In carcere è sempre allarme: 17.700 i detenuti “di troppo” di Fulvio Fulvi Avvenire, 6 marzo 2026 Nelle carceri italiane è ancora emergenza. Non solo per i suicidi - dieci dall’inizio dell’anno - ma anche per le forti tensioni che si manifestano nelle strutture detentive, soprattutto a causa del sovraffollamento, ancora alto, e degli organici insufficienti del personale di sorveglianza. Il Garante nazionale ha diffuso il report relativo al 2025, dal quale risulta che i decessi di persone recluse registrati dal Dap nei dodici mesi sono stati in totale 254, tra cui 76 per mano propria, 125 per cause naturali, 50 per motivi ancora da accertare e 3 per incidente. Dalla relazione si evince che, con l’aumento esponenziale delle presenze negli istituti, è cresciuto anche il numero dei morti: da qui l’allarme dell’Autorità che tutela i soggetti privati della libertà personale. I suicidi sono in lieve calo (erano stati 91 nell’annus horribilis 2024, secondo il dossier di Ristretti Orizzonti) ma non sono cambiate affatto le condizioni di vita dietro le sbarre. Le regioni con il maggior numero di decessi sono Campania e Lombardia, con 40 ciascuna. Un dato coerente con i tassi di sovraffollamento accertati dal ministero della Giustizia a febbraio. La media, pur rimanendo elevata (138%) ha mostrato stavolta una tendenza alla stabilizzazione: i detenuti presenti il mese scorso nei 189 istituti penali erano 63.799, solo 60 in più (lo 0,1%) rispetto al 31 gennaio. Numeri alla mano, dunque, dal novembre del 2025 sembra essersi fermato un trend che sembrava irreversibile. Nel frattempo sono aumentati di 60 unità i posti effettivamente disponibili nelle strutture (46.091) a fronte dei 51.268 previsti dal regolamento. Ciò significa che 17.708 tra i reclusi presenti, risultano oltre le reali capacità ricettive dei penitenziari, un numero che rende più difficili sia la convivenza nelle celle e negli spazi comuni sia le normali attività e i trattamenti di rieducazione. Insomma, le carceri scoppiano e non c’è da stare tranquilli. La situazione più grave riguarda la Casa circondariale di Lucca, con un sovraffollamento pari al 263%, a seguire Milano San Vittore (242%), Lodi (221%), Foggia (220%) e Brescia Canton Mombello (208%). Ma assai sopra la media risultano anche Vigevano, Busto Arsizio, Udine e Varese. Mentre si attendono altri provvedimenti del governo (espletati altri concorsi per l’assunzione di agenti), le tensioni si moltiplicano: a Sulmona i detenuti protestano per il giro di vite deciso dalla direzione, in applicazione di alcune disposizioni del ministero, sull’uso delle docce e della sala riservata agli hobby e alle videochiamate ai familiari, servizi che adesso sono praticabili soltanto su prenotazione. Nei bagni delle celle, inoltre, manca l’acqua calda. Qui, un agente di polizia penitenziaria è stato aggredito e si sono registrati gravi atti di vandalismo, due reclusi hanno ingerito detersivo finendo all’ospedale e un ergastolano è in sciopero della fame. Disordini ci sono stati a Catania, nel carcere di Piazza Lanza, con una rivolta nel reparto isolamento e dove detenuti hanno minacciato addetti alla sicurezza lanciandogli contro tavoli e materassi bruciati. “È una vergogna senza fine”, commenta Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria che elenca altri episodi: una rivolta a Oristano, il blitz in una cella a Foggia dove un detenuto si mostrava su TikTok, l’aggressione a tre agenti a Vicenza, il suicidio di un detenuto egiziano a Vibo Valentia e di un altro - un cinquantenne italiano - ad Agrigento, martedì scorso, che si è impiccato con i lacci delle sue scarpe. Secondo il rappresentante del sindacato degli agenti si tratta di altri gravi segnali di un sistema al collasso: “Solo chi si copre gli occhi non vuole vedere che siamo a un punto di non ritorno”. A Prato, nei giorni scorsi pacchetti di droga trasportati da droni o gettati da persone all’esterno (due le persone arrestate) sono piovuti nel cortile dell’istituto durante l’ora d’aria dei detenuti. La detenzione è una pena nella pena: ora la Consulta decide di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 6 marzo 2026 Se sarà dichiarata l’incostituzionalità del caso, sollevato dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze, il Parlamento dovrà intervenire. Due anni e mezzo di battaglie legali, ordinanze disattese, ispezioni e promesse mai mantenute. Alla fine il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha fatto quello che pochi si aspettavano: ha sollevato una questione di legittimità costituzionale e trasmesso gli atti alla Corte costituzionale. La questione riguarda l’articolo 147 del codice penale, che stabilisce quando si può rinviare l’esecuzione di una pena detentiva. Secondo i giudici fiorentini, quella norma è incompleta e incostituzionale perché non prevede la possibilità di sospendere la pena quando le condizioni del carcere costituiscono un trattamento inumano. Il provvedimento, firmato il 17 febbraio 2026 dal presidente estensore Marcello Bortolato, porta il numero 636/2026 e rappresenta l’epilogo di una vicenda che dice tutto su cosa significa oggi essere detenuti a Firenze-Sollicciano. Dietro questo atto ci sono due avvocati: Michele Passione e Nicola Muncibì, entrambi del foro fiorentino. Sono stati loro a costruire, nel corso di un procedimento lungo e tortuoso, l’architettura giuridica che ha convinto il Tribunale a fare il passo finale verso la Consulta. Il carcere dove l’acqua entra dai muri - Le celle del blocco penale vengono allagate ogni volta che piove. Le facciate oblique dell’edificio, per un errore commesso durante i lavori, non sono mai state impermeabilizzate correttamente: le trattarono come pareti verticali invece che come coperture inclinate, e l’acqua piovana filtra dovunque. L’intonaco si stacca, si formano muffe diffuse. A ottobre 2023 le sezioni IX e XI del settore penale erano diventate inagibili per un allagamento. Quando la situazione è grave, ai detenuti viene semplicemente detto di spostare il letto al centro della stanza e di usare dei secchi. A questo si aggiungono le cimici - il Cimex lectularius - accertate dalla Asl Toscana Centro in quasi tutti i reparti. Una ditta è stata incaricata nel luglio 2025 di una disinfestazione straordinaria, conclusasi a febbraio 2026. La stessa ditta ha però avvertito che le crepe nelle pareti offrivano siti di annidamento ideali che avevano “fortemente ostacolato” la buona riuscita degli interventi. Non c’è acqua calda in cella, nonostante la legge lo preveda da vent’anni. In cucina sono stati trovati escrementi di topo. Il riscaldamento si guasta di frequente: anche a gennaio e febbraio 2026 è arrivato al Tribunale un reclamo collettivo per il freddo nelle sezioni. Il detenuto al centro del caso si trova nella camera 18 della sezione XI, condivisa con altri due compagni in circa 10,8 metri quadrati, con uno spazio pro capite appena sopra i tre metri quadrati - soglia minima fissata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. La norma che non c’è - Dopo due anni e mezzo di reclami, ricorsi in Cassazione, ordinanze accolte e rimaste sulla carta, gli avvocati Passione e Muncibì si sono trovati davanti a un muro. L’articolo 147 del codice penale consente il rinvio di una pena detentiva solo in tre casi tassativi: domanda di grazia, gravidanza o puerperio, grave infermità fisica. Non è estensibile per analogia. Il detenuto - condannato a 22 anni per omicidio, fine pena ottobre 2042 - non può accedere ad alcuna misura alternativa: il tipo di reato, la pena residua superiore a quattro anni, la quota di pena non ancora scontata, bloccano qualsiasi via d’uscita. L’unica strada rimasta era la questione di legittimità costituzionale. Il Tribunale chiede alla Corte una pronuncia “additiva”: dichiarare incostituzionale l’articolo 147 nella parte in cui non prevede che la pena possa essere rinviata anche quando si svolge in condizioni contrarie al senso di umanità. I parametri costituzionali invocati sono l’articolo 27 - che vieta trattamenti inumani e impone la funzione rieducativa della pena - l’articolo 117 che recepisce la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, l’articolo 2 sulla dignità umana e l’articolo 25 sul principio di legalità: detenere qualcuno in condizioni inumane significa infliggere un surplus di sofferenza senza base legale. Non è la prima volta che una questione simile arriva alla Consulta. Nel 2013 i Tribunali di sorveglianza di Venezia e Milano avevano sollevato una questione analoga. La Corte la dichiarò inammissibile, ma lanciò un appello al legislatore affinché risolvesse il problema nel più breve tempo possibile, riservandosi di intervenire in futuro in caso di inerzia. Quell’appello è rimasto inascoltato per oltre dodici anni. Nel 2019 la stessa Corte aveva invece dichiarato incostituzionale l’art. 47-ter nella parte in cui non prevedeva la detenzione domiciliare per i casi di infermità psichica sopravvenuta - aprendo la strada alle cosiddette pronunce “a rime possibili”, cioè interventi additivi in materia penale in cui la soluzione è ricavabile direttamente dal sistema. È a questa evoluzione giurisprudenziale che il Tribunale di Firenze fa riferimento quando sostiene che ora la questione è matura per una decisione nel merito. Il Tribunale sottolinea anche che la soluzione auspicata non svuoterebbe l’obbligatorietà della pena: si potrebbe disporre la detenzione domiciliare - cosiddetta “in surroga” - e l’esecuzione della condanna continuerebbe il suo corso, soltanto fuori dal carcere. Con il braccialetto elettronico se necessario. Il detenuto ha un domicilio verificato e idoneo, a casa della cognata. Dopo cinque anni di detenzione ininterrotta e una buona adesione al trattamento, il rischio di commissione di nuovi reati “non appare concreto”, scrive il Tribunale. Nell’ordinanza si ricorda anche come altre democrazie abbiano già percorso questa strada: nel 2009 una corte federale californiana ordinò la riduzione di un terzo della popolazione carceraria, confermata dalla Corte suprema nel 2011. E nel settembre 2025 il Tribunale regionale superiore di Monaco di Baviera ha bloccato estradizioni verso l’Italia proprio citando le condizioni delle carceri italiane. Se la Consulta dice sì, tutto cambia - Il procedimento a Firenze è sospeso in attesa della decisione della Corte costituzionale. Gli atti sono stati trasmessi anche alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ai presidenti di Camera e Senato e alla Procura generale presso la Corte d’appello di Firenze. Il Procuratore generale Sergio Affronte, presente all’udienza, aveva già espresso parere favorevole alla rimessione alla Consulta. Se la Corte dovesse accogliere la questione, i giudici di sorveglianza di tutta Italia avrebbero in mano uno strumento nuovo: la possibilità di rinviare la pena ogni volta che le condizioni detentive raggiungono la soglia del trattamento inumano. Un detenuto in un carcere degradato, con le celle allagate, infestato da parassiti, privo di acqua calda e riscaldamento, potrebbe chiedere e ottenere di scontare la pena fuori dal carcere, con le misure di controllo del caso. Significherebbe che lo Stato non potrebbe più nascondersi dietro i cantieri fermi, i fondi insufficienti e le promesse rinviate. Ogni carcere indegno diventerebbe un potenziale moltiplicatore di scarcerazioni. E a quel punto il Parlamento sarebbe costretto a fare quello che non ha fatto finora: mettere mano seriamente al sovraffollamento, agli edifici fatiscenti, alle condizioni di vita dei detenuti. Perché l’articolo 27 della Costituzione non è un’aspirazione generica. Dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Non “non dovrebbero”. Non possono. Il carcere di Sollicciano, nel frattempo, continua ad allagarsi ogni volta che piove. Morire dietro le sbarre di Valentino Maimone La Ragione, 6 marzo 2026 Nelle 190 carceri italiane la gente continua a morire togliendosi la vita oppure per colpa di incidenti, per omicidi, per cause naturali o non ancora accertate. E sono in tanti, troppi. Lo dimostra la relazione annuale del Garante nazionale dei detenuti. Giusto qualche mese fa sembrava che gli italiani - o quantomeno la versione che ne ricaviamo dallo specchio deformato dei media - fossero stati improvvisamente risvegliati da un afflato di coscienza e sensibilità umana. Tutti lì a far la faccia compunta di fronte ai numeri dei suicidi nelle carceri, sempre più numerosi e intollerabili. C’è stato un momento (qualche giorno, non di più) in cui se ne parlava talmente tanto che persino certa politica ne approfittò per salire sul carro del tema del giorno e raccattare consensi. Poi - come sempre, del resto - bastò un niente perché dalle prime pagine e dai titoli di testa la tragedia senza pari in atto al di là di quelle sbarre sparisse: la politica guardò altrove e il problema tornò mestamente nella semiclandestinità. Intanto però nei 190 istituti penitenziari italiani la gente ha continuato a morire. Togliendosi la vita oppure per colpa di incidenti, per omicidi, per cause naturali o non ancora accertate. E sono in tanti, troppi. Se non ci fosse la relazione annuale del Garante nazionale dei detenuti (la cui chilometrica denominazione ufficiale sarebbe “Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”), di questo aspetto che evoca dolore e solitudine, paura e amarezza sapremmo pochissimo o nulla. Il 2025 ha visto registrare un totale di 254 decessi in carcere. I numeri - Il 2025 ha visto registrare un totale di 254 decessi nelle carceri, in aumento rispetto all’anno precedente quando ci si era fermati a quota 246. E comunque il numero - precisa il Garante - va necessariamente letto alla luce della presenza media di detenuti, che nel giro di cinque anni è aumentata del 16,9% (da 53.758 unità a 62.841). Un elemento indispensabile per contestualizzare l’evoluzione del numero di decessi e valutarne l’impatto sulla popolazione ristretta. Questo per dire che la percentuale di morti complessivi rispetto al totale dei detenuti rimane invariata allo 0,4%. Ma siccome chi è in cella non è un numero e dietro quelle morti ci sono uomini e donne in carne e ossa, anche uno soltanto di loro che si toglie la vita o se ne va per una qualunque delle altre cause di cui sopra, è per certi versi una sconfitta per lo Stato e per noi tutti. I numeri però servono a capire meglio. Scopriamo per esempio che la fetta più alta di decessi nei penitenziari è composta da quelli avvenuti per cause naturali: poco meno della metà del totale, in leggero calo. I suicidi nelle carceri italiane - Ci sono poi i suicidi: anch’essi in diminuzione rispetto ai dodici mesi precedenti (da 84 a 76), rappresentano pur sempre quasi il 30% del totale. Sulle 