Cala il sipario sugli spettacoli dei detenuti. Ed è tutta colpa di una circolare del Dap di Alessia Candito La Repubblica, 31 marzo 2026 Dall’autunno scorso Roma ha centralizzato ogni decisione sulle attività. Ai detenuti dell’Alta sicurezza sono state negate le attività in esterna e per gli studenti non è più possibile entrare in carcere. Le associazioni: “Straordinaria occasione persa”. “Nel 2025 abbiamo vinto il premio Costanzo e ci siamo esibiti al Teatro Parioli di Roma. Quest’anno abbiamo partecipato quasi con paura di vincere. Su quel palco non avremmo potuto esibirci”. Se per il Marassi rimasto per la prima volta in 24 anni orfano di Via Crucis, le responsabilità non vanno cercate più in là dell’ufficio della direttrice del carcere, Tullia Ardito, da mesi in tutti gli istituti di pena italiani le attività formative e culturali “sono diventate non una risorsa, ma un problema ed è uno straordinario passo indietro”, dice Mauro Sironi. E con cognizione. Direttore artistico di Geniattori, da anni lavora con i detenuti della casa circondariale di Monza, dove il teatro è diventato non solo parte del percorso riabilitativo, ma anche strumento per abbattere i muri, quanto meno ideologici, fra carcere e città. Dal 15 aprile al 18 maggio, la compagnia avrebbe dovuto portare fuori dal carcere il risultato di un anno di prove con un Festival, aperto a tutti. Ma non sarà possibile. Con una circolare, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha imposto un giro di vite che si è tradotto nell’esclusione di tutti i detenuti dell’Alta sicurezza dalle attività in esterna e nello stop alla partecipazione degli studenti in progetti all’interno delle carceri. “A ottobre - racconta Serena Andreani, organizzatrice del Festival di Teatro carcere e comunità di Monza - avevamo già organizzato le repliche per le scuole, avviato contatti con i vari istituti, affittato i pullman per il trasporto in città. Abbiamo dovuto far saltare tutto”. E correre ai ripari, attrezzare all’interno del carcere una sala polivalente per permettere ai reclusi di esibirsi quanto meno per familiari e compagni di cella, invitare compagnie di ex detenuti per gli appuntamenti in esterna. Ripensare tutto. “Fra i nostri ragazzi, il contraccolpo c’è stato”, spiega Sironi. “Lavorare un anno per poi non fare nulla che senso ha?”, hanno detto alcuni. “Ed è normale - dice il direttore artistico - perché vietare di esibirsi all’esterno, significa negare la possibilità di mostrare che si è fatto un percorso, continuare a considerare le persone solo il reato commesso”. Ma si va avanti comunque. Anche perché il teatro funziona, ti mette a nudo, ti obbliga a misurarti con te stesso e i tuoi limiti. Ed ecco che un ragazzo, trasferito alla ‘Luce’, la sezione sperimentale con le celle aperte dalle 9 alle 21, dopo un po’ ha chiesto di tornare in un settore regolare perché non si sentiva “pronto”, aveva il timore - spiegano gli operatori - di commettere qualche errore e perdere i benefici guadagnati. Laboratori teatrali inclusi. “Di questo pane ne voglio mangiare ogni giorno”. Ciro lo ripete continuamente a Silvana Nosenzo dell’associazione Agar, che da anni lavora con il suo “Teatro Oltre” nell’istituto di Asti. Un carcere di massima sicurezza, uno di quelli in cui le attività sono diventate quasi impossibili. “A venti giorni dal debutto del nostro spettacolo, ci è stato comunicato che gli studenti non avrebbero potuto assistere agli spettacoli in carcere. Lo stesso - mormora - è successo a Saluzzo”. Un boccone amarissimo per i detenuti attori. “Se ci devono ammazzare, lo facciano una volta per tutte, non poco a poco”, si è fatto scappare uno, dando voce ai tarli che divoravano tanti. “Il debutto - spiega Nosenzo - c’è stato comunque, abbiamo organizzato una rappresentazione in carcere per i familiari. Ma è stata un’occasione persa, anche per gli studenti”. Il ministero vuole tenerli lontani dalle carceri, ma i professori li porterebbero volentieri a confrontarsi con i risultati concreti di quella vita criminale che per alcuni è un distorto modello. “Un docente - racconta Nosenzo -ci aveva chiesto di coinvolgere le sue quinte perché ci sono alcuni ragazzi “a rischio”. Ed è l’approccio corretto”. Per adolescenti affascinati da vite ai margini raccontate o millantate, spiega, incontrare chi ha scelto la strada sbagliata o ci si è trovato significa misurarsi con la realtà. “C’è chi si è messo a piangere ascoltando un uomo di 53 anni che alla loro età è finito dentro e non è più uscito”. In alta sicurezza sono in tanti a convivere con la consapevolezza di un “fuori” che - se e quando usciranno - sarà diverso da quello che conoscevano. E alcuni, come i detenuti della compagnia G12 del Libero teatro di Rebibbia, in passato vincitore di un Orso d’oro a Berlino con i fratelli Taviani, non possono neanche pensare di salire sul palco per provare ad accorciare le distanze. “Il teatro è a pochi passi, ma da ottobre dobbiamo provare in una stanzetta in reparto - spiega il direttore Fabio Cavalli - Noi però andiamo avanti. Stiamo preparando i canti dell’Inferno, convinti che il carcere sia un purgatorio. E che tutti possano prima o poi ‘uscire a riveder le stelle’”. Quell’odissea di Domenico: “bomba a orologeria” in cella a Rebibbia di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 31 marzo 2026 L’articolo 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Lo dice da settantotto anni. In carcere, però, quel principio smette di funzionare. Come ad esempio il diritto alla salute. Non perché le leggi non lo tutelino, ma perché tra la norma scritta e la cella vissuta c’è un abisso fatto di esami rinviati, farmaci esauriti, ambulanze chiamate d’urgenza, risonanze mai eseguite, tribunali che non rispondono. Il caso di Domenico Pappacena è uno di quelli che quel principio lo mette sotto i piedi ogni giorno. Il 7 marzo scorso Pappacena, 67 anni, detenuto nella Casa di Reclusione di Roma Rebibbia, è stato portato in ambulanza al Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I per un episodio sincopale. La Tc cranica ha evidenziato una “focale iperdensità di 5mm in sede pericerebellare superiore destra, meritevole di ulteriore controllo”. La radiografia del torace ha identificato una “immagine nodulariforme di 11mm in sede apicale sinistra, meritevole di confronto con esami precedenti e di ulteriore approfondimento diagnostico”. La troponina era lievemente oltre la soglia di normalità. L’emoglobina era scesa a 11.1 g/dL. I medici dell’Umberto I hanno sconsigliato le dimissioni. Il paziente, accompagnato dalla scorta della Polizia Penitenziaria, ha firmato le dimissioni contro parere medico ed è rientrato a Rebibbia. Questa vicenda è stata resa nota su Repubblica da Luigi Manconi e Marica Fantauzzi, che avevano descritto le condizioni di salute di quest’uomo come “al limite della sopravvivenza”. Il Dubbio ha potuto visionare le cartelle cliniche che documentano, visita dopo visita, il percorso di un paziente ad altissimo rischio cardiovascolare tenuto in cella nonostante le condizioni rendano la detenzione una delle misure più lesive che si possano applicare al suo organismo. Pappacena è originario di Sarno, in provincia di Salerno. Condannato in via definitiva per riciclaggio e bancarotta, è detenuto a Rebibbia da fine febbraio 2025, dopo un trasferimento dalla Casa Circondariale di Latina. La storia medica è quella di un organismo che ha già subito danni irreversibili e che ogni giorno richiede attenzione specialistica. Nel 2008 ha affrontato un bypass aortocoronarico quadruplo. Nel 2013 uno stenting coronarico. Nel 2023 un’ulteriore procedura di rivascolarizzazione percutanea. Convive con il diabete di tipo 2, con l’ipertensione arteriosa difficile da controllare, con una broncopneumopatia cronica ostruttiva e con la dislipidemia. La cardiologa che lo segue a Rebibbia, la dottoressa Marta Marziali dell’Asl Roma 2, lo ha classificato come paziente con SCORE2 elevato, l’indice che identifica i soggetti con la probabilità più alta di eventi cardiovascolari gravi nei successivi dieci anni. Il target di colesterolo Ldl da mantenere è sotto i 55 mg/dl, il valore più restrittivo previsto dalle linee guida. A dicembre 2025 la visita ematologica al Policlinico Umberto I ha aggiunto un elemento nuovo e preoccupante: la presenza di una gammopatia monoclonale di incerto significato, la cosiddetta Mgus. Il referto del 19 dicembre dice chiaramente che “non è stata eseguita immunofissazione sierica per la tipizzazione della componente monoclonale” e che si rende necessario eseguire una TC total body con mezzo di contrasto per escludere lesioni osteolitiche, linfoadenomegalie o organomegalie. Il laboratorio del Pertini, già a marzo 2025, aveva riscontrato una banda monoclonale in zona gamma pari a 0.6 g/dl. L’ultimo esame disponibile, datato gennaio 2026, confermava la banda e segnalava catene lambda libere nel siero a 29 mg/L, con un rapporto kappa/lambda di 0.59, al di fuori del range di normalità. La TC total body non risulta eseguita. La terapia quotidiana comprende undici farmaci diversi, somministrati in quattro orari della giornata. In ogni controllo cardiologico del 2025 la pressione è rimasta sopra i valori accettabili, arrivata in alcuni momenti a 160/100 mmHg nonostante la terapia. L’ecocardiogramma è stato richiesto a marzo 2025, poi a luglio, poi a settembre. All’ultima visita cardiologica disponibile, datata 27 febbraio 2026, l’esame non risulta ancora eseguito. Nell’agosto 2025 Pappacena è stato ricoverato d’urgenza al Sandro Pertini con saturazione di ossigeno all’87 per cento, pressione a 180/100, frequenza cardiaca a 108 battiti al minuto. La coronarografia ha mostrato un’aterosclerosi coronarica “con impegno critico dei rami principali”. Tra le raccomandazioni alla dimissione del 23 agosto: “assoluta astensione dal fumo; regolari controlli dei valori pressori mantenendo PA inferiore a 130/80 mmHg; regolari controlli dell’assetto glicemico”. In carcere quelle condizioni sono difficili da garantire in modo sistematico. Le cartelle documentano anche le difficoltà nella gestione ordinaria delle cure. A luglio 2025 il farmaco Blopress 32mg è stato sostituito per tre giorni consecutivi con un analogo, il Tareg, “per indisponibilità di reparto”. La nota medica precisa che la sostituzione va confermata “fino a riassortimento farmaco”. La visita ematologica del 4 luglio non è stata effettuata per “mancata traduzione”. Una seconda visita ematologica, fissata per il 13 ottobre all’Umberto I, non si è tenuta “per carenza di personale del NTP”, il nucleo traduzione e piantonamento. L’ecocardiogramma è ancora in lista d’attesa dopo più di un anno dalla prima richiesta. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma non ha mai risposto all’istanza dell’avvocato per una misura alternativa alla detenzione o per un differimento della pena ai sensi dell’articolo 147 del codice penale. Lo ricorda la figlia Valentina, che da mesi si batte per ottenere risposte: “Non è un uomo da cui la società deve difendersi, ma una persona fragile che oggi avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere curata. Ha una famiglia presente, pronta ad accoglierlo e ad assisterlo in ogni momento, e una concreta possibilità di reinserimento lavorativo. Esistono, quindi, tutte le condizioni per una misura alternativa alla detenzione o, quantomeno, per un differimento della pena”. Al Policlinico Umberto I, la sera dell’8 marzo, il neurochirurgo aveva scritto in modo esplicito: “si consiglia eseguire RM encefalo con e senza mezzo di contrasto con sequenze angio entro 24/48h”. La risonanza non è stata eseguita. Tornato a Rebibbia il 9 marzo, il medico del carcere ha annotato la necessità di una Tac torace di controllo per il nodulo polmonare di undici millimetri che nessuno ha ancora inquadrato con precisione diagnostica, e che richiede accertamenti urgenti che la struttura penitenziaria non è ancora riuscita a organizzare. Manconi e Fantauzzi su Repubblica scrivono che “a volte non basta l’autorità medica, né la ferma volontà della famiglia: a volte l’urgenza di sorvegliare e punire prevale”. Le cartelle cliniche che Il Dubbio ha potuto visionare danno corpo a quella frase con la freddezza dei referti. Non impressioni, non racconto familiare: verbali di Pronto Soccorso, richieste di esami disattese, farmaci sostituiti per mancanza di scorte, appuntamenti saltati per mancanza di personale. Un uomo con cinque procedure cardiache alle spalle, una gammopatia monoclonale da classificare, un nodulo al polmone da studiare e una risonanza cerebrale ancora da fare è in una cella a Rebibbia. Il Tribunale di Sorveglianza non ha ancora risposto. L’articolo 27 della Costituzione, invece, c’è ancora. Anche se nelle patrie galere risulta tuttora carta straccia. Più minori in carcere nonostante il tasso di criminalità in discesa: non si parli di “baby gang” di Valentina Punzo Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026 Quando ogni gruppo di adolescenti protagonista di atti di violenza viene chiamato “gang organizzata”, la risposta istituzionale tende ad adeguarsi: più carcere, meno prevenzione. Quasi due anni fa il decreto Caivano veniva presentato come la risposta dello Stato all’emergenza criminalità giovanile. Oggi gli istituti penali minorili registrano il numero più alto di detenuti dell’ultimo decennio. Eppure i dati raccontano una storia diversa. Sul lungo periodo, le segnalazioni di minori denunciati o arrestati sono diminuite di oltre un terzo in vent’anni e l’Italia resta uno dei paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso. È anche vero che alcuni reati violenti come rapine, risse e lesioni mostrano negli ultimi anni una ripresa preoccupante, ma trasformare questa tendenza parziale in un’emergenza generalizzata significa ignorare deliberatamente il quadro d’insieme. Qualcosa non torna. Il primo nodo da sciogliere è linguistico. “Baby gang” non esiste nella letteratura criminologica internazionale. È un neologismo italiano privo di fondamento scientifico che compie due operazioni retoriche insieme: infantilizza i protagonisti amplificando lo scandalo morale e al tempo stesso evoca organizzazioni criminali strutturate che nella maggioranza dei casi italiani semplicemente non esistono. La ricerca di Transcrime dell’Università Cattolica, basata su fonti istituzionali e giudiziarie nazionali, mostra che le aggregazioni giovanili italiane contano in media meno di 10 membri, per lo più maschi tra 15 e 17 anni, con una prevalenza