Il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri di Michele Magno startmag.it, 10 ottobre 2026 “Il grado di civiltà di un paese si misura dalle sue carceri”, recita un celebre aforisma attribuito a Fëdor Dostoevskij. Se è così (e almeno in parte è così), da noi resta attuale il memorabile discorso pronunciato da Filippo Turati alla Camera il 18 marzo 1904. Il deputato socialista accusa il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti di ignorare le condizioni di vita dei detenuti, la pessima qualità del vitto, le umiliazioni e i soprusi a cui erano costretti. Una realtà drammatica, sconosciuta all’opinione pubblica dell’epoca. Oggi invece è sotto gli occhi di tutti le promesse di affrontarla e risolverla con “riforme strutturali”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, da quando è arrivato a via Arenula, ne ha fatti molte. Non si tratta, spiega ogni volta che ne fa una, del temuto “svuotacarceri”, che materializza l’immagine di legioni di criminali che passeggiano impuniti nelle nostre strade. Si tratta sempre di un “piano organico” (luglio 2025). Nel frattempo, le carceri hanno continuato a sovraffollarsi, a causare suicidi e a crollare a pezzi. Nell’ottobre 2022, quando il governo Meloni entra in carica, ospitavano 56mila detenuti. Oggi, dato del 30 settembre, sono 66.063. Diecimila in più. L’elenco di tutte le promesse fatte è lungo. La prima promessa riguarda l’edilizia penitenziaria. Se “produciamo” più reclusi non è per l’aumento delle pene e dei reati, non è per lo scarso uso di misure alternative, non è perché gli istituti sono pieni di tossicodipendenti e di persone con problemi psichiatrici che dovrebbero stare altrove, ma è perché aumenta la criminalità. Tutti i dati del Ministero dell’Interno smentiscono questa teoria, ma non importa. Se ci sono più detenuti, pertanto, bisogna costruire nuove carceri. Poi si è scoperto che ci vuole una decina di anni per costruire un istituto nuovo di zecca e servono molti soldi, troppi. Nell’agosto del 2023 Nordio propone di usare le caserme dismesse del demanio. Segue un breve dibattito. Conclusione: non si può fare. Nell’agosto del 2025, la nuova idea è quella di realizzare container e prefabbricati nei cortili e negli spazi liberi delle carceri. Che non ci sono, com’è noto. Nel settembre 2024 la patata bollente viene passata a un commissario straordinario all’edilizia carceraria. È il manager Marco Doglio, tuttora in carica. L’obiettivo del piano è recuperare 10.600 nuovi posti complessivi nel triennio 2025-2027, con un investimento di 900 milioni di euro. Il piano prevede la consegna di diverse centinaia di posti già tra la fine del 2025 e il primo semestre del 2026. Risultato? Ignoto. Tuttavia, sulla base dei dati dell’associazione Antigone, da allora la capienza del sistema è scesa di 41 posti; quella effettiva, invece, di 250. Cioè, invece di avere qualche migliaio o qualche centinaio di posti in più, ce ne sono 250 in meno. Quindi i detenuti aumentano, il tasso di sovraffollamento anche, mentre la capienza diminuisce. A Regina Coeli crolla la cupola della seconda rotonda. A San Vittore precipita il tetto dell’aula bunker. A Sollicciano i magistrati sequestrano sette sezioni. Rivolte, rabbia, cimici, scarafaggi, violenze. Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto alla Consulta di valutare se l’ordinamento vigente violi la Costituzione (il principio di umanità e la finalità rieducativa della pena) laddove non preveda una norma che permetta il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena quando questa deve essere scontata in condizioni inumane o degradanti. Se la Corte dicesse di sì, ci sarebbero migliaia di ricorsi di detenuti che chiederebbero il rinvio dell’esecuzione della pena (e cioè la scarcerazione). Sarebbe una bomba per il sistema carcerario. Per questo la sentenza, che è attesa da giorni, tarda. Forse alla fine la soluzione sarà quella di una “sentenza monito”, come quelle già fatte per l’ergastolo ostativo e il fine vita: la richiesta al Parlamento di legiferare rapidamente. Assumere i detenuti conviene, risparmi oltre i 9.000 euro l’anno per le aziende di Antonio Petrucci Il Giorno, 10 ottobre 2026 Legge Smuraglia: credito d’imposta fino a 520 euro al mese e sgravi contributivi fino al 95% per imprese e cooperative. Domande entro il 31 ottobre. Inclusione sociale e vantaggio economico per il tessuto imprenditoriale possono procedere di pari passo. È questo il principio cardine che da oltre due decenni anima la Legge Smuraglia (legge n. 193/2000), una normativa concepita per promuovere l’inserimento lavorativo delle persone sottoposte a provvedimenti restrittivi della libertà personale. Per le imprese private e le cooperative sociali, l’impiego di lavoratori detenuti o ex detenuti non rappresenta soltanto un contributo fondamentale per l’abbattimento della recidiva penale, ma si traduce in un pacchetto di agevolazioni fiscali e contributive di primissimo piano. Le tipologie di lavoratori interessati e i requisiti necessari - I benefici previsti dalla normativa si applicano alle aziende e alle cooperative che scelgono di assumere diverse categorie di lavoratori: soggetti detenuti o internati all’interno degli istituti penitenziari, lavoratori ammessi al lavoro esterno ai sensi dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario e persone inserite nel regime di semilibertà. Per beneficiare delle agevolazioni, le imprese devono stipulare una specifica convenzione con l’Amministrazione penitenziaria. Tale accordo disciplina dettagliatamente l’utilizzo dei locali e delle attrezzature aziendali o penitenziarie, l’organizzazione delle attività produttive e gli obblighi reciproci. Sotto il profilo contrattuale, è richiesto un rapporto lavorativo della durata minima di almeno 30 giorni, con l’applicazione di un trattamento economico e normativo non inferiore a quello garantito dai contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) di categoria. Il credito d’imposta e i parametri economici - Sul piano strettamente fiscale, la misura riconosce un credito d’imposta proporzionato alla condizione del lavoratore. Per ciascun detenuto o internato assunto all’interno dell’istituto o impiegato in attività esterne ex art. 21, il credito è pari a un massimo di 520 euro mensili, corrispondenti a 6.240 euro su base annua per ogni occupato a tempo pieno. Per i lavoratori ammessi al regime di semilibertà, l’incentivo è fissato fino a 300 euro al mese (3.600 euro l’anno). Nel caso di contratti a tempo parziale, l’importo viene riproporzionato in funzione delle ore effettivamente prestate. Un aspetto distintivo della norma riguarda la stabilità del beneficio: l’agevolazione fiscale continua a essere riconosciuta anche dopo la conclusione dello stato detentivo, per un periodo compreso tra 18 e 24 mesi a seconda del percorso seguito. Il credito maturato è utilizzabile esclusivamente in compensazione mediante il modello F24 (indicando il codice tributo “6858”), non concorre alla formazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi (Irpef/Ires) né dell’Irap, ed è cumulabile con altri incentivi pubblici nei limiti del 100% del costo reale sostenuto dall’impresa. La misura premia inoltre chi eroga interventi formativi, a condizione che al percorso segua l’assunzione per un periodo pari ad almeno il triplo della durata della formazione. Sgravi contributivi e modalità operative - Accanto al credito d’imposta, la normativa prevede un abbattimento fino al 95% delle aliquote contributive previdenziali e assistenziali dovute da datore di lavoro e lavoratore. Cumulando lo sgravio Inps al credito d’imposta, l’abbattimento complessivo del costo del lavoro per un dipendente a tempo pieno può superare i 9.000-10.000 euro all’anno, rendendo l’inserimento fortemente sostenibile sul piano finanziario. Per accedere ai benefici fiscali relativi all’anno successivo, le aziende convenzionate devono trasmettere la richiesta di credito d’imposta alla direzione dell’istituto penitenziario entro la scadenza del 31 ottobre. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) definisce l’ammontare massimo spettante a ciascun richiedente entro il 15 dicembre, trasmettendo l’elenco all’Agenzia delle Entrate per l’inserimento nel cassetto fiscale. Sul versante contributivo, l’inoltro delle domande avviene invece tramite il portale informatico dell’Inps. Sia l’autorizzazione del credito sia l’accoglimento dello sgravio restano comunque subordinati alla disponibilità delle risorse finanziarie annualmente stanziate sul capitolo di spesa. La Cassazione boccia il tetto ridotto di spesa al 41 bis di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 ottobre 2026 Cinquecento euro al mese se sei al 41 bis, 800 se sei un detenuto comune. Da otto anni il ministero della Giustizia difende questa differenza come presidio antimafia. La Cassazione non l’ha ritenuta tale. Con la sentenza n. 3156 della Prima sezione penale, decisa in camera di consiglio il 10 luglio e depositata il 5 ottobre scorso, i giudici supremi hanno rigettato il ricorso del ministro contro l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma. Rimane valido quanto stabilito dai giudici di sorveglianza: quel tetto ridotto, imposto ai soli reclusi in regime differenziato, è una limitazione che le esigenze di sicurezza pubblica non bastano a giustificare. La storia comincia con un reclamo. Un detenuto sottoposto al 41 bis, per il quale è competente il Magistrato di sorveglianza di Viterbo, contesta ai sensi dell’articolo 35-bis dell’ordinamento penitenziario il limite mensile di 500 euro per gli acquisti. Il 3 luglio 2025 il magistrato gli dà ragione. L’Amministrazione penitenziaria impugna, e il 5 marzo 2026 il Tribunale di sorveglianza di Roma respinge il reclamo con un ragionamento concreto: le somme del peculio mensile restano contenute, si possono spendere soltanto per certe categorie di beni, nessuno dei quali di lusso, e anche con il limite più alto continuano a impedire che qualcuno si costruisca posizioni di supremazia dentro i gruppi di socialità. Gruppi che al 41 bis, per legge, non superano le quattro persone. Per i giudici di sorveglianza, tra Viterbo e Roma, la scelta dell’amministrazione è irragionevole. Crea una disparità di trattamento con i detenuti comuni e la giustifica con un pericolo, quello che il recluso imponga la propria supremazia sugli altri, che alla prova dei fatti non risulta. Due le ragioni indicate: la modestia dell’incremento del peculio e la rigidità delle norme che regolano gli acquisti al 41 bis. Da qui la decisione di disapplicare la circolare e mettere tutti, ordinari e speciali, nella stessa condizione. Per capire come la questione sia arrivata fino a piazza Cavour bisogna tornare all’autunno del 2018. Con una lettera circolare dell’11 ottobre di quell’anno, il Dap aggiorna la precedente circolare del 6 agosto 2013. Dal primo novembre il tetto massimo mensile per acquisti e corrispondenza passa da 500 a 800 euro, quello settimanale da 150 a 200. Includendo la corrispondenza epistolare, elettronica, telefonica e telegrafica si sale a 900 euro al mese e 225 a settimana. Passano quindici giorni. Il 26 ottobre la Direzione generale dei detenuti e del trattamento precisa che l’aumento non vale per chi sta al 41 bis. La motivazione arriva quasi un anno dopo, con una nota del 12 agosto 2019: bisogna “evitare che il detenuto possa acquistare presso il carcere quantità e qualità di generi tali da dimostrare e/o imporre il suo carisma e lo spessore criminale, al resto della popolazione carceraria”. È la stessa tesi che l’Avvocatura dello Stato ha portato in Cassazione, con un unico motivo articolato. Secondo il ministero il Tribunale avrebbe messo la propria valutazione al posto di quella dell’amministrazione, disapplicando le circolari senza spiegarne le criticità. Il tetto differenziato sarebbe ragionevole e attuazione dell’articolo 41-bis, comma 2 quater, lettera c). Il detenuto al carcere duro è più pericoloso, e chi ha più soldi rischia di comprarsi prestigio criminale. Il ricorso aggiungeva un passaggio curioso: la misura non sarebbe afflittiva, perché l’aumento del 2018 era un adeguamento al costo della vita riservato a chi ha maggiore libertà di acquisto, mentre al 41 bis i prodotti acquistabili sono di meno e le regole per ricevere e spedire denaro più rigide. Infine il rovesciamento: sarebbe proprio l’aumento a creare disparità, permettendo ai detenuti speciali di accumulare più denaro degli altri. Lo stesso tetto per tutti i detenuti - Nemmeno la procura generale ha condiviso questa impostazione. Con la requisitoria scritta arrivata in cancelleria il 12 giugno, la sostituta procuratrice generale Simonetta Ciccarelli ha chiesto di dichiarare il ricorso inammissibile. Il collegio presieduto da Barbara Calaselice, relatrice Eva Toscani, ha scelto il rigetto, dando continuità a due precedenti della stessa sezione: la sentenza Pesce, n. 25378 del 24 marzo 2021, e la sentenza Zagaria, n. 47008 del 20 novembre 2024. La base è l’articolo 3 dell’ordinamento penitenziario, che si intitola “Parità di condizioni fra i detenuti e gli internati” e stabilisce che negli istituti è assicurata “parità di condizioni di vita”. Lo stesso articolo affida al regolamento i limiti sul peculio. La ragione la spiega la Corte: evitare che chi entra in carcere già forte sul piano economico si avvantaggi sugli altri, assumendo posizioni di “potere di fatto”. Poi c’è l’articolo 25 sul peculio, e c’è l’articolo 57, comma 6, del regolamento di esecuzione, il d.P.R. 230 del 2000, che incarica il Dap di fissare all’inizio di ogni anno le somme spendibili. Il tetto nasce come strumento contro le gerarchie interne. Vale per tutti. La Cassazione riconosce che stabilire i limiti di spesa spetta all’Amministrazione e che il detenuto non vanta un diritto soggettivo a una soglia minima. Una disciplina diversa per il 41 bis deve però trovare giustificazione, in una lettura costituzionalmente orientata, nelle finalità proprie del regime speciale: tagliare i legami con il clan di riferimento e impedire che in carcere si riproducano le dinamiche mafiose fatte di fidelizzazione, sottomissione, riaffermazione del potere. Qui la sentenza richiama la Corte costituzionale n. 186 del 2018, quella che fece cadere il divieto di cuocere cibi al 41 bis. Il giudice di merito ha accertato, in