La manovra finanziaria taglia educatori e psicologi e introduce poliziotti precari di Federica Olivo huffingtonpost.it, 3 novembre 2026 Meno educatori, assistenti sociali e psicologi in carcere. In compenso, nuove figure di poliziotti penitenziari: precari, sottopagati e poco formati. Due elementi che delineano l’ennesimo segnale di abbandono che arriva dal governo al mondo del carcere. Questa volta attraverso la manovra finanziaria. Partiamo dal primo punto. In un contesto in cui, anche a causa di politiche repressive del governo, i detenuti aumentano (al 30 settembre il tasso di sovraffollamento era del 129%) diminuiscono gli operatori che lavorano accanto a loro. Il personale civile dei penitenziari, infatti, sarà tagliato così come tante altre categorie del pubblico impiego. Ogni volta che usciranno quattro educatori dal sistema, per pensionamento o altre ragioni, al loro posto ne arriveranno al massimo tre. Senza eccezioni, senza un’accortezza alla specificità del loro lavoro: quello di ridare speranza e una prospettiva di vita lontana dagli errori commessi alle persone detenute. Sarà insomma un carcere più povero: con meno attività alternative, meno diritti garantiti ai detenuti e più disservizi. La notizia fa il paio con un’altra misura. La nascita di quello che qualche agente penitenziario, con la promessa dei taccuini chiusi, chiama “il poliziotto precario”. In manovra infatti, all’articolo 98, si prevede una nuova figura: quella degli ausiliari delle forze dell’ordine. Una sorta di poliziotti dimezzati che, nel caso della penitenziaria, potranno entrare in carcere dopo appena un mese di formazione. Un quarto del periodo minimo necessario per gli agenti di carriera. Un periodo troppo breve per imparare gestire con equilibrio e nel rispetto costante dei diritti dei detenuti situazioni delicate, come quelle che si vivono in carcere. Per capire quali mansioni esatte avranno bisognerà aspettare i decreti attuativi. La manovra si limita a dire, con una formula ambigua, che gli agenti ausiliari serviranno “all’incremento dell’efficienza degli istituti penitenziari”. La notizia suscita dubbi tra gli addetti ai lavori, che sono in attesa di capire esattamente come saranno impiegati questi nuovi operatori. I quali, peraltro, saranno retribuiti con appena il 65% dello stipendio base di categoria. I maggiori dubbi circolano tra i sindacati della Polizia penitenziaria, che stanno valutando se coalizzarsi contro una misura che temono possa creare caos e acuire le difficoltà che si registrano all’interno delle carceri. Un problema simile sta riguardando anche la Polizia di Stato. In quel caso qualche voce già emerge. Il Silp Cgil avverte: “La sicurezza democratica non si costruisce con il lavoro precario”. A fronte di due misure che aggraveranno i problemi già esistenti in carcere, in manovra non c’è nulla per rendere più dignitoso il quotidiano di chi in carcere vive e lavora. Nonostante lo Stato abbia dovuto risarcire già migliaia di detenuti che erano stati costretti in celle invivibili, la voce “edilizia penitenziaria” in manovra non esiste. Un segno dei tempi, anche questo. Detenuti e legge Smuraglia: le agevolazioni non creino sfruttamento ma equità di Nicola Boscoletto* Corriere della Sera, 3 novembre 2026 La legge Smuraglia non può essere ridotta a merce a basso costo. I benefici ad oggi hanno permesso l’inserimento di persone svantaggiate e la creazione di tantissime nuove opportunità lavorative per figure professionali dedicate, in particolare tantissimi giovani. Detenuti e lavoro: le agevolazioni non devono creare sfruttamento ma lavoro equo (e sicurezza per tutti). Serve un po’ di chiarezza sulla Legge Smuraglia o meglio sulla sua natura. Oggi il messaggio più diffuso che viene trasmesso (convegni, articoli, stampa di opuscoli, etc.) è quello della possibilità di usufruire della forza lavoro delle persone detenute a condizioni agevolate. Viene sbandierato a destra e a manca l’importante credito d’imposta accompagnato dalla quasi totale decontribuzione. Detto in maniera un po’ più grezza, ma effettivamente percepita: manodopera a basso costo. In questo modo però viene tradita la vera natura della legge. I benefici per chi assume persone detenute non sono stati pensati in alcun modo per abbassare il prezzo della manodopera e poter guadagnare di più o per poter uscire nel mercato con prezzi più bassi creando una concorrenza sleale, tra l’altro vietata per legge. La ratio della legge era quella di aiutare le cooperative sociali e le imprese a sostenere i maggiori costi che inevitabilmente ne derivano dal prendersi “amorevolmente cura” del percorso di reinserimento delle persone detenute. Per esempio, il rapporto con l’amministrazione penitenziaria, con l’area educativa del carcere, con gli assistenti sociali dell’Uepe, con gli psicologi, con il Sert o con il Csm: sono tutti costi a cui un’impresa normale non può far fronte e di cui quasi mai ha le competenze. Serve una cultura dell’accoglienza e dell’accompagnamento senza della quale si finisce per alzare le mani e arrendersi. Non a caso il tasso di abbandono annuo delle imprese che si affacciano al lavoro penitenziario raggiunge livelli del 50%. Le agevolazioni della legge Smuraglia come d’altronde quelle della legge 381/91 relative all’inserimento di tutte le persone svantaggiate erano pensate per permettere a chi si impegnava ad assumere persone in difficoltà (art. 4 L. 381/91) di potersi attrezzare assumendo figure professionalmente preparate e adeguate per poter seguire questi percorsi. Una legge i cui benefici hanno creato in questi decenni un doppio vantaggio: da una parte l’inserimento di persone svantaggiate e dall’altra la creazione di tantissime nuove opportunità lavorative per figure professionali dedicate, in particolare tantissimi giovani. In una parola un investimento e non una spesa a perdere. Qualcuno pensa, e pensa male, che la soluzione ad un problema serio e profondo come il recupero delle persone detenute possa essere quella di mettere assieme due fattori che solo nella fantasia possono stare assieme nel mondo del carcere. Quali sono questi due fattori? Il primo riguarda le oltre 66 mila persone detenute (quasi tutte malate e plurisvantaggiate): e cioè il pensiero che, essendo per la quasi totalità impegnate a far niente o quasi, basti proporle alle aziende come manodopera a basso costo. Il secondo fattore è la fame a livello nazionale di manodopera da parte di quasi tutti i settori produttivi. Metti assieme domanda e offerta (la scoperta dell’acqua calda) per di più a prezzi agevolati ed è bingo. Peccato che nel caso specifico l’incrocio di questi due fattori non funzioni, anzi succede che uno più uno, quando va bene, faccia zero. La legge Smuraglia, pertanto, non può essere ridotta a merce a basso costo. Quello che Papa Francesco aveva definito “lo sfruttamento delle nuove povertà”. Mercificare, cioè trasformare uno strumento di riscatto umano e lavorativo in una semplice convenienza economica, lo svuota di tutta la sua potenzialità. Il mio è un giudizio volutamente duro e preciso che rispecchia una gran parte della realtà, quella dei grandi slogan, dei mega progetti e protocolli del Ministero della Giustizia, del Dap e a ruota del Cnel. Per fortuna che esiste ancora (non sappiamo per quanto ancora) anche una piccola e silenziosa realtà fatta da chi da decenni ininterrottamente, senza tanto clamore, porta avanti con dedizione e amore un lavoro quotidiano, realtà fatta dal mondo delle imprese sociali e più in generale dalla massiccia presenza del Terzo Settore. Vi lascio con una frase che ho sentito e che mi ha particolarmente colpito alla ventiseiesima edizione delle Giornate di Bertinoro dal titolo ImmaginAzioni. È una frase di Lev Tolstoj: “Se senti il dolore sei vivo, se senti il dolore dell’altro sei umano”. Questo è quello di cui abbiamo più bisogno: umanità, quella vera, semplice e di tutti e per tutti. Basta slogan. *Cooperativa Giotto Per i ragazzi la detenzione deve essere un “inciampo”, non un destino di Ilaria Dioguardi vita.it, 3 novembre 2026 A distanza di due settimane dagli scontri di Milano, con il conseguente decreto Sicurezza e le proposte del ministro della Giustizia Carlo Nordio di usare per i minori sezioni dei penitenziari per adulti e costruire nuovi istituti per under 18, continua a essere caldo il dibattito intorno al tema della giustizia minorile. Luigi Pagano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Milano: “Se l’unica via percorribile rimane la repressione, il rischio è di creare per le persone una strada senza ritorno”. Bisogna stanziare “i pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri giovanili” ed “eventualmente per trovare degli accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori”. Sono state queste le parole del ministro Carlo Nordio, dopo gli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre scorsi e del conseguente Decreto sicurezza, l’ottavo dall’inizio della legislatura. “È difficile costruire nuovi istituti, bisogna trovare lo spazio, forse qualcuno lo si sta già costruendo e in futuro si adotterà. Per quanto riguarda il fatto di portare dei minori all’interno delle carceri per maggiorenni comporta un problema pratico, in quanto già non si trova spazio per gli adulti. E poi non mi sembra una buona idea: non è positivo far stare nello stesso carcere adulti e minori, anche se potrebbe essere soltanto una promiscuità di alloggio, di struttura”. Commenta così le proposte del Guardasigilli Luigi Pagano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Milano. “Il Decreto sicurezza non compete solo al ministro della Giustizia” “Mi sarei augurato che a fare il Decreto sicurezza, insieme al ministro della Giustizia, contribuissero anche altri ministri, quali il ministro dell’Istruzione e delle Politiche sociali, in modo da non occuparsi soltanto dell’aspetto repressivo. Questo bisognerebbe farlo non soltanto per quanto riguarda i minori, ma anche per gli adulti. Non credo che focalizzarsi sempre solo sulla repressione sia la soluzione migliore”, prosegue Pagano. “Se la questione sociale si è aggravata, se un problema esiste, secondo me lo si deve affrontare da diverse prospettive. Se l’unica strada percorribile rimane la repressione non credo che possa servire più di tanto, il rischio è di creare una strada senza ritorno, di marchiare delle persone e poi non avere più la possibilità di poter ritornare sui propri passi”. Puntare sull’educazione Ritornando ai fatti di Milano del 17 e 18 ottobre, Pagano sottolinea: “Nel momento in cui c’è una situazione di violenza, bisogna intervenire su quella, non c’è discussione. Poi, se bisogna pensare a una norma che possa riguardare l’ambito anche sociale, è chiaro che occorre ragionare su un discorso di educazione in generale e vedere che tipo di valori mettere in campo. Questo, ribadisco, riguarda i minori ma anche gli adulti”, continua il garante. “Non si può parlare soltanto di aumento delle fattispecie penali e delle pene, con il conseguente aumento del numero dei detenuti. L’affollamento esiste anche nelle carceri minorili, tant’è vero che quando ci sono stati gli arresti di due ragazzi per i recenti fatti di Milano, non c’era posto al Beccaria e sono stati portati al Centro di prima accoglienza - Cpa di Genova, poi sono stati riportati dal Giudice per le indagini preliminari”. E riflette: “A volte non abbiamo nemmeno la possibilità di poter alloggiare le persone a cui sottraiamo la libertà. E non ci dimentichiamo che, tra le persone in carcere, ci sono anche dei presunti non colpevoli”. L’aumento delle persone detenute riduce gli spazi di socializzazione “Non si possono continuare a creare nuovi reparti in istituti già presenti, così facendo l’aumento del numero delle persone prosegue (il rischio c’è anche per i minori) e nel contempo si riducono gli spazi di socializzazione e di trattamento”, prosegue il garante. “Se sul campo sportivo creo un nuovo reparto e faccio entrare altre 100 persone, diventa una situazione ancora peggiore rispetto alla