Le carceri che Nordio lascia in eredità al prossimo ministro di Valter Vecellio huffingtonpost.it, 2 novembre 2026 Ha annunciato e promesso che non si ricandiderà, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Vuole poter tornare, finalmente, ora che ha ottant’anni, alle sue amate letture, agli affetti di famiglia, ai gatti che ama. Chissà. Aveva sempre sostenuto che un magistrato, anche quando appende la toga al chiodo, non dovrebbe entrare in politica. Si è candidato, eletto al Parlamento col destra-centro. Ha detto che non gradiva incarichi ministeriali e avrebbe preferito lavorare da parlamentare in commissione. Ha accettato di fare il ministro della Giustizia. Ad ogni modo, prendiamolo in parola. Cosa lascia in eredità al prossimo ministro? A parte la quantità di riforme promesse e non fatte, e un referendum perso in modo rovinoso (e fino al giorno prima dato per stravinto con ridicola sicumera), limitiamoci alla situazione delle carceri. Situazione ben descritta da cifre che rivelano una cruda realtà indiscutibile, incontestabile. Queste cifre dicono che nel 2025 nelle carceri italiane 63.449 detenuti erano stipati in 46.077 posti effettivamente disponibili: un tasso di affollamento pari al 133,77 per cento, ben 1.638 detenuti in più rispetto al 2024. In compenso 744 posti disponibili in meno, sempre rispetto al 2024, e un tasso di affollamento aumentato del 13,22 per cento. Le strutture penitenziarie con un sovraffollamento superiore al 150 per cento erano 59. Il 2025 si è chiuso con 80 detenuti suicidi ufficiali, e 174 detenuti morti per cause diverse o da accertare; vale a dire 254 persone ristrette, morte “in e di” carcere. La cifra più alta, in assoluto, dal 1991. Inoltre nel 2025 si sono registrati circa 13.000 atti di autolesionismo, 1.981 tentativi di suicidio, 1.197 episodi di protesta collettiva, 11.584 di protesta individuale, tra scioperi della fame e/o della sete, rifiuto del vitto e/o delle terapie, astensione dalle attività, rifiuto di entrare in cella ecc.; quattro le rivolte. Quest’anno, il 2026. Non è ancora terminato, ma i numeri attuali sono tutt’altro che rassicuranti. Si registrano ben 66.260 presenze detentive su 46.455 posti effettivamente disponibili, con un tasso di affollamento pari al 142,60 per cento. In soli dieci mesi 2.811 detenuti in più e 378 posti disponibili in meno. Un tasso di affollamento aumentato quasi del 9 per cento. Tra le 20 regioni solo la Valle d’Aosta mantiene un tasso di affollamento di poco inferiore alla capienza massima. Gli istituti che scoppiano ben oltre il 150 per cento sono diventati 86 (27 in più). Lucca 243 per cento; Milano S. Vittore 232 per cento; Foggia 227 per cento; Grosseto 220 per cento; Busto Arsizio 209 per cento; Brescia Canton Mombello 205 per cento; Altamura 202 per cento; Latina e Roma Regina Coeli 201 per cento; Taranto e Udine 200 per cento; Milano San Vittore femminile 196 per cento; Lodi 193 per cento; Verona 192 per cento; Lecce 190 per cento. Fino ad oggi, 60 detenuti suicidi ufficiali. I morti per cause diverse o non accertate sono 147. Ogni commento è davvero superfluo. Lo Stato italiano ha la sua pena di morte di Fabio Tesser comune-info.net, 2 novembre 2026 Un ragazzo di vent’anni, una cella, nessuna cura. A Monza un ragazzino di vent’anni si è impiccato in cella. Era arrivato in Italia da solo a quindici anni. Aveva attraversato il Beccaria, le comunità, San Vittore. Era senza famiglia, con una dipendenza e una fragilità psichiatrica già emersa, anche a luglio con un gesto che forse non era un incidente. La sua avvocata stava per chiedere l’affidamento in comunità, ma i posti non ci sono. Non è un caso isolato. Nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere e nel 2026 sono già almeno 62. Il sovraffollamento è al 139%, le misure alternative rallentano e i giovani detenuti sono aumentati del 54% in due anni. Una pena si può scontare curandosi, e lui doveva essere curato. Lo Stato lo sapeva, aveva i segnali, e ha continuato a scrivere decreti che restringono le alternative senza creare i posti per realizzarle. Per questo lo stato ha la sua “pena di morte”. Per omissione: quando uno Stato sa che una persona fragile è a rischio e non fa ciò che serve per proteggerla, di quella morte è responsabile. E ciascuno di noi, silenti, con lui. “Dovremmo pensare non a riempire le carceri minorili, ma a capire a monte il disagio” di Chiara Pottini rainews.it, 2 novembre 2026 Lucia Musti, Procuratore Generale di Piemonte Valle d’Aosta, che ha appena firmato assieme alla Garante regionale dei detenuti, un protocollo d’intesa. Tra i temi anche i reati commessi da minori e il clima d’odio social: “L’idea di ingrandire, e costruire le carceri per i minori certamente non può tranquillizzarci. Dovremmo pensare a non riempire le carceri dei minori, il che non vuol dire non punirli, perché le loro condotte sono parimenti gravissime come quelle commesse dagli adulti. Quindi la soluzione è cercare di andare a monte e di comprendere le ragioni di questo disagio”. Lucia Musti, Procuratore Generale di Piemonte Valle d’Aosta, ha appena firmato, assieme alla Garante regionale dei detenuti, un protocollo d’intesa per le persone private della libertà. Che cosa contiene e perché è così importante? “In buona sostanza formalizziamo uno scambio reciproco di informazioni, ciascuno nel proprio ruolo, e queste informazioni sono volte ad avere sempre presente quella che è la drammaticità della condizione carceraria. Abbiamo infatti, purtroppo, contezza del sovraffollamento che affligge tutte le carceri italiane, ma nel caso specifico a Vercelli abbiamo il 167% di indice di sovraffollamento. Ecco perché abbiamo deciso di stipulare questo protocollo, perché manifesta la nostra attenzione, la nostra sensibilità istituzionale, crea anche un circuito virtuoso di comunicazione tra le procure della Repubblica e appunto il Garante regionale dei detenuti e dei ristretti”. La cronaca di questi giorni ci impone una riflessione anche sui reati commessi dai minori. La soluzione non è facile. Lei che cosa ne pensa? “Chiaramente la criminalità minorile ci fa riflettere. Penso ad esempio ai recentissimi fatti di disordini di piazza che sono stati agli albori delle cronache recenti, non solo cittadine ma nazionali. Anche lì dobbiamo riflettere. Giustamente il Capo dello Stato ci invita a fare un’analisi razionale delle problematiche e certamente dobbiamo fare così. L’idea di ingrandire, e costruire le carceri per i minori certamente non può tranquillizzarci. Dovremmo pensare a non riempire le carceri dei minori, il che non vuol dire non punirli, perché le loro condotte sono parimenti gravissime come quelle commesse dagli adulti. Quindi la soluzione è cercare di andare a monte e di comprendere le ragioni di questo disagio”. A questo proposito Torino si è trovata anche nelle ultime ore al centro di cortei in cui si sono verificate anche delle tensioni e degli scontri. Da un lato c’è il diritto a manifestare e a portare in piazza le proprie rivendicazioni e dall’altro una città blindata, un tema che affolla anche gli uffici giudiziari... “È giusto che la giustizia si celebri a porte aperte, sia percepita e anche giudicata dai cittadini, però chiaramente dobbiamo anche pensare alla sicurezza. Penso anche a tutte le volte che devo intervenire a tutela di quei magistrati che finiscono nella gogna mediatica perché vengono insultati dai leoni delle tastiere che non gradiscono questo o quel provvedimento e pensano bene di minacciare, di insultare i magistrati. Tutto questo è il frutto di un clima sostanzialmente di odio, quello che all’esterno poi chiaramente entra anche all’interno degli uffici giudiziari”. “Zustissia” supera i 100mila spettatori ma Zuncheddu non ha ancora ottenuto un risarcimento sardiniapost.it, 2 novembre 2026 La Garante dei detenuti Irene Testa ribadisce l’appello alle massime istituzioni italiane perché approvino in tempi rapidi la proposta di legge del Partito Radicale che garantisce risarcimenti celeri alle vittime di ingiustizie. “Zustissia” ha superato i 100mila spettatori nelle sale italiane. Il film di Francesco Piras sulla incredibile vicenda giudiziaria di Beniamino Zuncheddu, che ha trascorso oltre 33 anni in cella da innocente dopo una condanna per un duplice omicidio che in realtà non ha mai commesso, aveva debuttato l’8 ottobre in Sardegna con un’anteprima limitata a 12 cinema selezionati ottenendo subito la media per sala più alta del box office nazionale. A partire dal 15 ottobre la pellicola è stata distribuita a livello nazionale da PiperFilm in circa 60 sale contemporaneamente su tutto il territorio italiano e sta continuando a suscitare commozione e applausi a fine proiezione. Del resto quello di cui è stato vittima l’ex servo pastore di Burcei è il più grave errore giudiziario della storia italiana. Non a caso l’obiettivo di registi e produttori - ma prima ancora quello del suo avvocato Mauro Trogu che dopo aver chiesto e ottenuto la revisione del processo ha raccontato la storia in un libro (“Io sono innocente”) da cui è stata tratta la sceneggiatura - è certo quello di incassare dei soldi ma soprattutto quello di raggiungere il pubblico più ampio possibile per stimolare un dibattito collettivo, far riflettere sui fallimenti e sulle riforme necessarie del sistema giudiziario e carcerario italiano. Una delle riflessioni riguarda i risarcimenti. “Zuncheddu è uscito dal carcere senza un soldo”, continua a ripetere la Garante regionale dei detenuti Irene Testa. E sono passati quasi tre anni dalla scarcerazione e oltre due dall’assoluzione. “È tornato a casa con 33 anni rubati. Con una vita da ricostruire quando ormai una parte enorme di quella vita non esisteva più”, ha scritto Testa. “Perché se lo Stato ti toglie la libertà, gli affetti, gli anni migliori, se ti spezza l’anima e ti costringe a trascorrere più di metà della tua esistenza in carcere, non può poi aprire la porta e dirti semplicemente: adesso sei libero. Non basta. Non può bastare. Ed è per tutto questo che Testa, interpretata nel film da Geppi Cucciari, insiste nel chiedere ai vertici delle istituzioni politiche nazionali la calendarizzazione e approvazione della proposta di legge del Partito Radicale sul risarcimento rapido delle vittime di errori giudiziari e ingiusta detenzione già sottoscritta da oltre 50mila persone. Questo l’appello: “Ci sono anni di vita che nessuno potrà restituire. Ci sono innocenti che hanno conosciuto il carcere, famiglie distrutte, esistenze spezzate, dignità calpestate. Ci sono ferite che nessuna assoluzione potrà cancellare. La storia di Enzo Tortora, quella di Beniamino Zuncheddu e di tanti altri cittadini vittime della malagiustizia ci ricordano che quando lo Stato sbaglia, non può voltarsi dall’altra parte. Non può chiedere fiducia ai cittadini se non è capace di riconoscere fino in fondo le proprie responsabilità. Non può proclamare la sacralità della libertà individuale e poi