Carriere separate, la “riforma per caso” ora è un boomerang di Errico Novi Il Dubbio, 8 marzo 2026 L’appuntamento del 22 e 23 marzo non è solo per il referendum ma è anche un’occasione che, per la giustizia e per l’equilibrio fra i poteri, non tornerà più. Era la riforma di tutti. Almeno avrebbe dovuto esserlo. Di certo è diventata l’unica. Il premierato arrugginisce ormai su un binario morto. L’autonomia è stata menomata dalla Consulta. Nella bacheca del centrodestra, alla sezione riforme approvate nella legislatura, la separazione delle carriere sarebbe diventata l’unico trofeo. Un po’ per scelta, un po’ per caso. Ma alla fine gli attriti rischiano prevalere sulle buone intenzioni, e il posto riservato alla legge Nordio di restare vuoto. Tutto nasce nel 2023, quando la commissione Affari costituzionali della Camera apre le danze su quattro diverse proposte di legge in materia di ordinamento giudiziario. Sono firmate rispettivamente da Forza Italia, dalla Lega, da Roberto Giachetti di Italia viva e da Enrico Costa, all’epoca responsabile Giustizia di Azione, il primo a depositarne una. Si trova l’accordo e, già nella primavera di tre anni fa, si accantona la norma che avrebbe cancellato l’obbligatorietà dell’azione penale: ci accuserebbero di voler subordinare il pm alla politica, conviene Costa, che aveva tenuto nel proprio testo - identico alla proposta originaria dell’Unione Camere penali - l’intervento sull’articolo 112. Passa quindi un anno e arriva il ddl di Nordio, che include sorteggio e Alta Corte. L’iniziativa è anche un riconoscimento politico a Forza Italia: premierato e autonomia sono ancora in carreggiata, in quel momento. Ma nei mesi successivi le riforme care a Meloni e Salvini vengono risistemate nel cassetto: in una dichiarazione alla vigilia del ferragosto 2024, il sottosegretario Fazzolari, tra gli uomini di fiducia della premier, annuncia che si punterà sulla riforma della giustizia. Nel frattempo la Corte costituzionale ha ridotto la legge Calderoli sull’autonomia a un estetismo con poca sostanza. E il gioco è fatto: all-in sulla separazione delle carriere. Ma fino a che punto il centrodestra era davvero compatto, già un anno e mezzo fa, su una scelta simile? Forza Italia ne aveva fatto motivo d’orgoglio. Ma fin da subito Fratelli d’Italia, e Meloni innanzitutto, hanno avuto un atteggiamento più sobrio. E poi c’è il caso clamoroso della Lega. Salvini ripeteva da anni come una cantilena “ci vuole la riforma della giustizia” a ogni sventura processuale, a perenne avviso di una futura vendetta. Il disco si è rotto proprio ora che si tratta di spingere il Sì alla vittoria. I nodi vengono al pettine. Antonio Tajani è preoccupato: vede le tensioni interne legate alla guerra nel Golfo allungarsi come un’ombra sul referendum del 22 e 23 marzo. Conferma che i leader del centrodestra - cioè lui, Meloni e Salvini - non terranno alcun comizio unitario. “Meglio non politicizzare troppo il voto, finiremmo per spingere ancor di più gli elettori di centrosinistra verso le urne”. Sembra una pietosa bugia. La verità è che manca una determinazione condivisa, sulla separazione delle carriere. Nel caso di Fratelli d’Italia, pesa l’idea che parte del proprio elettorato non si entusiasmi troppo, per una riforma accreditata (dagli avversari) come un ridimensionamento della magistratura. Salvini si è fatto i conti: se vince il Sì, è il trionfo di Forza Italia, più che della coalizione. Se la legge Nordio fosse bocciata, non solo ne uscirebbero mortificate le ambizioni dei berlusconiani, competitors della Lega nel derby di coalizione, ma si smorzerebbe la parabola della stessa Giorgia Meloni, e la leadership del centrodestra tornerebbe a essere un dossier aperto. Divisi alla meta: una strategia perfetta per perdere. Non solo un referendum ma anche un’occasione che, per la giustizia e per l’equilibrio fra i poteri, non tornerà più. Referendum, la tensione sale ancora. “Sì” o “no”, le nostre interviste di Marco Iasevoli e Angelo Picariello Avvenire, 8 marzo 2026 Parlano i costituzionalisti Filippo Pizzolato (per il No), docente all’Università di Padova e alla Cattolica, e Marco Olivetti (per il Sì), professore alla Lumsa. A due settimane dal voto del 22 e 23 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, sale ancora il livello dello scontro politico. Il ministro dell’Interno Piantedosi, che sabato ha partecipato a un incontro per il Sì organizzato a Bologna dalla Lega, ha accusato i magistrati che hanno emesso le sentenze sui Cpr in Albania di essere “ideologizzati” e di vanificare con le loro decisioni le politiche del Governo in materia di immigrazione. Altrettanto forte la presa di posizione della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiudendo a Roma la campagna di “ascolto” del Paese, ha definito la riforma Nordio “uno sfregio alla Costituzione che altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Per proseguire la serie delle nostre interviste sulle norme che saranno sottoposte al voto popolare, abbiamo raccolto le differenti valutazioni di due docenti universitari. Pizzolato: “Obiettivi opachi. La Costituzione non si cambia così” Una riforma “opaca”, che saldata con altri punti del programma di Governo “avvalora il timore che sia incrinata l’indipendenza dell’ordine giudiziario” e “indebolisce la Costituzione”. È una posizione con pochi dubbi quella di Filippo Pizzolato, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Padova e docente di Dottrina dello Stato alla Cattolica di Milano. A due settimane dal referendum, Sì e No sono considerati vicini nei sondaggi. Quali sono i punti su cui si dovrebbero soffermare gli indecisi? Dovrebbero valutare l’opacità di questa riforma: essa dichiara un obiettivo, ma ne prepara un altro e cioè - come effetto voluto o indotto - l’indebolimento delle garanzie istituzionali dell’indipendenza della magistratura. E questo al di là della conferma testuale del principio, di cui verrebbero però amputate le condizioni di realizzazione. In tempi di esondazione dei Governi dai limiti costituzionali interni e di diritto internazionale, si tratta di opacità da respingere risolutamente. Si dibatte molto tra voto politico e voto nel merito: nella sua valutazione per il No cosa prevale, la “lettera” della riforma o i significati meno visibili? Entrambi: testo e contesto. Un testo che enfatizza la separazione delle carriere, ma poi le riunifica sotto l’Alta Corte disciplinare. Un testo che vorrebbe contrastare il correntismo dei magistrati con il sorteggio, ma apre la porta a un condizionamento di derivazione partitica degli organi di garanzia dell’indipendenza della magistratura. La saldatura con riforme già approvate (quella della Corte dei Conti) e con quelle annunciate (il premierato) crea un contesto che avvalora il timore che sia incrinata l’indipendenza dell’ordine giudiziario, che deve restare separato dal circuito dell’indirizzo politico. Di fronte ai nodi oggettivi del correntismo, vi possono essere soluzioni che impattano meno sul rapporto tra potere politico e magistratura? L’elezione in collegi uninominali, ad esempio. Fa un po’ sorridere che si obietti che l’Anm si è opposta a questa soluzione. Forse che al sorteggio non si è opposta? Eppure... Il sorteggio è un vero azzardo: compromette la natura di garanzia e di autogoverno dei Csm, impedisce che si valutino le capacità e che si attivino circuiti di responsabilità, favorendo potenziali condotte opportunistiche. Perfino un sorteggio non diseguale sarebbe stato meno ambiguo. Il sorteggio puro per i consiglieri togati e quello “orientato” per i laici non ha giustificazioni razionali e prepara una prevalenza non quantitativa, ma sostanziale, della componente di estrazione politica. Insomma, con questa riforma non si fa un passo avanti. Si è discusso nelle ultime ore anche su presunti orientamenti di voto dei cattolici: nel mondo ecclesiale vede un dibattito consapevole? Vedo molta attenzione e mi fa piacere. Vorrei soprattutto che si valutasse con cura e coerenza il metodo di approvazione di questa riforma, blindata dal Governo e chiusa a confronti migliorativi, cosa che contraddice apertamente quanto il mondo cattolico ripete sulla Costituzione come patto condiviso, come garanzia del dialogo e dei valori comuni. L’ultima Settimana sociale di Trieste mise al centro la democrazia: questo referendum ha a che fare con l’evoluzione della democrazia in Italia? Ha a che fare con l’indebolimento della Costituzione come patto condiviso e non come bottino della maggioranza. Di qualunque colore essa sia. Ha a che fare con una democrazia costituzionale che, riconoscendo la pluralità delle articolazioni del popolo sovrano, deve difendere gli organi di garanzia e la loro indipendenza, contro il rischio della riduzione della democrazia a scelta del capo. Non si tratta di volere “privilegi” per i magistrati, ma di proteggere lo spazio democratico del pluralismo e l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Olivetti: “Riforma necessaria. Se servirà, si potrà correggere” Qualunque sia l’esito del referendum, non sarà uno sconvolgimento degli assetti costituzionali e nemmeno, viceversa, la palingenesi di tutti i mali della giustizia. Ma solo votando Sì sarà possibile fare un passo in avanti in un percorso iniziato negli anni Ottanta”. Marco Olivetti smina il terreno fra le opposte fazioni e guarda già al dopo. Docente di Diritto costituzionale alla Lumsa, è stato segretario dell’osservatorio sulle riforme dell’Azione cattolica italiana nel 1996 e ha fatto parte della Commissione dei saggi del Governo Letta nel 2013. Olivetti ha le idee chiare sulla scelta da fare il 22 e 23 marzo, ma non risparmia critiche in parti uguali ai due schieramenti. “Non vedo prospettive apocalittiche, e bisogna abituarsi all’idea, fin da ora, che dopo il 23 marzo sarà necessario collaborare. I vincitori dovranno farsi carico in qualche misura anche delle ragioni dei perdenti”. C’è chi sostiene, invece, che la Costituzione uscirebbe stravolta dalla vittoria del Sì… Guardando il quesito si può dire che non è così. Sono toccati solo due articoli, le altre sono modifiche di coordinamento. Non è un dibattito che nasce oggi, d’altronde, ci fu una lunga riflessione che portò al passaggio dal modello inquisitorio a quello accusatorio. È un percorso da completare, ma sarà ancora lungo e richiederà capacità di ascolto delle ragioni degli altri, tanto più se l’esito dovesse essere una vittoria di misura di uno dei due schieramenti. Non credo che la separazione porterebbe, come si dice, alla nascita di un pm super-poliziotto, ma occorrerà monitorarne attentamente il funzionamento. Così, la costituzione di due Csm e dell’Alta Corte richiederà una normativa di attuazione per la quale il dialogo sarà necessario. E il sorteggio integrale per i togati del Csm? Conosciamo bene le ragioni per cui ci si è arrivati: un correntismo che è diventato lottizzazione e un clientelismo che trovo moralmente riprovevole. La soluzione trovata è certo problematica, sebbene non inedita: nei concorsi universitari, per fronteggiare problemi in larga misura similari, è stata adottato nelle commissioni di abilitazione un criterio del genere. Tuttavia, anche qui, si tratta di vigilare per vedere se gli esiti saranno davvero quelli sperati. Ma l’esperienza insegna che una volta validata una soluzione dal referendum, andarla a ritoccare diventa complicato, per non contraddire la volontà popolare... Certo, correggere una riforma costituzionale non è agevole. Ma su questioni come il sorteggio, di indubbia novità e con qualche rischio, occorre muoversi con lo spirito di sperimentalismo evocato da De Gasperi per l’attuazione delle Regioni in Italia. Nel discorso di Predazzo del 1952 lo statista trentino sottolineò la necessità di attuare le Regioni cum grano salis, verificando la tenuta concreta di queste nuove istituzioni, a partire dalle Regioni speciali. Sulle innovazioni contenute in questa riforma mi pare che si possa fare un ragionamento analogo: occorre prendersi il rischio di votare Sì, poi si dovrà monitorare il funzionamento delle innovazioni, limarle e correggerle. Tuttavia non è questo il tema di cui si parla più spesso sui tram o alle Poste. Non sarebbe stato compito delle forze politiche trovare un ampio accordo su una materia così tecnica e delicata, evitando il referendum? Sarebbe stato preferibile, tuttavia siamo nella piena legalità, nel solco dell’articolo 138 che prevede questa possibilità, nel caso di mancata approvazione in Parlamento a maggioranza dei due terzi. Ma l’intesa non è stata neanche tentata, come se il voto popolare fosse un esito da ricercare, non una complicazione da evitare... Non condivido questo atteggiamento della maggioranza, ma di fronte a qualche suo timido tentativo, dalle opposizioni è emerso un atteggiamento, analogo, sia pur speculare. Nel 2005, ai tempi della riforma Berlusconi, ne sono testimone, fu fatto un tentativo per concordare modifiche, alla ricerca di un accordo più ampio. Le controproposte furono accolte in misura molto limitata, e la rottura ci fu lo stesso, ma il tentativo almeno fu fatto. Qui invece non si è voluto nemmeno tentare, da una parte e dall’altra, magistratura compresa. Referendum sulla giustizia, cosa dicono gli ultimi sondaggi di Giovanni Turi La Stampa, 8 marzo 2026 A quindici giorni dal voto referendario del 22 e 23 marzo, gli istituti rilevano un Paese diviso in due: Only Numbers e BiDiMedia danno il Sì avanti, YouTrend osserva il sorpasso del No. Referendum sulla giustizia, i giorni del voto si avvicinano. Le date di domenica 22 e lunedì 23 marzo distano poco più di due settimane. E gli ultimi sondaggi sono la bussola per capire gli scenari che avanzano. Come quello dell’istituto Only Numbers realizzato per il programma “Porta a Porta”, dove l’indecisione su come muoversi regna ancora sovrana. Alla domanda “Pensa di andare a votare il 22 e il 23 marzo per il referendum confermativo della legge sulla riforma della giustizia?”, il 41% segna questa opzione. Il Sì è in vantaggio con il 38%, mentre il No è al 21%. Ecco, tra coloro i quali intendono recarsi alle urne, l’intenzione di cosa votare è ancora sul filo del rasoio: più Sì che No (47,9% contro il 47%). Poi seguono quesiti nello specifico. Tipo: “La legge prevede l’introduzione di due diversi Consigli superiori della magistratura, composti rispettivamente da pubblici ministeri e da magistrati giudicanti, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica, lei è favorevole o contrario?”. I favorevoli sono il 43,4% degli intervistati. Si oppone il 39,8%, mentre 16,8% non sa. E poi: “La legge prevede che i magistrati vengano giudicati da un’alta corte disciplinare, composta da 15 membri, tre nominati dal presidente della Repubblica, tre da professori universitari e avvocati con almeno 20 anni di anzianità estratti a sorte in un elenco approvato dal Parlamento in seduta comune e a nove magistrati estratti a sorte tra i pubblici ministeri e i magistrati giudicanti. Lei è favorevole o contrario all’introduzione di questa procedura?”