Il carcere non è una cura. Il disagio non è reato di Irene Testa* imgpress.it, 11 ottobre 2026 Nella Giornata Mondiale della Salute Mentale si parla dei passi avanti fatti. Ma c’è ancora tanta strada da percorrere. Troppi pregiudizi, pochi servizi, famiglie lasciate sole e risposte spesso diverse anche tra gli specialisti. Visitando le carceri, incontro sempre più persone con gravi problemi di salute mentale. E mi colpisce soprattutto il disagio dei più giovani, spesso legato anche all’uso di sostanze. Ragazzi che si tagliano, che cercano nel dolore e nel sangue un modo per sentirsi vivi. Non ho dati statistici, ma c’è una realtà che mi preoccupa sempre di più: quella delle madri che, non trovando aiuto nei servizi territoriali, arrivano a denunciare i propri figli nella speranza di salvarli, di farli entrare in una comunità, di garantire loro una cura. E invece si aprono le porte dell’inferno del carcere. Non possiamo aspettare che il disagio diventi un reato per intervenire. La sofferenza mentale ha bisogno di cure, non di sbarre. *Garante dei detenuti Regione Sardegna, Collabora con Aduc Ciambriello: “Ho firmato l’appello per l’indulto responsabile” di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 11 ottobre 2026 “La dignità delle persone private della libertà non è un regalo, non è una concessione benevola del potere e non è negoziabile”. “Ho firmato con convinzione l’appello per un indulto responsabile promosso da giuristi, magistrati e sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana. L’ho fatto perché non possiamo più limitarci a registrare con sdegno di maniera una tragedia quotidiana: i dati nazionali sulle carceri italiane raccontano oltre 65.900 persone recluse a fronte di appena 46.358 posti davvero disponibili, con 55 suicidi accertati e 196 morti totali da inizio anno. Siamo di fronte a un bollettino di guerra. Lo Stato con sentenze certifica i trattamenti inumani e degradanti. Serve una risposta ad una situazione illegale e drammatica”. A dichiararlo è il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello, nonché Portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali, annunciando la propria adesione all’iniziativa di clemenza e commentando il quadro critico del sistema penitenziario. “La nostra regione registra tassi di saturazione tra i più spaventosi d’Italia. Non parliamo di numeri freddi, ma di persone stipate in celle invivibili. In Campania duemila detenuti in piu dei seimila posti disponibili”. Napoli Poggioreale: Rappresenta la prima emergenza del Paese in termini assoluti. A fronte di circa 1.350 posti effettivi, ospita 2.307 detenuti, con un sovraffollamento reale al 167-170% e un surplus di oltre 950 reclusi, aggravato da un’insostenibile carenza di 200 agenti. Salerno (Fuorni): Oltre 610 detenuti stipati su soli 376 posti disponibili, toccando un indice del 162%. Benevento: Quasi 400 reclusi per appena 248 posti effettivi (160%). Proprio qui, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, un trentasettenne si è tolto la vita: è stato il quinto suicidio in Campania dall’inizio dell’anno, dopo le tragedie dei giovani a Santa Maria Capua Vetere (24 anni) e Poggioreale (27 anni). Santa Maria Capua Vetere: Oltre 1.035 presenti a fronte di 676 posti reali, con una saturazione del 153%. Ariano Irpino: Registra un tasso critico del 140%. Avellino (Bellizzi Irpino): Tasso di saturazione al 139%. Napoli Secondigliano: Più di 1.350 presenze con un indice del 138%, una situazione resa ancora più complessa dalla gestione dei reparti d’Alta Sicurezza e dalle croniche carenze sanitarie. Vallo della Lucania e Aversa: Raggiungono rispettivamente il 135% e il 130% di saturazione reale. “Tenere stipate le persone in queste condizioni significa infliggere trattamenti inumani e degradanti. Questa è una violazione palese dell’articolo 3 della CEDU e dell’articolo 27 della Costituzione: lo Stato non può pretendere il rispetto delle regole se è il primo a violarle. Firmare l’appello per l’indulto responsabile significa chiedere una risposta ad una situazione drammatica, incostituzionale e illegale. Non parliamo di un “liberi tutti”, ma di un gesto di clemenza ad efficacia differita, accompagnato da percorsi di formazione, lavoro e reinserimento sociale per ridurre la recidiva e garantire più sicurezza a tutti. Tuttavia, nessun provvedimento sarà sufficiente senza un intervento radicale sulla salute e sulle strutture: bisogna investire risorse e personale nei SerD e nei Centri di Salute Mentale: Servono presìdi sanitari, psicologici e psichiatrici continuativi (h24) dentro gli istituti e una forte rete sul territorio. Le carceri non possono continuare a fare da “discarica sociale” per chi soffre di dipendenze o disturbi psichici, le cui pene dovrebbero essere scontate in strutture terapeutiche e Rems. È indispensabile colmare la carenza cronica di educatori e psicologici, senza i quali qualsiasi discorso di rieducazione resta carta straccia. La dignità delle persone private della libertà non è un regalo, non è una concessione benevola del potere e non è negoziabile. Faccio appello a tutte le forze politiche, culturali e sociali affinché sostengano questa mobilitazione. Mettiamo fine a questa spirale di disperazione”. Carceri, il contagio non resta dietro le sbarre di Stefano Sermonti mondosanita.it, 11 ottobre 2026 Tubercolosi, epatite e altre infezioni trovano negli istituti penitenziari un terreno favorevole. Ma le nuove tecnologie possono permettere di intercettare i focolai prima che diventino emergenze. Il carcere è un luogo chiuso, ma le infezioni che circolano al suo interno non lo sono. È questo uno degli aspetti più importanti che emergono dalle ricerche più recenti sulla salute nelle strutture penitenziarie. Nel marzo 2026 OMS Europa ed ECDC hanno pubblicato il nuovo rapporto sulla tubercolosi: nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo il tasso di notifica della malattia tra le persone detenute è risultato pari a 121,6 casi ogni 100.000 abitanti, con un rischio circa 13 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Il dato riguarda la sorveglianza del 2024, ma fotografa un problema tutt’altro che superato. E c’è un secondo elemento che rende il quadro più delicato: gli stessi organismi europei segnalano che la qualità dei dati sulla tubercolosi nelle carceri resta insufficiente. Quando si cerca meno, si rischia inevitabilmente di trovare meno. Nel frattempo, in Italia la tubercolosi rimane una malattia a bassa incidenza nella popolazione generale, ma l’Istituto superiore di sanità ha registrato 3.150 casi nel 2024 e sottolinea una tendenza crescente delle notifiche negli ultimi anni. Perché proprio le carceri? La risposta non è semplicemente “perché sono luoghi affollati”. Il rischio nasce dall’interazione di più fattori: spazi condivisi, ventilazione non sempre adeguata, mobilità dei detenuti tra istituti, accesso alle cure non uniforme e una popolazione che può presentare una maggiore concentrazione di condizioni di vulnerabilità. L’OMS considera infatti le carceri ambienti particolarmente favorevoli alla trasmissione delle malattie infettive. La tubercolosi è solo una parte del problema. Anche epatite B e C, HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili meritano attenzione. Un lavoro pubblicato nel settembre 2026 su Liver International ha messo in evidenza come le persone detenute siano sproporzionatamente colpite dalle epatiti virali e come prevenzione, test e trattamento rimangano disomogenei nei diversi Paesi europei. Secondo gli autori, una revisione europea ha rilevato per l’epatite B una prevalenza nelle carceri compresa tra 0,6% in Francia e 8,3% in Grecia. Non significa che il carcere generi automaticamente l’infezione: significa che, in presenza di determinati fattori di rischio, la struttura penitenziaria può diventare un amplificatore di vulnerabilità sanitarie già presenti prima della detenzione. La ricerca più interessante, però, riguarda anche il modo in cui questi focolai possono essere scoperti. Uno studio pubblicato nel gennaio 2026 su Scientific Reports ha analizzato 680 campioni di acque reflue provenienti da 14 carceri di Inghilterra e Galles, cercando il materiale genetico di SARS-CoV-2. L’RNA virale è stato rilevato nel 48% dei campioni e le variazioni della quantità di virus nelle acque reflue hanno seguito da vicino l’andamento dei casi clinici. In sette carceri i picchi nelle acque reflue sono comparsi prima di quelli osservati nelle comunità circostanti, mentre in altre sei è avvenuto il contrario. Il risultato apre una prospettiva interessante: analizzare le acque reflue potrebbe trasformare lo scarico di un carcere in una sorta di sensore epidemiologico collettivo, capace di segnalare precocemente che qualcosa sta cambiando senza dover sottoporre ogni singola persona a un test. Un altro studio, pubblicato nel marzo 2026 su Frontiers in Public Health, ha inoltre valutato l’impatto economico della sorveglianza delle acque reflue in un grande carcere urbano statunitense, rafforzando l’interesse per questo approccio come strumento di preparazione alle epidemie. Il problema, dunque, non è soltanto sanitario ma anche organizzativo. Un’infezione diagnosticata tardi in carcere può diventare più difficile da contenere e può seguire le persone anche dopo il trasferimento o la scarcerazione. Lo dimostra uno studio britannico pubblicato nel maggio 2026: gli epidemiologi hanno ricostruito un cluster di tubercolosi sviluppatosi nell’arco di sei anni, individuando 12 persone appartenenti allo stesso cluster genetico; sette avevano avuto una storia di permanenza in carcere, distribuita in 13 istituti. I trasferimenti