lasciare soli coloro ai quali quella libertà è stata ingiustamente sottratta. Per questo rivolgiamo un appello pubblico ai Presidenti delle Camere, ai gruppi parlamentari, alle forze politiche di maggioranza e di opposizione affinché siano finalmente calendarizzate e discusse le proposte di legge sul risarcimento delle vittime di errori giudiziari e ingiusta detenzione, a partire dalla proposta Zuncheddu e altri e dall’iniziativa promossa dal Partito Radicale, prime firmatarie Irene Testa e Gaia Tortora, sostenuta da una mobilitazione di oltre 50.000 firme. È una battaglia di civiltà giuridica, di libertà, di dignità umana. È una battaglia che appartiene alla storia radicale, ma che deve appartenere a tutti coloro che credono nella Costituzione, nelle garanzie individuali e nello Stato di diritto. Perché la giustizia non si misura soltanto dalla capacità di punire i colpevoli, ma anche dal coraggio di riconoscere i propri errori e di rispondere delle ingiustizie commesse contro gli innocenti. Chiediamo che il Parlamento non continui a rinviare una questione che riguarda la libertà e la dignità delle persone. Ogni giorno di silenzio istituzionale rischia di aggiungere un’altra ingiustizia a quella già subita. La responsabilità di uno Stato democratico non finisce con il riconoscimento dell’innocenza. Comincia anche da lì: dal dovere di riparare, per quanto umanamente possibile, l’ingiustizia subita. Ci rivolgiamo dunque a tutte le forze parlamentari, senza distinzioni di appartenenza politica, affinché questa battaglia diventi un impegno comune. Il Parlamento dia voce a chi per troppo tempo non ne ha avuta. Dia una risposta a chi ha pagato con la propria libertà gli errori dello Stato. Perché non può esserci vera giustizia senza responsabilità. Perché uno Stato di diritto si riconosce soprattutto da come risponde quando è lo Stato stesso ad aver violato i diritti di un innocente. Calendarizzare queste proposte di legge è un atto dovuto di attenzione democratica. Continuare a ignorarle significherebbe lasciare senza risposta una domanda di giustizia che riguarda l’intero Paese”. Forza Italia rilancia la separazione delle carriere: “Ripresenteremo la proposta di legge popolare” Il Dubbio, 2 novembre 2026 Enrico Costa annuncia il nuovo deposito alla Camera e al Senato: “Un atto simbolico in ossequio ai 13 milioni di Sì”. Petrelli (Ucpi): “La separazione delle carriere resta un obiettivo necessario, inequivoco e ineludibile”. La battaglia per la separazione delle carriere dei magistrati non si ferma dopo l’esito referendario. Forza Italia è pronta a ripresentare alla Camera e al Senato la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Unione delle Camere penali italiane (Ucpi), già depositata in Parlamento e sottoscritta da oltre 70mila cittadini. Ad annunciarlo è stato Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, intervenuto a margine del congresso straordinario dell’Ucpi in corso a Brescia. “Forza Italia alla Camera e al Senato ripresenterà la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, promossa dall’Unione delle Camere Penali, già depositata in Parlamento e sottoscritta da oltre 70 mila cittadini”, ha dichiarato Costa. L’iniziativa, ha spiegato il deputato azzurro, rappresenta “un atto simbolico in ossequio ai 13 milioni di Sì, ma anche un segnale concreto della nostra determinazione a portare avanti questa battaglia”. Le criticità, secondo Costa, “sono ancora tutte sul tavolo” e chi pensa di poter archiviare il tema “dovrà confrontarsi con la nostra convinzione”. “Siamo consapevoli che le riforme più ambiziose hanno bisogno di tempo per maturare ed è fondamentale tenere accesa la fiammella riformatrice di fronte ad un tentativo di conservazione delle correnti”, ha aggiunto. Petrelli (Ucpi): “La separazione delle carriere resta un obiettivo ineludibile” Al congresso straordinario di Brescia, il presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, Francesco Petrelli, ha richiamato la necessità di una riflessione sull’esito referendario, senza mettere in discussione l’obiettivo politico e culturale della separazione delle carriere. “Ciascuno di noi porta qui con sé sentimenti contrastanti, delusioni e aspettative, proposte e domande che cercano condivisione, discussione e risposte”, ha affermato Petrelli, riconoscendo che sarebbe “un’ingenuità o peggio una ipocrisia” non ricondurre l’esigenza di confronto all’esito della consultazione e alla sconfitta subita. Per il presidente dell’Ucpi, una comunità politica matura deve saper guardare anche alle proprie debolezze, agli errori e alle sconfitte. Una riflessione che, tuttavia, non può prescindere dalla storia dell’Unione, dalla sua identità e dai valori che ne hanno guidato l’attività. Petrelli ha quindi rivendicato il lavoro svolto dalle Camere penali durante la campagna referendaria, sottolineando la partecipazione a migliaia di eventi, incontri e manifestazioni sul territorio. Sul futuro della battaglia riformatrice, la posizione dell’Ucpi resta netta. “L’idea politica della separazione delle carriere, in ogni sua declinazione ordinamentale e processuale, costituisce un principio razionale autosufficiente del giusto processo e che, per questa stessa ragione, se anche si decidesse di accantonarlo o di svalutarlo, esso si ripresenterebbe con forza come obbiettivo ineludibile della nostra azione politica”, ha dichiarato. “La separazione delle carriere resta un obbiettivo necessario, inequivoco ed ineludibile dell’azione politica dell’Unione delle Camere Penali, in quanto consustanziale alla concreta realizzazione del giusto ed equo processo penale”, ha ribadito Petrelli. Il presidente dell’Ucpi ha infine invitato a non limitarsi ad attendere il ripristino di condizioni politiche favorevoli, ma a lavorare per costruirle. “Se ora stentiamo a vedere le condizioni politiche per un suo rilancio, sbagliamo anche a pensare che ci sia solo da attendere che si ripropongano condizioni favorevoli come se non fosse nella nostra disponibilità la costruzione di quelle condizioni”, ha concluso. “Questo Congresso straordinario è già l’inizio di una nuova sfida”. Il caso Siher e la lezione dimenticata del 7 aprile di Cataldo Intrieri linkiesta.it, 2 novembre 2026 Il garantismo non consiste nel difendere le idee degli imputati, ma i loro diritti, anche quando quelle idee risultano detestabili. La lezione di Giorgio Bocca ai tempi dell’inchiesta contro Toni Negri resta attuale: prima vengono le garanzie e le sentenze, poi i giudizi politici e morali. Linkiesta si è già occupata del caso Youssef Siher con gli articoli di Mario Lavia, Marco Taradash e Carmelo Palma. Ne sono emersi con chiarezza i problemi di legittimità e di costituzionalità della vicenda: un fermo reso possibile soltanto da un’aggravante terroristica difficile da sostenere e una contestazione che sfiora il confine della libertà di manifestazione del pensiero. La reazione scomposta e inaccettabile della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non sorprende. L’atteggiamento aggressivo dell’esecutivo conferma che, già dalla stagione del referendum sulla giustizia, poi bocciato dagli elettori nel marzo scorso, lo scopo della premier e del suo governo era sottomettere la magistratura, o almeno renderla controllabile, come una protesi della propria azione politica. Il nervosismo con cui Meloni ha accolto il rifiuto della convalida mostra quanto sia insopportabile, per questo governo, un giudice che fa semplicemente il suo mestiere: verificare se un’accusa regge. La magistratura non è vissuta come un contrappeso, ma come un potere antagonista. Gli avvocati delle Camere penali, i liberaloni, vedove e vedovi inconsolabili del grave lutto del 21 marzo, dovrebbero versare qualche lacrima in meno e porre qualche riflessione in più. La decisione della gip milanese è un esempio di come dovrebbe funzionare la giurisdizione, secondo la migliore cultura garantista. La giudice ha ritenuto che i post e i comunicati dell’indagato, per quanto aspri, non fossero concretamente idonei a provocare delitti; che il pericolo di fuga fosse costruito su dati neutri; che la finalità di terrorismo richieda un’offesa di dimensioni “macroscopiche”, come ha stabilito la Corte costituzionale, e non il generico clima di paura seguito ai disordini. Si può discutere nel merito e la Procura potrà impugnare. Ma questo è il terreno del processo, non quello immaginifico dei video della presidente del Consiglio, così pericolosamente simile, in queste esternazioni, al suo ex modello di riferimento, Donald Trump. Come nel ritratto di Dorian Gray, Meloni deperisce nella veste di statista e si ringiovanisce in quella di populista eversiva. Per capire compiutamente la portata del caso Siher e di altre vicende simili che sicuramente si manifesteranno nei tempi difficili che ci attendono, e i rischi di una giustizia gestita sotto la pressione dell’emergenza e della politica, conviene ricordare un precedente che dovrebbe essere ben presente a chiunque si occupi di questi temi: il processo 7 aprile. Il 7 aprile 1979, un anno dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero fece arrestare in tutta Italia i principali esponenti dell’Autonomia operaia: tra gli altri, Toni Negri, docente di dottrina dello Stato a Padova, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, il giornalista Giuseppe Nicotri e un gruppo di docenti e assistenti di Scienze politiche. Due noti intellettuali come Franco Piperno e Lanfranco Pace, che aveva svolto un ruolo di trait d’union tra Partito socialista e Br all’epoca del sequestro, sfuggirono alla cattura. L’inchiesta, passata alla storia come “teorema Calogero”, era ambiziosa: Potere operaio prima e l’Autonomia poi non sarebbero stati soltanto movimenti radicali, ma il volto legale di un’unica organizzazione eversiva, con un solo vertice che legava i gruppi armati dell’Autonomia alle Brigate Rosse. I “cattivi maestri”, i professori che predicavano l’illegalità di massa, ne sarebbero stati il cervello. Le accuse erano le più gravi dell’ordinamento: associazione sovversiva, banda armata, insurrezione armata contro i poteri dello Stato. A queste si aggiunsero singoli fatti di sangue, fino al sequestro Moro. Molte accuse crollarono presto. A Negri fu addirittura attribuita la telefonata con cui le Br annunciarono alla famiglia Moro l’imminente esecuzione: si accertò che la voce non era la sua. Ma intanto i giornali avevano titolato “Scoperti ed arrestati gli assassini di Moro”. Nel frattempo, gli imputati restavano in carcere. Le leggi d’emergenza, varate dopo gli arresti, furono applicate per allungare una custodia cautelare già abnorme. Nel rapporto del 1983, Amnesty International rilevò che dodici imputati avevano trascorso quasi cinque anni in prigione in attesa di giudizio. Il giudice istruttore di Padova Giovanni Palombarini ridimensionò le accuse, distinguendo l’Autonomia dalle Br, e con Calogero si aprì uno scontro durissimo. L’inchiesta