. Favorevole il 43,9% degli italiani; contrario il 38,4%; non sa o non risponde il 17,7%. YouTrend: avanti il No - Sull’affluenza, i numeri si rincorrono. Per il sondaggio dell’Istituto Piepoli commissionato da Conflavoro, la stima è del 60%. Ma a prescindere da questo fattore, secondo l’ultima rilevazione di YouTrend per SkyTg24 (risale a venerdì 6 marzo) il No ha consolidato il sorpasso sul Sì. Due gli scenari: quello di bassa partecipazione (47,5% dei votanti) e l’altro di alta (57,3%). Nel primo, la bocciatura alla riforma Nordio si stima al 54,1%. Cifra che si conferma anche nel secondo caso, contro il 48,6% dei favorevoli. Risultati perlopiù orientati dall’affinità politica. Di altro avviso, la rilevazione di BiDiMedia: il 54% degli intervistati si dichiara favorevole, mentre il 36% è contrario. Balla ancora un 10% che non si esprime. Il consenso diventa più limitato di fronte all’istituzione di una Corte disciplinare per i magistrati (51% a favore, 37% contro). E, ancor di più, dinanzi alla proposta di creare due Csm separati per giudici e pm: i pro sono al 46%, i contrari al 42%. Un’altra fotografia la regala il sondaggio dal titolo “Monitoraggio dell’opinione pubblica sull’attualità politica estera e il referendum sulla giustizia” dell’Istituto Piepoli. Alla domanda “Come pensa che voterà al referendum sulla giustizia”, il Sì è al 52% (in calo del 2% rispetto alla rilevazione precedente), mentre il No al 48% (in risalita). Quali conseguenze? - C’è poi la rilevazione di Termometro Politico, commissionato da True Data, che mette in fila le ricadute di questo referendum. Domanda: “Secondo lei, l’esito del referendum sulla giustizia provocherà importanti conseguenze politiche?”. Le risposte prendono diversi indirizzi: - La più quotata, al 37,2%, è “In parte, ci sarà una penalizzazione dei partiti dello schieramento perdente che durerà un po’, ma non influirà sulle prossime elezioni politiche del 2027”; - Seconda posizione per la risposta “Per nulla, dopo poche settimane non si parlerà più dell’esito del referendum” (al 31,9%); - Segue poi “Sì, soprattutto con una penalizzazione del consenso dei partiti dello schieramento perdente, che influirà anche sulle elezioni politiche del 2027” (21,7%); - Medaglia di bronzo per “Sì, molto importanti, ci saranno anche dimissioni di esponenti dello schieramento perdente” (al 6,7%); - Chiude “Non so/non intendo rispondere”, al 2,5%. I 30 della legge sull’uso dei beni confiscati alle mafie, Ciotti: “Una svolta nella coscienza collettiva” di Carlo Giorni Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2026 Libera festeggia i 30 anni della legge 109/96 con eventi in 180 luoghi. “La prima grande scommessa vinta da Libera” dice don Ciotti. Libera, l’associazione contro le mafie - fondata nel 1995, tra gli altri, da don Luigi Ciotti - è ricca di storie, volti, lotte. Da dove partirebbe? È stato chiesto a don Ciotti nel libro Cento passi verso un’altra Italia, edito da Piemme. Risponde il sacerdote torinese che nel settembre scorso ha compiuto 80 anni: “Partirei dal 7 marzo del 1996, giorno dell’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. La nostra prima grande scommessa vinta, grazie a una mobilitazione collettiva dei gruppi e delle associazioni che avevano fondato Libera. Insieme eravamo riusciti a raccogliere oltre un milione di firme, presentate al Parlamento per sostenere quella legge così innovativa e cruciale, dalla quale sono nati percorsi di grande valore. I tanti edifici di proprietà dei boss trasformati in scuole, commissariati, centri per anziani o persone in difficoltà. E poi le cooperative agricole di giovani che coltivano i terreni un tempo simbolo del controllo mafioso su intere regioni. Dal punto di vista dell’impegno civico contro il crimine organizzato, questo ‘riappropriarsi’ dei territori e delle loro risorse, sia sul piano economico che su quello etico, ha rappresentato un passaggio fondamentale. Ed è stata proprio quella legge, oggi copiata in tutto il mondo, a renderlo possibile”. Eccoci, trent’anni dopo. Tempo di bilancio. “Il bilancio è sotto molti aspetti positivo. Questa legge ha portato una svolta non solo nella lotta alle mafie, ma nella coscienza che noi abbiamo delle mafie stesse. Oggi è più diffusa la consapevolezza che per contrastarle non basta il poderoso lavoro della magistratura e delle forze di polizia, ma che ogni cittadino ha il dovere di impegnarsi per estirpare un male di natura sociale oltre che criminale”, spiega don Ciotti. Si è assistito ad una sorta di rovesciamento. Ad un ritorno dei beni alla società. Strumenti per lo sviluppo della coesione sociale e opportunità visibili per la crescita dei territori. “Ciò che prima era simbolo di una ricchezza illecita, sterile ed esclusiva, ritorna bene pubblico, produttivo, inclusivo, grazie proprio al suo utilizzo sociale i cui benefici sono sotto gli occhi di tutti. Che si tratti di recuperare un immobile destinandolo a edilizia pubblica, o di dare lavoro a persone oneste nelle cooperative di agricoltura bio, è evidente come i vantaggi materiali si sommino a quelli morali, dando vita a una nuova ricchezza, pulita e condivisa”, aggiunge don Ciotti. Dunque, sono trascorsi 30 anni da quando la legge 109 fu approvata in Parlamento. Libera per festeggiare e onorare questi trent’anni di impegno collettivo promuove il 6, il 7 e l’8 marzo “109 piazze per la legge 109”. Tre giorni di iniziative con più di 180 luoghi e spazi animati da volontari della rete di Libera per promuovere e valorizzare il significato di trent’anni di beni confiscati restituiti alla collettività. Da Trieste a Milano, da Torino a Genova. E ancora Bologna, Pistoia, Ascoli Piceno, Roma, Campobasso, Napoli, Palermo dove saranno centinaia le piazze, luoghi e spazi animati da iniziative, banchetti, visite ai beni confiscati. In occasione della tre giorni, Libera scende nelle piazze con la campagna “Diamo linfa al bene” per chiedere di difendere questa legge e di firmare per chiedere che il 2% del Fondo unico Giustizia venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati. Conclude don Ciotti: “Certo non è tutto perfetto: ci sono ritardi, ostacoli burocratici, fatiche finanziarie, contraddizioni da superare nelle varie forme di gestione. Oggi dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro, ma continuare a procedere in avanti”. “Ddl Stupri, il nuovo testo obbliga il giudice a tormentare la vittima” di Eleonora Martini Il Manifesto, 8 marzo 2026 Parla l’avvocata Carla Quinto, dell’associazione Be Free: “Il provvedimento riscritto da Bongiorno lascia troppi margini di dubbio. Mentre la Commissione libertà civili dell’Eurocamera ha appena chiesto all’Italia di allinearsi alla Convenzione di Istanbul”. L’ha letto e l’ha studiato, il testo del ddl Stupri voluto dalla Lega per capovolgere la prima versione, approvata all’unanimità dalla Camera a novembre. Carla Quinto, responsabile dell’ufficio legale di Be free, un’organizzazione antiviolenza che agisce nel centro Italia, non è quindi tra coloro che la senatrice leghista Giulia Bongiorno accusa di parlare “senza aver letto i documenti”. E ripete, come molte altre e altri in questi mesi, che “di fatto sostituire la locuzione “consenso libero e attuale” con la parola “dissenso” vuol dire far ricadere sulla vittima del reato l’obbligo di dimostrare la propria contrarietà all’atto sessuale”. La relatrice del provvedimento che riscrive l’articolo 609 c.p., l’avvocata Bongiorno, sostiene però che il reato viene punito anche in caso di freezing, ossia quando la paura blocca la vittima e le impedisce di esprimere il proprio dissenso. Perché non basta? Al secondo comma del riformulato articolo del codice penale è scritto che “l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”. La dicitura “nelle circostanze del caso concreto” rende ambivalente il freezing lasciando troppi margini di dubbio: vuol dire che il giudice sarà tenuto a porre alla vittima domande nocive sul perché si è bloccata e non è riuscita a dire no. Invece già la giurisprudenza attuale considera quel silenzio, quel rimanere ferma, un elemento di dubbio che obbligava l’imputato ad astenersi da quel rapporto, senza bisogno di approfondimenti nocivi per la vittima. Consenso o dissenso, in ogni caso in sede processuale non è sempre la vittima a subire una radiografia dei suoi costumi? È vero, nei processi per stupro la prova principale sono le dichiarazioni della vittima del reato, che è tenuta attraverso la sua testimonianza a riferire quanto subito in modo dettagliato e preciso e a sottoporsi all’esame incrociato delle parti. Però sempre con il limite di evitare le domande nocive che un tribunale adeguatamente formato non farà mai. Se invece passa questa norma, il giudice deve verificare se la vittima ha manifestato chiaramente il suo dissenso e soprattutto deve verificare la situazione e le “circostanze del caso concreto”. Termini estremamente ambivalenti obbligheranno il giudice a dover fare quel tipo di domande dannose che oggi perlopiù sono bandite perché una ampia evoluzione giurisprudenziale ha introdotto nel nostro sistema un modello consensuale sulla base delle convenzioni internazionali. Fermo restando che grava sempre sul pubblico ministero l’onere probatorio. Perché attualmente solo una piccola minoranza di donne che hanno subito violenza denuncia? La difficoltà di emersione delle situazioni di violenza ha tantissime variabili, una delle quali è la prossimità con l’autore del reato. Molte violenze sessuali avvengono addirittura in ambito familiare. Se poi si aggiunge che la donna patisce ancora un deficit di credibilità per il permanere di una serie di stereotipi e pregiudizi di genere, la paura di non essere creduta e di subire una vittimizzazione secondaria ha il sopravvento. Crede anche lei, come alcune giuriste, che la legge sul femminicidio, approvata in modo bipartisan, abbia comunque prodotto nuove categorie giuridiche di pensiero? Alle volte le norme recepiscono dei cambiamenti sociali, altre volte - come nel caso del femminicidio - la norma aiuta a determinare un cambiamento sociale. Ecco perché credo sia stato importante introdurre il reato. Però la norma a mio giudizio è stata costruita male perché vi si introducono dei termini come odio e discriminazione che sono ancora di difficile interpretazione per l’operatore del diritto poco formato. E invece nella formulazione approvata dalla Camera e ispirata alla Convenzione di Istanbul, il ddl Stupri riuscirebbe ad imprimere un cambiamento giuridico prima e poi sociale? Assolutamente sì. Il concetto di “consenso libero e attuale” non solo forma gli operatori giudiziari ma soprattutto promuove nella cultura sociale una maggiore consapevolezza del rispetto dei confini personali. Pochi giorni fa la Commissione libertà civili dell’Eurocamera ha esortato tutti gli Stati membri che, come l’Italia, hanno ancora definizioni di violenza sessuale fondate sul modello coercitivo, ad allineare le loro leggi agli standard internazionali. La proposta della Lega per la festa della donna: multa e carcere per vietare il velo ansa.it, 8 marzo 2026 L’articolo 2 del ddl introduce una nuova fattispecie di reato, cioè la costrizione all’occultamento del volto. “In questo modo, sarà sempre possibile identificare chi si muove in uno spazio pubblico, come piazze, uffici, ospedali e scuole - spiega il primo firmatario Gianmarco Centinaio - così da evitare scambi di persona e limitare situazioni che possano mettere in pericolo gli altri cittadini”. Un disegno di legge per vietare l’uso del velo nei luoghi pubblici, intervenendo più duramente su chi obbliga le proprie figlie a indossarlo. Per la giornata delle donne, la Lega annuncia una proposta di legge per combattere il velo in nome della dignità e libertà delle donne. In realtà, il testo è stato depositato in Senato lunedì scorso, primo firmatario Gianmarco Centinaio. Il disegno di legge si compone di quattro articoli. Punta a modificare una legge anti terrorismo del 1975, che vieta l’uso di caschi protettivi all’aperto, nata negli anni di Piombo per colpire i manifestanti “mascherati” nei cortei. A quelli il partito di Matteo Salvini aggiunge ora una specifica sul velo e “gli indumenti o accessori di qualsiasi tipo di origine etnica, culturale o religiosa”. E cancella il “giustificato motivo”, che nella legge del ‘75 escludeva il divieto. Il ddl leghista propone di vietare il velo senza più giustificazioni, tranne nei luoghi di culto o nei casi in cui nascondere il viso serva a proteggere la salute (ad esempio con le mascherine anti covid) o per il casco stradale. “Così sarà sempre possibile identificare chi si muove in uno spazio pubblico” - “In questo modo, sarà sempre possibile identificare chi si muove in uno spazio pubblico, come piazze, uffici, ospedali e scuole - spiega Centinaio - così da evitare scambi di persona e limitare situazioni che possano mettere in pericolo gli altri cittadini”. E aggiunge che l’attuale norma “è ambigua e lascia troppi margini di interpretazione ai giudici che la applicano. Noi vogliamo fare chiarezza”. Sanzioni severe a chi costringe di indossare il velo - Altra novità è sul piano penale. L’articolo 2 del ddl introduce una nuova fattispecie di reato, cioè la costrizione all’occultamento del volto. Per chiunque costringa un’altra persona a nascondere il volto (mettendo ad esempio il velo) con violenza, minaccia o abusando della propria autorità, scatta il carcere da 1 a 2 anni e una multa da 10 mila a 30 mila euro. La sanzione aumenta (della metà) se l’imposizione è contro un minore o una donna o un disabile. E se l’autore è un genitore, parte pure la segnalazione al Tribunale dei minori che può decidere la decadenza della responsabilità genitoriale o l’allontanamento dalla famiglia. “In alcuni casi, infatti l’imposizione del velo è solo una delle forme attraverso cui i genitori vogliono impedire l’integrazione delle proprie figlie, negando loro il diritto di vivere liberamente nella nostra società” conclude Centinaio. Piemonte. Diritti e pari opportunità per i detenuti, firmato protocollo regionale di Andrea Scutellà La Sentinella del Canavese, 8 marzo 2026 Promuovere e tutelare i diritti delle persone private della libertà personale, con particolare attenzione alle pari opportunità e al contrasto di ogni forma di discriminazione all’interno degli istituti penitenziari. Promuovere e tutelare i diritti delle persone private della libertà personale, con particolare attenzione alle pari opportunità e al contrasto di ogni forma di discriminazione all’interno degli istituti penitenziari. È questo l’obiettivo del protocollo d’intesa siglato mercoledì 4 in Regione tra la Garante dei detenuti Monica Formaiano e la presidente della Commissione regionale per le pari opportunità Maria Rosa Porta. L’accordo, della durata di tre anni e rinnovabile, rappresenta una novità a livello nazionale e punta a rafforzare la collaborazione tra le due istituzioni per promuovere una cultura del rispetto dei diritti delle persone detenute, con particolare attenzione alle situazioni di maggiore fragilità. Ad aprire l’incontro è stato il componente dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale Mario Salvatore Castello, che ha portato il saluto dell’Assemblea sottolineando “la necessità di unire le forze per l’inclusione delle persone detenute sia durante l’esecuzione della pena sia nel momento del ritorno alla vita sociale”. Il protocollo prevede iniziative congiunte all’interno delle carceri per contrastare discriminazioni dirette e indirette legate al genere o ad altre condizioni personali e sociali. Tra gli obiettivi indicati figurano il miglioramento delle condizioni di vita negli istituti di detenzione e la promozione di percorsi di inclusione sociale, culturale e lavorativa, fondamentali per favorire il reinserimento dopo la detenzione. “Con questo protocollo - ha spiegato Monica Formaiano - intendiamo dare maggiore concretezza ai diritti fondamentali delle persone detenute, in particolare delle donne e delle madri recluse nelle sezioni femminili degli istituti penitenziari di Torino e Vercelli”. Una realtà minoritaria rispetto al totale della popolazione carceraria ma che, ha ricordato la Garante, “non sempre dispone di servizi adeguati e specifici”. La collaborazione potrà svilupparsi in diversi ambiti: dallo scambio di dati e buone pratiche alla realizzazione di studi e monitoraggi sulle condizioni di