Che spettacolo i moralisti chiodati che scoprono il garantismo di Claudio Cerasa Il Foglio, 12 ottobre 2026 Intercettazioni utilizzate in modo strumentale, gogna mediatica e un improbabile vaffa al giustizialismo. Dopo Ranucci, Scarpinato: il senatore del M5s con un passato da magistrato scopre sulla sua pelle i danni generati dal circo mediatico-giudiziario. Per l’internazionale dei moralisti chiodati in servizio permanente effettivo, non è una stagione semplice da gestire e per questo vorremmo esprimere loro la nostra più sincera solidarietà. Non è una stagione facile per il moralismo modello Ranucci, costretto a difendersi ora dal metodo Report applicato alla sua vita, e non lo è neppure per i suoi follower chiodati, come Travaglio, che oggi si ritrovano a demonizzare le scelte fatte dai giudici che hanno negato il reintegro di Ranucci in Rai dopo aver demonizzato per anni ogni soggetto desideroso di criticare l’azione della magistratura. Non è stata una stagione facile per il moralismo modello Davigo, che dopo aver trasformato ogni individuo con un contenzioso con la giustizia in un criminale fino a prova contraria oggi è costretto a fare acrobazie garantiste per dimostrare che la condanna ricevuta è frutto di un complotto giudiziario. Non è una stagione facile per il moralismo modello Travaglio, che dopo aver deliziato l’Italia con i suoi scoop dall’Uruguay sul caso Minetti ha scelto prudentemente di cancellare ogni cronaca su quella storia dopo essersi accorto che il giacobinismo senza prove può essere a rischio in un’aula di tribunale. Non è però una stagione semplice per un altro principe del moralismo, la cui storia sarebbe stata difficile da scrivere, vista la sua incredibilità, per qualunque nemico giurato dei mozzorecchi un tanto al chilo. Il protagonista di questa storia si chiama Roberto Scarpinato. E’ un senatore del Movimento 5 stelle, è stato uno dei magistrati della procura di Palermo negli anni di Falcone e Borsellino e da mesi si trova immischiato, come si dice, in una storia che sta mettendo in crisi le coordinate del moralismo in versione grillina e post grillina. La storia è semplice. Da anni, c’è una procura, quella di Caltanissetta, che indaga sull’ipotesi che tra le ragioni delle stragi del 1992 vi fosse anche l’interesse di Falcone e Borsellino per la famosa inchiesta Mafia-appalti, l’inchiesta sui rapporti tra Cosa nostra, imprese e grandi lavori pubblici. Nel corso di quelle indagini è finito sotto inchiesta Gioacchino Natoli, ex pm di Palermo, accusato insieme a Giuseppe Pignatone di favoreggiamento aggravato per la gestione di un filone di Mafia-appalti. La procura, in questi anni, non è riuscita a trovare prove sufficienti per individuare nuovi responsabili delle stragi e ha chiesto l’archiviazione, poi disposta dal gip. Ma durante le indagini sono emersi alcuni fatti interessanti, che a un moralista, abituato a considerare come verità ogni quadratino delle carte giudiziarie, dovrebbero fare un certo effetto. La procura, mentre Natoli era intercettato, ha registrato 33 conversazioni di Natoli con Scarpinato, che non era e non è indagato. Alcune di queste riguardavano l’audizione che Natoli avrebbe dovuto sostenere davanti alla commissione parlamentare Antimafia, della quale Scarpinato fa parte. Dalle telefonate emerge che i due discussero prima dell’audizione di alcune questioni che sarebbero poi state affrontate davanti alla commissione. Scarpinato sostiene di aver semplicemente chiesto a Natoli di riferire pubblicamente fatti veri che Natoli stesso gli aveva già raccontato. Il gip Santi Bologna, nel decreto con cui ha archiviato il filone Mafia-appalti, ha scritto invece parole molto dure sul comportamento di Scarpinato, parlando di “attività depistante” nei confronti di Natoli. Scarpinato contesta radicalmente questa ricostruzione e ricorda di non essere mai stato indagato e di non aver quindi potuto difendersi in un processo da quelle accuse. Il cortocircuito è lì di fronte ai nostri occhi. Di fronte a intercettazioni, trascrizioni, accuse contenute in atti giudiziari e richieste politiche di dimissioni, Scarpinato e il M5s, che per anni hanno educato i propri elettori a considerare ogni sospetto una prova, ogni illazione una certezza, ogni parola di un magistrato una verità, riscoprono improvvisamente un lessico familiare ai garantisti: tutela delle conversazioni private, prerogative dei parlamentari, diritto al contraddittorio, diritto di difendersi prima di essere giudicati, pericolo del processo mediatico, uso politico delle procure, campagna di delegittimazione, anomalia nel vedere un giudice che in un atto giudiziario distribuisce patenti morali, etiche, valutative, a un soggetto non indagato, mascariandolo. Il problema della difesa di Scarpinato non riguarda solo la storia che emerge dalle indagini della procura di Caltanissetta. Ma riguarda un fatto politico più interessante. Quando educhi i tuoi elettori a pretendere dalla classe politica trasparenza assoluta, quando spieghi ai tuoi elettori che qualsiasi sospetto deve essere considerato come una prova di colpevolezza, quando porti avanti battaglie politiche all’insegna del “fuori le chat”, ricordate il caso Del Mastro, per coerenza dovresti chiedere al tuo parlamentare mascariato non di attingere al vocabolario del garantismo ma di pubblicare le chat con il pm che era stato indagato, Natoli, le conversazioni, le intercettazioni, le registrazioni delle comunicazioni. Scarpinato, invece, sostiene che le sue trentatré conversazioni intercettate con Natoli, essendo Scarpinato senatore, non avrebbero potuto essere utilizzate e trasmesse alla commissione Antimafia senza autorizzazione del Senato. Dice, inoltre, che quelle conversazioni vanno lette “nel loro contesto”. Evoca la presenza, contro di lui, di una “macchina del fango”. Denuncia, nientemeno, la trasmissione “sottobanco” ai media di intercettazioni che sostiene fossero coperte dal segreto. Collega la loro diffusione a una “campagna di delegittimazione” politica. E arriva a mettere sotto accusa la possibilità che l’esposizione pubblica delle accuse rivoltegli dal gip di Caltanissetta in commissione Antimafia, dove quelle carte sono state trasferite, abbia moltiplicato il rischio di essere esposto a un duro “processo mediatico”. Nella sua difesa, più che legittima, Scarpinato non deve essersi accorto di come il metodo del linciaggio adottato contro di lui, intercettazioni utilizzate in modo strumentale con conversazioni registrate in modo non ortodosso in possibile violazione delle garanzie costituzionali di cui dovrebbe godere un parlamentare della Repubblica e con esposizione alla gogna a causa di una valutazione morale fatta da un gip le cui parole pesano come un macigno anche a causa del potere assoluto che alcuni partiti in questi anni hanno trasferito alle figure dei magistrati, sia esattamente il metodo su cui per molti anni ha prosperato il grillismo e il post grillismo. Vale per lui, un parlamentare del M5s con un passato da magistrato che scopre sulla sua pelle i danni generati dal circo mediatico-giudiziario, come è valso anche per Ranucci: sperimentare il metodo Report sulla propria pelle e scoprire il garantismo solo quando la pelle esposta alla gogna non è quella degli altri ma è la propria. Beppe Grillo, lo sappiamo, è lì, alla finestra, che cerca di capire se esista uno spazio per poter tornare a fare il guastafeste nell’agone della politica. Difficile dire cosa accadrà. È più semplice fare i conti con un dato di realtà: tra le molte ragioni che rendono complicata la sua nuova discesa in campo c’è un fattore non da poco che riguarda la presenza di eredi del grillismo che, con il loro improbabile vaffa al giustizialismo, da Scarpinato a Ranucci, sono diventati tragicamente più comici di lui. Ieri, tra i mozzorecchi, era tutto un fuori le chat. Oggi, tra i manettari, è tutto un fuori i giustizialisti. Popcorn. Mafiosi, ergastolani e capi clan lasciano il carcere con i permessi di Paolo Festuccia La Stampa, 12 ottobre 2026 Boss di mafia, capi clan e killer: per loro le porte dei penitenziari diventano girevoli. Per gli ergastolani ma anche per chi sconta il carcere duro. Passano gli anni, cambia la giurisprudenza, gli echi per i morti ammazzati dalla mafia si affievoliscono e la regola del “fine pena mai” si trasforma lentamente in un “quasi mai”. Si parte per i detenuti nel regime di massima sicurezza (che possono ottenere permessi secondo i benefici di legge) e si arriva a quelli sottoposti al regime del 41 bis. Insomma, la nuova letteratura giuridica si evolve e i super boss ne fanno tesoro: dalla strategia delle bombe il passo è sempre più breve verso la prassi della buona condotta carceraria. Scattano così i “salvacondotti” e le licenze per necessità. Sia nel primo caso, che nel secondo in tanti ne hanno usufruito. Tra questi anche il boss Raffaele Galatolo, detenuto “modello” nei report stilati dagli uffici del carcere di Secondigliano, già condannato all’ergastolo per mafia e omicidio, tanto da ottenere durante il periodo del Covid alcuni permessi per lavorare sia in un’associazione di volontariato che per tornare stabilmente nella sua Palermo. Dove però, riorganizzava la sua cosca e progettava l’idea di rimettere insieme le famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella, due delle più importanti del mandamento mafioso di Resuttana. Di capi clan, e capi mandamenti sottoposti al regime del 41 bis ce ne sono circa 750 in Italia. Alcuni nomi dicono poco ai più, nonostante si siano macchiati di delitti gravi, omicidi efferati, estorsioni aggravate dal metodo mafioso altri, soprattutto, quelli dei palermitani (119 detenuti al 41 bis al 24 settembre scorso) sono più noti e ancora oggi oggetto di processi infiniti e cronache quotidiane. Poi ci sono quelli di Napoli, Catania, Catanzaro, Reggio