Pene sostitutive, la corsa frena. Nel limbo in 90mila di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 novembre 2026 Diecimila e settantotto. Tante sono, al 30 settembre 2026, le persone che scontano una pena sostitutiva sotto la vigilanza degli Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe). Lo certifica l’ultima elaborazione del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità. Alla fine del 2022, appena varata la nuova legge Cartabia, erano zero. Il numero cresce, ma sempre più lentamente. Intanto calano misure alternative e messa alla prova, gli uffici lavorano sotto organico e i liberi sospesi, che quelle pene dovevano ridurre alla radice, nelle tabelle del ministero non compaiono affatto. Il decreto legislativo 150 del 2022, in vigore dal 30 dicembre di quell’anno, ha introdotto l’articolo 20-bis del codice penale. Il giudice che condanna può sostituire subito la pena detentiva breve, senza passare dal tribunale di sorveglianza: semilibertà o detenzione domiciliare sostitutive fino a quattro anni, lavoro di pubblica utilità sostitutivo fino a tre, pena pecuniaria fino a uno. All’Uepe spettano il programma di trattamento prima della sentenza e il controllo dopo. Le serie storiche del ministero raccontano la nascita. Le pene sostitutive in esecuzione erano 1.816 alla fine del 2023, 5.200 alla fine del 2024, 8.340 alla fine del 2025. I nuovi incarichi sono passati da 2.204 nel 2023 a 5.349 nel 2024 e a 7.043 nel 2025. Nei primi nove mesi del 2026 se ne contano 5.976, cioè 664 al mese contro i 587 dell’anno prima. Più 13 per cento, dopo il più 143 e il più 32. A frenare non è la riforma, è la velocità con cui si allarga. A monte, i programmi di trattamento in istruttoria sono 1.164, con 3.050 richieste arrivate da gennaio contro le 3.300 dell’intero 2025. Il lavoro di pubblica utilità sostitutivo fa quasi tutto: 7.857 persone, il 78 per cento. La detenzione domiciliare sostitutiva ne conta 2.165. La semilibertà sostitutiva 56, in tutta Italia. Prevista dalla legge, quasi mai usata. La pena pecuniaria non passa dagli Uepe e resta fuori dalle tabelle, sicché il quadro reale delle sostituzioni è più ampio di quanto il documento consenta di misurare. Del vecchio sistema della legge 689 del 1981 sopravvive una sola libertà controllata. Le revoche restano basse: 171 sugli incarichi del 2023 e 371 su quelli del 2024, sotto l’otto per cento, quasi sempre per andamento negativo del programma. Chi ottiene la pena sostitutiva, nella grande maggioranza dei casi, la porta a termine. Il peso, però, va misurato rispetto al totale. Delle 99.114 persone seguite per misure, le pene sostitutive valgono il 10,2 per cento. L’affidamento in prova da solo ne conta 33.145, la messa alla prova 25.103. Intanto il resto del sistema arretra. Dopo la crescita del triennio precedente, quando le misure alternative passarono da 31.310 a fine 2021 a 46.366 a fine 2024, il movimento si è fermato. Oggi sono 47.898, il 2 per cento in meno rispetto a fine 2025, e i nuovi affidamenti in prova calano del 10 per cento su base mensile. Le indagini per misure alternative che il tribunale di sorveglianza chiede per decidere scendono del 5 per cento. Meno istruttorie, meno decisioni. La messa alla prova perde il 4,4 per cento, mentre le indagini che ne precedono l’ammissione restano stabili, 2.879 al mese contro 2.842. Le richieste arrivano come prima, le prove che partono sono meno, e il documento non spiega lo scarto. Si contrae anche il lavoro di pubblica utilità per violazioni del codice della strada, da 9.432 a fine 2023 a 6.798. Cresce invece la sospensione condizionale subordinata ai percorsi di recupero per i reati da Codice rosso, che in base alla legge 168 del 2023 l’Uepe deve verificare: da 239 casi a fine 2023 a 3.516, più 39 per cento nei soli ultimi nove mesi. Sui costi dei percorsi, posti a carico del condannato, pende una questione davanti alla Consulta, l’ordinanza 136 del 2026. Il limbo che le tabelle non contano - Chi cerca i liberi sospesi nel documento non li trova. Sono i condannati in via definitiva a pene entro i quattro anni ai quali il pubblico ministero sospende l’ordine di carcerazione, come prevede l’articolo 656, comma 5, del codice di procedura penale, in attesa che il tribunale di sorveglianza decida sulla misura alternativa. Restano fuori, con una condanna sospesa sulla testa, spesso per anni. Gli Uepe li incontrano solo quando arriva la richiesta di indagine o quando la misura viene concessa. Prima, statisticamente, non esistono. L’ultimo numero ufficiale risale al 13 dicembre 2022: 90.120 procedimenti, comunicati dal ministero in risposta all’interrogazione 4-00072 del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. La proposta di legge del deputato di +Europa Riccardo Magi richiama dati ministeriali secondo cui superano ancora le novantamila unità. Firmata anche da Serracchiani del Pd, Giachetti e Benzoni di Azione, è stata depositata il 23 febbraio scorso. A maggio la Corte costituzionale, con la sentenza 68 del 2026, ha rinnovato l’invito al legislatore ad “arginare l’allarmante fenomeno della dilatazione della platea dei liberi sospesi”. Eppure, il ministro Carlo Nordio, rispondendo nel marzo 2024 a un’interrogazione del deputato di Fratelli d’Italia Andrea Pellicini, indicava il loro ridimensionamento tra gli effetti attesi delle nuove pene. Diecimila pene sostitutive contro oltre novantamila esecuzioni ferme: la deflazione non si vede. Restano comunque tracce indirette del limbo. Dei 33.145 affidati in prova, 22.611 sono arrivati alla misura dalla libertà, il 68 per cento. Dei 27.276 nuovi incarichi per misure alternative del 2026, 15.397 riguardano persone libere al momento della concessione. Si tratta, in larga parte, di persone uscite dall’attesa. Se calano le indagini per le misure alternative, quelle uscite rallentano. Tutto questo ricade su uffici che seguono 140.107 persone e ne hanno viste transitare 223.399 in nove mesi. Roma ne conta 7.996, Milano 7.317, Napoli 6.538, Palermo 5.802. L’ultimo dato ufficiale sul personale lo ha fornito la Prima presidente della Cassazione Margherita Cassano nella relazione per l’anno giudiziario 2024: 1.091 funzionari di servizio sociale in servizio su 1.603 previsti, quasi un posto su tre scoperto. All’inizio del 2022, secondo Gian Luigi Gatta sul Sole 24 Ore, erano 1.112 su 1.211, con 62 persone in misura ciascuno. Rapportati ai soli assistenti sociali del 2024, i numeri di settembre danno 128 persone in carico a testa e 91 in misura, quasi trenta in più di allora. Nel 2025 sono entrati negli uffici i funzionari pedagogici, fino a 354 posti autorizzati, ai quali una circolare consente di assegnare parte dei casi. Anche contando loro, il rapporto resta intorno alle cento persone a testa. Pene sostitutive, programmi in istruttoria e sospensioni da Codice rosso sommano quasi quindicimila fascicoli che prima del 2022 non esistevano. E il lavoro di pubblica utilità richiede un ente che accolga il condannato, da trovare e da controllare: la convenzione nazionale con la Croce Rossa, segnala il ministero nella relazione al Parlamento sul 2025, è ancora in attesa di firma. A luglio la Fp Cgil denunciava carichi ancora troppo elevati. Fabio Fiorentin, magistrato di sorveglianza a Venezia, ha avvertito che se i procedimenti dei liberi sospesi venissero decisi in fretta né i tribunali né gli Uepe potrebbero assorbire i nuovi percorsi. Le pene sostitutive hanno preso vita, si revocano poco e funzionano. Restano però un decimo del sistema, rallentano, e il serbatoio che dovevano svuotare non compare in nessuna statistica pubblicata. Novantamila persone: l’ultima cifra ufficiale resa nota, ha quasi quattro anni. Lavoro in carcere, dal Cnel una proposta di legge per rafforzare le tutele dei detenuti di Elettra Raffaela Melucci ildiariodellavoro.it, 4 novembre 2026 Parla Denise Amerini, componente del Segretariato permanente: “Pari dignità e pari diritti per tutti”. Il lavoro in carcere deve rappresentare una reale opportunità di formazione, autonomia e reinserimento sociale, come prevede la Costituzione. Perché questo avvenga, servono contratti regolari, retribuzioni adeguate e il pieno riconoscimento delle tutele previste. È su questo scarto tra diritti riconosciuti e concreta applicazione che interviene la nuova proposta di legge approvata dal Cnel il primo ottobre, il settimo provvedimento nell’ambito del programma “Recidiva Zero”. Il provvedimento richiama espressamente l’obbligo del contratto scritto e delle comunicazioni obbligatorie, anche per i rapporti di lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, con l’obiettivo di garantire la tracciabilità dell’attività svolta e l’effettivo accesso ai diritti retributivi, previdenziali e assicurativi. Ma la regolarizzazione dei rapporti è soltanto un tassello di un percorso più ampio. Ne parliamo con Denise Amerini, componente esperta Cgil del Segretariato permanente del Cnel per l’inclusione delle persone private della libertà personale. La proposta del Cnel interviene sull’articolo 20 dell’ordinamento penitenziario per richiamare espressamente l’obbligo del contratto scritto e delle comunicazioni obbligatorie. Obblighi che, nella disciplina generale, sono già previsti. Dove si determina, dunque, lo scarto tra il diritto riconosciuto e la sua effettiva applicazione in carcere? Lo scarto si manifesta soprattutto quando la persona ristretta lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria: manca una norma cogente che disciplini in maniera puntuale le modalità di instaurazione e gestione del rapporto di lavoro. Diverso è il caso di chi lavora alle dipendenze di una ditta esterna, perché in quel caso si applica il relativo contratto. L’ordinamento penitenziario, con la legge 354 del 1975, stabilisce che il lavoro debba essere garantito, tutelato, retribuito e non avere carattere afflittivo, ma non definisce regole operative precise e uniformi da applicare in tutti gli istituti. La riforma del 2018, con il decreto legislativo 124, ha introdotto alcune modifiche, ma non ha risolto tutti i problemi. Restano differenze nell’applicazione delle norme da un istituto all’altro e da una regione all’altra. Ad esempio? Un caso riguarda la retribuzione, stabilita nella misura dei due terzi di quella prevista dai contratti collettivi di riferimento. Su questo punto la giurisprudenza ha sollevato questioni di legittimità costituzionale rispetto ai principi di uguaglianza e di giusta retribuzione, sanciti dagli articoli 3 e 36 della Costituzione, che valgono per tutti, indipendentemente dal fatto che una persona sia libera o ristretta. C’è poi il problema della formalizzazione del rapporto. Ci sono stati segnalati casi di ristretti assunti dall’amministrazione penitenziaria a cui non stati consegnati o fatti firmare un contratto di lavoro. Eppure, la lettera di assunzione è indispensabile per definire chiaramente orario, mansioni, qualifica e retribuzione, e garantire così la piena applicazione del contratto collettivo. Questo è particolarmente importante perché il lavoro interno viene spesso assegnato a rotazione: le occasioni disponibili sono poche rispetto al numero delle persone che possono accedervi e si cerca quindi di garantire a tutti almeno un periodo di lavoro e la possibilità di percepire una retribuzione, seppure bassa. Senza un contratto scritto, diventa molto più difficile seguire e documentare il rapporto. È qui che interviene la nostra proposta, stabilendo che “il rapporto di lavoro dei detenuti e degli internati, anche quando viene svolto alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, è instaurato mediante contratto scritto”, nel quale devono essere indicati la data di inizio del rapporto, la tipologia contrattuale, le mansioni, l’orario di lavoro e il trattamento economico e normativo applicato. Questo è indispensabile per assicurare certezza del diritto, regolarità amministrativa, accesso effettivo alle prestazioni previdenziali e continuità tra lavoro intramurario e percorsi di reinserimento. In che quadro si inserisce il provvedimento? Il provvedimento va letto insieme a quello approvato a maggio 2024, che stabilisce l’applicazione integrale del contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto dalle associazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative e riferito al settore produttivo strettamente connesso all’attività svolta. È un passaggio importante perché dà certezza sul contratto applicato e sui diritti e doveri del lavoratore, evitando problemi come quelli che si sono verificati in passato, ad esempio, per il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione. La proposta, poi, interviene anche sulle commissioni già previste dall’ordinamento penitenziario e rafforzate dal decreto legislativo 124 del 2018, con l’obiettivo di garantirne l’effettiva operatività. Si tratta di organismi importanti per l’inserimento lavorativo, l’avvicendamento e l’organizzazione del lavoro. Ne fanno parte anche le organizzazioni sindacali e un rappresentante dei detenuti, scelto dagli stessi detenuti, pur senza diritto di voto. Ci sono zone grigie? C’è una questione che entrambe le proposte di legge lasciano aperta: quella del lavoro di pubblica utilità. Di fatto il lavoro gratuito è stato abrogato, ma le norme consentono ancora che i detenuti vengano impiegati in attività cosiddette volontarie e non retribuite. Come organizzazioni sindacali e Segretariato, è una situazione da superare. Un conto è il volontariato, un altro è quello che accade quando sono coinvolte le persone ristrette. Pensiamo ai progetti di manutenzione del verde pubblico realizzati anche negli anni scorsi: si tratta di lavoro strutturato e organizzato, che deve essere garantito, tutelato, rispettare le norme sulla sicurezza e retribuito. In questo modo, invece, si finisce spesso per sottrarre lavoro alle cooperative sociali che magari inseriscono ex detenuti nel proprio organico e si occupano proprio di manutenzione del verde, mentre le amministrazioni pubbliche risparmiano ricorrendo a prestazioni non retribuite. Quando il rapporto non è documentato correttamente, quali diritti diventano più difficili da esercitare per la persona detenuta? Nella presentazione del provvedimento parliamo del rischio di un lavoro “formalmente