tra strutture hanno rappresentato un elemento importante nella ricostruzione della catena epidemiologica. Anche la prevenzione deve quindi superare i confini fisici dell’istituto: un trattamento interrotto per un trasferimento o per la scarcerazione può compromettere il controllo dell’infezione. La vera sfida della sanità penitenziaria è garantire continuità: screening all’ingresso, diagnosi tempestiva, vaccinazione quando indicata, trattamento, tracciamento dei contatti e collegamento con i servizi sanitari territoriali dopo la liberazione. È una questione di tutela delle persone detenute, ma anche di salute pubblica. Perché un carcere non è un’isola: gli agenti entrano ed escono, gli operatori sanitari entrano ed escono, i detenuti vengono trasferiti e poi tornano nella comunità. Prevenire un’infezione dentro un istituto significa quindi prevenire una parte della sua circolazione fuori. Giustizia, alta tensione tra Forza Italia e FdI di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2026 “Situazione provvedimenti in materia di giustizia. Iniziative”. Recita così l’unico punto all’ordine del giorno dell’assemblea dei gruppi parlamentari convocata per i prossimi giorni dai capigruppo di Forza Italia, Enrico Costa e Stefania Craxi. Una chiamata alle armi su un tema che ormai ha avvelenato i rapporti con Fratelli d’Italia: la paralisi della proposta di legge sul sequestro degli smartphone, approvata al Senato ad aprile 2024 e bloccata alla Camera dal veto dei meloniani. Il testo, firmato dal senatore azzurro Pierantonio Zanettin e dalla leghista Giulia Bongiorno, irrigidisce le regole per sequestrare i dispositivi elettronici a fini di prova, imponendo una lunga e complessa procedura governata dal gip, mentre adesso basta un decreto motivato del pm. Una battaglia identitaria per i berlusconiani, finita impantanata in Commissione Giustizia a Montecitorio: FdI ha puntato i piedi dopo l’audizione del procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo, che ha pronosticato un “impatto disastroso” della nuova normativa sulle indagini contro i clan. E a farsi portavoce di Melillo è stata la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, presentando 18 emendamenti per ammorbidire le nuove regole, escludendo i reati di criminalità organizzata e simili. Il 23 settembre si sarebbe dovuto iniziare proprio a votare gli emendamenti, depositati ormai un anno fa. Ma i pareri obbligatori del governo non c’erano: intervenendo in Commissione, il sottosegretario leghista alla Giustizia Andrea Ostellari ha preso tempo, aprendo alla possibilità che l’esecutivo intervenisse con un decreto legislativo ad hoc, in attuazione della delega sul tema prevista nella legge di delegazione europea (il provvedimento con cui ogni anno l’Italia si adegua al diritto Ue). A quel punto il capogruppo azzurro Costa - che pure è l’artefice di quella delega - non ci ha visto più e si è scagliato contro Ostellari, accusandolo di fare melina per affossare il provvedimento. Col senno di poi, si può dire che avesse ragione: venerdì 9 ottobre è scaduto il termine a disposizione del governo per attuare la delega (sei mesi dall’entrata in vigore della legge di delegazione). La strada alternativa quindi è tramontata e il provvedimento resta ostaggio del governo in Commissione: da qui la scelta degli azzurri di “aprire la crisi” con gli alleati, convocando i gruppi per organizzare la controffensiva. L’assemblea era originariamente prevista per martedì 13, ma probabilmente slitterà alla settimana successiva. Quello degli smartphone, peraltro, non è l’unico provvedimento bloccato che sta a cuore a Forza Italia: l’altro è la proposta di riforma della prescrizione, approvata alla Camera a gennaio 2024 e da allora ferma al Senato, sempre per il veto di FdI. Mentre un’altra campagna recente degli azzurri, quella per l’ampliamento della responsabilità civile dei magistrati, è stata stoppata sul nascere dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Resta da capire quali potranno essere le “iniziative” evocate nell’ordine del giorno. “Metteremo in chiaro che non siamo contenti”, spiega al Fatto una fonte di peso del partito. Tra le varie ripicche possibili, una è a portata di mano: bloccare il ddl governativo per riaprire il Tribunale di Bassano del Grappa, anch’esso all’esame della Commissione Giustizia della Camera. Il tribunalino veneto è un feticcio elettorale di Ostellari e della Lega, ma è sgradito a Forza Italia e soprattutto al senatore Zanettin, che vedrebbe defraudata di risorse la sua Vicenza. La prossima seduta dedicata agli smartphone è martedì: gli azzurri potrebbero anche decidere di strappare e chiedere l’arrivo del provvedimento in Aula senza discutere gli emendamenti, formalizzando così la crisi con gli alleati. Ma l’ipotesi di un accordo non è ancora tramontata del tutto: ospite della festa del Foglio, Nordio ha risposto a una domanda sul tema con una perifrasi che fa immaginare un possibile compromesso sugli emendamenti Colosimo. “Per i reati di mafia e terrorismo, che mettono a repentaglio i valori massimi di sopravvivenza dello Stato”, deve “prevalere l’interesse delle indagini”, mentre per “tutti gli altri reati deve prevalere il garantismo individuale. Penso che arriveremo sicuramente a un accordo, sono ottimista”, ha detto il Guardasigilli. Abuso d’ufficio, Strasburgo riapre il caso ma non impone il dietrofront di Valentina Stella Il Dubbio, 11 ottobre 2026 La risoluzione non impone di ripristinare la norma, ma richiama l’esigenza di evitare vuoti di tutela nella disciplina anticorruzione. Al punto 31 di una risoluzione approvata due giorni fa a Strasburgo, facendo seguito all’entrata in vigore della direttiva anticorruzione il 31 maggio 2026, leggiamo che il Parlamento europeo “spinge per l’effettiva attuazione della nuova direttiva sulla lotta alla corruzione, in particolare al fine di garantire che tutti i reati di corruzione definiti dal diritto dell’Ue, compreso l’esercizio illecito di funzioni pubbliche, siano disciplinati dalla legislazione nazionale”. L’esercizio illecito di funzioni pubbliche è disciplinato dall’articolo 7 della direttiva: una formulazione annacquata del nostro reato di abuso d’ufficio a cui si era giunti affinché il governo italiano desse l’ok al testo finale. Il ministro Nordio, rispondendo ad aprile scorso ad una interrogazione parlamentare dei pentastellati, aveva dichiarato che l’articolo 7, “non ha niente a che vedere” con il reato cancellato in Italia, “perché non tipicizza nessuna fattispecie incriminatrice e non individua condotte determinate”. Ma adesso la risoluzione sostiene qualcosa di più: “Chiede il recepimento tempestivo e corretto e l’applicazione efficace di tutti i reati stabiliti nella direttiva, in modo che le riforme nazionali non creino lacune nella responsabilità penale o indeboliscano la responsabilità per reati di corruzione; incoraggia gli Stati membri ad adottare un approccio massimalista durante il recepimento della direttiva, tenendo debitamente conto delle misure facoltative in essa previste, in particolare quelle di prevenzione, e ad applicare standard più elevati ove opportuno”. “Il Parlamento europeo ammonisce il governo italiano e, in particolare, il ministro Carlo Nordio sull’abuso d’ufficio” ha subito dichiarato l’europarlamentare del M5S Giuseppe Antoci , che ha proseguito: “Se il governo non riceverà correttamente la direttiva e non reintrodurrà l’abuso d’ufficio questo cartellino giallo diventerà rosso e le conseguenze potrebbero essere dolorose. Questo testo è frutto del nostro lavoro al Parlamento europeo e riflette un emendamento da noi presentato”. A dar manforte al collega europeo ci hanno pensato i rappresentanti del M5S nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato: “Con la mozione approvata dal Parlamento europeo, l’Ue richiama per la seconda volta Meloni e Nordio al dovere di ripristinare il reato di abuso d’ufficio. Antoci si è battuto per introdurre nella direttiva quel passaggio chiave sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche e per ribadire nella mozione approvata che la direttiva deve essere recepita e che devono essere applicati tutti i reati in essa contemplati”. Gli ha replicato Alessandro Ciriani, eurodeputato di Fratelli d’Italia: “La direttiva europea anticorruzione approvata dal Parlamento europeo non impone alcun obbligo per l’Italia di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio e continuare a sostenerlo è un atto manipolatorio e inaccettabile che ignora la reale portata del testo. Sostenere che l’esercizio illecito di funzioni pubbliche coincide con l’abuso d’ufficio è una affermazione palesemente sbagliata, dato che copre un ventaglio molto più ampio di ipotesi perseguibili”. Questo dal punto di vista politico. Da quello giuridico, “la raccomandazione del Parlamento europeo non ha efficacia vincolante per la Commissione che entro l’anno dovrà presentare la futura strategia Ue contro la corruzione”, ci spiega la professoressa Chiara Amalfitano, Ordinaria di Diritto dell’Unione europea presso il Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale all’Università degli Studi di Milano. “Certo - aggiunge - la Commissione valuterà, nell’ambito del principio di leale collaborazione, che vincola anche le istituzioni nei loro reciproci rapporti - se seguire le indicazioni prospettate dalla risoluzione”. L’esperta evidenzia altresì che “gli Stati membri dovranno comunque recepire la direttiva nell’ordinamento nazionale entro il 1° giugno 2028”. Ciò significa che difficilmente sarà l’attuale governo a occuparsi della trasposizione della direttiva, ma quello che uscirà dalle urne del 2027, anche perché “l’Italia normalmente impiega tutto il tempo a sua disposizione per trasporre le direttive europee”, spesso rischiando la procedura di infrazione. Questo però non significa che la questione non potrà essere usata politicamente dalle opposizioni in campagna elettorale per delegittimare Nordio, l’Esecutivo e la maggioranza che lo sostiene. Se infatti la Commissione farà sue le indicazioni del Parlamento, il M5S in primis avrà gioco facile nel dire che il nostro Paese è inadempiente rispetto a quello che ci chiede l’Europa. E tecnicamente a poco potrebbe servire al governo sostenere che la Corte costituzionale abbia salvato l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, essendo la sua decisione del marzo 2025, quindi precedente all’approvazione della direttiva: “Lo Stato dovrà, dunque, valutare attentamente come adeguarsi alle prescrizioni ivi contenute”, conclude la professoressa Amalfitano. Il palinsesto del sangue. Da Vermicino a Garlasco, storia della tv-tribunale di Stefano Pistolini Il Foglio, 11 ottobre 2026 Al mattino i contenitori di Rai 1 e Canale 5, all’ora di pranzo il talk di Rai 2, nel tardo pomeriggio La7, il venerdì, in prima serata, la messa cantata di “Quarto Grado”. Cambia il celebrante, non il rito. L’insostenibile prevalenza del Male. Le giornate dei monasteri erano scandita da ore canoniche, perché nessun momento restasse sottratto alla contemplazione. La giornata televisiva italiana ha adottato la stessa architettura, sostituendo il mistero della fede con quello della cronaca nera. Al mattino i contenitori di Rai 1 e Canale 5, all’ora di pranzo il talk di Rai 2, nel tardo pomeriggio La7, il venerdì, in prima serata, la messa cantata di “Quarto Grado”. Cambia il celebrante, non il rito né il solito nome di un paese della Lomellina. Il 28 settembre scorso la Procura di Pavia ha richiuso l’inchiesta su Sempio e si prepara a chiederne il processo per un omicidio di diciannove anni fa, per il quale un altro uomo, Stasi, è stato condannato e ha scontato gran parte della pena. Due colpevoli, una vittima: una manna per lo showbiz nazionale perché Garlasco ora è un format. L’impronta palmare e il Dna sotto le unghie della vittima si aggiudicano analisi un tempo riservate alle Finanziarie. Le troupe stazionano davanti alla caserma, i forum ospitano processi paralleli in cui ogni utente si sente pm e su YouTube prosperano canali che vivono di quella sola vicenda. Ogni dettaglio è caricato di senso e rilanciato, perché il paese conosce la villetta dei Poggi meglio della propria. Nel 2025 “Garlasco” ha dominato i palinsesti e nel 2026 non ha mollato la presa di un centimetro. I protagonisti sono personaggi ricorrenti, ciascuno coi suoi tic, come in una soap di cui si ricordano più i caratteri che la trama. Un procedimento che non finisce mai, perché basta un dubbio a riempiere una stagione. Il paese della gogna. L’errore giudiziario e il suo brodo di coltura - Non è solo questione di quantità. È la natura del flusso: incondizionato, apatico ma con sussulti, somministrato a dosi regolari, ogni giorno un frammento. Chi guarda non ha letto gli atti, non conosce la genetica forense, non può dubitare con metodo, perché la novità di domani avrà sostituito quella di oggi. Una cosa però può fare con entusiasmo: schierarsi. Il rapporto è quello tra un sapere tecnico che non si lascia verificare e un pubblico che può credere o non credere, a seconda delle simpatie. Si chiama effetto di verità illusoria: un’affermazione ripetuta a lungo sembra vera, a prescindere dalle prove, una domestica goccia cinese che non impone idee ma abitudini. Restando su Garlasco, per anni il pubblico ha nutrito la certezza che il colpevole fosse Stasi, il ragazzo “dagli occhi di ghiaccio”; oggi, con certezza altrettanto granitica, indica Sempio. Nessuno ha letto una riga delle sentenze. Ma è cambiato il racconto, e la convinzione l’ha seguito docile. L’intera questione non ha preso le mosse ieri. Il prototipo può essere Vermicino, giugno ‘81 e le diciotto ore di diretta Rai attorno al pozzo artesiano dove Alfredino scivola sempre più giù, nonostante ad aspettarlo là fuori ci sia perfino il presidente Pertini e con lui milioni di italiani davanti alla tv. La televisione capisce che il dolore paga più di qualsiasi varietà. Poi arriverà il plastico della villetta di Cogne di “Porta a Porta” e nel 2010 i pullman di turisti ad Avetrana. Il passaggio successivo è industriale. “Elisa True Crime” è da tre anni il podcast più ascoltato su Spotify Italia, tallonato da “Indagini” di Stefano Nazzi; due italiani su tre si dichiarano appassionati del genere, con prevalenza femminile, e il successo si moltiplica in libri, tour teatrali, docuserie e la fiction che trasforma la cronaca in mito. Il true crime da studio costa poco; quattro opinionisti, un inviato, una mappa del paese, niente diritti da pagare. Le sceneggiature le scrive benissimo la realtà. Su La7 adesso il delitto si è preso una fascia. “Ignoto X”, ogni sera feriale, prima di Mentana, conduzione di Pino Rinaldi, veterano di “Chi l’ha visto?”, che dichiara di non voler risolvere i casi né cedere al voyeurismo. Intenzioni lodevoli, luci basse, parole pesate, pause dolenti. Una sera, dando la notizia di una madre uccisa a colpi di pietra nel Beneventano, Rinaldi si ferma: difficile continuare, dice. Sui social lo ringraziano per l’umanità. È la variante del genere, un moralismo luttuoso che assolve lo spettatore e gli permette di sentirsi migliore. Il cordoglio diventa un registro, ma anche una forma di intrattenimento. Perché ci piace? Nel 1827 Thomas De Quincey proponeva con sarcasmo di giudicare l’assassinio come una delle arti, valutandone composizione e stile. Ma è Roland Barthes, negli anni Sessanta, a cogliere il punto: il fatto di cronaca è un’informazione autosufficiente, che non rimanda a nulla fuori di sé e per capirlo non serve conoscere il mondo. E c’è un dato tutto italiano: il giallo di provincia restituisce ciò che la politica e l’economia hanno tolto, ovvero l’illusione che la verità sia a portata di mano. Il mondo è illeggibile, un delitto leggibile. Il pubblico più fedele - pensionati davanti alla tv del pomeriggio - vive a una distanza siderale dalla violenza che assorbe in dosi industriali. Ma è proprio la distanza a renderla consumabile. Il delitto mediatico funziona come antidoto alla paura, come una vaccinazione: piccole dosi di orrore inoculate perché l’organismo impari a riconoscere il pericolo, senza correrlo. Il delitto è accompagnato da moventi e colpevoli; sposta la paura su oggetti circoscritti, agisce su quella che gli psicologi chiamano fede in un mondo giusto: è successo alla vittima, non a noi, l’amicizia sbagliata, la porta lasciata aperta, il fidanzato di cui non avrebbe dovuto fidarsi. Per molti anziani il conduttore è una compagnia abituale, davanti alla quale addormentarsi, cullati da voci che raccontano remoti strangolamenti. Lo si prende ogni giorno come un farmaco. Poi, però, a un certo punto subentra la noia. Una noia grassa, da sala d’attesa. Le stesse facce in programmi diversi, la solita planimetria, la stessa formula, la svolta clamorosa appiccicata a una consulenza che non sposta nulla. Il delitto perde perfino la facoltà di turbare. Resta un brusio cupo e il trucco si vede. Così la curva degli ascolti va giù. Serve sangue fresco urgentemente. Mentre le reti si contendono l’ultimo consulente sulla traccia 33, scivolano ai margini i salari fermi, le guerre in Europa, un paese che si spopola e invecchia. Un’erosione. Negli anni di Mani Pulite il pubblico seguiva i processi ai potenti, oggi spia le chat di ragazzi di paese. Il baricentro si è spostato dai palazzi della politica alle villette di provincia. Il conflitto sociale ha il volto di un singolo: il marito violento, il vicino invidioso, mai un’ingiustizia di sistema. È la consolazione del delitto privato: il Male ha un nome e un cognome e può essere isolato e rinchiuso. C’è poi un costo che riguarda la giustizia stessa: indagati e testimoni giudicati in prima serata prima che in aula, la presunzione d’innocenza ridotta a formula di rito, i magistrati che leggono sui giornali perizie che ancora non hanno ricevuto. Alberto Stasi, in semilibertà, ogni mattina esce dal carcere per andare al lavoro e ogni sera ci rientra. Intanto, all’ora di pranzo, in tv lo stanno ancora processando. Toscana. La Regione stanzia 1,5 milioni per far lavorare i detenuti di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 11 ottobre 2026 Un milione sarà destinato agli adulti, mentre 500mila saranno destinati ai reclusi minorenni. Ammontano a 1,5 milioni le risorse per i prossimi quattro anni per consentire ai detenuti della Toscana di lavorare mentre scontano la pena. Fondi stanziati dalla Regione da qui alla fine della legislatura di Eugenio Giani. Ripartiti per ogni anno, da qui al 2030, si tratta di circa 375mila euro all’anno. Un milione sarà destinato agli adulti, mentre 500mila saranno destinati ai reclusi minorenni. In ogni caso, spiegano dalla Regione, questi fondi, già stanziati in precedenza, hanno consentito nel corso degli ultimi anni di generare 24 progetti di formazione professionale di durata media e breve, sia per gruppi sia a carattere individuale/individualizzato, negli istituti penitenziari e negli istituti penali minorili. Dai due nuovi accordi, analogamente al passato, deriveranno altrettanti avvisi per progetti formativi di durata annuale in pubblicazione entro la fine dell’anno. Con la prosecuzione dell’esperienza, si punta ad estendere i percorsi anche a giovani in esecuzione di misure penali esterne e potenziare le occasioni di incontro tra domanda e offerta di lavoro nel periodo