Calabria e via dicendo. Nella lista ci sono Leoluca Bagarella, tra i capi storici del clan dei corleonesi, fratello di Ninetta, moglie del capo dei capi Totò Riina, Pietro Aglieri, altro famigerato boss, i fratelli Graviano condannati anche per la stragi di Firenze, Milano e Roma tutti con più ergastoli sulle spalle e sottoposti al carcere duro. Irreprensibili nelle loro celle: per questo sperano di ottenere benefici e permessi. I loro avvocati, anche sulla scorta della sentenza della Corte costituzionale del 2019 e poi quelle della Corte di Strasburgo, che hanno condannato l’automatismo dell’ergastolo ostativo perché violerebbe il “diritto alla speranza”, chiedono sistematicamente la revisione del regime detentivo duro. Ogni due anni c’è una pronuncia per per la proroga, ma “ogni volta”, spiegano quelli che se ne intendono della Dna (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo) sarà più complicato motivarne le ragioni per il diniego “specialmente per chi ha già goduto dl beneficio”. Uscire dal 41 bis è il primo vero step per la semi libertà. Prima accadeva raramente o per gravi condizioni di salute. Ora accade sempre più spesso che i boss assoggettati al carcere duro facciano istanza per ottenere permessi: fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno. Naturalmente quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna ma alcune volte succede che il magistrato di sorveglianza disponga diversamente a Palermo (ma il problema si pone ed è sovrapponibile anche a Catanzaro, Reggio Calabria, Catania). Fino ad ora comunque non è riuscito ad ottenere il beneficio Filippo Graviano, detto “u Baruni” al 41 bis (nel settembre del prossimo anno si dovrà decidere sulla proroga del carcere duro) con il fratello Giuseppe per le stragi del 92-93, che sia il 24 dicembre scorso che nel giugno di quest’anno ha presentato la sua richiesta ma è stata rigettata. Ma, invece, è andata diversamente per Cristoforo Cannella detto Fifetto tra i killer più spietati di cosa nostra. Legato ai fratelli Graviano e a Leoluca Bagarella è stato condannato all’ergastolo per le stragi e le bombe di Firenze ma anche per essere uno degli esecutori della strage di via D’Amelio dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Era nelle sue mani il telefonino (è quanto accertato durante il processo) che avvertiva del transito dell’auto del giudice verso la casa della madre. Cannella, arrestato con l’operazione “Castagna” nelle indagini coordinate del magistrato Alfonso Sabella ha ottenuto il permesso di uscire lo scorso 10 aprile e secondo ricostruzioni processuali è stato anche al centro del cosiddetto “protocollo farfalla” una sorta di accordo non ufficiale risalente al 2004 tra i servizi segreti italiani (allora Sisde) e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) per incontrare i detenuti in regime di 41-bis senza avvisare i giudici. Una vicenda mai del tutto chiarita che ancora oggi rimanda a tutta una serie di opacità. Prima di Cannella, comunque, ad uscire con permesso è stato anche Gregorio Di Giovanni (esecuzione del permesso il 6 marzo scorso) e il capomandamento di Ribera in provincia di Agrigento Mario Capizzi, 57 anni, condannato all’ergastolo anche per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino di cui sarebbe stato uno dei carcerieri. La lista dei desideri o se si preferisce la lista d’attesa dei pretendenti si allunga di giorno in giorno. Anche Gioacchino Corso capo della cosca di Santa Maria di Gesù ha presentato la sua richiesta (5 ottobre scorso) ma attende l’esito della risposta (il parere della Dna è già arrivato, contrario) così come Gioacchino Cillari (anche lui in attesa), condannato all’ergastolo per essere stato (su mandato dei boss Pippo Calò e Matteo Motisi) l’esecutore materiale dell’omicidio del sottufficiale dei carabinieri Gioacchino Crisafulli. In attesa di risposta per un’eventuale “libera uscita” anche il boss Giuseppe Falsone, condannato all’ergastolo e considerato uno dei capi di Cosa nostra nella Provincia di Agrigento, assieme a Gerlandino Messina. Prima dell’arresto avvenuto a Marsiglia Falsone era nella lista dei più pericolosi trenta latitanti. La Dna ha già espresso parere contrario ma la pronuncia definitiva ancora non è arrivata. Così pure per Stefano Fragapane, figlio dell’ex capo di Cosa nostra agrigentina Salvatore, all’ergastolo per quattro omicidi. Anche in questo caso la decisione finale deve arrivare. Rigettate, invece, le richieste del boss di Porta Nuova, Alessandro D’Ambrogio e di Ignazio Ribisi considerato uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano e Giuseppe Sicilia, che dalle motivazioni della sentenza d’Appello nel processo Xidy è stato riconosciuto come capo della famiglia mafiosa di Favara. Scarcerato, invece, per fine pena lo scorso 2 settembre Nicola Accardo considerato un fiancheggiatore del boss Matteo Messina Denaro e anche Girolamo Biondino libero dallo scorso 8 luglio per aver espiato la pena. Fratello di Salvatore, l’autista di Totò Riina, secondo le dichiarazioni rese in aula dal collaboratore di giustizia Vito Galatolo fu lui a portare il messaggio di Matteo Messina Denaro per il piano di eliminazione del pm Nino Di Matteo. Lo stesso Galatolo - ritenuto attendibile da più Corti a Palermo e Caltanissetta - rivelò che dopo aver acquistato l’esplosivo proveniente dalla Calabria e pagato con i soldi raccolti da tutte le famiglie il progetto per eliminare Di Matteo era pronto per essere eseguito. De Lucia: “Il padrino che torna sul territorio ripristina le regole mafiose” di Paolo Festuccia La Stampa, 12 ottobre 2026 Maurizio De Lucia è il capo della procura di Palermo. E proprio nel capoluogo siciliano ha iniziato la sua carriera in magistratura. “Negli istituti penitenziari ci sono circa 750 persone al 41 bis. Il sistema rischia di non tenere, perché per fare funzionare davvero il carcere duro bisogna da un lato assicurare condizioni di detenzione dignitose ma dall’altro impedire a questi reclusi che sono i capi delle organizzazioni mafiose e terroristiche di continuare a comandare dall’interno delle carceri come facevano prima”. Cosa si dovrebbe fare? “Il problema non riguarda solo i sottoposti al 41 bis ma tutti i detenuti che appartengono alle organizzazioni mafiose. Noi abbiamo nell’alta sicurezza soggetti giovani appartenenti a vari clan che in quanto appartenenti alle organizzazioni mafiose lo erano fuori del carcere e continuano ad essere dentro il carcere, e quindi, se non opportunamente vigilati assumono dentro il carcere una posizione dominante. È questa la fascia che cresce di più perché quelli che stanno al 41 bis, bene o male, sono destinati a rimanerci”. Quali sono i pericoli? “Chi è recluso nel regime dell’alta sicurezza generalmente non ha pene detentive come dire eterne. Quindi si tratta di condannati che in qualche modo si formano dentro il carcere e tornano fuori più esperti di prima. L’altro problema che stiamo riscontrando è per i soggetti anche questi fuori dal 41 bis, che sono stati importanti capi mafiosi, killer che escono usufruendo dei benefici penitenziari - perché fuori dal 41 bis si possono ottenere - e tornano nel territorio di appartenenza incidendo seriamente perché è gente che ha formazione e esperienza”. E quindi rimettono insieme i cocci dei clan… “Naturalmente tutto questo avviene in un quadro di assoluta legalità. Ci sono diritti che spettano ai detenuti e c’è un giudice di sorveglianza che decide e ritiene che quel soggetto non sia pericoloso sulla scorta di una serie di dati che gli vengono forniti”. Un segnale inquietante ... “Non è solo un segnale. C’è il fatto che alcuni di questi esponenti sono detentori del vero potere, e il vero potere per un mafioso è conoscere le regole dell’organizzazione ed esserne riconosciuto come tale, quindi anche gente piuttosto in là con gli anni che torna e risolve i conflitti dentro l’organizzazione o dentro la famiglia secondo le buone regole. Che lui conosce e che nessuno mette in discussione, quindi fa un’opera di governo e questa opera di governo è naturalmente pericolosa perché il risultato è quello rafforzare l’organizzazione in maniera significativa”. La riorganizza, dunque, la ristruttura... “Esatto, la cosche così sono in costante ristrutturazione con gli anziani che tornano sul territorio per un periodo non breve fra l’altro e in quel in quel periodo, come dire, possono dare le linee direttive a capi più giovani che non hanno il loro carisma, ma che vengono riconosciuti come loro vicini, per consentire poi alla mafia di potersi presentare di nuovo, in maniera forte e quindi di essere attrattiva per tutti quei ragazzi disperati che vivono nelle periferie di Palermo e che non hanno una prospettiva ulteriore o una diversa di vita e che invece vedono nell’organizzazione mafiosa una cosa che li fa sentire parte di un’entità - di un’entità certamente criminale - forte e quindi capace anche di acquisire reddito per ruolo”. Come se ne esce allora? “Se ne esce con un impegno radicale che riguarda il mondo delle carceri, ragionando sul fatto che noi abbiamo una popolazione carceraria superiore a quella che fra virgolette ci possiamo permettere”. Da anni si ragione ma la soluzione non esce... “Noi in realtà abbiamo un sistema penale che ragiona quasi esclusivamente - nonostante alcuni interventi recenti - in termini di giustizia riparativa, un po’ come si ragionava nell’ottocento, cioè commetti un reato e vai in carcere. Oggi invece mentre per alcune categorie di crimini e di soggetti, penso ai mafiosi o anche a soggetti che destano particolare allarme nell’opinione pubblica come i violentatori, i killer seriali, ovviamente per questa gente la destinazione non può che essere il carcere, ma per gli altri bisognerebbe fare un ripensamento complessivo del sistema delle pene, cioè