fu divisa in due tronconi. A Roma, nel 1984, il pubblico ministero chiese l’ergastolo per Negri, ma rinunciò all’accusa di insurrezione armata: il cuore del teorema era già caduto. In primo grado, Negri, nel frattempo eletto deputato radicale e fuggito in Francia, fu condannato a 30 anni, Scalzone a 20, Vesce e Ferrari Bravo a 14. L’8 giugno 1987 la Corte d’assise d’appello rovesciò il quadro: Negri a 12 anni, per banda armata e concorso morale nella rapina di Argelato; assolti Vesce, Ferrari Bravo, Alberto Magnaghi, Paolo Virno e altri; Nicotri assolto con formula piena. La Cassazione, nel 1988, confermò. A Padova, la bocciatura fu ancora più netta. Il 30 gennaio 1986 la Corte d’assise assolse Negri e i suoi professori: 47 assoluzioni, circa 200 anni di pena contro i 525 chiesti da Calogero. Furono condannati invece gli autori delle violenze che avevano insanguinato la città, dalle aggressioni ai docenti alla gambizzazione di un giornalista. I giudici separarono le responsabilità morali da quelle penali. Il bilancio finale è eloquente. Tra i dodici principali leader dell’Autonomia, sette furono assolti e cinque condannati a pene molto inferiori alle richieste. Nessun legame con le Br e con il sequestro Moro fu dimostrato. Alcuni imputati, come Vesce e Ferrari Bravo, avevano trascorso più di cinque anni in carcere per accuse dalle quali furono poi assolti. Luigi Ferrajoli lo definì “un prodotto perverso di tempi perversi”; anni dopo, perfino Francesco Cossiga, il ministro delle leggi speciali, parlò di Negri come della prima vittima delle “deviazioni dei giudici”. Il processo segnò anche lo storico divorzio tra la sinistra di governo e le ragioni del garantismo. Il Pci di Enrico Berlinguer, che non voleva nessun nemico a sinistra, sposò il teorema e condannò duramente, sin dal primo giorno, i gruppi degli antagonisti autonomi. Fu in quella temperie che si rafforzò il legame tra il partito e la magistratura, che dura ancora oggi e impedisce un vero dialogo tra la sinistra e i garantisti. Tra i critici più tenaci del 7 aprile e dell’atteggiamento del Pci ci fu il grande giornalista Giorgio Bocca, che non provava alcuna simpatia per gli imputati, ma nel 1980 aveva denunciato il metodo dell’inchiesta in un libro, “Il caso 7 aprile. Toni Negri e la grande inquisizione”, e per anni aveva attaccato l’uso dei pentiti e le richieste dell’accusa. Il 9 giugno 1987, all’indomani della sentenza d’appello che smantellò il “teorema di Calogero”, firmò su Repubblica un fondo intitolato “Quei maestri della violenza”: “Chi ha seguito negli anni la vicenda con volontà di capire pensa che questa sentenza sia dettata dalla ragione e che sia consona a uno Stato di diritto. Ma chi scrive si sente da essa liberato dagli impegni del garantismo e può dire che questi uomini e il loro modo di far politica gli sono sempre risultati estranei e qualche volta odiosi. Cancellate le più patenti ingiustizie e persecuzioni nei loro riguardi, può rimanere il giudizio negativo su un gruppo di intellettuali che credette di poter fare la mosca cocchiera della grande contestazione, che usò i privilegi, le astuzie, le complicità della cultura per restare a lungo arrogantemente minaccioso e impunito […] Perché diciamo che questa sentenza è ragionevole e consona a uno stato di diritto? Perché mette fine all’inquisizione fantapolitica, vagamente indiziaria, manichea, che si è illusa di esorcizzare gli anni di piombo con le condanne in massa, con le demonizzazioni globali […] Una tesi globale, un affresco omnicomprensivo, una cappella Sistina con il suo giudizio universale sul terrorismo”. In queste righe c’è un’intera teoria del garantismo che potremmo definire “bifasico”. Finché il processo è in corso e i diritti sono in pericolo, difendere le garanzie è un dovere civile, qualunque cosa si pensi dell’imputato. Solo quando il processo si è esaurito e ha stabilito la misura delle responsabilità penali, si torna liberi di esprimere il giudizio politico e morale, anche il più severo. La stessa regola vale, del resto, per chi ha già trasformato l’indagato in un simbolo: neppure l’assoluzione si pronuncia prima del processo. È lo Stato di diritto. Bocca impiegò otto anni a liberarsi degli “impegni del garantismo”. Oggi c’è chi vorrebbe farne a meno dal primo giorno. Viterbo. Detenuto di 49 anni trovato morto nel carcere Mammagialla Il Dubbio, 2 novembre 2026 Inutili i soccorsi di agenti e 118. La Polizia scientifica ha eseguito i rilievi per chiarire le circostanze della morte. Un detenuto italiano di 49 anni è stato trovato morto venerdì mattina nel carcere Nicandro Izzo di Viterbo. Gli agenti della Polizia penitenziaria e il personale del 118 sono intervenuti subito, ma ogni tentativo di rianimarlo è stato inutile. Sul posto sono arrivati anche i tecnici della Polizia scientifica della questura di Viterbo per i rilievi. Sono in corso gli accertamenti per chiarire le circostanze della morte e ricostruire le ultime ore del detenuto. Nel carcere di Viterbo, il 19 ottobre, si era già tolto la vita un altro detenuto: era il terzo suicidio dall’inizio dell’anno nell’istituto, secondo il garante dei detenuti del Lazio. Paola (Cs). Nel carcere delle fragilità: quattro suicidi e un sistema in affanno di Francesco Maria Storino Gazzetta del Sud, 2 novembre 2026 Situazione al collasso con 244 reclusi a fronte di una capienza di 181 posti e una grave carenza di personale. Problemi strutturali, carenza di personale, eccessivo numero di reclusi con problemi psichiatrici e assenza di apposite sezioni dedicate. La Casa circondariale di Paola si sta trovando a fronteggiare non soltanto i numeri legati ai suicidi ma anche il problema delle misure che sarebbe necessario adottare all’interno della struttura per prevenire atti autolesionisti. A togliersi la vita il 28 ottobre è stato un uomo di 63 anni che sarebbe stato - secondo le prime informazioni - trovato impiccato nella sua cella. A nulla sono valsi i tentativi di soccorso prima da parte degli agenti della polizia penitenziaria e poi dei sanitari giunti sul posto. I casi dei suicidi in carcere sono al centro di una problematica che affonda le sue radici nel tempo e che era stata sollevata a suo tempo e in più occasioni dal Sappe. Innanzitutto a fine 2024, poi a seguire si era aggiunta anche la Fns-Cisl che aveva denunciato le difficoltà operative ad operare in determinate condizioni del personale della struttura. Ma era stata l’associazione Antigone (per i diritti e le garanzie del sistema penale) nello scorso mese di luglio ad aveva segnalato tra l’altro anche lo stato di degrado strutturale che incide in modo diretto sulla qualità della vita all’interno dell’istituto di pena. Gorgona (Li). “Insegno ai detenuti a fare il miele e a tenere sotto controllo la rabbia” di Elena Duranti La Nazione, 2 novembre 2026 L’esperienza dell’apicoltore Betti di Vernio nella colonia penale sull’isola di Gorgona rinnovata per il 2027. “Insegno apicoltura ai detenuti nel carcere all’isola di Gorgona, aiutandoli a gestire 10 arnie. Un’esperienza impegnativa, ma che mi arricchisce ogni volta”. Paolo Betti, 53 anni, di Vernio, apicoltore di professione, è il tecnico apistico dell’associazione Arpat (riunisce i produttori toscani, ndr) che segue il progetto di formazione per allevare le api nell’ultima colonia penale agricola ancora attiva in Europa. Qui si segue un percorso rieducativo attraverso il lavoro, principalmente nell’agricoltura e pastorizia. “Il progetto con le api prevedeva un periodo di attività di una stagione. La collaborazione di Arpat con la Casa Circondariale di Livorno - spiega Betti - è nata nell’autunno 2024 quando siamo stati contattati dalla Regione Toscana per offrire un supporto tecnico nella sede distaccata di Gorgona. Da allora abbiamo già organizzato due corsi di formazione, uno nel 2025 e uno nel 2026, con lo scopo di insegnare un mestiere affascinante quale è quello dell’apicoltore ai detenuti. Siamo rimasti talmente coinvolti che abbiamo concluso la seconda stagione e ci prepariamo per la terza, nel 2027 - aggiunge - dato che la Regione ha rinnovato il finanziamento”. L’esperienza - Ad affiancarlo, come tecnica volontaria, in questo progetto c’è Martina Ferrè, 44 anni, di Tavarnelle anche lei apicoltrice professionista. La popolazione carceraria sull’isola varia da 85 a circa 100 persone. Il primo anno i detenuti-apicoltori sono stati 12, quest’anno 15. “Ci rechiamo sull’isola, in provincia di Livorno, ogni due settimane durante la primavera-estate e una volta al mese negli altri periodi, quest’intervallo serve ai detenuti per acquisire autonomia nelle mansioni. Devo dire che c’è chi è portato e assume dimestichezza con facilità anche se la stragrande maggioranza di loro non aveva mai visto le api prima. Così riusciamo a occuparci di 10 arnie, si tratta di un’attività formativa non di produzione, un allevamento a scopo didattico, oltre che la gestione dell’alveare insegniamo la smielatura e il confezionamento dei vasetti. Il miele ottenuto è molto buono. È un lavoro che richiede la pazienza e la fatica di tutti. Basta dire che non sempre le condizioni meteo marine ci permettono di partire e che non si tratta solo di imparare un mestiere ma anche di relazionarsi con gli altri, con il supporto degli educatori. Siamo in campagna - sottolinea Betti - e i carcerati si possono muovere con una certa libertà. Il percorso è volto proprio a far che sì che dimostrino cambiamento e responsabilità. Credo che sarebbe interessante da fare, anche in altri istituti come San Gimignano che ha già un apiario, però basterebbe anche un cortile interno e dedicato”. L’azienda agricola - Betti racconta anche il suo impegno: “Ho un’azienda agricola a Vernio e mia moglie per fortuna mi sostiene, altrimenti sarebbe difficile conciliare tutto. Quella in carcere è un’occupazione che si fa volentieri, però richiede tempo. Le api sono adatte al lavoro con i detenuti, perché impossibili da ‘addomesticare’, con loro puoi interagire solo se riesci ad instaurare un rapporto rispetto reciproco. E i nostri allievi si sono rivelati eccezionali, dimostrando per questi insetti un’empatia unica, difficilmente riscontrabile in altri ambiti. Abbiamo capito che le api possono insegnare tantissimo: il rispetto reciproco, collaborare per il raggiungimento del bene comune, la gestione dei sentimenti come la rabbia conseguente a una puntura, rispettare le regole”. L’apicoltore di Vernio afferma: “Poter collaborare ad un progetto sociale come questo ci riempie di orgoglio facendoci superare facilmente le difficoltà della logistica complessa e faticosa che serve per raggiungere l’isola. Io e Martina - conclude Betti - pensavamo di andare a Gorgona a portare la nostra esperienza e capacità tecnica, ma ci rendiamo conto che ogni volta riceviamo in cambio molto di più come crescita sia professionale che umana. Insegnare un mestiere è il primo passo per offrire gli strumenti e la speranza a queste