di reati come risse e percosse. Devianza espressiva, non crimine organizzato. Non si tratta di un problema di sfumature, perché quando ogni gruppo di adolescenti protagonista di atti di violenza in periferia viene chiamato “gang organizzata”, la risposta istituzionale tende ad adeguarsi - più carcere, meno prevenzione - indipendentemente da cosa dicano i dati. E i dati, appunto, vengono ignorati. C’è poi un secondo equivoco, più profondo. Non esiste un unico fenomeno “baby gang”. La sociologia distingue almeno quattro configurazioni molto diverse tra loro. Le aggregazioni fluide e informali, le più diffuse, si sciolgono con la stessa velocità con cui si formano. I gruppi imitativi del Mezzogiorno assorbono simboli e codici della criminalità organizzata senza operare per suo conto. Le bande autonome emergenti al Nord sono più strutturate, ma prive di legami con la mafia. E infine - queste sì pericolose in senso pieno - le gang di derivazione mafiosa, concentrate quasi esclusivamente nel Sud e numericamente residuali. Trattarle allo stesso modo equivale a rispondere a quattro problemi diversi con un’unica soluzione sbagliata, ed è esattamente quello che ha fatto il decreto Caivano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. A gennaio 2024 i ragazzi detenuti negli istituti penali minorili erano 496, il picco degli ultimi dieci anni, senza che dietro ci sia un corrispondente aumento della criminalità nel suo complesso. Norme pensate per combattere la camorra sono state importate in un sistema - quello minorile - che aveva una sua logica costituzionale precisa, ribadita peraltro da una sentenza della Corte Costituzionale del 2000. La ricerca criminologica sa da decenni che questa strada non funziona. La detenzione rafforza la coesione interna delle gang, cristallizza identità devianti, espone i ragazzi alla socializzazione criminale del carcere. Si producono i risultati che si dichiara di voler evitare. I problemi reali legati a povertà educativa, segregazione urbana, assenza di prospettive non si risolvono con un decreto d’urgenza, ma con servizi territoriali, comunità educanti, educatori di strada - investimenti pazienti e poco fotogenici che non producono risultati immediati e quindi, sistematicamente, non si fanno. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha destinato nel 2021 circa 14,5 milioni di euro a progetti in tutta Italia, una cifra ridicola a confronto del costo, economico e umano, del sovraffollamento carcerario minorile. Finché lo spettro della “baby gang” sarà più utile politicamente della noia della prevenzione, il circolo vizioso non si spezza. Quando la pena è l’attesa di Claudio Bottan* vocididentro.it, 31 marzo 2026 Si esce dal carcere, ma non dalla pena. Dopo aver finito di scontare il residuo della pena in misura alternativa, ho atteso per quasi due anni che il tribunale di Sorveglianza di Roma dichiarasse estinta la pena stessa: non una formalità, bensì un passaggio fondamentale per ricominciare a vivere da cittadino libero che ha saldato il conto con la giustizia. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi è stato notificato quel provvedimento che attendevo con ansia: “Declaratoria di estinzione della pena” leggo in intestazione. L’emozione era tale da far scivolare velocemente lo sguardo alle ultime righe tralasciando il resto: “Visto l’esito positivo dell’affidamento in prova al servizio sociale, si dichiara estinta la pena e ogni altro effetto penale della condanna”. Era quello che attendevo. “Grazie ispettore, dove devo firmare?”. Dopo tanti anni già mi immaginavo in coda all’ufficio passaporti. Peccato che si trattasse di un copia-incolla mal riuscito, pieno di strafalcioni, peraltro contenente riferimenti alle vicende giudiziarie riguardanti un’altra persona e, pertanto, inutilizzabile per avviare la lunga procedura che consente di ottenere la riabilitazione. Il passaggio successivo è un’istanza, l’ennesima, per richiedere la correzione dell’errore materiale, sperando che non ci vogliano mesi o anni. La fase dell’esecuzione della pena è un collo di bottiglia nel quale si intasano le sorti di decine di migliaia di persone: oltre centomila i “liberi sospesi”, coloro che - essendo stati condannati con sentenza definitiva a una pena detentiva non superiore a quattro anni per reati non gravi - dopo la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena attendono per molto tempo la decisione sulla richiesta di una misura alternativa alla detenzione. Queste persone rimangono anche per anni, alle volte più di dieci, anche quindici dal fatto reato, in attesa di una pronuncia da parte del tribunale di Sorveglianza chiamato a decidere se affidarle ai servizi sociali oppure se mandarle in carcere e quindi sono “sospesi” in attesa della decisione. Una mostruosità che riguarda il prima, il durante e il dopo. È indubbio che gli uffici di Sorveglianza siano oberati di lavoro e sotto organico, ma non spetta a me, da “utente”, trovare giustificazioni alla rassegnazione, e talvolta alla sciatteria, che pervade gli operatori dell’esecuzione penale. Quello dei tempi della giustizia e della “certezza della pena” invocata da più parti è un tema complesso con cui dovrebbe fare i conti il ministro della Giustizia. Nel frattempo, a chi si imbatte nella esecuzione della pena non rimane che attendere, rassegnato. Sdraiato in branda o in misura alternativa, il tempo diventa un elemento neutro. Quell’orologio, fermo da anni, che Daniele Robotti ha immortalato in una sezione del carcere San Michele di Alessandria è la rappresentazione del tempo inutile che anch’io ho trascorso e continua a ripresentarsi. “Ora apriamo veramente un tavolo sulla giustizia” di Michele Gambirasi Il Manifesto, 31 marzo 2026 L’appello Arci, Anpi, Acli, Libera e Pax Christi: “Ci preoccupano la diffusione della corruzione, la presenza pervasiva delle mafie, lo stato indecente delle nostre carceri”. “C’è un tema prima di tutto: serve aprire una discussione sulla giustizia perché con il referendum non è accaduto. D’altronde la legge è uscita dal parlamento tale e quale a come ci era entrata dal consiglio dei ministri”, dice Walter Massa, presidente dell’Arci. All’indomani dell’esito referendario che ha bocciato la riforma Nordio, insieme ad Anpi, Acli, Libera e Pax Christi hanno rivolto un appello ad aprire un tavolo per una riforma della giustizia senza che il tema vada in soffitta: “Ci preoccupano la diffusione della corruzione, la presenza pervasiva delle mafie, lo stato indecente delle nostre carceri dove quotidianamente operiamo, le crescenti diseguaglianze sociali”. “SI APRE una fase nuova. Non è il momento né della rimozione né della contrapposizione sterile, ma di un confronto reale che parta dai bisogni” hanno scritto. Il messaggio è che il fronte del No eccede qualsiasi schieramento: “L’esito referendario riguarda un campo larghissimo, più grande delle opposizioni”, sintetizza Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi. “Per cui ci rivolgiamo alla politica in senso generale, partendo dalla società civile: c’è uno scarto tra il paese reale e il progetto costituzionale” dice. “Ci siamo rivolti sia alla maggioranza, impegnata in epurazioni, che avrebbe la responsabilità di chiamare a sé gli altri. Ma anche alle opposizioni perché insistano su questi punti e non vadano alla deriva cercando il futuro candidato premier”, spiega Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli. La prima impressione è che, bocciata la riforma Nordio, in materia del governo Meloni rimarrà solamente il codice penale ingrossato per oltre 400 anni di carcere con 50 nuovi reati. “La politica ora deve cambiare aria, parlare di giustizia sociale e non di giustizialismo”, dice Manfredonia, “Il governo finora ha introdotto solo norme che avevano come fine ultimo il diritto penale. Serve al contrario sicurezza sociale: investire nel campo educativo, non criminalizzare chi salva morti in mare, mettere un freno al lavoro povero”. “Il risultato sono carceri sovraffollate, non in grado di rieducare, che diventano luoghi di morte” prosegue Walter Massa. Nel 2025, secondo i numeri del garante e del Dap, le morti in carcere sono state 254. “Chiediamo che la discussione sia aperta perché si lavori con chi nelle carceri entra e esce ogni giorno: al momento è un tema necessario, la qualità della vita dentro è a geografia variabile a seconda di dove è l’istituto e di chi lo dirige. Va affrontato seriamente, non da chi ci entra una volta l’anno”, prosegue. Ancora tra le questioni da affrontare sottolineate dalle associazioni c’è quella del personale e e delle risorse: “Riteniamo necessario un impegno concreto per rendere il sistema giudiziario più efficiente e giusto: più personale, più risorse, tempi certi dei processi, piena digitalizzazione”. Rispetto alla media europea, in Italia mancano almeno dieci giudici ogni 100mila abitanti e quasi altrettanti pm. Degli 11mila funzionari assunti con il Pnrr, in quasi 2mila non saranno stabilizzati. L’altro versante cui si volge l’appello è quello del contrasto alle mafie. “Non è una cosa che si costruisce con interventi simbolici, serve una strategia coerente. Mafie e sistemi corruttivi prosperano nelle zone grigie, tra ritardi, frammentazione delle informazioni e debolezza dei controlli”, dice Francesca Rispoli, copresidente di Libera. Le direttrici su cui vengono auspicati gli interventi sono diverse: “Innanzitutto una questione organizzativa, ridurre i tempi dei procedimenti, personale più qualificato e una gestione efficiente dei fascicoli”, spiega. “Poi una forte specializzazione, i reati di mafia non possono essere trattati con una formazione generalista. Serve una capacità di seguire i flussi di denaro, rafforzando gli strumenti di analisi finanziaria. E la protezione di chi denuncia, senza whistleblower, imprenditori e funzionari che trovano il coraggio di esporsi molti meccanismi rimangono invisibili. Una giustizia più efficiente non è solo più veloce, ma in gradi colpire fenomeni più complessi”. Il referendum non lo hanno vinto i partiti dell’opposizione e nemmeno i magistrati di Claudio De Fiores Il Manifesto, 31 marzo 2026 L’esito del referendum non è stata una vittoria dei partiti d’opposizione, ma nemmeno dei giudici. Non si è trattato di un atto di fedeltà verso i pubblici ministeri. E nemmeno di un voto di soccorso a difesa degli istinti corporativi della magistratura italiana. L’offensiva scatenata dalle destre su questo terreno è stata quanto mai insidiosa. La legge di revisione era stata incardinata, anche cronologicamente, tra due “pacchetti sicurezza” che stanno sfigurando i diritti costituzionali. E all’interno di questa cornice autoritaria, la riforma è stata, correttamente, interpretata, soprattutto dal voto giovanile. Se questo è stato, bisogna allora evitare che l’euforia post-referendaria, abbandonata a se stessa, degeneri in un nuovo populismo giudiziario. E, soprattutto, bisogna scongiurare il rischio che alcuni giudici si elevino a interpreti supremi della volontà della nazione. Di qui l’esigenza di ricomporre il fronte dei diritti e superare, la rottura, consumatasi, a ridosso del referendum all’interno del fronte garantista. E non intendo certo riferirmi ai “garantisti tattici” che hanno scomodato finanche Beccaria per mettere in crisi la direzione di un partito o per provare a scardinare un sistema di alleanze politiche. Né ai “garantisti dell’ultim’ora”, gli stessi che in passato hanno scritto norme incostituzionali e particolarmente repressive, poi sfociate nella costruzione dei lager libici. Ma ai tanti “sinceri” garantisti che nel corso degli anni hanno con il loro impegno sfidato la cultura dell’emergenza e la diffusione del diritto penale del nemico. In questo quadro, limitarsi a difendere le ragioni della vittoria non basta più. L’esito del voto consegna allo schieramento di forze che si è opposto alla riforma e in particolare alla cultura giuridica della sinistra un ulteriore onere: farsi carico, quanto prima, di una moderna riforma della giustizia. Una riforma nel segno della Costituzione che rafforzi le garanzie dell’imputato, estenda le condizioni per il gratuito patrocinio, riveda il sistema di appellabilità delle sentenze, intervenga sugli estenuanti tempi dei processi, riformi con “senso di umanità” l’ordinamento carcerario. Con la straordinaria vittoria del no al referendum è stato sventato il tentativo delle destre di scardinare l’equilibrio fra i poteri dello Stato. Determinante l’apporto dei più giovani che hanno deciso di farsi scudo della Costituzione per porre un argine alla deriva autoritaria. Dal modo in cui si è svolta la campagna referendaria e, soprattutto, dal suo esito ricaviamo alcune considerazioni. L’offensiva mediatica a sostegno del sì non ha ottenuto i risultati sperati, nonostante sia stata declinata su più livelli. Non sono serviti i podcast, la comunicazione pop dei giornali di destra, l’insistenza mediatica (su Garlasco) e l’uso strumentale della fiction televisiva su alcuni casi di malagiustizia (Tortora). E non ha ottenuto i suoi effetti nemmeno il tentativo di affidarsi a influencer di rango (confronto Fedez-Meloni). Ancor meno efficace è stata la strategia, sebbene più raffinata, sortita dei “modernizzatori” della “sinistra liberale” che negli studi televisivi e nei giornali, hanno liquidato la difesa della Costituzione come un arcaico “feticismo”, il tratto di un attaccamento fideistico al passato. Apostoli della democrazia decidente che, convinti ancora di vivere negli anni Novanta, si ostinano a ripetere formule del secolo scorso. Il voto referendario segna un punto di rottura con questa cultura e con questa costruzione ideologica di matrice neoliberale. Per le forze democratiche e di sinistra si apre una nuova fase, una nuova stagione di mobilitazione democratica in grado di rovesciare la costruzione ideologica delle destre, i rapporti di forza presenti, gli attuali assetti parlamentari e di governo. Ma ad una e imprescindibile condizione: comprendere che la recente vittoria referendaria non è stata un successo dei partiti del “campo largo”, ma un atto di resistenza dei cittadini, dei giovani in particolare. L’opposizione deve evitare di scambiarlo per un consenso verso i partiti, alcuni dei quali responsabili in passato di assalti alla Costituzione anche gravi e insidiosi. Le prime dichiarazioni dei leader non sembrano però promettere nulla di buono. Invece di ripiegare su dinamiche endogamiche, assecondando la liturgia delle primarie e la personalizzazione