detenzione in un’ottica di genere, fino alla promozione di attività formative rivolte al personale penitenziario, agli operatori e agli stessi detenuti. Previste anche iniziative pubbliche come incontri, seminari e campagne di sensibilizzazione. “Con questa intesa - ha aggiunto Maria Rosa Porta - vogliamo lavorare per superare le discriminazioni di genere e favorire una reale cultura della parità”. Nel sistema carcerario, ha osservato, molte donne vivono infatti “una doppia fragilità legata alla genitorialità e alle difficoltà di reinserimento lavorativo”. Per l’attuazione del protocollo è prevista anche la possibilità di istituire un tavolo di coordinamento incaricato di programmare le attività e monitorarne l’avanzamento. All’incontro hanno partecipato, tra gli altri, i consiglieri regionali Debora Biglia, Alessandra Binzoni, Giulia Marro e Gianna Pentenero, oltre ai garanti regionali per l’infanzia e l’adolescenza Giovanni Ravalli e per i diritti degli animali Paolo Guiso. Bologna. Le ragioni del Sì e del No alla Dozza? “Negato il dibattito sul referendum” di Federica Nannetti Corriere di Bologna, 8 marzo 2026 Organizzato con più di un mese d’anticipo e con il parere favorevole sia del Tribunale di Sorveglianza sia della direzione del carcere di Bologna, un incontro sulle ragioni del Sì e del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati si sarebbe dovuto tenere alla Dozza martedì, ma solo ieri il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria ha fatto sapere di non concedere il nulla osta per l’evento. Prima una telefonata agli organizzatori, poco dopo una mail per l’ufficialità: i motivi del diniego sarebbero non meglio precisate “ragioni di opportunità”. A rendere noto l’accaduto la Camera penale di Bologna Franco Bricola - insieme al proprio Osservatorio diritti umani, carcere e altri luoghi di privazione della libertà - che era la promotrice dell’incontro: sarebbero dovuti intervenire, “in un confronto pubblico e pluralista all’interno dell’istituto penitenziario, il dottor Pier Luigi Di Bari, già presidente del Tribunale del Riesame, per le ragioni del No, e l’avvocata Rosa Ugolini, membro del direttivo della Camera penale di Bologna, per le ragioni del Sì”. Dunque, un dibattito “nel pieno rispetto del contraddittorio delle parti tra le diverse posizioni di pensiero”, aggiunge il direttivo della Camera penale in una nota, così da garantire “ai detenuti un’informazione adeguata sul tema referendario” e la possibilità di “formarsi una opinione consapevole”. Sarebbe stata un’occasione importante, come ribadisce l’avvocata Ugolini, anche perché “rivolta a persone private della libertà personale, ma non del diritto di voto” e anche perché “avrebbe forse stimolato l’esercizio di un diritto fondamentale come quello di voto”. In questi mesi la Camera penale di Bologna, insieme alle altre dell’Emilia-Romagna, all’interno del comitato Camere penali per il Sì, ha partecipato e organizzato numerosi dibattiti: “Ci siamo resi conto della necessità dei cittadini di fare domande, di approfondire, di provare a dubbi - sempre Ugolini -. Anche per le persone detenute è facile immaginare sia così: un confronto in presenza, con entrambe le posizioni in campo e un’interazione con gli interlocutori, sarebbe stato importante per renderle consapevoli cittadini al pari degli altri, oltre che in un’ottica educativa- trattamentale”. A lasciare l’amaro in bocca, anche la motivazione: “Ragioni di opportunità” senza nessun’altra specifica, a fronte invece del via libera da parte del Tribunale di Sorveglianza e della direzione del carcere. La Camera penale ha provato a chiedere chiarimenti, al momento non pervenuti; difficile ormai pensare a un’altra opportunità più avanti, essendo il referendum fissato per il 22 e il 23 marzo. “Se davvero il carcere deve essere, come la Costituzione prescrive, un luogo orientato alla rieducazione e al reinserimento sociale, appare difficile comprendere per quale motivo si debba rinunciare proprio a quelle occasioni in cui la democrazia riesce, finalmente, ad attraversare anche le mura dell’istituzione penitenziaria”, concludono Camera penale e Osservatorio. Saluzzo (Cn). “Niente studenti in carcere”. Il Dap vieta il laboratorio di letture e teatro di Sandro Marotta La Stampa, 8 marzo 2026 Cancellati gli incontri “Adotta uno scrittore” previsti nella Casa circondariale. Il Garante scrive alla Direzione generale dei detenuti. Niente studenti in carcere, nemmeno per leggere libri o fare teatro. Nei giorni scorsi nell’istituto penitenziario di Saluzzo si sarebbe dovuto svolgere un laboratorio di lettura organizzato ormai da 15 anni, che fa parte del circuito di appuntamenti del Salone del Libro. “Adotta uno scrittore”, titolo dell’iniziativa, prevedeva due percorsi di lettura inizialmente separati, uno per gli studenti del “Soleri-Bertoni” e un altro per i detenuti del “Rodolfo Morandi”, che poi si sarebbero dovuti unire con l’incontro finale proprio in carcere. L’autrice in questione sarebbe dovuta essere Francesca Mannocchi, scrittrice e giornalista, in ogni caso al momento non disponibile a causa della guerra. La lettera del garante, della scuola e delle associazioni - “Ci è stata notificata la mancata autorizzazione del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) allo svolgimento di questa attività, ritenuto inopportuno l’ingresso di studenti in un carcere di alta sicurezza”, scrivono il garante dei detenuti Paolo Allemano, la dirigente del Soleri, le associazioni “Liberi Dentro” e Voci Erranti Coop Sociale in una lettera, inviata al direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento, Ernesto Napolillo. Non si tratta della prima volta: accadde già a Natale 2025 - Non è la prima volta. “Un diniego all’incontro tra studenti e reclusi si era già palesato per la festa di Natale 2025”, si legge nella lettera. Altri appuntamenti sono stati negati negli scorsi giorni sia a Saluzzo sia ad Asti, dove è stato annullato uno spettacolo teatrale in carcere con liceali e universitari. “La tendenza è quella di chiudere ogni forma di collaborazione tra detenuti e mondo esterno”, dice Allemano. I numeri del “Morandi” - Saluzzo non è un istituto al collasso, né sovraffollato, con 351 detenuti su 420 posti. Mancano 26 agenti, secondo le stime del Dap. Il carcere ha una lunga tradizione di attività interne, tra cui il teatro con l’associazione Voci Erranti e il laboratorio di sartoria con “Liberi dentro”, che realizza con i reclusi prodotti venduti anche nei punti vendita Feltrinelli a Torino. La direttrice del carcere non c’entra con il “no”, che invece arriva dai piani alti. Una circolare di ottobre del Dap (ritenuta troppo stringente da molti soggetti) ha stabilito che “l’autorizzazione per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo da svolgersi presso gli istituti ricomprendenti circuiti di Alta Sicurezza (come Saluzzo, ndr) debba ora essere sempre richiesta alla Direzione Generale, anche quando gli eventi siano rivolti ai soli detenuti del circuito di media sicurezza”. Di fatto un assetto che centralizza le decisioni e scavalca l’autonomia dei singoli istituti. Firenze. Sollicciano, l’appello di Palagi e Lensi: “La sindaca dichiari inagibili alcuni settori” di Rossella Conte La Nazione, 8 marzo 2026 “Il carcere di Sollicciano deve essere dichiarato inagibile, almeno in alcune sue parti, con un intervento diretto della sindaca”. È la richiesta che arriva da Dmitrij Palagi, capogruppo a Palazzo Vecchio per Sinistra Progetto Comune, insieme a Massimo Lensi dell’Associazione Progetto Firenze. La presa di posizione arriva dopo aver letto i verbali della Azienda USL Toscana Centro redatti a seguito di alcuni sopralluoghi effettuati nel penitenziario cittadino tra luglio e dicembre dello scorso anno. “Il quadro che emerge non è nuovo - spiegano Palagi e Lensi -. Le basse temperature hanno ridotto il problema delle cimici, ma non lo hanno eliminato. È una situazione destinata a riesplodere con l’arrivo del caldo”. Secondo quanto riportato nei documenti dell’Asl, nella struttura restano numerose criticità: infiltrazioni d’acqua, muffe diffuse e problemi agli impianti idraulici. Condizioni che, secondo i due esponenti, espongono detenuti e personale “al rischio di malattie respiratorie” e delineano un quadro igienico-sanitario tale da giustificare un intervento dell’amministrazione comunale. “La sindaca potrebbe dichiarare inagibili almeno alcune sezioni o parti della casa circondariale”, sostengono. Dalle relazioni Asl emergono criticità anche nelle cucine, in particolare nella sezione maschile. Nella sintesi del verbale si evidenzia “l’opportunità di prevedere un piano di monitoraggio interno documentato”, oltre a interventi periodici per la gestione degli infestanti proporzionati al rischio presente nella struttura. Per Palagi e Lensi, tuttavia, non basta immaginare nuove strutture o progetti di edilizia penitenziaria. “Il rapporto tra carcere e città deve permettere a chi vive Sollicciano di trovare sostegno nel resto della società”. “Permettere condizioni simili - concludono - è una ferita aperta”. “Sindaca e assessore competente incontreranno nei prossimi giorni la direzione dell’istituto e l’Azienda sanitaria per aprire uno spazio di confronto - spiega il presidente della Commissione politiche sociali Edoardo Amato - volto ad approfondire e affrontare efficacemente le situazioni emerse nei diversi sopralluoghi. Prosegue inoltre il lavoro di ricognizione della Commissione sociale del Comune, impegnata nel promuovere un’azione di interlocuzione e pressione istituzionale nei confronti del Ministero della Giustizia, affinché venga definita una strategia di intervento concreta e strutturata su Sollicciano”. Firenze. Sollicciano, il nodo dei lavori bloccati. “Per concluderli servirebbero 4 anni” di Antonella Mollica Corriere Fiorentino, 8 marzo 2026 I lavori di manutenzione straordinaria a Sollicciano sono stati bloccati tre anni fa per colpa di un errore e da allora non sono mai più ripartiti. A spiegarlo è il presidente del tribunale di sorveglianza Marcello Bortolato nell’ordinanza con cui mercoledì ha sollevato la questione di costituzionalità sulle condizioni di vita dei detenuti nel carcere fiorentino. “Gli interventi di risanamento della facciata gestiti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - scrive Bortolato - avevano avuto una progettazione esecutiva e un primo avvio ma poi la ristrutturazione è stata bloccata”. Solo nel reparto femminile sono stati completati i lavori “peraltro non risolutivi”. Dal 2023 l’appalto è stato bloccato per un’erronea progettazione del trattamento delle facciate. “Le facciate oblique sono state trattate come pareti verticali e quindi non impermeabilizzate come previsto per i soffitti”. Questo provoca problemi di allagamento e di inagibilità in tutta la struttura, anche nei corridoi, con seri rischi per l’incolumità di agenti e personale civile, oltre che dei detenuti che spesso vengono privati dell’ora d’aria. I singoli interventi di imbiancatura sulla muffa si sono rivelati inefficaci, così come lo sono stati gli interventi di sostituzione degli infissi. “Il Dap - scrive Bortolato - ha più volte annunciato il riavvio degli interventi già programmati delle coperture e delle facciate e l’adeguamento dei servizi igienici, con la predisposizione dell’acqua calda. Interventi che la stessa amministrazione ritiene indispensabili, urgenti e non più rinviabili”. Oltretutto, spiega ancora Bortolato, è stato anche pubblicamente annunciato dal sottosegretario alla Giustizia l’investimento di 10 milioni. Tre mesi fa la relazione del direttore generale del Dap ha spiegato che la procedura di gara per l’affidamento della progettazione esecutiva è stata avviata ma che, considerata la rilevanza dell’intervento, i tempi stimati sono di 55 mesi, escluso il collaudo. “Un tempo di almeno 4 anni - la considerazione del giudice - che rende superflua la nomina di un commissario ad acta, il quale, ancorché si surrogasse all’amministrazione inadempiente, non potrebbe che limitarsi ad avviare la procedura esecutiva senza incidere sui tempi di esecuzione”. A maggio il Ministero di Giustizia aveva risposto che era imminente la conclusione delle opere previste dal progetto iniziale (sospese, era stata la spiegazione, per la risoluzione consensuale del contratto da parte della ditta appaltatrice) consistente in due appalti, uno da 2 milioni e 200 mila euro l’altro da 1 milione e 800 mila per facciate e cortili, e dei lavori per acqua calda e docce nella sesta sezione (questi completati il mese scorso). La sindaca Sara Funaro dichiari inagibili alcune sezioni di Sollicciano”, la richiesta del consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune, Dmitrij Palagi, e di Massimo Lensi dell’Associazione progetto Firenze sulla base delle ispezioni della Asl a Sollicciano negli ultimi sei mesi che segnalano varie emergenze. Intanto Edoardo Amato, presidente della Commissione politiche sociali, annuncia che “la sindaca e l’assessore incontreranno nei prossimi giorni la direzione dell’istituto e l’Asl per aprire uno spazio di confronto”. Alessandria. Delmastro: “L’arrivo dei detenuti del 41bis a San Michele aumenterà la sicurezza” radiogold.it, 8 marzo 2026 Arrivato ad Alessandria per un incontro elettorale in vista del referendum sulla Riforma Nordio, il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha fatto su Radio Gold il punto sui due carceri della città. L’Onorevole di Fratelli d’Italia ha annunciato investimenti del Governo Meloni sulla riqualificazione strutturale del Cantiello e Gaeta, in piazza Don Soria, invocati in settimana anche dal sindaco Giorgio Abonante dopo gli ultimi episodi di violenza. “La postura del sindaco, pur essendo contrario all’arrivo di detenuti al 41 bis, è stata dialogante. La provincia di Alessandria è una delle tante che hanno sempre dato tanto all’Italia ed è intenzione di questo Governo restituire. Gli investimenti sul Don Soria ci saranno ed enfatizzeremo la sua vocazione trattamentale: dove i detenuti si formano e trovano un lavoro generalmente la recidivanza cala. Al momento non è possibile quantificare questi investimenti ma interloquiremo con le forze del territorio perché quello sull’universo carcerario sia un percorso condiviso”. L’esponente del Governo Meloni ha anche risposto alle richieste dei sindacati di Polizia Penitenziaria per un ampliamento degli organici: “In soli tre anni abbiamo fatto più di 11 mila assunzioni, ho già firmato il bando per 3350 ed è in corso il bando per 653 agenti. Sono cifre ciclopiche che testimoniano l’investimento del Governo Meloni sulla Polizia Penitenziaria. Quando ci siamo insediati la fotografia era impietosa, figlia di un sinistro passato di chi assumeva solo risorse boldriniane”. Delmastro ha infine spiegato i criteri che hanno portato alla scelta di riconvertire la Casa di Reclusione di San Michele per ospitare detenuti al 41 bis e ha accolto la richiesta di trasferire alcune radicate attività di volontariato da San Michele al carcere Don Soria: “Il carcere San Michele dava già garanzie dal punto di vista strutturale. Sarà insediato il Gom, il Gruppo Operativo Mobile. Il livello di sicurezza sul territorio aumenterà: i detenuti al 41 bis saranno separati dal resto del territorio. Non esiste istituto più sicuro di quello che ospita detenuti al 41 bis”. Brindisi. Sciopero fame e problemi di salute, scarcerato dopo l’intervento di Garante e istituzioni lostrillonenews.it, 8 marzo 2026 La Garante delle persone private della libertà personale della Provincia di Brindisi Valentina Farina, comunica che, nella giornata odierna, un detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Brindisi ha lasciato l’istituto penitenziario