Chi ha paura della Costituzione? Permessi ai capimafia, anche al 41 bis. Solo propaganda di Maria Brucale* Ristretti Orizzonti, 13 ottobre 2026 Un’ondata di giustizialismo un tanto al chilo alimentata da certa stampa e prontamente cavalcata dalla politica: “Permessi premio ai capi mafia, anche al 41 bis”. Zalone direbbe: ma è laureata questa? È davvero necessario rimettere al centro della discussione i fatti, il diritto e la Costituzione. Gridare allo scandalo paventando la scarcerazione indiscriminata di boss mafiosi, perfino al 41 bis, significa ignorare deliberatamente il dato normativo. Il legislatore, con il decreto-legge 162 del 2022 (poi convertito nella legge 199 del 2022), ha disegnato uno sbarramento insormontabile: l’accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative è espressamente e tassativamente escluso per tutte le persone detenute in regime di 41-bis. Evocare il fantasma dei capimafia che dal carcere duro escono indisturbati per riprendere le redini del territorio è pura propaganda della paura, utile solo a raccogliere un facile consenso elettorale scavando nelle fobie collettive. Se davvero vogliamo rivolgere lo sguardo alla nostra Carta costituzionale, il vero e grave punto di caduta risiede altrove. Sta nella scelta di seppellire vive le persone per trent’anni in regime detentivo di rigore, senza alcuna reale prospettiva di reinserimento. Un isolamento totale, sottratto a ogni contesto relazionale, affettivo e formativo, che finisce per annullare l’individuo anziché interloquire con la sua coscienza. L’articolo 27 della Costituzione parla chiaro: la pena deve tendere alla rieducazione. E rieducare, nel senso più nobile di e-ducere, insegna Glauco Giostra, significa proprio condurre fuori, accompagnare la persona verso l’apertura del pensiero a una visione della vita diversa da quella criminale. Uno Stato che rinuncia alla riabilitazione rinuncia a sé stesso e si chiude in un inaccettabile processo eliminativo. La narrazione di una magistratura di sorveglianza “manica larga” descrive una realtà che semplicemente non esiste. Il procedimento per chi è condannato per reati di mafia è già oggi un percorso farraginoso, blindato e quasi insuperabile. Le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) sono già parte integrante e attiva di questo meccanismo, chiamate a esprimere pareri dettagliati. Gli oneri di allegazione a carico del detenuto richiedente sono pressoché insormontabili: si pretendono prove monumentali di rottura con l’ambiente d’origine e dell’impossibilità di ripristino dei collegamenti, l’adempimento degli obblighi risarcitori e il superamento di capillari indagini patrimoniali estese a interi nuclei familiari. I magistrati di sorveglianza concedono rarissimi benefici con una prudenza estrema, analizzando meticolosamente la sussistenza di ognuno dei paletti rigidi disegnati dalla nuova normativa e troppo spesso fermandosi alla storia criminale del ristretto cristallizzata nella pronuncia di condanna ignorando ogni sforzo prodotto nel cambiamento in anni e anni di reclusione. “La mafia, diceva Sciascia, si combatte davvero con il diritto e non con la terribilità. Se lo Stato decide di contrastare il male usando il suo linguaggio - l’annichilimento dell’uomo, la privazione di ogni speranza, la logica del terrore - finisce per somigliargli. Ogni volta che un condannato per mafia beneficia di una misura alternativa perché ha saputo faticosamente costruire una nuova lettura della vita, ogni volta che un uomo sceglie di abbracciare la cultura del bene accantonando la subcultura dei clan, lo Stato ha vinto. Quella è la vera, definitiva vittoria della legalità sulla criminalità organizzata. Di quel successo dovremmo gioire tutti, come comunità civile, lasciando finalmente indietro il potere di chi scava nella paura e nel populismo penale per farne un misero bacino di consenso”. *Avvocato La civiltà di un Paese è nell’abolizione del carcere inumano di Sergio D’Elia Il Dubbio, 13 ottobre 2026 Nello stato di abbandono e di degrado in cui versa il carcere, come Nessuno tocchi Caino, continuiamo l’opera di Marco Pannella, forse la più bella della sua vita: visitare i carcerati. È un modo di fare di una mancanza, quella dello Stato, una presenza, la nostra. Accanto, non solo ai detenuti, ma anche ai “detenenti”: direttori, poliziotti penitenziari, educatori, medici. Che fanno con amore il loro mestiere: “Despondere spem” tra i disperati, educare gli analfabeti, medicare gli infermi. Che riducono il danno di un luogo che tale rimane: dannoso, oltre che inutile. Dove la pena non è solo la privazione della libertà, ma è corporale, di privazione di bisogni fondamentali: la luce, i suoni, gli odori, i sapori, i contatti umani. L’opera laica e cristiana di misericordia corporale del “visitare i carcerati” potrà dirsi davvero compiuta solo quando arriverà finalmente a “liberare i carcerati”. Come nel 2007 l’Onu dichiarò una moratoria universale delle esecuzioni dei condannati alla pena di morte, così oggi, nel 2026, occorre dichiarare una moratoria universale dell’esecuzione dei condannati alla pena corporale. Dopo 33 anni di moratorie e abolizioni conquistate nel mondo, Nessuno tocchi Caino mantiene la visione universale dell’infinito, del possibile nuovo orizzonte che non vedono i contemplatori della “realtà concreta” del luogo - di pena e di merda - in cui sono immersi. Se vuoi davvero testare la civiltà di un Paese, non devi entrare nelle sue carceri, devi uscire dal sistema carcerario. È ora di superare questo paradigma mentale patibolare che si dà per scontato. Il carcere è irredimibile. Più lo visito e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da fare: l’abolizione del carcere penale. Hic et nunc! È il ruolo dei visionari: rendere attuale l’inattuale, giocare il possibile contro il probabile. Penso agli abolizionisti americani, che avevano la visione della fine della schiavitù, senza la quale avremmo ancora gli schiavi nelle piantagioni di cotone. Senza la visione abolizionista della pena di morte, avremmo ancora ghigliottine, sedie elettriche, forche e altri patiboli in tutti gli angoli del mondo. Avremmo ancora la tortura come mezzo di prova e prevenzione dei reati. Senza la visione di Franco Basaglia, ci sarebbero ancora i manicomi coi “matti” legati ai letti di contenzione, costretti nelle camicie di forza, curati con l’elettroshock. È il momento della fine del carcere, un luogo in cui non può esservi “stato di diritto”, ma solo “stato di torto”: un torto che volge inesorabilmente alla tortura. Non perché in carcere vi siano torturatori, ma perché esistono condizioni strutturali di tortura. Dove il mezzo di esecuzione della pena distrugge il fine della pena. Riconosciamo il fallimento dell’illusione della rieducazione per via carceraria. Non chiudiamo i carcerati in cella, chiudiamo le celle del carcere e buttiamo via la chiave. Come Nessuno tocchi Caino, facciamo oltre cento visite all’anno negli istituti di pena. Parliamo coi “detenenti” e parliamo coi detenuti stipati nelle cosiddette “stanze di pernottamento”. È giusto chiamarle così, perché lì, su letti a castello fino a tre piani, mangiano e dormono. A un carcerato non chiedo mai che reato ha commesso; qualche volta chiedo “quanti anni hai fatto, quanti te ne mancano”. E lo prendo in giro quando risponde: mi sono fatto otto, dieci anni, venti “anni di branda”; non di carcere o di galera, ma di branda. Mariateresa Di Lascia, in un romanzo straordinario, “Passaggio in ombra”, racconta di Francesco che finisce in carcere e non distingue il giorno dalla notte, non riesce a separarsi da quel luogo di conforto che è il suo letto, un giaciglio che, come in un sudario, conserva l’impronta dei corpi passati prima di lui, e si identifica con la branda fino a sentire il cigolio del proprio corpo simile a quello del letto, come fosse divenuto di ferro. Ecco: quando una persona diventa non un fine ma un mezzo, tal quale la cosa in cui è costretto a vivere, penso sia giunta la fine di quel mezzo e di quella cosa. Per tornare a essere umani, più civili e anche un po’ cristiani, bisogna uscire dal carcere ed entrare in un’altra dimensione. In Ruanda, dopo il genocidio del 1994, furono ricostituite le corti Gacaca, i tribunali sull’erba (questo vuol dire “gacaca”) della giustizia tradizionale. Al centro del villaggio, radunata la comunità, vittima e carnefice, l’una accanto all’altro, dialogano, ricordano il passato, il danno agito e subito. Si riforma una convivenza civile. In Sudafrica, per giudicare i crimini dell’apartheid, Nelson Mandela e Desmond Tutu istituiscono, non un tribunale penale, ma una Commissione Verità e Riconciliazione. Su un piatto della bilancia la verità, la memoria delle vittime; sull’altro la riconciliazione, il futuro di una comunità. È la giustizia che non punisce ma rigenera, che non separa ma ripara, che tiene insieme una storia, quella di Caino e Abele, che sono fratelli, tragicamente separati, ma pur sempre fratelli. La via dell’indulto “responsabile”, iniziativa laica possibile grazie al mondo cattolico di Antonio Mazzocchi Il Dubbio, 13 ottobre 2026 Il dibattito sulla dignità della pena ha trovato una svolta nella proposta dell’“indulto responsabile”. Nato da un comitato laico e trasversale di ventitré firmatari -tra magistrati, accademici e giuristi- e coordinato