fatto, che quelle dinamiche non si alimentano con un aumento limitato della somma spendibile, accessibile a tutti i detenuti nella stessa misura. Una valutazione che per la Cassazione è “non solo plausibile in fatto, ma anche giuridicamente corretta”. A smontare l’argomento dell’accumulo ci pensa il regolamento stesso. L’articolo 14 del d.P.R. 230 del 2000 stabilisce che gli oggetti personali si comprano o si ricevono “in misura non eccedente le normali esigenze dell’individuo”, che i generi alimentari non devono superare in quantità “il fabbisogno di una persona”, e che il detenuto “non può accumulare generi alimentari in quantità eccedente il suo fabbisogno settimanale”. Con regole così, trecento euro in più al mese non consentono di fare magazzino di sopravvitto e distribuire favori in sezione. Sul ricorso il giudizio è netto: ribadisce le ragioni dell’amministrazione in modo reiterativo e a-specifico, senza intaccare una motivazione che la Corte definisce corretta e condivisibile. Niente condanna alle spese, perché la parte ricorrente è pubblica, come indicato dalle Sezioni unite Tuttolomondo. Resta una questione che la sentenza fa emergere. Il ministero stesso ha ammesso che l’aumento del 2018 serviva ad adeguare il tetto al costo della vita. Il carrello del sopravvitto rincara anche per chi vive al carcere duro, e chi è recluso lì compra comunque dentro un elenco di prodotti più corto e con regole più strette. Il 41 bis esiste per spezzare il filo tra il capo detenuto e l’organizzazione fuori. Usarlo per tenere più stretta la borsa della spesa significa spostarlo, senza dirlo, verso la pura afflizione. Il confine lo aveva tracciato la Consulta con la sentenza sui fornelli. Dopo le pronunce Pesce e Zagaria, la Prima sezione lo ricorda di nuovo all’amministrazione penitenziaria. Caltagirone (Ct). In carcere trovato morto 28enne, i familiari vogliono vederci chiaro di Mariano Messineo La Sicilia, 10 ottobre 2026 L’ipotesi del suicidio non convince, la Procura indaga: effettuata l’autopsia. Si sarebbe impiccato in una cella del carcere di Caltagirone, in cui si trovava in custodia cautelare per l’aggressione, di cui si sarebbe reso responsabile, ai danni di un carabiniere, rimasto ferito. Ma i familiari vogliono vederci chiaro. Emanuele Blandini, 28 anni, di Scordia, è morto lo scorso 26 settembre all’interno dell’istituto penitenziario. Da allora i genitori e il fratello Francesco non possono darsi pace. E hanno incaricato il Gruppo Fast Risarcimenti (Gfr srl) di Bologna di assisterli nella gestione di tutti gli aspetti connessi alla vicenda che, secondo loro, presenta contorni oscuri. Nominato pure un legale di fiducia: si tratta dell’avvocato Giuseppe Carrubba, del Foro di Siracusa. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltagirone, coordinata da Rosanna Casabona, ha aperto un fascicolo sulla vicenda, disponendo l’esame autoptico, quale accertamento tecnico non ripetibile, eseguito lo scorso 2 ottobre nell’istituto di Medicina legale dell’università di Catania. “Faremo il possibile per chiarire le cause di questa tragedia - dichiara la dott. Casabona - È inammissibile, in un Paese civile, un altro suicidio in carcere”. La famiglia del 28enne di Scordia auspica che l’indagine in corso “faccia piena luce su quanto accaduto e sulle condizioni di custodia e di assistenza in cui il giovane si trovava”. “Andremo avanti - sottolinea, in particolare, il fratello Francesco - sino a quando non sapremo con certezza che cosa è successo e sino a quando, quindi, ogni nostro dubbio non verrà fugato. Prima di allora non ci rassegneremo in alcun modo”. Emanuele avrebbe attraversato pure momenti di fragilità mentale, tentando tre volte il suicidio, come riferisce il padre. “Per lui - prosegue il genitore - non serviva il carcere, ma una struttura apposita”. Francesco ricorda, con le lacrime agli occhi, “la sua passione per la meccanica delle auto”. Gfr esprime “vicinanza ai familiari in questo momento di profondo dolore” e sottolinea che “spetta esclusivamente all’autorità giudiziaria accertare fatti e responsabilità. Per rispetto del dolore dei congiunti e dell’attività investigativa - conclude la nota diffusa dalla società che assiste la famiglia del giovane deceduto all’interno della casa circondariale - non saranno diffusi ulteriori dettagli sino alla conclusione delle indagini preliminari”. Bari. Università in carcere, lo studio diventa un ponte verso la libertà di Ilaria Dioguardi vita.it, 10 ottobre 2026 Sono 47 gli atenei italiani che hanno un polo universitario penitenziario attivo nelle carceri. A quello dell’Università degli Studi di Bari sono iscritti circa 60 studenti detenuti. “Lavorare per il Polo significa lavorare anche per la comunità che sta fuori dall’istituto di pena: il reinserimento non riguarda soltanto chi torna libero, ma anche la qualità culturale e civile della società che lo accoglie”, dice Antonia Rubini, delegata del rettore. Il cuore dello studio universitario in carcere sono i tutor: la testimonianza di Cristian Distifano, tutor nella casa circondariale di Taranto. La presenza dell’università in carcere “ha nella didattica il suo asse fondamentale, ma ha un significato più ampio. Significa offrire occasioni di confronto, di crescita e di elevamento culturale. Vuol dire far entrare la cultura in un luogo nel quale le opportunità di accesso alla conoscenza sono inevitabilmente più limitate”, dice Antonia Rubini, da quasi un anno delegata del rettore al Polo universitario penitenziario dell’Università di Bari “Aldo Moro”, uno dei 47 atenei italiani che hanno un polo attivo nelle carceri. Parliamo di una realtà ancora di nicchia nel sistema universitario, ma inserita in un impegno nazionale” che gli atenei portano avanti nell’ambito della Conferenza dei rettori delle università italiane-Crui attraverso la Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari-Cnupp. Tra le persone detenute, nell’anno scolastico 2025/26 ce n’erano 1.978 iscritte all’università. Continua il viaggio di Vita nel mondo dell’università in carcere. “Il numero dei nostri studenti tra le persone detenute sta crescendo: sono circa 60 iscritti. È appena stato pubblicato un nuovo bando per selezionare altri 20 tutor. È un investimento importante perché alla crescita del Polo deve corrispondere una capacità altrettanto forte di accompagnare i percorsi”, sottolinea Rubini. “Abbiamo i primi due studenti iscritti a Informatica e sei studenti nell’area di Agraria. Il corso che registra il maggior numero di iscritti resta il Dams. Sono dati interessanti perché restituiscono una pluralità di interessi e di aspirazioni che non possiamo ricondurre a un unico profilo”. Il Polo dell’Università di Bari è attivo nelle case circondariali di Bari, Altamura, Taranto, Trani (maschile) e nelle case di reclusione di Turi e Trani (femminile). “L’istituto penale minorile di Bari partecipa al momento unicamente alle attività culturali del Polo in quanto i ragazzi detenuti, pur avendo fino a 25 anni, non possiedono un diploma”. Riconoscere il diritto allo studio non basta: “Occorre costruire intorno a quel diritto relazioni istituzionali, continuità e strumenti che lo rendano realmente accessibile”, sottolinea Rubini. “In questo ultimo anno l’Università di Bari ha potenziato in maniera significativa le attività del Polo, che è potuto crescere anche grazie al sostegno del rettore Roberto Bellotti. “Abbiamo lavorato perché i percorsi universitari potessero avere maggiore continuità, il rinnovo del protocollo con l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna-Uiepe e con il Centro per la Giustizia minorile va letto proprio in questa direzione. Il passaggio dalla detenzione all’esecuzione penale esterna rischiava di interrompere il percorso costruito all’interno dell’istituto. Oggi abbiamo quattro studenti in esecuzione penale esterna che continuano a essere seguiti da un tutor e a beneficiare dell’esonero dalle tasse universitarie: è un ponte che prima mancava”. “L’ampliamento dell’offerta non è stato pensato in modo astratto. Studiare in carcere è più difficile: l’accesso ai materiali, alle piattaforme e al confronto diretto con i docenti è necessariamente più limitato. Per questo i Dipartimenti che partecipano al Polo sono chiamati anche a interrogarsi sulle modalità con cui rendere realmente accessibile la didattica: dispense, presentazioni più esplicative, brevi registrazioni, lezioni in presenza quando possibile”, continua Rubini. “Non si tratta di semplificare i contenuti, ma di adattare gli strumenti alle condizioni concrete dello studio, mantenendo invariata la qualità del percorso universitario”. Se tutto procederà come previsto, “il prossimo anno dovremmo avere il primo laureato del Polo, al Dams. Ci auguriamo che possa discutere la tesi in presenza, vivendo quel momento pienamente dentro la comunità universitaria. Sarebbe un passaggio importante, non solo simbolico”. Lavorare per il Polo “significa lavorare anche per la comunità che sta fuori dal carcere: il reinserimento non riguarda soltanto chi torna libero, ma anche la qualità culturale e civile della società che lo accoglie”. È anche da questa convinzione che nasce la rassegna cinematografica che verrò inaugurata il prossimo 12 novembre: “Un modo per portare fuori dal carcere temi, domande e storie che troppo spesso restano confinati al suo interno”. I cinque incontri previsti del cineforum si svolgeranno tra novembre 2026 e marzo 2027 presso l’aula Leogrande del Centro polifunzionale studenti dell’Università di Bari; i lungometraggi scelti hanno come fil rouge il racconto e la rappresentazione della vita dentro e fuori dal carcere. “Uno degli obiettivi che mi sono posta è costruire una comunità intorno al Polo, fare in modo cioè che non resti una realtà conosciuta e sostenuta soltanto da chi già se ne occupa. E questa contaminazione a piccoli passi sta avvenendo. Forse la soddisfazione più bella di questo lavoro è vedere che l’Università non entra in carcere senza esserne a sua volta interrogata. Un collega ne coinvolge un altro, un Dipartimento si avvicina, cresce la curiosità e con essa la disponibilità a esserci”. Cosa significa fare università in carcere? “Ci si muove come in una cristalleria. L’università entra in un contesto che ha regole, tempi ed esigenze di sicurezza propri, e anche ciò che all’esterno è un gesto ordinario può diventare complesso. In carcere far entrare un libro, una dispensa o un dispositivo, organizzare un incontro o una lezione richiede procedure e autorizzazioni”. E poi c’è il tema degli spazi. “Non sempre esistono luoghi adeguati nei quali studiare, incontrare i tutor, utilizzare gli strumenti informatici. Stiamo cercando di intervenire sulle condizioni concrete. La prossima settimana entreranno nei nostri istituti penitenziari 30 computer donati dall’Università di Bari: 10 saranno destinati a Taranto, dove oggi abbiamo quasi 40 studenti, gli altri saranno distribuiti nelle restanti sedi. Un computer, in questo contesto, non è semplicemente una dotazione tecnologica: significa poter lavorare sui materiali didattici, preparare un esame o una tesi con maggiore autonomia. È uno strumento attraverso il quale un diritto formalmente riconosciuto diventa un po’ più praticabile”. La preparazione agli esami richiede inevitabilmente modalità diverse da quelle ordinarie. “I docenti mettono a disposizione materiali pensati per essere fruibili in carcere - dispense, presentazioni più esplicative, lezioni registrate - e, quando è possibile, organizziamo lezioni in presenza. Una delle esperienze a cui tengo di più è quella delle classi miste, in cui i nostri studenti entrano in istituto e seguono la lezione insieme agli studenti detenuti. Il vero cuore del Polo universitario penitenziario sono i tutor. Sono il ponte quotidiano tra il dentro e il fuori: aiutano a organizzare lo studio, a mantenere il rapporto con i docenti, a reperire i materiali, ma il loro ruolo va oltre il supporto organizzativo. Lavorano anche sulla continuità dell’impegno, sulla motivazione intrinseca e sul senso di autoefficacia, che in un percorso universitario già impegnativo diventano ancora più importanti quando si studia in condizioni di restrizione”. Al centro, il rettore dell’Università di Bari Roberto Bellotti e il direttore generale dell’Università di Bari Ernesto Somma, insieme a personale amministrativo e operatori penitenziari, presso la casa di reclusione di Taranto Attualmente i tutor del Polo universitario penitenziario dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” sono nove, “tre dottorandi di ricerca e sei studenti dei corsi di laurea magistrale, selezionati attraverso uno specifico bando di Ateneo e formati per operare nel contesto penitenziario”. Rubini precisa che non si tratta di volontari: “Il tutorato è un’attività riconosciuta dall’università e richiede competenze, continuità e una chiara consapevolezza del ruolo. Abbiamo costruito un percorso di formazione specifico per i tutor del Polo. Entrare in carcere come tutor non significa soltanto conoscere procedure e servizi universitari: significa comprendere un contesto complesso, imparare a muoversi al suo interno e soprattutto accompagnare lo studente verso una crescente autonomia. Una ex tutor, concluso il proprio incarico, ha scelto di continuare a collaborare volontariamente con l’Università di Bari”, racconta Rubini. “È un segnale piccolo ma significativo: racconta quanto questa esperienza possa lasciare un legame con il Polo che continua anche oltre l’incarico formale”. Uno dei nove tutor del Polo universitario penitenziario dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” è Cristian Stifano, 40 anni, laureato in Psicologia clinica e di comunità. “Sono tutor nella casa circondariale di Taranto da circa un anno. Ho deciso di fare questa esperienza perché avevo già avuto occasione di lavorare con detenuti in diversi stati di libertà, di conoscere le loro storie, i loro confini, le emozioni e i vissuti all’interno e fuori dal carcere. Credo, più che mai, che spesso sia molto difficile vedere l’uomo dietro la pena, o rendere concretamente il sistema carcerario riabilitativo e rieducativo piuttosto che semplicemente punitivo”, prosegue. Il ruolo di tutor didattico “mi permette, attraverso una funzione ben definita e strutturata, di dare almeno in parte dignità a quel tempo, dargli