ed è stato preso in carico dai propri familiari. La vicenda trae origine da una segnalazione urgente trasmessa al Tribunale di Sorveglianza di Lecce, con cui era stato rappresentato il rapido peggioramento delle condizioni di salute della persona detenuta, conseguente allo sciopero della fame intrapreso da diversi giorni. Contestualmente, per la gravità della situazione e per garantire la massima attenzione istituzionale, la Garante ha ritenuto opportuno informare anche il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, trasmettendo la segnalazione relativa alla situazione sanitaria e alle criticità emerse. Il quadro clinico, progressivamente aggravatosi, ha reso necessario un immediato intervento di valutazione, anche alla luce del concatenarsi di eventi e di questioni giuridiche particolarmente complesse, che hanno richiesto un’attenta ricostruzione sotto il profilo procedurale e giurisprudenziale. Nel corso della vicenda sono infatti emerse criticità legate alla corretta identificazione anagrafica del soggetto - con riferimento al nome di origine - nonché a precedenti sviluppi processuali connessi a un fermo e alla mancata comparizione di difensori nominati nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato. Circostanze che hanno contribuito a determinare una situazione giuridica articolata e meritevole di approfondimento. La situazione è stata seguita in un quadro di collaborazione istituzionale, grazie alla prontezza e alla professionalità della medicina penitenziaria, dell’équipe sanitaria, educativa, assistenziale e psicologica, nonché degli agenti della Polizia Penitenziaria, che hanno garantito monitoraggio e assistenza durante l’evoluzione della vicenda. Il provvedimento adottato rappresenta una valutazione specifica e individuale da parte dell’Autorità giudiziaria, basata sulle condizioni sanitarie accertate e sulle peculiarità del caso. La Garante precisa inoltre che resta pienamente ferma la competenza dell’Autorità giudiziaria sul procedimento penale pendente, che proseguirà secondo le ordinarie regole previste dall’ordinamento. La Garante provinciale esprime apprezzamento per l’attenzione e la tempestività dimostrate dal Tribunale di Sorveglianza di Lecce, che hanno consentito di affrontare con rapidità una situazione sanitaria divenuta critica, e ringrazia tutto il personale dell’istituto penitenziario per la collaborazione e il senso di responsabilità dimostrati. In questa vicenda emerge con forza anche la dimensione umana della persona detenuta: la dignità con cui ha affrontato la propria condizione, il senso di orgoglio nel rivendicare di essere ascoltato dalla giustizia e l’attenzione costante a non arrecare ulteriore sofferenza ai propri familiari. Lo sciopero della fame è stato vissuto come una scelta estrema, quasi come un’attesa silenziosa della morte, nel solo principio di poter essere ascoltato e riconosciuto nel proprio diritto di giustizia. Proprio per questo il dialogo tra istituzioni, medicina penitenziaria e magistratura rappresenta l’unico strumento capace di ricondurre anche le situazioni più drammatiche nell’alveo dello Stato di diritto, dove la tutela della vita, della dignità e della legalità restano principi inseparabili. Aversa (Ce). Detenuti e agricoltura, il percorso di Università Popolare e Casa di reclusione casertanews.it, 8 marzo 2026 Il riscatto passa per la formazione professionale mirata al reinserimento sociale. Attestati regionali per chi ha coltivato fragole e imparato a confezionarle per la vendita a Km 0. Da detenuti a operatori agricoli. E ad addetti al confezionamento. È il percorso formativo che l’Università Popolare di Caserta e la Casa di reclusione di Aversa hanno portato avanti con successo in questi mesi e che si è concluso con gli esami finali e la consegna degli attestati di formazione professionale rilasciati dalla Regione Campania nelle scorse ore. Non è il primo risultato dell’ente casertano nel sistema penitenziario. Qualche settimana fa un’altra storia di riscatto ha visto insieme l’Università Popolare di Caserta e il Carcere militare giudiziario di Santa Maria Capua Vetere “Caserma Ezio Andolfato”, unico istituto di questo tipo attivo in Italia dal 2005: venti detenuti hanno difatti conseguito la qualifica di manutentore del verde. Quello di Aversa è dunque un nuovo capitolo, scritto con la stessa coerenza e determinazione, che conferma la vocazione dell’ente a portare la formazione professionale là dove può fare la differenza più concreta. “L’Università Popolare di Caserta è stata tra le prime in Italia a credere nell’importanza di portare la formazione professionale all’interno delle strutture penitenziarie”, racconta Nicola Troisi, alla guida dell’ente casertano. “Crediamo che il reinserimento in società passi obbligatoriamente per un’alternativa concreta. Fornire competenze spendibili è uno dei modi che abbiamo per perseguire questo obiettivo: trasformare la detenzione in una reale occasione di riscatto e ridurre il rischio di recidiva”. I due corsi - Operatore Agricolo e Addetto al Confezionamento dei prodotti alimentari - sono stati condotti all’interno della struttura penitenziaria dai docenti Nicola Duffreducci e Angelo Miranda, che con spirito di abnegazione hanno coinvolto gli allievi-detenuti in un percorso che unisce competenza tecnica e progetto di vita. Il risultato pratico è la coltivazione di fragole e altri prodotti agricoli nei terreni interni all’istituto, con il successivo confezionamento per la vendita a Km 0 nel territorio di Aversa: una filiera breve, certificata, capace di generare lavoro reale. Anche la scelta della tipologia di corso non è casuale. Continua Troisi: “Investire in figure come l’operatore agricolo e l’addetto al confezionamento significa guardare a un sistema agroalimentare locale che ha bisogno di professionalità formate e certificate. La filiera corta, il Km 0, la sostenibilità: sono temi che il mercato del lavoro chiede con sempre maggiore urgenza. E noi vogliamo che i nostri allievi siano pronti a rispondere a questa domanda”. Il percorso è stato reso possibile dalla collaborazione delle istituzioni della Casa di Reclusione di Aversa. A credere fortemente in questa opportunità la direttrice Stella Scialpi, la comandante della Polizia Penitenziaria Francesca Acerra, il dirigente dell’area trattamentale Angelo Russo, la responsabile Anna Bonacci e la direttrice del CPI di Aversa Marisa Schiano, che hanno condiviso la visione e sostenuto il progetto con convinzione. “Abbiamo trovato ad Aversa, come a Santa Maria Capua Vetere, un’istituzione che ha creduto in questo progetto e un gruppo di persone che lo ha abbracciato con serietà. Il carcere, inteso come luogo di rieducazione e riscatto, può davvero trasformare la pena in un percorso di reinserimento sociale e di riumanizzazione. Siamo certi che continueremo a costruire percorsi simili, di utilità concreta e grande impatto”, conclude Troisi. Napoli. “Le carceri producono disperazione e recidive”, manifestazione davanti a Poggioreale Ristretti Orizzonti, 8 marzo 2026 Il Garante Ciambriello: “Alla persona che sbaglia va tolto il diritto alla libertà, non alla dignità”. Martedì 10 marzo, alle ore 15.00, è indetta una manifestazione pubblica a Piazza Cenni (antistante all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Napoli). La manifestazione è promossa dal Garante Campano dei detenuti e hanno aderito tutti i Garanti della Campania, provinciali e comunali, diverse associazioni laiche e cattoliche: Libera contro le mafie, Sale della Terra, Dedalus, Liberi di Volare, Pastorale Carceraria della Diocesi di Napoli, Carcere Vi.Vo, Volontariato carcerario dell’ex opg je so pazz, Movimento forense, Antigone, Cnca, Progetto Quarto Piano, Acli, Terra di confine, Yairaiha ETS. Hanno sottoscritto il documento di indizione della manifestazione i tre partiti a livello regionale PD, Più Europa e Sinistra Italiana. La manifestazione è indetta per attirare l’attenzione sulle problematiche legate al carcere: sovraffollamento, carenza di personale penitenziario. Ci saranno anche delle proposte concrete, da mettere in campo dialogando in particolare con la politica: indulto condizionato, pene alternative, liberazione anticipata speciale, numero chiuso. Gli organizzatori chiedono inoltre alla Magistratura una riduzione di custodia cautelare, di revocare o attenuare le misure custodiali in esecuzione, interpretazioni meno rigorose dei presupposti applicativi delle misure alternative e visite nelle carceri per verificare le condizioni inumane e degradanti. Per il Garante Campano delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello: “I dati restituiscono un quadro allarmante sulle carceri: aumento di popolazione detenuta, disagio del personale penitenziario, mancanza negli istituti di personale sociosanitario. Celle da 9-10 posti con i terzi letto a castello, a 2 metri da terra! Alla persona che sbaglia va tolto il diritto alla libertà, non alla dignità. Questa manifestazione accende i riflettori sui temi reali del carcere e i diritti dell’intera comunità penitenziaria Avellino. “I figli cancellati”, l’avvocato Senese: non lasciamo soli questi bambini di Gianluca Rocca Corriere dell’Irpinia, 8 marzo 2026 “L’idea da cui sono partita era quella di illuminare una realtà a cui si pensa poco, quella dei figli di detenuti e detenute, spesso discriminati per le colpe dei loro padri. Portano dentro di sé un senso di vergogna per la condizione dei padri o finiscono per assimilare il loro codice di comportamento, come accade ad Imma che arriverà a sputare ad un’agente di polizia che l’ha rimproverata per la gomma che aveva in bocca durante in colloqui con il padre”. È l’avvocato Anna Senese a spiegare come nasca il volume “I figli cancellati”, edito da Giannini nella collana I Sorsi, presentato alla libreria Mondadori di Avellino nel corso di un confronto con Michela Mancusi, avvocato e presidente Zia Lidia Social Club, Floriana Guerriero, giornalista, Giovanna Perna, presidente Commissione Pari Opportunità Consiglio Ordine Avvocati e Maria Grazia Villano, vicepresidente Omi. È Senese a spiegare come “Si tratta di storie di bambini che ho incontrato nel mio cammino di avvocato penalista. Ho scelto di raccontare quella che è una realtà certamente complicata, segnata non solo da sofferenza e paura ma anche da attese estenuanti, controlli serrati e perquisizioni, regole rigide da rispettare. Una dimensione certamente non adatta all’infanzia che segna fortemente questi bambini. Volevo che i lettori guardassero a questi ragazzi con altri occhi, provando empatia per la loro condizione, riflettendo sull’intimità negata nelle relazioni tra genitori e figli e marito e moglie che caratterizza il carcere”. Ribadisce come “Le istituzioni carcerarie hanno gli strumenti per affrontare queste situazioni, anche grazie al sostegno di associazioni ed educatori. Decisivo, però, è anche il ruolo che può svolgere la comunità, sostenendo questi bambini attraverso laboratori e progetti in collaborazione con scuole e associazioni. In questo modo è possibile dare voce a questi bambini, consentire loro di uscire dallo stigma della vergogna e restituire loro accoglienza, protezione e possibilità di cambiamento, prevenendo forme di devianza. Penso anche alla possibilità da parte delle scuole di accompagnare questi bambini, individuandoli come bambini con bisogni speciali per svantaggio sociale. È chiaro che il problema del disagio sociale non si contrasta con i metal detector nelle scuole o inasprendo le pene ma con la prevenzione”. È Michela Mancusi a ricordare come il diritto riesca a governare anche temi importanti, lanciando l’idea di raccontare queste storie in un film mentre la giornalista Floriana Guerriero pone l’accento sulla capacità dell’autrice di raccontare cosa significhi essere figli di un detenuto attraverso un linguaggio immediato, accompagnandoci alla scoperta delle loro emozioni e stati d’animo. “Sono storie che ci aiutano a riflettere su come è possibile non lasciare soli questi bambini o immaginare anche una revisione del sistema carcerario perché i piccoli non paghino per le colpe dei genitori. Storie di bambini che non sanno accettare l’assenza dei genitori, provano rabbia o vergogna per le scelte dei familiari, tanto da avere paura di parlarne ma anche fierezza come nel caso di Imma, orgogliosa del papà in carcere, che considera forte e non piange mai, neppure quando è stato arrestato e che lei cerca di imitare introiettandone mentalità e atteggiamenti come nell’ostilità verso le guardie, a cui arriva a sputare in faccia. Bambini come Jenny che non capiscono quale lavoro lo tenga lontano, perché non venga più a vederlo giocare, tanto da immaginare di non voler lavorare da grande. O ancora come Ciro che, insieme ai suoi fratelli, è costretto a cambiare vita, rischiando di essere strappati ai genitori, poiché possibile bersaglio di vendette trasversali. Con la consapevolezza che “A nessuno frega niente di quello che pensano loro figurarsi di quello che penso io” e una sfiducia crescente nei confronti di assistenti sociali e avvocati e della stessa scuola che può provare a proteggerli ma non può restituire loro quello che hanno perduto. Fino a Sasi, inizialmente così lontano dalle logiche violente della camorra, tanto da preferire una chitarra in regalo piuttosto che un fucile ma che, affidato alle cure dello zio, appena uscito dal carcere, finirà per essere iniziato alla criminalità, finendo per imbracciare un kalashnikov ed essere condannato al carcere con il rimpianto di non essersi mai innamorato”. Maria Grazia Villano, vicepresidente Omi rilancia sulla necessità di strumenti che favoriscano l’inclusione dei più fragili, offrendo loro nuove opportunità di costruire il loro futuro: “L’impegno che portiamo avanti anche con il progetto Gender equality in our Dna in collaborazione con le scuole, è quello di promuovere la parità di genere nel contesto lavorativo e nella comunità attraverso la sinergia con istituzioni, associazioni e privati. Abbiamo dato vita a un piano di azione con percorsi che promuovono l’empowerment femminile e cercano di avvicinare le ragazze alle discipline Stem”. È l’avvocato Giovanna Perna, alla guida del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Avellino, a ribadire come “È necessario investire nella genitorialità in carcere, immaginando un supporto psicologico, garantendo spazi che siano idonei e il diritto all’affettività che è sinonimo di dignità. Di qui la scelta di portare avanti la strada della giustizia riparativa che consente di promuovere la responsabilità del reato, educare alla consapevolezza del disvalore sociale di ciò che hanno fatto”. E spiega come “il libro di Annalisa parla anche di libertà delle donne, costrette a sottostare a regole ben precise quando i mariti sono in carcere, vestendosi in un certo modo per non sfigurare e non essere rimproverate dai mariti quando si recano ai colloqui, preparando piatti anche per i compagni di cella, cercando di proteggere i figli da quella realtà, mostrando una grande forza”. Modena. Convegno su carcere e giustizia con mons. Castellucci e card. Zuppi agensir.it, 8 marzo 2026 L’arcivescovo di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, aprirà i lavori del convegno “Educare al bene all’ombra del male - Quali vie di giustizia sono possibili oggi?”, in programma sabato 14 marzo nella chiesa di San Carlo a Modena. L’appuntamento, inserito nella rassegna “Modena capitale italiana del volontariato”, prenderà il via alle 9.15. “Una giornata pensata non per addetti ai lavori, ma per chi riconosce che la giustizia e l’esecuzione penale non possono essere affrontate per compartimenti stagni, ma chiedono uno sguardo condiviso”, spiegano gli organizzatori. La discussione, moderata dalla giornalista Laura Solieri, proseguirà con i saluti del sindaco Massimo Mezzetti, del provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Silvio Di Gregorio e di Alberto Caldana, presidente del Centro servizi volontariato di Modena. Interverrà quindi il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, sulla sfida educativa in contesti difficili. Seguirà una tavola rotonda con Francesca Ranfagni, magistrato dell’Ufficio di sorveglianza di Modena, Alessandra Camporota, assessora, Orazio Sorrentini, direttore della Casa circondariale Sant’Anna, e Roberto Mariani, presidente dell’Ordine degli avvocati di Modena. I relatori affronteranno interrogativi come “Qual è il ruolo della cittadinanza attiva e del volontariato sulle questioni difficili che attraversano la nostra società?” e “Come passare dalla sanzione fine a sé stessa al progetto di reinserimento?”