dal professor Bartolomeo Romano, questo progetto offre una risposta concreta al dramma del sovraffollamento. Il merito di questo fronte laico, animato da figure come Francesco Petrelli, presidente dell’Ucpi, e a cui ha aderito l’Anm, è l’aver strutturato un modello tecnico ineccepibile, un indulto non automatico, ma vincolato alla responsabilità individuale e alla verifica della condotta. Questa architettura giuridica sarebbe rimasta un esercizio teorico senza la spinta ideale, etica e logistica della Chiesa cattolica. Se i giuristi hanno disegnato la struttura, la comunità ecclesiale vi ha infuso l’anima. Il cammino dei cattolici non è stato di semplice adesione, ma di attiva co-progettazione, maturata durante un convegno sul “diritto alla speranza” in ambito giubilare. La Cei ha colto la portata profetica della proposta, sostenendola attivamente con la mobilitazione per le firme. Al vertice di questo impegno si pongono gli appelli dei Pontefici. Da Papa Francesco, che ha chiesto segni di clemenza nella bolla “Spes non confundit”, fino a Papa Leone, la voce del Vaticano ha risuonato come un imperativo morale. Il Giubileo dei detenuti è diventato così il catalizzatore di un’istanza di misericordia che non cancella la giustizia, ma la rende possibilità di riscatto. I media cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana hanno svolto un ruolo cruciale di sensibilizzazione, riportando il tema nell’alveo dell’articolo 27 della Costituzione. Sul campo, la rete dei cappellani carcerari rappresenta l’infrastruttura indispensabile: sono loro a misurare ogni giorno la sofferenza nei penitenziari. Eppure, proprio partendo dal valore di questo percorso, è necessario guardare oltre, affrontando il problema con ulteriori miglioramenti per rendere il provvedimento ancora più efficace. In primo luogo, serve un potenziamento drastico delle risorse degli Uffici per l’Esecuzione penale esterna e la magistratura di sorveglianza: senza un numero adeguato di assistenti sociali e magistrati, il monitoraggio del “periodo cuscinetto” di sei mesi rischia di paralizzarsi sotto il peso della burocrazia. In secondo luogo, la Chiesa stessa può implementare le sue strutture di accoglienza, creando una rete diffusa di case di “reinserimento” gestite dalle Caritas diocesane e dal terzo settore. Infine, l’indulto responsabile deve diventare il ponte verso una riforma penale permanente, che incentivi le pene alternative e la giustizia riparativa come modelli ordinari. Solo integrando il rigore tecnico dei laici con la pedagogia del riscatto promossa dai Papi, l’Italia potrà finalmente superare la vergogna del sovraffollamento, trasformando il carcere in un laboratorio di nuova cittadinanza. Quarant’anni dalla “legge Gozzini” di Stefano Anastasìa* garantedetenutilazio.it, 13 ottobre 2026 Riprendere il percorso della riforma penitenziaria è necessario e urgente, per tornare a dare speranza a chi sconta una pena e prospettive a una politica che non può ridursi alle grida manzoniane dei populisti contemporanei. Abbiamo appena finito di celebrare i cinquant’anni della legge di costituzionalizzazione del sistema penitenziario italiano, la legge 354/1975, una delle grandi leggi degli anni Settanta, troppo spesso distrattamente dimenticata, che arriva il quarantennale della sua successiva, del suo sviluppo, al punto di essere spesso confusa con la prima, la legge del 10 ottobre 1986, n. 663, meglio nota come “legge Gozzini”, dal nome del suo promotore e primo firmatario, Mario Gozzini, all’epoca senatore della Sinistra indipendente. Da allora, i sostenitori della riforma penitenziaria sono stati identificati semplicemente con i sostenitori della legge Gozzini, i contrari come i contrari a essa, e dunque la legge Gozzini ha finito per significare qualcosa più delle sue stesse disposizioni, dividendo il campo delle pratiche penitenziarie e delle opinioni su di esse in due: i fautori e gli avversari di quanto disposto dall’art. 27, comma 3, della Costituzione, secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ciò detto, nella legge Gozzini non c’era solo un nome, un’idea o una bandiera: c’erano norme e disposizioni, correttive e integrative della legge penitenziaria di undici anni prima e delle sue manomissioni nel corso del travagliato decennio a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta del Novecento. Con la legge Gozzini compaiono nell’ordinamento penitenziario i permessi-premio, come strumento di progressivo reinserimento sociale dei detenuti condannati, e assumono la loro conformazione l’affidamento in prova al servizio sociale ordinario e quello per le persone con problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti, la semilibertà, la prima detenzione domiciliare, la liberazione anticipata e la liberazione condizionale per gli ergastolani. Vengono chiuse le “carceri speciali” e regolamentate le eccezioni al trattamento ordinario. Un enorme lavoro che chiudeva una fase, non solo di sperimentazione della riforma penitenziaria, ma anche di gestione della “emergenza terrorismo” in carcere. L’anno dopo arriverà la legge sulla dissociazione e per anni si discuterà della necessità di una “soluzione politica” per i reati motivati politicamente degli anni di piombo, ma di fatto la gran parte dei condannati per “fatti di terrorismo” usciranno dal carcere proprio grazie alla legge Gozzini, e cioè grazie a una concezione costituzionalmente orientata della pena, non come inutile strazio, equivalente e moltiplicatore del dolore inferto alle vittime, ma come sofferenza minima necessaria, che sa riconoscere il mutamento personale e l’estinzione del debito nei confronti della società. Quel miracolo, della ripresa di un percorso riformatore mentre ancora non si erano spenti gli echi della emergenza che ne aveva smorzato le ali fu il frutto di un Parlamento ancora centrale nella dinamica dei poteri e di una cultura costituzionale condivisa tra le forze politiche. Nelle memorie di Mario Gozzini riservate alla gestazione della legge che ne porta il nome si racconta degli incontri con il Ministro della giustizia, Mino Martinazzoli, che lo esortava a portare avanti il suo progetto, che il Governo avrebbe sostenuto anche se veniva dall’opposizione, e gli sarebbe stato più facile sostenerlo dall’esterno, piuttosto che farsene promotore, lasciando così libero il confronto tra le forze politiche (Gozzini, dobbiamo ricordarlo ai più giovani, era eletto come indipendente nelle liste del Partito comunista, principale partito di opposizione al Governo di cui Martinazzoli era espressione. La legge che ne porta il nome fu approvata da tutte le forze politiche dell’arco costituzionale, con la sola opposizione del Movimento sociale italiano, erede mai pentito del regime fascista). Quel che teneva insieme Martinazzoli e Gozzini era appunto la comune cultura costituzionale, il fermo convincimento che l’articolo 27 della Costituzione non fosse un flatus vocis, ma un architrave dell’ordinamento democratico, che non fa della giustizia penale il paravento della inconcludenza politica, quale siamo abituati a vedere nel suo uso populista contemporaneo, ma un intervento necessario da accompagnarsi con interventi più profondi sulle cause e le motivazioni dei comportamenti devianti. Durò poco la stagione felice della legge Gozzini: con le stragi di mafia e l’esplosione dello scandalo di Tangentopoli il nuovo sistema politico della seconda Repubblica si costituì sull’uso politico della giustizia e siamo arrivati fin dove siamo arrivati, al governo delle decine di reati simbolici, alla repressione delle libertà fondamentali, alla rivendicazione dell’omicidio preterintenzionale come atto di giustizia. E, intanto, inevitabilmente, in galera ci sono il doppio dei detenuti del 1990, in esecuzione penale esterna circa trenta volte quanti ce n’erano allora, e altrettanti che aspettano la decisione di un giudice per sapere se devono andare in carcere o in alternativa, il tutto a parità, se non con meno reati di allora. Per questo riprendere il percorso della riforma penitenziaria e della legge Gozzini è necessario e urgente, per tornare a dare speranza a chi sconta una pena e prospettive a una politica che non può ridursi alle grida manzoniane dei populisti contemporanei. *Una versione ridotta di questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2026 del mensile LiberEtà. Permessi premio capi clan. L’Antimafia: “Derive pericolose”. Pressing su Nordio: intervenga di Irene Famà La Stampa, 13 ottobre 2026 Previste in commissione le audizioni del ministro della Giustizia e dei vertici del Dap. La presidente Colosimo: “Sulle stragi del 1992 presenteremo la relazione entro Natale”. Benefici, salvacondotti e licenze di necessità diventano opportunità per i boss detenuti in regime di carcere duro. Occasioni per ricostituire i clan e continuare ad esercitare il potere. Lo svela un’inchiesta de La Stampa e ora a più voci si chiedono chiarimenti. Il Partito democratico vuole che il Guardasigilli Carlo Nordio riferisca in aula, Forza Italia chiamerà il ministro ed altri in commissione giustizia. Dal Ministero fanno sapere che, dopo aver seguito con attenzione l’inchiesta di questo giornale, la competenza sulla questione appartiene unicamente alla magistratura di sorveglianza, che può adottare una pronuncia favorevole anche in presenza