto tra l’esperienza vissuta all’interno del carcere e la comunità. “InContact” nasce quindi con l’obiettivo di creare un ponte tra carcere e territorio, partendo da una relazione fondamentale come quella tra genitori e figli e utilizzando l’esperienza della genitorialità come spazio di dialogo e di costruzione di nuove relazioni. Il progetto e il calendario delle attività verranno presentati il prossimo 22 ottobre alle ore 21 presso il salone del Centro Querce di Mamre della Caritas Diocesana (via Adua 83) nel corso di un incontro che sarà fruibile anche online: per iscriversi è sufficiente inviare una email a associazionexl@gmail.com. Torino. “Spazi liberi”, la città punta sul reinserimento per i giovani detenuti di Alessandro Di Meo ansa.it, 14 ottobre 2026 Stanziamento di 960mila euro della Fondazione Compagnia di San Paolo. Offrire concrete opportunità di inclusione sociale a minori e giovani adulti compresi tra i 14 e i 25 anni in esecuzione penale interna ed esterna. È questo l’obiettivo dell’avviso di coprogettazione ‘Spazi liberi’, un’iniziativa integrata presentata dalla Città di Torino, la Fondazione Compagnia di San Paolo insieme alle amministrazioni della Giustizia. Con uno stanziamento complessivo di 960.000 euro interamente sostenuto da Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del Protocollo Quadro tra il Comune di Torino e la Fondazione e destinato al triennio 2026/2028, l’avviso pubblico punta a coinvolgere le realtà del Terzo Settore nella coprogettazione di percorsi personalizzati capaci di accompagnare i beneficiari dall’ingresso nel circuito giudiziario fino a dodici mesi dopo il termine della pena. Gli obiettivi sono di ridurre il rischio di recidiva e garantire la continuità dei percorsi educativi, soprattutto nel delicato passaggio dalla giustizia minorile a quella degli adulti. Attraverso la collaborazione con gli enti del privato sociale, si intende rafforzare i servizi già attivi negli istituti penitenziari torinesi - la Casa circondariale Lorusso e Cutugno e l’Ipm Ferrante Aporti - e nell’ambito dell’esecuzione penale esterna, accompagnando i giovani in percorsi educativi di autonomia e reinserimento sociale. “L’assenza di percorsi di formazione, riabilitazione e lavoro trasforma la detenzione in un fattore che alimenta la recidiva e il crimine, anziché favorire il reinserimento nella società, soprattutto quando parliamo delle giovani generazioni”, ha affermato il sindaco di Torino Stefano Lo Russo. “Con Spazi Liberi vogliamo continuare a contribuire a promuovere opportunità di inclusione e autonomia dei giovani coinvolti attualmente nel circuito penale, creando le condizioni perché possano costruire il proprio futuro”, sottolinea Alberto Anfossi, segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo. Milano. Gli Esternauti a Opera, nuovo appuntamento del teatro in carcere Corriere della Sera, 14 ottobre 2026 Dopo il successo riscosso all’Abbazia di Mirasole, la neonata compagnia degli Esternauti di Opera Liquida torna in scena al Teatro della Casa di Reclusione di Milano - Opera con Selvatico Ancestrale di Ivana Trettel, secondo appuntamento dell’ottava edizione del Festival di teatro e teatro carcere “Prova a sollevarti dal suolo”. Lo spettacolo, nato un anno fa proprio all’interno dell’istituto penitenziario, torna dunque nel luogo in cui è stato concepito, segnando un passaggio importante per la nuova compagnia formata da persone che hanno attraversato l’esperienza detentiva e che oggi proseguono il proprio percorso artistico sul territorio. L’appuntamento è per giovedì 29 ottobre alle 20.30, in collaborazione con la Direzione della Casa di Reclusione Milano Opera. Il Festival nasce per mettere in relazione pubblico interno ed esterno e creare, attraverso il teatro, un’occasione di incontro tra le persone detenute e gli spettatori provenienti dal territorio, contribuendo all’inclusione e all’abbattimento del pregiudizio. Per assistere a Selvatico Ancestrale è obbligatorio prenotare entro le ore 24 di domenica 18 ottobre 2026. La prenotazione deve essere effettuata attraverso il sito www.operaliquida.org. La scadenza è necessaria per consentire le procedure di ingresso nella Casa di Reclusione. La partecipazione è riservata ai maggiorenni e gli spettatori dovranno presentarsi almeno 40 minuti prima dell’inizio dello spettacolo. Il ritorno di Selvatico Ancestrale a Opera coincide con una nuova fase nella storia di Opera Liquida. Gli Esternauti sono persone che per anni hanno partecipato ai laboratori teatrali della compagnia all’interno del carcere e che oggi, terminata o proseguita all’esterno la propria esperienza detentiva, hanno scelto di continuare a fare teatro insieme. Alcuni sono tuttora sottoposti a esecuzione penale esterna, altri hanno concluso il proprio percorso anche da molti anni. La compagnia è una realtà nuova che porta fuori dalle mura del carcere il lavoro artistico e formativo maturato nel tempo. “Da diciotto anni Opera Liquida - spiega la fondatrice e direttrice artistica Ivana Trettel, drammaturga e regista dello spettacolo - lavora nel carcere attraverso il teatro, costruendo un’esperienza nella quale formazione e creazione artistica sono inseparabili. La nascita degli Esternauti rappresenta oggi un passaggio ulteriore: ciò che è stato appreso e generato dentro l’istituto può continuare a trovare spazio sul territorio, senza che questo interrompa il lavoro che prosegue al suo interno”. “Gli Esternauti - prosegue Trettel - sono persone che hanno attraversato l’esperienza detentiva e che, attraverso i nostri laboratori, hanno incontrato il teatro non soltanto come pratica espressiva, ma come disciplina, responsabilità e possibilità di ridefinire la propria presenza nel mondo. Alcuni sono ancora sottoposti a esecuzione penale esterna, altri hanno concluso il proprio percorso, anche da molti anni”. Selvatico Ancestrale nasce dall’urgenza di dare voce a ciò che non ha voce. Un filo d’erba, un albero, un’ape e ogni forma di vita che resiste alla distruzione diventano protagonisti di un lavoro che interroga il rapporto tra uomo e natura e mette in discussione la nostra idea di progresso. Un ruolo centrale è affidato alle immagini della giornalista e fotografa Giuditta Pellegrini, che da dieci anni documenta le foreste del mondo. Il suo progetto Selvatico Ancestrale entra nello spettacolo e dialoga con la seta donata da Ratti, storica eccellenza tessile di Como, trasformandosi in una seconda pelle nei costumi ideati da Salvatore Vignola e realizzati dai detenuti costumisti sotto la guida di Tommaso Massone. Anche la scenografia nasce dal dialogo tra arte e formazione: Strutturazione Tricroma, opera del 1964 dell’artista cinetico Giovanni Anceschi, viene trasformata in un antro, una grotta, un rifugio. La realizzazione è affidata ai detenuti scenografi guidati da Marina Conti. In scena, gli Esternauti di Opera Liquida, insieme a Michelangiola Barbieri Torriani, attraversano diverse figure del conflitto tra umano e natura: il corpo-foresta, i distruttori, l’essere senziente. I colori elementari diventano così il punto di partenza per immaginare una sintesi possibile, un luogo nel quale l’essere umano non si contrappone alla natura ma torna a riconoscersi come parte di essa. La dimensione produttiva è parte integrante del progetto: detenuti costumisti, scenografi e tecnici partecipano alla realizzazione dello spettacolo sotto la guida dei professionisti di Opera Liquida. Il teatro diventa così uno strumento concreto di formazione, collaborazione, responsabilità e autonomia. Selvatico Ancestrale è il secondo appuntamento dell’ottava edizione di “Prova a sollevarti dal suolo”, Festival di teatro e teatro carcere di Opera Liquida. Dopo il 29 ottobre, il Festival proseguirà il 12 novembre con Lo sciopero delle bambine. L’eroicomica impresa del 1902 di PEM Habitat Teatrali (prenotazioni entro il primo novembre), per concludersi il 26 novembre con Undicesimo comandamento: uccidi chi non ti ama (prenotazioni entro il 15 novembre), riallestimento dello storico spettacolo di Opera Liquida contro la violenza sulle donne. Vercelli. Una scuola calcio per i detenuti, il cuore della Pro al carcere di Billiemme di Raffaella Lanza La Stampa, 14 ottobre 2026 Le cinque sezioni maschili della casa circondariale di Vercelli saranno allenate da tecnici specializzati. Il sogno è quello di formare una squadra di calcio. Una nuova “Forrest”, lo storico team di calcio dei detenuti della Casa Circondariale di Vercelli, che aveva partecipato per diverso tempo, negli anni Duemila, al campionato Csi, rischiando anche di vincerlo. Che permetterebbe, anche solo con il pensiero, di andare oltre le sbarre. L’attualità è una Scuola Calcio, rivolta ai detenuti delle cinque sezioni maschili del carcere di Billiemme, circa 300, patrocinata dalla Pro Vercelli e sostenuta dalla cooperativa Versoprobo, con il placet del Comune e della Casa Circondariale di Vercelli. E che gode dell’attenzione della Presidenza della Repubblica. Un’iniziativa nata con l’obiettivo di portare lo sport, nello specifico il calcio, e i suoi valori all’interno dell’istituto penitenziario vercellese, attraverso un percorso strutturato e seguito da allenatori qualificati e volontari. Non è la prima volta che lo sport, il pallone, entra in carcere. E come avvenuto l’altra volta, lo fa con lo stemma delle bianche casacche. Quando in panchina, nella stagione 2024/25, sedeva Paolo Cannavaro, la Pro Vercelli, con i suoi giovani della Primavera, sostenne infatti un’amichevole, con i detenuti. Che gioia quel giorno nella struttura di Billiemme: per chi calcava il rettangolo verde, per chi guardava attraverso le grate. Una lezione di vita per i giovani leoni. Una parentesi di normalità per chi si trovava lì a scontare una pena. Un momento sociale, di grande inclusione. Come vuole essere nei fatti questo progetto, con la Pro sempre attenta alle fragilità. La conferma è tutta nella squadra Pro Vercelli For Special, voluta fortemente da Paola Piola e sostenuta dalla società di via Massaua ormai da tanti anni. “È un orgoglio per la Pro - ha detto il direttore Filomeno Fimmanò-. Un patrocinio che testimonia supporto e vicinanza”. Oggi è il carcere che diventa teatro, con questo progetto che, come ha sottolineato Pietro Luca Oddo, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Vercelli “ha uno scopo semplice: impiegare il tempo dei detenuti in maniera costruttiva. In carcere ci sono persone, tanti giovani, che hanno voglia di spendere il loro tempo, meglio di quanto stanno facendo ora”. Andrea Atanassi, dipendente di Versoprobo, avrà la responsabilità gestionale del progetto, al suo fianco ci saranno i volontari Giancarlo Sarasso ed Enrico Gallo, Veterani della Pro Vercelli, l’associazione presieduta da Franco Balocco, e Fabrizio Verri, allenatore con la licenza Uefa B, che si è prestato a partecipare anche lui come volontario a questo percorso. Le lezioni di “Scuola Calcio” saranno dal lunedì al venerdì, per due ore di lavoro al mattino e al pomeriggio. Ogni sezione maschile effettuerà due allenamenti a settimana. Alla presentazione, ieri allo stadio Piola, erano presenti anche il vice sindaco Domenico Sabatino e l’assessora Valeria Simonetta: “Un progetto interessante, da affrontare a piccoli passi, che permetterà ai detenuti di trascorrere qualche ora di svago, nel rispetto delle regole che lo sport sa dare”. Il progetto è sostenuto dalla Versoprobo: “Per un anno renderemo disponibile l’allenatore Atanassi - spiega il presidente Islao Patriarca. Da anni lavoriamo con gli “ultimi”, con gli stranieri, con le persone che vivono la povertà assoluta. Ci sembrava giusto mettere a disposizione le nostre competenze per il territorio”. “Lo sport diventa uno strumento per rieducare”, sottolineano Valeria Climaco, capo area settore rieducativo e il commissario Capo della Polizia Penitenziaria il comandante Luca De Santis, della Casa Circondariale di Vercelli. Il materiale per gli allenamenti, che prenderanno il via il 26 ottobre, verrà fornito dalla famiglia Olivieri. La Polizia penitenziaria porta in scena sé stessa. E il carcere che ognuno di noi ha dentro di Ilaria Dioguardi vita.it, 14 ottobre 2026 Nove agenti che lavorano negli istituti di pena vestono i panni di sé stessi nello spettacolo che si chiama, appunto, “Agenti”, scritto e diretto da Mimmo Sorrentino. Il regista: “Dall’inizio del mio lavoro in carcere mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica. Oggi il carcere è una guerra civile: per dare vita a cambiamenti e progetti di emancipazione vanno coinvolti anche gli agenti di polizia penitenziaria”. “Dopo circa 12 anni che lavoravo negli istituti di pena per gli spettacoli con le persone detenute mi è sembrato fosse giunto il tempo di fare uno spettacolo sul carcere”, dice Mimmo Sorrentino, regista teatrale e drammaturgo, insegnante di teatro partecipato alla scuola “Paolo Grassi” di Milano. Come nasce l’idea - “Lavorando in passato con l’alta sicurezza femminile, ho portato in scena la condizione delle donne all’interno di contesti di organizzazioni criminali, in altre occasioni ho lavorato a spettacoli che riguardassero la sessualità femminile. Ho sempre lavorato con i detenuti intorno alla libertà della parola, ma il carcere non è mai stato il tema dello spettacolo. Quando mi sono sentito pronto, mi è sembrato più utile far parlare chi il carcere lo agisce: la polizia penitenziaria”, dice Sorrentino. In Agenti si affrontano le varie problematiche, dall’autolesionismo al tentativo di suicidio, dai problemi di salute mentale al sovraffollamento. “Il carcere diventa la metafora del fatto che abbiamo, ognuno di noi, un carcere dentro”. Carcere: protesi di qualcosa che ci portiamo dentro - Questo concetto “nasce da una delle prime esperienze di laboratorio, durante la quale spiego ai detenuti la difficoltà a sostenere alcune emozioni. Faccio l’esempio di quando aspettano il colloquio, che per i detenuti è un po’ come il medicinale per il malato: rappresenta il contatto con i propri affetti, con la propria vita e con l’esterno. Si preparano con settimane di anticipo”, continua, “pensano a tutto ciò che vogliono dire e anche a tutte le parole che vorrebbero ascoltare. Quando arriva il giorno del colloquio, quello che volevano dire non riescono a dirlo e ciò che volevano ascoltare non riescono ad ascoltarlo. Spesso dopo mezz’ora non vedono l’ora che finisca per tornare in cella”. “Secondo me ognuno di noi ha un carcere dentro di sé. L’uomo costruisce tutte protesi del suo corpo: il cucchiaio è la protesi del palmo della mano, la freccia è la protesi del dito, il computer lo è della forza della testa. Il carcere è la protesi di qualcosa che ci portiamo dentro perché altrimenti non l’avremmo costruito”, prosegue Sorrentino. “Attraverso gli agenti io parlo di questo”. “In carcere si lavora su tutto il contesto, in modo sistemico. Negli istituti di pena è importante lavorare anche con la polizia penitenziaria e non solo con le persone detenute. Gli agenti vedono uno scontro quasi sempre non palese, ma sottotraccia, tra i civili che vanno in carcere e loro che sono lì a “reprimerli”, diciamo così. Il lavoro di molti anni lì dentro mi ha permesso di avere la loro fiducia”. Sorrentino sottolinea: “Dall’inizio del mio lavoro in carcere mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica, che per dare vita a cambiamenti e progetti di emancipazione dovevo coinvolgere nel lavoro anche gli agenti di polizia penitenziaria”. Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche. Il regista continua: “Sono venuti tantissimi operatori esterni al carcere a vedere Agenti, una delle cose che mi ha molto colpito è la sensazione che, per loro, questo spettacolo era necessario. Lo era perché, pur andando negli istituti penitenziari tutti i giorni a compiere delle attività di volontariato, non avevano mai visto il carcere raccontato dagli agenti, senza retorica. Non c’è la retorica del corpo, vi è la grande difficoltà e la motivazione nel fare questo lavoro”. Nello spettacolo uno degli attori dice che il 90% gli agenti di polizia penitenziaria è meridionale e che “quando al Sud ci saranno le stesse condizioni di lavoro che al Nord, questo lavoro lo verranno a fare gli extracomunitari”. E il collega dice: “Se non verranno a farlo gli extracomunitari lo affideremo all’intelligenza artificiale”. Perché? “Gli agenti hanno la percezione di fare un lavoro abnorme”. Lo spettacolo ha già avuto repliche al teatro Puccini a Milano, all’Università La Sapienza di Roma, al teatro Cagnoni di Vigevano, alla scuola di polizia di Verbania. “Mi fa molto piacere che i teatranti dicono che hanno visto di più i detenuti come vengono raccontati dagli agenti che quando i ristretti sono direttamente in scena. Nello spettacolo si ha una percezione vera, credibile, realistica dal loro racconto, gli agenti spiegano che tipo di rapporto instaurano con i detenuti nel momento in cui ci entrano in relazione, come va ad influire sulla loro vita privata e familiare. Ed ecco che il detenuto smette di essere un numero o un fenomeno”. Un agente dello spettacolo dice che, per i civili che vanno in carcere, i detenuti sono tutti quanti grandi attori, grandi chef, grandi scrittori, grandi poeti, grandi scienziati. E afferma: “Scusate tanto, se in carcere le persone si realizzano allora perché i nostri figli dobbiamo mandarli a scuola? Facciamogli fare una bella rapina e li mandiamo in carcere”. “Lo spettacolo rappresenta delle sfaccettature anche molto realistiche di quella che è la retorica intorno al carcere. Questo atteggiamento molto “laico” che abbiamo nello spettacolo piace molto, la rappresentazione viene molto richiesta, per essere un lavoro prodotto all’interno di un carcere e non da una produzione teatrale”. Il 9 ottobre lo spettacolo è andato in scena a Gorizia nell’ambito del festival “Se io fossi Caino”, la prossima data è il 12 novembre a Torino, nell’ambito del Festival eVisioni, poi farà tappa a Parma nella Rassegna nazionale di teatro in carcere “Destini incrociati”, prevista dal 3 al 5 dicembre. Al copione di Agenti si è arrivati “perché ascolto le loro storie e tendo a scrivere ciò che loro dicono, ma non sanno di aver detto, e lo trasformo in un testo teatrale. Il carcere è una guerra civile”. Questa frase “l’ha detta un agente. Nello spettacolo l’attore dice che, in carcere, c’è chi la guerra ce l’ha in testa, sia tra i detenuti sia tra gli agenti. E c’è chi vorrebbe starsene in pace, ma non può starsene in pace, visto che c’è la guerra. È una guerra civile in cui non ci sono confini, si combatte tutti nella stessa parte”. Un attore dice: “Chi sostiene che sta sempre dalla parte degli agenti o chi, viceversa, sostiene che sta sempre dalla parte dei detenuti, non fa altro che alimentare questa guerra”. Nello spettacolo viene trattato anche il tema dei suicidi, “c’è una persona detenuta che tenta il suicidio e viene salvata. Abbiamo i numeri di coloro che sono morti, ma i numeri di quelli che tentano il suicidio non viene dato molto, sono più di duemila persone”. I sucidi sono in aumento anche tra la polizia penitenziaria. Nello spettacolo, uno degli agenti dice che non ci pensa che lavora in un posto dove la gente si ammazza: “Se ci pensi, finisci con il pensare che ammazzarsi è possibile”. “Trovo che sia un concetto pesantissimo e tostissimo da digerire”, dice Sorrentino, “il fatto che il carcere è un posto dove è più facile morire che rieducare”. “Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca. Il mio metodo consiste nel non avere metodo, vado e vedo cosa accade e cosa mi chiede chi è davanti a me. In carcere le persone detenute chiedono ovviamente di essere diverse da quello che sono. E il teatro in questo senso facilita moltissimo questo raggiungimento di desiderio perché permette di essere chi non sei”, continua Sorrentino. “Qualsiasi attività teatrale in carcere funziona perché permette a qualcuno di essere chi non è, il detenuto vuole questo. Nel mio caso, per essere chi non sei, su che cosa devi lavorare? Sul confine di quel che sei. Come faccio a essere una cosa diversa se non conosco una matrice? Queste persone, con il mio metodo di lavoro, sono obbligate a scavare nella loro vita privata, nella loro storia. Si portano sulle spalle dei pesi incredibili e il teatro diventa per chi lo pratica una vera e propria catarsi”. Migranti. Stretta sulla cittadinanza, Forza Italia frena la Lega di Michele Gambirasi Il Manifesto, 14 ottobre 2026 Dopo i paletti posti dagli azzurri, il testo della Lega è stato smussato. Precludono l’accesso i reati più gravi e non in caso di pena sospesa. Fn pronto a votare No. Un passo avanti e due indietro. La maggioranza, su spinta della Lega, si prepara a portare al voto il disegno di legge che chiede di restringere l’accesso alla cittadinanza per gli stranieri che hanno commesso reati. Ma al termine dell’esame, e di una complessa mediazione nel centrodestra, il provvedimento è uscito ridimensionato rispetto all’originale. Il testo originale prevede che l’accesso al passaporto venga precluso a chiunque venga condannato per un reato contro la persona o il patrimonio, nonché per tutti gli illeciti connessi allo spaccio. Una lista lunga, comprensiva anche di reati minori puniti con periodi di reclusione anche brevi. Su cui da subito Forza Italia ha provato a fissare dei paletti: con un emendamento aveva chiesto che fossero ricomprese solo le pene con un massimo superiore ai tre anni. Così è iniziata la ricerca di un accordo dentro la maggioranza, mediata dal ministero della Giustizia che era chiamato a esprimere i pareri. E che ieri, dopo numerosi rinvii, ha portato a una riformulazione generale del testo che ha smussato le intemerate leghiste. È stato espunto il riferimento generale al codice penale, con dentro qualsiasi reato contro persona e patrimonio. Sono rimasti i reati più gravi, dalle violenze sessuali agli attentati contro lo Stato, l’omicidio o la tratta di essere umani. E sono rimasti i reati di spaccio anche in associazione, da cui l’esultanza della Lega che ha invocato la “norma anti-maranza”: “La cittadinanza italiana è una cosa seria, non un regalo né un diritto automatico per chi delinque e disprezza le nostre regole. Avanti così, tolleranza zero” ha esultato il vicepremier Matteo Salvini. Ma la definizione dei reati non è la sola modifica rimasta dalla mediazione del centrodestra. Nella riformulazione di via Arenula rientrano anche i paletti azzurri sulle pene minime di tre anni per applicare le misure, e viene introdotta un’ulteriore specifica: la preclusione della cittadinanza non è prevista quando la pena è sospesa, una condizionale prevista per le pene inferiori a due anni. Una misura frequente nei casi di piccolo spaccio, che ridimensiona la grancassa mediatica leghista. È stata accolta anche una richiesta venuta tanto dagli azzurri quanto dalle opposizioni: che dal test di italiano per ottenere la cittadinanza venissero esclusi i ragazzi che hanno frequentato le scuole in Italia. Un’ovvietà, comunque non prevista dalla proposta originale. Oggi la commissione dovrebbe terminare l’esame del provvedimento, per portarlo in aula dalla prossima settimana. Ieri sera problemi interni alla maggioranza non hanno permesso di terminare l’esame. Tra gli emendamenti accantonati ancora da votare ce n’era anche uno di Igor Iezzi della Lega: si chiede di vietare la cittadinanza a chi in pubblico si copre il volto, ad esempio con burqa o niqab. Il proseguimento della crociata già vista con l’ultimo decreto scuola. Utile alla propaganda, il testo aveva