successivo alla fine della pena. In particolare per i minori verranno messi in campo interventi diversificati e flessibili finalizzati al rafforzamento delle competenze trasversali (formazione formale con rilascio di attestazioni e non formale tutoraggio, accompagnamento e attività laboratoriali). “Diamo continuità ad una esperienza che in questi anni ha avuto buon esito - ha commentato il presidente Eugenio Giani - A maggior ragione di fronte ad una situazione carceraria drammatica è nostro dovere contribuire a rendere effettivo il principio costituzionale della funzione rieducativa della detenzione e dell’esecuzione della pena. Su questo piano, lavoro e formazione rappresentano strumenti fondamentali per contrastare fragilità e i rischi di recidiva”. “La sfida adesso è rafforzare la collaborazione migliorando gli interventi, non limitandosi a garantire apprendimento permanente e successo formativo, ma anche reali prospettive di inserimento occupazionale - ha spiegato l’assessore al lavoro e alla formazione Alberto Lenzi - In base agli accordi, programmeremo con tutte le amministrazioni coinvolte alcuni avvisi che saranno cofinanziati dalle risorse comunitarie dell’Fse plus 21-27”. Torino. “Il carcere scoppia: 585 detenuti oltre la capienza”, la denuncia del sindacato di polizia di Gianni Giacomino La Stampa, 11 ottobre 2026 “Era dal 2006 dopo l’indulto che il carcere di Torino non raggiungeva i 1608 detenuti: un record, tenuto conto che la capienza massima è di 1023 reclusi”. È la denuncia di Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, l’organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria. “Un numero preoccupante - sottolinea - soprattutto per le condizioni in cui sono costretti a vivere non solo i detenuti, ma anche il personale della polizia penitenziaria”. Come hanno denunciato più volte i sindacati, “il sovraffollamento, la carenza di spazi e le condizioni di degrado degli ambienti contribuiscono ad alimentare una crescente conflittualità e una successione di eventi critici, determinando una situazione di grave pericolo sia per il personale di polizia penitenziaria sia per la stessa popolazione detenuta”. “Ormai - dichiara Beneduci - siamo totalmente alla deriva”. Alcune settimane fa l’Osapp aveva rivolto un appello ai rappresentanti politici di ogni schieramento del Comune di Torino e della Regione, chiedendo loro di visitare l’istituto e incontrare direttamente le lavoratrici e i lavoratori che operano quotidianamente. “A Torino mancano oltre 100 agenti e assistenti di polizia penitenziaria”. Una carenza che “costringe il personale a sostenere turni di lavoro massacranti”. Per questo martedì prossimo la situazione di emergenza delle carceri piemontesi verrà discussa durante un’assemblea straordinaria in Regione. Siena. Il sovraffollamento limita le attività trattamentali: 77 detenuti per 58 posti di Caterina Iannaci Corriere di Siena, 11 ottobre 2026 La relazione sullo stato della Casa circondariale dopo la visita dei Giovani Democratici della Toscana. “Istituto avanzato e ben integrato con la città, ma c’è carenza di unità di Polizia penitenziaria”. Il carcere di Siena soffre di sovraffollamento e di carenza di unità di polizia penitenziaria: un problema che limita le attività trattamentali. È questa la principale criticità emersa nel corso della visita di ieri a Santo Spirito dei Giovani Democratici della Toscana, undicesima tappa della campagna “Dimenticat3”, che l’obiettivo di ascoltare chi vive e lavora quotidianamente nel sistema carcerario e di raccogliere criticità e proposte per costruire una politica penitenziaria capace di coniugare dignità, sicurezza, lavoro e reinserimento sociale. Il direttore Graziano Pujia ha accolto la delegazione, composta da Bernardo Taddei, segretario regionale dei GD Toscana; Eleonora Serra, segretaria dei GD Siena; Nico Bartalini, segretario provinciale del PD Siena; Rossana Salluce, segretaria comunale del PD Siena; Silvia Mariottini, vicesegretaria regionale dei GD Toscana; Tommaso Landi, della segreteria regionale dei GD Toscana; Alessandro Masi, consigliere della Provincia di Siena; Luca Perinti, avvocato della Camera Penale di Siena. “Abbiamo trovato - sottolineano i Giovani Democratici della Toscana - un istituto in buone condizioni, ma attraversato dalla patologia che accomuna tutte le carceri visitate finora: il sovraffollamento. A Siena sono presenti 77 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 58 posti. Un dato che ha effetti concreti: gli spazi comuni e le aree trattamentali, adeguati rispetto ai numeri previsti, diventano carenti quando le presenze li superano, e questo limita le attività che l’istituto può mettere in campo. Lo fa nonostante si tratti di una realtà molto avanzata, che offre una grande quantità di percorsi formativi anche grazie alla visione della direzione”. “Anche la Polizia Penitenziaria sconta le carenze del sistema - si evidenzia - l’organico in servizio è inferiore a quello previsto, e a pesare è soprattutto la criticità degli spazi destinati al pernotto: la caserma presenta difficoltà strutturali ed è troppo piccola rispetto alle necessità. Su questo serve intervenire e rafforzare la struttura, perché senza un alloggio adeguato l’istituto rischia di non essere attrattivo per i nuovi agenti, a maggior ragione considerando le difficoltà di trovare una sistemazione in città a Siena. Garantire condizioni dignitose a chi lavora ogni giorno nell’istituto è parte integrante di una politica penitenziaria che metta al centro la sicurezza e la qualità del trattamento”. “Nonostante queste difficoltà, a Siena abbiamo trovato una buona sinergia tra la popolazione detenuta e il personale della Polizia Penitenziaria - proseguono - un equilibrio che contribuisce a creare un clima di comunità all’interno dell’istituto. È anche grazie a questo rapporto che si riescono ad affrontare meglio le questioni che possono nascere nella quotidianità della struttura, a dimostrazione di quanto la qualità delle relazioni sia un elemento fondamentale per la sicurezza e per l’efficacia del percorso trattamentale”. “Il grande punto di forza dell’istituto rimane la sua centralità fisica - notano i giovani dem - trovarsi nel cuore di Siena favorisce connessioni profonde con il tessuto cittadino, e permette al carcere di non essere un luogo separato e dimenticato, ma una parte viva della comunità. È un modello che dimostra quanto il rapporto con il territorio sia decisivo per rendere effettivo il principio rieducativo della pena. In questo quadro va valorizzato il lavoro della compagnia teatrale dell’istituto, che ha ricevuto riconoscimenti a livello nazionale: la prova che la cultura, quando entra in carcere, può diventare uno strumento reale di crescita, di dignità e di reinserimento”. “Adesso - concludono - bisogna rafforzare soprattutto la possibilità di avere una parte dell’istituto rivolta ai detenuti che intraprendono percorsi universitari. È un lavoro che la direzione sta già portando avanti, e che trova una grande sinergia con le due università del territorio: l’Università per Stranieri e l’Università di Siena. Crediamo che questa strada vada sostenuta con maggiori risorse e maggiore attenzione politica, perché può fare di Siena un riferimento a livello regionale e nazionale per l’istruzione universitaria in carcere. Ma per farlo servono anche spazi adeguati, che solo una riduzione delle presenze può garantire”. Porto Azzurro (Li). Il Lions a supporto del volontariato in carcere quinewselba.it, 11 ottobre 2026 “I muri non solo ti tolgono lo spazio fuori, ma pian piano anche quello dentro”. “I volontari ti aiutano come altri non possono o non sanno fare.” Sono frasi prese a caso fra i primi tre testi premiati al Premio Letterario annuale Carlo Castelli, giunto quest’anno alla 19esima edizione, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana Società San Vincenzo de Paoli ODV, che nell’ambito di narrativa, scritture autobiografiche, poesie e opere multimediali ha proposto ai detenuti delle carceri italiane e degli istituti di pena minorile il tema: “Se io fossi un volontario in carcere: come potrei essere una delle chiavi che aprono al futuro di speranza per me e per le altre persone detenute?”