L’allarme del Garante: nelle carceri italiane, più detenuti e più morti nel 2025 di Federica Angeli La Repubblica, 5 marzo 2026 La metà circa dei decessi è avvenuta per cause naturali, tre sono stati accidentali, mentre per cinquanta reclusi, circa il 20% del totale, le cause non sono ancora state accertate. Nel 2025 le carceri italiane continuano a fare i conti con un aumento della popolazione detenuta e con un numero crescente di decessi. A fotografare la situazione è il nuovo report sui morti in carcere pubblicato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Il documento evidenzia come negli ultimi anni il sistema penitenziario sia stato sottoposto a una pressione sempre maggiore, con più persone recluse e, di conseguenza, più morti registrate all’interno degli istituti. Popolazione carceraria in aumento - Uno dei dati che più preoccupano riguarda proprio il numero dei detenuti, che negli ultimi quattro anni è aumentato in modo significativo. Nel 2021 la presenza media nelle carceri italiane era di 53.758 persone, mentre nel 2025 si è arrivati a 62.841 detenuti. Si tratta di un incremento del 16,9% in quattro anni, una crescita che contribuisce ad aggravare criticità già note come il sovraffollamento e la carenza di spazi adeguati negli istituti penitenziari. Nel 2025 254 decessi - Parallelamente all’aumento dei detenuti cresce anche il numero delle morti in carcere. Nel 2025 i decessi sono stati 254, otto in più rispetto all’anno precedente. Nonostante l’incremento in termini assoluti, la percentuale rispetto alla popolazione detenuta resta sostanzialmente stabile e si attesta intorno allo 0,4%. La metà circa delle morti è avvenuta per cause naturali, che rappresentano quasi il 50% del totale con 125 casi. A queste si aggiungono tre decessi accidentali, mentre per cinquanta morti - circa il 20% del totale - le cause non sono ancora state accertate. Suicidi in lieve calo - Il dato che mostra una lieve flessione riguarda i suicidi. Nel 2025 sono stati 76, mentre nel 2024 erano stati 83. Nonostante la diminuzione, il fenomeno continua a rappresentare una quota molto significativa dei decessi complessivi, pari a quasi un terzo del totale. Lo stesso Garante invita però a non interpretare questo dato come il segnale di un miglioramento delle condizioni detentive. Nel report si sottolinea infatti che il calo dei suicidi non trova una spiegazione immediata in un cambiamento delle condizioni di vita nelle carceri, che non risultano migliorate nemmeno sul fronte degli spazi disponibili. Più prevenzione all’autolesionismo - Anche l’associazione Antigone invita alla prudenza. Secondo la coordinatrice nazionale Susanna Marietti, non si può sostenere che il carcere funzioni meglio solo perché si registrano alcuni suicidi in meno. Piuttosto, osserva, negli ultimi tempi si è sviluppata una maggiore attenzione nel prevenire materialmente i gesti autolesivi da parte dei detenuti. Le regioni dove si muore di più - Il report evidenzia inoltre che il fenomeno dei decessi non è distribuito in modo uniforme sul territorio nazionale. Le criticità si concentrano soprattutto nelle regioni che ospitano i grandi istituti penitenziari delle aree metropolitane. Campania e Lombardia sono le regioni con il numero più alto di morti in carcere, con 40 decessi ciascuna nel corso del 2025. Insieme rappresentano oltre il 31% del totale nazionale, con 80 morti su 254. Subito dopo si colloca il Lazio con 30 decessi complessivi, dodici dei quali registrati nel carcere romano di Rebibbia. Secondo il Garante, interventi mirati proprio in queste tre regioni potrebbero avere un impatto significativo nella riduzione complessiva della mortalità nelle carceri italiane. Carceri, crescono le morti per “cause da accertare” di Eleonora Martini Il Manifesto, 5 marzo 2026 Nel 2025 sono morti, per cause varie, 254 detenuti nelle carceri italiane, in aumento rispetto all’anno precedente (246). È un dato, questo, pubblicato ieri in un report dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), su cui sono tutti d’accordo. Ciò che distingue invece le statistiche ufficiali da quelle elaborate da associazioni indipendenti come Ristretti Orizzonti, è il computo dei suicidi e delle morti catalogate come per “altre cause”. Secondo l’ufficio del Gnpl - di cui si attende la Relazione al Parlamento, “pronta”, stando alle dichiarazioni dello stesso presidente Turrini Vita, ma ancora non inviata alle Camere dove l’ultima depositata rimane quella redatta da Palma nel 2023 - “nel 2025, il Dap ha registrato un totale di 254 decessi, tra cui 76 suicidi (29,92% sul totale); 125 decessi per cause naturali (49,21%); 50 decessi per cause da accertare (19,69%); 3 decessi accidentali (1,18%)”. Nello specifico i morti per “cause da accertare” sono “saliti da 15 del 2024 ai 50 del 2025”. In un contesto in cui “la presenza media di persone detenute è passata da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025, un incremento del 16,9%”. Al contempo, si legge ancora nel documento del Garante, “sono in diminuzione sia i suicidi, passati da 83 nel 2024 ai 76 dello scorso anno, sia i decessi per cause naturali, scesi da 142 a 125”. Ed è qui che divergono le tristi contabilità: nel dossier “Morire di carcere”, infatti, Ristretti orizzonti conta 80 suicidi nel 2025, e di conseguenza risulta ridotto il numero di persone morte per “cause da accertare”. Una locuzione che il Dap tende ad usare sempre più spesso negli ultimi anni, come dimostra lo stesso rendiconto del Gnpl e come stigmatizzato dall’associazione, anche quando il detenuto suicida muore poco tempo dopo, in ambulanza o in ospedale. Secondo la relazione del Garante, invece, la categoria “cause da accertare” è usata solo se c’è “necessità di accertamenti medico-legali approfonditi”, o “per l’eventuale pendenza di indagini giudiziarie”. Per quanto riguarda i suicidi, il Gnpl mette in risalto che tra “le 76 persone che si sono tolte la vita, 46 (60,53% del totale) erano state precedentemente coinvolte in altri eventi critici di auto-danno intenzionale (quali: atti autolesionismo, manifestazioni di protesta - sciopero della fame, aggressioni). In 17 casi erano stati rilevati precedenti tentativi di suicidio (21,05%). 8 erano sottoposte a grande sorveglianza al momento del suicidio”. Infine, checché ne dica il ministro Nordio, “l’indice medio di sovraffollamento rilevato nei 55 istituti in cui si sono verificati i suicidi si attesta al 151,50%”. Un terzo delle morti in carcere sono suicidi. Ma forse i dati non tornano di Ilaria Dioguardi vita.it, 5 marzo 2026 È stato pubblicato il “Report sui decessi in carcere” a cura del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, sui dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Nel 2025 sono state 254 le morti negli istituti di pena, tra queste 76 sono stati suicidi, il 29,92% del totale. Secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti i suicidi sono stati 80. I dati tra le due fonti spesso non combaciano. Francesco Morelli, curatore del dossier di Ristretti Orizzonti, spiega perché. La presenza media di persone detenute è passata da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025, registrando un incremento del 16,9%. Nel 2025 sono stati 254 i decessi in carcere, tra questi 76 sono stati suicidi, il 29,92% del totale. Sono alcuni dei numeri del Report sui decessi in carcere, curato da Giovanni Suriano e pubblicato dal Garante nazionale delle persone private della libertà personale. Il lavoro fornisce uno studio e un’analisi dei dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - Dap. Ma secondo Morire di carcere i suicidi, lo scorso anno, sono stati 80. Anche nel 2024, i suicidi furono 83 per il Dap e 91 secondo il dossier di Ristretti Orizzonti. Come mai queste discrepanze nei dati? Intorno a questo abbiamo dialogato con Francesco Morelli, curatore del dossier Morire di carcere. In calo i suicidi, in aumento le morti “per cause da accertare” - Nel 2025, delle 254 morti in carcere tra i detenuti, 125 sono stati decessi per cause naturali (49,21%), 50 per cause da accertare (19,69%), tre morti accidentali (1,18%). Se risulta un aumento rispetto al 2024, quando i decessi complessivi furono 246, è invariata la percentuale sulla popolazione carceraria (0,4%). Sono in diminuzione i suicidi, passati da 83 nel 2024 ai 76 dello scorso anno, e i decessi per cause naturali, scesi da 142 a 125. Risultano, invece, in aumento le morti “per cause da accertare”, salite da 15 del 2024 a 50 dello scorso anno. Età media delle persone che si sono suicidate: 41 anni - Rispetto alle fasce di età delle persone che hanno deciso di togliersi la vita, l’analisi del Garante mostra una concentrazione significativa nella fascia 50-59 anni, che presenta il numero più elevato di eventi con 19 casi (25% del totale). Seguono le fasce 25-29 anni con 13 casi (17,10%) e 30-34 anni con 12 casi (15,8%): queste tre fasce d’età, prese insieme, rappresentano il 57,9% di tutti gli eventi registrati. L’età media delle persone che si sono suicidate è di circa 41 anni. Venti persone (26,32%) risultavano senza fissa dimora al momento dell’ingresso in istituto, di queste una era di nazionalità italiana, mentre le altre 19 erano straniere. In 70 casi è stato utilizzato l’”impiccamento” per togliersi la vita. Quasi la metà dei casi aveva una condanna definitiva - Circa la metà dei casi esaminati nel report del Garante, il 48,68%, risultava avere una condanna definitiva. È particolarmente alto anche l’indice di persone “in attesa di primo giudizio”, corrispondono al 35,53% del totale. Fra le 76 persone che si sono tolte la vita, 46 erano state precedentemente coinvolte in altri eventi critici di auto-danno intenzionale, come atti di autolesionismo, manifestazioni di protesta quali sciopero della fame e aggressioni. In 17 casi erano stati rilevati precedenti tentativi di suicidio (21,05%). “È banale sottolineare che quest’ultima tipologia di evento è forte indicatore del disagio personale e va conseguenzialmente attenzionata”, precisa il report. Un quarto dei suicidi in Lombardia - La Lombardia si distingue in modo importante con 16 casi di persone detenute che si sono tolte la vita, pari a quasi un quarto del totale nazionale. Seguono Lazio e Sicilia con sette casi, la Campania con sei e il Veneto con cinque. L’indice medio di sovraffollamento rilevato nei 55 istituti di pena in cui sono avvenuti gli eventi suicidari nel 2025 si attesta al 151,50%. Discrepanza sui dati: ecco perché - Secondo il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti, che dal 1992 tiene un monitoraggio delle morti tra i detenuti negli istituti di pena, i suicidi in carcere lo scorso anno sono stati 80, secondo i dati del Dap sono stati 76. “Ci sono quattro casi che, nel nostro dossier 2025, abbiamo considerato suicidi, ma non sono stati classificati così dal Dap”, spiega Francesco Morelli, che da 25 anni cura il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti. “Tre riguardano delle persone che si sono suicidate con asfissia da gas: un tunisino nel carcere di Paola l’8 gennaio, un marocchino nell’istituto di Prato il 14 febbraio e un libico nel carcere di Aosta il 2 di agosto. Il quarto è il caso di un ragazzo di 17 anni che si è ucciso nell’istituto per minori di Treviso, che fa capo al Dipartimento di giustizia minorile e di comunità e non al Dap, quindi non è stato conteggiato”. Poi ci sono altre due persone che si sono uccise nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza-Rems, che fanno capo al ministero della Salute e, quindi, non sono conteggiate dal ministero della Giustizia. Asfissia da gas: suicidio o no? - Morelli continua a spiegarci i motivi della discrepanza dei numeri. “L’analisi sui suicidi e i decessi in carcere realizzata dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, tramite dati estrapolati dagli applicativi del Dap, non include alcuni decessi avvenuti per asfissia da gas, che a volte non vengono considerati suicidi ma “cause accidentali”. La differenza la fa se una persona si infila un sacchetto in testa, in questo caso è considerato suicidio, in altri no”. Sciopero della fame: suicidio o no? - E quando si tratta di una morte conseguente allo sciopero della fame? “C’è un dibattito in corso sul metodo, il Dap non la ritiene suicidio ma è difficile considerarla sia morte accidentale sia morte naturale. Quando alcuni decessi avvengono in ospedale dopo che la persona commette il gesto suicidario in carcere, spesso ci sono inchieste giudiziarie in corso e, quindi, sono considerati “cause da accertare”, dice Morelli. “E quando c’è un’inchiesta in corso, la situazione si complica”. Dubbi sulla classificazione dei decessi nelle carceri - Francesco Morelli solleva dubbi sulla classificazione dei decessi nelle carceri italiane, mettendo in evidenza le incongruenze dei dati ufficiali che riceve il Rapporto statistico penale del Consiglio d’Europa sulla popolazione carceraria (Space I), che dal 1983 fornisce una mappatura della realtà degli istituti penitenziari negli Stati membri. “A distanza di anni, che possono anche essere 10, arriva la sentenza che definisce com’è morta una persona nell’istituto, il Dap aggiorna le proprie statistiche, ma i dati ormai sono già stati comunicati al Consiglio d’Europa che vengono ripresi e inseriti nelle statistiche dei ricercatori internazionali. Il Rapporto Space I non comprende la categoria delle morti “per cause da accertare”, ma solo quelle “per cause naturali”, per suicidio e per omicidio. Da quel che so”, continua Morelli, “quella delle morti “per cause da accertare” è una categoria che abbiamo solo in Italia, probabilmente dovuta anche ai tempi della giustizia italiana”. Morti “per cause da accertare” - I 50 decessi dello scorso anno “per cause da accertare” è la categoria che presenta i valori più alti dello storico, nel 2024 erano stati 15. “Sono tanti, e dobbiamo chiederci: quanti di quei 50 casi saranno accertati come suicidi? Anche se fosse solo un terzo, sono altri 17 eventi in più da aggiungere alla lista. Questa esplosione di “cause da accertare” potrebbe voler dire che i magistrati sono diventati attentissimi e, quando c’è un minimo dubbio, parte l’indagine. Ma teniamo sempre l’alta l’attenzione, vediamo come procede la classificazione di questi 50 eventi”. E se il suicida muore fuori dal carcere? - Se la persona detenuta, dopo aver cercato di togliersi la vita, muore dopo essere uscita dal perimetro dell’istituto penitenziario “non è più suicidio ma è tentato suicidio. Siamo riusciti a far considerare suicidi le morti che avvengono in tempi compatibili con il tentativo di togliersi la vita (ad esempio, dopo 24 ore) mentre non vengono considerati tali le morti dopo settimane o mesi in ospedale, anche se a seguito del tentativo di suicidio”. Donne: suicidi triplicati - “Nel 2025 il numero delle donne detenute che si sono suicidate risulta triplicato rispetto alla media degli anni precedenti, sono state sei. L’anno precedente erano stati due i casi di donne detenute che si sono tolte la vita”, spiega Francesco Morelli, analizzando i dati del suo dossier. “Nel decennio 2015-2024 le donne morte per suicidio negli istituti di pena sono state in totale 22”. Intanto, nel 2026 sono già 10 suicidi, che si sommano alle 28 morti per “Altre cause” (dati Morire di carcere). L’ultimo è avvenuto nella casa circondariale “Pasquale di Lorenzo” di Agrigento: un detenuto cinquantenne si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella con i lacci delle scarpe. Sempre alla ricerca di maggiore trasparenza - Il lavoro di Ristretti Orizzonti per il dossier Morire di carcere “viene fatto basandosi sulle segnalazioni che arrivano dagli operatori, dai parenti dei detenuti, poi cerchiamo ovviamente