precedente”. Negli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre, 271 persone sono state portate in questura, di queste 220 sono minori. Gli arrestati sono 11 maggiorenni e 34 minorenni. “Se un ragazzino di 13-14 anni partecipa alle manifestazioni, non possiamo dire che sia un delinquente incallito, c’è sicuramente una problematica sociale che bisogna affrontare. E non lo si può fare, ripeto, soltanto dal punto di vista della repressione, può essere uno dei punti di vista, ma ci deve essere anche un discorso a monte che inizia dalle scuole, dalle famiglie, che riguarda i bisogni di questi ragazzi, i loro diritti in qualche maniera negati. È un discorso complessivo, ridurre tutto monopolizzando l’attenzione sul problema della sicurezza, da risolvere attraverso la minaccia del carcere, mi sembra che sia molto riduttivo. E siamo già all’ottavo decreto: anche nella pratica non sembra funzionare più di tanto, vista la situazione”. Pagano sottolinea: “Non amo molto le carceri. Io personalmente le ridurrei al minimo indispensabile. Quando sono necessarie applichiamo la legge, che tutto sommato non è una cattiva legge e che presuppone un progetto pedagogico, soprattutto per i ragazzi. Ai giovani, nonostante la detenzione, bisogna dare l’idea di libertà. Lo so, sembra una contraddizione in termini, ma è fondamentale. Bisogna parlare con loro di “inciampo”, non di destino, e bisogna lavorare anche col fuori. Negli istituti penali per minorenni le attività devono essere appetibili per i ragazzi”. L’istituto per minorenni Beccaria Alla fine del 2022, negli istituti penali per minorenni-Ipm erano detenute 381 persone, a settembre 2026 erano 557 (dati ministero della Giustizia). Al 30 settembre 2026, all’istituto per minorenni Cesare Beccaria di Milano erano presenti 56 persone detenute, a fronte di 57 posti disponibili (dati del ministero della Giustizia). “Il fatto che sia stata nominata una persona fissa a dirigere l’ipm di Milano è un grosso passo in avanti, dallo scorso aprile c’è una direttrice molto motivata”. Eleonora Daniele è la nuova direttrice, dopo un periodo di reggenza affidato a Maria Teresa Mazzotta, in seguito alla rimozione del direttore Claudio Ferrari, sopraggiunto dopo una ventina di anni di avvicendamenti di figure ad interim o facenti funzioni con altri incarichi. “Mi sembra che la situazione, anche da un punto di vista delle tensioni, sia migliorata. Poi ci sono dei problemi strutturali, ad esempio il campo sportivo da rifare, ma ci sono già delle proposte. Mi sembra che stiamo andando verso una strada finalmente migliore, più stabile”. “Quando sono andato la prima volta al Beccaria ho visto che mancava un progetto complessivo, strutturato, le attività erano slegate, erano fatte tanto per fare. Gli istituti penali, soprattutto per minori, hanno bisogno di un progetto strutturato. E mancava anche un minimo di entusiasmo. Credo che l’entusiasmo sia un elemento necessario anche nelle carceri. C’è bisogno di lavorare con un collegamento tra istruzione, scuola, volontariato ed altro”, prosegue Pagano. “Per quanto sia possibile, vorrei che si rendesse vivo il mondo del carcere, anche con l’impiego del volontariato esterno. Deve esserci qualche cosa di pulsante in senso positivo in termini di proposte e di obiettivi”. Alfredo Cospito, ancora un no della Cassazione alla revoca del 41-bis di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 3 novembre 2026 Respinto il ricorso contro la decisione del ministero della Giustizia di prorogare il regime speciale per altri due anni. Ancora un no alla revoca del 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito. La Cassazione ha confermato il regime di massima sicurezza, respingendo il ricorso presentato dal difensore, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, contro il provvedimento con cui il Tribunale di sorveglianza di Roma aveva confermato la decisione del ministero della Giustizia, avallata dal Tribunale di Roma, di rinnovare per due anni il regime di carcere duro per Cospito, che si trova detenuto a Sassari e sottoposto al regime speciale dal 2022, per impedire collegamenti con ambienti anarchici esterni. Alfredo Cospito da ottobre 2022 ad aprile 2023 aveva portato avanti uno sciopero della fame contro l’applicazione del carcere duro nei suoi confronti. L’anarchico è considerato responsabile di due diversi episodi portati a termine e rivendicati dalla Fai. Il primo è l’esplosione, avvenuta il 2 giugno 2006, di due ordigni piazzati davanti all’ex caserma degli allievi dei Carabinieri di Fossano (Cuneo). Per quei fatti Cospito è stato condannato a 23 anni di reclusione, il secondo è la gambizzazione a Genova, il 7 maggio 2012, dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi, che gli è costata una condanna a nove anni e cinque mesi di reclusione. I suoi legali ritengono che non ci siano le condizioni per tenerlo in cella con il regime del carcere duro e dell’ergastolo ostativo. Il regime del “carcere duro” non era mai stato applicato a un anarchico prima di Cospito. Un regime speciale riservato ai vertici della mafia e ai terroristi. Alla base della scelta di applicarlo soprattutto l’esistenza e la diffusione di una serie di alcuni suoi scritti e opuscoli che, invitando gli anarchici a non rinunciare alla violenza, per i giudici lasciavano intendere un suo collegamento con la militanza attiva al di fuori del carcere. Il caso Cospito ha portato anche alla condanna del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Fdi) per rivelazione di segreto d’ufficio legata alla diffusione di carte riservate. Guida in stato di ebbrezza: la Cassazione cancella il carcere automatico per chi lavora di Giampaolo Piagnerelli Il Sole 24 Ore, 3 novembre 2026 I Supremi giudici frenano sui no automatici alle pene alternative: chi ha un impiego e un percorso di risocializzazione non può essere condannato all’arresto senza che il giudice abbia valutato concretamente la possibilità di convertire la condanna in una sanzione pecuniaria. La Cassazione (sentenza n. 38094/26) chiarisce i confini tra la sospensione condizionale della pena e le sanzioni sostitutive introdotte dalla riforma Cartabia, stabilendo che il diniego del primo beneficio non comporta in alcun modo il rigetto automatico delle pene alternative. La vicenda riguarda un automobilista condannato in appello a sei mesi di arresto e duemila euro di ammenda per guida in stato di ebbrezza con l’aggravante dell’orario notturno. I giudici di merito gli avevano negato sia la sospensione condizionale a causa di un precedente specifico risalente al 2020 sia la possibilità di convertire l’arresto in una pena pecuniaria applicando in modo meccanico le stesse motivazioni negative per entrambi gli istituti. La Suprema Corte, invece, ha accolto il ricorso sul punto della sanzione sostitutiva spiegando che i due strumenti rispondono a logiche e finalità del tutto differenti. La sospensione condizionale punta, infatti, ad azzerare l’esecuzione della pena confidando in una totale astensione futura da altri reati mentre le sanzioni sostitutive rappresentano modalità di esecuzione alternative al carcere volte a favorire la rieducazione e il reinserimento sociale del condannato evitando gli effetti desocializzanti della detenzione. Per questa ragione il giudice non può limitarsi a un rifiuto fotocopia ma ha il dovere di valutare autonomamente e in concreto l’idoneità della misura alternativa tenendo conto di elementi decisivi come lo svolgimento di una regolare attività lavorativa e la volontà di intraprendere un percorso di vita responsabile. La parola torna ora alla Corte d’Appello di Bologna che dovrà riesaminare la richiesta di sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria alla luce di questi principi. Lombardia. Quasi 4mila detenuti in carico ai Servizi per le dipendenze di Ilaria Dioguardi vita.it, 3 novembre 2026 “Negli anni 90 risultavano detenute, ogni anno, dalle 13mila alle 15mila persone con problemi legati al consumo di sostanze stupefacenti, secondo i dati del ministero della Giustizia. Oggi sono quasi 33mila, precisamente 32.823 persone, in carico ai 36 Servizi per le dipendenze-SerD carcere, secondo la Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia 2026”. A parlare è Giovanni Zoccatelli, presidente del Coordinamento enti autorizzati e accreditati lombardi-Ceal, alla luce delle riflessioni del recente incontro, organizzato a Milano dall’associazione che rappresenta 37 enti del Terzo settore accreditati con Regione Lombardia sul tema della riabilitazione dalle dipendenze. L’iniziativa è stata un’occasione per approfondire la situazione delle carceri lombarde, “dove ogni giorno dell’anno ci sono circa 4mila persone detenute che hanno una diagnosi di dipendenza”. “Alla fine del 2025 le carceri lombarde ospitavano 8.809 persone, a fronte di una capienza di 6.142 posti, con un sovraffollamento del 142%. Di queste, 3.900 persone risultavano in carico ai SerD carcere al 31 dicembre del 2025”, dice Zoccatelli. “È un dato abbastanza significativo. E sappiamo che la legge 109 del 1990 prevedrebbe la priorità della la cura della dipendenza rispetto all’espiazione della pena. Poi, in realtà, non si riesce a farlo”. Infatti, il trattamento integrato rappresenta la prevalenza dei trattamenti, è adottato nell’84% dei casi. “Invece solo il 4% (327 persone) ha avuto accesso, dal carcere, ad un percorso riabilitativo in comunità terapeutica e il 3% (275 persone) senza passare dal carcere. Quindi, il 96% delle persone in carico ai Serd carcere non accede a percorsi riabilitativi residenziali o semiresidenziali”. Zoccatelli precisa che, “pur non essendoci dati precisi ricavabili dalla Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia 2026, in merito a quante persone, di quelle in carico ai servizi ambulatoriali, abbiano avuto accesso ad un percorso riabilitativo residenziale o semiresidenziale, si può stimare che tra i pazienti in libertà, l’accesso a percorsi riabilitativi residenziali o semiresidenziali si attesti mediamente su percentuali del 10-13%. La differenza, quindi, tra chi ha quest’accesso fuori e chi da detenuto (ripeto, coinvolge solo quattro ristretti su 100) è molto marcata”. Le cause sono molteplici: “Si va dall’appesantimento degli uffici del Tribunale di Sorveglianza al carico di lavoro degli educatori in carcere”. Le persone detenute con dipendenze si trovano nelle carceri del nord-ovest nel 41% dei casi, il 38% di loro è al nord-est, il 36 % nelle regioni centrali, il 24% nelle regioni meridionali e insulari (dati presentati durante l’incontro Ceal dal Coordinamento nazionale comunità accoglienti-Cnca, forniti dal Sole 24 Ore). “Oggi siamo chiamati ad interrogarci su cosa è possibile fare per aumentare la reale esigibilità nell’accesso a percorsi riabilitativi per le persone in esecuzione penale”. “C’è una normativa nazionale che crea le condizioni perché in carcere siano sempre di più le persone con dipendenza, c’è un problema a monte della normativa sulle sostanze che favorisce il continuo aumento delle persone detenute negli istituti di pena. A valle, aumentando questi numeri, tutte le istituzioni che dovrebbero occuparsi degli interventi, dal Tribunale di Sorveglianza alle carceri, dai servizi ambulatoriali interni al carcere fino alle comunità, dovrebbero avere maggiori risorse e più tempi per potersene occupare adeguatamente”. Un altra criticità sottolineata da Zoccatelli è che “le comunità accolgono circa il 15-20% al massimo di persone sottoposte a pene alternative al carcere, più di così si rischierebbe di trasformare le comunità in istituti penitenziari, andando a perdere quella funzione riabilitativa ed educativa che è la loro caratteristica”. Tra le persone detenute con dipendenze patologiche in Lombardia, “il 97% sono maschi e il 53% sono italiani. La dipendenza primaria vede al primo posto la cocaina e il crack, seguono la cannabis e gli oppiacei”, continua Zoccatelli. “Al primo posto per la dipendenza secondaria c’è l’alcol, a seguire cannabis, cocaina e crack, infine gli oppiacei. Sono 231 le persone