Il Garante nazionale pubblica un report sui decessi in carcere nel 2025 Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2026 Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl) ha pubblicato sul suo sito il Report sui decessi in carcere riferito al 2025, che segue quelli pubblicati a cadenza periodica nei mesi scorsi e che offre un’analisi sistematica con l’auspicio di fornire una base conoscitiva utile per comprendere l’entità e le caratteristiche del triste fenomeno. Tutti i dati che il Garante nazionale utilizza per lo studio e l’analisi, sono tratti dagli applicativi del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap). Il Report contiene anche grafici esplicativi e distingue i decessi in cinque categorie principali: suicidi; decessi per cause naturali; decessi per cause da accertare; decessi accidentali; omicidi. La distinzione non ha solo valore ai fini della pubblicazione, ma vuole rendere conto delle specificità insite nel fenomeno più ampio dei decessi in carcere, in particolare dei suicidi, che toccano anche aspetti legati all’animo umano e alla necessità di un’attenzione costante alla persona e alle sue fragilità. Per consentire al lettore una corretta interpretazione dei dati sui decessi il Report considera poi l’andamento della popolazione carceraria nel periodo di riferimento. La presenza media di persone detenute è passata da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025, registrando un incremento del 16,9%. L’aumento, che ha molte concause, è un dato essenziale per contestualizzare l’evoluzione del numero di decessi e valutarne l’incidenza sulla popolazione detenuta. Emerge così che, nel periodo compreso tra il primo gennaio ed il 31 dicembre 2025, il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha registrato un totale di 254 decessi. Tra questi si contano: 76 suicidi (29,92% sul totale); 125 decessi per cause naturali (49,21%); 50 decessi per cause da accertare (19,69%); 3 decessi accidentali (1,18%). Se risulta complessivamente un aumento rispetto al 2024 (246 decessi complessivi), risulta invariata la percentuale sulla popolazione carceraria (0,4%) e sono in diminuzione sia i suicidi, passati da 83 nel 2024 ai 76 dello scorso anno, sia i decessi per cause naturali, scesi da 142 a 125. Risultano invece in aumento i decessi per cause da accertare, saliti da 15 del 2024 ai 50 dello scorso anno. Rientrano in questa categoria i casi per i quali, al momento della rilevazione statistica, non è ancora stata determinata con certezza la causa del decesso, sia per la necessità di accertamenti medico-legali approfonditi, sia per l’eventuale pendenza di indagini giudiziarie. Man mano che gli esiti degli accertamenti si concludono in maniera ufficiale può cambiare perciò la distribuzione fra le categorie indicate. Nella sua totalità, l’analisi vuole contribuire ad un dialogo informato sulle condizioni di vita nelle carceri italiane, nella convinzione che solo attraverso la conoscenza dei dati e delle loro implicazioni sia possibile promuovere interventi efficaci per garantire il rispetto della dignità umana e la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute. Il testo completo del Report è disponibile a questo link: https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/20253112_Report_decessi_in_Carcere_2025.pdf L’agente di reparto nelle carceri italiane di Antonio Nastasio L’Opinione, 4 marzo 2026 Tra denunce di violenze, aggressioni, tensioni quotidiane e i non pochi suicidi che coinvolgono detenuti e appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, la domanda se esiste ancora l’agente di reparto nelle carceri italiane non è retorica. È una domanda strutturale. Perché tocca il punto più esposto e insieme più identitario dell’istituzione penitenziaria: l’agente di reparto. Eppure, il Corpo possiede un simbolo che ne definisce con chiarezza la missione. Con decreto del 31 maggio 1999 è stato adottato lo stemma araldico moderno: scudo con tre fiamme azzurre, fascia rossa, corona turrita, fronde d’alloro e di quercia e il motto latino Despondere spem munus nostrum, (“garantire la speranza è il nostro compito”). Non è un dettaglio ornamentale. È una dichiarazione di identità: sicurezza e rieducazione come funzioni inseparabili, onore e responsabilità come fondamento del servizio. Se questo motto è ancora valido, e non vi è ragione per ritenere il contrario, allora non può non riflettersi su come viene considerato l’agente di reparto. Perché è lì, nella sezione, che la speranza smette di essere formula araldica e diventa pratica quotidiana. È nel lavoro di prossimità che si tiene insieme l’ordine con la dignità, la disciplina con l’ascolto. Ridurre tutto a una narrazione di fallimento sarebbe fuorviante. Le competenze esistono, la dedizione pure, legate al concetto che non tutto è negatività. Ma queste energie risultano spesso sommerse da un’organizzazione che fatica a riconoscere e valorizzare il livello operativo più delicato. Si amplia il perimetro delle responsabilità, senza una corrispondente ridefinizione di strumenti, organici, tutele. E così si apre uno scarto tra mandato simbolico e realtà operativa. Il mandato che viene dalla legge 354/75 è chiaro: la pena come percorso di rieducazione nel rispetto della dignità della persona, imposizione che è nella Costituzione. Nelle sezioni convivono marginalità sociale, dipendenze, disturbi psichici anche gravi e difficoltà linguistiche. Senza adeguati presìdi sanitari e percorsi differenziati, questa complessità ricade sul reparto e sull’agente che vi opera. Servono strutture dedicate a tipologie differenti di detenuti e progetti specifici in base alle diverse problematiche: il carcere non può farsi carico in via vicaria di ogni fragilità sociale e tanto meno l’agente di sezione che è sì il custode della sicurezza, ma è anche il primo interlocutore nei conflitti e osservatore delle fragilità. È il volto visibile dello Stato. Quando qualcosa si rompe, un abuso, un’aggressione, un suicidio, l’attenzione si concentra su di lui. Gli abusi accertati vanno perseguiti con fermezza, ma occorre rafforzare i supporti al sistema, perché la gestione delle criticità non resti sulle spalle del solo reparto, già reso fragile dal carico umano e operativo che grava su una figura lasciata troppo spesso sola. Qui emerge la contraddizione. Se il Corpo esiste per garantire sicurezza e speranza, allora esiste perché esiste l’agente di reparto. È quella presenza continua a rendere concreta la funzione istituzionale. Senza reparto non vi è Corpo; senza Corpo non vi è equilibrio tra custodia e rieducazione. Indebolire l’agente significa svuotare di contenuto il simbolo che campeggia sullo stemma. C’è poi la questione dell’esperienza che si perde. Molti cercano incarichi meno esposti; altri lasciano il Corpo anche senza avere un altro lavoro per disperazione e questa disperazione va attenzionata premiando giorno per giorno chi opera in un reparto detentivo. I giovani arrivano motivati, ma privi di quella conoscenza che si forma negli anni: saper leggere un silenzio, intuire un cedimento, prevenire un gesto estremo questo e da grandi non è lavoro per tutti, e per chi lo fa vanno attuate tutte quelle ricompense che inducono, non solo a restare, ma operare con la convinzione di essere essenziali e stimati, rendendo pubbliche le loro attività. Bene le competenze silenziose che costituiscono la vera infrastruttura della sicurezza dinamica ma serve anche il riconoscimento reale. La mancata considerazione dell’agente non ricade soltanto sul personale, ricade anche sulla popolazione detenuta, perché la qualità dell’offerta istituzionale, sicurezza, ascolto, osservazione, accompagnamento è direttamente connessa alla qualità e alla stabilità del lavoro di reparto. Un operatore sovraccarico, isolato, privo di riconoscimento adeguato non può garantire pienamente quel servizio di prossimità che rende possibile un percorso rieducativo credibile. Il dibattito sul carcere non può limitarsi al sovraffollamento o alla costruzione di nuove strutture. Senza un riconoscimento chiaro delle funzioni che passi anche dalla visibilità, senza un investimento reale sul reparto, senza una effettiva coerenza tra il motto araldico e l’organizzazione concreta, il rischio è una progressiva perdita di funzione non dichiarata. Se il “garantire la speranza è il nostro compito” non può restare uno sbiadito inciso su uno scudo, ma deve tradursi in scelte amministrative chiare, coerenti e politicamente accompagnate. Non bastano dichiarazioni di principio né richiami simbolici alla missione istituzionale, occorre un corollario concreto, oggi largamente mancante, di riconoscimenti verso la persona dell’agente: dal riconoscimento professionale, a quello economico, formativo, ma anche e soprattutto tutela operativa effettiva che non si risolve con presenze non istituzionali che lo fanno sentire operatore di seconda classe e maggiormente emarginato. Bene dotare l’agente di reparto di strumenti idonei, coperture giuridiche chiare, sostegno psicologico strutturato ma, maggiormente è bene programmare protezioni da esposizioni mediatiche sommarie quando i fatti non sono ancora accertati. Questo è dare attenzione e presenza e non lasciare l’agente solo nel momento critico e rappresenta quanto l’autorevolezza dell’amministrazione sa realizzare. Se ciò non avviene, non si indebolisce soltanto una categoria professionale ma si incrina l’equilibrio stesso dell’istituzione penitenziaria, producendo uno scollamento tra responsabilità e strumenti, tra doveri e garanzie, tra mandato istituzionale e capacità concreta di attuarlo nella realtà quotidiana. Quando questo scarto diventa strutturale, il sistema finisce per reggersi unicamente sulla resistenza individuale di chi continua a operare per senso del dovere. Ma nessuna istituzione può fondarsi esclusivamente sulla resilienza personale dei propri operatori. Quando l’equilibrio del carcere si spezza, il costo non resta confinato entro le mura. Lavorare nella custodia, di fronte alle sbarre di ferro, è un compito essenziale e delicato, spesso invisibile, ma decisivo per la sicurezza e la tenuta sociale. È un presidio silenzioso che incide direttamente sulla collettività perché è all’interno delle mura che si misura concretamente la capacità dello Stato di garantire ordine, legalità e dignità, trasformando il mandato istituzionale in responsabilità reale verso la società. E il prezzo lo paga la società, soprattutto al momento della scarcerazione. Una detenzione gestita senza strumenti, regole certe e reale sostegno produce conseguenze che ricadono inesorabilmente (alla scarcerazione) sulla collettività. Non sono solo parole di Raffaele Palumbo Corriere Fiorentino, 4 marzo 2026 Una politica fatta da chi ha un senso della giustizia legata al “mettere in galera e buttare le chiavi”, si esprime necessariamente attraverso queste parole e non altre. Chi pensa che per governare il fenomeno migratorio serva sparare sui barconi carichi di migranti, non ha altre parole per dirlo. C’è però una differenza di peso e di potere. È molto raro imbattersi in cattivi linguaggi a fronte di classe dirigente fatta da politici abili, autorevoli, colti e capaci di una visione. Di solito, i periodi storici che producono élite di alto livello, lasciano sul tappeto un florilegio di citazioni di cui ci nutriamo per i decenni successivi. Ora, al contrario, c’è un filo rosso che lega, dal punto di vista dei linguaggi della comunicazione, il consigliere comunale del Carroccio di Firenze che intima all’assessora “quando parlo io tu stai zitta”, fino a su, fino al presidente degli Stati Uniti d’America, che dice una quantità di cose che questo giornale nel suo intero non può contenere. La cattiva politica si esprime attraverso pessimi linguaggi e, a ben pensarci, sarebbe curioso il contrario. Una politica fatta da chi ha un senso della giustizia legata al “mettere in galera e buttare le chiavi”, si esprime necessariamente attraverso queste parole e non altre. Chi pensa che per governare il fenomeno migratorio serva sparare sui barconi carichi di migranti, non ha altre parole per dirlo. C’è però una differenza di peso e di potere. La cattiva politica, ovvero la politica illiberale ed autocratica, centrata sulla legge del più forte e non sulla legge e basta, si esprime come può. E se può tanto, come nel caso di un presidente di una super potenza mondiale, fa quello che oggi provano a fare in tanti: impone una narrazione. Si tratta di un processo più complesso di quanto possa sembrare, anche nella sua apparente rozzezza. Decreto sicurezza, una pioggia di multe per bloccare proteste e dissenso di Rita Rapisardi Il Manifesto, 4 marzo 2026 Gli effetti del pacchetto approvato l’11 aprile 2025 arrivano in queste ultime settimane sotto forma di lettere di verbali e denunce alle porte degli attivisti che hanno manifestato per la Palestina lo scorso