Sovraffollamento: 69 istituti su 189 oltre il 150% di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 7 marzo 2026 A fine febbraio, nelle 189 carceri italiane ci sono 63.801 persone. I posti effettivamente disponibili (sottraendo quelli inagibili), però, sono poco più di 46mila. Significa che ogni cento posti ce ne stanno 138, e che il sovraffollamento non accenna a diminuire. Anzi, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso la situazione è peggiorata: ci sono 1.700 detenuti in più e il tasso di affollamento è salito di sei punti percentuali. Sono i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aggiornati al 28 febbraio, pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, ed elaborati dal Garante della Regione Lazio, Stefano Anastasìa. Il mese di febbraio, preso da solo, non ha spostato granché. Il numero dei detenuti presenti in tutta Italia è cresciuto di sessanta unità, pari allo 0,1%. Una variazione quasi impercettibile, tanto più se si considera che nel frattempo i posti disponibili sono aumentati di appena trenta unità sull’intero territorio nazionale. Il risultato è che i livelli di affollamento sono rimasti sostanzialmente invariati. Un anno fermo al palo - Quello che colpisce di più, guardando i dati nel medio periodo, è la totale assenza di miglioramenti. A febbraio del 2025 il tasso di affollamento in Italia era del 132%. Oggi è al 138%. Sei punti percentuali in più in dodici mesi, con quasi millesettecento persone in più stipate negli stessi istituti. Non si tratta di piccoli aggiustamenti: è una tendenza che va in direzione opposta rispetto a qualsiasi politica di deflazione carceraria. Nel Lazio la situazione è ferma con ancora più precisione. Il tasso di affollamento a fine febbraio è del 145%, esattamente lo stesso di un anno fa. I detenuti presenti sono 6.681, in calo di venti unità rispetto a fine gennaio, e i posti disponibili nella regione sono cresciuti di circa sessanta unità. Ma anche questo incremento non ha cambiato nulla: il tasso di occupazione degli istituti laziali resta a quota 145%, invariato da dodici mesi. Latina, Rieti, Civitavecchia: Lazio al limite - Nel Lazio la situazione degli istituti singoli è critica. Se si escludono due delle tre case di reclusione della regione e la terza casa circondariale di Roma - quest’ultima destinata ai semiliberi e al trattamento avanzato per i tossicodipendenti - tutti gli altri istituti di pena presentano tassi di affollamento effettivi superiori al 100%. E lo presentano da oltre due anni e mezzo, senza soluzione di continuità. La situazione più grave è quella del carcere di Latina, che con un tasso di affollamento del 187% entra questo mese nella lista dei venti istituti più affollati d’Italia. Un dato che merita di essere letto bene: significa che per ogni cento posti ci sono 187 detenuti, quasi il doppio della capienza regolamentare. Il carcere di Rieti occupa invece il ventiduesimo posto nella graduatoria nazionale dei tassi di affollamento, quello di Civitavecchia il ventitreesimo. Su quattordici istituti del Lazio, nove superano la soglia del 150% sul numero di posti effettivamente disponibili. Solo la Valle d’Aosta respira - Su scala nazionale, il quadro non è meno sconfortante. Degli 189 istituti penitenziari presenti in Italia, 166 ospitano più detenuti di quanti posti abbiano a disposizione. Solo ventitré istituti si trovano al di sotto della capienza. E c’è una sola regione in cui il numero dei presenti è leggermente inferiore ai posti disponibili: la Valle d’Aosta. Una sola regione su venti. Gli istituti in cui il tasso di affollamento supera il 150% sono diventati 69. Un anno fa erano 59. Dieci in più in dodici mesi, un dato che racconta meglio di qualsiasi percentuale la velocità con cui il problema si sta aggravando. Sei regioni registrano tassi medi superiori al 150%: Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Molise, Puglia e Basilicata. Regioni molto diverse tra loro per popolazione, tradizione giudiziaria e struttura del sistema carcerario, accomunate dall’incapacità di reggere il numero di persone che lo Stato manda dietro le sbarre. Crescono i minori e le misure alternative - C’è un altro dato che, se non fosse per il rapporto di Antigone, rischia di passare in secondo piano ma che merita attenzione. Il sovraffollamento non riguarda soltanto gli adulti nelle carceri ordinarie. Nell’ultimo anno sono aumentate del 3% anche le persone sottoposte a misure alternative alla detenzione in tutta Italia. E sono cresciuti del 6% in dodici mesi i minori presenti negli istituti penitenziari per minorenni o nelle comunità residenziali. Una crescita più rapida di quella degli adulti, che segnala come la pressione sul sistema si stia spostando e allargando verso fasce più giovani della popolazione detenuta. Come già evidenziato, gli omicidi commessi in Italia da minori non sono in aumento. E anche i numeri della criminalità minorile in generale collocano l’Italia tra i Paesi in Europa con i tassi più bassi: quasi la metà della media europea. Eppure, per la prima volta nella storia italiana, gli Istituti di pena per minorenni sono sovraffollati. Per Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, “i dati sono sempre di difficile lettura, tuttavia sembra plasticamente evidente come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili sia dovuta all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme. Non, come si dice troppo frettolosamente, a un progressivo aumento della criminalità”. Cosa dicono i numeri? Il sovraffollamento - piaga del sistema carcerario italiano finora sconosciuta al circuito minorile - comincia nel 2023. Se nel 2022 le carceri minorili ospitavano 381 persone, numero stabile da anni, a fine 2024 arrivano a 587 e nel 2025 a 572, più 35%. A crescere del 21% anche gli ingressi nelle Comunità penali. Lo stesso nei Centri di Prima Accoglienza, con un aumento del 34%. Per i ricercatori di Antigone la causa principale dell’impennata di minori detenuti, a fronte di un dato stabile nei reati, è il cosiddetto Decreto Caivano del settembre 2023 che - afferma la ricerca - “ha costituito la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile mai effettuata dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988 a oggi”. Ma ritornando all’analisi dei dati aggiornati sul sistema penitenziario, il fatto che aumentino anche le misure alternative, dovrebbe essere positivo visto che è uno strumento di riduzione della pressione sulle carceri. Ma in realtà suggerisce che la crescita, non enorme, non fa da compensazione visto che le carceri sono strapiene. Significa che tale strumento non è ampliato. Per questo si attendono vere politiche deflattive. Un’emergenza strutturale senza risposta - I dati del Dap a fine febbraio scorso fotografano una situazione che non ha trovato risposta concreta nelle politiche degli ultimi anni. Le variazioni mensili, come quella di febbraio, sono troppo piccole per incidere su un problema che si misura in migliaia di persone e decine di punti percentuali. I nuovi posti creati - trenta in più in tutta Italia nel corso del mese - sono poca cosa di fronte a un deficit strutturale che, solo nell’ultimo anno, si è allargato di 1.700 unità. L’unica regione italiana che non è sovraffollata è la Valle d’Aosta. Tutte le altre sono oltre la capienza. Settantasei su cento penitenziari ospitano più persone di quante dovrebbero. E il numero degli istituti con tassi superiori al 150% è cresciuto di dieci unità in un solo anno. Sono numeri che raccontano non un’emergenza improvvisa, ma una condizione diventata ordinaria. Una normalizzazione del soprannumero che rende sempre più difficile garantire alle persone detenute condizioni dignitose e agli operatori la possibilità di lavorare. Il Garante della Campania, Ciambriello: “Le carceri italiane producono disperazione e recidive” di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 7 marzo 2026 “Le carceri italiane producono disperazione e recidive, negano dignità, salute e diritti fondamentali”. In Italia si contano 64.000 detenuti, a fronte di 46.124 posti realmente disponibili. In Campania si registrano 7.826 persone detenute, a fronte di 6.173 posti effettivamente disponibili. Di questi, solo tra Poggioreale e Secondigliano, 1.073 sono tossicodipendenti e 250 sono malati di mente e psicotici. Sul tema del sovraffollamento nelle carceri, sulla richiesta di gesti di clemenza alla politica, sul miglioramento della sanità penitenziaria e per chiedere più misure alternative al carcere, martedì prossimo, 10 marzo, alle ore 15:00, su iniziativa del Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, si terrà un presidio di mobilitazione e di protesta davanti a piazzale Cenni, antistante il Tribunale di Napoli e il carcere di Poggioreale. Hanno aderito alla manifestazione tutti i garanti dei detenuti comunali e provinciali della Campania, oltre a diverse associazioni cattoliche e laiche. Per il garante regionale *Samuele Ciambriello: “I dati impongono una riflessione profonda: senza provvedimenti deflattivi, misure alternative al carcere, l’ingresso di figure sociosanitarie, il rafforzamento del personale di polizia penitenziaria e la promozione di politiche sociali territoriali, il carcere rischia di rimanere una risposta emergenziale e non una reale occasione di recupero e reinserimento sociale. Visto l’alto tasso di recidiva, l’azienda carcere è fallita!”. Cari ragazzi, nella criminalità non c’è onore e non c’è riscatto di Corrado Favara L’Unità, 7 marzo 2026 Al congresso di Nessuno tocchi Caino che si è svolto a Milano nel teatro del carcere Cesare Beccaria è intervenuto anche un uomo che nella sua prima vita ha conosciuto gli istituti penali per i minorenni e nella sua seconda vita pure gli istituti penali per i maggiorenni. Oggi è una persona diversa, rinata a una nuova vita, grazie anche ai “Laboratori Spes contra spem” nel carcere di Opera. Quando ha parlato al Beccaria, seduti in prima fila ad ascoltarlo c’erano ragazzi della sua stessa età, quella della sua prima vita. Ringrazio tutte le persone che mi hanno dato la possibilità di essere qui oggi, ma non me ne voglia la gran parte della platea se io oggi desidero e voglio esclusivamente parlare a voi, ragazzi che siete rinchiusi in questo istituto. Desidero parlarvi perché conosco benissimo la vostra realtà, conosco perfettamente ciò che voi state vivendo, perché questa realtà è stata la mia realtà. Sono nato 64 anni fa a Catania e, purtroppo, ho vissuto la maggior parte della mia vita in carcere, oltre la metà della mia vita dietro le sbarre. Avevo poco meno di quindici anni quando, insieme ad alcuni miei compagni, mentre eravamo in motorino, siamo rimasti a piedi senza benzina. Allora abbiamo pensato di prenderne un po’ da un motorino posteggiato in una via vicina al centro di Catania. Pensavamo che fosse una cosa banale, quasi normale, da poter fare con disinvoltura davanti a tutti. Ma non era così. Un agente della Polizia di Stato, insieme ad alcuni amici, ci vide armeggiare e capì che stavamo rubando un po’ di benzina da quel motorino. Fummo arrestati: cinque bambini di quindici anni. Ci portarono prima in questura e poi al carcere minorile di Catania. Lì iniziammo ad essere derisi dagli altri ragazzi detenuti: capii subito il meccanismo che si innesca all’interno di un istituto minorile. Eravamo gli “scimuniti” che si erano fatti arrestare per un po’ di benzina. Vengo da un quartiere di Catania con una forte reputazione criminale, e nel carcere minorile c’erano anche altri ragazzi provenienti dal mio stesso quartiere. Così, dopo lo scherno iniziale, subentrò una sorta di protezione nei nostri confronti. Dopo due giorni di detenzione, il carcere minorile entrò in contatto con quello dei maggiorenni. I detenuti adulti chiesero ai minorenni di scatenare una rivolta. Noi, vedendo in loro una sorta di modello, accettammo e obbedimmo, quasi con gratitudine. La rivolta iniziò: alcuni dei miei compagni dissero di non salire sui tetti, perché eravamo prossimi all’uscita, ma altri salirono lo stesso. La situazione degenerò: nel reparto minorile, e poi in quello dei maggiorenni, scoppiarono scontri violenti. Da quella rivolta scaturirono due omicidi e diversi accoltellamenti. Quando la