riconosciuto ma sostanzialmente invisibile” perché senza gli strumenti che consentono al lavoratore di conoscere la propria collocazione lavorativa, il riconoscimento del lavoro resta soltanto formale. Quando il rapporto cessa, per esempio, in assenza di un regolare contratto o di una lettera di assunzione può diventare più complicato anche documentarne la conclusione. In passato si sono verificati problemi persino per l’accesso agli ammortizzatori sociali. Ma ci sono anche altre conseguenze. Senza sapere quale contratto viene applicato e quali sono le condizioni individuali, come si possono conoscere le ferie spettanti o sapere se il lavoro durante le festività prevede delle maggiorazioni? E come si può verificare il riconoscimento dello straordinario? Se il contratto stabilisce un orario di 25 ore settimanali, per esempio, la ventiseiesima ora è straordinario. Senza un documento che definisca l’orario, il lavoratore non può avere la certezza di ricevere la retribuzione corretta. La tracciabilità del rapporto è il presupposto anche per costruire una continuità occupazionale fuori dal carcere oppure rischia di restare un intervento circoscritto se non vengono attivati anche gli altri strumenti? Il disegno di legge si inserisce in un percorso del CNEL e del Segretariato che ha già presentato altri sette disegni di legge. Uno di questi prevede l’istituzione di una piattaforma digitale nazionale per tracciare le competenze professionali dei detenuti. In questo modo, anche le attività svolte durante la detenzione entrano nel profilo del lavoratore e contribuiscono a descriverne le competenze, che potranno essere valorizzate una volta tornato in libertà. Se molti detenuti lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, il lavoro presso le imprese private resta limitato, nonostante gli incentivi previsti per le aziende che assumono. Perché? La cosiddetta legge Smuraglia garantisce incentivi economici a chi assume, ma purtroppo è poco conosciuta e, di conseguenza, poco applicata. Come Segretariato stiamo lavorando anche su questo aspetto, per renderla maggiormente conosciuta e facilitarne l’applicazione. Come si può superare questo divario? Il primo passo è culturale e passa attraverso una maggiore collaborazione tra gli istituti, l’amministrazione penitenziaria, le amministrazioni locali e i patronati, in modo da costruire accordi sulle politiche attive del lavoro. In alcuni istituti esistono già gli sportelli lavoro e diritto, con la presenza di operatori dei patronati, e vengono sottoscritti protocolli per la formazione e il lavoro. Questi sportelli dovrebbero essere presenti in tutti gli istituti. È necessario coinvolgere anche i centri per l’impiego, attraverso accordi territoriali che vedano la partecipazione delle parti datoriali. Secondo noi è fondamentale un lavoro collettivo che coinvolga tutti i soggetti interessati, proprio attraverso questi protocolli e il rafforzamento delle politiche attive del lavoro. Ricorre spesso il confronto tra una recidiva generale indicata intorno al 68% e una che scenderebbe al 2% per chi ha avuto un’opportunità lavorativa. Quali condizioni devono esserci perché questa possibilità si traduca davvero in un percorso di reinserimento? Non è un caso che tutto il percorso attivato al CNEL con il Segretariato si chiami “Recidiva Zero”. Secondo noi è un obiettivo assolutamente da perseguire e i dati a disposizione mostrano che questo è possibile. La riduzione della recidiva fa bene alla persona, che non si trova più nella condizione di delinquere, ma anche all’intera società. A mio parere, con questa proposta di legge si va anche oltre l’obiettivo della riduzione della recidiva. Si interviene per garantire il rispetto della Costituzione e del valore e del ruolo che essa attribuisce al lavoro. L’articolo 27 stabilisce chiaramente che lo scopo delle pene è garantire la rieducazione e la risocializzazione della persona. Ma la Costituzione, fin dall’articolo 1, ci dice che il lavoro è elemento fondante del nostro ordinamento. E siccome non fa differenze tra lavoratori detenuti e non detenuti e tutela il lavoro in tutte le sue forme, è indispensabile che quello in carcere perda ogni carattere afflittivo, di sfruttamento e di minore riconoscimento, e che siano garantite pari dignità e pari diritti rispetto al lavoro delle persone libere. Molti ex detenuti, una volta fuori, non hanno una rete di protezione sociale. Questo, in assenza di alternative, può contribuire all’aumento della recidiva. È un tema contemplato nel vostro programma? Siamo consapevoli che il disegno debba essere complessivo. All’interno del Segretariato del CNEL sono stati istituiti tavoli di lavoro specifici. In particolare, il tavolo 3, che vede la partecipazione attiva dello Organizzazioni Sindacali Confederali, coordinato da Giuseppe Caputo dell’Università di Firenze, per Altro Diritto, e da me, si occupa di “Governance e quadro normativo”. L’obiettivo è affrontare in maniera complessiva tutti i temi legati alla vita delle persone che escono dal carcere, tenendo conto delle necessità e dei problemi che si presentano e cercando di individuare possibili risposte. Oltre alla gestione dei contratti di assunzione, che è all’origine di questo disegno di legge, ci sono molti altri aspetti. Stiamo ragionando, per esempio, di housing sociale, ma anche di questioni molto concrete come il rinnovo delle patenti. Ci sono poi il diritto all’assegno di inclusione per i condannati, dal momento che alcune categorie sono escluse dalla possibilità di beneficiarne; le spese per il mantenimento in carcere, che le persone ristrette devono pagare e sui cui vorremmo intervenire per azzerare questi prelievi; la professionalizzazione dei lavori domestici, che in carcere rappresentano la principale forma di lavoro a cui sono adibite le persone detenute e che oggi sono scarsamente professionalizzanti. Sono tutti interventi sui quali il Segretariato sta lavorando per costruire proposte di legge che possano dare alle persone la possibilità di attribuire un senso al periodo trascorso in regime di privazione della libertà e di valorizzarlo nella propria vita una volta fuori dal carcere. Come si concilia l’indirizzo giustizialista del governo, che ha aumentato i reati punibili con il carcere, aggravando ulteriormente il problema del sovraffollamento, con il diritto al lavoro delle persone detenute e con le vostre istanze? Gli interventi che aumentano le fattispecie di reato o le pene per reati già previsti vanno sicuramente nella direzione opposta a quella necessaria. È evidente che, in una situazione di sovraffollamento, garantire i diritti delle persone ristrette diventa sempre più difficile. Ci si dimentica che l’Italia è già stata oggetto della sentenza Torreggiani per trattamenti inumani e degradanti legati proprio al sovraffollamento. In queste condizioni diventano ancora più difficili anche tutte le cosiddette attività trattamentali, dalla formazione allo studio, fino alle attività socializzanti e risocializzanti. E allora, che fare? Dovremmo pensare, ad esempio, a provvedimenti di amnistia e indulto, già adottati in passato nella nostra Repubblica e che non hanno avuto le conseguenze devastanti che qualcuno vorrebbe prospettare, anche perché rispondono a regole ben precise. Pensiamo alla depenalizzazione di alcuni reati cosiddetti minori e bagatellari, alla legalizzazione della cannabis: provvedimento che, oltre ai vantaggi sociali, avrebbe ricadute positive anche sul sovraffollamento carcerario. Ci sono poi proposte di legge già depositate che non vengono discusse, come quella sull’aumento dei giorni per la concessione della libertà anticipata e quella sulle case territoriali di inserimento sociale. Sono tutti provvedimenti utili e necessari, che andrebbero nella direzione auspicata. Si preferisce invece continuare a parlare di incremento dei reati punibili con il carcere e di rispondere al sovraffollamento costruendo nuovi istituti, senza considerare i tempi e le risorse economiche necessari. Se non si interviene a monte sulla legislazione, quei nuovi posti saranno soltanto destinati a essere occupati, senza produrre alcun effetto deflattivo sulle presenze in carcere. Gli adolescenti come imputati di Alfio Maggiolini doppiozero.com, 4 novembre 2026 Il 22 ottobre 2026 il governo ha approvato il decreto-legge n. 190, che contiene disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile. Il decreto vuole essere una risposta ai danneggiamenti e ai saccheggi del 17 ottobre nel centro di Milano ma, oltre a prevedere pene più elevate per questo tipo di reati, conferma le disposizioni contenute in un precedente disegno di legge, del luglio scorso, che introduceva un’importante modifica di un articolo del Codice di procedura penale minorile n. 448, che dal 1988 regola l’intervento penale con i minori. A seguito di questa modifica la capacità di intendere e volere di un minore non deve più essere verificata caso per caso, ma è presunta fino a prova contraria. Questo significa che un minore in linea di principio è considerato imputabile come un adulto, anche se le pene restano diminuite in ragione della minore età. Il disegno di legge aveva già suscitato molte perplessità nella magistratura minorile, anche perché nella pratica dei tribunali per i minorenni i casi in cui un giudice decide di non procedere perché accerta l’incapacità di intendere e volere del minore sono rarissimi. Sono situazioni di manifesta incapacità, spesso dovuti al riconoscimento di deficit o patologie e non a un’immaturità evolutiva. In tutti gli altri casi, invece, i giudici avviano il procedimento penale per i minori, seguendo il Codice di procedura penale minorile, che prevede le pene per i diversi reati insieme alla possibilità di adottare altre misure, come la messa alla prova. Questa misura implica una sospensione del processo, ma senza nessun riconoscimento di un’incapacità di intendere e volere. L’adolescente che è messo alla prova, infatti, riconosce il reato commesso, di cui si assume piena responsabilità, dichiarando la propria disponibilità a seguire un percorso di impegno e di riparazione sociale. Le messe alla prova si chiudono positivamente nell’80% dei casi, ma quando l’esito è negativo il giudice comunque condanna il minore alla pena prevista per il reato per cui è imputato. Le giustificazioni addotte dal governo nella relazione tecnica che accompagna il recente provvedimento sull’imputabilità si fondano soprattutto sull’idea che vi sia un’anticipazione dello sviluppo degli adolescenti attuali. Al momento questa argomentazione si limita a modificare la presunzione di imputabilità per i minori dai 14 ai 18 anni, ma è evidente che, se accettata, potrebbe avere come logica conseguenza l’anticipazione di qualche anno dell’età imputabile, considerando la maturità di un dodicenne attuale come equivalente a quella di un quattordicenne di qualche anno fa. Non è chiaro a quale arco temporale rimandi questo ipotetico processo di adultizzazione degli adolescenti, ma il riferimento al codice di procedura penale minorile del 1988 lascia intendere che questi cambiamenti possano essere stati attribuiti in particolare alla generazione attuale. I dati di cui disponiamo sullo sviluppo degli adolescenti, in realtà, non confermano questa convinzione. È vero che c’è stata una forte anticipazione della maturazione puberale documentata a partire dalla metà dell’Ottocento, con una fase di discesa rapida fino alla metà del Novecento, seguita da una successiva stabilizzazione fino all’inizio degli anni Duemila con un’ulteriore lieve tendenza all’anticipo negli ultimi decenni. Quest’anticipazione dello sviluppo fisico, comunque, è di lungo periodo e non certo degli ultimi anni, tanto che per definire questo fenomeno si parla di “tendenza secolare”. L’anticipazione puberale riguarda il corpo degli adolescenti, tanto da essere attribuita soprattutto a effetti dovuti a cambiamenti nell’alimentazione, ma a questa precoce maturazione fisica corrisponde una parallela anticipazione dello sviluppo mentale? Mentre fino a qualche decennio fa non si avevano conoscenze sul modo in cui cambia il cervello degli adolescenti, le ricerche condotte con le risonanze magnetiche hanno mostrato in realtà che il loro cervello continua a maturare dopo la pubertà, in un lungo processo che si conclude ben dopo i vent’anni. Quando si valuta l’imputabilità degli adolescenti, quindi, è indispensabile tener conto del fatto che il loro cervello non ha raggiunto la stessa maturità di quello degli adulti. Queste conclusioni sono documentate in numerosissime pubblicazioni scientifiche. Al di là di questi dati neurologici, anche i risultati delle ricerche sui comportamenti degli adolescenti attuali mostrano che la tendenza complessiva non è ad accelerare lo sviluppo, ma a rallentarlo. Ci sono molti indicatori a conferma di questa tendenza, come ben documentato nel recente libro di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), che mostra che lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini e degli adolescenti di oggi, immersi nella rete, tende a rallentare più che ad anticipare. Le principali tappe dello sviluppo verso la maturità, come prendere la patente, fare le prime esperienze lavorative o sessuali o avviare relazioni sentimentali stabili sono raggiunte dopo e non prima rispetto alle precedenti generazioni. Le stimolazioni del mondo virtuale, infatti, non accompagnate da esperienze nel mondo reale, non accelerano l’autonomia e la capacità di autoregolazione, ma la rallentano. La tendenza a ritardare l’adultizzazione, che è comune a tutto il mondo occidentale, è ancora più accentuata in Italia, dove il raggiungimento dell’autonomia avviene più tardi se confrontata con la maggior parte degli altri paesi europei. Questi dati psicosociali sono indirettamente confermati anche da altri studi, che mostrano che gli adolescenti che vivono in contesti socioeconomici migliori e più stimolanti tendono ad avere un ritardo e non un’anticipazione sia nelle tappe di crescita sia dello sviluppo neurologico. In sintesi, all’anticipazione della pubertà non corrisponde un processo di adultizzazione psicosociale. Quello che si produce è piuttosto un disallineamento (mismatch) tra i due percorsi, un disequilibrio che contribuisce al rallentamento