immaginare pene che siano diverse da quella detentiva”. Ci si arriverà? “Questa dovrebbe essere la linea, che anche se non molto originale perché Cesare Beccaria con il principio utilitaristico della pena lo affermava già in maniera piuttosto chiara, ma se noi facessimo questo, se investissimo nel sistema carcerario, ragionando anche sullo stato attuale, allora delle soluzioni serie potrebbero arrivare mettendo insieme rieducazione e utilità della pena”. In passato abbiamo già sperimentato forme di indulto... “Il risultato degli indulti è che noi apriamo le celle un anno e l’anno dopo abbiamo lo stesso numero di detenuti più altri detenuti. Queste forme di estinzione del reato della pena si possono immaginare soltanto alla fine di un percorso”. Carcere e permessi ai boss mafiosi, il Pd chiede Nordio in Parlamento: “Convocare l’Antimafia” La Stampa, 12 ottobre 2026 I parlamentari dem sollecitano chiarimenti dopo l’inchiesta di Paolo Festuccia su La Stampa, che documenta i benefici concessi a detenuti condannati per gravi reati di mafia, anche sottoposti al regime del 41 bis. Il Partito democratico chiede al ministro della Giustizia Carlo Nordio di riferire in Parlamento sui permessi e sui benefici penitenziari concessi a boss mafiosi, anche detenuti in regime di carcere duro. La richiesta arriva dopo l’inchiesta di Paolo Festuccia pubblicata su La Stampa, che ricostruisce diversi casi di detenuti condannati per reati di mafia che hanno ottenuto la possibilità di uscire dal carcere, in alcuni casi tornando nei territori di origine. “Le notizie contenute nell’inchiesta sono impressionanti”, affermano Walter Verini, Enza Rando, Debora Serracchiani, Giuseppe Provenzano, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco Mirabelli e Valeria Valente, componenti del Pd in Commissione Antimafia. I parlamentari chiedono anche la convocazione della commissione bicamerale, per acquisire informazioni complete e svolgere le valutazioni di competenza. Secondo l’inchiesta, norme, interpretazioni giuridiche e benefici penitenziari avrebbero consentito a detenuti in regime di alta sicurezza e, in alcuni casi, al 41 bis di ottenere permessi e lasciare temporaneamente il carcere. Il rischio, secondo i dem, è che queste uscite favoriscano la ripresa dei contatti con le organizzazioni criminali e possano agevolare nuove attività illecite. I parlamentari precisano di non mettere in discussione la funzione rieducativa della pena, ma sostengono che debba essere garantita senza compromettere la sicurezza collettiva. “Questo deve avvenire nella sicurezza della società e dei cittadini, evitando rischi di provvedimenti che vanifichino l’esigenza di impedire legami e contatti criminali”, dichiarano. Nella nota, il Partito democratico denuncia anche le condizioni degli istituti penitenziari, segnati da sovraffollamento e carenza di personale, e segnalano il rischio che alcuni boss mantengano margini di influenza criminale. Da qui la richiesta di un chiarimento in Parlamento da parte di Nordio e della convocazione della Commissione Antimafia. Messa alla prova, coinvolto il 70% dei comitati della Croce Rossa di Teresa Olivieri Italia Oggi, 12 ottobre 2026 Parla il presidente della CRI, Rosario Maria Gianluca Valastro: quasi 2 mila persone hanno potuto svolgere lavori di pubblica utilità, 400 punti per accedere al programma. Che piace agli avvocati. Quasi il 70% dei comitati di Croce Rossa sul territorio nazionale è coinvolto nella messa alla prova dei detenuti. Partendo dal 2018, con la prima convenzione, rinnovata poi cinque anni dopo per strutturare ulteriormente il progetto, si arriva oggi a sfiorare i 400 avamposti in cui è possibile accedere al programma e circa 500 sedi di servizio totali. “Attraverso questa rete, abbiamo consentito a quasi 2 mila persone di svolgere lavori di pubblica utilità. Ci occupiamo di minori a rischio devianza fin dal 2009-2010. È stata un’esperienza assolutamente nuova e pionieristica, non solo per la nostra associazione, ma un po’ per tutto il terzo settore. L’obiettivo era far sì che questi ragazzi entrassero in un circuito positivo, offrendo loro un’esperienza di crescita in alternativa alla condanna”. Quali sono i risultati più significativi emersi da questi percorsi? In oltre la metà dei casi la collaborazione con i nostri volontari ha avuto un impatto estremamente positivo sul futuro dei partecipanti. Inoltre, nel 20% dei casi c’è stata una valorizzazione concreta dei loro talenti: dalle professionalità manuali alle professioni liberali. Se un informatico entra nel programma, ad esempio, può aiutare il comitato sviluppando un software per la gestione dei viveri. Ma il dato che rappresenta davvero la realizzazione di un sogno riguarda quel 15% di persone, circa 200 utenti, che, terminato il periodo di messa alla prova, hanno scelto di rimanere come volontari. Lì si chiude un circolo virtuoso: chi ha commesso un errore contro la comunità comprende il valore del servizio verso i vulnerabili e sceglie di continuare a farlo disinteressatamente. Non azzera i problemi d’Italia, ma sono 200 persone senza recidiva, fuori dai circuiti negativi e attive per la società. Oltre alla messa alla prova, ci sono anche progetti rivolti direttamente agli istituti penitenziari? Sì. A Opera, ad esempio, gestiamo un orto solidale in cui sono coinvolti i detenuti: gli ortaggi raccolti vengono destinati alle famiglie in difficoltà. A Livorno, in collaborazione con l’amministrazione penitenziaria, offriamo percorsi formativi, laboratori di scrittura creativa, il progetto del “libro sospeso” per consentire ai detenuti di leggere e pubblicare le proprie opere, oltre ad attività con i volontari-clown per rendere meno traumatico l’incontro tra i detenuti e i loro figli. A Civitavecchia, invece, forniamo kit d’ingresso con indumenti e materiale per l’igiene personale a chi entra in carcere senza il sostegno di una famiglia. Quali sono i prossimi passi? Mettere in rete le persone che non hanno un’occupazione con altri enti del terzo settore e con il mondo delle imprese. Vogliamo avviare progetti di inclusione lavorativa al termine della messa alla prova. La nostra visione si basa sulla responsabilità e sull’idea che nel lavoro si ritrovi la libertà. Se una persona comprende i propri errori e gli si offrono gli strumenti concreti per guadagnarsi da vivere, la possibilità di reinserimento diventa totale. Stiamo già facendo sistema con realtà come il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, partecipando a iniziative come Recidiva Zero, perché le strategie vanno costruite sui dati. Il nostro percorso parte dal far toccare con mano cosa significa aiutare i vulnerabili e si conclude mettendo la persona in condizione di camminare con le proprie gambe. Come viene accolto questo impegno dalle istituzioni e dalla cittadinanza? Il riconoscimento più grande ci arriva dal Ministero della giustizia, dagli uffici dell’Esecuzione Penale Esterna e dagli avvocati, che consigliano sempre più spesso ai loro assistiti di svolgere il percorso presso di noi. A volte facciamo fatica ad accogliere tutte le richieste perché ogni persona richiede un affiancamento costante e dedicato. Vogliamo continuare ad aumentare il nostro sforzo, consapevoli del grande valore sociale di questa sfida. Sardegna. La Garante: “Zuncheddu fuori dal carcere ma abbandonato dallo Stato senza un soldo” sardiniapost.it, 12 ottobre 2026 Lettera di Irene Testa: “La politica approvi la proposta di legge che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni”. “Giustizia” è il principio morale e giuridico che consiste nel riconoscere e rispettare i diritti di ciascuno, attribuendo a ogni individuo ciò che gli spetta secondo la legge, l’equità e la ragione. Se questo è vero, considerato che Beniamino Zuncheddu è stato in carcere per 33 anni da innocente ed è stato scarcerato quasi due anni fa, il 25 novembre del 2023 (poi assolto definitivamente nel gennaio successivo), la giustizia rischia di sbagliare due volte non avendogli ancora riconosciuto un risarcimento per l’ingiusta detenzione. Per questo Irene Testa, la Garante regionale dei detenuti, ha scritto una lettera aperta per sollecitare l’approvazione in tempi rapidi della proposta di legge di iniziativa popolare proposta dal Partito Radicale - di cui da anni è un’esponente di primo piano - che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni. Una lettera intensa, efficace e struggente, scritta nei giorni in cui “Zustissia” il film di sulla storia di Zuncheddu è nelle sale e sta riportando al centro dell’attenzione mediatica il caso del pastore accusato di un omicidio che non ha mai commesso e per il quale ha trascorso 33 anni in carcere sino a quando un avvocato ha preso a cuore la sua vicenda ed ha fatto riaprire il processo dimostrando, infine, la sua innocenza. Riportiamo il testo della lettera integralmente, perché meglio di così non si poteva scrivere: “Il film finirà. Si spegneranno le luci, scorreranno i titoli di coda. Ma a Beniamino Zuncheddu nessuno restituirà i 33 anni di vita che gli sono stati portati via. 33 anni. Provate a immaginarli. 