Carceri italiane: un ciclo di disperazione e aumento della recidiva di Anna Gaia Cavallo napolipiu.com, 9 marzo 2026 I dati impongono una riflessione profonda: senza provvedimenti deflattivi, misure alternative al carcere, l’ingresso di figure sociosanitarie, il rafforzamento del personale di polizia penitenziaria e la promozione di politiche sociali territoriali, il carcere rischia di rimanere una risposta emergenziale e non una reale occasione di recupero e reinserimento sociale. Le misure alternative al carcere sono un argomento di crescente interesse e necessità. Esse non rappresentano solo un’opzione più umana per il trattamento di reati minori, ma anche una soluzione pratica per il sovraffollamento. Martedì 10 marzo a Napoli si terrà una manifestazione dedicata a una tematica cruciale: le condizioni all’interno delle carceri italiane. In un paese dove si registrano 64.000 detenuti a fronte di soli 46.124 posti disponibili, la questione del sovraffollamento è diventata ineludibile. Nella regione Campania, la situazione è particolarmente allarmante, con 7.826 detenuti su 6.173 posti. Fra i detenuti, un dato inquietante emerge: solo nelle strutture carcerarie di Poggioreale e Secondigliano sono ben 1.073 i tossicodipendenti e 250 sono affetti da malattia mentale o disturbi psicotici. Questi numeri non possono essere ignorati e richiedono un intervento immediato sia da parte del governo che della società civile. Un presidio per i diritti dei detenuti - La manifestazione di martedì 10 marzo avrà luogo alle ore 15:00, su iniziativa del Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello. Il presidio si terrà davanti a piazzale Cenni, allocato tra il Tribunale di Napoli e il carcere di Poggioreale. Questo evento rappresenta un’importante occasione di mobilitazione e protesta per tutti coloro che si oppongono alle attuali condizioni delle carceri. Numerose adesioni provengono dai garanti dei detenuti comunali e provinciali della Campania, oltre a diverse associazioni cattoliche e laiche. L’unione di queste realtà sottolinea l’urgenza di affrontare il tema del sovraffollamento carcerario e del miglioramento della sanità penitenziaria, ponendo l’accento sulla necessità di misure alternative al carcere. Samuele Ciambriello, il garante regionale, ha rilasciato un’importante dichiarazione sul fenomeno della recidiva e sulle fragili condizioni in cui versano i detenuti. Secondo Ciambriello: “I dati impongono una riflessione profonda: senza provvedimenti deflattivi, misure alternative al carcere, l’ingresso di figure sociosanitarie, il rafforzamento del personale di polizia penitenziaria e la promozione di politiche sociali territoriali, il carcere rischia di rimanere una risposta emergenziale e non una reale occasione di recupero e reinserimento sociale.” Chiaramente, gli attuali dati parlano di un sistema che, anziché rieducare, finisce con il fallire nel suo obiettivo primario. Implicazioni per la società e politiche da attuare - La manifestazione non si limita a evidenziare il problema del sovraffollamento; essa rappresenta anche una chiamata all’azione per il miglioramento delle condizioni di vita all’interno delle carceri. La salute mentale dei detenuti, ad esempio, è un argomento di particolare rilevanza. È fondamentale garantire che i detenuti abbiano accesso non solo a cure mediche, ma anche a un supporto psicologico adeguato. La mancanza di tali indicazioni potrebbe comportare un aggravamento della già critica situazione. Le misure alternative al carcere sono un argomento di crescente interesse e necessità. Esse non rappresentano solo un’opzione più umana per il trattamento di reati minori, ma anche una soluzione pratica per il sovraffollamento. Questo approccio potrebbe ridurre il numero di detenuti, permettendo così maggiore spazio e risorse per chi effettivamente necessita di scontare una pena in carcere. Il supporto di politiche sociali territoriali è altrettanto fondamentale. La collaborazione tra istituzioni, enti locali e associazioni può avviare un cambiamento profondo nel modo in cui il sistema penitenziario opera e nel modo in cui i detenuti sono percepiti dalla società. L’edificazione di una rete di sostegno può contribuire enormemente alla reintegrazione sociale dei detenuti e alla loro prevenzione dalla recidiva. La manifestazione di martedì 10 marzo è una risposta collettiva e urgente alle criticità del sistema penitenziario italiano. Come evidenziato dalle statistiche e dalle dichiarazioni dei garanti, le carceri devono evolversi da luoghi di pena a strutture di recupero. Solo così si potrà sperare di abbattere il tasso di recidiva e garantire a ciascun individuo una dignità che, a oggi, viene molto spesso negata. Per ulteriori informazioni sulle condizioni delle carceri in Italia, è possibile fare riferimento ai rapporti ufficiali del Ministero della Giustizia e di organizzazioni come Amnesty International e il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura. Come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute di Francesca Polizzi scienzainrete.it, 9 marzo 2026 Per chi vive in carcere, la crisi climatica non è solo una condizione ambientale ma una pena aggiuntiva. Celle gelide d’inverno e soffocanti d’estate espongono le persone detenute a rischi fisici e psichici che la crisi climatica sta aggravando. In Italia, tra edifici obsoleti, sovraffollamento e assenza di monitoraggi sistematici, il microclima penitenziario resta un’emergenza invisibile, ai margini delle politiche di adattamento e del dibattito pubblico sui diritti e sulla salute. Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa su Al Jazeera dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza. Il clima si è trasformato per Saavedra, ma anche per tutte le persone che vivono una condizione di privazione della libertà personale, in una forma di sofferenza aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza. Quella di Saavedra non è solo una storia americana: è un esempio di ciò che accade quando la crisi climatica arriva in carcere, un luogo chiuso e spesso sovraffollato, dove chi è detenuto non può proteggersi, né scegliere come difendersi dal freddo o dal caldo estremo. Anche in Italia le condizioni climatiche negli istituti penitenziari fanno accendere dei campanelli di allarme che non andrebbero ignorati, ma che invece si ripropongono ciclicamente. Secondo i dati (relativi al 2025) raccolti dall’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’associazione Antigone, “nel 10% degli istituti visitati (circa 120) il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) ha celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario ne preveda l’obbligatorietà”. Circa un mese fa a Firenze, nella casa circondariale di Sollicciano, in alcune celle la temperatura è scesa fino a due gradi. “Il carcere di Sollicciano soffre da decenni di gravi carenze strutturali”, spiega Giancarlo Parissi, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Firenze. Un progetto edilizio definito “disgraziato fin dall’origine”, che dagli anni Novanta ha iniziato a mostrare tutti i suoi limiti: infiltrazioni, problemi di circolazione dell’acqua, impianti di riscaldamento malfunzionanti. Nel tempo si sono susseguiti interventi di manutenzione, cambi di caldaie, riparazioni, ma nessuno di questi è stato risolutivo. “Il risultato è una struttura che d’inverno non riesce a trattenere il calore e d’estate diventa una trappola di cemento”. Una situazione che, secondo il garante di Firenze, non è più sanabile: servirebbero investimenti ingenti o una ricostruzione radicale, ipotesi che restano sul piano del dibattito teorico. E così si va avanti, di stagione in stagione, senza una soluzione. La crisi climatica amplifica i rischi sanitari - Ma cosa significa vivere in carcere a due gradi? Dal punto di vista sanitario, le conseguenze sono tutt’altro che marginali. A spiegarlo è il dottor Sandro Libianchi, presidente del Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane (Co.N.O.S.C.I. - aps). “Il primo rischio è l’ipotermia, soprattutto per le persone più vulnerabili: anziani, detenuti con patologie croniche, chi soffre di disturbi respiratori o cardiovascolari. Il freddo aggrava bronchiti, asma, infezioni, dolori muscolari”. A questo si aggiungono difficoltà igieniche evidenti: quando l’acqua è fredda ci si lava meno, aumenta il rischio di infezioni cutanee, peggiorano le condizioni generali di salute. Ma, come sottolinea Libianchi, l’impatto più sottovalutato è quello sulla salute mentale, soprattutto per le persone esposte a queste situazioni per periodi lunghi: “Il freddo prolungato è stressante, ansiogeno, depressogeno. Aggrava i problemi di salute mentale, aumenta l’irritabilità, riduce la capacità di concentrazione”. In questo contesto, anche il lavoro quotidiano di operatori sanitari, educatori e agenti penitenziari è reso più difficile. Libianchi cita anche alcune vulnerabilità meno raccontate: le persone in sovrappeso, per esempio, che faticano a regolare la temperatura corporea; oppure i detenuti stranieri arrestati nei mesi estivi, che entrano in carcere con abiti leggeri e sono costretti a indossarli anche quando arriva l’inverno a causa dell’assenza di reti familiari che possano fornire vestiti adeguati. In molti istituti, come a Sollicciano, sono le associazioni e i volontari a intervenire con raccolte di indumenti e coperte. Un fenomeno senza dati - In Italia non esiste un monitoraggio sistematico delle temperature nelle carceri. Non ci sono dati ufficiali, termometri, punti di osservazione, rilevazioni continue. Le criticità emergono solo quando diventano insostenibili, attraverso segnalazioni isolate di persone detenute, operatori e operatrici sanitari, associazioni o garanti delle persone private della libertà. “Sono dati scomodi. Quando il problema esplode, si tenta di risolverlo localmente, senza allarmare, senza produrre numeri che possano diventare politicamente ingombranti”, dice Libianchi. E così il fenomeno resta frammentato, invisibile e di conseguenza facilmente rimovibile. I dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali (ASL), per legge, dovrebbero effettuare ispezioni periodiche negli istituti penitenziari, verificando le condizioni igieniche e microclimatiche interne. Ma nella pratica, racconta Libianchi, questi controlli sono rarissimi e quando vengono fatte segnalazioni, spesso non seguono iter efficaci, né verifiche successive. Sebbene Sollicciano rappresenti uno dei casi più critici, il problema non è isolato. Molti istituti italiani sono vecchi e sovraffollati. Secondo i dati di Antigone, quasi il 40% degli istituti penitenziari italiani è stato costruito tra il 1980 e il 1999 e non sono stati pensati come strutture adatte a resistere a ondate di caldo estremo o a inverni sempre più rigidi. Alle celle con scarsa ventilazione e isolamento termico inesistente si aggiunge il problema del sovraffollamento, che agisce da moltiplicatore del rischio: più corpi in spazi ridotti significano più caldo d’estate, più umidità, più difficoltà nel garantire condizioni minime di benessere. Il carcere, grande assente del dibattito climatico - Nel dibattito pubblico sulla crisi climatica, il carcere è quasi sempre assente. Non rientra nelle politiche di adattamento, non viene considerato quando si parla di ondate di calore, né quando si discute di tutela della salute delle persone vulnerabili. Secondo Parissi, questo accade anche perché il carcere convive con disagi talmente profondi da rendere secondario tutto il resto e la crisi climatica non è tra le priorità. Libianchi, invece, afferma che clima e carcere sono due temi scomodi, che la politica preferisce non intrecciare. In carcere il clima non è solo una condizione esterna, ma entra negli spazi e nelle vite delle persone, aggravando disuguaglianze strutturali. Ci sono alcuni interventi che potrebbero essere attuati a basso costo e con relativa semplicità, come la dotazione di ventilatori e frigoriferi o l’apertura delle porte esterne delle stanze di permanenza per favorire la circolazione d’aria; altri invece richiedono un impegno in più, per esempio l’isolamento termico degli edifici, le valutazioni ambientali istituto per istituto. “Queste operazioni, però, richiedono volontà politica e soprattutto il riconoscimento che la dignità e la salute delle persone detenute non sono negoziabili”, conclude il garante di Firenze. Scontare una condanna non dovrebbe significare subire sofferenze aggiuntive, eppure quando il freddo o il caldo si intensificano, il carcere si trasforma in un luogo dove la pena si dilata, si inasprisce. Le lettere tra Alemanno e Bettini, il carcere e la politica oltre il pregiudizio di Marco Follini adnkronos.com, 9 marzo 2026 “Nei giorni scorsi il Foglio ha pubblicato uno scambio di lettere tra Gianni Alemanno e Goffredo Bettini. Tutto muoveva dalla reclusione del primo e approdava all’amichevole solidarietà del secondo. Ma in quelle parole che attraversano idealmente le sbarre di un carcere e anni di contesa politica c’era qualcosa di più. E cioè il richiamo a una politica che cerca di illuminare le coscienze, acuire le sensibilità e magari scavalcare le frontiere. I due protagonisti sono stati e sono agli antipodi l’uno dall’altro. E io mi sento agli antipodi di tutti e due. Così, il primo istinto, quasi un riflesso condizionato, è quello di scavare nelle loro parole quasi a trovarvi, se non una radice comune, almeno una sorta di affinità nel valore che entrambi concedono alle ideologie novecentesche. Sia pure ideologie opposte. L’antico giovane democristiano che sopravvive in me tende infatti quasi istintivamente ogni volta a denunciare gli opposti estremismi. E a sospettare -insieme- sia delle loro contrapposizioni che dei loro incroci. Poiché appunto ‘loro’ una volta erano ideologici e forse sotto sotto continuano ad esserlo - sia pure in modi diversissimi da prima. Mentre ‘noi’ ideologici non eravamo, e dunque possiamo vantarci di essere stati all’epoca più ‘laici’ e disincantati rispetto alle fedi politiche troppo sistematiche e assertive di quegli anni - lontani ma non troppo. E poi però in tutti questi ragionamenti troppo sicuri di sé si apre una breccia. Perché Alemanno riconosce a Bettini di ‘non aver perso la curiosità per l’altro da sé, per l’avversario politico che rappresenta idee diverse e non un semplice antagonista di poterè. E Bettini a sua volta riconosce che ‘le ideologie (novecentesche) hanno perso la singolarità e unicità delle personè. E in quel loro accorciare le reciproche distanze si coglie qualcosa di meno occasionale, di più sentito e sofferto. Così, in virtù di circostanze particolarissime, e dolorose nel caso di Alemanno, affiora in quel dialogo curioso qualcosa che va al di là del rispetto delle forme. Non è la confessione di un’affinità tra loro. È il riconoscimento del fatto che il culto eccessivo delle ragioni di ognuno di noi ha finito per creare una distanza che a lungo andare non è più umana. Né, forse, più politica. Il fatto è che quando la lotta politica travalica i suoi confini e incrocia l’umanità delle persone, il loro lato privato, a volte privatissimo, finisce col trovare ragioni che nella sua quotidianità stanca e rituale tritura impietosamente. Succede così che due figure pubbliche - non si offendano - un po’ estreme tutte e due, volutamente lontane dal main stream e anche piuttosto irridenti verso le categorie del moderatismo e delle vie di mezzo finiscano a un tratto per rivelarsi capaci di una comprensione profonda l’uno verso l’altro. Quasi una sorta di complicità che li lega nonostante si siano lungamente trovati appostati al check point Charlie del nostro lungo e tormentatissimo Novecento. Il problema è che questi incroci sono sempre l’eccezione e mai la regola. E quando avvengono lasciano perfino qualche spazio al sospetto (ingiustificato). Siamo troppo abituati a pensare che la regola sia quella della più estrema distanza tra noi. Così, non appena quella distanza viene minimizzata sorge il dubbio che un’affinità inconfessata (e magari inconfessabile) abbia preso il posto di una limpida dialettica. In questo modo la giostra ricomincia e ognuno di noi torna infine nella casella di partenza del suo percorso. Laddove tutti i conflitti possono sembrare nobili e generosi. E invece una generosità ancora maggiore sta semmai nell’attraversare le linee del pregiudizio e della faziosità. Così all’apprezzamento mi unisco perfino io, che sono lontano mille miglia dall’uno e dall’altro. Ma che ho imparato da piccolo, dalla nobiltà umana e politica di Aldo Moro, la cosa più semplice e più rivoluzionaria. E cioè che la democrazia non siamo mai noi stessi. È sempre l’altro. Magari quello più lontano”. Più iscritti che agenti. Lo strano caso dei sindacati della Polizia penitenziaria di Giuliano Foschini La Repubblica, 9 marzo 2026 Nel corpo risultano 41.585 deleghe, a fronte di 36.415 uomini e donne in servizio. “Un sistema inquinato e patologico”, denuncia Gennarino De Fazio, segretario della Uilpa Polizia Penitenziaria. Ci sono più iscritti al sindacato che agenti in servizio. Il paradosso emerge da un decreto del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulla ripartizione provvisoria dei permessi sindacali per il 2026: nel Corpo di polizia penitenziaria risultano 41.585 deleghe sindacali, a fronte di 36.415 agenti effettivi. In altre parole, almeno sulla carta, gli iscritti alle organizzazioni rappresentative superano il numero stesso dei poliziotti penitenziari. Il dato compare nella tabella allegata al decreto con cui il Dap ha ripartito il monte ore annuo dei permessi sindacali - 220 mila