con disturbo da gioco d’azzardo dichiarato”. Durante l’incontro del Ceal è stato delineato uno scenario che si potrebbe aprire: un tentativo di sperimentare dei trattamenti riabilitativi all’interno del carcere, specializzati sulle dipendenze. “Una strada per migliorare un po’ la situazione potrebbe essere quella di portare la riabilitazione all’interno delle carceri. I percorsi riabilitativi per le dipendenze sono un livello essenziale di assistenza-Lea, che viene eseguito al di fuori degli istituti. Ci sono delle comunità residenziali che al di fuori delle carceri fanno percorsi riabilitativi, all’interno degli istituti ci sono delle attività educative, sia da parte del personale del ministero sia da parte degli enti del Terzo settore che entrano in carcere, però in maniera indistinta”, dice Zoccatelli. Si potrebbe provare a chiedere alla Regione Lombardia una sperimentazione che sviluppi all’interno delle carceri dei piccoli nuclei di centri diurni, all’interno dei quali le persone che hanno delle dipendenze possano fare un percorso motivazionale riabilitativo. Questo potrebbe essere sia propedeutico, preparatorio alle misure alternative alla detenzione, sia di per sé già un trattamento. Dovremmo chiedere a Regione Lombardia”, conclude, “particolari deroghe per poter fare questi servizi accreditati pagati dal Sistema sanitario nazionale dentro al carcere”. La legge 5 agosto 2026: una norma per pochi La scorsa estate è entrata in vigore la Legge 5 agosto 2026, n. 140, che introduce nel Testo unico Stupefacenti (decreto n. 309/1990) il nuovo articolo 94-ter, che disciplina la detenzione domiciliare per le persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti. “Questa nuova normativa va un po’ ad aumentare le possibilità di utilizzo e di implementazione della detenzione domiciliare all’interno delle comunità: ha innalzato il tetto della pena residua necessaria per poter richiedere la detenzione domiciliare, da sei a otto anni”. Zoccatelli sottolinea che, a suo avviso, ci sono molte criticità in questa legge. “Già il sistema attuale è non è in grado di rispondere alla quantità di bisogni di cura che ci sono all’interno delle carceri. Non è un problema solo di aumentare la possibilità di usufruire delle misure alternative. Ci sono dei problemi strutturali del sistema delle dipendenze, del sistema del Tribunale di Sorveglianza, delle carceri e dei servizi ambulatoriali. Se questi non vengono affrontati, si possono aumentare le possibili strade per offrire percorsi alternativi al carcere ma questa legge probabilmente non porterà grandissimi benefici”. “Poi c’è il tema delle risorse di questa legge”, che prevede uno stanziamento economico pari a 19.436.250 euro all’anno, a decorrere dal 2026. “Questi fondi potrebbero bastare per 400-500 persone in tutta Italia, un numero molto basso”. Un altro problema di questa norma “è che aumenta la complessità dell’iter per arrivare alla detenzione domiciliare terapeutica, prevede la necessità che per ogni persona si debba dimostrare una correlazione diretta tra tossicodipendenza o alcoldipendenza e commissione del reato. Deve essere costituita una Commissione che definisca a livello nazionale i criteri omogenei per definire questa correlazione: è molto difficile stabilire se è nato prima il reato o se il reato è una conseguenza della dipendenza, sono due situazioni estremamente legate”. Lombardia. Il progetto sperimentale: un percorso lavorativo per i detenuti a fine pena di Giambattista Anastasio Il Giorno, 3 novembre 2026 In 290 hanno iniziato a seguire attività di formazione negli istituti penitenziari. Il riferimento sono gli sportelli istituiti da Ministero, Regione e centri per l’impiego. L’assessore Tironi: “Coinvolgerli prima che escano per facilitare il reinserimento”. Facilitare l’inserimento lavorativo dei detenuti coinvolgendoli in un percorso di formazione e in esperienze professionali già prima che lascino il carcere, quando sono a fine pena. Questo l’obiettivo degli Sportelli Lavoro aperti negli istituti penitenziari di Bergamo e Brescia. Un’iniziativa che “da febbraio sarà estesa ad altre carceri lombarde” fa sapere Simona Tironi, assessore regionale a Istruzione, Formazione e Lavoro. Proprio a febbraio scoccherà il primo anno di attivazione degli Sportelli. Da qui un primo bilancio, quello presentato ieri a Palazzo Lombardia: “Questo è un percorso che segue i detenuti a fine pena - spiega Tironi -. Sono 290 quelli che abbiamo preso in carico a partire da febbraio e che hanno già iniziato ad essere formati e che parteciperanno a progetti di alternanza carcere-lavoro con le aziende. Poi, una volta fuori, saranno inseriti. Abbiamo come partner enti e cooperative che in questi anni hanno già curato, con successo, progetti di inserimento lavorativo dei detenuti”. Nel dettaglio, la sperimentazione degli Sportelli Lavoro nasce dalla proposta di Sviluppo Lavoro Italia, nell’ambito dell’iniziativa “Reti specialistiche e misure per l’inserimento lavorativo delle persone detenute” promossa dal Ministero del Lavoro e dal Ministero della Giustizia. Regione Lombardia ha condiviso il progetto con il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna attraverso un Protocollo d’Intesa approvato ad ottobre del 2025. Gli Sportelli sono attualmente attivi nella Casa circondariale di Bergamo, nella Casa circondariale Nerio Fischione di Brescia e nella Casa di reclusione di Verziano. A Brescia, lo Sportello è stato avviato il 17 febbraio sono stati incontrati complessivamente 170 detenuti: 120 a Canton Mombello e 50 a Verziano, tra cui 20 donne. A Bergamo gli operatori dei Centri per l’Impiego hanno incontrato 96 persone. A queste si aggiungono altre 24 persone segnalate dall’Area Trattamentale e coinvolte in percorsi di formazione, per un totale di 120. Quanto alla suddivisione delle mansioni agli Sportelli, gli operatori dei Centri per l’Impiego si occupano di ascolto, orientamento e presa in carico, la Regione coordina la sperimentazione e ne favorisce l’integrazione con il Programma GOL e la Dote Inserimento Lavorativo, che sostengono i percorsi individuali di formazione e accompagnamento al lavoro. “Un ruolo fondamentale è affidato alle imprese, da coinvolgere nella costruzione dei percorsi attraverso formazioni, tirocini e lavoro. La Regione - si legge nella nota diramata ieri - intende rafforzare le attività di sensibilizzazione e accompagnamento delle aziende, promuovendo la conoscenza degli strumenti disponibili, a partire dalle agevolazioni previste dalla Legge Smuraglia”. Alla presentazione dei primi risultati degli Sportelli, ieri a Palazzo Lombardia, erano presenti Maria Milano Franco d’Aragona, direttore generale del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria, Teresa Mazzotta, direttore ufficio interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Lombardia, Giovanna di Rosa, presidente Corte d’Appello di Brescia, Francesca Paola Lucrezi, direttore istituti penitenziari di Brescia, Ylenia Santantonio, direttore Casa circondariale di Bergamo, e Paola Nicastro, presidente e ad di Sviluppo Lavoro Italia. Brescia. Sportelli lavoro nei penitenziari, colloqui per 170 detenuti di Mara Rodella Corriere della Sera, 3 novembre 2026 La sperimentazione promossa da Regione Lombardia. Tironi: “Da qui passa un futuro diverso”. “Si può fare. Perché il lavoro, dentro il carcere, è qualificato e il nostro obiettivo è dare ai detenuti una professionalità che sia spendibile anche fuori, in futuro”. Lo dice “gli altri imprenditori” e non solo ne è convinto, ma lo ha fatto - e lo sta ancora facendo - Marco Omodei, presidente della bresciana Bi Solution-Società cooperativa sociale Ets: “Nel 2019 abbiamo iniziato con i primi tre detenuti, lo scorso anno è arrivato un appalto a tempo limitato per un incarico delicato, di controllo qualità. Siamo entrati in carcere, a Brescia, e dopo una selezione ad hoc abbiamo individuato una risorsa” da formare. Una donna. Ora la società ne ha un’altra, in tirocinio, da qualche settimana: “Vorremmo mantenerla”. Lo ha raccontato nel corso del convegno “Sportelli per il lavoro nel sistema penitenziario: la sperimentazione in Lombardia”, organizzato nella sede della Regione. Un’occasione per fare il punto, dopo quasi un anno, e snocciolare i numeri di un’iniziativa (nell’ambito di un più ampio progetto ministeriale) che vuole favorire il reinserimento sociale delle persone detenute grazie a percorsi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro, “affinché l’occupazione diventi la prima leva per conquistare l’autonomia ed evitare la recidiva, verso la costruzione di un futuro diverso di cui assumersi la responsabilità” ha detto l’assessora regionale all’Istruzione, formazione e lavoro Simona Tironi, che questo percorso lo ha fortemente voluto. Gli Sportelli Lavoro sono entrati nelle carceri. A Canton Mombello il 17 febbraio scorso, a Verziano il 15 aprile. E in questi mesi, nel primo istituto sono stati sentiti a colloquio 120 detenuti, nel secondo 50, di cui venti donne. Otto gli operatori coinvolti (uno dedicato al collocamento mirato) - ascoltano, orientano, prendono in carico - anche per i corsi specifici di formazione. In tutto, 290 detenuti incontrati dagli addetti allo sportello - tra Brescia e Bergamo (700 a livello nazionale), generalmente verso fine pena in procinto di uscire (massimo 36 mesi prima da protocollo regionale, sottoscritto con Prap e Uiepelo nell’ottobre 2025), o in regime di pena alternativa. La sfida è soprattutto culturale, hanno convenuto sostanzialmente tutti i relatori. Anche Giovanna Di Rosa, presidente della Corte d’appello di Brescia, con una lunga esperienza da magistrato di sorveglianza: “I percorsi detentivi acquistano un significato concreto e reale solo se finalizzati alla rieducazione vera”. E se “il diritto al lavoro è garantito dalla Costituzione”, fare rete “è il senso di un adempimento istituzionale” che ne rispetta i dettami. Il punto, per la presidente, “è restituire in modo utile queste persone alla società. Non è buonismo, ma lungimiranza”. Eppure, “resta da vincere un pregiudizio radicato, una delle ragioni per cui anche la persona più volenterosa, là dove non riceva ascolto, si troverà nuovamente in condizioni di bisogno e tornerà a delinquere”. Un’esperienza, quella degli Sportelli Lavoro, che la direttrice degli istituti penitenziari bresciani, Francesca Paola Lucrezi, definisce “intensa e ispirante”, tale da guidare i detenuti “alla scoperta delle proprie potenzialità e competenze” e in cui diverse realtà “parlano un linguaggio comune nel loro interesse, rivitalizzando i contatti e ottimizzando le risorse: così, lo Stato si dimostra capace di fare sistema, una rete fondamentale per il ritorno in società” nell’auspicio di dare continuità a questa esperienza, obiettivo peraltro più volte sottolineato anche dall’assessora Tironi. “Le imprese - sottolinea anche la direttrice - hanno bisogno di fidarsi delle istituzioni e di entrare in contatto con loro”. E non è finita. Oltre a “sensibilizzare maggiormente le aziende, “avvieremo un percorso di orientamento specialistico di gruppo, a Verziano, per le donne, molto spesso più fragili e non autonome: tre incontri, dal 25 novembre fino a gennaio”, annuncia Rachele Valentino, referente per le Politiche attive area detenzione: dopo i 6 inserimenti a Milano (con Amsa) e 1 a Lodi (Aprica) dal 2025 è pronta ad accogliere altri due detenuti: “Uno di Canton Mombello, l’altro di Verziano. Hanno già sostenuto i colloqui”. Padova. Il lavoro entra in carcere: nasce un nuovo laboratorio di panificazione di Adamo Chiesa lapiazzaweb.it, 3 novembre 2026 A Palazzo Moroni la presentazione ufficiale del progetto realizzato dalla cooperativa t-Essere Alternative insieme a Panaté. Il lavoro come strumento di formazione, riscatto e reinserimento sociale. È questo l’obiettivo del laboratorio di panificazione attivato nella Casa Circondariale di Padova, che lunedì 9 novembre, alle 16.30, sarà presentato ufficialmente alla città nella sede di Palazzo Moroni. L’iniziativa, operativa dallo scorso