di un parere negativo della Direzione nazionale antimafia. La faccenda pone numerosi interrogativi sulle norme, sulle interpretazioni giuridiche, sul difficile equilibrio tra sicurezza collettiva e funzione rieducativa della pena. A quanto emerge dall’inchiesta de La Stampa, però, i superboss che lasciano il regime di 41bis, anche solo per breve tempo, tornano a gestire i loro affari e a curare i contatti delle organizzazioni criminali. Uno scenario definito “impressionante” dai membri dem della commissione Giustizia, che chiedono al ministro Nordio di riferire in Parlamento. Chiedono anche che venga convocata la convocazione della commissione bicamerale per acquisire informazioni complete e svolgere le valutazioni di competenza. Tra i boss che hanno ottenuto benefici ci sono nomi come quelli di Cristoforo Cannella, finito all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, e di Mario Capizzi, condannato per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido. “I diritti dei detenuti vanno rispettati, ma il carcere duro esiste per impedire ai boss di continuare a comandare”, riflette Angelo Bonelli. Il deputato di Avs annuncia un’interrogazione “per sapere quanti permessi sono stati concessi ai detenuti al 41bis e con quali motivazioni e quali misure il governo intenda adottare. Su chi ha messo le bombe del ‘92 e ‘93 lo Stato non può abbassare la guardia”. I dati raccolti già nel 2025 “hanno evidenziato un allarmante incremento delle concessioni di benefici penitenziari nei confronti di detenuti condannati per reati di mafia”, spiega la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. E sottolinea la “disomogeneità territoriale che caratterizza le decisioni degli uffici di sorveglianza: a parità di quadro normativo, si registrano differenze molto rilevanti nel numero delle concessioni. Ciò dimostra che le norme vigenti sono suscettibili di interpretazioni diverse”. I boss in permesso premio spesso tornano a delinquere, a ripristinare rapporti criminali e vincoli associativi. “Proprio per questo - aggiunge Colosimo - le valutazioni sull’accesso ai benefici richiedono un livello di prudenza e di approfondimento particolarmente elevato”. Le opposizioni incalzano il Guardasigilli. Da Forza Italia, il deputato Enrico Costa invita ai distinguo: “La questione riguarda la magistratura, non il ministero”. Gli azzurri in Commissione hanno “chiesto e ottenuto l’avvio di un’indagine conoscitiva sul tema carceri” e ora chiedono che i temi sollevati dall’inchiesta “vengano presi in considerazione. Verranno auditi il ministro Nordio, i vertici del Dap, rappresentanti della magistratura e tutti i soggetti che possono dare un contributo tecnico. All’esito si potranno valutare correttivi dal punto di vista legislativo”. Sulle stragi del ‘92? “Relazione entro Natale”. Il tema dei boss che sfruttano permessi e salvacondotti per proseguire nei loro affari scuote la politica. Il senatore di FdI Alberto Balboni, sottosegretario alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria, non ritiene che la responsabilità ricada sull’esecutivo e sulla maggioranza: “Bisogna capire se il magistrato di sorveglianza ha deciso in base a un margine di discrezionalità o meno. La questione in tal caso è di competenza del Csm più che del governo”. Poi rilancia: “Se invece si vuole criticare la norma, bisogna andare fino in fondo e criticare la Corte Costituzionale e la Cedu, che hanno chiesto di limitare l’ergastolo ostativo pena la dichiarazione della sua illegittimità”. La deputata leghista Simonetta Matone, magistrata, parla di “doppiopesismo della sinistra. Ritengo che chiamare in Parlamento il Guardasigilli a rispondere dell’operato della magistratura sia ciò che la sinistra ha sempre respinto e negato”. Alta sicurezza fuori controllo. Un piano per carceri speciali di Francesco Grignetti La Stampa, 13 ottobre 2026 Deciso lo spostamento di 750 ergastolani al regime di carcere duro. La storia dei tanti permessi premio concessi dalla magistratura di Sorveglianza ai mafiosi, persino a quelli del 41bis il regime duro che dovrebbe recidere i contatti con l’esterno coglie di sorpresa i politici. E sono sinceramente sorpresi perché la mafia è scomparsa dai loro radar. È sorpresa persino la commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, fedelissima di Giorgia Meloni, dove si è dedicata grande energia a discutere e analizzare soprattutto quel che accadde tra Palermo e Roma nel lontano 1992 quando furono uccisi Falcone e Borsellino. Si sono accapigliati pro o contro il generale Mario Mori, pro o contro i magistrati che erano in servizio all’epoca a Palermo, pro o contro il senatore Roberto Scarpinato, M5S, già procuratore generale nel capoluogo della Sicilia. Poco o nulla, invece, su come vanno davvero le cose nella mafia e nelle carceri. Eppure i segnali d’allarme erano giunti. E la presidente Colosimo nel luglio 2025 aveva presentato una sua proposta di legge per mettere rimedio ad un andazzo che pure era stato notato. Ma si trattò di una proposta di legge controfirmata solo da quelli di FdI e con tanta, troppa discrezione. Risulta depositata in commissione Giustizia alla Camera senza che gli sia stato dedicato una sola ora di discussione, né che sia stata affidata a un relatore. Un messaggio in bottiglia. Qualcuno ricorderà il primissimo decreto di Giorgia Meloni sui rave che generò Meloni sui rave che generò Tante polemiche. Ebbene, conteneva anche le nuove regole per frenare i permessi premio ai mafiosi del 41bis:si stabilì che il magistrato di sorveglianza, prima di dare i permessi come discende da sentenze della Corte costituzionale, della Corte Europea, della Cassazione dovesse avere la prova che i contatti con l’esterno erano stati interrotti. Tutto qui. E da allora, silenzio assoluto sul tema. I nodi, invece, non erano affatto sciolti. Era il maggio2025 quando il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo disse che “le indagini rivelano che dal carcere vengono dirette e gestite le attività criminali che si svolgono all’esterno”. Si associò Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli. Era il luglio scorso, poi, quando il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia denunciò: “Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere”. Carceri fuori controllo? I lmagistrato si riferiva al circuito dell’Alta sicurezza, un gradino sotto il 41bis, ma apriti cielo. La maggioranza di centrodestra gli si scagliò contro a tutti i livelli. Il più aspro fu forse il ministro della Giustizia, Carlo Nordio: “È De Lucia disse il Guardasigilli che ha perso il controllo di sé stesso”. Eppure il problema esisteva ed esiste. Con i numeri attuali, sia dei tanti detenuti, sia dei pochi agenti della polizia penitenziaria, il carcere è diventato “poroso”. Le comunicazioni non sono affatto recise. I boss continuano a comandare sull’esterno. Qualche settimana fa, i parlamentari del M5S hanno presentato un’interrogazione su certi pizzini di Leoluca Bagarella che sarebbero usciti dal carcere di Sassari, attraverso il passamano da detenuto a detenuto. E i permessi premio sono la ciliegina sulla torta. Il problema è talmente esplosivo che è in corso una grandiosa quanto silenziosa ristrutturazione delle carceri. Anziché sezioni particolari nell’ambito di dodici carceri, si è deciso di rinchiudere i circa 750 ergastolani del carcere duro in sette carceri speciali e di sottoporli a reparti di élite della polizia penitenziaria. Tre di queste sono in Sardegna, a Nuoro, Sassari e Cagliari. Un altro è a Vigevano, in provincia di Pavia. E non è finita qui. Nel frattempo è arrivata una stretta per i detenuti dell’Alta sicurezza, che sono molti di più rispetti a quelli del 41bis. I progetti per schermare le carceri e impedire la connessione ai cellulari però stentano a decollare e la materia è tutta secretata. Sì alla revoca della liberazione anticipata se il percorso rieducativo è inconsistente di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 13 ottobre 2026 Nel caso concreto la Cassazione ha dato rilevanza all’uso continuo di cannabinoidi da parte del condannato che riconosciuto in stato di tossicodipendenza si recava al Serd dai domiciliari ma continuava a fumare. Il fondamentale presupposto della liberazione anticipata è quello di favorire e accelerare il reinserimento del condannato, che sia privato o limitato in termini di libertà personale, in base al parametro dell’andamento del suo percorso di rieducazione. Per tali motivi la Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 35827/2026 - ha rigettato il ricorso del condannato contro la revoca del beneficio subita per l’accertato mantenimento dell’uso costante di cannabinoidi. Il ricorso lamentava che la revoca non possa essere disposta se non per l’accertata commissione di un reato non colposo dopo il riconoscimento del beneficio. E - sempre secondo il ricorso - l’uso di droga leggera non è valido presupposto per disporre la revoca della liberazione anticipata annullando il valore favorevole alla sua concessione inizialmente accordato rispetto ai semestri da tenere in conto per il calcolo dei giorni di libertà da anticipare rispetto alla pena ancora da scontare. La Corte smentisce l’equazione tra revoca della liberazione anticipata e commissione di altro reato non colposo. Spiega, infatti, la Cassazione penale che il