delle leadership, le forze di opposizione dovrebbero spostare il confronto sul terreno dei contenuti. Ciò che è prioritario è predisporre un’agenda politica, elaborare un programma capace di offrire agli elettori una visione sul presente e sul futuro, sull’Italia e sul mondo. Ciò di cui vi è bisogno è la costruzione di uno schieramento politico in grado di affrontare le grandi e terribili questioni del nostro tempo: la guerra, la qualità della democrazia, la difesa dei salari, la crisi ambientale, la condizione dello straniero. Solo attraverso una proposta politica chiara e un posizionamento netto delle singole formazioni sulle singole questioni, sarà possibile avviare un iter politico aperto e democratico. Un percorso fatto di idee, principi, passioni nel segno della Costituzione. E, pertanto, capace di coinvolgere nuovi pezzi di società, sottraendoli all’apatia politica e all’astensionismo come il referendum costituzionale è recentemente riuscito a fare. Per le forze democratiche è giunto il momento di tornare a interpretare e rappresentare il conflitto. Ma per farlo vi è bisogno non solo di una nuova strategia politica, ma anche di una nuova cultura istituzionale capace di rompere gli, oramai asfissianti, ormeggi del passato (la vecchia retorica del maggioritario e dei premi di maggioranza, la subalternità ai poteri tecnocratici, la selezione bloccata e verticistica delle candidature) e, su queste basi, affermare le ragioni dell’eguaglianza del voto. Legge elettorale del Csm e processo, l’Anm detta la linea di Valentina Stella Il Dubbio, 31 marzo 2026 Rinnovamento, autoriforma, miglioramento della giustizia: la magistratura archivia da vittoriosa il referendum e guarda avanti. Lo fa innanzitutto eleggendo Giuseppe Tango a nuovo presidente dell’Anm, che prende il posto lasciato vuoto da Cesare Parodi, dimessosi perché “chi mi ha dato la vita ora ha bisogno di me”. Classe 1982, giudice e pure del lavoro, secondo chi lo ha eletto Tango rappresenta quella nuova generazione di magistrati avulsa dai rischi di un ancoraggio alle vecchie logiche del correntismo finite sotto accusa in seguito alla vicenda Palamara. È stato eletto con l’appoggio di tutti i gruppi associativi e una solo astensione, senza la presenza dei capi corrente nei corridoi della Cassazione, a testimoniare una scelta più dal basso che per giochi di potere. Anche per questo l’ha spuntata contro Antonio D’Amato, procuratore capo di Messina, indicato, a quanto si apprende, da Claudio Galoppi, ex segretario di Magistratura indipendente, che si è dimesso nel pomeriggio di sabato subito dopo le elezioni. Un vero terremoto nella corrente conservatrice dell’Anm ma la sua scelta appare inevitabile. Da tempo si diceva che avesse perso il controllo sui suoi e la sua figura era uscita indebolita da quando si era rotta la luna di miele col governo che aveva mancato alcune promesse, dal diritto alla malattia dei magistrati ai criteri di determinazione degli adeguamenti stipendiali. Adesso si è aggiunto il fatto che proprio Tango, come ha commentato qualche toga sabato al Cdc, “abbia mantenuto il punto essendo stato il più votato in Mi e non abbia baciato la pantofola al grande capo”. Nelle sue prime dichiarazioni, Tango ha auspicato che sia arrivato il momento “di voltare pagina e ricostruire con gli altri attori della giurisdizione, in primis con l’avvocatura, un dialogo per avanzare proposte che risolvano davvero i reali problemi della giustizia e riannodando, se fosse possibile, quei nodi di un dialogo con l’interlocutore politico”. Il risultato referendario, aveva pure detto Parodi nella sua relazione iniziale, “ha riacceso la luce ma non ha ripulito la stanza. C’è una straordinaria apertura di credito da parte dei cittadini, sta a noi meritarla, riconquistando credibilità, fiducia, trasparenza, professionalità e dimostrando di saperci autoregolamentare: se non lo faremo avremo sprecato un’occasione storica”. Questo auspicio è condiviso da tutti, come appurato parlando con le toghe sabato che si sono abbandonate a baci, abbracci, sorrisi dopo una stancante campagna, durante la quale, tuttavia, hanno voluto ribadire che l’Anm non si è trasformata in soggetto politico ma è scesa nelle piazze “per costruire consapevolezza, non per cercare consenso”. Durante il dibattito, ironicamente, si sono benedetti Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi ed Enrico Costa. Grazie alle dichiarazioni dei primi due sul “Csm come sistema para-mafioso” e sulla magistratura come “plotone di esecuzione” gli elettori hanno virato sempre di più verso il No. Mentre, dopo l’iniziativa del deputato di Forza Italia di sollevare il tema di chi finanziasse il “Comitato Giusto dire No”, c’è stata una impennata di donazioni di 200mila euro in una settimana, ha spiegato la tesoriera Marzia Giulia Locati. Ma come dicevamo, per i magistrati è tempo di guardare avanti. Quanta agibilità avranno le loro proposte dipende in parte dall’autonomia della politica che pare avere al momento congelato i dossier giustizia, ma anche dalla loro capacità di “guardarci dentro per non ripetere gli errori del passato, visto che i giovani magistrati ci stanno guardando”. Insomma, la consapevolezza che le cose non vadano benissimo c’è. Proprio partendo da qui abbiamo chiesto a Parodi se sarebbe necessario riformare la legge elettorale del Csm, che verrà rinnovato nei prossimi mesi: “Credo che molti colleghi auspicherebbero una revisione di questi principi, ma c’è un piccolo problema: non so se ci sono i tempi per rivederla”. Aperturista anche il segretario Rocco Maruotti: “Probabilmente c’è anche una soluzione migliore di quella a cui si è pervenuti adesso, comunque l’attuale legge ha prodotto un Csm che, stando a quello che si riferisce autorevolmente all’attuale vicepresidente (Pinelli, ndr), sta funzionando bene e ha superato le critiche che si erano manifestate in passato. Poi, se il Parlamento riesce a trovare una soluzione migliore, noi saremo soltanto che contenti”. E il Parlamento dovrebbe mettersi subito al lavoro e approvarla al massimo entro settembre prima che si metta in moto la macchina elettorale per il ricambio a Palazzo Bachelet. Anche il documento “Una nuova stagione” proposto da Magistratura democratica e passato a maggioranza evidenza “l’esigenza di liberarsi dalla logica del carrierismo e del clientelismo che negli ultimi anni troppo spesso ha coinvolto la vita dei gruppi associativi”. Come? “Bisogna ripensare il sistema elettorale del Csm in vista della valorizzazione della democrazia, della trasparenza”, ad esempio introducendo il sistema proporzionale che, come ci ha spiegato Marco Patarnello, “avrebbe come primo scopo quello di sminare il dirigismo, di non imporre i candidati dall’alto”. Se non ci fossero i tempi in Aula si potrebbe intanto, conclude il magistrato di Cassazione, “rivedere il testo unico sulla dirigenza privilegiando criteri di anzianità” per gli incarichi direttivi. Pure per Andrea Reale del Gruppo dei CentoUno occorre prevedere, tra l’altro, “la rotazione degli incarichi direttivi/semidirettivi o ritorno ad anzianità senza demerito e per fasce con attribuzione di punteggi” e la riforma del disciplinare. L’altro fronte di riforme è quello del processo penale: gli avvocati ora temono un indebolimento del rito accusatorio, già svilito dalla riforma Cartabia. Su questo, il segretario Rocco Maruotti sempre a nostra domanda ha risposto: “Non si faranno passi indietro rispetto al modello accusatorio italiano, nel rispetto della figura di pm che il nostro sistema conosce ormai dall’introduzione del codice Vassalli e quindi da più di 35 anni” e non esclude “interventi sul codice di procedura penale ma solo se condivisi e necessari a rendere il processo più efficiente”. Una replica che però non tranquillizza. Ad esempio l’avvocato della Camera penali di Trapani, Marco Siragusa, ha commentato in un forum: “Tornerà il giudice istruttore, chiamato pm”. Gip collegiale, l’ultima riforma di Nordio sull’orlo del baratro di Liana Milella Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026 La giudice di Milano Maccora: “Mancano i magistrati, così è impraticabile”. Sul calendario del ministro c’è una nuova data “nera” dopo quella del referendum: è il 25 agosto, giorno in cui dovrebbe entrare in vigore la legge che introduce i tre giudici per le indagini preliminari. Ma non ce ne sono abbastanza: “Quasi impossibile mantenere i tempi dei procedimenti garantiti fin qui”. Sul calendario di Carlo Nordio c’è un’altra data “nera” per lui dopo quella del 22 e 23 marzo, la sconfitta netta sulla separazione delle carriere. È l’ormai prossimo 25 agosto, quando dovrebbe entrare in vigore il gip collegiale, cioè tre giudici anziché uno solo a valutare, e dare il via libera, alle misure cautelari chieste dal pm. A segnalarla per tempo è la presidente dei giudici per le indagini preliminari di Milano Ezia Maccora in un articolo sulla rivista Questione Giustizia, l’house organ di Magistratura democratica, che Il Fatto Quotidiano ha letto in anteprima. Una sua considerazione per tutte: “Sarebbe un segnale importante, un banco di prova della reale volontà di dialogo tra magistratura e politica, in questi giorni annunciata da più esponenti istituzionali, riconoscere l’impraticabilità di questa riforma. Che, se entrerà effettivamente in vigore il 25 agosto a risorse invariate, bloccherà del tutto il funzionamento della giustizia penale”. Tant’è che Maccora chiede al Guardasigilli, a cui ricorda che l’articolo 110 della Costituzione “demanda una competenza esclusiva” di fornire agli uffici giudiziari “le risorse necessarie a garantire un funzionamento efficace e tempestivo”. Quei 250 giudici in più previsti dalla legge, per giunta non necessariamente dei gip, ma rimasti finora sulla carta. La nuova “catastrofe” che incombe su Nordio l’ha decisa e voluta lui stesso. Frutto della legge 114 del 2024, proprio quella che, ricorda Maccora, “ha abrogato l’abuso d’ufficio, nonostante da più parti venisse segnalata la necessità di mantenerlo, e che ha appena visto il Parlamento europeo approvare l’articolo 7 della Direttiva anticorruzione a cui ora gli Stati membri, e quindi anche l’Italia, dovranno adeguare le loro normative interne”. Cui si aggiunge ancora quell’interrogatorio “preventivo”, cioè prima dell’arresto, su cui si affastellano di continuo le sentenze interpretative della Cassazione. Ma guardiamo subito casi e numeri con una carrellata sull’attuale situazione di alcuni uffici gip in Italia. A partire da Milano dove a fornirli è Maccora che li boccia perché “non sono né mutati, né migliorati, anzi sono ulteriormente peggiorati, rispetto a una pianta organica comunque inadeguata rispetto alla mole di lavoro da gestire”. Anche se il lavoro del suo ufficio è passato dal definire nel 2016-2017 il 32% dei procedimenti a fronte del 65% nel 2025-2026. I gip sono 34, “gli amministrativi ormai ridotti all’osso, con una scopertura in tutto il tribunale del 50,6%”. A fine 2025 se n’è andato pure il 36,8% degli addetti all’ufficio del processo. Ma ecco ecco le grandi città: a Roma 37 gip presenti su 43 previsti in pianta organica, a fine 2026 ne andranno via tra 6 e 7, e ne arrivano solo 2. A Napoli, 46 gip previsti, 45 in servizio, 3 in via di trasferimento, affrontano le richieste di 95 pm sui 105 previsti. Una stima? La fa Nicola Gratteri, il capo della procura: “Servirebbero 50 gip in più”. A Palermo i gip sono 21 su 26 in pianta, ma i pm sono 51 in servizio su 60. Eccoci a Bari, 13 gip al lavoro, su 15 previsti, in procura 39 pm, capo compreso. Andiamo nelle medie città. A Genova 15 gip previsti, ne manca uno; 36 pm, ma 5 posti vuoti. A Venezia 8 gip su 10 in pianta, 23 pm su 26. A Pescara 4 gip, 23 pm su 26. A Prato 4 gip e 7 pm rispetto ai 9 previsti. E che succede nelle terre di Nordio dove il ministro ha regalato pure il nuovo tribunale di Bassano del Grappa? A partire da Treviso, la città dove negli weekend il ministro si dedica agli spritz: 4 gip sui 5 previsti, pm 15 su 17. A Padova, la città del sottosegretario leghista Andrea Ostellari, 6 gip, 16 pm su 18. Infine a Vicenza 4 gip presenti su 5; 15 pm su 17 . Che giustizia si può fare con questi numeri? Eppure proprio il referendum costituzionale, per Maccora, “ha fatto emergere come la durata ragionevole dei giudizi, cautelari e di merito, costituisca una priorità molto sentita dal Paese”. Un impegno importante che però “a risorse invariate difficilmente potrà essere garantito nel futuro” Sulla carta mancano cinque mesi alla fatidica data del 25 agosto quando l’attuale gip si triplica. Dice Maccora: “Negli ultimi anni il legislatore ha ampliato notevolmente le competenze affidate ad uffici come il mio, e se neanche un tribunale metropolitano come quello milanese può reggere l’impatto di una riforma così dirompente, immaginiamo cosa accadrà negli uffici medio-piccoli che costituiscono la maggioranza degli uffici giudiziari nel nostro Paese. Sarà inevitabile da un lato il rallentamento dei tempi necessari per la valutazione cautelare da parte del gip collegiale, dall’altro sarà quasi impossibile riuscire a mantenere i livelli e i tempi di definizione dei procedimenti fino a oggi garantiti”. A finire sotto processo, con l’accusa di essere lenti, saranno i giudici. Che, per questo, non ci stanno e chiedono lo stop dell’ennesima riforma di Nordio. Uso del metodo mafioso, l’aggravante sussiste se l’azione evoca l’appartenenza a un clan di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2026 L’aggravante è infatti legata alle modalità della condotta e non rileva la prova dell’esistenza di una consorteria specifica, ma non va confusa con l’agevolazione “mafiosa” che va provata in base al contributo all’associazione. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 11780/2026 - ha confermato la misura cautelare personale degli arresti domiciliari al ricorrente che era stato incolpato oltre che di illegale porto d’arma di lesioni personali aggravate dall’uso del metodo mafioso. E proprio sull’aggravante contestata il giudice di legittimità ribadisce che non è necessaria la prova che il soggetto sia intraneus a una specificata organizzazione criminale “mafiosa”. La sussistenza dell’aggravante - Afferma, infatti, la Suprema Corte che ai fini dell’aggravante del “metodo mafioso” è sufficiente che il soggetto agente si riferisca implicitamente al potere criminale della consorteria, in quanto tale potere è di per sé noto alla collettività e quindi in grado di ingenerare quel timore (“rispetto” del mafioso) tipico delle associazioni a delinquere connotate dal territorio su cui insistono e quindi capaci di tenere sotto pressione le corrispondenti comunità locali. Secondo il ricorrente l’aggravante sarebbe stata insussistente non emergendo dagli atti degli inquirenti la prova dell’esistenza del clan di appartenenza. La Cassazione sul punto risponde che l’osservazione difensiva circa l’insussistenza della prova dell’esistenza del clan è irrilevante, perché ciò che conta è il metodo che deve essere evocativo della forza intimidatrice dell’agire mafioso. La Cassazione chiarisce che si tratta di difesa che confonde l’agevolazione mafiosa che deve fondarsi sulla prova appunto dell’agevolazione fornita, mentre l’aggravante in discussione si appunta sul metodo utilizzato. Nel caso specifico il metodo mafioso - ossia l’aggravante - era stato ravvisato dal giudice nelle modalità esecutive dell’azione perché condotta con freddezza, precisione e in un luogo isolato che evocavano l’esecuzione di una punizione mafiosa così come in effetti risultava essere stata percepita dalle persone del luogo, al punto che, anche coloro che avevano allertato i carabinieri chiamando il 112, si erano chiusi in casa e avevano paura ad affacciarsi alle finestre per il terrore di essere visti e individuati. Conclude la Cassazione penale chiarendo che ai fini della configurabilità dell’aggravante del “metodo mafioso” prevista dall’articolo 416-bis 1 del Codice penale è sufficiente - in un territorio in cui è radicata un’organizzazione mafiosa storica - che il soggetto agente si riferisca implicitamente al potere criminale della consorteria, in quanto tale potere è di per sé noto alla collettività. A riprova del sapore mafioso delle lesioni aggravate, inizialmente considerate tentato omicidio, va sottolineato che persino la vittima inizialmente negava di riconoscere chi avesse attentato alla sua incolumità per poi riconoscerli precisamente, ma autoindicandosi anch’egli come persona contigua al medesimo gruppo criminale. Uso delle dichiarazioni della parte offesa - Il ricorso sosteneva, quindi, che le dichiarazioni rese dalla vittima in fase di indagini fossero inutilizzabili in quanto il suo narrato andava interrotto dagli inquirenti per la sussistenza di un collegamento probatorio fra il ferimento e le condotte di rilevanza criminale di cui il ferito si era autoaccusato. Quindi - secondo il ricorso - il suo esame doveva essere interrotto al fine di garantire alla “vittima” le garanzie dell’articolo 63 del Codice di procedura penale. Il motivo di ricorso è stato respinto dalla Suprema Corte dove - richiamando un proprio precedente - afferma che l’inutilizzabilità assoluta (comma 2 dell’articolo 63 Cp) delle dichiarazioni rese da soggetti che avrebbero dovuto essere sentiti, fin dall’inizio, in qualità di imputati o di persone sottoposte a indagini, scatta solo quando a carico dei medesimi soggetti vi sia l’originaria esistenza di precisi, anche se non gravi, indizi di reità. E tale condizione non può automaticamente farsi derivare dal coinvolgimento del dichiarante in “vicende potenzialmente suscettibili di dar luogo alla formulazione di addebiti penali a suo carico”. Le esigenze cautelari - Ultimo motivo di ricorso respinto è quello sulla sussistenza delle esigenze cautelari che il ricorrente nega che possano farsi derivare dall’altro procedimento penale pendente contro il ricorrente. E quindi illegittimamente fondato sulla presunta personalità dell’indagato. Infatti, il ricorso ignora la ricorrenza della presunzione relativa prevista dal comma 3 dell’articolo 275 del Codice di procedura penale che governa i criteri di scelta delle misure cautelari e detta una sorta di automatismo nel caso di imputazione per associazione di stampo mafioso. Ma soprattutto, conclude la Cassazione, ciò che rileva nel caso concreto è l’accertamento giurisdizionale in atto per un fatto analogo che depone per l’estrema attualità e concretezza delle esigenze cautelari. Frosinone. Accusa malore in carcere e muore al pronto soccorso, aperta un’inchiesta di Marina Mingarelli Il Messaggero, 31 marzo 2026 Maurizio Moauro, 64 anni, è deceduto dopo 48 ore di ricovero all’ospedale “Spaziani”: disposta l’autopsia. Un malore improvviso, il trasferimento d’urgenza in ospedale, poi una lunga attesa carica di speranze e, infine, la notizia più drammatica: la morte. Tanti gli interrogativi sulla morte di Maurizio Moauro, 64 anni, detenuto nel carcere di Frosinone, deceduto dopo essere stato al pronto soccorso dell’ospedale “Fabrizio Spaziani”. Secondo le informazioni raccolte, l’uomo, che stava scontando un cumulo di pene, lo scorso 24 marzo sarebbe stato colto da un improvviso malore mentre si trovava all’interno della sua cella. Dopo una prima visita da parte del medico del carcere, considerate le condizioni del detenuto, sarebbe stato disposto il trasferimento urgente presso il pronto soccorso dello Spaziani. Per circa 48 ore il 64enne è rimasto ricoverato, mentre familiari e conoscenti attendevano notizie sulle sue condizioni di salute. Poi il tragico epilogo: il cuore di Maurizio Moauro ha smesso di battere, lasciando dietro di sé una scia di domande che ora attendono risposta. La Procura di Frosinone, nella persona del pubblico ministero Emiliana Busto, ha immediatamente disposto il sequestro della cartella clinica e l’esame autoptico sulla salma. L’incarico per effettuare l’autopsia è stato affidato al medico legale Benedetta Baldari, che dovrà stabilire con precisione cosa abbia provocato la morte dell’uomo. Un aspetto che rende la vicenda ancora più delicata riguarda il fatto che, almeno da quanto trapela, il detenuto non sarebbe stato affetto da particolari patologie pregresse. Un elemento che accresce i dubbi dei familiari, oggi determinati a conoscere la verità su quanto accaduto nelle ore precedenti al decesso. I parenti del 64enne si sono affidati all’avvocato Gianmarco De Robertis, al quale hanno conferito mandato affinché li rappresenti nelle sedi opportune e tuteli i loro diritti. La richiesta della famiglia è chiara: comprendere se tutto sia stato fatto nel modo corretto e se il destino dell’uomo potesse essere diverso. Nel frattempo resta il dolore per una morte improvvisa e il peso di un’attesa che ora si sposta sul tavolo degli accertamenti medico-legali. Sassari. Mario Siffu, i genitori attendono l’autopsia: “Chiediamo giustizia” di Mariangela Pala L’Unione Sarda, 31 marzo 2026 “Chiediamo giustizia per nostro figlio, vogliamo la verità”. Cinzia e Giuseppe, i genitori di Mario Siffu, il 32enne di Porto Torres, deceduto nel pomeriggio di martedì 24 marzo per una setticemia all’ospedale del Santissima Annunziata, sono stati sentiti dagli inquirenti. La Procura ha aperto una inchiesta sul caso del giovane, detenuto nel carcere di Bancali da circa sei mesi e giunto ormai a fine pena. I Nas, il reparto specializzato dell’Arma dei carabinieri, stanno procedendo nelle indagini su delega del pm Paolo Piras, titolare dell’inchiesta. Sottoposto ad un intervento chirurgico d’urgenza la notte dopo il ricovero, avvenuto la sera del 23 marzo, il 32enne è morto l’indomani nel reparto di Rianimazione. Ancora nessuna comunicazione sarebbe giunta al legale di famiglia, l’avvocato Giuseppe Onorato, rispetto alla possibilità di effettuare un esame autoptico sul corpo del giovane che lamentava da tempo dolori alla pancia a causa di una occlusione intestinale. Alla Procura i genitori hanno chiesto di accertare se siano stati disposti accertamenti clinici e diagnostici nel periodo di sofferenza. La garante dei detenuti della Sardegna, Irene Testa, in attesa di formali riscontri dall’area sanitaria, trattamentale e amministrativa, un anno fa dichiarava: “Alcuni detenuti risultano in attesa di cure da oltre un anno. L’inagibilità dei locali compromette ulteriormente la possibilità di fornire adeguata assistenza sanitaria, esponendo i detenuti a gravi rischi per la salute”. Modena. Torture al Sant’Anna. Sparisce un nome dal fascicolo: rinvio di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 31 marzo 2026 I fatti contestati sarebbero avvenuti durante la rivolta dell’8 marzo del 2020. Sono 90 i poliziotti indagati. L’udienza per l’archiviazione slitta a metà aprile. Dopo la seconda opposizione presentata dai legali di alcune presunte vittime dei pestaggi, era attesa ieri la decisione del Gip rispetto all’archiviazione o meno del fascicolo per tortura e lesioni, che vede indagati ben novanta poliziotti penitenziari del Sant’Anna. Ieri, però, l’udienza è stata rinviata al 14 aprile a causa di una omessa notifica ad uno degli indagati. Il fascicolo era legato alla tristemente nota rivolta in carcere del marzo 2020, in cui persero la vita nove detenuti. In quel contesto alcuni carcerati, successivamente denunciarono di aver subito torture e lesioni da parte dei poliziotti, oltre ad omissioni di soccorso ma, secondo la procura, all’esito delle indagini condotte, sollecitate dal Gip non è stato possibile accertare il nesso tra le lesioni riportate dai detenuti ed eventuali condotte illecite degli agenti. Da qui la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo. “Oggi avrebbe dovuto celebrarsi l’udienza dedicata alla discussione delle opposizioni alla richiesta di archiviazione formulata dalla Procura della Repubblica di Modena, nel procedimento che vede diversi agenti di polizia penitenziaria indagati per torture e lesioni nei confronti di alcuni detenuti durante la rivolta dell’8 marzo 2020 - affermano i legali delle parti offese, avvocati Alessandro Gamberini, Ettore Grenci, Simona Filippi, Luca Sebastiani, Daria Mosini, Ninfa Renzini e Domenico Pennacchio- L’udienza, tuttavia, si è arrestata ab origine, poiché è emerso che uno degli agenti iscritti nel registro degli indagati risulta, di fatto, “scomparso” dal procedimento. La sua posizione, pur formalmente iscritta, non compare né nella richiesta di archiviazione né nell’avviso di fissazione dell’udienza. Un errore rimasto inspiegato, visto che nessun sostituto si è presentata all’udienza, che ne ha provocato inevitabilmente il rinvio”. Ad intervenire è anche uno dei legali degli agenti indagati, avvocato Cosimo Zaccaria: “Il rinvio odierno attiene ad un problema tecnico sollevato dalle persone offese. Da parte della difesa degli agenti penitenziari si era pronti già oggi a dibattere la posizione. Attendiamo serenamente il termine del procedimento”. Come noto l’inchiesta legata alle morti dei detenuti - all’esito delle indagini - fu archiviata dalla procura. Gli accertamenti autoptici sulle salme delle vittime dimostrarono come i detenuti fossero morti a causa dell’assunzione di dosi massicce di metadone, trafugato dall’infermeria del penitenziario nel corso della rivolta. Rispetto all’archiviazione di uno dei decessi avvenuti quel tragico 8 marzo, è stato presentato ricorso alla Corte Europea che ha dichiarato ammissibili i motivi di ricorso, presentato dall’avvocato Luca Sebastiani e dalla professoressa Barbara Randazzo. Milano. I detenuti si trasformano in cyber sceriffi di Marco Birolini Avvenire, 31 marzo 2026 Una sezione del carcere di Bollate è diventata una centrale operativa che contrasta i crimini informatici.La sicurezza digitale affidata alle mani dei detenuti. Sembra un paradosso, ma non è altro che lasfida quotidiana portata avanti nel carcere di Milano Bollate, dove è stato allestito un pionieristico laboratorio tecnologico che rappresenta un caso quasi unico nel panorama penitenziario internazionale. I detenuti non si limitano infatti a partecipare a corsi di formazione informatica, ma lavorano su infrastrutture digitali reali, monitorando reti e contribuendo alla sicurezza informatica di aziende esterne. Il progetto Nic (acronimo di Network operations center in carcere), è nato dalla collaborazione tra Axians Italia, Ciscoe la Cooperativa sociale Universo. L’iniziativa ha trasformato una sezione dell’istituto penitenziario in un vero hub operativo dove si svolgono attività tipiche dei centri di controllo delle reti. Una vera e propria “crisis room” divisa in due: in una parte vengono monitorati la stabilità e il funzionamento delle reti internet, nell’altra si affrontano gli attacchi informatici e si compie l’analisi delle anomalie registrate sul fronte della sicurezza. I detenuti che entrano nel programma seguono un percorso formativo di circa un anno e mezzo e conseguono certificazioni professionali riconosciute a livello internazionale, cheli trasforma in veri e propri esperti di cybersecurity. Terminata la fase teorica iniziano infatti a lavorare su sistemi veri e a gestire il traffico dati reale, intervenendo su segnalazioni e problemi tecnici che arrivano da aziende clienti. Proprio questo aspetto rende il modello di Bollate un caso di studio a livello globale. In molti Paesi esistono progetti che introducono la programmazione o la formazione digitale in carcere, ma di solito si tratta di attività simulate o di sviluppo software svolto in ambienti isolati e protetti (The Last Mile negli USA o Code 4000in Gran Bretagna). Nel caso milanese, invece, i detenuti vigilano su infrastrutture di imprese esterne. Tutto molto reale insomma, nessuna esercitazione. I reclusi diventano “sceriffi” del Web. È un livello di fiducia raramente concesso in contesti di reclusione. Un modello che funziona, pienamente efficace e collaudato: il team lavora infatti con gli stessi standard richiesti ai tecnici che operano normalmente nel settore. I detenuti gestiscono ticket di assistenza, monitorano le reti in tempo reale e affrontano situazioni di emergenza o impreviste seguendo i protocolli previsti dai Service Level Agreement, gli accordi di servizio che regolano i tempi di intervento nel settore IT. Oggi la struttura, che conta su 12 nuove figure altamente specializzate, gestisce turni e volumi di lavoro degni di una media azienda del settore. Al progetto partecipano anche ex detenuti, che continuano a collaborare anche una volta tornati in libertà. “Mai avrei immaginato di poter trovare un’occasione di questo livello entrando in carcere racconta un 30enne. Se l’avessi incontrata prima, oggi non sarei qui”. Parole confermate da un dato significativo: tra gli esperti forgiati dal “Nic” il tasso di recidiva è pari a zero. “Questo percorso non si limita a fornire competenze tecniche, ma rende reale il dettato dell’Articolo 27 della nostra Costituzione, che vuole la pena come un percorso orientato alla rieducazione e al rispetto della dignità della persona spiega Luca