33 anni senza libertà. Senza abbracci. Senza poter scegliere come vivere. Senza vedere il mondo cambiare, se non attraverso le sbarre di una cella. “Un ergastolo per errore.” Era questa la formula che abbiamo scelto per raccontare la storia di Beniamino quando era ancora un ergastolano, con quel terribile fine pena mai, dicembre 9999. Per 33 anni quasi nessuno ha voluto anche solo concedere il beneficio del dubbio a quell’uomo. Non un partito, tranne il Partito Radicale. Non un politico. E una stampa che, salvo rare e importanti eccezioni come Videolina, L’Unione Sarda e soprattutto Radio Radicale, che per mesi ha tenuto acceso il microfono su questa vicenda, ha lasciato Beniamino e la sua battaglia nell’ombra. Poi è arrivata la libertà. Le telecamere, i titoli, la commozione. La storia dell’innocente finalmente tornato a casa. Un dramma trasformato in una favola a lieto fine. Ma quale lieto fine? Beniamino è tornato a casa senza un soldo. Con 33 anni rubati. Con una vita da ricostruire quando ormai una parte enorme di quella vita non esisteva più. Perché se lo Stato ti toglie la libertà, gli affetti, gli anni migliori, se ti spezza l’anima e ti costringe a trascorrere più di metà della tua esistenza in carcere, non può poi aprire la porta e dirti semplicemente: adesso sei libero. Non basta. Non può bastare. Per questo il Partito Radicale ha promosso una proposta di legge di iniziativa popolare che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, di cui siamo prime firmatarie io e Gaia Tortora. Oltre 50.000 italiani hanno firmato e si sono mobilitati per colmare un vuoto normativo che lascia chi ha subito un’ingiustizia ad affrontare altre battaglie, altre attese, altre umiliazioni. E anche su questa battaglia, ancora una volta, troppo silenzio. Pochi microfoni, poca attenzione, quasi nessuno spazio per spiegare perché questa legge sia necessaria. Ne parlo in questi giorni perché il film è un’occasione straordinaria per riflettere. Ma soprattutto deve diventare un’occasione per agire. Non possiamo commuoverci davanti a uno schermo e poi dimenticare tutto quando si riaccendono le luci. La politica deve assumersi le proprie responsabilità. Deve avere il coraggio di riformare la giustizia, le indagini preliminari, la responsabilità di chi giudica. Deve ripensare un sistema carcerario che non può annientare un essere umano, ridurlo a uno straccio e poi abbandonarlo. E deve fare almeno una cosa, subito: approvare la proposta di legge che porta il nome di Beniamino Zuncheddu, per garantire risarcimenti giusti e tempestivi a chi ha subito un errore giudiziario, senza costringerlo ad aspettare altri dieci anni. È il minimo. Il minimo che uno Stato di diritto deve alle persone di cui ha distrutto ingiustamente l’esistenza. Perché la libertà restituita non cancella la vita rubata. E perché il vero lieto fine della storia di Beniamino non sarà scritto nei titoli di coda di un film. Sarà scritto il giorno in cui la politica troverà finalmente il coraggio di trasformare la commozione in giustizia. Non chiediamo pietà. Chiediamo responsabilità. E una legge. Ora”. Calabria. Droghe nelle carceri, la Garante Russo fa appello alle istituzioni Corriere della Calabria, 12 ottobre 2026 “La pervasività criminale minaccia la dignità delle persone e la loro sicurezza”. Una posizione istituzionale ferma: il contrasto alla droga nelle carceri non è soltanto una questione di sicurezza, ma rappresenta una responsabilità costituzionale di tutela della dignità umana, della salute, della legalità e del welfare penitenziario. La Garante regionale annuncia l’invio di una relazione amministrativa istituzionale alle Autorità competenti per promuovere un’analisi condivisa del fenomeno e individuare strategie coordinate di prevenzione e tutela delle vulnerabilità. Esprime profonda preoccupazione la Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria, Avv. Giovanna Francesca Russo, alla luce dell’ultima operazione condotta dalla Polizia Penitenziaria nella Casa circondariale di Cosenza e dei ripetuti ritrovamenti di sostanze stupefacenti e telefoni cellulari registrati anche negli istituti penitenziari calabresi nell’ultimo anno. “Le operazioni condotte, per le quali esprimo sincero apprezzamento alla Polizia Penitenziaria, restituiscono un quadro che impone una riflessione ben più ampia della pur fondamentale attività repressiva. Il traffico di stupefacenti all’interno delle carceri è un fenomeno complesso, che può alimentare circuiti di dipendenza, ricatto, sopraffazione e possibili connessioni con la criminalità organizzata, alterando profondamente gli equilibri della vita detentiva”. Secondo la Garante, il fenomeno investe direttamente la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto delle persone più vulnerabili, esposte al rischio di ulteriori forme di assoggettamento, ma anche la sicurezza e la dignità degli operatori penitenziari, quotidianamente impegnati nella gestione di una realtà particolarmente delicata. “La privazione della libertà personale non può tradursi nell’esposizione a una seconda pena, estranea alla legge, fatta di intimidazioni, dipendenze e condizionamenti criminali. Allo stesso modo, non possiamo lasciare soli coloro che, con professionalità e senso dello Stato, sono chiamati a garantire la legalità e la sicurezza degli istituti”. Per queste ragioni, la Garante annuncia che trasmetterà un report alle autorità preposte, affinché i dati e le criticità emerse possano costituire la base di una riflessione congiunta, rigorosa, interdisciplinare e non più rinviabile, finalizzata a restituire una lettura d’insieme delle dinamiche del fenomeno, le eventuali connessioni criminali e le ricadute sulle condizioni di vita all’interno degli istituti. “In una regione come la Calabria, la prevenzione delle infiltrazioni e delle ingerenze criminali nel sistema penitenziario deve rappresentare una responsabilità istituzionale condivisa. Occorre superare la frammentarietà degli interventi e costruire strumenti di conoscenza, coordinamento e prevenzione capaci di proteggere soprattutto le categorie più fragili. Le seconde possibilità passano anche dalla prevenzione delle disfunzioni. La sicurezza penitenziaria non è scindibile dalla tutela dei diritti umani, ne costituisce un fondamento costituzionale. Il principio rieducativo sancito dall’articolo 27 della Costituzione impone che il carcere sia uno spazio nel quale lo Stato garantisca legalità, dignità e concrete possibilità di cambiamento, reinserimento e speranza. La credibilità delle istituzioni si misura anche nella capacità di impedire che ogni forma di criminalità sottragga alle persone la speranza, agli operatori la sicurezza e alla pena la sua finalità costituzionale. “È su questa responsabilità, che non ammette indifferenza né deleghe, che intendo condividere con tutte le Autorità competenti un esame istituzionale, nella convinzione che soltanto una risposta coesa possa assicurare un lavoro atto a garantire piena ed effettiva tutela dei diritti e della dignità umana” conclude la Garante Russo. Barcellona Pozzo di Gotto (Me). Giovane omicida si è suicidato in carcere di Manuela Modica La Sicilia, 12 ottobre 2026 Suicida in carcere. È la tragica fine di Bessem Slimeni, il 21enne tunisino che aveva confessato l’omicidio di Melissa Echevarria, 40enne del Venezuela. Lo scorso 14 agosto il corpo della donna era stato trovato in evidente stato di decomposizione nel cortile di un’abitazione in Via La Farina a Messina. In un primo momento era stata esclusa l’ipotesi che la donna fosse stata uccisa. Le indagini della Mobile di Messina hanno poi chiarito le cause della morte. Un contesto di forte marginalità, e un futile motivo. Slimeni non avrebbe più trovato 100 euro, e attribuendo la mancanza alla donna, l’avrebbe afferrata al collo fino ad ammazzarla. La svolta sulle indagini ha portato all’arresto del tunisino lo scorso 22 settembre. Il ragazzo era stato arrestato pochi giorni prima dai carabinieri per maltrattamenti nei confronti della moglie, e davanti al gip ha poi ammesso di avere ucciso la venezuelana, spiegando di averlo fatto senza l’intenzione di ucciderla, e di essere andato via dall’edificio in Via La farina, sicuro che la donna fosse ancora viva. Il corpo di Echevarrìa è rimasto nel cortile della palazzina in centro città a Messia, per alcuni giorni, e il caldo ha velocizzato il processo di decomposizione, tanto che quando è stata poi rinvenuta, l’autopsia sul suo corpo ha presentato inizialmente delle criticità per i medici legali. Sono state poi le immagini delle telecamere di video sorveglianza e alcune testimonianze a permettere agli investigatori di risalire alla dinamica della morte della 40enne. Il ragazzo era stato trasferito al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, dove aveva manifestato alcune criticità psicoemotive e per questo era stato messo sotto sorveglianza speciale fino a sabato sera. Ieri mattina, però Slimeni è stato ritrovato senza vita, appeso a un laccio legato alle grate della finestra. Adesso la procura di Barcellona Pozzo di Gotto, guidata da Giuseppe Verzera, ha aperto un fascicolo contro ignoti e disposto il sequestro delle cartelle cliniche del tunisino. Mercoledì, invece, verrà conferito l’incarico per l’autopsia. Verzera vuol vederci chiaro sul perché la sorveglianza speciale era stata sospesa. Perugia. Morta in carcere a 41 anni: indagata compagna di cella di Francesca Marruco Corriere dell’Umbria, 12 ottobre 2026 C’è un’indagata per la morte della detenuta di 41 anni trovata senza vita il 18 aprile scorso nel carcere di Capanne. La Procura ha chiuso le indagini preliminari nei confronti di una detenuta peruviana di 29 anni, ancora ristretta nello stesso istituto e assistita dall’avvocata Luisa Manini. Secondo l’accusa avrebbe ceduto alla 41enne, anche lei in quel momento a Capanne, eroina in quantità non precisata, con l’aggravante d’aver agito all’interno di un istituto penitenziario. Le viene contestato anche di aver causato, come conseguenza non voluta, la morte della donna, per intossicazione da eroina. La vittima era stata trovata nella notte da un’agente della polizia penitenziaria addetta alla vigilanza, che aveva dato l’allarme accorgendosi che non respirava; all’arrivo dei sanitari non c’era stato nulla da fare. Sul posto erano intervenuti l’autorità giudiziaria, con il pubblico ministero Laura Reale, e il medico legale. In un primo momento si era ipotizzata una morte per cause naturali, con l’autopsia chiamata a chiarire se avesse assunto un cocktail