Due Palazzi, carcere al collasso? Prove di dialogo tra Terzo settore e Dap di Ilaria Dioguardi vita.it, 3 marzo 2026 Dopo un incontro con Stefano Carmine De Michele, capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, ed Ernesto Napolillo, direttore della Direzione generale detenuti e trattamento, il Coordinamento Carcere Due Palazzi della casa di reclusione di Padova spiega alcuni impegni presi e la volontà di affrontare le tante criticità dell’istituto di pena. In dialogo con Nicola Boscoletto, fondatore di Giotto, cooperativa che ha appena compiuto 40 anni. Il Coordinamento Carcere Due Palazzi raggruppa da oltre 10 anni le associazioni e cooperative attive nella casa circondariale di Padova, “che ha una storia lunga 50 anni nel Terzo settore”, dice Nicola Boscoletto, fondatore di Giotto, cooperativa che nell’istituto da 40 anni (appena compiuti) svolge attività per le persone detenute. Il Coordinamento, formato da una ventina di realtà tra cooperative e associazioni, ha ottenuto un incontro al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, richiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, delle 22 persone detenute di Alta sicurezza e il conseguente drammatico suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro. Boscoletto, il Coordinamento Carcere Due Palazzi della casa di reclusione di Padova ha incontrato a Roma, il 18 febbraio scorso, Stefano Carmine De Michele, capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, ed Ernesto Napolillo, direttore della Direzione generale detenuti e trattamento. Cosa avete chiesto durante l’incontro? Essere stati ricevuti a Roma sicuramente è un elemento che va riconosciuto come positivo, finora tutte le richieste e tutte le considerazioni su quello che era successo non avevano trovato un’interlocuzione. Incontrarsi, ascoltarsi, guardarsi negli occhi e rispettarsi sono quattro pilastri su cui provare a costruire qualcosa insieme. L’appuntamento era stato chiesto a seguito del repentino trasferimento, dopo anni di attività rieducative, realizzate dal Terzo settore in stretta collaborazione con l’istituzione, delle 22 persone detenute di Alta sicurezza e il conseguente suicidio di uno di loro, Pietro Marinaro. Oltre a questo tema, il Coordinamento ha posto il problema della progressiva trasformazione negli ultimi anni della casa di reclusione di Padova da istituto innovativo nell’ambito della rieducazione a istituto con detenuti con fine pena brevi e scarsa possibilità di investire risorse sul lungo periodo. Per quanto riguarda le persone detenute trasferite, cosa è stato detto? Si tratta di persone che non hanno passato cinque anni al Due Palazzi, ma 25, 30, in alcuni casi anche più di 40 anni. Sono stati trasferiti in altri istituti, non solo del Nord. Stavano facendo dei percorsi, con l’impegno della struttura penitenziaria, di educatori, di agenti, erano inseriti in attività lavorative, scolastiche ricreative e culturali del Terzo settore, specifiche per loro ovviamente: le persone in Alta sicurezza non possono mescolarsi con i “detenuti comuni”. Con il trasferimento si buttano tanti anni di lavoro. Il Coordinamento ha documentato attraverso schede dettagliate i percorsi rieducativi di anni di attività di ogni singola persona dell’Alta sicurezza trasferita: molti, tra l’altro, usufruivano di permessi premio e avevano avviato percorsi di lavoro e impegno all’esterno. Il confronto ha previsto la possibilità di segnalare eventuali richieste dei detenuti trasferiti di essere ubicati in equivalenti sezioni di istituti più conformi alle esigenze familiari e/o di coinvolgimento sociale pregresso. Ci impegniamo a monitorare e segnalare le situazioni delle persone trasferite per le quali da tempo si era avviato un percorso di inserimento nel territorio. Inoltre, verificheremo quali possibilità di trattamento offrano le realtà in cui sono state trasferite. Il tema Alta sicurezza è stato affrontato a partire dai casi singoli, ma in modo strutturale. Ci spieghi meglio... Rispetto al numero esorbitante (in tutta Italia sono circa 9.800 i detenuti di Alta sicurezza) ci si è confrontati su come sia importante andare a fondo della questione delle declassificazioni da detenuti Alta sicurezza a “detenuti comuni”. Ciò anche alla luce della relativa disattesa circolare del 2015, firmata dall’allora capo del Dap Santi Consolo (avente in oggetto la “Procedura di declassificazione per l’eventuale estromissione dal circuito ‘alta sicurezza’ ed inserimento nelle sezioni dedicate ai detenuti comuni”, ndr). Da questo punto di vista è emersa l’ipotesi importante di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra Dap e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione distrettuale antimafia. Per quanto riguarda il tema del rischio di un progressivo snaturamento della casa di reclusione di Padova? Il tema è condiviso dalla polizia penitenziaria e dall’area educativa, sulle cui spalle ricade il peso delle conseguenze sul campo dei processi di “riempimento” delle carceri italiane. Vi è stato accordo sull’importanza di favorire, in sostituzione delle persone trasferite e più in generale, l’accesso alla reclusione di persone con fine pena consistente, inseribili in attività rieducative di lungo periodo, che rendono la casa di reclusione un “modello di rieducazione” a livello nazionale. Il Coordinamento ha anche fatto presente al capo del Dap il tema delle gare per l’affidamento degli spazi per le attività trattamentali, che così come sono impostate non valorizzano la vocazione sociale delle realtà del Terzo settore. È stata prospettata l’ipotesi che a breve ci saranno modifiche legislative che introdurranno criteri di valorizzazione delle realtà già presenti da anni negli istituti con attività documentate e svolte con successo e serietà. L’incontro si è concluso con un impegno a raggiungere gli obiettivi su cui c’è stato confronto e a continuare nel dialogo. A Padova, al Due Palazzi, la storia con il Terzo settore, diceva, è intrecciata da 50 anni... Lorenzo Contri, un professore universitario della San Vincenzo De Paoli, è stato il primo volontario a entrare nelle carceri italiane, proprio al Due Palazzi. Nella casa di reclusione di Padova c’è una storia lunga legata al Terzo settore, abbiamo visto passare decine e decine di ministri e altrettanti decine di capi del Dap. Quindi, cogliamo l’aspetto positivo di quest’incontro che abbiamo avuto, senza illuderci troppo. La volontà deve essere reale, sappiamo che per costruire dalle macerie non ci si mette poco, però riconoscere che ci sono delle macerie, che bisogna costruire e che bisogna farlo insieme è già un passo avanti. Alla casa di reclusione di Padova manca poco per collassare, mi riferisco alla storica e varia offerta trattamentale che da sempre l’istituto ha costruito in maniera veramente diversificata in questi 50 anni, con tutto il Terzo settore e con il sostegno del personale dell’amministrazione penitenziaria, di agenti, educatori, personale sanitario. La cooperativa sociale Giotto ha da poco spento 40 candeline. Un modello di inclusione e crescita sociale che ha ispirato esperienze internazionali e che dal 1986 ha il suo fulcro a Padova... Questi 40 anni non sono solo storia della cooperativa sociale Giotto: sono la dimostrazione che un’economia più umana è possibile, che il lavoro può davvero essere strumento di dignità per tutti, e che insieme si costruisce un futuro migliore. In questi 40 anni più di 2mila persone hanno trovato nella cooperativa sociale Giotto non solo un lavoro stabile, ma una vera valorizzazione personale e umana. Persone detenute, giovani con disabilità fisiche o psichiche, persone con disagio sociale - nessuno escluso. Perché, come ricordava Papa Francesco: “Il lavoro dà dignità” e “non ci si salva da soli: siamo tutti sulla stessa barca”. Padova. “Il Sociale sale in Cattedra”, la Cooperativa Giotto compie 40 anni vaticannews.va, 3 marzo 2026 Nell’Aula Magna del Bo dell’Università di Padova, economisti, sociologi, ed esperti della legislazione sul sociale, lanciano un modello per la cooperazione sociale del futuro: co-programmazione e co-progettazione, amministrazione condivisa e sussidiarietà circolare. È stata una festa, il riconoscimento al lavoro pionieristico fatto dalla Cooperativa Sociale Giotto, diventato un modello riconosciuto in tutta Italia, ma anche quasi un piccolo “master” intensivo sui cambiamenti che il sistema della cooperazione sociale sta affrontando e dovrà necessariamente affrontare assieme alle istituzioni e alle imprese per stare al passo con la nuova legislazione in materia che piano piano e con molto ritardo, sta iniziando a dare un indirizzo più adeguato alla programmazione e alla progettazione delle politiche sociali italiane. Nell’Università di Padova il quarantesimo compleanno della Cooperativa Sociale Giotto, modello di riferimento italiano ed internazionale nella progettazione di percorsi lavorativi e sociali per persone svantaggiate - detenuti e disabili in particolare - ha fatto salire in cattedra studiosi della cooperazione sociale e del sistema carcerario, economisti, esperti del diritto di famiglia e anche di prevenzione delle infiltrazioni criminali nel tessuto sociale. La prestigiosissima Aula Magna - non a caso la prima cosa che si ammira entrando è quella che fu la cattedra niente di meno di Galileo Galilei - è stato il luogo che più di ogni altro poteva dar voce ad approfondimenti e testimonianze autorevoli dall’Italia e dal Mondo, e di questo l’università stessa se ne è immediatamente resa conto. Un avvenimento così importante che ha permesso di tracciare un quadro per il futuro della cooperazione sociale nel nostro Paese. La sinergia con enti diversi è stata uno dei cardini del lavoro della Giotto Cooperativa Sociale, che ha trovato sempre ispirazione per nuovi percorsi lavorativi di inclusione nella collaborazione con le istituzioni padovane: Comuni, Provincia, Regione, il sistema sociosanitario e Camera di Commercio, Fondazioni bancarie, la rete del Terzo Settore locale e nazionale oltre alle imprese che hanno portato le loro produzioni all’interno del carcere. Francesca Vianello, delegata al Progetto Università Carcere dell’ateneo padovano, ha dato il via al convegno ricordando come la storia del Polo dell’Università di Padova in carcere s’intreccia con quella della Cooperativa Giotto. Tutte e due le esperienze testimoniano l’importanza di connettere il carcere con la città e il territorio, cercando di coniugare missione sociale, inclusione e, nel caso della Cooperativa Giotto, sostenibilità economica. Nella prolusione iniziale la professoressa Vera Negri Zamagni, una delle maggiori esperte di economia cooperativa, ha analizzato il “caso Giotto” nel libro Una normalità eccezionale, presentando in estrema sintesi i risultati di uno studio di due anni sulla cooperativa. In particolare ha voluto sottolineare i due segreti che hanno caratterizzato la storia della Giotto: il primo, la forte motivazione ideale, nata dalle radici cattoliche dei fondatori, un gruppo di amici della facoltà di agraria laureati alla fine degli anni 80, ispirati dalla straordinaria forza umana e comunicativa di Don Luigi Giussani, da cui è scaturita la volontà di operare nel sociale con le regole del mercato puntando sulla professionalità e la qualità dei servizi offerti; il secondo, la Giotto è una fucina di relazioni e sinergie, a tutti livelli, in primis con i propri collaboratori, a partire dagli svantaggiati, con le istituzioni, le imprese e le altre realtà del terzo settore, una inclusività praticata e non solo dichiarata. Questi due fattori hanno dato vita a un metodo di lavoro che la Zamagni ha voluto sintetizzare con la citazione “Fare, saper fare, saper far fare e far sapere”, mantra familiare della famiglia Gaja, noto produttore di vini: quando conoscenza e azione si coniugano e si fertilizzano a vicenda ottengono risultati eccellenti. Del resto, il presidente della Camera di Commercio di Padova Antonio Santocono, a cui è stato affidato il saluto iniziale a nome di tutte le autorità di istituzioni e realtà profit e no profit presenti, aveva spiegato che a Padova la cooperazione sociale continua a vivere una stagione di vivace floridità. Padova non a caso è stata Capitale del Volontariato. Siamo una delle provincie italiane con il maggior numero di cooperative. Questo gruppo di imprenditori del sociale - ha detto Santocono - non sono un traguardo ma una tappa di un lungo cammino iniziato nella nostra provincia, che ha saputo dimostrare come attraverso l’inclusione sociale si può fare impresa. E questo modello ora tutti lo riconoscono e lo copiano soprattutto nel nostro Paese”. D’altra parte, prima della prolusione della professoressa Zamagni, il presidente della Cooperativa Giotto Gianluca Chiodo, dopo aver illustrato con alcune slide la situazione attuale della Giotto (tra cui oltre 600 persone coinvolte al lavoro, di queste oltre 150 svantaggiate) e ricordato il numero dei percorsi di inserimento (oltre 1100 per le persone disabili e oltre 1500 per quelle detenute), aveva spiegato che “la nostra unica ambizione è di lavorare bene, di lavorare assieme alle istituzioni e con le realtà del terzo settore, con tutti quelli che si occupano di fragilità. Ci occupiamo di disabilità e detenzione e oggi celebriamo una festa che dura da 40 anni. Contiamo di continuare su questa strada, però ci serve la collaborazione di tutti. L’unico modello che ci sentiamo di proporre è quello della collaborazione, della condivisione degli obiettivi e dello scopo per cui facciamo le cose. Il mondo è molto cambiato, noi incontriamo fragilità che un tempo non c’erano. Anche tra disabili e detenuti le persone sono sempre più fragili, sempre più sole e fanno sempre più fatica, anche a dare un senso alla propria esistenza. Attraverso il lavoro offriamo una possibilità per tutti. Con un’attenzione particolare per quelli in difficoltà, sia per chi ha un certificato sia per chi non ce l’ha. Ricordiamo questi 40 anni di storia con tanti ospiti. Tutte queste testimonianze sono rapporti che sono nati nel tempo, a volte anche per “caso”, che però via via abbiamo curato e fatto crescere, perché sono persone che abbiamo incontrato con cui abbiamo collaborato e che ci vogliono bene. Difficoltà ne abbiamo sempre incontrate e di sicuro ne incontreremo ancora, ma credo che con l’aiuto di tutti avremo un futuro, ancora tutto da scoprire, ma bellissimo. L’attività nel carcere di Padova è stata conosciuta in altre parti del mondo, attraverso i rapporti che sono nati nel tempo”. E proprio le relazioni nazionali e internazionali sono state messe a tema nella prima tavola rotonda, coordinata proprio da chi ha curato l’ottavo capitolo del libro della Zamagni, il professore e direttore della Fondazione Unismart Fabio Poles. La prima esperienza internazionale l’ha raccontata il magistrato brasiliano Luiz Carlos Rezende che ha voluto tributare alla Cooperativa Giotto un sentito ringraziamento. Infatti, grazie al rapporto con Giotto, un gruppo di magistrati brasiliani è arrivato a proporre alle