ore complessive - tra le sigle rappresentative del Corpo sulla base delle deleghe registrate. Il sindacato con più iscritti risulta il Sappe con 9.789 deleghe, seguito dal Sinappe con 7.394 e dall’Osapp con 5.742. Poi Uilpa Polizia Penitenziaria con 5.021 deleghe, Uspp con 5.116, Cisl Fns con 3.925, Consipe con 2.270 e Fsa Cnpp con 2.328. Il totale fa appunto 41.585 deleghe. Un numero che supera di oltre cinquemila unità il personale effettivamente in servizio e che, secondo i sindacati, racconta una distorsione ormai strutturale del sistema di rappresentanza nel comparto. “Anche al di là di possibili errori che non mutano la gravità del fenomeno, i dati restituiscono la radiografia di un sistema inquinato e patologico”, denuncia Gennarino De Fazio, segretario della Uilpa Polizia Penitenziaria. “Un sistema in cui la struttura fortemente gerarchizzata, la compressione dei diritti contrattuali e costituzionali - che spesso diventano favori - e molte altre alchimie, unite a sacche di contiguità se non proprio di connivenza, finiscono per incidere sul meccanismo della rappresentanza”. Secondo De Fazio, il risultato è che “viene messo in crisi il concetto stesso di rappresentanza” e diventa difficile perfino per le organizzazioni sindacali capire quale sia il reale consenso raccolto tra gli agenti. “Le stesse sigle non hanno più un riscontro oggettivo sulla validità e sull’efficacia della propria azione”. Alla base del paradosso ci sarebbe anche la possibilità, di fatto tollerata dal sistema, che uno stesso agente sottoscriva più deleghe sindacali. Le iscrizioni si sommano e il numero complessivo finisce così per superare quello del personale. Per questo la Uil torna a chiedere una riforma del sistema di misurazione della rappresentatività. “Abbiamo chiesto formalmente - come sindacato di settore e lo ha fatto anche il segretario generale della Uil Pier Paolo Bombardieri - di dare finalmente attuazione, dopo 31 anni, al decreto legislativo 195 del 1995”, spiega De Fazio. La norma prevede che la rappresentatività non venga calcolata solo sul numero degli iscritti ma anche su un dato elettorale. “Applicare quella previsione di legge - conclude - significherebbe consentire agli agenti di esprimere liberamente il proprio consenso nel segreto dell’urna, garantendo una rappresentanza reale e libera da condizionamenti, se non addirittura da prevaricazioni”. Votare e scegliersi la Costituzione: un atto di maturità democratica di Errico Novi Il Dubbio, 9 marzo 2026 C’è una evidente sottovalutazione degli elettori dietro l’idea per cui la Carta non deve essere toccata. È sotto attacco. Così dicono: la Costituzione va difesa. Dalla riforma. Come se una modifica rispettosa dell’articolo 138 non fosse di per sé legittima. Coerente con la volontà dei Padri che scrissero la Carta. Cosa c’è di vero, in questa visione “conservatrice”? Cosa c’è di pretestuoso? Fino a che punto si tratta del dovere di custodire la Costituzione più bella del mondo e non di una retorica senza appigli? È un argomento centrale, nel dibattito sul referendum. Anzi: è il principale argomento della campagna per il No. E va trattato in ogni caso con rigore, con rispetto. La presunta intangibilità della Costituzione è la cruna dell’ago attraverso cui passa la nostra democrazia. È il nodo in cui si intrecciano la legittimazione della destra di governo, la modernità della sinistra e, ovviamente, la separazione delle carriere. C’è anzi una sottile assonanza fra gli obiettivi della legge Nordio e il diritto di modificare la Costituzione. Un nesso che si coglie solo se si riflette senza ipocrisie, una volta per tutte, sul cosiddetto “squilibrio tra i poteri” che la riforma rischierebbe di provocare. Nella modifica costituzionale che fra meno di due settimane sarà sottoposta al vaglio degli elettori, non ci si occupa espressamente del rapporto fra politica e magistratura, ma è pur vero che quel rapporto, in caso di vittoria del Sì, cambierebbe. In che senso? Bisogna partire dalla meccanica del nuovo assetto che la legge Nordio configura. Con lo sdoppiamento dell’attuale Csm e il “disarmo coatto” delle correnti che si realizzerebbe grazie al sorteggio, il “partito dei pm” non sarebbe più in grado di condizionare le carriere dei giudici. I gip, in particolare, sarebbero in gran parte liberati dal timore che, se osano rigettare le richieste di una Procura “pesante”, la loro carriera venga stroncata. Lo hanno spiegato con efficacia i 29 “magistrati per il Sì” che, una decina di giorni fa, hanno sottoscritto un ampio documento pro-riforma. Se i giudici delle indagini preliminari non saranno più così solerti (o rassegnati) nell’incarcerare gli indagati, si indebolirà la forza mediatica dei pm. Perché? Perché si ridurrà l’immediato clamore delle inchieste, che conferisce alla tesi del pubblico ministero una forza suggestiva, irresistibile, anche in procedimenti in cui, dopo anni, il teorema dell’accusa venga smentito dall’assoluzione. L’indebolirsi della potenza di fuoco mediatica che oggi rende fortissime le Procure provocherà una sorta di terremoto, una rivoluzione: si indebolirà non solo la lobby dei pm, ma il processo mediatico generalmente inteso. Questo meccanismo - che si realizzerà appieno fra vent’anni, per carità - depotenzierà anche il peso politico delle Procure, dentro l’Anm e sulla scena pubblica. Ne deriverà un ulteriore, simmetrico rafforzamento del giudice. I giudici, i gip in particolare, saranno un po’ più liberi non solo dal “ricatto” sulla loro carriera, ma anche dal ricatto mediatico (oggi, se osi negare gli arresti, sei lapidato da politici e giornali manettari, oltre che dal popolo dei social). Un meccanismo del genere - sempre nell’ipotesi che vinca il Sì - riguarderebbe tutti i procedimenti penali. Anche quelli a carico dei politici. E se i procedimenti a carico dei parlamentari e soprattutto dei politici locali non beneficeranno più dell’ingiusto “amplificatore mediatico” assicurato dalla carcerazione preventiva (o dal sì acritico dei gip alle intercettazioni), potrebbe dissolversi almeno un po’ quell’improprio ruolo di vigilanza morale che i pm esercitano, sulla politica, dai tempi di Mani pulite. E se sarà così, comincerà forse a invertirsi la tendenza alla delegittimazione della politica per via giudiziaria e alla sfiducia nei partiti. Ora, è probabile che, di tutto il meccanismo sopra descritto, gli elettori favorevoli al Sì abbiano scarsa consapevolezza. Ma la Storia ha una sua forza inesorabile. E se dunque la riforma di Carlo Nordio uscisse confermata dal referendum, la democrazia italiana potrebbe affrancarsi almeno un po’ dall’egemonia delle Procure. Si realizzerebbe, almeno in parte e seppur in virtù di un’eterogenesi dei fini, una maturazione democratica. Torniamo alla Costituzione. Alla sua presunta intangibilità. Il fronte del No sostiene che l’ordinamento giudiziario definito dall’attuale Titolo IV della Carta sia appunto immodificabile, sacro nella sua perfezione. E che per questo la riforma Nordio va bocciata. Ma c’è, evidentemente, una sottovalutazione degli elettori, dietro l’idea secondo cui i cittadini non possano modificare la Costituzione, né per interposto Parlamento né con il Sì al referendum (i casi in cui i custodi dell’ortodossia costituzionale sono favorevoli alle riforme della Carta rappresentano l’eccezione che conferma la regola). E l’idea di una Costituzione immodificabile dai cittadini rimanda a una concezione immatura della democrazia. La tesi della Carta da lasciare così com’è implica, insomma, una deresponsabilizzazione dell’elettorato: i cittadini non sarebbero consapevoli e illuminati al punto da poter riformare la Costituzione. Certamente il Parlamento, che della sovranità popolare è espressione, non può, in quest’ottica, assumersi una responsabilità così grande. Quindi la Carta - salvo le rare eccezioni “consentite”, come avvenne per il Titolo V - deve restare com’è. Come se l’articolo 138 celasse un perfido inganno. Sancisce che modificare la Costituzione è possibile. Ma è una sorta di frutto del peccato: c’è ma non va colto. Da una parte la riforma, se convalidata dal referendum, ci consegnerebbe una politica meno “ricattata” dalla giustizia mediatica, cioè dai pm, dunque più libera, più matura. Dall’altra, il sì al ddl Nordio certificherebbe di per se stesso che i cittadini possono assumersi eccome la responsabilità di cambiare la Costituzione. Come si vede, tra gli effetti della legge Nordio e la possibilità stessa di modificare la Carta esiste un’affinità sostanziale. Ma c’è dell’altro. C’è, ovviamente, il fatto che a proporre la riforma sulla separazione delle carriere sia la prima leader postmissina della storia repubblicana. La prima premier “di destra”. E qui entra in gioco un altro tabù: la legittimazione, per la destra proveniente dalla storia missina, a cambiare la Carta del 1948. È chiaro che la resistenza c’è. Ed è persino comprensibile. È istintiva, in una parte della politica e della società civile. L’idea, la semplice idea che l’ex leader nazionale di Azione giovani, versione “post-Fiuggi” del Fronte della gioventù, possa intestarsi una modifica della Costituzione, scaraventa una parte della politica e della società italiane nel tunnel dell’orrore. Ma ostinarsi a non voler accettare la realtà, rifiutare una vicenda politica che dal postfascismo si è emancipata, è una forma d’immaturità della politica e della società civile. È un complesso che, peraltro, una parte della sinistra ha superato. Il presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera, leader ideale della sinistra per il Sì, se ne infischia francamente, come direbbe Giorgio Gaber, del fatto che sotto la separazione delle carriere ci sia la firma di Giorgia Meloni. E con lui, se ne infischia una bella schiera di politici e intellettuali progressisti che di Costituzione e di democrazia ne capiscono eccome. Barbera, o Stefano Ceccanti o Pina Picierno, se ne infischiano innanzitutto perché sanno che separare le carriere è di sinistra. Perché, nonostante i recenti tentativi di mistificazione, sanno bene che la separazione delle carriere realizza appieno il “processo di parti” scritto da Giuliano Vassalli, e sanno bene che Vassalli era di sinistra, punto. Si potrebbe aggiungere che, con ogni probabilità, Barbera e gli altri se ne infischiano dell’ascendenza postmissina di Meloni anche perché si rendono conto che la storia politica di un Paese va avanti, e che non ci si può trascinare all’infinito come se la guerra civile del 1943 fosse ancora tra noi. Uno sforzo di realismo necessario, per tutti. Un passo avanti che consentirebbe alla democrazia italiana, a tutto il sistema democratico italiano, di guardare alla Costituzione con una devozione laica e non dogmatica. Con consapevolezza e responsabilità. Quello che serve alla politica. Quello che serve ai cittadini. Quello che serve persino alla magistratura, bisognosa di liberarsi del delirio egemonico insinuatosi con Mani pulite. Riconoscere che cambiare la Costituzione serve a tutti è un atto di maturità necessario. Poi si può anche votare No alla separazione delle carriere. Ma almeno lo si faccia per una qualche convinzione legata all’ordinamento giudiziario, e non in nome di un dogma, la Costituzione immutabile, che a ben guardare non ha nulla di democratico. Giustizia, troppe le parole in libertà di Luciano Violante Corriere della Sera, 9 marzo 2026 Nella campagna referendaria si citano persone e cose spesso senza verificarle. L’avvicinarsi della data del referendum rende più aspro il confronto e le posizioni, anche per effetto della guerra in corso, tendono a prescindere dal merito e a orientarsi secondo schemi precostituiti. Ma il referendum non è un’elezione politica e la scelta deve sforzarsi di guardare alle conseguenze del voto. Allo scopo di concorrere a un orientamento consapevole ho fissato i punti che a me sembrano di maggiore equivoco e quindi di distorsione della conoscenza. “L’intervista di Giuliano Vassalli pubblicata sul Financial Times”. Si parla di un’intervista nella quale il prof. Vassalli si esprimeva per la separazione delle carriere. L’intervista non esiste, non è stata mai pubblicata. Si tratta solo di una conversazione preparatoria, diffusa dal giornalista che lo aveva intervistato, solo molti anni dopo la morte del prof. Vassalli. “Giuliano Vassallli e il processo accusatorio”. Nella seduta del Senato del 19 novembre 1986, p. 14, il ministro Vassalli disse: “A me pare che l’attuale disegno di legge, pur volendo ispirarsi a taluni dei caratteri del sistema accusatorio, non si può certo dire che vi si ispiri pienamente. Non lo si può dire perché tutto il nostro ordinamento si esprime in senso profondamente diverso”. “Giuliano Vassalli era favorevole alla separazione delle funzioni di pm e giudice”. Può darsi. Ma i fatti vanno in direzione opposta. Il ministro Vassalli, della cui limpida indipendenza nessuno può dubitare, e che pertanto non avrebbe varato un ordinamento nel quale non credeva, firmò la riforma dell’ordinamento giudiziario, che all’art. 190 non separava le funzioni e consentiva, senza alcun limite, il passaggio da una funzione all’altra. “Il nostro è un processo accusatorio”. Non è esatto. Nel processo accusatorio il giudice non ha il potere di incidere sul capo di imputazione, né di acquisire prove. Nel nostro processo invece il giudice ha questi poteri. Il processo è rimasto di carattere prevalentemente accusatorio nei primissimi tempi; ma quando ci si accorse che rendeva impossibili i processi contro la mafia, le regole cambiarono. “Tutti i Paesi più avanzati hanno la separazione delle funzioni tra pm e giudici”. È esatto. Ma negli altri Paesi, per evitare che la separazione dei pm dai giudici, con la conseguente attribuzione ai pm di un organo di governo proprio, separato da quello dei giudici, possa produrre un loro eccesso di potere, è stabilito un controllo politico diretto o indiretto sul pm. Con la legge sottoposta a referendum, invece, il pm si autogoverna, si autopromuove, resta pm per sempre, non dipende da nessuno, ha la polizia giudiziaria alle proprie esclusive dipendenze e l’obbligatorietà dell’azione penale, per la quale ogni indagine diventa “atto dovuto”. L’esercizio di questo grande e incontrollato potere è un pericolo per i diritti dei cittadini e per la stessa politica. Non lo dico per sfiducia preconcetta. Ma se si conferisce a una istituzione un potere smisurato, quella istituzione quel potere prima o dopo lo esercita sino in fondo, nei confronti di tutti. La riforma regala troppo potere ai pm. A meno che, con un’apposita legge elettorale, non si vogliano, dopo, regalare alla maggioranza (qualunque essa sia) i due terzi dei seggi, idonei a porre la magistratura sotto il controllo politico, senza referendum. D’altra parte il vicepresidente del Consiglio Tajani ha dichiarato che dopo il referendum, in caso di vittoria del Sì, bisognerà togliere la polizia giudiziaria dalla dipendenza della magistratura. Questo significa che la magistratura si occuperà prevalentemente delle notizie di reato che verranno dalla polizia, che dipende dal ministro dell’Interno, e cioè dal governo, di qualunque colore. Sarebbe un controllo politico indiretto. “Lassismo della sezione disciplinare”. L’accusa viene dal ministro della Giustizia. In questa consiliatura la sezione disciplinare ha emesso complessivamente 373 provvedimenti. Il ministro della Giustizia ne ha impugnati solo 9; evidentemente ne ha giudicati corretti 364, più del 90%. Delle due l’una, o il ministro e tutti i suoi uffici sono stati distratti, molto distratti, oppure l’accusa è priva di fondamento. “Anche il Pd ha proposto l’Alta Corte e la separazione delle carriere”. È vero, ma si trattava di progetti nettamente diversi. L’Alta Corte che io ho proposto riguardava tutte le magistrature, non solo la magistratura ordinaria, ma anche quella amministrativa, contabile, fiscale etc. Era inoltre un organo di appello, non di primo grado come nella legge sottoposta a referendum, nei confronti di tutte le decisioni, tanto disciplinari quanto amministrative (promozioni, trasferimenti, autorizzazioni varie) degli organi di governo interno delle singole magistrature. Il Pd non è contrario alla separazione delle carriere e infatti ha votato la separazione proposta dalla ministra Cartabia; è contrario a questa separazione perché offre ai pm un potere spropositato. “Il processo accusatorio e la mafia”. Il 23 settembre 1988, giorno in cui il Consiglio dei ministri approvava il testo del nuovo codice di procedura penale, la polizia registrò una conversazione sul nuovo codice tra il mafioso Joe Gambino negli Stati Uniti e un interlocutore anonimo in Italia: Anonimo: “È migliore di quello americano”; Gambino: “…Mah”; Anonimo: “Si siede l’avvocato… qua vuole le prove… dice ci sono… le prove non ci sono… gli interrogatori”; Gambino: “Uhm…”; Anonimo: “Il confino l’hanno tolto… le prove devono essere schiaccianti… le intercettazioni, i verbali”; Gambino: “Allora si torna a casa”; Anonimo: “Il confino… il giudice poi è responsabile… i giudici, minchia, se ne fottono. Vassalli ha messo sotto accusa anche i giudici”; Gambino: “Uhm”; Anonimo: “Dice ai giudici: cornuti, camminate dritti”; Gambino: “Cornuti che ci sono”; Anonimo: “… proprio sono stati, minchia”; Gambino: “Sì, ma con queste leggi non hanno niente da fare”; Anonimo: “A raccogliere fagioli andranno?”