di farmaci. E proprio dall’esame tossicologico eseguito dal medico legale era emersa la causa della morte. Per l’indagata, dopo la conclusione delle indagini, si avvicina la richiesta di rinvio a giudizio. Bologna. Padre Mattè, cappellano alla Dozza: “In carcere degrado e disumanizzazione” di Anna Maria Eccli iltquotidiano.it, 12 ottobre 2026 Padre Marcello, roveretano di nascita ma da anni nel capoluogo emiliano: “In prigione ci sono 850 persone, quando i posti sono 450. Quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore”. In Via del Gomito 2, a Bologna, sorge il penitenziario felsineo intitolato a un agente di custodia ucciso negli Anni di Piombo, Rocco d’Amato, ma la gente del posto continua a chiamare quel posto “La Dozza”, dal quartiere periferico lungo la Via Ferrarese in cui sorge (niente a che vedere con il Comune di Dozza, distante una quarantina di chilometri da Bologna, famoso per la rocca medievale e i murales lasciati dagli artisti che vi sono transitati). “La Dozza” è un carcere e “la dozza” era il canale d’acqua che un tempo rendeva fertili i campi e alimentava i mulini. “Doccia” portatrice di vita, dunque, che purifica, come dovrebbe fare un carcere, luogo di espiazione ma anche di educazione e crescita, di punizione ma anche di speranza. Incredibilmente, nel Paese dell’illuminista Cesare Beccaria, così non è. La Dozza, non meno di qualsiasi altro carcere italiano, è luogo promiscuo e sovraffollato di abbrutimento. Da 31 anni, ogni giorno, vi entra padre Marcello Mattè, dapprima come volontario poi come cappellano. Classe 1956, originario di Volano, il sacerdote sarà a Rovereto oggi, ospite della rassegna “IncontrArti” creata dal nipote Claudio Mattè. Con Lucia Di Mauro Montanino (la vedova della guardia giurata uccisa15 anni fa che ha perdonato e accompagnato l’assassino del marito e i suoi figli) parlerà de “Il perdono che fa rinascere”. Sacerdote dehoniano, padre Marcello è il fondatore di Casa don Giuseppe Nozzi, un complesso agricolo appartenente alla parrocchia di Santi Savino e Silvestro di Corticella che accoglie condannati che godono della misura alternativa al carcere; li affianca per trovare casa e lavoro, abbattendo il fenomeno della recidività, altrimenti attestato attorno al 70 per cento: “Non si batte la spirale del male col male”, dice Mattè. Ultimo di dieci figli, dotato di grande piglio giovanile (“È vero, ce l’ho e me lo tengo caro”), ha 24 nipoti, 37 pronipoti ed è appassionato di musica rock e pop. Padre Marcello, cosa significa essere sacerdote dehoniano? “Apparteniamo alla Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, istituto religioso fondato in Francia nel 1878 da padre Leone Dehon, particolarmente votato alla solidarietà umana che caratterizza il cattolicesimo sociale”. Roveretano di nascita, ma da 50 anni lei vive altrove... “Sì, ho lasciato la mia famiglia all’età di 10 anni per entrare nel seminario minore dei sacerdoti del Sacro Cuore, a Trento. Poi ho girato un po’, ginnasio a Padova, liceo a Monza, noviziato in provincia di Savona e approdo a Bologna nel 1976 per gli studi di Teologia. A Bologna sono sempre rimasto, fatti salvi i due anni romani per acquisire la licenza in Teologia Morale”. A Bologna si è interessato subito del carcere? “No, inizialmente ho lavorato al Centro editoriale dehoniano e per le riviste “Il Regno” e “Settimana”, fino al 2016 quando il vescovo mi ha dato l’incarico di cappellano nella Casa Circondariale. Ma quella Casa la frequentavo già dal 1995 da volontario. Avevo iniziato un po’ per caso, seguendo un ragazzo albanese, solo in Italia. Andavo ai colloqui su autorizzazione del magistrato. La realtà del carcere mi ha subito colpito profondamente, tanto che ancora oggi, da pensionato, sono cappellano volontario”. Cosa la colpiva? “La miseria dell’ambiente, il degradato strutturale, la debilitazione dal punto di vista umanitario… Soprattutto mi colpiva che le persone mi chiedessero “perché” fossi lì. Temevano finalità secondarie, pensavano fossi pagato. Di solito chi finisce in carcere ha conosciuto solo rapporti strumentali, non è abituato alla gratuità. Sono tutti sospettosi, ma quando s’accorgono dell’assenza di secondi fini, qualcosa cambia. In carcere sono nate amicizie che continuano. Le persone aiutate a trovare la propria autonomia non recidono i legami con chi le ha aiutate”. Come si viveva, là dentro, nella torrida estate di quest’anno? “Era disumano: struttura di cemento armato con tetti di catrame, senza tegole, celle prive di corrente per fare funzionare un ventilatore, a volte mancava l’acqua per lavarsi e tirare lo sciacquone. A Bologna ci sono 850 persone, quando i posti sono 450 e la situazione è tale che quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore. Mi chiedo se sia andata persa la capacità di indignarsi del Vangelo”. Eppure si dice che lo standard penitenziario in Europa sia orientato ai diritti umani... “Si vuole fare credere che il carcere sia l’unica risposta possibile ai reati, ma l’equazione “più carcere, più sicurezza” è menzognera: togliere le persone che hanno sbagliato dalle strade non risolve i problemi loro, né i nostri. Prima o poi torneranno sulle nostre strade piene di rabbia per quanto hanno sofferto; circa il 70 per cento di ex detenuti direttamente immessi in società, senza percorsi di inserimento, ricade degli errori commessi, la percentuale si abbassa al 16 per cento per chi è seguito con un percorso che assicuri dignità oltre a libertà. Davvero, non vale la pena spendere 160 euro al giorno per ogni detenuto tenuto lì a soffrire, meglio spendere per creare opportunità che un futuro più sensato”. In oltre 30 anni di lavoro quante speranze, successi e fallimenti ha conosciuto? “Non si entra in un carcere con la pretesa di avere successo; il successo è una grazia ed è un’eccezione. Però, vale sempre la pena di tentare, fosse anche per una sola persona. Vedere che tornano cantando dal servizio di volontariato nella nostra casa d’accoglienza, dà una soddisfazione che ripaga per tutto quello che si è fatto”. Cosa fa per ricaricarsi? “Cammino, ascolto musica moderna, dal rock al pop, mi piace il cinema, la compagnia, creare occasioni di ritrovo tra amici. A tavola avvengono sempre cose belle. Sa cucinare? “Certo, mi piace molto farlo. A Bologna c’è un’ottima cucina, ma sono gradite anche le specialità trentine, faccio canederli con l’aglio, polenta, crauti, preparo barbecue. Un ricordo della sua infanzia? “In famiglia c’erano pochi soldi, ma grande amore. Io mi sono allontanato a 10 anni per entrare in seminario, ma ricordo con nostalgia mia sorella Giannina, di 21 anni più grande, che mi stava accanto quando “gnolavo” e mamma era occupata ad accudire il resto della famiglia. Mi è sempre stata vicina. Poi ricordo il benessere che provavo ad accompagnare mamma alla “messa prima” domenicale delle 6, o 6.30 non ricordo. Noi abitavamo al “Mas de la fam”, in piena campagna, e bisognava percorrere 2 km a piedi per raggiungere la Chiesa. Ricordo con emozione quel percorso, mano nella mano: era l’unico momento in cui avevo mamma tutta per me. Una domenica d’inverno, stava nevicando, impietosimmo persino l’autista della corriera che si fermò a darci un passaggio. Oggi non potrebbe farlo, ma oggi nessuna mamma porterebbe il suo bambino a messa prima, camminando sulla statale”. Torna spesso a Rovereto? “Appena posso: basta mi diano una scusa e io torno molto volentieri. A Rovereto ci sono tutti i miei famigliari e c’è la casetta di Folgaria di cui godiamo in tanti”. Suo nipote Claudio con “IncontrArti” dà vita a una rassegna di arte e cultura che calamita centinaia di persone. Lei ama la musica e il cinema. C’è un filo artistico che corre in famiglia… “Mamma, benché presa dalla famiglia numerosa, ogni domenica pomeriggio si metteva a dipingere. Siamo cresciuti in mezzo ai suoi quadri e aveva un grande gusto del colore. Questo ci ha impreziosito tutti ed è passato anche alle seconde generazioni”. Catanzaro. Giovani detenuti, l’inclusione passa dalle famiglie: l’iniziativa della Camera Penale calabria7.news, 12 ottobre 2026 Il progetto “Adozione in città” punta a rafforzare i legami con il territorio e a sostenere il percorso rieducativo dei ragazzi. Da Catanzaro Lido a Botricello e Le Castella, un’esperienza di condivisione promossa dalla Camera Penale di Catanzaro. Aprire le porte della propria casa a un giovane detenuto e coinvolgerlo in una ricorrenza familiare speciale. È il gesto compiuto dall’avvocato Vincenzo Ranieri, dalla moglie Stefania e dai figli Salvatore e Ludovica, che hanno scelto di condividere con G., giovane ristretto nell’Istituto penale per i minorenni, il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio. Un’esperienza di incontro e solidarietà che si inserisce nel progetto “Adozione in città”, promosso dalla Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora” per favorire relazioni tra i ragazzi sottoposti a misure detentive e la comunità esterna. Da qui il nuovo appello dell’organismo forense: servono altre famiglie disponibili a partecipare, affinché queste occasioni non restino iniziative isolate. Una giornata tra Lido, Botricello e Le Castella - La giornata è cominciata a Catanzaro Lido, con una colazione condivisa con gli avvocati Francesco Iacopino, Francesco Furriolo e Antonella Canino. Il percorso è poi proseguito a Botricello, dove il giovane è stato accolto dalla famiglia Ranieri, per concludersi a Le Castella, tra momenti di serenità, sorrisi ed emozioni. Per tutelare la riservatezza del ragazzo, il suo volto non può essere mostrato. Ma dietro l’emoticon utilizzata per proteggerne l’identità resta il significato di una giornata lontana dalla routine della detenzione, vissuta attraverso la condivisione di momenti familiari e la possibilità di sperimentare nuove relazioni. Un’esperienza