rivolta fu sedata e vennero scoperti i fatti, i capri espiatori furono trovati tra noi minorenni, perché eravamo stati noi ad accendere la miccia. Quella notte si sentivano le grida dei ragazzi picchiati, puniti e portati in isolamento. Il clima era di paura, dolore e pianti. La mattina successiva arrivarono il Presidente del Tribunale dei Minori di Catania Giambattista Scidà e il Procuratore della Repubblica dei Minori Alfio Cocuzza, che dissero agli agenti: “I nostri ragazzi, i nostri bambini, non vengono toccati. Sono stati strumentalizzati dai maggiorenni.” Per tre giorni nel carcere ci fu solo silenzio, un continuo bisbigliare per cercare di capire cosa fosse successo. Quando si comprese la verità, calò il gelo. Ma insieme al gelo, nacque anche una sensazione perversa di orgoglio: pensavamo di aver avuto un ruolo importante, di essere stati “la miccia”. Ecco, quello fu l’inizio della mia fine. Da quel giorno la mia vita è stata un continuo scendere verso l’inferno. Oggi posso dire che quell’inferno fa parte di me, ma voglio che la mia esperienza serva a voi. Non guardate in me un uomo che viene a farvi la morale. Io conosco tutte le dinamiche di un istituto minorile, perché le ho vissute. Dopo quell’episodio, per cercare di riscattarmi - o forse per ribellarmi ancora di più - l’anno successivo fui arrestato per una rapina. Tre anni dopo, per un’altra rapina. Cinque anni dopo, per omicidi. Quindici anni dopo, per reati ancora più gravi. La mia vita è stata un continuo fallimento, un precipitare costante. Vorrei potervi trasferire tutta la mia angoscia e il mio dolore come si trasferiscono dati da un computer, solo per potervi dire che questa strada non porta a niente. Porta soltanto macerie. Ho perso i miei familiari, le persone più care, e ho causato sofferenza a tanti altri. Molte famiglie, a causa mia, hanno provato dolore e lutti. E questo è il peso che porto ogni giorno. Oggi sono in affidamento ai servizi sociali, ma credetemi: la mia pena continua per sempre. Piantedosi torna a Bologna: sicurezza e giustizia per “salvare” il referendum di Michele Gambirasi Il Manifesto, 7 marzo 2026 Nella città le prime multe del nuovo decreto Sicurezza. Il sindaco di Bologna Lepore (Pd): “Viene a fare un evento di campagna elettorale della Lega e, prima ancora, di Fratelli d’Italia, quindi vedo che è molto interessato, invece che impegnarsi sui temi della sicurezza”. Due volte in due settimane. Oggi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà di nuovo a Bologna, a fare campagna referendaria su “sicurezza e giustizia”. Dopo l’iniziativa targata Fratelli d’Italia di fine febbraio, oggi è il turno della Lega in una delle città in cui lo scontro sulla questione sicurezza è ai massimi livelli tra il Viminale e l’amministrazione comunale dem. E dove, negli ultimi giorni, il nuovo decreto sicurezza ha mostrato i primi effetti. Con Piantedosi ci saranno oggi la senatrice leghista Giulia Bongiorno, il sottosegretario all’Interno Ostellari, poi la componente laica del Csm Claudia Eccher (sempre quota Lega) e Catello Maresca, magistrato schierato per il Sì e già candidato della destra a sindaco di Napoli. Tutti per intervistare il Viminale “su sicurezza e giustizia”. La scelta di Bologna non è casuale: oltre agli scontri tra governo e amministrazione degli ultimi anni, il Viminale ha l’opportunità di mettere il dito nella piaga nelle spaccature del Pd, che si è diviso riguardo alla possibilità di costruire nel capoluogo emiliano un nuovo Cpr. Piantedosi lo ha ricordato mercoledì al Senato: rispondendo durante il question time alle interrogazioni del centrodestra, ha sottolineato che l’obiettivo è ampliare la rete dei centri “visto che, dei reati commessi in Italia, il 35% risulta ascrivibile a cittadini stranieri, con punte più alte che raggiungono il 48% a Bologna”. Il Sindaco della città, Matteo Lepore, ieri ha risposto a quella che a conti fatti sembra una provocazione: “Viene a fare un evento di campagna elettorale della Lega e, prima ancora, di Fratelli d’Italia, quindi vedo che è molto interessato, invece che impegnarsi sui temi della sicurezza. Lo aspetto a Bologna, invece, per poter discutere insieme di come dare più supporto alle forze dell’ordine e lavorare per la sicurezza della nostra città”. Poi l’affondo sul Cpr: “Dovrebbe dedicarsi a prevenire il crimine, non alle statistiche”. L’intreccio tra sicurezza e giustizia, d’altronde, è una delle linee comunicative principali su cui sta giocando la campagna referendaria del governo. I sondaggi parlano di una partita sempre più aperta, e nel centrodestra continuano a salire le preoccupazioni dovute alla guerra in Iran, che sta distogliendo l’attenzione dalla consultazione. Così da giorni i leader stanno riunendo gli stati maggiori dei partiti per spronare all’impegno nelle ultime settimane. Sui social di Fratelli d’Italia, invece, la campagna si è fatta sempre più spregiudicata: da giorni alcune delle usuali “card” con casi di sentenze contestate dalla maggioranza non fanno neanche più riferimento alla cronaca. Si tratta solo di fidarsi di quel che scrive il partito della premier: “Pluricondannato per furto e rapina. Il giudice lo ha fatto rientrare” si legge in una dei post, accompagnato da un’immagine creata con l’Ai. La fonte? “Tratto da una storia vera”. MA c’è di più nell’evento leghista di oggi e riguarda il nuovo decreto sicurezza. L’hotel che ospita l’incontro (lo stesso di due settimane fa con FdI) è a pochi passi dal parco del Pilastro, in queste settimane al centro dello scontro tra comitati cittadini e amministrazione dem. Lì la giunta Lepore ha avviato i lavori per la costruzione del “Museo dei bambini” (Muba), contestato dalle associazioni perché nelle promesse sarebbe dovuto essere a “consumo di suolo zero”. Nella realtà, il progetto parla di un edificio di tre piani costruito su 1.500 metri quadri di terreno, con alberi tagliati. Così lunedì scorso le forze dell’ordine hanno sgomberato con la forza il presidio allestito nel parco dal comitato MuBasta: tre persone sono state arrestate con l’accusa di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, altre tre raggiunte da multe tra i mille e i 10mila euro in virtù del nuovo decreto sicurezza, che inizierà martedì prossimo il suo iter parlamentare. L’accusa agli attivisti è il mancato preavviso della manifestazione, depenalizzato ma multato dal recente provvedimento. Oggi il comitato sarà di nuovo in corteo per le strade del quartiere, mentre sabato prossimo sarà il turno della manifestazione cittadina “contro la guerra e la torsione autoritaria del governo Meloni”, convocato da Làbas insieme a decine di altre sigle. Un assaggio della manifestazione nazionale “No Kings” a Roma a fine marzo. Il disinteresse della vittima non blocca la giustizia riparativa di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 7 marzo 2026 Il caso di una minore oggetto di violenza sessuale: reinserimento prioritario. L’accesso a un programma di giustizia riparativa non può essere negato perché la vittima si dichiara non interessata e neppure perché non c’è stato risarcimento. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza 8653 della Terza sezione penale con la quale è stata annullata sul punto, rinviando a nuovo esame, la pronuncia del Gup che aveva impedito la partecipazione a un percorso riparativo di un uomo condannato per atti di violenza sessuale su minore. Determinante l’espressione di dichiarato disinteresse da parte dei genitori della vittima. Disinteresse per la punizione - Per la Cassazione tuttavia, la giustizia riparativa, introdotta e disciplinata in maniera puntuale per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico dalla riforma Cartabia del processo penale, non si preoccupa della punizione dell’autore del reato, quanto, piuttosto, della sua responsabilizzazione, promuovendo la rielaborazione del conflitto e dei motivi che hanno portato alla sua realizzazione. Coinvolti tutti i protagonisti - Obiettivo, quindi, far crescere nell’individuo predicato autore del fatto di reato un concetto di responsabilità verso la vittima e fare avvertire l’esigenza di riparare all’offesa provocata. “In quest’ottica - sottolinea la Cassazione -, il sistema di giustizia riparativa può declinarsi non come strumento al servizio esclusivo delle vittime, ma di tutti i protagonisti del conflitto originato dal “fatto” per cui è procedimento, che vengono messi sullo stesso piano”. Una chiave interpretativa che la sentenza mette in evidenza come anche assai distante dalle logiche di transazione economica dei conflitti. L’ampiezza dei programmi - La Corte rintraccia poi anche nel contenuto dei programmi di giustizia riparativa un elemento a sostegno della tesi che ammette al percorso anche in presenza di un esplicito dissenso da parte della vittima. Nella norma, infatti, oltre a programmi che vedono la necessaria partecipazione della vittima, si trova un riferimento a “ogni altro programma dialogico guidato da mediatori”. Il legislatore stabilisce perciò che la mediazione potrà avvenire anche con “vittima surrogata o aspecifica”, cioè con “vittima di reato diverso da quello per cui si procede”, per scongiurare che il colpevole venga privato di strumenti utili al reinserimento sociale, solo perché non ha incontrato una vittima pronta al dialogo. Il compito del giudice - All’autorità giudiziaria semmai spetta il compito di verificare l’assenza dei due elementi ostativi identificati dalla legge: l’interferenza con l’accertamento del fatto e il pericolo per l’incolumità dell’imputato o della vittima, quando ci sia un elevato livello di conflittualità tra i due. Non pesa la mancata ammissione - Ma la sentenza considera irrilevante anchela mancata ammissione del fatto da parte della persona considerata responsabile visto che la giustizia riparativa si muove su una traiettoria differente da quella del procedimento penale: la disciplina della giustizia riparativa, infatti, non richiede “alcun accertamento incidentale e sommario della responsabilità dell’imputato, posto che il programma di giustizia riparativa non postula affatto la sussistenza di una responsabilità penale, né si occupa di questa, né, tanto meno, si può ritenere che la partecipazione al programma possa essere intesa di per sé come un’ammissione implicita di responsabilità penale”. Irrilevante l’assenza di risarcimento - Neppure deve pesare l’assenza di un’iniziativa risarcitoria, visto che la giustizia riparativa non punta al ripianamento economico del danno inflitto ed è lontana dalla logica mercantile della transazione economica. Triveneto. Reinserimento detenuti, vescovi e direttori delle carceri a confronto difesapopolo.it, 7 marzo 2026 Incontro inedito a Villa Immacolata di Torreglia tra i 15 presuli della CET e i direttori dei 18 istituti penitenziari della regione, con il Provveditore. I 15 Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto, insieme ad una rappresentanza del gruppo di cappellani delle carceri, hanno incontrato oggi pomeriggio presso Villa Immacolata a Torreglia (Padova) i direttori dei 18 istituti carcerari del Triveneto (compresa anche la realtà minorile) guidati dalla dott.ssa Rosella Santoro, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria di Veneto / Friuli Venezia Giulia / Trentino Alto Adige. L’appuntamento, svoltosi su invito dei Vescovi e preparato dal gruppo triveneto dei cappellani, è stato pensato come un opportuno momento di reciproca e maggiore conoscenza, ascolto e dialogo per avviare - pur nella differenza dei compiti e delle competenze - una stabile e riconosciuta collaborazione e un tavolo comune di confronto nell’intento soprattutto di riuscire ad offrire alle persone ristrette un percorso adeguato e umanizzante di rieducazione e reinserimento nel tessuto sociale ed ecclesiale del territorio. “Questa è la prima volta di un incontro che poi vorremmo, anche con modalità diverse, ripetere con regolarità. Grazie per questo momento di condivisione. Ci sta a cuore la realtà del carcere come Vescovi - ha specificato il Presidente della CET e Patriarca di Venezia Francesco Moraglia - e certamente perché è un’opera di carità, ma soprattutto perché siamo cittadini. Le carceri, nelle loro forme differenti, sono un contesto