la sola funzione di arginare la crescita nei sondaggi di Futuro Nazionale. Non a caso giaceva immobile a Montecitorio dal 2024, quando venne presentato dalla Lega e firmato anche da cinque deputati poi passati con Vannacci. Il Carroccio lo aveva scongelato in estate, chiedendo che vi fosse apposta la procedura d’urgenza, per mostrare i muscoli con l’ex generale e cercare di recuperare i voti. Plastica rappresentazione del cortocircuito che provoca la retorica securitaria, alla fine otterrà l’effetto contrario: se venissero approvati gli aggiustamenti avvenuti in commissione, i vannacciani già si preparano a votare No e dare battaglia da destra perché il provvedimento sarebbe troppo timido. Il copione è già scritto. Migranti. Certificati nei Cpr, la Cassazione annulla l’interdittiva per tre dottoresse di Simona Musco Il Dubbio, 14 ottobre 2026 La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza cautelare che aveva imposto dieci mesi di sospensione dalla professione a tre dottoresse indagate nell’inchiesta ravennate sui certificati medici per i migranti trattenuti nei Cpr. Il tribunale del Riesame di Bologna, in diversa composizione, dovrà ora esaminare nuovamente la vicenda. Un passaggio significativo per la difesa che riporta al centro il principio di proporzionalità delle misure cautelari e il dovere dei medici di tutelare la salute di ogni persona. Le tre professioniste, rappresentate dagli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro, sono indagate nell’ambito dell’inchiesta sui presunti certificati falsi per evitare il trattenimento dei migranti nei Cpr, che vede coinvolti più di 20 medici con l’accusa di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Un secondo filone dell’inchiesta coinvolge anche l’infettivologo Nicola Cocco, accusato di associazione a delinquere per aver costruito - secondo l’accusa - una rete ramificata in tutta Italia impegnata nel produrre certificati falsi. Un vincolo associativo che, nell’ipotesi della procura, sarebbe dimostrata dall’uso di una “bozza” o modulo condiviso per la redazione dei certificati, oltre che da incontri in rete e campagne social. Lettura contestata dalla difesa: la condivisione di moduli, vademecum e linee guida rappresenta una normale prassi di aggiornamento e standardizzazione professionale di fronte a contesti ambientali notoriamente critici, e non la prova di una regia criminale. “L’annullamento disposto dalla Suprema Corte restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale così duramente aggredita dall’inchiesta ravennate - hanno commentato i legali delle tre professioniste con una nota -. Avevamo sottolineato nel ricorso per Cassazione come l’operato delle nostre assistite corrispondesse all’adempimento dei doveri di cura e di tutela della salute di ogni persona sanciti dalla Costituzione e dalle fonti sovranazionali, oltre che dalla deontologia che presidia la professione medica. La sproporzione delle misure cautelari applicate dà conto della necessità di una rilettura della vicenda improntata ai valori che innervano il nostro ordinamento costituzionale: come abbiamo sempre sostenuto, i medici devono rimanere prima di tutto garanti della salute e della cura di ogni individuo, non in quanto partecipe di una determinata comunità ma quale essere umano”. I Centri per il rimpatrio, formalmente strutture di transito e trattenimento temporaneo, si rivelano nella realtà quotidiana contesti ad altissima criticità, come confermato in un report del 2024 dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, nel quale era emersa “la netta impressione che l’elevato tasso di eventi critici e di violenza registrati all’interno dei centri di detenzione per stranieri fosse una diretta conseguenza delle sproporzionate restrizioni di sicurezza, della mancanza di valutazioni individuali del rischio per i cittadini stranieri e del fatto che alle persone detenute non venisse di fatto fornito nulla con cui occupare il loro tempo”. Secondo i legali, quei certificati “non sono falsi”, ma esprimono giudizi di valore: “I pazienti visitati sono stati ritenuti semplicemente non idonei ad essere associati ad un luogo - come i Cpr - dove i diritti, e nella specie i diritti di cura, sono compressi. Né si può pensare - come ricordato di recente dalla nostra Corte costituzionale - che gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione scalfiscano il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”. La decisione della Suprema Corte “ridimensiona l’inchiesta ravennate - commenta al Dubbio l’avvocata Cancellaro -. Questo cambio di passo arriva dalla Corte più autorevole da cui potesse arrivare, quindi per noi è sicuramente motivo di soddisfazione. Leggeremo le motivazioni appena verranno depositate, naturalmente, ma intanto intravediamo la possibilità anche di guardare questa vicenda con le lenti anche della proporzionalità che deve rimanere la guida in ogni inchiesta. Fino ad oggi molto si è detto, ma abbiamo sempre fatto presente che ci difenderemo nel procedimento e così faremo - ha aggiunto -. Oggi una giornata importante che merita di essere segnalata e valorizzata”. Per la difesa, i certificati finiti sotto la lente della procura “sono basati sull’applicazione di principi e di sapere tecnico, medico, e come tale non c’è, dal nostro punto di vista, alcun falso e lo dimostreremo”. Dal punto di vista cautelare, “ci siamo confrontati con l’entità del fatto contestato. Oggi arriva una riabilitazione che ha l’effetto di ristabilire un po’ di serenità per tutti i sanitari che sono impegnati ogni giorno in queste procedure e che sono stati messi così duramente sotto la lente di gradimento, ma soprattutto sono finiti ingiustamente nell’occhio del ciclone”. A commentare la decisione anche la senatrice di Avs Ilaria Cucchi, che aveva denunciato di essere stata intercettata durante l’inchiesta. “Stamattina (ieri, ndr) la Cassazione ha annullato la sospensione dalla professione per le tre dottoresse che erano state perquisite con metodi riservati di norma a criminali o terroristi, per non aver ritenuto delle persone idonee a essere inserite in quelle gabbie a cielo aperto che sono i Cpr - ha scritto in un post su Facebook -. Professioniste che hanno solo fatto il loro mestiere, accertando che le condizioni di quei pazienti non fossero compatibili con i danni psicologici che quelle strutture provocano inevitabilmente. Ricordo che il ministro Piantedosi ci ha tenuto a raccontarci che almeno la metà delle persone lì dentro ha commesso reati. Ma guarda un po’. Il ministro ci dice quindi che almeno l’altra metà è lì senza aver commesso alcun fatto. Nei Cpr nessuno è idoneo a starci. Nessuno. E questo deve essere chiaro. Chiunque sia entrato lì dentro sa benissimo che non servono altre parole. Ne basta una. Chiudiamoli”. Antisemitismo. Ddl rimandato: i dem divisi prendono tempo di Michele Gambirasi Il Manifesto, 14 ottobre 2026 Dopo il sì del Senato, il voto finale alla Camera slitta alla prima settimana di novembre. Ennesimo rinvio anche per le mozioni sul diritto di veto Ue: non c’è accordo a destra. Sarebbe dovuto iniziare ieri in Aula, a Montecitorio, l’esame del ddl Antisemitismo: il testo, già approvato al Senato, adotta la contestata definizione dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), già giudicata dal mondo accademico e da quello progressista ebraico potenziale veicolo di censura contro le critiche a Israele. La discussione tuttavia è stata rinviata: ieri la presidente di turno, Anna Ascani del Pd, ha annunciato che l’esame è stato rinviato “secondo le intese intercorse tra i gruppi”. Significa che potrà iniziare nella prima settimana novembre, dopo che ieri la commissione Bilancio ha espresso parere favorevole dato che non prevede costi per lo Stato. In base al regolamento della Camera i tempi potranno essere contingentati. Una soluzione