50 morti per cause da accertare (circa il 20%) c’è da fare un discorso a parte: sono diventate da un anno all’altro più del triplo. In questa categoria vengono fatti rientrare i casi per cui non è ancora stata appurata definitivamente la causa del decesso, quelli per cui servono ancora approfondimenti medico-legali e quelli per i quali pendono ancora indagini giudiziarie. Il dato non è dunque strettamente attendibile, ma solo perché suscettibile di variazioni in corsa che potrebbero far aumentare o diminuire ciascuna delle altre categorie. Torniamo ai suicidi. Nel 2025 sono stati quasi tutti uomini (70 su 76). Ma l’impatto sulla popolazione carceraria è nettamente più forte fra le donne: 6 casi sulle 2.754 detenute al 31 dicembre dello scorso anno equivalgono infatti a un’incidenza del 2,18%, quasi doppia rispetto a quella dei maschi. Un ragionamento simile vale per la distinzione fra gli italiani e gli stranieri: in numeri reali sono stati di più i primi (41 contro 35), ma dal punto di vista dell’incidenza i secondi sono stati quasi il doppio (1,74% contro lo 0,95%). L’età media di chi si è tolto la vita è stata di 41 anni, ma in 5 casi i detenuti avevano fra i 21 e i 24 anni. E un detenuto su tre era in attesa di primo giudizio. Cioè ancora innocente. L’università si schiera accanto al carcere: “Cultura decisiva per chi deve immaginarsi un futuro diverso” di Ilaria Dioguardi vita.it, 6 marzo 2026 Nelle carceri italiane circa 2mila detenuti sono iscritti all’università. Marina Formica (Università di Roma Tor Vergata): “Il tasso di recidiva crolla tra chi intraprende un percorso universitario. E l’università svolge una funzione nevralgica di mediazione culturale tra carcere e opinione pubblica”. Roberta Paltrinieri (Università di Bologna): “La cultura offre potenzialità a chi deve immaginarsi in una prospettiva futura. Il diritto alla bellezza è una nuova forma di cittadinanza”. Un incontro al Cnel. A Roma si è svolta la prima “Giornata nazionale della ricerca universitaria in favore dell’articolo 27 della Costituzione”, organizzata dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro - Cnel nell’ambito del programma “Recidiva Zero”, realizzato dallo stesso Cnel in collaborazione con il ministero della Giustizia, per favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale attraverso studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. Un progetto che mira a costruire un ponte tra il sistema penitenziario e la società, coinvolgendo istituzioni, imprese, sindacati, volontariato e, appunto, il mondo dell’accademia. “L’articolo 27 della Costituzione indica una rotta chiara: la pena deve tendere alla rieducazione. Nella realtà, però, lo squilibrio tra sicurezza e rieducazione, unito allo stigma sociale, rappresenta il principale freno al reinserimento”, ha detto il presidente del Cnel Renato Brunetta. “Dobbiamo superare la contrapposizione ideologica tra questi due concetti e investire in percorsi orientati a un’uscita positiva dal carcere, per trasformare la pena in uno strumento di prevenzione”. Secondo Brunetta, i dati parlano chiaro: “La recidiva passa dal 70% a meno del 10% dove si attivano istruzione e lavoro. Ma non basta. Serve un cambio di paradigma per abbattere lo stigma che rende il reinserimento un percorso a ostacoli. Occorre coraggio politico per rivedere norme e consuetudini, valorizzando la premialità e un progetto di vita diverso. La rieducazione è un percorso collettivo che richiede un ‘idem sentire’ tra istituzioni e società. È un investimento che conviene a tutti: una persona recuperata è una garanzia di sicurezza per l’intera comunità”. “Mettere al centro il ruolo della ricerca universitaria nell’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione significa riaffermare che la pena ha senso se apre a possibilità di rigenerazione”, ha affermato il ministro dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini in un videomessaggio. “Con la Conferenza dei rettori stiamo lavorando alla sperimentazione di modelli che consentano la partecipazione alle attività formative anche agli studenti non detenuti all’interno delle aule perché il confronto tra pari rafforza la motivazione allo studio e sostiene emotivamente la difficile fase della detenzione”. “La giornata di oggi non è una giornata sulle emergenze”, ha detto Francesco Bonini, rettore Università Lumsa e vicepresidente Conferenza dei rettori delle università italiane-Crui.”Quello del sistema carcerario non è un sistema in emergenza ma un luogo di investimento da parte delle istituzioni, quindi anche delle università. È un luogo in cui tutte le università lavorano mettendo a disposizione la circolarità dei saperi”. “Il ruolo centrale l’università se lo deve ritagliare all’interno del sistema carcerario. Si conquista passo a passo. Questa è una prima giornata, noi già guardiamo a quella che sarà la seconda”, ha sottolineato Giancarlo Monina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari-Cnupp. Nata nel 2018, alla Cnupp aderiscono 54 università, coinvolge 120 istituti penitenziari, sono circa 2mila le studentesse e gli studenti iscritti ai corsi di laurea. “Cosa vuol dire parlare oggi di ricerca universitaria in ambito penitenziario? Vuol dire che il carcere non può essere un altrove separato dal tessuto economico e sociale del Paese”, ha detto Marina Formica, Università di Roma Tor Vergata. “Non studiamo più solo il detenuto, ma l’interazione che si viene a creare tra lo staff e i gruppi ristretti. È fondamentale il ruolo dei poli universitari penitenziari, l’università svolge una funzione nevralgica di mediazione culturale tra carcere e opinione pubblica. Il tasso di recidiva crolla tra chi ha intraprende un percorso universitario, attraverso il quale una persona detenuta diventa soggetto di conoscenze”. La cultura”, ha proseguito Formica, “diventa lo strumento per immaginare futuri alternativi. Un altro aspetto da tenere presente è che lo studente detenuto sviluppa una nuova appartenenza, si sente membro di una comunità accademica oltre che parte di una comunità ristretta”. “Il sistema dell’esecuzione penale italiano vive una fase di profonda trasformazione, che investe non solo i volumi dell’utenza ma la struttura stessa della risposta punitiva”, ha detto Giuseppe Caputo, Università di Firenze. I dati lo documentano con chiarezza. “Al 31 dicembre 1997 la popolazione in esecuzione penale contava 60.020 unità; al 31 dicembre 2024 raggiungeva 154.185, con un incremento del 156%”. La trasformazione più significativa riguarda però la composizione interna del sistema: “Nel 1997 l’82% dell’utenza era detenuta e il 18% in misure alternative; nel 2024 i detenuti scendono al 40%, mentre il restante 60% si distribuisce tra misure alternative (33%) e lavori di pubblica utilità e pene sostitutive (27%)”. Ma questa riconfigurazione non ha prodotto effetti deflattivi sul carcere: i detenuti sono aumentati dai 49.155 del 1997 ai 61.861 del 2024, in una dinamica coerente con il fenomeno del net-widening, in cui l’espansione delle misure non carcerarie accresce la capacità recettiva del sistema senza ridurre la detenzione. “Dal 2026 la Fondazione Cariplo nelle carceri porta avanti diverse esperienze, con un investimento di 20 milioni di euro in progetti e speriamo possano esserci altre risorse”, ha detto Valeria Negrini, vicepresidente della Fondazione Cariplo. “Abbiamo consegnato una proposta di un nuovo progetto di housing. In Lombardia ci sono 8976 persone detenute, delle quali 413 sono donne. Il 35% della popolazione ristretta potrebbe accedere a misure alternative ma non lo fa per assenza di condizioni abitative, un terzo di questo 35% ha meno di 35 anni. “Quello che possiamo fare noi, coinvolgendo anche il Terzo settore e i servizi pubblici presenti sul territorio, può rappresentare un modello che può essere esportato in altre regioni”. Negrini ha sottolineato che “sarebbe importante avere una mappatura omogenea e non frammentata delle esperienze dentro e fuori dal carcere”. Di “welfare culturale come risorsa” ha parlato Roberta Paltrinieri dell’Università di Bologna. “Il welfare culturale nasce dal concetto che la cultura cura. La cultura è la risposta al bisogno di dare delle potenzialità a coloro che devono immaginarsi in una prospettiva futura. Occorre pensare al diritto alla bellezza come nuova forma di cittadinanza”, ha affermato, riprendendo il tema dell’ultimo numero del magazine VITA, titolato La bellezza è un diritto. Prendiamocela (qui sotto l’anteprima): “Ma senza community building non andiamo da nessuna parte”. Nel 96% dei casi in cui si fa attività teatrale in istituto, l’impatto generale è positivo, con molti effetti benefici su sistema psicofisico della persona”, ha spiegato Martina Storani, Università Roma Tre. “Circa il 60% degli istituti presentano un’attività teatrale, ma ci sono anche altre esperienze, frammentarie e non continuative”. Il 37% delle attività in carcere sono portate avanti da professionisti, ma il dato risale al 2015 e andrebbe rivisto. Bisogna creare dei sistemi che possano sostenere le attività in carcere, anche con pool di competenze estese”. “La recidiva in carcere è dovuta principalmente al non rispetto degli articoli 45 e 56 dell’ordinamento penitenziario”, ha detto Emilio Santoro dell’Università di Pescara. Questi articoli disciplinano rispettivamente l’assistenza alle famiglie dei detenuti (e aiuti socioeconomici) e la presa in carico post-penitenziaria, anche l’assistenza sanitaria e lavorativa. “Il carcere è la più grande comunità di tossicodipendenti, la più grande comunità di senza fissa dimora e la più grande cura psichiatrica per sofferenti psichici”, ha continuato Santoro, che ha concluso con una domanda: “Perché la sentenza 99 del 2019 della Corte costituzionale, che prevede che si possa dare incompatibilità per motivi di salute psichica esattamente come motivi di salute fisica, non è stata mai usata?”. Dall’impegno per la radio alla laurea. Condannati e formatori si raccontano di Fulvio Fulvi Avvenire, 6 marzo 2026 Chi sono veramente gli uomini e le donne che scontano la loro pena in un carcere? “Se vogliamo capire e aiutare chi vive questa triste esperienza è importante risolvere un grosso equivoco, quello di non identificare la persona reclusa con l’errore che ha commesso”, dice il giornalista Davide Dionisi, che dall’aprile del 2018 all’ottobre 2022 ha seguito per Radio Vaticana, L’Osservatore Romano e Vatican News, le visite di Francesco ai carcerati, è entrato negli istituti e ha partecipato come cronista a convegni e dibattiti sui temi penitenziari. La sua esperienza, tradotta in reportage, servizi, interviste, è stata raccolta ora nel volume “Le loro prigioni. Percorsi di libertà dietro le sbarre” (Gambini editore). Si tratta di testimonianze vive dove detenuti e addetti ai lavori si raccontano, facendosi specchio di una realtà umana che spesso appare lontana dalla vita cosiddetta normale di chi sta fuori. Bruno Buttone, un camorrista pentito recluso a Paliano (Frosinone), il Giovedì Santo del 2017 incontrò papa Bergoglio: “Per arrivare a dire di aver sbagliato e di essere risorto - afferma - bisogna prima morire, che significa toccare il fondo e io l’ho toccato, ma ho avuto la forza con una mano di spingere a terra e risalire”. Padre Fabrizio Valletti, gesuita romano, assistente spirituale negli istituti napoletani di Poggioreale e Secondigliano e fondatore del Centro Hurtado a Scampia, ricorda invece che la sua vocazione è nata quando da ragazzo faceva lo scout e con il suo gruppo andava a giocare a basket con i reclusi nell’istituto minorile di Porta Portese: “Conobbi tanti coetanei che avevano commesso qualche errore di troppo ed erano finiti in galera: decisi che nella vita avrei dovuto occuparmi di loro”. A Rebibbia ci sono detenuti che leggono e commentano ai microfoni di Radio Vaticana il Vangelo dell’Avvento e della Quaresima, Pietro è uno di loro: durante la detenzione è riuscito a riprendere in mano i libri e persino a laurearsi in Giurisprudenza. “Chi crede e vive questa mia stessa situazione capisce che bisogna vivere di presente e di futuro, non di passato - spiega -, qua dentro ho dovuto affrontare momenti difficili ma il conforto della fede mi ha dato la possibilità di guardare avanti, spero solo di non essere considerato, quando uscirò, un eterno carcerato”. Suor Rita Del Grosso è una religiosa canossiana ultraottantenne che dal 2004 è impegnata nelle Case di reclusione di Paliano, Rebibbia, Civitavecchia e Viterbo. “Se dovessi riassumere in una battuta il risultato più importante raggiunto, direi che è il “grazie” che mi viene detto dai ragazzi e dalle ragazze che hanno trovato conforto nella mia parola e nel mio sostegno. Alcune di loro mi hanno ricontattata anche dopo la loro detenzione e questo mi ha riempito il cuore di gioia. L’esperienza del carcere non è per tutti un periodo buio e di violenza - aggiunge la religiosa -, dipende da come ci si rapporta e soprattutto da quanto le istituzioni riescono ad ascoltare le esigenze di chi vive dietro le sbarre. In alcuni casi si può davvero rinascere”. Non è facile, però, gestire e organizzare la vita e le attività dietro le sbarre: “È fondamentale per chi opera in carcere non cadere nell’errore di arrendersi davanti al dato incontrovertibile della carenza di fondi che affligge tutte le pubbliche amministrazioni”, sottolinea Nadia Cersosimo, nel 2018 direttrice a Rebibbia. “Ho imparato nel tempo - prosegue - che quando gli obiettivi si condividono anche con la comunità esterna al carcere, i progetti si realizzano”. E, sempre nell’istituto penale romano di via Bartolo Longo, il maestro Paolo de Matthaeis, organista, critico musicale e direttore artistico della Cappella musicale Costantina, racconta come e perché ha dato vita a un coro polifonico: “Convincere i detenuti a cantare non è facile, soprattutto quando poi devono esibirsi in pubblico, ma io gli parlo di composizione come fosse un allenamento in palestra, correggo gli errori e aggiro gli ostacoli come se ci si trovasse in un’aula di tribunale ad affrontare la propria causa”. “Durante i concerti - rivela de Matthaeis - gli applausi dei loro compagni rappresentano lo stimolo più importante per andare avanti e per poter continuare questa esperienza nella loro isola felice”. Le testimonianze ci dicono soprattutto, come ricorda Dionisi, “che la vera vittoria dello Stato non sta mai nell’annientamento di chi ha commesso un reato, ma nel suo recupero”. Lo dimostra anche l’esperienza di don Riccardo Agresti, sacerdote di Andria, che insieme al confratello don Vincenzo Giannelli e al magistrato della corte d’Appello di Bari, Giannicola Sinisi, ha dato vita al progetto “Senza sbarre” scaturito dall’incontro in parrocchia con la mamma di un detenuto: “Capii subito che avrei dovuto fare qualcosa per questa famiglia - ricorda don Agresti - e per tutti quelli che si trovavano nella stessa situazione”. Da allora è nata l’attività di volontariato nella Casa circondariale di Trani che si occupa del recupero delle persone e dell’equilibrio sociale perduto, attraverso il lavoro “e l’esercizio civile e spirituale che mirano alla riconciliazione degli autori dei reati con le vittime”. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, nella prefazione al libro ricorda una delle “verità fondamentali” sancite dalla Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, “non un principio astratto ma un imperativo morale e giuridico che interpella direttamente le istituzioni e la società civile nel suo complesso”. Ed è questa la strada da seguire. Il diritto penale è politica. Come il referendum di Eugenio Losco e Mauro Straini* Il Manifesto, 6 marzo 2026 Si succedono pacchetti sicurezza che aumentano i poteri della polizia: indebolire i magistrati serve a togliere forza alla difesa delle libertà costituzionali. Con il referendum del 22 e 23 marzo la cittadinanza è chiamata a decidere sulla composizione e le funzioni del Csm, organo previsto in Costituzione per l’autogoverno della magistratura, con competenza su assegnazioni, promozioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari. Se vincessero i sì, il Csm sarebbe duplicato (uno per le carriere dei pubblici ministeri, uno per quelle dei giudici), e perderebbe la competenza sui disciplinari, attribuita ad un nuovo organo unitario (un’alta corte disciplinare); per la selezione dei componenti dei tre organi l’elezione sarebbe sostituita con un’inedita estrazione a sorte. Per spiegare la necessità di separare giudici e pubblici ministeri spesso i sostenitori del sì ricorrono a una metafora calcistica: attualmente il processo penale sarebbe come una partita in cui l’avversario dell’imputato (il pm) veste la stessa maglia dell’arbitro (il giudice). La metafora è furba (in Italia sono sempre tutti pronto a prendersela con l’arbitro), ma nociva, perché fondata su un’eventualità che, dopo la riforma Cartabia, è già oggi praticamente impossibile: il cambio di casacca di un magistrato da pubblico ministero a giudice (e viceversa) con il rischio per un imputato di trovare un giudice che in precedenza abbia svolto la funzione di pubblico ministero (e viceversa). Dicono che la riforma del Csm sia il definitivo compimento della riforma del processo penale del 1988. L’unica cosa che in Italia non è cambiata dal 1988 è il Festival di Sanremo: come si può pensare di poter dare, oggi, attuazione ad una riforma introdotta quarant’anni fa, e non considerare i cambiamenti avvenuti nel frattempo? La verità è che il modello di processo immaginato come perno del sistema nel 1988 è diventato oggi una modalità di risoluzione del procedimento penale del tutto residuale, a favore di riti alternativi ampiamente convenienti per l’imputato che riducono al minimo o escludono del tutto il dibattimento. Per tornare alla metafora sportiva, il più delle volte la partita non comincia proprio. Dicono che la riforma del Csm, sostituendo l’elezione con il sorteggio, porterebbe alla scomparsa delle correnti nella magistratura e, con queste, della politicità delle nomine e quindi dei processi. Chi lo dice ignora o finge di ignorare un fatto: la natura politica dei processi non è responsabilità delle correnti, né tanto meno dei singoli magistrati. È conseguenza diretta e inevitabile della natura politica del diritto penale. E questo vale a maggior ragione per i pochi processi dibattimentali che ad oggi continuano a celebrarsi e che riguardano, nella quasi totalità dei casi, reati esclusi dalle soluzioni premiali perché ritenuti di particolare interesse politico criminale, fenomeni di criminalità maggiore in relazione ai quali la spinta della politica era, è, e resterà, fortissima. Sorteggiare i membri del Csm secondo il metodo che verrebbe introdotto dalla riforma non garantirebbe minore politicità di indagini e processi relativi a questi reati. Semplicemente, la sposterebbe: dalla magistratura verso l’esecutivo. Mentre infatti i magistrati togati verrebbero pescati casualmente tra migliaia di potenziali candidati - non necessariamente motivati, preparati o disponibili -, i membri laici saranno scelti da un elenco predisposto dal Parlamento, cioè dalla maggioranza politica del momento. Una volta al Csm, potranno eludere le spinte delle forze politiche amiche? E i pubblici ministeri sapranno resistere? E i giudici potranno essere sereni nel decidere? La riforma indebolirà l’indipendenza della magistratura favorendo, attraverso i componenti laici, l’influenza dell’esecutivo appoggiato dalla maggioranza parlamentare. Ed è veramente poco convincente obiettare, come fanno i sostenitori del Sì, che l’indipendenza della magistratura non è in pericolo perché sarà ancora formalmente riconosciuta dall’articolo 104 della Costituzione. Guardando alla forma, quasi tutte le dittature sulla carta sono perfettamente democratiche. Intanto si succedono pacchetti sicurezza che aumentano a dismisura i poteri della polizia e incidono profondamente sulle libertà e i diritti fondamentali dei cittadini attraverso strumenti di repressione introdotti per categorie percepite come marginali (ultras, migranti, maranza), ma ormai estesi a tutti: fogli di via, daspo, zone rosse, arresti preventivi, sono misure interamente nelle mani dell’esecutivo, del tutto sottratte alle garanzie del processo penale ed alle preoccupazioni di chi sostiene la riforma. Ma attenzione perché una magistratura più debole difficilmente avrà la forza porsi a garanzia delle libertà costituzionali su cui tali strumenti incidono. Insomma, non bisogna lasciarsi confondere da un quesito estremamente tecnico, perché questo è il referendum più politico di sempre. *Avvocati del Foro di Milano La trappola: separare e punire di Stefano Musolino* e Giovanni Zaccaro** Il Manifesto, 6 marzo 2026 Il garantismo non c’entra niente, anzi, le garanzie per i cittadini saranno sempre meno. Il disegno si inserisce nell’epoca delle democrature e delle torsioni securitarie. Siamo i primi a riconoscere i problemi, infrastrutturali e culturali, della giustizia italiana e la sempre più diffusa tendenza della giurisdizione a conservare lo status quo piuttosto che dare risposte adeguate alle diverse, crescenti, multiformi richieste di giustizia che la società contemporanea pone. Nessuno di questi temi è però affrontato dalla riforma Nordio, che non guarda alla giurisdizione come servizio ma come potere e ne riforma l’assetto interno ed il suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. La riforma, dietro l’etichetta della separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quella dei giudici, nobile e forse anacronistica battaglia di parte dell’avvocatura penalistica e dei garantisti italiani, nasconde il disegno di incidere sull’autonomia e la indipendenza dei magistrati attraverso la frammentazione e l’umiliazione del Consiglio Superiore che, finora, in concreto le ha garantite. Negli ultimi tempi, tuttavia, il tema della separazione delle carriere è scomparso dall’orizzonte, il ruolo delle camere penali e dei radicali italiani nel dibattito pubblico si è ridotto al lumicino e la maggioranza politica che ha sostenuto la riforma Nordio ha trasformato la campagna referendaria in una continua delegittimazione del potere giudiziario e di ogni forma di controllo di legalità, addirittura utilizzando quale strumento propagandistico la accusa ai magistrati di essere troppo indulgenti con i delinquenti di strada e gli stranieri. Insomma, dietro l’etichetta garantista, la campagna del Sì ha assunto una connotazione palesemente forcaiola. Noi siamo, comunque, fermamente convinti che la riforma Nordio non sia garantista ossia che la separazione delle carriere fra pm e giudici non aumenti le garanzie per i cittadini indagati ed imputati. La previsione di una carriera separata, di una formazione professionale separata, di un Consiglio superiore separato con valutazioni di professionalità e nomine separate trasformerà i pubblici ministeri in un corpo autoreferenziale, del tutto inedito nel panorama internazionale, dotato delle guarentigie dei magistrati ma anche delle prerogative ulteriori di guidare la polizia giudiziaria, esercitare l’azione penale, essere i primi ad avere rapporti con la stampa e sostenere l’accusa in giudizio con buona pace dell’obiettivo dichiarato di raggiungere la parità nel processo fra chi accusa e chi difende. La previsione di un pubblico ministero, separato dalla nascita dal giudice, privo - sin dagli esordi professionali - di una comune pratica del dubbio nell’esercizio del terribile potere che ciascun magistrato esercita, è particolarmente preoccupante per chi, per davvero, tiene ai diritti di difesa ed alle garanzie, soprattutto in quest’epoca in cui si assiste alla torsione securitaria del diritto penale ed alla diffusa idea che le indagini ed il processo servano a controllare e sanzionare il disagio sociale, economico, individuale piuttosto che ad accertare le responsabilità penali. Ma il vero obiettivo della riforma Nordio sono l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che viene palesemente descritta come un ostacolo all’azione di governo e come un nemico della Nazione solo perché si ostina ad affermare i diritti e le garanzie di tutti. Si vuole una magistratura gregaria delle maggioranze di turno, che non disturbi il manovratore, che garantisca l’ordine pubblico ma chiuda gli occhi sui potenti. Certamente, autonomia e indipendenza rimangono riconosciute a parole ma i principi rimangono vuote declamazioni se non sono garantiti in concreto. E anzi, le esperienze delle democrature (da Orbàn a Trump) non si fondano sull’attacco diretto ai principi costituzionali, quanto piuttosto sull’indebolimento delle istituzioni, a vantaggio di un unico centro di potere autoritario. La riforma persegue questo obiettivo svilendo il ruolo e la autorevolezza del Csm. I costituenti crearono il Csm come organo misto, composto da magistrati eletti da altri magistrati e da professori ed avvocati eletti dal Parlamento, una felice intuizione per evitare il rischio che il potere giudiziario venisse eterodiretto ma anche per evitare una corporazione autogestita. La riforma Nordio spezza questo sapiente equilibrio prevedendo che la componente dei magistrati non venga eletta ma sorteggiata. Il sorteggio in luogo del voto è un palese sfregio alla Costituzione, un pericoloso precedente in un’epoca in cui si teorizza la democrazia senza partecipazione, la cifra della natura punitiva e rancorosa della riforma. Il sorteggio spezza, per espressa dichiarazione dei riformatori, il rapporto fra la base magistratuale ed il Csm, elidendone - almeno dal punto di vista simbolico- ogni valore e ruolo di centro motore della politica giudiziaria, per ridurlo a mero, imbelle organo amministrativo. Ancora una volta l’obiettivo è depotenziare gli organi di controllo e garanzia, di mortificarli a fronte degli organi investiti della sovranità popolare, di umiliare ed annichilire le associazioni dei magistrati, e fra tutte soprattutto le nostre, le “correnti” più attive nell’elaborazione di un pensiero giuridico critico e di una prassi giurisprudenziale orientata alla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali. Noi saremo invece, comunque, sempre impegnati, insieme agli avvocati, ai professori, ai cittadini che si sono mobilitati in queste settimane, per difendere il modello costituzionale di giurisdizione e prevenire ogni rischio di deriva burocratica e corporativa della magistratura italiana, non già a tutela nostra, ma dei diritti di tutti, specie di quelli meno garantiti e meno abbienti. *Segretario nazionale di Magistratura democratica *Segretario nazionale di Area democratica per la giustizia Ho detto sì alla legge contro l’antisemitismo: ho votato con Segre e non con la destra di Walter Verini Il Dubbio, 6 marzo 2026 La legge contro l’antisemitismo votata in prima lettura dal Senato è secondo me un risultato importante. Sono stato tra i circa venti parlamentari di gruppi di opposizione ad averla votata (alcuni del Pd, Italia Viva, Azione, Gruppo Autonomie). L’’ho fatto con convinzione, innanzitutto perché penso che l’antisemitismo, nel tempo dell’odio, dei razzismi, delle discriminazioni, sia il problema centrale. Non che le società contemporanee non siano attraversate da pulsioni e forme di diverse provenienze e di molteplici direzioni. A partire da pericolose - e pericolosamente diffuse - forme di islamofobia, legate anche al tema dell’immigrazione e all’uso politico e propagandista scellerato che ne fanno destre e sovranisti in giro per il mondo. Ma considero sbagliato negare che l’antisemitismo sia il problema centrale, ben prima del 7 ottobre. Ho votato a favore, poi, perché nel DDL venuto in aula sono stati raccolti i contenuti del Ddl Delrio, che anch’io avevo sottoscritto. Prevenzione, educazione, dialogo tra culture, Università e rete luoghi di confronto e apertura, non di chiusure, esclusioni, boicottaggi e linguaggi di odio. E, cosa altrettanto fondamentale - sono stati cancellati tutti i possibili timori legati al fatto che una legge come questa potesse limitare la libertà di critica, di manifestazione, di pensiero, di ricerca contro ogni Governo e segnatamente contro quello di Israele. E cancellata ogni sanzione penale. Se ci fossero stati questi dubbi, non l’avrei votata. Un caso analogo capitò oltre dieci anni fa. Il Parlamento era chiamato a votare la legge contro il negazionismo della Shoah. Alla Camera ne ero il relatore. Ci furono, anche allora, timori sui rischi di limitare e colpire i diritti d’opinione. Ne parlammo, trovammo formulazioni adatte e la legge in vigore venne approvata a larghissima maggioranza. Così è stato anche in questa circostanza. E ho votato a favore anche per raccogliere un appello. Quello di Liliana Segre, che aveva invitato tutti a convergere sulla lotta all’antisemitismo. Non tutti lo hanno raccolto, purtroppo. Ci sono state forze come AVS e 5 Stelle che hanno votato contro. Ma idealmente, chi ha votato per il provvedimento, tra le opposizioni, non ha votato “con la destra “ (questa è propaganda di serie C), ma - semmai - con la Segre e con le tutte le Comunità Ebraiche del nostro Paese. E’ legittimo che alcune personalità del mondo e della cultura ebraica abbiano espresso perplessità e contrarietà al testo, anche con l’argomento di non “tipizzare” il reato di antisemitismo. Sono opinioni che, pur largamente minoritarie nel mondo ebraico, meritano rispetto reale. Ma non mi hanno per