autunno. Lo scorso aprile il governo Meloni ha approvato il decreto legge che ha introdotto 11 nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti. Tra queste la riformulazione del blocco stradale, tornato a essere reato, con una pena fino a due anni nel caso di manifestazione. Tenere traccia dei provvedimenti che piovono non è semplice. I primi sono arrivati nei piccoli centri: Massa Carrara, Catania, Brescia, Pisa, Livorno, Ravenna, Taranto. Poi Bologna con oltre 100 denunce e Genova con 80. L’ultima in ordine di tempo è Cagliari, con un’inchiesta che ha portato a 90 denunce. Sono più di 400 i denunciati con decine di multe in tutta Italia e mancano Roma e Milano all’appello. Mentre a Torino sono almeno 50 le multe e poi ci sono le denunce, che spesso però racchiudono più episodi, anche manifestazioni che non hanno a che fare con Gaza e che la procura vuole inserire nel filo rosso che collega tutto ad Askatasuna. “Nelle grandi città è probabile che inviino un unico piano indiziario. Il rischio è che con la partenza della nuova Flotilla, ad aprile, si voglia bloccare il ripetersi dell’autunno” spiega Cristina Mazzoccoli, avvocata di Usb. “Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce: il penale ha delle garanzie difensive, mentre nel procedimento amministrativo sono ridotte e le modalità di impugnazione limitate. Per studenti e operai è difficile pagare multe che arrivano fino a 5mila euro”. Non tutti sono accusati di aver bloccato la circolazione, alcuni soltanto di essere entrati in stazione da porte non consentite o aver stazionato sulla banchina. Gli avvocati dei sindacati di base sottolineano come in realtà la circolazione ferroviaria non ha risentito in maniera rilevante: “Vogliamo dimostrarlo chiedendo le audizioni, ma per ora nessun soggetto è stato convocato”. Al momento la decisione collettiva è quella di non pagare e capire se oltre al verbale arriverà anche l’ordinanza di ingiunzione, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace. “Le presunzioni di colpevolezza non si basano su dati oggettivi, ma su questioni presupposte su dati di digos e questura: i diretti interessati non vogliono pagare le multe perché non credono di aver fatto nulla, rivendicando il diritto di manifestare”, aggiunge Mazzoccoli. Intanto si moltiplicano le casse di resistenza per raccogliere fondi: “Sono misure restrittive non giustificate da pericolosità”. A preoccupare, rispetto all’ultimo pacchetto sicurezza, è la modifica dell’articolo 18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) sul preavviso di manifestazione alla questura: finora reato, ma sono state poche le condanne, con la depenalizzazione potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per fare in modo che le persone desistano dallo scendere in piazza. “In pratica parcellizzi il procedimento, le multe e le ordinanze diventano singole, non si possono unire per fare una class action. Quindi se prima potevo improvvisare un presidio magari per un evento, come accaduto per la Flotilla, ora si rischia una multa fino a 12mila euro”, spiega l’avvocato Gianluca Vitale. Per stabilire poi chi sono i promotori, potranno essere utilizzati anche i social e risalire a chi ha diffuso per primo l’incontro. “In quest’ultimo decreto i dubbi di incostituzionalità riguardano la proporzionalità della pena e le sanzioni elevate. Una sponda potrebbe essere ricorrere alla Cedu - spiega Vitale - che lascia via libera alle sanzioni, ma tali che non risultino deterrente al diritto di manifestazione, come pare avvenire in questo caso”. Mentre il fermo preventivo, sempre nell’ultimo decreto sicurezza, che limita le persone nella circolazione, si baserebbe su un sospetto di pericolosità e sulla profilazione, anche solo per il fatto di appartenere a un movimento. “Sono tutti mezzi intimidatori - conclude Vitale - Il fermo per identificazione è già usato come pretesto per tenere in questura le persone per ore ma da noi spesso contestato come sequestro di persona, ora diventa legittimo”. “Non c’è sicurezza senza stato di diritto” di Umberto De Giovannangeli L’Unità, 4 marzo 2026 “Non è criminalizzando la povertà o restringendo il diritto di manifestare che si migliora la vita delle persone. Sicurezza è presidio dei territori ma anche riqualificazione delle periferie, politiche sociali contro marginalità e degrado”. Dalla guerra in Medio Oriente alla sfida referendaria, dal ddl sicurezza e a quello sui migranti allo stato di salute del Partito Democratico. Quello che si dice una intervista a tutto campo, e senza reticenze. La parola a Chiara Gribaudo, parlamentare, Vicepresidente del Partito democratico. Il Medio Oriente è in fiamme e l’Europa è inerte di fronte al duo Trump-Netanyahu. Questo è il mondo del Board of Peace: disordine e instabilità, nonostante le promesse di pace del presidente Usa, guerre con conseguenze incalcolabili e totale indifferenza nei confronti del diritto internazionale… Israele e Stati Uniti stanno trascinando nel caos tutta la regione e condanniamo tali azioni esattamente come abbiamo sempre condannato il regime di Teheran, rimanendo al fianco del popolo iraniano che combatte per la libertà e degli italiani che si trovano in quella zona del mondo. Mi aspetto da parte dell’Unione Europea quello che sta assolutamente mancando in questo scenario: diplomazia, negoziati, opposizione agli attacchi unilaterali. Non è con le bombe che si da un futuro ai popoli oppressi, la storia ce lo ha già insegnato a sufficienza dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’Afghanistan. Mi lasci anche porre una questione, vista la tragicità del momento: Giorgia Meloni continuerà a spacciare il suo rapporto con Trump come amicizia dopo l’ennesima dimostrazione di non essere minimamente considerata a livello internazionale? Perché il ministro Crosetto si trovava a Dubai? Sarebbe davvero grave non essere stati informati di nulla, soprattutto nel momento in cui una figura istituzionale si trova sul territorio. Questo aspetto va chiarito, da parte del Governo: è evidente che il rapporto privilegiato con gli USA non esiste, Meloni ci metta la faccia e lo dica chiaramente. Attendiamo che vengano a riferirci in aula, nel frattempo voglio ricordare che l’Italia ripudia la guerra e che non ci deve essere alcun tipo di sostegno alla follia di questi due presidenti che sono capaci di pretendere il Nobel per la pace mentre lanciano razzi su scuole dove a morire non sono semplicemente dei civili ma delle bambine. Fronte interno. Sostiene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari, tra i più vicini a Giorgia Meloni, che al referendum del 22-23 marzo, Putin voterebbe No. Rilancia l’altro sottosegretario a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, ex magistrato: “Le toghe peggio della sinistra”. Come leggere politicamente queste uscite? Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto un appello chiaro e, come sempre, impeccabile: abbassare i toni. Ecco, mi sembra che le uscite di questo tipo vadano nella direzione opposta e come tali vadano lette. Quando il Capo dello Stato fa una richiesta simile, non è mai per circostanza e per modo di dire: significa che la politica sta perdendo la direzione e le proprie funzioni e non ascoltare questo richiamo sarebbe grave, a maggior ragione quando arriva da chi incarna con il suo ruolo un equilibrio che non è mai neutrale perché è costituzionale. Le parole utilizzate da chi fa la campagna per il Sì si qualificano da sole e ancor di più qualificano chi le pronuncia, non per una questione ideologica ma anzi proprio per la vuotezza dei contenuti. Parliamo dei temi del referendum? Benissimo, il confronto democratico e rispettoso è sempre ben accetto, ma forse a destra hanno difficoltà a farlo perché, parole dello stesso ministro Nordio che propone la riforma costituzionale, i quesiti sono oggettivamente inutili per affrontare i reali problemi della Giustizia. I toni utilizzati dalla destra in Italia riecheggiano quelli intimidatori utilizzati da Trump contro i giudici della Corte Suprema, “colpevoli” ai suoi occhi di aver bocciato la sua guerra dei dazi. È solo una coincidenza oppure c’è dell’altro? Le destre di tutto il mondo da un po’ di tempo, senza scomodare tempi passati e bui della nostra storia, hanno bisogno di un colpevole e di utilizzare un atteggiamento vittimistico per coprire i propri errori e non confrontarsi mai con le responsabilità. Ne sono un esempio su tutti le continue e infondate accuse nei confronti della Magistratura che ormai da mesi il Governo Meloni porta avanti incessantemente. Ci sono stati gli scontri il 31 gennaio a Torino? Colpa della Magistratura. C’è la sentenza del Tribunale di Palermo che impone allo Stato di risarcire Sea Watch con 76mila euro? Toghe politicizzate. Un cittadino algerino dovrà essere risarcito perché lo Stato italiano ha commesso gravi lacune procedurali e violazioni dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali? La Magistratura impedisce al Governo di contrastare seriamente l’immigrazione illegale. E potrei andare avanti con tanti altri esempi, questi sono solo i più recenti. Ne parlo per una questione semplice: tralasciando la modalità quasi infantile di puntare il dito senza mai guardarsi allo specchio, intimidire così uno dei poteri dello Stato è gravissimo. Ovviamente rientra nella campagna elettorale permanente che Giorgia Meloni e i suoi compagni di banco portano avanti, non solo in occasione del referendum, per non ammettere mai i propri sbagli. Sarebbe troppo onesto dire che sono stati commessi degli errori e che sono stati sperperati milioni di soldi pubblici, quindi la risposta è questa: alzare i toni, individuare un colpevole e interpretare il ruolo della vittima. Dal ddl sulla sicurezza a quello sui migranti: il securitarismo impera. C’è chi teme una torsione autoritaria. C’è questo pericolo? Non userei termini così forti, ma certo l’involuzione è palese. Quello che dovremmo riuscire a far capire ai cittadini è che stiamo parlando di pura propaganda, Governano da oltre tre anni e ancora hanno il coraggio di dare la colpa ad altri per i loro fallimenti. Il Governo si riempie la bocca di parole come sicurezza o immigrazione ma poi nel concreto non fa nulla per risolvere davvero i problemi, tant’è che non si occupa di salari o congedi, affossando le nostre proposte senza farle approdare nemmeno in aula e svilendo il confronto democratico e il lavoro parlamentare, in compenso ha come priorità dichiarata la legge elettorale: decisamente non un’emergenza per i cittadini, solo la dimostrazione di aver paura e di giocare la propria partita per mantenere il potere e non per il Paese. Non solo: non serve a nulla l’ennesimo decreto sicurezza - ma la maggioranza di Giorgia Meloni forse vuole battere il record di leggi securitarie repressive (e che non aumentano la sicurezza dei cittadini) approvate durante il mandato - se non si fa qualcosa, ad esempio, per le carenze di personale, di stipendi e di slittamento delle graduatorie nelle forze di polizia. C’è bisogno di assunzioni e di aumentare i salari, non di inasprire ancora una volta le pene o di introdurre nuovi reati. Su questo parlano i numeri: dall’ultimo decreto sicurezza, approvato pochi mesi fa, non è migliorata la situazione nelle nostre città, i quartieri critici sono rimasti tali, i reati non sono diminuiti. Allo stesso modo, nonostante i provvedimenti presi e la propaganda che ne è conseguita, il fenomeno dell’immigrazione non è cambiato, gli sbarchi non sono diminuiti e soprattutto non si è aiutato realmente queste persone. L’unica certezza è che il securitarismo non è la risposta. Tutti parlano di sicurezza. Ma in pochi la declinano. Qual è per lei l’idea di “sicurezza”? Quella opposta rispetto alla destra: non può mai essere confusa con la repressione o con il silenziare il dissenso. Questa non è sicurezza, è demagogia pericolosa. La sicurezza e la legalità sono valori costituzionali imprescindibili, ma devono essere sempre bilanciati con la tutela dei diritti fondamentali e con le garanzie dello Stato di diritto: non è criminalizzando la povertà o restringendo il diritto di manifestare che si migliora la vita delle persone, anzi direi tutto il contrario. Quando penso alla sicurezza invece mi riferisco, certo, anche al presidio dei territori, non ho mai compreso perché l’incolumità delle persone debba essere un valore di destra, specie se parliamo dei quartieri popolari, dei quartieri in cui vivono operai, disoccupati, donne fragili, pensionati. Ma penso anche agli investimenti per migliorare la vita nei quartieri e per riqualificare le periferie, a politiche sociali contro marginalità e degrado, a una collaborazione reale tra comuni, forze dell’ordine e servizi sociali. E tutto questo deve essere accompagnato dalla stabilità sociale ed economica, perché là dove si combatte la precarietà e le disuguaglianze si produce anche molta meno