riscontri. Ci basiamo sulle notizie delle cronache, con tantissime testate locali e nazionali che consultiamo ogni giorno, è difficile che ci sfugga qualcosa”, sottolinea Morelli. “Il nostro lavoro è servito a favorire alcune modifiche nei monitoraggi, a piccoli passi. Siamo riusciti con il concorso di tutti, anche grazie ad interrogazioni parlamentari e al lavoro di una parte del giornalismo, a fare in modo che ci sia una maggiore trasparenza. Fino a 20 anni fa le notizie erano pochissime, non c’erano i Rapporti del Garante, usciva solo una tabella a fine anno del ministero della Giustizia senza età, sesso, nazionalità, come invece accade oggi. Ad esempio, il Dap ora aggiorna le statistiche degli anni precedenti, fino a 4-5 anni precedenti, prima non lo faceva”. Carceri minorili, l’intesa Ministero-Unicef per i diritti e il reinserimento, ma succederà? di Carlo Ciavoni La Repubblica, 5 marzo 2026 Firmato un Protocollo dal linguaggio “solenne” per “rafforzare la tutela dei diritti e l’inclusione dei ragazzini coinvolti in procedimenti di giustizia. Chissà se le firme alla fine di un Protocollo che contiene intenzioni di cambiamento nel sistema giudiziario e detentivo dei minorenni potranno davvero migliorare, non solo le condizioni di vita negli istituti di pena, ma anche creare vere occasioni di reinserimento? Purtroppo, esperienze simili del passato hanno regalato solo delusioni. Tuttavia - come si dice - la speranza deve per forza essere l’ultima a morire. Le firme in calce del Protocollo. Ecco allora che proprio oggi, a Roma, il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia assieme all’Unicef hanno firmato un Protocollo d’Intesa della durata di 2 anni con l’obiettivo di “rafforzare la promozione e la tutela dei diritti, nonché il benessere e l’inclusione delle persone di minore età coinvolte nei procedimenti di giustizia minorile”. Le firme in calce sono quelle di Antonio Sangermano, Capo Dipartimento del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della giustizia; Nicola Graziano, presidente Unicef Italia; Nicola dell’Arciprete, coordinatore dell’ufficio Unicef Ecaro, dell’ufficio regionale per l’Europa e l’Asia Centrale, incaricato della risposta ai minorenni migranti e rifugiati in Italia. Un linguaggio aulico, accademico, solenne. Il documento spiega quali sono i punti salienti del Protocollo. “È fondamentale promuovere una cultura multidisciplinare - si legge - orientata alla presa in carico integrale dei minorenni del circuito penale. Una cultura che riconosca quale suo epicentro il preminente interesse del minore e la vulnerabilità quale componente intrinseca e consustanziale alla fase di strutturazione psico?fisica tipica della giovinezza e dell’adolescenza”. Dunque, un uso “alto” della lingua italiana, un “suono” aulico, accademico, solenne che a prima vista annuncia scarsa concretezza. La voce del Ministero di Giustizia. Ma andiamo avanti: “Diventa centrale -, ha detto Antonio Sangermano - garantire un equilibrio equo e simmetrico tra il pieno riconoscimento dei diritti e l’adempimento dei doveri, affinché il percorso rieducativo possa realmente favorire il reinserimento sociale. Il Protocollo si inserisce precisamente in questa visione: esso mira a rendere il minore protagonista attivo di un processo di responsabilizzazione e di reinserimento sociale”. E ancora: “Questo Protocollo - ha sottolineato Nicola Graziano, presidente dell’Unicef Italia - va nella giusta direzione di rendere concreta l’applicazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e del suo principio cardine: il diritto del minorenne a che il proprio superiore interesse sia tenuto in primaria considerazione, senza alcuna discriminazione. Per molti ragazzi questa presa in carico in ambito penitenziario rappresenta non la ‘seconda’, ma la ‘prima’ opportunità, per questo vanno potenziate le misure per la reintegrazione sociale”. L’ambito in cui le istituzioni devono dimostrare la loro capacità di protezione. La Giustizia minorile è uno snodo decisivo per la tutela dei diritti: e su questo non sembra esistano dubbi, un ambito in cui le istituzioni hanno l’opportunità di dimostrare la loro massima capacità di protezione. Questo Protocollo - si è alla fine sottolineato - si fonda su un’idea semplice e cioè: ogni ragazza e ogni ragazzo, anche nei percorsi più complessi, va supportato e protetto. Si deve investire su competenze, ascolto qualificato e risposte integrate per trasformare la vulnerabilità in occasioni di crescita, costruendo percorsi di inclusione. E speriamo che sia vero. Referendum giustizia, il sondaggio: il No è avanti e l’affluenza prevista è del 42% di Nando Pagnoncelli Corriere della Sera, 5 marzo 2026 Il Sì può vincere se vota il 49%. Gli anti riforma salgono al 52,4%. Favorevoli al 22% nel M5S e al 7 nel Pd. La data del referendum si avvicina e il dibattito assume sempre più toni forti e spesso sopra le righe, da una parte e dall’altra. Gli oggetti della riforma sembrano d’altronde tutto sommato interessare poco, e le forze politiche certo non stanno assecondando lo sforzo di chiarire i contenuti effettivi del referendum. Che appassioni poco è evidenziato dal fatto che l’informazione sui contenuti cresce di soli quattro punti rispetto all’ultima rilevazione nonostante il dibattito fino a pochi giorni fa fosse dominato proprio da questo tema e addirittura tende a decrescere, di due punti percentuali, la quota di chi attribuisce almeno una certa importanza a questa consultazione. Poco più del 50% si considera almeno abbastanza informato dei temi della riforma (ma la quota dei “molto informati” rimane stabile al 10%) e il 58% ritiene che la riforma proposta sia almeno abbastanza importante (in calo di 2 punti rispetto a tre settimane fa). D’altronde, l’attenzione dei cittadini negli ultimi giorni si concentra sull’attacco all’Iran, facendo diminuire l’interesse per gli altri temi dell’agenda politica. E infatti poco più del 40% dichiara di seguire la campagna elettorale con una certa attenzione (solo il 9% la segue con molto interesse). Se, come ha dichiarato Donald Trump, il conflitto con l’Iran durasse almeno per altre quattro o cinque settimane, è probabile che sarà faticoso far crescere interesse e attenzione per la consultazione referendaria. Anche la propensione a recarsi alle urne vede qualche flessione: se infatti nella rilevazione del 12 febbraio, poco meno di un mese fa, il 36% era sicuro di partecipare e il 16% lo riteneva probabile, oggi i sicuri salgono di un punto, al 37%, mentre scendono di quattro punti coloro che ci stanno pensando, oggi al 12%. Tutti indizi, insomma, di uno scarso entusiasmo per il prossimo appuntamento. Attualmente la previsione ragionevole di partecipazione (mantenendo tutte le avvertenze a proposito della difficoltà di stimare correttamente questo dato, influenzato da numerose e complesse variabili), si colloca al 42%, dato stimato in base non solo alla dichiarazione di disponibilità a partecipare, ma anche in funzione dell’importanza attribuita alla riforma e dell’interesse espresso per la campagna elettorale. Proprio tenendo conto di tutti questi indicatori, la partecipazione massima, ad oggi, potrebbe arrivare intorno al 49%. Stando alle stime di partecipazione odierne si conferma la maggiore mobilitazione dell’opposizione, in particolare nell’elettorato del Pd (63%) seguito dai pentastellati (57%) e dagli elettori delle altre liste del centrosinistra (51%). Nella maggioranza, fatta eccezione FdI (59%), si registra una minore disposizione ad andare al voto: tra gli elettori di FI e Noi Moderati, infatti, l’affluenza stimata si attesta al 45%, tra i leghisti al 44%. E come, era lecito attendersi, tra coloro che nel caso di elezioni legislative manifestano l’intenzione di astenersi (rappresentano il 42% degli elettori secondo il dato pubblicato sabato scorso su queste pagine) solo il 23% voterebbe per il referendum costituzionale. I risultati vedono una tendenza alla crescita del No. Nello scenario con una partecipazione al 42%, i Sì arriverebbero al 47,6% (perdendo 1,8% rispetto al sondaggio del 12 febbraio) e i No al 52,4%, con analogo incremento rispetto al sondaggio precedente. Nel caso di una partecipazione più elevata, al 49%, ci si troverebbe sul filo della parità: i Sì al 50,2%, i No al 49,8%. Bisogna tener conto, comunque, che nel primo scenario troviamo poco più del 7% di incerti che salgono a poco più del 9% nello scenario con partecipazione elevata, dati che possono determinare un cambiamento dei risultati, vista la vicinanza delle stime. È interessante sottolineare alcuni cambiamenti negli orientamenti di voto in relazione all’appartenenza politica: se per gli elettori delle forze di governo il Sì è quasi granitico, stando dal 94% in su, tra gli elettori dell’opposizione c’è un’adesione meno forte, poiché nel Pd gli elettori orientati per il Sì stanno tra il 7 e il 9% a seconda della partecipazione stimata, negli elettori pentastellati il dato sale al 22-25% e al 22-28% tra gli elettori di altre liste di opposizione. Ma si registra un calo significativo dell’orientamento al Sì tra gli elettori del Pd, che a febbraio stavano tra il 10 e il 14% e anche tra gli elettori delle altre liste di centrosinistra che a febbraio si orientavano al Sì tra il 27 e il 33 per cento. È certo ancora presto per dare definitivamente la palma della vittoria al No: conta la partecipazione effettiva, la presenza di incerti che decideranno più avanti, il proseguire della campagna elettorale. Tuttavia, sembra acquisita una tendenza al crescere della contrarietà, cui ha contribuito la maggiore mobilitazione dell’opposizione e probabilmente anche alcuni eccessi comunicativi da parte di esponenti istituzionali del centrodestra che verosimilmente hanno almeno in parte favorito il passaggio al no di una parte degli elettori di opposizione prima orientati al sì. L’attacco all’Iran non favorirà certo il crescere della mobilitazione, che sembra non sufficiente nell’elettorato di centrodestra. Rimane quindi il dilemma per le forze di maggioranza: se e quanto spendere i propri esponenti di punta nelle ultime settimane prima del voto. Questione forse indispensabile: non facendolo infatti si rende più probabile la vittoria del no e si rischia di essere tacciati di pavidità accentuando gli effetti negativi di una eventuale sconfitta, mentre una battaglia aperta potrebbe dare qualche risultato in più, pur forse con qualche maggiore ricaduta negativa sul governo, se sconfitto. Dilemma complicato. Via libera del Senato al ddl contro l’antisemitismo: cosa prevede di Gianluca Carini Avvenire, 5 marzo 2026 A favore centrodestra, Iv, Azione. Il Pd si astiene ma si divide: sei riformisti votano sì. Ora il testo passa alla Camera per il nulla osta definitivo Via libera del Senato al ddl per il contrasto all’antisemitismo. Il testo viene approvato con 105 sì, 24 no e 21 astenuti e passa alla Camera per il nulla osta definitivo. Fallisce però il tentativo di arrivare a una convergenza ampia sul testo base del leghista Massimiliano Romeo: a votare per il ddl sono il centrodestra, Azione, Italia Viva e solo parte del Pd, oltre a 5 senatori delle Autonomie (tra cui la senatrice a vita Cattaneo). La frattura è soprattutto tra i dem: il gruppo ha scelto di astenersi, ma sei senatori - Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa, oltre a Graziano Delrio che all’inizio aveva presentato una sua proposta a titolo personale - hanno votato a favore. Tra i dem segnalate anche parecchie assenze (alcune per missione). Contrari invece M5s e Avs. In commissione Affari costituzionali il testo era già stato limato, togliendo il divieto di manifestazioni a rischio antisemitismo e le sanzioni penali. La divisione è rimasta però sulla definizione stessa di antisemitismo: l’articolo 1 adotta quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) che, secondo chi vi si oppone, limiterebbe la possibilità di critica politica allo Stato di Israele. A essere contestata non è tanto la nozione in sé - che definisce l’antisemitismo “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei” - quanto gli esempi applicativi che puniscono ad esempio i “due pesi e due misure nei confronti di Israele, richiedendo un comportamento” non domandato “a nessun altro stato democratico”. Per il capogruppo dem Francesco Boccia, “non si spiegherebbe altrimenti perché nel 2021 oltre 200 studiosi, molti dei quali ebrei e tra i maggiori esperti di antisemitismo, abbiano ritenuto necessario elaborare la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme” (che contiene un’altra definizione, ndr). Non per negare l’antisemitismo. Non per relativizzarlo. Ma per chiarire meglio il confine tra antisemitismo e critica politica”. Non riconoscendo come sua la proposta Delrio, il Pd aveva presentato con il senatore Andrea Giorgis un suo testo volto a “contrastare gli atti e le espressioni di antisemitismo e gli altri atti ed espressioni di odio e di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa”. Una nozione giudicata però troppo vaga dai sostenitori del testo originario e dalla comunità ebraica. Altro tema sono stati i fondi stanziati: secondo Giorgis il testo passato in Senato “delinea una strategia di interventi che, purtroppo, non sono sostenuti da alcuna risorsa e che rischiano perciò di rimanere sulla carta”. Per il forzista Maurizio Gasparri, al contrario, “la legge non comporta spese significative, poiché le strutture di contrasto all’antisemitismo sono già operative, ma questi passaggi avrebbero potuto rallentare l’iter”. Il centrodestra respinge poi l’accusa di non aver cercato una mediazione. “Dall’inizio, abbiamo fatto tutto il possibile per venire incontro alle richieste di tutte le forze politiche”, dichiarano i tre senatori leghisti Daisy Pirovano (relatrice del provvedimento), Stefania Pucciarelli e Paolo Tosato. Mentre per la senatrice Ester Mieli (FdI), la proposta fa “cadere le maschere” soprattutto “a chi non ha preso le distanze da quelle piazze che incitavano all’odio e alla distruzione di un popolo, a chi invitava gli ebrei italiani a prendere le distanze da Israele e chi non ha condannato la violenza”. Per Mariastella Gelmini (Noi moderati) “chi scappa da questo voto cede il passo all’indifferenza”. Durissimo anche il leader di Azione, Carlo Calenda: “Trovo assurdo e ingiusto il mancato voto della sinistra a favore del ddl sull’antisemitismo che è identico a quello presentato dal senatore Delrio”. Lo stesso Delrio rivendica come il sì di sei senatori dem non sia “in contestazione o dissociazione con il nostro partito, ma perché crediamo che questo provvedimento rompa un silenzio della cultura democratica”. Parole nette anche dalla comunità ebraica: per il presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, il no al testo poi approvato “rimarrà scolpito nella storia della sinistra come una macchia indelebile”. Sulla stessa linea Victor Fadlun, presidente della Comunità di Roma. Durante il voto peraltro si è consumato un altro scontro: il casus belli è l’emendamento del dem Francesco Verducci - poi trasformato in ordine del giorno e infine bocciato - per contrastare l’utilizzo dei simboli fascisti e nazisti. A quel punto, il leghista Romeo ha chiesto di includere anche un riferimento al comunismo. Proposta che, come prevedibile, ha scatenato una sfilza di scambi al vetriolo tra centrodestra e centrosinistra. Il dibattito, in ogni caso, è destinato a proseguire alla Camera. Passa la legge contro l’antisemitismo, destra contro Pd (che si astiene) di Daniela Preziosi Il Domani, 5 marzo 2026 Sei dem votano sì, M5s e Avs no. Al Senato polemiche dell’opposizione sulle dure parole di Esther Mieli: “La legge fa cadere le maschere a chi non ha coraggio di fare