Vent’anni, una comunità ancora da trovare. A Monza si muore mentre si progettano nuove celle fotosintesi.info, 1 novembre 2026 Il giovane egiziano aveva una dipendenza e nessun familiare in Italia. La sua avvocata cercava un percorso in comunità. Intanto il carcere ospita quasi il doppio delle persone previste e la risposta del governo ai problemi della giustizia minorile è ampliare gli istituti. Una comunità era ancora da trovare. La vita di un ragazzo di vent’anni si è fermata prima, nel carcere di Monza. Era egiziano, avrebbe compiuto ventuno anni a gennaio ed era arrivato in Italia da solo, a quindici anni. La sua storia attraversa il circuito minorile, le comunità, San Vittore e infine la casa circondariale brianzola. Un percorso nel quale la pena e la necessità di cura si sono intrecciate, fino a questa morte per suicidio. Secondo quanto raccontato dall’avvocata Arianna Barbazza al Giorno, il giovane soffriva di dipendenza, aveva la madre malata e una sorella in Egitto, senza familiari sui quali contare in Italia. La legale stava preparando un’istanza per l’affidamento a una comunità e ha sottolineato la difficoltà di trovare una struttura disponibile. Non sappiamo quale sarebbe stato l’esito della richiesta. Sappiamo che la possibilità di un percorso diverso era ancora da costruire. Quella comunità ancora da individuare pone però una domanda pubblica: quali opportunità effettive di cura e di esecuzione della pena vengono offerte a chi ha una dipendenza, una condizione di fragilità e nessuna rete familiare? I numeri di Monza aiutano a capire il contesto. La scheda del ministero della Giustizia, aggiornata al 29 ottobre, registra 770 persone detenute a fronte di 413 posti regolamentari, uno dei quali indisponibile. Quasi il doppio della capienza. In queste condizioni, assicurare attenzione individuale, continuità terapeutica e relazioni diventa più difficile. Il sovraffollamento riguarda lo spazio, ma anche il tempo che gli operatori possono dedicare a ciascuna persona. Da Brescia arriva intanto un’altra notizia drammatica. BsNews riferisce il 31 ottobre che una detenuta ventenne è stata soccorsa dopo un tentativo di suicidio avvenuto il giorno precedente nella sezione femminile del carcere di Verziano. La testata descrive condizioni critiche. È una vicenda ancora in evoluzione, sulla quale occorrono aggiornamenti e riscontri. Nel Lazio, il 19 ottobre, un uomo di quarantanove anni con problemi di dipendenza è morto per suicidio a Viterbo. Era il terzo caso dall’inizio dell’anno nello stesso istituto e il sesto nella regione. Il Garante regionale ha chiesto di adottare e applicare il nuovo piano di prevenzione del rischio suicidario, ridurre il sovraffollamento e ricostruire un rapporto di fiducia tra persone detenute e istituzione. A Viterbo risultavano 633 reclusi per 387 posti effettivamente disponibili. Anche qui, l’attenzione alle singole storie rischia di perdersi dentro una sproporzione strutturale. Il quadro nazionale richiede precisione. Il rapporto del Garante nazionale, aggiornato al 31 agosto 2026, registra 184 decessi nei primi otto mesi dell’anno, contro 167 nello stesso periodo del 2025. I suicidi censiti sono 49, rispetto ai 53 dell’anno precedente; le morti per cause naturali salgono da 76 a 88 e quelle accidentali da due a otto. Sono inoltre registrati due omicidi e 37 decessi con cause ancora da accertare. Quest’ultima categoria non può essere sommata ai suicidi: gli accertamenti non sono conclusi. E il bilancio di agosto non va presentato come il totale di fine ottobre. La diminuzione dei suicidi registrata in quel periodo non cancella dunque l’aumento complessivo delle morti. Lo stesso Garante segnala che la popolazione detenuta media è cresciuta da 53.758 persone nel 2021 a 64.489 nel 2026. Per valutare il fenomeno servono dati aggiornati e confrontabili, insieme alla verifica dell’assistenza sanitaria e delle condizioni materiali della detenzione. La direzione politica emerge dalle dichiarazioni del 22 ottobre: il ministro Carlo Nordio ha prospettato l’ampliamento delle carceri minorili e la destinazione ai ragazzi di settori degli istituti per adulti. Antigone contesta questa scelta allucinante. Secondo l’associazione, negli istituti minorili si è passati da 381 persone a fine 2022 a 550 nell’agosto 2026; nello stesso mese il 68,1 per cento non aveva una condanna definitiva. Antigone chiede investimenti nella prevenzione, nei servizi territoriali e nei percorsi educativi e attribuisce l’espansione del circuito detentivo anche alle politiche del governo. La salute mentale passa attraverso la qualità dei rapporti sociali, la possibilità di essere ascoltati e di ricevere cure adeguate. In carcere questo richiede personale sanitario, psichiatri e psicoterapeuti, educatori, continuità con i servizi per le dipendenze e comunità capaci di accogliere. Richiede anche condizioni di lavoro che permettano al personale penitenziario di riconoscere il disagio e attivare un intervento. Sono responsabilità da organizzare e finanziare, con risultati verificabili. La domanda lasciata da Monza riguarda ciò che accade tra il riconoscimento di un bisogno e la disponibilità concreta di una risposta. Quanto si aspetta, chi segue quel passaggio, quali ostacoli impediscono di completarlo? Ricostruire questo percorso è un dovere verso chi è morto e verso chi è ancora dentro. Perché una comunità ancora da trovare non diventi l’ultima frase nella storia di un ragazzo. In carcere tutti diventano poveri di S. C., Osservatore di Strada L’Osservatore Romano, 1 novembre 2026 Per conoscere direttamente dobbiamo vedere, toccare con mano; non è sufficiente leggere o istruirsi. Da sempre ci sono persone chi vivono in difficoltà, a causa di ristrettezze economiche o di scelte, talvolta libere, talvolta subite. E da sempre c’è qualcuno che, quando ne ha la possibilità, dà loro un aiuto. Il progresso, anziché diminuire le disuguaglianze, le ha accentuate. La povertà è ovunque e solo la solidarietà riesce a riconoscerla e a curarla. Ci sono organizzazioni locali e internazionali del terzo settore che cercano di portare sostegno in ogni campo, superando enormi difficoltà che, spesso, sono determinate da chi governa. Tuttavia, in ogni città c’è un luogo dove, non appena si varca il portone, chiunque diventa povero. L’arresto e i primi giorni di carcerazione segnano il distacco dalla famiglia, quando non è la famiglia stessa ad allontanarsi, e fanno emergere il bisogno di indumenti, di assistenza sanitaria, di un contatto con chi è rimasto all’esterno. A questa povertà, che può riguardare chiunque, il carcere risponde fornendo vitto e alloggio; il volontariato offrendo indumenti e sostegno psicologico; i compagni di detenzione dando un aiuto reciproco nelle necessità pratiche; i cappellani e le religiose mettendo a disposizione tutto ciò che può servire, a cominciare dall’aiuto a ristabilire un contatto con la famiglia. Con gradualità, il detenuto entra così nella quotidianità della detenzione. Ha una scelta: rimanere in attesa degli eventi oppure partecipare alle attività che vengono proposte: studio, biblioteca, sport, lavoro. Quando si sceglie questa strada, la durezza della distanza dai familiari e i pensieri legati alla detenzione non si cancellano, ma diventano meno assillanti. A molti, il carcere offre cose che forse non hanno mai avuto in modo stabile: un pasto regolare, un letto, una doccia e altro che aiuta a maturare e accompagna le persone verso il ritorno nella società. Intendiamoci: c’è carcere e carcere. Ci sono istituti in cui si dorme in cinque in uno spazio pensato per tre, si rimane chiusi 20 ore in cella e i tempi delle telefonate sono contingentati e distribuiti nell’arco della settimana. Tutto questo unito a una burocrazia che non riesce a stare al passo. La povertà segna la vita del carcere. Il detenuto la deve vivere per predisporsi al dopo. Dentro qualche sostegno lo trovi. Fuori, se la famiglia non è presente, è buio fitto con sbarre ovunque. “Twinning project”, il calcio entra nelle carceri con Enel Cuore di Alessio Piro vdj.it, 1 novembre 2026 In Italia si stima che le attività sportive rappresentino una fonte di sollievo e di equilibrio fondamentale per circa 12.000 persone private della libertà personale. La vita all’interno degli istituti penitenziari è segnata da isolamento, inattività e perdita di prospettive per il futuro. Il calcio è la disciplina più praticata, perché supera le barriere e restituisce dignità, salute e appartenenza, come grazie all’attività promossa da Enel cuore, attraverso il “Twinning project”. Nato nel Regno Unito nel 2018, il progetto di “Twinning”, è stato ideato con la missione di trasformare una partita di calcio ricreativa in un programma educativo e professionale strutturato. L’iniziativa connette direttamente gli istituti di pena con i club calcistici professionistici per offrire ai detenuti, come a coloro che stanno scontando gli ultimi anni di pena, dei percorsi di formazione guidati da allenatori qualificati. I partecipanti seguono moduli di 12 settimane in cui non si lavora solo sulla tattica o sulla preparazione atletica, ma soprattutto sulle cosiddette soft skills: la comunicazione efficace e ascolto attivo nello spogliatoio e nella vita quotidiana; la gestione della leadership e del lavoro di squadra; l’autocontrollo e risoluzione dei conflitti nei momenti di alta tensione; la pianificazione e responsabilità individuale, competenze cruciali per riaffacciarsi con successo nel mercato del lavoro. A rendere possibile questa trasformazione in Italia è l’intervento di Enel attraverso la sua Onlus Cuore, che sostiene integralmente le spese del programma in diverse strutture del Paese. Il primo grande esperimento in Italia si è avvenuto presso la Casa circondariale di Rebibbia a Roma, dove decine di persone hanno partecipato ai moduli formativi grazie alla diretta collaborazione con l’AS Roma. La presenza del club giallorosso sul campo ha dimostrato che l’impatto emotivo di indossare una divisa ufficiale e imparare dai tecnici di una squadra di Serie A rappresenta uno scopo motivazionale. Grazie al nuovo impulso fornito da Enel Cuore, la mappa del progetto si sta ampliando toccando altre città chiave della penisola, come Milano, che coinvolge l’Inter e la Comunità Educativa Kayros, punto di riferimento nell’accoglienza di minori e giovani adulti con percorsi penali pendenti. Anche Torino, con il gemellaggio vede protagonista la Juventus in sinergia con l’Istituto Penale per Minorenni “Ferrante Aporti”. Nelle prossime fasi, si prevede che il progetto arriverà a coinvolgere oltre 200 persone nei prossimi 12 mesi. Le parole dell’allenatore Arrigo Sacchi “Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti” si trovano dentro le strutture. Quando le identità rischiano di smarrirsi tra la routine detentiva, ripartire dal calcio permette di ricostruire punti di riferimento e senso di responsabilità. Fornire strumenti prima della scarcerazione è l’unico modo per fuggire dalla criminalità. Il percorso del twinning, supportato dal gruppo Enel tramite la propria Onlus Cuore, dimostra che offrendo fiducia e competenza si ottiene una seconda occasione. L’impatto dell’iniziativa ha trovato spazio anche sul piano mediatico grazie ai reportage e ai mini-documentari realizzati dalla FIFA Foundation, l’ente internazionale che sostiene l’espansione globale del programma. Attraverso immagini girate direttamente all’interno degli istituti di pena, tra cui la tappa italiana nella casa circondariale di Rebibbia, i video documentari mostrano il momento in cui il pallone supera i cancelli del carcere. Le telecamere immortalano le sessioni di allenamento guidate dai tecnici dei club professionali, i momenti di confronto teorico in aula e la cerimonia di consegna dei diplomi. Vedere i volti dei detenuti che riscoprono la fiducia in se stessi e la speranza nel futuro di vivere una vita normale, lasciandosi tutto alle spalle, dopo aver compreso i propri errori. Sette provvedimenti sulla sicurezza approvati in quattro anni, scarsi risultati di Daniele Biacchessi giornaleradio.fm, 1 novembre 2026 In quattro anni, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha promosso e approvato almeno sette tra decreti e disegni di legge improntati sulla sicurezza. La stretta securitaria si è sempre mossa sull’onda emotiva di violenze, disordini, fatti di cronaca che hanno fatto emergere l’inadeguatezza della gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza. Il codice di procedura penale si è appesantito ulteriormente di nuovi reati, con pene più severe, giri di vite sugli immigrati e, negli ultimi mesi, con norme che avrebbero dovuto rimettere sotto controllo la violenza giovanile. Nessuno di questi provvedimenti ha funzionato, e l’ultimo, approvato dal Governo dopo i fatti di Milano, rischia di fare la stessa fine dei precedenti. Nell’ottobre 2022, l’esecutivo approvava un decreto anti rave party, che in Italia sono pochissimi e non rappresentano certamente una priorità rispetto a ben altre emergenze. Siamo nel settembre 2023 e giunge il decreto Caivano. Prevede un avviso orale del questore esteso ai 14enni, divieto dell’uso di cellulare e pc ai giovani tra i 14 e i 18 anni responsabili di violenze, ma in caso di condotte più gravi anche per quelli tra i 12 e i 14; ampliamento