istituzioni e al governo del loro Paese, il modello di lavoro della cooperativa che è stato integrato con quello delle APAC che gestisce in Brasile il reinserimento sociale dei detenuti con un metodo rieducativo tanto originale quanto efficace nel rispetta la persona. I risultati in termini di recupero sociale delle persone detenute sono lusinghieri, tanto che Rezende ha spiegato come questo modello sia stato presentato, anche con il supporto di IILA (Istituto Italoamericano) in diversi paesi del Sud America, tra cui in Colombia nella fase di riconciliazione dopo la guerra civile, ma anche a Bruselles al Parlamento Europeo. Interessante anche l’esperienza nata negli Stati Uniti, nella prigione di Chicago dalla determinazione del ristoratore Italo Americano Bruno Abate che ha rappresentato una rivoluzione nel contesto del sistema di detenzione americano. “Nel 2010 - ha spiegato Abate - la mia vita è cambiata. Per una serie di circostanze, mi sono ritrovato in un carcere minorile ad insegnare a cucinare ai ragazzi. Ho creato una non profit che si chiama Recipe for Change, “una ricetta per cambiare”, e ho creato nel carcere delle cucine. Stanno facendo un documentario in America su questa storia e sull’incontro con la Giotto, che è successo per “caso”. Giotto è stata per me una ispirazione e un motivo per crescere su questa strada, che anche negli Stati Uniti non è per niente agevole. Devo dire che in Italia si sta un po’ meglio, nonostante il sovraffollamento nelle carceri. Qui ci sono agevolazioni e poi se lavori puoi avere uno stipendio. Da noi non si può”. “La forza del sistema Padova - ha spiegato nel suo intervento Ornella Favero, presidente della Consulta Nazionale Volontariato e Giustizia - è che tutte le associazioni si sono unite insieme perché abbiamo capito che da soli non possiamo contare molto e che dobbiamo comunicare il più possibile ciò che di bene viene atto. Perché queste azioni sono contagiose, creano imitazione in positivo. Essere insieme di fronte alle difficoltà di questo percorso ancora oggi molto difficile è la nostra forza”. E poi ha continuato spiegando l’importanza delle attività del terzo settore in carcere perché tendono a costruire una cultura costruttiva, una nuova consapevolezza, per esempio il nostro progetto con le scuole crea una possibilità importante perché le esperienze negative e i comportamenti devianti che hanno portato in carcere le persone detenute, attraverso la comunicazione e il confronto che loro imparano a sostenere, diventano azioni educative utili alla prevenzione per gli studenti. Collegato dalla Associazione portoghese Vale de Acór a Lisbona, che ancora porta i pesanti segni delle devastazioni legate alle alluvioni di queste settimane in Portogallo, padre Pedro Quintela ha testimoniato la comune opera nella creazione di percorsi di sostenibilità sociale per soggetti con disabilità, con problemi di tossicodipendenza e altre fragilità: sono centinaia le persone incontrate e sostenute nelle loro tre sedi. Il vincolo di fraternità, nata dalla comune identità cristiana e consolidatosi in questi anni, che lega l’associazione portoghese agli amici della Giotto è così forte che loro stessi hanno voluto chiamare la gelateria che hanno avviato con la collaborazione della cooperativa “I Fratellini”. All’inizio della seconda tavola rotonda ha preso la parola l’ex ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, che ha raccontato del suo impatto difficile con la situazione delle carceri di quell’epoca, più di dieci anni fa, quando l’Europa mise ripetutamente lo Stato italiano sotto infrazione per il mancato rispetto dei diritti umani. “Ma la scintilla, l’esperienza bella che ho vissuto - ha sostenuto la Cancellieri - è stata proprio la Giotto, perché lo Stato non deve vendicarsi sulla persona detenuta, ma deve aiutarla a ritrovare sé stessa. A volte è facile riuscirci, a volte non ci si riesce proprio, ma bisogna provarci, bisogna dare una seconda opportunità e questo spesso passa proprio attraverso il lavoro. In questo senso Padova è speciale, grazie alla Giotto, perché oltre alla grande passione che non deve mancare c’è una grande professionalità, per cui dal carcere esce gente con un mestiere che può spendere e che dà la possibilità di vivere”. Una riflessione importante - affidata alla professoressa Paola Milani docente di Pedagogia sociale nell’Università di Padova, dove dirige anche il Laboratorio di ricerca e intervento in educazione familiare - riguarda proprio il cambiamento introdotto recentemente nella legislazione sociale con l’istituzione degli ATS e l’introduzione del LEPS, i livelli essenziali di prestazioni sociali, che ad iniziare dalle politiche per le persone con fragilità, cambieranno l’approccio delle politiche sociali mettendo al centro la persona. Durante il suo intervento ha sottolineato come l’opera della cooperativa Giotto tende a dare concreta realizzazione a quanto indicato all’articolo 3 della Costituzione dove afferma la dignità della persona e che allo Stato è affidato il compito per rimuovere gli eventuali ostacoli alla sua affermazione. La persona non è mai considerata un problema ma piuttosto il contesto sociale circostante in grado o meno di rispondere ad essi, perché dall’eventuale condizione di vulnerabilità della persona in realtà può nascere la possibilità dell’incontro, nasce la possibilità di ciò che davvero genera l’umano. L’intreccio tra legalità e illegalità, economie e mafie è stato affrontato nella tavola Rotonda dal professor Antonio Parbonetti, prorettore vicario dell’Università di Padova, che ha sostenuto che il vero argine sociale contro le infiltrazioni della criminalità organizzata, che sono sempre più pervasive in diversi settori economici, è rappresentato dalla buona economia che può nascere dall’alleanza tra imprese e realtà del terzo settore in collaborazione con le istituzioni e che ha nelle sue conseguenze positive anche quella di creare un forte tessuto sociale, cosa che le molteplici operazioni di contrasto delle forze dell’ordine non sono riuscite a fare e perciò sono risultate poco efficaci. Toccante e commovente la video testimonianza di Gemma Calabresi vedova del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972, con cui ha avuto 3 figli. Lei che nel perdono ha ritrovato la forza rigenerativa e il senso della sua vita ha raccontato questo percorso di conversione e di rinascita, che ha descritto nel libro “La crepa e la luce”. In particolare, ha voluto testimoniare quanto abbia influito in questo percorso aver assistito nel carcere di Padova, invitata proprio dalla Cooperativa Giotto, nel 2011 al battesimo di una persona albanese, che aveva intrapreso un cammino di cambiamento personale approdato anche ad una conversione spirituale. “Per me da quella crepa rappresentata dal dolore e dalla rabbia che pure ho provato - è filtrata progressivamente una luce che è diventata comprensione e perdono e che ha rappresentato per me la libertà dal buio in cui ero piombata dopo l’omicidio. Il perdono non cambia il passato ma cambia il futuro. A Padova ho scoperto che anche per chi ha ucciso è possibile fare il percorso di conversione che ho fatto io, perché Dio non va solo dalle vittime, dai “buoni” ma da chi soffre e poi sta a noi rispondere con i tempi e i modi di ognuno, perché ci lascia liberi. Ed oggi sento la necessità di testimoniare questa luce che può rappresentare per molte vittime come me il punto di svolta per tornare ad aver fiducia nella vita e nel prossimo”. All’economista Stefani Zamagni, sono state affidate le conclusioni dell’evento per individuare gli strumenti più efficaci per rendere il welfare sostenibile e funzionale a una società in profondo cambiamento e sempre più fragile. “Tre anni fa - ha spiegato il professor Zamagni - l’Unione Europea ha finalmente dopo anni di tentativi spesi su questo fronte ha ammesso che l’economia sociale è una componente essenziale dei sistemi economici europei. È stata una lunga battaglia perché fino a pochi anni fa il terzo settore era considerato residuale ed è stato un errore che ha ritardato il processo di sviluppo dei paesi ed anche del nostro, perché non bisogna mai dimenticare che gli enti del terzo settore sono nati in Italia nel 1200, in Toscana e Umbria, quando nascono le confraternite, pensiamo alle Misericordie, quando cioè si organizza l’azione volontaria nei confronti delle persone che versavano in stato di bisogno. Ora il governo ha promesso che entro l’anno dovrà essere varata la legge nazionale he dovrò dare attuazione alle linee guida dell’atto europeo votato tre anni fa. Ed è un piano di azione interessante che ha visto la partecipazione di tanti soggetti che hanno fornito suggerimenti e miglioramenti. Per questo ho motivo di credere che nel prossimo futuro, nei prossimi mesi, il terzo settore aumenterà il proprio impatto non solo sull’economia, ma soprattutto sul fronte della democrazia e della coesione sociale. Ecco perché oggi parlare di queste cose vuol dire fare un balzo in avanti rispetto al passato quando si pensava che spettasse allo Stato ogni azione in questi ambiti. Oggi sappiamo che non è così. Lo Stato ha un ruolo che resta fondamentale ma non totalizzante. Se non ci abituiamo a tradurre in pratica il principio di Sussidiarietà, che significa appunto integrare nelle decisioni anche la società ed il terzo settore, in un paese con il nostro, non potrà esserci un futuro roseo. Quello che la sussidiarietà circolare ci insegna è che ci deve essere un coinvolgimento tripolare tra Stato, mercato e comunità rappresentata dagli enti del terzo settore. La quale comunità deve potersi organizzare senza impedimenti e burocrazia, per esprimere il proprio potenziale. Servono quindi normative nuove sotto il profilo fiscale e finanziario perché ancor oggi gli enti di terzo settore o dell’economia sociale hanno difficoltà a reperire le risorse finanziarie e ad accedere ai finanziamenti e questa è una discriminazione intollerabile”. A conclusione del Convegno il ringraziamento del presidente Gianluca Chiodo, che rappresenta il senso più autentico di questi 40 anni: “In tutti questi anni sono successe veramente tante cose, la maggior parte bellissime, altre molto difficili e dolorose da attraversare. Abbiamo imparato tanto: ad esempio, che non si può improvvisare: servono strumenti, competenze, organizzazione. Abbiamo imparato che la realtà non si forza, ma si ascolta, che le opere come la nostra chiedono coraggio, non azzardo. Abbiamo incontrato persone diversissime da noi che sono diventate amici, compagni di strada senza i quali non sapremmo più immaginarci. Soprattutto, da soli non è possibile stare davanti all’umanità ferita che incontriamo tutti i giorni e da cui siamo costantemente sfidati. Terminiamo comunicandovi il sentimento di stupore che proviamo ogni qualvolta, andando al lavoro o tornando a casa, guardiamo le nostre sedi, gli spazi, i muri, i terreni, ma soprattutto le persone e la nostra storia. A nessuno di noi, a distanza di 40 anni, viene da dire ‘questo l’ho fatto io’. Abbiamo veramente uno strano stupore, un’infantile meraviglia di una cosa che ancora non ci sembra possa essere vera, la percezione via via crescente di aver ricevuto un grande dono e di esserne dei semplici custodi”. I festeggiamenti per il quarantesimo compleanno della Cooperativa Sociale Giotto continueranno nei prossimi mesi. Il prossimo 8 aprile alle 21 nella Sala Giotto della Fiera di Padova il concerto “Note di libertà e speranza”. Un evento unico che unisce musica, arte e inclusione sociale, con il l’Orchestra di Padova e del Veneto in collaborazione con l’Orchestra del Mare della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, con gli strumenti musicali realizzati da maestri liutai, con la partecipazione delle persone detenute, nelle carceri di Milano-Opera e Napoli-Secondigliano, utilizzando materiali recuperati dai barconi dei migranti che approdano in Sicilia. Un concerto che è esso stesso messaggio di trasformazione e rinascita. Una storia quindi che da Padova ha varcato non solo confini fisici, ma, spesso ed anche molto più difficilmente e profondamente, i confini dell’animo umano delle persone che nel lavoro e nell’incontro con la Cooperativa Giotto hanno trovato un punto di svolta della loro vita. Questi 40 anni non sono solo storia della Cooperativa Sociale Giotto: sono la dimostrazione che un’economia più umana è possibile, che il lavoro può davvero essere strumento di dignità per tutti, e che insieme si costruisce un futuro migliore. Anche i minori subiscono la morsa securitaria. Gli effetti ormai stabili del “Decreto Caivano” di Alessia Cesana altreconomia.it, 3 marzo 2026 Sovraffollamento, strutture spesso inadeguate e tagli ai finanziamenti: le conseguenze del Decreto Caivano, a più di due anni interi dalla sua entrata in vigore nel settembre 2023, si possono osservare ormai chiaramente negli Istituti penali per minorenni (Ipm) italiani. È ciò che emerge dall’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile che unisce i dati ufficiali con l’osservazione diretta delle condizioni dei 572 giovani detenuti e detenute delle carceri al 31 dicembre 2025. Secondo l’associazione il modello virtuoso che coniuga controllo a educazione e assistenza sta venendo progressivamente smantellato e soppianto da uno più repressivo e contenitivo; si sottolinea come l’obiettivo di proteggere e prestare maggiore attenzione ai minori si stia gradualmente affievolendo, assottigliando le differenze fra il mondo penitenziario adulto e quello giovanile. Oltre al massiccio utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine (la cui somministrazione, come riscontrato da Altreconomia, fra 2020 e 2024 è aumentata del 110%), l’associazione ricorda le indagini della procura di Milano sui presunti pestaggi e torture del Cesare Beccaria e l’apertura per sei mesi presso la Casa Circondariale di Bologna di una sezione per giovani adulti. Le presenze negli Ipm a fine 2025 sono in crescita circa del 35% rispetto al periodo pre-Caivano e rimane un dato per difetto perché si evidenzia la tendenza a spostare i maggiorenni nelle carceri per adulti. Sul totale della popolazione detenuta, infatti, il 60,1% ha fra i 14 e 17 anni (344), mentre 175 appartengono alla fascia di età fra 18 e 20 e 53 a quella fra 21 e 24. Questo impulso criminalizzante ha portato al sovraffollamento degli Istituti -che nel 2025 sono saliti a 19, con l’apertura di due nuovi a L’Aquila e a Lecce-, con un grave e conseguente aumento delle tensioni; spiccano Napoli, che detiene 78 ragazzi pur avendo 74 posti, e Milano, definita “un caso emblematico di funzionamento ordinario patologico del sistema penale minorile” con 72 ragazzi alloggiati in sezioni dichiarate inagibili o in celle con materassi a terra e senza arredi, considerati armi potenziali. Un esempio di come il sovraffollamento può influire sull’atmosfera all’interno dell’Istituto lo dà Palermo: quando a fine 2024 erano in 35, ben sopra le capacità della struttura, si verificava circa un incendio a settimana. Non solo il numero di giovani e