nel processo di adultizzazione e non alla sua accelerazione. È possibile, allora, che nuovi orientamenti in merito all’imputabilità, più che essere giustificati da dati sullo sviluppo degli adolescenti, siano basati sull’andamento dei reati minorili, che siano quindi una diretta espressione dell’allarme sociale sui comportamenti violenti degli adolescenti. Anche in questo caso, tuttavia, non c’è una conferma di una tendenza all’aumento dei reati. Il recentissimo rapporto Eurispes sulla criminalità minorile indica che il numero di segnalazioni dei reati minorili del 2025 è sostanzialmente simile a quello del 2015. Anche reati particolarmente violenti, come gli omicidi, sono stabili. Uno sguardo più ampio ai reati commessi dagli adolescenti nel mondo occidentale a partire dagli anni Novanta mostra che la tendenza complessiva è alla diminuzione e che i numeri delle segnalazioni per i minori italiani confrontati con quelli di altri paesi europei e degli Stati Uniti è particolarmente basso. È vero, tuttavia, che dopo un calo significativo dei reati, in particolare durante il lockdown, c’è stato un aumento di alcuni reati, in particolare certi reati di strada, come le rapine e le lesioni, da parte delle cosiddette baby gang (Alfio Maggiolini, Non solo baby gang, Franco Angeli, 2025). È difficile, tuttavia, attribuire queste tendenze recenti a cambiamenti nei livelli di maturità della generazione attuale degli adolescenti, che richiederebbero tempi molto più lunghi che non i pochi anni che ci separano dal Covid. Altre variabili, invece, possono più facilmente spiegare questa rapida ripresa di alcuni reati, come le condizioni economiche di certi adolescenti e delle loro famiglie e la percezione di una crescente disuguaglianza sociale. I dati Istat, in effetti, mostrano che negli ultimi anni il potere reali dei salari si è andato progressivamente riducendo e che c’è stato un significativo aumento della povertà in Italia, che è particolarmente accentuato in famiglie in cui ci sono genitori di origine straniera. Occorre anche tener presente che l’andamento della delinquenza minorile nel breve periodo può essere in parte anche un riflesso di alcuni cambiamenti legislativi, che hanno introdotto nuove fattispecie di reato o ne hanno aggravato le pene. Per esempio, un aumento di reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale può essere almeno in parte ricondotto a comportamenti messi in atti da minori detenuti negli istituti penali minorili nei confronti degli agenti di custodia, che a loro volta sono correlati proprio al maggiore affollamento di questi istituti, in un paradossale circolo vizioso. Si può certamente pensare all’imputabilità dei minori come l’espressione di un modo di essere individuale degli adolescenti, la loro maturità fisica, neurologica o psicologica. In un’altra prospettiva, tuttavia, si può tener conto della dimensione sociale e relazionale nel riconoscimento della responsabilità. Essere ritenuti responsabili, infatti, significa essere tenuti a rispondere delle proprie azioni. Anche i genitori o gli insegnanti ritengono responsabili i propri figli o studenti, fin da bambini quindi, in relazione a quello che si aspettano da loro, tanto che possono decidere di punirli con diversi provvedimenti (educativi e non penali). Con l’ingresso in adolescenza un minore deve rispondere del suo comportamento non più solo agli adulti di riferimento, ma alla società nel suo insieme. Essere chiamato a rispondere penalmente del proprio comportamento, quindi, implica essere riconosciuto come socialmente responsabile. Per questo l’imputabilità degli adolescenti, oltre a essere valutata in base al loro livello di sviluppo, può essere correlata al riconoscimento delle loro responsabilità come soggetti sociali. Se la presunzione di imputabilità contenuta nel decreto fosse basata su una nuova visione adultizzata degli adolescenti, tuttavia, cioè su un ampliamento di questo riconoscimento sociale, dovrebbe allora essere accompagnata da un parallelo allargamento delle loro responsabilità e dei loro diritti, per esempio anticipando la possibilità di lavorare, di firmare contratti, di sposarsi e di votare. Al momento, tuttavia, non ci sembra di assistere a una simile tendenza. Molti provvedimenti contenuti nei recenti decreti sulla delinquenza minorile, infatti, tendono piuttosto a riportare gli adolescenti sotto un maggior controllo degli adulti, infantilizzandoli, con il richiamo dei genitori alle loro responsabilità educative e a incentivare la loro funzione di controllo, e nello stesso tempo scoraggiando l’autonomia dei ragazzi, soprattutto ostacolando il loro essere in gruppo, che invece è una componente centrale proprio nel processo di sviluppo della loro nuova identità sociale. Nordio e Pinelli sulla violenza minorile: “Rieducare è necessario” di Ermes Antonucci Il Foglio, 4 novembre 2026 Il ministro della Giustizia e il vicepresidente del Csm alla presentazione dello studio “#Introspezioni vol. II - Costruire il futuro in un mondo che cambia”, una ricerca sul mondo giovanile promossa proprio da via Arenula in collaborazione con Fondazione Lottomatica e Fondazione Francesca Rava e curata da Swg. “È estremamente importante, oserei dire necessario, specie in questo momento storico, tener conto dei percorsi di rieducazione e di consapevolezza dell’errore da parte dei giovani detenuti. I quali, secondo questa nuova fotografia sociale, trovano riscatto nei tre pilastri fondamentali della famiglia, della scuola e della società”. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenendo oggi alla presentazione dello studio “#Introspezioni vol. II - Costruire il futuro in un mondo che cambia”. L’evento è stato promosso dal ministero della Giustizia, in particolare dalla capo segreteria del ministro, Gippy Rubinetti, in collaborazione con Fondazione Lottomatica e Fondazione Francesca Rava, e curato da SWG e Cuntura. Dall’indagine emergono dati interessanti. Per gli italiani il senso della pena nei confronti di un minorenne è lontano dalla logica esclusivamente punitiva e di pubblica sicurezza: il suo scopo principale dovrebbe essere far comprendere al minore la gravità del proprio errore (51 per cento degli intervistati) e aiutarlo a cambiare e a migliorarsi come persona (38 per cento), attraverso lo studio, il lavoro, le relazioni. Una solida maggioranza (il 58 per cento) si dice fiduciosa nel cambiamento di un giovane che ha commesso un reato. Inoltre, nel contrasto alla recidiva grande importanza viene attribuita ai servizi di accompagnamento del sistema della giustizia. “I dati ci restituiscono una comunità che crede nel recupero dei ragazzi e nella possibilità di una seconda vita, ma che chiede anche sicurezza e responsabilità”, ha dichiarato il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari. “Dati incoraggianti, che danno speranza”, li ha definiti Rocco Maruotti, segretario generale dell’Anm, mentre il capo del Dipartimento della giustizia minorile, Antonio Sangermano, ha sottolineato quanto sia attuale il tema della violenza minorile: “Dal 2017 a oggi gli ingressi negli istituti penali per minorenni sono costantemente aumentati, con una crescita esponenziale degli stranieri. C’è un problema di cui dobbiamo prendere atto”. Per il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, sulla criminalità giovanile “occorre evitare due rischi contrapposti: minimizzare la gravità dei fenomeni o rinunciare a comprenderne la complessità. Non dobbiamo farci ingannare da un lato dall’illusione permissiva e dall’altro dall’illusione repressiva”. “Dietro la categoria giuridica del ‘minore’ - ha ricordato - c’è una persona in formazione”, per questo “la privazione della libertà, quando necessaria, non può esaurirsi nella sua dimensione afflittiva”. Di conseguenza, ha spiegato Pinelli, “la risposta alla devianza minorile non dovrebbe limitarsi a contenere un comportamento, affermando il divieto o stigmatizzando la violazione della regola, ma accompagnare un ragazzo nella costruzione di una possibilità diversa”. Occorre quindi “educare, non giustificare, chiedere cioè a un ragazzo di confrontarsi con ciò che ha fatto, con le conseguenze delle proprie azioni e, quando possibile, con la sofferenza provocata. Fare in modo che la responsabilità non sia soltanto subita attraverso la pena, ma possa essere progressivamente compresa e assunta”, ha concluso Pinelli. FI è già in modalità campagna elettorale: Costa presenta gli “Stati generali dei Garantisti” di valentina stella Il Dubbio, 4 novembre 2026 Forza Italia entra ufficialmente in campagna elettorale sui temi della giustizia, organizzando per venerdì alla Camera gli Stati generali dei Garantisti, insieme all’Osservatorio Giustizia Liberale della Fondazione Einaudi. L’evento sarà il preludio di un Manifesto da sottoporre all’elettorato in vista delle elezioni del 2027: dal ruolo del pubblico ministero alla terzietà del giudice, dal processo mediatico al tema della prescrizione dei reati e delle intercettazioni, fino al sovraffollamento carcerario e alla certezza della pena. Questi i temi che verranno dibattuti tra due giorni tra politici, avvocati, magistrati, esperti. Un modo per rilanciare una giustizia liberale e marcare le differenze anche con Lega e Fratelli d’Italia. Ne hanno parlato ieri in conferenza stampa i due animatori: il capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, Enrico Costa, e il presidente dell’Osservatorio, Gian Domenico Caiazza. Per il deputato azzurro “la vicenda referendaria ha lasciato tutto in sospeso sulla questione della giustizia, ma noi vogliamo dire che non si volta pagina e continuiamo a sostenere la battaglia sull’affermazione dei temi delle garanzie”, nonostante in passato ci siano state divergenze con gli alleati di maggioranza. Costa ha sottolineato che all’appuntamento, a cui prenderà parte il segretario di Fi, Antonio Tajani, “ci saranno giornalisti, magistrati, come il giudice Vitelli che come gup assolse Alberto Stasi, e garantisti presenti anche nelle forze politiche di opposizione come Roberto Giachetti e Benedetto Della Vedova”. E ancora nel corso dell’evento “ci sarà un sondaggio sui temi della giustizia, su come i cittadini si rapportano con questi temi”. Sarà presente anche il Segretario dell’Anm, Rocco Maruotti. Il primo panel sarà dedicato al tema del carcere. E a tal proposito Costa ha annunciato di voler vedere i risultati della Commissione Mura, istituita al Ministero della Giustizia, che ha lavorato anche ad una riforma della custodia cautelare. Poi gli abbiamo chiesto se fosse d’accordo, come pure proposto da una mozione approvata all’ultimo congresso dell’Ucpi, ad evitare di introdurre nuovi reati con decreto-legge. “Per me la via maestra sarebbe quella della legge delega e della commissione parlamentare. Sarei anche favorevole in questi casi ad una maggioranza qualificata e allo scrutinio segreto”. Per Caiazza “la sconfitta al referendum c’è stata ma su principi e obiettivi non si indietreggia di un millimetro”. Per questo rilanciamo la battaglia sulla separazione delle carriere che è la regola in tutte le democrazie contemporanee. Il risultato del referendum preclude alcune soluzioni, ma ci mettiamo al lavoro per farlo senza modificare la Costituzione” ad esempio “prevedendo due sezioni distinte all’interno dello stesso Csm”. La modifica per via ordinaria, ha aggiunto il penalista, past president dell’Ucpi, “era stato uno degli argomenti forti di alcuni oppositori alla riforma costituzionale. Erano tanti a partire da Grosso (presidente del Comitato Giusto dire No dell’Anm, ndr), che speriamo a questo punto possa cambiare opinione”. Sul fronte parlamentare, Costa ha confermato la volontà di ripresentare anche solo simbolicamente la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, promossa dall’Ucpi, già depositata in Parlamento e sottoscritta da oltre 70 mila cittadini. Caiazza a nostra domanda sulla polemica sul gip che ha scarcerato Siher ha risposto: “Trovo dal punto di vista tecnico il provvedimento della gip conforme ai principi di sistema, nel merito della questione. Dobbiamo anche osservare però che quel provvedimento si è prodotto in una serie di valutazioni politiche che a mio avviso sono improprie in un provvedimento giudiziario. L’inconsistenza, dal mio punto di vista, delle contestazioni avrebbe consentito al Gip di risolvere il provvedimento negativo in una motivazione molto asciutta, non rinvenendosi rapporti causali tra la condotta contestata a questo signore dell’apertura delle due pagine web e i fatti violenti che peraltro erano accaduti il giorno il giorno precedente. Le valutazioni politiche che si sono sviluppate per una trentina di pagine a mio parere non dovrebbero avere cittadinanza in un provvedimento giudiziario”. Ma quanto successo, ha poi continuato, di certo non rende meno attuale l’esigenza di separare le carriere “anche perché, faccio notare, una indipendenza del gip rispetto alle richieste del pm non si riscontra, ad esempio, nei procedimenti di mafia o in presenza di reati comuni”. Forza Italia: “Separare le carriere con legge ordinaria e ridurre la custodia cautelare in carcere” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2026 Il fronte “garantista” guidato dagli azzurri avvia la campagna per rilanciare la riforma-totem bocciata al referendum. Il capogruppo Costa: “Su questo tema non voltiamo pagina”. “La battaglia per la separazione delle carriere continua su una strada diversa”. In vista della prossima legislatura, il fronte “garantista” guidato da Forza Italia avvia la campagna per rilanciare la riforma-totem del berlusconismo, bocciata con 15 milioni di No al referendum costituzionale. Il piano a lungo termine degli azzurri, infatti, è di aggirare il voto approvando la separazione tramite una legge ordinaria, “depurata” dall’altro pilastro della riforma Nordio, il sorteggio dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, che richiede una modifica della Carta. Il progetto è stato annunciato da Enrico Costa, capogruppo di Fi alla Camera, e dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, coordinatore dell’“Osservatorio Giustizia liberale” della Fondazione Einaudi, durante la conferenza di presentazione degli “Stati generali dei garantisti”, una giornata di dibattiti in programma