uno scopo, un senso. E poi, chissà, magari per alcuni può trasformarsi anche in altro”. Stifano racconta di aver seguito personalmente tre studenti. “La maggior parte di loro è adulta e non studia da molti anni. Sarebbe difficile a priori per chiunque, studiare a una certa età, figuriamoci in un carcere”. Racconta che, per le persone detenute, “è difficile separare il ruolo del tutor didattico dalla persona. Cercano in tutti i modi di entrare in relazione, questo rende particolarmente complicato il nostro lavoro. Alcuni sono diffidenti, ti mettono alla prova, quasi ti provocano”. “Noi tutor, con il supporto dei docenti e dei referenti di Dipartimento, abbiamo attivato e stiamo alimentando un archivio completo nel quale cataloghiamo tutto il materiale utile agli studenti detenuti, per ogni corso di laurea accessibile, per ogni insegnamento e per ogni anno. È un lavoro enorme”, sottolinea Stifano, “appena iniziato, ma che sta già dando buoni frutti in termini di efficienza, qualità del materiale e del supporto allo studio che riusciamo a offrire agli studenti detenuti. Naturalmente bisogna guardare al futuro e al medio-lungo periodo”. Cosa significa accompagnare oggi uno studente detenuto a superare un esame? “È una soddisfazione quasi eroica. Ti senti un po’ più di un tutor: a volte amico, a volte coach, a volte semplicemente felice per avergli dato la possibilità di sentirsi capace, realizzato, di credere di poter essere altro”. Ciò che più lo colpisce, in carcere, è “lo spirito di adattamento, che porta le persone a vedere qualsiasi cosa con occhi diversi. Ogni cosa può essere trasformata attraverso quello che hanno a disposizione. Le dispense possono trasformarsi in statue di cartapesta fatte con colla a base di sapone, dentifricio e acqua. Un uomo, per esempio, mi mostrò con grande soddisfazione un piccolo portaoggetti che si era costruito da solo utilizzando cartone recuperato da alcune confezioni, pezzi di carta ripiegati e materiale di recupero”, spiega Stifano. In un luogo “dove quasi tutto è limitato, anche le cose più semplici assumono un altro valore e la creatività diventa un modo concreto per recuperare un piccolo margine di scelta, di autonomia, forse anche di libertà. In qualche modo imparano continuamente a trasformare una mancanza in una possibilità”. Rimini. Lavori alla sezione più degradata ancora in attesa: detenuti da trasferire alla Dozza di Stefano Zavagli riminitoday.it, 10 ottobre 2026 La ristrutturazione della prima sezione dipende dal completamento di una nuova ala del carcere bolognese. Intanto restano stabili le presenze, con 178 detenuti e un sovraffollamento persistente. La ristrutturazione della prima sezione del carcere di Rimini, la più degradata della struttura, è ancora in attesa di partire. Per aprire il cantiere bisognerà prima trasferire i detenuti attualmente ospitati nell’ala in una nuova sezione della Dozza di Bologna, dove però i lavori non sono ancora terminati. È questo uno dei passaggi più significativi della relazione annuale presentata al consiglio comunale dal Garante dei detenuti, l’avvocato Giorgio Galavotti, che ha fatto il punto sulle condizioni della Casa circondariale riminese. Gli interventi erano inizialmente previsti entro il 30 settembre, ma il mancato completamento degli spazi destinati ad accogliere i reclusi nel carcere bolognese ha fatto slittare i tempi. Galavotti ha comunque rassicurato il Consiglio, spiegando che l’avvio della ristrutturazione sarebbe ormai vicino. Nel frattempo, la situazione all’interno dell’istituto resta sostanzialmente invariata, con il sovraffollamento che continua a rappresentare una delle principali criticità. Alla data dell’11 settembre erano presenti 178 detenuti, un numero rimasto pressoché costante anche dopo la conclusione della stagione estiva, caratterizzata da un elevato ricambio di persone. Tra i reclusi, 78 sono stranieri e 82 presentano problemi di tossicodipendenza, cinque dei quali in terapia metadonica. Sono 130 i detenuti con condanna definitiva e 44 quelli in attesa di giudizio, di cui 34 ancora in attesa del primo grado. Sul fronte del personale, la dotazione della polizia penitenziaria conta 127 agenti, dei quali 107 effettivamente in servizio. Gli educatori restano invece soltanto tre. Nel corso del 2025 si sono registrate sette aggressioni agli agenti, mentre sono cinque quelle avvenute dall’inizio del 2026. Nonostante le difficoltà, Galavotti ha descritto un clima interno sostanzialmente buono, riconoscendo il ruolo svolto dalla direttrice, dalla comandante e dal personale di polizia penitenziaria nella gestione quotidiana dell’istituto. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, il quadro rimane stabile. Non si registrano più particolari lamentele per le visite mediche saltate, ma continuano le difficoltà nell’accesso alle prestazioni specialistiche esterne, che non sempre vengono garantite. All’interno del carcere operano sei psichiatri, uno psicologo con presenza settimanale, sette infermieri e undici medici. L’ultima ispezione dell’Ausl risale al 14 luglio 2026. Sul fronte della sicurezza personale, non risultano suicidi nella struttura riminese, mentre il Garante ha segnalato un recente episodio di autolesionismo. Tra le opportunità di reinserimento, 14 detenuti lavorano all’interno del carcere per conto di imprese e cooperative, 33 sono impiegati alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, tre sono ammessi al lavoro esterno e undici si trovano in semilibertà. Resta significativo anche il contributo delle associazioni, con almeno 90 volontari impegnati nelle attività di sostegno. Galavotti ha richiamato l’attenzione anche sulle conseguenze delle condizioni detentive. In particolare, ha citato il recente diniego di uno sconto di pena a due detenuti della prima sezione da parte del Tribunale di Sorveglianza, invitando a riflettere sul paradosso di chi potrebbe preferire trascorrere dieci giorni in condizioni degradate pur di ottenere un giorno di riduzione della pena. Il Garante ha ribadito inoltre i propri dubbi sull’efficacia rieducativa del carcere e sulle concrete possibilità di reinserimento, richiamando l’alto tasso di recidiva e la necessità di sviluppare maggiormente le misure alternative alla detenzione, soprattutto per le persone con problemi di tossicodipendenza. Nel corso dell’anno Galavotti ha effettuato dodici visite in carcere, mantenendo un confronto costante con le associazioni, gli altri garanti e le realtà impegnate nella tutela dei detenuti e nel sostegno alle loro famiglie. Livorno. Celle strapiene, risse e aggressioni: il carcere è sul punto di esplodere novaradio.info, 10 ottobre 2026 Un carcere “bloccato, ingolfato”, dove il nuovo padiglione recentemente aperto è già strapieno e in cui le condizioni di vita sono molto difficili, con episodi quotidiani di tensione e una grande rissa scoppiata solo pochi giorni fa che ha visto l’aggressione alla comandante degli agenti penitenziari. È il drammatico quadro del carcere Livornese delle Sughere tratteggiato dal garante livornese dei detenuti, Marco Solimano, ospite stamani per una puntata speciale della rubrica “Il cielo e la stanza”. I numeri del carcere sono allarmanti: il nuovo “padiglione C”, aperto solo da pochi mesi dopo lunghissimi lavori per garantire celle nuove e 134 posti in più, ospita già ben 195 reclusi, che vivono in condizioni di grave disagio: “Non sono stati progettati spazi per attività trattamentali, i detenuti ciondolano per le celle e i livelli di conflittualità sono cresciuti a dismisura” riferisce il garante, che conferma come sono più di una settimana fa una sezione del carcere abbia testimoniato una rissa tra decine di detenuti, armati di sedie e bastoni. Non va meglio nel resto del carcere: alcune sezioni, come quelle dei semiliberi, sono in condizioni fatiscenti, in altre sezioni si è arrivati a mettere il 5/o letto in celle da 18 metri quadrati. In totale il carcere conta 360 detenuti (contro i 277 effettivamente disponibili, dati del Ministero), tra cui un’alta percentuale di persone con dipendenze da sostanze e con problemi psichici: a contribuire al sovraffollamento anche 90 detenuti arrivati da Sollicciano dopo il sequestro delle sette sezioni da parte della magistratura, tra cui 30 con problemi di dipendenze. E la situazione, avverte il garante Solimano, è destinata a peggiorare ulteriormente: il Dap sta facendo forti pressioni per l’apertura in tempi brevi (“entro fine anno”, dice il garante) anche del “padiglione D”, l’altro atteso da anni: “Si tratterebbe di altri 200-250 posti, che farebbero salire la popolazione delle Sughere a quasi 600 detenuti, ma anche qui non è stato previsto nessuno spazio per le attività trattamentali” denuncia Solimano, raccontando di un carcere che vive anche una carenza di organico delle forze dell’ordine, ma anche dei servizi sanitari, di sostegno psicologico, educativi, di opportunità di lavoro. “C’è il paradosso che non possiamo assegnare a 5 detenuti al programma di semilibertà perché non abbiamo un luogo fisico dove farli rientrare a dormire in carcere la sera”. Una polveriera che l’apertura della nuova sezione rischia di far esplodere. “Sono estremamente preoccupato - conclude Solimano - speriamo che la gestione del nuovo padiglione possa essere in qualche modo diversa”. Forlì. Il service va in carcere. I Lions sostengono il giornale dei detenuti di Andrea Alessandrini Il Resto del Carlino, 10 ottobre 2026 Dal carcere alla città: nasce il giornale dei detenuti a Forlì che collegherà come un ponte le due realtà. A sostenerlo sarà anche il Lions Club Cesena che contribuirà al progetto con un service dedicato, in corso di allestimento. L’iniziativa editoriale è promossa da AltreMani, impresa sociale che organizza laboratori produttivi in carcere per favorire la formazione e il reinserimento lavorativo. Il primo numero uscirà a breve e sarà diffuso anche all’esterno del carcere. Lo ha annunciato Lia Benvenuti, direttore generale di Techne nel cui ambito opera l’impresa sociale AltreMani, durante la partecipata conviviale del Lions Club Cesena presieduto da Mario Corsi. Era ospite anche Barbara Battistini, presidente di Techne, ente di formazione professionale partecipato dai Comuni di Forlì e Cesena e dalla Provincia, che opera per l’inclusione lavorativa e sociale. La casa circondariale di Forlì ha sede nella Rocca di Ravaldino e vi sono detenute persone in attesa di giudizio e condannate a pene con residuo di pena inferiori ai cinque anni. AltreMani è nata nel 2022. Tra i soci figurano anche le aziende cesenati Mareco Luce e Vossloh-Schwabe Italia. È socio promotore e consigliere di amministrazione anche Corsi. La società conta oggi una trentina di soci tra imprenditori e professionisti. “AltreMani opera in più ambiti e incontra gli studenti nelle scuole raccontando la vita dietro le sbarre - ha spiegato Lia Benvenuti - attraverso testimonianze di ex detenuti e agenti penitenziari”. Il marchio di fabbrica sono tuttavia i laboratori produttivi nei quali i detenuti seguono percorsi formativi, svolgono tirocini e possono essere assunti (pioniera fu la Mareco). “L’obiettivo è offrire una seconda opportunità a chi sta scontando una pena, favorendo il ritorno in società grazie al lavoro - ha osservato Benvenuti. Nei laboratori i detenuti assemblano per conto terzi materiali elettrici, metallici e plastici, manualmente o con appositi macchinari. Si riduce la recidiva tra chi svolge attività lavorative durante la detenzione”. Il detenuto, non a tutti è noto, paga per stare in carcere: 3,62 euro al giorno, circa 110 euro al mese. Ci sono frutti: dalla nascita di AltreMani ad oggi abbondantemente oltre i cento detenuti hanno impegnato il proprio tempo con regolare contratto di assunzione. Ora si alza l’asticella con il giornale dei detenuti. “La comunicazione è fondamentale nel percorso di recupero - ha sottolineato Benvenuti - perché permette di raccontare esperienze, difficoltà e opportunità, creando un dialogo con la società esterna e contribuendo a superare pregiudizi e barriere. Il giornale presenterà storie, esperienze e prospettive, offrendo alla comunità uno sguardo più diretto sulla realtà carceraria”. “Il Lions Club - ha messo in luce il presidente Corsi - intende contribuire all’opera di AltreMani per portare queste voci fuori dal carcere, facendo del giornale uno strumento di incontro e di relazioni agevolando così ancor più il reinserimento”. Roma. “Leggere vale la pena”: la Sapienza fa centro con il teatro in carcere di Ilaria Caione gnewsonline.it, 10 ottobre 2026 Abbattere le distanze, smantellare i pregiudizi e riscoprirsi coetanei, prima di ogni altra etichetta. È questo il cuore pulsante di “Leggere vale la pena”, il progetto sviluppato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia di Sapienza Università di Roma con l’obiettivo di promuovere la lettura all’interno degli istituti detentivi e nelle scuole superiori attraverso attività culturali condivise. La finalità è profonda: favorire occasioni di ascolto e confronto capaci di mettere in relazione giovani provenienti da contesti profondamente diversi. Dalla scorsa primavera il percorso ha coinvolto, grazie all’impegno profuso da anni da Elisabetta Tamburini (direttrice della biblioteca di Filosofia e della biblioteca del dipartimento di Lettere e culture moderne della Sapienza), i ragazzi e le ragazze dell’IPM di Casal del Marmo e gli studenti dei licei Eugenio Montale e Nomentano. Attraverso la lettura condivisa e il confronto sui medesimi testi, il progetto ha offerto uno spazio comune per scoprire la forza del racconto. L’impatto è stato dirompente, capace di mettere in discussione i pregiudizi iniziali. Lo testimoniano le parole degli studenti dei licei: “Un’esperienza che resta impressa e che porta inevitabilmente a riflettere”, ha scritto una ragazza. Un compagno ha aggiunto di aver imparato “a non giudicare le persone troppo in fretta e ad apprezzare di più la libertà che abbiamo ogni giorno”. Il cambiamento più significativo è stato nello sguardo di chi, prima, vedeva i ragazzi dell’IPM solo come detenuti e ha poi scoperto coetanei con le stesse emozioni e insicurezze. In questa consolidata cornice si è inserito l’appuntamento tenutosi ieri. Grazie alla proposta della professoressa Arianna Punzi, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, la cultura è tornata