. Le norme del codice che paralizzavano le inchieste contro la mafia furono abolite, su suggerimento unanime della Commissione Antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte, con la legge 7 agosto 1992 n. 356, diciannove giorni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino. Gherardo Colombo: “La riforma Nordio non risolve nessuno dei problemi del sistema giudiziario” di Giacomo Giossi glistatigenerali.com, 9 marzo 2026 In vista del referendum sulla Riforma Nordio, incontriamo Gherardo Colombo, un protagonista di alcune tra le più importanti inchieste giudiziarie italiane, da quella che scoperchiò le trame della Loggia P2 fino alla stagione di Mani pulite. Colombo si è dimesso dalla magistratura quasi vent’anni fa scegliendo di andare nelle scuole per raccontare oltre alla sua esperienza di magistrato anche il senso e l’importanza della Costituzione italiana. Un dialogo che ora prosegue anche con il suo ultimo libro La giustizia italiana in 10 risposte (Garzanti), un saggio che offre tutti gli elementi necessari per poter partecipare al Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo esprimendo un voto consapevole. Abbiamo incontrato Gherardo Colombo. La riforma proposta dal ministro di Grazia e Giustizia Carlo Nordio ha attirato gli strali dei magistrati e di parte della società civile. Secondo lei la legge riuscirà almeno in parte ad ottenere dei miglioramenti nella macchina della giustizia italiana? Oppure come già spiega nel suo libro sottende esclusivamente una motivazione politica che comprende un disegno di riforme costituzionali a carattere presidenziale proposte dal Governo Meloni? Molto brevemente, la riforma proposta non tocca nessuno dei temi che oggi determinano il malfunzionamento della giustizia in Italia, ma anzi proprio per come è costruita tenderà ancora di più a indebolire l’azione e l’efficacia della magistratura. Da più di trent’anni, all’incirca con l’avvento di Silvio Berlusconi alla presidenza del consiglio dei ministri nel 1994, la politica propone - da entrambi gli schieramenti - con estrema frequenza modifiche alla Costituzione. Secondo lei esistono necessità reali di modifica o siamo di fronte semplicemente a un tentativo di manomissione più che di miglioramento della Costituzione? Direi che tali necessità di ringiovanimento della nostra carta costituzionale non ci sono. La Costituzione non è vecchia, è molto più giovane di quel che ci si vorrebbe metter dentro oggi. Ha qualche piccola sbavatura, ma riguarda altro dalla giustizia. Le modifiche alla Costituzione proposte ora, la cosiddetta riforma Nordio, hanno l’obiettivo di ricondurre per legge il controllo della magistratura sotto al potere esecutivo e quindi del Governo. E questo secondo me è un punto da sottolineare: ottenere una magistratura sotto il controllo del Governo e non più indipendente, con tutte le ovvie conseguenze sulla possibilità di tutelare i diritti dei cittadini. Un disegno che sembra avere origine fin dai tempi della P2 che proponeva una sostanziale idea di manomissione del sistema democratico italiano. Lei vi trova delle affinità? Questo tema richiederebbe una risposta molto lunga e articolata, che necessiterebbe di individuare l’esistenza di più punti di connessione tra il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e alcune misure eventualmente già introdotte e altre che sembra si vogliano introdurre nel prossimo futuro. Solo un’analisi del genere permetterebbe di verificare se la riforma della giustizia faccia parte di un unico disegno. Tuttavia i vari punti sembrano comunque quanto meno indicare una visione un po’ comune tra il progetto di Licio Gelli e le idee del governo? A proposito di questa riforma, il punto a) a1) V delle proposte a Medio e Lungo termine del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli prevede testualmente: “riforma dell’ordinamento giudiziario… separare le carriere requirente e giudicante…”. Si parla di separazione delle carriere, veda lei… Tuttavia non possiamo non vedere come il malfunzionamento della giustizia a partire dai suoi tempi resti un tema fortissimo, può forse questa riforma favorirne la risoluzione? No. La riforma Nordio non renderà i processi più veloci e la magistratura più efficiente. Quindi questi problemi non risolti divengono così potenziali elementi di propaganda per una riforma che ha ben altri obiettivi? Le inefficienze, che purtroppo ci sono, possono essere usate come strumenti di persuasione. Ma se guardiamo la sostanza delle cose una parte considerevole dei problemi della giustizia dipende dal Ministro della Giustizia, al quale, in base all’articolo 110 della Costituzione, “spettano…l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Se non si riempiono le elevate carenze degli organici dei cancellieri e dei segretari, se non si stabilizzano le persone che lavorano nell’ufficio del processo, se non si forniscono gli strumenti fisici e informatici necessari perché la giustizia funzioni, è ovvio che i processi durano troppo e la giustizia è inefficiente. Consideri che questa è una riforma che riguarda praticamente soltanto il procedimento penale. La telematica nel penale, cui si deve ricorrere necessariamente, funziona a volte e a volte si blocca, non consentendo i collegamenti nel corso delle udienze, il deposito degli atti, per dire. Per Costituzione è il Ministro che deve intervenire in proposito. Rispetto a quando lei è entrato in magistratura nel 1974, come vede oggi la posizione dei giovani magistrati? Vivono condizioni secondo lei migliori o peggiori rispetto a quando lei ha iniziato? Sono sicuramente condizioni diverse. Adesso i magistrati sono letteralmente soffocati dall’esigenza di rispettare tempistiche quasi impossibili. Oggi i magistrati sono chiamati a svolgere un’incredibile mole di lavoro. Ogni anno giungono alle Procure della Repubblica circa due milioni e mezzo notizie di reato che devono essere gestite più o meno da circa duemiladuecento Pubblici Ministeri, dei quali alcuni stanno presso la Corte d’Appello o presso la Cassazione e quindi non svolgono indagini. Facendo un conto approssimativo, considerando che i Pubblici Ministeri che fanno indagini sono meno di duemila, possiamo indicare che ad ogni PM arrivano oltre 1250 fascicoli all’anno. Come è possibile gestire un carico del genere? E come crede che bisognerebbe intervenire? Bisognerebbe fare altro rispetto a quel che si propone con la legge di revisione della Costituzione. Gli interventi dovrebbero riguardare tutta la giustizia per quel che riguarda gli strumenti; occorrerebbero anche misure specifiche per il penale. Per esempio, occorrerebbe depenalizzare molti reati. Nella situazione attuale è quasi impossibile che la giustizia possa funzionare in modo soddisfacente. Ci sono troppi reati e non sufficienti strutture e personale, che non aumenteranno certo con la riforma. Che consigli si sentirebbe di dare a un giovane magistrato un inizio carriera? Quando si entra in magistratura si sceglie se fare il Pubblico Ministero o il Giudice; poi si potrà cambiare una volta soltanto nella vita, ed entro i primi dieci anni. Io consiglierei anche a coloro che vogliono fare il Pubblico Ministero di cominciare facendo il Giudice. Cominciando a fare il Giudice e soprattutto facendolo all’interno di un Collegio le decisioni si prendono insieme ad altre due persone. In questo modo oltre che ad imparare dalla prassi, ci si dota della mentalità del giudice che è essenziale, in primo luogo per i cittadini, anche quando si decidesse di passare alle funzioni di Pubblico Ministero. Se il PM ragiona come il giudice non lavora per far condannare comunque, lavora perché la sentenza sia giusta, cerca, come prescrive la legge, prove anche in suo favore, e chiede l’assoluzione dell’imputato quando non è dimostrata la sua responsabilità. Ci sono elementi che lei salva nell’azione della politica degli ultimi anni nei confronti della magistratura? Certo. Una parte, anche consistente, della riforma Cartabia, per esempio, mi sembra davvero apprezzabile. Mi riferisco, per esempio, all’introduzione della giustizia riparativa nel sistema penale. Altre riforme, intervenute negli anni successivi, mi sembrano non in linea con il sistema complessivo della Costituzione. Non si risolvono problemi gravi, quali il sovraffollamento delle carceri, che dovrebbero invece garantire che le pene non consistano in trattamenti contrari al senso di umanità, come impone la Costituzione. Assistiamo quotidianamente a suicidi nelle carceri italiane, come sarebbe possibile riportare al centro del dibattito pubblico un tema così estremamente urgente, ma da sempre lasciato in secondo piano? Secondo me bisognerebbe ripartire dal rispetto della persona e farlo educando nelle scuole alla Costituzione. È importante accompagnare gli studenti a conoscere in profondità la carta costituzionale, discutendola e facendone comprendere il senso e la sua utilità che riguarda tutti noi. È necessario che si sappia che la Costituzione è un sistema complessivo e non un semplice insieme di articoli separati l’uno dall’altro. La Costituzione parte dal riconoscimento della pari dignità universale di ciascuno di noi. Tutti gli articoli - salvo piccole sbavature - sono diretti a realizzare la pari dignità di tutti, e quindi a escludere qualsiasi forma di discriminazione. Questa è la prima cosa da fare, perché si sa che le carceri sono affollate, ma se non esiste una cultura diffusa del riconoscimento della dignità umana non si fa nulla per migliorare la situazione. E per me bisogna partire dalle scuole, nelle quali incontro tanti studenti da quasi venti anni. Non sarebbe anche necessario un po’ più di coraggio da parte della politica? Il legislatore negli anni Settanta coraggio ne ha avuto, introducendo il nuovo ordinamento penitenziario. Pensi solo che prima in Italia c’era ancora quello dello stato fascista. Si sono fatti progressi notevoli, almeno sulla carta perché spesso le cose sono rimaste purtroppo molto simili a prima. Invece nel 2018 il governo in carica allora non ha avuto il coraggio sufficiente per esercitare la delega a introdurre modifiche sostanziali al testo in vigore. L’ordinamento penitenziario rivisto era pronto, non è diventato legge. Credo temesse di perdere le elezioni, che si sarebbero svolte di lì a poco. Le ha perse lo stesso. Oggi si sente ottimista o pessimista rispetto al futuro? Le rispondo il 23 marzo. Cosa porta dentro di sé della sua esperienza in magistratura? Mi porto la certezza che le leggi non coerenti con la cultura generale nella stragrande maggioranza dei casi non vengono applicate. Perfino alla Costituzione succede così: dice per esempio che le retribuzioni dei lavoratori devono essere dignitose, non è sempre così. Piemonte. Beni confiscati alle mafie, Regione fanalino di coda per riutilizzo delle strutture di Giuseppe Legato La Stampa, 9 marzo 2026 Libera in piazza rilancia: “Serve sbloccare il 2% del Fondo unico della giustizia e destinarlo a questa missione”. Settimi in Italia per confische di beni illecitamente detenuti dalle mafie, penultimi (in buona compagnia dell’Emilia-Romagna) per il loro riutilizzo. È un Piemonte a due facce quello fotografato da Libera in un dossier al centro del dibattito proprio in questi giorni nei quali l’associazione fondata da don Luigi Ciotti è in 109 piazze italiane per difendere la legge sul riutilizzo pubblico e sociale dei tesori dei boss rientrati nelle mani dello Stato e per chiedere - al contempo - ai cittadini una firma affinché il 2% del Fondo Unico Giustizia venga destinato a questa missione. Raccolte 100 mila firme. I beni confiscati - Da un lato l’alto numero di pronunce definitive da parte dei tribunali in misure di prevenzione patrimoniale racconta l’alto ritmo di attività di contrasto che ha scandito il lavoro di magistrati e polizia giudiziaria a partire dalla stagione di Minotauro e quantomeno negli ultimi 10 anni. Dall’altro la parziale - ma accentuata - incapacità di restituire quei frutti di vera antimafia a una nuova vita. Leggere per credere: in Piemonte sono 385 i beni immobili (particelle catastali) confiscati e destinati mentre 838 gli immobili (particelle catastali) ancora in gestione ed in attesa di essere destinati. Sul lato delle aziende, sono 16 le aziende confiscate e destinate mentre sono 120 quelle ancora in gestione. Eppure in regione sono 54 le diverse realtà impegnate nella gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata in 29 comuni. Una rete di esperienze in grado di fornire servizi e generare welfare, di creare nuovi modelli di economia e di sviluppo, di prendersi cura di chi fa più fatica. Il report di Libera - Dal report di Libera (che non gestisce beni, per la cronaca) emerge che il 55% delle realtà sociali è costituito da associazioni di diversa tipologia (30), mentre sono 13 le cooperative sociali. Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, ci sono 2 realtà del mondo religioso (diocesi, parrocchie e Caritas). Sei - infine - sono enti pubblici. Ancora numeri: le attività sono svolte in 20 tra appartamenti, abitazioni indipendenti, immobili; 15 le esperienze di gestione terreni agricoli, edificabili e di altra tipologia (anche con pertinenze immobiliari); 10 esperienze di ville e fabbricati, 5 locali commerciali, 7 box o garage. Sono 39 i soggetti gestori le cui attività sono direttamente legate a servizi di welfare e politiche sociali per la comunità; 9 si occupano di promozione del sapere, del turismo sostenibile; 5 soggetti gestore in attività agricole. Servono fondi - Il tema sono i fondi, ma non solo. Andrea Turturro, tra i referenti regionali di Libera in Piemonte, mette subito le cose in chiaro: “I beni, che siano affidati ai comuni o in gestione a enti del terzo settore - argomenta - richiedono investimenti. Per essere rifunzionalizzati servono energie economiche che vadano oltre i fondi propri di chi si mette in gioco. Al momento c’è solo il bando regionale che pure ha raddoppiato i fondi, va dato atto, negli ultimi anni”. Evidentemente non basta. Un’ipotesi che inverta il trend? “In Lombardia esiste un doppio canale che prevede la dazione diretta di fondi sia ai comuni che alle associazioni, in Piemonte il passaggio di aiuti va direttamente e soltanto ai primi”. Il 2% del Fondo Unico della giustizia dove confluiscono tutti i sequestri (denaro, bitcoin etc) alle mafie aiuterebbe eccome. “Sarebbe un primo passo - sostiene Turturro - unito alla buona idea che ha consentito di assegnare un cofinanziamento maggiore ai comuni sotto i 5 mila abitanti”. Il dato rileva perché “il 58% dei comuni con beni confiscati sul territorio è al di sotto di quella popolazione”. Sulmona (Aq). Nel carcere nasce il modulo per i bisogni, sulla strada della deumanizzazione di Fabio Gardelli* e Francesco Lo Piccolo** vocididentro.it, 9 marzo 2026 Dal 2 marzo 2026, nel carcere di Sulmona (Alta Sicurezza) ogni detenuto è tenuto a comunicare preventivamente, il giorno prima, i propri bisogni per il giorno successivo: quando farsi la doccia, quando stare con gli altri, quando telefonare ai propri cari, quando recarsi a prendere del cibo dal congelatore. L’Ordine di Servizio n. 104 del 19 febbraio 2026, disciplina tutto questo con la precisione meccanica di un orologio svizzero. Peccato che i corpi umani, specie quelli di uomini di sessanta e settant’anni condannati a non uscire più, non funzionino come orologi svizzeri. C’è qualcosa di profondamente surreale, e al tempo stesso di dolorosamente concreto, nel testo dell’avviso affisso nelle sezioni del carcere aquilano di Sulmona. Un documento sobrio, burocratico, scritto con quella lingua istituzionale che non urla mai, non insulta mai, non minaccia mai: “politicamente corretta” si direbbe, in una stagione in cui del politicamente corretto a discapito delle persone ci siamo stancati tutti. Eppure, in ogni sua riga, sancisce qualcosa che la psicologia clinica definirebbe, senza mezzi termini, come una forma di violenza simbolica, prima ancora che fisica. L’ordine di servizio introduce un sistema di prenotazione anticipata in particolare per docce, socialità e telefonate. Ogni detenuto lavorante, perché per gli altri non è nemmeno specificato, compilerà un apposito elenco da consegnare all’agente di vigilanza: nella lista, la fascia oraria in cui il giorno dopo vorrà lavarsi, uscire dalla cella per stare con altri esseri umani, sentire la voce dei propri figli. Una sola doccia al giorno, ci tiene a precisare il documento. Una sola. Viene da chiedersi: chi ha immaginato questa procedura ha mai avuto mal di schiena? Ha mai avuto la febbre? Ha mai sentito di colpo un bisogno urgente di parlare con qualcuno, non domani, adesso? Evidentemente no. O forse sì, e ha ritenuto che quella capacità di rispondere ai propri stati interni in tempo reale fosse un lusso da liberi, non un diritto umano fondamentale come sancito. Ritorna ancora una volta un odore di corpi e cenere: una memoria sensoriale, olfattiva che tutti noi dovremmo avere dopo aver visitato luoghi come Auschwitz- Birkenau: memorie degli orrori della seconda guerra mondiale. In quegli anni gli stati membri delle neonate Nazioni Unite mostrarono un’attenzione alle future generazioni un monito che servisse a non dimenticare e prevenire futuri errori… forse in nostri padri avevano, in modo lungimirante, presagito un futuro decadimento cognitivo, con conseguente amnesia. Prenotare il futuro: ovvero come si smonta un sé - In psicologia, la capacità di percepire i propri stati interni e rispondervi in modo congruente si chiama interocezione. È una delle fondamenta dell’identità: sapere di avere fame, tristezza, stanchezza, e poter agire di conseguenza. È, in sostanza, ciò che ci permette di sentirci non oggetti, non ingranaggi, non numeri in un registro. Ma persone. E che riguarda quella funzione biologica fondamentale che porta ad avere una coscienza, una decisionalità e una propensione