maggio, nasce dalla collaborazione tra la cooperativa sociale t-Essere Alternative e Panaté, impresa che coniuga la panificazione artigianale di qualità con l’inclusione lavorativa. Un progetto che mette in rete la cooperazione sociale locale e una filiera imprenditoriale nazionale, rafforzando il percorso avviato a Padova per promuovere il lavoro all’interno degli istituti penitenziari e favorire il ritorno delle persone detenute nella società. Il laboratorio coinvolge attualmente sei detenuti e si inserisce in una rete di attività analoghe già presenti nelle carceri di Cuneo, Fossano, Torino, Rovigo e Genova, oltre che nel laboratorio esterno di Magliano Alpi. L’obiettivo è estendere progressivamente questo modello ad altri territori italiani, coinvolgendo nuove imprese e realtà della cooperazione sociale. La presentazione si svolgerà nell’ambito dell’incontro pubblico “Padova aggiunge un posto al lavoro”, dedicato ai temi delle opportunità professionali, delle competenze e del futuro. Saranno presenti rappresentanti delle istituzioni, del mondo della cooperazione sociale e dell’imprenditoria. Tra gli interventi in programma quelli di Anna Michelotto, presidente di t-Essere Alternative, Davide Danni, fondatore e amministratore delegato di Panaté, e Filippo Giordano, professore ordinario di Economia aziendale all’Università Lumsa. A completare l’appuntamento sarà la performance di Stand Up Coro sulle note di “Aggiungi un posto a tavola”, un momento pensato per richiamare il valore della collaborazione tra persone, istituzioni, cooperative e imprese nella costruzione di nuove prospettive per chi sta scontando una pena. Un’occasione per raccontare un’esperienza che punta a trasformare il lavoro in una concreta possibilità di acquisire competenze e guardare al futuro, anche oltre le mura del carcere. Firenze. Sollicciano, l’attacco di Parissi: “Non capisco l’operatività del tavolo sul carcere” di Niccolò Gramigni La Nazione, 3 novembre 2026 Il Garante dei detenuti: “Mi aspetto un’apertura al dialogo: siamo ripiombati nel buio più totale, speravo che l’amministrazione comunale potesse dar mano e invece mi sembra che ci siamo assuefatti allo status quo”. Sul tavolo inter-direzionale sul carcere di Sollicciano “io non capisco l’operatiità”. L’affondo è del garante dei detenuti di Firenze Giancarlo Parissi che, intervistato da Novaradio, chiede una maggiore chiarezza e operatività su quello che è il tavolo che deve discutere delle problematiche della struttura, insieme a Comune di Firenze, direzione carcere, Società della salute, Ufficio esecuzione pene esterne. Non ci sono “novità concrete”, afferma Parissi. Nella mia ingenuità avevo riposto in questo tavolo e nei suoi lavori delle discrete speranze, devo dire che il treno di queste speranze si è ridotto a mezzo vagone. Tornerò ad occuparmi di questioni che hanno a che fare semplicemente con lo stato delle celle, con lo stato del sovraffollamento, con una situazione al femminile dal punto di vista dei diritti all’istruzione e della frequenza della scuola più che allarmante e discriminatoria”. Parissi pone l’accento anche sulla frequenza con cui si riunisce il tavolo: “La modalità di conduzione dell’ultimo tavolo da parte del Comune non l’ho molto capita - spiega Parissi -. Ci vediamo tre volte l’anno. Io ci vedo molta facciata e propaganda. Inoltre all’ultimo tavolo la direttrice è stata dieci minuti per cortesia, poi si è alzata perché aveva da fare. Io mi aspetto un’apertura al dialogo, un’apertura alla chiarezza: siamo ripiombati nel buio più totale da diversi punti di vista, speravo che l’amministrazione comunale potesse dar mano a squarciare questo buio e invece mi sembra che ci siamo assuefatti allo status quo”. Di tutto questo, conclude il garante dei detenuti di Firenze, “non ho ancora avuto il modo di poter parlare direttamente con l’assessore Paulesu”. Rimini. Appello degli avvocati al Comune: “Serve subito un nuovo Garante dei detenuti” riminitoday.it, 3 novembre 2026 L’imminente ristrutturazione di due sezioni della casa circondariale rende ancora più urgente la presenza di una figura a tutela dei diritti dei detenuti. Accelerare la nomina del nuovo Garante delle persone private della libertà personale, soprattutto alla luce delle criticità del sistema carcerario e degli imminenti lavori di ristrutturazione alla Casa circondariale di Rimini. È la richiesta avanzata dalla Camera Penale di Rimini, che ha inviato una comunicazione urgente al sindaco, al presidente del Consiglio comunale e ai consiglieri comunali, sollecitando l’avvio in tempi rapidi della procedura attraverso la pubblicazione del relativo bando. L’appello arriva dopo le dimissioni del precedente Garante e in una fase particolarmente delicata per il sistema penitenziario, alle prese con il sovraffollamento e le difficoltà nel garantire condizioni di vita adeguate alle persone detenute. A rendere ancora più urgente la nomina è l’imminente avvio dei lavori di ristrutturazione della prima e della sesta sezione del carcere riminese, interventi che comporteranno anche il trasferimento di alcuni detenuti in altri istituti penitenziari. Secondo la Camera Penale, proprio in questa fase la presenza del Garante rappresenterebbe un punto di riferimento per affrontare le criticità, tutelare i diritti delle persone detenute e mantenere aperto il dialogo tra il carcere, le istituzioni e la comunità locale. Il ruolo del Garante viene considerato importante anche per favorire i percorsi di reinserimento sociale, ritenuti dagli avvocati uno strumento fondamentale per prevenire la recidiva e contribuire alla sicurezza della collettività. La sollecitazione si inserisce nel più ampio quadro delle iniziative promosse dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dalle realtà territoriali per denunciare le difficoltà del sistema penitenziario nazionale. Una crisi che, sottolineano i penalisti, non riguarda soltanto il sovraffollamento, ma anche il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali delle persone recluse. Da qui la richiesta all’amministrazione comunale di procedere senza ulteriori ritardi alla pubblicazione del bando, così da arrivare alla nomina del nuovo Garante nel più breve tempo possibile e assicurare nuovamente una figura di ascolto, tutela e collegamento tra l’istituzione penitenziaria e il territorio. Chieti. Competenze digitali per 114 detenuti: il progetto Restart sostenuto con 211mila euro confinelive.it, 3 novembre 2026 Nuove competenze e opportunità professionali per 114 persone detenute attraverso il progetto Restart dell’associazione “Voci di dentro”, selezionato dal Fondo per la Repubblica Digitale. A sottolinearne il valore è la Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Monia Scalera, dopo una visita all’associazione e l’incontro con il fondatore e presidente Francesco Lo Piccolo. Secondo quanto illustrato dalla Garante, il progetto beneficia di un investimento di 211mila euro ed è uno dei 26 finanziati in Italia su oltre 500 candidature. Voci di dentro opera da quasi vent’anni nel mondo penitenziario, attraverso una rivista che dà spazio alla parola delle persone detenute e attività di formazione, orientamento e inclusione. Scalera ha espresso riconoscenza ai volontari e ai collaboratori, richiamando il ruolo della comunità nei percorsi di reinserimento. La Garante ha evidenziato la necessità di far conoscere il lavoro delle associazioni e costruire collegamenti tra il carcere e la società, offrendo possibilità concrete a chi deve ricostruire il proprio percorso. Brescia. Nuovo carcere di Verziano, la fine dei cantieri verso il 2028 di Pietro Gorlani Corriere della Sera, 3 novembre 2026 A Canton Mombello in arrivo docce e “sistemi anti-drone”. Dopo la querelle tra il vicesindaco Federico Manzoni e il senatore leghista Stefano Borghesi sulla tempistica del nuovo padiglione di Verziano (“Ci vorranno almeno tre anni” aveva detto Manzoni, “Sarà pronto a fine 2027” aveva replicato il parlamentare vicino a Salvini), è il vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Massimo Parisi a gettare un’ombra sui tempi. “Il cronoprogramma prevede che si finisca per fine 2027, ma può essere che si sfori al 2028”, ha detto andandosene dal convegno “Carcere, territorio: la realtà di Brescia” organizzato ieri al Castello di Dello. Nel paese della Bassa non è la prima volta che si discute di carcere con ospiti di primordine. Nel suo intervento Parisi ha parlato di lavori avviati (in realtà si sta realizzando un nuovo varco, manca il progetto esecutivo e la gara per il nuovo padiglione): “Ci sarà il nuovo padiglione da 340 posti dentro l’attuale sedime, ma si salva una porzione di campo sportivo per le attività ricreative”, ha precisato. “Il progetto iniziale è stato corretto: il padiglione che cinturava completamente l’area sacrificava le attività trattamentali” ha detto lasciando aperta la possibilità di acquisire i campi esterni dove fare laboratori per il lavoro e spazi sportivi-ricreativi, strutture essenziali se si vuole un carcere che davvero rieduchi. Il cuore del confronto è rimasto proprio sul futuro dei campi esterni. Claudio Castelli, già presidente della Corte d’Appello di Brescia rilancia sulla necessità di “una convenzione tra Amministrazione penitenziaria e Comune di Brescia”; senza di questa la Loggia non può comprare od espropriare i campi esterni, sarebbe segnalata alla Corte dei conti. L’attuale presidente della Corte d’Appello Giovanna Di Rosa ha ricordato che la sindaca Castelletti si è dichiarata disponibile all’esproprio e che un tavolo istituzionale ha prodotto una richiesta ufficiale “rimasta senza riscontro”. E così non va bene, come non va bene il generalizzato disinteresse dell’opinione pubblica per le sorti dei carcerati; una miopia etica che può generare mostri: “Occuparsi del carcere significa occuparsi della società in cui si vive”, ha aggiunto Di Rosa, sottolineando come i ritardi strutturali finiscano per condizionare anche la credibilità delle istituzioni. E ha ricorda la spesa monstre che lo Stato ogni anno deve affrontare per risarcire le persone detenute in condizioni inumane. Novità in arrivo anche per Canton Mombello, che non si riuscirà a chiudere una volta ampliato Verziano. Parisi ha parlato di “un piccolo San Vittore bresciano”, con la maggioranza di detenuti stranieri provenienti da aree marginali e forti difficoltà di reinserimento in società. C’è però un progetto in itinere per il padiglione nord, con “docce in camera” e spazi per “le attività trattamentali” ha detto il dirigente toccando anche il tema della sicurezza: si sta pensando ad “impianti antidrone” contro il crescente spaccio e l’introduzione nella struttura di telefonini per coordinare traffici illeciti. Lecco. Cerchi di Voci avvicina il carcere alla città: un anno di dialogo e confronto primalecco.it, 3 novembre 2026 Nel corso dell’anno sono stati realizzati 14 cerchi di confronto, per un totale di 27 incontri. Costruire un rapporto più stretto tra il carcere e la comunità, dando spazio all’ascolto e al confronto tra persone con esperienze e ruoli differenti. È questo il senso di: Cerchi di Voci: visioni di convivenza in carcere e in città, il progetto che nell’ultimo anno ha coinvolto detenuti, agenti di Polizia penitenziaria, operatori, volontari, giovani e cittadini in un percorso di dialogo all’interno della casa circondariale di Lecco, a Pescarenico. L’iniziativa è stata presentata oggi lunedì 2 novembre 2026 2026 nella sala consiliare del Comune di Lecco, alla presenza del sindaco Filippo Boscagli, di Lucio Farina, direttore del Centro di Servizio per il Volontariato Monza Lecco Sondrio e garante dei diritti delle persone private della libertà personale, e di Bruna Dighera, psicoterapeuta e componente del Tavolo lecchese per la Giustizia Restorativa, che ha seguito il percorso sul piano scientifico. Il progetto è nato nell’autunno del 2024, quando dalla direzione della casa circondariale è arrivata la richiesta di rafforzare il legame con il territorio, coinvolgendo la società civile in un’esperienza