venerdì con il gotha dei sostenitori del Sì al referendum. In prima fila c’è l’ultimo acquisto del gruppo azzurro a Montecitorio, l’ex leghista Simonetta Matone, insieme ai parlamentari di riferimento sulla Giustizia, Davide Bellomo, Pietro Pittalis e Pierantonio Zanettin. “Rilanciamo la battaglia sulla separazione”, ha detto Caiazza, pur ammettendo “che i tempi non potranno essere quelli di questa legislatura”. L’esito del voto, dice, “non ha nulla a che fare con il merito della riforma, perché è stato un No di carattere politico. Naturalmente”, riconosce, la bocciatura nelle urne “preclude” di riproporre la separazione “a livello di riforma costituzionale”. Ma la soluzione è a portata di mano: “Da parte degli avversari del Sì, durante la campagna referendaria, ci si obiettava che avremmo potuto realizzare la separazione delle carriere senza mettere mano alla Costituzione. Bene, ora ci mettiamo al lavoro per farlo senza modificare la Costituzione. Vuoi vedere che magari raccogliamo il loro consenso?”, ironizza. “Su questo tema non molleremo e non volteremo pagina”, assicura anche Costa, ribadendo, come prima mossa, di voler ripresentare in Parlamento la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, promossa dalle Camere penali e poi assorbita dalla riforma Nordio. Un gesto “simbolico”, spiega, “per evidenziare che la battaglia prosegue, per mantenere accesa la fiammella riformista. A livello parlamentare valuteremo tutte le soluzioni e tutti i temi, ma per quanto riguarda Forza Italia, all’interno della coalizione, ci batteremo perché questi principi garantisti vengano affermati quotidianamente e vengano inseriti puntualmente nel programma elettorale”, promette il capogruppo. Poi fa “una domanda retorica” basata sulle elezioni dei membri togati del nuovo Csm, stravinte dalla sinistra giudiziaria: “I temi che noi abbiamo evidenziato con la riforma, ad esempio quello delle correnti al Csm, sono spariti con il No al referendum oppure sono ancora tutti sul campo? Leggo delle ricostruzioni in cui si parla di correnti “di destra” e “di sinistra”, in realtà sono tutte uguali, puntano a conservare il loro potere. E ciò determina che molto spesso i più capaci debbano lasciare il posto a chi ha in tasca la tessera della corrente”. Costa rilancia anche la battaglia per restringere la custodia cautelare in carcere, chiedendo di trasformare in legge le “proposte molto significative” avanzate dalla Commissione istituita dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: cioè in sostanza - come ha rivelato il Fatto un anno fa - un’abolizione del carcere preventivo per tutti i reati non violenti, sia quelli tipici dei colletti bianchi, come corruzione o falso in bilancio, sia vari delitti “di strada” come furti, spaccio e traffico di stupefacenti, truffe, estorsioni o usura. Mandato d’arresto Ue, la pena sproporzionata non giustifica il rifiuto di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 4 novembre 2026 La Corte di giustizia ricorda il principio dl fiducia tra gli Stati dell’Unione. La presunta sproporzione tra la pena inflitta e la gravità del reato non è sufficiente, da sola, a giustificare il rifiuto di eseguire un mandato d’arresto. Rifiuto che può tuttavia essere fondato, ma solo eccezionalmente, quando la legislazione dello Stato membro emittente consente, o addirittura impone, pene detentive talmente sproporzionate da equivalere a pene inumane o degradanti o quando questa legislazione non tiene conto della gravità del reato e non consente di considerare le circostanze individuali. Questo l’approdo cui arriva la Corte di giustizia europea nella causa C-583/24, con la quale i giudici europei ricordano che il principio di fiducia reciproca tra Stati membri ha come conseguenza che l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo costituisce la regola e che il suo rifiuto è possibile solo in casi eccezionali, fatto salvo l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali. Il carattere eventualmente sproporzionato della pena non è considerato, da solo, tra i motivi di non esecuzione di un mandato d’arresto europeo, In ogni caso, in caso di rischio di violazione dei diritti fondamentali garantiti dal diritto dell’Unione, un rifiuto da parte dello Stato membro di esecuzione può essere eccezionalmente giustificato dopo un esame che deve essere articolato in due fasi. L’autorità giudiziaria dell’esecuzione deve innanzitutto verificare l’esistenza, nello Stato membro emittente, di carenze sistemiche o generalizzate, oppure che colpiscono un gruppo oggettivamente identificabile di persone. Se vengono accertate tali carenze deve poi determinare se, tenuto conto della sua situazione personale, l’interessato corra concretamente un rischio reale di violazione dei suoi diritti fondamentali. La Corte precisa, tuttavia, che diversità, anche significative, tra le pene previste dalle legislazioni degli Stati membri non sono sufficienti a dimostrare l’esistenza di tali carenze. In assenza di un’armonizzazione completa del diritto penale, le scelte degli Stati membri in materia di politica penale possono, infatti, essere anche assai diverse. Consentire all’autorità giudiziaria dell’esecuzione di controllare la proporzionalità di una pena significherebbe attribuirle una funzione generale di controllo delle decisioni penali pronunciate negli altri Stati membri, contraria ai principi di fiducia e riconoscimento reciproci. Criticità possono essere considerate quando la legislazione o la prassi giudiziaria dello Stato membro emittente rivela una violazione manifesta e grave del principio di proporzionalità delle pene, alla quale nessun ricorso giurisdizionale effettivo permette di rimediare. Una situazione che potrebbe verificarsi se l’ordinamento penale sotto esame consentisse, o addirittura imponesse, pene talmente sproporzionate da equivalere a sanzioni inumane o degradanti o se non consentisse al giudice di tener conto della gravità del reato e delle circostanze particolari del caso specifico per adeguare la pena. Trapani. Dopo la protesta resta l’emergenza: detenuti senza acqua e famiglie senza notizie tp24.it, 4 novembre 2026 La protesta al “Pietro Cerulli” è rientrata, ma le questioni sollevate dai detenuti restano tutte sul tavolo. Sovraffollamento, carenza d’acqua, condizioni strutturali del reparto “Mediterraneo” e, adesso, anche la preoccupazione delle famiglie che da giorni lamentano di non riuscire ad avere notizie dei propri cari. La Casa circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani torna di nuovo al centro delle cronache, dopo i momenti di forte tensione di venerdì 30 ottobre, quando circa sessanta detenuti, secondo le informazioni raccolte dall’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, hanno partecipato alla protesta all’interno del reparto Mediterraneo. Una vicenda che ha richiesto l’intervento della Polizia penitenziaria e l’arrivo di rinforzi da altre sedi. Durante la mobilitazione sarebbero stati danneggiati cancelli, porte e parti della struttura. I detenuti, attraverso alcuni video diffusi sui social, avevano denunciato la mancanza d’acqua e il sovraffollamento, indicando condizioni di vita diventate difficili da sostenere. Secondo le informazioni successivamente raccolte, non si sarebbero registrati feriti e alcuni detenuti individuati come promotori della protesta sarebbero stati trasferiti. Ma all’emergenza interna si è aggiunta quella delle famiglie. Mogli e madri, riferisce Nadia Di Rocco, presidente dell’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, non avrebbero più avuto contatti con i propri congiunti dal giorno della protesta. Il deputato regionale Dem Dario Safina si è attivato attraverso l’associazione per acquisire informazioni sulle condizioni dei detenuti. “Ringrazio Dario Safina per aver ascoltato le famiglie e per essersi attivato davanti a una situazione di grande sofferenza. Le informazioni ricevute rappresentano un primo elemento di rassicurazione, ma non bastano a cancellare l’angoscia di chi da giorni non riesce a sentire la voce dei propri cari”, dichiara Di Rocco. Da qui l’appello all’amministrazione penitenziaria: “Concedete ai detenuti la possibilità di effettuare una telefonata alle proprie famiglie. Una moglie, una madre, un figlio hanno bisogno di sentire che il proprio caro sta bene. Non chiediamo privilegi, ma un gesto di umanità”. L’associazione ha riferito di essersi rivolta anche alla Garante comunale dei detenuti e al Garante regionale Antonino De Lisi, chiedendo chiarimenti sulle persone coinvolte e sulle conseguenze della protesta. La Garante Comunale un punto di riferimento per le famiglie - Proprio sulla necessità di rafforzare gli strumenti di tutela é intervenuta l’avvocata Vitalba Alessandra, Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale del Comune di Trapani. La protesta del 30 ottobre diventa l’occasione per ricordare alle persone detenute e ai loro familiari che esiste un organo istituzionale al quale rivolgersi per segnalare situazioni di disagio e possibili violazioni dei diritti. Il Garante ha il compito di promuovere e tutelare i diritti fondamentali delle persone private della libertà personale, ascoltare le segnalazioni, svolgere colloqui con i detenuti, monitorare le condizioni di detenzione e rappresentare alle amministrazioni e alle autorità competenti le criticità riscontrate. Un’attività che, nonostante il recente insediamento, è già stata avviata attraverso indagini conoscitive e accessi alla struttura penitenziaria, anche con l’obiettivo di raccogliere direttamente le testimonianze delle persone detenute. La Garante precisa che le iniziative erano state avviate già prima degli ultimi disordini e che proseguiranno per portare all’attenzione degli enti competenti le problematiche emerse. Sul tema era già intervenuta anche Francesca Di Caro, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Erice. La Garante aveva richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare il dialogo con i detenuti, soprattutto nel reparto Mediterraneo, dove si sono verificati i disordini. È stato inoltre istituito un indirizzo di posta elettronica dedicato: garante.dirittidetenuti@comune.trapani.it. Attraverso questo canale le persone detenute, i familiari e chiunque abbia interesse potranno trasmettere richieste e segnalazioni. “Ogni segnalazione sarà esaminata con attenzione. Ove rientri nelle funzioni del Garante, sarà rappresentata alle amministrazioni e alle autorità competenti. L’obiettivo è assicurare alle persone detenute e alle loro famiglie un punto di ascolto e un tramite istituzionale effettivo, nel pieno rispetto delle competenze di ciascun soggetto coinvolto”, dichiara l’avvocata Alessandra. C’è anche un aspetto istituzionale da chiarire: la Casa circondariale Pietro Cerulli ricade territorialmente nel Comune di Erice. Per questo motivo operano, ciascuno secondo le proprie attribuzioni, sia il Garante di Erice sia quello di Trapani, in un rapporto di collaborazione con il Garante regionale. Sul caso è intervenuto anche il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, che riferisce di avere avviato interlocuzioni con la direttrice della Casa circondariale, dopo avere raccolto le preoccupazioni delle associazioni che tutelano i detenuti e dei sindacati della Polizia penitenziaria. Il primo cittadino dichiara di avere ricevuto rassicurazioni sulle condizioni di salute dei detenuti e sui controlli sanitari effettuati sull’acqua. Tranchida ha inoltre coinvolto la sindaca di Erice, chiedendo di responsabilizzare il gestore idrico Siciliacque affinché intensifichi i controlli e la vigilanza sulle caratteristiche chimiche dell’acqua fornita alla struttura penitenziaria e al territorio circostante. “Su tali criticità, non nuove, la sindaca aveva già avviato appositi tavoli tecnici e continua a monitorarne gli sviluppi”, riferisce Tranchida. Il sindaco pone però l’accento soprattutto sulla questione del sovraffollamento, definendola una criticità generale sempre più grave, che compromette la sicurezza e la vivibilità degli ambienti sia per i detenuti sia per il personale chiamato a garantire la vigilanza. A entrambi, e alle rispettive famiglie, Tranchida esprime solidarietà, assicurando il mantenimento di un monitoraggio istituzionale e sociale. I numeri di un carcere sotto pressione - I dati restituiscono la dimensione del problema. Secondo le rilevazioni riferite a settembre 2026, il Pietro Cerulli ospitava 581 detenuti a fronte di 555 posti regolamentari. Di questi, però, 76 risultavano non disponibili: i posti effettivamente utilizzabili erano dunque 479. Il tasso di affollamento reale raggiungeva così il 121,3%. Non è soltanto una questione di spazi. Anche gli organici risultano in sofferenza. I dati del Ministero della Giustizia aggiornati ad agosto indicano 258 agenti di Polizia penitenziaria in servizio rispetto ai 308 previsti, con una carenza di 50 unità. Gli educatori presenti erano sei rispetto ai sette previsti. Numeri che aiutano a comprendere la complessità della gestione quotidiana di un istituto che deve garantire contemporaneamente sicurezza, assistenza, diritti e percorsi di reinserimento. Le criticità del reparto Mediterraneo, del resto, non sono nuove. Già durante una visita effettuata nell’agosto scorso, la Camera penale di Trapani aveva segnalato problemi nell’erogazione dell’acqua, negli impianti elettrici e nelle condizioni igienico-strutturali, arrivando a chiedere la chiusura del reparto. Sul “Pietro Cerulli” pesa inoltre l’inchiesta relativa ai presunti episodi di violenza nella sezione Blu, per la quale è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a trenta appartenenti alla Polizia penitenziaria. La protesta del 30 ottobre ha riportato alla luce una situazione che da tempo viene segnalata da più soggetti: detenuti, avvocati, sindacati e associazioni. Adesso la richiesta è che alle rassicurazioni seguano interventi concreti. Perché un carcere non può essere soltanto un luogo da presidiare quando esplode una protesta. Deve essere anche uno spazio nel quale siano garantite condizioni dignitose di detenzione, tutela della salute, sicurezza per gli operatori e rispetto dei diritti delle persone. Lanciano (Ch). Elettricisti e pizzaioli, al via due nuovi corsi per i detenuti confartigianato.ch.it, 