cuore della decisione del magistrato e del tribunale di sorveglianza sulla concessione o sulla revoca della liberazione anticipata risiede nella valutazione fenomenica del comportamento tenuto dal condannato. Per cui il beneficio viene concesso quando viene ritenuto proficuamente avviato - e non ancora da avviare - il percorso emendativo e di reinserimento sociale da parte del richiedente. Lo stesso dicasi per la revoca: se il giudice valuta alcune condotte materiali tenute dal condannato e che non integrano reato contrarie alla dimostrazione di un intrapreso percorso rieducativo rimuove il beneficio già concesso. Infine, chiarisce la Suprema Corte che anche l’uso di droghe leggere può essere dimostrazione che la rieducazione del condannato non è la strada realmente intrapresa. In effetti nel caso concreto, il condannato era stato inviato al Serd a seguito del riconoscimento del suo status di tossicodipendente proprio in relazione all’uso di cannabinoidi mentre nei fatti, secondo il giudice di sorveglianza, il trattamento presso il Serd rispecchiava la maliziosa intenzione di poter uscire di frequente dai domiciliari al fine di essere seguito dal servizio pubblico per il recupero delle tossicodipendenze. Deduzione non illogica - secondo la Cassazione - vista la positività alla cannabis rilevata sul condannato in plurimi o quasi tutti i controlli quando si recava agli incontri presso il Serd. Firenze. La Sindaca: “È peggio delle carceri brasiliane, Sollicciano va buttato giù e rifatto” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 13 ottobre 2026 “Per me la soluzione sarebbe buttarlo giù e rifarlo”. La sindaca Sara Funaro, intervistata a “Primo piano” su Rtv38 torna sulla questione Sollicciano. “Io ho vissuto una piccolissima parte della mia vita anche all’estero, in Brasile - aggiunge - che non è famoso per avere delle carceri all’avanguardia e ho avuto la possibilità di visitare alcune strutture penitenziarie: il carcere di Sollicciano è peggio”. Secondo Funaro si è giunti a “una condizione di disumanità che è totale, perché te non puoi avere un carcere dove hai l’acqua dentro le celle, dove ti passano le blatte, dove ci sono tutta una serie di problematiche”, che peggiorano la vita sia dei detenuti che dei lavoratori. Criticità anche al carcere di Livorno, su cui ha parlato il garante dei detenuti Marco Solimano: “Ci troviamo di fronte al paradosso di interventi edilizi recenti che, pur sanando situazioni fatiscenti, nascono già ciechi rispetto alla necessità di spazi di socialità fondamentali per qualsiasi percorso rieducativo. L’effetto benefico derivante dalla inaugurazione del nuovo padiglione è stato subito annullato dalla ingente mole di nuovi ingressi, tra cui quasi cento provenienti da Sollicciano”. Modena. Detenuto 41enne morì inalando gas, il giudice: “Dovete indagare ancora” di Daniele Montanari Gazzetta di Modena, 13 ottobre 2026 Accolta la richiesta della famiglia di Fabio Romagnoli: niente archiviazione. Il giudice ha rigettato per la seconda volta la richiesta di archiviazione sul caso della morte di Fabio Romagnoli, il 41enne trovato morto il 20 febbraio 2023 nella sua cella al Sant’Anna. La famiglia, assistita dagli avvocati Luca Sebastiani e Stefania Pettinacci, di Bologna, lo scorso 30 settembre si era opposta per la seconda volta alla chiusura del caso, convinta che si sia trattato di un suicidio che si poteva evitare. E l’opposizione è stata accolta dal giudice, che ha rimandato gli atti al pm disponendo, come richiesto, altri sei mesi di indagini per scandagliare in modo ancora più approfondito l’accaduto e capire se ci sono state responsabilità. L’avvocato della famiglia - “Siamo soddisfatti dell’esito dell’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione - sottolinea l’avvocato Sebastiani - si è evidentemente ritenuto necessario un approfondimento delle indagini, in conformità a tutte le richieste difensive rappresentate nell’atto di opposizione. Siamo ad uno snodo procedimentale di grande importanza: attendiamo con fiducia gli esiti supplettivi di indagine, per fare luce sulla drammatica vicenda che ha travolto i famigliari di Fabio Romagnoli”. In tribunale - All’udienza del 30 settembre erano presenti, ancora segnati profondamente dal dolore, anche il padre (Michele) e la sorella (Alice) della vittima. “È la notizia che aspettavamo - commenta il papà - e che ci dà una enorme speranza e forza per andare avanti dopo questa tragedia, che a nostro avviso era evitabile. Ringraziamo i nostri avvocati che finora hanno fatto un ottimo lavoro, e ci auguriamo adesso che su questa vicenda ci sarà un processo che attesti la verità ed eventuali responsabilità per la morte di mio figlio”. Il 41enne, che abitava a Portomaggiore, nel Ferrarese, il 20 febbraio 2023 fu trovato in condizioni disperate dalla polizia penitenziaria nella sua cella al Sant’Anna, a causa dell’inalazione del gas del fornelletto che aveva in dotazione. Morì poco dopo al Pronto soccorso. Era in carcere per il mancato rispetto degli arresti domiciliari, a cui era stato sottoposto dopo la denuncia per stalking della sua ex, anche lei ferrarese. Soffriva dal 2014 di depressione, diagnosticata. E aveva già tentato il suicidio. La famiglia, preoccupatissima, aveva segnalato al carcere il rischio che correva. Busto Arsizio. Detenuto messicano picchiato in carcere, indagati sei agenti di Sarah Crespi prealpina.it, 13 ottobre 2026 Sei agenti indagati dopo l’aggressione di un detenuto messicano: lesioni aggravate, false dichiarazioni e sospetti di depistaggio nell’incidente dell’8 febbraio. Nel caos che regna in carcere si aggiunge una nuova grana: ci sono sei agenti della polizia penitenziaria indagati, due per lesioni personali aggravate cagionate a un detenuto. Gli altri quattro, a vario titolo, sono accusati di falso ideologico e frode processuale. I fatti contestati sarebbero accaduti lo scorso 8 febbraio in prima sezione e li ha denunciati solo oltre un mese la vittima delle percosse, un messicano ventottenne che ora è recluso a Varese. L’inchiesta è condotta dal pubblico ministero Giulia Grillo, le dichiarazioni del ragazzo verranno cristallizzate in incidente probatorio davanti al gip Francesca Roncarolo. Stando a quanto ricostruito finora, l’episodio sarebbe nato dalla necessità di intervenire nella cella 20 per ricomporre “un evento critico”, fuor di metafora una lite o una protesta tra concellini. Un agente entrò munito di casco e scudo, vide che su un tavolino c’era una bottiglia di grappa distillata artigianalmente - che è assolutamente vietata in carcere - cercò di farsela consegnare e trovò resistenza. L’atmosfera si fece tesa e nella concitazione il poliziotto avrebbe colpito il messicano al volto usando un oggetto contundente non meglio identificato. Il collega avrebbe poi preso in carico il ventottenne per accompagnarlo in infermeria, perché così prevede il regolamento penitenziario: la visita medica è obbligatoria dopo l’impiego della forza fisica. Ma stando a quanto riferito dal detenuto, l’agente lo avrebbe preso a schiaffi puntando alla testa e al naso. Sta di fatto che al messicano diagnosticarono la frattura della piramide nasale e il foro maculare, prognosi quaranta giorni. In attesa di verificare cosa fosse successo, gli altri quattro indagati stilarono un rapporto, che a parere degli inquirenti sarebbe falso. Uno attestò che nel momento del suo accesso alla cella 20 il messicano e altri due reclusi si presentassero armati delle gambe di un tavolo usate come spranghe, che uno addirittura brandisse un coltello rudimentale forgiato con la lamiera di una bombola di gas e che ci fosse un fornelletto acceso con una pentola di olio bollente pronto all’uso. Affermò, mettendo tutto nero su bianco, che i tre detenuti avessero provocato i colleghi e che li avessero poi aggrediti. Secondo il capo d’accusa, che si basa sulla versione del ventottenne (a sua volta denunciato per resistenza a pubblico ufficiale) gli altri agenti coinvolti nell’inchiesta avrebbero cercato di sviare gli accertamenti disposti dal pubblico ministero Grillo. Ad aprile avrebbero ribadito quanto contenuto nell’annotazione di servizio, assicurando di non essersi mai confrontati con l’estensore della nota e di non aver mai letto gli atti. Una sorta di copertura insomma, ma al momento non si sa da quali elementi gli inquirenti deducano questa circostanza. Con ogni probabilità ci sono testimoni che smentiscono i pubblici ufficiali ma solo all’esito dell’incidente probatorio sarà possibile avere le idee più chiare. Padova. Una palestra per chi esce dal carcere all’Oasi dei padri Mercedari di Paolo Gallerani difesapopolo.it, 13 ottobre 2026 Inaugurata il 27 settembre la sala fitness per gli ospiti: dal 1965 la struttura accoglie ex detenuti e persone in misura alternativa. Una palestra fitness con attrezzi quali bilancieri, manubri, panche, tapis roulant, cyclette e altro può c’entrare con chi è uscito dal carcere o chi ha ancora un piede dentro? “C’entra, eccome”, asserisce padre David Spencer, che tradisce con il suo accento l’origine nordamericana. Il religioso è direttore dell’Oasi Padova (o Oasi della Mercede), ed è qui che è stata realizzata la nuova palestra voluta da lui stesso, inaugurata il 27 settembre durante la celebrazione della Madonna della Mercede. L’Oasi è una struttura di accoglienza in