condivisa. Da questa esigenza ha preso forma un’iniziativa promossa insieme a L’Innominato - Tavolo lecchese per la Giustizia Restorativa e al Centro di Servizio per il Volontariato Monza Lecco Sondrio ETS. Nel corso dell’anno sono stati realizzati 14 cerchi di confronto, per un totale di 27 incontri. Un percorso articolato in momenti di dialogo inizialmente distinti per gruppi e successivamente aperti al confronto tra persone appartenenti a realtà diverse. L’obiettivo è stato creare uno spazio nel quale condividere esperienze e riflessioni sul significato della detenzione, sul rispetto reciproco e sulle possibilità di reinserimento sociale. A sottolineare il valore dell’iniziativa è il sindaco Filippo Boscagli, che ha evidenziato come il progetto abbia permesso di mettere in relazione esperienze e sensibilità differenti. “Il valore di Cerchi di Voci sta nell’aver creato, nel corso di circa un anno, occasioni concrete di incontro e confronto su un tema complesso e importante per la nostra comunità”, ha dichiarato, rimarcando l’importanza di coinvolgere cittadini, operatori penitenziari, volontari, istituzioni e persone che hanno conosciuto direttamente o indirettamente la realtà carceraria. Un dialogo che, nelle intenzioni dei promotori, non si esaurisce negli incontri organizzati, ma può contribuire a modificare il modo in cui la città guarda al carcere. La detenzione, infatti, non riguarda soltanto chi si trova all’interno dell’istituto e chi vi lavora: coinvolge anche la comunità nella quale le persone detenute potranno tornare a vivere. Per questo, creare occasioni di conoscenza reciproca significa interrogarsi sulle responsabilità collettive e sulle condizioni che possono favorire percorsi di cambiamento. Il progetto si colloca nell’ambito della riflessione sulla giustizia riparativa, pur non configurandosi come un percorso di giustizia riparativa in senso stretto. Il suo contributo consiste soprattutto nell’aver promosso un confronto tra persone che, nella quotidianità, raramente hanno la possibilità di incontrarsi in un contesto dedicato all’ascolto e alla condivisione. Il lavoro svolto sarà raccontato alla cittadinanza giovedì 19 novembre all’auditorium della Casa dell’Economia di Lecco, in via Tonale 28/30, nell’ambito della Settimana internazionale della giustizia riparativa. L’appuntamento permetterà di ripercorrere le tappe dell’esperienza attraverso testimonianze e momenti di restituzione pubblica. Particolarmente significativo sarà il collegamento in diretta tra il pubblico presente in auditorium e le persone che si troveranno all’interno della casa circondariale. Una modalità pensata per mettere in comunicazione le due realtà e dare spazio anche alla voce di chi vive quotidianamente l’esperienza della detenzione. “L’evento del 19 novembre sarà l’occasione per condividere con la città i risultati di questo percorso”, ha spiegato Boscagli, richiamando l’importanza delle testimonianze e del dialogo tra i partecipanti. Il sindaco ha inoltre sottolineato come il lavoro realizzato abbia lasciato un contributo significativo alla comunità, favorendo nuove relazioni e una maggiore consapevolezza sul tema del carcere. La prospettiva è quella di non disperdere quanto costruito durante l’anno, mantenendo aperto il confronto tra istituzioni, associazioni, operatori e cittadini. L’esperienza di: Cerchi di Voci, mostra infatti come il dialogo possa diventare uno strumento per avvicinare mondi apparentemente lontani e per affrontare questioni complesse attraverso la partecipazione. Il reinserimento sociale resta una sfida che non riguarda esclusivamente la persona che ha scontato una pena, ma anche la disponibilità della comunità a riconoscere nuove possibilità. In questa prospettiva, il progetto rappresenta un’occasione per riflettere sul rapporto tra responsabilità individuale e collettiva, ricordando che il carcere è parte della città e che il futuro di chi ne uscirà coinvolgerà inevitabilmente anche il territorio. Piacenza. Venti detenuti impegnati con il teatro alla Casa circondariale delle Novate ilpiacenza.it, 3 novembre 2026 La casa circondariale delle Novate si fa palcoscenico per una sera, portando in scena il gruppo di 20 attori detenuti che sta seguendo, con il Centro Artistico Carpa, un percorso di ricerca teatrale realizzato nell’ambito del progetto “Territori per il Reinserimento Emilia-Romagna”, sostenuto da Regione e Cassa delle Ammende. Lo spettacolo, in calendario mercoledì 16 dicembre alle 18 nella Sala Teatro dell’istituto penitenziario, si intitola “Deserti”: una rappresentazione liberamente ispirata a “L’eccezione e la regola” di Bertolt Brecht, allestita in collaborazione con il Gruppo Teatrale Quarta Parete Aps, con drammaturgia e regia di Marco Luciano e Veronica Ragusa. Per poter prendere parte a questo evento speciale, è necessario prenotare con largo anticipo: le adesioni, sino ad esaurimento dei posti disponibili, si raccoglieranno entro il 15 novembre prossimo, scrivendo a prenotazioni@quartapareteatro.it e allegando - requisito fondamentale per l’ammissione in platea - la propria carta d’identità. Il costo del biglietto è di 10 euro. Grazie alla sensibilità della Direzione della casa circondariale di Piacenza, del Comandante e degli Agenti di Polizia Penitenziaria, unitamente all’Area Pedagogica, le persone detenute coinvolte nel laboratorio hanno avuto la possibilità di vivere un’esperienza in cui la pratica artistica diventa occasione di creazione condivisa, confronto e costruzione di una drammaturgia che prende forma attraverso il lavoro degli stessi detenuti attori. “Deserti”, spiegano i curatori del progetto, è un viaggio nel deserto dell’umano, che prende forma da un omicidio e dalle molte voci che raccontano, da prospettive diverse e contraddittorie, la stessa storia. La narrazione attraversa i territori ambigui della verità e della menzogna, dell’innocenza e della colpa. Le testimonianze si susseguono, si sovrappongono e si contraddicono, componendo un racconto nel quale nessuna voce possiede la verità nella sua interezza, ma ciascuna contribuisce a svelare le contraddizioni della vicenda e della società che la contiene. Tra poesia, ironia e parabola, il deserto diventa il paesaggio concreto e simbolico di un mondo in cui la paura alimenta la violenza e i rapporti di potere possono trasformare l’ingiustizia in normalità. Un luogo nel quale le regole non sono uguali per tutti e ciò che appare eccezionale finisce per diventare consuetudine. Chi stabilisce la verità? Quando la paura diventa una giustificazione? E in quale momento l’ingiustizia smette di apparire tale? “Deserti” non offre risposte definitive, ma attraverso una pluralità di voci, corpi e punti di vista, invita il pubblico a indagare i meccanismi che regolano le relazioni umane e sociali, mettendo in discussione le certezze con cui giudichiamo gli altri e interpretiamo la realtà. Così la scena si fa luogo di interrogazione: il confine tra chi giudica e chi è giudicato, tra chi racconta e chi ascolta, diventa meno stabile. Il deserto che dà il titolo alla rappresentazione è, sottolineano gli organizzatori, la metafora delle contraddizioni del nostro tempo, in cui gli orizzonti culturali e politici sembrano dissolversi nel turbinio di informazioni e stimoli che ci arrivano da più parti. Il progetto “Deserti” sarà presentato nell’ambito del festival “Trasparenze di Teatro Carcere”, organizzato dal Teatro del Pratello di Bologna e dal Coordinamento Regionale Teatro Carcere Emilia-Romagna, una rete che promuove il teatro come esperienza artistica e occasione di incontro tra casa circondariale e società civile. Foggia. La lettura unisce carcere e città: tre scrittori incontrano detenuti e cittadini immediato.net, 3 novembre 2026 La Biblioteca Magna Capitana e la Casa circondariale promuovono un ciclo di incontri con Anna Schirru, Enrico Trevisiol e Adelmo Monachese, dal 9 novembre al 14 dicembre. Promuovere il piacere della lettura attraverso un doppio canale che coinvolge contemporaneamente la cittadinanza e la popolazione carceraria. Con questa formula la Biblioteca “la Magna Capitana” di Foggia, in collaborazione con l’Associazione di Promozione Sociale Spazio Baol, lancia un ciclo di appuntamenti letterari che vedrà tre autori impegnati in una doppia tappa: la mattina all’interno della Casa Circondariale di Foggia e il pomeriggio nella Sala Narrativa della Biblioteca. L’iniziativa si inserisce nel solco della collaborazione avviata da circa un anno tra l’istituto penitenziario e “la Magna Capitana” per il ripristino e la valorizzazione di una biblioteca interna all’Istituto, nata grazie al Protocollo di Intesa tra Regione Puglia e Casa Circondariale. Le attività svolte con i detenuti puntano a far circolare i libri della biblioteca della struttura detentiva, trasformandola in un punto di riferimento e in un luogo formativo di aggregazione. Il calendario prenderà il via il 9 e 10 novembre 2026 con l’attrice e regista Anna Schirru, che condurrà in carcere un laboratorio di scrittura creativa ed espressività vocale rivolto soprattutto agli studenti della scuola interna. Nel pomeriggio del 10 novembre, alle ore 18.00, l’autrice sarà nella Sala Narrativa della Biblioteca “la Magna Capitana” per presentare al pubblico il suo romanzo d’esordio Una brutta voglia (Wudz, 2026), opera corale ambientata nel Sud della Sardegna che esplora silenzi e dinamiche di una piccola comunità. Il secondo appuntamento si terrà il 23 novembre con Enrico Trevisiol. Il copywriter veneziano dialogherà la mattina con i detenuti condividendo letture e pagine inedite, mentre alle ore 18.00 incontrerà lettrici e lettori della Biblioteca per presentare la sua prima opera narrativa, Un eroe dei nostri tempi (Accénto, 2025), un racconto ironico sul senso di disillusione e precarietà di una generazione di trentenni. A chiudere il ciclo, il 14 dicembre, sarà lo scrittore foggiano Adelmo Monachese. L’autore proporrà ai ristretti una riflessione sulla geografia affettiva della città e sulle occasioni di rinascita quotidiana, per poi spostarsi alle ore 18.00 presso “la Magna Capitana” per la presentazione del suo volume L’estinzione delle edicole. E la mutazione dei giornalai (People, 2026), un’indagine narrativa che raccoglie le testimonianze legate alla graduale scomparsa dei chioschi d’informazione dalle strade cittadine. Bologna. Oltre la pena: l’incontro con Zuppi Il Resto del Carlino, 3 novembre 2026 Un momento di riflessione dedicato al sistema penitenziario e alla dignità umana: “Oltre la pena, la persona”, è l’incontro che oggi (alle 17.30) vedrà confrontarsi all’Oratorio San Filippo Neri il cardinale Matteo Maria Zuppi, Alessandro Bergonzoni, Fabrizio Pomes, Beatrice Campari e Luca Sebastiani, a partire dalla presentazione del libro di Pomes “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità” (Pendragon) con la prefazione del cardinale Zuppi e la postfazione di Bergonzoni e quello di Campari “Io sono una donna fortunata” (Europa Edizioni). In anteprima assoluta verrà presentato in anteprima all’Oratorio San Filippo Neri il filmato “Viaggio nello spazio (in presenza di gravità)”, l’esperienza dello scorso 13 maggio 2026, quando Alessandro Bergonzoni e Paolo Fresu hanno percorso artisticamente le aree esterne della Casa circondariale Rocco D’Amato di Bologna. A partire da queste due testimonianze, l’incontro propone una riflessione sul sistema penitenziario, sul valore della pena, sulle opportunità di reinserimento e sulla necessità di guardare oltre il reato per riconoscere la persona. Evento realizzato in collaborazione con l’Osservatorio Diritti Umani, Carcere e altri luoghi di privazione della libertà della Camera Penale di Bologna. Napoli. Poggioreale, il rettore della Federico II tiene una lezione su Dante per i detenuti di Bianca De Fazio La Repubblica, 3 novembre 2026 Appuntamento mercoledì alle 10: Andrea Mazzucchi discuterà su “Leggere l’Inferno di Dante attraverso le immagini”, all’interno del progetto “Valiamo la pena”: “L’università ha il dovere di essere