importante della città. E da cittadini a cui sta a cuore la Costituzione vogliamo interloquire con voi per servire al meglio la realtà del carcere e la nostra società. Come Chiesa e come struttura penitenziaria, poi, la persona del cappellano, insieme alla cappellania, è una figura su cui investire per costruire e ricostruire qualcosa di importante; è una risorsa che può arrivare dove altri non ce la fanno. Dobbiamo creare una cultura dell’accoglienza nei confronti di chi ha sbagliato e del loro accompagnamento; la nostra società e anche le nostre parrocchie ne avrebbero grande giovamento”. Nel corso dell’incontro è stata, innanzitutto, presentata l’attuale realtà delle “cappellanie” delle carceri che operano quotidianamente a servizio dei 18 istituti carcerari del Triveneto e si rivolgono non solo ai detenuti ma anche agli agenti della Polizia Penitenziaria, ai dirigenti e a tutto il personale di ogni struttura carceraria: 18 sacerdoti con la nomina ufficiale di “cappellani” più altri 25 sacerdoti volontari a collaborare con loro, 25 religiose stabilmente impegnati insieme a 11 diaconi e poi oltre 200 volontari “laici”. Gli ambiti di attività delle “cappellanie” sono molteplici: c’è la parte liturgico-pastorale (celebrazione della Messa - che registra un 15% di frequenza media -, catechesi, preparazione ai sacramenti, percorsi biblici, colloqui spirituali ecc.), l’aspetto di ascolto e dialogo in senso ampio (colloqui personali, accompagnamento nelle domanda di senso, dialogo interreligioso, mediazione tra lingue e culture diverse ecc.) e tutta l’attività di aiuto e sostegno concreto (contatti e collegamenti con le famiglie dei detenuti, ospitalità nei periodi di permesso, opportunità di reinserimento ecc.) nonché di sensibilizzazione del territorio (incontri nelle scuole, coinvolgimento di parrocchie e imprenditori per accoglienza e reinserimento lavorativo ecc.). “La comunità ecclesiale - è stato sottolineato dal Vescovo delegato Carlo Maria Redaelli e dai rappresentanti dei cappellani - sente la realtà del carcere come parte integrante della propria missione. L’azione pastorale delle Diocesi nei confronti della popolazione carceraria ha nel Vangelo e poi nella Costituzione italiana i suoi valori fondanti. L’art. 27 della Carta costituzionale, in particolare, traduce in forma laica una convinzione profonda della Chiesa: ogni persona merita un’opportunità di riscatto. Perché la rieducazione sia autentica, deve collegarsi a possibilità concrete di reinserimento nella società. Lo stesso ordinamento penitenziario (legge 354/1975, art. 1) prevede che il trattamento tenda al reinserimento sociale anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno. Questo richiede al mondo ecclesiale di operare non solo dentro gli istituti, ma anche e soprattutto nel territorio. Nel Triveneto i detenuti sono circa 3.500, di cui 2.000 definitivi. Tra questi, un centinaio hanno un residuo di pena di un anno, altrettanti un fine pena entro 24 mesi, approssimativamente 500 entro tre anni. Circa 850 persone potrebbero usufruire di misure alternative a vario titolo. Accompagnare il reinserimento incide, inoltre, su due problemi strutturali: riduce il sovraffollamento (misure alternative come risorsa concreta) e abbatte la recidiva (chi è accompagnato rientra molto meno)”. “Ogni cappellano - è stato precisato - è nominato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed è a pieno titolo parte dell’Istituto, non è un semplice volontario, né svolge un ruolo di supplenza. Sarebbe perciò importante che il suo ruolo fosse conosciuto e rispettato in tutti gli istituti, con la possibilità concreta di svolgere il proprio ministero in pienezza: celebrazioni, colloqui, accompagnamento spirituale, partecipazione alla vita dell’istituto. Allo stesso modo si ritiene importante che l’équipe della cappellania venga riconosciuta come realtà strutturata, che opera a servizio dell’istituto con competenza e continuità e non come presenza occasionale o estemporanea”. I Vescovi e le Chiese del Triveneto riconoscono le fatiche ordinarie e le difficoltà strutturali (sovraffollamento, carenza di personale e risorse, problemi di spazi e sicurezza, incremento dei detenuti minori ecc.) in cui si trovano ad operare quanti hanno responsabilità e compiti specifici nell’amministrazione penitenziaria. Una più stretta conoscenza e positiva collaborazione - già esistente, peraltro, in parecchie strutture - con l’articolata realtà delle “cappellanie” potrà offrire preziose opportunità per affrontare e possibilmente migliorare alcune questioni problematiche che affliggono le carceri e, soprattutto, quanti vi operano e “vivono” quotidianamente. E un cammino condiviso può aiutare tutti ad agire per il bene comune e la giustizia. Nel suo intervento il Provveditore regionale Rosella Santoro ha espresso innanzitutto la piacevole sorpresa di vivere un incontro così speciale ed unico tra Vescovi dell’intera area triveneta e la dirigenza penitenziaria: “Per me è la prima volta in assoluto. Auspico che ci siano altri incontri del genere, è stato un confronto molto costruttivo. Il carcere è vissuto come una società nella società, ma non ha sempre l’attenzione che merita. Sappiamo però che il mondo ecclesiale è molto vicino al carcere, a volte considerato invece come un contesto poco sentito. All’interno del carcere noi dobbiamo lavorare affinché le persone recluse possano avere la possibilità di essere rieducate per reinserirsi nella società, come sancito dalla Costituzione”. Ha poi presentato la situazione carceraria del Triveneto, con le ultime novità sulle strutture esistenti e in via di realizzazione, che registra un continuo aumento, negli ultimi anni, della popolazione carceraria che supera attualmente le 4100 unità (52% stranieri) mentre il personale, carente come numero, conta su circa 2300 agenti di Polizia penitenziaria. “Siamo convinti - ha aggiunto - che la persona non è il suo reato e siamo impegnati ad aumentare offerta lavorativa interna e a cercare imprese che portino lavoro all’interno. Vogliamo evitare, infatti, che le persone detenute vivano nell’ozio. Oggi una criticità è data dal fatto che le carceri accolgono sempre più persone con disagio psichico e anche per loro dobbiamo cercare di trovare delle possibilità di trattamento. La sfida è questa: dare una seconda chance a tutte le persone perché ritrovino uno spazio all’interno nella società”. Alberto Quagliotto (direttore della Casa circondariale di Treviso ma in precedenza impegnato anche in altre città e carceri dell’area triveneta), a nome anche degli altri direttori ha esplicitato il senso di gratitudine per ciò che le Chiesa locali fanno ed ha osservato che ci sono molti spazi “umani” da riempiere: “Attualmente sperimento che la povertà più grande non è quella materiale, delle magliette o del vestiario, ma una povertà morale e culturale. Siamo parte della società, ma qui forse vediamo e affrontiamo i problemi in anticipo e prima ancora che li veda la società. Un esempio? Il dialogo tra culture diverse. Siamo, anche da questo punto di vista, una risorsa”. Davvero partecipato ed intenso il prolungato dialogo che si è poi aperto tra Vescovi e direttori delle carceri del Triveneto che ha toccato ed approfondito, con l’apporto delle esperienze e testimonianze personali dei presenti, molti dei temi sopra accennati. Trentino Alto Adige. Giustizia riparativa, la Regione istituisce il Centro Corriere del Trentino, 7 marzo 2026 La giunta presieduta da Kompatscher dà il via libera: individuati sei mediatori. Il primo passo era stato registrato a settembre, con la firma del protocollo d’intesa tra la Conferenza locale per la giustizia riparativa del distretto di Corte d’Appello di Trento e la Regione. Ora la giunta regionale dà seguito all’impegno contenuto nel documento, istituendo concretamente il Centro per la giustizia riparativa del distretto di Corte d’appello di Trento (e riservandosi “un approfondimento sull’applicazione del trattamento specifico”). La delibera firmata dal presidente della Regione Arno Kompatscher è stata approvata dall’esecutivo all’inizio di marzo. E individua i mediatori esperti in programmi di giustizia riparativa (iscritti all’elenco ministeriali) che saranno impiegati nella gestione del centro. L’indicazione segue, di fatto, i criteri fissati dal protocollo d’intesa, ponendo particolare attenzione alla parità di genere, alla diversificazione dei profili, alla valorizzazione delle competenze, all’età e alle professionalità pregresse. Nel dettaglio, i mediatori sono Daniela Arieti, Benedetta Bertolini, Katja Holzner, Mirko Pozzi, Valeria Tramonte e Antonella Valer. Quattro (Arieti, Holzner e Tramonte) avranno un impegno a tempo pieno di 36 ore settimanali, mentre per Bertolini e Valer il monte ore sarà inferiore: 18 per Bertolini e 32 per Valer. “Con l’istituzione del Centro - aveva spiegato Kompatscher a settembre - vogliamo trasformare la risposta al reato in un’occasione di ricomposizione e ricostruzione dei legami sociali. La giustizia non è solo punizione: è anche restituire dignità alle vittime, favorire l’assunzione di responsabilità dell’autore dell’offesa, offrire partecipazione e prospettive alla comunità. È nostro dovere costruire un ponte tra chi ha sbagliato e il tessuto sociale, promuovendo percorsi che guardino al futuro, non solo al passato”. E ancora: “Vogliamo garantire dignità e possibilità a tutti, anche a chi ha sbagliato. Le iniziative previste mirano anche a costruire un ponte tra il carcere e la società, promuovendo la giustizia riparativa e il reinserimento come strumenti fondamentali per la coesione sociale”. Il centro non si rivolge solo alle vittime di reato e agli autori, ma anche ai loro familiari, a persone di supporto, ad associazioni e istituzioni, in modo da promuovendo un percorso di riconoscimento reciproco e di ricostruzione dei legami con la comunità. Orvieto (Pg). Il Comune boccia il Garante dei detenuti. “Sarebbe stato un simbolo forte” di Claudio Lattanzi La Nazione, 7 marzo 2026 Il centrodestra dice no alla possibilità di nominare un Garante dei detenuti. In Consiglio comunale la mozione sulla situazione carceraria, presentata dai gruppi di opposizione, è stata emendata dalla maggioranza nella parte che prevedeva la nomina di un Garante dei detenuti per il carcere di Orvieto. Non se ne farà niente. Sulla questione interviene Sergio Carli, artigiano orvietano con bottega da tappezziere che lavora da tempo con i detenuti e che la minoranza aveva indicato come la persona in grado di svolgere questo incarico. “La figura del Garante non avrebbe cambiato il mondo, non avrebbe risolto i problemi strutturali, né trasformato magicamente le difficoltà quotidiane, sarebbe stata però un simbolo forte: il riconoscimento che la città non si gira dall’altra parte, che il carcere non è un altrove da dimenticare e che le persone detenute restano persone. E invece, per la seconda volta, la proposta è stata respinta - dice Carli - non entro nemmeno nel merito delle argomentazioni, perché il punto è un altro: è la sensazione, amara, che non si sia voluto nemmeno discutere davvero, che una proposta venga respinta non per ciò che contiene, ma per chi la presenta. Che si bocci perché ‘non l’ho scritta io’, perché arriva da una parte diversa, perché riconoscerne il valore significherebbe ammettere che il bene comune non ha colore politico. Sono profondamente deluso - aggiunge Carli. Non è questo che merita Orvieto, non è questo che meritano i cittadini e non è questo che meritano i detenuti con cui lavoro ogni giorno, persone che stanno pagando il loro debito ma che non hanno smesso di essere parte della nostra comunità. Nel frattempo, loro restano lì, aspettano di essere ascoltati, che qualcuno dica che fanno parte della città. Aspettano di non finire dimenticati dietro un muro e dentro un verbale di Consiglio comunale”. Saluzzo (Cn). Il Dap vieta l’ingresso degli studenti in carcere, a rischio 15 anni di progetti educativi targatocn.it, 7 marzo 2026 Il Garante dei Detenuti del carcere di Saluzzo, le associazioni di volontariato operanti nell’istituto penitenziario e la dirigente dell’IIS “Soleri-Bertoni” hanno inviato una nota al Direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento, Ernesto