insicurezza. Nel rigettare il Board of Peace accroccato dal presidente USA, le opposizioni, tutte, hanno trovato un’unità. È un caso isolato? No, anche se è sempre bene ricordare che quelle che dovrebbero essere unite sono le forze di maggioranza, perché sono quelle che governano questo Paese, ma in troppe occasioni e soprattutto su questioni fondamentali di politica internazionale si sono mostrate in conflitto e mai concordi, se non addirittura sostenendo tre posizioni differenti. All’opposizione questa questione non si pone, eppure abbiamo mostrato serietà e compattezza. Nel caso del Board of Peace è stato naturale: è un progetto scellerato, un organismo privato del Presidente USA, dettato dai suoi deliri di onnipotenza e in cui si entra a pagamento per gestire la ricostruzione di Gaza. Non sono sicuro che l’obiettivo di questo Board sia davvero solo la pace, e i fatti degli ultimi giorni purtroppo ce lo confermano. Ma in tante altre occasioni abbiamo dimostrato che l’opposizione è unita: ne è un esempio di queste settimane la compattezza per il no al referendum o contro la legge elettorale, ma anche le battaglie comuni per la tutela della Costituzione e dei diritti civili, per il salario minimo. Sono solo alcuni esempi per dire, ancora una volta, che le critiche da parte degli esponenti di Governo sulla nostra disunità le rimandiamo al mittente. I narratori delle vicende Pd raccontano di un Nazareno-caserma e al tempo stesso di una segretaria prigioniera dei vecchi cacicchi. Il rinnovamento è una chimera? In realtà, i partiti caserma sono ben altri. Nel Pd non ci sono imposizioni, anzi c’è ampio spazio per la discussione interna. Ci sono delle idee diverse a cui viene sempre dato ascolto, perché per noi la sintesi è frutto del confronto e mai di imposizione. Questo lo penso io e lo pensa la segretaria Schlein, come ha ampiamente dimostrato anche all’ultimo Congresso. Però la disciplina e l’unità sono fondamentali su determinati punti chiave: il cambiamento lo si è sempre fatto con e mai contro il partito e chi non la pensava così nel corso degli anni se n’è andato, facendo bene perché appunto non è un obbligo rimanere dentro il Partito Democratico se non si trovano strade condivise. Questo rinnovamento però non può essere uno slogan, bisogna guardare insieme alle priorità politiche, che sono e rimangono le stesse da quando al comando c’è Schlein: lavoro e salari, diritti e tutele, sanità pubblica. Siamo un grande partito, con contenuti e credibilità, e penso che la nostra storia lo dimostri. “Subito in carcere i minori con i coltelli”: ora il Governo chiede ai giudici processi lampo di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2026 La capo gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, convoca i presidenti dei Tribunali dei minori e invita a processare per direttissima i ragazzini sorpresi con armi da taglio. Ma loro rifiutano. Processare per direttissima e mandare subito in carcere i ragazzini trovati con un coltello addosso. È l’input arrivato dal ministero della Giustizia in una riunione con i presidenti dei Tribunali per i minorenni di tutta Italia, tenuta giovedì scorso in videoconferenza dalla capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, e dal capo dipartimento della Giustizia minorile Antonio Sangermano. Un vertice operativo convocato dopo l’entrata in vigore dell’ultimo decreto Sicurezza, che inasprisce in modo estremo le norme sul porto di armi da taglio: da un lato, infatti, moltiplica le pene per chi porta “senza giustificato motivo” lame superiori agli otto centimetri (si rischieranno fino a sei anni di carcere); dall’altro mette del tutto fuorilegge i coltellini pieghevoli con lama sopra i cinque centimetri, per cui non sarà più ammesso nemmeno il “giustificato motivo” (nonostante migliaia di persone li usino quotidianamente per lavoro). La stretta è stata decisa sull’onda di alcuni casi di cronaca che hanno riguardato minori o neo-maggiorenni, in primis l’omicidio di uno studente di scuola superiore a La Spezia. Così, per rafforzare l’impatto della nuova legge, il governo ha chiesto la collaborazione dei magistrati: nell’incontro il ministero ha sondato la possibilità di applicare in tutta Italia un protocollo già in vigore a Napoli, in base al quale i minori che portano coltelli devono essere processati per direttissima, cioè subito, usando una speciale norma antimafia approvata dopo le stragi. Un modo per arrivare il prima possibile a una condanna e magari al carcere, mostrando il pugno duro dello Stato contro la violenza giovanile. Una breve premessa tecnica: normalmente la direttissima si può fare solo entro 48 ore da un arresto in flagranza, che però per questo tipo di reati è facoltativo e di solito non viene applicato (specialmente coi minori). In base a un decreto antimafia del 1992 (approvato subito dopo la strage di Capaci) il giudizio rapido è però sempre possibile “per i reati concernenti le armi e gli esplosivi”, in questo caso entro trenta giorni dalla notizia di reato. Una norma pensata come strumento eccezionale in un momento di crisi della Repubblica, finora mai applicata al porto di coltelli e meno che mai ai ragazzini. E invece, da qualche settimana, a Napoli questa applicazione inedita è diventata la regola: “Al fine di arginare il dilagante e pericoloso utilizzo da parte di ragazzi minorenni che, in occasione della movida del fine settimana, escono in strada armati di coltelli, d’accordo con la locale Procura per i minorenni e con il Servizio sociale ministeriale, si è convenuto di procedere col rito direttissimo, anche fuori dai casi previsti dall’articolo 449 del Codice di procedura penale, utilizzando la previsione (…) che consente il ricorso a giudizio direttissimo per i reati concernenti le armi”, si legge nell’accordo datato 14 gennaio, firmato dalla presidente del Tribunale per i minorenni Paola Brunese e dalla procuratrice minorile Patrizia Imperato. A questo scopo è stato istituito “un collegio straordinario” presieduto dalla stessa presidente del Tribunale, che tiene udienza ogni primo venerdì del mese. Al governo questo esperimento è piaciuto molto, tanto che la capo gabinetto Bartolozzi e il capo dipartimento Sangermano, la settimana scorsa, hanno chiamato a raccolta i 26 presidenti dei Tribunali per i minori proprio per manifestare il desiderio di vederlo replicato in tutta Italia. Ma la risposta dei magistrati è stata una metaforica porta in faccia, dovuta - spiegano - a due ordini di problemi che rendono sconsigliabile applicare ovunque il “protocollo Napoli”. Il primo è la mancanza di risorse: celebrare regolarmente processi per direttissima implica una disponibilità di magistrati che quasi tutti gli uffici minorili non hanno (su questo, chiamata in causa, Bartolozzi ha glissato). Ma c’è anche un tema di sostanza: il processo minorile, a differenza di quello degli adulti, deve tendere alla rieducazione più che alla punizione. E le direttissime vanno nel senso diametralmente opposto, tanto che in quest’ambito non si fanno praticamente mai: il processo lampo, infatti, rende impossibile coinvolgere adeguatamente i servizi sociali e i genitori e quindi imbastire un percorso di messa alla prova con sospensione del giudizio (l’esito più frequente dei reati commessi dai minori). Insomma, esercitando la propria autonomia e indipendenza i magistrati hanno rispettosamente declinato l’invito del ministero, spiegandone le ragioni. Ma il messaggio è chiaro: il governo si aspetta pene rapide ed esemplari per i ragazzini armati di coltelli, e ogni decisione in questo senso sarà gradita. Un antipasto di quella che, in caso di vittoria del Sì al referendum, potrebbe diventare la dinamica standard dei rapporti tra politica e potere giudiziario. “Quei ragazzini arrivano qui soli e dopo viaggi terribili e l’Italia li sbatte in cella” di Angela Stella L’Unità, 4 marzo 2026 Valentina Calderone, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, qualche giorno fa l’associazione Antigone ha reso noto l’VIII Rapporto sulla giustizia minorile dal titolo “Io non ti credo più”. In generale cosa ci dice? Che il numero di minori rinchiusi continua a crescere e che la crescita è stata spaventosa negli ultimi anni. Quali sono le cause di questo? Di certo alcuni decreti, il decreto Caivano su tutti, hanno contribuito a un peggioramento della condizione anche detentiva. Oltre all’arresto in flagranza per spaccio di lieve entità, è stata prevista la diminuzione delle possibilità rispetto alla messa alla prova, e c’è stato un ampliamento delle ipotesi in cui si può finire in carcere in custodia cautelare. In particolare, in base al mio osservatorio romano, i tempi delle fissazioni delle udienze preliminari sono molto più lunghi: indice di un sistema generale dei Tribunali per minori particolarmente in sofferenza. Attribuirei questa crescita quindi a una serie di concause: non sono semplici ovviamente da sciogliere. Una delle evidenze da rilevare è che probabilmente il mondo degli adulti che gira intorno anche a delle fragilità è meno pronto di un tempo ad affrontare questa tipologia di problemi che sono molto complessi. Un altro tema sollevato nel rapporto è quello relativo all’abuso di sostanze... Assolutamente, soprattutto di crack. E ad esso si collega il problema della salute mentale. Sono persone che poi hanno una multi-problematicità all’interno degli istituti, sicuramente insorta prima del loro ingresso. Sarebbe necessario intercettare queste realtà prima che sfocino in comportamenti criminali, ma spesso non avviene. Quindi è un problema non solo di politica giudiziaria, ma anche di debolezza delle reti sociali? Sicuramente c’è un impoverimento dei tessuti, delle reti sociali, ma spesso anche dei servizi. Lo vedo non solo per i minori ma pure nei giovanissimi che entrano già nel carcere per adulti. Molte famiglie si trovano costrette a denunciare delle situazioni anche di maltrattamenti al loro interno perché ritengono la denuncia del proprio figlio come l’unica soluzione per tentare di uscire da una condizione molto complicata che spesso ha a che fare con le doppie diagnosi, con l’abuso di sostanze, con problemi di salute mentale. La strada privilegiata resta purtroppo quella penale. Quindi mancano alternative alla detenzione... Esatto, si fa molto fatica a costruire l’alternativa, si fa molto fatica a ragionare su un’idea anche più collettiva di presa in carico di situazioni di fragilità. Penso all’impoverimento dei servizi per la salute mentale dell’età evolutiva, ma anche alla capacità delle scuole di intercettare e sostenere situazioni difficili. Tutte queste questioni se si sommano diventano una valanga che trascina i minori sul sentiero impervio della risposta penale. Il rapporto si concentra anche sui minori stranieri non accompagnati, in forte aumento negli istituti penali minorili... Sicuramente qui paghiamo anche le conseguenze di un altro decreto che è il decreto Cutro. Abbiamo alle spalle anni di forte disinvestimento dal punto di vista dell’accoglienza tanto per gli adulti quanto per i minori. Come si evidenzia nel Rapporto di Antigone infatti il sistema di accoglienza e i fondi del governo sono in progressivo calo: 50 milioni in meno nei prossimi 3 anni. Così i ragazzi finiscono per strada, nell’ombra, nelle mani della criminalità... Esatto. Anche rispetto a quelle che una volta erano le accoglienze per le specifiche vulnerabilità, che già erano poche all’epoca, adesso sono ancora meno. Questi ragazzi molto giovani arrivano da soli con l’obiettivo specifico anche di contribuire al sostentamento delle famiglie rimaste nei Paesi di origine. I servizi intorno a questi ragazzi non sono assolutamente sufficienti e quindi è molto facile che si verifichino allontanamenti dalle comunità oppure che i ragazzi, per riuscire a mantenere fede al loro impegno di poter mandare i soldi a casa, entrano in giri criminali. Sono insomma appunto le pedine di un sistema che gli fornisce più protezione e sicurezza di quello che non fa il sistema pubblico di accoglienza. Tutto questo si unisce a vissuti precari, a viaggi che sono stati terribili. Tali traumi, vissuti in un luogo lontano dalle famiglie, conducono spesso nella direzione dell’uso di sostanze e in gruppi criminali che utilizzano i ragazzi sulle piazze di spaccio e in mille altre situazioni. Tutto questo ovviamente crea un aumento dei numeri. Qual è il problema? Che noi vediamo questi ragazzini solamente rispetto a quello che compiono. Mi sembra che manchi sulla loro provenienza, sui percorsi intrapresi da quando hanno messo il primo piede nel nostro Paese fino a quando sono entrati per la prima volta in un IPM. E poi pensiamo che il carcere possa essere una occasione per costruire delle relazioni, una prima rete che gli possa servire anche per il ritorno all’esterno, ma spesso tutto questo viene vanificato perché vengono usati come pacchi e spostati da istituto a istituto