le cose giuste. Siete indifferenti”. Boccia (Pd): “Abbiamo fatto tre proposte, se una sola fosse stata accolta avreste avuto l’unanimità del parlamento”. Sei dem votano a favore: Delrio, Sensi, Zampa, Verini, Bazoli e Casini. Simona Malpezzi, in missione, si unisce a loro. “Alcuni senatori del Pd votano si, non in dissenso o in dissociazione dal nostro partito, ma perché crediamo che questo provvedimento rompa un silenzio della cultura democratica del nostro Paese che non ha discusso abbastanza di questo problema”. Così il cattolico dem Graziano Delrio annuncia in aula il suo via libera al disegno di legge contro l’antisemitismo voluto dalla maggioranza. Dopo mesi di discussioni difficili con i suoi, maturando una decisione che, secondo alcuni compagni di partito, segna il massimo delle distanze con il “suo” Pd. Ma la legge licenziata al Senato non è una questione interna al Pd, che pure sono stati attraversati da una difficilissima discussione. Il testo stabilisce una definizione di antisemitismo contestata, prima che da una parte delle opposizioni, da una parte degli stessi intellettuali ebrei. E che, hanno spiegato Pd, M5s e Avs (gli ultimi due partiti hanno votato contro) non chiarisce espressamente che criticare le azioni del governo di Israele non costituisce atto di antisemitismo, come chiedevano diversi emendamenti. Ora passa al sì definitivo della Camera. Alla vigilia, Liliana Segre, superstite di Auschwitz, senatrice a vita per scelta di Sergio Mattarella e presidente della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, aveva fatto un appello a tutto il parlamento: “Il mio auspicio è che si possa realizzare una convergenza trasversale, la più ampia possibile, “Una convergenza che, al di là degli schieramenti e delle collocazioni parlamentari, abbia il respiro di vedere nell’antisemitismo un nemico di tutti”. Non è andata così. Il Pd ha contestato alla maggioranza di “non aver voluto trovare un punto di incontro”, spiega il presidente dei senatori dem Francesco Boccia. Tutta la discussione, in commissione e poi in aula, è ruotata intorno alla definizione di antisemitismo. Quella adottata è quella dell’International Holocaust Rembrance Alliance (Ihra, adottata anche dal governo Conte II) considerata oggi dalle opposizioni e da molti intellettuali (anche ebrei) troppo estensiva: secondo questa lettura, rischia di considerare antisemitismo anche le sacrosante critiche al governo Netanyahu. Vexata quaestio che però, dopo il 7 ottobre, non può essere affrontata in maniera formale. E comunque rigettata in aula dalla relatrice del provvedimento, la leghista Daisy Pirovano. Le ambiguità della definizione - “Noi non abbiamo mai negato che la definizione dell’Ihra rappresenti un punto di riferimento nella comprensione delle forme contemporanee di antisemitismo”, ha detto Boccia annunciando l’astensione del Pd, “Abbiamo sempre e solo messo in evidenza le ambiguità e le non poche equivocità”, “È un dato oggettivo che quella definizione è oggi oggetto di un dibattito aperto nella comunità scientifica e anche nel mondo ebraico internazionale. Non si spiegherebbe altrimenti perché nel 2021 oltre duecento studiosi, molti dei quali ebrei e tra i maggiori esperti di antisemitismo, abbiano ritenuto necessario elaborare la cosiddetta Dichiarazione di Gerusalemme. Non per negare l’antisemitismo, non per relativizzarlo. Ma per chiarire meglio il confine con la critica politica”. Alla fine l’aula approva con 105 si, 25 no e 21 astenuti In aula si alza la temperatura alle parole della senatrice di FdI, Esther Mieli: “La proposta di legge che approveremo oggi farà cadere le maschere a chi non ha coraggio di fare le cose giuste, a chi non ha preso le distanze da quelle piazze che incitavano all’odio e alla distruzione di un popolo, a chi invitava gli ebrei italiani a prendere le distanze da Israele e chi non ha condannato la violenza. Chi non voterà questa legge o chi voterà contro, oggi decide di essere indifferente”, “La verità è che questa opposizione pensa di poter dire tutto e il contrario di tutto, mentre il Parlamento oggi decide di aggiungere il tassello della verità alla loro ipocrisia”. Mieli è la senatrice che ha scoperto, da un’inchiesta di Fanpage, che alcuni esponenti della giovanile del suo partito la sbeffeggiava nelle chat, perché di origine ebrea. Il Pd si divide - Il Pd si divide. Era iniziata male, all’interno del gruppo, con Graziano Delrio che deposita, da primo firmatario, un testo non condiviso da tutto il gruppo, e infatti subito tacciato dal capogruppo come “un’iniziativa personale”. Ore di riunioni non hanno alla fine ricomposto la frattura. Hanno votato sì al testo della maggioranza, insieme a Iv e Azione, Graziano Delrio, Filippo Sensi, Sandra Zampa, Walter Verini, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini. Simona Malpezzi, in missione all’estero, rende noto che avrebbe votato sì a “È una buona legge, e lo è anche grazie al contributo determinante di Delrio, che ha lavorato perché il testo condiviso non introducesse nuovi elementi penali ma rafforzasse ciò che è davvero centrale: la prevenzione”. Inutile l’appello di Boccia: “Abbiamo fatto tre proposte semplici, se una sola fosse stata accolta avreste avuto l’unanimità del Parlamento”. Finisce con un’astensione, così motivata anche dal dem Andrea Giorgis: “Per vicinanza sincera ai cittadini ebrei che hanno subito violenze o che vivono nell’inquietudine e nel timore di subire violenze, e che hanno il diritto di ricevere dalle istituzioni la massima attenzione e protezione, non voteremo contro questo ddl che pure non condividiamo. L’astensione vuole essere un segno di vicinanza e, al tempo stesso, la promessa che il nostro impegno, per contrastare ogni manifestazione di odio e discriminazione nei confronti degli ebrei e di ciascuna minoranza o persona, non terminerà con il voto di oggi”. Ma la polemica è durissima: “Con il voto di astensione oggi in Senato il Pd, salvo il senatore Delrio e gli altri che hanno votato a favore, e il M5s hanno finito col legittimare chi in tante manifestazioni inneggia alla “Palestina libera dal fiume fino al mare”, è l’accusa del senatore Lucio Malan di FdI. “Dal palco alla cella: così la rabbia consumò l’arte del mio Lelio” di Francesca Spasiano Il Dubbio, 5 marzo 2026 Quasi mille persone l’anno, in media, finiscono in carcere da innocenti. Per l’esattezza, dal 1991 al 31 ottobre 2025 le vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari sono state 32.484 (dati errorigiudiziari.com). E prima di quella data non abbiamo statistiche. Che poi sono numeri, dietro le quali ci sono le storie. Prendiamone una: Lelio Luttazzi - musicista, direttore d’orchestra, attore, scrittore, volto noto della tv - sbattuto in galera per 27 giorni a causa di un clamoroso abbaglio. Una telefonata “stronzissima” (il copyright è suo) che gli ha cambiato la vita, in una giornata del maggio 1970 che è rimasta impressa anche nella mente di chi non l’ha vissuta, come sua moglie Rossana Luttazzi. “Gli agenti - racconta - sono arrivati a casa sua di prima mattina e hanno guardato dappertutto, persino nella cassetta dello scarico dell’acqua, in bagno. Senza trovare nulla. Non gli hanno messo le manette, bontà loro, ma l’hanno portato prima in via in Selci, in caserma, e poi a Rebibbia. Da lì è stato trasferito a Regina Coeli, buttato in una cella di isolamento con il buiolo. E per almeno dieci giorni non ha potuto incontrare il suo avvocato, né sapere perché fosse lì”. Rossana avrebbe incontrato Lelio solo cinque anni più tardi, nel 1975, ma non fatica a immaginarsi l’angoscia. E a ricordare insieme a noi, sbottando qua e là: “Una cosa del genere ti può anche far perdere la testa, non trovi?”. Lelio non la perse, rimase lucido e brillante. Ma la rabbia, quella sì, non gli passò mai. “Ogni tanto tornavano le nuvole nere, i ricordi. E poi gli incubi, la notte, per tutta la vita”. Se riuscì a superare quei 27 giorni fu anche grazie a un gesto gentile, di quelli che spiccano nella disperazione, da parte di un agente penitenziario che acconsentì di portargli qualche foglio e una penna. Lelio li usò per scrivere un diario che sarebbe diventato il suo romanzo, Operazione Montecristo. Un giorno dietro l’altro, fino a quando le porte della cella finalmente si riaprirono: abbiamo scherzato, vada pure, c’è stato un equivoco. Ma come era potuto accadere? “Lelio andò in galera per un’intercettazione telefonica. Una mattina lo chiamò Walter Chiari, che si trovava all’hotel Baglioni di Bologna. Rispose la governante, Maria, che prese il messaggio. Scrisse con l’inchiostro verde su un foglio: “Dica al maestro, quando si sveglia, di chiamare questo numero e a chi risponde gli dica che ho bisogno di parlargli. Io non riesco a chiamarlo, se per favore può farlo lui da Roma”. Lelio Luttazzi chiamò, e fu la sua rovina. I magistrati si convinsero che aveva partecipato al traffico di stupefacenti in concorso con Chiari. E vagliela a togliere quell’idea dalla testa: non solo all’accusa formale, ma pure a quella dell’opinione pubblica. Che come sempre, in Italia, già emette un verdetto. Anche quando l’errore, mai come allora, sembrava ovvio. Perciò Lelio Luttazzi rimase arrabbiato. “Sempre elegante, ma incazzato nero”. Pure quando spiegò le sue ragioni ad Enzo Biagi, il quale sottolineava che l’equivoco era ormai stato chiarito. Chi poteva ancora dubitare? “Tutti sanno cosa è successo”, fa il giornalista. “No - replica l’intervistato -, anche di un fratello si può dubitare”. E questa restava la ferita più grande per l’innocente infangato, vittima - diceva lui - di un “tragicomico sketch”. Fu così che per Lelio Luttazzi il palco della Rai e dello spettacolo tutto si trasformò in un sogno lontano. Gli amici, quelli no, non lo abbandonarono. Registi come Francesco Rosi e Lina Wertmüller lottarono al suo fianco. Ma pure loro si rendevano conto che qualcosa, dentro di lui, era cambiato. C’era la vita prima e dopo “l’anno zero”, come lo chiamava lui. O del “sequestro di Stato”, come invece lo chiamava il magistrato Santino Mirabella. Si ritornava sempre ai quei 27 giorni in carcere, di cui nessuno avrebbe potuto scrivere meglio di Lelio Luttazzi, che infatti scriveva così: “Puttana Eva, non riesco ad addormentarmi. Stavo pensando: a parte la mostruosità italiota di una legge che permette a un inquisitore di compiere tutte le sue strampalate indagini, mentre un ipotetico innocente sta in galera; a parte la borbonicità di questo carcere, di questa cella, di queste mura, sono certo che il P.M., se avesse voluto, avrebbe potuto ordinare alle Autorità Carcerarie di offrirmi una sistemazione meno punitiva di questa, sempre rispettando le regole dell’isolamento. Ma non l’ha fatto. E nessuno mi toglie dalla testa che, in certi casi, un Accusatore rimane condizionato da una deviazione professionale che lo trasforma, con l’andar del tempo, in un persecutore. E, se è vero che io sto superando questa prova con la britannica disinvoltura di un personaggio di Wodehouse, se è vero che tutto ciò fa parte di un ben più vasto Disegno Cosmico, è anche vero che ogni minuto in più vissuto da me in cattività rappresenta un vero e proprio delitto che la Repubblica Italiana, per mano di Servi che andrebbero gettati alle murene, sta - e non mi sazierò mai di proclamarlo - perpetrando nei miei confronti. Mi rendo conto di annoiarvi con queste mie sterili recriminazioni, ma vi prego di mettervi un po’ nei miei panni. Solo se farete così, solo se vi immedesimerete in questo povero diavolo che non è né migliore, né peggiore di voi; solo se vi convincerete che io scrivo non solo per sfogarmi, ma anche per denunciare un Sistema nel quale mi adagiavo, beato e fiducioso, come forse fate voi; insomma, solo se mi concederete un po’ della vostra pazienza e del vostro affetto, questa mia modesta fatica non sarà vana”. La modesta fatica era il suo libro, da cui Alberto Sordi trasse ispirazione per il suo Detenuto in attesa di giudizio del 1971. Poi ci fu il film, L’illazione, che Luttazzi avrebbe voluto tenere dentro il cassetto. Fu Rossana ad insistere, dopo aver scovato una vecchia “pizza” che sottopose anche a Veltroni, prima di organizzarne il debutto alla Festa del cinema di Roma. “Lelio era umile come lo sono i grandi, di un’umiltà che nel suo caso diventata addirittura autodistruzione”. Era un perfezionista, un artista pieno di sfumature e talenti. “Aveva due grandi amori: il cinema e la letteratura”. Ma più di tutto era un musicista. Orfano di padre, con una madre irredentista, era nato e cresciuto a Trieste, nel crocevia di quella cultura che era stata la stessa di Italo Svevo. Amava George Gershwin e Cole Porter, “ascoltò Armstrong già a 13 anni”. Liberale di sinistra, “ma di una sinistra non becera”, nel 1986 si era iscritto al Partito radicale di Pannella insieme a Dario Argento, Ugo Tognazzi e gli altri. “Pessimo spettatore del protagonismo altrui”, alla vita mondava preferiva le serate in casa, con gli amici, a fare le jam session. “Era un uomo di un vigore intellettuale e di una cultura incredibile, sapeva sempre tutto”, ripete ancora Rossana. Eppure per tutti, sui giornali, era diventato l’uomo famoso messo in galera. Persino per Enzo Tortora, che poi seppe chiedere scusa, quando capì di aver scritto una “cattiva lettera” che fu pubblicata dopo l’arresto. Quando toccò a lui, a Tortora, Luttazzi seppe capire il dolore. E volle andare a trovarlo nei suoi ultimi giorni. Le cose della vita ormai si erano rimesse a posto. C’era stato il ritorno in tv e tra la gente, in piazza, a fare musica. Ma la giustizia malata gli era rimasta come spina nel cuore. Tanto che Rossana ora può dire senza un po’ d’ombra negli occhi: “È da allora che Lelio aspetta la separazione delle carriere e la responsabilità civile del giudice. Di certo oggi voterebbe sì al referendum”. Piemonte. Una strada per riportare le donne (e madri) dal carcere all’interno della società torinoggi.it, 5 marzo 2026 La Regione si allea con il Garante dei detenuti. Torino, insieme a quello di Vercelli, è l’unico penitenziario in cui si trovano sezioni femminili. Formaiano: “Sono luoghi in cui alla violenza, non solo psicologica, si crea un maggiore rischio di marginalità sociale”. Una vita che riparte, nonostante le sbarre e gli errori del passato. L’inclusione per le donne e le madri recluse passa da cammini costruiti appositamente come quello tratteggiato dal protocollo d’intesa tra la Garante delle persone sottoposte a a misure restrittive della libertà personale, Monica Formaiano e la presidente della commissione regionale per le pari opportunità, Maria Rosa Porta. Rischio emarginazione - “Ci sono tipologie di persone detenute che spesso rimangono escluse dalle iniziative che riguardano chi si trova in carcere - dice Formaiano: in Piemonte ci sono due sezioni femminili, che si trovano nel carcere di Torino e in quello di Vercelli. Ma sono strutture pensate più al maschile, con pochi servizi pensati per le donne detenute, con minore efficacia. Ci sembra un primo passo importante, questo protocollo: dalla sanità di genere a opportunità formative e lavorative pensate al femminile”. “Le donne recluse sono particolarmente epsoste a violenza psicologica, oltre che fisica, con un forte rischio di marginalità sociale - prosegue la Garante -. Ecco perché puntiamo a costruire nuove opportunità di inclusione”. Cosa fare - Il protocollo prevede collaborazioni su temi come formazione per il personale penitenziario, ma anche per chi si trova in carcere. Questo passa anche attraverso l’organizzazione di seminari, convegni e campagne di sensibilizzazione, oltre alla promozione di progetti per la promozione della salute e del benessere delle donne detenute e dei loro figli. “Vogliamo creare una rete di relazioni - aggiunge Porta -, ma anche azioni concrete di informazione, formazione, ascolto e collaborazione. Serve un cambiamento culturale, ma questo si può fare solo con il contributo di tutti. E speriamo che progetti simili possano estendersi anche ad altre regioni italiane”. “Il primo passo sarà una visita presso le strutture - prosegue Porta -: non sarà solo una passerella, ma un reale momento di incontro per conoscere meglio questo mondo e per rispondere meglio alle necessità che emergono da questi contesti”. Firenze. Alla Consulta la questione sulla costituzionalità della detenzione in condizioni inumane di Eleonora Martini Il Manifesto, 5 marzo 2026 Il Tribunale di sorveglianza di Firenze accoglie il ricorso di un detenuto. Il quesito sollevato sulle norme che limitano il differimento pena e i domiciliari. Il carcere di Sollicciano, a Firenze, versa in condizioni di degrado strutturale e contingente tale da non poter essere considerato luogo adatto ad un trattamento conforme ai principi fissati dagli articoli 2, 27, 117 e 25 della Carta e dalla Cedu. Motivo per il quale il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha rinviato alla Consulta la questione di legittimità costituzionale degli articoli 147 del codice penale (rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena) e 47-ter dell’ordinamento penitenziario (che norma la detenzione domiciliare), sollevate dai difensori di un detenuto costretto a vivere dal 2023 (fine pena 2042) in celle e ambienti che proprio ieri la commissione Politiche sociali di Palazzo Vecchio ha visitato e ha definito inaccettabili. A Sollicciano, a fronte di 361 posti disponibili, vi sono rinchiuse oggi 583 persone. Ma la “drammatica situazione strutturale” della casa circondariale fiorentina è talmente nota e annosa, come si legge nell’ordinanza firmata dal presidente del Tribunale Marcello Bortolato e depositata ieri, che ha già portato la magistratura di sorveglianza fiorentina ad occuparsi dell’istituto. Cosicché, a febbraio 2024 gli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibì, che difendono il detenuto ricorrente, avevano presentato al magistrato di sorveglianza “un reclamo ex art. 35-bis”, norma introdotta nell’ordinamento penitenziario dopo la famosa sentenza Torreggiani con cui la Cedu condannò l’Italia per trattamento inumano e degradante e intimò allo Stato di dotarsi di un rimedio giurisdizionale contro le condotte illegittime dell’amministrazione penitenziaria. In quel ricorso gli avvocati lamentavano “locali di pernottamento afflitti da copiose e frequenti infiltrazioni di acqua ed infestate da insetti e, in alcuni casi, da roditori e, per lo più, in condizioni igieniche gravemente compromettenti, oltre alla ristrettezza dello spazio in una camera detentiva di soli 9 metri quadri”. “Una tragedia”, la condizione di Sollicciano, riassume l’avvocato Passione. Ma dopo undici mesi il magistrato di sorveglianza dichiara inammissibile il reclamo e pure la richiesta di detenzione domiciliare. In subordine, però i legali avevano sollevato “l’incostituzionalità della norma sul differimento della pena, in linea con analoga questione sollevata a suo tempo dai Tribunali di sorveglianza di Venezia e di Milano, che aveva dato luogo alla pronuncia della Corte costituzionale” del 2013 “nella parte in cui non prevede la possibilità, in determinate condizioni, di disporre il rinvio dell’esecuzione”. E considerando anche il precedente del 2019 quando “la Corte Costituzionale ha esteso il rinvio facoltativo della pena ai malati psichiatrici, oltre che fisici”. “Avevamo fatto notare - ricostruisce ancora Passione - che si era in presenza di una violazione documentata dell’articolo 3 della Cedu, che è un articolo inderogabile”. Un niet, però, il detenuto lo riceve anche quando l’avvocato Passione ricorre in Cassazione. Finché la questione non arriva davanti al giudice collegiale che accoglie e ordina all’amministrazione penitenziaria di rimuovere, entro 45 giorni, “le condizioni che pregiudicano i diritti primari del detenuto”. Passano mesi ma nulla accade. Altro ricorso e nuova ordinanza. Questa volta il Tribunale dà 80 giorni di tempo al Dap per predisporre un piano attuativo che progetti, “anche con un nuovo appalto” (il precedente era stato bloccato nel 2023 per un errore nella progettazione), “interventi già ritenuti indispensabili di manutenzione straordinaria e di impermeabilizzazione delle coperture”; interventi “volti a dotare le camere di pernottamento di acqua calda”; “disinfestazione da insetti, roditori e parassiti”. Mentre nel frattempo venivano rivolti due inutili interpelli al ministro Nordio, “gli interventi rimanevano inattuati e le evidenti carenze igienico-sanitarie si erano ormai cronicizzate”. Al Tribunale non rimane che constatare l’inottemperanza dell’amministrazione penitenziaria ed emettere, il 17 febbraio scorso, una ordinanza che sollecita la Consulta a pronunciarsi sul punto con una sentenza additiva sulla norma che impedisce il differimento della pena anche quando le condizioni di detenzione violano l’articolo 25 della Costituzione. Quando cioè la pena non è legale ma è tortura. Firenze. “A Sollicciano condizioni disumane”, il caso alla Consulta di Angela Stella L’Unità, 5 marzo 2026 Il Tribunale di sorveglianza accoglie la richiesta dei legali di un detenuto e solleva il dubbio di legittimità costituzionale. Intanto nelle prigioni italiane aumentano i reclusi e anche i decessi. Carcere di Sollicciano, Anno Domini 2026: “locali di pernottamento afflitti da copiose e frequenti infiltrazioni d’acqua ed infestate da insetti e, in alcuni casi, da roditori”, “condizioni igieniche gravemente compromettenti”, “formazione di raccolte d’acqua a terra anche nelle celle detentive”, “distacchi di intonaco da pareti e soffitti”, allagamenti, mancanza di acqua calda nelle celle, muffa alle pareti, “materassi logori”, riscaldamento spesso guasto d’inverno, acqua piovana che passa dalle finestre, impossibilità di farsi la doccia ogni giorno per carenza di acqua, “presenza di topi in cucina”, “escrementi di topo nel ripostiglio e nel piccolo magazzino adiacente”, scarafaggi come compagni di cella, “numerose segnalazioni di morsicature” da cimici da letto le cui punture provocano forte prurito. “La presenza di tali parassiti nel carcere di Sollicciano è ormai un fatto notorio”: si trovano dappertutto, persino sui “vestiti dei detenuti”. A causa di questa drammatica e incivile condizione, il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha sollevato un dubbio di legittimità costituzionale degli articoli 147 cp e 47-ter comma 1 ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevedono, oltre i casi ivi espressamente contemplati, l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione quando “la pena debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità”. A richiedere al Tribunale di rivolgersi alla Consulta erano stati gli avvocati Mimmo Passione e Nicola Muncibì, legali di un uomo condannato a 22 anni e impossibilitato ad avere la detenzione domiciliare sia per la natura del reato (omicidio) che del fine pena (2042) ma comunque in una situazione di espiazione pena inumana e degradante. Dopo vari ricorsi del recluso, all’Amministrazione penitenziaria era stato ordinato dal Tribunale di rimuovere “le condizioni che pregiudicano i diritti primari” del detenuto. Tuttavia l’Amministrazione, “ancorché sempre ritualmente notificata, non si era mai peraltro costituita in tutto il corso del procedimento”. Eppure gli erano stati concessi 80 giorni per predisporre un “piano attuativo” volto a sanare la situazione. A ciò si deve aggiungere il fatto che molti lavori di risanamento previsti sulla carta da anni erano in realtà sospesi da oltre due anni senza che l’Amministrazione, “nonostante plurimi annunci”, provvedesse ad una loro repentina ripresa. Insomma Nordio se ne frega di tutto questo. A differenza dei lavori di efficientamento energetico, facenti capo al Ministero delle Infrastrutture, che invece sono stati completati. E di certo non è bastato ad evitare il ricorso alla Corte Costituzionale una disinfestazione straordinaria delle aree detentive e dei vestiti dei detenuti. Il tribunale di Sorveglianza ha poi scartato la possibilità di nominare un commissario ad acta, in quanto non ha poteri eccezionali di spesa. “Si aggiunga - si legge nell’ordinanza - che sono ormai decorsi ben due anni da quando il reclamante ha chiesto la tutela del suo diritto”. “Le condizioni in cui si trova il carcere di Sollicciano - leggiamo ancora - sono rimaste assai gravi ed hanno in passato formato oggetto anche di due specifici atti di prospettazione al Ministro della Giustizia”. Tuttavia l’Amministrazione “è rimasta inadempiente” scrive il giudice estensore Marcello Bortolato. “L’attuale perdurante condizione configura un trattamento inumano e degradante poiché determina una afflittività non giustificata dallo stato detentivo e non tollerabile nel comune sentire”. Si precisa che il provvedimento non riguarda il sovraffollamento “pur essendovi 3 occupanti nella stanza” ma condizioni detentive “assolutamente intollerabili”. Se la Consulta desse ragione agli avvocati si creerebbe un precedente prezioso per consentire, a chi attualmente non può accedere a misure alternative al carcere, la detenzione domiciliare in alternativa a condizioni disumane di prigionia. Intanto aumentano i detenuti e le morti in carcere, in particolare quelle “per cause da accertare”, calano invece i suicidi. È quanto emerge dal Report sui decessi in carcere relativo al 2025 pubblicato sul suo sito dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. La presenza media di persone detenute è passata da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025, registrando un incremento del 16,9%. I decessi sono saliti a 254 (erano 246 nel 2024). Sono in aumento in particolare le morti di cui non è stata accertata ancora la causa, per la necessità di accertamenti medico-legali approfonditi o per l’eventuale pendenza di indagini giudiziarie, saliti da 15 del 2024 alle 50 dello scorso anno. In calo i suicidi, passati da 83 nel 2024 ai 76 dello scorso anno, e i decessi per cause naturali, scesi da 142 a 125. Ha commentato il deputato di +Europa, Riccardo Magi: “Un governo che governa con le manette, che aumenta pene, reati e aggravanti. Quello delle carceri è uno dei più grandi scandali attribuibili a Meloni, Nordio e Delmastro, garantisti a parole ma manettari nei fatti”. Firenze. La commissione visita Sollicciano: “Interventi subito oppure chiusura” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 5 marzo 2026 Amato (Pd): 583 reclusi ma i posti sono 361, in sei dentro celle che sarebbero per quattro. Muffa, umidità, infiltrazioni, sovraffollamento, celle da 4 persone che ne ospitano 6, reparti inagibili. Sono sempre più che critiche le condizioni del carcere di Sollicciano in base a quanto raccontato dalla commissione politiche sociali del Comune di Firenze, che ieri mattina ha fatto un sopralluogo. “A causa dei lavori in corso in alcune sezioni, oggi sono disponibili 361 posti a fronte di 583 detenuti” ha spiegato il presidente della commissione Edoardo Amato (Pd). Inoltre, “a Sollicciano arrivano persone detenute non solo dall’area fiorentina ma da tutta la Toscana e, in alcuni casi, anche da altre parti d’Italia. Oggi non ha più la capacità strutturale per ospitare l’attuale numero di detenuti”. Questa situazione persiste nonostante l’impegno della direzione del carcere, che con i pochi mezzi disponibili sta cercando di affrontare le criticità più evidenti, come le migliorie fatte nella sezione 4. Secondo la commissione serve però “un piano straordinario di interventi che preveda il rifacimento delle parti più critiche e una riqualificazione complessiva dell’istituto”. Se questo piano non verrà avviato con tempi certi, “la situazione non potrà che evolvere verso una eventuale chiusura dell’istituto penitenziario” ha aggiunto Amato, secondo cui “è necessario costruire una visione più ampia sul futuro del carcere cittadino”. Al sopralluogo anche Marco Semplici, consigliere comunale del gruppo Sara Funaro Sindaca: “A Sollicciano non abbiamo visto solo mura ammalorate, abbiamo sentito un grido d’aiuto che non può più restare inascoltato. La struttura è sempre più palesemente inadeguata. Non bastano più interventi-cerotto, serve una ristrutturazione complessiva. È una questione di dignità: per chi ci lavora ogni giorno e per chi vi è detenuto. Il Governo continua a voltarsi dall’altra parte, ignorando problemi enormi”. Il consigliere di Sinistra progetto comune Dimitrij Palagi chiede l’intervento della sindaca: “Abbiamo visitato le sezioni 7 e 8 del giudiziario. L’ultima è inagibile, ma anche metà delle celle dell’altra sono chiuse, per problemi idraulici e perdite, che di fatto sussistono su tutto il piano. Ribadiamo alla sindaca la nostra richiesta: ci sono aree da liberare per ragioni sanitarie, in accordo con l’Ausl Toscana Centro e le autorità preposte. La sindaca ha tra i suoi doveri la tutela della salute e dell’incolumità di chi si trova sul suo territorio, la popolazione detenuta a Firenze e il personale che ci lavora rientrano nell’ambito di sua competenza”. Nel frattempo proseguono i lavori del tavolo istituzionale permanente che attualmente coinvolge amministrazione comunale, servizi sanitari, direzione e istituzioni competenti con l’obiettivo di rafforzare i percorsi di presa in carico, in particolare per le persone con fragilità sanitarie e di salute mentale, soprattutto nella fase di uscita dall’istituto. Torino. Sospesi 7 agenti della penitenziaria. “Minano l’incolumità dei detenuti” di Massimiliano Nerozzi Corriere di Torino, 5 marzo 2026 Il ministero: “Intaccate stima e fiducia”. Condannati in primo grado per tortura, lavoravano al Lorusso e Cutugno. Il provvedimento del governo reso necessario perché i fatti attribuiti dai giudici ai poliziotti evidenziano “mancanza del senso dell’onore e del senso morale”. La condanna per tortura - seppure solo in primo grado - ha “intaccato il rapporto di stima e fiducia” con l’amministrazione, oltre a potenzialmente “minare l’incolumità dei detenuti”: per questo, con un provvedimento di tre pagine, il ministero della Giustizia (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha sospeso in via cautelare dal servizio, a metà dello stipendio, sette agenti della polizia penitenziaria che lavoravano al Lorusso e Cutugno. Lo scorso 6 febbraio erano stati appunto condannati dalla terza sezione penale con pene dai 3 anni e 4 mesi ai 2 anni e 8 mesi, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per 2 anni e 8 mesi. Una sentenza arrivata alla fine di un lungo e complesso processo, dopo l’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Francesco Pelosi: nella quale si contestavano alcuni episodi di gravi violenze su alcuni detenuti. Vista “la gravità dei reati ipotizzati e del pericolo per l’ordine e la sicurezza” - argomenta il provvedimento - non è stato possibile “l’avviso dell’avvio del procedimento preordinato all’adozione del decreto di sospensione cautelare facoltativa dal servizio”. Una decisione che, nella pubblica amministrazione, non era scontata, nei tempi e nella sostanza. Va da sé, la misura presa in via cautelare potrà cadere in caso di riforma nel processo di secondo grado o, eventualmente, in Cassazione: visto che tutti gli imputati - difesi tra gli altri dagli avvocati Enrico Calabrese, Antonio Genovese, Antonio Gilestro, Corrado Imarisio e Beatrice Rinaudo - presenteranno Appello, una volta letta la motivazione, il cui deposito è atteso all’inizio di maggio. Così come, nell’attesa, contro il decreto di sospensione è ammesso ricorso al Tar. La gravità delle condotte, e la delicatezza del contesto lavorativo, ha comunque spinto il ministero alla decisione, notificata alla direzione del carcere e al Provveditorato regionale per il Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Del resto, analoghi stop c’erano stati il 17 ottobre 2019 (e fino al giugno 2020), in seguito all’ordinanza di custodia cautelare del gip che, a fine settembre 2019, aveva fatto scattare il blitz con gli arresti. Una decisione che, per l’amministrazione, anche stavolta è inevitabile, anche alla luce “di un contesto lavorativo così peculiare come quello di un istituto penitenziario”. Di più: secondo il decreto, i fatti attribuiti agli agenti dalla sentenza evidenziano “mancanza del senso dell’onore e del senso morale”, concretizzando condotte “in netto contrasto con i codici deontologici che regolano l’appartenenza a un Corpo dello Stato, nei cui confronti hanno reso giuramento”. Se poi la sentenza dovesse diventare definitiva, “ricorrerebbero gli estremi per la risoluzione del rapporto di lavoro”; come invece non sarebbe in caso di assoluzione o anche solo riqualificazione del reato. Nel frattempo, il ministero “deve adottare le più idonee misure precauzionali per garantire ordine e sicurezza interna”, incompatibile con agenti che “potrebbero minare, mediante azioni di dubbia moralità e legalità, l’incolumità dei detenuti e la regolarità della vita intramuraria”. Torino. Solo nove incontri intimi in tre mesi, la stanza dell’amore resta vuota di Giada Lo Porto La Repubblica, 5 marzo 2026 Doveva essere la rivoluzione gentile dietro le sbarre, la conquista dei sentimenti in un luogo dove di solito ogni respiro sembra sorvegliato. E invece, a tre mesi dall’inaugurazione del 7 dicembre, la “stanza dell’amore” del carcere di Torino è rimasta quasi immacolata: bianca, ordinata, sanificata e vuota. Dovevano esserci tre turni al giorno da un’ora, diciannove coppie a settimana, un via vai discreto nel padiglione “Arcobaleno” del Lorusso e Cutugno. Ma secondo quanto filtra da fonti carcerarie ci sono stati solo nove incontri in totale. Sei detenuti coinvolti (tre, parrebbe, hanno fatto il bis). A marzo, per ora, zero assoluto. Più che un calendario fitto, un’agendina tascabile. Overbooking? Nemmeno a parlarne. Sulla carta era già un caso nazionale: in altri penitenziari sono attive delle sperimentazioni ma questa è la prima grande casa circondariale a strutturare colloqui intimi regolati, con tanto di calendario, commissione di valutazione e cronometro. E dire che l’organizzazione non scherza. Le regole sono ferree: prenotazione con modulo e prova del rapporto stabile: stessa residenza da almeno sei mesi, matrimonio o unione civile. Ancora: particolare attenzione al consenso esplicito della persona esterna, valutazione di una commissione che passa al setaccio reato e profilo di rischio. Niente 41-bis, niente alta sicurezza. Si entra, si lascia il cellulare, si viene perquisiti, si portano due federe e un coprimaterasso da casa. Sessanta minuti cronometrati, al cinquantesimo bussano: “Rivestitevi, lavatevi e uscite”. Non esattamente il climax da film romantico, ma d’altronde siamo in carcere. Dentro, quindici metri quadri. Letto in ferro battuto, bagno con doccia, una tenda rossa a coprire le grate, tre quadri disegnati dai detenuti: un elefante indiano, una tigre, una panchina. Più che una suite romantica, una pensione anni Ottanta con vocazione istituzionale. Atmosfera raccolta, certo. Ma forse non abbastanza da far scattare la corsa alla prenotazione. I primi due incontri, a dicembre, hanno visto protagonisti un 41enne e un 46enne, reclusi per spaccio e rapina. Poi qualche presenza a gennaio e febbraio. Tre detenuti sono tornati una seconda volta: clienti fidelizzati, si direbbe con linguaggio da marketing penitenziario. Ma il grande afflusso annunciato - richieste perfino da altri istituti del distretto - non si è materializzato. La stanza è a disposizione di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Però resta, per ora, un affare quasi esclusivamente torinese. Le consigliere regionali di Avs Alice Ravinale e Valentina Cera l’avevano definita una “conquista di civiltà”, un passo avanti nei diritti e nella rieducazione. E in effetti l’idea, sulla carta, ha un suo peso simbolico: riconoscere l’affettività anche dietro le sbarre. Dall’altra parte, il sindacato Osapp, con il segretario Leo Beneduci, aveva storto il naso: “poco personale, molte emergenze, dubbia finalità rieducativa”, oltre a sottolineare la gravissima carenza di organico di agenti di polizia penitenziaria. E così, tra entusiasmo istituzionale e realismo operativo, la rivoluzione dietro le sbarre procede a passo felpato. I requisiti stringenti raffreddano gli entusiasmi, l’ora cronometrata con bussata incorporata non scalda i cuori, probabilmente pesano anche la burocrazia e la paura di esporsi. La stanza è pronta, le lenzuola arrivano da casa. Manca giusto il traffico. Così, nel carcere che voleva inaugurare l’ora più calda del sistema penitenziario italiano, l’unica cosa davvero rovente resta il dibattito. Per il resto, tutto tranquillo: silenzio, ordine e un letto che, più che scrivere una nuova pagina di diritti, continua a prendere polvere. Bologna. Respingere il Cpr, non dimenticare il carcere zic.it, 5 marzo 2026 Alla Dozza detenute/i a quota 890, si avvicina il raddoppio delle presenze rispetto alla capienza regolamentare. Centri per il rimpatrio e sistema penitenziario due facce della stessa medaglia: su entrambe è necessario tenere alta l’attenzione. Nelle ultime settimane sulla scena politica di Bologna e dell’Emilia-Romagna è esploso il caso Cpr: ne abbiamo parlato in questo speciale, che racconta cos’è successo a partire dalle dichiarazioni del presidente della Regione, Michele de Pascale, ma soprattutto prova a spiegare cosa sono queste strutture per ribadire - una volta di più - che i Cpr sono luoghi nefasti e ingiusti, da respingere a Bologna e in qualunque altro posto. Come già accaduto in più occasioni nel corso degli anni, un pezzo significativo di questo territorio ha mostrato un moto di indignazione verso l’apertura di un nuovo Cpr. Il “no” al Governo si è fatto sentire a livello sociale, politico e anche istituzionale. Per questo giornale, in particolare, è importante segnalare la partecipata assemblea regionale che si è svolta su chiamata della rete No ai Cpr, no ai grandi centri - Emilia-Romagna, dalla quale è scaturita la convocazione della manifestazione “No al governo Meloni” che si terrà in città il 14 marzo: in quell’occasione le voci di decine di realtà hanno rimesso in fila le ragioni di una contrarietà al modello Cpr che va ben al di là delle schermaglie elettorali tra schieramenti o interne agli stessi partiti, ribadendo che una mobilitazione è sempre dietro l’angolo quando lo spettro razzista del Cpr comincia ad aleggiare a queste latitudini. Allo stesso tempo, però, c’è un’altra notizia che è circolata negli ultimi giorni e che a nostro avviso merita altrettanta attenzione. In questo caso si parla del carcere della Dozza: a fine gennaio i detenuti erano 870, “ma in queste prime settimane di febbraio siamo già saliti a 890. Stiamo arrivando velocemente ai 900 e se nulla accade abbiamo la soglia di 1.000, con il raddoppio della capienza, ad un passo”. La capienza regolamentare infatti è di circa 490 posti. Il dato sulle presenze lo ha riferito in Consiglio comunale l’assessora alla Sicurezza, Matilde Madrid. Molto probabilmente è una cifra record, almeno da un po’ di anni a questa parte. In più, hanno segnalato diversi sindacati, sulla situazione già difficilissima della Dozza si è aggiunta la decisione di avviare una serie di lavori di ristrutturazione senza spostamento delle/i detenute/i. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, sarebbe riduttivo prendere il tasso di sovraffollamento come unico metro di valutazione dello stato delle carceri, luoghi di quotidiana negazione di diritti fondamentali. Ma è evidente che arrivare al doppio della capienza, al di là delle implicazioni simboliche, testimonia un trend allarmante che inevitabilmente va ad incidere sulle condizioni materiali di vita delle/i detenute/i. Ecco allora che tante delle sacrosante ragioni del rifiuto opposto ai Cpr corrispondono alla necessità di tenere alta l’attenzione su ciò che accade al di là del muro di cinta del carcere (che a Bologna significa Dozza, ma anche minorile del Pratello) e fare ciò che è possibile per sottrarlo all’invisibilità. È utile, infatti, ricordare che carcere e Cpr non sono due luoghi né due meccanismi così distinti tra loro. Vero che, teoricamente, il carcere dovrebbe punire una condotta penalmente rilevante, mentre il Cpr è noto per attuare una detenzione senza reato. È però anche vero - ma forse meno noto - che il carcere seleziona la propria popolazione tra le fasce marginali della popolazione, che alla Dozza la popolazione straniera è pari al 56% e che sempre il penitenziario bolognese trattiene molte persone (un quinto) in attesa di condanna, rendendo molto più debole il legame tra reato e detenzione; allo stesso tempo, il Cpr, non da ultimo nelle dichiarazioni di de Pascale, viene pensato come strumento di contenimento delle persone migranti “pericolose” (una retorica costantemente negata dai fatti). Inoltre, secondo i dati della piattaforma Trattenuti, il 20% delle persone entrate in un Cpr nel 2024 proveniva dal carcere (il 14% tra il 2014 e il 2024). E non sono quelle che vengono più spesso espulse. Il Cpr è utilizzato così come luogo ancillare al sistema carcerario, per continuare a trattenere persone che hanno già scontato una pena. Le logiche di funzionamento di questi due luoghi di deprivazione della libertà, quindi, hanno delle affinità evidenti. Carcere e Cpr, insomma, sono due facce della stessa medaglia. Entrambi luoghi di contenimento della marginalità sociale, di abbandono, di compressione dei diritti, di sofferenza fisica e psicologica. Entrambi strumenti di amplificazione e autoalimentazione della propaganda securitaria di un Governo (quello attuale di destra, certo, ma non abbiamo la memoria corta) sulle politiche di criminalizzazione fonda una grossa parte del proprio operato. Ecco allora che è necessario respingere il Cpr, tanto quanto è necessario non dimenticare il carcere. Potenza. Concluso in carcere il progetto “RiCRIamo” della Croce Rossa trmtv.it, 5 marzo 2026 Formazione al primo soccorso per i detenuti della Casa Circondariale. Quattro giornate di lezioni teoriche e pratiche nella Casa Circondariale di Potenza. I detenuti coinvolti hanno ottenuto attestati ufficiali di primo soccorso e uso del defibrillatore. Si è concluso nella Casa Circondariale di Potenza il progetto “RiCRIamo”, promosso dal Comitato locale della Croce Rossa Italiana. L’iniziativa ha puntato a trasformare il tempo della detenzione in un’occasione di formazione civica e sanitaria. Il percorso si è articolato in quattro giornate intensive. Un gruppo di detenuti ha partecipato a lezioni teoriche e prove pratiche dedicate al primo soccorso. Sotto la guida degli istruttori della Croce Rossa, i partecipanti hanno appreso le manovre per affrontare le emergenze sanitarie, con particolare attenzione all’uso del defibrillatore e alle tecniche di rianimazione cardiopolmonare. L’obiettivo è stato duplice: da un lato aumentare la sicurezza all’interno dell’istituto, consentendo interventi tempestivi in attesa dei soccorsi; dall’altro offrire competenze certificate utili nel percorso di reinserimento sociale una volta scontata la pena. Il progetto è nato dalla collaborazione tra la Direzione della Casa Circondariale e la Croce Rossa di Potenza. Al termine delle attività, i detenuti che hanno superato le prove previste hanno ricevuto gli attestati ufficiali. Bari. Evento conclusivo di “Senza barriere - Festival dei diritti e delle pene” consiglio.puglia.it, 5 marzo 2026 Il 10 marzo, dalle 17.00, nella Sala dell’Arte del Palazzo del Consiglio regionale della Puglia, in via Gentile, 52, si svolgerà l’evento conclusivo di “Senza Barriere - festival dei diritti e delle pene”, promosso dal Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia, a cura della società cooperativa Radici Future Produzioni. Sarà presentato il libro Diciotto anni e un giorno, della garante della città di Torino Monica Cristina Gallo. Il testo analizza il travaglio dei giovani detenuti in cella, messi al cospetto di detenuti adulti e provenienti da percorsi spesso senza uscita. All’evento, che sarà moderato dallo scrittore e sociologo Leonardo Palmisano, parteciperanno: l’autrice, la garante torinese Monica Cristina Gallo, Piero Rossi, garante Regionale, Toni Matarrelli, presidente del Consiglio regionale della Puglia, Nicola Petruzzelli, direttore IPM Bari, Saverio Abbruzzese, psicologo e psicoterapeuta, Micaela De Marco, presidente della cooperativa sociale Se Puede. L’occasione sarà un momento di riflessione sulle reali condizioni di vita dei detenuti in Italia, in Piemonte ed in Puglia in particolare, partendo da una visione più ampia sulle generazioni dei giovani devianti e sulle prospettive rieducative messe in campo dai garanti e dai loro uffici. L’incontro ha lo scopo di aprire un dibattito regionale sui temi, vista la gravità della condizione demografica nelle carceri pugliesi e la necessità di mettere in campo misure alternative pienamente efficaci. L’evento si inquadra in un percorso avviato di dibattito pubblico intorno al tema dei diritti dei detenuti sviluppato, durante il Festival, in diverse tappe durante le quali, nei mesi scorsi, sono stati resi pubblici i processi rieducativi, formativi e professionalizzanti messi in campo dal terzo settore pugliese con le persone detenute in tutte le province. Si conclude con questo appuntamento la prima edizione di Senza Barriere, festival dei diritti e delle pene. Bolzano. I detenuti del carcere di Castelfranco Emilia portano sul palco “Edipo Re” di Roberto Brumat Corriere dell’Alto Adige, 5 marzo 2026 Per la rassegna “Corpi Eretici” organizzata dal Teatro La Ribalta di Bolzano, il 13 marzo alle 20.30 va in scena al Teatro Cristallo di Bolzano Edipo Re. La regia è di Stefano Tè, con gli attori della Casa di reclusione di Castelfranco Emilia. È una produzione del gruppo di ricerca teatrale Teatro dei Venti, realizzata con Ert Emilia Romagna Teatro & Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, che dal 2011 mette in rete compagnie teatrali attive nelle carceri. La tragedia di Sofocle racconta un mito ambientato nell’antico Egitto dove Edipo, amato re di Tebe, nella capitale aggredita dalla peste fa un disperato tentativo per salvare il suo popolo. Tutto avviene in una sola giornata, la stessa in cui al sovrano viene rivelato che l’uomo da lui ucciso perché con un carro gli stava ostruendo il passo, era in realtà il suo vero padre e che la donna che aveva sposato era sua madre. Sulla scena nasce un rito collettivo incentrato sul rapporto tra verità, colpa e responsabilità. Nella tragedia, il re una volta conosciuto il terribile segreto sui suoi genitori naturali e dopo che la madre si suicida per la vergogna, prima si acceca per il dolore e poi rimette il suo potere nelle mani del cognato, partendo per un esilio volontario assieme alle figlie Antigone e Ismene. La Trilogia - Edipo Re è il primo episodio della Trilogia dell’Assedio del Teatro dei Venti (nato nella Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia) di cui sono parte le altre due opere Sette contro Tebe e Antigone. È la rilettura del mito classico, che mette al centro la figura dell’indovino Tiresia, lucido testimone di quanto il destino umano sia ineluttabile. Attraverso una drammaturgia originale e una scena essenziale, la pièce svela il