Moschini, responsabile del progetto per Axians Italia. In questo hub, il lavoro non è un espediente per occupare il tempo, ma una leva di riscatto reale: i detenuti diventano professionisti che gestiscono infrastrutture reali e critiche di mercato, operando con gli stessi standard qualitativi e di fiducia del mercato esterno. Vedere persone che, attraverso la cybersecurity e il networking, ricostruiscono la propria identità sociale e professionale è la prova che l’eccellenza tecnologica può essere il motore di una giustizia riparativa” Trento. Pizze e gelati, corsi in carcere riservati alle detenute Corriere del Trentino, 31 marzo 2026 Corsi riservati alle detenute sostenuti da Soroptimist. L’idea di un laboratorio permanente. Corsi di arte bianca e di gelateria, riservati ad alcune detenute della casa circondariale di Trento, che attraverso questo percorso cercano di ripartire. Un modo per ricominciare. Si è concluso ieri il corso di arte bianca, riservato ad alcune detenute della casa circondariale di Trento. Una possibilità garantita ad una ventina di donne che, attraverso questo percorso, cercano di ripartire, chiudere un capitolo e formarsi per aprirne, il prima possibile, uno nuovo. “Si tratta di corsi sempre molto apprezzati - spiega la direttrice del carcere, Annarita Nuzzaci -. In totale, quest’anno, vi hanno partecipato 17 detenute, alcune per il corso di gelateria, altre per quello dell’arte bianca”. A sostenerli, anche quest’anno, è l’associazione Soroptimist, che da anni finanzia ed organizza diversi incontri all’interno della casa circondariale: dalla sartoria alla cucina, passando per salute e benessere. Se infatti il corso di arte bianca, che ha visto le detenute cimentarsi con pizza e focacce, rappresenta una realtà consolidata, la novità di quest’anno è stato il corso di gelateria che ha permesso ad otto donne di diplomarsi come maestre gelatiere. A seguirle, durante il percorso realizzato in collaborazione con l’istituto alberghiero di Levico e con l’azienda Fabbri1905, è stata la maestra gelatiera Rosa Pinasco. Fondamentale il contributo dei partner: da un lato Soroptimist, che ha sostenuto i costi organizzativi e acquistato la macchina per il gelato, dall ‘altro Fabbri1905, che ha messo a disposizione la propria storica formatrice e fornito i prodotti base per la realizzazione dei gelati. Per il corso di arte bianca, invece, il docente è stato Gianni Brighenti, da anni attivo in carcere in questi percorsi: “Sono contento perché ho sempre avuto riscontri positivi. Le ragazze vengono formate ed ottengono così competenze che possono spendere anche al di fuori del carcere”. Presente alla consegna dei diplomi anche Marilena Guerra, socia del Club e presidente della commissione provinciale per le pari opportunità. La speranza comune ora è quella di dare continuità a questi insegnamenti, offrendo alle detenute la possibilità di metterli in pratica. La proposta di Soroptimist che mira ad inserire l’attività di produzione di gelato, e gradualmente anche di piccola pasticceria, in un laboratorio permanente collegato alla Pizzeria Spinipizza, che dovrebbe aprire i battenti a maggio. “In questo modo si potrebbe avviare un progetto verso l’esterno nel quale possano contribuire insieme, integrandosi, donne e uomini - conclude la presidente di Soroptimist, Paola Maccani. Tutti accomunati dallo stesso obiettivo: migliorare il benessere delle persone e costruire un curriculum lavorativo che possa favorire un pieno reinserimento”. Genova. Carcere di Marassi, l’ennesimo sfregio alla Costituzione camerepenali.it, 31 marzo 2026 Il diniego dell’ingresso della tradizionale via crucis nel carcere di Marassi rappresenta l’ennesimo sfregio alla Costituzione. La nota della Giunta e dell’Osservatorio Carcere. La notizia dell’irragionevole diniego alla sosta della via crucis cittadina all’interno del carcere di Marassi per un momento di preghiera e di meditazione, dopo una continuità di oltre 24 anni, rappresenta l’ennesimo segnale di irragionevole e incostituzionale isolamento del carcere rispetto alla società esterna. Come abbiamo avuto modo di ribadire in un incontro di alcuni mesi fa al ministero della Giustizia in occasione della famigerata circolare del DAP sui “provvedimenti autorizzativi degli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo presso gli Istituti Penitenziari”, stringere le maglie burocratiche per osteggiare e impedire, in concreto, l’ingresso della società esterna al carcere rappresenta la negazione di ogni forma di recupero oltre a costituire, attraverso la segregazione e l’isolamento sociale, la precondizione per ogni forma e condotta di illegalità. Si continua a perseverare lungo il fallimentare percorso della punizione fine a sé stessa senza favorire l’unico strumento davvero in grado di restituire sicurezza alla società ovvero la cultura costituzionale della rieducazione, del reinserimento, del legame funzionale tra il mondo dei reclusi e la società dei liberi. E così, dopo spettacoli di detenuti senza pubblico esterno, progetti di libri senza lettura, cene comunitarie negate, laboratori universitari decapitati dalla presenza dei tutor, si è arrivati al divieto della via crucis per Marassi. Eppure, da sempre il periodo pasquale ha assunto un significato particolare per il mondo penitenziario, tempo di meditazione e di riconciliazione che è alla base di ogni percorso di rieducazione sociale. Come possiamo dimenticare le meditazioni scritte dai reclusi lette in occasione della via crucis in Piazza San Pietro nel 2020 su carcere e pena. Oppure non ricordare l’ultima uscita ufficiale di Papa Francesco, in piena convalescenza, il Giovedì Santo del 2025 al carcere romano di “Regina Coeli” o ancora l’apertura straordinaria della Porta Santa giubilare al carcere di Rebibbia. Impedire, come avvenuto a Genova, un rito di pietà e riflessione collettiva non risponde ad alcuna reale esigenza di sicurezza. È un atto di ostruzionismo ideologico. Una aperta negazione della finalità rieducativa della pena. Una visione di segregazione e paura, che impone la recisione di ogni ponte con la società dei liberi, disumanizzando la detenzione. Così facendo, però, le carceri stanno diventando, giorno dopo giorno, polveriere pronte a deflagrare nel nome di una errata concezione della sicurezza, alimentata di bieca vendetta sociale che non serve a nessuno. La Giunta Ucpi L’Osservatorio Carcere Ucpi Noto (Sr). “Rerum Natura - La carovana di Iaso” per il reinserimento sociale dei detenuti La Sicilia, 31 marzo 2026 Altro passo in avanti verso l’avvio del progetto “Rerum Natura - La carovana di Iaso”, voluto dal nuovo direttore della Casa di reclusione, Andrea Calareso e che punta al reinserimento sociale dei detenuti. Nel weekend si è svolto l’incontro aperto alle associazioni e alle istituzioni coinvolte a cui ha partecipato anche la responsabile Inail di Siracusa Claudia Villari, proprio per fare il punto della situazione sugli aspetti legati alla parte assicurativa per i detenuti che svolgeranno le attività all’esterno. Le associazioni e le istituzioni presenti hanno ricevuto le opportune indicazioni e rassicurazioni sugli iter da seguire, un aspetto fondamentale per permettere l’apertura di quello che poi sarà l’ultimo step: la conferenza dei servizi per la parte tecnico-operativa del progetto. Alla base ci sarà la possibilità per i detenuti di poter svolgere attività di pubblica utilità all’esterno del luogo di detenzione, permettendo un collegamento con il territorio e favorendo il reinserimento in società. Dall’altra parte le associazioni e le istituzioni potranno provare a garantire nuovi servizi: il pensiero corre, per esempio, alla manutenzione del verde, alla cura delle spiagge, ai servizi di accoglienza turistica o alla gestione di alcune strutture o di alcuni edifici pubblici. Toccherà ai Comuni presentare le proprie “necessità”, per poi dare vita ai protocolli d’intesa che avvieranno di fatto il progetto. Carceri minorili, le voci di ragazzi e ragazze che chiedono di essere visti di Livia Zancaner Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2026 “Fossi nato con più possibilità, forse sarebbe stato tutto diverso”. “Qui il mio tempo è proprio perso”. “Il mio desiderio più grande è essere vista. Se non ci prendiamo cura dei minori, che hanno tutta la vita davanti, ci ritroveremo con una società che cade a pezzi, piena di risentimento e astio”. Queste sono alcune delle voci che arrivano dagli istituti penali minorili italiani (ipm), raccontati nel podcast “Figli nostri. Vite e voci dalle carceri minorili italiane” di Radio24 e che fotografano una generazione di adolescenti e giovani adulti, tra i 14 e i 24 anni, con un disagio profondo. Un disagio che trova riscontro nei numeri: nel 2024 oltre 38mila minori tra i 14 e i 17 anni sono stati segnalati o arrestati, dato più alto almeno dal 2010. I reati più frequenti sono rapina, furti, lesioni dolose e stupefacenti. E sono cresciuti anche i detenuti: al 31 dicembre 2025 erano 570 i ragazzi detenuti negli istituti penali minorili, contro i poco più di 400 dell’estate 2023 e un picco di oltre 600 a inizio 2025. Un aumento che coincide con l’entrata in vigore del decreto Caivano (novembre 2023), che ha inasprito le pene e ampliato il ricorso alla custodia cautelare e con l’arrivo in Italia, a partire dal 2021, di un’ondata di minori stranieri non accompagnati. Un sistema che cambia: più ingressi, permanenze più lunghe - Negli istituti - da Nisida al Beccaria al Pratello - gli operatori descrivono un cambiamento: reati più violenti, spesso per motivi inesistenti e permanenze più lunghe. “Entrano nel circuito penale e, alla prima trasgressione in comunità, finiscono in carcere”, spiegano. Così il carcere, da extrema ratio, diventa uno snodo più frequente. “All’inizio sembrava quasi un vanto, come se facesse curriculum: se entri in carcere vuol dire che sei davvero qualcuno”, racconta un ragazzo. “Poi, quando sei dentro, cambi idea: è un ambiente violento, devi saperti difendere”. Sovraffollamento e carenza di risorse - Le criticità riguardano soprattutto la carenza di agenti ed educatori, la difficoltà di garantire continuità ai percorsi rieducativi, l’aumento dell’uso di psicofarmaci e dei disturbi psichici. A questo si aggiunge il sovraffollamento - una novità per il sistema minorile - che rende più complesso ogni intervento. In alcuni istituti, come a Bologna, nel 2024, i ragazzi dormivano sui materassi a terra. Al Beccaria si è arrivati a quasi 90 presenze a fronte di circa 50 posti. Anche al Malaspina, a Palermo, i numeri sono più alti. “È un periodo molto faticoso, i ragazzi portano con sè tanta rabbia”, raccontano gli operatori. E il rischio è che, senza risorse adeguate, il carcere perda la sua funzione educativa. Il peso dei minori stranieri e i trasferimenti - Oggi i detenuti sono per lo più maschi. Le ragazze sono circa 30, concentrate tra Pontremoli - unico istituto penale minorile femminile - e Casal del Marmo, a Roma. La metà è composta da minori stranieri non accompagnati. Le carceri più popolose sono Nisida, a Napoli e il Beccaria, a Milano, al momento con circa 70 detenuti ciascuno. Oltre il 60% dei detenuti ha meno di 18 anni: i maggiorenni diminuiscono perché il decreto Caivano consente il loro trasferimento nelle carceri per adulti, anche per violazioni interne. “Al primo sgarro ti mandano via”, raccontano a Casal del Marmo. Un passaggio che interrompe percorsi già fragili e riduce ulteriormente le possibilità di recupero, spingendo i ragazzi verso circuiti più duri. Il nodo delle comunità - Altra criticità è l’assenza di una forte rete di accoglienza che, ad esempio, per i minori stranieri, soli, senza famiglia, è l’unica via. Al momento le comunità sono in affanno e gli educatori sempre meno. In italia le comunità ministeriali sono 3 e accolgono 18 ragazzi. Oltre mille sono invece quelli accolti nelle strutture private. La mancanza di una rete stabile rende più fragile ogni percorso di reinserimento. “Una volta usciti dal carcere chi accoglierà questi ragazzi”, si chiede don Gino Rigoldi, per 50 anni cappellano del Beccaria. “Il vero probelma è il fuori, mancano le strutture comunitarie, che possono accogliere i ragazzi anche in alternativa al carcere. Gli istituti penali, in questo momento di particolare fragilità giovanile, rischiano di acuire il loro disagio”. Gli ipm nel 2025 sono saliti a 19 con l’apertura di Lecce e l’Aquila, a 20 con Rovigo nel 2026. Dentro le celle: il tempo e il vuoto - Dentro le celle il tempo è il tema centrale. “Aspettiamo che finisca la giornata”, raccontano a Palermo. Le attività - scuola, laboratori, teatro - esistono, ma non sempre bastano. “Il carcere mi ha fatto riflettere: ora vado per obiettivi, lavoro e famiglia”, dice un ragazzo. Altri restituiscono un senso opposto: “Non ho mai avuto un rapporto con gli educatori, non mi sono mai sentito visto”. E ancora: “Gli adulti dovrebbero chiedersi come stiamo e perché siamo qui”. L’esperienza oscilla tra possibilità di cambiamento e senso di vuoto in un luogo, il carcere minorile, in cui si respira aria di sofferenza e di dolore. Tra corridoi lunghi e stretti, porte blindate e il rumore, costante, delle chiavi che girano nelle serrature. Una questione che riguarda il “prima” - Se negli istituti penali minorili oggi sono circa 600 i detenuti, al 31 dicembre erano 17 mila i ragazzi tra i 14 e i 24 anni in carico ai servizi sociali della giustizia minorile, tra comunità, percorsi di messa alla prova in comunità e famiglia, interventi educativi e altro. Al 31 luglio - pre Caivano - erano 13mila. Numeri in crescita. Per bloccare questa crescita bisogna prevenire, quindi intervenire sul territorio, investire su scuola, sport, centri di aggregazione, sostenere le famiglie, i giovani, le comunità. Perché le storie dei ragazzi raccolte in carcere e nelle comunità mostrano, spesso, una sequenza di mancate opportunità: scuola interrotta, famiglie fragili, marginalità economica, assenza di prospettive. Povertà ed esclusione sociale - “Ho dormito in strada, non avevo casa né lavoro. Ho rubato per mangiare”, racconta un ragazzo arrivato dal Marocco, da solo, a 13 anni. In Italia il 26,7% dei minori è a rischio povertà o esclusione sociale; la quota supera il 40% nel Sud e tra i minori stranieri. Il nodo non è solo come punire, ma come prevenire e costruire alternative. “Il carcere può offrire nuove opportunità, mentre fuori è più facile cogliere quelle negative”, raccontano due giovani, detenuti nel carcere di Nisida. La