zona Chiesanuova gestita dai padri Mercedari di Padova che dal 1965 ospita ex detenuti, persone in permesso ammesse al lavoro esterno e persone che beneficiano di una misura alternativa alla detenzione. Ha la disponibilità di 24 posti letto e alcuni in più per emergenze legate a un breve periodo. Negli ultimi due anni i padri hanno aperto l’accoglienza anche a uomini che vivono in condizioni di marginalità. Per padre David, in Italia da tre anni, la palestra “nasce con l’obiettivo di aiutare gli ospiti ad avere uno spazio per scaricarsi, liberarsi dallo stress, dalla frustrazione, in una maniera sana e costruttiva. Vuole essere uno strumento di aiuto per un sostegno psicofisico e fa parte di un’azione educativa rientrando in un percorso più ampio di recupero della persona”. Il religioso racconta che gli ospiti hanno accolto con entusiasmo la nuova sala, chiedendo di poterla usare ancora prima dell’inaugurazione: “Hanno accesso alla palestra quando vogliono; alcuni la usano la mattina presto, altri nel pomeriggio dopo il lavoro o in serata”. Il responsabile puntualizza che lo spazio attrezzato fa parte del progetto “Oltre il limite”, titolo che vuole evidenziare che “ognuno di loro ha un limite che può essere il finire di scontare la pena o il trovarsi in difficoltà nel trovare una casa o altri e che, applicandosi con disciplina, costanza e determinazione, può essere superato. La palestra diventa così immagine della vita; per loro e per ognuno di noi”. La nuova struttura è stata realizzata grazie al sostegno di collaboratori, di benefattori, della Fondazione Cariparo e “soprattutto dei nostri ospiti che hanno messo a disposizione tempo, energie e mani per contribuire alla realizzazione di questo spazio”. Padre Spencer a proposito dell’Oasi aggiunge che “nasce per sostenere e accompagnare le persone che hanno dei passati segnati da vicende traumatiche e fare da ponte dal carcere, dove alcuni sono stati anche 25 anni, a una vita esterna, integrata nel mondo, nella società dove si è liberi. Qui nella casa ci sono delle regole, ma al primo posto c’è la fiducia. Venendo dal contesto americano dove gli istituti di pena sono solo punitivi, conoscendo gli ospiti e le loro storie ho cambiato totalmente il mio modo di considerare il carcere e i carcerati: mi hanno portato a vedere non dei reati e dei detenuti, ma delle persone. Recentemente gli ho detto che non soltanto hanno cambiato la mia prospettiva di uomo e di sacerdote, ma hanno trasformato la mia vita”. Porto Azzurro. San Vincenzo De Paoli, si è conclusa la XIX edizione del Premio Carlo Castelli di Gigliola Alfaro agensir.it, 13 ottobre 2026 Un racconto scritto in cella può diventare un’opportunità di lavoro per un’altra persona detenuta. È il cuore del Premio Carlo Castelli, che il 9 ottobre ha celebrato la sua XIX edizione nella casa di reclusione “Pasquale De Santis” di Porto Azzurro, all’isola d’Elba. Promosso dalla Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv attraverso il Settore Carcere e Devianza, il concorso offre alle persone recluse, anche negli istituti penali per minorenni, uno spazio per raccontarsi, rileggere la propria vita e immaginare un futuro diverso. A ciascuno dei primi tre classificati vengono assegnati mille euro. A ogni premio si aggiungono altri mille euro destinati a un progetto di formazione o inserimento lavorativo per una persona a fine pena in un altro istituto. Chi scrive contribuisce così alla ripartenza di qualcuno che forse non incontrerà mai: anche dalla reclusione si può essere di aiuto agli altri. I tre elaborati premiati sono: “Non è il punto da cui parti a definire chi sei, ma la direzione che scegli di prendere” di Alessandro (Ipm di Potenza); “Le chiavi invisibili” di Mirto Milani (casa di reclusione di Milano Opera”; “Sole a scacchi” di Linus & Zeus (casa circondariale di Montorio, Verona”. Con l’autorizzazione della direttrice Martina Carducci, il palco è stato allestito nel braccio detentivo, tra tre piani di ballatoi. Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza, ha richiamato il valore formativo della scrittura, che aiuta a maturare consapevolezza e ad aprirsi al confronto. L’antologia del Premio, stampata ogni anno in 13.600 esemplari, porta le voci dei detenuti nelle case, nelle scuole, nelle parrocchie e nelle associazioni, creando occasioni di conoscenza tra carcere e società. All’ascolto è dedicata la proposta di Vincenzo Varagona, presidente nazionale dell’Ucsi e componente della giuria. Alla direttrice Carducci ha consegnato un mazzo di carte realizzato con l’Anspi e dedicato alle cinque “M” del giornalismo costruttivo: più domande, più tempo, più linguaggi, più tutele, più umanità. Le carte saranno utilizzate anche nelle attività formative in carcere. Un invito a conoscere le storie prima di fermarsi alle etichette, allargando l’attenzione alle persone detenute, alla polizia penitenziaria, alle dirigenze e alle vittime dei reati. Quest’anno sono pervenuti 67 elaborati rispetto ai 220 raggiunti in passato. Caldart ha segnalato le difficoltà che alcuni vincoli burocratici stanno creando al volontariato penitenziario. Vincenzo Varagona ha riferito l’ipotesi che il bando non abbia raggiunto alcuni istituti, in particolare quelli di massima sicurezza, a causa delle recenti disposizioni del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ucsi e Società di San Vincenzo De Paoli rivolgono alle istituzioni un appello a rafforzare la collaborazione e ad affrontare insieme gli ostacoli alla partecipazione. A condurre la cerimonia Alessandro Ginotta, presidente dell’Ucsi Piemonte e comunicatore della Società di San Vincenzo De Paoli, che ha ottenuto di trascorrere una notte nell’istituto. Un’esperienza di vicinanza, vissuta nella consapevolezza della distanza da chi sconta una pena: “Io sapevo quando sarei uscito”, scrive nel suo racconto. “Zustissia”, il film con Michele Riondino sbanca il botteghino e scuote le coscienze di Rosanna Scardi Corriere della Sera, 13 ottobre 2026 La storia del pastore sardo in carcere ingiustamente per 33 anni. Nel film diretto da Francesco Piras, l’attore pugliese interpreta l’avvocato Mauro Trogu che lottò per la revisione del processo a Beniamino Zuncheddu, assolto dopo 33 anni di ingiusta detenzione. Esordio da record. “Zustìssia”, il film con protagonisti Fabrizio Ferracane e Michele Riondino e la regia di Francesco Piras, alla sua opera prima, uscito l’8 ottobre in Sardegna, è stato accolto con entusiasmo dal pubblico. La pellicola ha incassato oltre 77 mila euro nei primi quattro giorni di preuscita in Sardegna, in soli dodici cinema, ottenendo 6.476 euro, la media cinema per sala cinematografica, la più alta del box office. La vicenda, reale, si svolge nel 1991. Un triplice omicidio commesso sui monti del Sud della Sardegna porta alla rapida condanna di un uomo innocente: Beniamino Zuncheddu, interpretato da Ferracane. Tre gradi di giudizio in un anno per dare un ergastolo. Venticinque anni dopo, un giovane avvocato, Mauro Trogu, interpretato da Riondino, decide di lottare pro bono per restituirgli la libertà. “Zustissia” è la storia di una vita rubata dal più lungo errore giudiziario della storia italiana: 33 anni di ingiusta detenzione. Ed è anche la storia dell’emozionante battaglia che un giovane avvocato e altri alleati hanno ingaggiato per arrivare alla revisione del processo e all’assoluzione, arrivata il 26 gennaio del 2024. È un film d’inchiesta, d’impegno civile, d’amicizia e d’amore. Amore per “sa zustìssia”, amore per la verità, e amore per le montagne, quei meravigliosi monti da cui Beniamino è stato tenuto lontano tutta una vita e dove ora, finalmente, è tornato. Il lungometraggio è anche un atto politico perché indaga la frattura profonda tra cittadino e istituzioni, mettendo a nudo la vulnerabilità dell’individuo di fronte al potere. E un atto poetico perché affonda lo sguardo nell’uomo, nella fragilità dello spirito e del corpo, e nei luoghi, che diventano testimoni silenziosi di un’ingiustizia durata 33 anni. Il film, scritto da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, produzione Palomar e Piperfilm, è tratto dal libro di Mauro Trogu e Beniamino Zuncheddu dal titolo “Io sono innocente”, pubblicato in Italia da De Agostini Libri. Quei ragazzi verso Santiago, “rabbia, senso di abbandono. Il cammino li ha cambiati” di Cristiana Allievi Corriere della Sera, 13 ottobre 2026 Yann Samuell, regista di “Santiago, un cammino per ricominciare”, racconta un’avventura lunga 2mila chilometri fatta di dolore e redenzione. “Invece di stare in carcere, ai ragazzi viene data la possibilità di mettersi in viaggio, per fare ordine dentro di sé”, dice. Anche gli adulti che li accompagnano crescono, “abbiamo tutti una parte di noi da curare”. Le sue mani sono grandi e porta vistosi anelli d’argento e pietre dure sull’indice e sull’anulare. Siamo a Parigi, dopo la visione in anteprima di Santiago, un cammino per ricominciare, il dodicesimo film del regista e sceneggiatore Yann Samuell. Un film in cui non si vedono facce note hollywoodiane, ma si resta incantati dai paesaggi e dalla storia che racconta. Un milione e duecentomila spettatori nelle sale francesi, dal 24 settembre nei nostri cinema con Officine Ubu, si ispira a un libro, Marche et invente ta vie di Bernard Ollivier (Arthaud, 2015), che racconta una storia