direttamente all’interno dell’istituto penale per i minorenni di Roma. Questa volta, il momento di incontro e di dialogo è passato attraverso la rappresentazione di “Joseph & Bros. Casa vuota”, una produzione teatrale della compagnia Casavuota che sta portando una profonda riflessione sulla giustizia riparativa in diverse carceri italiane. Il testo mette in scena tre mondi apparentemente lontani per provenienza etnica, religiosa e culturale, che convergono nei nove metri quadrati di una cella: un vecchio siciliano ex sicario di mafia, un giovane magrebino “incastrato” da reati legati alla droga e un uomo colto di mezz’età, ebreo, in galera per un raptus. Scritta da Ignazio De Francesco (monaco e islamologo esperto di Medio Oriente) e adattata dal drammaturgo Alessandro Berti, l’opera usa la dimensione carceraria come cartina al tornasole della società. Sullo sfondo simbolico della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, presente sia nella Bibbia sia nel Corano, metafora di una fratellanza ferita, i tre personaggi protagonisti affrontano il difficile cammino della convivenza forzata. Per vivere insieme senza scontrarsi, i tre carcerati decidono di mettere in atto dei complessi giochi di ruolo basati sull’antico testo sacro, trasformandosi gradualmente in una vera e propria folk band carceraria: imbracciando due chitarre e un violino, accompagnano i capitoli della propria espiazione fino a un liberatorio concerto finale. La trama non è pura fantasia, ma il frutto di un intenso lavoro di documentazione basato su scambi epistolari e orali con detenuti, ex detenuti, collaboratori di giustizia ed esperti del settore. Nel pomeriggio piovoso di Casal del Marmo, lo spettacolo ieri ha creato una dimensione di profonda intimità. I giovani detenuti, ragazzi e ragazze provenienti da numerosi Paesi, hanno ascoltato in assoluto silenzio, immedesimandosi a tal punto da credere che gli attori fossero veri carcerati. Con estrema semplicità, senza luci o effetti speciali, gli attori Alessandro Berti, Savì Manna e Francesco Maruccia hanno toccato le corde del pubblico usando solo voci, corpi, due chitarre e un violino. La rappresentazione ha permesso a ragazzi, agenti, professori, educatori, a Giuseppe Chiodo, direttore dell’istituto penale e Raffaele Cristofaro, comandante, di affrontare temi complessi come il delitto, la giustizia riparativa, il tradimento e il perdono. L’impatto emotivo dell’esperienza sul palco è emerso dalle parole dei giovani detenuti preparati alla lettura da Giovanni Ribuoli, professore del Cpia 3 (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti), “Mi sono ritrovato in quello che dicevano, parlavano di me e lo facevano bene”, ha commentato a caldo R. a fine spettacolo, visibilmente commosso. Gli fa eco il compagno S., che ha sottolineato a suo modo il potere unificante della recitazione: “Siamo tanti e diversi, ma le storie possono avvicinarci e oggi, tutti insieme, eravamo proprio un bel gruppo unito2. Un valore, quello dell’esperienza teatrale, confermato anche da E. una ragazza che, stimolata al confronto da Daniela Corbo, storica e appassionata educatrice dell’istituto, ha raccontato ai suoi compagni come un’esperienza di teatro maturata in un altro istituto penale: “mi ha aiutato a conoscermi bene ed a capirmi meglio con le mie compagne di cella, nella recita facevamo le funambole”. L’evento, attraverso la straordinaria potenza di Joseph & Bros, ha centrato pienamente l’obiettivo perseguito da anni dalla Facoltà di Lettere della Sapienza e dal PUP (Polo Universitario Penitenziario) a Casal del Marmo, con le diverse attività proposte: dimostrare che la cultura e l’esperienza teatrale possono gettare ponti solidissimi tra la realtà accademica e i luoghi di reclusione, restituendo a chi è dietro le sbarre l’orizzonte e curando fratellanze ferite, che nel riconoscimento dell’altro combattono la violenza. Palermo. Detenuto si laurea con 110 e lode con una tesi sui minori a rischio criminalità palermotoday.it, 10 ottobre 2026 Si tratta del quinto studente del Polo universitario penitenziario che completa gli studi. Ora proseguirà col corso magistrale in Scienze pedagogiche. La determinazione e la volontà di non arrendersi hanno guidato il quinto laureato del Polo universitario penitenziario dell’università di Palermo verso un importante traguardo: la laurea triennale in Scienze dell’educazione, indirizzo Educazione socio-pedagogica e di comunità, conseguita con il massimo dei voti e la lode presso il dipartimento di Scienze psicologiche, pedagogiche, dell’esercizio fisico e della formazione. La prova finale si è svolta lo scorso 23 settembre, al termine di un percorso di studio affrontato con impegno e costanza, che ha portato a una media ponderata di 109,34. Durante la prova, il laureato ha indossato la maglietta dell’università, donata agli studenti del Polo come segno di appartenenza alla comunità accademica. La proclamazione si è svolta invece nella giornata di oggi. Il laureato, poco più che cinquantenne, è detenuto all’interno del Pagliarelli e ha dedicato la prova finale ai minori a rischio di disagio, devianza e criminalità. Un tema che riflette il suo interesse per le potenzialità dell’intervento educativo nella prevenzione e nel contrasto delle situazioni di vulnerabilità. “A caratterizzare il cammino del neolaureato - ha spiegato Maria Garro, delegata del rettore per i rapporti con gli istituti penitenziari - è stata soprattutto la tenacia. Non ha mai abbandonato il proprio obiettivo, affrontando lo studio con grande dedizione e approfondendo i testi con una determinazione fuori dal comune. Alla costanza si sono affiancate capacità di analisi e di ragionamento trasversale, che gli hanno permesso di mettere in relazione conoscenze e discipline differenti, costruendo una visione ampia e articolata dei temi affrontati. Un risultato che assume un significato particolare anche per il contesto in cui è maturato: quello dell’alta sicurezza, dove lo studio rappresenta un’opportunità concreta di crescita personale, di acquisizione di nuove competenze e di riprogettazione del proprio futuro”. La proclamazione si è svolta alla presenza della professoressa Francesca Pedone, coordinatrice del corso di laurea; del professor Michele Mannoia e della professoressa Maria Garro, insieme ai tutor e all’intero staff dell’area didattica e del Centro orientamento e tutorato di Unipa. Presenti anche i rappresentanti dell’istituzione penitenziaria, tra cui Maria Luisa Malato, direttrice del Pagliarelli e Margherita Vitale, funzionaria della professionalità giuridico-pedagogica, a testimonianza dell’importanza della collaborazione tra università e amministrazione penitenziaria. Il neolaureato ha vissuto un momento di grande emozione, condividendo il risultato raggiunto con la propria famiglia. Una cerimonia nella quale la soddisfazione per il traguardo si è unita alla consapevolezza del cammino compiuto. Il quinto laureato del Polo universitario penitenziario ha già scelto di proseguire gli studi: si è infatti iscritto al corso di laurea magistrale in Scienze pedagogiche. Fortemente sostenuto dal rettore Massimo Midiri, il Polo coinvolge oggi gli istituti penitenziari Pagliarelli e Ucciardone, nel capoluogo siciliano, e le case circondariali di Trapani e Agrigento. Sono attualmente in fase di definizione le nuove immatricolazioni, mentre gli iscritti sono circa 40, tra persone detenute e persone sottoposte a misure alternative alla detenzione. Napoli. Oltre il carcere, il diritto a un secondo tempo comunicareilsociale.com, 10 ottobre 2026 Quando la comunità diventa protagonista del cambiamento. Cambiare è possibile, ma nessuno cambia da solo. È questo uno dei messaggi più significativi emersi dal panel “Secondo tempo: la narrazione pubblica del reinserimento sociale”, ospitato nell’ambito del SàFF - Social Action Film Festival 2026, al Complesso Monumentale di Donnaregina a Napoli. Un confronto, moderato da Antonio Mattone, che ha posto al centro una questione fondamentale: quale ruolo può svolgere la comunità nel restituire prospettive, dignità e opportunità a chi ha vissuto l’esperienza della detenzione? Il reinserimento sociale non si esaurisce nella conclusione della pena. Richiede percorsi di accompagnamento, occasioni di formazione, possibilità di lavoro e, soprattutto, un contesto sociale disposto a riconoscere che una persona non può essere identificata per sempre con l’errore commesso. Cambiare la narrazione per cambiare la realtà - Le parole con cui raccontiamo il carcere contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo. Una comunicazione che si limita alla dimensione del reato, della colpa e della punizione rischia di rendere invisibili le persone, le loro storie e le possibilità di trasformazione. Da qui la necessità di una narrazione pubblica capace di superare stereotipi e pregiudizi, senza negare le responsabilità individuali, ma riconoscendo il valore costituzionale della funzione rieducativa della pena. Raccontare il reinserimento significa anche interrogarsi sulle contraddizioni del sistema penitenziario, sulle carenze dei percorsi riabilitativi e sulla distanza che troppo spesso separa il carcere dalla società. Significa, soprattutto, recuperare la capacità di ascoltare storie che mettono in discussione le nostre certezze e ci ricordano quanto complesso sia il rapporto tra responsabilità, fragilità e possibilità di riscatto. Le esperienze che trasformano il reinserimento in opportunità - Particolarmente significative le testimonianze delle realtà impegnate quotidianamente nella costruzione di percorsi di inclusione. Tra queste, Le Lazzarelle, esperienza di imprenditoria sociale che ha fatto del lavoro, della formazione e della valorizzazione delle competenze delle donne detenute una concreta possibilità di autonomia e cambiamento. Un’esperienza che dimostra come il lavoro possa diventare molto più di uno strumento di sostentamento: un’occasione per ricostruire fiducia, riconoscere le proprie capacità e immaginare un futuro diverso. Nella stessa direzione si colloca la presentazione della pizzeria Brigata Caterina, legata alla realtà penitenziaria di Poggioreale. Imparare un mestiere, acquisire competenze professionali e sperimentare la responsabilità del lavoro rappresentano passaggi fondamentali per costruire opportunità di reinserimento. Nel confronto è emersa anche l’importanza dell’evoluzione delle organizzazioni impegnate in questi percorsi. L’esperienza maturata in vent’anni di attività dimostra quanto l’accompagnamento sia necessario per sostenere processi di cambiamento che coinvolgono non soltanto le persone detenute, ma anche le comunità esterne. Una prospettiva inside out, capace di mettere in relazione il mondo del carcere con scuole, imprese, istituzioni e cittadini, trasformando anche gli scarti e le risorse inutilizzate in occasioni di partecipazione e rigenerazione. Una regia sociale per costruire partecipazione e comunità - Il reinserimento sociale non può essere affidato esclusivamente all’impegno delle singole organizzazioni o alla buona volontà di chi opera quotidianamente nei contesti di marginalità. È necessaria una regia sociale capace di mettere in relazione istituzioni, Terzo settore, imprese, scuole e cittadini, favorendo processi di partecipazione e corresponsabilità. Una regia che non significhi accentrare le decisioni, ma creare le condizioni affinché le diverse componenti della comunità possano riconoscersi parte di un progetto condiviso, contribuendo con risorse, competenze e responsabilità differenti. Non basta, infatti, costruire opportunità di reinserimento se contemporaneamente non si lavora sulla disponibilità della società ad accogliere, includere e riconoscere il cambiamento. La partecipazione diventa così un elemento essenziale dei percorsi di inclusione: non soltanto uno strumento per realizzare interventi, ma un processo attraverso il quale le comunità acquisiscono consapevolezza, superano i pregiudizi e diventano protagoniste della trasformazione sociale. Il ruolo del volontariato e del CSV Napoli - In questo scenario, il volontariato organizzato assume un ruolo fondamentale, non soltanto nell’accompagnamento delle persone, ma anche nella capacità di attivare relazioni, intercettare nuovi bisogni, sensibilizzare i territori e promuovere una partecipazione autentica. Per il CSV Napoli ETS, il reinserimento sociale rappresenta una dimensione nella quale il volontariato può esprimere pienamente la propria funzione di prossimità, solidarietà e promozione dei diritti. Non si tratta semplicemente di offrire aiuto, ma di contribuire a costruire le condizioni affinché le persone possano recuperare autonomia, relazioni e possibilità di partecipazione alla vita sociale. In questa prospettiva si inserisce anche la riflessione del presidente del CSV Napoli, Umberto Cristadoro, sul valore delle reti e sulla necessità di coinvolgere l’intera comunità nei processi di inclusione. Il volontariato non può essere considerato soltanto una risorsa chiamata a intervenire dove i servizi non arrivano, né un semplice esecutore di interventi definiti da altri. È un soggetto capace di leggere i bisogni, promuovere consapevolezza, contrastare lo stigma e contribuire alla costruzione di risposte condivise. Il CSV, attraverso la propria funzione di accompagnamento, promozione e connessione tra organizzazioni, istituzioni e territorio, può favorire la crescita di queste esperienze e contribuire alla costruzione di una regia sociale partecipata, nella quale ciascun attore sia chiamato a svolgere il proprio ruolo. La sfida, dunque, non è soltanto reinserire le persone nella società, ma coinvolgere la società stessa nei processi di reinserimento. Perché senza partecipazione non può esserci una comunità realmente inclusiva. Il secondo tempo riguarda tutti - Il reinserimento sociale non è una concessione, ma un obiettivo che chiama in causa la qualità della nostra democrazia e la capacità delle comunità di riconoscere la dignità delle persone. Le esperienze raccontate al SàFF dimostrano che il cambiamento diventa possibile quando alla responsabilità individuale si affianca una responsabilità collettiva: quella di creare opportunità, rimuovere ostacoli e non lasciare sole le persone nei percorsi di ricostruzione della propria vita. A chiudere il confronto è stato