della platea dei reati per i quali può essere disposta la custodia cautelare. Si arriva al novembre 2024 quando il governo istituisce nuovi reati: dalle truffe agli anziani alle rivolte nelle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio, dalle aggressioni alle forze dell’ordine ai blocchi stradali, al borseggio. L’effetto è praticamente nullo tanto che a giugno 2025 Palazzo Chigi porta al Quirinale la necessità di un nuovo decreto. Nasce il reato di blocco stradale, si aggravano le pene per violenza o minaccia a un pubblico ufficiale. A febbraio 2026 giungono due provvedimenti destinati a mettere in sicurezza i cortei e a rispondere a violenze e omicidi nelle scuole. Il legislatore non investe sulla prevenzione, ma punta alla mera repressione dei fenomeni, andando a rimorchio dei fatti di cronaca senza trovare soluzioni permanenti e strutturali. Baby gang e criminalità minorile: cosa dicono davvero i numeri in Italia di Franco Vespignani, Eleonora Farneti* Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2026 La società è meno in pericolo e meno nelle mani della delinquenza minorile, rispetto a quanto ci si voglia far credere. La percezione dei fenomeni - alimentata da una comunicazione spesso fuorviante che fa di un caso singolo la norma e che porta all’attenzione del pubblico eventi simili, che in altri momenti sarebbero stati omessi - non sempre si identifica con la realtà e l’effettiva dimensione di essi. E’ per ottenere una giusta visione del mondo della criminalità minorile, nel cui ambito negli ultimi anni si è sviluppato un fenomeno preoccupante come quello delle baby gang che ha dato la percezione che si sia abbassata l’età di chi commette reati, che abbiamo voluto analizzare con i numeri questo aspetto della società, in un momento, peraltro, in cui i recenti fatti di cronaca pongono domande che non dovrebbero esaurirsi con la semplicistica risposta repressiva e di un aumento di pene e reati. Prima di tutto esaminiamo l’entità del numero dei minori (14-17 anni) denunciati e arrestati per aver commesso un reato nonché il numero dei reati commessi. Quantitativamente dal 2010 al 2023 si assiste ad una diminuzione significativa dei minori italiani che hanno commesso reati (15.151 nel 2023 da 18.470 nel 2010) pari al -18% (-3.319) con una sostanziale invarianza nel numero complessivo dei minori italiani (-1,5%) che corrisponde ad una diminuzione della componente italiana sul totale dal 93,1% al 91,1% nel 2023. I “rei” che rappresentavano lo 0,9% nel 2010 calano nel 2023 allo 0,7%. Opposto l’andamento dei dati dei minori rei stranieri che raggiungono il valore di 16.022 nel 2023 da 9.726 nel 2010 con un balzo del +64,7% (+6.296) a fronte però di un incremento di minori stranieri complessivi pari al +29,1% che corrisponde ad un aumento della componente straniera sul totale minori dal 6,9% all’8,9%. Complessivamente, prescindendo dall’origine dei minori, i rei risultano essere 31.173 nel 2023 (+10,6% nel periodo 2010/2023), a fronte di un modesto incremento dei minori complessivi +0,7%. Premesso che nel decennio l’incidenza dei Minori stranieri a scapito di quelli italiani che delinquono è leggermente aumentata, si nota una forte differenza tra i valori delle due tipologie di Minori che risulta essere per gli stranieri superiore costantemente con un picco nel 2024 di quasi 20 volte. I Colpevoli di qualunque reato sono in costante crescita nel decennio, con sole 3 anomalie verificatesi nel 2019, per riprendere poi il precedente trend: decremento dell’Omicidio doloso e incremento dell’Estorsione per tutti, diminuzione delle Minacce solo per gli italiani. I valori più elevati si riscontrano invece per le “Lesioni personali” che nel 2024 vedono 109,7 Minori italiani e ben 1.088,9 stranieri denunciati o arrestati su 100.000 con un totale conseguente di 200,7. Sulla distribuzione dei Minori che delinquono nelle Città metropolitane, sui valori assoluti grande influenza ha la dimensione della Città e la composizione per età della popolazione giovanile nonché la provenienza dei minori stessi. Vediamo allora le variazioni nel periodo 2015-2019/2023. L’andamento dei dati, tra le varie Città, è disomogeneo con situazioni opposte di diminuzioni e crescite. Napoli, con un fortissimo calo in termini assoluti di 1.857 unità, registra anche il valore percentuale più basso fra le Città metropolitane pari a 0,7% Minori denunciati e arrestati nel 2023. All’opposto con forti incrementi nel periodo esaminato vi sono Firenze (+ 424 unità pari al +1,1% da 1,5% a 2,6%), Bologna (+288 unità con +0,5% da 2,4% a 2,9%), e soprattutto Genova (+645 unità pari al +2,2% da 1,8% a 4,0%) con i valori più elevati in termini di percentuali. Relativizzando i dati x100.000 abitanti notiamo che in linea di massima le Città del Nord e Isole hanno le situazioni peggiori, viceversa quelle del Centro Sud. Napoli presenta ancora i valori più bassi fra tutte (30,6 nel 2023), mentre Bologna scavalca Firenze fra le Città con situazioni più problematiche, con Genova che rimane al primo posto (ben 139,4 nel 2023 e +82,8 nel periodo). Un dato interessante è quello desumibile dagli Uffici di servizio sociale per i minori (USSM). Al di là delle anomale diminuzioni e dei successivi incrementi dei valori negli anni pandemici e delle diverse entità dei numeri di Minori italiani e stranieri complessivamente coinvolti (23.862 in totale nel 2025 di cui 21.672 maschi e 2.190 femmine), nel periodo esaminato si riscontra un incremento per i Minori italiani, sia maschi (+2.516 pari a +17,9%) che femmine (+106 pari a +6,3%) che ha comportato sul totale italiani un aumento nel periodo di +2.622 unità pari al +16,7%. Per gli stranieri a un incremento dei maschi (+451 pari a +9,6%) corrisponde una diminuzione delle femmine (-174 pari a -30,6%) che determina nel complesso degli stranieri un aumento di 277 unità pari al +5,3%. I valori riferiti a tutti i Minori e giovani adulti è confermato in aumento per i maschi (+2.967 pari a +15,9%) e in diminuzione per le femmine (-68 pari a -3,0%). Pertanto nel totale si hanno +2.899 unità pari a +13,8%. Un altro fenomeno recente è quello dei Comportamenti violenti nell’ambito delle Scuole superiori di 2° grado: dati allarmanti e tutti in aumento nel periodo analizzato. La voce più frequentata è quella della Partecipazione a zuffe e risse a cui sembrano aver preso parte circa 4 studenti su 10, cioè a dire quasi un milione di ragazzi. In forte aumento l’Utilizzare un’arma per ottenere qualcosa (da 1,5% a 3,5%) e Colpire un insegnante (da 1,7% a 3,6%). L’uso sempre più esteso dei social in questi ultimi anni tra i Giovani ha contribuito enormemente a diffondere fra gli studenti fenomeni di Cyberbullismo sia come autori di questi atti che come vittime. Il 2021 in particolare (secondo anno di pandemia) sembra aver dato una spinta in avanti al Cyberbullismo con incrementi di 12,1 punti percentuali fra le vittime rispetto al 2020 e 7,4 fra gli autori. I dati più recenti (2025) descrivono un’altra situazione allarmante in cui 4 studenti su 10 ne è stato vittima e 3 su 10 ne è stato artefice. I dati dei Minorenni (14-17 anni) italiani sospettati e autori di reati con quelli appartenenti agli altri Paesi dell’Ue: oltre ai confronti fra gli Stati membri risultano significativi i confronti temporali e con la media dei 27 Paesi UE, calcolati per 100.000 abitanti. Escludendo Estonia, Lituania e Lussemburgo che presentano dati incompleti o mancanti, 10 Paesi (fra cui Italia, -22 unità) registrano nel 2023, rispetto al 2015, valori in diminuzione, 14 in aumento, di cui 5 al di sopra della media europea, con un picco impressionante in Ungheria (+7.859 in 8 anni). Da sottolineare la posizione dell’Italia nei confronti della criminalità minorile Ue: non solo il nostro Paese si colloca nettamente sotto la media Ue del fenomeno, ma migliora nel tempo. Difatti, nel 2015 la criminalità minorile era pari al 59% di quella comunitaria, riducendosi nel 2023 al 38%. Ancora una volta, basandoci non sulle percezioni - frutto di esperienze personali o indotte da una cattiva informazione, spesso costruita ad arte - ma sui dati, si conferma che l’Italia regge egregiamente il confronto con quanto accade nel resto della Ue, compresi i Paesi più importanti. In termini relativi (numero di 14-17enni che commettono reati sul totale della popolazione), ad una crescita del 46% del fenomeno in area comunitaria, ha corrisposto una diminuzione del 6% in Italia, tra il 2015 e il 2023. La società è meno in pericolo e meno nelle mani della delinquenza minorile, rispetto a quanto ci si voglia far credere. Tuttavia, anche se il fenomeno è meno pericoloso che in altri Paesi, non bisogna abbassare la guardia - soprattutto alla luce dei recenti fatti di Milano - e occorre tenere in attenta osservazione l’evoluzione che subisce soprattutto nelle città del Nord, nell’escalation sia delle Baby gang, sia nell’incidenza dei Reati commessi dai giovani stranieri, cercando di concentrarsi, più che sulla repressione, sulla rimozione delle cause. *Esperti di statistica. Coautore: Mariano Ferrazzano Il “rimorso” di Meloni. Le elezioni del Csm vengono definite una “debacle” di Carmelo Caruso Il Foglio, 1 novembre 2026 Il Csm si trasforma in un monocolore rosso. Vince le elezioni la sinistra giudiziaria e la destra accusa il colpo. Le divisioni all’interno di Magistratura Indipendente, la paura di rappresaglie hanno convinto le toghe moderate a sposare il furore giudiziario. La mappa rossa delle procure. La destra ha un leader, Meloni, ma la magistratura di destra, la magistratura indipendente, chi ha? Quando Meloni definisce queste ultime elezioni del Csm, la nascita di un monocolore rosso, “una débâcle”, quando dice che il referendum sulla giustizia “resta il mio più grande rimpianto”, vuole dire che siamo di fronte a un fallimento. E lo addebita alla destra. La maggioranza addebita la débâcle di queste elezioni Csm all’attuale vicepresidente, Fabio Pinelli, voluto dal governo, che si è scoperto essere troppo accondiscendente con la sinistra e che non si è schierato a sufficienza per il referendum (ma avrebbe potuto farlo?). Lo addebita alla corrente di Alfredo Mantovano, Magistratura indipendente. Oggi le toghe di destra si sono alleate con le rosse per timore di rappresaglie e hanno assemblato un autogoverno di larghe intese. Quando seimila magistrati moderati decidono di consegnarsi, e in alcuni casi sostenere, votare, colleghi che vogliono raddrizzare il legno storto dell’umanità, significa che: o si ha paura o non si crede più all’ideale. Le elezioni di questo Csm, un altro “Freccia Lenin”, un vagone rosso, sono state commentate a Palazzo Chigi come la prova di “errori” da parte della corrente Magistratura indipendente. Vi dicono da FdI: “Se fosse un partito, e in magistratura le correnti sono un partito, il segretario si sarebbe già dimesso”. Magistratura indipendente puntava all’elezione di sette consiglieri e ne ha invece eletti quattro. Un referendum si può perdere, ma neppure Meloni pensava di trovarsi, a causa dei litigi e della scarsa armonia di questa corrente, un Csm “rosso come la Duma”. I due membri di diritto, Pasquale D’Ascola (primo presidente della Corte di cassazione) e Pietro Gaeta (Procuratore generale della Corte di cassazione) sono entrambi vicini alla sinistra giudiziaria. In passato, quanto meno, le due cariche venivano spartite: un moderato e un progressista. A parte l’ansia elettorale di chi al governo prevede: “Ci dobbiamo attendere di tutto, Meloni non è ricattabile (frase che Meloni ha utilizzato nuovamente per spiegare la mancata alleanza con Vannacci)”, c’è la piena consapevolezza che il campo moderato dei magistrati somiglia al campo largo di Conte e Schlein. Servirebbero le primarie e per fortuna c’è un solo candidato ed è Cosimo Ferri, pensate un po’, a cui si sta già chiedendo di ricostruire lo schieramento moderato, questo Ferri che ha corso in solitaria risultando eletto. Nelle intenzioni del governo doveva essere questa la stagione di Magistratura indipendente e il paradosso è che Meloni lascerà un Csm ancora più rosso di come lo ha trovato. La corrente di MI è esplosa dopo la nomina di Giuseppe Tango, a presidente dell’Anm, e da allora le toghe si sono riposizionate. Si è dimesso da segretario Claudio Galoppi e i moderati si sono lasciati trascinare. Non appena hanno capito che non facevano carriera, che per scalare una procura era meglio agitare la Costituzione, anche i moderati hanno oltrepassato il muro. Un esempio è la procura di Catania, una procura che per il governo è centrale: passano da lì le inchieste sull’immigrazione. Ebbene, i moderati potevano eleggere un procuratore a loro vicino, ma l’ha spuntata un procuratore di Area, la corrente progressista. Il voto decisivo in Csm chi lo ha dato? Maria Luisa Mazzola di Magistratura indipendente. A cosa serve passare per moderati se anche una guida (come Margherita Cassano, ex primo presidente della Corte di Cassazione, nel caso di Pietro Gaeta) suggerisce di votare un esponente dell’altro schieramento? Si aggiunga il successo del progetto “Autogoverno diffuso”, messo in piedi con l’appoggio di Md dall’attuale consigliere Roberto Fontana (indipendente, ma da sempre appartenente ad Area). Fontana è amministratore di una chat di oltre quattromila toghe che si muovono