Napolillo, per esprimere preoccupazione dopo il diniego all’ingresso di studenti nel carcere di Alta Sicurezza. Da quindici anni vi si svolgeva un progetto educativo legato al Salone del Libro di Torino. La lettera richiama le parole dei familiari delle vittime di terrorismo e mafia e gli appelli di Papa Francesco e del Presidente Mattarella sul valore rieducativo della pena, chiedendo l’apertura di un dialogo per evitare che decisioni restrittive compromettano attività di inclusione e cittadinanza attiva. La lettera aperta “Gentile Dott. Napolillo, da 15 anni si tiene nel carcere di Saluzzo, nel circuito di Alta Sicurezza, un evento collegato al Salone del Libro di Torino per studenti della scuola secondaria di secondo grado. Il modulo organizzativo prevede un laboratorio di lettura che coinvolge separatamente studenti esterni dell’IIS ‘Soleri-Bertoni’ della città di Saluzzo e reclusi e un incontro finale congiunto, in carcere, per la restituzione del lavoro svolto, alla presenza dell’autore/autrice e degli organizzatori della rassegna: rappresentanti del Progetto ‘Adotta uno Scrittore’, docenti della scuola, volontari dell’Associazione ‘Liberi Dentro OdV’. Ci è stata notificata la mancata autorizzazione del DAP allo svolgimento di questa attività, in quanto ritenuto inopportuno l’ingresso di studenti in un carcere di alta sicurezza. Un diniego all’incontro tra studenti e reclusi si era già palesato in occasione della festa di Natale ‘25, un momento di scambio augurale tra studenti esterni del Coro e reclusi appartenenti alla sezione carceraria dello stesso istituto scolastico. Il carcere di Saluzzo ha nella formazione scolastica, inclusa quella universitaria, e nell’attività teatrale dell’Associazione ‘Voci Erranti Onlus’ due dei suoi principali punti di forza. Entrambe le attività, che vedono molte persone coinvolte, risultano fortemente depotenziate da queste decisioni che creano barriere, tra reclusi e mondo esterno, ben più ostative delle mura carcerarie. L’incontro con studenti di pari grado contribuisce alla realizzazione di quella tensione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, ma ha anche una preziosa funzione preventiva ed educativa per i giovani e la comunità. Nel corso degli anni non solo non si sono presentate problematiche legate alla sicurezza, ma è emerso in maniera evidente il valore in termini di inclusione e di cittadinanza attiva delle diverse attività che hanno unito la comunità esterna e i reclusi. Alla delusione per tali scelte si accompagna la preoccupazione per il grave rischio di disincentivare e compromettere per il futuro questi percorsi virtuosi. Il diniego delle richieste di autorizzazione sembra infatti porsi in linea e confermare alcuni timori da più parti espressi relativamente alla circolare del DAP di ottobre (21/10/2025.0454011.UDAP) che va ad incidere sulle richieste di provvedimenti autorizzativi degli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo che si intendono realizzare presso gli istituti penitenziari Alta Sicurezza, come quelli di Saluzzo e Asti. Come ricordato anche dal Garante del penitenziario di Asti dr. Domenico Massano, proprio in relazione ai rischi di interruzione delle attività che coinvolgono la comunità esterna, in particolare quelle con i giovani, negli scorsi mesi una presa di posizione particolarmente autorevole è stata quella dei familiari delle vittime di terrorismo e mafia (tra cui Ilaria Agnese Moro e Fiammetta Borsellino) che hanno espresso ‘notevole perplessità e sofferenza personale nei confronti delle norme, volte a irrigidire, limitare e contingentare queste feconde attività di relazione tra detenuti e cittadini... Siamo testimoni diretti, che anche la semplice partecipazione a incontri e confronti con il mondo esterno rappresenta per i detenuti coinvolti un’iniziale rottura verso il passato, e possono rappresentare un’occasione, seppure lunga, faticosa e dolorosa, di un cambiamento’. Soffermandosi in particolare sugli incontri con gli studenti ne sottolineavano la duplice valenza avendo constatato di persona sia ‘l’importanza e la ricchezza dei confronti tra detenuti e studenti nel processo rieducativo, poiché questi ultimi spesso rappresentano il volto dei loro figli’, sia ‘il valore sociale, psicologico e morale di questi incontri, al fine di prevenire il bullismo e derive criminali negli adolescenti’. Chiudevano sottolineando il fatto che ‘il ripensamento del proprio passato criminale molto raramente è frutto di un’improvvisa illuminazione, essendo più spesso il risultato di una contaminazione culturale, emotiva e relazionale, che supera le barriere fisiche tra il mondo esterno ed interno alle carceri’. La tensione rieducativa alimenta quella speranza che è stata al centro del recente Giubileo, in particolare di quello delle persone detenute e che ha visto l’apertura da parte di Papa Francesco di una Porta Santa proprio nel carcere di Rebibbia. Anche il Presidente Mattarella recentemente ribadiva che ‘i luoghi di detenzione non devono trasformarsi in luoghi senza speranza, ma devono essere effettivamente rivolti al recupero di chi ha sbagliato’. E per il recupero delle persone, come recita la legge sull’ordinamento penitenziario (354/75), è fondamentale ‘incoraggiare le attitudini e valorizzare le competenze’, favorire ed organizzare attività culturali ed ‘ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati”, ed agevolare “opportuni contatti con il mondo esterno’ (artt. 13, 15, 27). In un momento storico in cui le attività trattamentali nelle carceri italiane sono già compresse e ridotte, tra criticità strutturali, sovraffollamento e carenze di personale, non è incoraggiante perdere occasioni preziose come quelle oggetto di questa lettera. Gentile dottor Napolillo, mi rivolgo a lei perché tali timori e preoccupazioni, tra l’altro condivise dai garanti partecipanti alla recente Conferenza Nazionale dei garanti territoriali, possano essere raccolte e possano avviare un percorso di coinvolgimento trasversale per la riflessione congiunta ed una definizione condivisa di alcuni aspetti e linee atti ad aprire un dialogo. Paolo Allemano, Garante diritti dei detenuti del carcere di Saluzzo Alessandra Tugnoli, Dirigente llS ‘Soleri - Bertoni’ Saluzzo Giorgio Borge, Presidente Associazione ‘Liberi Dentro OdV’ Saluzzo Marco Mucaria, Presidente Associazione ‘Voci Erranti Coop Sociale’“ Bologna. No al dibattito sul referendum alla Dozza. È bufera sulle “ragioni di opportunità” bolognatoday.it, 7 marzo 2026 L’incontro avrebbe dovuto mettere a confronto le ragioni del “Sì” e del “No” davanti ai detenuti: “Persone private della libertà personale, ma non del diritto di voto”. Mancato via libera a un incontro informativo sul referendum sulla giustizia che si sarebbe dovuto svolgere il 10 marzo alla Casa Circondariale di Bologna (carcere della Dozza). L’iniziativa, organizzata dalla Camera Penale di Bologna “Franco Bricola” insieme all’Osservatorio “Diritti umani, carcere e altri luoghi di privazione della libertà”, è stata bloccata - secondo quanto riferito agli organizzatori - per non meglio specificate “ragioni di opportunità”. L’evento avrebbe previsto un confronto pubblico e pluralista sulle ragioni del “Sì” e del “No” al referendum. A intervenire sarebbero stati Pier Luigi Di Bari, già presidente del Tribunale del Riesame, per illustrare le ragioni del “No”, e l’avvocata Rosa Ugolini, componente del direttivo della Camera Penale, per il “Sì”. Secondo la Camera Penale, lo scopo dell’incontro era offrire ai detenuti un’informazione completa sul tema referendario. “La finalità dell’evento sarebbe stata quella di offrire ai detenuti un’informazione adeguata sul tema referendario, nel pieno rispetto del contraddittorio tra diverse posizioni di pensiero”, si legge nel comunicato, sottolineando il valore civico dell’iniziativa, rivolta a persone che, pur private della libertà personale, mantengono il diritto di voto: “Si trattava di uno spazio di discussione civile e democratica di particolare valore, soprattutto perché rivolto a persone private della libertà personale, ma non del diritto di voto”. Da qui la sorpresa per lo stop arrivato a ridosso dell’appuntamento: “Sorprende, e non poco, che un momento di tale spessore venga sacrificato sull’altare di generiche e non meglio specificate ‘ragioni di opportunità’, peraltro a ridosso della data prevista per l’evento”. Nel comunicato il direttivo della Camera Penale e l’Osservatorio carcere chiedono al Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria dell’Emilia-Romagna “quali siano, in concreto, le ‘ragioni di opportunità’ che ostano a un’iniziativa che avrebbe rappresentato un esempio virtuoso di apertura del carcere alla società e di promozione dell’educazione civica”. Il comunicato si chiude con un richiamo al dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena: “Se davvero il carcere deve essere - come la Costituzione prescrive - un luogo orientato alla rieducazione e al reinserimento sociale, appare difficile comprendere per quale motivo si debba rinunciare proprio a quelle occasioni in cui la democrazia riesce, finalmente, ad attraversare anche le mura dell’istituzione penitenziaria”. Firenze. Giustizia e specchi rotti di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 7 marzo 2026 Prima o poi doveva accadere. La situazione del carcere di Sollicciano ha scalato, e scaldato, politica e media e adesso è arrivata proprio in cima, sul Colle più alto: al Palazzo della Corte costituzionale, proprio a fianco della sede della Presidenza della Repubblica. L’eccezione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, in seguito all’iniziativa dei legali di un detenuto, pone domande solo apparentemente retoriche, ma con un profondo senso giuridico, umano e politico. È giusto che un condannato debba scontare la pena in una situazione di degrado e umiliazione, che è esclusa dall’articolo 27 della Costituzione, in un carcere infestato da cimici e roditori e che quando piove si trasforma in un ombrello bucato? E si può differire l’espiazione della pena, o modificarne le modalità, nonostante il Codice penale e l’Ordinamento penitenziario non prevedano questa possibilità motivata dai problemi gravissimi della struttura che deve accoglierlo? In fondo sono gli stessi princìpi che hanno convinto i giudici della Corte d’Appello di Firenze a non estradare uno straniero verso le carceri greche ritenute inumane. Il verdetto della Corte costituzionale è atteso come un punto di svolta importante. Ma già l’aver sollevato la questione rappresenta una salutare provocazione, perché quel ricorso esprime un giudizio di “cronicità”, come l’ha definita il Tribunale di sorveglianza, delle drammatiche condizioni strutturali di Sollicciano che nessuna richiesta, nessuna intimazione e nessuna disposizione è riuscita finora ad evitare. Trento. Il Garante: “Struttura carceraria sotto stress, ma forte la Rete di volontariato” labusa.info, 7 marzo 2026 Il carcere di Spini di Gardolo resta una struttura moderna e con molte esperienze positive, ma oggi vive una fase di forte pressione legata all’aumento dei detenuti, alla carenza di personale e alla complessità della popolazione carceraria. È questo, in sintesi, il quadro tracciato dal garante dei diritti dei detenuti della Provincia autonoma di Trento, Giovanni Maria Pavarin, che a Palazzo della Regione ha presentato la relazione annuale sulle attività svolte nel 2025. Nel suo intervento Pavarin ha inserito la situazione locale nel contesto più ampio del sistema penitenziario italiano, definito “complesso e travagliato”. A livello nazionale permangono problemi strutturali come il sovraffollamento e i suicidi in carcere. Nel 2025 i suicidi registrati sono stati 80, in lieve calo rispetto ai 91 dell’anno precedente. Al contrario cresce il sovraffollamento: a fine 2025 il tasso medio negli istituti penitenziari italiani ha raggiunto il 138%. Per quanto riguarda il carcere di Spini, al 1° marzo scorso i detenuti erano 410, dunque ancora al di sotto della capienza massima. Tuttavia proprio questa disponibilità di posti comporta l’arrivo frequente di nuovi detenuti trasferiti da altre carceri. Si tratta spesso di giovani e cittadini stranieri: questi ultimi