all’adattamento dei nostri comportamenti. Quindi una capacità biologica molto importante, soprattutto all’interno di un sistema carcerario che si deve occupare in PRIMIS di cambiamento, di rieducazione. L’Ordine di Servizio n. 104 introduce, di fatto, una sospensione obbligatoria dell’interocezione. Il detenuto non deve rispondere ai propri bisogni quando si presentano: deve anticiparli, tradurli in una richiesta formale, consegnarla a un agente, aspettare che l’agente la inserisca in un elenco, sperare che domani quel bisogno sia ancora lì, o che non sia nel frattempo subentrato un altro bisogno non prenotato, e quindi non autorizzato. Cosa succede a un uomo quando gli viene chiesto, ogni giorno, di prevedere se stesso? Impara a non ascoltarsi più. Nel lavoro clinico dello psicoterapeuta, una condizione di “assenza di interocezione”, quindi di non “connessione” con i propri bisogni, si ravvisa in due disturbi in particolare: nei disturbi alimentari e nei fenomeni di ansia in tutto il suo spettro. Queste patologie hanno in comune il fatto di anticipare eventi futuri a causa di una percezione irrazionale, allucinatoria e catastrofista della realtà. I soggetti si sentono costretti, spesso loro malgrado, nel dover compiere rituali sentendosi prigionieri della loro mente. Tali rituali prendono il nome di compulsioni. Ogni clinico sa molto bene che tali comportamenti anticipatori sono autorinforzanti e tendono a peggiorare il quadro clinico. Il processo è sottile, progressivo, devastante. Un detenuto che trascorre anni, o decenni, come nel caso degli ergastolani ostativi di Sulmona, in un sistema che richiede di prenotare ogni bisogno, finisce per interiorizzare un messaggio preciso: i tuoi stati interni non contano, o meglio, contano solo nella misura in cui vengono mediati, certificati e approvati da un’autorità esterna. In molte storie provenienti da pazienti in psicoterapia emerge spesso che la persona identifichi l’ansia o il disturbo ossessivo, come esterni a sé: come un antagonista che li controlla. Il risultato clinico di questa esperienza prolungata è ciò che la letteratura psicologica descrive come “learned helplessness”, impotenza appresa: la convinzione profonda e strutturale di non avere nessun potere sulla propria esistenza: inadeguatezza. Ma c’è di più. L’uomo che non può rispondere ai propri bisogni quando emergono, che deve inscatolarli in moduli e fasce orarie, perde progressivamente la capacità di riconoscerli. La disconnessione dall’interno produce quello che i clinici chiamano alessitimia, la difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni. Non è un destino, è una conseguenza. Costruita pezzo per pezzo da sistemi esattamente come questo. L’appello e la chiamata: quando la Maiella guardava - Sulmona è circondata dalla Maiella, il massiccio appenninico che gli abruzzesi chiamano la Montagna Madre. Per secoli queste terre hanno accolto eremiti, monaci, uomini in cerca di silenzio e purificazione. La prigione di Sulmona, costruita nel 1994, reinventata come polo di Alta Sicurezza, sorge in quella stessa valle. Il paradosso geografico è amaro: alle spalle, una delle nature più selvagge e libere d’Italia; davanti, cancelli che separano un uomo non solo dalla strada, ma da se stesso. L’Abruzzo ha una tradizione robusta di carceri ad alta sicurezza. L’Aquila, Lanciano, Sulmona: una rete di istituti che ospita spesso detenuti di lungo corso, condannati per reati gravi, in molti casi con la certezza scritta nella sentenza di non rivedere mai più una strada ordinaria. Sono loro, in particolare, i destinatari di questo ordine di servizio. Uomini che hanno già perso tutto il perdibile. Ai quali lo Stato chiede ora anche di prenotare la doccia. L’algoritmo del campo: quando il controllo è il messaggio - Chi ha studiato i meccanismi psicologici dei campi di concentramento, da Viktor Frankl a Bruno Bettelheim, da Hannah Arendt ai lavori più recenti di Judith Herman sul trauma, sa che uno degli strumenti di destrutturazione identitaria più efficaci non è la violenza fisica, ma la sottrazione della prevedibilità e del controllo. Togliere a un essere umano la possibilità di agire secondo i propri ritmi, di rispondere ai propri bisogni, di gestire le proprie relazioni in modo autonomo, equivale a un lento smontaggio della persona dall’interno. La funzione dei numeri al posto dei nomi nei lager, delle sveglie alle cinque, del cibo distribuito in tempi e modi non correlati alla fame reale dei prigionieri, non era soltanto logistica: era simbolica. Comunicava, con la chiarezza del gesto quotidiano ripetuto mille volte, un messaggio inequivocabile: tu non esisti come soggetto. Esisti come oggetto di un sistema che decide per te. Questo genere di sistema elimina gradualmente la capacità di scelta del soggetto, la capacità di mettersi in gioco: LA CAPACITA’ DI CAMBIARE. Non occorre alzare la voce per deumanizzare qualcuno. Basta chiedere, ogni giorno, di compilare un modulo per i propri bisogni. È ovviamente eccessivo, e storicamente impreciso, equiparare un carcere a un campo di sterminio. Ma è scientificamente corretto, e moralmente necessario, riconoscere che certi meccanismi di controllo operano secondo la stessa logica di deumanizzazione, in forma attenuata ma non per questo meno reale nei propri effetti psicologici. Erving Goffman li aveva già descritti con lucidità negli anni Sessanta, parlando di istituzioni totali e di mortificazione del sé. Foucault ne aveva rintracciato la genealogia nella storia della disciplina moderna. Quello che colpisce, leggendo l’Ordine di Servizio n. 104, è quanto poco sia cambiato. L’articolo 27 della Costituzione italiana è lapidario: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non alla sua neutralizzazione. Non al suo progressivo svuotamento psicologico. Alla sua rieducazione. La domanda è semplice: come si rieduca un uomo insegnandogli che i suoi bisogni sono soggetti a prenotazione? Come si prepara al reinserimento in una società libera, ammesso che questo reinserimento sia previsto, il che per gli ergastolani ostativi non lo è, qualcuno che ha imparato, a forza di ordini di servizio, che nulla di ciò che sente merita ascolto immediato? La risposta è: non si rieduca. Si produce alienazione. Si crea dipendenza dall’autorità. Si costruisce, con pazienza burocratica, un individuo incapace di autogestirsi, di sentirsi, di stare con se stesso senza un regolamento che gli dica quando può farlo. Per i detenuti di Sulmona che hanno già trascorso vent’anni, trent’anni, anche quarant’anni, all’interno dello stesso sistema, questo ordine di servizio non è una novità assoluta: è l’ultimo capitolo di una storia già scritta. Ma la sua formalizzazione in un documento ufficiale, con orari al quarto d’ora, tabelle e firme, trasforma quello che era prassi in norma. E la norma, si sa, è più difficile da contestare della prassi. La linea cade automaticamente alle 18:15 - C’è una frase, nell’ordine di servizio, che merita di essere letta lentamente. Riguarda le telefonate: “la linea cadrà automaticamente e non sarà possibile né iniziare né proseguire comunicazioni telefoniche oltre tale limite orario”. Automaticamente. La macchina decide. Non l’uomo, non la guardia, non il direttore: l’automatismo. Immaginate: “Uomo di sessantacinque anni, in carcere da ventotto. La figlia ha avuto un figlio che lui non ha mai visto. Riesce a parlarle ogni tanto, quando l’elenco delle prenotazioni coincide con i turni dell’agente, con la disponibilità della linea, con la sua fascia oraria autorizzata. Un pomeriggio di domenica, lei gli sta raccontando qualcosa di importante. Alle 14:44, la voce si interrompe. Automaticamente”. L’automatismo è, in questo senso, la forma più pura di indifferenza istituzionale. Non c’è malevolenza: c’è assenza. Assenza di un soggetto a cui attribuire responsabilità, assenza di uno spazio in cui la sofferenza possa essere riconosciuta. Solo un sistema che gira, puntuale, alle 14:45 come alle 18:15, senza che nessuno debba guardare in faccia nessuno. La crudeltà più raffinata non ha volto. Ha un timer. È questa anche oggi una paura attuale, quella tecnocratica nella quale saranno altre “specie” da noi create a determinare quali siano i nostri bisogni PIU GIUSTI, non quelli umani densi di… errori, incoerenze e paradossi i quali sono ciò che ci rende appunto UMANI. Che cosa chiediamo - Non siamo ingenui. Sappiamo che un carcere di Alta Sicurezza. con detenuti per reati gravi, in molti casi legati alla criminalità organizzata, pone problemi reali di ordine e sicurezza. Non siamo qui a sostenere che le regole non servano, o che l’organizzazione collettiva di spazi condivisi sia irrilevante. Ma c’è una differenza, enorme, clinica, giuridica, morale tra organizzare la convivenza e prenotare l’esistenza. Tra garantire la sicurezza e abolire l’autonomia. Tra disciplinare gli spazi collettivi e trasformare un essere umano in un modulo da compilare la sera prima. L’Ordine di Servizio n. 104 attraversa, a nostro avviso, quella linea. Lo fa con la quiete dei documenti ufficiali, con la firma ordinata di un direttore, con la tabella pulita degli orari al quarto d’ora. Lo fa senza urlare. Ma lo fa. Come associazione Voci di dentro, chiediamo che questo provvedimento venga riconsiderato alla luce della normativa vigente sull’ordinamento penitenziario, della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e - soprattutto - di quella Costituzione che, al suo articolo 27, ricorda a tutti noi che anche un condannato all’ergastolo rimane un essere umano. Uno che non dovrebbe dover prenotare la propria voce. *Psicoterapeuta *Presidente di Voci di dentro Modena. Sei anni fa la rivolta nel carcere Sant’Anna, il ricordo delle vittime di Giulia Bondi rainews.it, 9 marzo 2026 Tante iniziative del comitato “Verità e giustizia per i morti di Sant’Anna” e il collettivo femminista “Non una di meno”. Per la prima volta insieme, il comitato “Verità e giustizia per i morti di Sant’Anna” e le attiviste trans-femministe di “Non una di meno” hanno ricordato il sesto anniversario della rivolta del carcere di Modena, nella quale morirono 9 detenuti. In cinquanta circa hanno partecipato, con musica e interventi. Come ogni anno, 9 rose rosse sulla recinzione del penitenziario a ricordare ognuna delle vittime: cinque morte all’interno carcere di Modena, gli altri durante i trasferimenti o all’arrivo in quelli di Verona, Alessandria, Parma e Ascoli. Tutti uccisi solo dal metadone rubato dall’infermeria, secondo la giustizia italiana che ha archiviato tutte le indagini senza individuare nessun responsabile. La sommossa che tra l’8 e il 10 marzo 2020 devastò il penitenziario modenese fu la prima e più violenta di tante divampate in diverse carceri, tra cui Bologna, all’inizio del confinamento covid, come protesta per lo stop ai colloqui coi familiari e l’impossibilità del distanziamento. Sei anni dopo, resta aperto davanti alla corte europea dei diritti dell’uomo il ricorso della famiglia di una vittima, Hafedh Chouchane. Il prossimo 30 marzo si discuterà in tribunale a Modena della richiesta di archiviazione di un’altra inchiesta: quella sulle presunte torture che diversi detenuti hanno denunciato di avere subito da parte di agenti penitenziari. La squadra mobile, coordinata dalla Procura, ha indagato anche 70 detenuti che sarebbero stati i promotori della rivolta, ma a sei anni di distanza quelle indagini sembrano non essersi mai concluse, né con richieste di rinvio a giudizio, né di archiviazione. Firenze. Carcere di Sollicciano, incubo continuo e “certificato” di Stefania Valbonesi thedotcultura.it, 9 marzo 2026 Da una richiesta di accesso agli atti di Spc ecco le relazioni Ausl. Carcere di Sollicciano, nessun cambiamento. A dispetto del detto “nessuna nuova, buona nuova”, l’istituto penitenziario fiorentino di Sollicciano mostra, nella sua continua assenza di notizie “nuove”, una funerea continuità. Tante parole e raccomandazioni, dichiarazioni e anche polemiche, ma la sostanza dei fatti, alla fine, non cambia. Mai. A registrare tale situazione, sono gli interventi affidati a una nota stampa, del capogruppo in consiglio comunale di Firenze di Spc Dmitrij Palagi insieme all’esponente di Progetto Firenze Massimo Lensi. “Il gruppo consiliare di Sinistra Progetto Comune ha richiesto al Garante delle persone private della libertà del Comune di Firenze tutta la documentazione ricevuta da Palazzo Vecchio dalle diverse articolazioni dello Stato, in relazione alle strutture detentive del territorio. Lo ringraziamo per aver dato puntuale riscontro e pensiamo sia necessario condividere i contenuti di quanto scritto dall’AUSL Toscana Centro in relazione a Sollicciano, come da scheda allegata a questa nota”. Insomma, il quadro che emerge non è nuovo. “Le basse temperature hanno diminuito il problema delle cimici che però non è scomparso ed è destinato a esplodere nuovamente. Come attestato da Damiano Aliprandi sul Dubbio di questi giorni, la disinfestazione conclusa a febbraio 2026 rischia di essere vanificata dalla profondità delle crepe presenti”. “Infiltrazioni, muffe, problemi idraulici: il quadro che emerge espone chiarimente a rischio di malattie respiratorie, definendo condizioni igienico-sanitarie che dovrebbero permettere alla Sindaca di intervenire e dichiarare inagibili almeno alcune sezioni, o parti, della Casa Circondariale. Non serve fantasticare di edilizia carceraria, come se uno schiocco di dita potesse cambiare radicalmente il contesto. Occorre capire quante persone possono accedere a misure alternative e iniziare a diminuire la popolazione detenuta, vista anche la forte pressione che sta vivendo”. “A essere urgente è un’azione diretta sulle cucine, in particolare presso la sezione maschile. Dalle relazioni dell’AUSL la presenza di infestanti si può desumere con una certa facilità. Si aggiunge il fatto che la “nuova” cucina inutilizzata costituisce, oltre che un potenziale spreco, uno spazio di rischio”. Conclude la nota: “Il rapporto tra carcere e città deve permettere a chi ogni giorno vive Sollicciano di trovare aiuto nel resto della società. Permettere condizioni simili è una ferita aperta di tutto il sistema politico e istituzionale”. Di seguito, le schede con le relazioni dell’Ausl Toscana Centro Scheda informativa con estratti ricavati a seguito di una richiesta di accesso agli atti. Dal verbale del 3 dicembre 2025, dopo intervento di vigilanza nella sezione maschile delle Casa Circondariale di Sollicciano. - “Il sopralluogo ha confermato la presenza di importanti carenze igienico-sanitarie e manutentive, dovute in gran parte alle già note problematiche strutturali dell’edificio”. - “Sono state rilevate evidenti tracce di umidità da infiltrazioni in molte zone a comune e all’interno delle sezioni con formazione di raccolte di acqua a terra, tracce di umidità e distacchi di intonaco e tinteggiatura su pareti e soffitti”. - Si confermano problemi di celle inagibili, danneggiamenti, infiltrazioni, sfogliature dell’intonaco e docce non funzionanti nel reparto penale. - Nonostante le temperature più fredde abbiano reso meno frequenti le morsicature da cimice dei letti, rimangono tracce di questi insetti schiacciati anche presso il giudiziario. - Tracce di infiltrazioni umide si trovano anche nel reparto degenza. - Il trasporto del vitto presso il Reparto Giudiziario avviene a mano, dato l’ascensore non funzionante. - Sezioni e celle inagibili presso il Giudiziario, con diffusa presenza di umidità da infiltrazioni e imbiancature sfogliate, a cui si aggiungono alcuni casi di deviazione dello scarico del lavandino nel wc. - Abbondanti tracce di umidità anche presso i locali destinati a scuola e laboratori. - In cucina due delle tre cappe aspiranti non erano funzionanti e tutte erano sprovviste di filtri. Mancano coperchi adeguati per i contenitori dei rifiuti e non c’è nessun monitoraggio interno per quanto riguarda gli infestanti, gestito da ditte in appalto. “Risulta opportuno, comunque, prevedere un piano di monitoraggio interno, documentato, oltre a interventi per la gestione degli infestanti periodici e proporzionati alla valutazione del rischio presente per la struttura considerata”. - Problemi anche per il trasporto dei pasti che “avviene tramite carrelli e contenitori in acciaio non a temperatura controllata”. - Per il magazzino della cucina l’AUSL resta in attesa della scadenza dei termini previsti da prescrizioni impartite in precedenza. Dal verbale dell’11 dicembre 2025, dopo intervento di vigilanza nella sezione femminile delle Casa Circondariale di Sollicciano. - “Rispetto alla precedente ispezione, permangono insufficienze igieniche e manutentive dovute alle problematiche strutturali dell’edificio già segnalate in passato, soprattutto in riferimento alle infiltrazioni di umidità”. - “Si evidenzia, in molte zone a comune, nei corridoi e all’interno delle sezioni, la presenza di tracce di infiltrazioni di acqua su soffitto e pareti, con conseguenza in alcuni casi di distacco di intonaco e formazione di muffa e condensa. Altra problematica riscontrata era rappresentata da rotture del vetro cemento nella parte alta delle pareti dei corridoi con rischio di caduta di frammenti”. - Sono state trovate aree interdette in attesa di esecuzione dei lavori di ripristino/manutenzione, tra cui il Nido, la Sezione Penale al secondo piano, la Chiesa, il Cinema, il Laboratorio di Sartoria e il Passeggio della Sezione Giudiziaria al primo piano. Gli ambulatori adiacenti alla cucina non risultavano utilizzati. - Presso gli spazi utilizzati per l’Articolazione Tutela Salute Mentale fino a luglio 2025 c’era il rischio di