. Lo scrive in una nota il Lions Club Elba che con i suoi rappresentanti ha partecipato alla cerimonia nel carcere di Porto Azzurro. “Nel corso della cerimonia di premiazione, svoltasi nel pomeriggio di venerdì 9 ottobre per la terza volta nella Casa di Reclusione Pasquale De Santis di Porto Azzurro, sono stati assegnati premi per un totale di 9.000 euro destinati in parte direttamente ai tre vincitori sui 67 elaborati pervenuti da tutta Italia e stampati in 13.700 copie, e in parte a progetti di reinserimento. - prosegue la nota - Nel reparto in cui sono stati ospitati rappresentanti del volontariato, Autorità civili e militari, dirigenti e personale del carcere e soprattutto tanti detenuti che hanno seguito con vivace partecipazione l’incontro, si sono registrati numerosi interventi degli esponenti dei vari organismi presenti che, a vario titolo e con diversi punti di vista, si sono susseguiti per evidenziare concordemente come la scrittura, la lettura e la cultura in genere siano propedeutici nel creare un ponte con l’esterno, alimentare il desiderio di vita e di riscatto, dare voce ai ristretti, accorciare le distanze fra il dentro e il fuori e quanto sia fondamentale la collaborazione fra Amministrazioni e volontariato”. “A sostegno della rilevanza dell’istituzione del Premio sono giunti riconoscimenti dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una medaglia di rappresentanza, un’altra analoga medaglia dalla Camera dei Deputati ed una targa a ricordo dell’evento dal Lions Club Isola d’Elba (il cui Multistretto Lions 108L Italy ha sottoscritto con la S. Vincenzo de Paoli nel 2023 una dichiarazione di intenti a sostegno dei bisognosi) consegnata personalmente dal Presidente del sodalizio Alessandro Cavallo, quale riconoscimento, come da lui stesso affermato, dedicato alle associazioni di volontariato che costituiscono una porta che rende possibile la visione di un futuro diverso. A conclusione il pubblico è stato intrattenuto dal complesso musicale Slenders che, intonando vari brani, ha riscosso lunghi applausi e animata partecipazione da tutti i presenti”, prosegue ancora la nota del Lions. Teramo. Giornata dell’istruzione universitaria in carcere: detenuti, scuole e istituzioni a confronto abruzzopopolare.com, 11 ottobre 2026 L’università degli studi di Teramo celebra la Giornata Internazionale dell’Istruzione Universitaria in Carcere con un incontro in programma in aula magna martedì 13 ottobre alle ore 9.30. La mattinata, aperta a studenti e studentesse delle scuole del territorio, riunisce università, istituzioni e amministrazione penitenziaria per riflettere sul diritto allo studio come strumento di reinserimento e di inclusione. Dopo i saluti del magnifico rettore Christian Corsi, l’incontro sarà introdotto da Emanuela Pistoia, direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza. Francesca Rocchi, delegata del Dipartimento di Giurisprudenza all’Orientamento, spiegherà il significato della Giornata, mentre Francesca Vaccarelli, delegata del rettore al Polo Universitario Penitenziario dell’università di Teramo, approfondirà le ragioni dell’istruzione universitaria in carcere. Al centro del programma ci saranno la proiezione del lungometraggio “La salita” di Massimiliano Gallo (2025) e le testimonianze degli studenti del Polo Universitario Penitenziario della Casa di reclusione di Sulmona e della Casa Circondariale di Teramo, a cui seguirà un dibattito con studenti e studentesse delle scuole. Le conclusioni sono affidate a Monia Scalera, garante dei diritti dei detenuti nella Regione Abruzzo, e a Maria Lucia Avantaggiato, direttrice della Casa Circondariale di Teramo. L’iniziativa si inserisce nell’impegno dell’ateneo teramano per la terza missione e per le politiche di inclusione, di cui il Polo Universitario Penitenziario è una espressione concreta: portare l’università anche dove l’accesso alla formazione è più difficile, nella convinzione che lo studio sia uno strumento di cambiamento personale e sociale. “L’istruzione universitaria in carcere - ha dichiarato il magnifico rettore Christian Corsi - è un diritto e insieme una straordinaria occasione di riscatto e di crescita per le persone e per la comunità. Con il Polo Universitario Penitenziario portiamo l’Università dove l’accesso alla formazione è più difficile, nella convinzione che lo studio possa cambiare le vite e favorire un reinserimento reale. Questa Giornata, aperta anche agli studenti delle scuole, è un’occasione per ascoltare chi ha scelto di studiare e per ribadire il nostro impegno per un ateneo inclusivo”. Roma. “Reinserimento socio-lavorativo dei detenuti: i primi risultati” gnewsonline.it, 11 ottobre 2026 “Una Giustizia più inclusiva. Il nuovo modello italiano per l’esecuzione penale” è il progetto che il Ministero della Giustizia presenta, il 13 ottobre 2026, presso la Sala Koch del Senato della Repubblica. L’iniziativa, finanziata dal Programma nazionale inclusione e lotta alla povertà 2021-27, intende promuovere l’acquisizione di competenze da parte di minori, giovani e adulti sottoposti a misura penale, al fine di supportarli nell’inclusione lavorativa, decongestionare le carceri e abbattere il rischio di recidiva. I lavori, aperti dal saluto del sottosegretario Andrea Ostellari e della senatrice Erika Stefani, prevedono, per il Ministero, gli interventi dei capi dipartimento Antonio Sangermano, per la Giustizia minorile e di comunità, e Antonella Ciriello, per l’Innovazione tecnologica della giustizia, dei direttori generali Gabriella De Stradis, per il Coordinamento delle Politiche di Coesione, ed Ernesto Napolillo, dei Detenuti e Trattamento, e in rappresentanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, di Romolo de Camillis, direttore generale per lo Sviluppo sociale e gli aiuti alla povertà. Il progetto prevede la realizzazione o la ristrutturazione di laboratori produttivi negli istituti penitenziari per avviare al lavoro carcerario e fornire competenze professionali ai detenuti, fornire alloggi per l’housing sociale per chi è stato ammesso alla misura penale estera e attribuite un tutor e una dote per l’autonomia ai minori e giovani adulti che accettano di aderire un percorso per acquisire competenze professionali e avviarsi al lavoro. Inoltre, accordi con il Terzo Settore consentiranno di agevolare contratti di lavoro per i detenuti con permesso di lavoro all’esterno e per chi sconta la propria pena con messa alla prova o altra misura penale estera. L’incontro sarà l’occasione per fare il punto sui traguardi raggiunti e delineare le prossime sfide per il rilancio del sistema. In chiusura dei lavori interviene il viceministro Francesco Paolo Sisto, modera Giuseppe Malara, vicedirettore dell’Approfondimento Rai. Roma. Giochi della Speranza: a Rebibbia lo sport supera le mura del carcere csiroma.it, 11 ottobre 2026 Nella Casa Circondariale femminile la “piccola olimpiade in carcere” ha riunito detenute, polizia penitenziaria, magistrate e società civile. Una mattinata di gare e condivisione nel segno della dignità e del valore rieducativo dello sport. Nemmeno la minaccia del maltempo ha frenato l’entusiasmo generato dai Giochi della Speranza all’interno della Casa Circondariale femminile di Rebibbia. Promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, dalla Rete di magistrati “Sport & Legalità” e dal Dap - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e la collaborazione dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport della CEI, del Centro Sportivo Italiano - Comitato di Roma e del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, la “piccola olimpiade in carcere” ha visto confrontarsi quattro rappresentative: detenute, agenti di Polizia penitenziaria, magistrate ed esponenti della società civile in una giornata di sport e condivisione, a conferma del valore di un progetto che punta a superare le distanze tra il carcere e la comunità esterna. “Queste sono giornate uniche - afferma Fabrizio Basei, coordinatore della rete magistrati “Sport e Legalità” e gip del tribunale di Velletri - perché portano all’interno del carcere un fondamentale messaggio di speranza e un’occasione di normalità. Lo sport, inserito da poco in Costituzione italiana è uno strumento straordinariamente efficace e diretto che veicola i valori della legalità. Vedere in campo detenute e magistrati insieme è un’immagine che solo lo sport sa rendere possibile. Dobbiamo ricordare che chi è qui sta scontando una pena, mantenendo sempre il dovuto rispetto e il ricordo per le vittime dei reati, tuttavia dobbiamo guardare al futuro e a ciò che ci sarà dopo il carcere. La pena deve tendere al reinserimento per costruire una comunità più giusta e funzionale. Non dobbiamo mai dimenticare che chi è in carcere rimane prima di tutto una persona, la dignità umana deve restare al centro di tutto. C’è speranza, c’è un futuro e c’è una prospettiva di libertà concreta dopo la detenzione”. Dopo il primo incontro del 13 giugno 2025 a Rebibbia e la successiva tappa dello scorso febbraio alla Casa di Reclusione di Milano Bollate, i Giochi sono tornati a Roma, questa volta nella sezione femminile dell’istituto romano, proseguendo un percorso che individua nello sport uno strumento concreto di educazione alle regole, responsabilizzazione e reinserimento sociale. Le gare hanno coinvolto le partecipanti in diverse discipline: calcio a 5, pallavolo, atletica, tennis tavolo e calcio balilla. Per Daniele Pasquini, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, “I “Giochi della Speranza” rappresentano un’occasione unica per mettere in contatto il mondo esterno con la realtà quotidiana dell’istituto penitenziario, facendo incontrare la società civile con le detenute, le magistrate e le agenti di Polizia Penitenziaria. Oggi, per qualche ora, i muri che separano il carcere dalla comunità esterna sono stati idealmente abbattuti. Siamo già alla terza edizione, ma come Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport desideriamo rendere sempre più continuativa e strutturata la manifestazione, estendendola a più realtà carcerarie possibili su tutto il territorio nazionale. La nostra sfida è duplice: da un lato portare l’evento in più istituti in Italia, dall’altro garantire continuità alla pratica sportiva tra le mura carcerarie per tutto l’arco dell’anno. Questo è il senso profondo dei “Giochi della Speranza. Si parla spesso di come il percorso rieducativo e di reinserimento passi attraverso lo studio e il lavoro, ma anche lo sport gioca un ruolo fondamentale. Troppo spesso viene ignorato o ridotto a un mero momento di sfogo e svago, mentre al contrario possiede uno straordinario valore formativo e rieducativo”. Presenti a Rebibbia anche due atleti di punta del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, la karateka Asia Agus e Aldo Montano. L’ex schermidore, campione olimpico individuale ai Giochi olimpici di Atene 2004, ha condiviso il proprio messaggio per tutte le atlete in gara: “È stata un’esperienza bellissima. Proveniamo da mondi differenti, ma oggi ci siamo divertiti molto perché abbiamo parlato tutti lo stesso linguaggio, quello