. Saranno inoltre presentate esperienze di giustizia riparativa attive sul territorio con Anna Cattaneo, InConTra - Centro giustizia riparativa di Bergamo, e Massimiliano Ferrarini, operatore della Caritas diocesana e responsabile del Tavolo del Terzo settore presso la Casa circondariale Sant’Anna. Nel pomeriggio sono previsti tavoli tematici su volontariato dentro e fuori le carceri, reinserimento dei detenuti e misure alternative. La riflessione conclusiva sarà affidata a suor Maria Bottura, direttrice del Servizio Caritas. Carceri e reinserimento sociale, al via call nazionale “Fieri Potest 2026” ansa.it, 8 marzo 2026 Progetti, contributi, crowdfunding per iniziative dedicate a detenuti e famiglie. Reinserimento lavorativo, formazione e reti territoriali diventano leve concrete di inclusione sociale con “Fieri Potest 2026”, iniziativa promossa dalla Cooperativa Sociale Noi e Voi e dalla Fondazione Banco di Napoli con il sostegno di UniCredit, che punta a rafforzare il ruolo del Terzo Settore nei percorsi di accompagnamento delle persone detenute e delle loro famiglie. Il programma, sottolinea una nota, “mette a disposizione contributi economici e strumenti di crowdfunding per progetti innovativi capaci di generare impatto sociale misurabile e ricadute concrete sui territori”. Parte, dunque, la call nazionale rivolta agli enti del Terzo Settore iscritti al Runts e attivi da almeno tre anni nell’ambito del volontariato penitenziario. Saranno selezionati quattro progetti a livello nazionale, con contributi economici fino a 10mila euro complessivi e l’accesso a una fase di raccolta fondi online prevista tra giugno e settembre 2026. I progetti candidati dovranno avere un valore minimo complessivo di 12mila euro e prevedere azioni concrete di accompagnamento al lavoro, responsabilizzazione e inclusione sociale. La selezione sarà affidata a una commissione composta dai promotori e da esperti del settore, con valutazioni basate su impatto sociale, sostenibilità economica e capacità di creare reti territoriali. L’iniziativa nasce dall’esperienza maturata negli anni dal laboratorio Fieri Potest Pastry Lab all’interno della Casa Circondariale Carmelo Magli di Taranto, modello di formazione professionale e inclusione sociale che ha trasformato un progetto locale in una piattaforma nazionale di innovazione sociale. “L’inclusione è una leva strategica per uno sviluppo sostenibile e genera valore sociale per le nostre comunità” dice Ferdinando Natali, Regional Manager Sud UniCredit. “Un esempio concreto - afferma Orazio Abbamonte, presidente della Fondazione Banco di Napoli - di come il radicamento territoriale possa tradursi in crescita sociale”. “Favorire il reinserimento - ribadisce Marco Tribuzio, consigliere della Fondazione Banco di Napoli - sostenere reti locali significa contribuire a rafforzare il tessuto economico e civile delle comunità”. “Il tratto distintivo di questa iniziativa è la circolarità: il lavoro dei detenuti nel nostro laboratorio di pasticceria - spiega Antonio Erbante, presidente della Cooperativa Noi e Voi, promotrice del progetto - non genera solo competenze e dignità ma trasforma nuove opportunità e riscatto in una possibilità collettiva di crescita e inclusione”. Le candidature devono essere presentate entro il 31 marzo 2026. Papaleo, Pandolfi, Scalera vanno in carcere per il bene comune di Andrea Conti Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2026 Si intitola “Il bene comune” il nuovo film di e con Rocco Papaleo, in uscita il 12 marzo al cinema. Scritto dall’attore e regista lucano insieme a Walter Lupo, nel cast, tra gli altri, ci sono anche Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo. Il film ruota attorno a una guida turistica e un’attrice di “insuccesso” che accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca del secolare Pino Loricato. Il cammino diventa un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse. “L’idea del film nasce in origine proprio quando sono venuto a conoscenza del Pino Loricato, questo albero secolare che si trova soltanto nel Parco del Pollino, tra Basilicata e Calabria. - ha spiegato Papaleo a FqMagazine - Da qui l’idea della gita. Poi sono venute fuori altre cose, come le visite nelle carceri che ho fatto, soprattutto nel carcere femminile di Rebibbia, dove ho conosciuto delle detenute, una era veramente simpatica ma di un’umanità strabordante. Quindi mi è venuta voglia di raccontare queste donne che stanno in carcere, ognuno con le sue motivazioni, diciamo, anche con i suoi errori, e in qualche modo ho avuto anche la possibilità di raccontare una redenzione”. Il film si concentra anche sulla capacità di ascoltare: “Forse chi ascolta deve avere un piccolo sforzo, sintonizzarsi sul narratore, perché abbiamo bisogno di conoscerci, abbiamo bisogno di conoscere le storie degli altri, per confrontarle con la nostra e in qualche maniera empatizzare. Si giudica con troppa facilità soprattutto perché tutti hanno bisogno di sfogare la propria frustrazione, il proprio malessere. Uno sfogo usato con cattiveria, diciamo per una specie di rivalsa”. Vanessa Scalera non ha dubbi: “Sono pochissimi le carceri illuminate, c’è quello di Opera perché favorisce il reinserimento delle detenute. Però parlando di esperienza vissuta da alcuni miei amici che lavorano in carcere, sono davvero pochissimi i casi in cui si lavora seriamente per reinserire i detenuti nella società dopo lo sconto della pena”. A proposito della violenza sulle donne Claudia Pandolfi ha detto che è davvero un peccato che “non venga considerata l’educazione sesso-affettiva nel nostro Paese. Con le conseguenze che vediamo cambia il nome della vittima, ma la modalità è sempre quella. Quindi siamo ancora molto indietro, anzi, siamo forse regrediti, se possibile, ancora di più perché c ‘è questa specie di aggressività che prende il sopravvento in tutte le sfere sociali e di comunicazione”. Scalera ha aggiunto: “Ormai anche in tv è più interessante chi è aggressivo e giudicante. È più interessante fare il pitbull che il chihuahua. Il pitbull per un ragazzo può sembrare il modello imperante, basta accendere la tv”. Rocco Papaleo ha concluso. “Il bene comune è stabilire un livello sotto il quale nessuno essere umano può scendere”. Le conquiste di cui andare fieri di Dacia Maraini Corriere della Sera, 8 marzo 2026 Festa della donna: parità, libertà e democrazia sono valori universali di cui spesso godiamo solo noi che viviamo in Europa. Molti pensano che l’8 marzo sia solo un bel momento di festa, la festa delle donne, giorno in cui si organizzano pranzi e incontri con scambio di mimose. Ma quanti ricordano l’origine drammatica dell’anniversario? Il giorno 8 marzo del 1908 è scoppiato un terribile incendio nella fabbrica Cotton di New York in cui sono morte 129 donne e 23 uomini. E proprio come è successo a Crans Montana le operaie sono morte perché il proprietario aveva chiuso le porte di uscita per evitare ogni movimento irregolare. Le donne intrappolate, per quanto gridassero e battessero i pugni contro le porte, sono rimaste chiuse e sono bruciate vive mentre i proprietari sono risultati assenti. Il fatto che a morire fossero in maggioranza assoluta donne ha fatto sì che l’8 marzo sia diventata la giornata simbolica della difficile condizione femminile in una società dei padri. Io vado spesso nelle scuole e scopro che i liceali non sanno quasi niente del perché dell’8 marzo, né i ragazzi né le ragazze. Come spesso non sanno niente dell’ultima guerra mondiale del come e perché sia nata. La risposta alla mia domanda sul perché di questa deficienza di una memoria storica importante è che non hanno fatto in tempo. Mi chiedo se questo ritardo non provenga dalla paura degli insegnanti di affrontare un argomento scottante per cui dovrebbero prendere una posizione che magari dispiacerebbe alle famiglie. Come sta succedendo con la legge sul consenso sessuale che è stata fermata incredibilmente da una donna che teme il pericolo di chi si inventa uno stupro mai subito. Ma sarebbe come dire che siccome ci sono alcuni che mentono su una rapina mai subita, si dovesse eliminare la legge sulle rapine. Lo stupro è in effetti una rapina. Gli studenti spesso mi chiedono se il femminismo abbia in realtà cambiato le cose. A questa domanda sarebbe importante rispondere con consapevolezza storica. Anche se stiamo passando un periodo di regressione e nostalgia di un passato idealizzato e falsificato, dobbiamo ricordare che il Femminismo e il Sessantotto hanno provocato una vera rivoluzione dei costumi nel nostro Paese, ma potremmo dire in tutto il mondo democratico. Non ha cambiato l’economia e poco la politica, ma i costumi sì e molto. Vorrei ricordare che solo nel 1975 è stato cambiato il diritto di famiglia che presupponeva una piramide sulla cui cima si trovava il capo famiglia che poteva decidere sul destino della moglie e dei figli; che l’adulterio era denunciabile solo se perpetrato dalla donna; che nel 1970 con la legge 898 viene votato il diritto al divorzio; che nel 1975 viene votata la legge sulla parità legale all’interno della famiglia; che nel 1981 con la legge 194 viene abolita la pena per l’aborto; che ne 1981 viene abrogata, con la legge 442 , il delitto d’onore per cui un marito che uccideva la moglie prendeva un anno o 2 anziché 20; che solo nel 2013 con la legge 119 si creano delle regole specifiche per punire il femminicidio. Per non parlare delle regole morali altrettanto importanti di quelle legali: la condanna sociale dell’omosessualità per esempio, che viene trasformata in diritto al matrimonio civile. E anche la possibilità per le donne di accedere a professioni che le sono state interdette per secoli, tanto è vero che non esiste il femminile per nominarle: molti infatti trovano brutto dire direttrice anziché direttore, o dire avvocata anziché avvocato, eccetera. Insomma possiamo dire che grandissime conquiste sono state fatte nel passaggio da un secolo all’altro, anche se rimangono delle discriminazioni in tutti i campi. Probabilmente è stata una illusione pensare che il mondo si possa cambiare con una breve anche se intensa rivoluzione di costume. Dopo tremila anni di storia è difficile modificare, non tanto le leggi, ma la mentalità comune, radicata a tal punto da ritenere che le donne siano piu pacifiche e gentili per ragioni biologiche e non storiche. Il problema oggi sta nella globalizzazione, per cui siamo consapevoli che ci sono società, sempre più vicine a noi per ragioni tecnologiche, in cui le donne non hanno diritti e in cui vigono leggi repressive e censure arcaiche e ottuse. Da qui saltano fuori tanti sospetti e insofferenze nei riguardi degli immigrati. Vorranno imporre la loro religione, i loro costumi? Chi sono, cosa vogliono? Uccideranno la nostra identità? Domande astoriche, perché la memoria scritta ci racconta che il movimento dei popoli è sempre esistito e i Paesi che si sono formati sulla mescolanza delle etnie sono riusciti sempre vincenti. Le persone sono prima di tutto persone. E se si adeguano alle nostre leggi e rispettano la nostra Costituzione l’accoglienza non può che essere una pratica legale. Il rispetto per le altre religioni rimarrà, ma non le pratiche che cancellano i diritti umani come la mutilazione sessuale, il matrimonio delle bambine, la schiavitù ecc. Chi non si adegua, può essere riportato nel suo Paese. Ma l’orgoglio per la libertà di cui godiamo dovrebbe essere assoluta. È una fandonia sostenere che l’Occidente vuole imporre le sue regole che riguardano la libertà delle donne e la democrazia. La libertà è un bene che conoscono tutti, perfino un uccellino in gabbia sa cosa sia. Le donne iraniane, in questi giorni lo stanno dimostrando con un coraggio ammirevole. La libertà non è un valore occidentale, ma universale. E di questo dovremmo essere orgogliosi. In una Europa democratica, in cui tutti coloro che scappano dai totalitarismi vogliono venire. E invece sento che molti criticano severamente la pace europea e la stabilità economica, il diritto di movimento e la grande invenzione dell’Erasmus, che abbiamo conquistato dopo secoli di risse e guerre. Ma non mi sembra che coloro che la criticano tanto abbiano delle alternative degne di nota. Le donne in Europa hanno diritti che da nessuna altra parte del mondo sono così avanzate. L’8 marzo dovremmo festeggiare la libertà democratica europea e la emancipazione delle donne conquistata con secoli di battaglie. Otto marzo, ottant’anni e un gap di Daniela Fumarola* Avvenire, 8 marzo 2026 I numeri raccontano un’Italia ancora profondamente divisa. L’occupazione femminile si ferma al 53,4%, contro il 71,4% degli uomini, il divario più alto nell’intera Unione Europea. Servono regole, investimenti e flessibilità organizzativa. Al governo si chiede coraggio. L’8 marzo di quest’anno coincide con gli 80 anni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne. Una ricorrenza che invita non solo a celebrare una conquista fondamentale, ma anche a misurare la distanza che ancora separa le aspettative di allora dalla realtà quotidiana di milioni di donne che ogni mattina aprono gli occhi e affrontano la giornata. I numeri raccontano un’Italia ancora profondamente divisa. L’occupazione femminile si ferma al 53,4%, contro il 71,4% degli uomini: quasi 18 punti percentuali di distanza, il divario più alto nell’intera Unione Europea. Sono circa 7,8 milioni le donne tra i 15 e i 64 anni che restano fuori dal mercato del lavoro. Quando il lavoro c’è, spesso è fragile: il part-time riguarda il 35% delle lavoratrici, contro il 7% degli uomini, e per oltre il 60% si tratta di una scelta obbligata. Non una preferenza, ma la risposta necessaria ai carichi familiari che continuano a gravare quasi esclusivamente sulle donne. Anche sul piano salariale le disuguaglianze restano profonde. Il divario retributivo supera il 25% e cresce ulteriormente nella componente variabile della retribuzione - premi di produzione, bonus, incentivi - che premia la presenza continua e le carriere lineari, entrambe penalizzate dalle interruzioni legate alla maternità. Proprio qui si colloca uno dei punti più critici del decreto di recepimento della direttiva europea sulla trasparenza salariale: l’esclusione delle parti accessorie della retribuzione. A questo si aggiunge il collo di bottiglia delle progressioni di carriera. E, più avanti nel tempo, arriva il conto finale: pensioni spesso insufficienti persino a coprire un affitto. Non è soltanto una questione di giustizia. È anche una questione di efficienza del sistema. Ogni donna esclusa dal lavoro o costretta a lavorare al di sotto del proprio potenziale rappresenta un’intelligenza sprecata, una competenza inutilizzata, un contributo fiscale e previdenziale che non arriva. Le stime parlano di un potenziale inespresso superiore ai 200 miliardi di