persone. Il nostro sogno è di incontrare, un giorno, nuovi colleghi fuori dal carcere”. Avellino. Lettere dal carcere, un appello per la dignità: Samuele Ciambriello presenta il suo libro avellinotoday.it, 2 novembre 2026 Il Garante campano porta in città “Lettere al Garante”, raccolta delle voci dei detenuti tra paure, speranze e diritti negati. Samuele Ciambriello - Garante campano delle persone private della libertà personale - presenta martedì 3 novembre alle 10:30 al Circolo della Stampa di Avellino il libro “Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze”, pubblicato da IOD Edizioni nella collana Cronisti scalzi. L’appuntamento si svolge in Corso Vittorio Emanuele II 6 e nasce grazie all’organizzazione del Garante provinciale di Avellino, Carlo Mele, d’intesa con la Diocesi, per accendere i riflettori sulle condizioni di vita negli istituti penitenziari. Il volume: le lettere dei detenuti tra diritti negati e speranze - Il libro raccoglie decine di lettere scritte da detenuti e detenute, ordinate per temi: violenza e maltrattamenti, sovraffollamento, territorialità della pena e diritto agli affetti, salute, tempi della magistratura di sorveglianza, solitudine e rischio suicidario, genitorialità. Ciambriello era già intervenuto sull’argomento quattro anni fa con Carcere - Idee, proposte e riflessioni. Stavolta la parola passa a chi sta dentro, nella convinzione, ribadita nel libro, che “chi sbaglia non deve pagare, deve cambiare”. Una delle lettere racconta: “Nella mia stanza siamo in sette. Le stanze non sono strutturate per ospitare tale numero di persone. Trascorro quasi tutta la giornata chiuso senza fare nulla. Questo carcere annienta i diritti e la dignità di un essere umano”. Sovraffollamento e condizioni critiche dei penitenziari italiani - I numeri citati dall’autore descrivono una situazione al limite. Le carceri italiane ospitano oltre 64.000 detenuti, circa 19.000 in più rispetto alla capienza regolamentare. Tra loro ci sono oltre 21.000 stranieri, quasi 20.000 persone con problemi di tossicodipendenza e circa 4.600 con disturbi mentali. In Campania i reclusi sono 8.016, quasi 2.000 oltre i posti disponibili: 2.013 sono tossicodipendenti e 565 hanno problemi psichiatrici. “Non possiamo continuare a considerare normale ciò che normale non è”, afferma Ciambriello. Secondo il Garante, sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà nell’assistenza sanitaria e psicologica e insufficienza delle misure alternative rendono sempre più difficile garantire condizioni rispettose della dignità umana e della funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Da qui l’appello a politica, magistratura di sorveglianza, amministrazione penitenziaria e società civile: “Occorre intervenire subito. Non con misure emergenziali, ma con scelte strutturali e coraggiose che mettano al centro la persona, la sicurezza collettiva e il reinserimento sociale”. L’impegno di Samuele Ciambriello e le voci dal territorio - Ciambriello è giornalista, docente universitario e operatore del privato sociale. Lavora accanto ai detenuti dagli anni Ottanta, con percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, attività culturali e progetti educativi. La collana che ospita il libro è dedicata alla memoria di Giancarlo Siani. La prefazione è di Stefano Anastasia, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, che definisce il volume “un piccolo atto rivoluzionario, che apre uno squarcio nel muro dietro cui è nascosta l’esecuzione della pena detentiva e restituisce dignità a chi è senza voce”. Alla presentazione, con l’autore, intervengono Antonio De Feo, referente per il volontariato in carcere della Diocesi di Avellino, padre Marco Masi, cappellano, Fabio Benigni, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avellino, Samuela Scardino, vice direttrice del carcere di Bellizzi Irpino, Fausto Picone, presidente della Provincia di Avellino, e Carlo Mele, Garante provinciale. Il Garante conclude il suo appello con una domanda: “Se non ora, quando?”. Novara. Storie di colpa e riscatto: Marco Erba presenta il libro “Quello che non hai sentito” novaratoday.it, 2 novembre 2026 Giovedì 5 novembre alle ore 18 i Giovedì letterari in biblioteca ospitano lo scrittore Marco Erba per un incontro a partire dal libro “Quello che non hai sentito. 18 voci dal carcere” (Edizioni Ares), in dialogo con Silvia Benatti. Esiste una realtà carceraria fatta di percorsi di reinserimento efficaci, di persone che si spendono a fianco di chi è in cerca di riscatto, di detenuti che provano con impegno a ricostruire la loro vita. Sono storie che spesso restano sconosciute. In queste pagine Marco Erba fa parlare in presa diretta detenuti e operatori di un carcere, per dare voce a chi non ha voce, lasciando ciascuno libero di esprimere la propria verità. In questo microcosmo di esistenze che si intrecciano, il lettore incontrerà persone colpevoli di reati anche gravi, agenti della polizia penitenziaria, educatori e non solo. Le loro sono vicende che commuovono, che irritano, che indignano, ma che devono essere ascoltate. Perché la giustizia non è solo una pena da scontare, è anche un futuro da ritrovare. Perché nessun essere umano, per quanto terribili siano le sue azioni, nasce cattivo. Marco Erba insegna Lettere in una scuola superiore in provincia di Milano. Scrittore, ha pubblicato saggi sul mondo della scuola e romanzi per ragazzi e adulti, alcuni dei quali hanno ricevuto riconoscimenti nazionali, come “Fra me e te” (Rizzoli), “Città d’argento” (Rizzoli) e “Il male che hai dentro” (Rizzoli). Collabora con il quotidiano Avvenire, dove tiene rubriche su adolescenza ed educazione. Cassino (Fr). Il carcere non deve essere isolamento, la cultura diventa strumento di reinserimento di Angela Nicoletti frosinonetoday.it, 2 novembre 2026 Prosegue il progetto della sottosezione Anm con Unicas, Casa circondariale e Ordine degli Avvocati. I magistrati porteranno nelle celle il confronto sui diritti, sulla giustizia e sui valori della Costituzione. Una pena non può significare soltanto privazione della libertà. Deve lasciare spazio anche alla possibilità di imparare, conoscere, confrontarsi e prepararsi a tornare nella società. È su questo principio che si fonda il progetto che anche per l’anno accademico 2026-2027 vedrà impegnata la sottosezione dell’Associazione nazionale magistrati di Cassino, insieme all’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, alla Casa circondariale San Domenico e al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati. Si inizia il prossimo 4 novembre con la partecipazione del magistrato della Procura di Cassino, il sostituto procuratore Albino Palmieri. Un’iniziativa che ha un valore culturale, ma soprattutto umano e sociale. Perché portare l’università e i magistrati all’interno di un istituto penitenziario significa contrastare l’isolamento, offrire occasioni di crescita e ricordare che anche chi sta scontando una pena conserva il diritto di guardare al proprio futuro. Il progetto prevede un ciclo di seminari tenuti dai magistrati del Tribunale di Cassino, rivolti agli studenti universitari detenuti e agli alunni dell’ultimo anno delle scuole superiori. Gli incontri affronteranno argomenti di diritto attuali e trasversali, approfondendo il ruolo della magistratura e della giurisprudenza nella tutela dei diritti e nella trasformazione dell’ordinamento. La possibilità di dialogare direttamente con professionisti di alto livello rappresenta per gli studenti detenuti un’opportunità importante. Non soltanto per acquisire nuove conoscenze, ma anche per sentirsi parte di una comunità che non li considera esclusi definitivamente dalla società. C’è poi un aspetto meno immediato, ma altrettanto significativo: anche i magistrati saranno chiamati a misurarsi con un’esperienza diversa da quella ordinaria, mettendo alla prova le proprie capacità comunicative e didattiche in un contesto lontano dalle aule giudiziarie. La funzione rieducativa della pena passa anche da queste esperienze. Dallo studio, dalla possibilità di aprirsi al mondo esterno e dalla costruzione di percorsi che possano favorire un futuro reinserimento. È questo il messaggio che arriva dalla sottosezione Anm di Cassino: la giustizia non si esaurisce nell’applicazione delle leggi e nelle decisioni dei tribunali. Significa anche promuovere i valori costituzionali, tutelare i diritti e contribuire a costruire una società nella quale nessuno venga privato della possibilità di ricominciare. Milano. Se la pena tradisce la giustizia: due occasioni di confronto sul sistema carcerario Avvenire, 2 novembre 2026 Il significato della pena e il rapporto tra legalità e giustizia sostanziale, a partire da “Fuori legge. Quando la pena tradisce la giustizia” (In Dialogo, 160 pagine, 13 curo), il libro di Roberto Mozzi, con prefazione dell’arcivescovo Mario Delpini. L’autore, che per dieci anni è stato cappellano nel carcere milanese di San Vittore, dà voce a persone, storie e ferite spesso invisibili, mettendo in luce le contraddizioni tra i principi costituzionali e la vita quotidiana negli istituti di pena. Una riflessione civile che interroga la società sulla dignità umana e sulle possibilità di reinserimento. Attraverso le esperienze incontrate dietro le sbarre, il volume invita a guardare oltre la dimensione della colpa e della punizione, per interrogarsi su quanto il sistema penale riesca dawero a rispondere alle finalità di giustizia e di recupero della persona. La pena, infatti, non può esaurirsi nella privazione della libertà, ma deve misurarsi anche con il rispetto dei diritti e con la possibilità di ricostruire un percorso di vita. Il primo appuntamento è venerdì 6 novembre alle 21 alla Sala don Giussani, piazzetta Cavour 1, a Bresso (Mi). Con Mozzi interverranno Andrea Molteni, referente per l’Area giustizia di Caritas ambrosiana e docente di Sociologia del diritto e della devianza all’Università di Milano-Bicocca, e Lorenzo Belverato, presidente della onlus Buoni Dentro, impresa sociale che promuove l’inserimento lavorativo di persone provenienti dal carcere e da altre situazioni di marginalità. Modera la giornalista Maria Teresa Antognazza. Il secondo incontro si terrà domenica 8 novembre alle 18.15 alla Casa dell’Amicizia della Comunità di Sant’Egidio, in via degli Olivetani 3 a Milano. L’autore dialogherà con Luisa Bove e Ulderico Maggi. La presentazione è promossa da ITL Libri, Comunità di Sant’Egidio e Associazione Il Girasole. Venezia. Oltre le sbarre, la festa per i dieci anni dell’Associazione Closer fuoriluogo.it, 2 novembre 2026 Il 20 novembre al Rivolta di Marghera Closer festeggia dieci anni: un confronto su carcere e detenzione femminile, socialità e musica per sostenere le attività. Dentro, fuori, oltre: tre parole per interrogare i confini del carcere e immaginare come superarli. È questo il filo di Aut Out, la giornata con cui Closer festeggia i suoi dieci anni, venerdì 