decisa in modo unanime dai capigruppo di maggioranza e opposizione per motivi differenti: la destra ha da guadagnarci dall’accelerazione dei tempi, mentre il Pd è ancora diviso. Dopo essersi astenuto al Senato, con alcuni senatori dell’area riformista che hanno votato a favore, il gruppo alla Camera ha deciso di sospendere il giudizio. Se il testo dovesse rimanere immutato il voto sarà contrario, insieme anche a M5S e Avs che già si sono opposti a Palazzo Madama: la condizione richiesta alla maggioranza per arrivare al sì è di cambiare la definizione dell’Ihra con quella della Dichiarazione di Gerusalemme, che non blocca le critiche alla Stato di Israele. Modifiche difficili da realizzare. Dalla commissione il testo è uscito tale e quale a quello licenziato in Senato (in quell’occasione i dem non hanno partecipato al voto) e a più riprese esponenti della maggioranza hanno ribadito di non voler approvare alcun emendamento in Aula. Il rischio di una nuova spaccatura, come accaduto al Senato, è dunque dietro l’angolo per i dem. Dopo che il gruppo ha deciso per il no, la componente riformista che a Montecitorio conta cinque deputati non ha ancora deciso che orientamento assumere. Sicuramente non si opporrà come il resto del gruppo, ma non ha scelto tra astensionismo e appoggio al provvedimento insieme al centrodestra. Con il rinvio unanime la potenziale spaccatura è stata rimandata di qualche settimana, in attesa di sviluppi. ieri l’UCEI ha chiesto che l’approvazione definitiva arrivi in tempi rapidi: “Ogni slittamento produce inquietudine, perché apre la strada a nuovi ritardi, il provvedimento sia calendarizzato nella prima settimana di novembre. Sollecitiamo il completamento del percorso parlamentare del ddl, sostenuto dalla maggioranza e dalle altre forze politiche che lo hanno già votato al Senato, e seguiremo con attenzione i prossimi passaggi. Il contrasto all’antisemitismo è una risposta che il Paese deve dare a se stesso di fronte a un problema che riguarda l’intera società”. Il Centrodestra ha deciso di rinviare anche la discussione sulla mozione avanzata da Matteo Richetti di Azione, che chiede di superare il diritto di veto nelle istituzioni europee. A questa sono collegate anche altre due mozioni sullo stesso tema presentate da Benedetto Della Vedova di PiùEuropa e da Pd, M5S e Avs. Un punto su cui la destra è spaccata da tempo, con Fi a favore e FdI contraria. I meloniani ieri quindi hanno chiesto e ottenuto a maggioranza l’ennesimo rinvio, il sesto, da quando il testo è stato depositato a giugno. “La maggioranza deve svolgere approfondimenti per esprimere una posizione chiara” ha provato a giustificarsi Antonio Giordano di FdI, nonostante il regolamento richieda di motivare le decisioni di rinvio. “C’è un’estranietà alla democrazia in questa maggioranza, Forza Italia ha le mani nei capelli” ha ribattuto Richetti. “State applicando una dittatura della maggioranza, impedendo alle opposizioni di portare fino in fondo un’istanza. Chiedo la convocazione di una capigruppo con solo questo punto all’ordine del giorno” ha attaccato Federico Fornaro del Pd. Droghe e diritti. Al centro le donne e le ragazze di Susanna Ronconi Il Manifesto, 14 ottobre 2026 Tra il 2015 e il 2025, lo Human Rights Council (HRC) dell’ONU è entrato a pieno titolo nel campo delle politiche globali delle droghe, portando, grazie a quattro Risoluzioni, l’approccio dei diritti umani in un settore fino ad allora precluso a questo sguardo e al controllo di agenzie diverse da UNODC, United Nations Office on Drugs and Crime. Soprattutto la Risoluzione 60/26 del 2025, The human rights implications of drug policy, ha segnato un cambio di passo, in tre ambiti: maggior ruolo e autonomia del HRC nel partecipare ai dibattiti sulle politiche in materia di droga; un più forte mandato dell’ Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR) su raccomandazioni mirate ad armonizzare le politiche sulle droghe e gli standard dei diritti umani; estensione del linguaggio dei diritti umani al campo delle droghe. Ora, un nuovo passo si è aggiunto a settembre, con un report dello OHCHR sulle sfide aperte in modo particolare in riferimento ai diritti delle donne e delle ragazze. Una lettura degli effetti del proibizionismo in un’ottica di genere necessaria, come confermato dall’autorevole British Medical Journal: “La guerra alla droga è una guerra alle donne”, titolava l’editoriale del BMJ il 16 settembre. Tra i punti chiave, quelli inerenti la sfera del penale e della giustizia: donne e ragazze affrontano rischi maggiori di molestie, violenza e discriminazione a causa delle leggi punitive sulle droghe, e nei contesti autoritari e di repressione militarizzata del traffico di droga, le donne corrono un alto rischio di subire torture, violenza sessuale e maltrattamenti durante l’arresto, la detenzione e l’incarcerazione. L’attuale impatto della crescente penalizzazione per le condotte minori, che riguardano la gran parte delle donne, sta comportando un aumento percentuale delle donne detenute per reati droga correlati molto superiore a quello dei maschi. Un’area importate di violazioni è quella del diritto alla salute e dei diritti sociali: la criminalizzazione scoraggia dal cercare assistenza sanitaria, anche per la salute sessuale e riproduttiva. L’accesso a servizi sanitari e di riduzione del danno sensibili alle questioni di genere è limitato. Le donne che fanno uso di droghe sono doppiamente stigmatizzate, anche come madri, e rischiano di perdere l’affidamento dei figli. Una lettura intersezionale evidenzia come donne e ragazze appartenenti a minoranze razziali e quelle con identità di genere non conforme subiscono discriminazioni molteplici, e sono sovra-rappresentate nelle carceri per reati minori legati alla droga. Le donne che vivono in aree di coltivazione sono affette dall’esposizione alle sostanze usate per eradicare le colture, come i pesticidi, con conseguenze negative anche per la loro salute riproduttiva. Il Rapporto indica alcune linee d’azione, che ruotano attorno alla priorità di decriminalizzare il possesso di droghe per uso personale, limitare il riscorso alla detenzione e assicurare gli standard di rispetto dei diritti umani. Nell’erogare le sanzioni vanno tenute in conto le responsabilità di cura, le storie di violenza, coercizione e povertà. Tutte le norme vigenti devono essere riviste per eliminare le discriminazioni su donne e ragazze, donne indigene e di discendenza africana e altre minoranze e tutti i servizi sociali e sanitari devono esse accessibili e disegnati con attenzione alle esigenze di genere. Sul piano sociale, priorità va data a protezione sociale, alloggio, istruzione, occupazione, assicurando che l’accesso al welfare non sia condizionato all’astinenza o a trattamenti obbligatori. Infine ma non ultimo: è necessario assicurare la partecipazione di donne e ragazze che usano alla progettazione, implementazione e valutazione delle politiche sulle droghe. Custodia cautelare e carceri degradate: l’Europa dei diritti si ferma davanti alle sbarre di Osservatorio Repressione osservatoriorepressione.info, 14 ottobre 2026 La Commissione europea denuncia il divario tra garanzie formali e condizioni reali di detenzione nei 27 Stati membri. Sovraffollamento, scarso ricorso alle misure alternative, assistenza sanitaria insufficiente e disuguaglianze nell’accesso ai diritti mettono in discussione la tutela della dignità umana e la presunzione di innocenza. La custodia cautelare dovrebbe rappresentare l’eccezione, la libertà la regola. Le condizioni di detenzione dovrebbero rispettare la dignità della persona, indipendentemente dal reato contestato o dalla condanna pronunciata. Sono principi riconosciuti dagli ordinamenti europei, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Eppure, quando si passa dalle norme alla realtà delle carceri, emerge