che, sottolineano i promotori, ha rappresentato un’occasione di arricchimento non soltanto per il giovane, ma anche per le persone che hanno scelto di accoglierlo. “Adozione in città”, il valore delle relazioni oltre le mura del carcere - Il cuore del progetto è la possibilità di creare legami autentici tra i giovani detenuti e il territorio. Ragazzi che, in molti casi, vivono lontano dai propri riferimenti familiari e affettivi hanno così l’opportunità di entrare in contatto con una realtà esterna capace di offrire ascolto, vicinanza e nuove prospettive. La finalità è favorire percorsi di inclusione e reinserimento, nella consapevolezza che il cammino rieducativo non può esaurirsi all’interno di un istituto penale. Per essere efficace, ha bisogno anche della partecipazione della società civile e di occasioni concrete in cui la persona possa ricostruire un rapporto di fiducia con la comunità. Il progetto è stato fortemente voluto dalla Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora” e si fonda su un protocollo sottoscritto anche dalla Diocesi di Catanzaro, dal Tribunale per i minorenni, dalla Procura minorile, dall’Istituto penale per i minorenni e dalla Comunità ministeriale. Una rete istituzionale che punta a coinvolgere cittadini e famiglie in percorsi di prossimità, con l’obiettivo di rendere più concreto il sostegno ai ragazzi sottoposti a misure detentive. L’articolo 27 della Costituzione e il significato della rieducazione - L’iniziativa richiama il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Un obiettivo che, nella prospettiva dei promotori, acquista significato anche attraverso esperienze quotidiane capaci di restituire centralità alla persona e di mantenere vivo il legame con la società. La possibilità di trascorrere una giornata in un contesto familiare diventa così un’occasione per superare distanze e pregiudizi, offrendo al giovane un’esperienza diversa dalla detenzione e alla comunità la possibilità di assumere un ruolo attivo nel percorso rieducativo. Essere un ponte tra il carcere e il territorio significa riconoscere che, dietro ogni giovane detenuto, c’è una persona che ha bisogno di relazioni, opportunità e strumenti per immaginare un futuro diverso. L’appello della Camera Penale: “Servono altre famiglie” - È in questa direzione che si inserisce l’invito della Camera Penale di Catanzaro a nuove famiglie disposte ad aderire a “Adozione in città”. L’obiettivo è ampliare la partecipazione e rendere il progetto una presenza stabile, capace di offrire ad altri giovani occasioni di incontro e condivisione. A sottolineare il valore dell’esperienza è Francesco Iacopino, presidente della Camera Penale di Catanzaro, che ha evidenziato come la disponibilità ad accogliere possa produrre effetti positivi per tutte le persone coinvolte. “A volte pensiamo di poter donare un po’ di felicità a chi vive situazioni difficili e scopriamo, invece, di riceverne molta di più”, ha affermato Iacopino. “È quanto accaduto anche in questa giornata, che dimostra come la disponibilità di una famiglia possa trasformarsi in un’esperienza significativa per tutti e contribuire ad abbattere le barriere tra il carcere e la comunità esterna”. Il messaggio del progetto è chiaro: la rieducazione è una responsabilità condivisa. Trasformare la solidarietà in partecipazione significa costruire legami e offrire nuove possibilità a chi si trova in una condizione di detenzione, affinché il principio costituzionale non resti soltanto una dichiarazione, ma possa tradursi in esperienze concrete di inclusione e riscatto. Per conoscere il progetto e le modalità di adesione è possibile consultare il sito della Camera Penale di Catanzaro. Roma. “Leggere vale la pena”: la Sapienza fa centro con il teatro in carcere di Ilaria Caione gnewsonline.it, 12 ottobre 2026 Abbattere le distanze, smantellare i pregiudizi e riscoprirsi coetanei, prima di ogni altra etichetta. È questo il cuore pulsante di “Leggere vale la pena”, il progetto sviluppato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Sapienza Università di Roma con l’obiettivo di promuovere la lettura all’interno degli istituti detentivi e nelle scuole superiori attraverso attività culturali condivise. La finalità è profonda: favorire occasioni di ascolto e confronto capaci di mettere in relazione giovani provenienti da contesti profondamente diversi. Dalla scorsa primavera il percorso ha coinvolto, grazie all’impegno profuso da anni da Elisabetta Tamburini (direttrice della biblioteca di Filosofia e della biblioteca del dipartimento di Lettere e culture moderne della Sapienza), i ragazzi e le ragazze dell’IPM di Casal del Marmo e gli studenti dei licei Eugenio Montale e Nomentano. Attraverso la lettura condivisa e il confronto sui medesimi testi, il progetto ha offerto uno spazio comune per scoprire la forza del racconto. L’impatto è stato dirompente, capace di mettere in discussione i pregiudizi iniziali. Lo testimoniano le parole degli studenti dei licei: “Un’esperienza che resta impressa e che porta inevitabilmente a riflettere”, ha scritto una ragazza. Un compagno ha aggiunto di aver imparato “a non giudicare le persone troppo in fretta e ad apprezzare di più la libertà che abbiamo ogni giorno”. Il cambiamento più significativo è stato nello sguardo di chi, prima, vedeva i ragazzi dell’IPM solo come detenuti e ha poi scoperto coetanei con le stesse emozioni e insicurezze. In questa consolidata cornice si è inserito l’appuntamento tenutosi ieri. Grazie alla proposta della professoressa Arianna Punzi, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, la cultura è tornata direttamente all’interno dell’istituto penale per i minorenni di Roma. Questa volta, il momento di incontro e di dialogo è passato attraverso la rappresentazione di “Joseph & Bros. Casa vuota”, una produzione teatrale della compagnia Casavuota che sta portando una profonda riflessione sulla giustizia riparativa in diverse carceri italiane. Il testo mette in scena tre mondi apparentemente lontani per provenienza etnica, religiosa e culturale, che convergono nei nove metri quadrati di una cella: un vecchio siciliano ex sicario di mafia, un giovane magrebino “incastrato” da reati legati alla droga e un uomo colto di mezz’età, ebreo, in galera per un raptus. Scritta da Ignazio De Francesco (monaco e islamologo esperto di Medio Oriente) e adattata dal drammaturgo Alessandro Berti, l’opera usa la dimensione carceraria come cartina al tornasole della società. Sullo sfondo simbolico della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, presente sia nella Bibbia sia nel Corano, metafora di una fratellanza ferita, i tre personaggi protagonisti affrontano il difficile cammino della convivenza forzata. Per vivere insieme senza scontrarsi, i tre carcerati decidono di mettere in atto dei complessi giochi di ruolo basati sull’antico testo sacro, trasformandosi gradualmente in una vera e propria folk band carceraria: imbracciando due chitarre e un violino, accompagnano i capitoli della propria espiazione fino a un liberatorio concerto finale. La trama non è pura fantasia, ma il frutto di un intenso lavoro di documentazione basato su scambi epistolari e orali con detenuti, ex detenuti, collaboratori di giustizia ed esperti del settore. Nel pomeriggio piovoso di Casal del Marmo, lo spettacolo ieri ha creato una dimensione di profonda intimità. I giovani detenuti, ragazzi e ragazze provenienti da numerosi Paesi, hanno ascoltato in assoluto silenzio, immedesimandosi a tal punto da credere che gli attori fossero veri carcerati. Con estrema semplicità, senza luci o effetti speciali, gli attori Alessandro Berti, Savì Manna e Francesco Maruccia hanno toccato le corde del pubblico usando solo voci, corpi, due chitarre e un violino. La rappresentazione ha permesso a ragazzi, agenti, professori, educatori, a Giuseppe Chiodo, direttore dell’istituto penale e Raffaele Cristofaro, comandante, di affrontare temi complessi come il delitto, la giustizia riparativa, il tradimento e il perdono. L’impatto emotivo dell’esperienza sul palco è emerso dalle parole dei giovani detenuti preparati alla lettura da Giovanni Ribuoli, professore del Cpia 3 (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti), “Mi sono ritrovato in quello che dicevano, parlavano di me e lo facevano bene”, ha commentato a caldo R. a fine spettacolo, visibilmente commosso. Gli fa eco il compagno S., che ha sottolineato a suo modo il potere unificante della recitazione: “Siamo tanti e diversi, ma le storie possono avvicinarci e oggi, tutti insieme, eravamo proprio un bel gruppo unito2. Un valore, quello dell’esperienza teatrale, confermato anche da E. una ragazza che, stimolata al confronto da Daniela Corbo, storica e appassionata educatrice dell’istituto, ha raccontato ai suoi compagni come un’esperienza di teatro maturata in un altro istituto penale: “mi ha aiutato a conoscermi bene ed a capirmi meglio con le mie compagne di cella, nella recita facevamo le funambole”. L’evento, attraverso la straordinaria potenza di Joseph & Bros, ha centrato pienamente l’obiettivo perseguito da anni dalla Facoltà di Lettere della Sapienza e dal PUP (Polo Universitario Penitenziario) a Casal del Marmo, con le diverse attività proposte: dimostrare che la cultura e l’esperienza teatrale possono gettare ponti solidissimi tra la realtà accademica e i luoghi di reclusione, restituendo a chi è dietro le sbarre l’orizzonte e curando fratellanze ferite, che nel riconoscimento dell’altro combattono la violenza. Napoli. “Il Teatro Sociale e Civile come strumento di prevenzione, educazione e informazione” cinquecolonne.it, 12 ottobre 2026 Consentire ai detenuti di ottenere una Qualifica Professionale riconosciuta dalla Regione Campania nell’ambito dei mestieri del Teatro; è l’obiettivo del progetto “Nello stesso mare” a cura de “La