4 novembre 2026 Favorire il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, offrendo loro competenze professionali spendibili nel mercato del lavoro. Con questi obiettivi sono iniziati ieri, nella Casa circondariale di Lanciano, due nuovi corsi di formazione dedicati ai mestieri dell’elettricista e del pizzaiolo, entrambi della durata di 60 ore. I percorsi coinvolgono complessivamente 39 partecipanti: 22 detenuti prenderanno parte al corso per elettricista, tenuto dai docenti Giuseppe D’Alessandro e Giovanni Notarfranco, mentre altri 17 seguiranno quello per pizzaiolo, affidato a Nicola Zulli e Carmine Di Toro. I corsi sono promossi dalla Casa circondariale di Lanciano ed erogati da Academy ForMe, la scuola di formazione di Confartigianato Imprese Chieti, con l’obiettivo di fornire ai partecipanti conoscenze e capacità operative utili per avvicinarsi al mondo del lavoro e costruire nuove prospettive professionali una volta concluso il periodo di detenzione. La formazione rappresenta infatti uno strumento importante per valorizzare le capacità individuali e favorire percorsi di responsabilizzazione e inclusione. I due ambiti scelti, l’impiantistica elettrica e la ristorazione, offrono competenze in profili professionali richiesti dalle imprese e dal mercato del lavoro. “Questi corsi offrono ai partecipanti un’opportunità importante per acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro - dichiara il direttore generale di Academy ForMe e di Confartigianato Imprese Chieti, Daniele Giangiulli - Abbiamo scelto due ambiti professionali nei quali le imprese e il mercato del lavoro esprimono una significativa richiesta di personale qualificato. Il nostro invito ai partecipanti è quello di fare tesoro di questa esperienza e utilizzare al meglio la formazione ricevuta, perché possa tradursi, una volta concluso il periodo di detenzione, in concrete opportunità di inserimento lavorativo. Crediamo che offrire strumenti e competenze sia fondamentale per costruire nuove prospettive e favorire un reinserimento positivo nella società”. “L’avvio di questi due percorsi formativi rappresenta un ulteriore passo nell’impegno della Casa circondariale di Lanciano a promuovere opportunità concrete di crescita personale e professionale per le persone detenute - afferma la direttrice della Casa circondariale, Daniela Moi - La formazione professionale costituisce uno degli strumenti più significativi attraverso i quali dare concreta attuazione alla funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione. Acquisire competenze, confrontarsi con il mondo del lavoro e riscoprire il valore dell’impegno e della responsabilità significa offrire alle persone detenute la possibilità di costruire prospettive di vita diverse e favorire un effettivo reinserimento nella società. Desidero esprimere particolare apprezzamento per la collaborazione con Confartigianato Imprese Chieti e Academy ForMe, che testimonia quanto sia importante il coinvolgimento del tessuto produttivo e delle realtà del territorio nel percorso trattamentale. Il carcere - conclude - non può essere una realtà isolata, ma deve saper costruire relazioni con la comunità esterna, affinché il tempo della detenzione possa diventare anche un’occasione di cambiamento e di preparazione al ritorno nella società”. Treviso. In cella da innocente, il risarcimento con un errore nel nome: l’indennizzo dopo 10 anni di Denis Barea Corriere del Veneto, 4 novembre 2026 Ormai viveva come senzatetto, aveva diritto a 109 mila euro. Quattrocento sessantacinque giorni trascorsi in carcere da innocente. Poi altri dieci anni per riuscire a incassare i 109 mila euro che la giustizia gli aveva riconosciuto come indennizzo per l’ingiusta detenzione. Tutto per una lettera di troppo nel nome, un banale errore di trascrizione che ha trasformato un diritto sancito dai giudici in un’odissea burocratica durata un decennio. È la storia, per certi versi surreale, di un nordafricano di 53 anni, senza fissa dimora nella Marca trevigiana. Una vicenda nella quale a una prima ingiustizia, quella giudiziaria, se n’è aggiunta una seconda, consumata tra carte bollate, uffici e documenti anagrafici. A mettere finalmente la parola fine al calvario è stato lo sportello trevigiano di “Avvocato di strada”. La vita del cinquantatreenne, del resto, non è mai stata una strada in discesa. Anni trascorsi tra difficoltà economiche, precarietà e sacrifici, compresi quelli vissuti in Italia da immigrato irregolare. Poi, nel 2011, il coinvolgimento in una vasta indagine antidroga coordinata dalla Procura di Venezia. Il suo nome finisce tra quelli degli indagati, con l’accusa di essere uno degli spacciatori. Per lui si aprono le porte del carcere di Santa Maria Maggiore, dove viene rinchiuso in custodia cautelare. Ci resterà per quindici mesi. Fino a quando il giudice per l’udienza preliminare lo assolve “per non aver commesso il fatto”. L’uomo torna libero e nel 2016 arriva anche il riconoscimento economico del torto subito. La Corte d’Appello di Venezia stabilisce che ha diritto a 109 mila euro per ingiusta detenzione. Una somma che, per una persona senza casa e senza lavoro, potrebbe rappresentare la possibilità di ricominciare una nuova vita. Ma la macchina burocratica si inceppa. Nei provvedimenti necessari all’indennizzo il suo nome viene trascritto in maniera sbagliata. Una lettera in più è sufficiente a creare una discrepanza tra i documenti anagrafici e quelli giudiziari e a impedire così che il denaro venga materialmente versato sul suo conto corrente. Quello che per chiunque disponga di documenti è un intoppo risolvibile, per lui diventa un ostacolo insormontabile. Senza documenti, senza una casa e senza gli strumenti per districarsi tra istanze e procedure, il cinquantatreenne resta intrappolato nel labirinto della burocrazia. Passano i mesi, poi gli anni. Il risarcimento rimane congelato mentre lui continua a vivere per strada, sostenuto dalle reti di solidarietà del volontariato. La svolta arriva quando viene indirizzato allo sportello trevigiano di “Avvocato di strada”. I legali prendono in mano il fascicolo, ricostruiscono la vicenda e individuano l’ostacolo che per dieci anni ha impedito all’uomo di ottenere quanto gli spettava. “Quando abbiamo letto i documenti non riuscivamo a crederci - racconta l’avvocata Isabella Arena, coordinatrice dello sportello che ha seguito la pratica -. Il diritto al risarcimento era stato riconosciuto da un giudice ben due lustri fa. Mancava solo che il nome fosse scritto correttamente. Per un errore materiale, che si sarebbe potuto correggere con una semplice istanza, una persona ha perso dieci anni della sua vita”. Milano. Con Limen, Fondazione Cariplo progetta un “nuovo inizio” per le persone detenute di Mattia Schieppati vita.it, 4 novembre 2026 Sarà presentata il 9 novembre, a Milano, la nuova Sfida di Mandato dell’ente. Un evento corale che porta sul palco una riflessione multidimensionale sui temi della pena e del reinserimento sociale. Con la partecipazione speciale di Achille Lauro, accompagnato dagli “strumenti migranti” dell’Orchestra del Mare. Limen inteso latinamente come “soglia”, l’apertura attraverso la quale si entra o si esce. Ma ha anche il significato di “inizio”, di “principio”, il momento in cui qualcosa di nuovo comincia, l’avvio di un’esperienza, di un percorso, di una nuova condizione. Una parola che apre tante e diverse sfumature semantiche, e altrettante prospettive di pensiero. Sta forse proprio in questa ricchezza di declinazioni possibili la scelta di “Limen - Un futuro oltre la pena” come nome e payoff per la nuova Sfida di Mandato di Fondazione Cariplo, che mette al centro i bisogni, le fragilità e la costruzione di opportunità per le persone in esecuzione penale, dentro e fuori dagli istituti penitenziari, e si pone l’obiettivo di migliorarne le condizioni di vita e sostenere percorsi multidimensionali di reinserimento sociale a conclusione della pena. Il progetto di vita della persona - La Sfida punta in modo particolare a ridurre le disuguaglianze d’accesso alle attività trattamentali, alle misure alternative e alla giustizia di comunità, da cui spesso si trovano escluse soprattutto le persone più fragili, anche attraverso la collaborazione di reti territoriali composte da organizzazioni non profit, enti pubblici, amministrazione penitenziaria e altri attori locali. Il punto di partenza è il progetto di vita della persona, da costruire integrando sostegno psicoeducativo, accesso ai diritti e ai servizi, lavoro, abitare e relazioni con il tessuto comunitario. Secondo un modello di intervento ormai consolidato, per la Sfida di Mandato Fondazione Cariplo mette a disposizione risorse, competenze e capacità di connessione per trasformare esperienze spesso isolate in un programma coordinato e di lungo periodo. La Sfida valorizza la collaborazione con Fondazione Peppino Vismara, Regione Lombardia, amministrazione penitenziaria, servizi della giustizia, Fondazioni di Comunità, enti locali, università, organizzazioni non profit, imprese e altri partner. L’obiettivo è costruire sistemi territoriali più stabili, capaci di accompagnare le persone lungo l’intero percorso di esecuzione penale e di rendere le comunità parte attiva dei processi. La Sfida di Mandato - I contenuti e gli obiettivi di Limen - Un futuro oltre la pena saranno presentati il prossimo 9 novembre a Milano, presso l’Auditorium di Milano (Largo Gustav Mahler, dalle ore 14.30), in un grande evento corale, come corale si propone di essere l’approccio alla Sfida. Agli interventi d’avvio che inquadreranno il contesto in cui si colloca la Sfida di Mandato, e le alleanze già in essere su questo ambito (prenderanno la parola Elena Lucchini, assessore alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità di Regione Lombardia, Valeria Negrini, vicepresidente Fondazione Cariplo, Paolo Morerio, presidente Fondazione Peppino Vismara, Paolo Bonassi, Chief Social Impact Officer Intesa Sanpaolo e Filippo Giordano, coordinatore scientifico del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale del Cnel), sarà Matteo Barbato, coordinatore per Fondazione Cariplo della Sfida di Mandato Limen, a presentare le linee di azione e gli obiettivi che il programma si propone nei tre anni di sviluppo. Oltre il carcere - Seguiranno quindi tre momenti di dialogo, condotti dalla giornalista e scrittrice Daria Bignardi, da anni impegnata a dare voce alla realtà carceraria, con Luigi Pagano, voce tra le più autorevoli dell’amministrazione penitenziaria e oggi Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, Roberta Cossia, Magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Milano, e Marta Cartabia, docente dell’Università Bocconi, Presidente emerita della Corte costituzionale e già ministra della Giustizia del Governo Draghi e autrice della riforma che porta il suo nome. I dialoghi approfondiranno tre prospettive (Marginalità e nuove fragilità in carcere; Oltre il carcere, misure alternative alla detenzione; Giustizia riparativa) che sono oggi temi nodali della riflessione su una pena che non sia solo punizione, ma opportunità di “limen”, di nuovo inizio. Un grande viaggio nell’Italia che opera “per amore al genere umano”: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi. Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, introdurrà un particolare momento musicale che vedrà sul palco l’Orchestra del Mare, con gli strumenti musicali realizzati dai detenuti nei laboratori artigianali delle carceri di Opera, Secondigliano e Monza utilizzando il legno delle barche dei migranti naufragati a Lampedusa, e il cantante e autore Achille Lauro, che porta nell’evento, oltre alla sua poetica musicale, l’esperienza di Fondazione Madre, la non profit da lui co-fondata che sviluppa progetti rivolti alle fragilità giovanili e al reinserimento lavorativo e sociale. Al presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Azzone, in chiusura il compito di delineare i prossimi passi della Sfida di Mandato, e per una chiamata a un coinvolgimento ampio e attivo di tutti i soggetti - Istituzioni, imprese, non profit - che possono davvero, insieme, fare la differenza. Trento. “La Passeggiata Invisibile” che fa scoprire i luoghi dei detenuti vitatrentina.it, 4 novembre 2026 Venerdì 20 novembre, alle 13.30, torna a Trento La Passeggiata Invisibile, la visita guidata a piedi ideata da A.P.A.S. Odv che porta la cittadinanza nei luoghi della città in cui si sconta una pena e si costruisce il ritorno alla vita libera, con il racconto in prima persona di persone detenute. Dopo le edizioni di settembre e ottobre, sono aperte le iscrizioni al terzo appuntamento; i posti disponibili sono limitati. L’iniziativa nasce da una convinzione che guida da sempre il lavoro dell’associazione: il carcere non è un luogo separato dalla città, ma una sua parte, e il reinserimento delle persone detenute ed ex detenute riguarda l’intera comunità. La Passeggiata Invisibile traduce questa idea in un’esperienza concreta, da fare a piedi, accompagnando i partecipanti attraverso i luoghi in cui prende forma, ogni giorno, il percorso di chi sta scontando o ha scontato una pena. Il cammino attraversa spazi che la città spesso non vede: il carcere, la sede dell’associazione, gli alloggi dedicati all’accoglienza, il laboratorio di cartotecnica e assemblaggio, gli uffici dell’esecuzione penale esterna e il Tribunale. A raccontare questi luoghi sono persone detenute coinvolte nel progetto, che lungo il percorso condividono in prima persona la propria esperienza della detenzione e del tentativo di ricominciare, insieme ai giovani volontari e agli operatori di A.P.A.S. che accompagnano il gruppo. A ogni partecipante viene consegnato un omaggio personalizzato, decorato dalle persone detenute, e il percorso si chiude con una merenda condivisa, occasione per proseguire il dialogo in modo informale. La partecipazione è gratuita. I posti sono limitati, per garantire un’esperienza di ascolto e di dialogo autentica e di qualità; in caso di esaurimento dei posti disponibili per il 20 novembre, chi si prenota verrà inserito in lista per la passeggiata di dicembre. Il punto di ritrovo sarà comunicato agli iscritti insieme ai dettagli organizzativi. Prenotazioni al numero 320 143 0013 (WhatsApp o telefono), tramite Instagram @apastrento o all’indirizzo info@apastrento.it. Rovereto (Tn). Va in scena “Cattivo”, il monologo sull’ergastolo e la solitudine di un detenuto di Roberto Brumat Corriere del Trentino, 4 novembre 2026 La pièce firmata da Giuliana Musso porta in scena la storia di un carcerato solo e dimenticato. Pagare i propri errori con il carcere a vita. È la narrazione al centro di Cattivo, la pièce che va in scena il 6 novembre all’Auditorium Melotti di Rovereto (ore 20.45), prodotta dalla compagnia Ariateatro, tratta dal romanzo Cattivi di Maurizio Torchio. L’adattamento è di Tommaso Banfi che ne è anche interprete, diretto da Giuliana Musso con musiche e luci di Claudio Parrino. Un testo che arriva sul palco nell’ambito della rassegna di teatro contemporaneo Divergenze organizzata da Evoè!Teatro, dal titolo “Oltre lo specchio”. Il romanzo di Torchio parla di un ergastolano dimenticato nella cella di isolamento di un carcere-isola italiano. Chi si è macchiato di un reato grave, sopravvive ristretto in un claustrofobico microcosmo, come un astronauta che vaga nello spazio sapendo che non farà mai più ritorno. La sua voce, inascoltata e sola nel vuoto, appare tesa e sospesa, a volte vinta dal silenzio, altre volte diventa gesto, sospiro, sguardo perso nel nulla. Il detenuto si osserva come dall’alto e separa la sua vita da prima dell’istante in cui ha commesso il crimine, a dopo. E si sente colpevole e insieme vittima della violenza, sia la sua, sia di chi l’ha giudicato. La forza del monologo - Attore e personaggio si amalgamano nella forza del monologo in cui a volte si arrendono alla drammatica evidenza che nulla potrà mai cambiare, se non con la morte. In fondo quest’uomo “cattivo” lo scopriamo simile a noi: con le sue debolezze, paure, umanità, consapevole di quanto sono importanti gli altri. Una forma di teatro civile e non solo “teatro della compassione”, il naturale sviluppo dell’indagine realizzata negli ultimi vent’anni dalla regista e attrice vicentina Giuliana Musso, che riaccende i riflettori sull’emergenza delle carceri italiane e dei suicidi tra quelle mura, testimoniati dall’associazione Antigone: 82 nel solo 2025 in una popolazione detenuta di 62.842 persone. Tredici casi ogni diecimila, uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni. La carriera - Per Giuliana Musso nel 2017 c’è stato il Premio Hystrio per la drammaturgia, nel 2021 il Premio della Critica e nel 2023 il Premio Ipazia per il teatro. Tommaso Banfi, co-fondatore milanese della compagnia Lupusagnus, oltre che attore teatrale e cinematografico (ha lavorato per Francesca Archibugi, Dario Argento e Silvio Soldini) formato alla Civica Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi, è doppiatore pubblicitario e speaker. L’autore Maurizio Torchio invece ha debuttato con la raccolta di racconti Tecnologie affettive (Sironi) pubblicando poi i romanzi Piccoli animali (Einaudi), Cattivi (Einaudi) e L’invulnerabile altrove (Einaudi). Ha vinto i premi Lo Straniero, Dessì, Padula, Pisa, Moncalieri ed è stato tradotto in tedesco, spagnolo, inglese e francese. Esplorare l’umanità - Come spiega Emanuele Cerra direttore artistico di Evoè!Teatro: “La scelta di quali opere posizionare Oltre lo specchio per renderne i significati più evidenti a chi guarda, ricade sempre su quelle che riflettono gli angeli e i demoni che albergano in noi. Lo specchio è la finestra sull’anima, è l’immagine del nostro inconscio e la porta aperta sul panorama interiore. Divergenze vuole toccare metaforicamente questa essenza effimera di noi stessi”. L’edizione 2026 della rassegna invita il pubblico a esplorare l’umanità attraverso spettacoli che cercano di destrutturare le identità per poi ricomporle. Per farlo, in calendario un viaggio dalle radici del teatro classico alle ferite delle periferie urbane, alla violenza delle gerarchie sociali e del carcere. Per il monologo del 6 novembre l’ingresso è di 15 euro, sopra i 65 anni 12 euro, 8 euro sotto i 30 anni, ma anche per persone con disabilità e per chi ha la card “amici dei teatri”. Maurizio Torchio sulla pièce teatrale sottolinea: “La voce narrante di Cattivi si illudeva di essere astratta, universale, con la lucidità un po’ folle di chi gira a vuoto perché non ha più un mondo. Che bello invece incontrarla così: sdentata, dialettale, stanca, finalmente incarnata in quel corpo che sapeva di avere, ma si ostinava a negare”. Napoli. Cultura e musica oltre le sbarre: il progetto “Affabulazione” fa tappa a Poggioreale Il Mattino, 4 novembre 2026 L’arte, la musica e la letteratura non conoscono confini e tornano a varcare le soglie della Casa Circondariale di Poggioreale. Si terrà oggi, mercoledì 4 novembre, a partire dalle 14:30, un nuovo e intenso appuntamento culturale e performativo promosso nell’ambito di “Affabulazione”, il progetto di teatro, musica e danza sostenuto dal Comune di Napoli d’intesa con il garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello. L’iniziativa nasce con un obiettivo preciso: trasformare temporaneamente lo spazio detentivo in un luogo di confronto, riscatto e arricchimento collettivo, sfruttando la forza inclusiva della cultura per stimolare la riflessione e il dialogo. Momento centrale del pomeriggio sarà la musica, pensata come ponte di comunicazione ed emozione. Protagonista d’eccezione sarà il soprano Raffaella Ambrosino, affiancata da una band di musicisti d’eccezione che guiderà la popolazione detenuta in un affascinante viaggio sonoro attraverso il repertorio del blues. A condurre il pubblico lungo i sentieri di questo genere musicale ci sarà anche Mario Insenga dei Blu Stuff, pronto ad accompagnare i presenti in un percorso di ascolto e condivisione artistica. La musica lascerà poi spazio alla parola scritta e all’approfondimento culturale. Durante l’evento si terrà la presentazione e la contestuale donazione alla biblioteca dell’istituto penitenziario di due romanzi gialli, firmati dagli scrittori Giuseppe Petrarca e Pasquale Ciambriello. Per favorire un dibattito realmente attivo e partecipato, i volumi erano già stati consegnati in anteprima alla struttura, consentendo ai detenuti di leggerli preventivamente e prepararsi così a un confronto diretto e stimolante con gli autori. Il corpo che cambia, i figli e le dipendenze: quando le donne contano i giorni in carcere di Anna Paola Lacatena Avvenire, 4 novembre 2026 Un’indagine condotta in tre istituti pugliesi esplora le conseguenze della reclusione. In Italia sono poche le strutture detentive dedicate esclusivamente alle donne. Dopo il terremoto del 2024 e la conseguente chiusura della struttura di Pozzuoli, restano, infatti, solo quelle di Roma Rebibbia (il carcere femminile più grande d’Europa), Venezia e Trani (Bt). La maggior parte delle ristrette si trova, dunque, in sezioni (poco meno di 45) ricavate all’interno degli istituti dedicati in prevalenza agli uomini, in cui spesso le donne scontano la loro pena accresciuta dal carico ulteriore, derivante dall’irrilevanza quantitativa (intorno al 4,4% dell’intera popolazione ristretta). Chi è la donna prima della detenuta, come cambia il suo corpo - e inevitabilmente anche la sua mente - dal momento in cui entra in un’istituzione totalizzante come il carcere? In che maniera questo finisce per logorare abilità e capacità femminili, minando resilienza e coping? Sono aspetti che la ricerca Il corpo della donna e il carcere, condotta da un’équipe del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto - due psicologhe psicoterapeute, due medici, una sociologa - ha provato a sondare, contando sulla partecipazione volontaria di 64 ristrette presso la Casa Circondariale (C.C.) di Taranto e Lecce e presso la Casa di Reclusione femminile di Trani (BT). Complessivamente, l’età media riscontrata è di circa 44 anni con la più giovane di 25 anni e la più adulta di 71. Il titolo di studio più frequente è quello di Scuola secondaria di I grado (un tempo Scuola Media Inferiore), con un numero di laureate inferiore a quante hanno indicato un’istruzione scolastica che si è fermata già in quinta elementare. L’85% è madre. I reati che le 64 donne partecipanti alla ricerca hanno indicato, sebbene non va trascurata la percentuale di quante non hanno risposto alla domanda specifica sono nell’ordine: spaccio (art.73 del DPR 309/90), furto (art.624 del C.P.), truffa (art.640 C.P.) ed estorsione (629 C.P.) sono appaiate. L’85% ritiene che il proprio corpo sia cambiato dall’inizio dell’attuale detenzione e la maggior parte dei disturbi è legata a variazione di peso, umore deflesso, depressione, ciclo irregolare, problemi dell’apparato gastrointestinale e del ciclo del sonno. Il 65% si percepisce depressa. Il 25% si è deliberatamente fatta del male durante la detenzione, il 60% dichiara di non piacersi fisicamente, il 70% di avere malattie diagnosticate e di queste il 43% puntualizza che tali patologie limitano le attività quotidiane. Alla domanda: “Cosa pensi che manchi di più al tuo corpo oggi?”, la risposta maggioritaria è stata il contatto fisico con i familiari e l’attività sportiva (spesso correlata all’esigenza di spazio e luce naturale). Alla domanda: “In che modo è possibile colmare più facilmente il disagio relativo alla lontananza dai figli per una detenuta madre?”, le risposte più ricorrenti sono state: telefonate giornaliere, più videochiamate e più incontri fisici, sebbene alcune rinunciano alla visita dei propri figli per non sottoporli all’umiliazione della perquisizione personale. Se la salute delle donne detenute in carcere non è particolarmente buona, quella delle donne consumatrici/dipendenti da sostanze (legali e illegali) è certamente peggiore. Se il 30% ha ammesso, attraverso il questionario, di fare uso di sostanze, quanto emerso dai Focus group, condotti nella C.C. di Taranto, ha evidenziato una percentuale di gran lunga superiore e, nella percezione di alcune, quasi pari alla totalità delle ospiti. Pur in una condizione di sofferenza, però, molte per paura di eventuali ripercussioni, soprattutto sul proprio ruolo genitoriale, non si rivolgono ai Servizi dentro e fuori il carcere. Da una più puntuale messa a fuoco sulle donne consumatrici di sostanze emerge che: l’89% fuma tabacco e tra queste, il 78% dichiara di fumare più di 10 sigarette/tabacco al giorno; il 100% dichiara di avere problemi ad addormentarsi; il 42% si è fatta deliberatamente del male (tagli, bruciature, ecc.), l’85% assume farmaci regolarmente prescritti - ma non sempre somministrati secondo prescrizione, il 27% riconosce di aver subito durante il periodo di questa o di altre detenzioni attenzioni o molestie non volute da altre donne; il 42% confida che sono presenti nel suo vissuto una o più esperienze traumatiche legate al sesso (l’intero campione indicava il 23% e per l’80% da riportare a familiari e conoscenti). Secondo le recenti stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, il 35% delle donne detenute nel mondo è in carcere per reati legati alle droghe, contro il 19% degli uomini, con un rovesciamento sul versante dei trattamenti. Sulla base del World Drug Report 2025 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, infatti, riceve un trattamento un uomo ogni sette con disturbi da uso di droghe, ma soltanto una donna ogni diciotto. Una doppia sproporzione: maggiore incidenza dei reati di droga nella detenzione femminile e minore accesso alle risposte sanitarie. Gli operatori del Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, impegnati nello studio hanno avviato il progetto “Vis a vis. Promozione e prevenzione integrata della salute nella popolazione femminile detenuta”, a partire dalla sezione femminile di Taranto, fiduciosi che lo stesso possa trovare continuità anche in altre realtà. L’iniziativa ha offerto alle ospiti della sezione femminile interventi di promozione della salute correlati ai corretti stili di vita, alla prevenzione dell’uso di sostanze legali e illegali, ai comportamenti a rischio, alle patologie croniche non trasmissibili, infettive, oncologiche. Al mese di luglio 2026, delle 46 detenute presenti all’avvio del progetto, il 25% ha partecipato agli incontri di promozione della salute e oltre il 50% ha aderito alle prestazioni sanitarie proposte (60% delle detenute ha effettuato vaccinazione anti-HPV e il 55% ha aderito allo screening della cervice uterina). La positività a Paptest/ HPV DNA test è risultata pari al 14%, dato due volte superiore rispetto alla media italiana (7,6%), con presa in carico per i successivi livelli diagnostico-terapeutici. Per corrispondere realisticamente al dettato dell’art. 32 della nostra Carta Costituzionale sarebbe necessario riconoscere, anche a uomini e donne in condizione di privazione della libertà, quei bisogni che solo una visione orientata al genere potrebbe, però, far emergere in termini di innegabili e specifiche peculiarità. Bobby Sands. Quaderni dal carcere tra guerra e fame di Enrico Franceschini La Repubblica, 4 novembre 2026 Escono gli scritti completi dell’attivista dell’Ira che nel 1981 si lasciò morire, denunciando il sistema penitenziario inglese. Ci sono sempre visitatori davanti al murale di Bobby Sands, a Belfast. Dipinto sulla parete di una casa lungo Falls Road, la strada che attraversa il quartiere cattolico, repubblicano e separatista, l’immagine ritrae un giovane uomo sorridente dai capelli lunghi, contornato da catene spezzate. I turisti si fermano a fotografarlo o a farsi un selfie. Quel nome è diventato celebre in tutto il mondo, sinonimo del sacrificio supremo per una causa di libertà. Sands morì 27enne, nel 1981, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame, rinchiuso nel Maze (Labirinto), com’era soprannominata la prigione britannica in cui scontava una condanna a 14 anni: un digiuno a oltranza, indetto per protesta contro il trattamento disumano a cui erano sottoposti i detenuti dell’Ira, l’Irish Republican Army, l’esercito clandestino che lottava per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e per la riunificazione con la repubblica d’Irlanda, che l’indipendenza dall’Impero britannico l’aveva ottenuta, dopo un guerra civile, nel 1922. Nell’introduzione a “Diario e altri scritti dal carcere”, il libro del coraggioso attivista nordirlandese pubblicato ora in