preziosa: il recupero di ragazzi tra i 14 e i 18 anni in grave difficoltà, spesso affidati alla giustizia minorile, ai quali viene proposta, come alternativa alla detenzione, una lunghissima marcia. Circa tre mesi e fino a 2.000 chilometri lungo il Cammino di Santiago, ciascun ragazzo accompagnato da un adulto. Per girarlo Yann è partito da Le Puy-en-Velay, in Francia, e ha fatto fare migliaia di chilometri a piedi alla sua troupe, alla ricerca di fattorie abbandonate, scorci di natura incontaminata, chiese romaniche inaccessibili in auto. “A un certo punto imbocchi una strada e capisci che stai vivendo quello che si chiama un’avventura”, racconta a 7. “È stato qualcosa che non avevo mai vissuto in oltre vent’anni di regia: come essere su una nave in mezzo alla tempesta, riuscendo a portare a casa un lavoro davvero molto, molto toccante”. Questa storia di viaggio, e anche di un viaggio dentro sé stessi, vede al centro Adam, un adolescente dalla vita turbolenta, e Fred, una professoressa che sta attraversando una difficile rottura sentimentale. Lei ha bisogno di rimettere ordine nella sua vita, lui di placare la rabbia e il senso di abbandono da parte della madre. Il Cammino di Santiago farà nascere fra loro un legame che guarisce entrambi, in modi inaspettati. Di origini scozzesi, Yann Samuell è nato a Bry-sur-Marne, una manciata di chilometri da Parigi. Canta gospel, suona la cornamusa e al momento è alle prese con la storia di Louis Braille, inventore francese del codice che porta il suo nome. Come le è venuta l’idea di Santiago, un cammino per ricominciare? “Due giovani produttori mi hanno chiesto di raccontare una storia sugli adolescenti su scala globale. Ci siamo imbattuti in Marche et invente ta vie, scritto da Bernard Ollivier, che ha fondato l’associazione francese SEUIL. Entrano nelle carceri minorili e propongono ai ragazzi di intraprendere il Cammino di Santiago invece di restare semplicemente in detenzione. È un’associazione che lavora davvero uno a uno, abbinando un adulto a un ragazzo, motivo per cui possono seguire cinquanta, cento ragazzi al massimo ogni anno”. Quei ragazzi verso Santiago, “rabbia, senso di abbandono il cammino li ha cambiati” E trovano sempre gli adulti di “appoggio”? “È più difficile trovare gli adulti che i giovani in difficoltà, perché non sai mai davvero quali siano le loro motivazioni. Alcuni arrivano con un atteggiamento quasi militare, tipo “sono forte, se succede qualcosa gli tiro uno schiaffo”, che è esattamente quello che non dovrebbe accadere. Altri invece sono troppo fragili e dopo una settimana crollano. Trovare persone con il giusto equilibrio è la cosa più difficile”. Occorre essere psicologi? “Non necessariamente, ma so che le persone vengono testate. I ragazzi sono davvero motivati a partire, non sempre vale lo stesso per gli adulti, che possono avere motivazioni personali”. Quei ragazzi verso Santiago, “rabbia, senso di abbandono il cammino li ha cambiati” Quella che vediamo è una storia vera? Non in senso stretto. Ho creato i personaggi da zero, basandomi su un contesto reale e su piccoli episodi veri che ho disseminato lungo il racconto. La cosa più interessante per me è che anche gli adulti hanno moltissimo da curare dentro di sé”. Quanti anni ha questa associazione? “Circa 25, e fino ad ora ha salvato più o meno 500 giovani dalla criminalità. Nell’85 per cento dei casi gli adolescenti che restano in carcere diventano criminali. Tra quelli che fanno questo cammino, l’85 per cento riesce a dare un senso alla propria vita, a trovare l’amore, costruire una famiglia, fare un lavoro che ama”. Ha parlato con centinaia di questi ragazzi per girare il suo film: cosa può dire dei risultati che ha visto? “I ragazzi scrivono un diario durante il percorso, le loro testimonianze sono molto forti. Soprattutto raccontano cosa resta di quell’esperienza a dieci, quindici anni di distanza. Ragazzi e ragazze che hanno intrapreso il cammino da adolescenti hanno visto cambiare profondamente il loro modo di pensare, il loro mondo interiore, perché hanno scoperto di poter realizzare qualcosa di più grande di loro”. Ha compreso cosa cambia davvero, in loro? “Dicono una cosa molto particolare: ogni volta che chiudono gli occhi hanno la sensazione di essere ancora in cammino. Quando sognano, sognano di camminare. Di andare avanti. Di lasciarsi il passato alle spalle”. Se oggi fermasse un ragazzo per strada e gli chiedesse: “Cammineresti per tre mesi, per 2.000 chilometri?”, cosa risponderebbe, se non fosse costretto dalle circostanze? “Risponderebbe: “Certo che no, è una follia”. Significa lasciare il cellulare, gli schermi, gli amici, tutto. Ed è per questo che l’esperienza funziona”. Uno dei momenti toccanti del film è quando i ragazzi trascorrono una notte in un monastero: mentre i monaci cantano l’Ave Maria, il protagonista rappa su di loro. Come le è venuta l’idea? “È ispirata a una storia vera. Una di queste coppie si è persa e ha bussato a un monastero per chiedere ospitalità per la notte. Dopo averli fatti cenare, i religiosi hanno chiesto al ragazzo di raccontare la sua vita, il suo viaggio. Quel ragazzo è rimasto colpito dal fatto che la sua vita potesse essere interessante per qualcuno, ha detto che è stato il momento più inaspettato della sua vita. Questo è il cuore della storia. Io ho aggiunto il rap”. Oltre le sbarre, le storie di chi cerca una seconda possibilità di Paolo Martini adnkronos.com, 13 ottobre 2026 Nel libro di Marco Erba, “Quello che non hai sentito”, edito da Ares, detenuti e operatori raccontano la vita in carcere. La prefazione di Marta Cartabia richiama il valore della rieducazione. Entrare in carcere per ascoltare, senza nascondere la gravità dei reati e senza ridurre le persone agli errori commessi. È il percorso proposto da Marco Erba in “Quello che non hai sentito. 18 voci dal carcere” (Edizioni Ares, pagine 304, euro 20), con una prefazione di Marta Cartabia, ex ministra della Giustizia e già presidente della Corte costituzionale. Attraverso diciotto storie vere, il libro attraversa le mura di un mondo spesso raccontato attraverso stereotipi e pregiudizi, dando spazio alle esperienze di chi è detenuto e di chi, ogni giorno, lavora negli istituti penitenziari. Il titolo del libro indica ciò che resta fuori dal dibattito pubblico quando il carcere viene affrontato soltanto in termini di emergenza, punizione e sicurezza. Le diciotto storie invitano a riconoscere una realtà più articolata, nella quale convivono colpa e responsabilità, sofferenza e impegno, errori irreparabili e possibilità di cambiamento. Le testimonianze raccolte dall’autore restituiscono un quadro complesso, fatto di dolore, responsabilità, contraddizioni e tentativi di cambiamento. Accanto ai detenuti compaiono agenti della polizia penitenziaria, educatori, medici, psicologi e figure direttive del carcere. Voci diverse, accomunate dalla necessità di confrontarsi con una realtà nella quale la giustizia non si esaurisce nella pena, ma interroga anche le possibilità di ricostruire una vita e tornare a far parte della società. “Ho voluto dar voce alle persone che ho incontrato. Perché le loro voci, le loro storie, non le ascolta nessuno”, scrive Erba, spiegando l’origine del progetto. L’idea nasce anche da un incontro personale: la prima volta che entra in carcere, l’autore conosce un detenuto che ha letto un suo libro e lo ha consigliato alla figlia tredicenne. “Il tuo libro ci ha unito, ha superato le sbarre”, gli dice il carcerato. È a lui e alla figlia che Erba dedica il volume. Il libro non cerca scorciatoie emotive né propone di cancellare la responsabilità individuale. Le vicende narrate possono commuovere, indignare o suscitare domande difficili, ma chiedono al lettore di non fermarsi al giudizio immediato. La colpa, la sicurezza, il perdono, la dignità e la recidiva emergono così come questioni da affrontare nella loro complessità, lontano dalle risposte semplificate. È proprio su questo terreno che si sviluppa la riflessione di Marta Cartabia. Nella prefazione, l’ex ministra della Giustizia richiama la necessità di conoscere concretamente la realtà carceraria prima di esprimere giudizi, recuperando la lezione di figure come Piero Calamandrei e Alcide De Gasperi. L’invito è a “vedere, non rimuovere”: ascoltare chi vive il carcere non significa assolvere chi ha commesso un reato, ma riconoscere la dimensione umana che nessuna sentenza può esaurire. La critica riguarda anche l’idea che la sicurezza possa essere garantita semplicemente attraverso pene più dure e una detenzione priva di prospettive. La logica del “buttate via la chiave”, osserva questa impostazione, rischia di trasformare la pena in una risposta alla paura collettiva, anziché in uno strumento capace di produrre cambiamento. Un carcere nel quale il tempo trascorre senza opportunità può alimentare rancore e favorire il ritorno al reato; al contrario, il lavoro, lo studio e le relazioni possono contribuire a costruire percorsi di reinserimento. Il tema si lega direttamente all’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La prospettiva della giustizia riparativa, al centro delle riflessioni di Cartabia, invita inoltre a considerare le responsabilità e le conseguenze del reato, aprendo spazi di confronto e di possibile ricomposizione delle relazioni. Le testimonianze di Maurizio