niente convinto. Io ho votato a favore, e nel mio intervento ho anche ricordato le migliori tradizioni della Sinistra. Venivo proprio dalla bella iniziativa per i 90 anni di Occhetto, nella quale proprio Gad Lerner aveva ricordato il viaggio - storico - del segretario PCI-PDS in Israele nel 1991, il suo importante discorso sul sionismo. Anni dopo, fu un grande Presidente come Giorgio Napolitano a sostenere come “l’antisionismo sia spesso anticamera dell’antisemitismo”. Potremmo continuare, con i contributi ideali e politici dati in questa direzione da personalità della sinistra come Fassino e Veltroni. Ma questo non ha impedito a queste personalità di esprimere critiche anche radicali, in varie fasi, fino agli orrori di Gaza compiuti dal Governo Netanyahu. Io stesso, in aula, ho parlato - a proposito del Governo Netanyahu - di barbarie, stragismo, violazione del diritto internazionale. E l’ho fatto anche l’altro ieri, nell’annunciare il mio sostegno alla legge contro l’antisemitismo. La Destra è stata bifronte. Da un lato ha dato apprezzabilmente una mano a trovare convergenze (a partire dalla relatrice Pirovano a coloro che hanno tolto emendamenti inaccettabili, come Romeo, perfino Gasparri). Dall’altro, però, ci sono stati interventi che sono sembrati cattivi comizi, anche in dichiarazione di voto, non all’altezza di un tema alto e delicato come questo. Infine, il mio partito, il PD. Secondo me avrebbe potuto e dovuto votare la legge, pur con riserve legate al mantenimento della ormai citatissima dichiarazione IHRA. Una dichiarazione votata dal Parlamento Europeo, adottata dal Governo Conte 2 e da 24 Paesi dell’Unione Europea. Ma il voto di astensione non può e non deve consentire a nessuno di sporcare, nel dibattito, la storia e il profilo del PD, una forza nel cui DNA c’è la lotta contro razzismi e antisemitismo. E spero che nella lettura alla Camera si creino le condizioni perché - con il contributo di tutti - l’appello di Liliana Segre possa diventare realtà. Stragi naziste, una ferita ancora aperta di Franco Corleone L’Espresso, 6 marzo 2026 Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale è doveroso chiudere le 1.500 cause ancora in corso. La memoria è la base della verità e della giustizia ma vi è una vicenda che brucia ancora e non trova soluzione completa e soddisfacente, stretta tra cavilli e boicottaggi. Si tratta dei processi relativi alle stragi naziste compiute dal Terzo Reich in Italia, in particolare dopo l’8 settembre con l’occupazione del Paese da parte dei tedeschi e con il sostegno della Repubblica di Salò. Un negazionismo all’insegna della pacificazione ha cercato di nascondere oltre duemila tragedie individuali e collettive. Le cause si erano spesso arenate per la resistenza della Germania utilizzando la norma consuetudinaria di diritto internazionale che prevede l’immunità di uno Stato dalla giurisdizione di un altro Stato e rifacendosi all’accordo tra Italia e Germania del 2 giugno 1961, sottoscritto per chiudere ogni questione con la corresponsione di 40 milioni di marchi tedeschi da destinare a indennizzi a favore delle vittime. Lo scontro è invece proseguito perché la Corte Costituzionale con la sentenza 238 del 2014 dichiarò l’incostituzionalità di due leggi di recepimento di accordi internazionali facendo prevalere la gravità dei crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti umani inviolabili e perciò imprescrittibili. Per evitare il precipitare del contenzioso, il governo Draghi, nel 2022, inserì in un decreto legge una norma per l’istituzione del Fondo per il ristoro dei danni subiti. La legge n. 79 del 29 giugno 2022 ha superato anche il vaglio del giudizio della Corte costituzionale, il 4 luglio 2023, con una sentenza limpida e coraggiosa che risolve i punti controversi. Infatti viene confermata l’eccezione umanitaria e viene anche salvaguardata la giurisdizione nazionale per cui nelle cause civili la Germania potrà essere condannata per i fatti accertati, anche se varrà l’immunità per i crediti risarcitori che saranno assunti dal Fondo. La sentenza storica, n. 159, giudica la norma adottata come una “disposizione speciale e radicale e virtuosa anche se onerosa”, e si indica per il risarcimento una misura congrua. Il 5 dicembre del 2025 la giudice Maria Rosaria Ciuffi ha pronunciato la sentenza n. 1027 sulla strage di Malga Promosio avvenuta il 21 luglio 1944 in Carnia e che è rimasta nella memoria del popolo. La sentenza adottata dal Tribunale di Trieste sbarazza il campo di tutte le obiezioni dell’Avvocatura dello Stato, con argomentazioni chiare e nette, dal difetto di giurisdizione e di legittimazione alla prescrizione, ribadendo le valutazioni intoccabili della Corte Costituzionale. La decisione è innovativa per la quantificazione dei danni subiti, applicando la legge di tutela delle vittime del terrorismo. La sentenza non appellata diviene definitiva e per illustrarla si è svolto un incontro con l’avvocato Sandra nella sala del Comune di Paluzza dove viene conservato il tavolo della malga che reca le tracce dei colpi di mitra sparati nella carneficina. Anche a Firenze si è chiusa la causa riguardante Egidio Gimignani, partigiano, con la rinuncia all’appello e la liquidazione della somma definita in via transattiva. Sono due esempi positivi in un contesto ancora torbido. Il governo dovrebbe pretendere dalle avvocature il rispetto della legge e della sentenza della Corte costituzionale. Sarebbe giusto riaprire i termini per presentare domande legittime, come sarebbe doveroso saldare rapidamente i ristori e fornire un quadro dello stato delle 1.500 cause in atto. Giustizia riparativa, sì all’avvio del programma anche senza coinvolgimento della vittima di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2026 La Cassazione ha escluso che l’”alternativa” al processo si fondi sull’ammissione del fatto da parte dell’imputato o dalla sua offerta di risarcire e annulla la sentenza che aveva negato l’accesso per il rischio di vittimizzazione secondaria. La Corte di cassazione - con la sentenza n. 8653/2026 - ha affermato alcuni capisaldi interpretativi sull’applicazione della giustizia riparativa, il binario alternativo al processo in materia di giustizia penale. La vicenda - Il caso concreto riguardava un uomo cinquantenne condannato per violenza sessuale gravata contro una ragazza minorenne in stato di minorata difesa. Al ricorrente era stato riconosciuto il vizio parziale di mente a seguito di un periodo di coma derivato da un risalente incidente. La condanna era stata adottata all’esito di giudizio abbreviato nonostante nella domanda sul rito l’imputato avesse fatto istanza di ammissione a un programma di giustizia riparativa disattesa in quanto data la giovane età la vittima - secondo i giudici di merito - non avrebbe mai potuto essere libera e collaborativa e anzi sottoposta al rischio di vittimizzazione secondaria a causa della partecipazione a un percorso condiviso con il proprio violentatore, uomo adulto e molto più grande di lei. Quindi la forte disparità di età era stata ritenuta rilevante al fine di asserire la non proficuità di un programma riparativo. Viene respinto dalla Cassazione tale motivo in quanto la latitudine della giustizia riparativa non si ferma alla gravità del reato e l’incontro tra autore del reato e vittima con risvolti negativi per quest’ultima non è imposto per legge. Esistono nelle previsioni della Riforma Cartabia - che ha amplificato l’istituto prima adottato solo per imputati minorenni - casi in cui la vittima è “mediata” dalla partecipazione al programma di altra vittima “di altro reato” della stessa natura al fine di realizzare un confronto privo di rischi di destabilizzazione della parte offesa “dal reato”. L’interesse tutelato - Inoltre, nel caso concreto affrontato dalla Cassazione il giudice si era soffermato nel negare l’accesso al programma sulla preventiva interlocuzione con i genitori che avevano affermato di non avere interesse al percorso alternativo al processo. Ciò è considerato un errore dai giudici di legittimità in quanto non è l’interesse della parte civile a fondare l’avvio di un percorso di giustizia riparativa. Così come non dovevano essere valorizzati al fine di respingere l’istanza dell’imputato all’avvio del percorso risocializzante/emendativo l’assenza della sua ammissione di aver commesso il reato o l’offerta risarcitoria. Non si tratta di elementi ostativi come erroneamente ritenuto in sede di merito. Conclude la Cassazione facendo rilevare come il vero snodo per imboccare la via della giustizia riparativa si fondi sulla sussistenza dell’interesse pubblico a ricomporre la frattura sociale derivata dalla commissione di un reato e non coincide con l’interesse della parte. Ciò è vero fino al punto di dover constatare che può lo stesso giudice e in via autonoma inviare l’imputato (rectius, le parti) a un programma di giustizia riparativa. E, in tal caso, non si tratta di un’autorizzazione bensì concede alle parti il potere di partecipare al percorso, tanto che solo in un secondo tempo viene acquisito il consenso o il dissenso non sussistendo alcun obbligo a partecipare. Le uniche cause ostative, nel caso deciso e su cui si esprimerà il giudice del rinvio, sono la sussistenza del pericolo che lo svolgimento del programma possa impedire il percorso di accertamento del fatto o che il percorso possa destabilizzare la vittima. Riforma penale Cartabia, alla Consulta il trasferimento dei ricorsi della parte civile di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2026 La Cassazione, ordinanza n. 4944 depositata oggi, ha sollevato la questione di legittimità dell’art. 573-comma 1-bis, cod. proc. pen. La Cassazione prende di petto uno dei capisaldi della riforma Cartabia del codice di procedura penale: la regola per cui quando l’impugnazione in Cassazione riguarda i soli interessi civili, la decisione transita alle Sezioni civili della Suprema Corte. Secondo l’ordinanza n. 4944 depositata oggi, la previsione comporta un cambio di sistema che può mettere in crisi alcune garanzie costituzionali del processo: il giudice naturale, la durata del processo, il principio di ragionevolezza. Per queste ragioni la Suprema corte ha sollevato - in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 111, 117 Cost. e 6 Convenzione Edu - la questione di legittimità costituzionale dell’art. 573-comma 1-bis, cod. proc. pen. Il caso - Un imputato veniva assolto, in Tribunale, dall’accusa di lesioni personali aggravate. La parte civile impugnava la sentenza ai fini del risarcimento (art. 576 c.p.p.). La Corte territoriale dichiarava l’appello inammissibile perché fuori termine. A quel punto la parte civile ha proposto ricorso in Cassazione. La Sezione penale (della Cassazione) lo ha ritenuto non inammissibile e, in applicazione della riforma Cartabia (art. 573, comma 1-bis c.p.p.), lo ha trasferito alla sezione civile. La decisione - Ricevuto il ricorso, la Sezione civile ha rilevato che la questione in realtà riguarda norme processuali penali (il termine di impugnazione); ma anche che a questo punto non è possibile tornare indietro con una irragionevole “navetta” in spregio al principio di ragionevole durata. La norma in discussione stabilisce che “quando la sentenza è impugnata per i soli interessi civili, il giudice d’appello e la Corte di cassazione, se l’impugnazione non è inammissibile, rinviano per la prosecuzione, rispettivamente, al giudice o alla sezione civile competente, che decide sulle questioni civili utilizzando le prove acquisite nel processo penale e quelle eventualmente acquisite nel processo civile”. Per la Cassazione così si determina un “radicale mutamento del trattamento processuale”, con un “effetto sostanzialmente abrogante dell’art. 622 cod. proc. pen.”. Prima della riforma, l’art. 622 c.p.p. prevedeva che la Cassazione penale decidesse il ricorso, anche se riguardava solo gli interessi civili, usando le regole del processo penale. Se accoglieva il ricorso e annullava la decisione sul risarcimento, rinviava la causa al giudice civile di appello, che decideva nel merito. L’art. 573, comma 1-bis c.p.p. divide il giudizio di cassazione in due fasi: una davanti alla sezione penale, che stabilisce che il caso rientra nella norma e che il ricorso non è inammissibile, e una davanti alla sezione civile, che decide sulle relative questioni. Per i giudici si tratta di un “macchinoso meccanismo”, in luogo di quello “più rapido ed efficiente” stabilito dall’art. 622 cod. proc. pen., che “presenta profili di sospetta incostituzionalità”. Le possibili violazioni riguardano i principi di: immutabilità del giudice, ragionevolezza, ragionevole durata del processo, disparità di trattamento tra situazioni analoghe e giudice naturale. Per la Suprema corte il sistema tradizionale basato sull’art. 622 c.p.p., in cui la Cassazione penale decide il ricorso e poi rinvia al giudice civile per la decisione nel merito, è certamente conforme alla Costituzione. E anche la nuova norma dell’art. 578, comma 1-bis c.p.p. si inserisce coerentemente in questo schema. Diverso invece il caso dell’art. 573, comma 1-bis c.p.p.: l’innovazione, scrive la Corte, ha “effetti dirompenti”. Al posto del rinvio al giudice civile competente per valore in grado d’appello della sola fase rescissoria (in conseguenza dell’esito positivo di quella rescindente dinanzi alla Cassazione penale), si stabilisce “la trasmigrazione del ricorso dinanzi alla sezione civile della Corte di legittimità, in seguito al giudizio di ‘non inammissibilità’ formulato dalla sezione penale, con effetti lesivi degli evocati principi di rilevanza costituzionale sul piano del trattamento processuale della fattispecie”. Firenze. Il caso del carcere di Sollicciano arriva alla Consulta: “Condizioni di grave umiliazione” di Antonella Mollica Corriere Fiorentino, 6 marzo 2026 Il tribunale di sorveglianza solleva la questione di legittimità costituzionale. Sì alla richiesta degli avvocati di un detenuto: “Rispetto della dignità”. Sarà la Corte Costituzionale ad occuparsi delle condizioni drammatiche del carcere di Sollicciano. Il tribunale di sorveglianza di Firenze guidato da Marcello Bortolato nei giorni scorsi ha sollevato la questione di legittimità costituzionale accogliendo la richiesta dei legali di un detenuto che chiede “il rispetto della sua dignità”. Il detenuto è un marocchino condannato per omicidio a 22 anni, con fine pena nel 2042, da anni vive in 9 metri quadrati in una cella della sezione 11 di Sollicciano. Nel febbraio 2024 i suoi avvocati, Michele Passione e Nicola Muncibì, presentano un reclamo al magistrato di sorveglianza lamentando le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i detenuti di Sollicciano, tra