scommessa, dunque, è accompagnarli a trovare il loro posto nella società. Ma per combattere la violenza bisogna dare a questi giovani un nuovo modo di vedere la vita. Perché se sono cresciuti nella violenza, la violenza è la loro unica chiave di lettura. E a 14, 16 anni la loro storia si può ancora riscrivere. Se la libertà di parola “apre” all’intolleranza di Stefano Montefiori Corriere della Sera, 31 marzo 2026 Sulla continua protesta sulla “libertà di espressione negata” ha costruito la sua fortuna, in Francia, un canale televisivo che ha rivolto parole pensanti contro il neoeletto sindaco (di origini maliane) di Saint Denis. “La cultura del piagnisteo” è il notevole saggio, pubblicato in Italia da Adelphi con il sottotitolo “La saga del politicamente corretto”, con il quale Robert Hughes nel lontano 1995 prendeva in giro gli eccessi dell’ossessione progressista, dal generico sospetto verso la categoria del “maschio eterosessuale bianco” a certe ridicole premure linguistiche. Quel libro rappresentò per molti una specie di primo liberatorio urlo contro la polizia del pensiero e della parola. Da allora il mondo è cambiato, alla Casa Bianca c’è un presidente che (tra mille altri problemi) fa il verso ai disabili, chiama i messicani “stupratori” e si vanta di potere fare alle donne qualsiasi cosa, eppure anche in Europa continua a imperversare un piagnisteo opposto: “non si può più dire nulla”. Su questa lagna della “libertà di espressione negata” ha costruito la sua fortuna, in Francia, il canale all news CNews, che per commentare l’elezione di Bally Bagayoko (francese di origini maliane) a sindaco di Saint Denis ha diffuso queste riflessioni: “Gli uomini sono grandi scimmie, il capo adesso vorrà instaurare la sua autorità”; e poi “ma non siamo mica in una tribù primitiva, dove il maschio dominante decide chi avrà da mangiare e chi avrà le femmine”. Chissà che cosa ne avrebbe pensato Hughes, scomparso nel 2012. In compenso Arthur de Gobineau, teorico ottocentesco del razzismo, sarebbe entusiasta. Due decenni di smartphone hanno trasformato i ragazzi. In peggio di Alessandro D’Avenia Corriere della Sera, 31 marzo 2026 Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori. “Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese”. Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici. Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta. Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa. Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino. Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare). Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni 90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male. Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social? Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo “per te” sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli”, che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo “Esci da quella stanza”), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi. Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: “I patti digitali”. Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: “Si sentirebbe fuori dal mondo”. Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta “mente da cavalletta”, incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata. Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro “Educazione e protezione digitale”, dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: “Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose”. Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: “Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!”. La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza. “Passo sui social otto ore al giorno”, “nella mia scuola tre hikikomori”, “il prof mi umilia” di Walter Veltroni Corriere della Sera, 31 marzo 2026 Il disagio dei ragazzi di Padova dopo il suicidio di due compagne. I rappresentanti di sei licei hanno scritto un appello pubblico e promosso un incontro per rompere il silenzio sul disagio giovanile. Al centro: solitudine, ansia e bisogno di ascolto. Davide, Simone, Riccardo, Anna, Lorenzo, Matteo, Tommaso, Giovanni, Benedetta, Massimo, Anisia, Alessandro, Francesca, Sofia. Sono ragazzi che frequentano a Padova gli ultimi due anni di sei licei, tra i più qualificati della città: il Fermi, il Marchesi, il Tito Livio, il Nievo, il Galileo, il Newton-Pertini. Li ho incontrati un pomeriggio nel liceo Nievo, con la presenza discreta e partecipe del dirigente, ai miei tempi preside, Carlo Marzolo. L’appello - Un mese fa, dopo il suicidio di due studentesse della loro età, o persino più piccole, loro, rappresentanti d’istituto, hanno deciso di rompere il muro del silenzio e hanno scritto un appello pubblico che diceva così, a proposito di quello che era accaduto: “Vicende che ci spingono a riflettere sulla solitudine, sulla fragilità emotiva, sul senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza sapere come affrontarli”. Un atto di coraggio civile, un modo di farsi carico di un disagio comune e anche un esplicito invito all’impegno per tutte le istituzioni: scolastiche, comunali, regionali e nazionali. Sono ragazzi concreti, impegnati, ma normali, non dei fenomeni isolati dagli altri. Parlano con lucidità di un dolore che forse li sfiora personalmente, ma certamente li riguarda direttamente, perché lo incontrano ogni mattina tra i compagni di scuola, ogni giorno in famiglia o con gli amici. Ne hanno parlato tra loro e stanno elaborando delle proposte concrete, a partire dall’istituzione di un tavolo che coinvolga tutte le realtà chiamate in causa da quella che io, non loro, mi ostino a definire un’emergenza nazionale. Non vogliono essere solo quelli che, guardandosi dentro e attorno, hanno deciso di denunciare un problema. Cercano, disperatamente cercano, di trovare soluzioni, di studiare meccanismi di aiuto reciproco, di presa in carico, di assunzione di responsabilità sociale. La loro denuncia corrisponde ai dati generali di questa emergenza invisibile agli occhi dei decisori pubblici. Su queste colonne abbiamo parlato spesso del dramma dell’hikikomori, che riguarda, a vari stadi, centinaia di migliaia di ragazzi italiani che si ritraggono dalla scuola, dalla famiglia, dagli amici e chiudono, talvolta per anni, una porta dietro di sé. Lo studio - Ma sempre a Padova il Dipartimento di psicologia dello sviluppo dell’università ha reso noti i dati di un’indagine che ha coinvolto adolescenti, genitori, operatori sociali. I sentimenti di solitudine e incomprensione sono percepiti dal 63% del campione, il 60 parla di difficoltà di concentrazione, il 78 di bassa autostima, il 57 di uso patologico di social e videogiochi. Ma, soprattutto, il 91% dichiara di non sapere gestire emozioni intense. Alla domanda di dove questo disagio si manifesti con più forza, l’82% indica la scuola, il 71 la famiglia, il 60 la socializzazione e, bisognerebbe capirne finalmente il valore, solo il 25 l’ambito sportivo. Il 55% dichiara di avere bisogno di aiuto psicologico. La professoressa Mammarella, che ha curato l’indagine, ha dichiarato a Il Mattino di Padova: “I dati dimostrano una discrepanza tra quanto percepito dai genitori e quanto riportato dai ragazzi, che segnalano livelli di disagio più elevati, soprattutto per dimensioni come ansia sociale e sintomi depressivi”. Bisognerebbe, da parte di ministri, assessori, genitori, insegnanti, avere la pazienza di ascoltarli, questi ragazzi coraggiosi, generosi, consapevoli, senza sentirsi accusati, ma per capire come sono percepiti e vissuti i loro ruoli, in una società solitaria in cui, oltre allo studio e alle cinque o sei ore, mi dicono i ragazzi, che ciascuno di loro trascorre sul cellulare, resta ben poco. In particolare, gli insegnanti avrebbero bisogno di essere valorizzati, aiutati a decifrare le nuove forme di comunicazione e relazione tra i loro ragazzi, spinti ad aprirsi nell’ascolto, a disporsi a cerchio per sentire la voce di chi li ama e li odia ma, sempre, li considera decisivi per il proprio destino. Le parole - Fuori c’è la guerra, i ragazzi che sono qui ne sentono la durezza e si lamentano dell’indifferenza di tanti, compresi i loro compagni. Fuori c’è stato il Covid, che li ha presi bambini e li ha costretti a conoscere quell’ossimoro che era “il distanziamento sociale”. Fuori c’è la seduzione digitale, con la sirena intrusiva dell’intelligenza artificiale. Fuori da quest’aula dove, appunto, siamo seduti in cerchio e io non faccio altro che riportare, perché è questo che conta, la loro voce. Eccola: “Nella mia classe siamo partiti in 29, ora siamo 15, l’abbandono scolastico è molto elevato”. “Viviamo in una rete di asocialità. Isolati dai social. C’è anche chi ci passa otto ore al giorno”. “Nelle nostre scuole ci sono stati tre casi di hikikomori”. “Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso”. “Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo”. “La vita per noi va troppo veloce e il futuro ci spaventa”. “A scuola si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone”. “C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava”. “La nostra salute mentale è ignorata, interessano solo le nostre prestazioni”. “Alcuni professori, per fortuna solo alcuni, umiliano chi è meno capace. Non si risparmiano battutine e c’è sempre una condizione di stress. Molti hanno attacchi di panico”. “Vorremmo una scuola che simulasse la democrazia, che consentisse il dibattito. Non una scuola che simula un sistema autoritario. È ovvio che qualcuno insegna e qualcuno deve imparare, ma siamo persone, tutte diverse, e vorremmo parlare ed essere ascoltati”. “La nostra sensazione è sempre quella di arrancare, di non essere adeguati alle aspettative di tutti, insegnanti, genitori…”. “La psicologa c’è un giorno a settimana, in orario scolastico. Per andare da lei devi chiederlo all’insegnante: si può immaginare con quale garanzia della privacy. Non è facile mostrare la propria fragilità ai compagni di classe”. “Nella mia scuola la psicologa non c’era. Si è offerta di farlo una professoressa alla quale dei miei compagni hanno confessato i problemi che avevano con genitori e suoi colleghi. Solo che lei è andata a riferire tutto”. “Quello che la scuola e la società ti dicono è che se ti fermi resti indietro”. “Quelli che frequentano lo psicologo sono l’un per cento, quelli che ne avrebbero bisogno almeno l’ottanta”. “Ho chiesto a ChatGpt consiglio su miei problemi personali, sembrava sapere tutto di me”. “L’intelligenza artificiale tende sempre a darti ragione, non ti giudica, ti rassicura. O almeno sembra così”. “Vicino a me sono diffusi, molto più di quanto si veda, fenomeni di bulimia, anoressia, autolesionismo”. “Una mia compagna ha deciso di non mangiare più. Non è venuta a scuola per sei mesi. È stata tra la vita e la morte. Non ne parlava. L’unico problema degli insegnanti sembrava trovare il modo di riuscire a promuoverla, non comprendere il suo dolore”. “I ragazzi che stanno male sono rifiutati dal mondo perché non sono abbastanza e non sanno che possono chiedere aiuto. E questo amplifica la solitudine”. “I social servono alla difficoltà di gestire le emozioni, ti illudono di essere meno solo, servono a mettere in standby la mente”. “Noi viviamo con la paura del giudizio esterno. Abbiamo la sensazione di essere sbagliati. Ci si chiede di essere sempre perfetti”. “Mi sento di vivere in una simulazione. Come se molte cose fossero finite troppo presto”. “Abbiamo fatto delle assemblee sulle relazioni affettive, per contrastare l’idea del possesso”. “Facciamo corsi di astronomia, teatro, fisica, chimica e botta e risposta per allenarci a rispettare le posizioni dell’altro”. “Abbiamo un progetto con il quale i ragazzi delle ultime classi fanno i tutor per quelli delle prime. Ci aiutiamo a crescere insieme”. “Ci vengono venduti modelli di vita, ma sono omologanti. Ci viene negata la varietà del mondo. Dovremmo avere uguali diritti tutti, per poter essere diversi gli uni dagli altri”. Qualche giorno dopo il nostro incontro, un ragazzo di vent’anni, studente fuori sede, è morto per essersi gettato nel vuoto dal polo didattico dell’università di Padova. Come si può non capire che è un’emergenza che ci chiama tutti in causa e che meriterebbe, finalmente, ascolto e azione? Minorenni tra lame, pistole e risse per uno sguardo di troppo di Virginia Della Sala Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2026 Le testimonianze: “Meglio passare per pazzo che per debole”. Da Bergamo a Perugia, emergono nuovi casi di aggressioni da parte dei giovanissimi. Alcuni di loro si raccontano nelll’ultimo rapporto di Save The Children: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito”. È il 16 gennaio del 2026: a La Spezia, nei corridoi dell’Istituto professionale “Einaudi Chiodo”, uno studente impugna un coltello e uccide un suo coetaneo, il diciottenne Youssef Abanoub. Pochi giorni dopo, a Bologna, un quindicenne viene trovato con un machete nello zaino. A Milano, nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 2025, in Corso Como, un ragazzo di 22 anni, studente della Bocconi, viene circondato da cinque ragazzi poco più giovani di lui. Tutto comincia per cinquanta euro. Lo derubano, lui prova a riprendersi i soldi. Partono pugni e calci, poi spunta il coltello. Due fendenti: uno al gluteo, uno alla schiena. Il secondo lacera un’arteria e intacca il midollo. Il ragazzo sopravvive ma resta con una disabilità permanente a una gamba. Gli arrestati sono cinque: tre minorenni e due diciottenni. Dopo l’arresto, gli investigatori intercettano le loro conversazioni: ridono, mimano le coltellate e si chiedono chi abbia “picchiato più forte”. Un ragazzo accusato di una violenza simile racconta: “Non è che pensi a lui. Pensi a quello che devi fare. Se si mette in mezzo, peggio per lui. In quel momento sei come in un video, vuoi solo finire il livello”. Nel rapporto di Save The Children dal titolo “(Dis) Armati” pubblicato qualche settimana fa, sono riportate decine di storie di violenza tra giovanissimi. Storie che ricordano la cronaca degli ultimi giorni: dall’aggressione di un 13enne a una professoressa nel Bergamasco all’arresto del 17enne di Pescara che progettava una strage neonazista in provincia di Perugia. Il rapporto della ong è un viaggio sul territorio e tra le voci degli stessi ragazzi e degli adulti che li accompagnano, per inquadrare il fenomeno di quella che il capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Antonio Sangermano definisce una “traiettoria violenta