rappresentano il 67% della popolazione detenuta, con provenienze soprattutto da Marocco, Tunisia, Romania, Albania e Nigeria. Una composizione così eterogenea comporta difficoltà gestionali, anche perché nella struttura mancano figure come i mediatori culturali. A questo si aggiungono le criticità legate al personale: la polizia penitenziaria conta attualmente 168 unità a fronte delle oltre 200 previste, con uffici come quello matricole sottoposti a forte pressione. Sul piano sanitario la struttura garantisce la presenza di un medico h24, ma manca la figura dell’infermiere. Inoltre circa il 24% dei detenuti presenta forme di disagio psichico, con diagnosi che vanno dai disturbi dell’umore a patologie più complesse legate anche all’uso di sostanze. Accanto alle criticità, Pavarin ha però evidenziato anche diverse esperienze positive. Tra queste il progetto “Speedy Pizza”, una pizzeria nei pressi del carcere che coinvolgerà 40 detenuti formati professionalmente per lavorare nella ristorazione. L’iniziativa, promossa in origine dall’ex procuratore capo Sandro Raimondi, punta a favorire percorsi concreti di reinserimento sociale. Un altro segnale incoraggiante arriva dal fronte dell’istruzione: nonostante il livello medio di scolarizzazione dei detenuti sia basso - il titolo di studio più diffuso è la terza media - si profila la prima laurea in architettura conseguita da un detenuto della struttura. Tra le innovazioni più rilevanti figura anche l’introduzione degli incontri affettivi riservati tra detenuti e partner, riconosciuti come diritto dalla Corte costituzionale. I primi colloqui di questo tipo si sono già svolti anche nel carcere di Spini. Nel corso del 2025 il garante ha svolto 450 colloqui individuali con detenuti e partecipato a numerosi incontri pubblici e conferenze. Il presidente del Consiglio provinciale Claudio Soini ha sottolineato il valore di questo lavoro, evidenziando anche alcuni segnali positivi come la riduzione degli atti autolesionistici e il fatto che la capienza massima dell’istituto raramente venga raggiunta. Pavarin ha infine rivolto un appello all’Autonomia trentina affinché utilizzi le proprie prerogative per incidere sulle politiche statali e migliorare il funzionamento dell’unico istituto penitenziario della provincia, rafforzando così le condizioni di vita e le opportunità di reinserimento per chi sta scontando una pena. Venezia. Trent’anni di Granello di senape: “Le persone oltre le pene, per un carcere umano” di Maria Ducoli La Nuova Venezia, 7 marzo 2026 L’associazione nata dopo l’omicidio del Provveditore Di Ciò spegne trenta candeline e continua a portare progetti e speranza negli istituti di pena veneziani. Oltre le pene, le persone. Oltre gli sbagli, la possibilità di avere una seconda chance. Questi i presupposti con cui, trent’anni fa, è nata l’associazione “Il granello di senape” che, instancabilmente, continua a portare la città nel carcere e il carcere nella città. “All’origine, una tragedia, accaduta nel 1993: l’omicidio del Provveditore al Porto di Venezia, Alessandro Di Ciò, per mano di un altro dirigente della Compagnia lavoratori portuali. Un episodio che scosse l’opinione pubblica e che portò alcuni cittadini a decidere di scendere in campo. I primi passi in una realtà fino a quel momento sconosciuta furono quelli di Raffaele Levorato che diede vita a Rio Terà dei Pensieri, seguito dopo poco da Gianni Trevisan nel 1996, fondatore dell’associazione di volontariato penitenziario e della cooperativa Il Cerchio. Con loro, anche padre Andrea Cereser che ricorda questi 30 anni tra aneddoti e sorrisi, dalla collaborazione con il patriarca Cé e Cacciari. Nel tempo, l’associazione è cresciuta e, oggi, porta progetti e orizzonti sia nel carcere maschile che in quello femminile. Dalla biblioteca multilingue ai corsi di filosofia e sartoria, fino alla rivista “Ponti”, messa a punto nel 2025 e arrivata già al quarto numero, prossima ad essere allargata anche alle detenute della giudecca, con due pagine ad hoc. Granello di senape è, oggi, un’associazione quasi interamente al femminile: donne che si affacciano sulle soglie degli istituti penitenziari cercando di portare orizzonti dietro le sbarre con, alla base, il desiderio di capire, conoscere, aiutare. Lo stesso desiderio che, nel 1999, ha spinto Maria Teresa Menotto a entrare nell’associazione, di cui poi sarebbe stata presidente per dieci anni. “Volevo capire quanto di disumano e tragico stesse nelle carceri, proprio come nei manicomi. Sentivo il desiderio di trovare un senso e toccare con mano la pratica anti istituzionale che si basa sull’idea di liberarsi del carcere”. Idea mai stata così lontana come oggi, tra decreti sicurezza, introduzione di nuovi reati, inasprimenti delle pene e briciole per i progetti rieducativi. Proprio per questo, il Granello di senape è più combattivo e presente che mai. “Il volontariato ha un ruolo importantissimo nel ricreare un legame sociale, partendo dalla relazione tra dentro e fuori”, aggiunge la presidente Maria Voltolina. Relazione che, però, passa anche dalle istituzioni. “Mi auguro”, conclude Menotto, “che la prossima amministrazione sia in grado di creare una governance in cui il carcere è centrale. Perché questa ha fallito”. Venezia. I trent’anni del Granello. “Ora nuovi progetti” Corriere del Veneto, 7 marzo 2026 I primi trent’anni guardando al futuro con un appello alle nuove generazioni. “C’è bisogno di un ricambio generazionale anche per comunicare meglio con la popolazione molto giovane di detenuti - ha detto la presidente del Granello di Senape Maria Voltonina - Abbiamo bisogno di nuove proposte e quindi auspichiamo l’ingresso persone alle quali passare un giorno di testimone”. Giovedì l’associazione ha festeggiato ripercorrendo i primi passi della nascita del Granello, avvenuta nel contesto di una grande rivoluzione sociale. All’epoca erano ancora poche le realtà che lavoravano nelle carceri, ma grazie ai fondatori padre Andrea Cereser e alla volontaria Elena Schiavon, nel 1996 nasce l’associazione, con il nome ispirato alla parabola della pianta che, nonostante i semi piccoli, è in grado di diventare un albero dalle radici molto forti. “In questi 30 anni le radici in effetti sono state coltivate e curate - dice Voltolina - Abbiamo fatto tanti progetti, dalla biblioteca agli eventi organizzati durante le feste per non lasciare detenuti e detenute soli, senza contare la grande attenzione che abbiamo sempre prestato alla diversità delle religioni”. La prima realtà è stata Rio Terà dei Pensieri nel 1995, poi Il Granello nel 1996 e la cooperativa Il Cerchio nel 1997. Un movimento di veneziane che ha piantato i primi semi che nel tempo sono sbocciati dando vita a rapporti con le istituzioni sia per progetti culturali che lavorativi. Dalla rivista Ponti al Wayout, iniziativa per portare i detenuti a partecipare come volontari all’organizzazione di alcuni eventi, seguendo lo stesso obiettivo: abbattere i muri invisibili che separano il dentro dal fuori e dare una seconda possibilità a tutti. Roma. Dall’esperienza di un ex detenuto la casa-alloggio che offre un’alternativa al carcere di Maria Vera Genchi romatoday.it, 7 marzo 2026 La struttura ospita al suo interno 25 detenuti, è dotata di una palestra spartana e una stanza dell’affettività. L’appello dei gestori, Stefania ed Eraldo: “Riceviamo troppe richieste, aiutateci ad aprire un’altra struttura”. Dall’esperienza d’amore tra un ex detenuto e la compagna - che gli è stata accanto durante l’intero periodo di sconto della pena fino ai domiciliari in comunità - nel 2024 nasce “Verso il sole”, una casa alloggio per detenuti nelle campagne di Trigoria, a sud ovest di Roma. Desiree, fa la volontaria nella struttura per rimanere vicino al compagno, ai domiciliari in attesa dell’esito del processo. Gli alloggi a disposizione sono limitati rispetto alla grande quantità di richieste: “Riceviamo domande ogni giorno, vorremmo aprire un’altra struttura - spiegano Eraldo e Stefania - ma non riusciamo a trovare nulla, i proprietari appena capiscono che diamo alloggio ai detenuti ci rifiutano”. Fabio M. vive nella struttura di “Verso il sole” da due anni: “Mi rimangono sette mesi - spiega - quando esco voglio fare l’autista, ho ripreso a studiare per ottenere la licenza. Qui si sta bene, io mi occupo di pulire il patio ogni mattina. Poi mi alleno, faccio la doccia e all’una mangiamo tutti insieme”. Tartarughe, pavoni, pulcini, un pony. Nell’area verde intorno al casolare vivono diversi animali, a occuparsene sono gli ospiti della struttura. “Ha appena partorito. Vuoi vedere i piccoli?” chiede Fabio, con una gatta in braccio. Tra le diverse mansioni affidate a chi sta scontando la pena anche la manutenzione della casa, la gestione della cucina e la cura del verde. Nella struttura c’è una palestra - un po’ spartana - in cui poter fare sport e una stanza dell’affettività, per favorire l’incontro dei detenuti con i partner e i familiari. “La chiamiamo area family - spiega Giulia Proietti, presidente di “Verso il sole ets” - secondo noi questo è l’aspetto più importante per la vita quotidiana, vivere la famiglia. Qui dentro c’è un piccolo angolo cottura, una camera da letto e un piccolo bagnetto dove poter passare qualche ora in tranquillità”. La casetta si prenota a turno, in base alle disponibilità dei familiari e dei permessi premio. L’idea nasce da un’esperienza personale: “Io ho conosciuto mio marito nella struttura in cui stava mio papà - racconta Giulia - nostra figlia è nata in una stanza dell’affettività, comprendo molto bene la necessità di vivere l’intimità con il proprio compagno”. Desiree, fa la volontaria nella struttura per rimanere vicino al compagno, ai domiciliari in attesa dell’esito del processo. Il suo pancione rivela che è in dolce attesa: “Dopo 11 anni di fidanzamento - racconta - sono rimasta incinta. Prenotavamo la casetta ogni tanto. Tra qualche mese nascerà Thiago Ezequiele e sarà la mascotte di tutti”. Chieti. Nel carcere un corso di scrittura creativa: la cultura come motore di rinascita chietitoday.it, 7 marzo 2026 Sarà la scrittrice teatina Kristine Rapino a tenere i 10 incontri della durata di due ore ciascuno dedicati alle detenute; l’obiettivo è accompagnare i partecipanti nella scoperta della forma breve del racconto, dalla nascita dell’idea narrativa fino alla revisione finale, attraverso lezioni teoriche, esercizi di scrittura guidata e momenti di confronto collettivo. La cultura come motore di rinascita: è questo il senso del corso di scrittura creativa “Il racconto”, che partirà sabato 7 marzo nella casa circondariale di Chieti, su iniziativa del programma “Chieti Città che Legge”, di cui il carcere è uno dei firmatari del Patto per la lettura. Si tratta di un progetto formativo rivolto ai detenuti adulti interessati a scoprire la scrittura come strumento di espressione, riflessione e crescita personale. Il corso, che si svolgerà fino al mese di maggio, prevede 10 incontri della durata di due ore ciascuno e sarà condotto da Kristine Maria Rapino, editor e docente di scrittura creativa, già attiva nella formazione narrativa e nel mondo editoriale. L’obiettivo è accompagnare i partecipanti nella scoperta della forma breve del racconto, dalla nascita dell’idea narrativa fino alla revisione finale, attraverso lezioni teoriche, esercizi di scrittura guidata e momenti di confronto collettivo. Il corso “Il dacconto” rappresenta dunque un nuovo tassello del percorso di Chieti Città che Legge, che continua a promuovere iniziative capaci di portare la cultura anche nei luoghi più inattesi, trasformando la parola scritta in uno strumento di incontro, consapevolezza e futuro. “La lettura e la scrittura sono strumenti di libertà e di crescita personale - dichiara il sindaco di Chieti Diego Ferrara - e il fatto che la casa circondariale sia tra i firmatari del Patto per la lettura dimostra quanto la cultura possa essere una leva importante anche nei contesti più complessi. Questo corso rappresenta una delle azioni concrete di Chieti Città che Legge: un progetto che vuole portare i libri e le storie ovunque ci sia bisogno di aprire spazi di pensiero, dialogo e opportunità”. “Lieta dell’adesione del carcere di Chieti al Patto comunale per la lettura, mi