Mattone, moderatore del panel, che ha richiamato una riflessione attribuita a Bob Marley: “Provare è rischiare il fallimento. Ma il rischio deve essere preso perché il più grande pericolo nella vita è non rischiare nulla”. Un messaggio che racchiude il senso dell’incontro: il cambiamento richiede coraggio, ma anche una comunità capace di offrire a ciascuno la possibilità di tentare, sbagliare e ricominciare. Perché il secondo tempo non riguarda soltanto chi esce dal carcere. Riguarda anche la società che lo accoglie, la sua capacità di superare il pregiudizio e di riconoscere che una persona è sempre molto più del suo passato. In fondo, anche costruire una comunità più giusta è un tentativo collettivo. E il rischio più grande è rinunciare a provarci. Modena. Confronto promosso dal Pd su sovraffollamento, diritti e reinserimento lapressa.it, 10 ottobre 2026 Alla presenza dell’assessore Camporota, del segretario regionale Tosiani e dell’onorevole Serracchiani. Coordina i lavori il direttore de La Pressa, Leonelli. Ridurre il sovraffollamento, garantire dignità e diritti e costruire percorsi concreti di reinserimento: sono questi i temi al centro dell’iniziativa “Carcere e comunità - Ridurre il sovraffollamento, ricostruire le persone”, in programma sabato 17 ottobre alle 10 in via Marie Curie 22/B a Modena. L’incontro vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, del mondo giuridico e delle realtà sociali impegnate nel settore. Dopo i saluti del segretario provinciale Pd Massimo Paradisi e del segretario regionale Luigi Tosiani e l’introduzione di Rossella Caci (responsabile sicurezza, diritti e legalità del partito), si parlerà della realtà carceraria e della vita quotidiana negli istituti penitenziari, con gli interventi del garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, dell’assessore comunale Alessandra Camporota, di Stefania Mannone dell’Ufficio Garante detenuti e di Gianpaolo Ronsisvalle, presidente Camera penale. La seconda sessione sarà dedicata alle pene alternative e alla giustizia riparativa, con contributi dal mondo cooperativo, associativo e culturale (Cristina Muzzioli di Coop Eortè, Chiara Casali del Csi, Patrizia Comitardi di ZonaFranco e Salvatore Sofia del Teatro dei venti). Le conclusioni saranno affidate all’onorevole Debora Serracchiani, responsabile Giustizia della segreteria nazionale del Pd. A coordinare i lavori sarà Giuseppe Leonelli, direttore de La Pressa. La lezione rivoluzionaria: far parlare i detenuti per restituire umanità e senso alla pena di Gianpaolo Catanzariti* Il Dubbio, 10 ottobre 2026 Ho avuto la fortuna di assistere, nei giorni scorsi nel carcere di Poggioreale, a qualcosa di raro. In un tempo in cui del carcere si discute spesso senza ascoltare chi lo vive, lì si è ribaltata la prospettiva. Forse proprio ciò risiede il valore più autentico dell’iniziativa nata attorno al romanzo “Se fioriscono le spine” di Glauco Giostra. Un libro che avvolge e coinvolge il lettore con la sua fitta trama e che oggi, attraverso questo esperimento tra le sbarre voluto fortemente dall’autore, lascia un segno destinato a durare nel tempo. Mi sono avvicinato a questo appuntamento con particolare curiosità. Lo spirito, condiviso anche con Glauco Giostra, era semplice, ma per nulla banale. Lasciar parlare le persone detenute che avevano letto il romanzo, di cui erano state donate alcune copie tre mesi or sono. Comprendere cosa avessero provato, quali riflessioni avesse suscitato in loro la lettura, quale impressione e giudizio sullo spaccato umano e sociale descritto in quelle pagine. Poche battute degli esperti, benché presenti e anche di spessore all’evento. Nessuna passerella istituzionale. Solo uomini ristretti in carcere che, partendo dalla lettura, hanno raccontato paure, speranze, fallimenti e desideri di riscatto. “Lasciamoli parlare”. È stata questa, in fondo, l’idea più semplice e insieme più rivoluzionaria dell’incontro del 29 settembre scorso. “Se fioriscono le spine” non è un romanzo sul carcere, né dal carcere. Sono molto di più le pagine ambientate fuori dal carcere. Eppure, il carcere resta lo sfondo che tiene insieme i 37 brevi capitoli del libro. Quel buco nero che sembra inghiottire identità, umanità, dignità, affetti e prospettive. Eppure, paradossalmente, proprio da quella condizione estrema può nascere una forza di reazione, una tensione verso la ricostruzione di sé e verso una nuova possibilità di vita. Molti avevano letto. Molti han dimostrato come una lettura capace di coinvolgere possa far emergere quella dimensione umana che il dibattito pubblico tende a ignorare. Altri, con osservazioni brevi, ma incisive, hanno messo in luce le contraddizioni di un sistema, incapace di mettersi in gioco, rinnovandosi per rinnovare l’uomo. Ascoltando i loro interventi, mi ha colpito la confessione di un detenuto che riconosceva nelle vicende dei protagonisti del romanzo storie drammaticamente realistiche. Percorsi segnati dal male subito e poi restituito agli altri, ma anche dalla capacità di compiere scelte di grande altruismo. Fino a sacrificare sé stessi per salvare altri. Sino a rinunciare, per la vita altrui, al diritto di abbandonarsi alla disperazione. Mi ha colpito, allo stesso tempo, l’amarezza con cui veniva denunciata la distanza tra l’idea di giustizia riparativa evocata nel libro e quella concretamente praticabile da molti detenuti. Altrettanto significativa è stata la riflessione di un altro partecipante sulla difficoltà del ritorno alla libertà e sulla paura di gestire la libertà. Il passaggio dalla cella alla strada che si trasforma in uno shock da rientro. Da un lato un carcere che deresponsabilizza, con i suoi tempi imposti e prevedibili. Dall’altro una realtà che richiede decisioni continue, responsabilità e capacità di orientarsi autonomamente. In assenza di un accompagnamento graduale. Senza un’adeguata “scuola guida” interna, la “fine della pena” rischia di trasformarsi nell’inizio di nuove fragilità. Era il racconto di chi aveva fallito una misura alternativa, ma era anche qualcosa di più. La denuncia di una solitudine istituzionale che contribuisce a spiegare molte recidive. Una testimonianza di quanto la detenzione spesso funga da contenitore del problema, ma assai più raramente è capace di curarlo nelle sue cause profonde. È stata questa la vera novità dell’iniziativa. Rompere il muro del silenzio, semplicemente lasciando parlare, più che gli esperti, i detenuti. Creare occasioni nelle quali la voce delle persone detenute possa essere ascoltata senza pregiudizi. Non per assolvere, giustificare o dimenticare le responsabilità individuali, ma per comprendere e costruire percorsi più efficaci di reinserimento e di sicurezza sociale. Ecco perché l’esperimento napoletano non può rimanere un episodio isolato. Lo spazio alla parola, anche in luoghi segnati dalla sofferenza e dall’esclusione, produce verità che nessuna statistica e nessun dibattito possono mai restituire. Io, per quanto possa servire, posso dire di avere intravisto, proprio nel carcere di Poggioreale, i semi, pur nascosti, capaci davvero di far fiorire le spine. *Responsabile Osservatorio Carcere Dell’Ucpi La deriva securitaria non può essere la risposta di Francesco D’Errico Il Dubbio, 10 ottobre 2026 L’insegnamento del film “M-Il mostro di Düsseldorf” che vale ancora oggi. A Düsseldorf il panico scorre, non s’arresta ed anzi si diffonde Straße um Straße. Esaltate dal chiaroscuro espressionista, le ombre scivolano sui muri e con loro si riproduce e si diffonde il sospetto. Un manifesto non lascia dubbi: “Wer ist der Mörder?”, “Chi è l’assassino?”: per chi lo trova c’è una ricompensa di diecimila marchi. Dopo la scomparsa di Elsie Beckmann la caccia è aperta: una volta uscita da scuola, la piccola non è più tornata a casa da sua madre. La voce della donna riecheggia negli spazi vuoti del condominio e poco dopo dalle strade arrivano le grida: “Edizione straordinaria! Edizione straordinaria!”. Sono gli strilloni: è stata uccisa un’altra bambina. Comincia così M - Il mostro di Düsseldorf, pellicola del ‘31, figlia del genio di Fritz Lang, tornata in sala nelle scorse settimane grazie alla distribuzione della Cineteca di Bologna. Qualunque gesto, soprattutto quello più innocuo e cortese, agli occhi dei cittadini appare inquietante. È così che un distinto signore, a causa dell’isteria di massa, rischia il linciaggio solo per aver risposto a un bambino che gli ha chiesto l’ora. Dopo l’ennesimo episodio di cronaca, la paranoia prolifera e il caos prodotto dall’iperattivismo delle forze dell’ordine spinge anche la malavita alla ricerca del mostro: tanto la vita della comunità quanto il business del crimine sono messi a rischio dalla deriva securitaria che sta nascendo. L’orco, così, entra contemporaneamente nel mirino dei malviventi e delle divise. Si salta dalla sala riunioni dei gangster a quella della Kripo, dove il fumo delle pipe, dei sigari e delle sigarette ammanta le stanze piene di farabutti e di poliziotti. Poi, la svolta: mentre gli investigatori si stanno avvicinando all’obiettivo, il primo a individuare il criminale è un ambulante cieco. Un tale che ha appena acquistato un palloncino per donarlo a una ragazzina, infatti, ha fischiettato un motivo di E. Grieg: il cieco lo aveva già sentito poco prima della morte di Elsie, quando aveva venduto un altro gonfiabile. Non è una coincidenza e il commerciante avvisa la rete dei mendicanti: la belva si confonde nel labirinto urbano, bisogna tenerla d’occhio. Una volta scoperta, senza che se ne accorga, viene marchiata: gli viene apposta una M sul cappotto con del gesso. È uno stigma dal quale non si libererà. Finita in trappola, è sottoposta a un processo sommario, in cui la giuria è formata dai capi della criminalità locale e dai loro scagnozzi. Dal manipolo giungono delle voci: la bestia deve essere neutralizzata, eliminata, mandata a morte, kaputt! La creatura, allora, s’arrende e confessa che non è in grado di contenere la sua furia, che è più forte di lei: non riesce a frenare le proprie pulsioni, delle voci la rincorrono e la portano ad uccidere, ad uccidere e ad uccidere ancora. Qualcuno, nella platea, comincia ad annuire e pare comprendere: il maniaco è un uomo. La follia non è di altrove ma è di questo mondo, il male forse non ha sempre una spiegazione razionale ma non è del demonio. Uno dei presenti si improvvisa difensore: Hans Beckert non risponde di ciò che fa, non può essere ritenuto responsabile e punito come chi agisce liberamente, non è imputabile. Prima che la situazione degeneri, spunta una mano che si poggia sulla spalla di H.: è il braccio armato della legge. Arrestato, il delinquente è sottratto alla violenza bruta e portato innanzi al tribunale che lo giudicherà nel rispetto delle garanzie. La madre di Elsie compare vestita di nero, piange e ricorda che nulla restituirà la vita a sua figlia. Il diritto penale liberale, d’altronde, non può l’impossibile e non rappresenta certo uno strumentario perfetto, bensì l’unica alternativa per evitare l’affermazione di “pene informali ed eccessive, ossia le vendette, la ragion fattasi, gli arbitri e i soprusi polizieschi” (Ferrajoli) che si produrrebbero in sua assenza. Il giusto processo è un’immoralità necessaria, il giudizio dell’uomo sull’uomo entro le regole che l’uomo s’è dato e che nessun uomo può oltrepassare. Non si può e non si deve pretendere dal processo ciò che il processo non può dare: è già assai complesso che riesca in quel che dovrebbe, cioè limitare il margine d’errore, essere magna charta del reo e non marchingegno di scopo. Tra la messa in scena dei rischi e dei pericoli dell’ossessione punitiva, il rifiuto della rappresaglia (altro che “punirne uno per educarne cento”) e l’umanizzazione del reo, a quasi un secolo di distanza, M resta un capolavoro da non perdere. *Presidente Extrema Ratio Una rivoluzione della gentilezza per curare la malattia dell’odio di Jacopo Fo Avvenire, 10 ottobre 2026 L’esempio di San Francesco e l’osservazione della natura per capire la forza dei sorrisi nei gesti quotidiani. Perché di fronte al dilagare della violenza e della paura servirebbe una “guerriglia dei fiori”. Mio padre aveva una grande ammirazione per Papa Francesco, tanto che realizzò il video dello spettacolo “Francesco Lu Santo Jullare” in italiano invece che in dialetto padano, apposta per il Papa. Prima di morire si dedicò poi alla realizzazione di uno spettacolo su Darwin incentrato sull’incredibile miracolo della vita. Era restato molto impressionato da un video che descriveva come le formiche, minacciate dall’esondazione di un torrente che stava per sommergere il formicaio, costruissero con i loro corpi una zattera capace di galleggiare e di aggrapparsi poi alla riva, permettendo la salvezza di tutta la colonia. Un’operazione complessa. Insieme a mio padre ci chiedevamo come fosse possibile che insetti così minuscoli, che non avevano mai sperimentato un’inondazione, potessero realizzare una cosa simile. Osservando la natura, è facile capire che la cooperazione è un elemento essenziale dell’evoluzione, ben più importante della competizione. L’unione è più importante della contrapposizione. E questa visione è centrale nello spettacolo su San Francesco, che racconta di quando il Giullare di Dio si recò a Roma per chiedere a Papa Innocenzo III il riconoscimento della regola del suo ordine. Pare che il Papa non dimostrasse grande stima per quest’uomo vestito di stracci e gli consigliò di andare a predicare ai porci. Francesco scelse la mitezza e, a quanto pare, prese il consiglio derisorio del Papa come la proposta di un’esperienza di amore. E forse ci mise pure un briciolo di ironia. Fuori le mura di Roma vide un branco di maiali che pascolavano nel fango, si avvicinò e forse disse: “Laudato sii, o mio Signore, per sora scrofa e per frate verro”. La gente che passava di lì guardava incuriosita quel frate che se ne stava in mezzo al fango a parlare con i maiali, e pareva che quelli lo ascoltassero con grande interesse. E ancor di più si meravigliarono quando Francesco iniziò ad abbracciarli e a baciarli, imbrattandosi il saio e il corpo di fango ed escrementi. E altrettanto restò sconcertato il Papa, quando vide il Santo di Assisi tornare da lui sgocciolante di liquami e desideroso di abbracciare anche il Papa, per esprimergli la gratitudine che provava per lui, che gli