di una generazione” figlia “della società, altrettanto violenta, in cui vive questa generazione”, per comprenderne le caratteristiche, le origini, i percorsi, passare dalla percezione alla realtà. “L’obiettivo - spiega l’organizzazione - è quello di osservare e raccogliere evidenze sull’agito violento dei giovani, talvolta giovanissimi, con un’attenzione specifica alla diffusione ed uso delle armi, dai coltelli alle armi da fuoco, e al coinvolgimento di minori nelle reti della criminalità organizzata”. Con un occhio ai dati: gli adolescenti girano sempre più armati perché così si sentono “più sicuri” e a volte anche “più nervosi” o perché considerano le armi un simbolo di potere Sempre a Milano c’è Stefano. Racconta un’infanzia con un padre violento: “Sbatteva le porte, faceva i buchi, mi costringeva a mangiare per terra”. La prima arma l’ha avuta a 16 anni: “Andavo in giro con questo coltellino perché mi sentivo al sicuro”. Poi dice di averlo portato “per fare i fighi in giro e spaventare le persone”. Racconta anche: “Tutti vedono il sorriso, nessuno vede le notti insonni, nessuno sa quanto ho dovuto strisciare per rialzarmi”. Altri ragazzi raccontano le risse cercate apposta. “Hai qualcosa dentro che ti fa venire voglia di sfogarti con qualcuno”. “A noi piaceva andare a picchiarci. Si cercava il pretesto”. Partivano verso altri quartieri “disarmati e coi mezzi” per incontrare gruppi rivali. “La prima volta succede per caso, ma poi quell’adrenalina la vai a ricercare nei giorni seguenti. Cerchi qualunque cosa che ti spinge al limite”. Una volta sono scappati tra i palazzi inseguiti da ragazzi più grandi con coltelli e mazze. “Ognuno ha pensato a salvare il suo culo”. Un loro amico è rimasto indietro ed è stato preso, picchiato e accoltellato. “Ti senti una merda, arrivano i sensi di colpa, ti chiedi perché ti sei messo in questa situazione”. Uno di loro spiega perché poi si gira armati: “Il problema non sono i pugni, quelli finiscono lì. Il problema sono le coltellate: io mi sono ritrovato a tenere il manganello o il tirapugni sempre con me perché sapevo che c’era gente che mi stava cercando”. E ancora: “Se so che gente mi vuole venire a prendere, non posso girare a mani nude”. A Roma, nel gennaio 2025, un minorenne viene sequestrato, caricato su un’auto e portato in un garage sotto una palazzina di edilizia popolare. Viene spogliato, legato a una sedia con scotch su mani e bocca. Lo colpiscono con pugni, schiaffi, con il calcio di una pistola e con una mazza da baseball. Poi gli mettono un coltello alla gola e gli versano acqua bollente addosso. Il motivo è un debito di droga. Poche settimane dopo un episodio simile colpisce un neomaggiorenne. I protagonisti sono undici ragazzi, circa la metà minorenni. Angelo, non ancora diciottenne, racconta di aver usato il coltello per furti e aggressioni: “Avevo sia la pistola che il coltello, ma usavo quasi sempre il coltello. Era più facile”. Poi aggiunge: “All’inizio ci pensavo, poi no”. Un gruppo di ragazzi di un quartiere ricco della capitale racconta di cocaina, coltelli e tirapugni tenuti a casa in una scatola. “Ci piace e non vogliamo rinunciare: siamo giovani e fortunatamente non abbiamo il down il giorno dopo”. “I miei genitori lo sanno”, dice uno. Un altro aggiunge: “Mia madre dice che l’importante è che non mi faccio beccare”. Quando ci sono gli scontri, raccontano, “il tempo a disposizione è pochissimo, si consuma tutto in un minuto o due”. “Io gli do solo una pizzicata col coltello”, dice uno. Un altro ricorda: “Una volta uno è rimasto per terra, mi sa che gli ho fatto male, ma non so com’è finita, me ne sono andato”. A Napoli, Enzo, 16 anni, spiega: “A Napoli centro queste cose si vedono spesso: si esce con la pistola in mano, lo vedi pure al telegiornale”. Pino dice: “Quando scendi di casa, già scendi con la tensione: se ti puntano una volta, due volte, poi alla terza non eviti più”. Davide aggiunge: “I ragazzini vedono i grandi che fanno le cose e pensano che è una bella cosa, così lo fanno anche loro”. Enzo dice anche: “Se porti il coltello, prima o poi lo usi”. E sulla pistola: “Il primo errore è averla”. Poi aggiunge: “Sul momento non capisci niente. Poi dopo, col tempo, realizzi”. Luigi racconta la prima volta con una pistola: “Mi ha fatto sentire immortale… troppo potente. Mi dava il potere in mano. Io potevo andare contro tutti quanti, non mi interessava contro chi andare”. Quando gli chiedono se avesse paura di essere ferito risponde: “No, non era nella mia testa”. E ricorda il momento in cui ha sparato: “Io pensavo come se fosse un film… poi ho scoperto che è una cosa stupida”. Armi, risse e omicidi “per provare” - Nel settembre 2024, a Molfetta, in provincia di Bari, Antonella Lopez ha 19 anni ed è andata a ballare con gli amici al Bahia, una discoteca molto frequentata dai giovani. La pista è piena, la musica alta. Si incrociano gli sguardi di due giovani legati a due clan storici della città, gli Strisciuglio e i Palermiti. Parte un colpo di pistola. Antonella viene colpita e muore. Non c’entra nulla con quello scontro. Le indagini raccontano che i giovani legati ai clan frequentano i locali e le discoteche spesso armati. Un collaboratore di giustizia racconta: “Io stesso tenevo la pistola nella borsetta della mia ragazza quando uscivo per locali”. In città emergono altri episodi: un diciassettenne fermato durante la festa di San Nicola con una pistola in un borsello; un minorenne trovato con una mitragliatrice cecoslovacca; un altro con una pistola calibro 38 con matricola abrasa; una sedicenne con diversi coltelli a serramanico. Sempre a Bari, il 31 maggio 2024 tre ragazzi - due minorenni e un ventunenne - comprano una pistola modificata. Dopo averla provata su alcuni oggetti decidono di usarla contro una persona. Sparano al petto a un uomo senza fissa dimora di 38 anni e lo uccidono. Nel luglio 2025 un gruppo di giovanissimi attraversa viale Unità d’Italia su due moto e spara diversi colpi di pistola. Una ragazza di 20 anni resta ferita. Nell’ottobre 2025 cinque ragazzi armati di pistola a pallini e taser prendono di mira per gioco un venditore ambulante. “Meglio passare per pazzo che per debole” - A Terni, ai gradoni del centro, un giovane racconta una scena vista con gli amici: “Un gruppo di ragazzi ha iniziato a litigare. A un certo punto uno è stato sbattuto contro una grata, poi lo hanno preso a bottigliate sulla schiena e vicino al collo”. Un’altra ragazza racconta: “Ho visto una rissa finita con un ragazzo accoltellato allo stomaco e portato d’urgenza in ospedale. Quando è arrivata la polizia, alcuni giovani hanno aggredito anche gli agenti”. Un’altra testimonianza spiega come nascono gli scontri: “Basta niente: una parola, uno sguardo, una storia sui social”. Ettore dice: “Quando sei in pericolo, il coltello lo usi. Anche se prima dici che non lo userai”. E aggiunge: “Se uno mi dà un cazzotto, io glielo devo ridare”. Un ragazzo detenuto racconta la prima reazione dopo l’arresto: “Prima non davo peso alle azioni che facevo. Adesso invece sono quello che cerca la pace”. Poi aggiunge: “Non è facile trovare la strada giusta per rimettermi in carreggiata”. Un altro sintetizza la pressione del gruppo: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito”. Un altro ancora dice: “Meglio passare per pazzo che per debole”. Scegliere come morire nel concreto esercizio del diritto costituzionale all’autodeterminazione di Chiara Lalli Il Dubbio, 31 marzo 2026 A metà marzo la giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, ha accettato la richiesta di archiviazione dei pubblici ministeri Tiziana Siciliano e Luca Gaglio nei confronti di Marco Cappato. Cappato era indagato per avere accompagnato in Svizzera Elena e Romano ad agosto 2022 e a novembre 2022. Elena e Romano avevano deciso di morire, o meglio avevano deciso di non voler più vivere nelle condizioni in cui la malattia li aveva costretti. La questione principale riguarda il cosiddetto trattamento di sostegno vitale e la sua interpretazione. È una condizione necessaria per il suicidio assistito e, soprattutto, cosa significa? Quando la Corte con la sentenza 242 del 2019 ha dichiarato illegittimo l’articolo 580 in determinate circostanze, tra quelle c’era l’avere un trattamento di sostegno vitale. Che cosa significa invece non è mai stato chiarissimo. Come scrivono i pubblici ministeri, una interpretazione costituzionalmente orientata del 580 impone di ritenere non punibile anche l’aiuto a chi non è tenuto in vita da un sostegno vitale e ha rifiutato trattamenti che avrebbero solo ritardato la sua morte o che sarebbero addirittura futili. E quindi chi aiuta una persona affetta da una malattia irreversibile e che causa estrema sofferenza, che ha deciso autonomamente di morire e che rifiuta trattamenti futili (aggiungerei che dovrebbe valere anche per quelli non futili perché possiamo rifiutare qualsiasi trattamento), esercita un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione e dalla legge 2019 del 2007 sulle disposizioni anticipate di trattamento. Questo aiuto non viola il bene giuridico protetto dall’articolo 580 ma anzi consente “il concreto esercizio del diritto all’autodeterminazione”. Cipolla poi ricorda qualcosa che molti tendono a dimenticare rispetto al dominio di non punibilità di chi aiuta qualcuno a morire: “La Corte costituzionale precisa che trattasi di persone che potrebbero lasciarsi morire chiedendo l’interruzione dei trattamenti necessari alla loro sopravvivenza o anche rifiutandoli ab initio”. E poi, se la protezione del bene vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione della persona di morire interrompendo i trattamenti, perché quel bene dovrebbe impedire la possibilità di ricevere un aiuto di morire, cioè di non prolungare una vita che non è più tollerabile (solo per la stessa persona che chiede l’aiuto)? Permettermi di interrompere un trattamento ma non di morire sarebbe insomma un po’ ipocrita e più a protezione di chissà quale idea moralistica di un bene di cui non possiamo disporre. Idea legittima solo se vale per chi ce l’ha quella idea, ma non per chi non la condivide e al bene vita preferisce il bene libertà. Cipolla sottolinea un’altra cosa importante: il senso della presenza del servizio sanitario sta nel salvaguardare le persone più fragili e questo avviene verificando le condizioni e le modalità (come previsto sempre dalla 242). C’è un altro passaggio interessante: sebbene nel nostro ordinamento non ci sia un diritto alla morte, il consenso è una condizione necessaria per qualsiasi trattamento (qui bisognerebbe fermarsi perché escludere un diritto alla morte implicherebbe escludere la libertà e soprattutto che a ogni diritto davvero tale ci sia un negativo per evitare di trasformarlo in un dovere). E il diritto a una vita dignitosa che altro può significare se non che, in determinate condizioni, preferisco la morte alla vita? E perché non chiamarlo diritto allora? Se posso rimanere in un dominio meno tecnico e meno normativo, se posso scegliere la morte, come dovremmo chiamarla quella scelta? Se il mio consenso e la mia libertà hanno un qualche significato, oltre al diritto di vivere dovrei avere anche quello di morire. Infine, un commento su due mie ossessioni: smettiamo ovunque e per sempre di parlare di accanimento terapeutico e di dignità. Nel primo caso perché non significa niente e dovremmo separarlo in libertà e futilità: posso rifiutare anche i trattamenti non futili e quelli futili sarebbe il caso di evitarli anche per non sprecare risorse (ma il punto più importante è il primo). Nel secondo, difendiamoci dalla evanescenza della dignità e ricordiamoci che possiamo dire quello che vogliamo dire parlando di libertà. Se sono libera davvero di scegliere quello che preferisco, la dignità non serve a niente perché mi basta la libertà. Al mondo i conflitti non fanno più paura di Gabriele Segre La Stampa, 31 marzo 2026 Chi può fare la guerra, prima o poi la fa. È la prima e più antica legge della politica: da Machiavelli in avanti, se riempi gli arsenali, presto o tardi troverai anche una buona ragione per svuotarli. Del resto, non ha senso lasciare la potenza in magazzino. Accanto a questo principio, però, ne esiste un altro, meno intuitivo, meno citato nei manuali, ma proprio per questo più rivelatore della folle spirale bellica nella quale stiamo precipitando: chi è convinto di avere il futuro dalla propria parte, la guerra preferisce rinviarla a data da destinarsi. Certo, non è filosofia da Nobel per la pace. È puro calcolo, più psicologico che militare, ma non per questo meno strategico. Immaginate uno Stato che guarda l’orizzonte e non vede che una lunga stagione di magra: stagnazione economica, culle vuote, avversari che si rafforzano mentre il Paese si svuota e chi rimane si ubriaca di malumore. Di fronte a un inverno senza primavera, la guerra smette di sembrare una follia e comincia ad assomigliare a un investimento: strappare oggi, con la forza, ciò che il tempo di certo non regalerà più domani. Se, al contrario, nell’aria si sente profumo di orizzonti fecondi, la guerra torna ad apparire per quello che è: una disastrosa assurdità. Molto meglio lasciare che sia il “Generale Tempo” a fare il suo mestiere - vincendo sulla concorrenza a colpi di Pil e prosperità, anziché con missili e cannoni. La Guerra Fredda, in questo senso, è stato un caso di scuola. Due superpotenze armate fino ai denti, capaci di annientarsi a vicenda più volte al giorno, eppure impossibilitate - o meglio, non interessate - a farlo. Entrambe erano certe che il futuro fosse dalla loro parte e che, prima o poi, avrebbero vinto senza dover sparare un colpo. Washington vedeva la storia marciare verso la democrazia liberale. Mosca verso il trionfo del comunismo. Una delle due si sbagliava di grosso, ma all’epoca poco importava: se sei convinto di passare all’incasso domani, perché giocarti tutto oggi? La vera deterrenza era psicologica ancor prima che nucleare. Poi quel futuro è finito, e con esso la fiducia nel tempo come alleato. La Russia è stata la prima a scoprirlo - e nel modo più brutale. Con il crollo dell’Unione Sovietica si è dissolto anche il racconto del proprio destino. Mosca ha provato a reinventarsi tra privatizzazioni selvagge, oligarchi e passerelle internazionali, oscillando tra capitalismo improvvisato e nostalgia imperiale. Non ha funzionato. Quando la decadenza è apparsa inesorabile, il calcolo si è capovolto. A quel punto, l’invasione dell’Ucraina ha assunto i contorni di una