infestazioni di volatili. - La cucina si trova in condizioni migliori di quella della sezione maschile, ma ci sono comunque criticità. “Persistenti ed evidenti zone di sfaldatura ai soffitti del locale cucine. Una delle zone maggiormente interessata da questa sfaldatura è sotto la zona lavaggio dove veniva fatta la mondatura delle verdure”. Si aggiungono “alcune rotture delle reti antinsetto” e la necessità anche qui di monitoraggio interno per l’eventuale presenza di infestanti, di cui non si rileva la presenza. Dal verbale del 21 luglio 2025, dopo intervento di vigilanza nella sezione maschile delle Casa Circondariale di Sollicciano, con riferimento alla cucina. - “Durante il sopralluogo sono state verificate le condizioni igienico-strutturali dei locali considerati che risultano al limite della sufficienza”. - “Al momento del sopralluogo […] vengono rilevate n. 3 trappole multicattura con all’interno esemplari adulti di blatte […]. Si continua a rilevare la presenza di una seconda cucina per la preparazione dei pasti per i detenuti ad oggi non utilizzata ed in stato di abbandono che, data la prossimità con la cucina principale, potrebbe costituire potenziale luogo di proliferazione di infestanti (in tale zona non è stato rilevato nessun tipo di monitoraggio”. Rovigo. Carcere minorile, primi passi dopo l’inaugurazione di Giacomo Trivellato lapiazzaweb.it, 9 marzo 2026 Per ora attiva una sola ala della struttura: bilanci rinviati alle prossime settimane. A Rovigo è ancora presto per tracciare un primo bilancio sul nuovo Istituto penale minorile. Inaugurato l’8 gennaio, la struttura, è ancora in parte un cantiere aperto e al momento risulta operativa soltanto un’ala dell’edificio, già in grado di accogliere una dozzina di giovani detenuti. Un avvio graduale che rientra in una fase di rodaggio necessaria prima di arrivare al pieno funzionamento dell’istituto. A fare il punto sulla situazione è stato Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe), che ha definito lo stato attuale della struttura come un vero e proprio “work in progress”. Una volta completata e pienamente operativa, la nuova realtà penitenziaria potrà ospitare fino a 31 ragazzi, in ambienti completamente rinnovati e progettati per rispondere alle esigenze specifiche della detenzione minorile. La realizzazione dell’istituto è stata possibile grazie a un investimento significativo, che ha portato alla creazione di spazi moderni e adeguati sia dal punto di vista della sicurezza sia da quello delle attività educative e di reinserimento. Per quanto riguarda il quadro del personale, risulterebbe positivo, con gli agenti di polizia penitenziaria attualmente in servizio sono infatti operatori specializzati, molti dei quali provengono dall’ex istituto minorile di Treviso, potendo contare perciò, su un’esperienza già maturata nel settore della giustizia minorile. A rafforzare l’organico potrebbero inoltre arrivare nuovi agenti attraverso le prossime procedure di mobilità, contribuendo a completare l’assetto del personale. Nonostante l’apertura ufficiale, dunque, il nuovo istituto rodigino resta per ora un progetto in fase di sviluppo. Solo nelle prossime settimane, con l’arrivo di nuovi detenuti e il progressivo completamento della struttura, sarà possibile comprendere pienamente quale sarà il ruolo del carcere minorile di Rovigo all’interno del sistema della giustizia minorile. Enna. Visita di “Nessuno tocchi Caino” alla Casa circondariale santannatoday.it, 9 marzo 2026 Sovraffollamento e disagio sanitario al centro dell’incontro. Il 7 marzo, una delegazione dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” ha visitato la Casa circondariale di Enna per verificare le condizioni detentive e confrontarsi con le istituzioni e i rappresentanti dell’avvocatura locale sulla situazione dell’istituto penitenziario. Alla visita erano presenti Sergio D’Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti per “Nessuno tocchi Caino”. All’incontro hanno partecipato anche l’avvocato Sinhue Curcuraci, presidente della Camera Penale di Enna, Gianpiero Cortese del Movimento Forense, Carmelo Mirisciotti e Daniela Sapone della Camera Penale, ed Eliana Maccarrone, presidente del Movimento Forense di Enna e responsabile regionale dell’Osservatorio carceri. Presenti inoltre il direttore della struttura Ignazio Santoro e il comandante degli agenti di polizia penitenziaria Carlo Di Blasi. Nel corso della visita è emersa una situazione che riflette le criticità che interessano il sistema carcerario italiano nel suo complesso. Il disagio riguarda non solo i detenuti, ma anche il personale dell’istituto, a partire dagli agenti di polizia penitenziaria, che devono operare in condizioni difficili a causa della carenza di organico, ritenuto peraltro sottostimato rispetto alle reali esigenze di servizio. Le difficoltà coinvolgono anche il personale sanitario interno, impegnato in una gestione definita sostanzialmente emergenziale. Circa la metà dei detenuti, infatti, è sottoposta a terapia per motivi psichiatrici. La carenza di posti nelle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) comporta che molti soggetti che avrebbero bisogno principalmente di cure si trovino invece in regime di detenzione. I numeri evidenziano la criticità della situazione: nella struttura sono presenti 216 detenuti a fronte di una capienza massima di 146. Circa il 30 per cento della popolazione carceraria è composta da cittadini stranieri e molti detenuti sarebbero, secondo quanto emerso, più bisognosi di ricovero in Rems che di permanenza in carcere. Nel corso dell’incontro è stato ribadito come il carcere non debba diventare una “discarica sociale”, ma debba mantenere la funzione rieducativa prevista dalla Costituzione. Le condizioni attuali, sia per i detenuti sia per il personale, risultano tuttavia in contrasto con il principio di espiazione della pena in condizioni di umanità. “Nessuno tocchi Caino” porta avanti da anni questa battaglia in nome della civiltà giuridica e del rispetto della persona umana, richiamando l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario e sulla necessità di interventi che garantiscano diritti, dignità e condizioni di lavoro adeguate per tutti coloro che vivono e operano all’interno degli istituti di detenzione. Nuoro. L’Associazione Icaro, speranza per i carcerati di Giuseppe Calvisi saveriani.it, 9 marzo 2026 Per tutti “avere una speranza” è importante, per un detenuto è importantissimo. Solo se il recluso vede la luce riesce a tenere duro, a continuare a vivere e a riprendersi in mano la vita all’uscita dal carcere. Il pericolo maggiore per un detenuto che finisce la pena è non sapere dove andare e cosa fare. Molto spesso rimane in balia di sé stesso e di chi incontra. Non riesce a trovare una mano tesa che gli dia conforto, protezione e un indirizzo da fornire alla Questura per il permesso di soggiorno. L’associazione Icaro di Bitti da 2 anni ha allargato la propria attività all’ospitalità dei detenuti (soprattutto stranieri) che non sanno dove andare. I costi e la paura del “fuori”, della vita all’esterno del carcere pesano come una montagna. Il parroco di Bitti, don Totoni Cossu, ci ha concesso in uso la vecchia Casa Canonica di Gorofai. Quando non è utilizzata da presbiteri di passaggio o predicatori, accoglie questi ospiti per il tempo necessario a guardarsi intorno, acquisire i documenti e avere un minimo di autonomia. Modello 730, dichiarazione ISEE, rapporti con l’INPS e l’Agenzia delle Entrate, la Questura, il permesso di soggiorno, sono concetti che al momento della liberazione dovrebbero essere già acquisiti, invece sono termini sconosciuti. Solo per abituarsi alla gente, alla folla, al traffico, si impiegano 2-3 giorni. Passato lo stordimento della riacquistata libertà, arrivano i problemi: la casa, il cibo. I pochi soldi messi da parte finiscono presto e c’è il rischio di dover accettare lavori pericolosi per sopravvivere. La casa è attrezzata per 4-5 persone; possono cucinare da soli o in gruppo, utilizzare la lavatrice e avere alcune settimane di tempo per guardarsi attorno. La fragilità del detenuto è enorme e il carcere non educa certo ad affrontare questi problemi. Termini come ospitalità, residenza, soggettività sono quasi sempre sconosciuti perché nessuno glieli ha insegnati. L’Associazione Icaro da un anno e mezzo prova a dare speranza, a cercare un lavoro o a rientrare nel proprio paese. Sono passati già 13-14 persone. Venezia. E se si facessero le “Olimpiadi in carcere”? di Luigi Bignotti enordest.it, 9 marzo 2026 Cosa resterà al Nordest e al Belpaese delle Olimpiadi Milano-Cortina? Il tormentone è iniziato già prima dell’inizio dei Giochi e si snoderà per molti mesi fra dibattiti e polemiche. Intanto nel campo del sociale rimane e si sviluppa un progetto che sta avendo ricadute positive sotto molti aspetti. Si chiama “Olimpiadi in carcere” ed è stato ideato dalla giornalista veneziana Giovanna Pastega per l’associazione Seconda Chance che da anni si occupa in tutta Italia di formazione e reinserimento lavorativo dei detenuti. L’iniziativa partita dal Veneto coinvolge il Coni, le Federazioni canottaggio, canoa e kajak, la Fondazione Cortina e ovviamente l’Amministrazione Penitenziaria (Dap) con due testimonial d’eccezione, grandi atleti e scopritori di talenti. L’oro olimpico di K2 ad Atlanta ‘96, Daniele Scarpa, e l’arciera paralimpica Sandra Truccolo (oro ad Atlanta e a Sydney) hanno aderito con entusiasmo al progetto portando negli Istituti penitenziari del Veneto un pezzo di storia a Cinque Cerchi e le loro esperienze. Il commento di Giovanna Pastega - Tutto è partito a fine gennaio dalla Casa circondariale di Belluno (proprio la provincia che sta ospitando i Giochi) e sono già passati anche in quella di Treviso, ma toccheranno molte altre carceri con i racconti delle vicende sportive e personali attraverso due documentari realizzati da Giovanna Pastega. “Lo scopo - spiega la giornalista - è creare una seconda possibilità (Seconda Chance è appunto il nome) per i detenuti meritevoli avvicinandoli alle storie di impegno, fatica, lavoro e determinazione dei nostri due atleti azzurri che hanno affrontato le difficili sfide della vita e dello sport, riuscendo a superare mille difficoltà”. Come fare entrare i valori olimpici nelle carceri - “È un modo per far conoscere i veri valori olimpici e contribuire al reinserimento di persone, uomini e donne, che hanno sbagliato, stanno pagando e vogliono tornare in libertà con la base per un futuro. Il nostro Progetto è una sorta di Sesto Cerchio simbolico che si aggiunge ai Cinque cerchi canonici delle Olimpiadi”. Gli incontri in carcere per costruire il “Sesto Cerchio” - Durante gli incontri nelle carceri oltre ai racconti delle imprese sportive è stato possibile far conoscere ai detenuti le basi della canoa grazie anche ai simulatori di voga (Concept2 Rowerg Indor) utilizzati dai campioni del remo e che saranno donati anche agli agenti penitenziari. Il Progetto prevede poi corsi pratici di voga con lezioni tenute da sportivi locali oltre a laboratori dedicati all’alimentazione e alla prevenzione. L’iniziativa verrà illustrata lunedì 9 marzo a Cortina alle 15.30 nello spazio di Casa Veneto-Casa delle Regole. È poi prevista la realizzazione degli incontri con i detenuti del Due Palazzi di Padova e del carcere di Vicenza, ma interessate sono anche le strutture di Venezia e Rovigo. I due testimonial: Scarpa e Truccolo - Sono entrambi ori olimpici, sono veneziani (in verità Daniele è di Treporti e ci tiene a rimarcarlo) e coetanei: Sandra compirà 62 anni in settembre, lui li ha fatti il 3 gennaio scorso. Si sono conosciuti ad Atlanta ‘96: “Per lei era la prima Olimpiade - ricorda il canoista - per me l’ultima. Rientrato a Venezia andai ad accoglierla con un mazzo di rose in aeroporto, su consiglio di mia madre. Poi l’ho rivista alla Regata Storica e l’ho presa in braccio per farla scendere dal gondolone. Siamo diventati amici e ho conosciuto la sua storia. Quando pochi mesi dopo fui radiato dal Coni per la mia battaglia contro il doping e tutti mi evitavano, la sua vicinanza mi ha tenuto a galla. E nel 2007 ci siamo sposati”. Sandra Truccolo è un’atleta disabile costretta in carrozzina dal 1988 quando appena 24enne rimase coinvolta in un gravissimo incidente stradale. Dopo la lunga convalescenza ha trovato nel tiro con l’arco la sua dimensione sportiva arrivando ad alti livelli meritandosi la convocazione per Atlanta dove vinse un argento e un oro, bissato poi a Sydney nel 2000 e completato dall’altro argento di Atene 2004 (quando era già 40enne). Nel palmares ha anche due titoli mondiali e un europeo. A Cortina andrete mentre sono in corso le Paralimpiadi: lei ha mai provato a cimentarsi nelle discipline degli sport invernali? “Vivendo al Cavallino è un po’ difficile per me, ma mi incuriosiva il curling e l’ho provato, ma poi per allenarmi avrei dovuto andare fino a Padova o salire nel Bellunese e diventava difficile far quadrare i vari impegni. Ma il curling mi appassiona e lo seguo con interesse”. La “seconda chanche” della vita per lei è arrivata anche grazie allo sport: è anche per questo che ha aderito al progetto? “Sì, per offrire un’altra possibilità a queste persone: lo sport è fondamentale nella vita perché riesce a trasmettere valori quali la responsabilità, il rispetto delle regole, il fair play, insegna ad accettare la sconfitta, ti porta ad all’acquisire capacità e avere fiducia in se stessi. Io credo poi che insegni anche a rifiutare la violenza e sia un mezzo di inclusione sociale” Trova riscontro nelle persone che ha incontrato nelle carceri? “Sì certo, in moltissimi casi mi hanno addirittura sorpresa, non mi aspettavo tale sensibilità e partecipazione ai racconti delle nostre esperienze. L’amica Pastega ci ha permesso di sentire l’importanza delle nostre testimonianze calandoci in una realtà nuova e densa di emozioni”. Il racconto di Daniele Scarpa sulle Olimpiadi in carcere... Il marito Daniele Scarpa ascolta, annuisce e le fa eco: “Quando entro in carcere io tolgo l’orologio, sono lì per loro, sento quelle persone partecipi e coinvolte in quello che vedono e che ascoltano. Io sono uno molto diretto e concreto, lo dice la mia storia ma anche la mia infanzia; andavo alle elementari col cavallo e alle superiori ero l’unico che arrivava al Nautico di Sant’Elena in canoa da Treporti, col freddo e con la nebbia. Poi la canoa mi ha fatto crescere, ma anche attraversare periodi difficili da cui son sempre uscito. Vado nelle carceri proprio per aiutare anche loro a superare le difficoltà”. Come è arrivato da ragazzino alla canoa? “Mi ha portato a pagaiare il treportino Savino Cimarosto, già allora 80enne, ultimo rimasto del famoso equipaggio che andò alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, tutti della Bucintoro. A Treporti impari prima a vogare che a nuotare, io mi allenavo di nascosto dai genitori, nel canale Saccagnana, e Savino seguiva con la macchina sul bordo. Quando avevo 12 anni, mi portarono a Roma in treno per una gara: ho vinto con una canoa prestata dalla Marina Militare”. A soli 20 anni la sua prima delle quattro Olimpiadi… “Dai primi Giochi non tornai con medaglie, ma mi qualificai per tre finali. In California mi chiedevano se ero parente di Carlo Scarpa, io non sapevo nemmeno chi fosse, per loro era il genio dell’architettura. Mi allenavo tanto ma non nel modo giusto, essere in forma non basta, nella vita ci vuole un colpo di fortuna e per Seul 1988 è arrivata la telefonata giusta. Anche prima di Barcellona mi sono scontrato con la Federazione e sono stato ingiustamente squalificato per un anno. Stavo per appendere la pagaia al chiodo, quando mi è stato proposto di continuare nel K2 con Antonio Rossi e ad Atlanta abbiamo vinto l’oro sui 500 metri poi l’argento con Beniamino Bonomi nei 1000, abbiamo fatto gare da paura”. E questa esperienza nelle carceri per aiutare i detenuti a rivivere? “Davvero una bella iniziativa che ho accettato con entusiasmo e sono onorato di portare avanti anche con la mia associazione Canoa Republic. E chissà forse anche perché in carcere potevo finirci pure io dopo la mia battaglia contro il doping… “. E qui chiude sorridendo di gusto. Il Progetto di Seconda Chance - L’associazione Seconda Chance, che opera in questo progetto appunto con Canoa Republic e con il Csi (Centro Sportivo Italiano), è una realtà nata nel luglio 2022 e operativa in tutta Italia. Ma particolarmente attiva in Veneto, Piemonte, Lazio, Liguria, Emilia, Toscana, Sardegna e Sicilia. Collega le attività formative degli istituti penitenziari con il mondo del lavoro quindi con aziende, cooperative e imprenditori. La missione principale è affiancare e supportare le imprese disponibili ad assumere i detenuti. Sono ovviamente quelli che le varie direzioni penitenziarie segnalano come idonei alle diverse attività. Si svolgono colloqui di selezione e poi si seguono le varie fasi di inserimento. Seconda Chance, non solo Olimpiadi in Carcere - In soli 3 anni sono state oltre 750 le offerte di lavoro attivate da Seconda Chance in tutta Italia grazie alla fiducia di una ventina di grandi aziende e di grandi enti. L’Istituto Superiore di Sanità, la Fabbrica di san Pietro in Vaticano. Per finire con associazioni di categoria come Ance, Costruttori Edili, Fipe Confcommercio. Poi Biennale e Albergatori di Venezia. Moltissimi infine sono i progetti formativi mirati ai settori economico-produttivi. Importanti protocolli di intesa sono stati siglati proprio in Veneto con enti pubblici e privati. Come appunto la Biennale, ma anche la Fondazione Musei Civici e l’Associazione Esercenti