aveva ordinato di rivolgersi a quelle creature, così belle anche se un po’ puzzolenti. La domanda che ci suggerisce questo racconto è molto attuale. Oggi gran parte dell’umanità è preda della malattia dell’odio, della violenza più orribile, della paura, della mancanza di speranza, del disprezzo per la pietà e la carità. Sono giorni di terrore per chiunque abbia a cuore la vita umana… La risposta di gran parte dei pacifisti è la contrapposizione: rispondere ai fantasmi della paura e dell’odio con la razionalità, indicare la follia dei leader che stanno insanguinando la terra. Certamente denunciare i crimini è giusto e indispensabile. Ma oggi è necessario fare di più. Perché il fanatismo dell’odio è una malattia che impedisce ogni obiettività. Non riesci a smuovere le coscienze di chi sostiene la tortura e il genocidio se usi solo parole giuste, prove inoppugnabili. E non riesci a smuovere l’indifferenza della “maggioranza silenziosa”, che non sente il dolore degli altri. In questi mesi ho girato molto per l’Italia, partecipando a convegni e festival, e ovunque ho incontrato persone che propongono di affiancare alla denuncia dell’orrore la rivoluzione della gentilezza e del sorriso. E non sta succedendo solo in Italia. Molti sorridono increduli, ascoltando le parole di Lady Gaga o dello scrittore sudcoreano Kim Ho-Yeon. Uno scrittore che vende milioni di copie in tutto il mondo con i suoi romanzi che parlano della potenza creatrice della gentilezza e della solidarietà. Ma che sciocchezza, dicono in molti, ci vuole ben altro per fermare le guerre. Queste persone sono convinte che tutto si svolga sul palcoscenico mediatico e nelle retrovie delle colossali speculazioni finanziarie. È potente l’idea che le azioni quotidiane di noi formiche umane siano irrilevanti. Non ci si rende conto che, per ogni crimine che i media raccontano, ci sono milioni di piccoli gesti di gentilezza invisibili. Puoi immaginare cosa sarebbe l’Italia se i volontari della solidarietà, che sono almeno 3 milioni, si fermassero? E quanto pesano le persone che nella loro vita quotidiana spargono gesti di gentilezza? Incontrare una persona che ti sorride non è irrilevante. Molte ricerche scientifiche dimostrano che, se per strada incontri lo sguardo di una persona sconosciuta e le sorridi, il tuo corpo aumenta la produzione degli ormoni del benessere. Sorridere e ricevere sorrisi fa bene alla salute. Ce lo dice la scienza. Le mie giornate sono diverse quando trovo la forza di lasciare che l’amore per la gente superi la tendenza all’indifferenza. La gentilezza è una droga che dà assuefazione. Sorridi agli sconosciuti, saluti la cassiera del supermercato e la ringrazi, fai le boccacce ai bambini, cedi il passo, dici una battuta mentre sei in fila alle poste e, se trovi una persona scortese, le auguri una buona giornata comunque. Il sorriso, la gentilezza sono uguali per tutti e quasi tutti capiscono questo linguaggio. Inoltre il sorriso è infettivo. Una ragazza mi ha raccontato che, nel grande ufficio dove era arrivata come segretaria, si trovava male perché nessuno salutava. E lei ha iniziato a entrare in ufficio ogni mattina salutando e sorridendo. Dopo un mese le altre segretarie hanno iniziato a salutare e sorridere. Dopo due mesi il virus ha contaminato anche i manager. Kim Ho-Yeon ha detto: “Oggi il più grande atto di coraggio è la gentilezza. È l’unica opzione possibile”. Dai, sorridi anche tu! Unisciti alla guerriglia dei fiori. Salute mentale: un genitore su due in cerca di aiuto, le emergenze dall’Africa al carcere di Paolo Foschini Corriere della Sera, 10 ottobre 2026 I dati sono di Openpolis: in Italia 845.516 persone assistite dai servizi psichiatrici nel 2024, e una su tre era una “nuova paziente”. Dalla sera di venerdì 9 e per tutta la giornata di sabato 10 ottobre monumenti e palazzi in tutta Italia illuminati di verde per l’iniziativa “Accendere la luce sulla salute mentale” lanciata da Progetto Itaca. Il 10 ottobre è la Giornata mondiale della salute mentale. Occasione per fare il punto su un problema che riguarda una fatta importante di popolazione con relative famiglie. Quasi 850 mila persone in cura presso servizi psichiatrici nel 2024, ricorda Openpolis. E oggi in carico ai servizi per la salute mentale ce n’è un milione, secondo la Società italiana di psichiatria. Unicef aggiunge che in Italia quasi un genitore su due (47%) ha pensato nell’ultimo anno di rivolgersi a uno psicologo, psicoterapeuta o consultorio per affrontare le emozioni legate alla genitorialità: pur senza farlo. Sette giovani su dieci dicono di averne bisogno a loro volta, di uno psicologo: anche fatto di intelligenza artificiale. Amref intanto lancia l’allarme sull’Africa, dove le persone che convivono con un disturbo di salute mentale - spesso come conseguenza di conflitti armati, instabilità socio-economica, sfollamenti forzati e violenza di genere - sono oltre 150 milioni. Dalla sera di venerdì 9 e per tutta la giornata di sabato 10 ottobre monumenti e palazzi in tutta Italia saranno illuminati di verde per l’iniziativa “Accendere la luce sulla salute mentale” lanciata da Progetto Itaca, Fondazione che promuove programmi di informazione, prevenzione, supporto e riabilitazione rivolti alle persone con disturbi della salute mentale e alle loro famiglie. Ma le iniziative sullo stesso tema sono anche tante altre. “La salute mentale dei genitori è una precondizione necessaria per lo sviluppo e il benessere psicosociale nell’infanzia. Per questo come Unicef Italia - sottolinea il presidente Nicola Graziano -promuoviamo un approccio che mette al centro il sostegno alla genitorialità come investimento nei diritti delle bambine e dei bambini”. I dati del sondaggio realizzato dall’organizzazione fotografano un disagio che colpisce più le madri che i padri, quattro su dieci dichiarano di sentirsi spesso “giudicate nel proprio ruolo genitoriale”, rispetto al 17% dei padri. Il 72% dei genitori sostiene che diventarlo sia stato “più difficile di quanto immaginasse”. Il 65% si sente solo davanti alle difficoltà. Peggio è nei Paesi più poveri come molti tra quelli africani, spiega Amref, dove l’85% della popolazione è privo di un concreto supporto psicologico o psichiatrico: nel mondo ci sono in media tredici operatori dedicati alla salute mentale per ogni centomila abitanti, in Africa uno. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, più di 1 persona su 5 in Africa soffre di disturbi come ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico, schizofrenia o disturbo bipolare: “Una emergenza sanitaria e sociale non più rinviabile”, dichiara Roberta Rughetti, direttrice di Amref Italia. In Sud Sudan, il Paese più giovane del mondo, c’è il quarto tasso di suicidi più alto d’Africa. E qui Amref Italia ha guidato come capofila il progetto M(h)ind, cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) e dalla Stavros Niarchos Foundation, e realizzato insieme con Caritas, Bbc Media Action e Università di Verona: otto nuovi ambulatori, 1.300 nuovi pazienti, 86 mila persone raggiunte con attività di screening. A Modena invece la Giornata mondiale del 10 ottobre durerà una settimana, dal 24 al 30, con la più grande manifestazione collettiva dedicata al tema e intitolata “Màt” (“Matti”, in dialetto modenese): oltre 80 appuntamenti tra convegni, spettacoli ed eventi diffusi sul territorio provinciale, tutti gratuiti, per portare il tema della salute mentale fuori dai luoghi di cura tradizionali, coinvolgendo piazze, teatri e luoghi della cultura. Per la città è la sedicesima edizione della Settimana della salute mentale e quest’anno la parola chiave è “Connessioni”. Come spiega Donatella Marrama, direttrice del Dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell’Ausl di Modena: “La nostra vita è fatta di connessioni da sempre. Nasciamo e cresciamo attraverso le relazioni con gli altri. In un tempo nel quale possiamo essere permanentemente collegati e, nello stesso tempo, profondamente soli, abbiamo bisogno non tanto di moltiplicare le connessioni, quanto di prenderci cura della loro qualità. Di costruire legami che non ci chiudano, ma ci aprano agli altri”. Qui il programma completo della Settimana. Nel frattempo già dalla sera di venerdì 9 e per tutta la giornata di sabato 10 ottobre Progetto Itaca - Fondazione che promuove programmi di informazione, prevenzione, supporto e riabilitazione rivolti alle persone con disturbi della salute mentale e alle loro famiglie - lancia la campagna di sensibilizzazione “Accendere la luce sulla Salute mentale” in tutto il territorio nazionale: monumenti, palazzi aziendali e istituzionali che aderiscono all’iniziativa si illumineranno di verde, il colore simbolo della salute mentale, per accendere l’attenzione sull’importanza della prevenzione, dell’informazione e del contrasto allo stigma su un tema sempre più importante e attuale. Tra le location che hanno aderito all’iniziativa, per esempio, Palazzo Pirelli, UniCredit Tower e Diamond Tower a Milano, Palazzo del Podestà a Bologna, la Torre Campanaria Palazzo Moroni a Padova, la Rocca Malatestiana a Rimini, il Castello Svevo-Normanno di Lamezia, la Mole Antonelliana a Torino e molte altre. “Come Progetto Itaca - spiega la presidente Felicia Giagnotti - siamo impegnati da oltre venticinque anni per promuovere una maggiore consapevolezza sui temi legati alla salute mentale, favorire la prevenzione e offrire un sostegno concreto alle persone che convivono con disturbi mentali e alle loro famiglie”. In parallelo Progetto Itaca lancia anche la dodicesima edizione di “Tutti Matti per il Riso”, l’evento nazionale di sensibilizzazione e raccolta pubblica di fondi weekend del 10 e dell’11 ottobre con centinaia di volontari nelle principali città italiane e a distribuire, in cambio di una donazione, confezioni di riso pregiato. E poi il Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti): impegnato da tempo - ricorda la presidente Caterina Pozzi - nella sperimentazione di modelli e pratiche che valorizzano l’autonomia delle persone che vivono il disagio mentale nel definire il proprio progetto di vita, in primo luogo attraverso l’approccio del Budget di salute di comunità. “Non un semplice intervento assistenziale - spiega in particolare la presidente - ma un progetto costruito insieme alla persona, che integra salute, casa, lavoro, relazioni e partecipazione sociale. In quest’ottica, tutta la comunità locale deve essere coinvolta”. A questo si aggiunge il progetto europeo “Involve” di cui Il Cnca è partner “dare voce alle persone vulnerabili nella progettazione e valutazione delle politiche e dei servizi pubblici di welfare, partendo dal presupposto che questo coinvolgimento rende assai più incisivi gli interventi e più vicine le persone alle istituzioni pubbliche, rafforzando dunque le democrazie”. Altri dati vengono aggiunti alla Giornata del 10 ottobre da parte dell’Istituto buddista italiano Soka Gakkai: sette giovani italiani su dieci sentono il bisogno di rivolgersi a uno psicologo, ma soltanto tre riescono ad accedere a un percorso di supporto. Chi non lo trova arriva a confidarsi con un’intelligenza artificiale. In questo ambito l’Istituto sostiene con i fondi dell’8x1000 quattro progetti per un impegno complessivo di 450mila euro: “Percorsi di Inclusione Sociale”, realizzato da Goel, per l’autonomia e l’inclusione delle persone con disagio psichico; “Cuidarte - Spazio quotidiano di cura, condivisione e creAzione” dell’Associazione Gapp, per la prevenzione e la presa in carico dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione; “Giovani al Centro”, della Cooperativa sociale A&I, per il supporto psicologico e il reinserimento dei giovani detenuti; e “Percorsi di resilienza per minori sfollati e con disabilità nella Striscia di Gaza”, di EducAid Ats, che offre supporto psicosociale e attività educative ai minori colpiti dal conflitto. Altre iniziative. Caritas Ambrosiana e Consorzio Farsi prossimo premiano a Milano i tre vincitori del concorso “Siamo tutti skizzati”, con 103 giovani artisti in mostra sabato 10 ottobre nella sede Caritas via San Bernardino 4 (dalle 14 alle 17) sul tema della salute mentale “Quello che non si dice, si disegna”. “La straordinaria partecipazione a “Siamo tutti skizzati” ci dice - come rileva il presidente di Farsi Prossimo, Rocco Festa - che parlare di salute mentale, soprattutto con i giovani, è oggi più che mai necessario. E la risposta non può essere affidata soltanto ai servizi: serve una responsabilità condivisa della comunità”. “Caritas Ambrosiana - gli fanno eco i direttori Erica Tossani e don Paolo Selmi - si è data come indirizzi strategici per l’anno pastorale 2026-’27 l’animazione della comunità e l’advocacy. Si tratta di un processo di grande valore sul piano del metodo, in grado di entrare nel merito di un fenomeno (il diffondersi del disagio psichico e psichiatrico tra i giovani) purtroppo ancora sottovalutato dalle comunità civili ed ecclesiali e dalle realtà istituzionali”. Salute mentale, la domanda di cura si sposta sui più giovani di Alley Oop Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2026 C’è un modo di leggere i numeri della psichiatria pubblica che si ferma al volume complessivo: nel 2024 i servizi italiani hanno assistito 845.516 persone. Ce n’è un altro, più utile per capire dove va il sistema, che guarda a chi entra. I pazienti nuovi sono stati 272.497, circa un terzo del totale. Sono persone che per la prima volta hanno incontrato un servizio di salute mentale, e il loro numero dice qualcosa sia sulla diffusione del disagio sia sulla capacità, e sulla disponibilità, di chiedere aiuto. Il profilo anagrafico di questi nuovi accessi è sbilanciato verso i più giovani. Ben 71.384 pazienti avevano tra i 18 e i 35 anni, una quota che arriva al 27,6%. Una fascia che coincide con il passaggio all’autonomia, tra fine degli studi, ingresso nel mercato del lavoro e costruzione di un progetto di vita, e dove l’insorgenza di un disturbo ha costi che vanno oltre quelli sanitari: percorsi formativi interrotti, inserimenti lavorativi più fragili, carichi di cura che ricadono sulle famiglie. Il dato, va precisato, non riguarda gli adolescenti in senso stretto, che fanno capo in larga parte ai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma il confine tra i due mondi è meno netto di quanto suggerisca l’organizzazione dei