una distanza profonda tra le garanzie proclamate e la loro concreta applicazione. È questa la contraddizione che attraversa la relazione presentata dalla Commissione europea il 23 settembre 2026 al Parlamento europeo e al Consiglio sull’attuazione della raccomandazione UE 2023/681, dedicata ai diritti delle persone sottoposte a custodia cautelare e alle condizioni materiali di detenzione. Il documento, che prende in esame tutti i 27 Stati membri, rappresenta il primo bilancio europeo sull’applicazione di una raccomandazione adottata nel dicembre 2022. Il quadro restituito dalla Commissione è articolato: nella maggioranza dei Paesi esistono disposizioni che riconoscono le principali garanzie processuali e stabiliscono requisiti minimi per la vita negli istituti penitenziari. Ma l’esistenza di quelle norme non assicura affatto che vengano rispettate. Il sovraffollamento continua a compromettere le condizioni materiali di detenzione, le alternative alla custodia cautelare sono utilizzate in maniera disomogenea, l’assistenza sanitaria presenta carenze e le persone più vulnerabili non ricevono ovunque protezioni adeguate. La Commissione descrive dunque un problema che non può essere affrontato soltanto attraverso il miglioramento delle disposizioni legislative: riguarda il funzionamento concreto delle istituzioni penali e la capacità degli Stati di limitare il ricorso alla privazione della libertà. La relazione deve essere letta anche tenendo conto della sua metodologia. Le informazioni sono state raccolte attraverso questionari predisposti nel 2024 e compilati dalle amministrazioni degli Stati membri entro giugno 2025. Non tutte le risposte sono complete e i sistemi nazionali di rilevazione risultano molto differenti. La stessa Commissione avverte che queste disomogeneità possono produrre rappresentazioni parziali della situazione. Per questo il documento non costituisce una graduatoria dei sistemi penitenziari europei né una certificazione che le garanzie formalmente previste siano effettivamente rispettate. Il suo valore sta piuttosto nell’individuare problemi ricorrenti, differenze tra ordinamenti e difficoltà comuni nell’applicazione degli standard europei. La custodia cautelare come pena anticipata - Il primo nodo riguarda la privazione della libertà prima di una condanna definitiva. La raccomandazione europea afferma che la custodia cautelare deve essere utilizzata soltanto quando strettamente necessaria, dopo una valutazione individuale e quando le misure meno restrittive risultino insufficienti. Non basta la gravità dell’accusa, né è ammissibile considerare automaticamente una persona pericolosa sulla base della sua condizione sociale o della sua nazionalità. La necessità della detenzione deve essere dimostrata dall’autorità competente, la decisione deve essere motivata e le ragioni che la giustificano devono essere sottoposte a verifiche periodiche. Non si tratta di una distinzione puramente giuridica. La custodia cautelare interviene nei confronti di una persona che deve ancora essere giudicata definitivamente e che, per questo, continua a beneficiare della presunzione di innocenza. Quando la detenzione preventiva si prolunga, quando diventa la risposta ordinaria alla contestazione di determinati reati o quando le alternative restano soltanto teoriche, il rischio è che la misura cautelare assuma nei fatti una funzione punitiva anticipata. La persona subisce gli effetti più incisivi della pena carceraria prima che il procedimento abbia stabilito definitivamente la sua responsabilità. La relazione conferma che gli ordinamenti nazionali riconoscono generalmente le principali garanzie: decisioni motivate, controllo giudiziario, possibilità di ricorso, assistenza legale e riesame della necessità della custodia. Ma la loro applicazione presenta differenze significative. In particolare, la Commissione segnala il ricorso insufficiente agli strumenti alternativi e le difficoltà che incontrano alcune categorie di indagati, soprattutto quando mancano condizioni personali considerate idonee a sostenere una misura non detentiva. La questione riguarda anche il funzionamento sociale della giustizia penale. Chi dispone di un’abitazione stabile, di relazioni familiari, di un lavoro e di risorse economiche può trovarsi in una posizione più favorevole per accedere a misure alternative rispetto a chi vive in condizioni di precarietà. La raccomandazione europea cerca di contrastare questo rischio stabilendo che la cittadinanza straniera o l’assenza di legami con lo Stato nel quale viene contestato il reato non possono, da sole, giustificare la presunzione di un pericolo di fuga. Ma la relazione evidenzia che gli indagati stranieri continuano a incontrare ostacoli nell’accesso a soluzioni non detentive, anche per le difficoltà di applicazione degli strumenti di sorveglianza transfrontaliera. Il risultato è che una misura concepita per rispondere a specifiche esigenze processuali può risentire profondamente delle disuguaglianze sociali. La custodia cautelare non dovrebbe servire a compensare l’assenza di politiche abitative, di servizi territoriali o di reti di accompagnamento. Eppure, quando queste condizioni mancano, la privazione della libertà rischia di diventare la soluzione più facilmente praticabile per il sistema giudiziario. Il sovraffollamento e la distanza tra norme e realtà - Il secondo grande tema affrontato dalla Commissione riguarda le condizioni materiali di detenzione. La raccomandazione europea stabilisce parametri precisi: almeno sei metri quadrati nelle celle singole, quattro metri quadrati per persona nelle celle collettive e una soglia minima assoluta di tre metri quadrati di spazio personale. Al di sotto di quest’ultima soglia sorge una forte presunzione di violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. Ma lo spazio disponibile non esaurisce il problema. Una detenzione rispettosa della dignità umana richiede accesso all’acqua, servizi igienici adeguati, luce naturale, aria, alimentazione sufficiente, cure mediche, attività all’aperto, istruzione, lavoro, contatti con i familiari e possibilità effettive di presentare reclami. Sono elementi che incidono sulla salute fisica e mentale e che non possono essere considerati benefici concessi discrezionalmente dall’amministrazione. La Commissione riconosce che questi standard sono ampiamente previsti dalle legislazioni nazionali, ma osserva che il sovraffollamento continua a ostacolarne il rispetto. Gli edifici inadeguati, la difficoltà di assicurare privacy nei servizi igienici, i problemi nell’accesso all’acqua calda e nella prevenzione delle infestazioni, la discontinuità delle attività formative e le differenze nella qualità dell’assistenza sanitaria mostrano quanto sia insufficiente limitarsi all’esistenza di regolamenti formalmente corretti. Il sovraffollamento, infatti, non è soltanto il rapporto numerico tra detenuti e posti disponibili. È una condizione che modifica l’intera organizzazione della vita penitenziaria. Quando aumenta il numero delle persone recluse senza un corrispondente adeguamento degli spazi e dei servizi, diminuiscono le possibilità di accesso alle attività, peggiora il rapporto tra operatori e detenuti, diventano più difficili la tutela della salute e la prevenzione dei conflitti. La pena finisce così per assumere un contenuto materiale molto diverso da quello stabilito dalla sentenza. È significativo che la relazione individui tra le criticità ricorrenti anche la protezione delle persone vulnerabili: minori, donne, persone con disabilità, detenuti con patologie gravi, cittadini stranieri e persone che necessitano di specifici sostegni sanitari o psicologici. L’uniformità apparente della pena detentiva nasconde bisogni profondamente differenti. Un sistema che non dispone di risorse sufficienti per rispondere a tali bisogni può