Pubblici. Ma molti altri soggetti saranno coinvolti nell’iniziativa che presto sarà estesa ad altre regioni italiane. Prato. La società civile entra nel carcere della Dogaia con iniziative per i detenuti notiziediprato.it, 9 marzo 2026 Due eventi: l’incontro con studenti e volontari e l’osservazione del cielo attraverso il planetario itinerante. Obiettivo: creare occasioni finalizzate alla rieducazione e al reinserimento. Doppia iniziativa al carcere di Prato: un incontro per affrontare i temi della rieducazione e del reinserimento e una seduta di osservazione del cielo attraverso il planetario itinerante. Due appuntamenti organizzati nell’ambito dei progetti che puntano da un lato a promuovere e favorire la partecipazione di associazioni, enti, organizzazioni alla vita carceraria, dall’altro a avvicinare i detenuti alla realtà esterna con occasioni di confronto e conoscenza. Interessante e partecipata l’iniziativa che ha dato la possibilità di osservare la sfera celeste attraverso ‘starlab’, il planetario itinerante dell’Osservatorio astrofisico di Arcetri. Una vera e propria lezione sulle costellazioni, sui colori delle stelle, sui moti della volta celeste, sui pianeti. Un’occasione per parlare delle tante storie e delle tante letture che, nel tempo, hanno caratterizzato l’osservazione e lo studio del cielo. Apprezzata anche l’iniziativa organizzata insieme al Soroptimist di Prato e all’istituto Livi: la presidente e le socie del club, la presidente e i volontari del Gruppo Barnaba, studenti e insegnanti della scuola hanno incontrato e dialogato con detenuti, operatori penitenziari e dirigenti della Dogaia. Al carcere sono stati regalati libri che hanno arricchito la biblioteca. Un incontro che è stato uno scambio collettivo: grande interesse, da parte degli studenti della scuola, sul funzionamento del sistema carcerario, sul lavoro del direttore, della polizia penitenziaria, degli educatori, del personale sanitario, degli psicologi e dei criminologi, e, sul fronte dei detenuti, l’opportunità di interloquire anche sulle conseguenze dei comportamenti violenti e antigiuridici. Agrigento. Le detenute raccontano le donne di Sicilia, teatro e poesia al carcere Di Lorenzo agrigentonotizie.it, 9 marzo 2026 L’iniziativa dell’istituto Ambrosini-King nella sezione femminile della casa circondariale ha celebrato la forza e il riscatto al femminile. Un viaggio nella storia e nell’anima della Sicilia al femminile. Così la sezione alberghiera dell’Istituto di istruzione superiore Ambrosini-Martin Luther King, attiva all’interno della casa circondariale di Agrigento, ha celebrato la Giornata internazionale della donna con un evento dal titolo “Un omaggio alle donne di Sicilia”. Protagoniste assolute sono state le studentesse ristrette, che hanno dato vita a una rappresentazione teatrale dedicata a figure femminili siciliane di ieri e di oggi. Attraverso parole, gesti e interpretazioni intense, hanno raccontato le vite di donne che hanno lasciato un segno nella storia e nella società: da Francesca Morvillo a Costanza d’Altavilla, da Franca Florio a Virdimura, da Rita Atria a Franca Viola. Le corsiste hanno interpretato i personaggi con grande sensibilità, restituendo la forza e la complessità delle loro storie. Tra i momenti più toccanti, la lettura del testo “Il cielo in un rettangolo”, scritto e interpretato da una detenuta, che descrive il carcere come “un animale pesante che ti siede sul petto”, ma anche come luogo di rinascita e consapevolezza. La giornata è stata arricchita da poesie dedicate alle donne e da un omaggio a Rosa Balistreri, la cantautrice simbolo della tradizione popolare siciliana, la cui storia è stata interpretata da una donna proveniente dal mondo esterno. Accanto alle performance teatrali, alcune detenute hanno condiviso riflessioni personali sulla loro esperienza, parlando di dolore, speranza e desiderio di riscatto. Le loro parole hanno offerto uno sguardo autentico sulla vita dietro le sbarre, mettendo in luce la forza dello studio e della cultura come strumenti di rinascita. L’iniziativa, curata dalla docente di lettere Giovanna Danile, ha visto la partecipazione della dirigente scolastica Mirella Vella, della direzione e dell’area educativa del carcere, oltre a educatori, volontari e rappresentanti di istituzioni e associazioni del territorio. La giornata si è conclusa con un momento di condivisione e convivialità: la tradizionale torta mimosa, preparata dai docenti dell’indirizzo alberghiero, ha simbolicamente chiuso un incontro che ha unito emozione, riflessione e speranza. Foggia. 8 marzo nel carcere, mimose e vicinanza per le donne detenute immediato.net, 9 marzo 2026 Volontari e volontarie hanno trascorso la mattinata nella sezione femminile per un’iniziativa di ascolto e solidarietà. In occasione della Giornata internazionale per i diritti delle donne, la Casa Circondariale di Foggia ha ospitato, presso la sezione femminile, un momento di condivisione e solidarietà. L’iniziativa è stata organizzata con l’obiettivo di esprimere vicinanza alle donne detenute, affinché una giornata significativa come l’8 marzo potesse trasformarsi in un momento di attenzione, ascolto e sostegno anche “dentro”. L’evento è stato promosso dall’Associazione Genoveffa de Troia e da Annalisa Graziano, volontaria ex art. 78 dell’OP e referente per la promozione del volontariato penitenziario del CSV Foggia, in collaborazione con il cappellano Frate Edoardo Giglia, con la Confraternita San Leonardo di Cerignola e con i volontari e le volontarie della Cappellania. Per la Genoveffa de Troia erano presenti la storica volontaria ex art. 78 OP Flora Pistacchio, ispiratrice della manifestazione e la referente Francesca Idea, insieme con Martina Del Grosso e con i giovani in servizio civile Iolanda Rutigliano, Francesco Muscarella, Siria Mennella e Arianna Magistro. Per l’occasione i volontari hanno preparato mimose in vasetto accompagnate da cioccolatini, mentre la Confraternita di San Leonardo ha donato mazzetti di fiori e piccoli pensieri. Il momento centrale della giornata è stato la celebrazione eucaristica, molto partecipata, che ha creato un clima di condivisione. Al termine della messa non sono mancati scambi di auguri e sorrisi, che hanno trasformato l’incontro in un autentico momento di comunità. “A nome di tutti i volontari e delle realtà coinvolte nell’iniziativa - spiegano le organizzatrici - desideriamo esprimere un sincero ringraziamento al direttore della Casa Circondariale di Foggia, Michele de Nichilo, al comandante Claudio Ronci e alla polizia penitenziaria, all’Area Educativa e in particolare alla capo area Paola Errico, per la disponibilità e per la collaborazione che hanno reso possibile questo momento di vicinanza e solidarietà”. Un gesto semplice ma carico di significato che ha ricordato come anche dietro le mura del carcere sia possibile costruire relazioni, speranza e comunità. Belluno. Donne e legalità, incontro con Amalia De Simone per parlare di diritti, tra mafia e carcere bellunopress.it, 9 marzo 2026 Continuano gli incontri delle Scuole in Rete per esaminare e discutere di mafia oggi, con un punto di vista al femminile: donne di mafie e donne contro la mafia. Dopo l’appuntamento della scorsa settimana con Antonella Napoli per approfondire i diritti delle donne in Africa, le Sir e l’associazione Amici delle Scuole in Rete, in sinergia con Metàlogos e l’Ufficio scolastico provinciale, invitano infatti a Belluno la giornalista Amalia De Simone per parlare di “Mafie, donne e carcere”. È questo infatti il titolo della serata, aperta alla cittadinanza, che si terrà giovedì 12 marzo in Sala Muccin a Belluno, alle ore 17.45. L’incontro è organizzato all’interno del progetto Oltre disruption - un patto per cambiare cultura’ e vuole porsi in contiguità con la Giornata della donna e la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie (che cade il 21 marzo). De Simone è una videoreporter d’inchiesta della RAI e collabora con testate internazionali, oltre a essere stata nominata Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella per il suo impegno di denuncia di attività criminali attraverso complesse indagini giornalistiche. Si è infatti occupata, tra le altre cose, delle infiltrazioni mafiose in Europa nel libro “MafiEuropa”, nel quale ha ricostruito il percorso dei soldi dei gruppi criminali soprattutto in Paesi dove le leggi antimafia non sono presenti. Per le sue indagini ha vinto i più prestigiosi premi del giornalismo, tra cui il Mariagrazia Cutuli e per tre volte riconoscimenti nel Premio Cronista dell’Anno. Inoltre, ha realizzato il documentario “Caine”, che raccoglie le storie di donne detenute in alcuni penitenziari femminili italiani, dei loro sentimenti, della storia dei loro errori, dei diritti riconosciuti e di quelli che mancano per il loro recupero. Tutto questo sarà dunque al centro di un interessante dibattito, cui le SiR invitano a partecipare. Il giorno successivo, inoltre, De Simone sarà con gli studenti presso l’Istituto Calvi e, nel pomeriggio, con i partecipanti al prossimo viaggio della legalità a Torino. Tutte le informazioni sul sito studentibelluno.it. “The Alabama Solution”, l’inferno delle carceri visto dall’interno di Francesco Gallo ansa.it, 9 marzo 2026 Lo scioccante docufilm in corsa per gli Oscar, presentato dal coregista e Ilaria Cucchi. Se dietro l’idea di prigione c’è quella che i carcerati sono solo dei criminali fortunati scampati a una meritata morte sulla sedia elettrica, ci troviamo dentro a “The Alabama Solution”, documentario americano del 2025 diretto da Andrew Jarecki e Charlotte Kaufman candidato alla 98a edizione degli Academy Awards. Perché tutto quello che accade in quelle carceri e fuori da ogni umanità come dice Matt Brennan del Los Angeles Times: “È una delle rappresentazioni più scioccanti e viscerali del nostro stato carcerario mai filmate che dovrebbero indignare la nazione”. Il film, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival del 2025 e che sarà distribuito da HBO Italia, nasce nel 2019 quando i registi Andrew Jarecki e Charlotte Kaufman hanno visitato l’Easterling Correctional Facility per filmare un incontro di risveglio religioso. Durante la visita, alcuni detenuti li hanno avvicinati di nascosto raccontando loro di abusi, accoltellamenti non denunciati, pestaggi e fallimenti sistemici all’interno del sistema carcerario. Questo ha dato inizio a un’indagine durata sei anni e più vera del vero perché ha avuto come operatori gli stessi detenuti che hanno utilizzato telefoni cellulari di contrabbando per documentare le condizioni e comunicare con i registi. Da qui immagini di celle piene d’acqua sporca, di pestaggi sistematici, di water dove galleggiano topi e soprattutto l’immagine del cadavere di Steven Davis, detenuto picchiato a morte dalle guardie carcerarie che sembra l’esatta copia di quella di Stefano Cucchi. Nel film è infatti centrale la figura della madre di Davis, Sandy Ray, mentre cerca risposte sulla morte del figlio. Nel documentario poi anche il profilo degli attivisti incarcerati Robert Earl Council e Melvin Ray, co-fondatori del Free Alabama Movement e organizzatori di proteste all’interno del sistema carcerario. “Quanto ti accade quello che è capitato a me o a Sandy - dice Ilaria Cucchi dopo aver assistito alla proiezione - ci sono due alternative o diventi cattivissimo e ti chiudi oppure trovi dentro di te la forza per trasformare quel dolore in qualcosa di positivo. Insomma per vincere le battaglie da soli non si fa niente”. Sottolinea invece la coregista Kaufman: “Fa veramente male vedere questo crescente desiderio di crudeltà mascherato come politiche contro l’immigrazione e può magari creare confusione, ma tutto questo è stato incubato, sviluppato, sperimentato e testato all’interno del nostro sistema carcerario”. The Alabama Solution sul sito web aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes, ha comunque avuto un indice di gradimento del 100%, basato su ventisette recensioni di critici mentre su Metacritic, il film ha un punteggio medio ponderato di 90 su 100, basato su nove critici. Tra le più belle recensioni quella di Owen Gleiberman di Variety ha recensito positivamente il film, definendolo “una delle più potenti rivelazioni della disumanità del sistema carcerario americano che abbia mai visto”. Infine il titolo che deriva una frase della governatrice ultra repubblicana dell’Alabama Kay Ivey, che ha sempre sostenuto che lo Stato possa affrontare i problemi carcerari senza l’intervento federale, ma appunto con “The Alabama solution”. Grazie delle mimose. Ora i fatti concreti di Giusi Fasano Corriere della Sera, 9 marzo 2026 Ieri era rumore, condivisione della festa, facciata. E invece a noi servirebbe qualcosa di più concreto. Ci avete offerto un rametto di mimose e ci avete festeggiato. Va bene, grazie. Ma va detto che per noi donne ieri non era il giorno più importante del calendario. Ieri era rumore, condivisione della festa, facciata. E invece a noi servirebbe qualcosa di più concreto; per esempio essere retribuite quanto gli uomini a parità di mansioni oppure non avere mai più a che fare con il concetto del “te la sei cercata” davanti a una violenza sessuale. Ci servirebbe che nelle famiglie e nella scuola si sviluppassero più anticorpi contro la violenza di genere. Ci servirebbe che i diritti acquisiti non venissero presi a spallate (ogni tanto ci provano con la legge sull’aborto, per dire). Insomma. Ci vorrebbe quel tanto invocato cambio di passo, sul piano intellettuale e morale (quindi culturale), che non arriva mai e che naturalmente non si è visto nemmeno ieri, nella giornata delle donne. Quindi, per tornare all’otto marzo: ancora grazie dei fiori (come direbbe Nilla Pizzi) ma andiamo oltre. Festeggiamo con i fatti i giorni anonimi come oggi, domani, fra un mese... quelli senza celebrazioni né mimose, e a diritti limitati. Sempre che se ne trovino, di fatti da festeggiare, e onestamente - anche se per fortuna qualche passo avanti qua e là si è fatto - ci arrivano segnali sconfortanti. L’ultimo viene da una ricerca internazionale condotta al King’s College di Londra su un campione di 23 mila giovani in 29 Paesi (la maggior parte in Europa e America). Si è scoperto che la cosiddetta Gen Z, la prima generazione nativa digitale, è convinta che una moglie debba “ubbidire al marito” e che tocchi a lui l’ultima parola sulle decisioni importanti della famiglia. Un quarto degli uomini e dei ragazzi fra i 15 e i 30 anni pensa che non sia opportuno che le donne appaiano troppo indipendenti o autosufficienti. Il 43% del campione interpellato plaude alla “mascolinità tradizionale”, cioè a uomini-macho. Il 28 per cento, inoltre, ritiene meno uomini gli uomini che restano a casa a prendersi cura dei bambini. Ogni risposta un passo indietro nel tempo, nei diritti, nell’evoluzione sulla parità di genere. È la via del futuro che fa un tornante e si ritrova nella direzione opposta... Ci pare di vederli, questi uomini mentre, un 8 marzo che verrà, comprano un mazzetto di mimose per la moglie. Se li è meritati: è stata un passo dietro di lui e gli ha ubbidito. Corpi reclusi: come i Cpr cancellano le identità migranti di Federica Borlizzi fondazionefeltrinelli.it, 9 marzo 2026 Dalla detenzione amministrativa nei Cpr al caso dei medici di Ravenna, il corpo migrante diventa il laboratorio in cui lo Stato sperimenta la sospensione dei diritti e l’estensione dell’arbitrio: ciò che nasce come eccezione alla frontiera tende a trasformarsi in grammatica ordinaria di governo. Le migrazioni - ci ricordava il sociologo algerino Abdelmalek Sayad - svolgono da sempre una “funzione specchio”: rendono palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale; smascherano ciò che è mascherato, rivelando ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di “innocenza” sociale. Non sorprende, allora, come proprio il corpo migrante abbia costituito nel tempo una zona d’eccezione: un terreno privilegiato per la sperimentazione di tecniche di controllo e disciplinamento destinate, spesso, a irradiarsi al resto della società. È su questo corpo che si è esercitato un potere punitivo sganciato dai limiti e dai vincoli che, almeno formalmente, continuavano a definire il rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini. Una delle manifestazioni più crudeli di questa eccezione è la diversa violabilità della libertà personale dello straniero. Solo il corpo migrante può essere recluso senza la colpa di un reato: trattenuto non per ciò che si è fatto ma per una condizione amministrativa di irregolarità, strutturalmente prodotta dallo stesso sistema di governo delle migrazioni. È dentro questa logica che si collocano i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), luoghi fondati su sistematiche mistificazioni giuridiche e linguistiche: l’ossimoro di una detenzione senza reato, la beffa di una legislazione che qualifica le persone recluse come “ospiti”, il simulacro di una giurisdizione amputata delle garanzie previste per il resto della cittadinanza. Fino alla privatizzazione degli stessi spazi detentivi, che consente a soggetti privati di trarre profitto dalla privazione della libertà personale. Quando l’eccezione diventa regola - C’è un ulteriore passaggio che rende questo quadro ancora più inquietante. La sospensione di vincoli e garanzie sperimentata per anni sui corpi migranti e resa ordinaria nella detenzione amministrativa non è rimasta confinata ai margini: nello scenario odierno è diventata una vera grammatica di governo, caratterizzata da un potere sempre più brutale e sempre meno disposto a riconoscere limiti al