servizi. Una parte rilevante dei disturbi esordisce prima dei 18 anni e approda alla psichiatria adulta con ritardo, quando il quadro è già più strutturato. È il nodo della transizione: il passaggio di competenze alla maggiore età è un punto in cui la continuità assistenziale tende a incrinarsi e in cui il rischio di perdere il paziente è più alto. Il contesto in cui questa generazione cresce è cambiato in modo strutturale. Secondo i dati disponibili, il 95% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni dispone di un profilo sui social network: la presenza online è diventata il tratto distintivo di una generazione intera. Dentro questo perimetro, circa 10 adolescenti su 100 risultano a rischio di “uso problematico”, espressione che indica un utilizzo disfunzionale dei dispositivi, associabile a problemi di salute mentale o fisica. Il perimetro della definizione è importante. Parlare di rischio non equivale a diagnosticare una dipendenza e l’associazione tra uso intensivo e malessere non chiarisce la direzione del legame. Gli studi disponibili mostrano che i social possono amplificare fragilità preesistenti, ma anche che chi già sta male tende a ricorrervi di più, in cerca di compensazione o di isolamento. Per questo i due gruppi di dati non vanno sovrapposti: descrivono popolazioni e fenomeni diversi, e una correlazione tra diffusione dei social e crescita degli accessi ai servizi non è dimostrata da queste rilevazioni. Il vero test, per le politiche pubbliche, riguarda la capacità di assorbire una domanda che appare in crescita e in parte nuova. Il numero elevato di prime visite può essere letto come segnale positivo, nella misura in cui riflette un minore stigma e una maggiore consapevolezza. Ma si traduce in un carico effettivo per dipartimenti di salute mentale già alle prese con organici ridotti e forti differenze territoriali nell’offerta. Intercettare presto il disagio, quando i percorsi di cura sono più brevi ed efficaci, richiede presidi sul territorio, raccordo con i medici di base e con la scuola, e una programmazione della transizione tra servizi per minori e per adulti. Sul fronte della prevenzione, l’educazione all’uso degli strumenti digitali sta entrando nel dibattito tra scuole e famiglie, ma resta in gran parte affidata a iniziative locali. Per valutare il quadro serviranno serie storiche più lunghe e rilevazioni mirate sugli under 18, la fascia meno documentata proprio mentre è quella su cui si concentra l’attenzione. La tutela della salute mentale deve cominciare fin dall’infanzia. È il messaggio lanciato dalla Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia) in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre. Un monito che affonda le radici nei freddi numeri: nel nostro Paese 1 minore su 5 presenta un disturbo del neurosviluppo, pari a circa 2 milioni di bambini e ragazzi. La prevenzione è la prima chiave per affrontare il problema: rafforzare i fattori protettivi, elencano gli esperti, riconoscere precocemente i segnali di rischio e sostenere la crescita dei bambini significa investire nel loro benessere presente e futuro. Il neurosviluppo è il processo che sostiene la crescita e la maturazione delle strutture cerebrali alla base delle capacità motorie, cognitive, comunicative, emotive e sociali. Un percorso in cui interagiscono continuamente fattori genetici, epigenetici, neurobiologici e ambientali. Eventuali alterazioni, osservano gli specialisti, possono manifestarsi già nei primi anni di vita, con disturbi come quelli motori (per esempio paralisi cerebrali infantili), ritardi cognitivi, disturbi dello spettro autistico, disturbi di linguaggio e apprendimento, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, ed epilessia, spesso presenti in comorbidità. Altri disturbi possono invece emergere più avanti, anche in adolescenza, con la comparsa di disturbi psichiatrici, come quelli dell’umore, tra cui la depressione. “Promuovere il neurosviluppo significa agire sulle basi della salute fisica e mentale, con una prospettiva che va dal concepimento alla vita adulta - dichiara Elisa Fazzi, Presidente Sinpia - Non si tratta soltanto di riconoscere tempestivamente un indicatore di rischio o piuttosto una costellazione di segnali che se persistenti, congruenti e presenti nei diversi contesti di vita del bambino possono segnalare la possibile evoluzione verso uno sviluppo disarmonico o patologico, ma di creare, attraverso le modifiche dell’ambiente (famigliare/relazionale, scolastico, sociale ecc.), condizioni favorevoli a modificare le traiettorie evolutive e a far evolvere il neurosviluppo in senso positivo, sostenendo le funzioni emotive, motorie comunicative, cognitive e sociali in tutte le fasi della crescita. Questo richiede azioni a supporto delle situazioni di vulnerabilità e attenzione a tutti gli ambienti e i contesti in cui bambini e ragazzi vivono. La prevenzione, quindi, non riguarda soltanto il singolo bambino, ma anche le condizioni che possono favorirne lo sviluppo. Sempre più ricerche evidenziano quanto un neurosviluppo ottimale sia importante per la salute anche nell’età adulta: investire precocemente significa costruire opportunità di benessere che accompagnino la persona nel tempo”. Come si promuove il neurosviluppo? La Sinpia propone 10 indicazioni concrete: adottare stili di vita salutari già prima del concepimento; favorire l’allattamento al seno; curare il sonno; offrire occasioni per sperimentare attraverso i sensi, muoversi ed esplorare; coltivare lo scambio di sguardi tra genitori e neonato. E ancora, il gioco come occasione di comunicazione; la lettura condivisa in famiglia; abitudini relazionali sane con regole e limiti costruttivi; un utilizzo consapevole delle tecnologie (cellulari, tablet, internet eccetera) adeguato all’età ed evitando gli eccessi; promozione delle interazioni sociali e della vita di relazione in tutti i contesti. Nei primi nove mesi del 2026, i casi legati alla salute mentale sono quasi raddoppiati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da 687 a 1.286 (+87,2%). Oggi la salute mentale rappresenta il motivo principale di oltre una richiesta di aiuto su tre (35,7%), rispetto al 30,1% registrato due anni fa. Sono alcuni dei dati forniti del Servizio 1.96.96 di Telefono Azzurro che in vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale, in collaborazione con l’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna e l’Irccs-Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, ha promosso un incontro dedicato al benessere psicologico dei giovani e alle sfide legate al mondo digitale. Al centro dell’iniziativa saranno gli studenti, protagonisti di un confronto con istituzioni ed esperti su ansia, pressione dei social network, cyberbullismo e intelligenza artificiale. Secondo Telefono Azzurro, ansia, tristezza e solitudine sono tra i segnali più frequenti. In 417 casi, quasi uno su tre tra quelli legati alla salute mentale, emergono inoltre pensieri suicidari, tentativi di suicidio o atti autolesivi. Tra le richieste di aiuto compaiono anche difficoltà legate all’immagine corporea, all’autostima e al rapporto con il cibo. A rivolgersi al servizio sono soprattutto adolescenti, con un’età media di 15 anni, e sette su dieci sono ragazze. Sempre più spesso scelgono di scrivere: l’85% dei primi contatti avviene attraverso chat o WhatsApp, mentre il 15% arriva attraverso il canale telefonico. “I dati confermano che la salute mentale è oggi una priorità per adolescenti e giovani - afferma Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro. Per i ragazzi la vita digitale è parte integrante della vita reale e le pressioni sociali, l’isolamento e la rapida evoluzione tecnologica possono incidere profondamente sul loro benessere. Con l’evento di Bologna vogliamo mettere i ragazzi al centro e dimostrare che scuola, università, istituzioni e società civile possono unire le forze per costruire risposte concrete, creando spazi sicuri di ascolto, prevenzione e partecipazione”. Il coraggio di Navi Pillay. L’atto di accusa contro Netanyahu smaschera l’ipocrisia dell’Europa di Domenico Quirico La Stampa, 10 ottobre 2026 Il premio Nobel è un giudizio scomodo per le cancellerie che tacciono su Gaza. Inutile girarci intorno: il mondo d’oggi più che mai è una antologia di festosi baccanali di violenze torture persecuzioni bugie massacri, le canaglie abbondano “tous azimuts” (a 360 gradi, ndr), la guerra celebra i suoi fasti fino a sfiorare l’inconcepibile della Bomba. Tutto il patrimonio carismatico del Bene e del Diritto, che sarebbe in teoria affar nostro, di europei, appare nella sua più desolante e depressiva esiguità. In questo groviglio di vipere la soteriologia annuale e ritualistica del premio Nobel intitolato alla pace appare ben piccolo conforto. Spesso un omaggio alla bontà e alla rettitudine ma che, tristemente, opera per galvanismo. Qui bisogna che ci fermiamo un momento. A contribuire alla sua troppo frequente irrilevanza pratica hanno dato mano anche gli stessi giudici con recenti e bizzarri svarioni. Perché questo Nobel è un atto politico; al contrario di quelli “neutri” assegnati per le materie scientifiche e per la letteratura (ma anche lì talora il rischio i giudici più audaci lo sanno correre, basta pensare a Solženicyn). È soprattutto un atto politico quello assegnato ieri, 9 ottobre, alla giurista sudafricana Navi Pillay e come tale ha il diritto di esser giudicato. Perché il contrario della pace è la guerra che nei nostri tempi così scandalosamente si fa cronaca. La morale del premio istituito da Nobel è un atteggiamento di fronte al mondo, di fronte agli uomini, di fronte alla vita. È tutto contenuto in un semplice aforisma che è anche una rigida consegna: chi fa della vita umana un tesoro avaramente amministrato la uccide. Mi metto nei panni dei signori del comitato: dovrebbero immaginare le vittime, entrare per così dire nelle loro case distrutte, nelle celle della tortura, carpirne i bisogni e le speranza e il dolore, ascoltare le urla e il silenzio. Tutto questo è molto difficile. Premiare chi li difende val molto più di dodici milioni di corone svedesi e di un po’ di breve notorietà. Dovrebbe creare legittime e virtuose influenze, non chiacchiere; mobilitare, spezzare comodi silenzi e bugie, sollevare le coscienze alla rivolta contro i reprobi impennacchiati e la solita litania, Caino continua a uccidere Abele e così via. Perché premiare gli eroi della pace se quando c’è l’occasione non si ascoltano? Questo era il sacrosanto rimorso che mosse il signor Nobel. Lo so, lo so: siamo ai limiti della visione. In una epoca in cui prevalgono integralisti e fanatici per i quali la pace è un crimine, un sacrilegio, una apostasia. Allora non è far torto alla vincitrice limitarsi all’essenziale della sua splendente biografia: figlia di un povero autista di bus, in gioventù avvocata-pasionaria in lotta con le burocratiche vergogne dell’apartheid, alla Corte penale internazionale giudice e poi presidente, che ha punito almeno alcuni, non tutti, i satanassi del genocidio ruandese; e ancora presidente della commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha fulminato con lo stesso vocabolo, genocidio, la rappresaglia israeliana a Gaza dopo i massacri di Hamas il 7 di ottobre. Tutto questo parla da sé. La stessa Pillay immagino inviterebbe a fissar l’attenzione semmai su quello che la sua biografia più recente porta alla ribalta. Che non è il Ruanda del declinare del secolo scorso, ormai Storia e in parte memoria, o la Birmania dei generali di cui si occupa ora alla Corte internazionale. È Israele. Questo è un premio che certifica un esplicito atto di accusa contro il premier Netanyahu, il suo governo e quanto è stato fatto dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 di ottobre. I giudici di Oslo hanno scavalcato le cautele abituali in cui pur celebrando il bene non si rischia di infastidire qualcuno spesso molto potente. Hanno messo la loro firma sotto la definizione di genocidio accanto a quello della commissione presieduta da Pillay. Questo è il punto: non la riverenza alla “necessità assoluta del diritto internazionale”, che sarebbe necessario se non fosse purtroppo un pio desiderio. Come dimostrano gli impotenti mandati di cattura emessi dalla Corte per alcune Eccellenze come appunto Netanyahu. Che continuano a sguazzare “ad libitum” nelle pagane idiolatrie della forza e del fatto compiuto. È genocidio un triste vocabolo che a pronunciarlo brucia le labbra, soprattutto se applicato ai discendenti delle vittime dell’Olocausto. Pillay ha fatto cadere il tabù che è molto più che terminologico o giuridico. Per questo a Oslo la premiano; ma in Israele e negli Stati Uniti, da ieri con ancor maggior furia, molti la vorrebbero sottoporre a ostracismo e sanzioni per “antisemitismo”. I giurati del Nobel si sono sottoposti a un ben più serio repentaglio di quanto accade se encomiano organizzazioni umanitarie che si sforzano di lenire i dolori delle vittime. In cui irrompono il plauso dei fanatici di Hamas e i riferimenti a Goebbels di Israele. Altro che premio a Trump “il pacificatore” per cui peraltro si erano spesi alcuni volenterosi apostoli del servilismo. Tra i 287 candidati sono andati a spigolare in un labirinto di odio e di guerre e di ragioni incrociate che dura da ottanta anni. Ma portando in primo piano un principio che è davvero giuridico: che i governi, anche quelli che amministrano una memoria diversa e intangibile, non possono pretendere una indulgenza incondizionata, non devono esser giudicati per quello che sono ma per quello che fanno e che la loro condanna non implica la minaccia alla loro esistenza. Un giudizio scomodo quello del Nobel anche per le cancellerie che su Gaza tacciono o si sono sveltamente sgravate la coscienza con ben modeste sanzioni. Imbarazzo di cui è esemplare l’ipocrita commento della sempre più mediocre presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha ricordato l’apartheid e il Ruanda tra i meriti della premiata. Ma ha omesso scrupolosamente qualsiasi riferimento al giudizio su Israele. La Cpi è una “corte canaglia”. Ecco le sanzioni di Trump di Matteo Miavaldi Il Manifesto, 10 ottobre 2026 La Casa bianca colpisce i giudici dell’Aja e chiunque li sostenga. L’Ue punta al dialogo. L’ultimo e più spregiudicato attacco è arrivato ieri con un comunicato del