20 novembre 2026 al Centro Sociale Rivolta di Marghera. Un appuntamento che intreccia confronto politico, socialità e musica, per ritrovarsi e sostenere le attività di Closer. Si comincia alle 17 con un momento informale dedicato all’incontro fra persone e realtà che si occupano di carcere, diritti e abolizionismo. Uno spazio per conoscersi, riprendere contatti e costruire relazioni attorno alla critica della detenzione. Dalle 18 alle 19.30, il confronto entra nel vivo con “Ristrette”, un incontro sulla detenzione femminile con Susanna Ronconi. Lo sguardo proposto è femminista e intersezionale: al centro ci sono il carcere come risposta alla marginalità, le forme di controllo sui corpi delle donne e la necessità stessa della pena detentiva. Questioni che invitano a interrogare le ragioni della reclusione e il ruolo che le viene assegnato nella società. Alle 19.30 il programma prosegue a tavola: pizza e birra, con una donazione di 20 euro a sostegno delle attività di Closer. Un’occasione per continuare a discutere e condividere una serata che tiene insieme riflessione e festa. Dalle 21 spazio alla musica con Ziza, Fango Live Band e Fango. “10 anni di Closer, una notte per Closer” è l’invito che accompagna l’iniziativa: celebrare un percorso e contribuire alla sua continuazione. L’ingresso è a offerta libera fino alle 21; dalle 21 è previsto un contributo minimo di 5 euro. Troppa politica senza politica di Agostino Giovagnoli Avvenire, 2 novembre 2026 Stiamo passando infatti dall’antipolitica all’iperpolitica. Dal tempo del disinteresse, della disaffezione e della distanza dalla politica tradizionale (partiti, sindacati, parlamenti) a quello in cui tutto è politica (nel senso di scontro morale, ideologico, mediatico) ma senza vera politica e cioè senza reale partecipazione dei cittadini alla direzione della vita pubblica. Lo abbiamo visto anche nei giovanissimi che a Milano e in altre città sono stati protagonisti di assalti violenti a obiettivi simbolici o casuali, pubblici o privati, e in una repressione anch’essa violenta, spesso addirittura “preventiva”, di dubbia costituzionalità e controproducente ai fini della “sicurezza”. In entrambi i casi, senza vera politica. È il riflesso di una società sempre più polarizzata e conflittuale, sui social e in piazza, dei cui problemi sociali, economici, culturali viene negata la complessità strutturale trasformandoli in combustibile per le contrapposizioni. Anche le elezioni - cardine di qualsiasi democrazia - sono sotto attacco. Non solo sotto quello diretto di chi non le vuole sic et simpliciter, ma anche sotto quello indiretto di chi le svuota o le snatura. Piegandole alla logica della polarizzazione anche con pesanti interferenze dall’alto - come quelle di Musk o Trump - o manipolazioni occulte da lontano - come quelle russe - sulle consultazioni europee. Dopo le recenti elezioni in Brasile si profila un conflitto assai aspro tra Lula e un Parlamento dove prevalgono i seguaci di un leader che dagli Stati Uniti annuncia una guerra senza limiti. In Serbia, la promettente vittoria degli studenti rischia di essere schiacciata dalle eredità del passato. In Israele, le spinte alla contrapposizione e la logica dei veti rendono incerta la possibilità di formare una maggioranza. Tra pochi giorni si terranno le elezioni di midterm negli Stati Uniti: se, come suggeriscono i sondaggi, prevarranno i democratici, si aprirà uno scontro durissimo con il presidente Trump. In tutti questi casi, sono in atto denunce di brogli e tentativi di invalidare le elezioni. È l’effetto del populismo, che usa le consultazioni elettorali per dividere in blocchi contrapposti, fare dei parlamentari masse di manovra dei leader, esaltare il potere esecutivo umiliando quello legislativo. Viene così azzerata la funzione principale delle elezioni: riattivare il circolo della fiducia che sostiene la democrazia. Anzitutto tra rappresentati e rappresentanti chiamati a esprimere la pluralità delle opinioni, delle necessità e delle aspirazioni, attraverso il confronto, eventualmente anche lo scontro, ma sempre con l’obiettivo ultimo di giungere a decisioni volte al bene comune e il più possibile condivise. Si chiama processo deliberativo ed è più importante che prendere decisioni rapide o, peggio, delegarle a uno solo che comanda su tutti e fa gli interessi esclusivamente di qualcuno. È fuorviante l’attenzione che concentriamo sui risultati delle elezioni, su chi ha vinto e chi ha perso: le elezioni non servono a eleggere Governi ma Parlamenti, contrariamente alle spinte in senso opposto delle leggi elettorali approvate in Italia negli ultimi anni, in particolare l’ultima, lo Stabilicum o Melonellum Oltre che tra rappresentati e rappresentanti, le elezioni servono anche a riattivare la fiducia tra le diverse forze politiche, che devono cercare convergenze ed accordi per formare maggioranze (sempre temporanee) di governo. Sul rispetto e sulla fiducia tra diversi, infatti, si basa un’autentica comunità politica. Nessun mito di una comune discendenza di sangue, nessuna esaltazione di una comune identità etnica, culturale o nazionale, nessun uomo o donna forte al comando possono sostituire la fiducia, che implica sempre rischi ma apre alla creatività, rende possibili collaborazioni impensate e risolve problemi insolubili. Contro le spinte che deformano la democrazia, occorre una resistenza dal basso, diffusa e corale. Molto probabilmente, a volere ancora la democrazia è la maggioranza dei cittadini dei Paesi democratici. Di sicuro, siamo in tanti a volerla. Ma troppo spesso restiamo isolati e divisi, passivi e rassegnati. Contro la disumanizzazione della politica occorre, invece, una nuova resistenza sul piano morale e culturale, sociale e politico. Mentre anche alcuni valori morali vengono usati come armi per la contrapposizione, occorre diffondere quelli che ispirano la difesa della dignità umana e la convivenza democratica. C’è bisogno, inoltre, di una cultura della complessità, l’unica che permetta di capire problemi nuovi e affrontarli adeguatamente: una cultura, insomma, del bene comune. Sul piano sociale, la polarizzazione si contrasta difendendo i corpi intermedi. Infine, sul terreno politico si devono osare scelte chiare. In Germania, la Chiesa cattolica ha indicato esplicitamente che cosa è incompatibile con l’uomo e con il Vangelo nei principi e nei programmi delle diverse forze politiche, sottolineando in particolare ciò che è disumano e anticristiano nelle posizioni dell’AfD. È un esempio che fa riflettere anche i credenti di altri Paesi. La questione giovanile di Danilo Taino Corriere della Sera, 2 novembre 2026 In corso non c’è “una guerra tra generazioni”. Il vero disagio è un Paese che non cresce dove a fallire è il futuro. “I giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti”, ha sostenuto Mario Draghi qualche giorno fa. È un fatto che i loro interessi e il loro futuro siano da anni e anni in basso nella lista delle priorità dei governi: come si dice sempre, per i politici contano più le pensioni della scuola. Questa non è però l’unica motivazione alla base delle ribellioni delle ultime settimane in Europa e altrove, tra l’altro diverse tra loro. Lo stesso ex presidente del Consiglio ha sottolineato che è la scarsa crescita dell’economia a rendere difficile la “giustizia sociale intergenerazionale”. I due corni del dilemma - mancanza di crescita e politiche per i giovani - convergono nella stessa direzione. Le non molte misure che vengono prese a favore di chi sta per entrare nella società e nel mondo del lavoro sono in genere di breve respiro, finalizzate a calmare qualche tensione, per lo più assistenzialiste. Quelle destinate agli adulti e agli adulti di età avanzata sono molto più numerose, non sempre efficaci, spesso anch’esse forme di sussidio sempre presenti nelle scelte della politica. È che raramente i governi hanno come stella polare il futuro, l’obiettivo di creare un ambiente favorevole allo sviluppo di energie libere e creative. Il risultato è stagnazione, dinamiche sociali bloccate. È la base del disagio giovanile. Anche il dibattito seguito alle manifestazioni di queste settimane è sembrato avere il fiato corto: analisi che verranno presto dimenticate. Le proteste dei giovani sono state ampiamente trattate attraverso lenti sociologiche: il ruolo dei social media, l’attrazione delle scarpe in vetrina, la frustrazione verso chi vive nel successo e così via. Elementi reali ma insufficienti a spiegare ciò che sta succedendo, inadatti a indicare politiche che sappiano dare qualche risultato. Tutto in un quadro di lotta tra generazioni, come se davvero la società e la vita delle persone si potessero catalogare in Baby Boomer, Generazione X, Millennial, Gen Z. In realtà, ci sono alcuni punti fermi, spesso trascurati, che possono meglio chiarire ciò che sta accadendo. Le disuguaglianze sono diventate da qualche anno una questione centrale nel racconto dei mali della società, non solo in Italia. E, certo, tra i giovani, il tema è regolarmente citato. Le disuguaglianze sono diventate un manifesto politico. È però difficile sostenere che siano le differenze di reddito e di patrimonio a creare il disagio giovanile. Piuttosto, sono la povertà, la difficoltà a vedere in positivo il futuro, l’ostacolo ad accedere a una casa e ad avere figli ad alimentare la frustrazione di molti giovani. Non che le disuguaglianze, anche enormi, manchino. Ma a provocare la ribellione non è il fatto che esistano, è l’impossibilità percepita di ridurle salendo la scala sociale, non tanto facendo scendere gli altri. La responsabilità delle classi dirigenti è l’avere accolto senza ribattere l’idea della somma zero, che il benessere di uno sia l’impoverimento dell’altro. Un secondo punto fermo è che la galassia giovanile non è un unicum e nemmeno una classe sociale come poteva esserlo la classe operaia, con un interesse e modi di essere omogenei. Al suo interno, le differenze sono molte e non sempre hanno radice nelle situazioni sociali della famiglia: da un lato, ci sono migliaia di giovani che si emancipano dalle condizioni di partenza, dall’altro le difficoltà di chi nasce in una famiglia con pochi mezzi sono dovute appunto alla povertà, non solo materiale: non alle disuguaglianze. Un terzo punto rilevante è la perdita di centralità della scuola, almeno in Italia. In altri Paesi, dalla Svezia al Regno Unito, il sistema dell’istruzione è stato sottoposto a riforme che stanno dando risultati, in Finlandia e in Germania rimane di buona solidità. Da noi, l’abbandono scolastico è allarmante e origina, ancora, nella povertà famigliare, cioè nella più che decennale mancata crescita reale dell’economia italiana. Infine, c’è l’attesa dell’intervento dello Stato, in forma assistenziale, che risolva i problemi, forte nelle manifestazioni in Francia ma largamente presente anche in Italia. Lateralmente, ci sono i movimenti ideologici spesso alla base delle