preme ringraziare il direttore Pettinelli che ha subito fatto propria la nostra proposta - aggiunge la consigliera comunale Barbara Di Roberto, promotrice, con il Patto, delle azioni di Chieti Città che Legge - Il progetto di un corso di scrittura creativa all’interno della casa circondariale è un’iniziativa che tende a promuovere la diffusione del libro e della lettura, anche in luoghi cosiddetti ‘non convenzionali’, secondo la mission del Cepell. Sono molto grata soprattutto a Kristine Maria Rapino, scrittrice teatina di indiscusso talento che, con grande passione e rara delicatezza umana, ha ideato e organizzato il corso che prende il via oggi a Chieti e che può considerarsi come una buona pratica da replicare in più istituti penitenziari abruzzesi. Questo progetto mi rende particolarmente orgogliosa perché coniuga la promozione della lettura in città, con la funzione trattamentale della lettura dentro un’altra propria città, il cosiddetto ‘pianeta carcere’, facendo di Chieti un’unica e unita Città che legge. “Il carcere non è nuovo a esperienza con “il mondo di fuori” - sottolinea il direttore Franco Pettinelli - perché è nostra ferma convinzione che debba essere anche un luogo di opportunità formative e di crescita personale. Questo corso riguarda la popolazione carceraria femminile e muove i suoi primi passi a Chieti, grazie anche al sostegno di realtà del territorio, come società Luma srl di Lucio Finucci e Marco Molinelli, che ringrazio. Iniziative come questa dimostrano quanto la collaborazione con il territorio e con il Comune possa creare percorsi utili per le persone detenute, offrendo strumenti culturali che aiutano a sviluppare consapevolezza e competenze e nuove strade”. “Quando, con grande sensibilità, la consigliera e curatrice di Chieti Città che legge Barbara Di Roberto mi ha lanciato questa proposta, ho riconosciuto subito il valore dell’iniziativa e ne ho condiviso gli intenti - riferisce la scrittrice Kristine Maria Rapino - La ringrazio per avermi coinvolta. La scrittura non può prescindere dall’impegno etico e sociale. Non è maquillage. Deve restare nelle crepe, dove la narrazione si fa più urgente. Diventa uno strumento di conoscenza di sé, tanto più necessario dove il tempo è sospeso e le identità rischiano di irrigidirsi, ma non si ferma al perimetro individuale. Insegna a stare al mondo insieme agli altri. Scrivere serve a riconoscersi simili, anche quando le storie divergono. Scardina barriere, mette a nudo i pregiudizi. La parola diventa, così, lo spazio attraverso cui far passare i fili di una trama che può continuare il suo corso, anche quando sembrava interrotta. Una città che legge esiste per questo: aprire varchi”. Ferrara. Progetto Teatro Carcere: “Crescita e reinserimento” di Stefano Manfredini Il Resto del Carlino, 7 marzo 2026 L’assessore Coletti: “La cultura resta un enorme strumento inclusivo”. Sostegno di 15mila euro dall’amministrazione, numero selezionato di detenuti. Il teatro come spazio di espressione, cultura e libertà, anche dove quest’ultima è momentaneamente sospesa. È con grande convinzione che si rinnova il progetto “Teatro Carcere” di Teatro Nucleo, sostenuto dall’assessorato alle Politiche Sociosanitarie del Comune di Ferrara e rivolto ai detenuti della Casa Circondariale di Ferrara: non solo un laboratorio creativo, ma un’esperienza viva, di trasformazione e capace di restituire voce e futuro. Alla base del percorso, l’arte. Essa si conferma necessaria, come ponte tra l’interno e l’esterno, tra la fragilità umana e il riscatto, tra la persona e la comunità. “Sostenere concretamente questo importante progetto - evidenzia l’assessore alle Politiche Sociosanitarie, Cristina Coletti - significa investire in percorsi di crescita personale e nel reinserimento sociale. La cultura resta un enorme strumento inclusivo e di responsabilizzazione. Il lavoro avviato all’interno della Casa Circondariale di Ferrara, che ringrazio per la costante disponibilità, ha già dimostrato come il teatro sia capace di creare opportunità di dialogo, generando possibilità future per le persone coinvolte”. Il laboratorio teatrale si rivolge a un gruppo selezionato di detenuti, circa 20, per un totale di 60 ore annue previste (di cui 3 settimanali). Nella realizzazione dell’opera e/o del cortometraggio potranno essere sviluppate competenze trasversali, quali recitazione, scenotecnica e gestione dello spazio. Avellino. I “Figli cancellati”: ad Avellino una realtà sotto silenzio di Vinicio Marchetti avellinotoday.it, 7 marzo 2026 Bambini e adolescenti invisibili tra stigma e speranza sono tutti responsabili: uno sforzo collettivo è necessario. C’è una categoria di persone di cui si parla poco. Non sono gli imputati, non sono le vittime. Sono i figli. Quelli che aspettano fuori, che crescono con un genitore dall’altra parte di un cancello, che imparano presto cosa significa vergogna e silenzio. Annalisa Senese, avvocato, ha scritto un libro su di loro. Si intitola I figli cancellati. Un titolo che non ha bisogno di spiegazioni. La giornata avellinese dedicata al libro aveva due appuntamenti. Il primo si è tenuto alla Libreria Mondadori, dove l’autrice ha incontrato la stampa e la cittadinanza insieme a Floriana Guerriero, giornalista, e a Michela Mancusi, avvocato e presidente di ZiaLidiaSocialClub. Il secondo - la presentazione alle donne detenute della Casa Circondariale di Bellizzi, promossa da ZiaLidiaSocialClub e dal Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Avellino - è stato annullato. In libreria, Senese ha raccontato da dove viene questo libro: “Spesso si pensa agli autori di reato, ma poco si concentra l’attenzione sulle famiglie, sui figli, sulle mogli, sulle mamme dei detenuti. Mi piaceva illuminare questa realtà, che è evidentemente molto complicata. I bambini, per accedere agli istituti carcerari, devono sottostare a controlli, perquisizioni, ispezioni e attese estenuanti: vivono in una dimensione che non è adatta all’infanzia e che spesso li segna irrimediabilmente”. L’impatto sulle nuove generazioni e le opportunità negate - È una realtà che si fatica a guardare in faccia. Eppure esiste, e ha un peso. Maria Grazia Villano, vicepresidente di OMI e founder di Gender Equality in our DNA, ha messo il dito su una contraddizione che dovrebbe farci riflettere: “È paradossale che le pene carcerarie spesso non abbiano l’efficacia necessaria a riabilitare i detenuti. Ed è altrettanto paradossale che anche i figli di questi ultimi debbano soffrire tale condizione, vedendosi precluse opportunità per il loro futuro, perché discriminati e non inclusi nella società”. Dalla denuncia all’azione: laboratori e progetti nelle periferie - Senese non si è fermata alla denuncia. Ha parlato di un laboratorio di scrittura creativa già avviato a San Giovanni a Teduccio, quartiere difficile di Napoli Est, dove molti bambini conoscono da vicino il carcere. “Le scuole e le associazioni possono dare voce a questa dimensione e aiutare questi bambini a uscire dallo stigma della vergogna. Farli sentire meno soli, far loro capire che esiste una possibilità di cambiamento: questo dà loro una prospettiva utile anche per prevenire forme di devianza giovanile”. Qualcuno, dunque, ci sta pensando. Sarebbe il momento che ci pensasse anche qualcun altro. Catania. Il viaggio Redivivus, quando il riciclo diventa arte e riscatto di Alfio Russo unictmagazine.unict.it, 7 marzo 2026 A Catania diciannove grandi opere della storia dell’arte rivivono grazie alle creazioni realizzate con plastica riciclata da settanta giovani detenuti siciliani. Diciannove opere di artisti famosi rivisitate con materiale riciclato da settanta giovani detenuti. Da Guernica di Picasso alla Gioconda di Da Vinci, dal Bacio di Klimt alla Ragazza con il palloncino rosso di Bansky passando per I girasoli di Van Gogh e I cerchi di Kandisky fino a L’Urlo di Much. Sono solo alcune opere che i giovani degli Istituti penali per minorenni di Palermo, Catania, Caltanissetta e Messina (supportati dai relativi Uffici Servizi Sociali) hanno realizzato nell’ambito di Redivivus, il progetto promosso da Corepla che, tappa dopo tappa - da Acireale a Palermo, fino a Caltanissetta - ha raccontato la forza trasformativa del riciclo come metafora di riscatto personale. A Catania il minitour siciliano è ospitato - da oggi a domenica 8 marzo - al Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane dell’Università di Catania. Negli spazi del museo catanese sono state esposte le creazioni nate dal riutilizzo di bottiglie in PET riciclate, capaci di trasformare un materiale di scarto in espressione artistica e simbolo di nuove possibilità. Promosso con il patrocinio del Ministero della Giustizia e curato da Mani e Mente di Romina Scamardi, Redivivus ha saputo intrecciare il valore ambientale del riciclo degli imballaggi in plastica con quello sociale dell’inclusione e della responsabilizzazione, offrendo ai giovani coinvolti un’occasione concreta di espressione, consapevolezza e crescita. All’inaugurazione hanno preso parte Germana Barone, direttrice del Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane, Eliana Longi, deputata nazionale, Maria Covato, direttrice dell’Istituto penitenziario minorile di Bicocca di Catania, Girolamo Monaco, direttore dell’Istituto penitenziario minorile di Acireale, Roberta Montalto, direttrice dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni, insieme con Giovanni Cassuti, presidente di Corepla, e Romina Scamardi, curatrice del progetto. Presenti anche la dirigente dell’Area Terza missione d’ateneo, Rosanna Branciforte, e la presidente del Sistema museale d’ateneo, Federica Santagati. “Redivivus - ha affermato la prof.ssa Germana Barone, direttrice del Museo e delegata del Rettore all’accreditamento dei musei dell’Ateneo al Sistema Museale Nazionale - è una mostra che racchiude un significato particolarmente profondo per il nostro Museo. Le opere esposte, realizzate con plastica riciclata da giovani provenienti dagli istituti penali minorili siciliani, raccontano una doppia possibilità di rinascita: quella dei materiali di scarto, trasformati in creazioni artistiche, e quella delle persone che, attraverso l’arte, trovano uno spazio di espressione, consapevolezza e prospettiva per il futuro. Accogliere questo progetto nel nostro Ateneo significa pertanto sostenere concretamente il valore educativo e sociale della cultura, capace di aprire nuove prospettive e di restituire dignità, creatività e speranza. L’Università di Catania - sottolinea ancora la prof.ssa Barone - non è nuova a iniziative di questo tipo, volte alla promozione dei valori civici, alla tutela del patrimonio culturale e alla responsabilizzazione sociale. Di recente, infatti, è stato siglato un protocollo di collaborazione tra l’Ateneo e l’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Catania (UDEPE) nell’ambito del progetto Giustizia e cultura in dialogo: un percorso di giustizia riparativa rivolto a persone in esecuzione penale esterna che prevede attività formative e, in parte, anche iniziative itineranti proprio al Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane”. “Con Redivivus abbiamo voluto raccontare una sostenibilità che va oltre il riciclo - ha dichiarato Giovanni Cassuti, presidente di Corepla - La plastica può rinascere come nuova materia, ma anche le persone possono farlo, se messe nelle condizioni di esprimere il proprio talento. L’arte diventa così un ponte tra ambiente e dignità”. “È un piacere partecipare all’evento conclusivo di Redivivus, un progetto che unisce ambiente, arte e inclusione sociale in un percorso dal forte valore educativo. Questa mostra dimostra che il riciclo può diventare non solo sostenibilità ambientale, ma anche opportunità concreta di crescita e rinascita per tanti giovani coinvolti. Complimenti a Corepla, agli organizzatori e a tutti i ragazzi protagonisti di questo significativo e virtuoso percorso”, ha dichiarato l’on. Eliana Longi. Il progetto si inserisce in un impegno più ampio di Corepla per la diffusione della cultura del riciclo, che trova espressione anche in RecoPET, il sistema incentivante che in poco più di un anno ha portato all’installazione di 70 ecocompattatori in Sicilia e alla raccolta di 3,5 