proprio esercizio. Di fronte a questa normalizzazione dell’eccezione, le soggettività migranti sono destinatarie di ulteriori torsioni repressive: l’asticella si sposta ancora e l’eccezione si fa più dura. Le vicende che hanno riguardato la delegittimazione dell’autorità giudiziaria nei centri in Albania e, sul versante sanitario, il caso di Ravenna appaiono due facce della stessa medaglia: disinnescare ogni residuo controllo sul dispositivo della detenzione amministrativa, trattando magistrati e medici come ostacoli da rimuovere e piegando giurisdizione e cura a finalità securitarie e propagandistiche. Il caso di Ravenna: intimidire la cura - Per comprendere la portata di questa deriva occorre entrare nello specifico del caso di Ravenna, che nelle ultime settimane ha delineato uno scenario inquietante. A metà febbraio sei medici sono stati posti sotto indagine con l’accusa di falso ideologico in atto pubblico per aver rilasciato certificati di inidoneità al trattenimento nei CPR di alcune persone migranti. Le modalità degli accertamenti hanno suscitato forte indignazione: un blitz nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale e perquisizioni all’alba nelle abitazioni del personale sanitario. L’indagine - promossa dalla Direzione centrale anticrimine del Ministero dell’Interno - rappresenta il culmine di un clima intimidatorio che da mesi circonda l’operato dei medici. Alle dichiarazioni del capo del Viminale, che hanno evocato una presunta “corresponsabilità etica” dei sanitari per eventuali reati commessi da persone dichiarate non idonee al trattenimento, si sono affiancate ingerenze di alcune Questure sulle autorità sanitarie locali e una circolare ministeriale che sollecitava l’applicazione ordinaria di una disposizione d’eccezione prevista dalla cosiddetta direttiva Lamorgese: il trattenimento nei centri anche in assenza di una preventiva valutazione medica. L’intento appare evidente: trasformare l’attività dei sanitari in un ingranaggio del dispositivo di controllo, riducendo i medici a certificatori della detenzione e piegando l’autonomia clinica alle esigenze delle politiche securitarie. La patogenicità dei CPR - Questi elementi sono strutturali dello stesso “sistema CPR”. La privatizzazione della gestione dei centri investe anche la tutela della salute delle persone trattenute, producendo una vera e propria extraterritorialità sanitaria. In questi luoghi l’intervento medico e farmacologico risulta spesso asservito a finalità di controllo e disciplinamento, mentre i pochi compiti di vigilanza affidati all’autorità sanitaria pubblica risultano largamente disattesi. Da anni le organizzazioni della società civile denunciano come le attestazioni di idoneità al trattenimento rilasciate dal personale sanitario delle ASL si riducano a verifiche meramente formali, spesso cristallizzate in moduli prestampati. Questa prassi è stata documentata anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), che nelle sue visite ai CPR italiani ha rilevato come gli esami medici si limitino spesso a un rapido controllo dei parametri vitali, senza una reale valutazione della condizione fisica e psichica della persona. Il CPT ha inoltre confermato la presenza di abusi nell’uso di psicofarmaci, somministrati senza prescrizione, l’impossibilità di accedere a cure specialistiche e l’assenza di un piano di prevenzione del rischio suicidario, nonostante il verificarsi quotidiano di atti di autolesionismo. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito i CPR luoghi patogeni, capaci di rappresentare un rischio concreto per la salute fisica e mentale delle persone detenute. In questo contesto, quei pochi medici che hanno rifiutato di attestare automaticamente l’idoneità al trattenimento hanno semplicemente esercitato il proprio dovere professionale, tutelando la salute e la dignità delle persone. Ed è forse proprio questo il punto più inquietante della vicenda: colpirli significa tentare di neutralizzare uno degli ultimi argini alla violenza del sistema detentivo. Il corpo come ultimo spazio di libertà - Se i CPR sono luoghi patogeni, gli atti di autolesionismo rappresentano il segnale più evidente della sofferenza prodotta dalla detenzione amministrativa. Ma raccontano anche qualcosa di più. Durante le ispezioni condotte nei centri emergono i segni di questa sofferenza sui corpi delle persone detenute: tagli sulle braccia, arti fratturati, cicatrici ancora aperte. Corpi che parlano con un’evidenza impossibile da ignorare. Eppure a questa materialità della sofferenza si contrappone spesso la brutalità del linguaggio burocratico con cui tali gesti vengono registrati: atti liquidati come “simulati”, “manipolativi”, “non realistici”. È il tentativo di neutralizzare atti di resistenza riducendoli a finzione, per evitare che quei corpi feriti possano sottrarsi alla detenzione. Come osserva l’antropologa Monica Serrano, nella “macchina di desoggettivazione dei CPR” il corpo diventa l’ultimo spazio di potere rimasto alle persone recluse. Quando la soggettività giuridica viene negata, il corpo assume su di sé il rischio della libertà: si fa abbastanza male per uscire dal centro, per essere portato in ospedale, per incontrare altre mani capaci di dichiarare l’incompatibilità con il trattenimento. Il dolore diventa così un repertorio extragiuridico di accesso al diritto, un modo per reclamare il dovere dello Stato di tutelare la vita di chi è nelle sue mani. Spezzare la gerarchia dei corpi - È sui corpi migranti che il potere ha imparato a sospendere i diritti e a esercitare un arbitrio sempre più ampio. Ed è al fianco di quei corpi che occorre stare per spezzare questa logica. Porre fine alla gerarchia dei corpi e alla geografia differenziata dei diritti significa oggi anche lottare contro la detenzione amministrativa, sostenendo chi nei CPR continua a resistere con il proprio corpo. Nel nome di Anna Politkovskaja: a Roma l’omaggio ai giornalisti uccisi di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 9 marzo 2026 Lunedì 9 marzo un incontro a Villa Pamphili ricorderà la cronista della “Novaya Gazeta” uccisa nel 2006 e i colleghi caduti per il loro lavoro. Con il figlio Ilya e l’artista russa Alexandra Skochilenko, simbolo del dissenso contro la guerra. Pochi sanno che a Roma nella cornice di Villa Pamphili c’è un viale dedicato ad Anna Politkovskaja, la giornalista della Novaya Gazeta uccisa nel 2006 a Mosca. L’autrice di servizi e inchieste che hanno fatto la storia del giornalismo indipendente russo e che hanno fatto tremare il potere. Insieme a lei altri 5 cinque colleghi della stessa redazione hanno perso la vita per il loro lavoro. È una scia di sangue nel tentativo di soffocare tante voci ma che non è mai riuscita spegnere la fiamma del profondo senso civico della missione dei giornalisti impegnati a raccontare rigorosamente la verità, svelare la corruzione, le responsabilità nelle guerre in Afganistan, Cecenia, Siria e oggi Ucraina. Muratov definisce spine dorsali civili quelle persone che rappresentano quella parte della società russa che testimonia l’impegno per i diritti umani, la libertà di espressione la democrazia. Il 9 marzo alle 9 del mattino nel Viale Politkovskaja si svolgerà un evento per ricordare la giornalista, i suoi colleghi uccisi ma anche i giornalisti attualmente in carcere. Un’occasione speciale perché vedrà la partecipazione di Ilya Polikovskij figlio della giornalista e di Alexandra Skochilenko, la giovane artista russa arrestata e condannata a 7 anni di carcere per avere sostituito 5 cartellini dei prezzi con messaggi contro la guerra in un supermercato di San Pietroburgo e rilasciata dopo due anni di carcere in occasione dello storico scambio di detenuti tra Russia e alcuni paesi occidentali. Alexandra verrà nominata Giusta in una cerimonia che si terrà al Giardino dei Giusti organizzata da Gariwo e parteciperà a un incontro organizzato da Memorial Italia in cui interverrà anche Boris Belenkin di Memorial e autore del libro “Non lasciare che ci uccidano” (pubblicato in Italia da Rizzoli) e oggi in esilio. Nel pomeriggio Skochilenko verrà ricevuta dalla Presidente del Comitato diritti umani della Commissione esteri della Camera Laura Boldrini. Da settimane a Mosca alcuni cittadini distruggono la targa che ricorda Anna nel luogo dell’uccisione e altri la riproducono e riaffiggono. Due Russie che si confrontano mentre la guerra in Ucraina è entrata nel suo quinto anno. All’evento verrà anche ricordata Viktoria Roshina giornalista ucraina morta mentre era prigioniera dei russi e il cui corpo brutalizzato è stato restituito privato degli organi. Un’occasione per ribadire il diritto alla libertà di espressione e informazione. All’incontro oltre a chi scrive interverranno Joshua Evangelista, Fondazione Gariwo e Giulia De Florio presidente Memorial - Italia. Il sistema carcerario russo: uno specchio della società di Alexander Dubowy* huffingtonpost.it, 9 marzo 2026 Non ci sono mai stati così pochi prigionieri: all’interno della Russia le carceri si stanno svuotando, poiché ai detenuti è data la possibilità di arruolarsi nell’esercito. In Ucraina invece, sin dall’inizio dell’occupazione, sono sorti campi di detenzione per prigionieri militari e civili. Una delle prime azioni che la Russia ha intrapreso durante l’occupazione dei territori ucraini è stata la creazione di campi di detenzione per prigionieri militari e civili: così è iniziata l’annessione della Crimea nel 2014, e così nel 2022 gli invasori russi hanno proseguito a instaurare il loro regime di violenza in Ucraina. All’interno della Russia stessa, invece, le carceri si stanno svuotando, poiché ai detenuti è data la possibilità di arruolarsi nell’esercito. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, i dati ufficiali non vengono più pubblicati. È chiaro, tuttavia, che il sistema carcerario russo non ha mai avuto così pochi prigionieri: si stima che nel 2025 fossero detenute tra le 266.000 e le 313.000 persone, mentre solo nel 2021 erano ancora 480.000. Non si sa quanti di loro siano stati davvero spediti in guerra: le stime variano dalle decine di migliaia a oltre 150.000. Il sistema penitenziario russo è un retaggio del Gulag: la violenza e la disumanizzazione ne sono parte integrante. Anche in Ucraina gli occupanti ricorrono in modo sistematico a crimini di guerra e contro l’umanità. Stando alla classificazione di Freedom House, i territori ucraini occupati dalla Russia risultano tra le regioni più repressive al mondo. Non è stato affatto facile per il giornalista di YouTube Jurij Dud’ spiegare al suo pubblico di lingua russa il sistema penitenziario tedesco: oltre tre milioni di persone hanno cliccato sul suo video del luglio 2025 in cui si afferma che “il lavoro con i criminali può essere diverso da come lo conosciamo”. In Russia la risocializzazione esiste solo sulla carta: il Servizio federale penitenziario, o Fsin (nel suo acronimo russo che sta per Federal’naja Služba Ispolnenija Nakazanij), è esclusivamente un apparato punitivo e repressivo, la cui logica centrale è il dominio e la legge del più forte. “In linea di principio, in Russia ogni istituto penitenziario viene costruito con l’obiettivo di spezzare e distruggere qualcuno, di schiacciare corpi umani e destini. Solo che in alcuni luoghi ciò avviene in forma quotidiana, di routine, mentre in altri come su di una catena di montaggio e raggiunge livelli incredibilmente perversi”. Quando il regista ucraino Oleh Sencov, liberato in seguito a uno scambio di prigionieri, scrisse queste righe nel 2019, né l’assassinio di Naval’nyj né l’enorme portata e sistematicità delle pratiche di tortura nelle prigioni e nei campi di rieducazione russi nei territori occupati dell’Ucraina sembravano concepibili. Oggi molti si chiedono perché la violenza sia la norma in Russia, e alcune voci critiche attribuiscono questo fenomeno, fra le altre cose, alla fusione tra la cultura carceraria e quella politica. Sorvegliare e punire - In Russia non è mai esistito un programma statale uniformato di reinserimento sociale né tantomeno un’idea chiara sulle misure statali di reintegrazione dei detenuti. La riabilitazione sociale è affidata principalmente a ong come Rus? Sidjaš?aja (Russia imprigionata). Queste non solo ricevono poco o nessun sostegno statale, ma devono anche affrontare ostacoli burocratici e, almeno dai tempi delle proteste di piazza Bolotnaja nel 2012, vengono sempre più criminalizzate. Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la maggior parte dei loro collaboratori si trova in esilio. Già in precedenza, il lavoro delle ong era inoltre ostacolato dalla pratica diffusa del cosiddetto “trasferimento a tappe”: una routine di trasferimenti e trasporti continui che, secondo Rus? Sidjaš?aja, non segue alcuna logica o procedura logistica particolare e a cui i detenuti sono sistematicamente costretti. Il Fsin mantiene segrete tutte le informazioni sul trasferimento dei detenuti e sul loro luogo di detenzione successivo, motivo per cui né i detenuti né i loro parenti stretti o avvocati vengono informati sulla meta finale prima dell’inizio del trasferimento. I prigionieri vengono così in pratica tagliati fuori dal mondo esterno, in alcuni casi per un mese o più. Durante il trasferimento, i detenuti vengono spesso rinchiusi in vagoni speciali sovraffollati e in carri per il trasporto dei prigionieri - i cosiddetti vagoni Stolypin - in condizioni spesso crudeli, disumane e umilianti: secondo la legge, fino a sedici persone possono essere ammassate in uno spazio di tre metri quadrati e mezzo, e solo raramente vengono forniti lenzuola e materassi. Nelle stazioni intermedie, i detenuti vengono sistemati nelle aree di transito dei centri di detenzione preventiva (Sizo), dove a volte rimangono per settimane prima di essere nuovamente trasferiti. A ogni tappa, nelle prigioni di transito, viene eseguita una visita medica sovente umiliante. Inoltre, non è raro che i detenuti facoltosi - i cosiddetti kaban?iki - vengano sistematicamente costretti in viaggio per essere spennati finanziariamente ad ogni stazione. Qualcuno dice con sarcasmo che il Servizio federale penitenziario non sia altro che un conglomerato economico, un’azienda orientata al profitto. I detenuti come “risorsa” - La rivista Secretmag ha mostrato l’eredità del Gulag nell’economia dell’odierno sistema penitenziario russo, che resta uno stato nello stato: isolato, spietato, disumano. Il sistema è stato creato circa cent’anni fa e, secondo Ol’ga Romanova, da allora è stato riformato solo una volta, nel 1953, per volere di Lavrentij Berija. In questo sistema, i detenuti non sono considerati esseri umani, bensì una risorsa di manodopera. Come all’epoca del Gulag, il Fsin è ancor oggi un sistema chiuso che mantiene segreti quasi tutti i dati relativi alla sua attività economica. Le poche informazioni disponibili provengono da attivisti per i diritti umani che operano soprattutto nella parte europea della Russia. Il sistema economico carcerario comprende innumerevoli aziende agricole, imprese edili e fabbriche. I detenuti producono una vasta gamma di prodotti. Nel 2018 il Fsin disponeva del più grande budget carcerario d’Europa, pari a 3,5 miliardi di euro. Allo stesso tempo, la Russia ha la spesa giornaliera pro capite più bassa, pari a 2,40 euro, mentre la media europea è di 68,30 euro al giorno per detenuto. Secondo Valerij Maksimenko, il vicedirettore del Fsin, i costi per il vitto erano stati ridotti da 24 miliardi di rubli nel 2012 a 15 miliardi nel 2017: il vitto giornaliero per detenuto costava circa 72 rubli (all’epoca pari a circa un euro), un importo che, assicurava Maksimenko nel 2018, avrebbe coperto il fabbisogno calorico necessario. Mondi criminali - Circa un anno e mezzo dopo tale computo, Maksimenko stesso finì in prigione: nove anni di reclusione, ufficialmente per abuso d’ufficio e corruzione. Non è improbabile che il vero motivo fossero le lotte di potere all’interno della dirigenza: il Fsin è in sostanza un’organizzazione criminale che sfrutta i prigionieri, sia altri veri sia i detenuti innocenti. In primo luogo, ciò avviene in modo diretto, ad esempio detraendo i servizi di approvvigionamento della colonia penale dal salario dei detenuti sfruttati: in un caso particolarmente eclatante, un detenuto della colonia penale IK-13 di Nižnij Tagil ha ricevuto, in base alla busta paga del luglio 2015, 1,99 rubli (all’epoca pari a 0,03 euro). In secondo luogo, i dipendenti della prigione guadagnano grazie alle attività criminali dei detenuti: nel luglio 2020, ad esempio, nel carcere preventivo di Mosca Matrosskaja tišina (in italiano “Il silenzio dei marinai”), noto in tutto il paese, è stato scoperto un call center da cui venivano effettuate chiamate fraudolente. Il costo delle attrezzature tecniche sequestrate è stato stimato in sette milioni di rubli (all’epoca circa 82.000 euro). Infine, i detenuti vengono semplicemente derubati: loro stessi o i loro parenti sono costretti a pagare mazzette per ottenere condizioni di detenzione più sopportabili o privilegi speciali. I conflitti tra élite sono endemici nello stato-mafia di Putin: la cleptocrazia russa non ha nemmeno un codice criminale che la stabilizzi, e sta lentamente divorando sé stessa dall’interno, afferma tra gli altri il giornalista Michael Nacke. Poiché a partire dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina sono disponibili solo due terzi delle “risorse di manodopera” che erano a disposizione prima e sono state chiuse decine di carceri, le lotte per la distribuzione delle risorse all’interno del Fsin potrebbero addirittura intensificarsi. Non si sa nulla dei