e Corrado mostrano, da angolazioni differenti, come il cambiamento possa maturare nel tempo e attraverso incontri significativi. “Si cambia un pezzettino ogni giorno, solo se trovi il posto giusto e le persone giuste”, racconta Maurizio. Corrado, invece, distingue il senso di colpa dalla memoria dell’esperienza vissuta: i brutti ricordi, afferma, possono aiutare a capire e a diventare ciò che si desiderava essere. Sono parole che non cancellano il passato, ma indicano la possibilità di non restarne prigionieri. Il carcere, in questa prospettiva, diventa anche lo specchio di fragilità e fallimenti sociali che spesso precedono la detenzione: marginalità, disagio e difficoltà rimasti senza risposte. Riconoscere questa dimensione non significa negare il male commesso, ma interrogarsi sulle condizioni che possono prevenire nuovi reati e favorire un autentico reinserimento. Il messaggio conclusivo richiama il Timshel di John Steinbeck: “tu puoi”. Non una promessa di redenzione automatica, ma il riconoscimento che il futuro non deve essere necessariamente la ripetizione del passato. Perché la giustizia, oltre a stabilire una pena, è chiamata a misurarsi con una domanda essenziale: che cosa può accadere dopo? L’autore Marco Erba è un insegnante di Lettere in una scuola superiore della provincia di Milano, è autore di saggi dedicati alla scuola e di romanzi per ragazzi e adulti, tra cui “Fra me e te”, “Città d’argento” e “Il male che hai dentro”, pubblicati da Rizzoli. Collabora inoltre con “Avvenire”, dove si occupa di adolescenza ed educazione. “Scarp de’ tenis” cresce. Anche ?Opera Cardinal Ferrari distribuirà la rivista di Rossella Verga Corriere della Sera, 13 ottobre 2026 La rivista da 30 anni è anche un progetto sociale, nato per raccontare le esperienze e dare nome e volto (e dignità con il lavoro) a storie di invisibili. Ora anche Opera Cardinal Ferrari la distribuirà e diventerà uno strumento attraverso cui condividere e raccontare le persone che ogni giorno la animano. Ci sono amicizie che crescono col tempo e a volte si trasformano in matrimoni. Succede quando un legame diventa indissolubile, cementato da esperienze, condivisione, comunione d’intenti. Ma soprattutto accade quando un rapporto è intrecciato alle persone e alle loro vite. È un po’ quello che si è verificato tra Opera Cardinal Ferrari Ets e Scarp de’ tenis, realtà da sempre vicine e nei fatti quasi complementari. Da un lato l’esperienza sul campo e la mission di essere casa per chi non ha casa. Dall’altro il racconto dell’esperienza attraverso una rivista (edita da Cooperativa Oltre e promossa da Caritas). Una rivista che però è molto più di una pubblicazione: è un progetto sociale che ha compiuto nella primavera scorsa 30 anni e 300 numeri, nato per raccontare le esperienze e dare nome e volto (e dignità con il lavoro) a storie di invisibili. C’erano quindi fin dalle origini tutti gli ingredienti affinché questa amicizia diventasse un matrimonio, o una “partnership” per usare un termine che oggi è tanto di moda. La novità è che d’ora in poi anche Opera Cardinal Ferrari distribuirà Scarp de’ tenis e la rivista diventerà uno strumento attraverso cui condividere le notizie dell’Opera e raccontare le persone che ogni giorno ne animano la vita, offrendo a donatori e sostenitori uno sguardo sulle storie e sui percorsi che danno significato al loro generoso lavoro. La volontà è quella di mettere al centro della comunicazione le persone accolte, i “Carissimi”: riconoscerne il valore, ascoltarne il vissuto e raccontarne le possibilità di ripartenza, insieme con le attività e i servizi dell’Opera. Il giornale di strada diretto da Stefano Lampertico, realizzato da giornalisti professionisti con il contributo di racconti e testimonianze di chi vive situazioni di difficoltà, venduto da senzatetto ed emarginati offrendo loro un’opportunità di reddito e partecipazione, diventa così il nuovo notiziario di Opera Cardinal Ferrari Ets. E in questa attenzione alla dignità e al protagonismo delle persone c’è il nocciolo della coerenza tra i due progetti che si incrociano e si sostengono l’un l’altro. “Abbiamo voluto inserire nel piano di comunicazione dell’Opera Cardinal Ferrari Scarp de’ tenis, un giornale che arriva nelle parrocchie di tutta Italia e che viene venduto proprio dalle persone che abitano la strada: gli ultimi, i dimenticati dalla società. Noi, che dal 1921 accogliamo e accompagniamo queste persone, non potevamo non valorizzare questo giornale così vicino alle persone in difficoltà”, spiega il presidente di Opera Cardinal Ferrari Luciano Gualzetti. Due proposte diverse ma una visione comune. Salute mentale, dalla Consulta l’ok alla riforma del Tso: ci vorrà l’avvocato di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 13 ottobre 2026 Chi viene ricoverato a forza in un reparto psichiatrico con un trattamento sanitario obbligatorio, d’ora in avanti, non può più restare solo davanti al giudice che decide se quel ricovero forzato è legittimo. Accanto a lui ci dovrà essere un avvocato. Di fiducia, se riesce a nominarlo. D’ufficio, se non ci riesce. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 157, decisa il 6 luglio scorso e da poco depositata. Il redattore è il giudice Stefano Petitti, il presidente Giovanni Amoroso. La Consulta ha dichiarato illegittimo l’articolo 35 della legge 833 del 1978, quella che ha istituito il servizio sanitario nazionale, nella parte in cui non prevede che la convalida del Tso in degenza ospedaliera, e della sua eventuale proroga, si svolga con le garanzie della difesa tecnica. La storia nasce da un’ordinanza del sindaco di Empoli. Nel novembre del 2025 un uomo, L. C., affetto da disturbo schizofrenico, viene ricoverato contro la sua volontà. I medici scrivono di “agitazione psicomotoria” e di un paziente che rifiuta farmaci ed esami, senza coscienza della malattia. Il giudice tutelare di Firenze convalida il trattamento il 7 novembre e la proroga il 13. Durante l’audizione, però, l’uomo dice una cosa precisa: “Io ho diversi avvocati e voglio che chiamate i miei avvocati”. Fa anche i nomi. Secondo quanto riferisce il Tribunale, quella richiesta non viene presa in considerazione. Il giudice convalida e si limita a disporre che il provvedimento venga comunicato anche ai legali. L.C. impugna la convalida davanti al Tribunale di Firenze e solleva il problema. La legge, semplicemente, l’avvocato non lo prevede. Il Tribunale, con ordinanza del 29 dicembre 2025, porta la questione alla Consulta. Cosa solleva? Che il paziente sia avvisato della facoltà di nominare un difensore, che a questo difensore vengano comunicati l’ordinanza del sindaco e il decreto del giudice, che possa assistere all’audizione. Tutto riparte dalla sentenza n. 76 del 2025. Con quella decisione la Consulta aveva già riscritto un pezzo dell’articolo 35. Aveva imposto che l’ordinanza sindacale fosse comunicata alla persona e che il giudice tutelare la ascoltasse prima della convalida, nel luogo dove si trova, di solito il servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Era stato riconosciuto che il Tso è un trattamento coattivo vero e proprio, e che quindi oltre alle garanzie dell’articolo 32 valgono quelle dell’articolo 13, la libertà personale. Mancava l’altro lato del diritto di difesa: l’assistenza di un professionista. Il Tribunale di Firenze aveva messo sul tavolo un paragone che la Corte ha fatto suo. Lo straniero espulso con accompagnamento alla frontiera, nell’udienza di convalida, ha sempre un difensore, di fiducia o d’ufficio. Già nel 2004, con la sentenza n. 222, la Consulta aveva bocciato la norma che non lo garantiva. Entrambi sono procedimenti non penali. Entrambi toccano la libertà fisica. Uno prevede l’avvocato, l’altro no. Il Comitato dei cittadini per i diritti umani, amicus curiae , lo dice chiaro: il Tso sarebbe l’unico procedimento restrittivo della libertà personale in cui nemmeno la fase giurisdizionale assicura un difensore. Il passaggio più forte della sentenza riguarda il rifiuto della soluzione minima chiesta dal giudice fiorentino. Riconoscere solo la facoltà di nominare un avvocato, scrive la Corte, produrrebbe un doppio effetto distorsivo. Quel diritto lo eserciterebbe soltanto chi conserva abbastanza lucidità da capire l’avviso. E lo eserciterebbe soltanto chi ha soldi, una famiglia o una rete sociale capace di trovare un legale. Il risultato sarebbe quella che i giudici chiamano una “intollerabile discriminazione” fondata sul tipo di patologia e sulla condizione economica. Con un paradosso: le persone più fragili resterebbero senza tutela. Da qui la scelta della difesa obbligatoria, l’unica che garantisce l’assistenza a chiunque subisca una coazione fisica, comunque si manifesti il suo disagio. La Consulta richiama anche Strasburgo. Per la Corte europea dei diritti dell’uomo chi è privato della libertà per un disturbo psichico deve avere un legale quando contesta la misura. Lo dicono M.S. contro Croazia del 2015 e M.B. contro Spagna del 2025. Cosa cambia in concreto? Al momento della comunicazione dell’ordinanza del sindaco, la persona deve essere avvisata che può nominare un difensore di fiducia. Se non lo fa, il giudice tutelare ne designa uno d’ufficio, pescando dagli stessi elenchi usati nel processo penale, quelli dell’articolo 29 delle norme di attuazione del codice di