topi, cimici, scarafaggi e muffa. Un luogo in cui “la dignità viene continuamente offesa da uno Stato incapace di farsi carico di elementari bisogni come lavarsi, scaldarsi, dormire o vivere in luoghi salubri, senza acqua che cade e riempie ogni luogo del carcere, dove la conta di chi pone fine alla sua vita, stanco di vivere, non si ferma più”. Gli avvocati, pur sapendo che la natura del reato e la pena inflitta non lo consentono, chiedono comunque la detenzione domiciliare come soluzione estrema per violazione dei diritti. Questa volta gli avvocati hanno scelto una strada diversa dalla richiesta di risarcimento cercando di arrivare a una decisione che costringa l’amministrazione penitenziaria a fare qualcosa di concreto. Dopo vari ricorsi il tribunale ha ordinato all’amministrazione penitenziaria di “rimuovere le condizioni che pregiudicano i diritti primari del detenuto”. Per sanare la situazione vengono concessi 80 giorni per predisporre un piano e avviare gli interventi di manutenzione straordinaria, di impermeabilizzazione delle coperture e delle facciate, per dotare le camere di acqua calda e per ripulire la struttura da insetti, roditori e parassiti. Ma, a parte una disinfestazione straordinaria di arredi e vestiario, che ovviamente non ha risolto il problema, a Sollicciano niente è cambiato. L’amministrazione penitenziaria non si è mai costituita nel procedimento. La difesa lo scorso ottobre ha depositato richiesta di ottemperanza. Si arriva all’ultimo atto della vicenda che va avanti da due anni. Mercoledì il presidente del tribunale di sorveglianza ha accolto la richiesta dei legali e ha mandato gli atti alla Corte sollevando il dubbio di legittimità costituzionale degli articoli 147 cp e 47 ter comma 1 dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevedono l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione quando “la pena debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità”. Il presidente Bortolato nel provvedimento parla di una “situazione ormai cronicizzata, di palesi carenze igienico sanitarie, infiltrazioni e infestazione di cimici” e di “interventi urgenti e non più rinviabili”. Tale situazione - spiega Bortolato - necessita di interventi di manutenzione straordinaria di risanamento e isolamento in facciata gestiti dal Dap che già avevano avuto una progettazione e un avvio. “Dal 2023 - spiega - l’appalto è stato bloccato per un’erronea progettazione del trattamento delle facciate”. “L’attuale condizione - continua il presidente del tribunale di sorveglianza - configura un trattamento inumano e degradante che induce sofferenze non giustificate e non tollerabili, se non con sacrifici non richiesti, né connaturali alla condizione di ristretto da cui discende anche una percezione di sé caratterizzata da grave umiliazione”. “Confidiamo in una pronuncia rapida della Corte - dice l’avvocato Passione - per mettere al riparo i detenuti da condizioni inumane e degradanti”. Firenze. Sollicciano, nella sezione psichiatrica fino a 6 persone nella stessa cella novaradio.info, 6 marzo 2026 Amato (Pd): “Sacchetti alle finestre contro il freddo. Interventi straordinari o chiusura”. Un carcere che ha superato il tasso di sovraffollamento del 160%, con celle da tre/quattro persone che arrivano a ospitarne sei; intere sezioni chiuse o inagibili, altre con gravi problemi di fatiscenza strutturale; problemi idraulici e perdite, e perfino celle con finestre rotte che rendono le celle gelide di notte; oltre ai noti problemi di funzionamento della mensa. Sono solo alcune delle questioni rilevate nel sopralluogo svolto ieri dai componenti della commissione Politiche sociali di Palazzo Vecchio nel carcere fiorentino di Sollicciano. Accompagnati dalla direttrice Valeria Vitrani, la commissione ha potuto accedere a diverse aree della struttura, tra cui l’Articolazione per la tutela della salute mentale, la zona preparazione pasti e alcune sezioni del giudiziario. A causa dei lavori in corso in alcune sezioni, attualmente sono disponibili circa 361 posti detentivi a fronte di circa 583 persone detenute, pari dunque al 163% di sovraffollamento. “A Sollicciano arrivano persone detenute non solo dall’area fiorentina ma da tutta la Toscana e, in alcuni casi, anche da altre parti d’Italia: non ha più la capacità strutturale per ospitare l’attuale numero di detenuti” afferma in una nota il presidente della commissione Edoardo Amato. “Oggi a Sollicciano non abbiamo visto solo mura ammalorate, abbiamo sentito un grido d’aiuto che non può più restare inascoltato” ha commentato il consigliere della lista Funaro sindaca Marco Semplici. Dmitrij Palagi di Sp, consigliere Sinistra Progetto Comune, ha riferito che la sezione 7 è inagibili, nella 8 la metà delle celle è chiusa per problemi idraulici e perdite, e torna a cheidere un intervento straordinario della sindaca Sara Funaro: “Si trovino aree da liberare per ragioni sanitarie, in accordo con l’Ausl Toscana Centro e le autorità preposte. La sindaca ha tra i suoi doveri la tutela della salute e dell’incolumità di chi si trova sul suo territorio”. Il quadro è profondamente invivibile, in particolare in alcune alcune sezioni” racconta stamani a Novaradio il presidente di commissione Amato parlando a Novaradio: “Nel caso dell’ATSM (sezione dei detenuti con problemi psichici più seri, ndr) è veramente sovraccarica, in alcune celle con la presenza di sei persone detenute, per di più in condizioni di fragilità. “In una delle sezioni - racconta ancora Amato - ho chiesto perché le finestre fossero tappate con dei sacchetti della spazzatura. È perché entra l’aria fredda tutta la notte e il riscaldamento non funziona bene: immaginate voi in nottate ancora ancora fredde cosa voglia dire dormire in queste condizioni”. Una situazione non più sostenibile: “È necessario - aggiunge Amato - intervenire nei nei tempi certi e rapidi. In assenza di interventi, l’unica direzione che personalmente vedo possibile, è un’eventuale chiusura del carcere di Sollicciano, per poi per poi poterlo riorganizzare per poi poterlo ricostruire”. Asti. Il Garante scrive al direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento di Domenico Massano* Gazzetta d’Asti, 6 marzo 2026 Gentile Dott. Napolillo, nei giorni scorsi è arrivata la comunicazione, da parte della Direzione generale dei detenuti e del trattamento (del D.A.P.), relativa al fatto che allo stato attuale non è possibile dare l’autorizzazione agli spettacoli teatrali per gli studenti maggiorenni delle classi quinte di diverse scuole superiori e dell’Università, accompagnati dai rispettivi docenti, programmati nella seconda metà di marzo nella Casa di Reclusione Alta Sicurezza di Asti. Tale comunicazione, a fronte di richieste sull’esito della domanda di autorizzazione avanzate da diverso tempo ed a pochi giorni ormai dalle date previste, ha di fatto vanificato la possibilità di organizzare la partecipazione ad un evento aspettato da mesi. La preparazione delle rappresentazioni per il pubblico esterno, in continuità con tutte quelle che si erano potute realizzare negli scorsi anni, aveva visto un grande lavoro da parte delle persone coinvolte nel Progetto Teatro Oltre, che prosegue da circa tre anni all’interno dell’Istituto grazie ad un’associazione teatrale esterna ed all’impegno di diverse persone detenute. Tali spettacoli, organizzati in collaborazione con la Direzione, l’area trattamentale ed il personale dell’Istituto e preceduti propedeuticamente da incontri con esperti ed operatori, rappresentano momenti particolarmente significativi sia da un punto di vista pedagogico per gli studenti che hanno modo di approfondire le tematiche legate alla detenzione, alla giustizia ed alla legalità sia, in una prospettiva rieducativa, per le persone detenute, per le quali la partecipazione al laboratorio teatrale e la possibilità di tenere le diverse rappresentazioni, ed in particolare quelle che coinvolgono gli studenti, sono occasioni per la riflessione sul proprio passato, per la responsabilizzazione e per la promozione di un cambiamento. Sono, quindi, iniziative che non solo contribuiscono concretamente alla realizzazione di quella tensione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, ma che hanno anche una preziosa funzione preventiva ed educativa per i giovani e la comunità. Tale valore emerge chiaramente anche nel Protocollo d’intesa sottoscritto dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria il 24/03/2016, in cui, in particolare, “Il Ministero della Giustizia, tramite il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, si impegna a diffondere, nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, la consapevolezza dell’importanza dell’attività teatrale nei processi di conoscenza del detenuto e di reinserimento sociale”; e “concorre, altresì a: elaborare proposte didattiche rivolte alla diffusione, fra gli studenti, della conoscenza dell’esperienza teatrale nelle carceri italiane”. L’esperienza astigiana si è sempre posta in linea ed ha permesso la chiara emersione degli aspetti la cui importanza è stata sottolineata anche dal Ministero, e nel corso degli anni, non solo non si sono presentate problematiche legate alla sicurezza, ma è emerso in maniera evidente il valore culturale e pedagogico delle diverse attività che hanno coinvolto la comunità esterna ed in particolare le scuole, come ben evidenziato dalle testimonianze dei docenti che avevano potuto sino ad oggi partecipare con le rispettive classi (dell’ultimo anno e con alunni maggiorenni), e che avevano aderito numerosi anche a questa nuova opportunità di assistere ad una rappresentazione teatrale in carcere. Ci sono poi diverse testimonianze di persone detenute che confermano il valore rieducativo di queste esperienze: “È stato, per noi molto gratificante avere una platea di spettatori composta da giovani studenti … Li abbiamo accolti come se fossero i nostri figli, mentre loro ci hanno accolto con grande entusiasmo e un grande tifo, abbattendo ogni forma di pregiudizio. È stato un giorno ricco di emozioni e di presa di coscienza”; “Questo percorso teatrale sento che ci migliora come persone. Abbiamo sbagliato, ma di questi errori possiamo fare tesoro per noi stessi, per i nostri familiari e per riprendere le redini della nostra vita”. Purtroppo questa nuova occasione di proseguire il lavoro intrapreso in tale direzione in continuità con gli anni precedenti non pare possa realizzarsi, ed alla delusione delle persone che avrebbero dovuto partecipare alla rappresentazione (sia come attori che come spettatori) ed ai vari disagi organizzativi che ne derivano, si accompagna la preoccupazione, in questa situazione di grande incertezza, per il rischio di disincentivare e compromettere per il futuro questi percorsi virtuosi di coinvolgimento della comunità, in particolare delle scuole, che nel corso degli anni hanno visto la realizzazione di laboratori significativi e pregevoli rappresentazioni ed iniziative (tra cui anche la scrittura congiunta del libro “Una penna per due mani”). Nonostante, infatti, la richiesta fosse stata inviata con congruo anticipo, la comunicazione di non poter autorizzare allo stato attuale, arrivata molto tempo dopo e senza che se ne conoscano le motivazioni specifiche, sembra confermare alcuni timori da più parti espressi relativamente alla circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di ottobre (21/10/2025.0454011.U DAP) che centralizza e va ad incidere sulle richieste di provvedimenti autorizzativi degli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo che si intendono realizzare presso gli istituti penitenziari Alta Sicurezza, come quello astigiano, e che ha suscitato da più parti preoccupazioni. Proprio in relazione ai rischi di interruzione e di scoraggiamento delle attività che coinvolgono la comunità esterna, in particolare quelle con i giovani, negli scorsi mesi una presa di posizione particolarmente autorevole è stata quella dei familiari delle vittime di terrorismo e mafia (tra cui Maria Agnese Moro e Fiammetta Borsellino) che hanno espresso “notevole perplessità e sofferenza personale nei confronti delle norme, volte a irrigidire, limitare e contingentare queste feconde attività di relazione tra detenuti e cittadini, … Siamo testimoni diretti, che anche la semplice partecipazione a incontri e confronti con il mondo esterno rappresenta per i detenuti coinvolti un’iniziale rottura verso il passato, e possono rappresentare un’occasione, seppure lunga, faticosa e dolorosa, di un cambiamento”. Soffermandosi in particolare sugli incontri con gli studenti ne sottolineavano la duplice valenza avendo constatato di persona sia “l’importanza e la ricchezza dei confronti tra detenuti e studenti nel processo rieducativo, poiché questi ultimi spesso rappresentano il volto dei loro figli”, sia “il valore sociale, psicologico e morale di questi incontri, al fine di prevenire il bullismo e derive criminali negli adolescenti”. Chiudevano sottolineando il fatto che “il ripensamento del proprio passato criminale molto raramente è frutto di un’improvvisa “illuminazione”, essendo più spesso il risultato di una contaminazione culturale, emotiva e relazionale, che supera le barriere fisiche tra il mondo esterno ed interno alle carceri”. Le rappresentazioni teatrali e gli incontri con la comunità esterna ed in particolare con gli studenti, che si collocano nel solco della Costituzione e della normativa penitenziaria, sono, quindi, preziose occasioni di riflessione, ripensamento, responsabilizzazione e cambiamento, che non tolgono sicurezza ma che favoriscono la tensione rieducativa costituzionalmente prevista ed alimentano speranza. Speranza che è stata al centro del recente Giubileo, in particolare di quello delle persone detenute e cui anche il Presidente Mattarella faceva nei mesi scorsi riferimento ribadendo che “I luoghi di detenzione non devono trasformarsi in luoghi senza speranza, ma devono essere effettivamente rivolti al recupero di chi ha sbagliato”. E per il recupero delle persone, come recita la legge sull’ordinamento penitenziario, è fondamentale “incoraggiare le attitudini e valorizzare le competenze”, favorire ed organizzare attività culturali ed “ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati”, ed agevolare “opportuni contatti con il mondo esterno” (artt. 13, 15, 27, L. 354/75). Su quest’ultimo aspetto, poi, il Regolamento dell’Ordinamento penitenziario sottolinea che: “La direzione dell’istituto promuove la partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa” (art. 68 DPR 230/2000). In un momento storico in cui le attività trattamentali nelle carceri italiane sono già compresse e ridotte, tra criticità strutturali, sovraffollamento e carenze di