dipartimento di Stato Usa, firmato dal segretario Marco Rubio. Nel mirino c’è la Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale istituito dai 137 firmatari dello Statuto di Roma del 1998 per indagare e processare gli individui responsabili di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di aggressione. L’istituzione, parafrasando Rubio, per la Casa bianca è una “corte canaglia” e per questo sarà oggetto di sanzioni economiche allo scopo di “impedirne la capacità di operare”. Le sanzioni colpiranno la Corte, chi ci lavora e chi la sostiene, gli Stati membri e chiunque fornisca alla Corte qualsiasi tipo di servizio: finanziario, telematico, logistico, qualsiasi aspetto che contribuisca al regolare svolgimento delle indagini dell’istituzione con sede all’Aja. LE MISURE entreranno in vigore tra sei mesi, per dare “l’opportunità agli Stati membri di negoziare e offrire soluzioni che rispondano alle nostre preoccupazioni”: ovvero che la Corte sia uno strumento politico utilizzato per colpire Washington e i propri cittadini, come le truppe statunitensi indagate di crimini di guerra in Afghanistan. Gli Stati uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma e hanno sempre contestato la giurisdizione della Cpi, che permette di incriminare cittadini di Paesi non firmatari ma implicati in crimini consumati sul suolo di Paesi membri. Gli esempi più lampanti, di questi tempi, sono i mandati di arresto spiccati nei confronti del presidente russo Vladimir Putin (per il conflitto in Ucraina) e per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant (per il genocidio di Gaza). Significativa la reazione di Netanyahu affidata ai social media, dove la Cpi viene descritta come “una minaccia mortale alle democrazie e alla sovranità nazionale”. È stato proprio in concomitanza con l’incriminazione dei vertici politici dell’alleato israeliano, risalente al 2024, che la Casa bianca ha cambiato marcia nella propria campagna di demolizione della Cpi, agita attraverso la demonizzazione di giudici, pubblici ministeri e funzionari sia sul piano personale, sia su quello istituzionale. L’offensiva aveva già riscontrato un discreto successo nei mesi scorsi, con l’inizio delle procedure di ritiro dallo Statuto di Roma da parte di Venezuela, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali, che puntano ad aggiungersi alle precedenti defezioni di Burundi nel 2017 e Filippine nel 2019. Con l’annuncio di ieri, si compie un’escalation ampiamente annunciata nella forma e nella sostanza, sovrapponendo alla persecuzione della Corte la volontà politica di Donald Trump che, nel comunicato di Rubio, viene indicato come il leader che “non permetterà mai che la Cpi processi degli americani”. Cosa che, ad oggi, la Corte non ha ancora fatto. Ciò nonostante, il conto tra i giudici dell’Aja e l’attuale presidente degli Stati uniti è aperto sin dal primo mandato, inserito in una postura isolazionista e ultrasovranista che Trump ha impresso alla democrazia Usa con una furia crescente: solo poche settimane fa, dal pulpito dell’assemblea plenaria dell’Onu, Trump aveva ribadito che la Cpi era una “corte canaglia” da neutralizzare. Che lo facciano gli Stati membri, riformandola dal proprio interno, è una delle vie indicate nel comunicato, che senza troppi giri di parole incoraggia i propri alleati, “molti dei quali si affidano ai soldati americani per la propria difesa”, a “imbrigliare” la Corte. Altrimenti ci penseranno gli Usa a smantellare la Cpi “mattone per mattone”, finché “non rappresenterà più una minaccia”. L’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Unione europea Kaja Kallas, in una nota, ha ribadito il sostegno dell’Ue alla Corte, “pietra angolare del sistema della giustizia penale internazionale”, ponendo l’accento sulla finestra di sei mesi accordata dagli Stati uniti che “offre una finestra di dialogo”. Dello stesso tenore la reazione del premier olandese Rob Jetten, che proprio dall’Aja - la città che ospita la sede della Cpi - ribadisce l’impegno di usare al meglio questi sei mesi “per lavorare con gli Usa e altri per mostrare che ci sono possibilità per modernizzare e migliorare il lavoro della Cpi”. In una dichiarazione congiunta firmata da Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno unito, i paesi membri rinnovano il “sostegno incondizionato” alla Corte e anticipano un “dialogo costruttivo e inclusivo con gli Stati non parte dello Statuto di Roma” in vista dell’Assemblea degli Stati membri prevista per il mese di dicembre. Mentre scriviamo, nessun esponente del governo Meloni ha ritenuto opportuno aggiungere altro. La vendetta non è giustizia di Dacia Maraini Corriere della Sera, 10 ottobre 2026 Fucilazione in streaming: la decisione Usa sembra un balzo indietro persino rispetto a “Dei delitti e delle pene” di Beccaria. Cosa pensare e come capire questa crescita e questa legittimazione dell’odio sociale, della vendetta di Stato, dell’uso brutale e sfrenato del linguaggio, questa convalida della denigrazione dell’avversario? Il culmine della regressione pubblica oggi si evidenzia simbolicamente nella ripresa più spettacolare della pena di morte. Il presidente Trump ha autorizzato e lodato la fucilazione esibita in streaming dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan, responsabile della strage del 2009 nella base militare di Fort Hood in Texas. L’esecuzione è fissata per il 3 dicembre. Eppure non pochi anni fa, e precisamente nel 2007, l’ONU aveva proposto in maggioranza una moratoria mondiale della pena di morte. Ma molti partecipanti fra cui gli Stati Uniti non hanno ratificato. In America infatti ci sono ancora 23 Stati su 50 che legalizzano la pena di morte. In questo caso però colpisce, oltre l’uso primitivo della pena capitale, la sua esibizione in rete. La fucilazione pubblica implica fra l’altro la partecipazione dell’esercito, ovvero la presa di responsabilità di un corpo dello Stato non abilitato per il compito punitivo. Noi abbiamo avuto la fortuna di un grande illuminista che nel 1764 ha scritto un libro fondamentale contro la pena di morte chiamato Dei delitti e delle pene. Cesare Beccaria riflette, cerca di capire, non ne fa una questione sentimentale o pietistica, ma razionale. Come può, si chiede, uno Stato che condanna il delitto di omicidio poi usare lo stesso delitto per punire i propri cittadini? Inoltre dimostra con esempi storici che la crudele pratica non ha mai fermato gli omicidi. Non è vero, osserva, che l’impiccagione, la decapitazione, servano come deterrenza, perché il bisogno istintivo di vendicarsi contro un colpevole è più forte di ogni progetto di giustizia. E qui dovremmo fare un breve ragionamento sull’importanza del passaggio dalla vendetta alla giustizia. La vendetta è personale e legata all’istinto del momento e finisce sempre con la vittoria del più forte sul più debole. La giustizia al contrario si basa su una legge che rende uguali tutti i cittadini, permette al colpevole di giustificarsi, e la decisione sulla pena viene stabilita da giudici terzi che applicano una legge che si ispira a valori umani e non egoistici e privati. Perfino la religione è passata da un Dio vendicativo a un Cristo amorevole che parla di perdono e di comprensione. E noi ci diciamo cristiani, ma fino a che punto? Tutto questo naturalmente per popoli che si dichiarano democratici. Una democrazia conquistata faticosamente e raggiunta dopo millenni di abusi e ingiustizie sociali. La forza innovativa della democrazia sta nella autonomia e libertà di critica di tutte le istituzioni pubbliche, cominciando dalla magistratura, passando ai media, alla scuola, alla ricerca, alla polizia; tutti indipendenti e capaci di giudizio proprio, non asserviti a un interesse unico dettato dall’alto. Questa la democrazia attenta alla difesa dei più deboli, degli indifesi e lontana dal concetto arcaico di vendetta. Ma in questo momento storico sembra che la democrazia sia caduta in disgrazia. Sentiamo perfino dei grandi politologi che mettono in discussione l’efficienza della sua forza politica. Certamente la democrazia fatica a funzionare per la sua complessità, il suo rispondere a tanti bisogni e a tante esigenze diverse. La democrazia è dubitativa e non assertiva e a molti questo appare come una debolezza. Ma quale è l’alternativa? È tutto lì il problema. Se qualcuno conosce una alterativa giusta e umana alla democrazia lo dica, staremo tutti ad ascoltare attentamente. Purtroppo la sola alternativa che viene proposta in questo momento è una tecnocrazia guidata da alcuni miliardari che tengono in mano la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa. Il loro potere diventa sempre maggiore, la loro capacità di influenzare attraverso i media il pensiero comune si allarga ogni giorno. E il guaio sta nel fatto che non rappresentano gli interessi comuni ma solo quelli di un ristretto giro di persone, tendendo ad aumentare soprattutto il loro personale potere che si fa sempre più capillare, capriccioso e brutale. Il teatro della crudeltà: plotone d’esecuzione in live streaming di Luca Celada Il Manifesto, 10 ottobre 2026 Il ministro della Difesa Pete Hegseth annuncia l’omicidio di stato in diretta del maggiore dell’esercito Midal Malik Hasan, rito catartico della violenza Maga. Le esecuzioni negli Stati uniti, sospese dalla Corte suprema nel 1972, sono state ripristinate nel 1977 a discrezione degli stati. Da allora sono state messe a morte oltre 2.000 persone. Di queste, sedici sono state giustiziate in giurisdizione federale di cui 13 sotto la prima amministrazione Trump, la maggior parte negli ultimi tre mesi del primo mandato quando il presidente volle esibire un pugno duro dimostrativo mettendo a morte in gran fretta il massimo numero di condannati prima che l’insediamento di Biden potesse fermare i boia. L’ultima vittima fu, allora, Lisa Montgomery di 52 anni, uccisa nel penitenziario di Terre Haute, Indiana, sette giorni prima della scadenza del mandato. Non è necessariamente sorprendente quindi l’annuncio del ministro più celodurista del regime Trump 2.0 della fucilazione del maggiore Nidal Malik Hasan prevista per il 3 dicembre. Lo è, certo, la sua contestuale trasmissione in diretta streaming alla stregua di un evento pay-per-view, anche se in fondo anche questa aberrante dimensione non è del tutto senza precedenti nazionali. Nel secolo di apartheid sudista molti linciaggi (su un totale di quasi 5.000) erano eventi pubblici, annunciati e pubblicizzati, con rinfreschi, foto ricordo e souvenir. Uno di queste rituali orge di violenza omicida a Waco, in Texas nel 1916, attirò una folla di 15.000 persone; a Duluth, in Minnesota nel 1920 accorsero in 10.000. Coadiuvata dalla tecnologia streaming l’esecuzione programmata da Hegseth ha il potenziale di diventare “snuff movie” e superare quel pubblico di molti ordini di grandezza, ricollegandosi tuttavia ad antiche correnti di ferocia che l’attuale regime ha fatto proprie facendone fondamento del proprio stile e pratica politica. La pubblica trasmissione della morte di Hasan solleva ovviamente una miriade di sacrosante obiezioni morali, aggiungendo un’ulteriore, ultima violazione della dignità umana del condannato a peggiorare se possibile, l’oltraggio definitivo della sottrazione della vita. È plausibile immaginare tuttavia che lungi dall’essere stato un dissuasivo, l’obbrobrio del macabro spettacolo, messo alla portata di chiunque (adulto o minore) abbia accesso ad una connessione internet, sia stato semmai un incentivo ad organizzarlo. Nell’adozione del plotone di esecuzione e soprattutto nella diretta live dell’uccisione di Hasan c’è infatti il sunto della brutalità performativa di un regime sempre più deciso a sottomettere la cittadinanza alla propria volontà e narrazione giustizialista e punitiva. Quegli attributi, comunque costituenti della concezione di giustizia nordamericana si caricano nell’accezione trumpista di un uso efferato della violenza, una intima naturale consuetudine alla sua pratica come articolazione del potere. La violenza che satura le politiche del regime è più visibile nella brutalità degli arresti quotidiani praticati da Ice, intenzionalmente più simili ai sequestri extragiudiziari di forze paramilitari di regimi compiutamente col preciso proposito di intimidire una popolazione che attraverso il terrore dovrebbe essere indotta alla “autodeportazione”. Nel caso specifico del ministro della guerra e del testosterone (che propone di somministrare ai suoi “guerrieri”) si è oltretutto al di là dell’oltranzismo ideologico ed addentro lo squilibrio fanatico e allucinato che vena il movimento Maga. In un recente discorso alle truppe che è ripetutamente sconfinato in sermone integralista, Hegseth ha invocato per i suoi militari “una violenza travolgente contro coloro che non meritano alcuna pietà” e “massima letalità piuttosto che tiepide legalità”. L’esecuzione in diretta si inserisce quindi in questo teatro della crudeltà del regime che dopo aver forzato a tutto campo i limiti della società condivisa, lavora per sostituire l’ordine civile con l’esibizione circense, un Hunger Games catartico predicato sulla conflittualità perennemente esacerbata che ha caratterizzato il rapporto demagogico di Trump con la sua base. Il risentimento che caratterizza quel rapporto detta anche una dialettica dell’aggressione in cui l’ingiuria morale all’avversario è di per sé un obbiettivo catartico. La provocazione dei liberal, il cosiddetto “owning the libs” (“dare una lezione ai progressisti”, “possederli”) - rovinare la giornata agli avversari con boutade calcolate per suscitare inevitabile indignazione, e remunerare così lo zoccolo duro con la frisson della rivalsa. L’esibizione pubblica dell’esecuzione di Hasan rientra in questo contesto dialettico traghettato dai social media, un trolling elevato a strategia politica che va di pari passo con l’inasprirsi della dialettica presidenziale che di recente si sta caricando di profanità sempre più apertamente sfoggiata, di “fuck” smollati ormai regolarmente nelle interviste o degenerazioni come quella del recente comizio in Ohio, in cui Trump ha esortato a votare repubblicano per “metterlo in culo ai democratici”. Un’esacerbazione incosciente e pericolosa nel momento di massima polarizzazione che è sempre più evidentemente incompatibile con l’elaborazione democratica della frattura nazionale.