giovanissimi detenuti negli Ipm è aumentato: la quota complessiva in carico ai servizi della giustizia minorile (che comprendono anche comunità e Centri di prima accoglienza) nel dicembre 2022 era pari a 14.221, mentre a fine 2024 si sale a 14.866 e a fine 2025 addirittura a 17.027. L’idea che il carcere, però, non rappresenti più solo la misura ultima e estrema è confermata da alcuni indicatori: innanzitutto, il fatto che 64,9% delle persone detenute vi si trovi a causa di un provvedimento di custodia cautelare e il 30,2% del totale sia in attesa del primo giudizio (e per i minorenni le percentuali salgono rispettivamente all’83,1% del totale e al 39,5%). Inoltre, nel 2025 sono stati registrati 216 ingressi in carcere di ragazzi provenienti da comunità per trasformazione permanente della misura, a fronte dei 40 casi del 2024: anche questo è dovuto al Decreto Caivano poiché prima del settembre 2023 c’erano dei limiti temporali al trasferimento dalla comunità all’Istituto. Infine, se si guarda alla tipologia di reato, quelli più gravi -contro la persona e non contro il patrimonio- sono percentualmente meno rappresentati in carcere rispetto alle comunità. Fra 2023 e 2024 sono anche cresciute del 16,7% le denunce nei confronti dei minorenni (pur rimanendo ben al di sotto della media europea perché, secondo Istat nel 2023, ogni centomila abitanti per l’Italia si attestavano circa 363,4 denunce mentre la media europea è di 647,9). Ciò, però, non ha avuto come risultato un uguale picco di prese in carico da parte degli uffici di servizio sociale, aumentate solo del 2,4%. La spiegazione, come segnalato nel report, si può rintracciare nel fatto che la retorica della paura, allarmistica e punitiva, ha causato un maggior numero di segnalazioni all’autorità, a cui però non sono seguite condanne. Nonostante questo nuovo “impulso” al sistema carcerario minorile e alla criminalizzazione dei più giovani, il Governo non ha stanziato fondi o varato misure necessarie. Nel 2025 è stato previsto un taglio del 4,5% per il dipartimento della Giustizia minorile e di comunità, diminuito di un altro punto percentuale sia per il 2026 che per il 2027 e per il 2028. Le voci più colpite sono quelle riguardanti il personale, mentre si mantengono le spese per l’acquisto dei terreni, per ampliare gli spazi di contenimento. Si attende l’operatività, ad esempio, degli Ipm di Rovigo e di Santa Maria Capua Vetere. Per quanto riguarda i direttori degli Istituti e degli Uffici di esecuzione penale esterna, a fine 2025 se ne contano 40 su 52 previsti. Anche la Polizia penitenziaria, a luglio 2025, risultava leggermente sotto personale perché mancavano 86 unità (ce n’erano 1.529, a fronte di una dotazione prevista di 1.615 unità). Per quanto concerne gli educatori, invece, la media nazionale è di 3,2 ragazzi ogni funzionario, ma con grandi disparità da Ipm a Ipm: Cagliari e Caltanissetta, istituiti piccoli con 10 e 12 detenuti rispettivamente, hanno un rapporto di 2 ragazzi a educatore, mentre a Torino è di 4,7, con 11 educatori per 74 detenuti. Anche le attività scolastiche, educative e professionalizzanti risentono molto delle differenze locali: in Puglia e in Sicilia, ad esempio, non sono attivi corsi professionalizzanti. Il rapporto, infine, si concentra sulla demisficazione della retorica razzista e xenofoba del Governo. Si legge, infatti: “È stato costruito un allarme sociale intorno alla figura ‘tipo’ del ragazzo straniero che commette delitti gravi. Però mancano le prove analitiche per un simile giudizio”. Complessivamente, i detenuti stranieri sono il 42,3% del totale. La gravità dei reati imputati a italiani e stranieri, però, è diversa, dimostrando che gli stranieri finiscono in carcere per reati meno gravi: il 22% dei reati ascritti a ragazzi italiani è contro la persona, percentuale che scende al 17,9% per i non italiani. Guardando ai delitti più gravi, ad esempio, il 63% degli autori di violenza sessuale e stalking è italiano (41 adolescenti), così come lo è l’86% di coloro che è imputato di omicidio (14 ragazzi). In più, dal rapporto emerge anche una cospicua presenza di minori stranieri non accompagnati nella componente carceraria, costatando come ciò vada di pari passo col progressivo smantellamento del sistema di accoglienza italiano. Perché il carcere spesso non riesce a cambiare il comportamento, in particolare dei minori? ubiminor.org, 3 marzo 2026 Le prigioni riescono a contenere il comportamento, ma raramente trasformano in modo profondo la personalità e i comportamenti. Questo vale in particolare per i minori la cui sola incarcerazione, senza adeguati e efficaci programmi di rieducazione e formazione, non basta per far “cambiare rotta” e aprire nella loro vita aspirazioni e desiderio di un futuro diverso. Questo dato emerge con forza se si osservano gli alti tassi di recidiva nel caso di mancanza di efficaci programmi volti a un reinserimento positivo nella società. Questi dati suggeriscono come l’incarcerazione, pur adempiendo a una funzione punitiva e di controllo, non produca necessariamente un cambiamento psicologico duraturo. La punizione può limitare temporaneamente l’azione, ma non interviene automaticamente sulle radici emotive della violenza, né garantisce quella riparazione interiore che rende possibile una reale riabilitazione. In Italia il tasso di recidiva per gli adulti in carcere è stimato intorno al 68,7%; questo dato scende drasticamente al 2% per chi accede a programmi di reinserimento lavorativo. Per i minori, il tasso di recidiva generale è più basso: intorno al 22-31% dopo messa alla prova o sospensione del processo con servizio sociale, ma sale al 63% per chi finisce in carcere. Studi recenti hanno analizzato le radici anche psicologiche della recidiva. Riflessioni precedenti avevano mostrato come la violenza nasca spesso da dolore emotivo non elaborato, traumi irrisolti e da una progressiva erosione dell’empatia, molto prima che venga commesso un reato. Le menti pericolose non si formano all’improvviso per un collasso morale improvviso, spiegano gli studiosi, ma attraverso silenzi, trascuratezza e bisogni psicologici rimasti insoddisfatti. Di fronte a questa consapevolezza, sorge una domanda inevitabile: che cosa accade quando queste persone entrano nel sistema penale? E soprattutto, quale tipo di trasformazione interiore produce realmente il carcere, se così tanti detenuti, una volta usciti, vi fanno ritorno? La recidiva impone una pausa di riflessione, affermano i ricercatori. Quando una persona entra ed esce ripetutamente dal carcere, non si può ridurre il fenomeno a una semplice mancanza di volontà individuale. Gli alti tassi di reiterazione del reato indicano che qualcosa di essenziale rimane intatto durante la detenzione. Dal punto di vista psicologico, non basta chiedersi se la punizione sia stata inflitta; occorre domandarsi se sia stata resa possibile una trasformazione interna significativa. Quando un tribunale emette una condanna, lo fa con obiettivi molteplici: affermare la responsabilità, scoraggiare ulteriori reati, tutelare la sicurezza pubblica e promuovere la riabilitazione. Il carcere, sottolineano gli esperti, dovrebbe ridurre il rischio immediato e, allo stesso tempo, creare le condizioni per un cambiamento comportamentale. Questa aspettativa si fonda sulla convinzione diffusa che il tempo, la struttura e la conseguenza dell’atto commesso possano correggere ciò che è andato storto. Dal punto di vista giuridico, questa logica appare coerente; da quello psicologico, però, il comportamento non cambia semplicemente perché viene limitato. La regolazione interna, la costruzione dell’identità e l’elaborazione emotiva determinano se una persona saprà agire diversamente una volta libera. Se queste dimensioni non vengono affrontate, la detenzione rischia di limitarsi a gestire il comportamento in modo temporaneo, senza trasformarlo in profondità. Le ricerche mostrano con crescente chiarezza che l’incarcerazione, da sola, raramente produce esiti riabilitativi coerenti. L’efficacia dei programmi trattamentali dipende dalla loro qualità, continuità e dalla profondità delle relazioni che riescono a instaurare, non dal semplice stato di reclusione. Quando tali programmi sono frammentati, scarsamente finanziati o considerati marginali rispetto alla funzione punitiva, il loro impatto tende a dissolversi rapidamente. La punizione può soddisfare l’esigenza di responsabilità legale, ma non garantisce la crescita psicologica. Inoltre, sottolineano gli studiosi, lunghi periodi di detenzione possono rafforzare adattamenti basati sulla sopravvivenza: anestesia emotiva, ipervigilanza, irrigidimento identitario. Queste strategie possono proteggere l’individuo all’interno dell’istituzione, ma risultano disfunzionali nel momento del reinserimento. Quando la sopravvivenza diventa il principio organizzatore della vita psichica, lo spazio per la riflessione e l’assunzione di responsabilità si restringe drasticamente. Gli interventi psicologici in carcere possono ridurre la recidiva in misura moderata, ma solo in condizioni specifiche. I risultati dipendono dall’intensità, dalla coerenza e dalla continuità del percorso. Quando i trattamenti sono discontinui o scollegati da un lavoro più ampio sull’identità personale, restano superficiali: diventano procedure da completare, non processi trasformativi. Anche i programmi educativi mostrano potenzialità significative, soprattutto quando l’apprendimento favorisce una ricostruzione dell’identità e una nuova visione del futuro. L’istruzione riduce la recidiva quando restituisce significato e senso di agency, cioè capacità di dare una direzione alla propria vita, efficacia, responsabilità, non quando si limita a fornire un attestato formale. Dove l’educazione stimola riflessione e responsabilità, il cambiamento diventa possibile; dove resta un adempimento burocratico, il suo valore riabilitativo si indebolisce. Le testimonianze dirette delle persone detenute complicano ulteriormente l’idea che sia il carcere, in sé, a produrre consapevolezza. Molti raccontano che i cambiamenti più autentici non avvengono grazie alla punizione, ma nonostante essa, attraverso rare opportunità di dialogo, riconoscimento e formazione. La trasformazione emerge nei momenti in cui relazione e significato trovano spazio, interrompendo l’isolamento emotivo tipico della cultura carceraria. Questo viene affermato in modo forte dagli studiosi. In assenza di un sostegno psicologico continuativo, però, queste intuizioni rimangono fragili e facilmente reversibili una volta tornati in libertà. Ancora una volta, la punizione può contenere il comportamento, ma difficilmente guarisce ciò che lo ha preceduto. Le analisi longitudinali confermano questa prospettiva: il semplice tempo trascorso in carcere non equivale a riabilitazione. L’impossibilità o la riduzione dei reati durante la detenzione non rappresenta di per sé un cambiamento interiore, spiegano i ricercatori. Una volta fuori, vulnerabilità non risolte - come traumi, difficoltà nella regolazione emotiva, dipendenze o reti sociali fragili - tendono a riemergere con forza. Quando il rilascio avviene senza una reale riparazione psicologica, il ritorno al reato diventa probabile. Nel complesso, le ricerche evidenziano uno scarto profondo tra le aspettative della condanna e la realtà psicologica. Il carcere è progettato per punire e contenere, non per riparare ferite emotive o ricostruire un’identità. Se la riabilitazione è considerata opzionale anziché centrale, la recidiva non è un’anomalia ma una conseguenza prevedibile. Il sistema interviene sul comportamento visibile, lasciandone intatte le origini. Ciò non significa che la responsabilità personale sia irrilevante. Al contrario, rimane fondamentale. Tuttavia, la responsabilità senza integrazione psicologica rischia di lasciare il comportamento immutato sotto la superficie. La riabilitazione autentica richiede contesti in cui significato, autodeterminazione e regolazione emotiva possano svilupparsi insieme alla consapevolezza delle conseguenze. L’evidenza disponibile invita a una riflessione più che a un’accusa. La questione non è se il carcere sia talvolta necessario, ma se sia sufficiente a produrre il cambiamento interiore che la riabilitazione presuppone. Se molte persone tornano ripetutamente in custodia, il problema non riguarda solo ciò che esse non hanno fatto, ma anche ciò che il sistema non ha affrontato. La recidiva non è soltanto una statistica: è un segnale psicologico. Se l’obiettivo della giustizia è ridurre il danno futuro, allora occorre intervenire sulle condizioni emotive e cognitive che lo alimentano. In assenza di questo lavoro, il carcere rischia di riprodurre proprio gli esiti che intende prevenire. La vera sfida non è stabilire se le persone possano cambiare, ma chiedersi se le risposte attuali offrano davvero la possibilità di farlo. Riferimenti bibliografici: Arbour, W.. Prison rehabilitation programs and recidivism: Evidence and outcomes. Journal of Human Rights(2024). Bower, M., Howard, M. V. A., Stapinski, L. A., Doyle, M. F., Newton, N. C., & Barrett, E. L.. The efficacy of modular dosage in prison-based psychological interventions to reduce recidivism. Journal of Criminal Justice (2024). Emilia Romagna. L’incubo delle “Camere di sicurezza”: niente aria, doccia e avvocato di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 3 marzo 2026 C’è un numero che dice tutto: zero. Su 21 siti della polizia locale in Emilia-Romagna dotati di camere di sicurezza, nessuno - proprio nessuno - mette a disposizione degli arrestati l’elenco degli avvocati. È la fotografia più nitida di cosa significhi essere arrestati e finire in una camera di sicurezza gestita dalla polizia municipale: si può restare rinchiusi senza sapere a chi telefonare, senza avere sotto mano un nome, un numero, un riferimento per esercitare il diritto alla difesa. Un diritto garantito dalla Costituzione, che nella realtà concreta di queste celle diventa carta straccia. I dati vengono dal monitoraggio condotto dal Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale dell’Emilia-Romagna, presentato il 29 gennaio 2026 al Palazzo del Governatore di Parma durante una giornata di formazione per il personale della polizia locale, realizzata in collaborazione con il Garante Nazionale (Gnpl). Il risultato è un documento che fotografa un sistema frammentato, lasciato spesso all’inventiva dei singoli, dove le garanzie per chi è privato della libertà dipendono dalla provincia in cui ci si trova. I numeri: quante persone, quante celle - Le camere di sicurezza sono celle di trattenimento temporaneo presenti nelle caserme dei carabinieri, nelle questure e nei comandi di polizia locale. Non sono carceri. Servono a trattenere chi viene arrestato o fermato nelle ore successive all’intervento, in attesa della convalida dell’arresto. La permanenza dovrebbe essere breve - poche ore, al massimo una notte. Ma le condizioni in cui una persona trascorre quelle ore possono fare la differenza tra un trattamento dignitoso e qualcosa che la Corte europea dei diritti dell’uomo definisce trattamento inumano o degradante. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha stabilito standard minimi precisi: spazio adeguato, luce e aria naturale, accesso all’aria aperta, pasti regolari, informazione sui propri diritti. Soglie sotto le quali uno Stato di diritto non dovrebbe scendere. Il monitoraggio emiliano-romagnolo dimostra che in molti casi si scende eccome. Il Garante regionale ha visitato 21 siti della polizia locale - tre in meno rispetto ai 24 segnalati dalle prefetture, perché in provincia di Bologna due risultavano inesistenti, e uno in provincia di Ferrara era già fuori uso. In questi 21 siti ci sono complessivamente 28 camere di sicurezza. Quanto a quante persone ci siano transitate negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, il dato è semplicemente non rilevabile. Nessun sistema di raccolta dati, nessun registro uniforme. Per capire la dimensione del fenomeno basta guardare le altre forze di polizia, dove il conteggio esiste: i Carabinieri nel 2024 hanno registrato 992 persone nelle 66 camere di sicurezza della regione, la Polizia di Stato 1.440 nelle sue 40 strutture. Per la polizia locale, quel numero resta un vuoto. Senza aria, senza doccia e senza luce - Le condizioni fisiche mostrano un quadro a due velocità. Le dimensioni sono adeguate in 18 casi su 21, la manutenzione è ottima in 13. Fin qui le buone notizie. Poi arrivano i numeri che pesano. Il 62% delle camere non ha aria naturale né luce naturale: tredici strutture su ventuno tengono i detenuti in ambienti senza finestre o ventilazione adeguata. Il 62% non ha riscaldamento né condizionamento. Il 95% non ha la doccia: su ventuno strutture, una sola la prevede. Il dato più allarmante è un altro: l’accesso all’aria aperta è assente nel 100% dei casi. Ventuno siti su ventuno non prevedono alcuna possibilità per il detenuto di uscire all’esterno, anche solo per pochi minuti. Il Cpt considera l’accesso quotidiano all’aria aperta un diritto irrinunciabile per chiunque sia privato della libertà. In Emilia-Romagna, per la polizia locale, questa regola non esiste. Il pulsante di chiamata - quello che permette a chi è in cella di segnalare un’emergenza - manca nel 67% delle strutture: quattordici su ventuno. Una persona che si sente male non ha modo di comunicarlo se nessuno passa davanti alla porta. Il cibo lo porta il parroco - Tra i dettagli che restano impressi c’è quello sulla fornitura dei pasti. Otto strutture hanno convenzioni con mense o servizi per buoni pasto. Quattro non forniscono nulla. In altri quattro casi i pasti vengono procurati - si legge testualmente nelle slide - “dal parroco del paese o tramite la Caritas”. Non è una nota folkloristica: è la dimostrazione che in alcuni comandi, quando arriva un detenuto, l’unica soluzione trovata è bussare alla porta della chiesa. Un sistema che dipende dalla generosità individuale, non da un protocollo istituzionale. La gestione amministrativa rivela le criticità più pesanti. Il registro delle presenze - dove devono essere annotati ingressi, uscite e ogni evento rilevante - presenta irregolarità nel 67% dei casi: quattordici strutture su ventuno. Irregolarità vuol dire dati mancanti, annotazioni incomplete, lacune che rendono impossibile ricostruire cosa sia successo durante una detenzione. Senza un registro affidabile, la verifica di eventuali violazioni non è possibile. Il foglio dei diritti - il documento che informa il detenuto del diritto al silenzio, del diritto a un avvocato, del diritto ad avvertire un familiare - è presente solo in undici strutture su ventuno. In dieci non c’è. Quasi la metà. E poi il dato già citato: l’elenco degli avvocati disponibili manca in tutte e ventuno le strutture, senza eccezione. Registri irregolari, fogli dei diritti assenti in metà dei casi, nessun elenco di avvocati ovunque: il diritto alla difesa, nella sua forma più concreta e immediata, non viene garantito. Una persona fermata dalla polizia municipale in molte zone dell’Emilia-Romagna può trovarsi chiusa in una cella senza sapere cosa può fare, senza poter facilmente contattare un legale. Che cosa succede adesso - Il Garante regionale, nella sintesi presentata a Parma, ha individuato quattro aree di miglioramento: prevenzione del suicidio e gestione sanitaria, tutela della privacy dall’arresto alla permanenza in camera, condizioni strutturali e di trattamento, formazione del personale sulla gestione degli eventi critici. Non è una lista di obiettivi ambiziosi. È una lista di cose che dovrebbero già esistere. Il fatto che vengano presentate come “aree di miglioramento” nel 2026 dice quanto strada ci sia ancora da fare. Le camere di sicurezza della polizia locale restano in una zona grigia: non sono carceri, quindi sfuggono ai circuiti ordinari di controllo. Il merito dell’Emilia-Romagna è averle guardate dentro, averlo reso pubblico e averlo portato in un’aula di formazione. Ma guardare non basta. Una persona che trascorre anche solo una notte in una cella senza finestre, senza poter uscire all’aria, senza sapere che può chiamare un avvocato, non sta subendo una piccola scomodità. Sta subendo una violazione. Chiamarla con il suo nome è il primo passo per ristabilire le garanzie del tutto inesistenti. Marche. Emergenza carceri: sovraffollamento al 112%, allarme su suicidi e salute mentale di Luca Simone vivere.it, 3 marzo 2026 Desta preoccupazione la situazione delle carceri marchigiane. Stando ai dati raccolti da Andrea Nobili (Avs) si toccherebbero picchi di sovraffollamento tra il 112% e il 155%, con un conseguente aumento di tentativi di grave autolesionismo tra i detenuti. La questione del sovraffollamento nelle carceri delle Marche torna al centro del dibattito politico e istituzionale. Secondo gli ultimi dati, nelle sei strutture penitenziarie regionali i detenuti presenti superano per oltre il 100% il limite consentito, con un tasso medio complessivo che sfiora il 112%. Una situazione che in alcuni istituti assume contorni ancora più critici. Alla casa circondariale di Pesaro - Villa Fastiggi l’affollamento supera abbondantemente la capienza prevista, con un tasso che tocca il 155% (242 detenuti su 156 posti), così come ad Ancona Montacuto, dove le presenze risultano oltre i limiti stabiliti per il 137% (351 detenuti su 256 posti). La rilevazione non risparmia neanche le carceri più piccole, come quella di Fermo, dove l’indice di sovraffollamento tocca il 130%, con 65 detenuti ospitati a dispetto dei soli 50 posti disponibili. Numeri che si traducono in celle sovraffollate, spazi ridotti per le attività trattamentali e maggiore pressione sul personale penitenziario. Non è solo una questione di metri quadrati. Nel corso dell’ultimo anno si sono registrati numerosi tentativi di suicidio e casi di autolesionismo (104 gli episodi di autolesionismo, 28 i tentati suicidi e purtroppo un tragico suicidio), segnali di un disagio profondo che riguarda in particolare detenuti con fragilità psichiche o problemi di dipendenza. A pesare è anche la carenza di organico tra agenti di polizia penitenziaria, educatori e personale sanitario, con difficoltà nel garantire assistenza continuativa e percorsi di recupero efficaci. Guardando i numeri, la carenza non si registra, infatti, solo tra le fila degli agenti di polizia penitenziaria, ma anche fra gli educatori. Stando ai dati del monitoraggio, infatti, su 652 agenti assegnati ne sono presenti solamente 542 (110 in meno), mentre gli educatori sarebbero 11 su una popolazione carceraria di oltre 1.000 detenuti. Un problema endemico ormai quello della carenza di organico delle forze di polizia, aggravato dai mancati investimenti del governo centrale, che non è riuscito a rimpiazzare il personale in pensionamento. Sul caso è stata presentata un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, con la richiesta di interventi urgenti e strutturali. Tra le priorità indicate, il rafforzamento degli organici, il potenziamento dei servizi sanitari e una gestione più rapida delle liste d’attesa nelle Rems, le strutture destinate a persone con disturbi psichiatrici autori di reato. Sardegna. Caso 41bis, Delmastro: “I boss mafiosi non fanno paura, l’Isola sarà più sicura” di Davide Pinna La Nuova Sardegna, 3 marzo 2026 Un carcere dedicato esclusivamente al 41 bis, quello di Badu e Carros a Nuoro, e due, quelli di Uta e Bancali, che ospiteranno i detenuti in regime di massima sicurezza in padiglioni dedicati e isolati, ma continueranno anche con il regime ordinario. Lo ha spiegato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, a margine della visita al carcere di Alghero, questa mattina, lunedì 2 marzo. Delmastro distingue il caso nuorese: “È l’unico in cui cambierà qualcosa, a Uta e Bancali i numeri dei detenuti al 41 bis resteranno invariati, e sono numeri che ho ereditato, anche da ministri della Giustizia Cinque Stelle come Alfonso Bonafede”. E su Nuoro aggiunge: “Questo vuol dire più sicurezza, perché diminuiscono i numeri e aumenta la rigidità del regime di sorveglianza”. Delmastro ha puntualizzato che il suo progetto riguarda solo Badu e Carros. E ha confermato che si tratterà di strutture dedicate esclusivamente al 41 bis “perché così richiede la legge e la sicurezza”. E ha aggiunto: “Per Badu e Carros, se si raggiungerà la capienza massima, e non è detto, ci saranno 67 detenuti. Ad oggi abbiamo già mandato via, nella penisola, 129 detenuti che erano a Nuoro in regime di alta sicurezza. E si tratta sempre di mafiosi, ma più pericolosi. I 41 bis sono guardati a vista dal Gom, il reparto specializzato della polizia penitenziaria, e c’è minor rischio di infiltrazioni, mentre l’Alta sicurezza è più porosa”. Dove finiranno gli altri detenuti che si trovano oggi a Badu e Carros, in regime ordinario? “Saranno sistemati in altre carceri dell’isola, a cominciare da Lanusei” dice il sottosegretario. L’esponente del governo non ha risparmiato attacchi alla presidente della Regione Alessandra Todde: “L’allarmismo sul 41 bis serve a coprire le catastrofi della sanità e il pericolo di una eventuale decadenza”. Milano. Il boss Nitto Santapaola è morto, era in carcere dal 1993 di Rosa Maria Di Natale e Salvo Palazzolo La Repubblica, 3 marzo 2026 Era detenuto dal maggio 1993, è deceduto nel carcere milanese di Opera. Nitto Santapaola è morto. Lo storico capo di Cosa nostra catanese, in carcere dal 1993, è deceduto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato ricoverato lo scorso 25 febbraio. Santapaola, 87 anni, era stato arrestato in un casolare di Mazzarrone, nell’hinterland di Catania, dopo 11 anni di latitanza: trovato a dormire con la moglie, non oppose resistenza. L’anziano boss era detenuto ormai da anni al 41 bis. La procura di Milano ha disposto l’autopsia. Santapaola era condannato per essere il mandante di omicidi e stragi. I pentiti l’avevano accusato dell’omicidio del giornalista Pippo Fava. Il boss catanese era stato condannato anche per essere stato uno dei mandanti della strage di Capaci, in cui erano morti Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. In Cosa nostra era soprannominato “il cacciatore”, Santapaola trasformò la mafia catanese in una holding criminale capace di infiltrare l’economia legale e la politica. Storico capo di Cosa nostra a Catania ha guidato le fila della sua organizzazione espandendo il suo potere nel controllo degli appalti pubblici, delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti. Per la sua passione era chiamato il ‘cacciatorè, ma la sua abilità criminale negli anni Settanta lo spinge a muoversi da ‘imprenditorè e così inaugura concessionarie di auto con questore, prefetto, arcivescovo e amministratori pubblici aiutato da un’altra cosca alleata anche per legami di parentela, la ‘famiglia’ Ercolano. Allo stesso tempo, inoltre, la sua cosca si rende protagonista di violente e sanguinose faide mafiose, come quelle contrapposte negli anni ‘80 al boss rivale Alfio Ferlito e all’inizio degli anni ‘90 ai clan dei Cursoti, Cappello e Pillera. Quest’ultima in due anni provocò oltre 220 omicidi a Catania e provincia. Nella guerra di mafia Santapaola poteva contare sull’appoggio della forza di fuoco della cosca guidata dal Malpassotu, il boss Giuseppe Pulvirenti, che dopo la cattura si pentirà accusando Santapaola di diversi omicidi. Il ‘cacciatorè è stato alleato dei Corleonesi che ufficialmente ha sostenuto nella strategia degli attentati, ma si è rifiutato di commettere omicidi ‘eccellenti’ a Catania, per evitare l’interesse dello Stato nella sua area di influenza criminale, tanto che Totò Riina fece uomo d’onore Santo Mazzei, sostenuto anche dai Lo Piccolo, per contrapporlo, ma inutilmente, alla leadership criminale di Nitto. È condannato a più ergastoli, tra questi quelli per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e quelli per le stragi del 1992 a Capaci e in Via D’Amelio e per la morte dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio a Catania. Latitante storico è stato arrestato il 18 maggio del 1993 nelle campagne del Calatino, in compagnia di sua moglie, Carmela Minniti, la donna della sua vita che non lo ha mai abbandonato, uccisa a casa sua il 1 settembre del 1995 a colpi di pistola dal ‘pentito’ Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che, spiegò dopo, agì per vendetta: voleva fare provare al capomafia lo stesso dolore che lui aveva provato con la morte di suo padre e suo figlio, assassinati senza che il capomafia avesse fermato i sicari. Detenuto sempre in regime di 41 bis nel carcere di Opera, Santapaola è stato accusato di avere continuato a gestire il clan da detenuto e per questo sono state più volte rigettate le richieste di concessione degli arresti domiciliari o la detenzione in una struttura medica per le sue condizioni di salute. Il boss da molti anni soffriva di una grave forma di diabete. Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute sarebbero aggravate, tanto da richiedere un trasferimento in ospedale. Roma. Regina Coeli, riaperta l’accoglienza, dopo il crollo del tetto dell’autunno scorso garantedetenutilazio.it, 3 marzo 2026 I Garanti Anastasìa e Calderone in visita di monitoraggio: “Troppo alto il numero di visite specialistiche esterne non effettuate”. La parte di tetto crollata in corrispondenza della volta della seconda rotonda del carcere Regina Coeli. “Nonostante l’assistenza sanitaria interna sia di tutto rispetto, sia per strutture che per personale, resta il problema delle visite specialistiche e degli accertamenti diagnostici da effettuarsi all’esterno: nel 2025 su 1.219 richieste, sono state effettuate solo 554 visite, a causa delle difficoltà dell’amministrazione penitenziaria nel garantire le traduzioni presso i presidi sanitari territoriali”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, e la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone, al termine dell’approfondita visita di monitoraggio che si è svolta martedì 24 febbraio alla Casa circondariale di Roma Regina Coeli. “La carenza di spazi adeguati per la socialità - proseguono Anastasìa e Calderone - e di attività trattamentali significa tenere le persone quasi l’intera giornata chiuse in tre o sei per stanza. Apprezziamo la riapertura della settima sezione, in condizioni dignitose e dedicata esclusivamente ai nuovi giunti, e ci auguriamo che si mantenga così”. La sesta e la settima sezione erano infatti state chiuse lo scorso ottobre, a seguito del crollo della porzione di tetto della seconda rotonda, che funge da snodo di passaggio per raggiungere tali sezioni. Ora il passaggio è garantito in sicurezza, grazie a una copertura in legno temporanea da cantiere, posta sotto una fitta rete di tubi Innocenti che arrivano fino al tetto. I Garanti e i loro staff hanno effettuato la visita di monitoraggio accompagnati dalla direttrice, Claudia Clementi, dal comandante della Polizia penitenziaria, Francesco Salemi, e dalla capo area educativa, Elena D’Angelo. La delegazione dei Garanti ha iniziato la visita dalle aule colloqui, cinque per gli incontri in presenza e due per video colloqui, e ha visitato tutte le sezioni, la cucina in cui lavorano 11 detenuti, concludendo il monitoraggio nella “storica” terza sezione dell’edificio, costruito nel 1654 e convertito in carcere tra il 1870 e il 1890. Accompagnati dal responsabile della Asl Roma 1 per il carcere, Luigi Persico, la delegazione ha visitato gli ambulatori specialistici, il blocco operatorio e le stanze di degenza del Sai (Servizio assistenza integrata), un vero e proprio ospedale interno in grado di ospitare fino a 78 degenti, e incontrato la direttrice della Uosd Salute mentale e dipendenze in ambito penale della Asl Roma 1, Adele Di Stefano. I detenuti presenti erano 764, a fronte di 628 posti regolamentari. Dunque, i posti non disponibili erano 148, con un tasso di affollamento del 159% su una capienza effettiva di 480 posti (schede di trasparenza istituti penitenziari ministero della Giustizia, aggiornamento 24 febbraio). Roma. La Garante dei detenuti: “Serve una Rete di supporto permanente tra dentro e fuori” agi.it, 3 marzo 2026 La metà delle visite mediche esterne programmate salta ogni anno per la mancanza di agenti di scorta. Le stanze dell’affettività non sono state mai predisposte, le aree verdi sono poche e il sovraffollamento, con il numero delle persone che aumenta e gli spazi disponibili che diminuiscono, non è più un’emergenza ma uno stato “strutturale”. La Garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone, denuncia le “gravi carenze” delle carceri della Capitale. E chiede di investire in progetti come S.Fi.De-Percorsi di sostegno per i figli di persone detenute, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che mirano a creare quella ‘retè tra dentro e fuori che manca, e che dovrebbe essere finanziata in modo permanente. “Gli ultimi mesi sono stati molto complicati per gli istituti romani. Quando si gestisce un sistema così faticoso, con un soprannumero di detenuti e una carenza di personale, è ovvio che poi vengano meno anche le cose essenziali. Sicuramente il dato più evidente - spiega Calderone - è che una media del 50% delle visite mediche esterne salta ogni anno, e questo è un tema di grande sofferenza per le persone detenute che aspettano da mesi una visita. Gli si dice che l’appuntamento è in una data e poi quello stesso giorno scoprono che non c’è la scorta per poterli accompagnare”. “Il crollo di una parte del tetto di Regina Coeli - osserva la Garante - ha aggravato ulteriormente la situazione, perché tutte le persone arrestate, nella maggior parte dei casi, sono confluite all’interno di Rebibbia Nuovo Complesso. Questo ha creato, ovviamente, una serie di problemi di gestione. Il sovraffollamento riguarda praticamente tutti gli istituti del territorio, anche il minorile. Abbiamo un flusso di transiti, di arrivi di neo-diciottenni, di persone molto giovani, soprattutto maschi, all’interno degli istituti per adulti, e non c’è possibilità di separarli dal resto della popolazione carceraria. E questo incrementa le difficoltà”. Ma, ci tiene a ribadire, “non è solamente una questione fisica di spazio, è anche un problema di personale. Alla carenza di agenti penitenziari si aggiunge un aumento incredibile delle persone, e diventa molto difficile provare a gestire e a occuparsi dei percorsi individualizzati. E poi c’è la questione di un irrigidimento particolare per i reparti di alta sicurezza e quindi dell’accesso alle opportunità per questi detenuti, con richieste molto stringenti rispetto a orari e controlli”. Da qui le “criticità” legate anche alla difficoltà di tutelare la sfera affettiva delle persone private della libertà, il loro diritto alla continuità del legame affettivo con i partner e con figli. “Sul tema dell’affettività abbiamo pendente ormai da due anni la decisione della Corte Costituzionale. Le famose stanze dell’affettività - denuncia - non solo non sono ancora state predisposte ma neanche immaginate, e ovviamente spesso il tema della genitorialità ha a che fare anche con i rapporti con i propri partner”. Calderone riconosce che “c’è molta disparità: ci sono istituti che prevedono molte telefonate straordinarie, che dispongono dell’area verde per incontrarsi, altri che non ne hanno”. “Nonostante la modifica normativa, che ha aumentato da quattro a sei le telefonate mensili a disposizione dei detenuti, restano totalmente insufficienti. Non siamo più negli anni ‘70 in cui il rapporto con il telefono era ovviamente diverso. Ci sono delle inchieste, escono notizie sui giornali di quante persone abbiano disponibilità di telefoni illegalmente all’interno del carcere e sappiamo che, nella maggior parte dei casi, i cellulari non vengono utilizzati per scopi criminali ma per chiamare le famiglie. Allora - sollecita - bisognerebbe avere il coraggio di fare quello che fanno in altri Paesi europei dove ci sono alcuni istituti in cui è consentita la disponibilità di un telefono cellulare, altri in cui c’è proprio un telefono fisso all’interno delle stanze. Bisognerebbe abbattere il tabù, soprattutto per le persone detenute per reati comuni, in assenza di esigenze di sicurezza particolari, e consentire una fluidità nei contatti, almeno telefonici, soprattutto con i figli, maggiore di quella che invece è permessa”. Poi a Roma ci sono anche piccole realtà come Casa di Leda, casa protetta per donne detenute con figli minori fino a 10 anni, ospitata in un bene confiscato alla criminalità organizzata, che accoglie madri in pena alternativa alla detenzione o agli arresti domiciliari. Per Calderone, si tratta di “un’esperienza unica a Roma, che funziona bene” e andrebbe replicata. Il nucleo familiare, raccomanda la Garante, “dovrebbe essere sempre preservato in qualche modo o preso in carico nella sua totalità”. Tuttavia, prosegue, “quando una persona, anche residente a Roma, entra in carcere, non c’è più possibilità di una presa in carico dei servizi sociali territoriali. Questo fa sì che il percorso delle persone sia frammentato perché diventa molto difficile tenere insieme o continuare a seguire quel nucleo, e quindi è come se la parte che sta in carcere avesse una dimensione, e la parte che sta fuori non fosse minimamente inclusa”. In prospettiva, propone Calderone, “potrebbe avere senso mettere in campo, nel Comune di Roma, una sorta di ‘retè, un servizio rivolto ai familiari delle persone detenute, che possa fungere da collegamento con la persona che sta all’interno dell’istituto e con i servizi sociali territoriali”. “In un sistema in cui si fa fatica, in cui ogni iniziativa è molto complessa perché non esiste solo il problema degli spazi ma dell’organizzazione, della sorveglianza costante - evidenzia - a cascata ne risente tutto. Per questo si dovrebbe investire tanto in progetti come S.Fi.De, che coinvolgano e sostengono i familiari. Dovrebbero essere iniziative strutturate e pensate in modalità fissa”. Nel carcere, conclude Calderone, “bisogna tornare a respirare e poter organizzare anche tutto il resto: servono interventi più strutturali sul fronte del lavoro, della formazione e della tutela dei minori”. Pavia. L’eurodeputata Salis visita il carcere: “Qui allarme sovraffollamento” di Alessandro Dowlatshahi La Provincia Pavese, 3 marzo 2026 Con una media di 2,5 detenuti per cella, Torre del Gallo è tra gli istituti di pena con il più alto tasso di sovraffollamento in Italia. Un blitz a sorpresa nel carcere per verificare le condizioni degli spazi in cui vivono i detenuti. Ieri mattina l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis ha fatto una visita d’ispezione nella casa circondariale di Torre del Gallo. “La situazione è allarmante innanzitutto per quanto riguarda il sovraffollamento: a fronte di una capienza regolamentare di 515 posti, oggi erano presenti 762 detenuti”, dice al termine di due ore di visita. “All’interno del vecchio padiglione del centro si riscontrano dei problemi strutturali, come le docce che sono verdi e scrostate per la muffa ma anche le numerose perdite di acqua dalle tubature”, aggiunge. Salis solleva poi il problema della mancanza di personale: dagli agenti di polizia penitenziaria - “in carenza di oltre il 10 per cento” - al personale educativo, per cui “un educatore deve seguire più di cento detenuti”. Per non parlare, prosegue l’eurodeputata, dei disagi relativi all’area sanitaria: “C’è una difficoltà strutturale a garantire i servizi di base, oltre alle visite specialistiche. Ci sono medici che sono arrivati a coprire turni di 72 ore di lavoro qua dentro”. Fronte igiene, Salis dice che alcuni detenuti le hanno riferito della presenza di cimici da letto. Un problema che era già emerso ad agosto, in occasione della visita d’ispezione nella casa circondariale di Tino Magni, senatore di Avs. Per Luca Testoni, segretario provinciale di Avs Pavia, la situazione è “insostenibile”. Ieri, insieme alla collega di partito Francesca Daniel, ha atteso Salis fuori da Torre del Gallo. “Le cose più importanti sono la tutela dei detenuti e il loro reinserimento nella società per mezzo di programmi ad hoc di istruzione e di avviamento - spiegano -. Il governo non sta agendo in questo senso, continuando invece a usare lo strumento della decretazione d’urgenza per creare nuove fattispecie di reato”. Un modus operandi che “non risolverà mai il problema del sovraffollamento, ma finirà per aggravarlo”. Con una media di 2,5 detenuti per cella, Torre del Gallo è tra i centri di detenzione con il più alto tasso di sovraffollamento in Italia. A documentarlo è un report pubblicato a dicembre da Ristretti Orizzonti, la rivista che da anni si occupa di carcere, sulla base dei dati forniti dal ministero. L’indagine boccia la casa circondariale pavese anche per il numero degli agenti in rapporto ai detenuti: uno ogni 2,6, a fronte di una media nazionale di 2 agenti per ogni recluso. Sant’Angelo dei Lombardi (Av). Il Garante campano dei detenuti in visita al carcere labtv.net, 3 marzo 2026 Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello, nella giornata odierna ha effettuato una visita istituzionale presso la Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi (Av), dove attualmente sono presenti 194 persone detenute. Ad accoglierlo la direttrice facente funzioni, Marianna Adanti, e il comandante della Polizia Penitenziaria, Iuliano Pierpaolo. Nel corso della visita, il Garante ha incontrato diversi detenuti e ha visitato i laboratori interni alla struttura - sartoria, tipografia e carrozzeria - dove sono impiegate complessivamente circa trenta persone. Successivamente si è recato presso il Comune di Sant’Angelo dei Lombardi per incontrare sei detenuti, più uno impegnato nell’opera della misericordia a Torella, impegnati gratuitamente in un progetto di pubblica utilità. Il Garante si è intrattenuto a pranzo con loro, ascoltando le loro testimonianze e il racconto dell’esperienza lavorativa, che per alcuni prosegue da oltre un anno. Al termine della giornata, il Garante Samuele Ciambriello ha dichiarato: “Ogni volta che vengo a Sant’Angelo dei Lombardi ricordo con piacere e nostalgia il direttore Massimiliano Forgione, pioniere del trattamento avanzato, del diritto al lavoro e della reale inclusione sociale dei detenuti. In questo istituto sono ancora attivi progetti e attività da lui promossi, che vanno difesi e valorizzati. Da tempo, purtroppo, riscontro l’arrivo di detenuti trasferiti per motivi di ordine e sicurezza, persone con situazioni problematiche che stanno rischiando di compromettere il lavoro trattamentale avanzato costruito negli anni. Inoltre, registro una carenza di circa venti unità di Polizia Penitenziaria e di un educatore. Positiva, invece, la notizia che mi ha comunicato il comandante Iuliano, circa la riconversione della sezione detentiva destinata all’articolazione psichiatrica che diventerà la sezione di accoglienza per i detenuti “20 ter e 21”, impegnati in attività lavorative esterne al carcere…Speriamo al più presto! Con i sette detenuti che ho incontrato al comune sono stato loro ospite a pranzo - ha aggiunto Ciambriello - e ho raccolto la loro soddisfazione per il percorso intrapreso presso il Comune. Resta però il rammarico che nessuno di loro abbia ottenuto ancora un permesso premio in famiglia. Mi auguro, infine, che al più presto possano essere garantite una direzione e un comandante stabile, un rafforzamento dell’area educativa, condizioni indispensabili per valorizzare ulteriormente questa casa di reclusione a trattamento avanzato. Sul piano sanitario penso ai 44 detenuti tossicodipendenti presenti e mi auguro che anche per loro ci possono essere misure alternative al carcere” così conclude Ciambriello. Ivrea (To). Detenuti fuori al lavoro per la “Seconda chance” di Alessandro Previati La Stampa, 3 marzo 2026 Si chiama “Seconda chance” e già il nome dice tutto. È un’associazione di volontariato, su scala nazionale, che si occupa di procurare opportunità di lavoro ai detenuti. Da qualche mese l’associazione, nata nel 2022 dall’attività della giornalista del TgLa7 Flavia Filippi, ha avviato il progetto anche al carcere di Ivrea. I primi detenuti hanno trovato lavoro al McDonald’s di Pavone. “Ci occupiamo di mettere in contatto il mondo del lavoro con quello delle carceri - spiega Matteo Zordan di Seconda chance - in particolare di trovare imprenditori disposti a concedere una seconda opportunità a chi ha sbagliato”. In questi anni, a livello nazionale, l’associazione di volontariato ha garantito oltre 700 posti. A beneficio dei detenuti, ovviamente, ma anche delle imprese perché esistono agevolazioni per chi assume, senza contare l’impatto sociale. “Quando un detenuto esce dal carcere, se ha un reddito probabilmente non tornerà più a delinquere. In Italia il tasso di recidiva è del 70% ma scende al 2% se il detenuto, quando torna in libertà, ha un lavoro. Di fatto si tratta di un investimento per una società più sicura”. L’associazione, che porta anche formazione, sport, svago e altri tentativi di migliorare la condizione della popolazione carceraria, sta da tempo concentrando i propri sforzi sul reinserimento. “È senza dubbio un mezzo per avere