puntata disperata: meglio alzare la posta al limite, anche a costo di finire rovinati, piuttosto che accettare di dissanguarsi lentamente. La storia recente di Israele segue una traiettoria diversa, ma con lo stesso nervo scoperto. Per decenni, la sua deterrenza sembrava quasi metafisica nella sua solidità. Quando il 7 ottobre quella certezza si è polverizzata in poche ore, non è crollato solo il presente, ma la stessa percezione del futuro. Gaza, il Libano, l’Iran sono stati la risposta - tanto strategica quanto viscerale - di una società che ha sentito scapparle di mano il controllo del proprio domani. E poi c’è l’Europa, elegante custode di un lungo periodo in cui la guerra era stata archiviata come un’abitudine barbarica, protetta da una sicurezza esternalizzata e da una crescita data per acquisita. Oggi, tra aggressività russa e isterie americane, quell’equilibrio privilegiato si è incrinato. Riarmo tedesco, nucleare francese, difesa comune: è il lessico di un lento risveglio muscolare che, per ora, somiglia più a un riflesso nervoso che a una vera strategia. E poi ci sono loro - Stati Uniti e Cina - i grandi arbitri del tempo e della forza, attesi a breve a un incontro che potrebbe rivelarsi il più importante dei prossimi decenni, nel momento forse più delicato degli ultimi ottant’anni. Gli Stati Uniti restano, oggettivamente, la potenza più completa del sistema internazionale, ma la percezione che vivono i suoi cittadini racconta un’altra storia: milioni di posti di lavoro evaporati, salari fermi, disuguaglianze che si allargano come una piaga che non si può rimarginare. Il passaggio da Nazione egemone a “prima tra pari” è vissuto come un trauma - e la raffica di “guerre lampo” dell’amministrazione Trump ne è, insieme, il riflesso e l’espressione più evidente. Dal canto suo, la Cina affronta il medesimo meccanismo - e questa, per quanto sembri controintuitiva, è forse la notizia più inquietante. Siamo abituati a descriverla come la potenza che ragiona in decenni mentre gli altri litigano in cicli elettorali, ma anche lei comincia a fare i conti con i propri limiti. La crescita rallenta, la disoccupazione giovanile sale, il debito pesa, e il Paese è destinato a diventare vecchio prima di diventare ricco. Il presente resta solido, ma l’orizzonte non è più quella linea retta che sembrava scritta. In certi ambienti di Pechino circola l’idea che la Cina sia già oggi al picco della sua forza relativa. Così, se il futuro promette meno del presente, forse il momento di agire è già arrivato. Esattamente il ragionamento che si fece a Berlino nell’estate del 1914 prima di mandare l’intera Europa al fronte. Il risultato di tutto ciò è un caleidoscopio di prospettive che converge in un inquietante punto cieco, mentre Trump e Xi si preparano al summit di Pechino. I due presidenti si troveranno a discutere di dazi, microchip, sicurezza marittima e Taiwan. Rischiano di essere parole inutili, se non riusciranno a rassicurarsi a vicenda, sussurrandosi ciò che conta di più: il futuro esiste ancora ed è dalla parte di entrambi. Libia. Rapporto dell’Onu: il traffico di esseri umani va avanti impunito di Daniela Fassini e Nello Scavo Avvenire, 31 marzo 2026 La denuncia dell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla Libia: un intero Paese è in mano ai gruppi armati, il ritorno di Almasri dall’Italia dice che la giustizia è irrilevante. A denunciare l’ennesima tragedia del mare è ancora una volta la Ong Mediterranea Saving Humans che conferma gli allarmi e i timori allertati solo due giorni fa da Alarm Phone: un naufragio al largo della Tunisia con 19 corpi recuperati e almeno 21 dispersi. “Si trattava di una imbarcazione partita dal porto tunisino di Sfax la mattina del 28 marzo con 56 persone a bordo e che si è imbattuta nel mare in tempesta non appena allontanatasi dalla costa” spiega la Ong. “Sul posto è intervenuta la Guardia nazionale tunisina che ha soccorso e riportato a terra solo 16 sopravvissuti - aggiunge la Ong - Mentre la barca Safira continua la sua missione di monitoraggio in mare proprio nelle acque tra la Tunisia e Lampedusa, dall’isola pelagica arriva un’altra brutta notizia: durante la sua ordinaria attività di pattugliamento una motovedetta della Guardia Costiera italiana ha recuperato oggi pomeriggio (lunedì pomeriggio, ndr) un corpo senza vita, probabilmente in mare da diversi giorni”. Grande preoccupazione viene infine espressa dall’equipaggio di Mediterranea Saving Humans dal momento che una nuova forte perturbazione investirà da lunedì il mar Mediterraneo centrale. Un intero Paese in mano ai gruppi armati. Sono i miliziani a comandare l’economia e la politica della Libia: non fa sconti l’ennesimo rapporto del “Panel of experts” dell’Onu che, ancora una volta, punta il dito contro il Paese nordafricano da cui transitano migliaia e migliaia di migranti in fuga dalla guerra e in cerca di un rifugio in Europa. Il rapporto finale del “Panel” consegna una tesi netta: in Libia i gruppi armati non si limitano a condizionare lo Stato, ma ne hanno progressivamente occupato le funzioni, trasformando la governance in un sistema di coercizione e rendita. La formula usata è eloquente: le milizie sono divenute “the main actor” (l’attore protagonista, ndr) che determina gli esiti della governance attraverso tattiche “coercitive e da cartello”. Il documento insiste sul fatto che ministeri, apparati di sicurezza, imprese pubbliche e snodi finanziari operano in un ambiente costruito per proteggere le milizie, garantire impunità ai loro uomini e produrre entrate. Dopo gli scontri del maggio 2025 a Tripoli, i gruppi armati hanno approfittato della crisi per prendere controllo di sedi statali, usare le istituzioni come luoghi di intermediazione e ricatto, e trasformare il possesso fisico di uffici pubblici in fonte di reddito e potere. Il Panel scrive che il controllo delle sedi consentiva sia di estrarre denaro con schemi estorsivi, sia di agire da “gatekeepers”, regolando accesso, nomine, contratti e favori. Il rapporto mostra inoltre come il crimine non resti confinato al traffico di migranti. Le stesse logiche governano il contrabbando di carburante, i traffici transfrontalieri e i mercati di guerra. Nel sud, il Laaf (Libyan arab armed forces - le Forze armate arabe libiche, ndr) ha ristrutturato la propria presenza per controllare le rotte del contrabbando; Subul al-Salam ha consolidato corridoi logistici verso Sudan, Niger e Ciad; gruppi terroristici e reti criminali hanno trovato nella tratta e nel contrabbando una fonte stabile di ricavi. Persino il settore petrolifero viene descritto come permeato da un “sistema di impunità”, con esportazioni illecite e coperture politiche. Anche qui la tratta di esseri umani è parte di un ecosistema più vasto: non fenomeno isolato, ma segmento di una economia criminale integrata. Il rapporto dedica un capitolo anche ad Almasri, Osama Najim: il suo ritorno dalla custodia italiana alla Libia ha rafforzato, tra vittime e legali, la convinzione che i meccanismi internazionali di giustizia siano irrilevanti o inefficaci. Non è solo una nota sul fallimento giudiziario: è la misura di quanto le milizie e i loro referenti istituzionali possano contare su una sostanziale resilienza dell’impunità, anche quando l’azione giudiziaria arriva fino all’Europa. Il messaggio di fondo è che la Libia sta peggiorando “su molti fronti” e che la crisi non è solo militare o economica, ma investe ormai la struttura stessa dello Stato, secondo la Rappresentante speciale dell’Onu, Hanna Tetteh. Le reti criminali prosperano perché trovano istituzioni frammentate, controlli deboli, confini porosi e scarsa responsabilità. Tetteh afferma che le reti criminali transnazionali sono fiorite in Libia e che il paese è diventato un hub importante non solo per il narcotraffico, ma anche per il traffico di armi e di persone. Il punto rilevante è il nesso tra queste economie illecite e la corrosione dell’autorità statale: i proventi del crimine si intrecciano con corruzione, flussi finanziari informali e rendite opache, fino a distorcere l’economia e alimentare l’instabilità. È un quadro politicamente molto chiaro: il traffico di esseri umani non è periferico, è uno dei motori che consuma sovranità e legittimità. Il briefing richiama poi il rapporto congiunto UNSMIL-OHCHR appena pubblicato e aggiunge due dati drammatici: tra dicembre 2025 e gennaio 2026 sono stati trovati 21 corpi in una fossa comune ad Ajdabiya e sono stati liberati oltre 400 migranti da siti di traffico e detenzione ad Ajdabiya, Tobruk e Kufra, molti con segni di tortura. Tetteh sottolinea che non si tratta di episodi eccezionali, ma di eventi che confermano una pratica diffusa “in tutto il paese”. Il valore del documento sta proprio qui: porta al Consiglio di Sicurezza la trasformazione della Libia in uno spazio dove il traffico di persone, protetto dalla frammentazione istituzionale, continua a operare quasi alla luce del sole. Il cappio israeliano: sì alla pena di morte, solo per i palestinesi Eliana Riva Il Manifesto, 31 marzo 2026 Il Parlamento approva la legge voluta da Ben Gvir e appoggiata dal premier: impiccagione e nessuna possibilità di appello. Violenza e suprematismo sono i due principi fondamentali su cui si regge la legge approvata ieri dal parlamento israeliano. Quel cappio che i deputati e le deputate hanno esibito con orgoglio dai banchi della Knesset è il sigillo legale di un sistema che valuta le vite dei palestinesi meno di niente e che, soprattutto, attribuisce allo Stato ebraico un primato etico tale da permettergli di formulare norme rimanendone però immune. La legge che prevede la pena di morte per i palestinesi rappresenta una conquista personale per il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra e leader del partito Potere ebraico, che distribuisce armi a coloni e residenti di Gerusalemme, ma solo nei quartieri ebraici. Ha portato avanti sui social e nelle strade una campagna elettorale violentissima, promettendo morte ovunque si trovasse. Ha inondato i social di video in cui parla di affogare, strangolare, folgorare, avvelenare i “terroristi”. È così che figure come Ben Gvir chiamano i palestinesi. La norma, approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, prevede l’impiccagione. Mira non solo a consentire, ma a obbligare i tribunali che giudicano i palestinesi a pronunciare la condanna a morte. Formalmente Israele già prevedeva l’eventualità della pena capitale, alternativa all’ergastolo, in caso di omicidio, anche per i suoi cittadini; nella sua storia, tuttavia, è stata applicata una sola volta, nel 1962, contro il nazista Adolf Eichmann. La nuova legge introduce la condanna a morte esclusivamente per coloro accusati di crimini “nazionalistici”, definiti “terroristici”, ossia per i palestinesi. L’applicazione delle norme ordinarie resta invece garantita per i cittadini israeliani che commettono un omicidio. La formulazione stessa del reato costituisce un’esenzione per i soli cittadini ebrei: l’atto deve essere commesso “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Ai tribunali sarà consentito commutare la pena capitale in ergastolo solo in presenza di imprecisate “ragioni speciali” o “circostanze eccezionali”. La Corte potrà disporre l’esecuzione anche in assenza di una specifica richiesta dell’accusa e non sarà richiesta l’unanimità tra i giudici. La pena sarà immediatamente applicabile in tutti i territori occupati da Israele: la Cisgiordania e parte della Striscia di Gaza. Saranno già i militari, durante le indagini, a qualificare un atto come “terroristico” e, dal momento in cui il tribunale emetterà la condanna, l’amministrazione penitenziaria avrà 90 giorni per eseguirla. Il limite temporale è concepito per impedire appello o clemenza. È anche per questo che alcuni rappresentanti politici e militari israeliani hanno avvertito che la legge potrebbe violare il diritto internazionale ed esporre gli ufficiali a mandati di cattura. Non sono bastati questi avvertimenti, né le deboli obiezioni di Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, che hanno pubblicato una dichiarazione congiunta la scorsa domenica. Nel documento, pur riconoscendo il “carattere discriminatorio” della norma, si contesta soprattutto il ricorso alla pena di morte in generale, descritta dai quattro Paesi europei come una “forma di punizione disumana e degradante”. Il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, intervistato da Bruno Vespa, ha dichiarato che il documento è servito a segnalare a Israele che nella legge “ci sono delle cose che non vanno”. Ma tra i banchi della Knesset, in prima fila a votare a favore, era presente anche il primo ministro Benyamin Netanyahu, accanto al ministro della difesa Israel Katz. Alcuni esponenti dell’opposizione avevano dichiarato che avrebbero sostenuto la legge solo in presenza di un sostegno pubblico del primo ministro. “Oggi stiamo facendo giustizia storica - ha dichiarato Ben Gvir dal pulpito - È arrivato il momento. Stiamo riportando l’orgoglio al popolo di Israele”. Tra brindisi e abbracci, ha poi minacciato che “presto li conteremo uno per uno”. In realtà, il leader suprematista ha già condannato a morte diverse persone, prima ancora che questa norma venisse siglata, costruendo un sistema di tortura e orrore per i prigionieri politici palestinesi, in larga parte detenuti senza accuse. Su indicazione del ministro, il cibo è stato ridotto a livelli minimi di sopravvivenza. I detenuti subiscono vessazioni da parte delle guardie e dei soldati. L’uso della tortura è stato definito “sistematico” anche dalle Nazioni unite. Abusi sessuali, aggressioni e mancanza di cure sono all’ordine del giorno. Ma Ben Gvir difende l’operato dei militari, anche quelli che sono stati ripresi mentre violentavano un detenuto palestinese, causandogli orribili lesioni interne. La coalizione Hadash-Ta’al, formata da partiti arabo-israeliani, ha annunciato ricorso alla Corte suprema per chiedere l’annullamento della legge, definita un atto di palese razzismo istituzionale che cristallizza un sistema di apartheid nei confronti del popolo palestinese. Un dispositivo selettivo che espone gli arabi alla pena massima mentre “garantisce impunità ai criminali ebrei”. Quella impunità che in Israele è già da tempo in vigore. Che lascia in libertà i coloni illegali che uccidono, picchiano e rubano ed evita di sottoporre a interrogatorio i soldati che massacrano una famiglia palestinese mentre torna a casa con i suoi quattro bambini.