presente là dove il diritto alla conoscenza rischia di incontrare maggiori ostacoli”. Il rettore della Federico II entra a Poggioreale per tenere una lezione ai detenuti. Non una visita istituzionale, ma un appuntamento con la cultura e il sapere, dentro uno dei luoghi simbolo del mondo carcerario, a Napoli come in Italia. Mercoledì, alle 10, Andrea Mazzucchi sarà nella casa circondariale “Giuseppe Salvia” per parlare di Dante e dell’Inferno. Una presenza non consueta per chi guida un grande ateneo, che assume un significato particolare: portare l’università dietro le sbarre, incontrando direttamente le persone detenute e riconoscendo loro il diritto alla conoscenza. La lezione, intitolata “Leggere l’Inferno di Dante attraverso le immagini”, rientra nel progetto “Valiamo la pena”, promosso dal Polo Universitario Penitenziario della Federico II. Un percorso tra le rappresentazioni artistiche dei luoghi, dei personaggi e degli episodi della Commedia, per rileggere attraverso le immagini uno dei testi fondamentali della letteratura. Ma anche un’occasione per riflettere su responsabilità, giustizia, colpa e possibilità di cambiamento. La scelta di Dante non è casuale. Il viaggio nell’oltretomba è anche un percorso di conoscenza, nel quale la consapevolezza dei propri limiti e la possibilità di trasformarsi diventano decisive. “La cultura non cancella il passato, ma può contribuire ad aprire un futuro diverso”, sottolinea Mazzucchi, ricordando che il diritto allo studio non può essere cancellato dalla condizione detentiva. “La formazione universitaria in carcere non è un’attività accessoria né una concessione: è una componente essenziale della missione pubblica dell’ateneo”. “L’università - aggiunge il rettore - ha il dovere di essere presente là dove il diritto alla conoscenza rischia di incontrare maggiori ostacoli. Andare a Poggioreale significa riconoscere che il diritto allo studio e alla cultura appartiene a ogni persona e che nessuna condizione può cancellare la possibilità di apprendere, di interrogarsi, di acquisire nuovi strumenti per comprendere se stessi e il mondo. Incontrare Dante in carcere significa anche misurarsi con la forza di un’opera che non smette di porre domande sulla responsabilità, sulla giustizia e sulla possibilità di cambiamento”. Il Polo, coordinato dalla professoressa Marella Santangelo, raggiunge anche gli altri penitenziari campani, con 11 corsi di laurea triennali e due magistrali, con circa cento studenti e quasi dieci laureati. Ogni semestre una settantina di docenti entra negli istituti penitenziari per svolgere le lezioni in presenza, garantendo ai detenuti un percorso universitario. “Il teatro è un’occasione d’incontro, non uno strumento di salvezza” di Mary Ferrara teatro.it, 3 novembre 2026 Intervista a Valentina Esposito, fondatrice di Fort Apache Cinema Teatro, la compagnia di attori ex detenuti: il teatro in carcere e la battaglia del reinserimento. “Il fuori è una trincea”. Valentina Esposito lo dice senza giri di parole: per lei è più difficile lavorare fuori dal carcere che dentro. Drammaturga, regista e autrice, da quasi venticinque anni fa teatro con attori detenuti ed ex detenuti. Tutto è cominciato nel carcere di Rebibbia. Nel 2014 dieci attori in uscita le hanno chiesto di non disperdere quello che avevano costruito, e da lì è nata la Compagnia Fort Apache Cinema Teatro. Oggi è l’unica compagnia teatrale stabile in Italia e in Europa composta da attori ex detenuti, diventati professionisti di cinema e palcoscenico. In questa intervista racconta come le storie vere dei suoi attori entrano nella drammaturgia senza essere esibite, e perché la parola “riscatto” le sembra retorica. Spiega anche cosa significa portare in scena la violenza di genere davanti a un pubblico di detenuti, come fa Mercoledì delle Ceneri, in tournée a novembre intorno al 25. E parla di quello che la società ancora non fa per chi esce dal carcere. Da gennaio la compagnia porterà in tournée L’ostaggio, con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia, fino al Teatro Vascello di Roma. Chi è Valentina? Valentina è una donna di 50 anni, madre, autrice, regista, che da quasi 25 anni si occupa di teatro con attori detenuti ed ex detenuti. Com’è nato Mercoledì delle Ceneri, lo spettacolo che porti in carcere? Mercoledì delle Ceneri è un testo che porto in scena con la compagnia, costituita da attori ex detenuti e professionisti che non hanno avuto un’esperienza di reclusione sul tema della violenza di genere. Abbiamo concentrato le rappresentazioni nel mese di novembre, intorno alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Quando hai capito che il teatro poteva superare il muro di un carcere? Nel 2014 avevo una decina di attori in dimissione dal carcere di Rebibbia, mi hanno chiesto con forza di proseguire l’esperienza all’esterno, di non disperdere la formazione che avevano avuto e di avere un’opportunità concreta di inserimento lavorativo. Ed è lì che ho fondato la compagnia esterna e la struttura Fort Apache Cinema Teatro. Cosa ti resta addosso di chi ha lavorato con te, quando torni a casa? Mi restano dei frammenti di dolore e di disperazione. Sono tutti contesti difficili e noi non ci sottraiamo mai dall’affrontare con coraggio temi di urgenza collettiva, come è ovviamente quello della violenza di genere, e la drammaturgia è la ricomposizione di una serie di testimonianze dirette di attori e attrici. Si entra sempre nel cuore della verità e in fondo c’è l’essenza del dolore. Tutto questo mi resta, ma negli anni è diventato una grande forza e un modo per interpretare il mondo con profondità. Chi ha perso la libertà racconta la scena in modo diverso? Assolutamente sì. Chi ha perso la libertà ha un’urgenza e una necessità stringente di stare sulla scena e di ricostruire la propria identità attraverso il teatro. La mancanza di libertà è una chiave di lettura sulla vita e sul mondo molto più forte, perché ti dà sempre la misura del valore delle cose. Ti è mai pesato decidere cosa mostrare della vita di chi ha sbagliato? Decisamente. Nel corso degli anni ho sempre preferito rielaborare l’esperienza biografica in forma narrativa, in contenitori universali nei quali le biografie restino parzialmente invisibili allo sguardo dello spettatore, ma costituiscano comunque il substrato di verità e di autenticità della scrittura e delle messe in scena. Solo in un caso ho deciso di attraversare la biografia di un mio attore, nell’ultimo allestimento, L’ostaggio. Abbiamo debuttato al Festival di Narni con Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia. Lì l’analisi della biografia è sicuramente più esplicita, con riferimenti sempre alla grande letteratura che allargano il campo visivo. Hai mai temuto che queste storie restassero inascoltate? Sicuramente questo è un teatro politico, un teatro che divide, un teatro che chiede allo spettatore di essere presente, di prendere posizione, di interrogarsi. Gli spettatori dei nostri spettacoli escono pieni di domande e senza nessuna rassicurazione. “Riscatto” è la parola giusta per il vostro lavoro? Ho sempre avuto un senso di disagio nei confronti del linguaggio che racconta il carcere: parole come rieducazione, riscatto, reinserimento, una prospettiva salvifica che trovo un po’ retorica. Io ho incontrato delle persone e ho attraversato con loro, attraverso il teatro, un vissuto e un passaggio che nel campo dell’arte è diventato una risorsa, un’ispirazione. Penso che il teatro sia un’occasione d’incontro, non uno strumento di salvezza. Cosa brucia davvero, quando in scena bruciano i fantocci? I fantocci rappresentano il mostro che è dentro di noi. Ci tenevo a raccontare non tanto il fatto di cronaca quanto la cultura che in qualche modo legittima gli atti violenti ai quali assistiamo quasi ogni giorno. Nello spettacolo, questi mostri, questi fantocci in lattice deformi, escono dal ventre degli attori come se rappresentassero la responsabilità, la complicità, il silenzio della società rispetto al tema della violenza di genere. Cosa cambia recitare davanti a un pubblico detenuto o a uno esterno? È un’esperienza totalmente diversa. Il tema della violenza di genere è molto divisivo all’interno delle carceri: le persone che si sono macchiate di questo reato sono protette e recluse in reparti diversi, perché questi reati sono considerati infamanti dalla popolazione detenuta. Per i nostri attori ex detenuti è stato un atto di grande coraggio interpretare uomini maltrattanti, e sarà un atto di grande coraggio farlo di fronte alla popolazione reclusa del carcere di Genova. Sarà anche un momento di grandissima ricaduta, come si dice tecnicamente, “ricaduta trattamentale”: assistere a uno spettacolo di attori ex detenuti professionisti per dei cittadini reclusi che frequentano ancora i corsi di formazione teatrale interni e in qualche modo possono sognare una prospettiva futura. C’è stato un momento in cui hai pensato che la fatica di questo lavoro valesse la pena? E uno in cui hai pensato il contrario? Il 24 novembre dell’anno scorso abbiamo portato lo spettacolo agli studenti degli istituti superiori di Viterbo. Alla fine, una ragazza di 15 anni è venuta da me con gli occhi lucidi e mi ha detto: “Se avessi visto prima questo spettacolo”. Ancora oggi, a raccontarlo, mi emoziono. Quel momento ha dato un senso enorme alla fatica di metterlo in scena e di portarlo nelle scuole. Ora abbiamo quasi 800 studenti del territorio di Velletri e l’adesione delle scuole, di questi tempi, mi rende molto orgogliosa. Le difficoltà sono quotidiane, il lavoro teatrale non è semplice e nei contesti di disagio lo è ancora di più, ma non tornerei mai indietro: mettere le nostre competenze a disposizione in questi contesti restituisce sempre qualcosa di più. C’è stato un attore o un’attrice della compagnia che ti ha fatto cambiare idea su qualcosa? Sicuramente, perché conoscere sin da giovanissima il carcere, quando sono entrata per la prima volta, è una lente di ingrandimento sul mondo. La conoscenza di questi contesti decostruisce completamente un sistema di pregiudizi e di pensieri su questi mondi che inizialmente sembrano molto lontani e invece ti sono vicini, ti riguardano in tutti i modi. Il mio amico più caro ha scontato 32 anni di detenzione. Cosa ti dicono gli ex detenuti quando affrontano personaggi con una violenza intrinseca o una bontà sconfinata, e quali riflessioni diventano drammaturgia? Per gli attori professionisti, interpretare un testo significa cercare somiglianze con un vissuto spesso lontano dal proprio. Lavorare con gli ex detenuti rovescia la prospettiva: le loro esperienze sono più forti della letteratura, più reali del reale, e la letteratura si fa carne, diventa tridimensionale, aderente alla vita, pur restando aperta alle grandi questioni universali. Quando acquisiscono la tecnica degli attori professionisti, la forza della loro esperienza li rende presenze sceniche enormi: a volte i professionisti sembrano quasi invisibili accanto a loro, e tutto ti torna indietro, come spettatore, regista e autrice. Un attore professionista, come Edoardo Pesce, può trovarsi in difficoltà accanto a un collega di 75 anni con un’esperienza di vita violentissima; ma se riesce a non affidarsi agli strumenti della sua professione e a mettersi in gioco come persona, la relazione diventa secondaria e brilla sulla scena. Per gli ex detenuti il teatro è uno strumento di sopravvivenza e un esercizio spirituale per restare ancorati a un’interiorità riscoperta dopo anni di distanza. Secondo me è questo l’approccio al teatro in generale: il teatro sociale riscrive le priorità. Nel corso del tempo ti sei persa qualcuno? E qualcuno invece è tornato? Purtroppo si, non è semplice. I contesti di provenienza degli attori sono fortissimi, il richiamo della criminalità, la mancanza di opportunità professionali concrete. Il teatro non è un lavoro: nemmeno gli attori professionisti riescono spesso a vivere completamente di questo lavoro, e quindi purtroppo fuori non ci sono le condizioni. La società non è ancora pronta a