milioni di bottiglie in PET, contribuendo a rafforzare la filiera del riciclo e a ridurre la dispersione della plastica (dati in aggiornamento per Catania). “Redivivus e RecoPET sono due facce della stessa visione: una sostenibilità che non si limita alla gestione dei rifiuti, ma diventa educazione, inclusione e rinascita - ha aggiunto Giovanni Cassuti - Le bottiglie rinascono, ma anche le persone possono farlo, se diamo loro le giuste opportunità”. Particolarmente apprezzate le opere realizzate: L’ultima cena di Da Vinci, Il gallo e Figure e cane davanti al sole di Mirò, Albero della vita di Klimt, Top in the bend di Kandisky, La danza di Karing, Notte stellata di Van Gogh, La persistenza della memoria di Dalì, La ragazza con l’orecchino di perle di Vermeer, Il figlio dell’uomo di Magritte, La Madonna di Raffaele Sanzio e Senza titolo di Karing. Con la tappa di Catania si chiude così un viaggio che ha attraversato la Sicilia portando un messaggio chiaro: il riciclo non è soltanto un gesto ambientale, ma può diventare un’esperienza culturale e sociale capace di generare valore per l’intera comunità. Esistenze non garantite: dove i diritti non arrivano di Luigi Manconi fondazionefeltrinelli.it, 7 marzo 2026 Il nome di Alan Kurdi e il diritto di non essere dimenticati. La vicenda di Alan Kurdi è illuminante: ed è per questo che vi ritorno periodicamente, in quanto credo costituisca qualcosa di molto simile a un paradigma carnale e, nel contempo, metafisico. Il corpo di Alan, tre anni, venne ritrovato il 2 settembre del 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. La sua foto, come si dice, fece il giro del mondo: indossava una maglietta rossa, pantaloncini blu e scarpette nere. Aveva fatto naufragio mentre cercava di raggiungere, dal Kurdistan siriano, le coste greche; la madre e il fratello di due anni più grande morirono in mare mentre il padre, unico sopravvissuto della famiglia, poté raggiungere, infine, la Germania. E lì trovò un’occupazione avviando un percorso di positiva integrazione nella società tedesca. Un anno dopo, in una intervista a diversi giornali europei, formulò una drammatica richiesta: voi tutti avete scritto di mio figlio chiamandolo Aylan. Ma il suo nome è Alan. Vi prego, chiamatelo Alan, non rubategli il nome. Era un’esortazione, la sua, che aveva la tonalità di un’invettiva. Alan Kurdi era stato spossessato di tutto: della vita, dell’identità e della personalità e, infine, dello stesso nome. Modificare quest’ultimo o - come quasi sempre accade - ignorarlo, corrisponde a un processo di misconoscimento, meglio: di rimozione. La vittima, deformata nel nome o privata di esso, viene precipitata nell’anonimato, nella serialità degli eventi luttuosi, nella macabra statistica delle morti destinate agli archivi e all’oblio. Quel padre ci voleva dire: Alan è Alan, è la sua piccola biografia, è la sua vita accorciata dal naufragio, e voglio serbarla nella sua pur ridotta interezza. La “nuda vita”: quando le persone restano senza protezioni - Penso che privare Alan del suo vero nome costituisca l’ultima stazione di un processo di reificazione e di spoliazione delle vite fragili, fino a ridurle alla loro assoluta nudità. Ecco, la “nuda vita” di cui scrive Walter Benjamin in Angelus Novus continua a manifestarsi oggi in quella moltitudine di esistenze umane che si scoprono prive di qualsivoglia tutela. Non semplicemente di presidi giuridici e di diritti politici, non esclusivamente di protezioni economiche e sociali ma di tutte, proprio tutte, le forme di riparo che intercorrono tra la sfera biologica e la vita sociale: un salvagente, un tetto, un documento di identità, un giubbotto antiproiettile, una garanzia di incolumità, scarpe antinfortunistiche, una normativa a tutela, adeguate condizioni igienico-sanitarie. Se pensiamo a questi strumenti di difesa scorgeremo immediatamente le persone e i corpi che a esse si affidano o che, piuttosto, a esse non possono o non possono ancora o non possono più affidarsi. E sono, anche solo nel nostro paese, milioni e milioni. I nuovi vulnerabili: lavoro, carcere, sanità, migrazioni - Sono i trentaquattro bambini morti nel naufragio di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023; sono Loris Costantini, 36 anni, e Claudio Salamida, 46, caduti dalle impalcature dell’ex Ilva di Taranto (e i tantissimi rimasti senza nome); sono le sette donne uccise dalla violenza patriarcale nei primi due mesi dell’anno in corso e i dieci detenuti che, nello stesso periodo, si sono tolti la vita in una cella; sono la folla indistinta dei senza fissa dimora - meglio l’antica definizione di senzatetto - che dormono all’addiaccio e ingrossano le file alle mense della Caritas; sono, ancora di più, quelli costretti a rinunciare alle cure e al più elementare scudo sanitario; e, infine, sono - lo scrivo nella ricorrenza dell’8 marzo - le migliaia e migliaia di donne che, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, si sottopongono ad aborto clandestino. Quanto fin qui scritto richiede qualche ulteriore considerazione. Non siamo in presenza solamente degli effetti della crisi profonda del sistema di welfare. Questa è, piuttosto, l’aprirsi di una frattura acuta all’interno dell’organizzazione sociale che divide i non garantiti dai garantiti e che, di conseguenza, deprezza e svalorizza le esistenze - i corpi - dei primi rispetto a quelle dei secondi. Nemmeno la classificazione in “vite di serie A” e “vite di serie B” mi sembra convincente. Non siamo in presenza, infatti, di una diversa gradazione e di una differente qualità dell’appartenenza al sistema della cittadinanza. Quelle che osserviamo, piuttosto, sono vite collocate ai margini di quel sistema, alternando appartenenza e non appartenenza, cittadinanza e apolidia sociale. Si tratta di una condizione presente, e crescente, in tutte le democrazie occidentali, comprese quelle più avanzate. La falsa guerra tra diritti civili e diritti sociali - Per contrastare tutto ciò si deve, innanzitutto, criticare alle radici una insidiosa truffa ideologica. È quella che attribuisce alla sinistra, quale suo massimo errore, l’aver privilegiato i diritti cosiddetti civili a tutto scapito di quelli cosiddetti sociali; e di aver concentrato la propria attenzione su gruppi minoritari e obiettivi “sovrastrutturali”: la comunità LGBTQIA+ e i richiedenti asilo, i detenuti e i malati terminali che chiedono la morte volontaria e, in generale, la sfera delle garanzie individuali e la tutela della soggettività personale. Si tratta di una sciocchezza priva di qualunque fondamento di realtà, dal momento che si potrebbe rimproverare alla sinistra, piuttosto, di aver trascurato e i diritti sociali e collettivi e quelli individuali e soggettivi. Ma il vero punto cruciale è un altro. Se è vero quanto si è scritto sopra, la realtà sociale - verrebbe da dire materiale - delle nostre società vede le esistenze non garantite e non tutelate diffondersi all’interno delle aree che finora si riteneva fossero protette. La citata crisi della copertura sanitaria per un numero crescente di cittadini non solo estende la parte di società abitata da vite che diventano sempre più nude, ma fa emergere nitidamente come i diritti non siano separabili e scindibili gli uni dagli altri e che esiste uno spazio sempre più ampio dove garanzie sociali e chance individuali possono incontrarsi e combinarsi insieme. Da qui è agevole arrivare a una domanda conclusiva, che nulla ha di paradossale: per un operaio omosessuale in cassa integrazione è forse irrilevante il riconoscimento del matrimonio egualitario, se questo può approssimarlo alla conquista di quel piccolo pezzo di felicità cui tutti abbiamo diritto? Di esclusione e povertà non si può parlare solo con termini tecnici di Fabrizio Floris Il Domani, 7 marzo 2026 Se il linguaggio degli esperti diventa impermeabile all’esperienza, cresce la distanza tra chi formula le politiche e chi ne vive gli effetti. La distanza non è solo una questione comunicativa. Può diventare una delle condizioni che alimentano la sfiducia verso le istituzioni. Molti cittadini rifiutano certe politiche perché non si riconoscono nella narrazione che li riguarda. Non so niente. Ma c’ero. Ai convegni internazionali mi siedo sempre un po’ defilato. Le slide scorrono in un inglese impeccabile: cognitive frames, welfare recalibration, policy design. I relatori citano Foucault, Bourdieu, l’ultimo paper pubblicato su una rivista indicizzata. Le frasi sono precise, levigate, sicure. Ogni concetto è collocato dentro una genealogia. Annuisco. Prendo appunti. E dentro di me riaffiora lo stesso pensiero: non so niente. Mi sento come Ram Mohammad Thomas, il protagonista del romanzo di Vikas Swarup da cui è stato tratto Slumdog Millionaire. Tutti credono che stia barando: come può uno come lui sapere tutte le risposte? In realtà non le ha studiate. Le ha vissute. Ogni risposta coincide con una ferita. Quando nei convegni si parla di marginalità, nella mia testa non compaiono categorie. Disconnessione - Compaiono persone. Un relatore mostra un grafico: “Il reddito di cittadinanza produce effetti ambivalenti sull’offerta di lavoro”. La curva sale, poi scende. L’analisi è rigorosa. Mentre parla penso a Salvatore, 52 anni, ex magazziniere. “Quando ti scartano cinquanta volte, smetti di bussare”, mi ha detto. Tiene la carta del sussidio nascosta in un vocabolario, per non farsi vedere dai figli. Non vuole essere l’uomo che vive di assistenza. Nel grafico si parla di incentivi. In quella cucina si parla di vergogna. In un altro panel si discute di Neet, di disconnessione strutturale dai circuiti produttivi. Vedo Luca, serrande abbassate a mezzogiorno, il telefono spento sul comodino. “Non è che non voglio lavorare. È la vigliaccheria che mi assale quando evito i posti dove so di incontrare gente che conosco, perché non mi va di spiegare cosa faccio, perché non me ne vado, perché sono ancora qui”. La disconnessione non è solo una percentuale. È un futuro che non si apre. Poi si parla di emergenza abitativa. Entro in un caseggiato alla periferia: portone rotto, citofoni scritti a penna, odore acre nei corridoi. Maria dorme da ore dopo aver mescolato vino e psicofarmaci. L’abitare non è solo un numero di alloggi. È la possibilità di restare vivi dentro le proprie stanze. Le categorie sono necessarie. Senza concetti non si fanno politiche pubbliche, non si distribuiscono risorse, non si misurano risultati. Il problema non è la teoria. È quando il linguaggio tecnico diventa l’unico linguaggio legittimo. Nel passaggio dalle vite ai grafici qualcosa si perde. Si perde la voce, la postura, la vergogna che non si dichiara. Si perde ciò che non è facilmente misurabile. La marginalità diventa “target”, la povertà diventa “variabile”, la solitudine diventa “indicatore”. Il linguaggio tecnico è potente perché rende il reale governabile. Un linguaggio impermeabile all’esperienza - Ma governabile non significa necessariamente compreso. Ogni modello semplifica. Ogni indicatore seleziona. Ogni categoria esclude. E qui si apre un nodo politico. Il linguaggio contribuisce a definire il perimetro del possibile. Le parole con cui descriviamo un problema orientano le soluzioni che consideriamo legittime. Se la povertà è definita soltanto come mancanza di reddito, la risposta sarà principalmente economica. Se la disoccupazione è ridotta a difetto di competenze, la soluzione sarà formativa. Se l’abitare è avere un tetto, la risposta sono quattro mura. Ma se in gioco c’è anche la vergogna, la sfiducia, l’erosione dei legami, allora il problema è più ampio. Se il linguaggio degli esperti diventa impermeabile all’esperienza, cresce la distanza tra chi formula le politiche e chi ne vive gli effetti. La distanza non è solo una questione comunicativa. Può diventare una delle condizioni che alimentano la sfiducia verso le istituzioni. Molti cittadini non rifiutano le politiche perché rifiutano i dati. Le rifiutano perché non si riconoscono nella narrazione che li riguarda. La vergogna di Salvatore non compare nei modelli sull’offerta di lavoro. Il tempo sospeso di Luca non entra nella definizione di occupabilità. L’odore acre del corridoio di Maria non compare nei report sull’housing. Eppure, è lì che si misura la tenuta delle politiche. Non si tratta di opporre esperienza e teoria. Senza teoria resterebbero solo storie isolate. Ma senza l’attrito dell’esperienza la teoria rischia di diventare tecnicamente corretta e umanamente cieca. La marginalità, prima di essere un indicatore, ha un nome. Ricordarlo non è un gesto emotivo: è una forma di responsabilità pubblica. Iran. Nel caos del conflitto i prigionieri politici l’anello più debole di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 7 marzo 2026 Da quando le bombe di Stati Uniti e Israele hanno iniziato a piovere dal cielo, Teheran sembra una città fantasma, interi quartieri si sono svuotati, milioni di persone hanno lasciato le loro case muovendosi lontano dagli obiettivi militari, verso le province settentrionali del Paese, considerate relativamente più sicure. Altri, però, non hanno avuto questa possibilità e sono rimasti nella capitale, esposti alla minaccia costante delle esplosioni cercano riparo nelle cantine o in rifugi improvvisati. Atri ancora sono letteralmente in trappola, come i detenuti del carcere di Evin, la più celebre e più temuta prigione della Repubblica islamica, riservata in gran parte ai prigionieri politici. Secondo Iran Human Rights Society, una Ong per i diritti umani con sede a Oslo, durante il caos dei primi attacchi aerei i detenuti di Evin sono stati lasciati praticamente a sé stessi, il personale amministrativo ha chiuso le porte della struttura e abbandonato il complesso, mentre all’interno della prigione le scorte di cibo sono terminate in fretta. In alcuni reparti in particolare quello femminile la distribuzione dei pasti è stata interrotta del tutto. Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore iraniano con cittadinanza svedese, arrestato nel 2016 e condannato a morte l’anno successivo con l’accusa di spionaggio è riuscito a comunicare con la moglie Vida Mehrannia, ha spiegato che le guardie hanno chiuso tutti i cancelli e rimangono per il momento all’esterno del carcere. Un quadro simile emerge anche dal racconto del figlio di una coppia britannica incarcerata in Iran. Craig Foreman e Lindsay Foreman, arrestati durante un viaggio turistico intorno al mondo, sono stati condannati a dieci anni con l’accusa di spionaggio. In una breve telefonata al figlio, anche loro hanno detto di sentire costantemente il passaggio degli aerei e il rumore delle bombe che colpiscono le aree circostanti. Una detonazione, in particolare, sarebbe stata così vicina alla prigione da far esplodere le finestre e danneggiare parte del soffitto. La prigione di Evin è da anni uno dei luoghi più simbolici della repressione politica del regime iraniano. Qui vengono rinchiusi oppositori politici, giornalisti, attivisti e intellettuali, spesso sottoposti a interrogatori violenti, torture e processi sommari. Ma Evin è anche il penitenziario dove di solito vengono sbattuti i cittadini stranieri, spesso utilizzati come laute occasioni di riscatto o come contropartita diplomatica con i paesi d’origine. Le notizie che stanno filtrando da altre carceri del Paese confermano lo stesso allarmante quadro. La fondazione legata alla premio Nobel per la pace Narges Mohammadi denuncia condizioni di emergenza estrema anche nelle prigioni di Qezelhesar e Lakan: carenza di cibo, chiusura delle mense e accesso sempre più limitato alle cure mediche. A rendere la situazione ancora più opaca e incerta è il blackout delle comunicazioni imposto dalle autorità iraniane: l’accesso a internet è stato quasi completamente interrotto secondo il monitoraggio dell’organizzazione NetBlocks. In queste condizioni, i prigionieri sanno pochissimo degli sviluppi militari e le loro famiglie fanno enorme fatica a ottenere notizie. L’isolamento a cui sono sottoposti alimenta il fondato timore che possano avvenire abusi lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Senza comunicazioni con l’esterno, spiegano le organizzazioni umanitarie, esiste il rischio che esecuzioni capitali vengano effettuate in segreto, senza avvisare né gli avvocati né le famiglie dei detenuti. Il Center for Human Rights in Iran avverte che il contesto di guerra è il pretesto ideale per intensificare la repressione nelle carceri, ricordando che, la Repubblica islamica ha già sfruttato in passato momenti di crisi per colpire più duramente i prigionieri politici. Durante la “guerra dei 12 giorni” dello scxorso giugno, l’attacco israeliano contro il complesso di Evin aveva già costretto le autorità a trasferire centinaia di detenuti in altre strutture. L’organizzazione Human Rights Watch aveva denunciato il rischio concreto di sparizioni forzate. Per chi si trova dietro le sbarre la guerra rappresenta una minaccia doppia: da un lato le bombe e i missili, dall’altro la possibilità di una punizione ancora più dura da parte di un regime con le spalle al muro e quindi potenzialmente ancora più feroce. In un Paese scosso dal conflitto, i detenuti restano così le vittime più invisibili della guerra perché non possono fuggire, non possono mettersi al riparo e spesso non possono nemmeno far sapere al mondo cosa sta accadendo dentro le mura in cui sono segregati. Iran. “Che dolore quelle piazze vuote mentre i pasdaran massacravano 40mila iraniani” di Francesca Spasiano Il Dubbio, 7 marzo 2026 Il grido di Leila Farahbakhsh, attivista iraniana: “Il mondo ha avuto 48 anni per alzare la voce e cambiare le cose. Ma nessuno, né europei né americani, l’ha fatto. Ora il limite si è superato. Siamo in un momento storico in cui i nostri interessi combaciano, e finalmente qualcuno ci sta guardando”. Il suo grido in piazza è diventato un caso. Di più: un calcio capace di sparigliare gli schemi della sinistra pacifista. Come quella che domenica scorsa sfilava per le vie di Firenze, quando Leila Farahbakhsh ha preso parola per sferzare il corteo: “Dove eravate - ha domandato - quando il regime uccideva 40mila iraniani?”. Il suo monito è la voce delle proteste represse nel sangue a inizio gennaio. Ma è anche la voce di chi in queste ore aspetta la liberazione sotto le bombe. Pure se la spinta arriva da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, e persino se a crollare è il tetto della propria casa. “Io sono al sicuro, in Italia - dice Leila -. Ma chi è rimasto mi dice: “Meglio morire che soffrire in continuazione. Almeno sapremo che dopo di noi le persone potranno vivere libere”. Può sembrare impossibile. Ma è andata così anche una settimana fa, quando è stato sferrato l’attacco contro Teheran. “A darmi la notizia è stata mia sorella, che mi ha telefonato di prima mattina. E mi ha detto: “Hanno iniziato”. Ora i giovani dicono: “È arrivato zio Trump”. E magari fa un po’ ridere, ma nessuno può immaginare come viviamo questa cosa. La gente era pronta, aspettava un intervento esterno. E dopo la “guerra dei 12 giorni” aveva cominciato a preparare le scorte, dalle torce alle riserve di acqua”. A parlare sono anche le immagini che arrivano da Teheran. Come quelle di sabato scorso, in serata, quando la notizia della morte di Khamenei è diventata ufficiale e le persone sono scese in strada per festeggiare, a costo di rischiare la vita. “La gioia era tanta”, ripete Leila. Che proprio non riesce a comprendere le ragioni di chi oggi, in Italia e nel mondo, protesta contro la guerra senza mettere in conto la volontà di un popolo oppresso che la considera inevitabile. “Le abbiamo provate tutte, abbiamo combattuto a mani nude. Disperati. E le piazze sono rimaste in silenzio mentre il regime uccideva migliaia di manifestanti”. Leila lo chiama “attivismo selettivo”, lei che attivista non ha mai smesso di esserlo, anche a favore del popolo palestinese. “Ma perché chi scende in strada per Gaza non lo fa anche per noi? Per loro la liberazione degli iraniani è in conflitto con quella dei palestinesi, perché Netanyahu sta commettendo un genocidio. Ma perché nessuno parla di Hamas? Perché nessuno dice che è stato il regime iraniano ad alimentare Hamas?”. Tutto si riduce a “un’ideologia” che non lascia spazio al ragionamento, per Leila. “C’è una generazione che è rimasta ferma a un pensiero di cento anni fa, che non accetta il cambiamento, e gli iraniani sparsi in tutto il mondo ne sono così delusi che hanno smesso di votare e partecipare alla vita politica. Chi parla di imperialismo e capitalismo americano, non parla mai di quanto patrimonio il regime abbia rubato all’Iran per costruire basi di profitto nel mondo”. Ma accogliere positivamente l’intervento degli Stati Uniti, per Leila, non significa credere che Trump abbia a cuore il destino del popolo iraniano. “Il mondo ha avuto 48 anni per alzare la voce e cambiare le cose. Ma nessuno, né europei né americani, l’ha fatto. Ora il limite si è superato. Siamo in un momento storico in cui i nostri interessi combaciano, per un insieme di ragioni, e finalmente qualcuno ci sta guardando”. Leila non chiede altro, e continua a ripeterlo da domenica scorsa: vuole che il suo grido e quello del suo popolo venga ascoltato. E non è difficile capire perché, se ci si ferma un attimo a domandarsi chi è la donna che è riuscita a scuotere il movimento. Certo le critiche in questi giorni non mancano, anche da parte di chi ha condiviso con lei le piazze. “Ma mi arriva tanta solidarietà e tanto affetto”, dice Leila. Che da almeno 15 anni, quando è arrivata in Italia, aspetta il giorno della liberazione. Oggi ha 40 anni e lavora come designer a Firenze. Laureata in fisica a Teheran, ha dovuto ricominciare tutto da zero. Nel suo Paese era considerata un talento della matematica, faceva anche l’insegnante. Ma di nascosto, s’intende, perché è una donna. “Per fortuna provengo da una famiglia molto aperta, mio padre è sempre stato convinto che le donne debbano studiare e stare nella società. Adesso le cose sono cambiate, gli uomini lottano insieme alle donne. Ma per 40 anni ci è stato fatto il lavaggio del cervello, come fanno ora i talebani, e avere il sostegno maschile non era così facile. Io uscivo sempre senza velo. Lavoravo come contabile in un’azienda. Ma tutto mi dava fastidio, non era facile andare avanti così”. È stato così che nel 2012 Leila ha deciso di trasferirsi in Italia, lasciando in Iran tutta la sua famiglia. Negli occhi le restano scene terribili, per tutte quelle volte in cui hanno dovuto affrontare la polizia morale o le milizie Basij, che setacciano le strade per scovare un velo fuori posto o una gonna “troppo corta”. Così è stata considerata quella che indossava sua sorella, quando è stata arrestata per un centimetro in meno di stoffa. E così è stato anche per lei, quando cercava di qualificarsi alle Olimpiadi di matematica accompagnata da suo fratello, perché un uomo ci vuole sempre, ma le guardie non volevano credere che fosse un parente. Anche allora, in stato di arresto, Leila ha alzato la voce. Da almeno quattro anni, cioè da quando si è unita al movimento globale “Donna vita libertà”, le è diventato impossibile tornare a casa. Il regime l’ha messa nel mirino, “complice” di quei dissidenti e prigionieri politici sbattuti in cella nel famigerato carcere di Evin. Leila cerca di mantenere un filo costante con loro e con gli altri. Aspetta continuamente notizie, un segnale. Come quello che le è arrivato nel giorno in cui lo scorso gennaio sono esplose le proteste. “Ricordo bene quando è arrivato il blackout. Aspettavo notizie e ho provato a mettermi in contatto con l’Iran in tutti i modi, ma non c’era alcuna connessione internet. Per tre giorni non abbiamo saputo nulla. Poi sono arrivate le immagini dei sacchi neri sulle strade, i video dei cadaveri. I Basij sono entrati nelle case e hanno cominciato a sparare. Sono andati negli ospedali e hanno arrestato i medici che curavano i feriti. I manifestanti erano così tanti che hanno cominciato a colpire con i coltelli. Ho saputo persino di un ragazzo che si è finto morto, dentro un sacco nero, per sopravvivere”. Quando il sangue si è fermato, è arrivata la gru del boia, con i processi per direttissima. E ogni giorno, Leila, aspetta solo un segnale, un messaggio, per essere certa che la sua famiglia stia bene. “Internet va e viene e abbiamo il timore di essere ascoltati. Come l’altro giorno, quando parlando con mia sorella ho fatto una domanda di troppo ed è caduta la linea”.