universale dello sport, portatore sano di grandi valori. Dal rispetto delle regole, dell’arbitro, dell’avversario e del compagno di squadra, fino al dare una mano quando serve e al sentirsi utili: sono tutti principi che possono poi essere applicati nella vita quotidiana. Gli sport di squadra aiutano a collaborare e cooperare, rappresentando a mio avviso uno straordinario strumento di riabilitazione”. Dopo la breve la cerimonia di apertura e i saluti di rito, la “piccola olimpiade” ha preso vita con le quattro rappresentative che si sono confrontati in diverse discipline: calcio a 5, pallavolo, atletica leggera, tennis tavolo, calcio balilla e scacchi. Significative le parole di due detenute, Catrina e Alessia. Catrina: “Lo sport è fondamentale per chi vive una realtà complessa come la nostra. Qui a Rebibbia abbiamo anche una squadra di calcio a 5, l’“Atletico Diritti”, con cui ci alleniamo due volte alla settimana per poi disputare il sabato il campionato organizzato dal CSI. Tutto questo è un aiuto straordinario: personalmente, durante il periodo di detenzione, ho conseguito il diploma e ora sto proseguendo gli studi con una laurea al DAMS”. Alessia: “Manifestazioni come I Giochi della Speranza rappresentano un sostegno concreto nel nostro percorso all’interno della struttura carceraria. Si tratta di momenti preziosi che ci consentono di uscire dalle celle e respirare un po’ di vita vera. La quotidianità qui dentro è molto dura - tutt’altro che una permanenza in albergo, come qualcuno erroneamente sostiene - ma grazie allo sport e ad appuntamenti come questo, affrontare la realtà della detenzione diventa un po’ più semplice”. Salute Mentale, la Consulta: nessun ricovero coatto senza diritto alla difesa di Valerio Cuccaroni Il Domani, 11 ottobre 2026 Dopo aver imposto l’ascolto del paziente, la Corte costituzionale rende obbligatoria l’assistenza di un avvocato. Due sentenze che riaffermano il diritto alla libertà personale e chiamano in causa le contraddizioni del sistema. Per lo psichiatra Giovanni Rossi, però, senza un cambiamento nei servizi il rischio è che tutto resti sulla carta. Un lieto annunzio giunge, in questa Giornata Mondiale della Salute Mentale, dalla Corte costituzionale. In due occasioni, con le sentenze n. 76 del 2025 e n. 157 del 2026 (del 2 ottobre scorso), i giudici della Consulta sono intervenuti sul Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), un provvedimento eccezionale che consente di disporre il ricovero ospedaliero coatto di una persona affetta da “malattia mentale”. Per capire cosa sia un Tso “più di ogni sentenza servono le immagini”, suggerisce lo psichiatra Giovanni Rossi, presidente dell’Associazione Club “SPDC No restraint”, che riunisce i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura impegnati a curare i pazienti senza fare ricorso alla contenzione fisica o meccanica. E chi può dimenticare, in effetti, le immagini del maestro Francesco Mastrogiovanni, pubblicate dalla stampa e portate al cinema da Costanza Quatriglio? Sostenuto da Amnesty International, il suo film 87 ore - Gli ultimi giorni di Mastrogiovanni ha documentato la morte del maestro elementare campano, avvenuta nel 2009 nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, dopo tre giorni e mezzo di contenzione fisica. A regolare il Tso è l’articolo 35 della legge 833 del 1978, anno della riforma basagliana che aveva sancito la chiusura dei manicomi. Vale la pena leggere questa norma, che incide sul diritto universale dell’umanità alla libertà personale: “Il provvedimento con il quale il sindaco dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera (…) deve essere notificato, entro 48 ore dal ricovero, tramite messo comunale, al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il comune. Il giudice tutelare, entro le successive 48 ore, assunte le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti, provvede con decreto motivato a convalidare o non convalidare il provvedimento e ne dà comunicazione al sindaco. In caso di mancata convalida il sindaco dispone la cessazione del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera”. La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo, nella parte in cui non prevede l’assistenza di un avvocato nei procedimenti di convalida del Tso. Già con la sentenza n. 76/2025, la Consulta aveva posto le basi logiche e giuridiche per la recente sentenza sulla difesa tecnica. In particolare, la pronuncia del 2025 ha posto due pilastri fondamentali che prima mancavano o erano lasciati alla mera discrezionalità del giudice: l’obbligo di comunicazione del provvedimento e l’obbligo di audizione personale. In altre parole, il provvedimento del sindaco che dispone il Tso ospedaliero deve essere formalmente e tempestivamente comunicato alla persona sottoposta al trattamento, affinché la stessa sia pienamente consapevole dell’atto restrittivo che la riguarda, escludendo che lo stato di alterazione psichica possa giustificare un’informazione non trasparente. Il giudice tutelare, inoltre, ha il dovere di ascoltare personalmente il paziente prima di procedere alla convalida del Tso, eliminando la vecchia norma che lasciava l’audizione alla discrezionalità del giudice e garantendo il contatto diretto tra l’autorità giudiziaria e la persona ristretta. In altri termini, la sentenza n. 76 del 2025 ha introdotto il diritto all’ascolto diretto e alla conoscenza degli atti da parte della persona che dovrebbe essere sottoposta a Tso. La sentenza n. 157, depositata il 2 ottobre scorso, è andata oltre, aggiungendo la difesa tecnica obbligatoria con un avvocato per rendere effettivo il contraddittorio. “Le sentenze sono due e vanno viste insieme” secondo Giovanni Rossi: “la Corte costituzionale interpreta il Tso come una limitazione della libertà, quindi in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione, e non come cura sanitaria obbligatoria. Questo per me è sia un bene che un male. Un bene perché il Tso era un modo per reintrodurre il ricovero coatto, che Basaglia criticava”. Il ricovero coatto Per sapere cosa fosse il ricovero coatto, bisogna tornare ai primi del Novecento e precisamente alla legge giolittiana n. 36 del 1904, secondo la quale dovevano essere “custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi”, stando all’articolo 1; pertanto, secondo quanto disposto dal seguente articolo 2, “l’autorità locale di pubblica sicurezza può, in caso di urgenza, ordinare il ricovero, in via provvisoria, in base a certificato medico, ma è obbligata a riferirne entro tre giorni al procuratore del re, trasmettendogli il cennato documento”. E il male, per Rossi, è proprio che “il ricorso al Tso si configura come ricovero coatto”. “Non so dirle se sono soddisfatto o no - continua il medico - La Corte costituzionale deve metterci sempre delle pezze perché i servizi non sono adeguati né per quantità né per qualità. C’è abuso delle forme coercitive”. Da presidente del Club No Restraint, Rossi conosce a fondo la realtà dei fatti: “Io mi occupo della contenzione: le persone legate non hanno niente a che vedere con la cura. Giovedì, la Commissione del Senato sui diritti umani ha approvato all’unanimità una dichiarazione sul diritto delle persone a non essere legate. Sono prese di posizione che non portano a nulla. La maggior parte dei reparti di psichiatria in Italia usa i lacci: una giornalista ha calcolato che avvengono 12mila contenzioni all’anno nei reparti di psichiatria. Non credo succederà niente di che, dopo questa sentenza. Ci dovrebbe essere una modifica della legge, ma il parlamento attuale la farebbe peggiorativa. Faccio fatica a trovare l’ottimismo della volontà. Alla fine, però, è un bene che ci sia la Corte costituzionale”. La procedura ora impone che la persona sottoposta al Tso sia informata della possibilità di nominare un difensore di fiducia; in mancanza, il giudice tutelare ha il dovere di designare un difensore d’ufficio. Il legale deve essere avvisato tempestivamente, può partecipare all’audizione e riceve notifica del decreto di convalida o di mancata convalida, garanzie estese anche alle eventuali proroghe. Un passo che, completando la precedente pronuncia n. 76 del 2025, cancella la convalida giudiziale al buio e riafferma che la contenzione e la cura non possono calpestare i diritti fondamentali. “La Corte costituzionale prosegue nella ritessitura in senso garantista della disciplina del Tso in condizioni di degenza ospedaliera, ritenendo che debbano valere non soltanto le tutele dell’art. 32 comma 2 della Costituzione, relative al diritto alla salute, ma anche quelle dell’art. 13, poiché incide sul nucleo primario della libertà personale, ovvero la libertà fisica”, osserva Chiara Gabrielli, docente di Diritto processuale penale all’Università di Urbino “Carlo Bo”. “Nel 2025 la Corte si era fatta carico di assicurare il diritto costituzionale di difesa e al contraddittorio dell’interessato introducendo le condizioni necessarie a consentirne la partecipazione personale al procedimento applicativo, nelle forme dell’audizione. Oggi gli riconosce la garanzia dell’assistenza difensiva nel giudizio di convalida, declinata come obbligatoria, eventualmente tramite il difensore d’ufficio, e non come facoltativa, come ipotizzato dal giudice rimettente, per evitare che il suo effettivo esercizio sia condizionato dal tipo di patologia, dalle forme in cui si manifesta, dalla condizione economica e sociale in cui si trova l’interessato. La Corte, inoltre, esorta il legislatore a una rimeditazione complessiva dello statuto normativo del Tso, suggerendo opportune direzioni di intervento”. Il richiamo della Consulta scuote un settore, quello della