trasformare la privazione della libertà in una condizione particolarmente dannosa proprio per chi si trova già in una situazione di maggiore fragilità. La dignità umana come limite alla cooperazione giudiziaria - La relazione contiene un elemento di particolare interesse, spesso trascurato nella discussione pubblica sulle carceri: le condizioni di detenzione non riguardano soltanto il rapporto tra uno Stato e le persone che custodisce, ma incidono direttamente sulla cooperazione giudiziaria europea. Il mandato d’arresto europeo si fonda sul riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie e sulla fiducia tra gli Stati membri. Ma quella fiducia non può comportare l’obbligo di consegnare una persona a un sistema nel quale rischierebbe concretamente di subire trattamenti inumani o degradanti. La giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha riconosciuto che, in presenza di rischi accertati, l’autorità giudiziaria chiamata a eseguire il mandato deve verificare le condizioni di detenzione nello Stato richiedente e può essere tenuta a rinviare o non eseguire la consegna. La Commissione segnala che dal 2016, in circa 586 casi, l’esecuzione di mandati d’arresto europei è stata rifiutata o ritardata per ragioni legate a rischi concreti di violazione dei diritti fondamentali e a condizioni materiali di detenzione inadeguate. Il dato non indica 586 violazioni definitivamente accertate, ma documenta quanto le condizioni carcerarie siano diventate rilevanti anche nei rapporti tra le autorità giudiziarie degli Stati membri. Qui emerge una contraddizione importante. La cooperazione penale europea si è sviluppata attraverso strumenti che rendono più rapida la circolazione delle decisioni giudiziarie e più efficace l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà. Ma l’efficienza della cooperazione incontra un limite quando non esistono garanzie sufficienti sul trattamento che riceverà la persona consegnata. Il rispetto dei diritti fondamentali non può quindi essere considerato un problema separato dall’amministrazione della giustizia: ne costituisce una condizione essenziale. Il fatto che le condizioni di detenzione possano impedire una consegna giudiziaria dovrebbe indurre a una riflessione più ampia. Se una persona non può essere trasferita verso un istituto nel quale rischia trattamenti inumani, lo stesso principio impone di interrogarsi sulla permanenza di chi già si trova in condizioni analoghe. La dignità umana non cambia valore a seconda che venga esaminata nel procedimento di consegna internazionale oppure nell’esecuzione quotidiana della pena. L’Italia davanti alla contraddizione europea - La relazione europea assume un significato particolare se letta alla luce della situazione italiana. Il nostro Paese conosce da tempo gli effetti del sovraffollamento strutturale, delle condizioni degradate degli istituti e della difficoltà di garantire percorsi effettivi di reinserimento. La condanna pronunciata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Torreggiani del 2013 aveva già imposto di affrontare il carattere sistemico delle condizioni di detenzione incompatibili con l’articolo 3 della Convenzione. Nel 2026, tuttavia, il problema è tornato a manifestarsi con particolare intensità. Secondo i dati diffusi da Antigone nel settembre scorso, la popolazione detenuta aveva raggiunto circa 66 mila persone, con un tasso reale di affollamento del 142,4%. Nel solo 2025, i magistrati di sorveglianza italiani avevano accolto 6.539 istanze relative a trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario. Sono dati nazionali, provenienti dal monitoraggio di Antigone e non dalla relazione comparativa della Commissione, ma rendono evidente quanto il divario europeo tra diritti riconosciuti e diritti effettivamente garantiti sia concreto anche in Italia. La vicenda del carcere di Sollicciano, a Firenze, ne rappresenta una manifestazione particolarmente significativa. Infiltrazioni, muffa, infestazioni, acqua sul pavimento e condizioni strutturali degradate hanno portato la magistratura fiorentina a intervenire su una parte dell’istituto. Dal medesimo contesto è nata la questione sottoposta alla Corte costituzionale sulla possibilità di differire l’esecuzione della pena quando non possano essere garantite condizioni compatibili con il senso di umanità. Il collegamento con la relazione europea è evidente, anche se i due procedimenti hanno natura e finalità differenti. La Commissione esamina l’attuazione degli standard comuni negli Stati membri; la Consulta è chiamata a pronunciarsi sugli strumenti previsti dall’ordinamento italiano. Entrambi i percorsi pongono però al centro lo stesso problema: quali conseguenze concrete debba produrre il riconoscimento del diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti. La questione non può essere risolta esclusivamente attraverso interventi edilizi. Le condizioni delle strutture devono certamente essere migliorate, ma la crescita della popolazione detenuta dipende anche dalle scelte legislative e giudiziarie che determinano l’ingresso e la permanenza in carcere. È qui che il tema della custodia cautelare si ricongiunge a quello delle condizioni materiali: un sistema che ricorre alla privazione della libertà più di quanto sia strettamente necessario contribuisce ad aggravare il sovraffollamento e, con esso, le difficoltà nel garantire diritti fondamentali. Le garanzie sulla carta non bastano - Nelle conclusioni la Commissione europea riconosce che gli Stati membri hanno costruito, nel complesso, quadri normativi relativamente solidi. Ma segnala contemporaneamente persistenti lacune nell’applicazione, insufficiente utilizzo delle alternative alla detenzione, problemi infrastrutturali e protezioni diseguali delle persone vulnerabili. La Commissione intende proseguire il lavoro attraverso schede informative nazionali, formazione e scambio di buone pratiche, in collaborazione con il Consiglio d’Europa. È un percorso di monitoraggio che può rendere più trasparenti le differenze tra gli Stati e favorire interventi concreti. Rimane tuttavia un limite da considerare: la raccomandazione del 2022 non è un atto legislativo vincolante e la relazione del 2026 non introduce di per sé nuove sanzioni per gli Stati inadempienti. Il riconoscimento di standard comuni non equivale quindi alla loro effettiva applicazione. Il problema resta quello di trasformare principi già ampiamente condivisi in obblighi concretamente rispettati nella quotidianità degli istituti. La lettura complessiva del documento consente di andare oltre una concezione del carcere come semplice problema amministrativo. Il sovraffollamento non dipende soltanto da edifici insufficienti, così come l’eccessivo ricorso alla custodia cautelare non può essere spiegato soltanto attraverso le caratteristiche dei singoli procedimenti. Entrambi i fenomeni rimandano alla centralità che la privazione della libertà continua ad assumere nelle politiche penali europee e alle difficoltà incontrate nel costruire risposte realmente alternative. Per questo la distanza tra le garanzie riconosciute e le condizioni effettive di detenzione non può essere affrontata limitandosi a rendere più efficiente l’organizzazione carceraria. Occorre interrogarsi anche sulla quantità di detenzione prodotta dal sistema penale, sulla necessità delle misure cautelari, sulla loro durata e sulla disponibilità di strumenti capaci di tutelare le esigenze processuali senza ricorrere automaticamente al carcere. La raccomandazione europea individua già nella detenzione l’ultima risorsa; la relazione del 2026 mostra quanto resti da fare perché quel principio diventi una pratica effettiva. Il punto decisivo è che la privazione della libertà non può sospendere il riconoscimento della persona come titolare di diritti. Chi si trova in custodia cautelare non può