per motivi di ordine e sicurezza. Le faccio un esempio. Prego... La settimana scorsa, insieme a Stefano Anastasia (garante del Lazio, ndr), sono stata nel carcere di Regina Coeli per il consueto monitoraggio. Abbiamo incontrato un ragazzino che conoscevo benissimo, perché lo avevo visto molte volte negli ultimi mesi a Casal del Marmo: è stato trasferito nel carcere per adulti a un mese dal fine pena, 18 anni compiuti a dicembre. Questo è il frutto del decreto Caivano che ha consentito questi trasferimenti che prima potevano essere disposti solo al compimento dei 21 anni. Leggendo anche dichiarazioni di membri di Governo si nota una demonizzazione dello straniero. Viene in Italia a rubare lavoro e a delinquere. Quindi non facciamocene carico e rimandiamoli indietro o chiudiamoli in carcere... Tutto questo è sicuramente nel solco delle politiche sulle migrazioni degli ultimi anni. Se noi a questi ragazzini che arrivano qui non diamo nessuna prospettiva e nessuna opportunità è chiaro che trovano una alternativa criminale. Dopodiché è molto comodo vederli sbagliare, puntare il dito contro di loro e deresponsabilizzarsi rispetto all’obbligo di cura e protezione. Ddl Antisemitismo, testo in Aula al Senato. L’opposizione si spacca di giacomo puletti Il Dubbio, 4 marzo 2026 Italia viva a favore, Pd e M5S astenuti, Avs contro. Si è consumata l’ennesima spaccatura ieri in commissione Affari costituzionali in Senato sul ddl antisemitismo, arrivato poi in Aula dopo il voto sul mandato al relatore, la leghista Daisy Pirovano. Nel momento in cui scriviamo è in corso la discussione generale, ma è in Commissione che si è consumato il “solito”, verrebbe da dire, psicodramma in casa Campo largo. Non solo, perché si è assistito anche a uno scambio piuttosto acceso tra il capogruppo dem in Senato, Francesco Boccia, e quello di Forza Italia, Maurizio Gasparri. Ma andiamo con ordine. In mattinata era stata la senatrice a vita Liliana Segre, a mantenere alta l’attenzione sui casi di antisemitismo in aumento (l’ultimo poche ore fa a Milano dove alcuni turisti sono stati aggrediti perché indossavano la kippah). Nel corso del 2025 è emerso infatti un considerevole aumento di casi di antisemitismo rispetto al 2024, anno che aveva già registrato un’impennata preoccupante di eventi. A seguito di 1492 segnalazioni sono 963 gli episodi selezionati come tali lo scorso anno dall’Osservatorio diretto da Gadi Luzzatto Voghera e presieduto dal professor Giorgio Sacerdoti. “Siamo di fronte a una chiara emergenza Antisemitismo: mai avrei immaginato che, a 80 anni dalla fondazione della Repubblica democratica, che ha ripudiato nella sua Costituzione e nelle sue leggi ogni forma di razzismo e Antisemitismo, ci saremmo trovati ancora a dover combattere questa mala pianta - ha detto Segre - Rinnovo il mio auspicio che si possa realizzare “una convergenza trasversale, la più ampia possibile” nell’adozione di nuove norme che permettano di fronteggiare con maggiore efficacia l’ondata di Antisemitismo che abbiamo davanti”. A quel punto è partito l’estremo tentativo di mediazione, in primis nel suo partito e poi con la maggioranza, del capogruppo dem Boccia per riformulare l’articolo 1 del disegno di legge con l’obiettivo di “migliorare il testo” (secondo i dem) e arrivare a un voto unanime delle opposizioni, finora divise sull’attuale testo. Punto cruciale è la modifica degli indicatori (o esempi) della definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) che è contestata a sinistra perché metterebbe a rischio forme di critica a Israele, creando confusione tra antisionismo e antisemitismo. “Ci auguriamo che la maggioranza voglia accogliere le nostre proposte”, hanno spiegato Boccia e il suo omologo M5S Luca Pirondini facendo leva sul sostegno di tutte le opposizioni. Ma intanto si vota il mandato al relatore, e l’esito è la spaccatura di cui sopra con Iv a favore, Pd e M5S astenuti, Avs contro. Nemmeno il tempo di arrivare in Aula che la risposta alle richieste dem arriva da Gasparri, tranchant. “Possibilità che la maggioranza possa in qualche modo accogliere le richieste dell’opposizione riguardo alla dichiarazione dell’Ihra? Mica stiamo al Parlamento di Hamas, in Iran fanno una cosa del genere - spiega l’esponente azzurro - Quella dichiarazione è intangibile”. Pronta la controreplica di Boccia, che definisce Gasparri un “provocatore” ma lascia aperto uno spiraglio per un possibie accordo. “Abbiamo presentato emendamenti molto chiari che hanno un unico obiettivo: unire il Parlamento contro l’antisemitismo. Siamo lì, siamo pronti. Speriamo che i nostri emendamenti comuni vengano accolti se così fosse voteremo a favore, viceversa valuteremo - dice - Gasparri? Si commenta da solo. Inutile rispondere a chi di mestiere fra il provocatore. Noi serviamo la Repubblica non ce ne serviamo. Sentiamo nostra questa Costituzione, forse Gasparri no”. Resta da capire il comportamento della manciata di senatori riformisti che hanno dato il proprio assenso al testo presentato da Graziano Delrio, in polemica con la linea ufficiale del partito, e che si sono sempre detti pronti a votare il testo adottato dalla commissione a prima firma Massimiliano Romeo della Lega, praticamente identico a quello di Ivan Scalfarotto di Iv. Il capogruppo dem Boccia gioca infatti su due fronti: se da un lato vorrebbe evitare l’astensione per non essere accusato di non aver rispettato l’auspicio di Segre, dall’altro vorrebbe anche evitare la spaccatura interna, con quattro o cinque senatori che votano a favore del testo della maggioranza e il resto del partito contro. Anche se, del resto, non sarebbe una novità. Ddl Antisemitismo, Segre chiede unità. Pd e M5s non votano di Niccolò Carratelli La Stampa, 4 marzo 2026 Oggi al Senato il via libera alla legge, opposizioni divise. Nel 2025 registrati quasi mille episodi di odio e violenza. Gli episodi di antisemitismo in Italia sono in forte crescita. Ben 963 registrati nel 2025. E la politica resta divisa su una legge che punta a contrastarli e che oggi al Senato non verrà approvata all’unanimità. C’è stato un aumento dei casi del 100% rispetto al 2023 e del 400% in confronto al 2022, secondo il rapporto presentato ieri dalla Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea). Diffamazioni, minacce, con un picco di discriminazioni e aggressioni fisiche. L’ultima domenica scorsa a Milano, dove due studenti argentini, sono stati insultati e presi a pugni da un gruppo di circa dieci persone perché portavano la kippah, il copricapo ebraico. Un odio “normalizzato”, non sempre contestato, ma anzi “accettato da ampie fasce della popolazione”, si legge nel rapporto. La senatrice a vita Liliana Segre parla di una “chiara emergenza” e auspica “una convergenza trasversale” in Parlamento, che, “al di là degli schieramenti, abbia il respiro di vedere nell’antisemitismo un nemico di tutti”. Ma il suo appello è destinato a cadere nel vuoto. Con maggioranza e opposizione che si danno la colpa a vicenda per l’impossibilità di arrivare a un accordo su una legge condivisa. Il testo, a prima firma del leghista Massimiliano Romeo, è stato licenziato ieri dalla commissione Affari costituzionali di palazzo Madama con i voti favorevoli del centrodestra e di Italia Viva, l’astensione di Pd e M5s e il no di Avs. Centrosinistra spaccato in tre. Uno schema che si riproporrà oggi in Aula, perché le distanze restano, nonostante i tentativi di mediazione e le modifiche apportate al provvedimento. In particolare, l’eliminazione della possibilità di vietare le manifestazioni e delle norme penali, escludendo qualsiasi tipo di sanzione, come chiedevano le opposizioni (e anche Fratelli d’Italia). Il nodo principale, però, è rimasto intatto all’articolo 1. È la definizione di antisemitismo secondo l’International Holocaust Remembrance Alliance e, soprattutto, i relativi indicatori, cioè gli esempi pratici dell’applicazione di quella definizione. Contestata a sinistra, in quanto metterebbe a rischio il diritto di critica nei confronti dello Stato di Israele e del governo Netanyahu, creando confusione tra antisionismo e antisemitismo. Gli emendamenti presentati da Pd e M5s (al voto questa mattina) puntano a cancellare l’adozione del documento dell’Ihra o, quantomeno, degli indicatori. “Se non saranno accolti, nel voto finale ci asterremo”, avverte il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia, che cristallizza la posizione ufficiale del suo gruppo: “Durissimi contro l’antisemitismo, ma aperti alla possibilità di critica allo Stato di Israele. Ci auguriamo che la maggioranza voglia accogliere le nostre proposte”. Ma la porta è già chiusa: “La dichiarazione dell’Ihra è irrinunciabile - scandisce Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia -. Mica stiamo al Parlamento di Hamas. A chi piace Hannoun dovrà fare i conti con la sua coscienza”. Riferimento velenoso al presidente di un’associazione palestinese arrestato a Genova con l’accusa di aver dirottato al gruppo terrorista nella Striscia di Gaza i soldi raccolti per scopi umanitari. Questi i toni della discussione a Palazzo Madama. Non esattamente quelli auspicati da Segre, che oggi non sarà in Aula per il voto finale. La maggioranza, del resto, si appresta a portare a casa un doppio risultato politico. L’approvazione di una legge, che l’Unione delle comunità ebraiche italiane definisce “una risposta necessaria e responsabile”. E la spaccatura delle opposizioni, che voteranno in tre modi diversi, con il Pd dilaniato anche al suo interno. Se il gruppo guidato da Boccia sceglierà l’astensione, infatti, almeno sei senatori voteranno a favore. A cominciare da Graziano Delrio, firmatario di un’altra proposta di legge sull’antisemitismo disconosciuta dal Nazareno. E convinto che “per la definizione dell’Ihra criticare il governo di Israele non è antisemitismo e questa legge non verrà mai usata per reprimere la libertà di pensiero”. La pensano come lui Walter Verini, Filippo Sensi, Sandra Zampa (“votare sì è una doverosa assunzione di responsabilità”), Alfredo Bazoli e Pierferdinando Casini. A loro dovrebbe aggiungersi Tatjana Rojc e si sarebbe aggiunta anche Simona Malpezzi, assente perché all’estero. Insomma, quasi un quarto del gruppo Pd (8 su 36) si trova in dissenso con la linea del partito. I riformisti dem lamentano una “gestione di questa vicenda sbagliata fin dall’inizio. Potevamo lavorare meglio e non ritrovarci a questo punto”. Non lo nominano, ma nel mirino c’è proprio il capogruppo Boccia, reo di aver “impiegato più tempo a fare polemica che a cercare una soluzione condivisa”. Depistaggio strage di Via D’Amelio: La Barbera “dominus” di comodo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 marzo 2026 C’è un momento preciso, nelle quasi trecento pagine di motivazioni della sentenza d’appello sul depistaggio di via D’Amelio, in cui la realtà sembra capovolgersi. È quando la Corte di Caltanissetta, nel dichiarare prescritte le accuse per l’ex dirigente Mario Bò e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, disegna un profilo quasi leggendario di Arnaldo La Barbera. Lo chiamano il “dominus”. Il superpoliziotto che, da solo, avrebbe orientato l’intera macchina investigativa verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino, il “pupo vestito” per coprire i veri esecutori della strage del 19 luglio 1992. Ma a leggere bene queste carte, tra i faldoni ritrovati per caso dopo trent’anni in uno scantinato della Questura di Palermo e le testimonianze che sanno di fumo, viene da farsi una domanda semplice: in uno Stato di diritto, chi è il vero padrone delle indagini? Se seguiamo il codice di procedura penale firmato da Giuliano Vassalli, il dominus non è il poliziotto, per quanto carismatico possa essere. È il pubblico ministero. Il codice parla chiaro: le indagini sono condotte dal Pm per assicurare che le attività siano “necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale”. La legge attribuisce al procuratore il dovere di garantire il “corretto esercizio”, che significa innanzitutto vigilare sul rispetto delle regole. Eppure, in questa storia infinita, sembra valere una strana regola non scritta: quando arrivano i risultati il merito è dei magistrati; quando le indagini si rivelano un castello di menzogne, la colpa ricade solo sulla polizia giudiziaria. La sentenza della Corte d’Appello, presieduta da Giovanbattista Tona, non usa mezzi termini sulla gravità dei fatti. Parla di un “indottrinamento” sistematico di Scarantino. Racconta di verbali studiati a memoria, di sopralluoghi che sembravano più “passeggiate” per mostrare al falso pentito i luoghi che avrebbe dovuto riconoscere, come la carrozzeria di Orofino. Descrive un’opacità che non si è diradata nemmeno dopo decenni. Ma poi, al momento di tirare le somme, punta tutto su La Barbera, l’uomo che non può più difendersi perché morto nel 2002. È lui l’ideatore, lui il supervisore, lui il motore