Italia da Nutrimenti, raccolta di riflessioni in prosa e di poesie, due delle quali inedite, Riccardo Michelucci descrive Bobby così: “Avvolto completamente nudo in una coperta, si trascina nei pochi metri quadrati della cella cercando di scansare i vermi e gli escrementi ammucchiati negli angoli del pavimento, reso scivoloso dall’urina. Le narici sono assuefatte all’odore nauseabondo di quel piccolo spazio chiuso, dal quale non esce quasi mai. Si ferma, gratta la lunga barba e inizia a scrivere su uno spicchio di muro. Stringe tra il pollice e l’indice la ricarica di una penna a sfera dalle dimensioni minuscole, che teneva nascosta all’interno del corpo. Resta in allerta, le orecchie tese, per captare ogni minimo rumore. I secondini possono piombargli in cella in qualunque momento, confiscargli i preziosi strumenti di scrittura e picchiarlo a sangue. Non appena riuscirà a tornare in possesso di una cartina di sigaretta o di un pezzo di carta igienica ricopierà quanto ha scritto e cercherà di farle arrivare all’esterno”. Sembra incredibile che qualcuno abbia potuto scrivere in condizioni simili e fare poi uscire, con ogni tipo di stratagemmi, quelle striscioline di carta dalla galera. Può sembrare altrettanto incredibile che condizioni del genere siano state imposte non all’interno di un lager nazista, non nel Gulag sovietico, bensì in un democratico Paese europeo, e che tutto questo sia avvenuto poco più di quattro decenni or sono. “Il corpo non accetta la mancanza di cibo, soffre per la tentazione di mangiare”, scrive Sands nel suo diario dal carcere. “Ma alla fine tutto dipende dalla mente. La mente è la cosa più importante. Da dove nasce questa forza mentale? Dal desiderio di libertà. Se non riescono a distruggere il tuo desiderio di libertà, non riusciranno a spezzarti. E dunque non mi spezzeranno, perché ho il desiderio di libertà nel cuore”. Non era consentito scrivere, leggere, comunicare con altri detenuti, dentro al Labirinto creato dalle autorità di Londra allo scopo di distruggerli. Prima di smettere di cibarsi, Sands e compagni (ne sarebbero morti di fame nove) avevano organizzato altre forme di protesta dentro a quel “girone infernale”, come lo chiamavano. Il rifiuto di indossare le uniformi da carcerati: restando piuttosto nudi, nonostante il gelo. Il rifiuto dei servizi igienici: accettando di vivere nella sporcizia. “Difficilmente si lascerebbe vivere un animale in tali circostanze, meno che mai un essere umano”, affermò l’arcivescovo cattolico di Armagh, dopo una rara visita. “Sono un prigioniero politico”, scrive Bobby. “Sono vittima di una guerra perpetua che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Solo nelle poesie lascia affiorare l’angoscia: “Cara mamma, lo so, ci sei sempre, ad aiutarmi e guidarmi col tuo amore, mi hai allevato e nutrito e reso forte, per andare incontro al mondo col suo male”. E ancora: “Un odio così intenso mi fa paura, un giorno i giovani diventeranno padri e lo trasmetteranno ai figli”. Il miracolo è che, dopo un conflitto durato trent’anni, quel feroce sentimento sia stato vinto. “Gente che si odiava, ora governa insieme”, ricorda nelle sue memorie Tony Blair, il premier britannico che nel 1998 mediò la pace. Ma questo libro ci ricorda che odio e orrore possono sorgere ovunque: non solo nei lager di Hitler e Stalin, nella Russia di Putin o a Gaza, anche nella nostra democratica Europa. Il libro. “Diario e altri scritti dal carcere di Bobby Sands”, Nutrimenti traduzione di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni pagg. 336, euro 19, in uscita il 6 novembre Un manifesto per ricostruire la democrazia di Giulia Melani Il Manifesto, 4 novembre 2026 Il contesto buio dei “tempi torbidi” che viviamo ci chiama ad un esercizio non solo di resistenza, ma anche di costruzione. L’esplosione di una presenza di giovani e giovanissimi nelle piazze obbliga a uno sforzo per capire il groviglio della società. Respingiamo la coazione a ripetere di decreti sicurezza che, avendo criminalizzato anche la nonviolenza, si mostrano inutili e un segno di una deriva di scontro militare. Dobbiamo preservare la capacità di opporci alle politiche autoritarie, con il bagaglio di strumenti che abbiamo ed immaginandone di nuovi, e dobbiamo essere capaci di scartare di lato e costruire strade altre. Ricostruire democrazia significa allora contrastare la deriva ormai avanzata verso la cosiddetta democratura, senza rinunciare a interrogare criticamente le democrazie che abbiamo conosciuto, le loro promesse emancipatrici rimaste incompiute e le contraddizioni che le attraversano, a partire dalla violenza delle istituzioni e dei confini. La progressiva marginalizzazione del Parlamento, ridotto a organo di ratifica delle decisioni dell’esecutivo, ha conosciuto in questa legislatura un’accelerazione senza precedenti. È stata approvata una legge elettorale persino più grave della “legge truffa” del 1953 e che si avvicina alla legge Acerbo del 1923. Un golpe legale che altera la rappresentanza e consegna alla maggioranza di governo un potere sproporzionato, minacciando gli equilibri costituzionali. Ma la deriva illiberale non si esaurisce qui. La democrazia populista sostituisce al conflitto sociale una frattura identitaria, costruendo continuamente un nemico da escludere: le persone migranti, chi dissente, chi vive ai margini. L’espansione del penale, la crescente insopportabilità del carcere, le politiche migratorie che impediscono le vie d’ingresso legale e, sempre di più, il ricorso a strumenti amministrativi di repressione sono parti dello stesso disegno. Quest’ultimo slittamento è particolarmente insidioso: sottrae le persone alle garanzie proprie del processo penale, amplia la discrezionalità delle autorità e trasforma il dissenso e le forme di vita non conformi in problemi di ordine pubblico. Una politica che pretende di cancellare il conflitto e finisce per esasperarlo. A questa deriva dobbiamo opporci a ogni livello, a partire dalle città. Il DASPO urbano e gli altri dispositivi di esclusione dallo spazio pubblico non devono trovare applicazione né ulteriore estensione. Le politiche migratorie non devono più produrre illegalità, ma cittadinanza. Chiediamo alle forze che intendono costruire un’alternativa di assumere un impegno esplicito per la loro abrogazione, rompendo con una cultura securitaria che ha attraversato anche le precedenti stagioni di governo. Ma uscire dal gorgo securitario richiede anche un lavoro culturale. Decolonizzare il pensiero, mettere in discussione le gerarchie violente e le dicotomie escludenti. Restituire al diritto la sua capacità di riconoscere la complessità. Allo stesso tempo, non delegare ai poteri neutri la tenuta democratica e lavorare per la ripoliticizzazione delle istituzioni, per la presenza di rappresentanti con un bagaglio culturale solido e con capacità di ascolto, dialogo e intermediazione. Ricostruire la democrazia significa, infine, dare contenuto materiale a una democrazia della cura: casa, lavoro, salute, servizi, regolazione sociale, riduzione del danno, istituzioni capaci di accogliere anziché respingere, di garantire diritti anziché di incasellare persone. Non un’utopia lontana, ma una possibilità da costruire nelle pratiche del presente, riaprendo gli spazi della partecipazione, del pluralismo e del conflitto democratico. La democrazia non si può ridurre soltanto al voto, spesso manipolato, ma deve radicarsi e prendere forma in comunità e in convivialità. Migranti. Piantedosi modifica la direttiva Lamorgese anti-Cpr di Filippo Curnis La Verità, 4 novembre 2026 D’ora in avanti, se la visita medica preventiva non sarà possibile, lo straniero entrerà comunque nel Cpr e sarà visitato entro 24 ore. La modifica interviene sul meccanismo emerso dall’inchiesta sui medici No Cpr di Ravenna, dove dieci immigrati irregolari, tra settembre 2024 e gennaio 2026, avevano evitato il trattenimento rifiutando gli accertamenti sanitari. Un escamotage che in parte vanificava gli sforzi del governo per accelerare le espulsioni, nell’ambito della più ampia strategia di contrasto all’immigrazione irregolare. Belpietro il 4 ottobre aveva esortato il Viminale a cambiare quella che, a primo impatto, poteva sembrare “una norma di buon senso”, ma che invece si è rivelata un’arma a doppio taglio. La risposta di Piantedosi non si era fatta attendere. E il 5 ottobre il titolare del Viminale aveva assicurato di essere “al lavoro per cambiare le regole sulle visite mediche per entrare nei Cpr”, cercando il modo giusto ed efficace affinché le verifiche sanitarie non potessero “trasformarsi in un pretesto per eludere la legge e per ostacolare l’esecuzione dei rimpatri”. Detto, fatto. Prima del ritocco, la direttiva prevedeva l’obbligatorietà della visita medica prima dell’accesso ai Cpr, finalizzata ad accertare l’assenza di patologie incompatibili con l’ingresso e la permanenza nella struttura. Il diniego alla richiesta di essere visitati si traduceva spesso in un “liberi tutti”. Una strategia seguita probabilmente su consiglio di legali esperti in materia, che ha permesso ai clandestini di tornare per strada, alcuni dei quali resisi poi protagonisti di reati. Il cavillo legislativo ha messo in evidenza un paradosso lampante: l’accertamento per consentire l’ingresso nei centri diventava l’ostacolo che lo impediva. L’esito, per come era stata scritta la norma, era più che scontato. In assenza di una storia sanitaria, i camici bianchi presenti nel Cpr inevitabilmente finivano per astenersi da qualsiasi valutazione. Il Parlamento, già a inizio anno, aveva cercato di risolvere questo nodo. Ora, la nuova circolare punta a risolvere definitivamente il cortocircuito. La nuova formulazione interessa i commi 4 e 5 dell’articolo 3, che disciplina l’accertamento delle condizioni di salute e l’assistenza medica degli individui soggetti a procedure di espulsione e destinati, quindi, al trasferimento nelle strutture di detenzione amministrativa. Con la nuova circolare, la visita medica prima dell’ingresso nel Cpr non sarà una condizione imprescindibile per il trattenimento. Il passaggio in questione recita: “Nei casi in cui non sia stato possibile sottoporre a visita medica la persona da trattenere, questa accede nel centro e la visita deve essere effettuata entro 24 ore dall’ingresso nel Cpr da parte del medico della As territoriale o dell’ospedale”. Le nuove disposizioni intervengono anche sulla circolazione delle informazioni sanitarie. La scheda medica compilata prima del trattenimento viene consegnata, in busta chiusa, “dal personale di scorta al medico dell’ente gestore e la valutazione di sintesi viene conservata dall’ufficio di polizia all’interno del Centro che potrà trasmetterla alla autorità giudiziaria competente qualora ne faccia richiesta”. Una procedura specifica è prevista per i richiedenti asilo. In queste circostanze l’ente gestore dovrà provvedere “alla trasmissione alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, con modalità che assicurano la riservatezza della scheda”. Tutto è partito dalle indagini della Procura romagnola, che hanno rivelato l’esistenza di un movimento strutturato d’opposizione alla macchina governativa delle espulsioni. Una rete composta da medici militanti, reti di avvocati e associazioni ben inserite nella mangiatoia immigrazionista. La nostra inchiesta giornalistica, partita dall’ospedale di Ravenna dove, secondo gli inquirenti, alcuni professionisti del reparto d’infettivologia avrebbero falsificato i certificati d’idoneità per scongiurare il trasferimento dei clandestini nelle comunità ristrette, poi, si è estesa a macchia d’olio. E mentre la Procura disponeva perquisizioni domiciliari (il 16 settembre da parte della Squadra mobile) a carico di 23 camici bianchi in nove città italiane, La Verità scopriva che nel carcere di Prato circolava un “vademecum” con le indicazioni per schivare i Cpr. La parentesi giudiziaria dei camici rossi indagati e perquisiti è ancora aperta e il movimento No cpr, dai toni, sembra più agguerrito che mai. Come la sinistra, che ieri ha presentato un’interrogazione rivolta al ministro della Giustizia Carlo Nordio e firmata dalla senatrice del Pd Ylenia Zambito (in passato aveva affermato che La Verità fosse di proprietà degli Angelucci). I dem chiedono chiarezza “sulle modalità con cui sarebbero state effettuate le perquisizioni nei confronti di numerosi medici”. Intanto Piantedosi assesta un duro colpo a chi sperava che quel limbo giudiziario continuasse a bloccare la macchina delle espulsioni. In sei anni Frontex ha aiutato tunisini e libici a catturare 33mila migranti di Giansandro Merli Il Manifesto, 4 novembre 2026 Dall’università di Bologna il primo studio sistematico sulla sorveglianza aerea dell’agenzia Ue. Aerei e droni forniscono molte informazioni senza implicare il dovere di soccorso. Trentatremila persone sono state catturate dalla guardia costiera libica e da quella tunisina grazie alla collaborazione di Frontex tra agosto 2018 e ottobre 2024. Migranti in fuga dai paesi nordafricani a bordo di oltre seicento imbarcazioni. Persone riportate indietro con la forza, spesso con violenza, a volte direttamente in centri di detenzione da militari o miliziani sostenuti economicamente dai paesi europei, Italia in primis. E indirizzati dall’alto da droni e aerei dell’agenzia per il controllo delle frontiere esterne: Frontex. Lo dimostrano i dati elaborati dal progetto Liminal dell’università di Bologna, che ieri ha pubblicato “Aerial bordering”. Un report multimediale, accessibile online, che costituisce “il primo studio sistematico” della sorveglianza aerea di Frontex sul Mediterraneo centrale. I dati vengono da un database della stessa agenzia: il Joint Operation Reporting Application (Jora). Un sistema informativo standardizzato, tenuto insieme a paesi e istituzioni Ue, dove rimane traccia degli eventi significativi lungo le frontiere. I ricercatori hanno potuto esaminarlo grazie a una serie di accessi agli atti. “Il numero di ore di volo degli aeromobili di Frontex sul Mediterraneo centrale è passato da 469 nel 2019 ad almeno 5.253 quattro anni dopo”, si legge nel report. “Ciò è stato accompagnato da un forte aumento del bilancio che l’agenzia destina ad acquisto e verifica dei servizi di sorveglianza aerea forniti da