personale, non è incoraggiante perdere occasioni preziose come questa e così facendo, oltre a vanificare l’impegno e le risorse investite in mesi o anni, si rischia di avere ripercussioni sia sulle possibilità future di coinvolgimento della comunità esterna sia sulla ripresentazione di progettualità simili. Preoccupa ulteriormente il fatto che questo avvenga in un contesto in cui si stanno già verificando alcune interruzioni (di progettualità e attività, ma anche di percorsi individuali) in altri Istituti, che interrogano, anche in relazione ai dubbi e timori da più parti evidenziati sui potenziali effetti della già citata Circolare di ottobre. Il Presidente Mattarella, nell’incontro dello scorso anno con la Polizia Penitenziaria, ricordava come la nostra Costituzione e la normativa penitenziaria prevedano che l’impegno nei nostri Istituti penitenziari si svolga basandosi su due pilastri: “sicurezza e rieducazione”. Non si tratta, quindi, di mettere in discussione l’indispensabile funzione di sicurezza che le carceri devono garantire, ma di ricordare l’importanza essenziale anche del pilastro rieducativo, del quale il coinvolgimento della comunità esterna è componente essenziale. Gentile Dott. Napolillo, come Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale mi rivolgo quindi a lei perché si possa rivalutare a breve la situazione astigiana e si possano conoscere le ragioni che allo stato attuale non hanno permesso l’autorizzazione delle rappresentazioni teatrali, in modo tale da cercare di risolvere eventuali problemi e tentare di salvare almeno uno spettacolo con gli studenti tra quelli previsti. Mi rivolgo a lei, inoltre, perché gli interrogativi e le preoccupazioni che accompagnano questa ed altre situazioni (peraltro condivise dai Garanti Territoriali che hanno partecipato alla recente Conferenza Nazionale) possano essere raccolti e possano contribuire ad avviare un dialogo ed un confronto, con la partecipazione dei diversi soggetti che si occupano a vario titolo di collaborare e di contribuire alla funzione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, sulla situazione attuale e sulle prospettive relativamente alla garanzia delle Attività trattamentali ed al coinvolgimento della Comunità esterna (con riferimento in particolare alla Circolare 21/10/2025.0454011.U DAP per l’Alta Sicurezza). Nel ringraziarla per l’attenzione le porgo cordiali saluti. *Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Asti Ascoli. Detenuto morto in carcere, disposti nuovi accertamenti. La famiglia non crede al suicidio isnews.it, 6 marzo 2026 Eseguita l’autopsia sul corpo di di Joshua Di Carlo, il 23enne di Campodipietra trovato senza vita nel penitenziario di Ascoli. I legali della famiglia presentano un esposto. Detenuto molisano morto nel carcere di Ascoli Piceno, la prima fase dell’autopsia effettuata all’obitorio dell’ospedale ‘Mazzoni’ non ha chiarito con certezza le cause del decesso di Joshua Di Carlo, il 23enne di Campodipietra, trovato senza vita la mattina del 24 febbraio. È stata la Procura di Ascoli a disporre l’esame autoptico, anche a seguito dell’esposto presentato dai legali dei familiari del ragazzo, che hanno affermato che durante il riconoscimento della salma avrebbero notato segni sospetti sul corpo del giovane. Stando alla prima versione fornita dall’istituto penitenziario Joshua avrebbe ingoiato un cocktail di farmaci. Una versione tutta da confermare. “Dobbiamo attendere ulteriori approfondimenti medico-legali che la magistratura ha affidato anche a un altro anatomopatologo. Inoltre sono stati effettuati prelievi per effettuare esami biologici e solo quando il quadro sarà completo si conosceranno le cause del decesso”, queste le dichiarazioni dell’avvocato Silvio Tolesino, che assiste la famiglia del 23enne insieme all’avvocato Valentina Puca. Nella memoria difensiva depositata in Procura ad Ascoli, i legali hanno allegato alcune lettere che Joshua aveva in cella, ma che non ha mai spedito. Pare che avesse scritto di essere preoccupato e di voler essere trasferito. Qualche tempo fa sarebbe rimasto coinvolto in una rissa tra detenuti. Secondo quanto si è appreso, sul corpo senza vita del ragazzo è stato notato un livido sulla fronte e tracce di sangue sul viso. Tutti aspetti che dovranno essere chiariti dal risultato dell’autopsia e dalle indagini. Il magistrato ha deciso che al momento la salma di Joshua non può ancora essere restituita alla famiglia. Il giovane stava scontando una pena residua per un piccolo furto e per violazione dell’articolo 73, comma quinto, e aveva pregressi problemi legati alla tossicodipendenza. La fine della pena era prevista ad aprile. Venezia. L’associazione “Il granello di senape” compie 30 anni: ecco tutti i nuovi progetti genteveneta.it, 6 marzo 2026 Dalla filosofia tra le sbarre ai disegni colorati per i figli che aspettano fuori; dai 4.500 volumi della biblioteca multilingue - con la speranza di arricchirla presto con testi in arabo grazie all’associazione “Un ponte per” - fino al volontariato attivo nelle feste cittadine. Senza dimenticare il dialogo con professori e giornalisti e la nascita del periodico “Ponti”, frutto di un laboratorio di scrittura. Da trent’anni, l’associazione “Il granello di senape” trasforma le carceri di Venezia in luoghi di possibilità e riscatto. Ieri, 5 marzo 2026, per il trentesimo anniversario dell’organizzazione, è stato presentato un fitto calendario di nuovi progetti. Si parte il 15 marzo al Museo M9 di Mestre con il libro “Donne oltre il carcere”, sintesi di un lavoro decennale sull’emancipazione femminile, per proseguire il 16 marzo con un evento corale che riunirà tutte le realtà attive in istituto per celebrare la Giornata Internazionale della Donna. Il 10 aprile sarà invece il turno di “Svuota la vetrina”, un’iniziativa nata a Genova che approda a Venezia grazie alla storica libreria “La Toletta”. Il meccanismo è virtuoso: la libreria espone una selezione di titoli scelti dall’associazione; uno sponsor li acquista per un valore di 1.000 euro e i volumi vengono poi donati alla biblioteca del carcere. Infine, lo sguardo si volge alle nuove generazioni con un progetto nelle scuole per abbattere i pregiudizi. L’iniziativa partirà dal Liceo Stefanini di Mestre: una classe quinta affronterà un percorso di sensibilizzazione sui comportamenti a rischio, che culminerà in un incontro diretto con alcuni detenuti del carcere maschile. Un modo per insegnare che la linea tra “dentro” e “fuori” è più sottile di quanto si pensi e che la prevenzione passa per la conoscenza. Bologna. Biblioteca in carcere, 500 volumi da donare di Ludovica Brognoli Corriere di Bologna, 6 marzo 2026 Cinquecento volumi per inaugurare la nuova biblioteca dell’Istituto penale per minori Pietro Siciliani di Bologna. Con l’obiettivo di offrire ai ragazzi “uno strumento di riscatto sociale e di libertà, permettendo anche ai cittadini di sentirsi parte dell’iniziativa, con la donazione dei libri”. Così il direttore del centro per la giustizia minorile Emilia-Romagna e Marche, Lorenzo Roccaro, ha spiegato il senso del progetto “Letti in flagranza”, realizzato da Coop Alleanza 3.0 e Librerie Coop. Stilata una selezione di libri: dal 7 marzo fino al 23 aprile circa, nei cinque punti Librerie Coop della città, i volumi potranno essere acquistati, con il 5% di sconto, e donati alla biblioteca. “Dentro a ogni libro - dice Roccaro - ci sarà un segnalibro su cui si potrà scrivere una dedica: un piccolo augurio, che permette ai ragazzi di ricevere un messaggio dall’esterno”. I titoli proposti spaziano dai classici come L’isola del tesoro e 1984, ai fumetti, con Dylan Dog, fino ai cult fantasy come Harry Potter. “La biblioteca - ha spiegato il cappellano dell’Istituto e ideatore del progetto don Domenico Cambareri - diventerà un luogo dove le storie consentono ai ragazzi di sognare il proprio dopo la detenzione, per interrompere un circolo vizioso di reati far entrare la città nell’Istituto. Perché questi giovani non devono essere scaricati, abbiamo bisogno che l’attenzione rimanga alta”. Roccaro ha concluso indicando che negli Istituti penali minorili, “la capienza sta gradualmente aumentando”, con l’apertura di nuovi centri, “e i numeri diminuiscono: oggi siamo a 520 in tutta Italia, mentre il nostro Istituto è alla capienza massima, con 44 minori detenuti”. Pescara. Donata attrezzatura sportiva al carcere, i ringraziamenti del Garante dei detenuti abruzzoweb.it, 6 marzo 2026 “Oggi, grazie alla generosità di un donatore che ha scelto di restare anonimo, è stato consegnato un tapis roulant alla Casa Circondariale di San Donato. Un piccolo segno di attenzione che contribuisce a migliorare la quotidianità delle persone detenute e a rendere più dignitosa la vita all’interno dell’istituto”. Così, in una nota, la garante dei detenuti d’Abruzzo, Monia Scalera. “A questo donatore va il mio più sincero ringraziamento, insieme alla gratitudine verso tutte le persone che, spesso lontano dai riflettori, compiono spontaneamente gesti di solidarietà. Sono azioni che ricordano quanto la comunità possa fare la differenza, anche in luoghi che troppo spesso restano ai margini dello sguardo collettivo”. “Le necessità, purtroppo, sono ancora molte - evidenzia - Nel carcere servono attrezzi sportivi, lenzuola, sapone, piccoli elettrodomestici refrigeranti, lavatrici e altri beni di uso quotidiano. Non è necessario che siano nuovi: è sufficiente che siano funzionanti e in buono stato”. “Ogni contributo, anche il più semplice, può diventare un aiuto concreto e un segnale di attenzione verso chi vive una condizione di fragilità. La solidarietà, quando è autentica, non ha bisogno di grandi gesti: basta la volontà di non voltarsi dall’altra parte”, conclude Scalera. Salvare Radio Radicale, per tenere in vita il diritto alla conoscenza di Simona Bonfante Il Riformista, 6 marzo 2026 Solo portando i microfoni in un’aula di tribunale si può capire come viene amministrata la giustizia. Ascolto gli appelli che da più voci si rivolgono dai microfoni di Radio Radicale per la salvezza di questa cosa unica, che è impreciso o forse riduttivo o forse proprio sbagliato definire “una voce” dell’informazione libera - come se vi fossero altre voci, a quella speculari o in qualche modo sinergiche. Non esiste nulla di assimilabile. Radio Radicale è stata - ed è ancora - una università popolare del Diritto costituzionale e della Democrazia, come lo è stato il Partito Radicale di Marco Pannella. Molto più di una università, se si pensa alla qualità media del sapere accademico odierno e al suo conformismo. Radio Radicale non è libera in quanto liberale, ma libera in quanto transpartitica. Libera perché svincolata da qualunque obbligo reverenziale verso alcuna ideologia o corporazione. Libera di non espungere nulla dal ventaglio delle possibilità del pensiero e della ragione. Libera di dare alle persone la possibilità di conoscere e farsi una idea propria, senza timore della realtà ma al contrario con l’obiettivo di illuminarla e forse anche capirla nella sua non dicotomica complessità. Sembra superfluo per gli ascoltatori cronici di questa radio imprescindibile ribadirne l’assoluta, irriducibile alterità a qualunque altro mezzo di informazione - certo non solo per l’assenza di pubblicità. Vorrei parlare solo di una questione, la giustizia. Consultavo qualche giorno fa un sondaggio sull’opinione degli italiani rispetto alle istituzioni. Ne emergeva una fiducia nella magistratura doppia rispetto a quella verso i partiti. E una fiducia nelle forze dell’ordine addirittura tripla. Mi chiedevo su quali basi gli italiani si esprimano rispetto ad una istituzione come la magistratura di cui in gran parte non hanno mai fatto esperienza. Se quella rilevazione venisse fatta ad un panel ristretto di ascoltatori dei processi su Radio Radicale, probabilmente il tasso di fiducia crollerebbe. Sta qui l’essenza di questa radio. Portare i microfoni in un’aula di tribunale significa dare sostanza a una prerogativa democratica: i processi sono pubblici. Ogni cittadino ha il diritto di conoscere come venga amministrata la giustizia, ma questo è un diritto sostanzialmente inesigibile, dal momento che nessuno può frequentare a tempo pieno le aule di giustizia della penisola. La radio dal 1983 in quelle aule ha portato un microfono - non un giornalista che fa la sintesi a parole sue. Radio Radicale è un microfono aperto che registra tutto e non omette nulla. Da alcuni mesi il Riformista ospita il podcast Processi - che stimola l’ascolto dei processi attuali e passati raccolti nell’archivio di Radio Radicale - perché non c’è nulla di più democratico che ascoltare con le proprie orecchie e senza filtri il modo in cui la giustizia viene amministrata. Se quei microfoni si spengono, non è “una voce” che si spegne. A spegnersi è il Diritto a conoscere e deliberare in libertà, anche in merito ad una questione apparentemente tecnica quale è la separazione delle carriere dei magistrati. Il Parlamento deve impedire che quel diritto a conoscere, che solo Radio Radicale garantisce, sia negato. La sfida per una società più inclusiva di Mauro Magatti Corriere della Sera, 6 marzo 2026 L’Italia di fronte alle nuove povertà: ripartire da lavoro, welfare e crescita. Il caso dei rider e del food delivery è la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio e preoccupante. Si stima infatti che il 10% degli occupati italiani (più di 2 milioni di persone) sia a rischio povertà. Percentuale che sale al 15,6% tra gli operai e assimilati. Il sintomo va preso sul serio. Da anni ormai, l’Italia sta scivolando lungo un piano inclinato. Ai 5,7 milioni di individui (il 9,8% dei residenti) che l’Istat classifica in povertà assoluta, va aggiunto - secondo i dati presentati dall’ultimo rapporto dell’Alleanza contro la povertà - l’8,2% di famiglie che vivono appena sopra la soglia critica, in una condizione definita di “quasi-povertà”. Nel complesso, circa una famiglia su cinque si trova oggi in una situazione di difficoltà economica. Nonostante una spesa sociale imponente (ma non ben mirata), i buchi nella rete sociale sono sempre più grandi. Le difficoltà abitative sono crescenti: sia perché molte famiglie vivono in case inadeguate, sia perché i costi dell’abitare (mutuo, affitto, bollette) sono ormai stellari. L’accesso alla sanità è difficoltoso, con liste di attesa troppo lunghe e aumento della spesa privata. Persino l’acquisto di medicinali diventa proibitivo: nel 2025 ben 500.000 persone in Italia si sono rivolte a enti assistenziali per farmaci di prima necessità. E per finire, l’elevata povertà infantile (più alta della media), l’uscita precoce dai percorsi di formazione, la mobilità sociale bloccata fanno sì che la