di tutto. E i magistrati? Quelli che firmavano quegli interrogatori, che portavano in aula dichiarazioni palesemente strampalate e chiedevano ergastoli per persone innocenti sulla base delle parole di un uomo che non sapeva distinguere una via dall’altra? Per la Corte sembrano essere stati spettatori passivi, quasi vittime del carisma manipolatorio di La Barbera. È una ricostruzione che lascia l’amaro in bocca. Perché se la polizia può deviare, il sistema è costruito affinché ci sia un controllo. Se quel controllo salta, la responsabilità non può viaggiare in una direzione sola. La fabbrica dei falsi pentiti - Il cuore della sentenza spiega come è stato costruito il “teorema Scarantino”. Un piccolo delinquente della Guadagna, che con la strage non c’entrava nulla, è diventato il testimone chiave dell’attentato a Paolo Borsellino. Com’è stato possibile? Attraverso un lavoro di “sartoria criminale”. Gli ispettori Mattei e Ribaudo non si limitavano ad ascoltare il collaboratore, ma lo aiutavano a “studiare”. Nelle stanze dove Scarantino era protetto, i verbali diventavano copioni da imparare a memoria. Mattei ha ammesso di aver scritto appunti per aiutarlo a non cadere in contraddizione durante le udienze. Addirittura, la moglie di Scarantino, Rosalia Basile, ha raccontato di poliziotti che consigliavano al marito di prendere delle pillole per aiutarlo a ricordare meglio le bugie. C’era l’ispettore con l’accento romano e quello con l’accento palermitano: insieme correggevano le versioni per renderle coerenti con quelle degli altri falsi pentiti. Un’operazione pensata per offrire ai magistrati una verità di comodo che chiudesse il caso in fretta. Le “opinioni” di Genchi - C’è poi il capitolo delle testimonianze, dove la Corte dà grande rilievo a Gioacchino Genchi. L’ex poliziotto è diventato negli anni il grande accusatore di La Barbera, ma a guardare bene le sue deposizioni il confine tra fatto e opinione appare molto labile. Genchi non si limita a riferire ciò che ha visto: interpreta, teorizza, offre chiavi di lettura politiche. Eppure le sue parole vengono prese per oro colato, nonostante i suoi racconti nel tempo non offrono una ricostruzione ragionevole. D’altronde parliamo di colui che teorizzò la storia, non vera, che la bomba in Via D’Amelio sia stata attivata da Castel Utveggio dai servizi segreti. È il paradosso di un processo dove la verità sembra un mosaico composto da chi ha deciso di parlare solo per confermare la narrazione dominante. In questo contesto, il cosiddetto “teorema Buscetta” viene quasi bollato come un limite, una gabbia usata da La Barbera per non toccare i “mandanti esterni”. Ma bisogna ricordarlo: quel “teorema” era l’impostazione metodologica di Giovanni Falcone. Era la struttura che ha permesso il Maxiprocesso. Definirlo oggi uno strumento di depistaggio significa, nei fatti, mettere sotto accusa il metodo investigativo che ha segnato la lotta alla mafia. Scarantino era un falso, certo, e i poliziotti lo sapevano, La Barbera in primis, ma l’idea di una Cosa Nostra verticistica e soprattutto indipendente da qualsiasi altro potere esterno, non era un’invenzione di La Barbera: era il pilastro del lavoro di Falcone e Borsellino. La Corte evoca l’esistenza di mandanti esterni che il depistaggio avrebbe dovuto proteggere. È una tesi suggestiva che riempie i titoli dei giornali, ma i fatti nudi e crudi dicono altro. Il depistaggio Scarantino ha avuto un effetto immediato: ha impedito di individuare subito i mafiosi che avevano eseguito la strage. Ha mandato in cella degli innocenti e ha lasciato liberi i killer di Brancaccio. Prima di cercare i mandanti nelle “nebbie” dei servizi segreti, bisognerebbe chiedersi se quel depistaggio non sia stato il frutto di una fretta investigativa furiosa, di una sciatteria istituzionale o di una cosa studiata a tavolino per altri oscuri scopi, che ha coinvolto tutti, non solo la polizia. Ma ben due procure. Caltanissetta e Palermo. La sentenza n. 445/24 riconosce che il depistaggio c’è stato, e che è stato “uno dei più gravi della storia repubblicana”. Ma nel distribuire le responsabilità, sceglie la via più semplice. Da un lato la prescrizione per i sottoposti, dall’altro la condanna morale per un defunto (La Barbera), e nel mezzo il vuoto di una magistratura che viene rappresentata come quasi “distratta” da un poliziotto troppo carismatico. Le motivazioni ci restituiscono anche la cronaca del ritrovamento “fortuito” dei faldoni scomparsi, spuntati fuori tra la polvere di un archivio proprio mentre si facevano dei lavori. È l’immagine perfetta di come lo Stato ha gestito la memoria di via D’Amelio: carte accatastate alla rinfusa, dove la verità emerge solo per caso quando ormai è troppo tardi e la prescrizione ha cancellato le colpe. Mentre si inseguono i fantasmi dei mandanti esterni, ancora oggi non sappiamo tutto sulla provenienza dell’esplosivo e sul ruolo dei catanesi. Solo pochi giorni fa è morto in carcere Nitto Santapaola: con lui se ne va il segreto di un coinvolgimento tutt’altro che marginale, mentre le domande senza risposta continuano a restare sul fondo di quegli archivi impolverati. Il Ministero dovrà risarcire detenuto che ha lavorato in condizioni non conformi a regole Cedu di Tommaso Nutarelli ildiariodellavoro.it, 4 marzo 2026 Per la Cgil Roma Centro Ovest Litoranea, che lo ha assistito, si tratta di una vertenza “dal forte valore politico”. La vicenda di A.D. è una storia che racconta di come la legalità e i diritti possano ancora emergere. Di come ci possa essere una sorta di lieto fine, anche se per una singola persona, nell’annosa vicenda del sovraffollamento delle nostre carceri. Secondo i dati dell’ultimo bilancio dell’associazione Antigone a fine 2025 erano detenute nelle carceri italiane 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti, 700 in meno di quelli effettivi di inizio 2025. E questo nonostante il lancio del piano carceri da parte del governo Meloni. Secondo quanto riportato dallo stesso esecutivo i nuovi posti avrebbero dovuto essere 864. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. Destano allarme anche i dati delle morti: 238 persone sono decedute in carcere, 79 delle quali si tratta di suicidi. Anche A.D. ha vissuto sulla sua pelle la difficile condizione della detenzione. Una situazione che ha portato il Tribunale Ordinario di Roma a condannare, con la sentenza pubblicato lo scorso 20 febbraio, il ministero della Giustizia al pagamento di 9.480, oltre agli interessi e alle spese legali, in favore di A.D per aver scontato 1.185 giorni di prigione in condizioni non conformi ai parametri previsti dall’articolo 3 della Convezione Europea dei Diritti dell’Uomo. Un fatto che è potuto venire alla luce grazie all’Ufficio Vertenze Legali della Camera del Lavoro della Cgil Roma centro Ovest Litoranea. “Il signor D. - spiega Simona Ferrari dell’Ufficio Vertenze della Cgil di Ostia - si era rivolto a noi per tutelare i propri diritti retributivi. A.D., infatti, durante la sua permanenza nel carcere di Rebibbia ha svolto diversi lavori: prima operaio, poi per un periodo ha svolto le pulizie e la distribuzione vitto, per un altro periodo si è occupato, per servizi esterni, di lavori edili. Nel corso dei colloqui con i nostri avvocati, che lo hanno accompagnato in tutto il percorso giudiziario, sono emersi i vari elementi che poi ci hanno permesso di ricostruire lo stato della sua detenzione”. Per la segretaria generale della Cgil Roma Centro Ovest Litoranea, Donatella Onofri, si tratta “di una vertenza dal forte valore politico. Il carcere deve essere un luogo di riscatto, nel quale i detenuti devono potersi ricostruire una vita ed essere pronti ad affrontare il dopo, una volta aver scontato la pena. Non possiamo pensare che quando si entra in carcere si butta la chiave e via, come vorrebbe una certa parte politica, e che dietro le sbarre i diritti e lo stato di diritto siano sospesi. Questa vicenda dimostra che la Cgil è sempre a fianco delle persone e che è pronta a difenderle in ogni luogo e in ogni sede, anche nei contesti più difficili e marginali”. Agrigento. Suicidio di un detenuto 50enne, si è impiccato con i lacci delle scarpe di Antonino Ravanà La Sicilia, 4 marzo 2026 È stato soccorso dagli agenti della polizia Penitenziaria e in ambulanza si è tentato, senza successo, di rianimarlo. Un detenuto cinquantenne, residente in un comune della provincia di Caltanissetta, si è tolto la vita all’interno della sua cella. È successo nella Casa circondariale “Pasquale Di Lorenzo” di Agrigento. Senza che nessuno se ne accorgesse ha preso i lacci delle sue scarpe e le ha usate come corda. È stato soccorso dagli agenti della polizia Penitenziaria non appena si sono accorti di quanto stava accadendo: hanno chiamato l’ambulanza e provato a rianimarlo. Ma l’uomo non ce l’ha fatta. Si tratta dell’ennesimo suicidio avvenuto in un istituto di pena Italiano. Trento. Nuovo allarme per Spini di Gardolo: “Il carcere è sotto stress, pochi agenti” di Lorenzo Padoan Corriere del Trentino, 4 marzo 2026 “Il carcere è sotto stress, il 67% dei detenuti è straniero”. Il Garante dei detenuti Pavarin lancia un nuovo allarme: “Pochi agenti”. Il carcere di Trento non è un carcere per trentini. Dalla relazione del garante dei detenuti, Giovanni Maria Pavarin, emerge un dato sorprendente: a Spini di Gardolo, per ogni recluso nato in provincia ce ne sono più di sei nati all’estero. I detenuti registrati il primo giorno di marzo sono 410: 135 italiani di cui 45 trentini e ben 275 stranieri. Una quota straniera pari al 67%, che si di scosta nettamente dalla media nazionale, stabile da anni attorno al 30%. Pavarin lo dice chiaramente: “Questa composizione crea problemi organizzativi, problemi di lingua e problemi culturali”. Il garante cita un esempio concreto: durante il Ramadan non è possibile mangiare nelle ore diurne, ma l’utilizzo dei fornelli la sera è vietato dal regolamento, creando difficoltà nella gestione quotidiana. Il vero tema, però, è capire perché si sia arrivati a una presenza così elevata di detenuti stranieri. “Trento è un refugium peccatorum”, osserva Pavarin: oggetto di continui trasferimenti, in quanto uno dei pochi istituti italiani formalmente non sovraffollati. Formalmente, appunto. Quando l’istituto fu realizzato, la capienza massima era fissata a 240 posti per garantire standard elevati di vivibilità. Una sentenza ha cambiato i criteri di calcolo: oggi i posti determinati unilateralmente dal ministero, risultano essere 422. Con 410 presenze il carcere non risulta sovraffollato, ma rispetto al progetto originario è ben oltre l’idea con cui era stato pensato, lontano da quella “soglia etica” iniziale. Numeri bassi, invece, per il personale: 168 agenti contro i 211 previsti. La maggior parte è costituita da personale neoassunto, e c’è carenza di figure intermedie. Quanto all’istruzione, il quadro resta fragile. Il livello di scolarizzazione di molti detenuti è basso e non di rado emergono lacune di alfabetizzazione di base. “In molti non sanno quanto faccia due moltiplicato per tre”, constata Pavarin. Solo tre detenuti risultano iscritti all’università e l’ultima laurea è stata conseguita nel dicembre 2024. Per il garante è fondamentale riuscire a creare lavoro, perché “dà un senso di autoefficacia, dignità ed è fonte di retribuzione”. In questa direzione va il proget to diuna pizzeria esterna, adiacente all’istituto, attualmente in via di realizzazione e che ha già 40 detenuti in un percorso di formazione. Fondamentale il volontariato. In carcere molte cose si pagano e non tutti hanno disponibilità economiche: vestiti, beni di prima necessità, piccoli servizi. Sono spesso le associazioni e i volontari a intervenire con un sostegno concreto. La loro presenza è stata decisiva nel percorso che ha portato all’introduzione dei colloqui intimi senza controllo visivo. “In Italia solo 5 istituti sono riusciti ad attivarli ed è stato il volontariato a renderlo possibile con dei fondi”, sottolinea Pavarin. Struttura nuova, alcuni elementi di avanguardia ma anche tante criticità. Il presidente del consiglio provinciale Claudio Soini rimarca: “Siamo gli unici, assieme alla Valle d’Aosta a non soffrire di sovraffollamento”. Pavarin risponde “teoricamente è vero, ma subiamo di tutto, il carcere è sotto stress”. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. E il garante si chiede: “Come provincia su alcuni temi abbiamo autonomia. Non si potrebbe dire qualcosa anche su questo?”