violenze ma questi hanno numeri limitati e sono un problema diverso. Le risposte che arrivano dalla politica sembrano marginali rispetto alla realtà, di breve respiro quando non sono controproducenti. La proposta di bloccare gli affitti per favorire giovani e studenti, per esempio, porterebbe a meno case in affitto sul mercato, così come l’idea di aumentare gli oneri di chi costruisce case ridurrebbe l’offerta di appartamenti. Gli incentivi per l’assunzione di giovani possono essere misure di emergenza ma non cambiano la dinamica del mercato del lavoro: è lo sviluppo dell’economia a guidare l’occupazione e a creare opportunità. Non sono le misure poco utili o dannose la soluzione ma, al contrario, un Paese che semplifica i vincoli al fare impresa, che riduce la burocrazia, che taglia le spese che fagocitano l’attività, che si apre alla concorrenza, che riduce via via le tasse: che cioè mette le basi per un’economia che cresce e crea fiducia. Benedetti dall’età ma mandati in purgatorio dalla stagnazione pluriennale, ragazze e ragazzi non hanno bisogno della promessa di un “socialismo per i giovani”. Che non sarebbe un paradiso e comunque non esiste. La destra scava una distanza pericolosa fra i giovani e le istituzioni di Franco Mirabelli huffingtonpost.it, 2 novembre 2026 Dipingere i ragazzi come fuorilegge, usare i violenti per nascondere i bisogni che stanno alla base delle proteste, come sta facendo il governo, è sbagliato. Gli atti di violenza e vandalismo nel centro di Milano del 17 e 18 ottobre, non hanno alcuna giustificazione. Spaccare vetrine e saccheggiare i negozi del centro è da condannare senza se e senza ma e indebolisce le battaglie della stragrande maggioranza di chi manifesta pacificamente per rivendicare diritti e giustizia sociale. Scontri e violenze fanno passare in secondo piano le ragioni di tanti giovani che si stanno mobilitando per il proprio futuro, perché si investa sulla scuola e si combatta contro le disuguaglianze e il carovita. Ciò non toglie che la politica debba ascoltare e rispondere a ciò che tante ragazze e tanti ragazzi stanno cercando di dire. Usare i violenti per nascondere i bisogni che stanno alla base delle proteste, come sta facendo il Governo, è sbagliato e rischia di aumentare la distanza tra i giovani - che chiedono ascolto - e la politica e la democrazia. Dare una risposta sicuritaria alle grandi manifestazioni di questo periodo è un modo per evitare di fare i conti con problemi veri, con cui devono fare i conti tante famiglie italiane, il caro scuola, il caro affitti, il caro vita. Questioni che dovrebbero essere una priorità da affrontare per chi ha responsabilità di governo. La risposta invece è stata quella di parlare di più carcere per i minori e di sfornare un inutile ottavo Decreto Sicurezza. Pensare di risolvere tutto mettendo in carcere i minori e come vorrebbe il ministro Nordio, anziché affrontando le grandi questioni sociali, e costruendo più istituti penali per i minorenni è inutile e dannoso. In quattro anni il Governo Meloni ha prodotto otto Decreti sulla sicurezza e i fatti dimostrano la loro inutilità: non sono diminuiti né i crimini né le violenze. Ciò che invece è cambiato in peggio è il trattamento dei minori. A partire dal Decreto Caivano, sono aumentati del 50% i detenuti nelle carceri minorili. Non solo: si moltiplicano i segnali di un cambiamento profondo della funzione della giustizia minorile, da occasione di recupero e rieducazione a semplice punizione. Si spende più in filo spinato e recinzioni che in formazione e si progettano sezioni minorili nelle carceri per adulti. Si rischia di tornare indietro, in modo significativo, rispetto ad anni di politiche volte al recupero di chi sbaglia. Si rischia di fare degli Istituti per minori dei moltiplicatori di violenza e illegalità e non occasioni educative e di recupero. Cercare di rappresentare i giovani che protestano come pericolosi e fuorilegge anziché dare risposte ai problemi che pongono può aiutare la propaganda del governo ed essere più semplice, ma rischia di scavare una distanza pericolosa tra le istituzioni e una intera generazione. Quando ero in una “quasi baby gang”. Anche per amore di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 novembre 2026 Maranza e baby gang sembrano un’emergenza nuova. Un ricordo personale per dire no alle risposte d’emergenza. La baby gang, ora i “maranza”, che ho scoperto da poco significare banalmente “coatti”, li fanno apparire come fenomeni nuovi. Emergenziali. Come se, ad un tratto, dal nulla, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, esistesse la “devianza” giovanile. Ragazzini, addirittura bambini, che fanno casino e commettono episodi di violenza, alcuni anche terribili. E allora carcere, carcere e carcere. Sono nato nel 1982 e quindi, essendo un 40enne (oddio, in realtà ho già 44 anni, ma fino a quando non arrivo a cinquanta, passamelo), posso raccontare un’infanzia che non è di oggi, ma di oltre 30 anni fa. Sono nato ad Avezzano e fino a 6 anni abitavo in un palazzo vicino a uno popolare, abitato da tutti rom. “Il concentramento” si chiamava quel quartiere. Ma non perché eravamo concentrati in chissà cosa, ma proprio perché un tempo, nella zona c’era stato un campo di concentramento, luogo di detenzione e grande sofferenza durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Sia chiaro, tante famiglie rom del quartiere erano persone perbene, altre però no. C’erano bambini che rubavano. Ed io, essendo vicino di casa, giocavo con loro. A pensarci, a proposito del tempo che cambia, oggi è impensabile che un bambino di 4 o 5 anni esca da solo e vada in giro. Noi sì. A 5-6 anni uscivo tranquillamente. E non era più sicuro di oggi. Si era creato un gruppo, rom e italiani come me. Niente di che, ma una volta avevo aiutato un mio coetaneo, anche lui rom, a rubare fiori e piante del mio stesso palazzo. Quando l’amministratore lo disse ai miei, immaginati. La scena, però, era piuttosto comica. Me la figuro così: “Suo figlio, assieme a uno zingaro, sta spiantando tutte le piante e i fiori del vostro palazzo!”. Per la verità, c’era anche un motivo per cui lo feci. Mi piaceva una bambina rom. E per farmi notare in qualche modo, mi ero, diciamo, “affiliato”. Ero bambino, ma ricordo benissimo quella sensazione che all’epoca non compresi e che avrei poi identificato come le famose “farfalle nello stomaco”. Quelle che si provano a tutte le età, alla mia come a ottant’anni. Una sensazione che però può trasformarsi in angoscia: l’occasione perduta, la mancanza di feedback, l’ansia di perderla, il timore di non ritrovarla più. O peggio ancora, quando si viene lasciati e arriva Bukowski che ti ricorda: “Non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato: ne troverai un’altra e ti lascerà anche quella”. Fatto sta che poi, quando avevo ancora 6 anni, ci trasferimmo in un paese vicino. Certo, se fossi rimasto là, probabilmente sarei diventato uno di quei bambini che rubavano. Avrei cominciato rubando i fiori e sarei finito a svaligiare qualche casa. Chissà. Finisce qua? No. Quando ci trasferimmo nel paese limitrofo, in pratica ero considerato un “forestiero”. Sì, lo so, surreale, ma quella era la sottocultura. I bambini, miei coetanei, erano “difficili”. Bullismo, prepotenza, cose vissute in prima persona. E allora, per “integrarmi”, senza peraltro riuscirci, per un periodo ho assecondato tutto ciò che facevano. Età media: 11 anni. Presero di mira un signore anziano e lo colpivano con i sassi. Una cosa terribile, brutta, e io con loro. Ma è anche vero che poi la storia si concluse bene. Non ricordo come e perché, ma smettemmo e quel signore anziano divenne un amico, un caro nonno. Insomma, non proprio un nonno esemplare, visto che ci offriva anche il vino che produceva. Avevamo 11 anni, ripeto. Ora, perché racconto questo? E se invece, come era potenzialmente possibile, quel povero signore anziano fosse stato colpito in testa da un sasso, o gli avessimo provocato un infarto, e fosse morto? Sarebbe stata una tragedia immane. E in quel caso il carcere, come oggi viene invocato anche per i ragazzini sotto i 14 anni, sarebbe stato la giusta risposta? Oggi sarei qui, oppure a svaligiare qualche casa, o magari in carcere come, ahimè, qualcuno di loro che ricordo da bambino e che, forzato dal gruppo stesso a emulare suo padre, un piccolo criminale locale, entra ed esce dal carcere tuttora? Parliamo di 30 anni fa. Ma lo stesso vale per 40, 50 anni fa, per un secolo, due secoli fa. Non si può affrontare questo problema antichissimo con le logiche emergenziali, distruggendo quel poco di buono che abbiamo fatto. Il resto lo lascio a chi pensa che i bambini si raddrizzino con le sbarre. Alla ricerca del vero incespicando di continuo nel falso di Paolo Pagliaro rivistadissonanze.it, 2 novembre 2026 Siamo immersi in una realtà dove la manipolazione delle informazioni è diventata pervasiva grazie al digitale e all’Intelligenza artificiale. Menzogne, immagini e voci falsificate, bot, selezione dei dati, decontestualizzazione e contenuti emotivi alterano la percezione dei fatti. Le ragioni sono diverse: denaro, potere, appartenenza, gioco o bisogno di confermare le proprie convinzioni. Il rischio maggiore riguarda la democrazia: non solo la diffusione del falso, ma la costruzione di realtà diverse e incompatibili. Quando anche i dati oggettivi vengono percepiti diversamente a seconda dell’appartenenza politica, diventa più difficile condividere una base comune fatta di fatti e non di opinioni fondate su dati alterati. Dieci anni fa - novembre 2016 - i giurati dell’Oxford Dictionary annunciarono che la parola dell’anno era “post-verità”. Quel verdetto mise a fuoco non un anno, ma una stagione della nostra vita, che continua ancora oggi. Se ci guardiamo intorno, vediamo che buona parte dell’attività digitale è dedicata alla falsificazione o alla manipolazione della realtà. Lo si fa per gioco, per dolo, per fini inconfessabili o addirittura per fare del bene. Lo fanno gli esseri umani o degli algoritmi istruiti a questo scopo. È come se usassimo una tecnologia sempre più potente per regolare i nostri conti con la realtà. Provo qui a mettere in fila le diverse tecniche di manipolazione, e ne è risultato un elenco molto lungo, ma è proprio la mole di questi comportamenti a svelare quanto il fenomeno sia radicato e pervasivo. C’è la menzogna pura e semplice che è la forma più antica. Si inventa un fatto che non è accaduto, si attribuisce a qualcuno una frase che non ha mai pronunciato; si modifica una data, una cifra, un luogo; si inventano testimonianze o esperienze personali; si creano false “fonti” che confermino la propria versione. Internet rende questa pratica enormemente più potente perché una menzogna può raggiungere milioni di persone prima che qualcuno abbia il tempo di verificarla. C’è la falsificazione documentale, particolarmente insidiosa perché normalmente crediamo ai documenti proprio perché li consideriamo tracce della realtà. Il digitale permette invece di fabbricare la traccia della realtà senza che la realtà sia mai esistita. C’è il fotomontaggio e la manipolazione delle immagini. Si può eliminare una persona da una fotografia o da un video; aggiungerne una; modificare il volto; modificare il corpo; cambiare lo sfondo; alterare luci e colori; spostare oggetti; cambiare l’espressione di una persona; combinare fotografie scattate in momenti diversi. Grazie all’AI generativa creare immagini fotorealistiche di eventi mai accaduti. C’è la falsificazione della voce, che permette di costruire telefonate mai avvenute; dichiarazioni mai pronunciate; messaggi falsi; confessioni; testimonianze. Con l’effetto paradossale che quanto più diventa facile falsificare una voce, tanto più diventa facile anche negare una voce autentica. “Non ero io, era un deepfake”. La tecnologia non produce soltanto falsi: produce anche la possibilità di mettere in dubbio il vero. C’è la falsificazione dell’identità. Online posso fingere di essere ciò che in realtà non sono. È una falsificazione che dilaga nei social e che talvolta ha conseguenze drammatiche, soprattutto tra gli adolescenti. È l’eredità di quella second life basata su identità posticce che negli anni ci è stata periodicamente riproposta come soluzione dei nostri problemi sociali o esistenziali. L’ultima versione si chiamava Metaverso, un ambiente in cui saremmo stati accolti, rigenerati e sostituiti da cloni. Ci sono i falsi consensi. Una delle manipolazioni più importanti riguarda la percezione di ciò che “pensano tutti”. Si possono creare migliaia di account; moltiplicare artificialmente i commenti; comprare follower, come fanno regolarmente anche molti vip e molti politici; comprare visualizzazioni; generare recensioni; automatizzare like; costruire discussioni artificiali; far sembrare virale un contenuto; far sembrare minoritaria un’opinione maggioritaria. Ci sono, come detto, le recensioni false. È una forma quotidiana e apparentemente innocua, ma molto significativa. Il digitale trasforma la reputazione in un oggetto manipolabile. C’è il falso consenso sociale prodotto dagli algoritmi, che possono decidere che alcuni commenti vengano mostrati molto più di altri. C’è la manipolazione attraverso la selezione. Non occorre dire il falso. Basta mostrare soltanto una parte del vero. Per esempio: mostrare solo alcune statistiche; selezionare determinate fotografie; citare soltanto alcune testimonianze; ignorare deliberatamente dati contrari; estrarre una frase dal suo contesto; scegliere un particolare momento di un video; raccontare un evento da una sola prospettiva. È una delle forme più potenti di manipolazione perché ogni singolo elemento può essere autentico. C’è la manipolazione del contesto. Una fotografia vera può diventare falsa se associata alla didascalia sbagliata. Un video autentico può diventare disinformazione se attribuito a un altro evento. Una statistica corretta può diventare ingannevole se confrontata con il dato sbagliato. Una frase vera può diventare falsa nel significato se privata del contesto. C’è la falsificazione temporale. Un contenuto autentico può essere fatto apparire contemporaneo quando è vecchio. C’è il falso attraverso l’automazione. Un essere umano può scrivere cento messaggi. Un sistema automatizzato può scriverne milioni. I bot - cioè i programmi automatizzati - possono: pubblicare; rispondere; mettere “mi piace”; seguire account; creare discussioni; diffondere link; generare recensioni; impersonare utenti; rilanciare automaticamente solo determinati contenuti. C’è la personalizzazione della realtà, resa possibile dall’intelligenza artificiale. Questa è forse una delle questioni cruciali. Due persone possono fare una ricerca con le stesse domande sullo stesso argomento e ricevere risultati differenti. Non significa necessariamente che qualcuno stia mentendo. Significa che la realtà viene filtrata e adattata individualmente. Ma se ciascuno vive dentro una selezione diversa del mondo, sarà difficile avere una realtà pubblica condivisa. C’è la manipolazione attraverso il ranking. Un contenuto può essere vero e tuttavia essere praticamente invisibile. Un altro può essere mediocre o falso e diventare dominante. Perché? Perché un algoritmo stabilisce: questo prima, questo dopo, questo mai. È una forma di falsificazione per omissione e gerarchizzazione. C’è la manipolazione emotiva. Si possono progettare contenuti affinché producano: paura; indignazione; rabbia; disgusto; entusiasmo; desiderio; nostalgia; senso di appartenenza. Una realtà raccontata per provocare paura è diversa dalla stessa realtà raccontata per suscitare curiosità. Si pubblica qualcosa di assurdo; offensivo; scandaloso; provocatorio; non perché lo si creda, ma perché si sa che farà reagire le persone. La reazione diventa il prodotto. La falsità, in certi casi, non è nemmeno il fine: è il combustibile dell’attenzione. Ci sono il titolo ingannevole e il sensazionalismo. Si insegnano nelle scuole di giornalismo on line per catturare l’attenzione e i click: una deformazione della realtà che, moltiplicata miliardi di volte, diventa una caratteristica strutturale dell’ambiente informativo. Mi fermo qui e provo a proporre alcune ipotesi sulle ragioni di questa fuga dalla realtà. La prima ipotesi è che lo facciamo per denaro. Una falsità che genera clic può produrre denaro. Una recensione falsa può far vendere. Un’immagine manipolata può attirare pubblico. Internet, come sappiamo, ha trasformato l’attenzione in una risorsa economica. Lo facciamo per questioni di potere. La falsificazione può servire a conquistare consenso; delegittimare un avversario; alterare un’elezione; costruire un nemico; manipolare un movimento sociale; influenzare l’opinione pubblica; creare consenso attorno a un leader. La propaganda esisteva molto prima di Internet e molto prima di Trump. Internet le ha dato una combinazione potentissima: velocità + scala + personalizzazione + anonimato + automazione. Lo facciamo per gioco: con meme; parodie; account fittizi; mondi immaginari; immagini assurde; video falsi. L’essere umano ha sempre giocato con la realtà. La differenza è che adesso il gioco può essere indistinguibile dalla comunicazione seria. Lo facciamo per appartenenza. Una persona può condividere qualcosa di falso non perché sia convinta che sia vero, ma perché vuole appartenere al gruppo che lo considera vero. Questo è uno dei fenomeni più importanti. La domanda non è più: “È vero?”. Ma: “Da che parte stanno quelli che lo dicono?”. A quel punto la verità può diventare secondaria rispetto all’identità. Lo facciamo per poter continuare a credere a noi stessi. Costruiamo una versione dei fatti che ci consenta di essere: innocenti, coerenti; vittime, coraggiosi, intelligenti, moralmente superiori. Questa forma di falsificazione è antichissima. Internet semplicemente ci offre strumenti straordinari per costruirla e condividerla. Lo facciamo perché la realtà è frustrante. La realtà può essere ambigua, contraddittoria, lenta, casuale, difficile da comprendere; spesso ingiusta. La rappresentazione digitale può invece essere semplice, ordinata, immediata, moralmente chiara, personalizzata, rassicurante. Lo facciamo perché l’attenzione umana non è neutrale. Siamo attratti da ciò che sorprende. Ciò che sorprende viene ricordato. Ciò che viene ricordato viene condiviso. Ciò che viene condiviso viene ulteriormente mostrato. Si crea così una specie di selezione naturale dei contenuti. E i contenuti più adatti a sopravvivere nell’ambiente digitale non sono necessariamente quelli più veri. Sono quelli più coinvolgenti. Una società democratica non vive soltanto della capacità di distinguere il vero dal falso. Vive della possibilità di condividere una base minima di realtà sulla quale discutere. Se quella base si dissolve, non abbiamo semplicemente più menzogne. Abbiamo realtà private, personalizzate e reciprocamente incompatibili. E ciascuno di noi vive in pace con le proprie convinzioni e i propri pregiudizi. Un recente sondaggio Swg svelava un dato sconcertante: nella percezione dell’inflazione nell’ultimo anno trenta punti percentuali separano gli elettori di Fratelli d’Italia da quelli del Movimento 5 Stelle. Tra chi vota il partito di Giorgia Meloni solo il 39% indica in “molto” o “tantissimo” l’aumento percepito dei prezzi. Nel Pd la quota sale al 60%, mentre tra gli elettori del Movimento 5 Stelle oltre il 70% percepisce un’impennata dei prezzi. Non parliamo di opinioni su una legge o su un programma politico: parliamo di quanto costano il pane, il gas, la benzina. Eppure anche lì, davanti allo stesso scontrino, l’appartenenza politica riesce a produrre due realtà diverse. Non è una novità, si chiama ragionamento motivato ed è documentato da decenni di ricerche. Chi sostiene un governo tende a minimizzare le cattive notizie che lo riguardano, chi lo osteggia tende ad amplificarle. Ma la portata di questo divario - trenta punti su un dato oggettivo, verificabile, pubblicato ogni mese dall’Istat - ci dice qualcosa di più e cioè che il confine tra opinione e fatti si sta assottigliando fino quasi a scomparire. L’inflazione è solo un caso tra tanti. Lo stesso schema si ripete quando si chiede agli italiani se la criminalità è aumentata, se l’immigrazione è un problema crescente, se l’economia va bene o male, se il proprio lavoro è sicuro, se la scuola funziona. Cambiano i temi, ma la percezione dipende dalle idee più che dalle statistiche. Per gran parte del Novecento i numeri ufficiali - l’inflazione calcolata dall’Istat, la disoccupazione, i tassi di criminalità - godevano di un’autorità che sembrava sottratta al dibattito politico: erano il terreno neutro su cui ci si scontrava. Oggi quel terreno si è ristretto fin quasi a scomparire. Il dibattito pubblico smette di essere un confronto tra soluzioni diverse a problemi riconosciuti in comune, e diventa un confronto tra realtà alternative, ciascuna autosufficiente, ciascuna impermeabile alle prove dell’altra. Ciò che resta dei fatti sta diventando sempre più irrilevante. Comunque dice l’Istat che dal 2022 a oggi i prezzi sono aumentati del 20%. E questo sarebbe un fatto. Stati Uniti. Amare la morte. Dalla pena capitale alla cultura delle armi di Luigi Zoja Il Foglio, 2 novembre 2026 Un mondo pieno di spavento, insicurezza e violenza ha condannato Christa Pike. Christa Pike doveva esser giustiziata dallo Stato del Tennessee, decenni dopo il delitto. Ma la diciottenne - relitto umano cresciuto fra traumi - che ha commesso un orribile crimine e la cinquantenne incarcerata per trentadue anni quasi sempre in isolamento, sono la stessa persona? Per l’anagrafe sì. Invece, la psicologia del carattere suggerisce che il loro senso della morale e della responsabilità possono essere diversi e persino opposti. Spesso la parola “redenzione” è un sentimentalismo. Non quando riguarda chi, dopo un grave sbaglio, ha