povertà tenda a cronicizzarsi e a trasmettersi da una generazione all’altra. Continuando su questa strada, nel giro di qualche anno l’Italia rischia di scivolare verso uno scenario “sudamericano”: una società fortemente polarizzata, con un’élite ristretta ricca e potente, una fascia di popolazione relativamente ampia ma calante integrata e protetta e una quota crescente di cittadini lontani dagli standard di vita tipici del ceto medio. Alla cui base non può che espandersi uno strato sociale marginale, perlopiù (anche se non unicamente) costituito da immigrati, del tutto simile a quello che un tempo veniva chiamato “sottoproletariato”: lavoratori dequalificati, precari cronici, famiglie senza riserve economiche, giovani senza prospettive di stabilità. Fermare e invertire questa deriva è una priorità assoluta. Per ragioni economiche: l’economia italiana ha bisogno di integrazione e di rigenerare la domanda interna; ma soprattutto per ragioni politiche: la stabilità della democrazia potrebbe essere messa a rischio da una evoluzione di questo tipo. Per contrastare efficacemente un simile scenario è necessario andare al di là di interventi tampone. Serve un’azione integrata capace di cambiare alcuni dati di fondo del nostro modello di sviluppo. La questione sociale ha ormai raggiunto una dimensione tale che non può essere più relegata al capitolo welfare. C’è, prima di tutto, un problema di crescita. Da anni troppo fiacca per creare opportunità diffuse e durature. Stimolo della domanda e aumento della produttività rimangono due questioni di fondo che ci trasciniamo da anni. C’è poi una questione legata ai crescenti squilibri nella distribuzione del reddito. Profitti e rendite aumentano a discapito dei salari, e sempre meno ricchezza si trasforma in investimenti produttivi e in buona occupazione. Anche se spesso rimossa, rimane la questione del debito pubblico. Assorbendo risorse importanti sotto forma di interessi, il debito riduce i margini di manovra per rilanciare la crescita e migliorare la protezione sociale. Mentre si agisce su queste leve, è altresì necessario ripensare il welfare. Non basta più un sistema costruito per intervenire sul singolo individuo e sul singolo problema (il disoccupato, il malato, l’anziano, il povero) con misure separate e frammentate. Sfruttando le nuove possibilità che i big data e la digitalizzazione rendono disponibili, va razionalizzata la spesa sociale nella prospettiva di un approccio capace di considerare i bisogni nella loro complessità relazionale e sociale: lavoro, casa, salute, educazione, reti di sostegno, comunità locali costituiscono elementi interconnessi. Fermare la deriva “sudamericana” non è soltanto una questione di giustizia sociale: è una scelta razionale di interesse collettivo. O si comprende che si avanza insieme e che il contrasto all’impoverimento diffuso porta benefici a tutta la società, oppure bisogna accettare le conseguenze di una società sempre più divisa, insicura e conflittuale. La sfida che abbiamo davanti è dunque chiara: ricostruire le condizioni perché lavoro, welfare e crescita tornino a produrre inclusione. Non si tratta di nostalgia per il passato, ma di inventare un nuovo patto sociale capace di tenere insieme sviluppo economico e coesione. Solo così si potrà evitare che le crepe già visibili diventino fratture irreparabili. TSO senza difesa legale: il Tribunale di Firenze porta la legge 833 davanti alla Consulta di Associazione Diritti alla Follia Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2026 La norma sul trattamento sanitario obbligatorio non prevede l’assistenza di un avvocato nel procedimento di convalida. L’associazione Diritti alla Follia accoglie con grande interesse l’ordinanza con cui il Tribunale di Firenze ha rimesso alla Corte costituzionale una questione di legittimità riguardante la disciplina del trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Con ordinanza del 29 dicembre 2025, il Tribunale di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833 (Istituzione del Servizio sanitario nazionale), nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a TSO. Il giudizio davanti alla Corte costituzionale è stato quindi formalmente aperto. L’atto è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 1ª Serie speciale - Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026. Il giudice ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità in riferimento all’art. 24 della Costituzione, osservando che la normativa vigente non prevede alcune garanzie fondamentali per la persona sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio. In particolare, la legge non stabilisce: che il paziente debba essere informato della facoltà di nominare un difensore di fiducia; che l’ordinanza del sindaco che dispone il TSO debba essere comunicata anche al difensore eventualmente nominato; che l’audizione del paziente davanti al giudice tutelare avvenga con la presenza del difensore; che anche il decreto di convalida del giudice tutelare sia comunicato al difensore. Secondo il Tribunale, tali lacune compromettono l’effettività del diritto di difesa in un procedimento che comporta una significativa compressione della libertà personale e dell’autodeterminazione sanitaria della persona. La decisione del giudice fiorentino si inserisce in un percorso giurisprudenziale già avviato dalla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 76 del 2025 ha rafforzato alcune garanzie procedurali nel procedimento di TSO, imponendo la comunicazione del provvedimento alla persona interessata e il suo ascolto prima della convalida. Per Diritti alla Follia, questa ordinanza rappresenta un passaggio importante per il riconoscimento dei diritti delle persone sottoposte a trattamenti sanitari coercitivi. In uno Stato di diritto, anche nelle situazioni di emergenza sanitaria o psichiatrica, devono essere garantiti contraddittorio, assistenza legale e piena tutela dei diritti fondamentali. L’associazione auspica che la Corte costituzionale colga l’occasione per colmare definitivamente questa lacuna normativa e per affermare con chiarezza che il diritto alla difesa deve essere garantito anche nel procedimento di trattamento sanitario obbligatorio. Quella oggi riconosciuta dal Tribunale di Firenze come una lacuna della normativa vigente è esattamente una delle criticità che l’associazione Diritti alla Follia denuncia da anni. Nella propria proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO, l’associazione ha infatti previsto esplicitamente il diritto alla difesa tecnica della persona sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio, con la possibilità di essere assistita da un avvocato nel procedimento di convalida davanti al giudice tutelare. Per questa posizione, Diritti alla Follia ha ricevuto negli anni sberleffi e alzate di spalle da gran parte della psichiatria italiana organizzata e dalla quasi totalità delle associazioni che si presentano come paladine dei diritti dei “pazienti psichiatrici”. La questione oggi rimessa alla Corte costituzionale dimostra invece che quella richiesta non era affatto eccentrica o provocatoria, ma individuava un problema reale di tutela dei diritti fondamentali. Gli orrori della Libia con la complicità dell’Europa: migranti catturati e torturati di Gianfranco Schiavone L’Unità, 6 marzo 2026 Il rapporto di Unsmil e Ohchr documenta “violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, che rimangono impuniti”: “una realtà brutale e normalizzata”, di cui l’Ue è direttamente responsabile. E con essa l’Italia. A febbraio 2026 la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) hanno pubblicato un accurato e coraggioso rapporto dal titolo quanto mai significativo ovvero “As Usal” che evidenzia come “in Libia persistono violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, che rimangono impuniti. Queste violazioni sono radicate in un modello di sfruttamento che preda su migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di elevata vulnerabilità ed è diventato “business as usual”, una realtà brutale e normalizzata. Queste gravi violazioni e abusi si sono evoluti in pratiche deliberate e orientate al profitto che insieme formano un modello di business spietato e violento”. Le informazioni alla base del rapporto sono state raccolte dall’UNSMIL e OHCHR tra gennaio 2024 e novembre 2025 con interviste a 95 migranti, richiedenti asilo e rifugiati, sia all’interno che all’esterno della Libia (45 donne e ragazze di età compresa tra i 17 e i 43 anni e 50 uomini di età compresa tra i 20 e i 51 anni). Le stesse agenzie ONU evidenziano come sia “stato negato l’accesso a diversi altri centri di detenzione nella Libia orientale e occidentale gestiti dal Dipartimento per la lotta all’immigrazione clandestina (DCIM)” ma nonostante “ciò ha compromesso la capacità dell’UNSMIL/OHCHR di valutare accuratamente le condizioni di detenzione e di fornire misure di sostegno per affrontare le presunte violazioni dei diritti umani” l’ampia gamma di materiale documentario raccolto, tra cui referti medici, fotografie, video e registrazioni vocali ha corroborato le testimonianze individuali. La parte che ritengo più rilevante del rapporto (di cui pochissimo si è finora parlato in Italia) è l’analisi condotta, anche sotto il profilo giuridico, su quelle che lo stesso rapporto definisce le “intercettazioni illegali e pericolose in mare e abusi dopo lo sbarco in Libia”. Il rapporto evidenzia come “migliaia di persone vengono intercettate in mare con metodi pericolosi e sbarcate con la forza e rimpatriate in Libia, che è considerata dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle autorità di vari Stati terzi come un luogo non sicuro per lo sbarco, perpetuando il ciclo di sfruttamento, violazioni dei diritti umani e abusi” (…) “anziché trovare sicurezza, i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati intercettati e sbarcati in Libia sono stati costretti a tornare in un ciclo di violazioni e abusi. Al loro ritorno in Libia, è stata loro sistematicamente negata la protezione dei diritti umani nei punti di sbarco, compreso il giusto processo e il diritto di chiedere asilo”. Le due agenzie ONU ricordano che, anche se non è firmataria della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati (ma è parte della Convenzione dell’OUA sui rifugiati del 1969) la Libia comunque “è vincolata da diversi trattati internazionali fondamentali che le impongono di rispettare, proteggere e garantire i diritti umani di tutti gli individui soggetti alla sua giurisdizione”. La Libia è anche parte della Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso marittimo (Convenzione SAR) e ha inoltre ratificato la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) ma nonostante ciò “gli intercettamenti vengono effettuati in modo tale da violare il diritto internazionale dei diritti umani, il diritto dei rifugiati, il diritto marittimo e il diritto internazionale consuetudinario del mare. Le persone intercettate vengono generalmente riportate con la forza in vari punti di sbarco lungo la costa libica, nonostante il Paese sia considerato non sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati dalle Nazioni Unite, compresi l’OHCHR, l’UNHCR e l’OIM”. Il rapporto richiama la sentenza della Corte di Cassazione, Sez. V n. 4557/2024 che il 1.02.24 che ha confermato la condanna del capitano della nave privata italiana Asso 28 che il 30 luglio 2018 aveva soccorso 101 persone nel Mediterraneo centrale e le aveva successivamente consegnate alla guardia costiera libica. Così operando le aveva fatte “sbarcare in un porto non sicuro non avendo la Libia aderito alla convenzione di Ginevra per i rifugiati e attesa l’ineffettività del sistema di accoglienza libico e le condizioni inumane e degradanti presenti nei centri di detenzione per migranti”. Nel rapporto le due agenzie ONU evidenziano come “Gli intercettamenti devono inoltre rispettare il principio di non respingimento, garantendo che le persone non siano rimpatriate in luoghi dove rischiano persecuzioni, torture o altri gravi danni. Perseguendo i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in mare, ricorrendo alla violenza e rimpatriandoli in Libia - dove corrono un alto rischio di arresti e detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti e sfruttamento - la LCG e gli attori affiliati in mare violano frequentemente tali obblighi, rendendo tali intercettamenti illegali ai sensi del diritto internazionale”. Nonostante tale drammatica situazione avrebbe dovuto imporre agli Stati terzi che si affacciano sul Mediterraneo e alle istituzioni dell’Unione Europea di astenersi da ogni forma di collaborazione con le diverse autorità libiche nella gestione dei “soccorsi” in mare e in quella delle migrazioni in generale “la missione di assistenza alle frontiere dell’UE in Libia (EUBAM Libya), avviata nel maggio 2013 e recentemente prorogata fino al giugno 2027, svolge un ruolo centrale fornendo supporto tecnico e operativo alle istituzioni libiche nella gestione delle frontiere terrestri e marittime”. Tali discussioni e accordi informali sulla cooperazione in materia di migrazione sono stati estesi dall’Unione Europea persino alle autorità di fatto nella Libia orientale il cui governo non è riconosciuto dalla comunità internazionale. In particolare il rapporto evidenzia le responsabilità dirette dell’UE tramite le sue agenzie ricordando che “sebbene Frontex non operi direttamente nel territorio libico, è stato riferito che condivide dati di sorveglianza aerea e informazioni marittime con le autorità libiche, in particolare con la guardia costiera consentendo l’intercettazione e il rimpatrio delle persone che tentano di attraversare il Mediterraneo e il loro sbarco in Libia, dove subiscono gravi violazioni dei diritti umani e abusi”. Coerentemente con questa strategia spregiudicata “negli ultimi dieci anni, l’UE e i suoi Stati membri hanno ridotto in modo significativo la loro capacità SAR marittima. Inoltre, diversi Stati membri dell’UE hanno introdotto norme, memorandum e codici che limitano le operazioni SAR umanitarie.” Il più significativo, per estensione della collaborazione e per durata, degli accordi tra la Libia e gli Stati UE rimane, come ben noto, il memorandum d’intesa Italia-Libia del 2018 “che formalizza la cooperazione tra Italia e Libia per intercettare e rimpatriare i migranti e include sostegno finanziario, logistico e formativo alla guardia costiera libica” ed altre organizzazioni affiliate”. Gli accordi e le intese, più o meno formali con la Libia per la gestione delle migrazioni si pongono senza dubbio in radicale contrasto con le normative dell’UE e con il diritto internazionale sui diritti fondamentali, ed in