strade più sicure - conferma Martina Piazza, criminologa e volontaria di Seconda chance - siamo alla ricerca di imprenditori coraggiosi e invitiamo le imprese del territorio a contattarci perché il loro supporto è determinante per il progetto”. Tra gli imprenditori coraggiosi, in Canavese, figura senza dubbio Marco Bragonzi, licenziatario McDonald’s di Pavone che ha avuto modo di lavorare con “Seconda chance” anche ad Aosta. “Un’esperienza positiva - racconta - a fare la differenza sono stati i colloqui, dove ti rendi conto di avere di fronte ragazzi che hanno commesso degli errori ma che sono arrivati ad un punto in cui vogliono svoltare. Ovviamente tutti quelli che incontriamo vengono prima preselezionati dal carcere perché sono numerosi i requisiti che vanno rispettati”. Mesi di lavoro tra colloqui, regolamenti, burocrazia, tribunali. Alla fine il percorso su Ivrea, fin qui, ha garantito l’inserimento di un paio di ragazzi assunti a tempo indeterminato. “I risultati, da imprenditore, sono molto buoni - aggiunge Bragonzi - al netto degli incentivi, che non sono comunque immediati, la nostra esigenza era quella di trovare persone che avessero voglia di lavorare e di mettersi in gioco. E le abbiamo trovate. Per loro è un cambio di vita epocale e quindi, anche a livello lavorativo, danno veramente tutto”. Ravenna. “Un Garante comunale per tutelare la dignità dei detenuti” ravennatoday.it, 3 marzo 2026 La capogruppo consiliare Chiara Francesconi (Progetto Ravenna) proporrà in consiglio una mozione per individuare una figura di riferimento per i detenuti. Domani, nel corso dei lavori del Consiglio comunale, “Progetto Ravenna” presenterà una mozione per richiedere l’istituzione del garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, “una figura centrale per assicurare il rispetto e l’efficacia del dettato della Costituzione e delle leggi ordinarie che regolano il sistema carcerario italiano basate sulla pari dignità sociale e sulla centralità della persona umana”, spiega la capogruppo consiliare di Progetto Ravenna, Chiara Francesconi. “Viste anche le condizioni in cui si trova oggi il carcere di Ravenna, sarebbe fondamentale per i detenuti avere una figura di riferimento dotata di specifiche competenze - continua la consigliera -. La legge, con la quale è stata istituita la figura del garante nazionale ha anche previsto la possibilità di contemplare figure di rilievo regionale e territoriale. In Emilia-Romagna opera infatti un garante regionale e i garanti comunali sono stati istituiti nella maggior parte delle città sedi di carcere. Ma nonostante si tratti di una proposta sollevata già durante la giunta de Pascale, a Ravenna è sempre caduta nel vuoto”. “La nostra città è una delle pochissime realtà nella nostra regione ancora priva della figura del garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, sebbene esista una storica attività di associazioni e volontari legata alla popolazione carceraria con progetti e iniziative per il reinserimento sociale e il recupero delle persone detenute che funziona molto bene”. Questa mozione, prosegue Chiara Francesconi “vuole colmare un vuoto e dare una risposta concreta ai gravissimi problemi del nostro sistema carcerario”. “Il carcere di Ravenna è il più piccolo dell’Emilia-Romagna, ma è afflitto da un elevatissimo tasso di occupazione, pari al 184%, il più alto a livello regionale secondo i dati di fine novembre 2025, con 90 detenuti presenti rispetto a una capienza regolamentare di 49 persone - continua la consigliera di Progetto per Ravenna -. Dobbiamo pensare alla sicurezza non solo come “sicurezza pubblica”, ma anche come “sicurezza sociale” attraverso un reale impegno per combattere esclusione e disuguaglianze e, nel caso specifico dei carcerati, le recidive”. L’obiettivo della mozione, conclude la consigliera “intende pertanto impegnare il Comune a individuare una figura, che ci auspichiamo sia espressione dell’intero consiglio comunale, che sia indipendente, competente e con esperienze specifiche”. Pisa. Bambini in carcere, un incontro pubblico sulla proposta di legge per le madri detenute pisanews.net, 3 marzo 2026 Si terrà mercoledì 6 marzo alle ore 17 alla Sala Assemblea A.N.M.I.G. di Pisa, in via Romiti 2, l’incontro pubblico dal titolo Crescere Liberi - Bambini in carcere: una realtà da cambiare. L’iniziativa è promossa dall’Associazione Culturale Pediatri e dall’Associazione Peripheria di Pisa ed è dedicata alla condizione delle donne detenute con figli e figlie sotto i sei anni. Al centro del confronto la proposta di legge presentata nella scorsa legislatura dall’onorevole Paolo Siani, pediatra ed ex vicepresidente della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza. Il testo affronta il tema della presenza di bambine e bambini negli istituti penitenziari insieme alle madri detenute e punta a individuare soluzioni alternative alla detenzione in carcere nei primi anni di vita. La permanenza in ambiente detentivo nei primi anni di crescita solleva questioni che riguardano non solo il sistema penitenziario, ma anche il diritto alla tutela dell’infanzia, la salute e il benessere cognitivo, relazionale e affettivo dei più piccoli. Il tema richiama la responsabilità delle istituzioni nel garantire condizioni adeguate di sviluppo e protezione. Dopo i saluti istituzionali dell’assessora alle pari opportunità del Comune di Pisa Frida Scarpa e della presidente del Consiglio Pari Opportunità Silvia Silvestri, interverranno Paolo Siani, l’assessora della Regione Toscana con delega alle carceri Alessandra Nardini, la direttrice della Casa Circondariale Don Bosco di Pisa Alice Lazzarotto e la garante dei detenuti del Comune di Pisa Valentina Abu Awwad. A moderare sarà Stefania Manetti, presidente dell’Associazione Culturale Pediatri. L’incontro vuole essere un momento di confronto aperto tra istituzioni, operatori e cittadinanza su un tema che riguarda direttamente i diritti dei bambini e le politiche di tutela e inclusione. L’evento ha il patrocinio del Comune di Pisa e della Regione Toscana ed è inserito nel calendario del Marzo delle donne del Comune di Pisa. Parma. “Liberamente Teatro”: l’Edipo Re di Sofocle negli Istituti penitenziari popolis.it, 3 marzo 2026 Sono già sold out, con le prenotazioni chiuse ormai da giorni, le tre date (3-4-5 marzo) al pubblico previste per la messinscena di “Edipo re”, esito del laboratorio teatrale condotto da Carlo Ferrari e Franca Tragni con un gruppo di detenuti attori all’interno degli Istituti Penitenziari di Parma. Da oltre vent’anni i due artisti svolgono attività di formazione culturale dentro la sezione di “alta sicurezza”, allo scopo non solo di aiutare chi è in carcere in un processo di reintegro sociale attraverso il teatro, ma anche di convergere l’attenzione della cittadinanza, avvicinandola in questo caso fisicamente, su quello che è il luogo di detenzione. La proposta formativa teatrale già consolidata nel tempo si è inserita, però, quest’anno in un più ampio progetto dal titolo “Liberamente Teatro - un’evasione creativa”, volto a valorizzare il teatro come strumento terapeutico e a ripensarlo come risorsa efficace per favorire la crescita psicologica e la riabilitazione dei detenuti partecipanti (l’occasione recente di attività condivisa ha visto, inoltre, un ricambio quasi completo degli attori/detenuti coinvolti, rispetto agli ultimi laboratori). L’iniziativa, che ha inaugurato nell’ottobre scorso con un programma di workshop e incontri perlopiù riservati ai detenuti, è realizzata proprio dall’associazione Progetti & Teatro aps di Carlo Ferrari e Franca Tragni, in collaborazione con Istituti Penitenziari di Parma, con il contributo dell’Assessorato al Welfare del Comune di Parma, Fondazione Cariparma, Chiesi Farmaceutici, il patrocinio del Coordinamento Nazionale Teatro Carcere e di ANCT Associazione Nazionale Critici Teatrali, e la collaborazione del Sistema Bibliotecario del Comune di Parma. Lo spettacolo teatrale, che verrà quindi proposto al pubblico a conclusione del laboratorio avviato a marzo del 2025, porterà in scena i detenuti/attori dell’Area A.S.3 (Alessandro, Eugenio, Franco, Gennaro, Giovanni, Giuseppe, Sabatino), impegnati nel dare vita a una delle tragedie greche più antiche e rappresentate nella storia del teatro, qui adattata sul piano drammaturgico dagli stessi Ferrari e Tragni che ne curano anche la regia. Costruito per quadri teatrali, lo spettacolo racconterà, così, la storia di Edipo esplorando temi universali come l’identità, la colpa e il destino. Un modo per mettere in luce e promuovere, ancora una volta, la forza creativa e resiliente dell’arte, capace di trasformare e rinnovare anche la visione del luogo di pena. Santa Maria Capua Vetere. Pinelli (Csm): “Bene Università Vanvitelli sul progetto per i detenuti” ansa.it, 3 marzo 2026 Gemellaggio tra biblioteca “Enrico De Nicola” e quella del carcere sammaritano. “La cultura insieme al lavoro e al poter coltivare gli affetti, sono i tre requisiti perché i detenuti si sentano parte di una comunità e si possa dare concretezza al percorso di rieducazione come vuole la Costituzione. Per questo diamo merito all’Università della Campania Vanvitelli per aver pensato di unire i due fili della cultura e della comunità con un’iniziativa, peraltro intitolata alla memoria del primo presidente della Repubblica Enrico De Nicola, che rivela un grande senso delle istituzioni”. Lo ha detto il vice-presidente del Csm, Fabio Pinelli, a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Pinelli ha preso parte, prima a Palazzo Melzi, sede del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, alla cerimonia di intitolazione ad Enrico De Nicola della Biblioteca del Dipartimento, alla presenza del Rettore Gianfranco Nicoletti e del direttore del Dipartimento di Giurisprudenza della Vanvitelli Raffaele Picaro. Si è, poi, spostato al carcere sammaritano per parlare del progetto “Biblioteche 4.0: oltre le barriere”, finanziato dal Pnrr: un progetto di gemellaggio tra la Biblioteca Enrico De Nicola e la Biblioteca “Rita Atria e Imma Cavagnuolo” del penitenziario sammaritano, un modo per fornire ai detenuti la più ampia opportunità di leggere e di provare a cambiare vita. “Il messaggio che emerge dalla giornata di oggi è molto importante - evidenzia Pinelli - perchè De Nicola ha visto nascere le istituzioni repubblicane, di cui è stato uno dei grandi artefici, e ha incarnato ruoli chiave di garanzia nello Stato, essendo stato anche presidente della Corte Costituzionale, della Camera e del Senato. De Nicola ha fatto del senso delle istituzioni la sua modalità di vita sulla scena politica, ed è stato per questo un grande riferimento”. Tornando al gemellaggio tra le due biblioteche, Pinelli ha concluso dicendo che “il senso di una comunità è tenere insieme le persone anche quando i destini dei singoli sono diversi e a volte accidentati”. Radio Radicale, la cronaca della storia: una scelta radicale e rivoluzionaria di Vittorio Minervini* Il Dubbio, 3 marzo 2026 Un’endiadi per dare esatta definizione di ciò che rappresenta oggi Radio Radicale: la cronaca della storia. Una cronaca iniziata cinquant’anni fa, che grazie a Marco Pannella si storicizza nella conservazione di tutte le registrazioni, nella loro intonsa archiviazione. Grazie al suo genio e all’ impegno dei tanti che lo hanno seguito, oggi abbiamo a disposizione 430.000 documenti in diversi formati, che ci restituiscono vivido il presente che abbiamo vissuto, gli eventi più o meno rilevanti che si sono succeduti nell’ ultimo mezzo secolo. L’archivio di quelli che oggi riconosciamo come i più importanti avvenimenti della storia istituzionale, politica, sociale e culturale italiana, non è un museo, ma un corpo che giorno dopo giorno si arricchisce di nuovi elementi di un presente che non svanisce nel passato, delle cui tracce viene conservata memoria. La geniale radicalità di un progetto è consistita nell’ affidare ai cittadini la possibilità di conoscere direttamente il loro vissuto, senza intermediazioni, senza sintesi imposte, senza gerarchie editoriali, e consentire di rivivere un evento nella sua completezza, di ascoltare una voce nel suo tempo, di comprendere il contesto e non soltanto un suo frammento. Non esistono in alcuna altra parte del mondo esempi simili, nessuno ha sviluppato un archivio sonoro-politico così capillare, continuo e trasversale come Radio Radicale, nessuno ha svolto la funzione di essere memoria vivente del Paese. Ora, nel tempo in cui ogni attimo del vivere è permeato da una intelligenza aliena, della quale sono ignote le fonti alle quali attinge, diviene urgente far sì che la nostra cronaca non sia privata della sua storia, costantemente alimentata dal flusso del presente. Radio Radicale è archivio della Repubblica. Registra costantemente i lavori parlamentari e quanto accade negli spazi pubblici che abbia rilevanza politica, ciò che possa rappresentare momento di discussione e di dialogo, come in questi giorni di acceso confronto su una questione che appartiene alla più alta politica e che il Parlamento non ha saputo risolvere, affidando alla responsabilità di noi cittadini una difficile e poco intuitiva scelta. Ma tale imponente attività comporta costi rilevanti, anche per la digitalizzazione dell’immenso patrimonio di dati per consentirne l’accesso, costi che oggi sono in pericolo nella loro copertura. Tale patrimonio non può essere disperso né può essere interrotto il quotidiano lavoro di registrazione. A fronte della attuale ipotesi di tagliare gli indispensabili fondi per un necessario servizio pubblico, svolto con puntualità ed efficienza da Radio Radicale, occorre, in primis a tutti i Parlamentari, il coraggio di levare alta la voce per custodire la nostra identità di Paese, formata nelle quotidianità degli ultimi cinquant’anni e per alimentarne la memoria. Se ciò non avverrà, dovremo registrare l’incapacità dei nostri rappresentanti nella tutela di tale prezioso patrimonio: sarà allora la società civile a doversi far carico di recuperare le risorse necessarie per conservare, e proseguire nella registrazione della sua cronaca, la storia di questa Repubblica, alla quale, senza insegne o proclami, tanto teniamo. *Consigliere Nazionale Cnf In trent’anni 30mila errori giudiziari, ma il Csm ne punisce uno su mille di Filippo Facci Il Giornale, 3 marzo 2026 Nell’ultimo libro di Zurlo tutti i numeri dello scandalo: 5.933 ingiuste detenzioni, reati e sbagli. Le toghe? Si autoassolvono. Il libro non ha dediche, peccato, sarebbe stato bello intitolarlo a chi dice che abbiamo “il Csm più severo d’Europa” o altre fandonie da far desiderare che dio esista, e l’inferno pure. “Senza giustizia” di Stefano Zurlo (Baldini+Castoldi) parla di 5933 ingiuste detenzioni indennizzate tra inizio 2017 e fine 2024, ma parla anche della sola e unica (sola e unica) condanna civile di un magistrato dal 1992. Il resto è spesa pubblica e vite annientate. Anzi no, il resto sono circa trentamila casi di ingiustizia in tre decenni, mille l’anno, tre al giorno. E (domanda) il conto disciplinare