procedura penale. L’avvocato va avvertito in tempo, può partecipare all’audizione prima della convalida e riceve la notifica del decreto. La sentenza contiene anche un messaggio al Parlamento, scritto con una formula che non lascia dubbi: la Consulta ha già espresso, e reitera oggi, un invito al legislatore a rimeditare la configurazione normativa del trattamento sanitario coattivo. La legge che lo regola è del 1978. Le piste indicate sono concrete. La prima è la nomina di un curatore speciale, così che sia sempre garantito il rispetto effettivo dello statuto costituzionale della persona. La seconda è la previsione di figure con funzioni di interlocuzione e di mediazione, con l’obiettivo di favorire percorsi di assistenza consensuali. Qualcuno che provi a costruire un accordo, prima della forza. Poi c’è un ragionamento che allarga lo sguardo fuori dalle aule. Il Tso, osservano i giudici, coglie il momento acuto di un disagio psichico che spesso affonda le radici nella marginalità sociale. Servono interventi strutturali a monte, per prevenire le crisi. Questo significa sostegno ai servizi per la salute mentale e, in generale, ai servizi socioassistenziali che aiutano le persone e le loro famiglie. Sono scelte complesse, ammette la Corte. Non può farle da sé, perché spettano al legislatore. C’è anche la consapevolezza del peso pratico. La Consulta non nasconde che rendere obbligatorio l’avvocato comporterà un aggravio organizzativo, come è già accaduto con l’audizione del paziente. Attuare i diritti costa risorse, e la responsabilità tocca anche chi amministra la giurisdizione. È un’osservazione da mettere accanto all’opinione presentata dall’associazione L’altro diritto e dal centro interuniversitario Adir. Secondo loro molti tribunali, dopo la sentenza del 2025, avrebbero finito per raccomandare l’audizione a distanza, svuotando di fatto la garanzia appena conquistata. La presenza del difensore sarebbe il modo più adatto per fermare quella deriva. I giudici tengono fermo anche un altro aspetto. Il Tso resta una misura sanitaria. La competenza dei medici, dalla proposta del primo alla conferma del secondo, normalmente uno psichiatra, è la prima garanzia non solo della correttezza clinica ma della stessa legittimità giuridica del trattamento. L’avvocato non prende il posto dello psichiatra. Serve a fare in modo che, quando lo Stato usa la forza su un corpo, qualcuno possa chiedere conto di quella forza. Sul fronte parlamentare una proposta esiste già. L’Associazione radicale diritti alla follia, intervenuta come amicus curiae, ha presentato una proposta di legge di iniziativa popolare, annunciata nella Gazzetta Ufficiale del 22 novembre 2024. Tra l’altro prevede la difesa tecnica obbligatoria e gratuita. Il presidente del Consiglio, in questo giudizio, non è intervenuto. L’uomo del Tso di Empoli che chiedeva dei suoi avvocati, adesso, li avrebbe di diritto. Che cos’è la “guerra cognitiva” e perché ha la fiducia nel mirino di Vittorio Pelligra Avvenire, 13 ottobre 2026 Una strategia di disinformazione funziona anche senza imporre una versione dei fatti. Basta che renda difficile capire quali fonti siano affidabili e a cosa credere. Scrive Hannah Arendt in “Truth and Politics” (1967) che il fine ultimo della menzogna politica non è quello di convincere i cittadini a credere il falso, ma di renderli incapaci di distinguere il vero dal falso. La propaganda totalitaria, osserva, non punta all’assenso ma al disorientamento: il suo effetto più profondo non è una credenza sbagliata ma la dissoluzione stessa della capacità di credere. Sessant’anni dopo, quella diagnosi descrive con precisione geometrica il cuore della guerra cognitiva contemporanea. Si tratta di una forma di conflitto basata su operazioni di influenza condotte attraverso reti digitali, intelligenza artificiale e piattaforme social. Viene spesso presentata come una guerra alla verità. È una definizione parziale e, in qualche modo, fuorviante. Il suo obiettivo primario, infatti, non è sostituire un dato di realtà con una menzogna. E’ distruggere la fiducia che rende i fatti condivisibili. In questo senso la prima vittima della guerra cognitiva non è la verità, è la fiducia. Questa distinzione è tutt’altro che irrilevante. La bugia, per essere efficace, deve essere creduta. Ha bisogno della fiducia altrui, anche se la sovverte. La guerra cognitiva, nella sua forma più evoluta, non mira a essere creduta, ma a rendere impossibile l’atto stesso del “credere”. Le tecniche documentate da Thomas Rid nel suo Misure attive (2022) - saturation bombing informativo, mescolanza sistematica di vero e falso, amplificazione artificiale della discordia - non producono una narrativa alternativa ma un rumore di fondo nel quale ogni narrativa si dissolve, quelle vere e quelle false allo stesso modo. Ladislav Bittman, già alto funzionario dei servizi segreti cecoslovacchi, citato da Rid, spiegava che la disinformazione efficace “deve rispondere almeno parzialmente alla verità”. È questa commistione calcolata tra elementi verificabili e invenzione che rende impossibile separare l’uno dall’altro. La fatica della verifica diventa essa stessa un’arma. La fiducia non è un sentimento vago, è un’infrastruttura epistemica. Conosciamo il mondo non solo attraverso l’osservazione diretta, ma anche attraverso reti di testimonianza e credibilità che ci permettono di delegare parti della nostra conoscenza ad altri. Quando quella rete si deteriora, la conoscenza diventa inaccessibile, non perché i fatti scompaiono, ma perché non abbiamo più le coordinate per selezionare chi merita fiducia la nostra fiducia e chi no, in questo processo di comunicazione e informazione. E allora scegliamo di non fidarci più di nessuno. Maria Ressa, giornalista filippina e premio Nobel per la pace, ha condensato questo meccanismo in una formula precisa: “Senza fatti non puoi avere verità. Senza verità non puoi avere fiducia. Senza tutti e tre, non abbiamo una realtà condivisa”. Ed è esattamente quella realtà condivisa, il terreno su cui si gioca la democrazia, il bersaglio della guerra cognitiva. Ma c’è anche un secondo livello, più profondo, che spesso sfugge all’analisi. La guerra cognitiva non agisce solo sui singoli individui, sulle loro credenze e sulla loro capacità di valutare le fonti. Agisce anche sulla dimensione collettiva della deliberazione. Cioè sulla capacità di una comunità politica di pensare come un “noi”. Le democrazie non funzionano perché i cittadini sono individualmente informati. Funzionano perché esistono spazi deliberativi nei quali il dissenso può essere ricomposto attraverso prove verificabili e procedure riconosciute. È questa grammatica comune del confronto che la guerra cognitiva vuole minare alla radice. Quando il flusso informativo viene saturato, quando ogni affermazione è immediatamente contraddetta e ogni fonte diventa sospetta, allora la deliberazione collettiva non si sposta su posizioni diverse. Semplicemente si inceppa. Non si litiga più su quale soluzione adottare, ma su quali fatti siano reali. Non si discute di politica, si discute di realtà. In quel passaggio la coesione sociale si sgrana. Le persone parlano all’interno di bolle separate, ciascuna con la propria grammatica dei fatti, incapace di riconoscere nell’altra un interlocutore legittimo. La comunicazione sopravvive ma la sua funzione di costruzione condivisa della realtà, no. Questo sgretolamento del “noi” ha conseguenze istituzionali precise. Le istituzioni democratiche svolgono una funzione conoscitiva oltre che politica. Sono strutture deputate a stabilire cosa è accaduto, chi ha torto e chi ha ragione, quali norme si applicano. Questa funzione presuppone un accordo minimo sulla loro legittimità. Quando la guerra cognitiva erode la fiducia nelle istituzioni, non attraverso prove di corruzione, ma attraverso la saturazione di sospetti indimostrabili, esse non vengono conquistate, ma svuotate. Continuano a esistere formalmente, ma perdono la capacità di produrre una verità pubblica riconosciuta come tale. Ciò che rimane, quando la fiducia si è dissolta, non è il caos, ma una condizione ideale per l’instaurarsi di un potere che non ha bisogno di legittimazione, perché ha eliminato il tribunale davanti al quale dovrebbe rispondere. In un ecosistema informativo nel quale nessuno si fida di nessuno, l’unica credibilità che sopravvive è quella che può essere imposta dalla forza. La guerra cognitiva non è un’alternativa al potere autoritario, ne è la sua precondizione. La democrazia presuppone quindi qualcosa di più della possibilità di votare. Presuppone che cittadini in disaccordo possano continuare a riconoscersi come partecipanti allo stesso processo di formazione delle decisioni e possano discutere a partire da procedure comuni di accertamento. La fiducia richiesta non è fiducia cieca nelle istituzioni né consenso sui risultati. È la disponibilità a riconoscere che esistono modi pubblici, fallibili e contestabili per stabilire fatti e correggere errori. Quando questa fiducia viene meno, il disaccordo cambia natura. L’avversario non sbaglia più: mente necessariamente. La fonte contraria non è semplicemente discutibile, ma diventa illegittima. È così che l’attacco alla fiducia pubblica diventa un attacco alla capacità di una comunità politica di continuare a pensarsi come un “noi”.