psichiatria, profondamente in crisi, non solo per mancanza di finanziamenti e di personale, ma soprattutto perché - come scrive Allen Frances, direttore della task force che ha elaborato il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) - si trova “là dove era l’astronomia prima di Copernico e la biologia prima di Darwin”. “Le sanzioni Usa contro la Corte? Noi giudici presi di mira come dei terroristi” di Fiorenza Sarzanini Corriere della Sera, 11 ottobre 2026 Intervista a Rosario Aitala, presidente aggiunto della Corte penale internazionale: “Proteggerci è proteggere la sovranità degli Stati. La Corte sta sottraendo milioni di vittime all’oblio e alla solitudine”. “Le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti possono bloccare il funzionamento della Corte e impedire ai giudici di svolgere qualsiasi attività pubblica e privata. Per molti di noi sta già accadendo. Veniamo trattati con gli stessi metodi riservati ai terroristi”. Rosario Aitala è presidente aggiunto della Corte penale internazionale, e per quasi nove anni è stato protagonista dei casi sui crimini di guerra e i crimini contro l’umanità in Ucraina, Darfur, Afghanistan, Uganda, Repubblica centrafricana e altri. È stato condannato a Mosca dallo stesso giudice di Navalny a una lunga pena detentiva per avere firmato i mandati di cattura per Putin e i vertici militari russi. La Russia ne ha appena chiesto l’estradizione a numerosi Stati. Lei vive sotto scorta. Che cosa cambia adesso? “Le racconto che cosa è già successo alla metà dei miei colleghi sanzionati per aver emesso provvedimenti non graditi. Le carte di credito vengono revocate, alcune banche hanno chiuso i conti, alcune assicurazioni si rifiutano di rimborsare le spese mediche e revocano i contratti. La maggior parte delle app sul cellulare non funzionano più. Prenotare un albergo o un volo tramite le piattaforme è vietato. Un collega è rientrato a casa e ha detto a voce alta: “Alexa metti musica blues”. Alexa non ha mai più risposto. Un altro, europeo, ha prenotato una stanza di albergo nel suo stesso Paese attraverso una piattaforma europea. Dopo mezz’ora gli è arrivata una email che gli intimava di non provarci più. Le sanzioni istituzionali contro la Corte ne possono impedire il funzionamento”. Per questo ha deciso di parlare? “Lo faccio per far sapere che la Corte penale internazionale sta salvando l’onore di tutti. Mentre dilaga l’indifferenza, sta dimostrando che il potere non cancella le responsabilità, perché anche nella guerra c’è una moralità da custodire. Stiamo sottraendo milioni di vittime di atrocità all’oblio e alla solitudine per questo vogliono ridurci al silenzio. La nostra capacità di resilienza è intatta, ora la responsabilità principale grava sugli Stati che devono continuare a proteggere la loro Corte per proteggere la loro sovranità”. Kaja Kallas, Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione Europea, ha assicurato il massimo sostegno... “L’Unione ha gli strumenti per proteggere le persone e le imprese nel territorio europeo, siamo sorpresi che finora non li abbia attivati. La Commissione è rimasta inattiva, non ha voluto adottare gli strumenti legislativi e politici che ha a disposizione per proteggere la Corte, gli europei e le imprese europee. Il destino della Corte per l’Unione non è una questione giudiziaria: è una questione esistenziale, una prova di autonomia politica e moralità”. Il segretario di Stato Rubio ha detto che la Corte minaccia gli Stati Uniti. Lei cosa risponde? “Niente. Siamo una Corte, non un organo politico. I governi parlano ai governi. Rispetto le prerogative degli Stati, così come non ho mai permesso nemmeno agli Stati parte della Corte interferenze sulla nostra indipendenza. Siamo interpreti leali e rigorosissimi dello Statuto di Roma e del diritto”. Indagate sugli americani? “No. Non ci sono indagini su cittadini americani né se ne prospettano. Nel 2018 non autorizzammo le indagini in Afghanistan che la procura chiedeva perché mancavano i presupposti legali. La sezione di appello cassò la decisione. Ma la procura non ha mai indagato. Il procedimento in corso oggi riguarda il periodo successivo al ritorno dei Taliban al potere a Kabul. Abbiamo resi pubblici la scorsa settimana quattro mandati di cattura contro i vertici dei Taliban per crimini contro l’umanità per le persecuzioni di bambine, donne e persone non binarie. Decisioni senza precedenti a tutela dei diritti. Proteggiamo il diritto di ogni persona di essere ciò che vuole e si sente, in condizioni di eguaglianza. Ma la vera questione è un’altra”. Quale? “Noi paghiamo personalmente la nostra dedizione ai valori di umanità ma le condanne e le sanzioni ci riguardano indirettamente. Le misure coercitive sono un messaggio agli Stati. È una questione morale perché noi, su mandato di 125 Stati sovrani, difendiamo la dignità che spetta a ogni essere umano per il solo fatto di essere tale. Ma è anche politica perché si tratta di difendere la sovranità degli Stati, il diritto a ratificare i trattati, riconoscere un tribunale internazionale, lavorare per la pace, difendere il benessere dei propri cittadini”. Lei crede che la maggioranza degli Stati siano ancora disposti a sostenervi? “Io posso dire che dietro la Corte ci sono due terzi degli Stati del mondo, che l’hanno edificata, la finanziano e la difendono. Soprattutto ci sono i popoli. Incontro molta gente, soprattutto giovani. Sono tutti con noi. Hanno sete di giustizia e di pace. Alla Corte siamo 1.400 di cento nazionalità, di ogni religione, lingua, cultura e tendenza personale. Moltissimi sono giovani. Sono una grande speranza per il futuro. Edificheranno un mondo migliore di quello che stiamo consegnando loro. Ne sono sicuro”. La Russia vi ha condannato a 15 anni di carcere, gli Usa vi hanno inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche, molti Stati non hanno recepito il mandato di cattura contro Netanyahu. Rimane ottimista? “Sotto lo stesso cielo una ex giudice della Corte è insignita del Nobel per la pace e noi condannati e sanzionati come terroristi. In questo momento ci sono decine di conflitti armati giocati sulla pelle di civili innocenti. Chi darà loro giustizia se non la Corte? Siamo l’ultima speranza per milioni di vittime. Se saranno abbandonate potranno solo odiare e praticare la vendetta su altri innocenti perpetuando il ciclo del male”. Stati Uniti, Russia, Israele e Taliban dicono che state eccedendo i vostri poteri... “Il 17 luglio 1998 a Roma si decise che la Corte avrebbe avuto una giurisdizione territoriale, avrebbe cioè indagato e processato crimini internazionali commessi nel territorio degli Stati parte. Quel voto a Roma finì 120 a 7. Quei sette adesso non possono decidere di cambiare le regole che tutti gli altri hanno approvato e coltivato in questi trent’anni. Non si può riscrivere la storia”. Ha paura? “Se ho salvato anche un solo bambino, ne è valsa la pena. In questi anni così difficili le istituzioni della Repubblica mi sono sempre state strettamente vicine. Ho un particolare debito di riconoscenza per le donne e gli uomini della Polizia di Stato che mi fanno lavorare con serenità. Sono eroi silenziosi”. Vedere e sapere tutto senza poterci fare niente: è l’”impotenza riflessiva” di Mauro Magatti Avvenire, 11 ottobre 2026 L’ipercomplessità e la velocità ci appaiono soverchianti, impedendoci di riuscire persino a immaginare un avvenire che non sia già scritto. Ci dicono che tutto è possibile, ma davanti a crisi ed emergenze non sembriamo in grado di fare nulla. Viviamo in una società che ha fatto della possibilità la propria parola d’ordine. Ci viene ripetuto che possiamo fare tutto: scegliere chi essere, dove vivere, come lavorare, che cosa credere. Ogni divieto, si dice, è stato bandito; ogni limite è un ostacolo provvisorio, in attesa che la tecnica o l’iniziativa individuale trovino il modo di rimuoverlo. In effetti, mai l’umanità ha avuto a disposizione un patrimonio così grande di intelligenza, mezzi economici, strumenti tecnici. Sappiamo più di quanto abbiamo mai saputo, produciamo più di quanto abbiamo mai prodotto, comunichiamo senza ritardi da un capo all’altro del pianeta. Eppure, di fronte alle questioni più urgenti del nostro tempo, scopriamo che, nel momento in cui tutto sembra permesso, molte cose ci appaiono fuori portata. Prendiamo le vicende dell’Ucraina e della Palestina. Conflitti che si trascinano da anni, tra distruzioni e lutti senza fine. In una spirale bellica che nessuna iniziativa diplomatica riesce a fermare. Non che le trattative falliscano: è che non si riesce nemmeno a pensarle. I governi sembrano muoversi dentro copioni già scritti, le opinioni pubbliche sono divise in tifoserie che immaginano solo di vincere o perdere, mentre la parola “pace” finisce per suonare ingenua, quasi sospetta. La stessa cosa accade per la questione dell’Intelligenza artificiale. Se ne discute incessantemente. E le ricerche internazionali dicono che tra le persone cresce la preoccupazione per i suoi possibili effetti negativi. Anche in questo caso, però, non si riesce a capire come intervenire. Così che, a prevalere, è una sorta di rassegnazione: lo sviluppo tecnico è come una macchina lanciata a folle velocità senza che nessuno sia in grado di orientarla. Ogni giorno si susseguono dichiarazioni di scienziati e grandi manager che apertamente parlano del “superamento della specie umana” come di un destino ormai segnato. C’è chi lo teme e chi lo celebra, ma quasi tutti condividono la stessa conclusione: non siamo più in grado di intervenire. E che dire del cambiamento climatico? Anno dopo anno le previsioni più pessimistiche vengono superate. Gli obiettivi concordati nelle