Nuova Comune” APS che sarà presentato venerdì 16 ottobre alle 11:00 nella Sala Conferenze del carcere di Secondigliano “Pasquale Modesto”, selezionato dal Fondo 2026 per la promozione e il sostegno delle attività teatrali negli Istituti penitenziari del Ministero della Giustizia per i reclusi del Reparto Tirreno di Alta Sicurezza. L’appuntamento è il primo di un ciclo di incontri sui temi della giustizia e sul ruolo dell’arte e della cultura nei percorsi di reinserimento dal titolo “Il Teatro Sociale e Civile come strumento di prevenzione, educazione e informazione” che proseguiranno presso scuole, Comuni, enti e associazioni del territorio regionale, concludendosi mercoledì 9 e giovedì 10 dicembre alle 10:00 con l’allestimento all’interno del penitenziario dello spettacolo “E la nave non va”, in continuità con un percorso di formazione basato sulla filosofia del “learning by doing” intrapreso lo scorso anno. Integrato dai contributi di docenti universitari, psicologi, avvocati, equipe penitenziarie e artisti in collaborazione con l’Ente di Formazione FOCOM e arricchito da testimonianze di donne vittime di violenza, uomini in riabilitazione e detenuti allievi dei laboratori del cui percorso sarà dato un saggio, grazie all’attrice Josepha Pangia che, accompagnata alla chitarra da Costanzo Salatiello, interpreterà il pezzo “Casa mia” scritto da un detenuto. “Intendiamo trasformare l’esperienza teatrale in un percorso più ampio creando occasioni di confronto” dicono poi Deborah Di Francesco e Valentina Coppola, Presidente e Vicepresidente dell’APS che coordineranno i lavori del convegno al quale sono previsti gli interventi di Paola Cervo, Magistrata di Sorveglianza, Maria Carillo, Rappresentante legale della Cooperativa Xenia, ?Francesco Paolo Oreste, Ispettore e scrittore, Maria Rosaria Teatro, Direttrice dello spazio ART33, Don Giovanni Cappellano del Penitenziario e Roberta Gaeta, membro dell’Osservatorio Regionale sulle condizioni delle persone private della libertà personale. I prossimi incontri al venerdì 23 ottobre al Circolo Arci Fortapàsc di Atripalda (AV), venerdì 30 ottobre l’Università “Federico II” e martedì 3 novembre alle 18:00 al centro culturale ART33 di San Giovanni a Teduccio. La dignità umana non si cancella nemmeno con il delitto di Pier Giuseppe Accornero bergamonews.it, 12 ottobre 2026 Leone XIV richiama il valore inviolabile di ogni vita e la possibilità di una giustizia che non rinunci alla misericordia, alla redenzione e al reinserimento sociale. “La pena di morte è inammissibile perché va contro la dignità della persona”: usa l’hastag #NoDeathPenalty Papa Leone nel suo post pubblicato X dall’account @Pontifex. Interviene ancora una volta con parole chiare e nette contro la pena capitale, pratica tornata alla ribalta della cronaca dopo il duplice fallimento su Christa Pike e l’annuncio del Pentagono che vuole trasmettere in diretta la fucilazione di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore dell’Esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009, con 13 morti e 23 feriti. Il “dicastero della guerra”, anziché “della difesa”, lo ha deciso incalzato da Trump, candidato (fallito) al Nobel per la pace: “Il bene comune - spiega Leone XIV, appellandosi al “Catechismo della Chiesa cattolica” (n. 2267) - può essere tutelato e i requisiti della giustizia possono essere salvaguardati senza ricorrere alla pena capitale: sono stati messi a punto sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini e, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi”. La dichiarazione arriva nella “Giornata mondiale contro la pena di morte” del 10 ottobre. Il Papa americano ne parla nel videomessaggio del 24 aprile 2026 alla DePaul University di Chicago, la sua città natale: “Offro il mio sostegno a coloro che si battono per l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti d’America e in tutto il mondo”. Il videomessaggio in inglese all’università dell’Illinois era occasionato da un evento commemorativo nel 15° dell’abolizione della pena capitale nello Stato americano. L’esecuzione capitale, entrata in vigore nell’Illinois nel 2000, fu abolita il 9 marzo 2011 dal governatore Pat Quinn che ratificò la decisione di Camera e Senato. Il Papa rammenta che la Chiesa “protegge la vita umana dal concepimento alla morte naturale: la dignità della persona non è perduta nemmeno dopo che sono stati commessi crimini gravissimi”. Sul volo di ritorno dal viaggio in Africa (13-23 aprile 2026), interpellato dai giornalisti sull’esecuzione in Iran di un membro dell’opposizione, rinnova la ferma condanna: “Credo che la vita umana di tutte le persone debba essere rispettata e protetta dal concepimento alla morte naturale. Quando un regime o un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita, è evidentemente qualcosa che va condannato”. E il 15 maggio 2026 rilancia l’alternativa alla pena di morte: “La vera giustizia non può accontentarsi della sola punizione, gli sforzi devono adottare approcci improntati alla perseveranza e alla misericordia, volti alla rieducazione e al pieno reinserimento dei trasgressori nel tessuto sociale. Lo stesso rispetto per la dignità di ogni persona, anche di coloro che hanno commesso reati, preclude il ricorso alla pena di morte, alla tortura e a ogni punizione crudele o degradante”. Il 9 gennaio 2026 al Corpo diplomatico presso la Santa Sede evidenzia: “La Chiesa assume sempre una posizione in difesa della dignità inalienabile di ogni persona. I detenuti non possono mai essere ridotti alla stregua dei crimini che hanno commesso e le pene dovrebbero essere proporzionate ai reati. Ci si adoperi per l’abolizione della pena di morte, provvedimento che annienta ogni speranza di perdono e rinnovamento. Non possiamo dimenticare la sofferenza di tanti detenuti per motivi politici, presenti in molti Stati”. La pena capitale non è necessaria alla difesa della giustizia: “È possibile tutelare il bene comune e salvaguardare i requisiti della giustizia senza ricorrere alla pena capitale”. Richiama il magistero dei predecessori, di Papa Francesco e della Chiesa cattolica “che ha sempre insegnato che ogni vita umana, dal concepimento alla morte naturale, è sacra e merita di essere protetta. Condanno tutte le azioni ingiuste, l’uccisione di persone, la pena di morte”.7 La fucilazione dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan trasmessa in diretta streaming è “una violazione al divieto assoluto di tortura” scandisce l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu. Il capo del Pentagono Peter (Pete) Brian Hegseth, ex militare e conduttore televisivo, fa finta di non sentire: “La gente deve capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni”, fissando la macabra fucilazione al prossimo 3 dicembre, nel luogo dell’attacco di Fort Hood e nell’orario (le 13:00) che coincide con l’inizio della sparatoria. “Se la merita la pena di morte per fucilazione” rincara il burattinaio Donald Trump autorizzando il plotone di esecuzione che per i militari non veniva schierato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Commenta il vicepresidente Usa, il cattolico James David Vance: “Non so se accadrà davvero. Quest’uomo ha compiuto il peggior attentato terroristico in America americano dopo l’11 Settembre. Se alla fine dovesse essere trasmesso in diretta, io non la guarderò” rispondendo a una domanda su come sia possibile conciliare la fede cristiana alla fucilazione in diretta mondiale. Durissima la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. “Il nostro è il Dio della vita: in nessun modo le azioni di Hassan possono essere giustificate, ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata” sostiene l’arcivescovo Paul Stagg Coakley, presidente dei vescovi. “Non è accettabile la spettacolarizzazione della morte. Per quanto la persona sia colpevole, ci sono altri sistemi” decreta il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin: “Il pensiero della Chiesa è in opposizione totale alla pena di morte”. “È assolutamente ripugnante - scrive il senatore Thom Tillis, repubblicano della Carolina del Nord -. Le esecuzioni pubbliche sono pratiche delle dittature oppressive come Iran e Afghanistan. Non dovrebbero accadere in America”. Il senatore democratico Chris Murphy ricorda le esecuzioni compiute dall’Isis. Per Hasan pesano anche le condizioni di salute: è paralizzato su una sedia a rotelle dopo le ferite riportate nella sparatoria del 2009. La pace richiede lavoro anche dopo le sentenze di Chiara Francini La Stampa, 12 ottobre 2026 La pace, a guardare certe fotografie, può risultare più intollerabile della guerra. La guerra ci lascia la comodità di sapere da quale parte stare. Qui invece un sopravvissuto siede accanto a un uomo che ha contribuito a distruggergli la vita. È il Ruanda dopo il genocidio. Jan Banning lo ha fotografato, Dick Wittenberg ne ha raccolto le voci. Dietro questi incontri c’è un programma di socioterapia comunitaria, portato avanti da CBS Rwanda, che riunisce sopravvissuti, responsabili delle violenze e loro familiari per ricostruire la possibilità di vivere insieme. Funziona così: gruppi di dieci, quindici persone si incontrano una volta alla settimana, per quindici settimane. Li accompagnano facilitatori formati e appartenenti alla comunità. Si comincia dalla sicurezza, poi dalla fiducia, dalla cura, dal rispetto; si lavora sul futuro e sulle memorie. Prima di domandare a qualcuno di raccontare l’orrore bisogna costruire un luogo in cui possa smettere di aspettarselo. Il perdono può arrivare, ma non è il prezzo da pagare per partecipare. Si cerca anzitutto di restituire alle persone la possibilità di stare fra gli altri senza sentirsi continuamente minacciate. Perché il problema è questo. Quando i massacri finiscono, le persone rimangono. I sopravvissuti, gli