euro. Tra divario occupazionale e salariale, la perdita equivale a circa il 9% del Pil. Per questo è necessario sostenere con convinzione la certificazione di parità di genere nelle imprese. Ma deve essere uno strumento reale, non una semplice etichetta: deve rendere trasparenti le politiche aziendali e alimentare un circolo virtuoso con una buona contrattazione, quella costruita da organizzazioni realmente rappresentative. Allo stesso tempo servono investimenti massicci nei servizi per la prima infanzia, concepiti non come assistenza sociale ma come una vera infrastruttura di sistema, al pari delle strade o delle reti digitali. È altrettanto importante rafforzare il welfare contrattuale come leva concreta: flessibilità organizzativa, smart working davvero accessibile, sostegno alla genitorialità condivisa, percorsi di rientro dopo la maternità che non si trasformino in penalizzazioni mascherate da benefit. La chiave di volta resta la partecipazione. L’ingresso delle lavoratrici nei processi decisionali - nella governance, nell’organizzazione del lavoro, nelle scelte su formazione, tempi e welfare - è il modo più efficace per prevenire discriminazioni, valorizzare competenze e costruire ambienti di lavoro capaci di liberare creatività, trasformando la diversità in un motore di innovazione. Non si può parlare di parità senza affrontare anche il legame, troppo spesso taciuto, tra dipendenza economica e violenza. Una donna che non ha un reddito proprio, che non può permettersi di andarsene, che teme di non riuscire a mantenere sé stessa e i propri figli, è una donna più esposta alla violenza e più intrappolata nel silenzio. Lavoro, salario, pensione non sono dunque soltanto questioni economiche: sono questioni di libertà. Al governo si chiede coraggio nelle scelte legislative e coerenza negli investimenti. I servizi per la prima infanzia, i congedi realmente paritari, la trasparenza salariale non sono voci di spesa: sono investimenti sul futuro del Paese. Alle imprese si chiede di guardare a questi numeri non come a un vincolo ma come a un’opportunità. Le organizzazioni più inclusive sono anche quelle più innovative, più produttive, più capaci di attrarre e trattenere talenti in un mercato del lavoro sempre più competitivo. Buon 8 marzo, dunque, a tutte e a tutti. Non un augurio di circostanza, ma un impegno condiviso. *Segretaria Generale Cisl La repressione e il carcere non possono essere la sola risposta al crescente disagio minorile di Cristina Terribili risvegliopopolare.it, 8 marzo 2026 Il 25 febbraio scorso è stato presentato l’ottavo rapporto di Antigone sulla Giustizia Minorile. Antigone è un’associazione attiva dalla fine degli anni ‘80 che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale. L’associazione è autorizzata ad entrare in 25 Istituti di pena italiani e attraverso l’Osservatorio sulla Giustizia Minorile documenta in modo trasparente la realtà della detenzione minorile oltre che a mappare la rete di comunità terapeutiche che accolgono i minori nel circuito penale. Antigone denuncia che, a seguito dell’approvazione del “decreto Caivano”, nel 2023, la presenza di minori nel sistema degli Ipm (Istituti di Pena Minorile) è aumentato tanto da portare fenomeni di sovraffollamento con l’aggravamento di criticità e malesseri che hanno condotto anche a gesti disperati. Il rapporto evidenzia come la mancanza di investimenti sulle politiche educative e sociali e il ricorso a volte indiscriminato al mezzo di contenimento penale e punitivo stiano creando un effetto di terrorismo sociale in merito alla condizione giovanile. Negli IPM si stanno riducendo gli spazi e le attività socio educative, in alcuni manca la possibilità di svolgere corsi ed attività professionalizzanti e questo rende ancora più complicato l’inserimento dopo la pena, ed il rischio di essere stigmatizzati, e rientrare in spirali di disagio sociale, di sfruttamento da parte di sistemi di criminalità. Antigone rileva l’ingiustificata criminalizzazione degli stranieri. È vero che il numero di minori stranieri in carcere è maggiore rispetto al numero degli italiani ma i reati a questi attribuiti sono di gran lunga meno gravi: l’86% delle imputazioni di omicidio, il 22% dei reati contro la persona e il 63% di quelli di violenza sessuale e di stalking sono stati realizzati da giovani italiani. I giovani per cui si aprono le porte degli IPM sono soprattutto in condizioni di povertà socio educativa o i minori stranieri non accompagnati, per cui si sono ridotte e si ridurranno ancora di più i servizi di accoglienza quando, invece, meriterebbero servizi di assistenza e di alternativa sociale diversi per offrire un’opportunità di riscatto, un’alternativa ad un sistema nel quale hanno avuto difficoltà a trovarsi. Attraverso la sola repressione (che ha comunque un costo, col conseguente aumento della spesa pubblica) il disagio esistenziale dei giovani rischia di esacerbarsi oltremodo. Un disagio che cresce anche per l’incapacità di rispondere adeguatamente ad una richiesta di aiuto. Piantedosi attacca i giudici sui migranti di Andrea Carugati Il Manifesto, 8 marzo 2026 Il ministro sui magistrati: “Sovvertono il nostro lavoro”. Bonelli: “Il sovversivo è il governo che si ritiene padrone dello Stato”. Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, torna a Bologna per fare campagna sul referendum per la seconda volta in poche settimane. E smette i panni istituzionali per attaccare i magistrati: alcuni di loro, quelli “ideologizzati”, ha detto ieri all’evento della Lega all’hotel Savoia, mettono a rischio il lavoro del governo sull’immigrazione, inclusa la decisione di inviare i migranti nel Cpr in Albania. L’accusa è nello stile di Giorgia Meloni, che non perde giorno per attaccare i magistrati: il lavoro di chi ha perseguito i migranti rischia di “essere sovvertito da una posizione pregiudiziale e ideologica di magistrati impegnati in appartenenze correntizie, che devono fare di questa partita una battaglia ideologica contro le politiche del governo”. Parole in netto contrasto con l’appello al “rispetto vicendevole” tra istituzioni lanciato a metà febbraio dal presidente della Repubblica Mattarella, dopo che il ministro della giustizia Nordio aveva definito “para-mafioso” il Csm. Piantedosi è un fiume in piena: “Vi sembra normale che alcuni magistrati in servizio facciano anticipazione di giudizio rispetto a provvedimenti normativi che addotta il governo, dicendo praticamente “è inutile che fanno queste leggi perché dei Cpr in Albania non resteranno che macerie, perché queste leggi non verranno mai applicate?”“. E ancora: “Vi sembra normale che questo possa succedere” se si tratta di persone che “hanno violentato o commesso reati efferati e poi vengono rimessi in libertà?”. Il riferimento, debitamente travisato, è a un’intervista della presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano, giudice della Corte d’appello di Roma alla sezione Immigrazione, che aveva denunciato “l’accanimento” del governo sui centri in Albania mentre sulla loro legittimità si deve esprimere la Corte di giustizia Ue e la Corte costituzionale ha espresso dubbi sul trattenimento e sul trasferimento. Al ministro ha replicato Bonelli di Avs: “In democrazia esiste il bilanciamento dei poteri. Chi sovverte, semmai, è il governo che non rispetta la legge e pensa di essere il padrone dello Stato”. Il ministro dell’Interno lancia anche allarmi sulle piazze, dopo aver definito tutti i manifestanti riuniti alcune settimane fa a Torino, dopo lo sgombero di Askatasuna, come complici degli scontri con le forze di polizia. “Le guerre e le ragioni che ci sono dietro si trasformano in contrapposizioni radicali che si trasferiscono sulla piazza” ha dichiarati Piantedosi. Nel mirino del “monitoraggio” del Viminale la manifestazione organizzata per il 27 e 28 marzo a Roma dal movimento No Kings. Che replica: “Vogliono spaventare chi si prepara a scendere in piazza, una strategia della tensione destinata a fallire. Il movimento non si fa intimidire dai decreti sicurezza e dall’allarmismo mediatico”. Giovani Barbera del Prc evoca il G8 di Genova: “Come allora, si tenta di costruire un clima di allarme e paura attorno a una manifestazione legittima”. All’evento del Carroccio, la sottosegretaria leghista Borgonzoni (sconfitta alle comunali del 2016 a Bologna), si scaglia contro il sindaco Pd Lepore. “Vogliamo liberare la nostra città da un grande male: Lepore”. “Parole vergognose, toni inaccettabili”, replica il segretario del Pd emiliano Luigi Tosiani. Altro fronte caldo è il referendum sulla giustizia. Se alzare i toni sull’ordine pubblico non basta, allora serve conquistare i voti per fermare il fronte del No. L’esecutivo ieri ha “arruolato” la Cisl nella campagna per il Sì. La mossa è arrivata all’incontro organizzato a Lecce dal comitato Sì Riforma. In prima fila la segretaria generale Daniela Fumarola ed è stato il sottosegretario Alfredo Mantovano a sottolinearne la presenza. Fumarola ha poi puntualizzato: “Sono qui solo per ascoltare, non diamo indicazioni di voto”. Ma era già la sua seconda presenza a un evento per il sì. Piantedosi: “I Cpr utili in tutta Italia, i conflitti possono incendiare le piazze” di Irene Famà La Stampa, 8 marzo 2026 “I conflitti, e le ragioni che ci sono dietro, si trasformano in contrapposizioni radicali che si trasferiscono sulla piazza”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a Bologna ad un evento della Lega, pone l’accento sulla questione sicurezza. La situazione in Medio Oriente rischia di avere ripercussioni anche in Italia e l’attenzione è rivolta in particolare ai cortei in programma nelle prossime settimane. “Ogni qualvolta i conflitti si protraggono nel tempo, tendono a creare riflessi sull’opinione pubblica, fenomeni di radicalizzazione, gruppi antagonistici che imbracciano l’una o l’altra causa”, dice il titolare del Viminale. E aggiunge: “Tutto questo si traduce in difficoltà, in qualche modo, a gestire manifestazioni pubbliche e l’ordine pubblico”. Gli investigatori della polizia monitorano gli appuntamenti del mese, in particolari il corteo, a cui parteciperanno numerose realtà antagoniste, in programma il 28 marzo a Roma. Una manifestazione nazionale “contro le guerre e il riarmo, il governo, le destre, gli sgomberi, l’attacco agli spazi sociali e le nuove misure repressive”. E la risposta a Piantedosi arriva direttamente dal coordinamento “No Kings Italia” che promuove l’evento, insieme a “Londra, Stati Uniti e Francia. Le parole del ministro mostrano quanta paura il dissenso mette al governo. Vogliono spaventare chi si prepara a scendere in piazza, una strategia della tensione destinata a fallire”. Il 28 marzo, dicono, “saremo in piazza”. E per la serata del 27 marzo, sempre nella Capitale, annunciano “un grande concerto. Sul palco, tra gli altri, Gemitaiz, Willie Peyote e Giulia Mei”. I “No Kings Italia” si rivolgono alla premier Meloni e ai ministri Tajani, Salvini e Piantedosi: “Si possono mettere l’anima in pace: il movimento non si fa intimidire dai decreti sicurezza e dall’allarmismo mediatico”. Per quanto riguarda il rischio terrorismo, il ministro dell’Interno invita alla cautela: “Al momento non ci sono indicatori di questo tipo”. Ma, “ogniqualvolta viviamo situazioni di carattere internazionale di questo tipo dobbiamo sempre porci il problema del rafforzamento delle migliaia di obiettivi sensibili sparsi sul territorio nazionale”. Come le sedi diplomatiche e consolari statunitensi e israeliane, le strutture religiose e i centri culturali. L’alert del Viminale diramato lo scorso 28 febbraio, poi, riguardava anche le strutture operative di pronto intervento sul territorio. All’evento “Io voto Sì”, organizzato all’hotel Savoia Regency in vista del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, si è parlato anche di Centri per il rimpatrio. “L’obiettivo è di lavorare per l’ipotesi che ci sia almeno un Centro per regione. Sono utili in tutta Italia, anche a Bologna”, dice Piantedosi. Che sfrutta la questione Albania per attaccare le toghe: “Alcuni magistrati ideologizzati mettono a rischio il lavoro del governo sull’immigrazione”. Parise, la guerra e la (facile) profezia di Beppe Severgnini Corriere della Sera, 8 marzo 2026 I conflitti eccitano autocrati e comandanti in capo ma le conseguenze le pagano le persone normali. Ma lo capiranno a Washington, Gerusalemme e Teheran? E lo capiamo noi? Lunedì, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma, ho ricordato i Sillabari di Goffredo Parise, una delizia del Novecento letterario. I racconti sono apparsi come elzeviri sul Corriere, tra il 1971 e il 1982. Parise era un collaboratore assiduo. Ho trovato il suo fascicolo, negli archivi, con l’aiuto della Fondazione Corriere della Sera. La corrispondenza fra autore, direttori, redazione cultura e amministrazione è affascinante: proposte, proteste, rivalità, richieste. Il nostro mestiere con cambia mai. I Sillabari sono stati scritti nella casa di campagna a Salgareda, sponda sinistra del Piave. Parise era tornato da anni di viaggi e reportage, poi raccolti in Guerre politiche (1976). Carestia nel Biafra, guerre in Vietnam e Sud-Est asiatico, golpe in Cile, Cina. Il racconto delle imperfette felicità italiane - il cuore dei Sillabari - era un anestetico; ma le sofferenze viste non l’abbandonavano. In una lettera spiega: “Lo scrittore cerca il popolo e impara la realtà delle conseguenze”. Ecco, in poche parole, quello che fatichiamo a capire. La guerra eccita autocrati e comandanti in capo (tutti maschi, quasi sempre anziani); ma le conseguenze le pagano le persone normali. Sotto le bombe in Iran è finita una scuola piena di bambine, un affronto al Dio di tutti. Ma lo capiranno, a Washington, a Gerusalemme e a Teheran? E lo capiamo noi? L’idea che la guerra sia il modo di risolvere i contrasti - in Medio Oriente, tra Russia e Ucraina, in Sudamerica - è vecchia e disastrosa: la nostra Costituzione, come sappiamo, la ripudia. Purtroppo si sta facendo nuovamente strada, nel mondo e nelle nostre teste. Un lettore mi scrive elogiando “chi irride con coraggio il diritto internazionale” (sic!). Dovunque, ascoltiamo considerazioni fredde e stupefacenti: prima tutti virologi, ora analisti militari. Non è cinismo. È stupida, superficiale ignoranza: perfino più pericolosa. Scriveva Parise: “Giudicavo però e ancora giudico ingiusto scoprire tra i cadaveri dei combattenti nord-vietnamiti ragazzi di quindici, sedici anni, fossero o no volontari. Troppo giovani per morire, e soprattutto in Paesi stranieri. Adesso è finita col Vietnam, ma ne avremo altri di Vietnam”. I poeti sono profetici, lo sappiamo. Ma questa profezia, purtroppo, era facile. Un diritto (internazionale) senza forza di Alfredo Quazzo lospiffero.com, 8 marzo 2026 La Russia, senza neanche dichiarare guerra, invade l’Ucraina, Israele bombarda a tappeto e invade Gaza, gli Usa “sequestrano” Maduro, il presidente del Venezuela, e lo portano nelle carceri americane, Usa ed Israele attaccano massicciamente l’Iran uccidendo l’ayatollah Ali Khamenei, guida spirituale e leader supremo dell’Iran. Oggi nel mondo ci si indigna e si protesta per le continue violazioni del Diritto Internazionale, in particolare quelle perpetuate da Russia, Usa e Israele. Anche il Segretario dello Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, in un’intervista del 4 marzo scorso ai media della Santa Sede, a commento dell’aggravarsi delle tensioni internazionali, con particolare riferimento agli attacchi militari condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato”. I media continuano da giorni a citare il Diritto Internazionale convinti che tutti i cittadini sappiano di che cosa si tratti e di come funzioni. Penso, come dice la celebre locuzione latina “Melius abundare quam deficere”, che sia opportuno spendere una parola in più che in meno. Il Diritto Internazionale è un sistema di norme e principi volti a regolare soprattutto i rapporti tra gli Stati ed è un ordinamento giuridico separato e distinto, ma paritario, a quelli interni degli Stati. È basato su accordi (trattati) valevoli solo nei rapporti reciproci tra gli Stati. Mentre in uno Stato il rispetto delle leggi è controllato e garantito dal potere giudiziario, anche attraverso la “forza” pubblica (polizia, carabinieri, guardia di finanza, ecc.), il rispetto del Diritto Internazionale non è svolta da un’autorità centrale superiore, ma stabilita consensualmente tra vari Stati aderenti. Il rispetto delle regole si basa quindi su un mix di pressioni politiche, sanzioni e tribunali internazionali. Sono un esempio la Corte Internazionale di Giustizia (Cig), organo Onu situato a L’Aia nei Paesi Bassi, che risolve controversie tra Stati, oppure la Corte Penale Internazionale (Cpi), tribunale indipendente che persegue individui per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Ma non tutti riconoscono gli organi internazionali: Stati Uniti, Cina, Russia, India, Israele, Iran e Arabia Saudita, non riconoscono la Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aia e quindi si sottraggono di fatto alla competenza della Corte sui crimini internazionali rivendicando la sovranità nazionale della propria giurisdizione. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è l’unico organo con il potere legale di imporre misure coercitive per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Può decidere sanzioni economiche, l’embargo commerciale o il congelamento di beni, e, come ultima risorsa, l’autorizzazione dell’uso della forza contro uno Stato aggressore (ai sensi del Capitolo VII della Carta Onu). Il grande limite “operativo” dell’Onu è il diritto di veto, che può essere esercitato, all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dalle cinque potenze fondatrici o permanenti (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti). Il Consiglio di Sicurezza Onu (15 membri) approva le risoluzioni con almeno 9 voti favorevoli, ma se la questione è sostanziale (pace/guerra), se uno dei 5 stati membri permanenti vota contro, grazie al diritto di veto, la delibera viene bloccata. La composizione del Consiglio di Sicurezza è formata da 5 membri permanenti e 10 membri non permanenti eletti a rotazione. Per questioni sostanziali, sanzioni ed azioni militari, sono necessari 9 voti favorevoli, inclusi tutti quelli dei 5 membri permanenti, altrimenti la risoluzione non passa. Solo se uno dei membri permanenti si astiene (non vota né sì né no), la risoluzione può comunque passare purché totalizzi 9 voti favorevoli. In sintesi, per questioni importanti, è indispensabile che siano d’accordo i 5 “grandi”, altrimenti si blocca tutto. Quando uno Stato viola il diritto internazionale, spesso emergono debolezze strutturali: 1) mancanza di autorità coercitiva centrale; 2) forte dipendenza dalla volontà politica degli Stati; 3) squilibri di potere tra Paesi. In altre parole, le violazioni dimostrano che le regole da sole non bastano: servono meccanismi che garantiscano l’applicazione effettiva del diritto e che obblighino chi viola una regola a conformarsi o a subire conseguenze. Organizzazioni, come le Nazioni Unite, cercano di imporre sanzioni, condanne internazionali o interventi diplomatici, ma la loro efficacia dipende dalla cooperazione degli Stati membri. Trattati multilaterali spesso includono meccanismi di monitoraggio o risoluzione delle controversie, ma nessuno può garantire il rispetto totale senza consenso o pressione politica. Per questo motivo il punto debole non è il contenuto delle norme, ma l’assenza di una forza coercitiva universale, motivo per cui molti studiosi parlano di un diritto internazionale “basato sulla volontà degli Stati”, più che sulla forza. Se in Italia il rispetto delle leggi fosse basato su un modello similare a quello messo in campo dall’Onu per fare rispettare il Diritto Internazionale, credo che ben difficilmente si potrebbero fare rispettare le leggi. Sarà politicamente scorretto ma senza una forza reale e ben dimensionata che abbia l’autorità di intervento su chi non rispetta le leggi, di Diritto Internazionale possiamo solo sciacquarci la bocca ma una volta sciacquata e sputata via l’acqua le cose rimangono così come sono: il più forte ottiene quello che vuole e il più debole può solo soccombere. Se qualcuno ha messo a punto un sistema che senza l’uso della forza riesca a convincere l’aggressore in tempi ragionevoli a desistere dal continuare a delinquere, lo brevetti, sicuramente diventerà l’uomo più ricco del mondo! Chi recita la litania che non bisogna usare la forza ma solo la diplomazia, c’è da chiedersi in che mondo stia vivendo. Se si è potuto sconfiggere il nazifascismo lo si è fatto solo con una grande forza militare degli alleati, che hanno ridotto in macerie il terzo reich! La violazione del Diritto Internazionale che spesso fa indignare e protestare giustamente il mondo è solo frutto dell’estrema debolezza dell’Onu che può sparare solo comunicati e proclami non modificando di un millimetro le intenzioni dell’aggressore! Il Papa e l’ayatollah: la sacra (e strana) alleanza di Matteo Matzuzzi Il Foglio, 8 marzo 2026 Da Khomeini ad Ahmadinejad, l’Iran ha sempre cercato l’appoggio del Vaticano per uscire dall’isolamento. E alla Chiesa il regime pareva una soluzione per evitare il collasso della regione. Il padre della Rivoluzione respinse chi gli chiedeva di tagliare i ponti con Roma, capendo che un’intesa “sui valori” conveniva alla causa. Per la Santa Sede, il disarmo nucleare è un imperativo per tutti. E deve avvenire con il dialogo e la trasparenza. Non con le bombe. Una condanna esplicita della Santa Sede all’attacco americano e israeliano contro l’Iran, magari proprio alla fine d’un Angelus quaresimale, non sarebbe stata impossibile, confinata nelle ipotesi assurde o irreali. Certo, sarebbe stata possibile con i toni consueti della diplomazia che cerca incontri e non scontri, che - come si dice oggigiorno - crea ponti e non muri. Ma insomma, non era un’ipotesi da scartare. Forse anche per questo gli attivissimi cattolici liberal d’oltreoceano assicuravano, mentre i missili cadevano sull’Iran, che il Papa sarebbe stato chiaro nel mettere alla berlina Donald Trump e, chissà, pure la bolsa retorica hegsethiana. Che non fosse una ipotesi da scartare lo dimostrano anche le parole tutt’altro che prudenti uscite dalla bocca di Mohammad Hossein Mokhtari, ambasciatore di Teheran presso la Santa Sede, che poche ore dopo lo sbriciolamento del compound in cui viveva e comandava Ali Khamenei, diceva di aspettarsi “fermamente che che le autorità vaticane, in particolare Sua Santità Papa Leone XIV, condannino questa chiara aggressione sulla base degli insegnamenti religiosi e richiamino ufficialmente i loro costanti appelli alla promozione della pace e della giustizia nel mondo e alla lotta contro la violenza, che costituiscono l’antico messaggio dei profeti e dei testi sacri”. Mokhtari non è uno di quelli che si diverte ad azionare le gru cui vengono appesi ogni anno migliaia di giovani rei di detestare il regime poliziesco dei pasdaran e la repressione morale degli ayatollah. Non è un pasdaran dei più fanatici (ammesso che esistano pasdaran “moderati”). È un mite professore, un cattedratico che poco più di un anno fa mandava in stampa - traducendolo in italiano - uno “Studio comparativo dell’invocazione nell’islam e nel cristianesimo”. Non un catalogo di fatwa contro i diavoli occidentali, dunque. Libro che aveva donato a Papa Francesco e al segretario di stato Parolin: “L’ho voluto pubblicare alla vigilia del Giubileo, anno del perdono. I due terzi del contenuto sono citazioni della Bibbia e di commentatori cristiani”. Niente di straordinario: con l’Iran, prima Persia e poi Repubblica islamica, la Santa Sede ha sempre avuto rapporti improntati alla grande cordialità. Proprio Mokhtari diceva ad Avvenire che “con la Rivoluzione del 1979 certi integralisti avrebbero voluto che si interrompessero le relazioni con la Santa Sede. La guida suprema Khomeini si è opposto. Anzi, come mi ha confidato il primo ambasciatore della Repubblica islamica, Sayyid Hadi Khosrowshahi, era lo stesso Khomeini a inviargli messaggi da recapitare al Santo Padre: erano messaggi di pace e di invito alla convivenza con i cristiani”. Che poi fosse la nota ambiguità di Khomeini, che predicava pace nei salotti parigini e studiava come azionare la forca una volta cacciato lo scià, poco cambia. In questi giorni è circolata la foto dell’udienza che Papa Francesco concesse ad Alireza Arafi, per due giorni o poco più Guida suprema ad interim: molta indignazione nei commenti: come è possibile che il Pontefice si mostri così caloroso con un alto rappresentante di uno dei più sanguinari regimi presenti sul pianeta? Ignoravano, gli scandalizzati, che il rapporto è così stretto che l’ambasciatore Mokhtari poteva - senza problemi e senza imbarazzo - consegnare al Papa perfino una lettera che Khamenei aveva scritto ai giovani occidentali. Mentre lasciava in strada a marcire i cadaveri dei trentenni suoi connazionali, crivellati di colpi solo perché a lui e al suo sistema ostili, l’ayatollah si dilettava nel ricordare alla gioventù europea che “se oggi Gesù, il Messia, fosse tra noi, non esiterebbe un attimo a combattere i leader dell’oppressione e dell’arroganza globale. Non tollererebbe mai la fame e i problemi di miliardi di persone”. Parrebbe un qualunque discorso di António Guterres, invece la penna era quella della Guida suprema. L’ambasciatore cita, ça va sans dire, Khomeini, ma le relazioni con la Sede apostolica risalgono a ben prima del suo ritorno in patria: è nel 1954, regnante Pio XII, che si instaurarono relazioni diplomatiche. Papa Pacelli, che era stato nunzio e poi segretario di stato, era convinto che fosse necessario stringere più relazioni possibili, firmando trattati e concordati, stabilendo relazioni fisse capaci di resistere all’arrivo dei marosi della decolonizzazione e delle rivolte degli stati considerati instabili. Di certo, poco o nulla mutò dopo la cacciata dello scià. Ma perché l’intesa è così solida? Il grande vaticanista John Allen, da poco scomparso, scriveva che “i leader iraniani operano in una matrice psicologica e culturale in cui le convinzioni religiose contano, ma la maggior parte dei leader occidentali semplicemente non può interagire a quel livello. Sarebbero fuori profondità, e in ogni caso, i concetti occidentali di separazione tra Chiesa e Stato renderebbero inappropriato farlo. Il Papa e il suo team diplomatico, invece, possono incontrare gli iraniani nel loro stesso terreno, per così dire, all’interno di un universo condiviso di convinzioni spirituali e teologiche”. Teheran ha sempre richiamato i valori religiosi comuni come base del rapporto d’amicizia, puntando sulla cooperazione derivante dalla medesima radice abramitica. Pesa l’elemento sciita, da sempre più “mistico” e aperto al dialogo con le altre culture, a differenza delle rigidità assai sperimentate nel confronto con il mondo (o, meglio, i mondi sunniti). Religione più che politica, che resta un tema tabù: di dichiarazioni vaticane su impiccagioni e punizioni contro le manifestazioni non autorizzate c’è poco. A gennaio, mentre la mattanza era troppo grande per essere celata, il segretario di stato Parolin parlava di “tragedia infinita”: “Mi chiedo come sia possibile accanirsi contro il proprio stesso popolo, che ci siano stati così tanti morti”.Parolin ribadiva la linea della Santa Sede, che è contraria sì al programma nucleare iraniano, ma nell’ambito di un più ampio disarmo nucleare pacifico. Fatto cioè attraverso il dialogo e la trasparenza. Non con bombe e stivali sul terreno. Men che meno con guerre preventive. L’Iran, ben lieto della posizione d’oltretevere, fa sempre pesare la grande accoglienza mostrata nei confronti della minoranza cattolica e il rispetto dei diritti dei cristiani che altrove - nel mondo sunnita - è poco, o non lo è affatto, garantito. Il cardinale Dominique Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan, sottolineava non troppo tempo fa la “tolleranza” dell’universo sciita di stanza a Qom nei confronti dei cattolici, anche se per lo più a un livello “intellettuale”: collaborazione tra università. Sul resto, parlare di libertà è quantomeno esagerato. A ogni modo, la posizione della Santa Sede fu cristallizzata dal comunicato diffuso al termine dell’udienza che Francesco concesse all’allora presidente iraniano, Hassan Rohani, nel 2016: il Vaticano riconosceva “l’importante ruolo che l’Iran è chiamato a svolgere, insieme ad altri paesi della regione, nel promuovere adeguate soluzioni politiche alle problematiche che affliggono il medio oriente”. Anche in questa circostanza si sottolineavano “i valori spirituali comuni”. Non si trattava di un fatto marginale: era la prima volta dal 1999 che un presidente iraniano metteva piede in Vaticano. L’ultimo era stato, regnante Giovanni Paolo II, Mohammed Khatami, il “riformista”. Proprio quest’ultimo fu il protagonista della stagione d’oro nei rapporti con il Vaticano, al punto da rendere la delegazione presso l’ambasciata al di là del Tevere una delle più numerose. Si scommetteva forte sull’asse tra le fedi per rompere l’isolamento internazionale che vedeva l’Iran assurto a paria del consesso globale. E il Vaticano, in questo, giocava un ruolo fondamentale. Era l’evoluzione di un progetto lanciato qualche anno prima, nel 1992, quando l’alto clero sciita cercò un approccio con la Chiesa greco-ortodossa iraniana in nome dei valori comuni. Un’amicizia prudente, si potrebbe dire. Francesco poi, a situazione già tesa, complicò un po’ le cose, come quando intervenendo a braccio all’udienza con i partecipanti a un evento del dicastero per il Dialogo interreligioso, disse che “voi sapete che ho annunciato di voler creare cardinale l’arcivescovo di Teheran-Ispahan, un bravo frate! Tale scelta, che esprime vicinanza e sollecitudine per la Chiesa in Iran, si riflette anche a favore dell’intero paese. È un’onorificenza per l’intero paese. La sorte della Chiesa cattolica in Iran, un piccolo gregge, mi sta molto a cuore. E la Chiesa non è contro il governo, no, queste sono bugie! Sono al corrente della sua situazione e delle sfide che è chiamata ad affrontare per continuare il suo cammino, per testimoniare Cristo e dare il suo contributo, discreto ma significativo”. Lo stesso Francesco, davanti al Corpo diplomatico accreditato, disse che l’intesa raggiunta sul nucleare, nel 2015, “fa ben sperare per il futuro”. È anche vero, però, che davanti alla manifesta repressione delle piazze, Jorge Mario Bergoglio usò parole chiare: parlando al Corpo diplomatico, nel gennaio del 2023, disse che “il diritto alla vita è minacciato anche laddove si continua a praticare la pena di morte, come sta accadendo in questi giorni in Iran, in seguito alle recenti manifestazioni, che chiedono maggiore rispetto per la dignità delle donne. La pena di morte non può essere utilizzata per una presunta giustizia di stato, poiché essa non costituisce un deterrente, né offre giustizia alle vittime, ma alimenta solamente la sete di vendetta”. Amici sì, ma con qualche caveat non irrilevante. L’unico vero momento d’attrito, e non di poco conto, fu nel 2021, quando Francesco compì lo storico viaggio in Iraq, probabilmente il più significativo del suo intenso pontificato. La visita all’ayatollah Ali al Sistani, a Najaf. Indiscussa autorità dell’islam sciita iracheno, l’uomo che non parla mai in pubblico, che non