conferenze internazionali vengono ripetutamente mancati. E ogni fallimento, invece di spronarci a un impegno maggiore, rafforza la convinzione che non ci sia niente da fare. La rassegnazione si nutre dei propri risultati: più falliamo, più ci convinciamo che fallire sia inevitabile. Ci troviamo insomma davanti a un paradosso: società che hanno abolito tutti i divieti scoprono di essere prigioniere di un nuovo (e pericolosissimo) fatalismo. La libertà che ci è stata promessa può (forse) esercitarsi nella sfera privata, nella scelta tra mille opzioni di consumo e di stile di vita; ma la situazione cambia drasticamente non appena ci si sposta sulle questioni più importanti. Possiamo tutto come individui, ma quasi nulla come collettività. L’onnipotenza dichiarata e l’impotenza vissuta sono così due facce della stessa medaglia. Il filosofo inglese Mark Fisher ha chiamato questa condizione “impotenza riflessiva”. Non siamo ignari di ciò che non funziona attorno a noi. Al contrario, sappiamo che si sono accumulati una serie di nodi che devono essere sciolti. Ma a questa consapevolezza si accompagna la convinzione di non poterci fare nulla. Un po’ perché sono questioni troppo grandi; un po’ perché sono troppo complesse; e un po’ perché non sappiamo come metterci insieme per risolverle. Sta di fatto che la rassegnazione, ormai interiorizzata, diventa una profezia che si autoavvera. L’impotenza riflessiva non è l’apatia di chi non vede. Chi ne è segnato comprende lo sfruttamento, le disuguaglianze, la precarietà, la crisi ecologica, i fallimenti di un modello economico che consuma più di quanto rigenera. Ma la conoscenza non si traduce in azione: resta commento o tutt’al più urlo e imprecazione. Sappiamo che il sistema è disfunzionale, ma la possibilità di un cambiamento appare irrealistica, fuori portata, quasi infantile. E così rinunciamo. C’è dunque da capire perché una società così ricca di intelligenza e di mezzi abbia smarrito la capacità di immaginare che le cose possano essere diverse da quelle che sono. Uno dei problemi è la spinta continua verso la concentrazione del potere, con il formarsi di oligarchie chiuse e autoreferenziali e perciò sorde rispetto a ciò che va al di là del loro interesse. Ma più in profondità, questo fatalismo di ritorno è la sindrome di società che hanno cancellato ogni senso della trascendenza e hanno fatto dell’innovazione continua il loro unico criterio di riferimento. L’ipercomplessità e la velocità in cui viviamo appaiono soverchianti e di fatto impediscono di riuscire persino a immaginare un avvenire che non sia già scritto. Un esito paradossale: tutto è permesso ma niente è davvero possibile. Stati Uniti. La morte come mossa elettorale di Maurizio Molinari La Stampa, 11 ottobre 2026 La fucilazione in diretta online per il killer di Fort Hood è una strategia di Trump per spingere la base repubblicana a fare quadrato attorno a lui. Fucilazione in diretta online per il killer di Fort Hood e navi per espellere gli illegali: il presidente Donald Trump gioca la doppia carta di pena di morte e immigrazione per spingere la base repubblicana a fare quadrato attorno a lui ed evitare il peggio nel voto di Midterm per il rinnovo parziale del Congresso di Washington, fra meno di un mese. Per comprendere quanto sta avvenendo negli Stati Uniti bisogna partire dai sondaggi che assegnano stabilmente la vittoria ai democratici sulla Camera dei Rappresentanti e disegnano un testa a testa sul Senato, a causa della debolezza dei repubblicani anche in alcune roccaforti come Texas e Kansas. Ciò significa che Trump rischia di perdere l’intero Congresso, diventando un’ “anatra zoppa” negli ultimi due anni di presidenza, obbligato ad affrontare una raffica di inchieste nonché a negoziare qualsiasi decisione con un’agguerrita opposizione democratica. Da qui il tentativo di correre ai ripari, in extremis, spingendo la base del movimento “Make America Great Again” a fare quadrato attorno a lui, a dispetto delle lacerazioni interne sul perdurante carovita e sulla gestione dei conflitti. L’immigrazione, vero motore della rielezione nel 2024, è diventata un terreno scivoloso perché, secondo un sondaggio Washington Post-ABC-Ipsos, il 58% degli americani ritiene che Trump sia andato troppo oltre con le espulsioni, con un balzo di otto punti in più rispetto all’anno precedente. Per rovesciare questa debolezza, alcuni dei più stretti consiglieri di Trump fanno riferimento ad un sondaggio interno secondo cui il 74% degli elettori “Maga” sarebbe più motivato a votare repubblicano se le espulsioni superassero il milione nel 2026. Proporre di usare le navi per allontanare i clandestini va in questa direzione: riaccendere l’entusiasmo di chi due anni fa lo votò ed oggi è tentato di restare a casa. Le navi per le espulsioni di massa sono, dunque, una scommessa sulla forza delle immagini. Dopo i cargo militari e i voli verso Guantanamo, l’amministrazione ha già allargato il raggio quando, in estate, oltre cento illegali sono stati trasferiti in otto Paesi africani, nessuno dei quali era il Paese d’origine. La “flotta per le espulsioni” punta ad essere il simbolo di uno Stato che usa ogni strumento per riaffermare la sovranità sui confini. Ma c’è un rischio speculare perché ogni immagine di famiglie imbarcate ed espulse arriva anche agli elettori moderati delle periferie, che decidono spesso la sorte dei seggi in bilico. La seconda mossa è ancora più dirompente. Trump ha approvato, su raccomandazione del capo del Pentagono Pete Hegseth, la fucilazione dell’ex maggiore Nidal Hasan, lo psichiatra militare jihadista che nel 2009 uccise 13 commilitoni nella base di Fort Hood, in Texas. È la prima esecuzione militare dal 1961 e, per fucilazione, dal novembre 1945. Il messaggio politico è saldare in un’unica narrazione il sostegno alla pena di morte - altro cavallo di battaglia della base “Maga” - con i temi sicurezza, terrorismo jihadista e immigrazione. Ma anche qui c’è un rischio. Se il Pentagono ha fissato l’esecuzione per il 3 dicembre a Fort Hood, un mese dopo il voto, è perché la fucilazione può funzionare come promessa elettorale, non come evento elettorale. La diretta online, infatti, infrange una prassi consolidata: i regolamenti prevedono che almeno due media assistano come testimoni, non che l’esecuzione diventi uno spettacolo. L’esecuzione come spettacolo va contro più sentenze della Corte Suprema sul tema del rispetto della dignità dei condannati, per questo i leader dell’opposizione democratica parlano di “barbarie”. Inoltre, il clima sulla pena di morte è teso: la decisione su Hasan arriva pochi giorni dopo l’esecuzione fallita di Christa Pike in Tennessee, che ha spinto il governatore a sospendere le esecuzioni. E non è escluso che i tempi slittino, perché un ricorso federale può bloccare la procedura anche per anni. Insomma, ciò che tiene assieme la doppia mossa di Trump su immigrazione e pena capitale è il tentativo di innescare una mobilitazione emotiva dei propri elettori, per spingerli a votare. È una scelta coerente con la strategia della polarizzazione per moltiplicare di consenso. Ma conferma la debolezza elettorale del presidente anche perché il voto di Midterm premia raramente chi parla solo ai sostenitori. Per l’Europa e per l’Italia, l’esito della battaglia elettorale per Capitol Hill non è indifferente. Trump senza l’intero Congresso avrebbe meno margini su dazi, Ucraina, Nato e Medio Oriente. Trump capace di rovesciare le previsioni, invece, uscirebbe rafforzato, all’offensiva negli ultimi due anni di mandato. Ecco perché la partita del 3 novembre riguarda anche noi. Stati Uniti. Sopravvissuta a due iniezioni letali, dimessa dall’ospedale e riportata in carcere di Giacomo Puletti Il Dubbio, 11 ottobre 2026 La donna, 50 anni, era sopravvissuta a due dosi di un farmaco letale ed era stata successivamente ricoverata in ospedale, un caso senza precedenti. Christa Pike, la donna sopravvissuta al tentativo di esecuzione con iniezione letale il 30 settembre scorso in Tennessee, è stata dimessa dall’ospedale ed è tornata in carcere. Lo hanno reso noto oggi, 10 ottobre, i suoi avvocati Stephen Ferrell, Luke Ihnen, Randy Spivey e Kelly Gleason in una dichiarazione. La detenuta è stata trasferita al Deborah Johnson Rehabilitation Center di Nashville, dove è rinchiusa da oltre 30 anni e dove si trovava prima della data fissata per l’esecuzione. I legali hanno spiegato che Pike è grata ai soccorritori e all’equipe medica per le cure ricevute in circostanze “straordinarie”. Ha aggiunto la difesa che la donna continua a ricevere assistenza sanitaria nell’istituto e che il suo recupero sarà seguito. Pike, 50 anni, era sopravvissuta a due dosi di un farmaco letale ed era stata successivamente ricoverata in ospedale, un caso senza precedenti. Il 6 ottobre gli avvocati avevano annunciato che aveva ripreso conoscenza e parlava dal letto d’ospedale. Il 7 ottobre aveva cominciato a fare “passi limitati” con un aiuto. L’8 ottobre i legali avevano riferito che camminava “con un po’ di assistenza”, che le braccia stavano guarendo e recuperavano movimento e forza, che i polmoni erano liberi e che aveva ripreso a mangiare normalmente. Secondo il Death Penalty Information Center (Dpic), Pike è l’unica persona nota negli Stati Uniti sopravvissuta a un tentativo di esecuzione. Pike era stata condannata nel 1995 per l’omicidio della compagna di studi Colleen Slemmer, 19 anni. Dagli atti giudiziari risulta che Pike, allora diciottenne, la torturò e la uccise in un’area boschiva del campus dell’Università del Tennessee, con l’aiuto del fidanzato e di un’amica, colpendola per quasi un’ora con un’accetta da macellaio e un taglierino.