trasferimenti di massa del personale carcerario nei cosiddetti campi di rieducazione delle zone occupate dell’Ucraina; è ipotizzabile che le lotte per la distribuzione siano state neutralizzate, e che la tanto annunciata costruzione di 38 “supercarceri” fosse in realtà intesa solo finalizzata al “raspil” [schema corruttivo di appropriazione indebita di fondi pubblici o aziendali, in cui i fondi stanziati per un progetto vengono sottratti tramite - tra i vari accorgimenti - contratti fittizi, sovrastime dei costi o gare d’appalto truccate, N.d.T.], per spartirsi denaro statale: “I soldi sono stati versati, ma non è mai stata posata una prima pietra”, afferma in un’intervista Olga Romanova di Rus? Sidjaš?aja. Campi di rieducazione - Sin dall’inizio dell’occupazione russa in Ucraina, gli aggressori hanno iniziato a occupare le prigioni ucraine e a costruire nuovi centri di detenzione. Da allora, questi costituiscono la spina dorsale del regime di occupazione: da tre a cinque milioni di ucraini vivono attualmente nelle regioni occupate dalla Russia, e qualsiasi forma di resistenza alla russificazione forzata, anche minima, può comportare la detenzione in una prigione dove si praticano torture. Le identità locali vengono sistematicamente criminalizzate e, ricorrendo ad arresti arbitrari, deportazioni e torture, la Russia ha instaurato un regime di terrore. I civili raramente figurano nelle liste degli scambi di prigionieri. Spesso vengono condannati in processi farsa per presunto “terrorismo”, “spionaggio” o “tradimento”, mentre alcuni scompaiono senza lasciare traccia. La responsabilità collettiva fa parte del regime di terrore: spesso colpisce le donne i cui familiari sono (presumibilmente) nell’esercito. Dalle colonie di tortura giungono notizie di omicidi commessi dal personale carcerario. Anche Aleksej Naval’nyj è stato ucciso in una prigione russa. Si presume che non siano stati i dipendenti del Fsin a eseguire l’incarico, poiché tali operazioni sono solitamente appannaggio dell’Fsb. I servizi segreti interni gestiscono tradizionalmente le proprie prigioni segrete e sono inoltre responsabili della repressione dei prigionieri politici detenuti nei campi del Fsin. La violenza come norma - Dall’inizio dell’invasione, molto è stato scritto sulle cause della violenza che permea la società russa. Molteplici sono i fattori: dalle spiegazioni culturaliste alle riflessioni sulle continuità storiche o sul potere della propaganda. Lo stato di emergenza permanente è un tema ricorrente, e anche la ricerca sul totalitarismo risulta feconda. Non di rado, questa cultura politica che esalta la violenza viene interpretata come un riflesso della cultura carceraria. In entrambi i casi, infatti, sono centrali il dominio e la legge del più forte. Anche nella cultura popolare questo tema è molto diffuso: già ai tempi dell’Unione Sovietica la figura del criminale veniva romanticizzata nei film e nelle canzoni popolari, mentre con Putin è nata un’intera industria culturale dedicata a questo tema, con film di culto e successi intramontabili. Nei suoi discorsi, il dittatore si mostra marziale, insegna che bisogna “picchiare i deboli” e “colpire per primi”. La sua propensione al gergo carcerario è nota fin dai primi anni 2000. Almeno dalle proteste di piazza Bolotnaja, il gergo carcerario e gli insulti fanno parte del repertorio fisso della politica estera russa. Proprio come i prodotti dell’industria culturale, tale atteggiamento è ben accolto in Russia: “Na Berlin!” era già un meme comune prima del 2014 [“A/verso Berlino!” era uno slogan usato durante l’avanzata sovietica verso la Germania durante la Seconda guerra mondiale, ripreso negli ultimi anni per indicare ostilità nei confronti dell’Unione Europea, N.d.T.]. Gli organi di propaganda descrivono le minacce dei politici russi come “punizioni”, mentre l’élite politica coltiva ostentatamente un atteggiamento criminale, fischia gli investigatori dell’anticorruzione e trova in parte sostegno nella società proprio per l’abuso di potere (in quanto dimostrazione di “forza”). I critici, invece, considerano l’ostentata propensione al crimine come una rottura calcolata con la civiltà: la cultura politica, quella quotidiana e la carceraria si sono fuse infine in un miscuglio infernale. La legge del più forte è la regola fondamentale, l’immoralità è sistematica. Il carcere è uno specchio della società russa. *Traduzione a cura di Memorial Italia Carcere di Evin, la feroce Bastiglia dell’Iran che nessuno ancora ha liberato di Vittorio Macioce altropensiero.net, 9 marzo 2026 Il carcere adesso non è soltanto una prigione. È uno spazio in attesa di sepoltura, un luogo sospeso tra la guerra e una speranza di rivoluzione. Sotto queste bombe qualcuno verrà a prendere la Bastiglia? Ci pensano e aspettano. Il momento magari verrà. Evin è quel momento. Evin è sempre stato quel momento, in realtà, da quando nel 1972 lo Shah fece costruire quel complesso nel nord di Teheran, ai piedi dei monti Alborz, come una macchina per macinare dissidenti. Poi vennero gli ayatollah e la macchina cambiò padrone, ma non funzione. Adesso che i jet americani e israeliani riempiono il cielo sopra la capitale, Evin è diventato l’ultimo girone. Quello senza uscita. I racconti che arrivano da dentro sono frammenti, schegge di voci filtrate attraverso telefoni clandestini, attraverso avvocati che ancora riescono ad avere un contatto, attraverso familiari che raccolgono parole spezzate e le rimettono insieme come un mosaico di paura. Dicono che il cibo non arriva più in certi reparti. Dicono che le guardie hanno cominciato a sparire, prima una, poi due, poi interi turni saltati. Dicono che le esplosioni si sentono vicine, così vicine che le finestre tremano e il calcinaccio cade dai soffitti. Dicono che i detenuti sono chiusi a chiave nelle celle e che nessuno viene ad aprire. Pane e acqua. In certe sezioni è questo che resta. Le cucine sono ferme, lo spaccio interno funziona a singhiozzo, le catene di approvvigionamento che tenevano in piedi la routine carceraria si sono spezzate come fili sottili sotto il peso della guerra. Il personale civile del carcere, quelli che non portano uniformi ma mandano avanti la burocrazia quotidiana della detenzione - i cuochi, gli addetti alle pulizie, i magazzinieri - se ne sono andati. Non per coraggio, non per scelta morale. Se ne sono andati perché avevano paura. Perché quando le bombe cadono non c’è stipendio che valga la pena di morire. E i prigionieri restano. Restano perché non hanno alternativa. Restano perché un carcere è per definizione il luogo dove non puoi decidere di andartene. Ma c’è una differenza abissale tra essere detenuti in un sistema che funziona - per quanto brutale, per quanto ingiusto - e trovarsi intrappolati in un sistema che si sta disintegrando. Il primo ti toglie la libertà. Il secondo ti toglie la possibilità di sopravvivere. Le organizzazioni per i diritti umani lanciano allarmi che suonano come bollettini di guerra. Le autorità iraniane hanno concesso la libertà su cauzione ad alcuni detenuti comuni. I piccoli criminali, i condannati per reati minori. Una valvola di sfogo per alleggerire il sovraffollamento e forse per avere qualche bocca in meno da sfamare. Ma i politici no. I politici restano dentro. Le donne che si sono tolte il velo per strada, gli studenti che hanno marciato dopo la morte di Mahsa Amini, i giornalisti che hanno scritto la parola sbagliata, gli attivisti che hanno osato esistere fuori dal perimetro del consentito. Loro restano. E ogni volta che in Iran la tensione sale, la pressione su di loro aumenta. È un meccanismo antico, una legge non scritta del potere autocratico: quando il regime vacilla, la prima cosa che fa è stringere la presa sui suoi ostaggi interni. Come se tenerli in pugno fosse l’ultima prova che il controllo esiste ancora. Poi ci sono le storie che escono con nome e cognome e ti costringono a guardare in faccia quello che sta succedendo. Lindsay e Craig Foreman. Britannici. Stavano facendo il giro del mondo in motocicletta. Uno di quei viaggi che racconti la sera davanti a una birra, con le foto dei tramonti sul deserto e le strade polverose dell’Asia centrale. Sono entrati in Iran nel gennaio del 2025 e non ne sono più usciti. Condanna a dieci anni di carcere per spionaggio. L’accusa è grottesca, come tutte le accuse di spionaggio che i regimi usano quando non hanno niente di meglio da contestare. E adesso Lindsay e Craig sono dentro Evin, e i loro familiari raccontano ai giornali inglesi che hanno sentito le esplosioni dei jet da combattimento, che un’onda d’urto ha mandato in pezzi le finestre e ha danneggiato il tetto sopra le loro teste. C’è qualcosa di insopportabilmente preciso in questa immagine. Due persone che volevano semplicemente attraversare il mondo, chiuse in una cella, col cielo che esplode sopra di loro. Non sono spie. Non sono combattenti. Non sono nemmeno parte di questa guerra. Sono vittime di un incidente di percorso della storia, capitati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, e adesso il posto sbagliato sta crollando. Evin è sempre stata una metafora. Sotto lo Shah era la metafora del terrore modernizzatore, della Savak che faceva sparire la gente in nome del progresso. Sotto Khomeini è diventata la metafora della rivoluzione che divora i suoi figli. Sotto Ahmadinejad, sotto Raisi, sotto chiunque abbia tenuto in mano le chiavi di quel palazzo grigio, Evin è stata lo specchio oscuro dell’Iran, il luogo dove il potere mostra il suo vero volto senza bisogno di maschere. Adesso, sotto le bombe, Evin è la metafora finale. Un regime che non riesce più a nutrire i propri prigionieri. Un regime che non riesce più a tenere aperte le porte delle proprie carceri. Un regime che non riesce più a garantire nemmeno la sopravvivenza di quelli che ha condannato. È il segno che qualcosa si è rotto in profondità, oltre la guerra, oltre i bombardamenti, oltre la geopolitica. È il segno che la struttura stessa del potere si sta dissolvendo. La Bastiglia cadde il 14 luglio del 1789. Dentro c’erano sette prigionieri. Sette. Eppure la sua caduta cambiò il mondo, perché non era una questione di numeri. Era una questione di simboli. La Bastiglia era il luogo dove il potere assoluto rinchiudeva chi osava sfidarlo, e quando il popolo di Parigi ne abbatté le mura, non liberò sette uomini. Liberò un’idea. Dentro Evin ci sono migliaia di persone. Migliaia di storie, migliaia di vite sospese tra il prima e il dopo, tra la sentenza e la speranza. La domanda non è se Evin cadrà. Ogni prigione cade, prima o poi. Ogni muro ha una data di scadenza. La domanda è cosa resterà dopo, e se chi è chiuso là dentro sopravvivrà abbastanza a lungo per vedere quel giorno. Perché adesso, in questo momento, mentre il cielo di Teheran è attraversato dai caccia e il rumore delle esplosioni arriva fino alle celle del terzo piano, la cosa più urgente non è la geopolitica. Non è la strategia militare. Non sono gli equilibri del Medio Oriente. La cosa più urgente è che ci sono uomini e donne chiusi a chiave in un edificio che nessuno più controlla, in una città sotto attacco, senza cibo, senza medicine, senza nessuno che apra la porta. E il mondo, per adesso, guarda altrove. Siria. La fine dell’autonomia curda e il nodo dei foreign fighters detenuti di Riccardo Renzi Il Riformista, 9 marzo 2026 L’operazione militare avviata da Damasco nel gennaio 2026 ha posto fine all’esperienza autonomistica nel Nord-Est siriano. Ma se sul piano territoriale la Siria ritrova una parvenza di unità, sul piano giuridico e politico si riapre una questione rimasta sospesa per anni: la gestione dei foreign fighters detenuti e delle loro famiglie. Le carceri e i campi amministrati dalle autorità curde erano già stati teatro di tensioni, come dimostrò nel 2022 l’assalto alla prigione di al-Sina’a da parte di miliziani dello Stato islamico. Ancora più delicato è stato il caso del campo di al-Hawl, arrivato a ospitare decine di migliaia di persone, molte delle quali donne e minori mai formalmente accusati di reati, ma trattenuti in una sorta di detenzione amministrativa di fatto. La recente evacuazione del campo e il trasferimento dei detenuti in altre aree della Siria o verso l’Iraq chiudono una fase, ma aprono interrogativi cruciali su legalità, sicurezza e responsabilità internazionale. L’Iraq è oggi lo snodo principale per la gestione giudiziaria dei miliziani legati a Daesh. Baghdad ha sviluppato un sistema di tribunali antiterrorismo funzionante, capace di processare rapidamente centinaia di casi. I trasferimenti di detenuti dalle strutture siriane verso quelle irachene, con il supporto statunitense, vanno in questa direzione. Tuttavia, l’efficacia repressiva non è priva di criticità. Le leggi antiterrorismo irachene, per la loro ampiezza, hanno talvolta colpito anche giornalisti e oppositori, mostrando i rischi di un utilizzo eccessivamente elastico della categoria di “minaccia alla sicurezza”. Inoltre, la scelta di privilegiare il carcere rispetto a percorsi strutturati di deradicalizzazione solleva un problema di lungo periodo: le prigioni possono diventare incubatori di ulteriore radicalismo. Comprensibile, certo, in un Paese devastato dall’occupazione jihadista. Ma la stabilità duratura non può fondarsi solo sulla neutralizzazione penale. Diversa l’impostazione dell’Arabia Saudita, che accanto alla detenzione ha sviluppato il programma Munasaha, basato su counseling religioso, supporto psicologico e percorsi di reinserimento sociale. Il modello saudita, pur con opacità nei dati e interrogativi sull’effettiva percentuale di successo, introduce un elemento essenziale: la gestione dell’estremismo come fenomeno anche sociale e culturale, non solo criminale. In un contesto come quello siriano, replicare integralmente tale schema appare improbabile, ma il principio resta valido: senza reintegrazione, il rischio di recidiva ideologica rimane elevato. Anche l’Europa non può chiamarsi fuori. Per un’Europa che si proclama comunità di diritto, la tentazione di esternalizzare il problema o di spogliarsi delle proprie responsabilità non è coerente con i principi che difendiamo anche in Ucraina e in Medio Oriente, a fianco di Israele contro il terrorismo. Lo scenario più probabile è una prosecuzione dell’attuale equilibrio instabile: detenzione per i combattenti, strutture ridotte per donne e minori, rimpatri selettivi da parte degli Stati d’origine. Ma il rischio è che la chiusura dei grandi campi non elimini il problema, bensì lo disperda in forme meno controllabili. Un’opzione più ambiziosa - ma politicamente costosa - sarebbe un approccio coordinato europeo che combini processo penale, reinserimento e cooperazione giudiziaria internazionale. Significherebbe investire risorse, rafforzare le garanzie e assumersi l’onere politico della responsabilità. Per un riformismo autentico, la sicurezza non è alternativa ai diritti: è la loro condizione. Delegare tutto a Damasco o a Baghdad può sembrare conveniente nel breve periodo, ma non costruisce stabilità. E l’Europa, se vuole restare fedele a sé stessa, deve dimostrarlo anche nei dossier più scomodi. L’annessione illegale israeliana della Cisgiordania è cosa fatta di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2026 Secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Lo Stato ebraico ne ha già confiscato oltre la metà. Dallo scorso dicembre le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del suo territorio. Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi, autorizzato un numero record di nuovi insediamenti - oltre all’ampliamento di quelli esistenti - e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania come proprietà dello stato israeliano. Sebbene, infatti, i governi israeliani che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza e del recente attacco all’Iran. Ricapitoliamo. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano, congelato dagli anni Novanta a causa delle pressioni internazionali, mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di un bypass (una strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese), il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area. L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato. Secondo Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi. Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare persone e abitazioni palestinesi. Secondo un’altra organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani, B’Tselem, l’anno scorso 21 comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo Stato. Andiamo avanti. Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio di quest’anno, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla Cisgiordania, ha segnato un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei terreni. Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B. L’escalation è proseguita il 15 febbraio, giorno in cui il governo israeliano ha adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia. Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese s’imbatte in ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non hanno accesso. La registrazione delle terre è un eufemismo per indicare espropriazioni e spoliazioni. L’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono neanche più la necessità di nascondere le proprie intenzioni. In conclusione, uno Stato guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità continua a ostentare apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali, rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione palestinese. *Portavoce di Amnesty International Italia