. Genova. Una casa dopo il carcere: ok alla mozione per l’housing sociale dedicato alle detenute genovaquotidiana.com, 4 marzo 2026 Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità la proposta del Pd (primo firmatario Enrico Vassallo) per attivare un progetto di accoglienza abitativa temporanea rivolto a detenute ed ex detenute in uscita dalla casa circondariale femminile di Pontedecimo, con percorsi di accompagnamento all’autonomia, utilizzo di spazi comunali e ricerca di fondi dedicati. La discussione in aula si è chiusa con un voto unanime e con un messaggio: il reinserimento non può restare una formula di principio, deve tradursi in strumenti concreti, a partire da un tetto sopra la testa. È questo il cuore della mozione “Progetto comunale di housing sociale per detenute ed ex detenute del carcere di Pontedecimo, proposta di attivazione”, presentata dal gruppo Partito Democratico e approvata oggi dal Consiglio comunale, dopo l’accoglimento di tre emendamenti, uno proposto dallo stesso primo firmatario Enrico Vassallo e due depositati dalla consigliera di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) Francesca Ghio. Alla fine anche il gruppo “Silvia Salis Sindaca” ha chiesto di sottoscrivere l’atto, mentre l’assessore al Patrimonio Davide Patrone ha espresso, a nome della Giunta, parere favorevole prima della votazione. La mozione impegna sindaca e amministrazione a costruire, insieme alla direzione dell’istituto, all’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna e ai servizi sociali territoriali, un progetto strutturato di accoglienza abitativa temporanea destinata a chi, al termine della pena, non ha una casa o una rete familiare su cui contare. Il testo include anche un secondo bisogno, spesso invisibile ma decisivo: garantire uno spazio idoneo alle detenute non residenti in città che, durante un permesso premio, non dispongono di un luogo dove incontrare figli o familiari. In altre parole, non solo un letto per l’emergenza, ma un punto di appoggio “sicuro” per rimettere insieme i pezzi essenziali della vita quotidiana, relazioni comprese. Il percorso immaginato non si limita alla dimensione abitativa. L’atto chiede di individuare immobili comunali dismessi o altri spazi idonei da destinare all’accoglienza temporanea, anche attraverso convenzioni con le realtà del terzo settore per la gestione. Accanto alla casa, però, viene indicata la necessità di un accompagnamento personalizzato verso l’autonomia, con supporto sociale, psicologico ed educativo e con un lavoro mirato sull’inserimento professionale, valorizzando percorsi di formazione e collaborazioni con aziende partecipate come l’Azienda multiservizi e d’igiene urbana. Sul fronte delle risorse, l’impegno politico è quello di cercare e attivare finanziamenti attraverso canali europei come il Fondo sociale europeo plus e programmi collegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza, oltre a bandi nazionali e regionali, anche aderendo a reti specializzate come la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora o stipulando convenzioni con il Ministero della Giustizia. Nel testo viene prevista anche una campagna di sensibilizzazione sul tema del reinserimento sociale delle persone detenute, con un focus specifico sulla condizione femminile e sulla funzione educativa della pena, e un meccanismo di trasparenza politica: una relazione annuale alle commissioni consiliari competenti e al Consiglio sugli sviluppi, sugli esiti e sulle prospettive del progetto. Nella discussione, la cornice richiamata è quella costituzionale: l’articolo 27, che lega la pena alla finalità rieducativa. Ma il dibattito, oltre ai principi, si è misurato con un nodo pragmatico: senza una casa ogni percorso di autonomia rischia di collassare, con ricadute che non riguardano solo chi esce dal carcere ma l’intera comunità. È anche su questo terreno che la mozione punta a spostare la narrazione: non un “premio”, bensì una misura capace di ridurre la marginalità e, di conseguenza, di prevenire la recidiva. Nel testo presentato in aula viene inoltre richiamato un contesto cittadino già attraversato da esperienze di accoglienza e reinserimento, citando la realtà di Casa Maddalena e altri progetti promossi dal terzo settore, come il sistema di housing accompagnato per la reinclusione e il centro di accoglienza Bethel. Il senso, per i proponenti, è rafforzare questo solco e orientarlo in modo più preciso verso un bisogno specifico, quello delle donne detenute ed ex detenute, spesso segnate da vulnerabilità multiple: fragilità economiche, esperienze di violenza, dipendenze, rotture relazionali, e non di rado la condizione di maternità. Per questo, viene sottolineato, uno spazio abitativo temporaneo può diventare anche il luogo in cui riannodare legami familiari e costruire un rientro “ordinato” nella vita fuori. “Non stiamo chiedendo scorciatoie e non stiamo parlando di premi: stiamo parlando delle condizioni minime perché una donna possa ripartire davvero dopo la detenzione”, è la del consigliere Enrico Vassallo, che lega il progetto a un’idea di transizione accompagnata, capace di mettere a valore il lavoro rieducativo e la rete dei servizi, perché il reinserimento, parole sue, “diventi una possibilità concreta”. Un’impostazione che oggi ha trovato una convergenza rara in aula: maggioranza e opposizioni hanno votato insieme un indirizzo che, adesso, dovrà trasformarsi in atti, spazi, convenzioni e risorse. E, soprattutto, in porte che si aprono davvero. Cagliari. “Si sostiene… in carcere”, il progetto che emancipa le donne detenute di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 4 marzo 2026 Migliorare la vita delle donne attraverso la consapevolezza, il sostegno e l’azione è la mission di Soroptimist International, associazione mondiale nata nel 1921 negli USA e diffusasi in 132 paesi, tra cui l’Italia, con 3.000 Club e oltre 75.000 socie, provenienti da categorie professionali diverse. Dall’ottobre 2017, Soroptimist Italia promuove il progetto “Si sostiene…in carcere” per fornire un’alternativa concreta alla detenzione e sostenere le detenute tramite percorsi di formazione professionale e lavorativa all’interno delle carceri italiane, in collaborazione con le direzioni degli istituti penitenziari, grazie al protocollo d’intesa con il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del ministero Giustizia. In linea con i dettami dell’art. 27 della Costituzione sulla finalità rieducativa della pena, il progetto prevede formatori qualificati come Università, Scuole, Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, cooperative sociali e aziende private per poter rilasciare diplomi facilmente spendibili nel mondo del lavoro. Dal 2017 a oggi “Si sostiene… in carcere” è entrato in 39 istituti con sezioni femminili, coprendo circa il 60% delle carceri con donne ristrette, promuovendo 172 iniziative e coinvolgendo 1.308 detenute; sono stati realizzati corsi per bibliotecaria, parrucchiera, estetista, governante, torrefattrice, pasticciera, sarta, cake designer, apicoltrice, manutentrice del verde, coltivatrice di orti e piante aromatiche ma anche percorsi innovativi come educatrice di cavalli e restauratrice. Per 109 detenute, una volta seguiti i corsi, si sono aperte le porte del mondo del lavoro grazie alla fruizione di borse retribuite, sia dentro che fuori dal carcere. Nell’ambito del progetto, risulta vincente la partnership tra Soroptimist e la storica azienda dolciaria ‘Fabbri 1905’, leader internazionale per la produzione alimentare nel mondo della gelateria, che ha contribuito alla formazione gratuita di 111 donne detenute come gelataie artigianali nel solo biennio 2024-2025. Il 18 febbraio si è conclusa la prima delle dieci tappe previste per il 2026. Sotto la guida di Rosa Pinasco, docente della Scuola MasterClass della ditta Fabbri, in collaborazione con il Soroptimist Club di Cagliari, si è svolto il “Corso base di gelateria artigianale” all’interno della casa circondariale Ettore Scalas di Uta - Cagliari. Dopo una concreta dimostrazione delle competenze acquisite, mediante la presentazione di una serie di sorbetti e gelati di vari gusti, la formatrice ha conferito dieci diplomi alle ristrette partecipanti, alla presenza del direttore e della vicedirettrice dell’istituto, della responsabile dell’area educativa e del comandante della polizia penitenziaria. L’iniziativa continuerà a marzo negli istituti di Trento, per poi spostarsi a Venezia, Como, Pesaro, Perugia. Bologna, Cosenza, Caserta e Palermo. Il binomio formazione-lavoro si conferma, ancora una volta, un solido strumento per integrare il detenuto nel tessuto sociale e, di conseguenza, abbassare il rischio di recidiva. Nell’ambito del reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute, come lo stesso ministro della Giustizia, Carlo Nordio ha ribadito: “Il lavoro è l’antidoto all’ozio e al bisogno, come ricordava Voltaire. In carcere, il rischio della solitudine e dell’inattività può condurre anche a forme di disagio psichico. Il lavoro fisico, così come lo sport, offre una via di sfogo e al contempo un’opportunità di crescita, disciplina e rispetto delle regole”. C’è la necessità, quindi, come sostenuto dal viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, di creare innanzitutto una cultura del lavoro all’interno delle carceri. Vercelli. Tutti i numeri e le difficoltà del carcere nel 2025 di Pietro Luca Oddo* La Sesia, 4 marzo 2026 Un quadro segnato da criticità strutturali e organizzative, ma anche da tentativi concreti di miglioramento. La relazione 2025 del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà di Vercelli, Pietro Luca Oddo, restituisce una fotografia nitida della Casa Circondariale di Billiemme. Un quadro segnato da criticità strutturali e organizzative, ma anche da tentativi concreti di miglioramento che, tuttavia, non riescono ancora a compensare il peso del sovraffollamento e della carenza di personale. Nel 2025 sono stati effettuati interventi significativi: il rifacimento di coperture e infissi in alcune sezioni, la ristrutturazione del secondo piano destinato al trattamento intensificato, l’avvio dell’adeguamento dell’impianto elettrico e l’allacciamento alla rete fognaria pubblica. Segnali positivi che dimostrano attenzione e investimento. Numerose, però, le problematiche ancora irrisolte: il terzo e il quarto piano attendono interventi strutturali, l’impianto di riscaldamento è insufficiente e tutte le celle sono prive di docce e di acqua calda, tranne qualche “camerone” al quinto piano. Persistono infiltrazioni, muffe e scarichi malfunzionanti, mentre l’area amministrativa è numericamente sottodimensionata. Manca anche una sezione dedicata ai detenuti ammessi al lavoro esterno ai sensi dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. Solo una dozzina di persone, su oltre 300 presenti mediamente, ha potuto svolgere lavoro esterno nel corso dell’anno. Tra i punti di forza della casa circondariale ci sono l’attività e gli sforzi che la dottoressa Valeria Climaco, Capo Area Educativa, porta avanti quotidianamente. Il sovraffollamento del carcere • Capienza effettiva: 215 posti, ma i detenuti ospitati sono circa 350 (di cui 33 donne) • Sovraffollamento: 159% (165% sezione femminile) La struttura ospita dunque un numero di persone ben superiore alla propria capacità regolamentare. Un sovraffollamento che supera il 150% e che incide in maniera ancora più pesante sulla sezione femminile. Gli spazi, progettati oltre 40 anni fa, mostrano evidenti segni di degrado, con impianti superati e una manutenzione che negli anni non è riuscita a tenere il passo con le esigenze. Il personale amministrativo • 7 effettivi su 17 previsti La carenza di personale amministrativo incide sulla gestione contabile e progettuale, con ripercussioni su pagamenti, rendicontazioni e sull’intero sistema delle attività trattamentali. Le forze in campo: la Polizia Penitenziaria • 166 agenti effettivi su 199 previsti • Nucleo traduzioni: 6 effettivi su 18 previsti La carenza di organico investe, come già ribadito in più occasioni dal sindacato di categoria, anche la Polizia Penitenziaria. Gli agenti operano in condizioni stressanti e con responsabilità che più volte hanno travalicato la semplice vigilanza, assumendo anche ruoli di mediazione e di supporto educativo. L’esigenza dell’area educativa • 1 educatore ogni 110 detenuti circa • 4 funzionari previsti, 2 presenti a dicembre 2025 • Segreteria tecnica assente L’area trattamentale è uno dei nodi più critici del Billiemme. Il rapporto tra educatori e detenuti non è equilibrato. La mancanza della segreteria tecnica complica la programmazione e il monitoraggio dei percorsi individuali. Nonostante ciò, grazie al volontariato e agli enti formativi, sono stati attivati corsi artistici e culturali, percorsi di formazione professionale in cucina e giardinaggio, il progetto di genitorialità “Liberi Legami” e iniziative simboliche come la “Cena in Carcere”. La recidiva, attestata intorno al 70% e in linea con il dato nazionale, dimostra quanto sia urgente rafforzare percorsi rieducativi e di reinserimento sociale. Punto cruciale: l’area sanitaria • Spazi inadeguati e soggetti ad allagamenti • Traduzioni ospedaliere pari a circa un terzo di quelle richieste • Nuova area sanitaria finanziata, ma lavori previsti