riaccogliere le persone in dimissione, a creare intorno a loro una rete di sostegno reale e concreta, che permetta effettivamente a queste persone, che hanno comunque passato un periodo di reclusione, seguito dei corsi di formazione e fatto un percorso di riflessione, di ricostruirsi. Il fuori è una trincea, il fuori è un luogo di guerra. O ci assumiamo la responsabilità di creare una rete intorno a queste persone, o il rischio di recidiva è sempre lì, dietro l’angolo. Per me è molto più difficile lavorare fuori che dentro. Dentro sono lì, e il teatro è una finestra di dialogo con il mondo e con se stessi. Fuori è una battaglia per tenerli agganciati all’esperienza. Quando accade è per sempre, ma non accade sempre. Avresti mai pensato di affrontare questo tipo di teatro quando hai iniziato? No. Ho iniziato pensando di percorrere una strada tradizionale, e a un certo punto della mia vita, per una serie di contingenze, mi sono ritrovata all’interno del carcere di Rebibbia. Lì ho sentito subito che sarebbe stato molto difficile evadere da questo contesto, sganciarmi dal senso di responsabilità che ti investe immediatamente entrando in questi luoghi. Il teatro tradizionale, lo frequenti? Lo frequento, ma è complicato per me aderire a operazioni artistiche nelle quali non sento uno slancio, un impegno nei confronti del sociale e dei nodi fondamentali della nostra esistenza. È come se il contesto del teatro sociale riscrivesse, nella mia esperienza di spettatrice, le priorità. Quali sono i prossimi impegni? I prossimi impegni riguardano la tournée di Mercoledì delle Ceneri, concentrata nel mese di novembre ma che prosegue anche a dicembre: abbiamo voluto valorizzare il mese dedicato alla lotta alla violenza di genere. Da gennaio parte invece la tournée dell’ultimo allestimento, L’ostaggio, con protagonisti Edoardo Pesce e Giancarlo Porcacchia. Lo spettacolo rivisita l’esperienza dolorosa di Giancarlo Porcacchia, attore ex detenuto con 32 anni di reclusione alle spalle e una vita complicata nei contesti della criminalità. Il lavoro rilegge questa biografia alla luce del Faust e dei grandi temi che riguardano la sete di potere, la dannazione, la sfida: è un lavoro di grande forza che partirà a gennaio e fino a maggio, e concluderemo la stagione al Teatro Vascello di Roma. Gli strumenti “artificiali” dell’autoritarismo di Niccolò Nisivoccia Il Manifesto, 3 novembre 2026 Un futuro nel quale fosse vero anche solo il fatto che la decisione del giudice possa essere sostituita da quella di una macchina, avrebbe le sembianze di un incubo. Cosa sogna l’autoritarismo, rispetto al diritto? Quale idea di giustizia coltiva? Coltiva, fra le altre cose, lo stesso sogno che oggi l’intelligenza artificiale lascia intravedere concretamente, all’orizzonte: quello di un futuro nel quale la decisione del giudice possa essere sostituita dalla decisione di una macchina; nel quale la macchina scongiuri anche solo l’eventualità di un errore. Ma poi anche molto di più: sogna quei medesimi scenari già preannunciati più di vent’anni fa da un film come Minority Report (che a sua volta era tratto da un racconto di Philip Dick del 1956). E cioè una società nella quale sia possibile prevedere la commissione dei reati grazie a certe capacità precognitive; nella quale il reato non viene punito come fatto, ma come intenzione. In parte è già realtà: e basti pensare ai sistemi di riconoscimento facciale negli spazi pubblici, basati appunto sull’intelligenza artificiale, di cui si vorrebbe dotare le forze dell’ordine e di cui si è parlato quest’estate ed è prevedibile che si parlerà ancora molto, dopo i disordini delle ultime settimane. La direzione è la stessa di Minority Report: non solo la prefigurazione, ma perfino la conformazione del mondo secondo le volontà di potere di chi il potere lo detiene. È facile capire come e quanto, qui, siano in gioco i nostri diritti fondamentali e la nostra libertà. Ed è ancora più facile capirlo proprio alla luce di quanto accaduto nelle ultime settimane. Il docente di diritto penale Vittorio Manes faceva, di recente, un esempio che in questi giorni appare quasi una preveggenza: andrò comunque in una manifestazione pur sapendo che il mio volto verrà registrato e magari catalogato fra quelli di persone considerate potenzialmente pericolose o facinorose? Siamo al bivio fra tecnologia e tecnocrazia, osservava Manes. Oppure, come scrive Asma Mhalla in Resistere ai tempi oscuri: siamo al bivio di una tecnologia che, da totalizzante, sta diventando sempre di più totalitaria. Di una tecnologia, in ogni caso, a rischio di asservimento da parte di autoritarismi più o meno velati. Siamo in un mondo, insomma, nel quale la tecnica non sembra più accontentarsi di offrirci degli strumenti ma sembra voler configurare le condizioni stesse entro cui gli individui debbano agire, decidere, relazionarsi, costruire forme di appartenenza e partecipazione alla vita. E si capisce allora come e quanto a venire in gioco qui sia la stessa struttura degli ordini politici e giuridici e degli assetti di potere. Come si domanda una giovane filosofa del diritto, Mariapia Romeo, che lavora proprio su questi temi: se il funzionamento dei sistemi diventa autosufficiente, quale spazio rimane per la libertà? Se il potere si esercita attraverso infrastrutture tecniche anziché umane, quale spazio resta per la sua contestazione? Ed è ancora più grave, il problema, se riflettiamo sul fatto che nessun sistema di intelligenza artificiale apprende direttamente dalla realtà, ma viene addestrato su dati già selezionati e classificati da qualcuno: prima ancora che l’algoritmo entri in funzione, qualcuno ha già definito il quadro dentro il quale alcuni risultati saranno considerati adeguati mentre altri saranno trattati come errori o deviazioni. Ha ragione Flavia Barca, nel suo I pregiudizi dell’AI: il punto in definitiva è quello delle categorie che vogliamo usare per interpretare il mondo e la realtà. Ma è davvero immaginabile, al di là di tutto, che la realtà possa essere sistematizzata e classificata a priori? Il possibile può davvero coincidere con il prevedibile? No, e lo sappiamo: la realtà sarà sempre, per fortuna, molto più complessa di quanto la si possa immaginare. Lo sappiamo perché ognuno di noi, in fondo, ne fa quotidianamente esperienza: il possibile non coincide mai con il prevedibile, nessuna classificazione potrà mai pretendere di esaurire le variabili umane ed esistenziali della vita. La vita ci sorprenderà sempre, ed è questo il bello: è il bello della vita, ed è la salvezza contro qualunque pretesa di dominio. Vogliamo aggiungere che è il bello anche del diritto, la sua essenza? Ben venga dunque una legge come quella sull’intelligenza artificiale, approvata nei giorni scorsi in attuazione del Regolamento europeo del 2024; e ben venga una norma come quella contenuta nel suo articolo 3, dove leggiamo che l’intelligenza artificiale deve rimanere antropocentrica. È solo un’affermazione di principio, priva come tale di importanza? Al contrario: è una norma importantissima, perché traccia un orizzonte. Un futuro nel quale fosse vero anche solo il fatto che la decisione del giudice possa essere sostituita da quella di una macchina, a tacere di tutto il resto, avrebbe le sembianze di un incubo, più che di un sogno. Ne sarebbe felice solo un potere fondato sull’autoritarismo, il quale finalmente vedrebbe esaudite, senza più rischi di contestazione o di opposizione, tutte le sue pretese: come quella di veder compresso nella propria libertà, più o meno violentemente, qualunque soggetto che ai suoi occhi appaia un potenziale deviante, un possibile “facinoroso”. Il caporalato non è la piaga solo dell’agricoltura di Maria Cecilia Guerra*, Camilla Laureti**, Antonella Forattini*** Il Domani, 3 novembre 2026 Il bilancio del primo decennio della normativa ci dice a che punto siamo nella lotta per il contrasto allo sfruttamento: che oggi attraversa l’intero sistema economico e produttivo, anche nella forma contemporanea digitale. Serve una Procura nazionale specializzata, per rendere più efficaci le indagini. E una rete nazionale di mercati coperti e negozi permanenti dei produttori e delle coop, per ridurre gli intermediari e assicurare prezzi trasparenti e remunerazioni eque. A dieci anni dall’approvazione della legge 199, abbiamo voluto promuovere alla Camera un momento di riflessione dal titolo “Legge sul caporalato. Dieci anni dopo: cosa ha funzionato, cosa manca”. Non soltanto per ricordare il percorso che portò a quella legge di civiltà, ma soprattutto per capire quali passi dobbiamo ancora compiere per sconfiggere lo sfruttamento del lavoro. I dati Istat parlano di circa 3 milioni e 277 mila unità di lavoro irregolari. Numeri che dimostrano come lo sfruttamento non sia un problema circoscritto all’agricoltura, ma attraversi l’intero sistema economico e produttivo, anche nella forma contemporanea digitale. È quello che, del resto, ci dicono gli studenti e i ragazzi scesi in piazza anche in queste settimane per chiedere che sia rispettato il loro diritto al futuro, che significa in primis certezza del diritto allo studio e a un lavoro stabile e non sfruttato. In sostanza un altro e diverso modello di sviluppo. Il caporalato colpisce spesso lavoratrici e lavoratori migranti, si intreccia con la precarietà, il lavoro nero e grigio, si insinua nella somministrazione, comporta la negazione di altri diritti, come quello alla cittadinanza e all’abitare. Nel caso delle lavoratrici si accompagna alla violenza sessuale e di genere. Una realtà che danneggia le persone coinvolte, le imprese sane e la qualità della democrazia, che vede protagoniste spesso le organizzazioni criminali e le agromafie. Il Pd propone di superare la legge Bossi-Fini e la logica dei decreti flussi, approvare una legge sulla cittadinanza, rafforzare la Rete del lavoro agricolo di qualità anche nelle sue articolazioni territoriali, contrastare la precarietà e la catena distorta di appalti e subappalti. Servono più controlli, con personale e risorse adeguati, migliorando la collaborazione fra i tanti organismi ispettivi, e serve una Procura nazionale specializzata per rendere più efficaci le indagini - complesse - sui fenomeni di sfruttamento e violazione della sicurezza, perché i processi siano celeri. La tutela del lavoro non può essere separata da una riflessione più ampia sul modello agricolo e agroalimentare, oltre che produttivo. Le proteste di agricoltori e autotrasportatori, soprattutto al Sud, hanno mostrato tutti i ritardi del governo nel dare risposte a una crisi che viene da lontano ed è stata aggravata dall’aumento del costo dell’energia. I carburanti agricoli sono aumentati del 40 per cento, i fertilizzanti del 12 per cento, mentre il costo della spesa è cresciuto del 29,5 per cento in cinque anni. Eppure, su 100 euro spesi dai consumatori, soltanto una quota compresa tra 1,5 e 7 euro arriva a chi produce, a seconda di filiera e prodotto. Dobbiamo allora riequilibrare il potere lungo la filiera, garantendo un reddito giusto agli agricoltori e cibo sano e accessibile alle persone. Per questo proponiamo tre strumenti concreti: un sostegno alimentare mensile e strutturale per le famiglie a basso reddito, con una quota specifica per alimenti genuini; una rete nazionale di mercati coperti e negozi permanenti dei produttori e delle coop, per ridurre gli intermediari e assicurare prezzi trasparenti e remunerazioni eque; una legge quadro sugli acquisti pubblici e sulle mense, che valorizzi qualità nutrizionale, sostenibilità, biologico, tutela del lavoro e accesso dei piccoli produttori. In Europa, poi, continueremo l’impegno a difesa della condizionalità sociale della Pac: nessun euro può arrivare a chi produce senza rispettare i diritti di chi lavora nei campi. Non possono esserci qualità senza giustizia, né competitività con lo sfruttamento. A concludere l’iniziativa è stata la nostra segretaria Elly Schlein, che ha ribadito la responsabilità collettiva della sfida: “Quello di cui parla questa legge impegna tutta la società, riguarda