compatte, che votano compatte i riferimenti territoriali. La corrente di destra, che fa? I partiti di governo che avrebbero dovuto incoraggiare i moderati (e in magistratura, come la Rai, esiste solo un modo per incoraggiare ovvero nominare togati della corrente) hanno trascurato MI e MI ha preso le misure. Al governo non si è tenuto abbastanza conto dell’effetto che ha avuto la sconfitta al referendum. Ora che quell’occasione è passata c’è il rimorso di non aver fatto abbastanza e la mappa delle procure fa venire i brividi. La disegna come Tolomeo, Ermes Antonucci (è sua la biografia non autorizzata su Nicola Gratteri, edita da Amazon), la disegna sempre sul Foglio, ma vale la pena, fior da fiore, elencare alcuni nomi. A Milano la procura è destinata a Maurizio De Lucia, mentre Roma è prenotata da Roberto Rossi, oggi procuratore a Bari. E sono amaranto, il rosso di questo ottobre, il mese che vendemmia collera, anche le procure di Venezia, Firenze, Torino. Si domandano in FdI: “E se il Pd elegge anche il presidente della Repubblica, una figura alla Napolitano? Il Csm sarà un plotone d’esecuzione”. In questi giorni il nome nuovo che la destra ha cercato per il Csm è quello di Antonio Di Pietro, mentre la bandiera della toga moderata la tiene in mano Cosimo Ferri, che è sopravvissuto al caso Palamara. In magistratura la destra somiglia tanto alla sinistra e la sinistra a Meloni, longeva e solida. I giudici sono chiamati ad essere “imparziali” non “neutrali” di Tommaso Greco Avvenire, 1 novembre 2026 Le discussioni che si sono sviluppate intorno al provvedimento di scarcerazione di Youssef Siher, preso dalla gip di Milano Tiziana Landoni, hanno avuto come punto determinante la contestazione fatta alla giudice del Tribunale milanese di aver firmato un anno fa un appello di “Giuristi per Gaza”. “Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza”, 3.500 giuristi avevano sentito “il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali”, e invitavano a leggere, all’inizio di ogni udienza e di ogni lezione universitaria, il Preambolo dello Statuto della Corte Penale Internazionale, nel quale, tra le altre cose, si ricorda “che è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”. A parere di molti critici, l’aver firmato questo appello doveva indurre la gip ad astenersi nel giudicare sulla questione Siher, perché la posizione espressa con la firma di quell’appello inquinava la parzialità del suo giudizio. Aldilà delle polemiche politiche, che come sempre in Italia sono dietro l’angolo e che tendono a strumentalizzare ogni vicenda, può essere questa l’occasione per fare alcune considerazioni sul ruolo e sulla figura dei giudici, dei giuristi e del diritto in generale in una società liberaldemocratica. Una delle grandi conquiste dell’immediato dopoguerra è di aver superato la falsa illusione che il giurista sia un mero tecnico chiamato ad essere servo della legge qualunque contenuto essa abbia. In questo senso, si ripete spesso la nota espressione di Montesquieu secondo cui il giudice non è altro che “la bocca della legge”. Ma le vicende della prima metà del Novecento, in particolare l’affermazione di stati totalitari che hanno provocato enormi tragedie anche per il tramite del diritto, hanno portato a superare l’idea che “la legge è sempre legge”, e hanno condotto alla ferma convinzione che ci sono dei limiti che non possono essere oltrepassati nemmeno dal legislatore rappresentante del popolo sovrano. Limiti oltrepassati i quali, il giurista ha l’obbligo di non riconoscere la giuridicità della legge: come diceva uno dei più importanti giuristi tedeschi del Novecento, Gustav Radbruch, quando la legge diventa “sommamente ingiusta”, i giuristi devono mettere da parte il valore della certezza del diritto (che è il loro faro nei tempi ordinari) e privilegiare il valore della giustizia. Oltre quel limite, infatti, non ci si ritrova più davanti ad un diritto ingiusto ma a quello che Radbruch chiamava un non-diritto (Unrecht). Tutto questo ha trovato realizzazione nelle Costituzioni del secondo Novecento, in particolare con l’istituzione del giudizio di costituzionalità e delle Corti costituzionali. Come avviene nel nostro ordinamento, i giudici non devono appellarsi alla propria coscienza ma devono fare riferimento ai valori costituzionali e rinviare tutto alla Corte, qualora si trovino di fronte ad una legge che a loro parere violi i principi fissati nella Costituzione. Cosa c’entra tutto questo con la firma di un appello a favore delle vittime di Gaza? In questo caso, non si tratta (apparentemente) di questioni giuridiche, bensì di una presa di posizione politica; questo almeno è quanto denunciano i critici della gip di Milano. Ma le cose non stanno in questo modo, perché la finalità di quell’appello era appunto di richiamare l’attenzione su una situazione rispetto alla quale non si può stare a guardare e nella quale il diritto internazionale - e cioè coloro che hanno l’obbligo di farlo valere -, è chiamato a intervenire. Peraltro, non necessariamente la firma di un appello (o una qualche altra simile iniziativa) fa venir meno l’imparzialità del giudice. Come spiegava Norberto Bobbio negli anni 50 discutendo con gli intellettuali comunisti, bisogna avere chiara e tener ferma la distinzione tra neutralità e imparzialità. I giudici - come qualunque altro cittadino, peraltro -, non sono chiamati ad essere neutrali rispetto alle questioni in cui siamo immersi. Essi svolgono una funzione pubblica, e in quanto tali sanno bene che il diritto non funziona “da solo”, ma può produrre i suoi effetti soltanto se coloro che hanno il dovere di metterlo in atto si fanno carico del loro compito (lo sottolinea molto bene Micaela Frulli nel suo ultimo libro sul diritto internazionale). Ma questo non fa venir meno l’imparzialità, che è invece legata alla capacità di valutare oggettivamente le responsabilità, le situazioni, le colpe, di ciascuno, senza pregiudizi. Un giudice non neutrale, capace di vedere i mali del mondo e di prendere parte alla presa di coscienza collettiva, non è necessariamente, anzi non è affatto, un giudice parziale. Guai a pensare di dover avere giudici neutrali che non sanno più vedere quando il limite della disumanità e della violazione del diritto sia stato oltrepassato. Come scriveva Bobbio, “si può benissimo non restare neutrali, cioè mettersi da una parte piuttosto che da un’altra, mantenendosi fedeli al metodo dell’imparzialità. E, d’altra parte, si può essere parziali, parzialissimi, in una posizione di neutralità”. Se in nome della imparzialità pretendessimo di avere dei giudici neutrali, avremmo intrapreso la strada per un ulteriore allontanamento dallo spirito democratico che deve animare il nostro sistema politico e istituzionale. La democrazia non ha bisogno di tecnici pronti a servire qualunque potere, ma necessita di cittadini, giudici, poliziotti e funzionari di ogni genere, che sappiano tutelare sempre i valori democratici che sono chiamati a servire e incarnare. Imparziali sì, quando sono chiamati a giudicare, ma non neutrali quando devono prendere posizione rispetto alle violazioni del diritto e dei diritti. Lombardia. Carceri: situazione sempre più critica ansa.it, 1 novembre 2026 Una popolazione carceraria che invecchia, sempre più sovraffollamento, la carenza di personale sanitario che fatica a intervenire contemporaneamente sulle patologie croniche e sulle emergenze, il fallimento della legge sulle pene alternative per i tossicodipendenti. È questo il ritratto che esce dalla relazione di Antigone, chiamata in audizione in Commissione Carceri del consiglio regionale, dal gruppo regionale del Pd. “La situazione non è cambiata: permangono delle criticità nella dotazione di personale sanitario, non solo per quello dedicato alla salute mentale. Alcune indicazioni delle norme volute dal Ministro Nordio non sono applicate, ad esempio quelle che consentirebbero a chi ha patologie soluzioni alternative alla detenzione in carcere, in strutture adeguate, e questo perché non ci sono luoghi adatti con posti disponibili”, spiegano Roberta Vallacchi e Paola Bocci, consigliere regionali del Pd. “Il rapporto di Antigone presenta una situazione ulteriormente peggiorata rispetto agli ultimi dati che conoscevamo. Per questo chiediamo un’attenzione maggiore soprattutto per la parte sanitaria, con un occhio di riguardo per anziani e donne che in questo momento sono più in sofferenza dentro gli istituti di pena. Ma tutto il sistema della sanità in carcere è da rivedere. Con il sovraffollamento non è più sufficiente un solo medico di turno, spesso neanche per 24 ore, perché non riesce a intervenire su più urgenze in contemporanea. Inoltre, la popolazione carceraria sta invecchiando rapidamente, com’è nel trend di tutta la società, e questo richiede degli interventi sanitari mirati”, aggiungono le dem. “Siamo di fronte al fallimento della legge Nordio che ha alzato fino a 8 anni di durata della pena la possibilità per persone tossicodipendenti di scontarla al domicilio o presso le comunità terapeutiche. All’inizio questo provvedimento è stato accolto in maniera positiva, però di fatto non può funzionare perché mancano i luoghi dove scontare questa pena, che sia al domicilio o nelle comunità che non hanno posti sufficienti per accogliere tutti. Perciò, se non si fanno le due cose insieme e si creano i posti, non ha senso”, racconta Vallacchi. “L’altro aspetto negativo è relativo ai minori. Già con il decreto Caivano, quindi dal 2023, è aumentato il numero di quelli che vengono incarcerati, essendo cresciuta la platea della custodia cautelare. Adesso vi è un ulteriore peggioramento, perché con il pacchetto Sicurezza per reati per i quali prima non era necessario, ora si chiedono il fermo preventivo e la custodia cautelare, di conseguenza è cresciuto ancora di più il numero dei giovanissimi portati negli istituti penitenziari minorili. Il fatto grave è che viene a prevalere il principio della pericolosità del minore su quello della sua tutela e della funzione educativa, a cui si faceva riferimento fino a prima del decreto Caivano. Tra l’altro, poiché negli Ipm non ci sono posti, i giovani adulti, dai 18 ai 21-25 anni, vengono trasferiti rapidamente nelle carceri ordinarie, dove ovviamente la loro situazione non può far altro che peggiorare e dove è più facile rischiare una deriva delinquenziale”, conclude Vallacchi. Alessandria. Carcere di San Michele, DemoS: “La città esclusa dalle decisioni del Governo” Il Piccolo, 1 novembre 2026 Il movimento critica il Governo per il trasferimento previsto di circa 200 detenuti legati alla criminalità organizzata. Preoccupazione per il futuro dei progetti di reinserimento e per il mancato confronto con le istituzioni locali. Una decisione presa senza coinvolgere la città, che rischia di compromettere oltre quarant’anni di lavoro tra carcere e territorio. Anche DemoS Piemonte interviene sulla riorganizzazione del carcere di San Michele. Destinato ad accogliere circa 200 detenuti legati alla criminalità organizzata e sottoposti al regime del 41-bis. Il movimento contesta soprattutto il metodo seguito dal Governo, denunciando l’assenza di un confronto preventivo con le istituzioni locali e con le realtà che operano all’interno dell’istituto penitenziario. Secondo DemoS Piemonte, una trasformazione di questa portata avrebbe richiesto un percorso condiviso. Capace di valutare le conseguenze per Alessandria prima dell’attuazione del provvedimento. La questione, sostiene il movimento, non riguarda soltanto la riorganizzazione del sistema carcerario, ma anche il rapporto tra lo Stato e una comunità direttamente interessata dalle sue decisioni. Alessandria, secondo questa posizione, non può essere considerata una semplice destinazione di scelte assunte altrove, senza poter contribuire alla valutazione delle ricadute sul territorio. A rischio quarant’anni di reinserimento - Tra le principali preoccupazioni espresse da DemoS figura il futuro delle attività educative, formative e lavorative sviluppate nel carcere di San Michele. Nel corso di oltre quattro decenni, associazioni, volontari ed enti locali hanno costruito relazioni con l’istituto. Promuovendo iniziative rivolte alle persone detenute e favorendo opportunità di reinserimento sociale. Per il movimento, il cambiamento della destinazione dell’istituto rischia di incidere su questo patrimonio di esperienze. Da qui la richiesta di valutare come garantire, dove possibile, la continuità dei progetti e dei rapporti con il mondo associativo. Il confronto mancato con il sindaco Abonante - DemoS richiama inoltre la richiesta del sindaco Giorgio Abonante di incontrare il ministro della Giustizia Carlo Nordio. In modo da discutere le conseguenze della riorganizzazione e consentire alla città di prepararsi ai cambiamenti. Secondo la ricostruzione del movimento, la proposta non avrebbe trovato accoglimento. Un altro tema ancora aperto riguarda il carcere Don Soria, l’altro istituto penitenziario alessandrino. Per il quale erano state avanzate ipotesi di riqualificazione che, secondo DemoS, non hanno avuto seguito. Il ruolo di Provincia e Regione - Le critiche del movimento coinvolgono anche Provincia e Regione Piemonte, chiamate in causa per l’assenza, secondo DemoS, di una strategia condivisa con il Comune. La riorganizzazione