si mostra, ma che con poche parole riferite da emissari è capace di mobilitare milioni di uomini e donne per la causa che ritiene giusta. C’è da sempre competizione tra l’islam sciita iracheno e quello iraniano, tra Najaf e Qom, ammesso che sunniti e sciiti possano essere classificati in due grandi famiglie unitissime senza differenze e rivalità al proprio interno. Najaf e Qom, i due grandi poli di quella devianza che i sunniti ritengono mera eresia. Che il Papa vada da al Sistani non può piacere a Teheran: sa tanto di umiliazione. Dopotutto, come scriveva all’epoca Adriano Sofri sul Foglio, “nessuno può rivaleggiare con Sistani, tantomeno quell’Ali Khamenei che comanda l’Iran da quarant’anni ma come teologo e giureconsulto è uno qualunque”. Ma Francesco, dopo la foto con l’ayatollah, uno in bianco e l’altro in nero, ha rimediato subito, cercando di nuovo canali di dialogo con la Repubblica islamica. Trovandoli. La Santa Sede ritiene che l’Iran possa essere un elemento che, paradossalmente, garantisce stabilità. Lo sosteneva soprattutto quando il mondo vedeva le avanzate jihadiste nelle aree sunnite, capaci di travolgere regimi ed entità statali, causando l’esodo di intere antichissime comunità cristiane. L’obiettivo vaticano è sempre stato quello di coinvolgere Teheran, far sì che possa essere considerato non più il cervello delle canaglie, ma un interlocutore utile, se non altro per evitare lo scoppio di incendi nella regione. Senza, per questo, sposare la causa di uno dei contendenti, siano essi Teheran o Riad. Perfino negli anni del pontificato di Benedetto XVI, punto più basso nei rapporti con l’islam - dopo Ratisbona, Khamenei accusò il Papa di far parte della cospirazione israelo-americana finalizzata a fomentare lo scontro fra le religioni - e gelo con al Azhar dopo le parole del Pontefice a seguito degli attentati contro le chiese copte, alla fine del 2010 - i canali sono rimasti apertissimi. Mahmoud Ahmadinejad, nei rari momenti in cui abbandonava la retorica che puntava all’eliminazione di Israele dalla cartina geografica, prendeva carta e penna e scriveva al Papa, grazie anche all’opera tessitrice di Jean-Louis Tauran, allora prefetto del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e tra i massimi esperti di islam. Il Papa rispondeva. Nel 2010, Joseph Ratzinger scriveva che “i cattolici presenti in Iran e quelli nel mondo si sforzano di collaborare con i loro concittadini per contribuire lealmente e onestamente al bene comune delle rispettive società in cui vivono, diventando costruttori di pace e riconciliazione. In questo spirito, esprimo la speranza che le relazioni cordiali già felicemente esistenti tra la Santa Sede e l’Iran continuino a progredire, così come quelle della Chiesa locale con le autorità civili. Sono altresì convinto che l’istituzione di una Commissione bilaterale sarebbe particolarmente utile per affrontare questioni di comune interesse, incluso lo status giuridico della Chiesa cattolica nel paese”. Un anno prima, ricevendo in udienza il nuovo ambasciatore iraniano, Benedetto XVI riprese i temi fondamentali della sua “diplomazia della verità”: cooperazione a tutto campo, per “progredire nella conoscenza reciproca” e “cooperare nella riflessione sulle importanti questioni che concernono la vita dell’umanità”, ma senza dimenticare che “la fede nel Dio unico deve avvicinare tutti i credenti e spingerli a lavorare insieme per la difesa e la promozione dei valori umani fondamentali. Fra i diritti universali, la libertà religiosa e la libertà di coscienza occupano un posto fondamentale, poiché sono alla base delle altre libertà”. “Migranti torturati e gettati nelle fosse”: le nuove accuse Onu ai lager libici di Andrea Ceredani Avvenire, 8 marzo 2026 I 95 intervistati dalle Nazioni unite descrivono un sanguinoso “giro d’affari attivo da anni”. Ue e Italia sarebbero “complici del business, favorendo i respingimenti”. Ottantuno migranti, salpati dalle coste libiche, sono sbarcati stanotte a Lampedusa. Molti altri, però, nelle scorse settimane sono stati intercettati e ricondotti in Libia. Ogni giorno, in media, sono 74 le persone che vengono fermate nel tentativo di sbarcare in Europa e riportate forzatamente nel Paese nordafricano. Lì, vengono poi arrestate arbitrariamente, detenute in condizioni disumane, torturate, sottoposte ad abusi sessuali e costrette a chiedere fino a 10mila dollari per il riscatto alle proprie famiglie. Alcuni migranti, invece, spariscono nel niente e vengono ritrovati, dopo aver perso la vita e il diritto all’identificazione, in fosse comuni. È questo il sanguinoso giro d’affari condotto da anni, sui corpi di persone migranti o richiedenti asilo o rifugiate, dai trafficanti libici “spesso legati ad attori statali” e “favoriti dalle politiche migratorie restrittive ai confini mediterranei dell’Europa”. In altre parole, dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere. “Il solito giro d’affari” lo definiscono la Missione di sostegno delle Nazioni unite in Libia (Unsmil) e l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i Diritti umani (Ohchr), nel report pubblicato a febbraio dal titolo “Business as usual”. Che ha raccolto, tra gennaio 2024 e novembre 2025, le testimonianze di 95 migranti insieme a referti medici, fotografie, video e registrazioni vocali che testimoniano “le sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani in Libia, che persistono da anni senza essere punite”. E con il supporto, anche finanziario, dell’Ue alle autorità libiche: solo tra il 2021 e il 2027 Bruxelles ha stanziato 65 milioni di euro per la gestione delle frontiere del Paese. Le torture e i riscatti - Nel tentativo di documentare le violazioni in Libia, alle due agenzie Onu è stato negato l’accesso fisico a numerosi centri di detenzione, sia nella Libia orientale sia in quella occidentale. “Abbiamo ricevuto segnalazioni anche di violenze sessuali nella sezione migranti del carcere minorile della milizia al-Daman - spiegano gli autori -. L’accesso alla struttura è stato richiesto, ma non è mai stato concesso”. La maggior parte delle segnalazioni, perciò, arrivano dalle interviste: 45 donne di età compresa tra i 17 e i 43 anni e 50 uomini tra i 20 e i 51 anni. Tutti testimoniano rastrellamenti e torture arbitrarie: vengono “picchiati con calci di pistola, bastoni e calci” già a bordo delle barche durante le intercettazioni in mare e, in seguito alla detenzione, “spogliati e perquisiti e torturati ogni giorno finché non arriva il riscatto”. Che varia da poche centinaia fino a circa 10mila dollari a persona. Gli abusi sulle donne - Per le donne migranti, la detenzione in Libia è perfino peggiore. “Diversi uomini mi hanno violentata molte volte. Ragazze di appena 14 anni venivano violentate ogni giorno”. A raccontarlo è una donna etiope che, a causa degli abusi subiti da parte di diversi uomini in un centro di detenzione libico, ha dovuto affrontare una gravidanza e un aborto spontaneo. La sua non è una testimonianza eccezionale, ma la dolorosa manifestazione di un consolidato sistema di violenze: “Una donna eritrea - continuano gli autori del report - è sopravvissuta ad abusi prolungati tra gennaio e settembre 2024, raccontando le violenze sessuali inflitte ad almeno altre 19 donne e ragazze detenute con lei”. Le fosse comuni Non tutte le persone migranti, però, sopravvivono ai centri di detenzione libici. Molte famiglie, in seguito all’arresto, perdono le tracce dei propri familiari e solo alcuni di questi vengono in seguito ritrovati, ma mai identificati, tra i corpi ammassati nelle fosse comuni. Nel marzo 2024, è stata scoperta una fossa comune ad al-Shuweirif, nel sud-ovest della Libia, contenente 65 corpi. “Si ritiene che siano morti durante il trasporto illegale nel deserto”, spiega l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Nel febbraio 2025, invece, ne sono state trovate altre due, per un totale di 93 corpi, nei distretti di Cufra e al-Wahat a est del Paese. “Si prevede che altre fosse restino ancora da scoprire”, concludono le agenzie Onu. I pull-back e la “connivenza” europea - Che esistano altri corpi dimenticati e sepolti sul suolo libico lo conferma il numero delle persone intercettate nel Mediterraneo e riportate illegalmente in Libia, considerato un Paese non sicuro. Le intercettazioni, anche chiamate “pull-back”, sono in aumento: nel 2024 l’Oim ne aveva contate 21.762, contro le 27.116 del 2025. Le operazioni non solo sono illegali per i rischi del ritorno forzato ai porti libici, ma sono pericolose anche per la salute dei migranti: tutti gli intervistati dall’Onu testimoniano durante i respingimenti un uso eccessivo della forza, spari, confische e sequestro di cellulari e documenti d’identità. Ma l’aumento dei pull-back, secondo le agenzie Onu, è sostenuto anche dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Da un lato, Frontex (l’agenzia Ue della guardia di frontiera) “assiste il Centro di coordinamento dei soccorsi libico e la Guardia costiera libica nell’esecuzione delle intercettazioni, fornendo le coordinate delle imbarcazioni al di fuori della zona Sar (Ricerca e soccorso, ndr) libica”. Dall’altro, l’Italia fornisce direttamente “supporto finanziario, logistico e formativo alla Guardia costiera libica nonché ad altre formazioni armate affiliate” attraverso il Memorandum d’intesa rinnovato automaticamente ogni tre anni. Per questo, le due agenzie Onu chiedono a Bruxelles di “stabilire una moratoria su tutte le intercettazioni e i rimpatri in Libia finché non saranno garantite le tutele dei diritti umani”. Ma, al momento, l’appello delle Nazioni unite è stato respinto al mittente: “Non dialogare con la Libia sull’immigrazione non è un’opzione”, ha sentenziato giovedì scorso Magnus Brunner, commissario europeo agli Affari interni. Flotilla nel mirino in Tunisia, botte al porto e poi le accuse di “frode”: 5 in carcere di Alessandro Mantovani Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2026 È evidente che la missione umanitaria - pronta a ripartire ad aprile via mare e anche con una carovana via terra - non avrà vita facile nel Paese: tra i fermati c’è Wael Naouar, molto noto fin dai tempi dell’opposizione alla dittatura di Ben Ali e oggi punto di riferimento della Global Sumud. Manganellati anche Avila, Thunberg e gli italiani, Saied chiude le porte agli amici di Gaza. In cella gli attivisti locali. Le accuse di “riciclaggio”, “frode” o “appropriazione indebita” degli aiuti destinati alla Flotilla o alla popolazione di Gaza, riferite dai media tunisini e confermate dai legali, si fatica a prenderle sul serio. Ma non c’è niente da ridere: dopo le botte e l’annullamento degli eventi programmati dalla Flotilla, cinque attivisti tunisini sono in carcere da venerdì 6 marzo e ci resteranno per almeno cinque giorni. Tra loro c’è Wael Naouar, molto noto fin dai tempi dell’opposizione alla dittatura di Ben Ali e oggi punto di riferimento della Global Sumud, che ha largo seguito in Tunisia. Un sesto attivista, secondo fonti locali, è ricercato. Le accuse peraltro somigliano molto a quelle rivolte ad avvocati e operatori umanitari che sostengono i migranti. L’indagine delle autorità tunisine ne coinvolge anche altri, vedremo come si svilupperà, ma si è già capito che in questa primavera di guerra la Flotilla, pronta a ripartire ad aprile via mare e anche con una carovana via terra, non avrà vita facile nel Paese. Del resto in Tunisia non era stato facilissimo nemmeno l’anno scorso, proprio lì era arrivato il primo attacco con i droni sulle barche in procinto di ripartire verso Gaza. Il presidente Kaïs Saïed avava fatto un po’ di equilibrismo, lasciando campo libero alla Flotilla senza agevolarla, ma ora il quadro sembra essere radicalmente cambiato: se negli ultimi anni Tunisi si era avvicinata a Teheran, nei giorni scorsi Saïed ha condannato gli attacchi iraniani sui Paesi del Golfo in risposta ai bombardamenti israelo-statunitensi. Così è finita molto male la visita in Tunisia di quasi tutti i membri dello Steering Committee della Global Sumud. C’erano anche il brasiliano Thiago Avila e gli italiani Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Mercoledì 4 marzo agli attivisti giunti da tutto il mondo e ai loro compagni tunisini le forze dell’ordine hanno impedito con la forza, a suon di manganellate, di raggiungere il porto di Sidi Bou Said: su Instagram ci sono le immagini. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi. A Sidi Bou Said gli attivisti volevano incontrare i lavoratori e i sindacati del porto, per ringraziarli del sostegno ricevuto lo scorso settembre alla partenza delle barche dirette verso Gaza. “La manifestazione era stata programmata in anticipo e aveva ricevuto le richieste autorizzazioni delle autorità tunisine - si legge in una nota della Global Sumud Flotilla - Tuttavia, poco prima che cominciasse, i permessi erano stati ritirati improvvisamente senza spiegazioni”. Loro ci hanno provato lo stesso e ci sono stati diversi feriti e contusi, alcuni medicati in ospedale. Almeno una donna ha riportato una frattura a un dito della mano. Anche giovedì l’annullamento è arrivato all’improvviso. Venerdì c’è stata una manifestazione di protesta contro gli arresti. Proprio davanti a Sidi Bou Said, nello specchio di mare che si vede anche dal palazzo presidenziale di Saïed a Cartagine, tra il 10 e l’11 settembre scorso due misteriosi droni lanciarono bombe incendiarie sulla Family e la Alma, le due piccole navi che erano le ammiraglie della Flotilla partita il 31 agosto da Barcellona e destinata a rincongiungersi a Porto Palo in Sicilia con le imbarcazioni preparate in Italia. Le autorità tunisine inizialmente negarono, la Guardia nazionale parlò di un mozzicone di sigaretta mentre tutti vedevano nei video una palla di fuoco che cadeva sulla barca. Al secondo episodio furono avviate indagini che non hanno portato lontano su quella evidente violazione delle acque territoriali di un Paese sovrano. Gli attivisti stranieri hanno lasciato la Tunisia, Avila ha diffuso un messaggio in cui dice: “Non ci fermeranno”. Ma l’aria resta molto pesante. Wael Nouar è stato uno dei leader degli studenti tunisini ai tempi della dittatura, è da tempo impegnato nella solidarietà con i palestinesi su cui finora il regime di Saïed non aveva usato il pugno diroed è già finito nei mesi scorsi nella campagna sulla “flotilla di Hamas” per gli incontri avuti con esponenti degli Hezbollah libanesi o dei Fratelli musulmani. Che sono perfino ovvi, non hanno molto a che vedere con i finanziamenti alla Flotilla, ma naturalmente non piacciono agli amici di Netanyahu e di Bin Salman. Sono in carcere anche la moglie di Nouar, Jawaher Channa, e gli attivisti Nabil Chanoufi, Sana Msahli e Mohammed Amin Belnour. “Per questo genere di accuse ci sono cinque giorni di garde à vue (fermo, ndr), rinnovabili per altri cinque, poi gli accusati devono essere portati davanti a un giudice istruttore. Le ipotesi sono riciclaggio di denaro, frode, sviamento di fondi. Ma nel fascicolo, per il momento, a quanto ne sappiamo non c’è niente”, spiega l’avvocato Sami Benghazi, uno dei legali che assistono i cinque, rinchiusi nel centro di detenzione di Bouchoucha alle porte di Tunisi. La Global Sumud Flotilla 2026 punta su una maggiore partecipazione dal Sud del mondo. Nei piani la Tunisia aveva una certa importanza, come e più dell’anno scorso. E non è difficile immaginare che anche in altri Paesi possano aprirsi indagini sui finanziamenti: la raccolta dei fondi per la prossima missione è in corso, la Flotilla ritiene di avere tutte le carte in regola, ma basta poco per rallentare e complicare le cose. Senza contare che il Mediterraneo non è più quello di sei mesi fa: ci sono più portaerei che navi commerciali.