particolare con il divieto di non refoulement e con il divieto di tortura che non ammette deroghe od eccezioni. Richiamo con forza l’attenzione sulla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 in base alla quale “è nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, è in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale. Ai fini della presente Convenzione, una norma imperativa del diritto internazionale generale è una norma accettata e riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo complesso come norma alla quale non è consentita alcuna deroga e che può essere modificata soltanto da un’altra norma del diritto internazionale generale avente lo stesso carattere” (art.53). Nelle raccomandazioni finali le Agenzie ONU invitano la comunità internazionale, compresa l’Unione europea e i suoi Stati membri, a “stabilire una moratoria su tutte le intercettazioni e i rimpatri in Libia fino a quando non saranno garantite adeguate tutele dei diritti umani”. La raccomandazione è quanto mai precisa perché il documento sottolinea come “nel contesto della cooperazione interstatale in materia di SAR, garantire che qualsiasi sostegno o assistenza - compresa la fornitura di risorse, la condivisione di informazioni o il coinvolgimento in operazioni SAR con navi private o risorse SAR di altri Stati - non comporti la designazione della Libia come porto sicuro più vicino o il rimpatrio forzato dei migranti in tale Paese” . Ugualmente stringente la raccomandazione che richiede di “applicare rigorosamente la dovuta diligenza in materia di diritti umani a tutti i finanziamenti, la formazione, le attrezzature, la tecnologia e la cooperazione che coinvolgono entità libiche credibilmente implicate in gravi violazioni e abusi dei diritti umani, anche nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Sospendere l’assistenza tecnica e finanziaria fino a quando tali entità dimostrino un rispetto coerente delle norme internazionali in materia di diritti umani, compresi meccanismi efficaci di controllo, monitoraggio continuo e responsabilità”. Il gorgo di violenza generato dal sostegno dato alla Libia per respingere, uccidere e torturare rappresenta un abisso etico e politico nel quale l’Italia e l’Unione Europea sono precipitati e dal quale devono uscire al più presto, non solo per inderogabili ragioni etiche, ma per ripristinare lo stato di diritto. Caduta anche l’ipocrisia della guerra “giusta”. Questo conflitto è contro i Brics e per il petrolio di Massimo Cacciari La Stampa, 6 marzo 2026 Gli Usa non possono tollerare un Iran alleato di Cina e Russia. E per l’Europa finiscono gli ideali di Ventotene. Questa volta, almeno, ci vengono risparmiate le ideologie sulla “guerra di liberazione”. Certo possiamo trovarne ancora qualche cantore, ma solo tra i vassalli dei Trump e dei Netanyahu, i quali, come non si sognano più di perdere il proprio tempo discutendo alle Nazioni Unite o con gli “alleati” europei, così si mostrano interessati alla liberazione del popolo iraniano da decenni di despotismo teocratico quanto all’insediamento di una Repubblica di incorruttibili in Venezuela. Credo che anche la questione del nucleare rimanga in realtà del tutto in secondo piano. Trump non ci fa certo leva come il suo collega Bush jr., ancora zavorrato da consuetudini di pseudo diritto internazionale, alla ricerca di rendere “giusta” l’invasione dell’Iraq con la storia delle armi di distruzione di massa. Che importa se meno di un anno fa l’Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove concrete dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. Che gli ayatollah desiderino avere l’atomica è cosa ovvia. E un Paese che ne dispone diventa intoccabile o quasi. Vedi Corea del Nord. Perciò l’obbiettivo che gli ayatollah certamente perseguono va a ogni costo impedito. Giusta guerra preventiva - come chiamavano quella da loro scatenata gli Imperi austro-ungarico e prussiano nel 1914. La posta in gioco è ben superiore a tutte le ragioni che vengono sbandierate in questi giorni. Il disordine globale degli ultimi anni sta via via condensandosi intorno ad alcuni nodi fondamentali, ovvero precipitando alle questioni ultime sulle quali o si determinerà un nuovo Patto tra i grandi spazi imperiali, analogo a quello stabilito in forza della Seconda Grande Guerra, o non vi sarà alternativa alla catastrofe. In questo gioco, dove gli Imperi cercano di posizionarsi nelle condizioni migliori in vista sia della prima che della seconda possibilità, l’Iran gioca un ruolo essenziale. L’Iran non è l’Iraq, non è paragonabile a altri Stati medio-orientali, è un medio-impero, con una storia millenaria, determinante gli equilibri dell’intera area. Ma non solo, le sue alleanze sono di peso strategico per il complesso delle relazioni geo-politiche. Questo è il punto: abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa, e più che intesa, che andava maturando, sul piano di una cooperazione a tutto campo, tra Iran, Cina e Russia. Intesa che avrebbe potuto allargarsi, oltre la dimensione economico-commerciale, ad altre potenze regionali, come il Pakistan. In un mondo dove i conflitti regionali dilagano, in cui a un ritmo insostenibile per l’Occidente si affermano nuove potenze economiche che danno vita a intese e alleanze tra loro, vedi Brics, per rivendicare la propria autonomia anche politica, gli Stati Uniti non potranno mai “volentieri” acconsentire a un Iran strategicamente alleato a Cina e Russia, e quindi a un controllo di tutte le “rotte” energetiche da parte di una tale alleanza. E siamo al problema: o le leadership mondiali comprendono di essere giunte alla soglia fatale, riconoscono le rispettive ragioni e trovano intorno a esse un patto-compromesso (la sola “pace” concessa a noi mortali), oppure la valanga diverrà inarrestabile. Siamo in guerra, e falsificazioni, propaganda, chiacchiere fanno parte di questo gioco feroce. Restano, semplici nella loro crudezza, gli atti che segnano irreversibilmente un mutamento d’epoca, una nuova stagione del discorso e della prassi politica, il crollo definitivo di una cultura che aveva segnato il secondo dopoguerra e l’avvio dell’Unione europea. Non solo nessun leader europeo ne è oggi l’erede, ma la maggior parte nasce dalle correnti ideologiche che più fieramente l’avevano contrastata. Ventotene e Camaldoli dove siete? Solo dieci anni fa avevano ancora l’impudenza di celebrarvi. C’è oggi quasi da sentire nostalgia per quei rituali ipocriti. È venuto meno anche il rispetto per i defunti. A Ventotene si pensava a un ordine internazionale federale, non “mediante un impero che riduca gli altri Stati a suoi vassalli”, un ordine “che sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici”, un ordine dotato di un corpo di leggi “al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi”. Quali utopie da anime belle! Oggi la nostra Realpolitik esalta Imperi e, allo stesso tempo, moltiplica nazionalismi e sovranismi con i quali staterelli vari coprono la loro condizione di vassallaggio. Ai laici di Ventotene rispondevano allora i cristiani-cattolici di Camaldoli: non dimenticate la persona! La persona viene prima dello Stato, e lo Stato lo riconosce attraverso la sua azione vòlta a liberarla da tutti gli ostacoli che ne impediscono il pieno sviluppo e la piena partecipazione alla vita politica. Che salutare disincantamento anche da queste prediche, le quali, direbbero i Vance, frenano la competizione, sprecano risorse a fini assistenzialistici, limitano l’efficienza decisionistica degli esecutivi! E a Ventotene e a Camaldoli invocavano insieme: “pace”. Anzi, lo scrivevano addirittura: ripudiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Illusi; come potevano capire la natura degli Imperi se li detestavano moralisticamente? Un Impero non può ripudiare la guerra, almeno fino a quando la pace non sia la sua pace, quella che viene dalla sua vittoria e dallo schiacciamento del nemico. Pax romana, appunto. E così, a forza di Realpolitik, siamo passati dal ripudio al non ripudio della guerra, al ritenerla infine una situazione normale, il mezzo standard con cui si risolvono i conflitti. Superfluo anche ormai discutere sulle ragioni di una parte o dell’altra - dispute scolastiche, sofistiche. Chi è più forte ha un diritto di natura a intervenire là dove ritenga minacciati i propri interessi. Ma chi è oggi il più forte? Se l’Occidente crede di esserlo e si sbaglia, il suo errore sarà fatale per il pianeta Terra. Le vittime ignote uccise due volte di Domenico Quirico La Stampa, 6 marzo 2026 Iraniani, libanesi e gli altri caduti nei conflitti di cui non conosciamo i nomi. Così le guerre rivelano la loro infamia e continuano senza il peso della pietà. Ho visto, purtroppo, molte persone morire in guerra: civili, soldati, guerriglieri, buoni e cattivi, fanatici e idealisti, innocenti e assassini, donne, bambini. Quando era possibile ho sempre tentato di sapere il nome degli uccisi, per fissarli pietosamente sul mio taccuino. Strana abitudine in un mondo, quello dei conflitti, dove è solo il caso a decidere chi deve morire. Molti sorridevano a questa pratica: “Che te ne fai dei nomi? Che cosa raccontano di loro? Niente! Li metti tutti nell’articolo? Una rigatteria burocratica come al cimitero o all’obitorio. Ai lettori non importa nulla di un somalo o di un siriano”. Spiegazione: lo facevo per me. È l’equivalente del chiudere i loro occhi spalancati, coprirli con un pezzo di stoffa perché non ci chiamino nel mondo delle tenebre. Conoscere il nome delle vittime è un modo umile, elementare se volete, di restituire una soggettività al cadavere, a ognuno di loro. È un dovere ancor più forte se devi replicarne la morte descrivendola. È un modo, forse l’unico che ho, per avere il diritto di farne rivivere il destino, di far esistere una realtà di cui non conosco che l’ombra. Per chi non può far nulla per impedirla, la morte. O ancor meno l’ha provocata. Per chi assiste alla fine violenta di una vita, sillabare un nome è l’unico modo per evitare la trappola orribile e immorale del numero. Per riconoscergli una “buona morte” e ribellarsi a essa come di fronte a un fato crudele e del tutto insensato. Poter riconoscere i morti delle guerre di massa - non i capi, i generali, gli strateghi ma anche i soldati semplici, i ribelli anonimi, i civili uccisi per errore o per “ripulire” - vuol dire impedire che vengano derubati dell’unica cosa che resta loro: la memoria di una identità. Perché possiamo fingere di non conoscerli, negarli. Ma esistono lo stesso. Uccidere è un affare sporco, come macellare gli animali. Si cerca di nasconderlo seppellendo le vittime nelle fosse comuni di frasi vaghe come: “Fino a oggi i morti dei bombardamenti in Iran sono millenovantasette...”, “si contano già cento vittime tra i bambini...”, “nel Libano settantadue morti per i raid israeliani…”. La guerra, anche quelle definite astutamente “giuste” o “necessarie” o “preventive”, mette a nudo il potenziale di malvagità che si annida appena sotto la superficie in ciascuno di noi, anche in chi osserva. Ed è per questo che molti, dopo, trovano così difficile parlarne. Perché alla fine contano. “Vediamo”, per benedirne la punizione o per esaltarne il sacrificio, solo i morti che hanno volto e nome: tra gli iraniani Khamenei, i comandanti dei Pasdaran, insomma le facce note del regime. “Malvagi”, come dice Trump. O “martiri”, come dicono gli ayatollah. E contano i soldati americani, i primi uccisi in questo conflitto - una decina - che il presidente americano deposita tra “gli eroi” indimenticabili nel loro nome e cognome. I morti nostri e i morti loro, che non sono evidentemente eguali, come avviene in tutte le guerre. Sempre quel principio: chi non è dentro è fuori, chi non è con noi è contro di noi e così il mondo perde tutte le sfumature. Contano, per una parte, come degni di ammirazione e di pietà; per l’altra sono morti giustamente, erano colpevoli. Ma tutti, comunque, sono, esistono, in quanto immagini e nomi. Possiamo sfogliarne la vita, meravigliosa o perversa. La loro morte è un sapere pubblico, hanno “saputo morire”. E poi ci sono quelli che non esistono, gli anonimi: le centosessanta bambine iraniane morte in una scuola polverizzata come si dice sempre in questo casi “certo per errore”, i civili delle città dove si braccano “i vertici del regime” da decapitare, la piramide del potere attorno a cui però vivono persone che non sono colpevoli di nulla, forse addirittura oppositori. E poi i libanesi che in gran parte non hanno mai impugnato un mitra per Hezbollah, libanesi che hanno la colpa di vivere in un paese dove c’è il Partito di Dio e per cui da anni la paura e la infelicità sono la cosa più abituale che ci sia al mondo. E poi gli israeliani per cui l’impenetrabile sistema antimissile non ha funzionato. E le vittime in Kuwait, Iraq, Emirati... Laddove sono caduti i missili e i droni della vendetta persiana. Questi esistono come liste di numeri, enumerazioni, esistenze tragiche ma senza rumore, rannicchiate nell’ombra accanto alle pareti, riunite in un uniforme inascoltato lamento. Non abbiamo tempo per loro, suvvia, dobbiamo decifrare chi ha vinto e chi ha perso e quanti danni farà a noi questo sconquasso. Appartengono solo a coloro che li hanno amati direttamente. Chi li ha uccisi - piloti, manovratori di droni e missili - non proverà mai nessun senso di colpa. Quell’anonimato dei numeri li dispensa dal rimorso: è la guerra... Erano lì... E noi, gli spettatori del film, li annulliamo disinvoltamente in una spirale di fumo che sale all’orizzonte dalle città bombardate, come carbone ormai consumato che si frantuma in cenere grigia, informe. In fondo: in Iran o in Libano o in Israele muoiono gli uomini in un modo diverso? La infamità delle guerre, una tra le tante, è nel poter riservare l’egoismo della pietà solo a coloro che ci appartengono. Anche i morti devono essere utili, lavorare fino in fondo per la Causa, morire per Noi. Ma c’è un caso in cui i morti che sono nomi e volti diventano un problema per chi le guerre le dirige: quando sono troppi. Se le vittime tra i soldati americani cresceranno per una guerra che si prolunga, se le sacche nere affolleranno i telegiornali, Trump potrebbe dover rivedere i suoi piani di guerra trionfale. Perché gli americani dopo il Vietnam (e l’Occidente) accettano le guerre, ma se i morti sono soltanto tra gli altri. I bombardieri, i droni, i missili servono a questa guerra asettica, senza rischi. Il regime degli ayatollah può sacrificare i suoi martiri, soprattutto quelli anonimi e involontari, in scenari di distruzione quasi illimitati senza battere un ciglio come nella guerra contro l’Iraq di Saddam. È l’orribile vantaggio strategico di essere i prestanomi di Dio