presentato dal Csm, quello più severo d’Europa? Risposta: sulle vicende finite a indennizzo le azioni avviate sono state queste: 44 volte non doversi procedere, 28 volte assoluzioni, 8 censure, 1 trasferimento e 8 procedimenti in corso. Fanno nove condanne su quasi seimila, ma a quanto, e per che cosa? Le risposte girano attorno alla Sezione disciplinare. Seguono esempi senza nomi, perché spesso i nomi dei magistrati non si possono fare, come i bambini e le stuprate. Un detenuto resta 43 giorni in galera oltre il termine (se lo dimenticano, in pratica) e cioè dal 10 maggio al 22 giugno 2021: la disciplinare assolve per “scarsa rilevanza”. Oppure, in tema di intercettazioni abusive o meglio “occasionali”: ne hanno fatte 446 ai danni dell’ex senatore Pd Stefano Esposito, colpevole di essersi messo contro i No Tav nell’ambiente mefitico di Torino: dopo un intervento della Consulta e la distruzione delle intercettazioni, la terribile sanzione: passaggio al tribunale civile per Gianfranco Colace e censura per la gip Lucia Minutella. Poi si passa al copia e incolla tra ordini d’arresto e conferme del giudice: anche se sono cloni (il primo copiato dal secondo) basta un piccolo diniego scritto a margine perché diventi una “autonoma valutazione” del giudice. Ora passiamo alle condotte dei magistrati e paragoniamole e chiediamoci come sarebbe andata a finire per una persona normale. Un giovane togato una notte ha un incidente stradale, ma esibisce il tesserino e rifiuta di subire l’etilometro: condanna disciplinare con terribile sanzione di ammonimento. Un pubblico ministero si fa coinvolgere in una rissa da saloon che lo vedrà colpevole di violenza privata e minaccia, ed ecco la condanna della Disciplinare: complice un “appannamento dell’immagine dell’ufficio”, è trasferito con cambio di funzioni. Sarà sopravvissuto? Un altro magistrato manda messaggi e messaggini a donne che ha conosciuto in tribunale, le quali hanno timore di reagire per non scontrarsi con lui e la sua carica: la Disciplinare qualifica il tutto con una “censura” e un trasferimento ad altra sede e ad altre funzioni. Poi c’è un giudice a cui i carabinieri fanno segnalazioni circa un marito pericoloso per sua moglie, la Procura chiede un aggravio delle accuse contro di lui, il giudice però concede un patteggiamento al ribasso e una condizionale che lasciano libero il marito: il quale, un mese dopo, ammazza la moglie; la Disciplinare non interviene, perché il giudice dice che lascerà l’Ordine giudiziario. Poi. Un pm maltratta la moglie per vent’anni, soprusi e violenze testimoniati da familiari e colleghi: nessuna condanna penale, deve solo cambiare lavoro. Un altro magistrato, in strada, insulta e minaccia il corpo dei vigili urbani e una vicecomandante, il togato ha già due condanne disciplinari con ammonimento e censura: sospensione per due anni dalle funzioni e trasferimento ad altro tribunale, e dopo due anni rieccolo in ufficio. Dobbiamo citare un caso, almeno uno, di carcere ingiusto, anche se questo Giornale li racconta da quasi quarant’anni: Antonio Palladino, arrestato il 30 settembre 1982 e in galera per 1.147 giorni sino al tardo novembre 1985; poi viene condannato in primo e in secondo grado, ma nel 1987 la Cassazione annulla e il fascicolo scompare per 13 anni. Tredici. Il 10 giugno 2002 ecco l’assoluzione: non c’erano prove, solo indizi modesti, ma l’assoluzione viene spedita al legale sbagliato. Quasi vent’anni dopo, nel 2020, Palladino scopre per caso che il procedimento è ancora aperto. Quattro anni dopo arriva l’assoluzione totale perché il fatto non sussiste, chiusura depositata circa un mese e mezzo fa. Però lo Stato (noi) l’ha indennizzato con 270.485,54 euro, questo dopo 43 anni. Quarantatré. Finiamo in bruttezza con la storiella di un alto magistrato della Cassazione che siede proprio nell’ufficio delle azioni disciplinari mentre si accumulano denunce contro di lui. Marzo 2020: sua moglie chiama la polizia e racconta di una lite con lui legata a una relazione extraconiugale, dice di un pugno in faccia ricevuto, si rileva un ematoma con rigonfiamento; poi, però, lei ritira tipicamente la querela e il procedimento si spegne. E c’è un cortocircuito, perché la Procura chiede l’assoluzione, ma la Sezione disciplinare prosegue in virtù dei riscontri oggettivi che ha, e arriva una condanna: perdita di anzianità di sei mesi. Lui ricorre e la pena è ridotta a due mesi di perdita di anzianità, resta in ufficio. Nel 2023 marito e moglie si separano, ma nel 2024 ecco un’altra denuncia di lei per dei maltrattamenti di lui: la Procura chiede l’archiviazione, lei si oppone, intanto compare pure l’amante che racconta di violenze subite da lui nel luglio 2024. Come è andata a finire? Non è andata a finire. Però c’è un referendum. Gli archetipi della cronaca nera di Lea Melandri Il Manifesto, 3 marzo 2026 Un’anticipazione dal libro “Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca”, in libreria da oggi, pubblicato da Prospero editore. Il volume sarà presentato a BookPride il 21 marzo. Attraverso la cronaca, il qui e ora della notizia, passano le esperienze più universali dell’umano. L’informazione porta il segno della separazione tra il corpo e la polis, tra sessualità e politica, tra privato e pubblico, individuo e società, e, a monte, tra maschile e femminile. A mettere in discussione ogni forma di dualismo sono stati i movimenti antiautoritari degli anni 70: il movimento degli studenti e il femminismo. Importante è stato allora il pensiero di Elvio Fachinelli: uscita dal dualismo e ricerca di nessi che ci sono sempre stati tra poli astrattamente contrapposti. Dietro l’attualità della notizia restano gli aspetti inattuali che la legano al passato, a formazioni arcaiche, spesso inconsapevoli; dietro la storia si possono trovare le tracce di una preistoria; dietro arcaismi mai tramontati si possono leggere vicende destinate a ripresentarsi in futuro. Nel “privato”, nella “vita intima”, nella storia del singolo, sono state confinate esperienze che appartengono a tutti gli umani - la sessualità, la nascita, la maternità, il dolore, l’invecchiamento, la morte, la malattia, ecc. -, e come tali lasciate alla immobilità della natura e all’oscurità dell’indicibile. Una regola del giornalismo è attenersi al “qui” e “ora” degli accadimenti, ed è per questo che considero un privilegio aver incontrato redattori di giornali che mi hanno permesso quello che io chiamo “uno sguardo storto” portato sulla notizia, e cioè la possibilità di vederne implicazioni nascoste, risvolti di pensiero o di immaginario, le cui radici affondano nella visione del mondo, patriarcale, che abbiamo ereditato. Raccolti in questo libro, uscito in una prima edizione nel 2004 con Filema Editrice di Napoli, ci sono scritti pubblicati all’inizio del Millennio su quotidiani e riviste, ma soprattutto quelli destinati a una rubrica del mensile Carnet, edito da Rizzoli e De Agostini, diretta da Eugenio Tassini. Parlando di “preistoria”, mi riferisco soprattutto alla costruzione delle identità di “genere”, considerate il “destino naturale” del maschio e della femmina; penso alla lentezza con cui emergono alla coscienza dopo millenni di storia, alla resistenza da parte degli uomini a interrogarsi sulle forme che ha preso la “virilità”. Con la “rivoluzione” femminista si è posta la necessità di ridefinire la politica, la storia e la cultura, sulla base di tutto ciò che fino allora era stato considerato “non politico”, di ripensare la “vita personale” come archivio di una storia non scritta, compendio di vissuti che ci accomunano a tutti gli umani. Non è stato fatto molto in questa direzione, ed è già tanto che la violenza sulle donne, nelle sue forme manifeste, come i femminicidi, non sia più relegata nella “cronaca nera”. Il venire meno dei confini tra “privato” e “pubblico” è stata la conseguenza dello sviluppo industriale della società, del trionfo del mercato, della pubblicità, della televisione. Un portato del progresso e della modernità. Dai movimenti non autoritari degli anni ‘70 è venuta invece una lettura politica che intaccava tutti i dualismi nella loro origine, la differenziazione tra i sessi, e cominciava a rintracciare legami tra corpo e pensiero, biologia e storia, che ci sono sempre stati. Nella “cronaca” non era difficile a quel punto vedere l’intreccio del “tempo freccia” della storia e il “tempo tartaruga” delle esperienze che hanno il corpo come parte in causa (Elvio Fachinelli). Purtroppo gli sviluppi successivi hanno preso un’altra direzione e quello che vediamo oggi è un “impasto”, un agglomerato dove un polo sembra assorbire l’altro. Il concetto di “capitale umano” ne è un esempio: se per un verso è il capitale che sembra aver fagocitato l’individuo, dall’altro è l’individuo che sembra diventato l’incarnazione del capitale. Lo stesso si può dire di una mercificazione che tocca ormai anche gli aspetti più intimi della vita, della esternalizzazione di ciò che è stato finora il “privato”, e, viceversa, la privatizzazione della sfera pubblica e della politica stessa. Il “populismo” vede affermarsi figure istituzionali che devono il loro successo all’assunzione di comportamenti, linguaggi, scelte, sempre più vicine e riconoscibili dall’uomo comune, con quel di più di fascino, autorevolezza e invidia che viene loro dal potere, dalla ricchezza, dall’impunibilità. di questo capovolgimento danno conto i “fatti” che vengono analizzati nel libro, che si tratti, come nel caso di Clinton e Monica Lewinsky dell’intreccio tra politica e sessualità, dove è il secondo polo a terremotare il primo, o nei casi dove i protagonisti sono figure della vita quotidiana - padri, figli, madri, nemici, diversi, esclusi, giovani, separati, ecc. - dalla cui “normalità” e singolarità fuoriescono archetipi di una cultura patriarcale millenaria. Si tratta di figure di una drammaturgia antica, corpi-teatro, per usare una felice, illuminante definizione di Jean-Luc Nancy, che mettono in scena esperienze universali dell’umano, pulsioni, sentimenti, pregiudizi, costruzioni immaginative. destinati a ripetersi, o come “replica cieca” del passato o come “ripresa” aperta a nuove soluzioni. I “residui”, i “rifiuti” della storia oggi, come annotava già negli anni Settanta Elvio Fachinelli, sono quel “flusso torrenziale delle immagini e delle voci che percorrono il mondo come un inconscio diffuso a tutta la ionosfera”, ma che, proprio per questo possiamo evitare di considerarlo solo un rumore di fondo e interrogarlo, scavarlo, ridefinirlo attraverso consapevolezze nuove. La sicurezza tra artifizi e raggiri di Giuseppe Romano* globalproject.info, 3 marzo 2026 Un intervento normativo che moltiplica reati simbolici, riduce il contraddittorio e rafforza la discrezionalità dell’esecutivo. Nel codice penale la condotta necessaria per truffare è decritta con due azioni: l’artifizio (parola un po’ desueta) si ha quando si cerca di far apparire come vero ciò che non lo è; ed il raggiro che crea nella psiche altrui un falso convincimento. Ebbene il nostro governo ha appena sfornato con il decreto Sicurezza 26 un plastico esempio di questa condotta delittuosa il cui profitto è costituito dal lucro elettorale. Sapevate che oggi il motivo di allarme sociale in Italia è costituito dalle troppe indagini contro i funzionari di Polizia che adempiono correttamente il proprio dovere? Si delinea un quadro in cui i Pubblici Ministeri fanno a gara per incolpare ingiustamente i difensori dell’ordine così da poter creare per loro uno scudo che imponga di non iscriverli subito come indagati. Eppure la realtà vede, per questo tipo di indagini, un approdo tipico nell’archiviazione. In linea teorica l’agente non ha nemmeno necessità dell’avvocato potendo aspettare gli esiti delle indagini quando sia ‘evidente’ che il fatto è giustificato. Se ci fosse la necessità di un legale, lo Stato - grazie all’ultima legge sicurezza 2025 - paga già il suo difensore anche nella fase di indagini (e con un compenso più alto dei massimi delle tabelle ministeriali previste arrivando fino a 10.000 euro). Non solo, la nuova legge estende ora il compenso anche in caso di iscrizione a questo nuovo fantomatico registro dei non indagati (il cui senso dovrebbe essere all’opposto di non necessitare di difesa per la prossimità dell’archiviazione). La realtà ci racconta invece scandali di senso opposto ed è fin troppo facile citare l’attualità milanese della incredibile vicenda del bosco di Rogoredo. Eppure, su quel caso, in diretta televisiva un deputato (quello che a Carnevale, indeciso tra Zorro e Arlecchino, si vestiva da gerarca nazista - Galeazzo Bignami) oltre a difendere senza se e senza ma l’agente che ora pare abbia falsificato tutto il racconto, ha precisato che il poliziotto non è stato nemmeno sospeso. Quindi: non serve l’avvocato, se serve lo paghiamo noi, non c’è automatismo tra iscrizione indagato e sospensione attività. Perché allora il decreto urgente per questo cambiamento del codice? Truffa e altro tributo al penale dell’amico? L’artifizio ora visto è tanto più sfacciato se si pensa all’attuale scenario di scandali delle forze dell’ordine: Verona, Piacenza, Milano per non parlare dei 17 procedimenti in corso contro la penitenziaria accusata di torture sui dentuti nelle principali carceri italiani. Il decreto sicurezza però doveva restare fedele allo schema in cui il penale dell’amico si alterna a quello del nemico ed ancora una volta troviamo i manifestanti al centro dell’interesse governativo. È prevista la possibilità di trattenere per 12 ore l’attivista che ‘appaia’ pericoloso per l’evento pubblico. Anche qui il raggiro. Gli agenti avevano già questa possibilità di fermo dei sospetti e la realtà ci insegna che in prossimità delle manifestazioni interi pullman di persone vengono trattenuti anche con la sola scusa dell’identificazione. Questo è stato fatto, per altro, da governi di vario colore politico, ma nessuno si era premurato di cristallizzarlo in una norma non conforme al dato costituzionale e che potrebbe portare a ricerche di casa in casa il giorno delle manifestazioni stile ‘800. Il punto relativo al fermo così come delineato nel testo ha la sua gravità insita nella continua implementazione degli strumenti amministrativi punitivi in capo alle diramazioni governative tese a distruggere il dissenso bypassando il controllo giudiziario indispensabile quando si verte sui diritti di libertà. Nella norma ora introdotta è solo accennato un mero obbligo di avviso al pubblico ministero che, stante le pluralità delle segnalazioni e il caos del momento, ben difficilmente potrà avere tempo e modo di correttamente interagire con l’amministrazione nei momenti della privazione della libertà del manifestante. L’operazione di inutile cosmesi prosegue ovunque nel provvedimento con vere e proprie sciocchezze. Si introduce il reato di fuga pericolosa (la norma Rami) quando già la giurisprudenza era granitica sul punto incriminando per resistenza/violenza a P.U. chi pone in pericolo gli agenti con le sue modalità di fuga. Il bizzarro decreto introduce una