passaggio dall’illusione del controllo totale al crollo dell’identità quando compare una dolorosa presa di coscienza. Sulla scena le voci e i corpi di attrici e attori sono quelli dei detenuti, grazie al programma europeo All Hands on Stage che coinvolge quanti sono alle prese con un percorso fatto di arte e reinserimento. Lo spettacolo - La durata della rappresentazione che prevede la presenza di pubblico sul palco è di 80 minuti. Il lavoro è tratto dall’opera omonima del drammaturgo Sofocle, uno dei maggiori poeti tragici della Grecia classica. La drammaturgia moderna è di Vittorio Continelli, Azzurra D’Agostino, Stefano Tè, le musiche sono di Irida Gjergji, i costumi di Nuvia Valestri. “Teatro dei Venti” organizza un laboratorio permanente alla Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia e dal settembre 2014 anche alla Casa Circondariale di Modena, un percorso nato dalle prime esperienze all’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Biglietti per lo spettacolo: interi 15 euro, per chi ha Cristallo Card, per chi ha meno di 26 anni e sopra i 65, 10 euro. Prenotazione obbligatoria. La discesa agli inferi di Barsom, la seconda stagione di Gattabuia di Isabella De Silvestro Il Domani, 5 marzo 2026 In questa seconda stagione ci siamo concentrati su una vicenda precisa, sul suo evolvere, sul suo incancrenirsi: una storia che comincia in Egitto e finisce in un carcere del nord Italia. E che ci mostra che l’ingiustizia non è una categoria astratta: non esiste al di là delle persone che la subiscono. Sono loro il vero soggetto del racconto. Nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2024 un ragazzo di diciotto anni muore in un incendio divampato nella sua cella nel carcere milanese di San Vittore, il più sovraffollato d’Italia. La notizia rimbalza su giornali e telegiornali e per qualche giorno si torna a parlare di carcere. Anche l’indignazione divampa, ma si spegne presto: un’indagine archivia la vicenda come suicidio. Quel ragazzo era Youssef Barsom e la sua storia non può essere compresa raccontandone soltanto l’epilogo. Youssef ha quattordici anni quando, da un villaggio egiziano, si affida ai trafficanti per raggiungere la Libia, dando inizio a un percorso migratorio che dovrebbe condurlo in Italia, a Milano, dove il fratello maggiore vive da anni. Compie quindici anni in un campo di prigionia. Viene torturato, ricattato, costretto a fare uso di sostanze stupefacenti e a impugnare un mitra per sorvegliare altri migranti ostaggio di milizie che lucrano su persone prive di diritti. Ai genitori in Egitto arrivano richieste di denaro in cambio della libertà di quel figlio più piccolo, su cui avevano riposto speranze che non verranno esaudite. Dopo cinque mesi, un debito crescente e molti tentativi di fuga, Youssef riesce a ottenere la libertà. La usa per salire su un barcone diretto a Lampedusa. Ciò che accade durante la traversata è un altro tassello traumatico che lascerà tracce nella sua mente e nel suo corpo, già segnati dai maltrattamenti. Quel ragazzino pressoché analfabeta e mentalmente fragile arriva in Italia come minore straniero non accompagnato. Quell’anno i minori stranieri non accompagnati presenti nel paese superano le ventimila unità. “Unità”, in questo caso, significa ragazzi arrivati soli, senza conoscere la lingua, senza punti di riferimento e quasi sempre con un passato di violenze e abusi alle spalle. Molti di loro, dopo peripezie tra comunità e vita di strada, commettono reati che li portano a entrare nel circuito penale e ad affollare le celle del carcere minorile. Discesa agli inferi - La prima stagione di Gattabuia aveva l’obiettivo di raccontare la vita nelle carceri italiane, l’esclusione e l’ingiustizia che vivono i detenuti e, in parte, anche gli operatori penitenziari, in quella che è l’istituzione reietta per eccellenza. Abbiamo scelto di farlo senza seguire una vicenda in particolare, ma costruendo un mosaico, un coro di voci che aiutasse a comprendere come il dolore prodotto dal carcere non sia eccezionale, ma sistemico. In questa seconda stagione abbiamo preso un’altra strada. Ci siamo concentrati su una vicenda precisa, sul suo evolvere, sul suo incancrenirsi: una discesa agli inferi che comincia in Egitto e finisce in un carcere del nord Italia. Youssef Barsom ha un volto, un corpo, un taglio di capelli, una personalità precisa: la sua storia è sua e di nessun altro. È eccezionale e insieme emblematica. È fatta di povertà, migrazione, violenze, problemi di salute mentale, abuso di sostanze, ma anche di disperati tentativi - da parte di assistenti sociali, educatori, insegnanti, avvocati, familiari - di accoglierlo e prendersi cura di lui. Se questa storia insegna qualcosa è che l’ingiustizia non è una categoria astratta: non esiste al di là delle persone che la subiscono. Sono loro il vero soggetto del racconto. Chi sono? - La domanda che guida la narrazione è chi siano i ragazzi reclusi nelle carceri minorili italiane, da quali percorsi provengano e che cosa abbia fallito nel sistema sociale che dovrebbe tutelarli. Quanti deragliamenti sono accaduti prima che si perdesse definitivamente la strada. Rispondono le voci dei giovani detenuti dell’IPM di Bari raccontando la violenza che hanno subito e inferto nelle periferie d’Italia nelle quali sono cresciuti. Con questo coro carcerario sullo sfondo, seguiremo Youssef dentro e fuori le comunità, alle stazioni dei treni, nelle caserme di polizia, nella cella in cui, per disperazione, si mette a parlare con una mosca. Cinque puntate da quaranta minuti, animate dalle musiche originali e dal sound design di Federica Furlani, elemento drammaturgico fondamentale e complementare alle parole. Parole scritte da me, che negli ultimi anni ho indagato il carcere e il suo perimetro murato, arrivando a chiedermi cosa venga prima. Perché le storie di chi viene arrestato e deve scontare una pena detentiva raramente cominciano con il reato. Più spesso sono il frutto di marginalità e ingiustizie che riguardano tutti: i cittadini, la politica, le istituzioni. Il carcere è il serbatoio dove viene “custodito” tutto ciò che è troppo complesso affrontare alla radice. Qual è l’alternativa? E perché Youssef è morto quella notte di settembre, un giorno prima che il giudice disponesse la sua scarcerazione perché il suo stato mentale era incompatibile con la detenzione? A queste e ad altre domande prova a rispondere Gattabuia - seconda stagione, un podcast di Domani, prodotto da Emons Record. Suor Emma Zordan: “Il carcere la mia missione, do e ricevo attenzione” di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 5 marzo 2026 Come una mamma che va a trovare i suoi figli. Così suor Emma Zordan, 84 anni, definisce la sensazione che la accompagna ogni venerdì, quando entra a Rebibbia per incontrare i detenuti. Ultimamente in quel giorno della settimana le capitano dei funerali a cui non può mancare: “impegni che mi impediscono di andare in carcere. Sacrifico il mio piacere. Mi aspettano, si preoccupano se non vado. Si è creato un feeling, un’empatia che descriverla non è possibile”, dice a gNews. Suor Emma ha insegnato lettere nelle scuole ed è volontaria da 12 anni nel penitenziario romano. È conosciuta dentro le mura per i suoi corsi di scrittura creativa, oltre che per essere una ‘corriera’ di tutte le cose che è possibile portare in un carcere. È sorpresa per aver ricevuto dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’onorificenza dell’Ordine al merito. “Sono emozionata perché lavoro nella semplicità, come tanti”, prosegue. La religiosa ha finora pubblicato 10 libri che raccolgono le testimonianze dei reclusi. L’ultimo, Oltre il reato la persona, edito da Il Levante, è uscito a metà febbraio. “La prima cosa che ho fatto è ascoltarli, perché non avevo altri strumenti”, sottolinea Suor Emma. Poi, l’idea di rendere partecipe anche la comunità fuori dal carcere di pensieri ed emozioni dei detenuti. “Mettere questi libri in archivio non serve a nulla; devo esportare questa realtà, ho pensato. Una realtà che va conosciuta e ha tanti pregiudizi, come li avevo io”. Il carcere è la dimensione fisica della vocazione di Suor Emma. Mentre racconta, si percepisce l’attaccamento materno alle persone recluse. “Dai detenuti ho ricevuto attenzione, quella che tutti vorremmo”, sottolinea. Ed è pronta a rivendicare i diritti dei reclusi. “Nei libri - prosegue - mi sono costretta a non mettere il nome per esteso, solo la sigla, quando loro firmano una liberatoria, e quindi vogliono che gli venga attribuito”. Non c’è una ricetta a portata di mano per le croniche criticità dei penitenziari. Ma anche per la religiosa è essenziale puntare sulla formazione: “bisogna cercare di fare corsi professionalizzanti di modo che, quando escono, possano mostrare le loro competenze. Se non hanno prospettive nè una famiglia, certamente tornano a delinquere”. La recidiva, dice suor Emma, non è un problema per i reclusi che hanno frequentato il laboratorio di scrittura creativa: “posso dirlo con orgoglio, non con superbia. Le persone vanno seguite e accompagnate”. Carceri, onorificenza di Mattarella ad “Artisti Dentro” di Roberta Barbi vaticannews.va, 5 marzo 2026 Tra le 31 persone insignite nei giorni scorsi al Quirinale dal presidente italiano, a ricevere l’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica c’era anche Esther Sibylle von der Schulenburg, presidente e fondatrice della onlus che attraverso l’arte abbatte la recidiva tra i detenuti. “Con gli studi in psicologia e giurisprudenza che ho fatto non potevo che finire in galera!”: scherzava così Esther Sibylle von der Schulenburg, in una nostra intervista di qualche anno fa, quando “Artisti Dentro” era una bella realtà nata a Milano e che si stava facendo conoscere in tutta Italia. Il 3 marzo scorso la fondatrice della onlus, assieme ad altre 31 persone, è stata insignita dal presidente Mattarella del titolo di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Un riconoscimento ricevuto “per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti” che l’ha emozionata e commossa, nonostante lei dica di se stessa, in una intervista ai media vaticani, di non essere “un tipo facile alla commozione, visti gli ambienti che frequento in carcere, ma si vede che il presidente è attento a questo mondo, incontrarlo è stato come trovare alcune risposte che stavo cercando”. Sibylle è di origini tedesche, ma nasce e cresce in Svizzera, fino al definitivo trasferimento a Trezzano Rosa, Comune della cintura milanese. Figlia di due scrittori, inizia a impugnare carta e penna molto presto ed è subito amore per un’arte che permette di esprimere se stessi in profondità. Forte è anche la sua spinta per il sociale, perciò le viene naturale sommare queste due passioni e creare nel 2014 il concorso “Scrittori Dentro” riservato ai componimenti delle persone detenute in tutta Italia. “Poi - racconta ancora - mi sono resa conto che la scrittura non bastava perché in carcere c’è spesso un tasso di scolarizzazione molto basso, vicino alla quinta elementare e inoltre molti ristretti non sono italofoni e la comunicazione non era sempre facile, così mi sono fatta venire altre idee”. Nel 2015 nasce “Cuochi Dentro”, originale premio culinario dedicato rigorosamente alle ricette cucinate in carcere e che si possono replicare in ogni cella. “In Italia negli istituti di pena - spiega Esther Sibylle - non ci sono le mense, ma ai detenuti è consentito tenere in cella un fornelletto per scaldare il vitto che arriva freddo, ma che usano anche per cucinare. Quindi ho pensato che la cucina potesse coinvolgere ancora più persone, compresi i ristretti stranieri”. Nel 2016, infine, è la volta di “Pittori dentro”: “Per intercettare anche i ristretti analfabeti ho pensato di ricorrere al disegno e alla pittura - chiarisce - ma nella forma della mail art, cioè le cartoline che possono essere spedite più agevolmente anche via mail per quegli istituti che sono dotati di questo servizio”. Per cercare di arrivare davvero alle potenzialità di tutti, “Artisti Dentro” usa un metodo particolare: “La corrispondenza. Tutti i nostri concorsi, infatti, sia quelli dedicati alla scrittura, che alla cucina o alla mail art, essendo a carattere nazionale sono gestiti dall’esterno del carcere. In questo modo - continua la presidente - possono partecipare davvero tutti coloro che se la sentono di mettersi in gioco. Per altri progetti, invece, siamo attivi direttamente all’interno delle carceri milanesi”. L’obiettivo di tutte queste iniziative è abbattere il tasso di recidiva, che in Italia si attesta al 70%: “A Bollate, da dove partono le nostre attività perché abbiamo sede a Milano, siamo riusciti ad arrivare al 17% di persone che una volta fuori tornano a delinquere e questo dimostra che intervenendo sul singolo i risultati si ottengono, comunque abbiamo tanti riscontri positivi dai detenuti che ci scrivono, il nostro metodo funziona e continueremo così”. L’intero progetto “Artisti Dentro” nasce proprio dalla convinzione che sia necessario rompere l’autoreferenzialità cui troppo spesso il carcere è condannato. “In Italia - constata la presidente della onlus - c’è un grosso problema con le carceri, è evidente, e se ne parla sena riuscire a trovare soluzioni. Spesso e volentieri la palla viene rimbalzata al volontariato. I detenuti solo teoricamente sono privati solo della libertà di movimento, in realtà sono privati anche della libertà di pensiero, di crescita e di identità”. È sul recupero di queste libertà che si innesca, allora, l’azione dell’associazione: “Io stessa scrivo perciò conosco il potere della scrittura - conclude - e ho scelto di proporre la formula del concorso che fa leva sull’agonismo, in modo da accendere nei ristretti la motivazione, quella scintilla che resta ancora dentro di loro e ha bisogno di venir fuori”. Ascanio Celestini torna in scena con Radio Clandestina, monologo sul razzismo drammaticamente attuale di Sergio Buttiglieri Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2026 Ascanio Celestini, “folletto” antropologo prestato al teatro, va in scena al teatro Jenco di Viareggio dopo più di vent’anni con un suo vecchio monologo sempre attuale: Radio Clandestina. La stagione di questo teatro viareggino ha fatto proprio l’assunto di Marco Martinelli, anima fondante del Teatro delle Albe di Ravenna, che con i suoi Refrattari afferma: “una cultura teatrale è possibile se non si ha l’animo da mercanti, e se si accetta la sfida di far vivere un teatro dentro la città”. Ascanio Celestini lo avevo incontrato tanto tempo fa al Teatro Verdi di Fiorenzuola quando la stagione era ancora egregiamente diretta da Paola Pedrazzini. Lo stesso spettacolo che l’8 marzo rivedremo in questa città toscana è sicuramente uno dei suoi più incalzanti pezzi, recitati tutti di un fiato, senza apparenti pause, quasi fosse un’unica implacabile e interminabile frase bernhardiana, sull’eccidio delle Fosse Ardeatine. E gli avevo chiesto come il suo monologo avesse voluto affrontare la normalità del razzismo che avviluppò gli italiani nel ‘38 (con le drammaticamente celebri leggi razziali promulgate dal regime fascista e controfirmate dal re Savoia) quasi senza che se ne accorgessero. “Sì, era tutto scusabile. L’atto clamoroso del razzismo di stato, istituito nel ‘38, in maniera netta e gravissima, all’inizio fu preso come una innocua cosa soft. Vorrei dire una cosa peggiore: quando ci fu un rastrellamento a Roma, nel quartiere ebraico, portarono via più di mille persone e ad ognuno si diceva che dovevano chiudere la porta e conservare la propria chiave. È questa la vera sapienza del torturatore: dare la speranza di poter ritornare ad aprire la porta della propria casa, dare l’illusione di tutelare una parte della sua dignità. E di tutti quei deportati ritornarono solo quindici persone”. Ascanio Celestini è da più di vent’anni una realtà preziosa del nostro teatro. È un autore-attore che non si risparmia, che va in scena un numero stratosferico di volte durante l’arco di un anno. Anche contemporaneamente con 4 spettacoli, uno più travolgente dell’altro. Noi viviamo in un carcere di parole scritte, ci ricorda Celestini. Lui quando recita i suoi incredibili monologhi sembra apparentemente fermo, mentre c’è un grande ritmo nei suoi micromovimenti. Le sue pause danno subito il là ad un altro momento della narrazione, sono sempre condotte con studiato mestiere e senso dei tempi scenici. Altrimenti anche con questo suo monologo di 90 minuti, fra i primi da lui ideati, non potrebbe calamitare l’attenzione del pubblico. Il suo modo di raccontare sembra un’unica immensa frase, senza punti a capo. Piena di digressioni, quasi fosse un insolito racconto alla Thomas Bernhard eccezionalmente rivolto all’infinito racconto orale della memoria. Tanti anni fa, penso più di 20, chiesi ad Ascanio “cos’? per te la memoria?”