del carcere, sottolinea il movimento, comporta questioni che riguardano la sicurezza, i servizi, l’organizzazione penitenziaria e il rapporto con la comunità. Per questo DemoS ritiene necessario un confronto tra i diversi livelli istituzionali, affinché Alessandria possa partecipare alla definizione delle risposte necessarie. Milano. “Serve un passaggio?” L’idea di Claudio (detenuto a Opera) per aiutare i parenti in visita di Giulio Isola Avvenire, 1 novembre 2026 Dall’intuizione del 46enne è nato uno strumento utile per i familiari che spesso devono affrontare viaggi lunghi e costosi per andare a trovare i propri cari. Presto il servizio (che ora è online) diventerà una app. L’idea è venuta a Claudio, 46 anni, che da 16 sta scontando la pena dell’ergastolo nel carcere di Opera e sta svolgendo un profondo cammino di rivisitazione del suo passato. Qualche settimana fa, racconta, stava uscendo dal carcere per andare al lavoro quando, alla fermata dell’autobus, gli è venuta incontro una signora “ed era chiaramente la madre di un detenuto uscita da un colloquio”. L’ha riconosciuta per uno strano particolare: la piega del volto che accomuna le madri di chi si trova in carcere. “Sembra che portino addosso, visibile negli occhi e nelle spalle, tutto il peso e le difficoltà dei propri figli” spiega Claudio, che in questo suo percorso ha preso il tesserino da giornalista e scrive per Mabul, il periodico che racconta da dentro il carcere di Opera. La donna gli si è avvicinata e gli ha chiesto come fare per arrivare a Como dove abita: e non sapeva come muoversi. “Avrei voluto dirle la verità che non conosco nemmeno le strade di Milano - racconta Claudio -. Ero di corsa per gli orari stringenti e il tragitto obbligato da rispettare per il lavoro, così non me la sono sentire di aprire Google Maps e spiegarle il percorso”. Quella richiesta lo ha però tormentato per tutto il giorno. “Fare viaggi lunghi e costosi per un’ora di colloquio è un sacrificio enorme per le famiglie”, prosegue. Ci ha pensato e ripensato, finché non gli è venuta un’idea di cui ha parlato alla redazione di Mabul. Durante la discussione è intervenuto un caporedattore, “ci ha sorpresi tutti pronunciando la parola “app”. Da lì l’idea di creare “Mabul Accoglie”, un aiuto al quale si accede tramite il sito del giornale (in attesa della app) e che offre un supporto concreto a tutte le famiglie che si recano in visita ai loro parenti detenuti attraverso una rete solidale di volontari automobilisti, garantendo un trasporto sicuro, gratuito e cordiale verso le carceri di Opera, San Vittore e Bollate. “Abbiamo una pagina sul sito che si occupa degli alberghi vicino a Opera - continua Claudio - e stiamo organizzando degli incontri con le strutture per garantire un posto sicuro e un prezzo migliore per i familiari”. Attraverso la sezione “Vuoi dare una mano?” sul portale ci si può offrire come volontari automobilisti, e tramite quella intitolata “Serve un passaggio?” i parenti si possono prenotare. Firenze. Dal carcere al forno, a Solliccianino dodici detenuti imparano a fare il pane di Andrea Guida firenzetoday.it, 1 novembre 2026 La vecchia ala lavaggio del carcere è stata trasformata in un laboratorio di panificazione. Il progetto, realizzato grazie ai fondi ministeriali e alla collaborazione con Pizzaman, punta a offrire nuove opportunità di formazione e reinserimento lavorativo. Una vecchia ala lavaggio inutilizzata, trasformata in un laboratorio di panificazione dove imparare un mestiere e gettare le basi per una nuova vita una volta tornati in libertà. È il progetto che ha preso forma all’interno del carcere Gozzini di Firenze, dove dodici detenuti prossimi al fine pena stanno partecipando a un percorso formativo dedicato alla lavorazione degli impasti e alla preparazione di pane e pizza. Un’iniziativa resa possibile grazie ai fondi del Ministero della Giustizia e alla collaborazione con Pizzaman, attività guidata dal fiorentino Pierluigi Madeo, responsabile del progetto. L’idea nasce dalla volontà di recuperare alcuni spazi dell’istituto penitenziario e destinarli ad attività capaci di offrire ai detenuti competenze concretamente spendibili nel mondo del lavoro. Come spiegano dalla direzione del Gozzini, il primo passo è stato il recupero di un forno esterno, rimasto inutilizzato per anni. Da qui la decisione di compiere un ulteriore investimento, riqualificando la vecchia ala lavaggio per realizzare un ambiente coperto e utilizzabile durante tutto l’anno. I lavori di adeguamento sono stati effettuati in parte coinvolgendo gli stessi detenuti, mentre per gli interventi più specialistici è stato necessario ricorrere a ditte esterne. Un contributo è arrivato anche da Pizzaman, che ha messo a disposizione attrezzature e competenze professionali per rendere operativo il nuovo laboratorio. Il progetto coinvolge dodici detenuti, suddivisi in due gruppi da sei partecipanti ciascuno. La selezione, spiegano dalla direzione dell’istituto, ha tenuto conto della condotta, della motivazione personale e della volontà di apprendere un mestiere, senza richiedere necessariamente precedenti esperienze nel settore. Tra i corsisti ci sono persone di diverse nazionalità e con percorsi professionali differenti, accomunate dalla prospettiva di un prossimo ritorno in libertà. Il programma iniziale prevedeva 48 ore di formazione, successivamente suddivise in due corsi da 24 ore ciascuno, per rispondere al numero elevato di richieste di partecipazione. Le lezioni alternano una parte teorica, dedicata alle conoscenze di base, e una componente prevalentemente pratica, durante la quale i detenuti imparano a lavorare gli impasti e a realizzare prodotti da forno. “C’è tanta soddisfazione, soprattutto perché questo percorso rappresenta la prosecuzione di un’esperienza iniziata due anni fa - racconta Pierluigi Madeo, titolare di Pizzaman e responsabile del progetto -. All’epoca era nata una collaborazione con l’Università di Firenze, la Città Metropolitana e la direzione del carcere, che aveva permesso di organizzare un primo corso. Pensavo che l’esperienza si sarebbe conclusa lì, invece la sinergia con la direzione e gli educatori è stata così positiva da spingerci a investire ulteriormente nella formazione”. Una collaborazione che ha portato alla realizzazione di uno spazio permanente, destinato non soltanto alle attività attuali ma, nelle intenzioni della direzione, anche a nuovi percorsi formativi nei prossimi anni. La scoperta di una passione tra farina e impasti - Al di là delle competenze professionali, il laboratorio rappresenta anche un’occasione di confronto e condivisione. Un aspetto che Madeo ha potuto osservare direttamente durante le lezioni, lavorando fianco a fianco con persone che, in molti casi, non avevano mai avuto esperienze in cucina. “La cosa che mi ha colpito di più è che tanti, all’inizio, mi dicevano di non aver mai cucinato o di non aver mai messo mano a un impasto - racconta. Poi, dopo qualche giorno, iniziavano a dirmi che gli piaceva, che cucinare li rilassava. Ci sono persone che prima facevano gli idraulici, i muratori o i giardinieri e che attraverso questa esperienza hanno scoperto qualcosa di completamente nuovo”. Il laboratorio si trova vicino alla cucina dell’istituto, favorendo anche lo scambio di conoscenze con i detenuti impegnati nella preparazione dei pasti. Un confronto che, secondo Madeo, contribuisce a creare momenti di collaborazione e a stimolare la curiosità dei partecipanti. Tra le attività avviate c’è anche la preparazione della pizza per gli altri detenuti, con l’obiettivo di rendere l’appuntamento del sabato un’occasione ricorrente. La vera sfida, tuttavia, inizierà quando i partecipanti avranno terminato di scontare la pena. Il corso prevede il rilascio di un attestato che documenterà il percorso formativo svolto e le competenze acquisite, offrendo ai detenuti uno strumento in più da presentare nella ricerca di un’occupazione. “Stiamo lavorando affinché il percorso non finisca con la conclusione del corso - spiega Madeo -. Ci stiamo confrontando con realtà che già collaborano con il Gozzini e, da parte mia, anche con Apab, una scuola di formazione. L’obiettivo che ci siamo dati per il prossimo anno è proprio quello di riuscire a dare un seguito a questa esperienza anche quando i partecipanti avranno terminato la pena”. Un traguardo ancora da costruire, ma che rappresenta la prospettiva più importante dell’intero progetto: trasformare le competenze apprese durante la reclusione in concrete possibilità di inserimento lavorativo. Dalla direzione del Gozzini sottolineano come la formazione e il lavoro costituiscano due pilastri dell’attività fondamentali dell’istituto. Accanto al laboratorio di panificazione sono presenti altre attività formative e lavorative, mentre una parte dei detenuti può svolgere esperienze all’esterno attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento penitenziario. Un modello che punta a dare attuazione alla funzione rieducativa della pena, preparando gradualmente le persone al ritorno nella società. A fine novembre è prevista la conclusione del percorso, con un momento dedicato alla presentazione del lavoro svolto dai partecipanti. Per i dodici corsisti sarà l’occasione di mostrare quanto appreso in queste settimane. Ma la speranza è soprattutto che, una volta usciti dal Gozzini, quelle mani che oggi imparano a impastare possano trovare un posto anche in un vero forno, trasformando un’esperienza nata in carcere in un’opportunità di ripartenza. Agrigento. “Hub della legalità”, il Comune individua immobile per il reinserimento dei detenuti agrigentonotizie.it, 1 novembre 2026 La Giunta approva la delibera per partecipare al progetto regionale “Una giustizia più inclusiva”. La struttura comunali di via della Concordia ospiterà le attività di recupero socio-lavorativo gestite con gli uffici di Esecuzione penale esterna, senza alcun costo per le casse municipali grazie ai fondi europei Fesr. L’ex sede degli uffici Suap nella frazione di Villaseta è stata individuata dal Comune per diventare un “Hub della legalità” destinato al reinserimento sociale. L’atto di indirizzo e la relativa delibera di Giunta approvano l’adesione alla manifestazione d’interesse promossa dal dipartimento regionale della Famiglia e delle Politiche Sociali. L’iniziativa si inserisce nel Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, all’interno del progetto denominato “Una giustizia più inclusiva-Azione 4 AMA ES” (Assistenza, Misure Alternative, Esecuzione Sostenibile). L’obiettivo è realizzare centri dedicati all’assistenza e alla riqualificazione socio-lavorativa di soggetti in uscita dal circuito penitenziario, in esecuzione penale esterna o sottoposti a sanzioni di comunità per il triennio 2027-2029. L’immobile prescelto si trova in via della Concordia 21, si estende su una superficie di circa 540 metri quadrati, è libero da persone e cose e risulta regolare sul piano edilizio. La struttura sarà concessa in uso alla Regione per una durata di cinque anni. Le attività formative e di recupero verranno coordinate dagli uffici di Esecuzione penale esterna (Uepe) del ministero della Giustizia, in sinergia con i servizi sociali e gli enti del Terzo Settore. L’operazione è strutturata a costo zero per Palazzo dei Giganti. I lavori di adeguamento strutturale, la messa a norma degli impianti tecnologici, gli arredi e le attrezzature necessarie saranno interamente finanziati con le risorse europee del Fesr assegnate all’amministrazione regionale. L’iter amministrativo ha visto il coordinamento dell’assessorato ai Servizi Sociali, guidato da Roberta Lala, e dell’assessorato al Patrimonio, retto da Raffaele Trano, su proposta del dirigente del terzo settore, Giovanni Mantione. La scheda identificativa dell’immobile dovrà essere trasmessa entro oggi alla Regione. Monza. Massimo Mesina, il personal trainer dei detenuti: “Li aiuto a trovare il benessere” di Dario Crippa Il Giorno, 1 novembre 2026 “Sono molto contento e orgoglioso di potervi annunciare che ufficialmente sono riuscito a far partire un progetto ambizioso di trattamenti osteopatici e massofisioterapitici per i detenuti del reparto Luce”. E poi ancora, “tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione con la direttrice della Casa circondariale Cosima Buccoliero. Ringrazio anche i responsabili della sezione, sovrintendente Giuseppe Reale e assistente Pietro Cistulli”. Con poche parole, il massofisioterapista, preparatore atletico, osteopata, biologo e nutrizionista Massimo Mesina chiude il cerchio su un’operazione rivoluzionaria che porta alla casa circondariale di via Sanquirico per la prima volta un personal trainer a disposizione gratuitamente dei detenuti. Un progetto lungo e laborioso. che da sei mesi aveva già introdotto un analogo servizio per gli agenti di polizia penitenziaria e che ora si rivolge ai detenuti. “Attendevamo solo di trovare una stanza con lettino ad hoc ed è stato possibile ricavando uno spazio accanto all’infermeria”. Il successo è stato impressionante: martedì, alla prima seduta, Massimo Messina è stato sommerso letteralmente di richieste. “Ci sono tanti detenuti con problemi alla schiena, alla colonna vertebrale, alle spalle. Hanno una palestra, mancava qualcuno che si occupasse del loro benessere psicofisico”. Ne sortisce un appello: “Attualmente, riusciamo a dedicare, il mio staff ed io, mezza giornata alla settimana al carcere: ci piacerebbe incrementare le sedute. Se qualcuno vuole mettersi a disposizione, è benvenuto. Chiedo inoltre alle aziende che hanno attrezzi, olio, creme per i massaggi, bende e cerotti, di mettersi una mano sul cuore: sarebbero molto utili”. La direttrice è entusiasta del progetto e delle doti tecniche e da motivatore di Messina. Non può dirlo, ma problemi come quello che ha portato al recente suicidio di un detenuto di appena 20 anni che si era lasciato vincere dallo sconforto, si potrebbero combattere anche grazie a iniziative come quella di Massimo Messina: investire sul trattamento fisico, sul benessere psichico e muscolare dei detenuti costretti a una vita sedentaria da reclusi, non può che portare benefici. In un carcere sovraffollato che ospita oggi 764 detenuti a fronte di appena 413 posti, con tantissimi giovani (120 gli under 25) e tanti con problemi psichiatrici (circa 330), tutto può rivelarsi decisivo per non far esplodere la polveriera. Cremona. “Oradaria”, sul palco per immaginare di volare oltre le sbarre di Nicholas Aleo orabuca.it, 1 novembre 2026 Nove detenuti, ciascuno con la sua storia difficile alle spalle, riuniti e guidati sul palco dallo staff della Fondazione Ponchielli: così è nato “Oradaria”, lo spettacolo andato in scena il 17 ottobre sul palco del teatro della Casa Circondariale di Cremona. Un modo per socializzare, per rinforzare la riflessione sugli errori del passato, per evadere con la mente dal presente. Dare voce ai detenuti in un luogo dove i sogni sembrano svanire: sabato 17 ottobre, alla Casa Circondariale di Cremona, il sogno è stato meno distante. Attraverso uno spettacolo teatrale, dal titolo evocativo l’idea di una parziale e determinata libertà, alcuni detenuti hanno avuto lo spazio e la possibilità di raccontarsi in modo inedito. “È stato facile trasformare il carcere nell’inferno di Dante, trasformare il portone nella porta degli inferi. L’inizio è stato difficile, poi, conoscendoli, capisci che sono come noi”. Al termine della rappresentazione ha commentato così, con parole sentite, Alberto Branca, il regista che insieme alla collega Daniela Coelli ha avuto il compito di allestire e dirigere lo spettacolo. L’iniziativa, culturale e sociale ad un tempo, è stata promossa dalla Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, in collaborazione con la Casa Circondariale di Cremona e l’amministrazione comunale. Il titolo è “Oradaria”, richiamo alle ore in cui i detenuti trascorrono tempo all’aria aperta, e il copione è stato scritto dai registi in collaborazione con i carcerati stessi. L’arte che incontra una realtà difficile come quella carceraria, il teatro che diventa l’occasione per i detenuti di comunicare con la società civile. Lo ha sottolineato prima dello spettacolo l’Assessore alle Politiche Sociali Marina Della Giovanna, parlando della possibilità di “creare un collegamento fra le mura e l’esterno”. Sul palcoscenico del Teatro del carcere, un gruppo di detenuti impersona nient’altro che sé stesso. Partendo dalla comprensione dei propri errori, dal pentimento, dal richiamo della “retta via smarrita” dantesca, i 9 attori offrono uno spaccato della loro vita quotidiana. La grigia routine fra le mura diventa soggetto di monologhi, ad essi si uniscono passi di letteratura e momenti pop-umoristici. “L’idea di unire testi famosi come Dante o Il Mercante di Venezia è arrivata con il tempo. Prima abbiamo chiesto loro degli spunti e delle suggestioni, che sono arrivate”, spiega ancora Alberto Branca. La mente dei protagonisti vola al di fuori della cella, in un mondo che appare tanto lontano. Il pensiero diventa sogno e il sogno, forse, tramuta in illusione e fantasia. Una semplice rivista può diventare una finestra “sul cortile” che stimola desideri tanto semplici quanto umani. Chi si immagina sorseggiare una bevanda fresca, chi abbraccia una bella donna o persino vacanze ed auto di lusso. Illusioni e sogni che vengono bruscamente spenti dalla voce della guardia, che indica loro la conclusione dell’ora d’aria. Il discorso dell’usuraio ebreo Shylock da “Il Mercante di Venezia” di Shakespeare viene riproposto e rivisto in chiave carceraria, evidenziando lati comuni dell’essere umano che appartengono tutti. Anche a dei reclusi. Il concetto di anima prende la sua centralità, in una lotta alla considerazione del detenuto come persona e non emarginato sociale. I dialetti e le differenti etnie non vengono eliminati, anzi, durante la recita più volte si parla in lingua madre o idioma di provenienza; il tutto tende a sottolineare l’eterogeneità dello spazio penitenziale. Ogni accento diventa un simbolo di diversità che le mura assottiglia. “Le difficoltà organizzative coincidevano con le varie difficoltà del carcere che non dipendevano da noi registi. Alcuni ragazzi sono stati trasferiti, altri hanno provato ma non sono stati travolti dall’entusiasmo. Però, come si è potuto vedere dalla recita di “Oradaria”, coloro che hanno perseverato sono riusciti a creare una sinergia importante ed una grande complicità; anche un rapporto umano particolare per una realtà come la loro”. La regista Daniela Coelli suggerisce quindi un’immagine del teatro anche dietro le quinte, come via verso una delicata socializzazione fra detenuti. “A livello umano portiamo a casa molto: avere coscienza di non giudicare a prima vista. Oggi rimaniamo un po’ più soli, era un appuntamento settimanale, che nonostante le difficoltà, ci piaceva”, aggiunge Branca. In platea con il pubblico presente anche la direttrice della Casa Circondariale di Cremona Giulia Antonicelli, che ribadisce l’importanza di queste attività culturali. “Questo tipo di attività sono fondamentali per il percorso di inserimento e rieducazione dei detenuti. Il teatro, in questo caso, non deve essere considerato solo un momento ricreativo o culturale, ma un esercizio che consente di poter avviare o rinforzare il percorso di riflessione, revisione e ripensamento di sé stessi. L’obiettivo è far comprendere che entrare in un istituto penitenziario deve essere un’opportunità; il tempo passato qui deve essere funzionale al cambiamento e miglioramento”. Perugia. “Il Museo in valigia” entra nel carcere, Isgrò incontra le detenute di Capanne Corriere dell’Umbria, 1 novembre 2026 Un incontro con uno dei più celebri artisti italiani viventi, nato dal lavoro creativo di un gruppo di detenute. Emilio Isgrò, insieme a fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi, ha incontrato nella casa circondariale di Perugia Capanne le donne che hanno partecipato a “Il Museo in valigia”, progetto di Fondazione CariPerugia Arte vincitore del bando per il welfare culturale promosso e finanziato da Sviluppumbria. Il percorso è partito dal museo di Palazzo Baldeschi, dove i ragazzi dei centri che lo frequentano hanno decorato valigie capaci di custodire non solo materiali per le attività creative, ma anche pensieri, lettere e messaggi personali. Le valigie hanno poi raggiunto il carcere, le residenze protette e la casa di quartiere, e chi le ha ricevute ha risposto ai ragazzi, dando vita a un dialogo di parole ed emozioni: una sorta di social network contemporaneo fatto di relazioni reali, messaggi scritti a mano e incontri. Le detenute sono rimaste profondamente colpite dal Cantico delle Creature cancellato da Isgrò, esposto a Palazzo Baldeschi nella mostra dedicata a san Francesco. Facendo proprio il linguaggio della cancellatura, hanno lavorato sulle pagine di libri e riviste, scegliendo quali parole lasciare emergere per trasformare testi preesistenti in messaggi personali. Per il maestro, 89 anni, è stata la prima volta in un luogo di detenzione a incontrare delle detenute. “Non mi sarei mai aspettato di sentirmi in una famiglia allargata, anziché in carcere”, ha raccontato Isgrò, ricordando di aver detto alle donne che il tempo trascorso in carcere “non è un tempo da cancellare”, ma un tempo per riconnettersi con se stesse. Fra Moroni ha definito il progetto “profondamente educativo e prezioso”. Per il direttore reggente della casa circondariale Giada Gatticchi, potersi confrontare con l’autore dell’opera crea “condizioni di riflessione rare e preziose” e offre l’occasione di riconoscere la dignità e la libertà espressiva delle persone detenute. Nel pomeriggio le valigie e i lavori delle detenute sono stati esposti a Palazzo Baldeschi, in occasione del finissage della mostra, a conferma del museo come luogo aperto, capace di raggiungere persone e comunità diverse. “Narrare le vite di scarto”. Il carcere oltre le sbarre: le storie che non sappiamo raccontare di Lorenzo Lazzeri giornaledellospettacolo.globalist.it, 1 novembre 2026 L’11 dicembre a Roma il Festival della Comunicazione sulle pene e sul carcere riunisce giornalisti, magistrati e studiosi per interrogarsi su come raccontiamo la detenzione. Dalle etichette attribuite ai giovani al divario digitale, fino alle difficoltà di riconoscere il cambiamento di chi sta scontando una pena. C’è un momento in cui una persona finisce per coincidere con il reato che ha commesso. Il suo nome scompare dietro una definizione: detenuto, criminale, ergastolano. Per la cronaca è una semplificazione comoda, per chi legge un modo rapido di riconoscere il protagonista della notizia. Ma cosa accade a quella persona dopo la condanna? È una domanda che raramente trova spazio sulle pagine dei giornali. Da questo quesito trae origine “Narrare le vite di scarto”, 4a edizione del Festival della Comunicazione sulle pene e sul carcere, in programma l’11 dicembre a Villa Altieri, a Roma. Un’iniziativa pensata e voluta dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e da Granello di Senape Padova, con il Coordinamento Nazionale dei Giornali dal Carcere e la collaborazione dell’Ordine dei giornalisti, per mettere sotto la lente e al centro del tema, le responsabilità di chi racconta la realtà penitenziaria. Il programma affronta una questione che riguarda anche il pubblico: quanto sappiamo davvero della vita nelle carceri? Il giurista Glauco Giostra e Daniela De Robert, consigliera nazionale dell’Ordine dei giornalisti, discuteranno delle conseguenze di una narrazione che rischia di fermarsi al momento dell’arresto o della condanna. Un altro capitolo sarà dedicato ai giovani. Ieri erano i ragazzi della “gioventù bruciata”, oggi sono spesso chiamati “maranza”. Le parole cambiano, ma rimane il rischio e il timore di trasformare comportamenti, molto differenti tra loro, in un’unica categoria rassicurante per chi osserva dall’esterno. Il criminologo Roberto Cornelli, Susanna Marietti di Antigone e il rapper Kento, da anni impegnato negli istituti penali minorili, discuteranno di questo rapporto tra criminalità giovanile e rappresentazione pubblica, includendo anche come i percorsi educativi influenzino queste relazioni. C’è poi una moderna ed ermetica forma di esclusione, quella digitale. Mentre fuori dal carcere, informazioni e relazioni passano sempre più attraverso uno schermo, chi vive in detenzione incontra forti limitazioni nell’accesso alle tecnologie. Il festival parlerà di “senzatetto digitali” anche nell’era dell’intelligenza artificiale, e del ruolo degli strumenti informatici nelle redazioni carcerarie. Il confronto non potrà non toccare l’argomento delle sezioni di Alta Sicurezza e le difficoltà di riconoscere le traiettorie di riscatto e reinserimento dei detenuti. L’argomento riguarda la capacità di valutare l’evoluzione di una persona durante l’esecuzione della pena, tenendo conto della gravità dei reati commessi e del percorso di cambiamento intrapreso. Ne discuteranno, tra gli altri, il magistrato Stefano Musolino e Mauro Palma, già Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. A coordinare i lavori saranno Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, e Carla Chiappini, coordinatrice di Ristretti Parma. La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria. Il carcere è uno dei luoghi in cui la società esercita più direttamente il proprio potere sulle persone. Conoscerne il funzionamento permette di comprendere meglio come viene eseguita una pena, quali siano le condizioni della detenzione e quanto spazio venga effettivamente riconosciuto ai percorsi di reinserimento. Qui abbiamo aspetti della realtà penitenziaria che ancora trovano poco spazio nella sfera pubblica del quotidiano. Per le iscrizioni è stato approntato un apposito modulo online: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScLpsfKbzJmA0JChpkYbdFoZR-9WMB-Be677511qnZmuGppiw/viewform Come stai? Una ricerca sul corpo della donna e il carcere di Anna Paola Lacatena L’Osservatore Romano, 1 novembre 2026 La salute delle donne in carcere: è questo il tema al centro di una recente ricerca condotta nelle sezioni femminili delle carceri pugliesi. Ce la illustra la curatrice del volume “Donne che contano i giorni” (Altrimedia edizioni, Matera, 2026) nel quale sono presentati i risultati dello studio. “Come stai?”. È la formula di cortesia più utilizzata per avviare una conversazione, a cui spesso si risponde con uno sbrigativo ed elusivo “Bene!”. La ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, condotta da un’équipe del Dipartimento dipendenze patologiche dell’azienda sanitaria locale di Taranto, ha posto la domanda a 64 donne ristrette presso le case circondariali di Taranto e Lecce e presso la casa di reclusione di Trani. Gli operatori coinvolti nello studio hanno atteso le risposte senza distogliere lo sguardo, certi che “Bene!” nel contesto della detenzione sarebbe stato piuttosto inverosimile. Chi è la donna prima che la detenuta, come cambia il suo corpo - e inevitabilmente anche la sua mente - dal momento in cui entra in un’istituzione totalizzante come il carcere? In che maniera il carcere logora abilità e capacità femminili, minando resilienza e coping? Sono solo alcune delle domande alle quali si è cercato di trovare delle risposte. Improbabile possa stare bene un corpo costretto, isolato, immobilizzato, lontano dai propri affetti. Non stanno bene le donne detenute che hanno risposto al questionario e partecipato ai focus group. Tra quante ammettono uno stato di salute scarso o grave: l’85% ritiene che il proprio corpo sia cambiato dall’inizio dell’attuale detenzione e la maggior parte dei disturbi è legata a variazione di peso, ciclo irregolare, disturbi del sonno e problemi dell’apparato gastrointestinale. Circa il 23% delle detenute, inoltre, ha ammesso di avere avuto una o più esperienze traumatiche legate alla sfera della sessualità. Il 95% dichiara di sentirsi talvolta triste, il 65% di percepirsi depressa. Il 25% si è deliberatamente fatta del male durante la detenzione, il 60% dichiara di non piacersi fisicamente, il 70% di avere malattie diagnosticate e di queste il 43% puntualizza che tali patologie limitano le attività quotidiane. Alla domanda “Cosa pensi che manchi di più al tuo corpo oggi?”, la risposta maggioritaria è stata il contatto fisico con i familiari e l’attività sportiva (spesso correlata all’esigenza di spazio e luce naturale). Si osserva che tale gerarchia di preferenza si osserva in generale, ma anche in ciascuno delle tre carceri considerate. Se la salute delle donne detenute in carcere non è particolarmente buona, quella delle donne consumatrici/dipendenti da sostanze (legali e illegali) è certamente peggiore. Queste sono oggetto di una duplice costrizione (stato di reclusione e interruzione dell’assunzione di sostanze) con uno stigma intersezionale decisamente più pesante. Gli operatori impegnati nello studio non si sono fermati alle percentuali deducibili dalle risposte, ma hanno avviato il progetto Vis a vis. Promozione e prevenzione integrata della salute nella popolazione femminile detenuta, a partire dalla sezione femminile di Taranto, fiduciosi che lo stesso possa trovare continuità anche in altre realtà. L’iniziativa ha offerto alle ospiti della sezione femminile interventi di promozione della salute correlati ai corretti stili di vita, alla prevenzione dell’uso di sostanze legali e illegali, ai comportamenti a rischio, alle patologie croniche non trasmissibili, infettive, oncologiche. Al mese di luglio 2026, delle 46 detenute presenti all’avvio del progetto, il 25% ha partecipato agli incontri di promozione della salute e oltre il 50% ha aderito alle prestazioni sanitarie proposte (il 60% delle detenute ha effettuato vaccinazione anti-hpv e il 55% ha aderito allo screening della cervice uterina); la positività a Pap-test/hpv dna test è risultata pari al 14%, dato superiore rispetto alla media della Asl Taranto (7%), con presa in carico per i successivi livelli diagnostico-terapeutici della struttura complessa di Ginecologia e Ostetricia del Presidio ospedaliero centrale di Taranto. Se dopo lo studio e l’avvio della susseguente iniziativa, alla domanda “Come stai?” oggi anche una sola donna detenuta rispondesse “Meglio” i giorni da contare sarebbero gli stessi, ma non così il tormento della pena. Credere senza verificare, il paradosso perfetto della guerra cognitiva di Francesco Musolino La Stampa, 1 novembre 2026 Se Shakespeare scrivesse oggi l’Otello, Iago non avrebbe bisogno del fazzoletto di Desdemona. Gli basterebbe uno smartphone, un video manipolato, qualche messaggio ambiguo e un algoritmo pronto a suggerire a Otello esattamente ciò che teme: sua moglie lo sta tradendo, aizzando il mostro della gelosia insito nel suo cuore. Benvenuti nella guerra cognitiva, in cui il campo di battaglia è la nostra testa e il nemico può nascondersi dietro una singola notifica. Questo è lo scenario raccontato dalla psicologa e psicoterapeuta Anna Calabresi in “Assedio cognitivo. La mente come bersaglio” (Rubbettino, prefazione di Mario Caligiuri), un saggio che intreccia psicologia, neuroscienze e geopolitica per rispondere a una domanda inquietante: quanto ci appartengono i pensieri che difendiamo con tanta convinzione? Perché la manipolazione più efficace non è quella che ci obbliga a credere a una bugia ma quella che ci fa scambiare una menzogna per una nostra stessa intuizione. Ieri la propaganda parlava alle masse dalla radio e dalla televisione, oggi ci raggiunge singolarmente, attraverso un device che conosce tutte le nostre debolezze. Apriamo Instagram per distrarci e venti minuti dopo piombiamo fra catastrofi, scandali e complotti. È il doomscrolling: più ci spaventiamo, più continuiamo a scorrere. Calabresi descrive bene il circuito dopamina-algoritmo: la piattaforma registra ciò che ci trattiene e ce ne offre ancora e ancora. Ma l’algoritmo non lavora da solo, trovando un formidabile alleato nel nostro cervello. Il bias di conferma ci spinge a cercare prove di ciò che già pensiamo; la ripetizione rende credibile perfino una falsità; paura e rabbia ci fanno reagire prima di riflettere. Risultato? Online viviamo dentro delle bolle, camere dell’eco in cui tutti sembrano pensarla esattamente come noi. E se qualcuno osa contraddirci, anziché ascoltarlo lo blocchiamo, lo condanniamo senz’appello. Calabresi distingue anche fra menzogne deliberate, errori in buona fede e verità usate per danneggiare. Un esempio? Durante l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, circolò un deepfake in cui il presidente Volodymyr Zelensky sembrava invitare i soldati alla resa. Non serviva convincere tutti, bastava insinuare il dubbio perché nel grande mercato della manipolazione anche la cortina fumogena della confusione è un risultato eccellente. La parte più inquietante del libro affronta le ferite che ci hanno inflitto le fake news perché una pandemia, una guerra e una crisi economica non si esauriscono quando si spengono le telecamere; al contrario, lasciano una scia di paura, rancore e sfiducia ed è proprio lì che la manipolazione può fare il salto di qualità, porgendoci una spiegazione del mondo, un colpevole e soprattutto una comunità con cui schierarsi. Lo scenario digitale lo conosciamo tutti, la vera vittoria non è convertirci a un’idea, ma cancellare la distanza tra opinione e identità. Persino davanti all’evidenza dei fatti, non cerchiamo più di capire, vogliamo soltanto avere ragione. La tentazione è credere che soltanto gli ingenui caschino nelle trappole, eppure, Iago non sceglie uno sciocco: punta un uomo che ha paura di perdere ciò che ama e conosce la sua paura più grande. Oggi è cambiata la tecnologia, non la vulnerabilità: l’assedio cognitivo diventa perfetto e ci battiamo con rabbia per difendere quelle idee che ci sono state servite direttamente dall’algoritmo. Vere o false, non importa. Sui social circola una frase attribuita a Nietzsche: “La forma più pericolosa di cecità è credere che il proprio punto di vista sia l’unica realtà”. Bellissima, peccato che non ci siano prove che il filosofo l’abbia mai scritta. Eccolo il paradosso perfetto della guerra cognitiva: condividiamo una frase che ci mette in guardia dalla cecità intellettuale senza verificarne la fonte. Perché la menzogna perfetta non deve convincerci di nulla. Le basta darci ragione. Vedere nuvole al posto di elefanti. Perché parliamo di rivolta “casuale” di Letizia Pezzali* Il Domani, 1 novembre 2026 Mi incuriosisce un aspetto della ribellione contemporanea, e per ribellione intendo non solo le manifestazioni di piazza, perché il discorso può essere esteso. Mi incuriosisce il fatto che sia sempre più descritta come espressione di una qualità precisa: la randomness. La parola randomness si traduce con casualità, aleatorietà, ma il termine inglese è più carico di significati. I detrattori della ribellione diranno che chi si ribella in verità fa casino a caso (il bisticcio di parole è voluto). Fa casino per il piacere di farlo, senza che gli scopi siano seri. I massimi esponenti della randomness, secondo i detrattori, sono “i giovani”. Quelli che appunto “fanno cose, ma non sanno veramente il perché”. Quelli che non hanno approfondito le motivazioni di una protesta, non hanno studiato, non hanno fatto i compiti, e Bruno Vespa se ne accorge. Quelli che vogliono solo inanellare una serie di gesti surreali, utili a generare un contenuto che si nutre di sé stesso (“scellerato il ragazzino francese che va alle manifestazioni e fa i balletti per TikTok”). La randomness è interessante perché, a seconda delle epoche, si usa dal lato dritto o dal rovescio. Fino a pochi anni fa, il difetto che avevamo tutti era quello di vedere sempre uno schema dove invece c’era il caso. Tendevamo a sovrastimare la causalità e a sottostimare la casualità. Vedevamo gli elefanti dove c’erano solo delle nuvole. (Nassim Taleb ci ha scritto un libro nel 2001). Da qualche tempo, però, almeno per il racconto della ribellione, siamo all’opposto: vediamo le nuvole dove ci sono elefanti grossi così. Tendiamo, cioè, a vedere il caso dappertutto, anche dove c’è un’idea, una concretezza. Chi non capisce cosa succede, o vuole reprimere, dirà che quel che succede non ha senso, non ha né capo né coda (né proboscide): è random. In realtà non c’è motivo di pensare che la nostra epoca sia più random di altre epoche recenti. Perché mai dovrebbe essere diversa da questo punto di vista? Il caso non è una sostanza che si accumula significativamente nell’arco di pochi decenni: un atomo radioattivo decade oggi con la stessa probabilità di un secolo fa. Il nostro tempo è solo abitato da connessioni più rapide e meno evidentemente lineari, spesso sotterranee o racchiuse nelle stanze retrostanti (le backrooms). Connessioni che esistono, anche se non sappiamo disegnarle. Esempio: il distacco ironico. Oggi è ben codificato. Chi ha in casa dei ragazzini lo sa. Se ripeti certe parole del loro linguaggio verrai guardato male, e se ne inventi di tue verrai guardato peggio. Dunque è chiaro che le loro parole non sono “senza senso”, ma hanno un senso, un modo, una patente che stabilisce chi si è guadagnato il diritto di usarle. Come sempre accade con i linguaggi, che sono allergici alle appropriazioni indebite. Se il paese scivola verso un vero Stato di polizia I sistemi rigidi Quand’è che finiamo per chiamare random quello che non comprendiamo? L’ossessione per la randomness merita attenzione, perché è anche un tratto dei sistemi rigidi, dei regimi. Tipicamente, da una parte avremo un sistema rigido, dall’altra lo spauracchio della randomness. Un sistema rigido (un regime) ha tutti gli elementi definiti, e un futuro glorioso inserito in uno schema di previsioni. Ha un progetto futuro di lunghissimo periodo. E chiama “eventi caotici e casuali” tutto quello che va contro i piani. Il mantenimento del regime (la sua crescita secondo un disegno) ha bisogno che gli imprevisti non vengano riconosciuti come “cose serie”, e che tutte le cose previste appaiano invece inevitabili. Serve una coerenza interna, se vuoi ipnotizzare i sudditi. (La coerenza interna non è sinonimo di intelligenza). I sistemi rigidi sono caratterizzati da due modi di fare intorno al pensiero (in quello che sto per scrivere echeggia Arendt, ma con licenze). Il primo è non pensare. Non pensare, cioè stabilire un obiettivo e asfaltare tutto ciò che si frappone fra te e l’obiettivo (anche i tecnocrati lo fanno). Una volta creata l’infrastruttura, non si ha bisogno di pensare: bisogna sigillare. Un pensatore vero, invece, travolge, demolisce, ma non asfalta. Il secondo è pensare l’impensabile. Stare tranquilli, e poi una mattina decidere di distruggere il nemico radendolo al suolo. Gli atti impensabili occupano un luogo preciso nelle previsioni mentali dei regimi. Sono il frutto della programmazione, che col pensiero non c’entra nulla. L’impensabile, insomma, non è quello che non si riesce a immaginare, ma quello che si è previsto a monte di poter fare. Quando chiamiamo la ribellione randomness, riveliamo qualcosa della nostra struttura mentale tirannica. *Scrittrice Siamo alla fine dell’epoca contemporanea: liberiamo il possibile di Roberto Ciccarelli Il Manifesto, 1 novembre 2026 In Europa c’è uno spirito che circola tra i giovani, e non solo, oltre gli identitarismi. “Questa è la fine dell’età contemporanea”. È uno slogan nato nelle rivolte francesi dell’ultimo mese che restituisce uno spirito che circola in Europa, lo stesso che abbiamo sentito nelle manifestazioni contro il caro-vita e il riarmo in Italia. Ma quale epoca nuova vuole il desiderio di abbandonare la nostra? Lo slogan mira a rivedere tutto e a reinventare l’esistente. Ma dopo avere detto “Abbasso tutto”, resta qualcosa? Dalla poesia che si legge sui muri non è possibile pretendere maggiori spiegazioni. Se parliamo con gli studenti possiamo avere qualche indicazione in più. Il loro presente, fatto di scuole a pezzi e povertà diffusa, non potrà respirare senza dare aria alla fetida realtà in cui sono condannati a vivere. Se quello visto in piazza venerdì è anche il popolo che ha battuto Meloni al referendum, bisogna essere conseguenti. Ci vuole tanta forza per far nascere una politica democratica nuova, all’altezza dei principi di uguaglianza e libertà affermati dalla Costituzione. Negli anni Novanta ci hanno ripetuto la favola della fine della storia. La fine dell’epoca in cui viviamo significa tutt’altro: entrare in una diversa contemporaneità. Dove, ad esempio, si riesca a creare un movimento che non si riduca alla ripetizione di cortei stagionali. Abbiamo bisogno di una politica che maturi e sappia rispondere all’appello di ringiovanire il mondo. Lo chiedono i ragazzi che ieri hanno manifestato contro il ritorno della leva militare in Germania, mentre in Francia hanno chiesto di proteggere il potere di acquisto e di rifinanziare il Welfare senza gestirlo come un’azienda. I ragazzi non si sentono in guerra contro nessuno, vogliono invece riaprire il futuro e liberare i possibili negati a tutti. Da questo punto di vista “fine dell’epoca contemporanea” significa abolire quattro decenni di putrefazione neoliberista. Precarietà garantita, salari da fame, nessuna prospettiva di avere una casa senza un’eredità o un patrimonio. Tutto questo è il risultato di scelte che risalgono a molto tempo fa. Ed è anche la politica che porterà in Italia a varare una legge di bilancio imbarazzante. Non solo darà via libera a un aumento delle spese militari da 14 miliardi in due anni, ma favorirà chi guadagna più di 80 mila euro con la partita Iva e chi supera i 50 mila euro l’anno. A tutti gli altri, la maggioranza della popolazione, non viene riconosciuto quasi nulla. Succede in un paese con i redditi da lavoro tra i più bassi e con l’inflazione più alta in Europa. Lasciamo spazio all’utopia. “Fine del contemporaneo” è stato inteso in Francia come l’inizio di una nuova rivoluzione comunarda. Da un lato, ci sono i comunardi che autorganizzano la sicurezza, la produzione alimentare e la politica “dal basso”. Dall’altro lato, c’è l’esigenza di difendersi dallo Stato, dalla sua polizia, dal suo esercito. L’immaginario della Comune non è solo francese. Circola negli scioperi e nelle assemblee mentre la vita è esausta. Attualizzare la memoria storica in azioni concrete è accattivante. Per farlo dovremmo trovare gli strumenti per sconfiggere mezzo secolo di individualismo. Viviamo sotto una cappa che soffoca la capacità di immaginare, e praticare, nuove istituzioni. Più forti sono le sirene dell’internazionale nera: repressione, paura, razzismo, cupezza. Basta vedere i consensi di Meloni, di Marine Le Pen o dell’Afd in Germania, per capirlo. In più, per realizzare un progetto ambizioso, bisogna durare. E in Italia, come altrove, mancano i cicli di mobilitazione che si vedono in Francia. E non è detto che funzionino. Dall’altra parte delle Alpi sono più di trent’anni che si scontrano contro un muro. In fondo abbandonare “l’epoca contemporanea” significa porre un problema, non consegnare una soluzione pronta all’uso. Quella la possiamo cercare insieme. Un punto di partenza c’è: la composizione di classe che abbiamo visto nei cortei per Gaza, la stessa osservata in quelli che hanno rilanciato lo sciopero dei sindacati di base (Usb, Adl, Cobas, Clap, Sial) in maniera iperbolica: studenti, giovani proletari di seconda generazione, lavoratori, inquieti di ogni ispirazione, i movimenti femministi, quelli antirazzisti, i sindacati e i liberi auto-convocati. Bisogna superare i soliti identitarismi: questa è l’indicazione che viene dalle strade. Andiamo leggeri verso una vita che non aderisce ciecamente a un tempo catastrofico e vede il nuovo nelle tenebre che ci circondano. Scuola, taglio di 7 mila posti tra docenti e personale Ata di Mariolina Iossa Corriere della Sera, 1 novembre 2026 Le critiche da opposizione, Cgil e Cisl. Salvini: “Il Parlamento può intervenire”. La scuola pubblica perde altri 7 mila posti tra docenti e personale Ata, e i nuovi tagli previsti in manovra fanno insorgere sindacati e opposizioni. Dopo la riduzione degli organici già decisa con la legge di Bilancio 2025, si prevede nel 2027 un’ulteriore sforbiciata, un ridimensionamento che, considerando gli interventi distribuiti su tre anni scolastici, dal 2025/2026 al 2027/2028, porta, in totale, a quasi 15 mila il numero dei posti cancellati. A stabilirlo è l’articolo 66 del testo “bollinato” inviato alla Camera per l’avvio dell’iter parlamentare. Da settembre 2027 sono previsti 4.925 posti in meno per i docenti e altri 2.049 per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario. In tutto 6.974 unità, che si aggiungono ai 5.660 posti in meno per gli insegnanti nell’anno scolastico 2025/2026 e di 2.174 posti per il personale Ata dal 2026/2027. I tagli, motivati anche con il calo del numero degli studenti dovuto alla denatalità, faranno risparmiare 83,9 milioni già nel 2027 e ben 251,7 milioni dal 2028, risorse che saranno destinate ad altri capitoli di spesa. C’è poi il capitolo del turn over: la manovra prevede per il 2027 una riduzione del 25% delle assunzioni che coprono il personale che va in pensione, con il ritorno al 100% dal 2028. Ma la misura non riguarderebbe la scuola, che quindi non si aggiunge ai tagli decisi per il settore. La legge di Bilancio interviene invece sui fondi per gli asili nido. Dal 2027, l’articolo 121 cambia il modo in cui vengono distribuite le risorse ai Comuni, tenendo conto del calo delle nascite. Con meno bambini, infatti, alcuni Comuni potrebbero raggiungere l’obiettivo di copertura del 33 per cento con meno fondi di quelli stanziati. Le risorse che avanzano potranno così essere destinate ad altri. È stato poi prorogato per il 2027 il contributo fino a 1.500 euro per ciascuno studente che frequenta una scuola paritaria di primo grado o il primo biennio di secondo grado, con una spesa complessiva del solo “bonus paritarie” di 20 milioni di euro. I tagli e le ripartizioni dei fondi alla scuola pubblica hanno subito fatto esplodere le proteste. La Cgil con il segretario Maurizio Landini parla di una manovra che va “oltre le peggiori aspettative, come se il governo vivesse su un altro pianeta”, mentre Gianna Fracassi, segretaria del comparto scuola università e ricerca, dice che “il calo demografico non può essere un alibi per tagliare, dovrebbe essere l’occasione per migliorare la qualità della scuola, aumentare il tempo scuola, ridurre gli alunni per classe, garantire una rete scolastica degna di un Paese europeo”. “Netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di taglio degli organici della scuola” la esprime la leader della Cisl, che chiede l’”immediato ritiro”. Protestano gli studenti: il governo, dicono alla Rete Studenti Lazio, “penalizza la scuola pubblica statale per spostare risorse verso il privato”. Negative le opposizioni. “Il governo impoverisce l’Italia anche nella cultura, ultima nell’Ue per quota di spesa pubblica destinata a scuola e istruzione”, dichiara il vicepresidente della Camera Sergio Costa (Movimento 5 Stelle). “Solo tagli nella manovra - si aggiunge il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia -. Gli studenti scendono in piazza e il governo risponde tagliando migliaia di insegnanti e personale della scuola”. Anche nella maggioranza, intanto, in particolare nella Lega, ci sono perplessità sulle misure che riguardano la scuola. Matteo Salvini, dopo aver sottolineato che “il ministro Valditara ha fatto miracoli in questi quattro anni”, lascia intendere che la legge si può sempre modificare. “Il Parlamento è lì apposta - ha dichiarato Salvini - può intervenire per migliorare alcuni aspetti”, conclude il leader leghista. “L’ausiliario di sicurezza” trova posto nel Bilancio di Eleonora Martini Il Manifesto, 1 novembre 2026 All’annuncio roboante dato nell’aprile scorso alla Camera, Giorgia Meloni aveva parlato di “dieci mila assunzioni di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza e controllo del territorio” in qualità di “carabinieri ausiliari”. Al netto del numero che si è sgonfiato alla prima resa dei conti, la nuova figura - ora declinata nella formula della “riserva volontaria”, ossia con servizio saltuario e non a tempo pieno - ha trovato spazio nelle pieghe della manovra 2027 che sta per essere incardinata in commissione Bilancio alla Camera. Non solo carabinieri, però: il ddl prepara l’introduzione degli ausiliari anche nella polizia di Stato, nella guardia di finanza e nella polizia penitenziaria, ma per questi corpi il governo si è limitato solo ad istituire due fondi per finanziare futuri provvedimenti normativi che definiranno i nuovi profili. Per l’arma invece, l’articolo 93 del testo introduce la figura direttamente nell’ordinamento militare consentendo il “reclutamento di un contingente massimo di carabinieri ausiliari della riserva volontaria di 600 unità per l’anno 2027 e di 1.000 unità per ciascun anno a decorrere dall’anno 2028”. Per una spesa complessiva autorizzata di “41,78 milioni nel 2027, 82,8 milioni nel 2028, 118,39 milioni nel 2029, 156,51 milioni nel 2030 e 141,44 milioni annui dal 2031 in poi. La ferma, ossia il “contratto di lavoro”, durerà un anno, con possibilità di conferma per il biennio successivo. Potranno candidarsi i cittadini che hanno meno di 26 anni, in possesso almeno della licenza media e dei requisiti di idoneità previsti per l’arruolamento. Una volta superata la selezione, i carabinieri ausiliari seguiranno corsi di formazione “della durata massima di tre mesi”, per poi entrare in servizio a tutti gli effetti con le qualifiche di agente di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria. Il loro stipendio sarà “pari al 65% del parametro stipendiale spettante al carabiniere in ferma volontaria”. Una parte selezionata di questi ausiliari, compiuti i 32 anni, potrà poi eventualmente concorrere per accedere all’Arma. All’articolo 96 della manovra, invece, si accantonano 74,16 milioni di euro per il 2027 e 146,96 milioni nel 2028 per due fondi destinati a finanziare l’istituzione complessiva (senza alcuna suddivisione) delle nuove figure di finanziere, poliziotto e agente penitenziario ausiliario da definire però con appositi futuri provvedimenti normativi. Il primo fondo, per le spese correnti, avrà una dotazione di 21,62 milioni nel 2027, 108,05 milioni nel 2028 e in crescendo fino a 251,06 milioni annui dal 2031. Un secondo fondo, per gli investimenti, disporrà di 52,54 milioni nel 2027 e 38,92 nel 2028. Come già accaduto con l’annuncio di aprile, quando la premier cercò di ingraziarsi così i vertici della Difesa che premevano per sostituire i militari impegnati nell’operazione Strade sicure, negli ambienti delle forze dell’ordine cresce invece la delusione. Di qualunque corpo si tratti, la “precarizzazione” fa storcere il naso. “La precarietà non è funzionale”, spiegano informalmente alcuni sindacalisti di polizia penitenziaria, tanto più se associata a una “formazione ancora più ridotta rispetto a quella attuale, già carente”. Per molti agenti, dentro e fuori le carceri, la nuova figura “non potrebbe essere d’ausilio in situazioni che invece necessitano sempre più di personale qualificato, e anzi sarebbe una catastrofe. Piuttosto si investa sugli organici, sempre più carenti anche a causa del turn over mai compensato”. A questo proposito una soluzione su cui, secondo alcuni sindacati, starebbe lavorando il governo Meloni riguarda l’aumento dell’età pensionabile - da 60 a 62 anni - per tutte le forze di polizia. Così il governo, “mentre abbassa l’età media dei detenuti e dei minorenni imputabili, aumenta l’età media dei poliziotti: un paradosso - è il commento più amaro - senza alcun senso”. Lo stigma del “maranza” di Sergio Fontegher officinaprimomaggio.eu, 1 novembre 2026 L’altro giorno uno di quei personaggi che da veri sono più grotteschi di quando Crozza ne fa l’imitazione, faceva vedere sul suo canale dove i poliziotti dovrebbero dare la manganellata ai “maranza” per rieducarli; nel video lo si vede spostare il colletto della camicia per mostrare il punto preciso dove il manganello deve colpire. Non sulla testa, sulla cervicale. Insomma, bisogna che i giovani re-imparino le buone maniere. E che gli adulti diano l’esempio. Il Presidente dello stato più potente del mondo dal punto di vista militare, la cui moneta è ancora il principale mezzo di pagamento internazionale, si sveglia un mattino e dice: “Ok, mi prendo la Groenlandia”. E pare normale. Un ragazzo di tredici anni, figlio d’immigrati, spacca una vetrina e si prende una felpa… il Consiglio dei Ministri si riunisce d’urgenza, 500 paracadutisti vengono fatti partire in gran fretta, il Ministro della giustizia vara un piano straordinario di costruzione di carceri minorili, il Presidente della Repubblica firma un decreto che infligge alla famiglia del ragazzino una multa di 20 mila euro per il vetro rotto. Nemmeno se ci fossero le truppe di Putin alle porte di Trieste ci sarebbe tanta agitazione. La coppia Netanyahu-Trump, sta facendo il possibile perché il carburante ci costi il triplo e intanto, con gli stretti di Hormuz bloccati e Suez dove si passa a singhiozzo, gli armatori fanno soldi a palate e gli assicuratori ne fanno ancora di più. Ma nessuno dice che la crisi di Hormuz ha peggiorato la condizione dei lavoratori marittimi rimasti intrappolati sulle navi, “come non si era mai visto dalla seconda guerra mondiale in poi” (parole di un dirigente IMO, l’Organizzazione marittima internazionale). La sofferenza degli uomini non è argomento tra gli esperti di geopolitica. La nostra underdog ripete spesso: noi sbattiamo in galera i minorenni violenti, perché chi protesta pacificamente possa continuare a farlo. Siamo noi i difensori della democrazia, il governo protegge la vostra libertà di manifestare. Grazie, Presidente, magari, se ha tempo, un giorno parliamo anche del riconoscimento facciale, un aspetto che con la democrazia ha poco a che fare. Oppure dello stigma del “maranza”. In che senso? Nel senso che se un ragazzino è figlio d’immigrati e ha meno di quindici anni, in base a questi meri dati anagrafici, indipendentemente dai suoi comportamenti sociali - sia che vada a messa tutte le domeniche o che spacchi le vetrine di un negozio - sarà bollato per sempre come “maranza” e non sarà facile per lui “inserirsi”, trovare un lavoro. Rischia una condizione che ricorda alla lontana gli anni in cui un ebreo poteva anche gridare “Heil Hitler”, poteva persino attaccarsi la svastica sul petto, ma finiva nei Lager lo stesso. Al Sud la protesta ha qualcosa di più solido, ci sono i trattori, ci sono i camionisti. Fermandosi un attimo a pensarci, l’immagine di questo paese e delle sue classi dirigenti è allucinante. Sul n. 7 di “Primo Maggio”, settembre 1976, mezzo secolo fa (!!) pubblicavamo un articolo intitolato “I camionisti”. Lo trovate in rete, leggetelo e diteci se non siamo ancora allo stesso punto, anzi, peggio. Mettevamo in evidenza il paradosso della forza contrattuale di una categoria (se si fermano i camion si ferma il paese) e della sua difficoltà a esprimerla; dicevamo che avevano scritto pagine memorabili nella storia del movimento sindacale (i teamsters di Minneapolis che avevano capito il trucco del sistema hub-and-spoke). Nulla è cambiato, se non in peggio, da mezzo secolo. Forse perché non è cambiato il processo lavorativo, nemmeno con l’IA. Gli operai della catena di montaggio hanno visto arrivare le isole di produzione, hanno visto arrivare i robot. L’operatore nella cabina di un camion ha gli stessi gesti, le stesse mani sul volante, gli stessi piedi sulla frizione, gli stessi occhi sullo specchietto retrovisore, le stesse piazzole di sosta, la stessa cuccetta in cabina. Dopo mezzo secolo. Nel trasporto su strada il grande cambiamento è stato nel controllo sul lavoro, come se un grande occhio avesse preso posto nel sedile accanto a quello dell’autista. Una volta si diceva che il camionista di tir è libero, senza controlli, nessuno lo vede quando è in viaggio. Oggi i sensori installati sui camion sono in grado di dire se ha schiacciato troppo l’acceleratore e ha consumato qualche goccia di gasolio di troppo. Stessa storia coi furgoni dei driver di Amazon seguiti da remoto. Nelle proteste di questi giorni non hanno posto rivendicazioni tariffarie, hanno parlato di sopravvivenza, e hanno anche detto basta a una guerra che manda il prezzo dei carburanti alle stelle (da leggere l’articolo di Andrea Bottalico sul “Il Manifesto”). Per non parlare degli agricoltori. Cosa vuol dire “agricoltore” nell’Italia di oggi? Il proprietario di un terreno di qualche ettaro coltivato, con qualche macchina agricola, che guida il trattore e un paio di dipendenti assunti regolarmente o un tale che, d’accordo con intermediari e caporali, fa lavorare in condizioni di paraschiavismo immigrati reclutati ai cancelli dei Cpr? Ho letto che un produttore di pomodori può incassare anche 50 centesimi al chilo, da noi al mercato li paghi anche cinque/sei euro. E non sai se quei 50 centesimi li “spunta” il produttore in regola o lo schiavista. Trasporto su strada e agricoltura, logistica e settore alimentare, ma anche la moda, i servizi di cura, i cantieri navali e altri settori stanno in piedi su un sostrato d’illegalità così pesante che al confronto la violenza che può capitare nei cortei è acqua fresca. Le inchieste della Procura di Milano parlano chiaro. L’imponente dispositivo di sicurezza predisposto dal governo ha fatto il suo esordio a Milano nel week end del 24/25 ottobre. Quelli della Folgore sono rimasti una giornata impalati a guardarsi in faccia con carabinieri, polizia e un drappello di vannacciani venuti “per dare una mano”. Il sindaco non si è fatto vedere. E nemmeno gli azionisti della mafia immobiliare sono venuti a dire “grazie!” a chi difende i loro interessi e quelli della cittadella dello shopping, conosciuta in tutto il mondo. Dove può capitare che vendono per 5 mila euro borsette cucite da cinesi trattati come schiavi nei laboratori del pratese, che a loro costano 100 euro sì e no. In Montenapoleone a chi entra in un negozio dei grandi marchi apre la porta con gesto servile un signore vestito di nero ma nero anche di pelle, come ai tempi di zio Tom. Sappiamo che quella è la vetrina del lusso, ci siamo abituati. Difficile abituarsi a un’esibizione così esplicita, così voluta, dei simboli dello schiavismo. Un giorno ho portato un amico tedesco a vedere, non credeva ai suoi occhi: “a Berlino una cosa simile sarebbe inconcepibile”. Il 25 ottobre dell’ipotetica forza occulta che, secondo Crosetto, sarebbe capace di scatenare una “guerra ibrida”, manco l’ombra. Sparito anche il temutissimo “movimento del 17 ottobre”. In piazza Duomo, dov’ero andato a dare un’occhiata appena tornato da Trieste, tutto normale. A un tratto il dna operaista mi porta come un automa davanti alla sede di Assolombarda. Pace e silenzio come in un convento. E dentro di me pensavo: “Ma questi non sono quelli dei bassi salari? Degli appalti e subappalti? Del caro affitti? Dei medici che scappano? Non sono quelli dello studio Mediobanca, appena uscito, dove si vede che nel triennio 2023/2024/25 le imprese medio-grandi hanno visto schizzare in alto i loro margini di guadagno? Come se andassero a gonfie vele quanto più la maggioranza degli italiani sta peggio. E come mai qui nessuno viene a manifestare, a protestare, come mai qui non ci sono i parà? Sarò mica fuori tempo a restarne stupito?” E con questo dubbio sono tornato a casa. Cannabis, Meloni e la verità per decreto di Raffaella Stacciarini* Il Manifesto, 1 novembre 2026 L’intervento della premier apre a un interrogativo inquietante: chi decide cosa si può dire, in questo paese, sulle sostanze? Un problema d’informazione. A San Patrignano, la settimana scorsa, Giorgia Meloni ha rilanciato la linea del governo sulla cannabis davanti ai rappresentanti di 35 Paesi della Coalizione Europea contro le Droghe (Ecad) promossa da Italia e Francia. Il messaggio di Meloni è stato netto: la cannabis non è una droga leggera e chi continua a definirla così è irresponsabile. Fin qui, nulla di nuovo: è il copione che conosciamo da anni, quello della crociata. La novità, però, è un’altra. Meloni ha annunciato un dialogo con i principali network televisivi per correggere i “messaggi fuorvianti” diffusi in passato. Tradotto, il governo si siede al tavolo con le tv per stabilire come si racconta un fenomeno sociale e quale versione della realtà sia ammissibile. In un Paese in cui il controllo politico sulla Rai è da sempre materia di scontro, la questione suona meno come una campagna di prevenzione e più come una linea editoriale, e il rischio che il potere politico inquini il perimetro del dibattito pubblico è dietro l’angolo. Anche la scelta del luogo sembra tutto fuorché neutra: il governo avrebbe potuto portare le delegazioni in un SerD - uno dei circa 600 presidi pubblici in cui 6 mila professionisti prendono in carico ogni anno 300 mila persone - e che lo stesso governo ha promesso di rafforzare; oppure in uno dei servizi di riduzione del danno, di quelli che analizzano le sostanze, distribuiscono naloxone salvando la vita a chi va in overdose e intercettano chi in comunità non entrerà mai. Meloni ha preferito invece una comunità terapeutica privata, forse perché la comunità racconta meglio la storia che chi governa predilige: la droga come caduta morale e il recupero come percorso di redenzione. Del resto, il governo ha già dimostrato di cosa è capace quando i fatti non si piegano alla linea. Basti guardare alla canapa light: l’articolo 18 del decreto sicurezza ha introdotto il divieto lavorazione, trasporto e vendita delle infiorescenze anche sotto le soglie di THC consentite, ossia in assenza di qualsiasi effetto drogante. Un divieto costruito sul nulla, se non sull’equazione ideologica canapa uguale droga. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vuol vedere: tonnellate di prodotto sequestrate in campi e negozi, e quasi sempre restituite dopo perizie che ripetono lo stesso mantra - nessuna efficacia drogante - smontando la norma caso per caso. A luglio la Cassazione ha ricordato che l’effetto stupefacente va accertato, non presunto. Tre tribunali, Brindisi, Trani e Brescia, hanno chiesto alla Consulta di pronunciarsi, e la questione è arrivata anche alla Corte di giustizia europea. Il 9 febbraio la Consulta stabilirà se l’articolo 18 regge alla prova della Costituzione, ma la domanda che viene spontanea dal vertice di San Patrignano va oltre la canapa: chi decide cosa si può dire, in questo Paese, sulle sostanze? Informare le persone significa riconoscere loro la capacità di capire e discernere con consapevolezza. La propaganda, invece, ha bisogno di semplificare e scoraggiare ogni domanda scomoda. Gli slogan funzionano, sì: finché nessuno li mette alla prova dei fatti. *Meglio legale La “via crucis” dei migranti dalla Libia ai Cpr di Piero Innocenti 9colonne.it, 1 novembre 2026 I dati forniti dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza (Ministero dell’Interno) relativi al numero dei migranti sbarcati alla data del 3 ottobre scorso, ci aiutano a comprendere il fenomeno dell’immigrazione clandestina, che ha subito un decremento negli ultimi anni dopo i consistenti aiuti in denaro e mezzi forniti dal nostro Paese in particolare alla Libia, paese di maggior provenienza dei migranti a bordo di imbarcazioni. Così i 23.110 migranti (5.685 i bangladesi, il numero maggiore da alcuni anni ormai) sbarcati quest’anno vanno confrontati con i 51.855 dello stesso periodo del 2025 e i 51.193 del 2024 (nel 2016 erano stati addirittura 181.436). Ma il dato più significativo lo ha fornito alcuni giorni fa, in occasione della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, la Fondazione Ismu ricordando che dall’inizio di quest’anno al 24 settembre sono stati ben 1.971 i migranti che hanno perso la vita o risultano dispersi nel Mediterraneo. La maggior parte di tali tragedie si è verificata nel tragitto dalla Libia verso l’Italia. Libia verso la quale continuano a svilupparsi diverse iniziative per rafforzare la gestione delle frontiere attraverso formazione, equipaggiamento, attrezzature e “ristrutturazione di edifici istituzionali”. Un’attività che si è sviluppata anche in settembre grazie alle risorse messe a disposizione dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli con un programma specialistico (previsto da Eubam Libya - European union border assistance mission in Libya) che ha visto la presenza a Roma di tredici funzionari libici. L’auspicio è che tra gli “edifici istituzionali” da ristrutturare rientrino pure i centri di detenzione libici dove si trovano centinaia di migranti in condizioni vergognose (secondo le informazioni di esperti stranieri dell’immigrazione presenti nell’area), nel silenzio ignobile del nostro paese e dell’UE. Unione Europea che, invece, mostra i muscoli con l’approvazione definitiva di nuove norme che renderanno più semplice espellere chi non ha diritto alla protezione internazionale prevedendo anche i “return hubs” (centri di rimpatrio) in paesi extra UE (sul modello di quanto già fatto in Albania dal nostro governo). Polemiche e spinte contrarie alla realizzazione di nuovi Cpr (sei) annunciati nei giorni scorsi dal Ministro dell’Interno di cui due in Trentino Alto Adige,e poi in Calabria, Campania, Emilia-Romagna e Toscana. Tutto questo mentre la ben nota situazione di eterogeneità e di promiscuità nei Cpr contribuisce a creare situazioni insopportabili di tensione. Infatti, tra le donne e gli uomini sprovvisti di un valido titolo di soggiorno in Italia, troviamo ancora oggi ex detenuti che, scontata la pena, sono stati trasferiti nei Cpr in attesa di una compiuta identificazione, stranieri che hanno a lungo risieduto legalmente in Italia e che non avendo rinnovato il permesso di soggiorno per vari motivi, sono diventati irregolari, stranieri che non hanno mai avuto un documento regolare per la permanenza in Italia, apolidi che non hanno fatto richiesta per il riconoscimento di tale status e che, di fatto,vengono più volte trattenuti (detenuti) nei Cpr perché non sanano mai la loro posizione giuridica. Che i Cpr siano “luoghi patogeni” è noto da tempo e anche il Comitato europeo per la prevenzione della tortura dopo le visite compiute nell’aprile 2024 in alcuni di questi centri ha evidenziato il degrado delle condizioni materiali e della qualità della vita. Nulla è cambiato da molti anni e proseguono, così, le “vie crucis” dei migranti che fuggono dai loro paesi per sopravvivere.