espiato durante il resto della vita. Il giorno della esecuzione Christa sopravvive alla prima iniezione di veleno. Ne praticano subito un’altra: neppure quella la uccide. L’utente comune sa che, prima di usarlo, deve controllare la scadenza di un farmaco. Possibile che, a furia di rinvii, il Tennessee usi prodotti scaduti? Ora l’assistenza pubblica si prende cura di Christa. Per restituirle un po’ di salute, in modo da rimandarla dal boia. I giornali tornano a parlare di lei. La legge americana prescrive che le pene capitali non aggiungano alla “semplice” esecuzione altre crudeltà non necessarie. Se il condannato non fosse cosciente, potrebbe esser considerata “crudele” come l’uccisione di un bambino o di un minorato mentale. Questa assurdità già prova che la pena di morte non dovrebbe esistere, dicono gli abolizionisti. Per i suoi sostenitori, invece, l’incidente è una scusa per buttare in politica un incidente sanitario: le sentenze già pronunciate non variano per un imprevisto sanitario, come il corpo di Christa che continua a respirare. In Europa non esiste più la pena capitale: anzi, una delle condizioni perché un paese domandi l’ingresso nell’Unione Europea è proprio l’averla cancellata. La percezione della condanna a morte viene dalle due diverse memorie collettive. La differenza con l’America non sta tanto nel sistema giuridico, quanto nel diverso rapporto storico con la violenza. “Violence is as American as cherry pie” (È americana come la torta di ciliege) diceva Rap Brown, attivista afro-americano della lotta per i diritti civili nel “profondo Sud” degli anni Sessanta: lo stesso mondo pieno di spavento, di insicurezza, di violenza che condanna Christa e da sempre cerca capri espiatori. Sceriffi e volontari che nel vecchio West preparano un cappio per le esecuzioni non sono una invenzione dei film. I tribunali, le città, la “legge” erano lontani. La “frontiera” degli Stati Uniti non “separava” da altre nazioni in senso convenzionale: “era” l’essenza dell’americanità, divideva da territori “senza legge”. I coloni vivevano in condizioni transitorie, ricreate di continuo. Tutto questo è stato canonizzato in una epopea delle origini: il “mito” del West, dove i registi hollywoodiani sostituiscono Omero e Virgilio. Il West era lontano dalle istituzioni: la vastità del territorio è un altro archetipo dell’America. La presenza dello sceriffo e della forca era cruda, ma popolare. Il cittadino si sentiva protetto. In Europa, al contrario, la memoria della condanna a morte è collegata alle dittature: dopo il 1945, la sua cancellazione metteva quasi tutti d’accordo. Per giunta, grande è la differenza tra gli Stati Uniti del Nord e quelli del “profondo Sud” o del “mitico West”: che sopravvivono nell’inconscio popolare Usa, mai entrato del tutto nella modernità. Al Sud, fino a tempi non così lontani, il sospettato di colore poteva esser linciato sulla piazza anziché portato in tribunale. I responsabili dei linciaggi venivano facilmente assolti perché le giurie erano composte dai “bianchi normali” del luogo. Eccoci al punto. Secondo un detto americano, è il tuo “status sociale” che dà il colore alla tua pelle. Money washes your skin: eletto presidente, Obama non era più un “nero”. Lo stesso, ma alla rovescia per Christa: bianca ma rifiuto dei bassifondi, percepita come un soggetto “da linciare”, come quelli. Abbiamo infinite notizie su di lei: anche della inglese Bbc e di giornali progressisti come il Washington Post. È figlia di gravi alcolisti: ha assorbito alcool quando era un feto nella pancia di sua madre, condizione che prepara a disturbi mentali seri. Dai due anni - sì, due - in poi sarebbe stata abusata sessualmente dai compagni della madre. Ma la giuria che l’ha condannata non ha preso visione di questo aspetto. In sostanza, non è mai esistita una Christa persona: sono un “personaggio”. Noi europei, non dovremmo storcere la bocca con superiorità quando ci informano sulle condanne a morte americane: sono relativamente poche, il paese evolverà, è “giovane” rispetto a noi (la Cina, invece, è antichissima, ma amministra più condanne a morte del resto del mondo messo assieme). Persino Wikipedia (Furman versus Georgia, 1972) mostra che le condanne a morte americane variano clamorosamente in funzione dei dibattiti pubblici, non con la gravità del caso. Quello di Christa coincise con una “isteria del demoniaco”. Sulla storia di lei furono realizzati molti serial televisivi e simili prodotti commerciali. Si fa presto a dire America: noi scordiamo che è una coesistenza di opposti. Harvard e isteria di massa. Dopo la Apocalissi del Vietnam, quella nucleare (Three Miles Island), la fine del Novecento fu impregnata di Satanismo. Una cultura, una religione, o malattia psichiatrica di massa? Gli hanno dedicato due copertine di Time. Si fa presto a dire: sciocche fantasie. Anche la leggenda dei Savi di Sion - la congiura ebraica per dominare il mondo - era una fantasia: ma, rilanciata dal nazismo, condusse al genocidio. La cultura americana ha anche un diverso rapporto con le armi. Che non ricordano tanto le guerre mondiali, quanto un altro mito delle origini: la guerra di liberazione dall’Inghilterra. Territorio vasto e non ancora organizzato, gli Stati Uniti attribuirono a ogni cittadino il diritto di possedere e portare armi (II Emendamento della Costituzione). Questa norma era fondamentale, nel 1791. Gli Usa erano appena nati e combattevano contro il formidabile esercito inglese. Organizzarono una milizia motivata e abituata ai fucili: il loro nome, Minute-men, indicava che dovevano esser pronti in un minuto. Dalla loro nascita - un quarto di millennio fa - gli Stati Uniti hanno vissuto in una cultura delle armi e della morte usata come castigo: incorporate senza interruzioni nel costume e nelle leggi. Con una accettabile semplificazione psicologica, possiamo parlare di un “complesso” americano: una continuità mentale fra diritti individuali, deterrenza prodotta dalla massima pena e delega ai singoli di una difesa con le armi. Col passare dei secoli, questi principi divengono discutibili. Rispetto all’Europa le pene sono più severe, eppure rimane più alta la percentuale di omicidi (in America sono 4-5 volte più che nell’Unione europea) e quella delle persone in carcere (580 ogni 100.000 abitanti contro 113 nella Unione europea). Gli americani possiedono centinaia di milioni di armi private che però non mettono al sicuro da attacchi di paesi stranieri: nessuno aggredisce l’America perché possiede le maggiori forze militari del mondo, non perché le famiglie tengono armi in casa. Che, invece, vengono spesso usate da studenti convinti di aver subito una ingiustizia (scolastica, non penale): quindi tornano a scuola e sparano. Si deve discutere se era giusto il brutto voto, o se è sensato che nell’armadio sia appeso un Kalashnikov? Le stesse mie figlie che in Italia raccontavano annoiate “Oggi esercitazione di matematica”, quando abitavamo negli Stati Uniti tornavano da scuola eccitate “Oggi esercitazione sull’intruder (assalitore). Si cammina a quattro zampe sotto ai banchi: massimo silenzio anche durante gli spari, si ascoltano solo i megafoni della polizia”. Le armi individuali non sono solo oggetti, piuttosto economici dato che se ne fabbricano centinaia di milioni. Diventano anche feticci, per gli individui fragili, soprattutto maschi. Dai tempi dell’Iliade, rappresentano quella forza che il maschio si vergogna di non avere. Da sempre, le armi e il loro culto sono un surrogato (quello che la farmacologia chiama “placebo”) che attenua provvisoriamente insicurezze e fragilità, soprattutto nei maschi. Del resto, da sempre e ovunque i tassi di suicidio degli uomini sono fra il doppio e il triplo di quelli femminili (Organizzazione mondiale della Sanità). Vale la pena di interrogarci sul “Complesso americano delle armi”. Le abitazioni isolate sono più frequenti che in Europa, una pistola nel comodino può esser comprensibile. Ma un mitragliatore? È adatto ai timidi, perché in un attimo piccolo permette un risultato grande. In psicopatologia esiste l’”erostratismo”. Un mitico antico greco di nome Erostrato avrebbe dato fuoco al Tempio di Diana ad Efeso, classificato fra le Sette Meraviglie del Mondo, solo per diventare famoso. Se è esistito, Erostrato era un buon conoscitore della psiche: il suo nome è sopravvissuto nei millenni, mentre quello dell’architetto che costruì il Tempio di Diana è stato dimenticato. Evocarlo non è fuori posto per Christa Pike. Le cronache del suo processo dicono che la giuria sia rimasta impressionata da attimi di sua “gioia demoniaca”: invece di mostrare pentimento, pareva esaltata perché tutti parlavano di lei. La cultura delle armi in America Arno Gruen era uno psicoanalista ebreo tedesco. Arrivato Hitler, si stabilì negli Stati Uniti. La “repressione politica” nazista è stata studiata dagli storici. Gruen scrisse invece sulla “repressione della psicologia naturale” che ognuno può compiere dentro di sé per essere accettato (Der Wahnisinn der Normalität: Il delirio della normalità, tascabili DTV). Sforzarsi di esser “accettato dagli altri” è pericoloso. Questa rinuncia alla psiche individuale non è affatto monopolio della estrema destra. Gruen ricorda che un teorico della sinistra radicale, Toni Negri, descriveva la beatitudine di questo dissolversi dell’individualità nel gruppo quando si prepara alla azione violenta. (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli, p. 43). Dopo 40 anni Gruen tornò in Europa: l’America è grande ma gli stava stretta. Venne a Zurigo dove - senza essere in Germania - usava le sue “armi”: i concetti psicoanalitici, così legati alla lingua tedesca. Gruen crede nel potenziale naturale della psiche. Al tempo stesso, teme la “persona normale” che, per esser accettata nel gregge, si irrigidisce e nega dentro di sé i sentimenti. Commenta una cronaca del New York Times. L., un’adolescente, per la prima volta non rientra a casa. Il giorno seguente, confessa di aver passato la notte con un uomo. Dalla casa di famiglia escono allora il padre, la madre e L. col cane B. Due anni prima, L. era “brava”, le avevano regalato un cucciolo. Ora per punizione dovrà sparargli, poi seppellirlo. Il padre le porge la pistola. Quando L. si uccide, lui perde la testa: “L’ho ammazzata io!” Purtroppo, è un cittadino troppo “normale”. Immagina negli altri solo comportamenti “normali”: i figli obbediscono sempre, la pistola serve a proteggere la normalità. L. è una adolescente che comincia a fare scelte individuali, e non solo quelle erotiche: sottoposta a una pressione insopportabile, non l’ha sopportata. La normalità non ci mette al riparo dalla sofferenza. Per giunta, ogni “normalità” varia coi tempi e i luoghi. Oggi, molti europei si sentono traditi dall’America, dopo ottant’anni di alleanza basata su “valori comuni”. Ma è proprio così? Se i valori sono uguali, perché il rapporto con la violenza e la morte è così diverso?