tutti e nessuno si può girare dall’altra parte”. È da qui che vogliamo rilanciare un impegno di legalità così disatteso da questo governo. Perché dietro ogni prodotto, dietro ogni produzione ci sono le persone. Dietro il lavoro, ci sono le persone. La tutela delle quali deve essere la stella polare di ogni azione, di ogni misura, di ogni politica scelta. E nessuno può chiamarsi fuori. Nessuno. *Deputata e responsabile lavoro del Pd **Eurodeputata e responsabile agricoltura del Pd ***Deputata e capogruppo Pd in Commissione Agricoltura Le “morti annunciate” di Trieste e quei posti vuoti per l’accoglienza di Francesco Dal Mas Avvenire, 3 novembre 2026 Un rogo nella struttura dove trovano rifugio i migranti uccide due giovani. La rabbia degli enti che si occupano di accoglienza. Manifestazione in piazza della Libertà. La Caritas: dolore e indignazione. In 100 si sono salvati, loro due no. Un giovane marocchino, una ragazza italiana, tra i 30 ed i 20 anni. Malcapitati tra i profughi del Porto Vecchio. Li ha soffocati il monossido di carbonio sviluppato da un incendio esploso da qualche braciere o fornelletto, accesi per riscaldarsi. Lumini e fiori, in piazza Libertà - là dove i volontari distribuiscono la sera, dalle 18 alle 20, un piatto caldo e una coperta - per ricordare le due vittime, morte domenica sul far della mezzanotte mentre si riparavano dalle raffiche di bora a 100 km orari. I magazzini 18 e 19 del Porto Vecchio dovrebbero essere off limit. Ma la fiumana di senzatetto dove va a ripararsi? Dal piano terra l’incendio è esploso, incontrollabile, e il monossido è salito al piano superiore, aggredendo i due giovani che bivaccavano in uno stanzino, l’ex ufficio. Erano le 23.30 di domenica quando sono stati allertati i soccorsi. Vigili del Fuoco e Forze dell’Ordine hanno trovato il peggio di quanto potevano aspettarsi. Il monossido è salito al primo piano ed ha avvelenato i due giovani che si trovavano rannicchiati in uno stanzino. Altri che bivaccavano nei pressi sono riusciti a mettersi in salvo. Loro due, no. Le operazioni di soccorso si sono protratte per 8 ore. È stato fatto intervenire anche un piccolo scavatore cingolato per sgomberare le macerie dei muri crollati. Sgomenti gli altri migranti che hanno continuato a trovare riparo negli ambienti attigui. Una ventina di profughi ancora ieri mattina, perché intrappolati all’interno dello stabile. Per accedere all’edificio, che è di tre piani, i vigili del fuoco hanno indossato gli autorespiratori. Un soppalco in legno è crollato mentre stavano operando. “Sono in corso le formali procedure di identificazione e dei conseguenti accertamenti. La Prefettura segue con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda, assicurando il necessario raccordo istituzionale” hanno informato i collaboratori del prefetto Giuseppe Petronzi, a seguito di un vertice con tutte le forze dell’ordine. E ieri sera la protesta, in piazza, di tutte le associazioni di volontariato. Tanto più forte, questa protesta - si è specificato - perché in quei magazzini si rifugiano tanti malcapitati, ma anche richiedenti asilo che devono aspettare due o tre mesi per ricevere il riconoscimento della protezione. Eppure, si conferma, ci sono almeno 80 posti di accoglienza ancora liberi. “Esprimiamo il nostro dolore, ma non possiamo limitarci al cordoglio - s’impunta Gianfranco Schiavone, dell’Ics, Consorzio di Solidarietà -. Quanto accaduto è la conseguenza di una situazione di abbandono che si trascina da anni, conosciuta dalle istituzioni e alla quale non si vuole dare risposta. Lo scorso inverno altre due persone sono morte in questi magazzini. Eppure, nulla cambia”. Le associazioni chiedono la disponibilità dell’ex mercato di via Flavio Gioia, una struttura pubblica inutilizzata da anni, dotata di servizi igienici, docce e riscaldamento, la cui destinazione a dormitorio a bassa soglia è stata più volte proposta. Una soluzione concreta per offrire un riparo a chi oggi è costretto a dormire all’aperto o negli edifici fatiscenti del Porto Vecchio. “Dall’altra parte - afferma Schiavone -, la Questura continua a rinviare di due o tre mesi l’accesso alla procedura di asilo, rilasciando semplici inviti a ripresentarsi agli uffici, senza indicare che le persone hanno già manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale. In questo modo, la Prefettura non provvede alla loro accoglienza, nonostante il diritto a riceverla sorga già con la manifestazione della volontà di chiedere asilo, alle condizioni previste dalla legge”. E ieri sera la veglia, in piazza. L’associazione Linea d’Ombra, che provvede alla solidarietà serale in piazza, si è raccomandata di non chiamarla protesta. “Scendiamo in strada per ricordare queste vite e per rivendicare il diritto di ogni essere umano a vivere in sicurezza e con dignità” hanno spiegato i promotori. “Privati cittadini - chiarisce Linea d’Ombra - ci mandano questo appello. Ci riempie di gioia vedere le mobilitazioni avvenire dal basso, spontaneamente. Abbiamo la prescrizione per le distribuzioni. Non chiamiamo una protesta, ci siamo come sempre. Portiamo fiori, rabbia e solidarietà”. Oggi il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, sarà a Roma e incontrerà il ministro dell’Interno, Piantedosi. “Voglio che vengano spostati immediatamente, appena arrivano: uno o due giorni, poi devono essere spostati. Adesso ne portano via sessanta a settimana, che ne portino via quattrocento a settimana”. Lo ha dichiarato ieri, subito dopo aver espresso “condoglianze alle famiglie per la disgrazia avvenuta”. “Di fronte a una simile tragedia, le polemiche emerse in queste ore cadono del tutto. Risulta infatti preoccupante, oltre che vergognosa, la responsabilità di alimentare contrasti politici a fronte della drammatica perdita di due vite umane, tra le quali quella di una cittadina italiana” ha commentato il presidente della Regione Massimiliano Fedriga. “Di conseguenza - ha concluso Fedriga -, viene meno qualsiasi strumentalità: dinanzi al rispetto dovuto al dolore e alla gravità dei fatti, le questioni sollevate da chi cerca lo scontro perdono ogni consistenza”. Il direttore della Caritas: “Profonda tristezza e indignazione” Ecco il messaggio diffuso dal direttore della Caritas di Trieste, Giovanni la Manna. “Nel giorno in cui ricordiamo e affidiamo a Dio i nostri defunti, la morte di un uomo e di una donna nell’incendio di un magazzino del Porto Vecchio mi riempie di profonda tristezza e indignazione. Due vite spezzate in un luogo cercato come riparo. Due persone la cui dignità ci riguarda, anche prima di conoscerne i nomi. Sapere che, in questo momento, a Trieste ci sono posti liberi nel circuito di accoglienza rende ancora più doloroso quanto accaduto e pone una questione grave, che chiede di essere affrontata con urgenza. Occorre comprendere come rendere i posti disponibili effettivamente accessibili a chi è ancora senza un riparo sicuro e lavorare insieme perché questo avvenga. Come sacerdote e direttore della Caritas di Trieste, sento che la preghiera domanda anche un’assunzione di responsabilità. Mentre le circostanze della tragedia vengono accertate, siamo chiamati, ciascuno per la propria parte, a tradurre la vicinanza alle persone più esposte in risposte concrete e tempestive. Affidiamo queste persone alla misericordia del Padre. Il dolore e l’indignazione ci muovano a collaborare, con umiltà e determinazione, perché a ciascuno sia garantito un riparo sicuro. Onorare i morti ci impegna a custodire i vivi”. “Vietare i social ai giovani è utopistico e dannoso. Li spinge in mercati opachi” di Raphael Zanotti La Stampa, 3 novembre 2026 Il docente di cybersecurity Stefano Zanero: “Dobbiamo anche tutelare la privacy”. “Pensare di vietare i social ai minori con una legge è utopistico. Anzi, potrebbe essere dannoso non solo per i ragazzi ma per tutti noi”. Stefano Zanero, ordinario di cybersicurezza al Politecnico di Milano, è tra i 405 ricercatori di 30 Paesi che il 2 marzo scorso hanno firmato l’appello internazionale “Joint statement of security and privacy scientists and researchers on Age Assurance”, lettera che chiede una moratoria sulle verifiche generalizzate dell’età. Ha accettato di commentare la nostra inchiesta, pubblicata ieri da La Stampa, che ha documentato il mercato di account Instagram, TikTok e Facebook “vecchi” o “adulti” che potrebbero essere acquistati da minorenni per eludere un’eventuale legge italiana. Professore, lei pensa che una legge contro l’accesso dei minori ai social rischi di creare un mercato per aggirarla? “Un rischio ampiamente prevedibile. Lo abbiamo visto nella storia dell’uomo tutte le volte che si è cercato di proibire qualcosa, dall’alcol ai film proibiti. Inoltre questo metterebbe dei minorenni a diretto contatto con mercati borderline, opachi, magari gestiti da persone non proprio perbene”. Ma proteggere i minori da pornografia, violenza e radicalizzazione non è un dovere? “Certo. La finalità è condivisibile. Noi addetti ai lavori contestiamo il mezzo, non l’obiettivo. Vietare l’accesso in base all’età non equivale a proteggere davvero i ragazzi”. Perché non funziona? “Anzitutto sono spesso leggi nazionali. Basta cambiare Paese o usare una Vpn per trovarsi in un’altra legislazione. Inoltre, come ha dimostrato la vostra inchiesta, acquistare un profilo “da adulto” è molto facile. Ci sono Paesi in cui è più facile, la Cina controlla il proprio ecosistema digitale, ma è ovviamente un modello non adottabile dalle democrazie occidentali”. Si potrebbe rendere obbligatoria una verifica dell’identità per tutti... “E qui arriva un secondo problema: come la facciamo? Stefano Longari, un ricercatore bravissimo, ha pubblicato di recente un articolo accademico in cui ha studiato diversi sistemi di verifica dell’età: molti sono eludibili, invasivi per la privacy o implementati male dalle piattaforme. Se è difficile per i grandi operatori, come si può chiedere ai piccoli di adeguarsi alle nuove norme?”. Non basterebbe dimostrare di avere più di 16 anni senza comunicare le generalità? “Esistono soluzioni progettate per rivelare solo un attributo ma servono infrastrutture e credenziali affidabili e resta il problema di chi prende in prestito o compra un account già abilitato”. Quindi per proteggere i minori rischiamo di sorvegliare gli adulti? “È un altro dei problemi di cui non si tiene conto. Daremmo a piattaforme e intermediari dati finora sottratti alla raccolta indiscriminata. Sarebbe un paradosso nell’Europa del Gdpr”. È la stessa obiezione che avete rivolto al progetto Chat Control? “La logica è simile. Per combattere un male reale, gli abusi sui minori, si prospettano controlli che rischiano di compromettere la riservatezza delle comunicazioni di tutti. Non si può scardinare la protezione delle conversazioni cifrate end-to-end con la promessa che così sparirà il problema”. Ma allora cosa propone al legislatore? “Di smettere di trattare problemi diversi come se ne esistesse uno solo. Pornografia, bullismo e radicalizzazione sono fenomeni diversi. Ogni rischio richiede strumenti specifici. Un divieto unico è più facile da annunciare che da far funzionare”. Le famiglie non possono essere lasciate sole... “Infatti più utili di una legge sarebbero educazione digitale, scuola e responsabilità dei genitori. È più lento di un divieto ma il tecnosoluzionismo è una scorciatoia; questi non sono problemi nati dalla tecnologia”. E la dipendenza da social? “Su questo nodo bisognerebbe intervenire davvero perché riguarda anche gli adulti. Le piattaforme sono progettate per sollecitarci continuamente, con meccanismi che ci spingono a tornare e restare connessi. Perché non intervenire lì?”. Un quattordicenne senza Instagram, però, non rischia di essere escluso? “Dobbiamo capire che Instagram e TikTok non sono solo passatempi: sono luoghi della socializzazione contemporanea. Vietarli sarebbe come aver proibito, anni fa, ai ragazzi di incontrarsi nei locali o andare ai concerti. E il divieto, sospetto, potrebbe avere l’effetto contrario grazie al gusto del proibito”.