appaltatori privati: da 11,7 milioni nel 2018 a 278,6 milioni nel 2026, secondo i calcoli di Liminal”. “Ci siamo chiesti quali fossero le ragioni di questo evidente cambio di passo e perché l’agenzia avesse deciso di investire così tanto sulla sorveglianza aerea - afferma Lorenzo Pezzani, fondatore di Liminal e professore associato di geografia presso l’università di Bologna - La risposta è che sorvolare quella rotta migratoria dall’alto permette di mantenere una grande consapevolezza e visione su quello che accade senza assumere alcun dovere di soccorso, come avverrebbe per i pattugliamenti in nave”. Le date di questo cambio di passo vanno collocate nell’ambito della radicale trasformazione del quadro operativo lungo la rotta centrale del Mediterraneo imposta negli ultimi dieci anni. È tra il 2016 e il 2017 che la collaborazione tra ong e guardia costiera italiana viene progressivamente meno, mentre contro gli equipaggi umanitari partono campagne diffamatorie e inchieste penali (tutte archiviate). Le navi civili subiscono fermi e sequestri oltre a una serie di tattiche funzionali a tenerle lontane dalla scena dei soccorsi. Intanto l’Italia sostiene in maniera sempre maggiore la guardia costiera libica e quella tunisina. Soldi, mezzi, formazione e informazioni. Come quelle che Frontex - dimostra la ricerca di Liminal - ha fornito in maniera sistematica a quei corpi militari. Tre i modelli operativi individuati dal progetto di ricerca, che “dimostrano come la sorveglianza aerea di Frontex consenta il rimpatrio forzato dei migranti in Libia e Tunisia”: la comunicazione selettiva in mare, perché l’agenzia privilegia i contatti con libici e tunisini rispetto ad altri attori come le ong; l’espansione dell’area di intercettazione, perché le informazioni ricevute dall’alto hanno consentito alla guardia costiera di Tripoli di catturare i migranti in una zona molto più estesa; la mancata reazione di fronte alle violenze, perché gli aerei di Frontex non fanno nulla quando assistono alle aggressioni contro i migranti. È a questa agenzia che la scorsa settimana la Commissione europea ha proposto di quadruplicare il personale, fino a 30mila agenti, e di raddoppiare il budget: 12 miliardi di euro tra il 2028 e il 2034. Il tetto agli alunni “stranieri” per l’Ue è discriminatorio di Marika Ikonomu Il Domani, 4 novembre 2026 “Nessuna discriminazione”. La Commissione Ue non ha fatto in tempo ad affermare che “sta seguendo attentamente” la conversione in legge del decreto, approvato dal governo, che prevede un tetto al 30 per cento degli studenti “stranieri” in classe, e ricordare il divieto di discriminazione previsto dai trattati, che il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha reagito affermando che “il problema non esiste”, anzi, “la norma è a favore dell’integrazione”. È stato il Partito democratico a presentare un’interrogazione all’esecutivo europeo, prima firma dell’eurodeputato Nicola Zingaretti, per chiedere se il decreto entrato in vigore lo scorso 1° ottobre sia o meno compatibile con le norme dell’Unione, in particolare con l’articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che vieta ogni discriminazione sulla base della nazionalità. La Commissione - ha risposto la vicepresidente esecutiva Roxana Mînzatu - è “consapevole che il dl dovrà ora essere convertito in legge dal Parlamento” e per questo “seguirà da vicino gli sviluppi in materia”. Mînzatu ha ricordato la “giurisprudenza costante della Corte di giustizia” secondo cui “ogni cittadino dell’Ue può invocare il divieto di discriminazione in base alla nazionalità”. Governo e maggioranza hanno provato immediatamente a perimetrare i poteri delle istituzioni europee: Valditara ha premesso che “l’istruzione non è una norma di competenza esclusiva della Ue”, la Lega ha accusato l’Unione di “nuove e indebite pressioni contro l’Italia e le iniziative del governo” e di “interferenze ideologiche”. La propaganda sugli studenti stranieri, un tetto per nascondere il problema I principi Ue “La risposta di una vicepresidente della Commissione non ha alcuna forza vincolante ma richiama principi assolutamente consolidati del diritto dell’Unione, come il divieto di discriminazione dei cittadini di altri Stati membri”, spiega Adelina Adinolfi, docente ordinaria di diritto dell’Unione europea all’università di Firenze. Le parole di Mînzatu, secondo Adinolfi “nettissime”, suggeriscono però che, lasciare la norma così come scritta nel dl in sede di conversione, non sia conforme al diritto dell’Unione. In tal caso, aggiunge, “è probabile che la Commissione possa avviare un procedimento di infrazione”. Con nettezza, quindi, l’esecutivo europeo afferma che i cittadini Ue non possono essere discriminati rispetto ai cittadini nazionali. Il decreto Scuola, pieno di deroghe ed esclusioni per sfuggire all’incostituzionalità, prevede un tetto del 30 per cento nelle classi a quegli studenti di scuola primaria con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; o, per la scuola secondaria, a quegli alunni con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato “con esito positivo e per almeno tre anni scolastici il sistema nazionale di istruzione”. Il Tfue, invece, non ammette discriminazioni se non in casi particolari e da interpretare restrittivamente - ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica - in cui la scuola non rientra. I cittadini degli altri Stati membri dovrebbero quindi essere equiparati a chi ha la cittadinanza italiana. A loro, secondo Adinolfi, si aggiungono i soggiornanti di lungo periodo, cittadini di paesi terzi che abbiano un permesso di soggiorno automaticamente rinnovabile. “Dovrebbero vedersi riconosciuta la parità di trattamento rispetto ai nazionali”, precisa la docente. Rispondendo all’interrogazione, Mînzatu ha poi parlato del divieto di ogni forma di discriminazione, “diretta” o “indiretta”. “Un concetto base del diritto antidiscriminatorio europeo”, continua Adinolfi: con la prima si intende un criterio che discrimina esplicitamente una certa categoria; con la seconda, una regola apparentemente neutra, capace però di creare una discriminazione concreta. Dieci ragioni per dire no al “tetto” per gli studenti con background migratorio Propaganda Per il Pd si tratta “niente di più che propaganda sulla pelle di alunni e studenti”. Per questo, ha spiegato la senatrice Cecilia D’Elia, capogruppo dem in Commissione scuola, in questa sede “abbiamo chiesto lo stralcio degli articoli 12 e 13 del decreto”, ma la richiesta è rimasta inascoltata. Quella prevista, per D’Elia, è una “misura anche di difficile attuazione”. La norma identitaria si applicherà, se convertita, per la composizione delle classi iniziali dall’anno scolastico 2027/2028. “Da subito, solo per gli inserimenti in corso d’anno”, spiega Monica Fontana, responsabile dirigenti scolastici della Flc Cgil. Ed è un’ipotesi che coinvolge una platea molto ridotta. C’è un altro punto critico che rivela la scarsa attenzione all’istituzione scuola: la norma che toglie il riferimento dell’età anagrafica per gli studenti appena arrivati, che il collegio docenti può decidere di inserire in una classe di un’età di molto inferiore. Oltre a essere un elemento discriminatorio, sottolinea Fontana, “indire un collegio docenti per individuare la classe di inserimento per ogni alunno straniero neo arrivato significa produrre un impatto organizzativo in ambiti già molto complessi, dimostrando poca attenzione alla realtà dei processi interni della scuola”. Un’istituzione che, secondo Save the Children, non ha bisogno di rigidità organizzative, ma di investimenti e interventi strutturali. A scuola niente ghetti né liste nere: i nuovi cittadini si formano in classe. “In Manovra più fondi per la lotta alla droga, ma non risolti importanti problemi di risorse” di Lucia Scopelliti adnkronos.com, 4 novembre 2026 Il medico esperto di dipendenze Riccardo Gatti: “Cresce il sostegno alle Comunità terapeutiche ma la rete pubblica territoriale, già sopraffatta, resta ferma agli stanziamenti esistenti”. Intanto le minacce del mercato degli stupefacenti diventano sempre più insidiose. “Gli interventi in questo campo spesso vengono indicati come prioritari, ma quanto previsto nel bilancio dello Stato non sembra pienamente coerente”. Dalla Manovra 2027 è atteso un incremento di fondi per misure in favore della lotta alla droga, ma “rimangono alcuni importanti problemi di risorse che non sembrano risolti”. È l’analisi a caldo di Riccardo Gatti, medico, specialista in Psichiatria da anni al lavoro sul tema delle sostanze psicoattive, delle dipendenze e delle dinamiche che portano al consumo, e coordinatore del Tavolo tecnico Dipendenze della Regione Lombardia. “A una prima lettura - spiega - quanto presentato con il Ddl di Bilancio rappresenta un incremento reale nel sostegno delle attività delle Comunità terapeutiche. L’incremento delle somme è strutturale, non una tantum e questo è senz’altro positivo. Tuttavia, se escludiamo i fondi dedicati alle prestazioni delle Comunità terapeutiche per pazienti curati fuori regione ed il fondo per la legge 140/2026 (che prevede, essenzialmente, e a precise condizioni, la possibilità di scontare la pena in Comunità, per autori di reati correlati al loro stato di dipendenza patologica), non rimane molto altro. Ciò che è previsto per il Fondo nazionale antidroga serve probabilmente solo per una sua continuità, mantenendolo invariato nel 2027 rispetto agli anni precedenti. Il quadro, quindi, è che quanto previsto dall’art. 75 (Disposizioni in favore della lotta alla droga) va soprattutto a favore delle strutture residenziali accreditate e del circuito giudiziario, mentre la rete pubblica territoriale resta ferma ai fondi già esistenti e alla quota regionale del Fsn (Fondo sanitario nazionale)”. Se dunque “è anche vero che non tutto ciò che serve al settore è definito solo da questo Ddl, rimangono - ribadisce Gatti - alcuni problemi di risorse che non sembrano risolti”. Partendo proprio dalla legge 140/2026, “quanto stanziato, sebbene incrementato, permette di applicare la detenzione in Comunità solo per un ridotto numero di soggetti, attraverso percorsi che devono ancora essere definiti - approfondisce l’esperto - In questo senso si può anche comprendere il perché di uno stanziamento ancora limitato. Il ministro Nordio ha parlato di una platea potenziale di circa 10mila casi su base pluriennale, mentre altre stime e relazioni parlamentari parlano di una platea teorica ancora più ampia che potrebbe raggiungere i 23mila detenuti. Se la legge venisse applicata appieno, con disponibilità di fondi per tutti i potenziali richiedenti, non avremmo Comunità terapeutiche sufficienti, personale qualificato e Servizi dipendenze adeguati, per affrontare la situazione. Un fondo ancora limitato rispetto al bisogno, però, obbligherà in fase applicativa, a compiere una selezione delle persone che potranno accedere ai percorsi residenziali. Per ora, non è chiaro come potrà essere fatta. A nessuno sfugge, inoltre, che l’applicazione della legge ha aspetti molto delicati che, se non ben curati, rischiano di vanificarne i presupposti, nel momento in cui i problemi irrisolti nelle carceri venissero trasferiti ai percorsi in Comunità. Percorsi che devono avere inevitabilmente un prima e un dopo che coinvolge inevitabilmente i Servizi pubblici territoriali”. E “proprio questi Servizi, i Serd, soffrono da tempo di una carenza cronica di risorse che, tra l’altro, è origine di difficoltà operative di non poco conto che in molte parti del Paese significano poter rispondere alla domanda solo con molto affanno: lo stesso affanno che riguarda la risposta di tutto il Servizio sanitario nazionale”. Qualcosa di “sostanziale - ragiona Gatti - è già stato fatto per facilitare lo sblocco delle assunzioni ma, a valle dei provvedimenti, la situazione reale rimane difficile: in molti casi è difficile trovare personale formato in mancanza di specifiche Scuole di specialità e, non di rado, c’è chi lavora addirittura in sedi non adeguate. Tutto ciò appare paradossale se paragonato all’enfasi con cui viene rappresentato il problema droghe e dipendenze, esteso a tutte le dipendenze, comprese quelle comportamentali. Difficile affrontarle con successo, favorendo anche interventi precoci, se chi se ne occupa a livello di Sistema pubblico è già sopraffatto dalla domanda per poter allargare lo sguardo a un bisogno che è senz’altro più ampio”. Se anche solo si considera l’evoluzione del mercato delle droghe, “sempre più insidioso, con l’offerta di mix di sostanze ad alta potenza, oppiacei sintetici compresi - ricorda il medico - c’è da chiedersi se, nel caso si realizzassero in Italia scenari che sono ormai realtà in altre parti del mondo, il nostro attuale sistema di intervento sarebbe in grado di affrontarli o ne verrebbe travolto. Spesso c’è chi avverte la necessità di una evoluzione in questo campo, ma il tutto richiederebbe risorse che mancano. E non basta, per questo, pensare a quanto previsto dalla quota dell’8 per mille: dal 2027 le risorse residue della quota a gestione statale ‘possono’ essere versate al bilancio e riassegnate a interventi di prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze e dalle altre dipendenze patologiche. Possono, non devono e, quando sono disponibili, vengono assegnate a un numero imprecisato di progetti che, comunque, ben poco possono cambiare nello scenario generale”. Complessivamente, conclude quindi Gatti, “gli interventi in tema droghe e dipendenze vengono spesso indicati come prioritari, soprattutto per quanto riguarda la condizione giovanile, ma quanto previsto nel bilancio dello Stato non sembra completamente coerente con questa priorità. Una legge di Bilancio senza nuove voci per il settore pubblico, fatto salvo quanto previsto per i trattamenti in Comunità terapeutica, non significa per forza disattenzione, se quel settore nel suo complesso è già coperto da fondi pluriennali. Tuttavia l’evoluzione degli scenari in atto, i pericoli fatti presenti dallo stesso Governo e la volontà di affrontare tutte le dipendenze in modo precoce nei diversi territori, anche in senso preventivo e di prossimità per le situazioni più critiche, richiederebbero un impegno più forte che, evidentemente, non ci possiamo permettere”.