essere trattato come se fosse già stato definitivamente condannato, e chi sta scontando una pena non può essere sottoposto a condizioni che aggiungano sofferenze incompatibili con la dignità umana. La distanza tra questi principi e la realtà documentata nelle carceri europee non rappresenta soltanto una difficoltà nell’applicazione delle norme. Rivela quanto sia ancora necessario sottoporre il potere punitivo a limiti effettivi, verificabili e capaci di incidere sulle decisioni che privano le persone della libertà. Irlanda. La Chiesa denuncia il sovraffollamento carcerario di Davide Dionisi L’Osservatore Romano, 14 ottobre 2026 Al 9 luglio 2026 quasi un decimo dei detenuti della Repubblica d’Irlanda, cioè 520 persone, “dormivano su materassi a terra in celle sovraffollate, accanto a servizi igienici privi di separazione”. La denuncia è del vescovo di Kilmore, Martin Hayes, delegato della Conferenza episcopale irlandese per i rapporti con il Servizio penitenziario nazionale che, nel giorno dedicato agli ospiti degli istituti di pena (11 ottobre, Prisoners’ Sunday), ha deciso di segnalare - attraverso un documento ufficiale pubblicato sul sito della sua diocesi - ciò che continua a mettere a repentaglio la vita di chi vive dietro le sbarre. “Dobbiamo essere attenti alle condizioni di vita dei carcerati”, scrive il presule, aggiungendo che “per avere una qualche speranza di riabilitazione hanno bisogno che siano rispettati i loro diritti umani fondamentali”. Pur riconoscendo che il Servizio penitenziario nazionale ha compiuto passi in avanti, “il problema di fondo è che non c’è spazio sufficiente per accoglierli tutti. Siamo chiamati a fare di più, sviluppando forme alternative di riabilitazione e/o costruendo più spazi detentivi”, scrive il vescovo di Kilmore. Secondo l’ottavo rapporto Progress in the Penal System, curato da Martha Lewis per l’Irish Penal Reform Trust e presentato il 1° ottobre scorso, il 2025 è stato un “anno di regresso”. Nello specifico, le carceri hanno operato in media al 117 per cento della capienza. Il 31 dicembre la quota era salita al 122 per cento, con oltre seicento persone costrette a dormire su sottili materassi a terra in celle condivise con almeno un’altra persona. Ridotta anche la disponibilità di celle singole. Le persone che dividono lo spazio con altre tre o più sono quasi raddoppiate, arrivando a 416. Quelle che la dividono con altre due sono aumentate del 67 per cento, raggiungendo le 810 unità. Secondo il rapporto, operare a livelli così poco sicuri “rappresenta un venir meno dello Stato ai propri obblighi in materia di diritti umani”. Nella giornata dedicata ai ristretti, monsignor Hayes ha ricordato che “nella parabola del Vangelo di oggi Gesù illustra l’amore con cui Dio ci raggiunge con insistenza, chiamandoci a fare lo stesso con gli altri. Le risposte all’invito del re, nel Vangelo, andavano dal disinteresse e dall’indifferenza fino alla rabbia e alla violenza. Anche noi potremmo avere le stesse reazioni verso i detenuti, a causa della nostra convinzione che meritino la loro punizione. Notiamo, nella parabola del Vangelo, che il re continuò a invitare le persone al banchetto e che alla fine la sala si riempì di commensali, cattivi e buoni. È un’immagine di come Dio si rivolga a tutti, volendo il meglio per ciascuna persona. La nostra preghiera, in questa Domenica dei detenuti”, continua il presule, “è di andare incontro ai nostri detenuti, riconoscendo l’uno nell’altro il bene e il male: il bene che ispira e il male che può essere redento attraverso la comunicazione dell’amore costante di Dio. Possiamo rispondere all’amore costante di Dio garantendo ai detenuti il rispetto che è loro dovuto e le opportunità di riabilitazione che meritano”. Un rispetto che passa anche attraverso l’accoglienza particolare di chi necessita di cure psichiatriche. Non è un caso che il rapporto Progress in the Penal System dedichi un’attenzione speciale alla salute mentale, uno degli aspetti più aggravati dal sovraffollamento. Secondo Martha Lewis, il problema ha due facce. Da un lato ci sono detenuti che avrebbero bisogno di cure psichiatriche forensi ma il Central Mental Hospital non ha posti: mentre aspettano, le loro condizioni peggiorano. Dall’altro ci sono detenuti che avrebbero necessità di uno psicologo e non riescono a vederlo. La direttrice esecutiva dell’Irish Penal Reform TrustI, Saoirse Brady, si è detta “estremamente preoccupata” che le carceri funzionino come “sale d’attesa inadeguate” per persone con disabilità psicosociali che non hanno altro posto dove andare. Chi ha bisogno di cure psichiatriche o di sostegno comunitario viene sistematicamente incarcerato, e la situazione è aggravata dalla crisi abitativa e dei senzatetto. Ma il problema è il carcere, non il detenuto. Ne è convinto Keith Adams, responsabile delle politiche penali del Jesuit Centre for Faith and Justice e dottorando presso il Leuven Institute of Criminology, il quale ha proposto un “manifesto” per il sistema penale irlandese. Più salute mentale, servizi per le dipendenze, istruzione e reinserimento dentro le carceri sono utili - scrive - ma rispondono ai bisogni quotidiani e appartengono a documenti che chiedono cambiamenti graduali. Particolare attenzione il Manifesto di Adams la dedica alle carceri femminili che, secondo lo studioso, andrebbero chiuse. Negli ultimi anni la detenzione femminile ha adottato il linguaggio della cura, con il carcere di Limerick “attento al trauma”. Ma senza limiti di capienza, sia Limerick sia il Mountjoy femminile hanno ora i livelli più alti di sovraffollamento. Chiamare “cura” ciò che resta una punizione, sostiene, porta inevitabilmente a più detenute. Molte sono in carcere per reati non violenti legati a dipendenze e a esigenze familiari, e per alcune, anche in caso di morte, c’è un elemento di difesa dalla violenza del partner. Adams critica poi l’ipotesi di un nuovo carcere femminile a Cork, che porterebbe a tre istituti in sovracapienza invece di due. Oltre al Manifesto, il Jesuit Centre for Faith and Justice, unitamente al St. Stephen’s Green Trust, si è occupato del tema dell’importanza della formazione, intesa come attività trattamentale, negli istituti irlandesi. È infatti recente la pubblicazione di Lessons Never Learned: Education in Prison Workshop Report, documento che raccoglie gli atti e le riflessioni del workshop tenutosi ad aprile sul tema dell’istruzione nelle carceri, focalizzandosi in particolare sul contesto nazionale ed europeo. Nel presentare la nuova raccomandazione del Consiglio d’Europa, si sottolinea il diritto all’istruzione per tutti i detenuti, l’importanza delle competenze digitali e il supporto per specifiche categorie (tra esse le persone neurodivergenti e i detenuti stranieri). Si distingue, inoltre, tra formazione lavorativa/addestramento ed educazione in senso proprio, evidenziando come l’istruzione debba basarsi sui principi dell’educazione degli adulti e sul rispetto della dignità umana. Viene altresì denunciato un progressivo scostamento dagli standard europei nel sistema penitenziario irlandese perché a fronte di un aumento del 60 per cento della popolazione carceraria dal 2008, il numero degli insegnanti è rimasto invariato. A ciò si aggiunge il sovraffollamento, le restrizioni di regime, la cancellazione di corsi (inclusi quelli estivi e serali) e la riduzione degli spazi educativi che hanno marginalizzato il ruolo dell’istruzione. Per il documento del Jesuit Centre for Faith and Justice, l’istruzione in carcere contribuisce in modo significativo a mantenere e rafforzare i legami familiari e a sviluppare empatia, resilienza e rispetto. Per questo non deve essere considerata un mero strumento utilitaristico o un privilegio, bensì un diritto umano fondamentale che offre significato, riscatto e dignità alla persona incarcerata e alla sua famiglia.