assassini tornati dal carcere, i figli degli uni e degli altri. Bisogna uscire di casa, procurarsi da mangiare, incontrare qualcuno che conosce le ultime ore di tuo padre perché ha partecipato alla sua morte. La riconciliazione, prima di essere una virtù, è una questione di spazio: come si abita ancora la medesima collina? Dentro questo lavoro ci sono esistenze come quella di Vedaste Macumu. Fuggendo con la moglie e sei figli, aveva tentato di salvarli dividendoli: tre con lui, tre con lei, in direzioni diverse. Vide uccidere sua moglie e i bambini che erano con lei. Oggi dice di essersi riconciliato con un uomo che partecipò al saccheggio e alla distruzione della sua casa. C’è Solange, invece, che del genocidio ha ereditato la vergogna: suo padre vi prese parte, lei lo scoprì da bambina. Nel gruppo incontra Elie, che ha visto assassinare i genitori. Lui ascolta quella figlia e le offre amicizia. Ecco ciò che mi interessa: qualcuno ha costruito un metodo dove noi saremmo tentati di invocare un miracolo. Chiamare straordinari questi uomini e queste donne non basta. Rischia perfino di essere un espediente per ammirarli senza imparare nulla. La pace richiede lavoro anche dopo le sentenze, quando nessuno applaude più. Il missionario che restituisce dignità ai dimenticati delle carceri di Davide Dionisi vaticannews.va, 12 ottobre 2026 Lo scorso anno nel sistema carcerario brasiliano sono morte 3.318 persone. “Il carcere è un fallimento dello Stato, ma è un fallimento voluto: il sistema svolge molto bene la funzione punitiva, non quella di recupero e formazione”, spiega ai media vaticani il missionario trentino Gianfranco Graziola, da vent’anni nella Pastoral Carcerária brasiliana. I dati riportati dall’Annuario Brasiliano di Sicurezza Pubblica dello scorso anno sono drammatici: nel sistema carcerario brasiliano sono morte 3.318 persone. Di queste, 1.622 morti sono state classificate come “naturali”, 477 come criminali, 202 come suicidi, 28 come accidentali e 989 per cause nemmeno accertate. Dal 2016 al 2025 sono stati registrati complessivamente 23.942 decessi. Un sistema da circa 800.000 detenuti - Nel Paese ci sono 2.222 istituti che ospitano circa 800.000 detenuti, la maggior parte dei quali proviene da settori socialmente vulnerabili, segnati da povertà, razzismo e disuguaglianza nell’accesso ai diritti. È ancora vivo il ricordo di quel 2 ottobre 1992 quando a San Paolo, nella Casa de Detenção de São Paulo, nota come Carandiru, (all’epoca il più grande carcere dell’America Latina, con oltre 7.000 detenuti) scoppiò una rissa tra detenuti nel padiglione 9. La Polizia Militare intervenne entrando nel carcere con circa 300 agenti e l’operazione si concluse con 111 detenuti uccisi. “Secondo la legge sull’esecuzione penale tutto dovrebbe funzionare alla perfezione; in realtà tutto è precario. Nonostante le promesse, strutture e servizi sono fragili e i diritti fondamentali vengono palesemente violati” spiega Padre Gianfranco Graziola del Coordinamento Nazionale della Pastoral Carcerária Nacional. “Per le donne la situazione è ancora più critica: i programmi di prevenzione, che le direzioni presentano come un fiore all’occhiello, spesso non esistono. Il carcere è un fallimento dello Stato, ma è un fallimento voluto: il sistema svolge molto bene la funzione punitiva, non quella di recupero e formazione. In diversi rapporti degli ultimi anni, soprattutto a livello nazionale, la pastorale carceraria ha dimostrato che il carcere è, in realtà, un sistema di tortura dei tempi moderni. Tra noi si dice: “La prigione può anche essere d’oro e le manette d’argento, ma il carcere resta carcere” continua il missionario della Consolata, nato a Rovereto nel 1959, in Brasile da 26 anni. Un “fallimento dello Stato” - Parlando del suo servizio, padre Graziola rileva che: “A livello nazionale il mio lavoro è soprattutto formativo: visito gli stati, preparo gli agenti pastorali ad affrontare la realtà del carcere, che non è semplice, e visito le carceri locali con loro a nome della Conferenza episcopale brasiliana. Lavoriamo molto con la giustizia riparativa: negli ultimi anni abbiamo formato più di mille persone. Facciamo anche incidenza politica insieme ad altre realtà della società civile e ci occupiamo, naturalmente, dei familiari dei detenuti. Di recente abbiamo presentato pubblicamente i risultati di un’indagine intitolata La pena oltre la sentenza, che dimostra come a sostenere le spese del carcere siano le famiglie e non lo Stato, come dovrebbe essere. L’obiettivo generale del nostro progetto” prosegue il missionario “è l’evangelizzazione e la promozione della dignità umana attraverso la presenza della Chiesa nelle carceri, nella prospettiva di un mondo senza prigioni”. E per chi vuole seguire la sua stessa strada? “Per entrare come pastorale offriamo un corso di formazione, che dà le basi per accostarsi a un mondo che richiede apertura di mente, di cuore e di spirito. La prima base è l’ascolto attento, senza pregiudizi né giudizi morali: non si chiede mai quale reato abbia portato la persona in carcere. È l’atteggiamento del buon samaritano, che si china sul ferito, lo carica sulle spalle, versa sulle sue ferite l’olio della misericordia e si prende cura di lui senza chiedere nulla. Il secondo riferimento è il discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret, che è il suo programma di vita. Il terzo riferimento è Matteo 25,36: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Quanto alle procedure, bisogna essere presentati dalla diocesi, con documento d’identità, come membri della pastorale carceraria; il sistema penitenziario dello stato rilascia una credenziale annuale che permette di entrare secondo il calendario concordato con la direzione. Chi ha un parente detenuto non può entrare con la pastorale: per lui esistono altre vie di visita. Gli ostacoli burocratici sono all’ordine del giorno: le attese e i lunghi controlli ritardano l’ingresso di persone e cose, compresi gli oggetti religiosi necessari alle celebrazioni”. I problemi più gravi - Tra i problemi più gravi, il sacerdote segnala la droga, che porta morte, furti e rapine. “Il carcere aggrava la dipendenza e spesso la persona contrae un debito insanabile, che porta al suicidio o alla morte per mano di sicari una volta uscita. Le fazioni criminali sono il risultato dell’incarcerazione di massa e dell’incapacità dello Stato di rispondere alle sfide sociali con politiche pubbliche. Hanno un peso non solo dentro il carcere, ma ancor più nella società: pensiamo a Rio de Janeiro, dove dettano legge e si infiltrano in attività commerciali e grandi imprese. Nel sistema carcerario, di fatto, sono un sostegno per le famiglie dei detenuti, che ogni anno spendono miliardi per mantenere in vita i loro cari e procurare loro i beni necessari. Non va dimenticato un problema di fondo: la militarizzazione della società, l’armamento, l’istituzionalizzazione della violenza come garanzia di sicurezza e di una falsa tranquillità. È la pace armata, che giustifica il detto se vuoi la pace, prepara la guerra”. La pastorale dell’ascolto - Il missionario si sofferma poi a parlare di pastorale dell’ascolto (soprattutto tra i volontari e con i detenuti): “Al primo incontro ci si presenta, si chiede il nome, si crea un rapporto e si ascolta ciò che la persona ha vissuto nella settimana, nella quindicina o nel mese. C’è un ascolto collettivo, sulle difficoltà comuni, e uno personale, in cui ciascuno esprime i propri sentimenti: la mancanza delle visite dei familiari, dell’assistenza legale, dei bisogni essenziali, e talvolta denuncia forme di tortura fisica, morale o psicologica”. Padre Gianfranco Graziola ricorda poi una delle esperienze che maggiormente ha segnato il suo percorso: “Mi ha colpito la storia di Deolinda, madre di due figlie, ottima insegnante, in carcere per furto. In realtà soffriva di cleptomania, così acuta che rubava a se stessa e non sapeva più dove fossero le sue cose. Per resistere alla violenza del carcere era entrata nel mondo della droga, aggravando il bisogno di rubare per comprarla; senza, entrava in crisi convulsive, risolte con pesanti sedazioni. Ci siamo mossi attraverso il difensore pubblico per cercare di recuperarla. Abbiamo contattato la famiglia, che ha risposto con rifiuto e abbandono, lasciandoci tristi e frustrati. Abbiamo cercato anche un posto in una struttura pubblica, senza ottenere risposta. Più tardi ho saputo che Deolinda aveva trovato pace solo nella morte”. Superare il dramma del carcere - Alla domanda se abbia conosciuto persone che sono riuscite a cambiare vita, il sacerdote risponde: “Sì, c’è chi ha superato il dramma del carcere, anche se resta sempre una cicatrice indelebile. Oggi queste persone hanno una vita diversa, sono impegnate nel sociale, alcune hanno adottato i figli di altri detenuti coinvolti nella droga. Per molti è stato importante il percorso di giustizia riparativa e della Scuola di Perdono e Riconciliazione: attraverso l’ascolto, il perdono e l’autoperdono hanno compreso, con un processo empatico, il dolore causato agli altri e alle loro famiglie e quello vissuto da loro stessi, e ora vogliono superarlo con l’aiuto della comunità, con azioni e impegni concreti. A chi vuole avvicinarsi a questo mondo, Padre Graziola direbbe di entrarci con cuore e mente aperti, senza giudicare e senza pregiudizi e che bisogna “lasciarsi trasformare e convertire dai poveri, da quelli che non contano. Loro mi hanno insegnato a vivere con maggiore profondità il Vangelo, quel progetto del Regno di Dio che un tempo era per me teoria e oggi fa parte della mia vita”. Chiunque abbia maturato tale esperienza per molti anni potrebbe decidere di smettere per dedicarsi ad altro. Per il missionario della Consolata non è così perché “l’odore del carcere, una volta conosciuto, non ti lascia più”.