dal secondo semestre 2026 L’attuale area sanitaria presenta limiti strutturali evidenti, aggravati da allagamenti e spazi insufficienti. Le traduzioni verso l’ospedale sono inferiori alle reali necessità, con ripercussioni dirette sul diritto alla salute dei detenuti. È di questi giorni l’annuncio di un finanziamento straordinario per una nuova area sanitaria, con progetto approvato e lavori previsti nella seconda metà del 2026. L’importanza del volontariato Il volontariato rappresenta una colonna portante del sistema. Il suo ruolo è fondamentale, anche se spesso limitato da esigenze di sicurezza e carenze organizzative. La Casa circondariale ha la necessità di coinvolgere nuove energie, soprattutto giovani, e un passo in avanti è rappresentato dalla collaborazione in divenire con l’Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Di rilevante importanza è anche il lavoro del Tavolo Carcere presso il C.T.V. I lavori agricoli • 2 ettari coltivati • Una decina di detenuti coinvolti nel 2025, con attività non accessibile alle donne La lavorazione della terra rappresenta un’opportunità concreta di formazione e responsabilizzazione dei detenuti, grazie alla coltivazione di ortaggi e fiori, oltre all’apicoltura. Tuttavia, le persone coinvolte sono soltanto una decina su 350 e, anche in questo caso, l’attività non è accessibile alla sezione femminile. La collaborazione con il Comune di Vercelli • Protocollo per lavori di pubblica utilità • Solo 2 detenuti impiegati nel 2025 Il protocollo con il Comune per lavori remunerati e cantieri di pubblica utilità ha prodotto risultati limitati. Sono attive collaborazioni con la Biblioteca Civica. Il quadro che emerge dall’analisi di questi numeri conferma che la situazione della Casa Circondariale di Vercelli riflette pienamente le criticità diffuse a livello nazionale. Gli interventi avviati nella struttura sono significativi ma ancora insufficienti. Le priorità sono molto chiare: riduzione del sovraffollamento, investimenti a favore delle strutture, rafforzamento dell’area educativa, potenziamento della formazione e delle attività lavorative interne ed esterne. Solo con il raggiungimento di questi traguardi potrà ritenersi effettiva la funzione rieducativa della pena e si potrà incidere su quel 70% di recidiva che oggi continua a rappresentare la sfida più grande. *Garante comunale dei detenuti Treviso. Olimpiadi anche nel carcere di Santa Bona: Scarpa e Truccolo incontrano i detenuti di Nicola Cendron trevisotoday.it, 4 marzo 2026 La medaglia d’oro di canoa ad Atlanta nel 1996 e l’oro paralimpico nel 1996 ad Atlanta e nel 2000 a Sydney, a Treviso per il progetto “Olimpiadi in carcere” ideato dalla giornalista Giovanna Pastega per Seconda Chance. Anche all’interno del carcere di Santa Bona a Treviso, proprio nel giorno dedicato al passaggio della fiamma paraolimpica, si respirerà l’atmosfera di Milano-Cortina 2026. Fa tappa nella casa circondariale di Treviso il progetto “Olimpiadi in carcere” ideato dalla giornalista Giovanna Pastega per Seconda Chance, associazione che da anni si occupa in tutta Italia e anche in Veneto di formazione e reinserimento lavorativo di detenuti e detenute grazie ad un protocollo con il Dap. Il progetto gode del patrocinio del C.O.N.I. della F.I.C. e della F.I.C.K e della Fondazione Cortina. L’idea è quella di portare in alcuni Istituti penitenziari veneti a partire dalla casa circondariale di Belluno e poi di Treviso un piccolo pezzo della storia delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi attraverso il racconto filmico e in presa diretta di due ori olimpici e paralimpici di straordinaria sensibilità e impegno sociale: Daniele Scarpa medaglia d’oro di canoa ad Atlanta nel 1996 e Sandra Truccolo oro paralimpico nel 1996 ad Atlanta e nel 2000 a Sydney. Il racconto della loro storia sportiva e personale in due documentari realizzati dalla giornalista veneziana Giovanna Pastega, collaboratrice dal 2022 di Seconda Chance, l’associazione del Terzo Settore che si occupa da più di 4 anni di reinserimento lavorativo di detenuti e detenute (si veda scheda in calce), si accompagnerà al racconto in prima persona dei due campioni che entreranno nelle varie carceri che ospiteranno il progetto. Questo per avvicinare i detenuti alle storie di impegno, fatica, lavoro e determinazione dei due atleti veneti, che sono stati capaci come pochi di affrontare le difficili sfide della vita e dello sport, riuscendo a vincere ogni difficoltà, anche la più insormontabile. Un modo per far conoscere i valori delle Olimpiadi e dello sport come impegno, rispetto, amicizia, eccellenza, fair play, lealtà, solidarietà, inclusione e tanti altri. Attraverso la proiezione dei due documentari e il racconto dei protagonisti i detenuti delle carceri venete potranno conoscere più da vicino la storia e il percorso di due campioni olimpici conosciuti nel mondo e scoprire i temi e i valori fondamentali dello sport. Ogni incontro sarà coordinato dalla giornalista e collaboratrice di Seconda Chance Giovanna Pastega. Il Progetto prevede la possibilità, qualora autorizzata dalla direzione dell’istituto penitenziario, di introdurre in carcere il giorno dell’incontro con i due atleti un simulatore di voga il “Concept2 Rowerg - Indor Rowing” utilizzato dai campioni del canottaggio in tutte le gare Hyrox e Crossifit, per una dimostrazione e prove di utilizzo. Il Progetto prevede, in caso di sostegno economico di sponsor o di enti pubblici/privati, la donazione di due simulatori di voga ai vari Istituti aderenti (uno destinato ai detenuti e uno agli agenti della polizia penitenziaria) per la realizzazione di corsi pratici di voga simulata con lezioni tenute da operatori sportivi locali. Parallelamente saranno svolti laboratori dedicati all’alimentazione sportiva e al benessere psico-fisico e alla prevenzione. I due simulatori, qualora donati ai vari istituti aderenti, potranno poi garantire la prosecuzione autonoma per i detenuti delle attività sportive oltre la durata del progetto. Il progetto dopo essere stato realizzato nel carcere di Belluno sbarca mercoledì 4 marzo a Treviso alla Casa Circondariale del capoluogo della Marca, dove i due atleti olimpici incontreranno detenuti e personale penitenziario. Collabora alla realizzazione del progetto nel capoluogo trevigiano il Centro Sportivo Italiano Comitato di Treviso. Successivamente è prevista la realizzazione del progetto nella Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova e nella Casa Circondariale di Vicenza. Interessate al Progetto anche la Casa Circondariale di Venezia e quella di Rovigo. I documentari sui due campioni che saranno proiettati nelle carceri, realizzati da Giovanna Pastega, fanno parte del ciclo “Ritratti veneti” realizzato per la Regione Veneto. Il progetto “Olimpiadi in carcere” è coordinato dall’Associazione Seconda Chance in collaborazione con Canoa Republic e con il coinvolgimento di specialisti sportivi e associazioni sportive locali, come il Centro Sportivo Italiano. Il progetto verrà presentato a livello nazionale il 9 marzo a Cortina in occasione delle Paralimpiadi Milano-Cortina 2026 alle ore 15.30 allo spazio conferenze di Casa Veneto - Casa delle Regole a Cortina d’Ampezzo (Corso Italia 69). Detenuti scrittori, cuochi, pittori: Mattarella premia “Artisti dentro” di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 4 marzo 2026 “Basta conquistarne alcuni, che alcuni smettano di pensare di buttar via la chiave. Far ragionare la gente è uno dei nostri obiettivi”. A dirlo a gNews è Esther Sibylle von der Schulenburg, che da dieci anni porta avanti diversi concorsi riservati ai detenuti: per scrittori, per cuochi, per pittori. È tra i premiati dal Presidente Sergio Mattarella con l’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, per il suo impegno nei penitenziari. “Un suggello del lavoro che abbiamo fatto finora”, dice. Sibylle fonda l’associazione Artisti Dentro onlus nel 2015; i concorsi per i reclusi partono tra il 2014 e il 2016. L’idea alla base è stimolare resilienza e un sano agonismo. Lo spirito competitivo punta infatti a “risvegliare le energie sopite dei detenuti”, spiega. Per l’edizione 2025 sono state inviate 598 candidature: oltre 200 per “Scrittori dentro”, 104 per “Cuochi dentro”, 280 per “Pittori dentro”. I concorsi hanno alcune peculiarità: sono replicabili in ogni carcere e garantiscono il massimo contatto con l’esterno. Per Sibylle è fondamentale “approcciare il singolo, raggiungere idealmente ciascun detenuto, sia esso in alta sicurezza, un comune o un protetto”. Gli aspiranti scrittori, per esempio, una volta iscritti al concorso, sono seguiti da editori esterni che li aiutano a “migliorare il testo prima che venga sottoposto alla giuria”. I concorsi danno alcune scadenze, responsabilizzando così i concorrenti, scandendo il tempo lento del carcere, creando un senso di attesa positivo. “Da quando esce il bando - prosegue la fondatrice di ‘Artisti dentro onlus’ - lavorano per inviarci l’elaborato; dopo, aspettano di essere eventualmente contattati da un editor, se sono finalisti. E poi aspettano di vedere la pubblicazione dell’antologia annuale”. E si ricomincia con il bando dell’edizione successiva. Con “Pittori dentro”, i reclusi si sono specializzati nella mail art, lo scambio di cartoline artistiche. E si è creata una corrispondenza d’eccezione: gli studenti delle scuole ricevono il biglietto disegnato dal recluso via posta e possono rispondere con le stesse modalità. Sibylle racconta che “escono cose fantastiche: i ragazzi hanno una sensibilità incredibile. Noi inviamo le cartoline di risposta ai detenuti, che a loro volta possono rispondere: alcuni lo fanno ed è veramente bello vedere questo lavoro”. Con questi concorsi i detenuti si sentono considerati, e a testimoniarlo è la partecipazione. Dal 2014 a oggi, sono oltre 6mila le candidature ai contest. Esther Sibylle riporta la testimonianza di Claudio Conte: recluso a Parma, ha partecipato a “Scrittori dentro”, si è laureato in giurisprudenza e ha conseguito il dottorato di ricerca in carcere. “Mi sono chiesto - scrive Conte in una lettera a Sibylle - se anche i soci di ‘Artisti dentro’ si rendono conto di come riescano a far sentire vive, impegnate persone che diversamente resterebbero a vegetare nelle loro celle. E non perché la direzione di questo o quel carcere non offrano delle opportunità culturali, ma semplicemente perché non si sentono valorizzati, come riesce a fare invece questa associazione. Questione di percezione”. Essenziale, per alimentare questo appagamento, è la firma delle proprie opere. A volte, per questioni di sicurezza, non è permesso ai detenuti di mettere il proprio nome, nonostante abbiano dato il loro consenso. “La possibilità di firmarsi fa la differenza - dice Sibylle -. Ci sono alcuni Prap che comunicano i nostri bandi e dicono subito di mettere solo le iniziali. Sinceramente il motivo non lo capisco, tranne che nel circuito alta sicurezza”. Sono aperti i bandi per il 2026: i termini scadono il 20 marzo per “Scrittori dentro”, il 31 maggio per “Cuochi dentro”, il 20 giugno per “Pittori dentro”. Tutti riceveranno un attestato di partecipazione; i vincitori anche un piccolo riconoscimento in denaro per il lavoro svolto. “Questione di percezione”, come dice Claudio Conte: a fare la differenza è, appunto, sentirsi visti - esigenza comune a qualsiasi essere umano. “Questo è un po’ il nostro obiettivo - dice Sibylle; adesso, dopo oltre 10 anni, posso dire che l’intuizione è stata giusta”. Migranti. Cpr di Ponte Galeria, da 30 mesi chiuso lo sportello del Garante dei trattenuti di Youssef Taby Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2026 Ignorata la mozione approvata all’unanimità in Regione a luglio scorso. La denuncia: “Il danno non è solo simbolico, ma sostanziale: si produce un ulteriore svuotamento delle poche garanzie esistenti”. Da oltre due anni e mezzo, al Cpr di Ponte Galeria, manca un presidio che dovrebbe essere ordinario in ogni luogo di privazione della libertà: lo sportello del Garante delle persone private della libertà personale. È chiuso da circa trenta mesi, nonostante una mozione approvata all’unanimità a fine luglio scorso dal Consiglio regionale del Lazio impegnasse la giunta guidata da Francesco Rocca a rinnovare il protocollo d’intesa con la Prefettura di Roma per garantirne la riattivazione. Da allora, però, nulla si è mosso. Il provvedimento, votato senza distinzioni tra maggioranza e opposizione, prevedeva il rinnovo dell’accordo che consentiva al Garante regionale di avere un presidio fisso nella struttura. Un presidio che, per le persone trattenute, rappresentava uno dei pochi riferimenti istituzionali a cui rivolgersi per segnalare violazioni, condizioni di detenzione inadeguate o difficoltà nell’accesso alle cure e alla tutela legale. A denunciarlo è stata Marietta Tidei, capogruppo di Italia Viva e prima firmataria della mozione. “Il protocollo non è stato ancora rinnovato e di conseguenza non è stato riattivato lo sportello. Una gravissima inadempienza istituzionale che colpisce direttamente i diritti civili e umani delle persone trattenute all’interno del Centro, alle quali viene negata questa fondamentale tutela ormai da trenta mesi” afferma. Per Tidei, la responsabilità è politica e ha un nome preciso: “Ricade interamente sul presidente Rocca e sulla sua giunta. Ogni ulteriore ritardo rappresenterà una responsabilità grave e inaccettabile”. La mozione era stata accolta con favore anche da Stefano Anastasìa, garante regionale delle persone private della libertà personale. Nonostante le sollecitazioni, però, l’assenza di uno sportello stabile continua a protrarsi, privando il Cpr di un presidio di controllo indipendente in un contesto già segnato da forti criticità. A chiarire la portata di questa assenza a ilfattoquotidiano.it è Federica Borlizzi, legale della Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili: “La detenzione amministrativa è già, di per sé, un istituto che si colloca fuori dal perimetro costituzionale. Uomini e donne vengono privati, fino a diciotto mesi, della libertà personale senza aver commesso alcun reato e senza le garanzie proprie del diritto penale e penitenziario”. Nei Cpr, sottolinea Borlizzi, non esiste una magistratura di sorveglianza come nel sistema carcerario: “In questo quadro, il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è, nei fatti, uno dei pochissimi organi a cui le persone trattenute possono rivolgersi per far valere i propri diritti”. Il sistema delle garanzie, prosegue la legale, è già strutturalmente fragile. “Parliamo di luoghi di detenzione amministrativa in cui le possibilità di contestare condizioni di trattenimento, provvedimenti o violazioni dei diritti sono limitate, lente e spesso inaccessibili nella pratica”. Per questo, quando un atto approvato all’unanimità da un Consiglio regionale resta inattuato per oltre due anni, “il danno non è solo simbolico, ma sostanziale: si produce un ulteriore svuotamento delle poche garanzie esistenti e si rafforza l’idea che, nei Cpr, il diritto sia opzionale”. In questo contesto, l’assenza dello sportello del Garante “non è un dettaglio organizzativo, ma l’ennesimo segnale di una deresponsabilizzazione istituzionale”. Il messaggio che arriva alle persone trattenute, avverte Borlizzi, “è che anche gli strumenti minimi di ascolto, monitoraggio e controllo possono essere sospesi senza conseguenze”. Un messaggio che incide non solo sulle condizioni materiali di vita, ma “sulla percezione stessa di essere destinatari di una giustizia minore”. Una lettura che si intreccia con le condizioni detentive documentate negli ultimi report: celle sudicie, infestazioni, materassi ammuffiti, bagni bui e sporchi, pasti giudicati inadeguati, assenza di attività ricreative. A questo si aggiungono segnalazioni di carenze nell’assistenza sanitaria e psichiatrica, nella prevenzione dei suicidi e nell’accesso alla tutela legale. Negli ultimi mesi, il Cpr di Ponte Galeria è tornato al centro delle cronache anche per l’avvio di un’azione popolare che ne chiede la chiusura immediata. Diciotto associazioni della società civile - tra cui Cild, ActionAid, Antigone Lazio, Arci, Asgi, Baobab Experience, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia e Cgil Roma e Lazio - hanno definito il centro “una ferita aperta nel cuore della città”. L’iniziativa è stata promossa da quaranta tra docenti, giuristi e personalità del mondo accademico romano, che hanno inviato un’istanza formale al sindaco di Roma Roberto Gualtieri, chiedendo di attivarsi presso il ministero dell’Interno per la chiusura della struttura. Primo firmatario dell’appello è Mauro Palma, già garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e oggi presidente del Centro di ricerca “Diritto penitenziario e Costituzione” dell’Università Roma Tre. Il consumo di droghe non cancella la responsabilità di Katia Poneti Il Manifesto, 4 marzo 2026 La Corte costituzionale, con la sentenza 21/2026 del 26 febbraio, ha affermato che “la Costituzione non impone di escludere o diminuire la pena in caso di ‘disturbi da dipendenza’ da sostanze stupefacenti”. La decisione ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 95 del codice penale, confermando il vigore delle norme esistenti, e ha ricomposto il quadro di riferimento declinando una figura di persona tossicodipendente libera di agire e, al tempo stesso, vulnerabile. La Corte ha accolto l’invito, arrivato con il ricorso promosso dal gup del Tribunale di Bergamo, a rivalutare la disciplina dell’imputabilità della persona tossicodipendente alla luce di possibili nuove circostanze di fatto o di diritto; tra queste, nello specifico, la sentenza riguardante i gravi disturbi di personalità (Cass. 9163/2005) che ha ampliato in modo notevole lo spazio di applicazione della non imputabilità per vizio di mente. Esaminata la questione alla luce del nuovo contesto, la Corte ha confermato la precedente giurisprudenza in materia di art. 95 c.p., secondo cui la persona tossicodipendente è imputabile e dunque, se del caso, colpevole. Anche nel caso in cui la persona fosse stata incapace al momento del reato a causa dell’uso di sostanze, la sua capacità sussisteva quando ha deciso di usarle: così la dottrina, che parla di actio libera in causa. Il ricorso mirava all’assimilazione dei sintomi che sono descritti dal Dsm-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e che riguardano l’uso prolungato di droghe - nelle parole del remittente “una cronicità d’uso in cui si produce l’effetto peculiare dell’addiction” - alla condizione definita dal Codice come “intossicazione cronica”, caso in cui, poiché si manifestano sintomi di tipo psichiatrico, si applica la disciplina della non imputabilità: la Corte ha negato tale equiparazione, sottolineando che la sintomatologia descritta dal Dsm-5 non è inquadrabile nella “intossicazione cronica”. Nel confermare l’imputabilità della persona tossicodipendente la Corte ne ha inquadrato la disciplina in un contesto di principio che accosta la libertà alla vulnerabilità. La libertà e la vulnerabilità vanno a comporre la persona concreta in modo complesso, non un soggetto astratto ma una persona situata socialmente. A questa e ai suoi bisogni l’ordinamento risponde con l’accostamento della pena alle misure terapeutiche: la pena moderata e aperta alla cura della vulnerabilità è il principio costituzionale nel quale la Corte inquadra il trattamento della persona tossicodipendente detenuta, in armonia con i doveri di solidarietà sociale e di tutela della salute (artt. 2 e 32 Cost.). Ribadire la libertà del volere di chi fa uso di sostanze non apre solo alla colpevolezza, consente anche di aprire la strada a scelte alternative: allontanarsi da un concetto di dipendenza intesa come dominio della sostanza sull’essere umano per avvicinarsi un’idea di consumo delle sostanze che è parte del complesso di relazioni sociali della persona e che a partire da queste può essere compreso, autoregolato, superato (si veda il bel libro di scritti di Grazia Zuffa, Stigma e pregiudizio, Menabò, 2025). Il quadro tracciato dalla Corte spinge a suggerire un ulteriore passo avanti. Piuttosto che estendere alla persona tossicodipendente la disciplina della non imputabilità propria della malattia mentale si propone di ribaltare la prospettiva e riconoscere anche all’infermo di mente la capacità di intendere e volere, così come proposto nella proposta di legge Magi A.C. 1119. La disciplina dell’esecuzione penale della persona tossicodipendente, come ricostruita dalla Corte costituzionale nella sentenza 21/2026, è un modello per comprendere come l’ordinamento, a partire dal riconoscimento della libertà personale, può avere una disposizione di cura delle vulnerabilità anche di coloro che hanno violato la legge penale. Iran. E se dal carcere politico di Evin nascesse la futura classe dirigente? di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 4 marzo 2026 Dietro le sbarre della famigerata prigione di Teheran continua a resistere quel popolo di dissidenti che il regime ha sbattuto in cella. Ma è su di loro, si teme, che potrà abbattersi la vendetta. Da sempre per i regimi il carcere rappresenta il luogo in cui scaricare i dissidenti e gli oppositori politici, uno strumento per stritolare il dissenso e un monito per chi, da cittadino libero, osa esprimere le proprie opinioni e contestare chi governa. Nella Repubblica islamica dell’Iran la struttura centralizzata che si avvale dell’autorità clericale, rafforzata da reti di intelligence, tribunali rivoluzionari islamici e prigioni, ha tenuto per decenni la popolazione sotto lo schiaffo. La prigione di Evin, a Teheran, è il simbolo della libertà di pensiero da mandare dietro le sbarre. Nel migliore di casi i dissidenti (giornalisti, scrittori, avvocati, professori universitari) vengono abbandonati al loro destino in isolamento - una “tortura bianca”, come viene definita - privati del sonno e di una detenzione dignitosa. Per gli oppositori più temibili, invece, le sevizie e le umiliazioni di vario tipo sono all’ordine del giorno e servono ad accelerare la fine dell’esistenza terrena. La giornalista Cecilia Sala è stata reclusa ad Evin per 21 giorni tra il dicembre 2024 e il gennaio 2025. Nel 2022 anche la blogger Alessia Piperno è stata imprigionata ad Evin per 45 giorni. La prigione, costruita nel 1971, si trova sulle colline a nord di Teheran, ai piedi dei monti Elborz. Attorno al complesso ci sono recinzioni di filo spinato elettrificato e un campo minato. Evin divenne tristemente famosa a livello internazionale durante l’ultimo periodo del governo di Mohammad Reza Shah Pahlavi, quando migliaia di prigionieri politici furono tenuti in condizioni disumane, torturati e giustiziati. In quel periodo spadroneggiava la Savak, la polizia segreta dello Scià. Con la rivoluzione del 1979 Evin continuò a conservare la fama di luogo in cui si consumavano crimini inenarrabili. Il nuovo governo usò la prigione per ospitare i seguaci della monarchia e chi minacciava la nuova Repubblica islamica. Il 1988 fu l’anno in cui si raggiunse l’apice delle violenze, anche ad Evin. La Guida Suprema, Ayatollah Khomeini, ordinò l’uccisione - in molti casi neanche con un processo farsa - di migliaia di prigionieri politici. Ancora oggi non è noto il numero delle esecuzioni. Le stime di ex funzionari iraniani e le liste compilate dalle organizzazioni per i diritti umani rilevano che 38 anni fa vennero giustiziate in decine di città iraniane tra 2.800 e 5.000 persone. Un migliaio di esecuzioni avvennero solo a Evin. In un rapporto di Human Rights Watch il famigerato carcere di Teheran viene descritto così: “Il complesso, situato in una posizione inquietante e bella per una prigione, si è ampliato nel corso degli anni fino a comprendere diversi edifici. Sebbene formalmente sotto il controllo dell’Ufficio nazionale delle Prigioni, negli ultimi anni diversi reparti del carcere sono stati di fatto ceduti all’autorità giudiziaria, al Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane e al ministero dell’Intelligence e della Sicurezza”. Secondo alcuni osservatori, ad Evin si troverebbero diversi detenuti politici che potrebbero contribuire alla costruzione del nuovo Iran sulle macerie del regime degli ayatollah. Una suggestione? Un modo per animare la popolazione desiderosa di voltare pagina? Solo il tempo potrà fornire delle risposte. La dissidente iraniana Shabnam Assadollahi ha raccontato sul Times of Israel la sua esperienza ad Evin, “una struttura il cui nome è diventato sinonimo di incarcerazione politica, uno strumento strategico di controllo”. Il Centro per i Diritti umani in Iran (Chri), ong indipendente con sede a New York, ha lanciato un appello con cui chiede “ai governi di tutto il mondo e alle organizzazioni internazionali di utilizzare urgentemente ogni canale diplomatico e politico disponibile per fare pressione sulle autorità iraniane, affinché rilascino tutti i prigionieri politici e i detenuti e garantiscano che non vengano effettuate esecuzioni durante questo periodo di conflitto”. Atena Daemi, ex prigioniera politica ed ex compagna di cella della premio Nobel Narges Mohammadi ha evidenziato che nella situazione attuale, “i prigionieri politici e i detenuti comuni sono i più vulnerabili in Iran”. Secondo Daemi, i prigionieri possono diventare presto un bersaglio della vendetta da parte dei vertici del regime, sopravvissuti ai raid israeliani e statunitensi. Inoltre, come sottolinea il Centro per i Diritti Umani in Iran, “la Repubblica islamica, che tradizionalmente sfrutta l’ombra della guerra e delle crisi per commettere abusi nelle carceri e vendicarsi dei prigionieri politici”, potrebbe sin d’ora sbarazzarsi dei possibili costruttori del nuovo Iran, libero e democratico.