. Lui mi raccontò che un giornalista “mi voleva convincere che ci fosse la memoria divisa in due anche nella lotta partigiana. Io risposi che la memoria non era divisa in due, ma che, piuttosto, la memoria è divisa in tante persone quante hanno memoria”. E poi gli chiesi come giudicasse l’oralità televisiva (e ora quella dei social) che apparentemente racconta la realtà e l’informazione probabilmente nascondendola. E Celestini mi disse: “Premetto che la televisione la guardo sempre più raramente. L’oralità televisiva non è che non sia oralità: è oralità che manca completamente di memoria e di prospettiva. È questo che la svuota completamente di senso. La televisione, a parte le insite e programmatiche manipolazioni, in quanto telecronaca degli avvenimenti, nel momento in cui succedono, diviene assolutamente senza memoria. Assistendo nello stesso contenitore alla fiction, alla pubblicità, alla cronaca, agli avvenimenti reali e a quelli finti entriamo in una spirale semantica per cui tutto diventa un’unica cosa: né vera né falsa ma televisione”. “Metal detector a scuola? Inutili. Classismo e disuguaglianze generano violenza” di Pietro Barabino Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2026 Intervista al sociologo Marco Romito. Il professore dell’Università Milano-Bicocca spiega perché le misure securitarie non risolvono il problema della violenza nelle scuole. “Le cause dell’aggressività a scuola sono le stesse dell’isolamento e riguardano le disuguaglianze. Per questo provvedimenti repressivi o l’idea di utilizzare metal detector sono provvedimenti per lo meno miopi, perché ignorano la radice del problema”. Marco Romito, sociologo dell’educazione all’università di Milano-Bicocca, vive a Livorno e da anni studia il modo in cui la scuola contribuisce a riprodurre le gerarchie sociali. A Genova, invitato dal gruppo di autoformazione “Più che insegnare”, che riunisce docenti di scuole di diverso ordine e grado, allarga subito lo sguardo dalla narrazione emergenziale al modo stesso in cui è concepita l’istruzione in Italia. “Ci sono caratteristiche del sistema scolastico italiano (spesa inferiore rispetto ad altri Paesi, forza lavoro più precaria e meno pagata) che incidono in profondità. In questo contesto immaginare che una riforma securitaria possa risolvere qualcosa è perlomeno miope”. Il tema non è la cronaca di un episodio violento, ma il terreno su cui quell’episodio nasce, che è quello delle disuguaglianze. La doverosa premessa teorica è che la scuola per la Costituzione dovrebbe essere lo spazio dell’emancipazione. I dati raccontano altro: in Italia la mobilità sociale è tra le più basse d’Europa e chi nasce in una famiglia con basso capitale culturale ed economico ha probabilità molto ridotte di cambiare posizione. La scuola, invece di correggere questa traiettoria, spesso la consolida. “Una potenziale opportunità di inclusione ed emancipazione che non funziona”, sintetizza Romito. Non è una tesi nuova. Negli anni Sessanta don Lorenzo Milani parlava di una scuola come “ospedale che cura i sani e manda via i malati”. Oggi, secondo Romito, il meccanismo non è scomparso: si è raffinato. “Le disuguaglianze di fronte alle opportunità educative non si sono per nulla ridotte e si stanno ampliando in modi anche più sottili e più difficili da scovare rispetto ai tempi di don Milani”. Il punto di rottura più evidente è il passaggio dalle medie alle superiori. È lì che il sistema italiano, fortemente differenziato tra licei, tecnici e professionali, canalizza gli studenti lungo traiettorie socialmente prevedibili. Nel suo lavoro sulla segregazione scolastica, Romito descrive la scuola come un “arcipelago”, non un sistema unitario: istituti diversi per composizione sociale, qualità dell’offerta, aspettative e reputazione. La segregazione passa dalla concentrazione di studenti con caratteristiche sociali simili negli stessi spazi educativi. “Non è vero che i bambini vanno a scuola. Vanno in ‘quella specifica’ scuola, che è sempre più diversa dalla scuola che si trova in un altro quartiere. Dal punto di vista delle provenienze sociali degli alunni, ma anche della qualità degli insegnanti, il precariato infatti si è visto negli anni come finisci per penalizzare prevalentemente le scuole ritenute meno prestigiose”. Anche senza bocciature di massa, la selezione continua a operare. “Un ragazzo può arrivare al diploma senza essere bocciato, ma con quale tipo di competenze finisce quel percorso? I dati mostrano competenze estremamente divaricate”. Oltre alla dispersione scolastica “esplicita”, c’è anche quella “implicita” di chi non lascia la scuola, ma si trascina fino alla maturità senza apprendere nulla. Così si produce una nuova forma di selettività: meno esplicita, meno clamorosa, ma altrettanto efficace nel separare. Questo va di pari passo con la retorica del merito che riguarda il discorso pubblico sulla scuola, sistema definito meritocratico per eccellenza. Ma dal momento che le condizioni di partenza sono diseguali, il merito diventa il linguaggio con cui si legittimano e consolidano le differenze: “Non solo la disuguaglianza nelle competenze che c’è all’inizio del percorso scolastico non diminuisce, ma salvo casi eccezionali tende ad aumentare”. È qui che entra in gioco quella che nella sua ricerca Romito definisce “violenza simbolica”: brutti voti, etichettature, provvedimenti disciplinari che, ripetuti nel tempo, costruiscono un senso di inadeguatezza: “Il bambino interiorizza un senso di incapacità. Può reagire isolandosi, facendo il minimo per sopravvivere nel contesto classe. Oppure può riconfigurare lo stigma come emblema da mostrare, attraverso il conflitto anche fisico con l’istituzione scolastica”. Di qui l’apparente contraddizione di adolescenti mediamente passivi dove tuttavia si assiste episodicamente a casi esplosivi di aggressività: “Due facce della stessa medaglia dell’esclusione”. C’è poi un’altra dinamica più sottile, che nei “disability studies” viene chiamata “medicalizzazione delle difficoltà scolastiche”: aumento di diagnosi, certificazioni, percorsi personalizzati. Nascono come preziosi strumenti di sostegno e inclusione: “Ma a fronte della narrazione istituzionale che richiama alla necessità di premiare il merito e l’eccellenza, la medicalizzazione diventa il modo più semplice per incasellare chi non sta al passo con le performance richieste”, spiega Romito. “Parliamo di neurodiversità, che potenzialmente riguarda tutti”. Gli studi parlano di un approccio “integrativo e segregativo”. Così anche strumenti compensativi che nascono per includere, possono produrre percorsi paralleli: “Un approccio inclusivo dovrebbe cambiare il funzionamento della classe o della scuola. Invece spesso si crea un percorso separato che consente alla scuola di apparire inclusiva”. C’è anche un tema di accesso diseguale: le famiglie con maggiori risorse culturali ed economiche ottengono più rapidamente certificazioni (più o meno attendibili) e strumenti, ampliando ulteriormente il divario. Il risultato può essere un percorso con minore rischio di bocciature, ma anche con aspettative più basse e opportunità ridotte. Una protezione che rischia di diventare confinamento. In questo quadro, i metal detector appaiono per ciò che sono: una risposta simbolica e spot a un problema strutturale: “Le cause degli episodi di violenza sono le stesse dell’isolamento”, ripete Romito: “Disuguaglianze, etichettamento, segregazione, percorsi differenziati che concentrano fragilità e stigmi negli stessi spazi”. Per provare a essere “quella della Costituzione”, al servizio dei gruppi sociali più distanti dalla cultura accademica tradizionale, la scuola dovrebbe intervenire sui propri meccanismi di funzionamento, ma spesso è vittima di un conservatorismo diffuso tanto tra i professori che i genitori, con un “sì è sempre fatto così” che prevale sulla sperimentazione di percorsi capaci di contrastate concretamente la riproduzione delle disuguaglianze scolastiche a partire dai banchi di scuola. Combattiamo la povertà educativa: una risposta al disagio giovanile oltre i metal detector di Paolo Limonta* Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2026 Vogliamo davvero credere che la soluzione per la sicurezza nelle scuole siano misure autoritarie? Se pensiamo di risolvere il disagio e il malessere di ragazze e ragazzi con i sensori all’ingresso, significa che abbiamo smesso di guardarli negli occhi e capirli nel profondo. Significa che abbiamo perso e fallito, da adulti credibili, davanti alle generazioni più giovani. Il dibattito polarizzante sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, che secondo recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sarebbero già in fase di sperimentazione, è solo uno spunto, un dettaglio di un discorso molto più ampio su cui vorrei porre l’attenzione e la riflessione a beneficio di tutte e tutti noi. Lo sappiamo bene, i problemi sociali fanno notizia: penso ai recenti, gravissimi episodi che hanno scosso l’opinione pubblica in queste settimane, dai fatti di La Spezia al fenomeno dilagante del bullismo e cyberbullismo, dal malessere psicologico e sociale che sfocia in aggressioni di gruppo, e altro ancora. Ogni volta che la cronaca ci sbatte in faccia questa realtà, la reazione segue un copione identico: indignazione, richiesta di punizioni esemplari e soluzioni tecnologiche. Quello che vediamo e che esplode è solo la punta di un iceberg, come la campagna di CIAI diffusa in questi giorni sta cercando di far venire alla luce: ci ricorda che quando leggiamo i dati sulla criminalità giovanile, sulla depressione o sugli episodi di violenza nelle nostre città ad opera di giovani o giovanissimi, stiamo guardando solo la parte emersa, quella che fa rumore, che spaventa e che occupa le cronache. Sotto c’è altro e si chiama povertà educativa: silenziosa, nascosta eppure presente, più vicina di quanto si pensi. E riguarda tutte e tutti noi. In Italia quasi 3 milioni di minorenni vivono in povertà, di questi oltre un milione si trova in condizione di povertà educativa, come conferma l’esperienza sul campo di CIAI, dal 1968 impegnata con progetti educativi per bambine, bambini e adolescenti, tutelando i diritti e curandosi del loro benessere psicologico e sociale. Non si tratta solo di indigenza economica, come a una prima impressione potrebbe sembrare: è l’assenza di stimoli, il deserto di opportunità, l’impossibilità di sognare un domani diverso da un presente segnato da carenze affettive e relazionali. Una condizione che persone esperte di CIAI hanno definito perfino con un neologismo, ‘edupsicopenia’, a indicare un malessere psicologico con radici profonde riconducibili a deficit educativi e affettivi. Nonostante il dato nazionale sulla dispersione scolastica sia sceso globalmente sotto la soglia del 10%, i numeri reali restano drammatici: oltre 400mila giovani sotto i 24 anni hanno abbandonato precocemente gli studi. Quel “non andare a scuola”, quel non sentirsi parte di una comunità, scava un solco profondo tra chi ha diritto a un’infanzia serena e chi viene lasciato indietro. Un adolescente a cui togliamo gli strumenti per comprendere il mondo è un cittadino a cui stiamo togliendo la bussola. E così torno agli episodi eclatanti che tanto fanno paura. La violenza e l’esclusione sociale che esplodono dal centro alle periferie delle nostre città sono i sintomi finali di una malattia che inizia molto prima: quando un bambino o una bambina smettono di credere che la scuola possa essere una strada di libertà. Come CIAI, abbiamo deciso di accendere un faro su questo sommerso con una nuova campagna di sensibilizzazione: non certo per allarmare, ma per far conoscere con maggiore chiarezza gli effetti, direi poliedrici, della povertà educativa, dimostrando come questa riguardi il nostro presente e soprattutto il futuro di tante bambine e bambini, adulti di domani. Qualcosa che tocca da vicino chiunque, indipendentemente dall’essere genitori o meno. Non possiamo più limitarci a gridare allo scandalo o richiedere misure autoritarie: dobbiamo avere il coraggio di immergerci sotto l’iceberg e lavorare tutti insieme sulle cause. Per contrastare la povertà educativa, CIAI fa la sua parte attraverso sei Presìdi educativi all’interno delle scuole italiane, da nord a sud, garantendo il diritto all’educazione, al gioco e alla crescita emotiva, utilizzando anche i linguaggi artistici per intercettare il malessere prima che diventi cronico. E tutto questo insieme alle famiglie di studenti e studentesse, alle associazioni locali, ai territori: un lavoro complesso, che tenta di restituire serenità, bellezza, visione di un orizzonte. Proteggere oggi un bambino, una bambina o un adolescente per CIAI significa onorare i diritti umani fondamentali e, concretamente, prevenire una possibile e futura deriva sociale. La sicurezza di una comunità non si misura dalla solidità delle barriere, ma dalla qualità dei legami e dalla capacità di non lasciare nessuno indietro. Siamo consapevoli che questa non è una sfida che possiamo vincere da soli ma un gioco di squadra che deve coinvolgere istituzioni, famiglie, agenzie educative e ogni singolo cittadino. Da presidente di CIAI e, non da ultimo, da maestro elementare, vi chiedo di guardare insieme a noi sotto la superficie per riconoscere l’indifferenza e scardinare questo meccanismo di esclusione. La lotta alla povertà educativa è la battaglia civile più urgente del nostro presente: è tempo di smettere di rincorrere l’emergenza e iniziare, finalmente, a educare. *Presidente CIAI Centro italiano Aiuti all’infanzia Migranti. Di Cpr ci si ammala e la cura non è un reato di Mai più Lager - No ai Cpr L’Unità, 5 marzo 2026 I recenti sviluppi giudiziari riguardanti i medici di Ravenna, e in particolare la richiesta di loro sospensione cautelare dall’attività per un anno (ad aggiungersi alle indagini, perquisizioni e persino intercettazioni ambientali delle ultime settimane), impongono una riflessione urgente sulla tutela dell’atto medico in quanto tale, e in particolare di quelli svolti in contesti “di frontiera”. Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi della stessa attività dalla quale si ricava il sostentamento per sé e la propria famiglia, ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti. È un segnale che non può passare inosservato: il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali, oltre che giudiziarie, finisca per condizionare l’autonomia diagnostica, minando quel principio di libertà e responsabilità che è il cuore della professione medica. Come Rete Mai più lager No ai CPR, insieme alla SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), lo abbiamo ribadito con forza nella campagna “La cura non è un reato”: il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente. Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa, solo perché ciò magari non è risultato gradito alla questura o altri soggetti istituzionali ancor più di vertice, è un paradosso pericoloso quanto illegittimo. Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere. Questi provvedimenti finiscono forse deliberatamente: il sospetto è legittimo - per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona, la quale deve invece essere il suo primo e anzi unico obiettivo. Perché il dovere del medico è chiaro: l’autonomia professionale non è un privilegio di casta, è l’unica garanzia per il paziente. Un medico che rinuncia alla propria autonomia per non incorrere in ingiuste sanzioni giudiziarie (o nella sospensione dalla propria attività lavorativa, in attesa di potersi difendere compiutamente e vedere ristabilire la verità al termine del processo), cessa di essere un terapeuta e diventa un ingranaggio della macchina repressiva, così violando anche gli stessi principi deontologici della categoria. La vicenda di Ravenna scoperchia ancora una volta la realtà dei CPR, che finalmente viene al pettine in tutta la sua drammaticità. Ribadiamo che la posizione della nostra Campagna è netta e fondata su basi scientifiche: la detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena. Non esiste una “buona gestione” di un CPR; l’isolamento, l’incertezza della propria sorte e la privazione della libertà in assenza di reato (in un contesto che persino il Consiglio di Stato pochi mesi fa ha nei fatti dichiarato inidoneo a tutelare la salute dei detenuti), producono attivamente malattia mentale e fisica. Lo dice anche l’OMS, da ultimo in un opuscolo del gennaio 2026. Quando un medico certifica in scienza e coscienza l’incompatibilità con la struttura, non sta compiendo un atto ideologico, sta effettuando una diagnosi basata su evidenze scientifiche: il sistema stesso impedisce la cura. Su quali basi questa valutazione professionale, supportata da molteplici evidenze scientifiche, può essere contestata? Quella della ragion di Stato? Sicuramente la risposta è e deve essere negativa. Chiediamo con forza che venga rispettata l’autonomia medica. La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta. Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema (sanitario) a essere in pericolo. Chi ha pura del dottore? Fate un po’ voi. Certo non si può pensare di bypassare l’unico momento di “intrusione” da parte della sanità pubblica nella detenzione amministrativa, dato proprio dalla visita di idoneità, con la previsione, che si evince nel testo di ddl in circolazione, di una visita differita a DOPO l’ingresso in CPR, quindi effettuata da medici magari già “selezionati” e convenzionati: un ulteriore svilimento della tutela del diritto alla salute, piegato a scopi puramente securitari. Noi non arretreremo: continueremo a difendere il diritto universale alla salute e a denunciare la violenza strutturale dei luoghi di detenzione amministrativa. Perché la cura non può, e non deve mai, diventare un reato. Droghe. L’imprenditore rovinato dal decreto Salvini: “In una notte sono diventato spacciatore” di Cristina Porta La Stampa, 5 marzo 2026 La disavventura kafkiana di Giampiero Semeraro: coltivava cannabis light ed è finito sotto processo. È passato da essere un regolare produttore di cannabis legale a essere considerato uno spacciatore in una frazione di secondo. Giampiero Semeraro, 39 anni di Gignod, è a processo per spaccio di sostanze stupefacenti. Il 3 giugno dello scorso anno, la Finanza gli ha sequestrato 200 chilogrammi di cannabis light, tutta già essiccata. Il processo ora è stato rinviato al 26 giugno, in attesa che la Corte costituzionale si pronunci sulla legittimità dell’articolo 18 del decreto sicurezza, approvato dal governo Meloni il 4 aprile 2025, che vieta commercio e lavorazione della cannabis anche quella senza principio attivo. Il danno e la beffa - Semeraro dal 2018 coltivava nella sua azienda di Gignod quella che fino a un anno fa era considerata cannabis legale, perché priva di principio attivo. L’entrata in vigore del decreto sicurezza tanto voluto dal ministro leghista Matteo Salvini, l’ha resa illegale. E questo ha fatto sì che quei 200 chilogrammi di cannabis essiccata, che Giampiero Semeraro aveva ancora nel magazzino, in una notte siano diventati illegali. Come se fossero 200 chilogrammi di droga. Semeraro di conseguenza è stato denunciato e ieri è iniziato il processo. Una situazione kafkiana che però non toglie il sorriso a Giampiero Semeraro che spiega come: “Ho aperto la mia attività otto anni fa, ora dopo l’entrata in vigore di questo decreto mi ritrovo con tutto sotto sequestro, un processo e il dovermi reinventare di nuovo. Così, dalla sera alla mattina. Senza contare le spese legali. Io con la mia coscienza sono assolutamente tranquillo, ed è con quella che devo fare i conti. E soprattutto so di non aver fatto nulla di sbagliato e credo nei miei principi. Capisco che il governo abbia fatto una legge e che la Guardia di finanza abbia solo fatto il suo lavoro. Ma quando hanno fatto la legge c’erano aziende che stavano lavorando, che avevano investito. Ovviamente - dice - sapevano che le attività del settore avevano uno stoccaggio di cannabis e quindi ora ci troviamo in questa situazione assurda. Io lavoravo soprattutto con il fiore, è la parte della pianta che viene più valorizzata e richiede solo la prima lavorazione, per cui di per sé è molto più semplice come operazione e la mia attività viveva di quello. La cannabis in questione non ha principio attivo, così come voleva la normativa. E l’esame lo facevamo sempre come autocontrollo. Nel 2018 ho aperto un’attività e fatto una scelta di vita, lo scorso anno da un giorno all’altro mi è stato detto che non potevo più farlo. Ora il magazzino è ancora sotto sequestro, con i sigilli e tutta la merce all’interno”. La prima udienza - Ieri Semeraro era in aula per la prima udienza accanto all’avvocato Alessio Iannone, che ha chiesto e ottenuto dal giudice Marco Tornatore un rinvio in attesa che si pronunci la Corte costituzionale. “Per noi vi sono vari aspetti di costituzionalità - dice l’avvocato - e ora stiamo aspettando la pronuncia sul merito. Aspetto non secondario, il decreto poneva fuori legge la sostanza senza neppure indicare ai produttori come poter fare a smaltirla”. Equivoci e silenzi di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 5 marzo 2026 Il doppiopesismo dell’Occidente: le illusioni sull’Iran delle nostre opinioni pubbliche. Ruhollah Khomeini ebbe di certo un’illuminazione ascendendo al potere: usare i mostazafin, i “senza scarpe” della terra, a maggior gloria di Allah e della sua rivoluzione. “È nostro dovere salvare gli affamati e i bisognosi”, dichiarò a un mondo smarrito nel quale il comunismo, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, già mostrava la corda. Farian Sabahi spiega, nella sua bella Storia dell’Iran, che l’ayatollah trasformò così lo sciismo, da corrente quietista dell’Islam, “in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo”, ovvero le potenze straniere e l’alta borghesia iraniana protetta dallo Shah. Un’ibridazione che oggi diremmo “populista”, dal potente impatto scenico, versare un po’ di Marx nel Corano. Il grande esule che tornava da Parigi sembrò insomma parlare alle coscienze di tanti in nome d’un popolo senza frontiere: i diseredati. Ce n’è abbastanza per spiegare molto del passato e del presente della questione iraniana in una società come la nostra, sempre malata di sensi di colpa e tendente all’autodafé. Molto, per capire la formidabile cotta che parte del gauchismo occidentale, da un irregolare come Foucault a scendere, prese per quel prete islamico nemico giurato della nostra modernità e delle nostre libertà “americane”. Molto, per decifrare in questi giorni i silenzi, i distinguo e le resistenze, spesso ammantate di pacifismo o di richiami a un diritto internazionale da lungo tempo periclitante, di fronte alla fine di un tiranno come Alì Khamenei, erede di Khomeini nel ruolo di Guida Suprema della nazione, regista del terrorismo internazionale, mandante del pogrom del 7 ottobre e massacratore della propria gente. Siamo sempre lì, agli odiati Stati Uniti: il nemico del mio nemico è mio amico, anche se tortura, mutila, massacra. Si sa, col suo tasso di improvvisazione e di impulsività, non più frenato dai consiglieri professionali che lo accompagnarono nel primo mandato, Donald Trump è una valanga in uno stagno. Ma, ammettiamolo, lo stagno delle opinioni pubbliche occidentali sull’Iran è stato così grande da sembrare una palude. Leila Farahbakhsh, un’attivista esule a Firenze, s’è guadagnata la notorietà social irrompendo in un corteo che, promosso da varie sigle tra cui Arci e Anpi, protestava contro i bombardamenti sull’Iran. “Dove eravate?”, ha chiesto: “Come avete potuto restare in silenzio quando il regime iraniano in due giorni ha chiuso Internet e ucciso 40 mila persone? Eravate in piazza quando organizzavamo noi le manifestazioni? Non le avete mai organizzate voi, e ora siete qua per dire cosa? L’America ha aiutato il popolo iraniano!”. A fronte delle mobilitazioni per la causa palestinese, è difficile non vedere nei decenni un doppiopesismo colmo di ritrosia nel condannare l’Iran per ciò che è: il Paese più brutale del mondo contro le donne, gli omosessuali, i dissidenti e contro qualsiasi forma di individualità che sfugga al ferreo allineamento con la sharia. È vero che “Donna, vita, libertà” ha conquistato anche le nostre piazze nel nome di Mahsa Amini. Ma è stata una vampata breve dentro quasi mezzo secolo di acquiescenza. Le opinioni pubbliche occidentali, per dire, a stento si accorsero del Movimento verde che nel 2009 invocava democrazia contro la rielezione truccata del falco Ahmadinejad (secondo molte fonti anche lui caduto, ora, sotto i raid). E, da ultimo, la generosa rivolta nata lo scorso gennaio dai bazar è stata accompagnata da una pesante cappa di indifferenza, rotta solo da qualche iniziativa presa più per dovere che per passione e finita quasi nel nulla. Negli slogan di queste ore contro “l’aggressione imperialista all’Iran” si coglie invece ben chiara l’eco di quell’antico innamoramento per il tribuno dei mostazafin, per il “santo” castigatore dell’imperialismo a stelle e strisce. Nel 2025 il tasso di esecuzioni capitali in Iran ha registrato un’impennata con circa duemila giustiziati. A fronte di simili record, le Nazioni Unite hanno dedicato al regime degli ayatollah poche decine di risoluzioni negli anni, giungendo addirittura a tributargli la guida di un Forum sui diritti umani. Per avere un metro di paragone, sono state molte centinaia le risoluzioni proposte o adottate contro Israele. Intendiamoci. L’operazione “Furia Epica” di Trump (sotto la pressione del premier israeliano Netanyahu) si presta a infinite critiche. Tralasciando questioni di legalità internazionale così “elastiche” da essere invocate perfino da… Putin, mancano tanto il supporto del Congresso quanto una strategia per il dopo. Si coglie a pretesto il programma atomico di Teheran dopo avere sostenuto di averlo “totalmente obliterato” con gli attacchi di giugno 2025. Si fa appello a una “resistenza” dispersa e in precedenza abbandonata con il taglio dei fondi Usaid ai gruppi di monitoraggio per i diritti umani e ai progetti mediatici indipendenti. È inoltre molto verosimile che questioni interne, come lo scandalo Epstein, abbiano indotto la Casa Bianca all’ultima accelerazione. Trump in patria è sotto un tiro bipartisan. La senatrice democratica Elisabeth Warren sostiene che stia trascinando un’altra generazione in una nuova guerra infinita; l’ex pasionaria Maga Marjorie Taylor Green lo accusa di avere rovesciato “America first” in “America last”. Tuttavia, come annota il neoconservatore (antitrumpiano) Bret Stephens sul New York Times, il presidente americano e il premier israeliano “hanno fatto un grosso favore al mondo” e si sono assunti “grandi rischi politici e militari” eliminando un feroce dittatore e una schiera di suoi vice. Forse per una curiosa curva della storia, l’uomo che per noi europei si sta rivelando un capriccioso e inaffidabile ex alleato ha aperto in Iran uno spiraglio, come nessuno dei suoi predecessori aveva osato fare. Cosa vi entrerà, se caos o libertà, è la vera sfida: questa, sì, epica. Iran. I detenuti rischiano esecuzioni anticipate e torture nel bel mezzo di una guerra La Repubblica, 5 marzo 2026 La denuncia del Centro per i diritti umani. Il timore è che nella segretezza delle carceri i pasdaran possano intensificare le impiccagioni. Nel mezzo della guerra tra USA e Israele da un lato e Teheran dall’altro, il Centro per i diritti umani in Iran, una Organizzazione Non Governativa con sede a New York, lancia un appello per i detenuti nelle prigioni iraniane e chiede ai governi di tutto il mondo che si aprano canali diplomatici per tutelarli. Il timore è che nella segretezza delle carceri i pasdaran possano intensificare le torture e le esecuzioni. Preoccupazione condivisa anche dalla Missione Internazionale Indipendente di Inchiesta sui Fatti (FFM) sull’Iran, creata dal Consiglio di Sicurezza ONU nel 2022, secondo la quale molti dei detenuti corrono il rischio di maltrattamenti e sparizioni forzate. Le prigioni sono protette dal diritto internazionale umanitario in tempo di guerra, questo significa che i diritti e la sicurezza devono essere pienamente garantiti, scrive l’organizzazione. Una storia di torture. La Repubblica Islamica potrebbe approfittare di questa guerra per commettere abusi e vendicarsi dei prigionieri politici, scrive il Centro per i diritti umani. Le prime vittime della crisi attuale potrebbero essere proprio le migliaia di uomini e di donne arrestati durante le proteste di gennaio e detenuti con vaghe accuse di spionaggio e pericolo per la sicurezza nazionale. Tra i detenuti anche un Premio Nobel. Tra i detenuti più noti anche la Premio Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi, arrestata a dicembre mentre manifestava per la morte sospetta di un’altra attivista e oggi detenuta a Zanjan, nel nord-ovest di Teheran, una zona che sabato scorso è stata scossa da una forte esplosione. Il record di esecuzioni. Human Rights Watch nel suo Rapporto annuale scrive che il numero di esecuzioni effettuate da Teheran nel corso del 2025 ha raggiunto percentuali che non si leggevano dagli anni ‘80. A fine dicembre avevano affrontato il patibolo almeno duemila persone. A fine febbraio si contavano 53 mila detenuti tra attivisti, avvocati e circa 500 minori, due dei quali a rischio di esecuzione imminente. Molti dei prigionieri sono in isolamento e la maggior parte di essi non può avere neanche un consulente legale. Già con gli attacchi di giugno, quando il carcere di Evin fu preso di mira dagli israeliani, i detenuti non solo non furono evacuati, ma molti rimasero feriti. Il Centro dei Difensori dei Diritti Umani. È un’associazione senza fini di lucro iraniana fondata nel 2001, con l’obiettivo di tutelare i diritti dei dissidenti politici, delle donne e delle minoranze. Ha vinto il Premio Reebok per i Diritti Umani e il Premio Nobel per la Pace, Shrin Ebadi ne è stata una delle fondatrici, assieme ad altri avvocati, tra cui Abdolfattah Soltani, Mohammad Ali Dadkhah e Mohammad Seifzadeh. Il Centro documenta violazioni dei diritti, dà assistenza legale gratuita ai prigionieri ed è attivo per difendere la libertà di espressione. Nel corso del tempo ha affrontato pesanti pressioni e persecuzioni da parte del governo iraniano.