sanzione per chi durante una manifestazione ostacola il regolare funzionamento dei servizi di soccorso pubblico, aggiungendo poi la chicca: salvo che il fatto costituisca reato: cioè sempre… Va segnalato poi un altro corto circuito cerebrale. Nello scorso decreto sicurezza ci avevano spiegato che doveva diventare reato il sit-in pacifico (blocco stradale) essendo il bene da difendere meritevole di upgrading sanzionatorio. Ora depenalizzano la condotta di chi non comunica previamente una manifestazione pubblica. La ratio di quel reato secolare era di punire gli organizzatori di manifestazioni che - non consentendo allo stato di predisporre gli opportuni accorgimenti - mettevano a rischio l’ordine pubblico. Il tema dovrebbe essere di interesse per l’attuale governo che -invece- depenalizza. L’operazione di disinvolto approccio nasconde nuovamente il raggiro. Evidente il fine: togliere ai difensori la possibilità di avere un contraddittorio processuale trasferendo il tutto dal magistrato agli amici prefetti. E questo implica la menomazione difensiva, con previsioni di condanne per migliaia di euro anche in caso di mera deviazione del corteo previamente comunicato. C’è poi il capitolo coltelli. Qui non parliamo di artifizi. La tragica realtà del porto d’arma nel tessuto sociale specialmente giovanile è palese. Tuttavia, questa parte della normativa ci offre plasticamente di nuovo l’esempio di come il diritto penale viene piegato a logiche di inutile manifesto ed ancora in raggiro della razionalità. La normativa c’era già (1975) ed è chiarissima: “Senza giustificato motivo, non possono portarsi, fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde, bulloni, sfere metalliche, nonché qualsiasi altro strumento non considerato espressamente come arma da punta o da taglio, chiaramente utilizzabile, per le circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa alla persona”. Tra l’altro, a dimostrazione della non utilità concreta delle continue maschere normative, va evidenziato che già col Decreto Caivano due anni fa il governo era intervenuto su questo tema ed i risultati delle cronache odierne testimoniano quanto diabolico sia il perseverare nell’errata impostazione. A Mestre Giacomo Gobbato (Jack) è stato ucciso con un coltello da cucina: pensare che chi esce di casa mettendo in conto di uccidere sia dissuaso da ritocchi normativi è del tutto illusorio come ritenere che il pensiero di una multa di 200 euro al genitore possa fungere da deterrente per il minore che occulta una lama. In conclusione sarebbe (a dir poco) giunto il momento in cui il penale non sia più stressato quotidianamente e ritrovi la sua vocazione a norme con un respiro lungo scritte da persone competenti. Charles Baudelaire amava ‘ciò che c’è di eterno nel transitorio’. Non chiediamo di poter guardare all’attualità normativa con l’incanto riservato ad un’antica cattedrale. Né pare che i tempi siano quelli delle scritture legislative importanti e capaci di resistere nei secoli; basterebbe, tuttavia un dignitoso silenzio… non truffaldino. *Avvocato Metal detector nelle scuole contro la violenza? La scuola non è un carcere di Vito Carlo Castellana gildaprofessionedocente.it, 3 marzo 2026 Siamo di fronte ad un’emergenza educativa che non si risolve con gli slogan, ma piuttosto con attenzione verso il mondo giovanile abbandonato, vittima della solitudine, della massificazione culturale, figlia di piattaforme streaming che vendono falsi modelli. Siamo sicuri che pensare ai metal detector nelle scuole sia la risposta alla violenza crescente dilagata nel mondo giovanile e nelle istituzioni scolastiche? Certamente è una risposta di pancia, quella che la politica deve dare al popolo per dimostrare che si reagisce subito ad una tragedia, come quella avvenuta in un istituto a La Spezia. Chi opera nella scuola, sa che tutto questo è perfettamente inutile, blindare gli ambienti scolastici, quasi fossero un carcere, serve solo a liberare le coscienze. La società del relativismo etico, quella società che ha perso ogni punto di riferimento, che nei social cerca solo di ostentare e di suscitare invidia sociale, quella stessa società è quella che porta a non comprendere il valore della vita. Nelle ore successive alla tragedia della scuola a La Spezia, tutti hanno espresso la propria opinione, ma sono passate alcune settimane e nulla è cambiato. Siamo di fronte ad un’emergenza educativa che non si risolve con gli slogan, ma piuttosto con attenzione verso il mondo giovanile abbandonato, vittima della solitudine e della massificazione culturale, figlia di piattaforme streaming che vendono falsi modelli. I ragazzi hanno bisogno di prospettive di vita e possiamo fornirgliele con tutti gli strumenti culturali ed educativi che abbiamo, investendo su di loro, altrimenti saremo destinati ad un declino inesorabile. Nel 2007 ebbe un discreto successo il film “Non è un paese per vecchi”, oggi potremmo pensare ad una pellicola ambientata nel nostro paese che si intitoli “Non è un paese per giovani”. Dovremmo andare alle radici del problema. Siamo una nazione dove i ragazzi prima dei trent’anni, se va bene, non riescono ad avere un lavoro stabile che gli permetta di andare a vivere da soli, non abbiamo, soprattutto nelle città, alcun luogo di aggregazione sociale che permetta loro di esprimere le proprie qualità e per anni abbiamo trasmesso attraverso le televisioni commerciali e di stato dei falsi modelli legati solo all’aspetto fisico e al guadagno facile. A tutto questo si è aggiunto, nell’ultimo decennio, il fenomeno dei social, che potrebbe essere un eccezionale strumento di comunicazione, ma che entra in profondità e distrugge le personalità. Proprio sui social quei falsi modelli sono diventati motivo per creare invidia sociale, per attirare l’attenzione, per cercare quel like che momentaneamente appaga l’ego, ma che poi lascia insoddisfatti e scatena la violenza. Come si è arrivati a tutto questo? Lo Stato ha continuamente disinvestito sul mondo giovanile e sul sistema educativo, basti pensare agli 8 miliardi di tagli sulla scuola della “Riforma Gelmini”, ma anche all’aver reso disumane le scuole con un dimensionamento scolastico che ha trasformato i ragazzi in numeri. Come si può pensare che la scuola possa dare attenzione al singolo studente con queste classi così affollate? Abbiamo scuole che raramente sono sotto i 1000 studenti e che spesso raggiungono cifre doppie. Un tempo con scuole a dimensione umana, i vecchi presidi conoscevano per nome tutti gli studenti e quando si doveva intervenire per questioni disciplinari la scuola riusciva a comportarsi come una seconda famiglia. Oggi non è più così e spesso gli insegnanti non intervengono più, per paura di subire ritorsioni da parte delle famiglie e di taluni dirigenti scolastici, per fortuna non tutti, più preoccupati dal non dover subire “noie” lavorative che dal dover svolgere il proprio ruolo di Capo d’Istituto. Siamo la nazione che ha disinvestito in strumenti efficaci come il Bonus Studenti e che prevede pochissime agevolazioni per i trasporti e l’acquisto dei libri. Come si può invertire questa deriva? Lo si fa investendo nella scuola e nell’istruzione, pensando che le vere armi che ci permetteranno di affrontare le sfide del futuro non sono bombardieri e carrarmati, ma sono le armi della cultura. Gli investimenti nella scuola non devono però essere indirizzati al progettificio, che, come è avvenuto negli ultimi anni, ha arricchito solo chi presentava i progetti, impoverendo nello stesso tempo le nuove generazioni, vittime di questo sistema, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista sociale. Occorre piuttosto recuperare i saperi e l’alto valore formativo che le discipline possono offrire, partendo dalle “conoscenze”, senza le quali non possono esistere le competenze e soprattutto senza le quali non si hanno gli strumenti culturali per affrontare i continui e repentini cambiamenti che società, mondo del lavoro e ambiente presentano da ormai qualche decennio. Si deve difendere la Scuola come Istituzione dello Stato, perché ormai è rimasto l’unico vero presidio educativo culturale, di fronte al disgregarsi del ruolo della famiglia e al venir meno di realtà associative come lo erano gli oratori o i gruppi di aggregazione laici. Iran. Azar Nafisi: “Khamenei andava processato, ne hanno fatto un martire” huffingtonpost.it, 3 marzo 2026 La scrittrice iraniana esiliata in America: “La questione non è solo cambiare regime ma la mentalità delle persone. C’è il rischio della guerra civile, ma voglio anche credere che ci siano diversi sostenitori del regime che liberi dalla paura e dalla convenienza sappiano guardare in faccia la realtà e disertare”. Sulla morte dell’ayatollah Khamenei, Azar Nafisi prova sentimenti contrastanti. La scrittrice iraniana che vive in esilio in America dal 1997 racconta che “nei momenti di grande disperazione, gli ho augurato la morte. Ma questo è il loro stile: non può essere il mio. Ci hanno preso la libertà dandoci la morte, quando più noi iraniani cercavamo la vita. Lucidamente, dico che avrei preferito vederlo processato e condannato per i suoi crimini: solo così avrei potuto dire che ha vinto la democrazia. Così, invece, ne hanno fatto un martire. Temo che il suo pensiero resti vivo e la sua mentalità resti profondamente radicata in Iran”. Il timore è che al governo restino gli stessi uomini che opprimevano il paese: “La questione non è solo cambiare regime ma la mentalità delle persone. Bisogna riuscire a cambiare il modo in cui un Paese come la Repubblica Islamica - e tutti gli altri luoghi dove la mentalità totalitaria è dominante - si pensa al governo, al popolo, alla democrazia”. Nafisi ha sempre sperato che il cambiamento in Iran fosse un processo che si sviluppa dal basso. Prima dell’intervento statunitense, si stava procedendo in quella direzione: la società iraniana è scesa in piazza, ha protestato mettendo a rischio la propria vita per sfidare il regime: “Le proteste del popolo iraniano sono sempre state un atto di affermazione della vita. Per questo sono convinta che non lo aiutiamo facendo la guerra”. Due questioni urgenti, secondo la scrittrice: “Una riguarda i prigionieri politici. Le loro vite sono oggi in pericolo più che mai: per colpa del regime. E per colpa delle bombe. Come società civile, come Occidente, tutti dovrebbero prenderci l’impegno di lottare per far aprire le porte delle carceri. L’altra cosa è Internet. Bisogna trovare un modo per riconnettere il popolo iraniano alla rete. Perché come si può organizzare una ribellione senza la rete?”. In queste ore prevale la gioia per la morte di Khamenei, dice Nafisi, “si parla meno della paura dei raid, sembra un racconto parziale ma bisogna entrare nella testa di ragazze che sono state picchiate e violentate, famiglie decimate. Chiunque abbia una coscienza si sente colpevole per essere sopravvissuto a parenti, amici, colleghi. Non dimenticherò mai una mattina in cui, andando all’università, trovai sulla strada un uomo che penzolava dalla forca: capii allora quanto il regime avesse portato la filosofia della morte nel Paese. E l’odio, l’odio che circola, Khamenei è morto e quelli che ha oppresso sono vivi”. La guerra da sola non risolve nulla, sostiene: “Gli iraniani dovrebbero poter scegliere con un referendum chi debba governarli. Di certo, più debole è il regime più forte è il popolo. Ma un regime indebolito è pronto a tutto e lo sarà. Siamo in una fase molto pericolosa. C’è il rischio di una guerra civile. Ma voglio anche credere che ci siano diversi sostenitori del regime che liberi dalla paura e dalla convenienza sappiano guardare in faccia la realtà e disertare”. “La regione ci insegna che alla fine di un regime può seguirne uno peggiore”, prosegue la scrittrice, “Inoltre gli ayatollah hanno alimentato odio e sospetti non solo nei confronti dei laici ma anche contro i religiosi, sunniti e sciiti non compiacenti. Spero che l’Unione europea possa essere un modello per il Medioriente, quell’Ue che però ha purtroppo colpevolmente ignorato la lotta degli iraniani”. Iran. Timori per la sorte dei prigionieri politici di Marta Allevato agi.it, 3 marzo 2026 Appello ai governi di tutto il mondo da parte della ong Chri per la loro liberazione. Al quarto giorno di guerra in Iran è allarme per la situazione dei prigionieri politici e dei detenuti in Iran, dove a ogni momento di crisi corrisponde un inasprimento della repressione interna. Il Centro per i Diritti umani in Iran (Chri), Ong indipendente con base a New York, ha lanciato un appello con cui chiede “ai governi di tutto il mondo e alle organizzazioni internazionali di utilizzare urgentemente ogni canale diplomatico e politico disponibile per fare pressione sulle autorità iraniane, affinché rilascino tutti i prigionieri politici e i detenuti e garantiscano che non vengano effettuate esecuzioni durante questo periodo di conflitto”, si legge nell’appello del Chri. “Nella situazione attuale, i prigionieri politici e i detenuti comuni sono i più vulnerabili in Iran”, avverte in una lettera aperta Atena Daemi, ex prigioniera politica ed ex compagna di cella della premio Nobel Narges Mohammadi. “Da un lato, c’è il rischio che i prigionieri diventino bersagli di vendetta da parte dei vertici del regime, sopravvissuti ai raid e dall’altro, le prigioni potrebbero diventare obiettivo degli attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti, come nella guerra di giugno”, si legge nella lettera dell’attivista. I prigionieri rimangono in gran parte all’oscuro degli sviluppi militari sul campo, fa notare la Ong Chri ricordando che “durante la guerra dei 12 giorni, quando il carcere di Evin è stato preso di mira illegalmente dagli attacchi israeliani, le autorità non hanno provveduto a evacuare i detenuti nonostante i rischi”. Al contrario, alcuni prigionieri sono stati trasferiti con la violenza, mentre altri sono rimasti feriti e sottoposti a maltrattamenti. “La Repubblica islamica, tradizionalmente, sfrutta l’ombra della guerra e delle crisi per commettere abusi nelle carceri e vendicarsi dei prigionieri politici”, denuncia ancora il Centro per i Diritti Umani in Iran. In un momento in cui l’accesso a informazioni indipendenti sui centri di detenzione è diventato quasi impossibile, sottolinea la Ong, aumentano i timori di esecuzioni capitali e di torture in particolare nei confronti di coloro che sono detenuti con accuse di matrice politica. L’attivista Daemi, infine, sottolinea la necessità di proteggere anche i detenuti per reati comuni: “Serve che venga loro concessa la libertà condizionale, il congedo d’urgenza o il trasferimento immediato in luoghi sicuri, date le condizioni di guerra”. Mauritania. Centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate di Victor Serri dinamopress.it, 3 marzo 2026 La Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi Centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania, dove è impossibile controllare le condizioni dei detenuti e le garanzie legali. Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani.