La detenzione criminale di un uomo malato di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi La Repubblica, 30 marzo 2026 Il caso di Domenico Pappacena e la lettera di sua figlia: “Non è un uomo da cui la società deve difendersi ma una persona fragile che oggi avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere curata”. Quando il cuore non riceve un sufficiente apporto di sangue e ossigeno si ha, di norma, una condizione medica patologica denominata cardiopatia ischemica. È una malattia assai comune e la causa più frequente è un’ostruzione delle arterie che nutrono il cuore, ossia le coronarie. Quando l’ostruzione è graduale si ha una condizione cronica, quando è improvvisa si ha l’infarto miocardico. Chi è affetto da questa patologia deve essere curato tempestivamente tramite dei farmaci specifici (nei casi meno gravi) o con interventi che vanno da una procedura mininvasiva (stent coronarico) fino a un vero e proprio intervento chirurgico: il cosiddetto “bypass”, riservato ai casi più seri, come spesso accade ai pazienti diabetici. Questo intervento richiede anestesia totale, apertura del torace e in molti casi l’utilizzo di un supporto della circolazione extra-corporea (poiché il cuore è fermo durante l’operazione, c’è una macchina che lavora al posto suo e dei polmoni). Il periodo di convalescenza varia a seconda del quadro clinico della persona operata, ma di norma oscilla tra le sei settimana e un massimo di tre mesi. Può capitare che lo stress da intervento si manifesti subito dopo l’ospedalizzazione, per tale ragione si consiglia una ripresa lenta e graduale del proprio stile di vita. Si prescrive inoltre una riabilitazione cardiologica, una forma dolce di attività fisica, una dieta cardioprotettiva composta, a esempio, di frutta, verdura, pesce e cereali integrali e l’immediato stop al fumo, anche passivo. In conclusione, dormire almeno otto ore al giorno ed evitare, per quanto possibile, fonti di stress e ansia che incidono direttamente sul cuore. Ma ora veniamo al caso in cui un uomo, affetto da diabete, ipertensione e obesità, abbia subito cinque bypass e un intervento di stent coronarico. A seguito dei quali abbia manifestato sintomi di depressione profonda e pensieri suicidari. Quanto detto sopra rispetto alla convalescenza e al periodo di presa in carico da parte di medici specialisti andrebbe quadruplicato nel tempo e nelle risorse, considerata l’elevata gravità del quadro clinico. Ma questo non è un caso di studio universitario, né un esempio estremo di come il nostro corpo può rivelarsi improvvisamente fragile. Questo è quanto è accaduto a Domenico Pappacena, uomo di 68 anni, ricoverato d’urgenza negli ultimi sei mesi ben tre volte. Durante il più recente ricovero è stata riscontrata una lesione sospetta ai polmoni, e anche per questo, i medici hanno sconsigliato le dimissioni dall’ospedale. Eppure, a volte non basta l’autorità medica, né la ferma volontà della famiglia: a volte l’urgenza di sorvegliare e punire - anche l’uomo più innocuo, ferito, umiliato e schiacciato (condannato per reati di fallimento e truffa) - prevale. La famiglia denuncia una forte pressione affinché l’uomo tornasse in carcere e, infatti, da alcune settimane Pappacena è tornato nell’Istituto romano di Rebibbia. “Non è un uomo da cui la società deve difendersi - scrive la figlia Valentina Pappacena - ma una persona fragile che oggi avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere curata. Ha una famiglia presente, pronta ad accoglierlo e ad assisterlo in ogni momento, e una concreta possibilità di reinserimento lavorativo. Esistono, quindi, tutte le condizioni per una misura alternativa alla detenzione o, quantomeno, per un differimento della pena ai sensi dell’art. 147 c.p.”. Prima che Pappacena venisse condotto in carcere e poi nuovamente ricoverato d’urgenza, la figlia sollevò già la sua vicenda, riportata sempre su questo giornale meno di un anno fa: se il Tribunale di Sorveglianza di Roma avesse risposto tempestivamente alla richiesta da parte del legale di un affidamento ai servizi sociali, l’uomo, forse, non sarebbe oggi in una cella in condizioni di salute al limite della sopravvivenza. Eppure, la risposta da parte del Tribunale di Sorveglianza non è mai arrivata, e Pappacena, con i suoi cinque bypass e stent coronarici, è stato considerato idoneo alla detenzione. L’incredulità che può nascere al pensiero di una persona in tali condizioni cliniche chiusa tra quattro mura, con possibilità di movimento ridotte e un accesso minimo alle cure mediche e all’affetto dei familiari, lascia presto spazio a un’amara consapevolezza: il carcere è fatto anche di tanti, piccoli e grandi, Domenico Pappacena. Donne e uomini a cui la vita, già fuori, ha inflitto dolore e violenza, e per i quali la detenzione sembra diventare quasi un epilogo inevitabile, con il compito, questo sì criminale, di vedere fino a che punto un corpo, e un cuore, possono resistere. Il referendum? Una vittoria dei magistrati più che dei partiti di opposizione di Nando Pagnoncelli Corriere della Sera, 30 marzo 2026 Ecco che cosa gli italiani pensano dell’esito del referendum sulla magistratura: per un elettore su 5 è “una sconfitta per il governo e i partiti di maggioranza”, ma solo il 5% pensa che la premier si sia esposta troppo. Il referendum appena concluso, caratterizzato da una partecipazione inaspettata e da una vittoria netta dei No, sta provocando importanti ripercussioni, con una catena di dimissioni nell’esecutivo e fuori, preludio di un riassetto mirato ad affrontare a ranghi serrati l’ultimo anno e mezzo di governo. I contraccolpi sembrano davvero importanti e proprio in questi giorni stanno coinvolgendo non solo Fratelli d’Italia - che vede colpiti il sottosegretario alla giustizia Delmastro e la ministra Santanchè, oltre alla capo di gabinetto del ministro della giustizia Nordio - ma anche Forza Italia, dove si è avuto un repentino cambio di capogruppo al Senato, con l’elezione di Stefania Craxi al posto di Maurizio Gasparri. Insomma, l’impressione è che nel centrodestra ci sia una fibrillazione importante strettamente collegata agli esiti del recente voto. Ma come hanno reagito gli italiani ai risultati della consultazione referendaria? La partecipazione è stata una sorpresa per molti: il 45% infatti pensava che l’affluenza sarebbe stata minore, mentre qualcuno (14%) l’aveva prevista e altri (13%) addirittura si sarebbero aspettati un maggior numero di votanti. A essere colpiti da questo elevato afflusso sono in particolare coloro che hanno votato No, sorpresa che coinvolge il 57% degli elettori di area. Un po’ meno sorpresi gli elettori del Sì, tra i quali comunque il 46% si aspettava un’affluenza più bassa di quella effettivamente verificatasi. Anche il risultato finale non era previsto: il 42% avrebbe scommesso sulla vittoria del Sì. Particolarmente rammaricati sono stati gli elettori del Sì, convinti per il 66% che avrebbero vinto, mentre chi ha votato No per oltre il 60% si aspettava la vittoria del proprio schieramento (35%, prevedeva una vittoria netta, 26% una vittoria con percentuali inferiori). Si ritiene che a perdere sia stato principalmente il governo (lo pensa il 22% del totale elettori; il 39% tra chi ha votato No) o personalmente Giorgia Meloni (13%), mentre i vincitori appaiono soprattutto i magistrati (20%; 34% tra chi ha votato Sì) più che non i partiti di opposizione (9% e solo 8% tra chi ha votato No). Dato che sembra corroborare almeno in parte la lettura di uno scontro che è stato tra magistrati e politica più che non tra i due schieramenti. Tra gli errori della campagna referendaria, i toni sopra le righe sono sottolineati dal 22% degli elettori (in particolare tra chi ha votato No), mentre solo alcuni citano l’eccesso di politicizzazione da parte della maggioranza (11%) e pochi criticano l’esposizione diretta di Giorgia Meloni nelle ultime settimane (5%). La maggioranza relativa (29%) pensa che non ci siano stati particolari sviste nella campagna. Le ricadute sul governo naturalmente ci sono, ma non sembrano essere drammatiche: il 18% pensa che ci sarà un evidente indebolimento, il 29% pensa che questo indebolimento non sarà rilevante e rientrerà presto, il 30% non si aspetta ricadute sull’esecutivo. Il 23% non sa esprimersi al proposito. Naturalmente la percezione di effetti sull’esecutivo è piuttosto bassa tra chi ha votato Sì (qui il 54% pensa che non ci saranno effetti e che tutto sostanzialmente continuerà come prima), decisamente più elevata tra chi ha fatto la scelta contraria, dove più di due terzi preconizzano un indebolimento, netto e duraturo (34%) o più sfumato e di breve durata (33%). Quello che sembra certo, agli occhi degli elettori, è che i rapporti tra magistratura e governo non miglioreranno: solo il 12% infatti prevede un ridursi delle tensioni, mentre 38% ritiene che non cambierà nulla e ben il 23% si aspetta un acuirsi degli scontri. Un po’ più convinti che nulla cambierà sono gli elettori del No. In sostanza sembra che, benché i risultati abbiano riservato sorprese, sia in termini di partecipazione che di risultato, tutto sommato le ricadute, per quanto non irrilevanti, non appaiano, nella percezione degli elettori, drammatiche. Insomma, il Paese si è mobilitato per negare cambiamenti costituzionali che sono sembrati forse partigiani e sopra le righe, ma una volta mandato un messaggio forte e chiaro, non ci si aspettano (e forse non si auspicano) terremoti. Nordio non può risolvere i problemi della giustizia di Ernesto Lupo Il Domani, 30 marzo 2026 Il ministro ha riconosciuto la propria responsabilità per la sconfitta della maggioranza referendum, ma ha scelto di non fare un passo indietro. Le questioni irrisolte della giustizia italiana intanto rimangono: per affrontarle con metodo e contenuti nuovi occorrono persone diverse da quelle che sono state bocciate dal voto popolare. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha riconosciuto la propria responsabilità politica per la sconfitta della maggioranza nel recente referendum sulla riforma costituzionale. Il termine responsabilità comporta la sottoposizione a una sanzione, di carattere giuridico o politico a seconda del tipo di responsabilità. Nel caso di responsabilità politica, come quella di Nordio, la sanzione normalmente consiste nelle dimissioni dall’incarico politico che si sta esercitando. Ma il ministro Nordio non si è dimesso, né ha indicato quale altra conseguenza sanzionatoria derivi dalla sua assunzione di responsabilità per la sconfitta referendaria. Quindi siamo in presenza di una responsabilità senza alcuna conseguenza. Le ragioni di Nordio a giustificazione di questa situazione del tutto anomala, che può costituire un pericoloso precedente nella prassi politica, il ministro, in Parlamento, ha addotto due ragioni. Innanzitutto, l’avere egli ricevuto, dopo il referendum, la fiducia politica della presidente del Consiglio e del governo. La fiducia è stata affermata da lui stesso, senza alcun riferimento ad atti esterni alla sua persona, ma essa comunque non è sufficiente. L’incarico di ministro della Repubblica gli è stato conferito dal presidente della Repubblica (su un atto che è solo di proposta della presidente del Consiglio) e ha avuto la fiducia, con deliberazione formale, della maggioranza parlamentare (e non del solo governo). Secondariamente, Nordio ha fatto presente che in nessun ordinamento sono previste le dimissioni del ministro per la sconfitta al referendum. Ma qui non si tratta di previsioni legislative, bensì del semplice contenuto della parola responsabilità (in qualunque ordinamento giuridico). Nel dibattito in vista del referendum sono intervenuto su riviste giuridiche per criticare sia il metodo “blindato” con cui è stata approvata la riforma costituzionale, sia il suo contenuto per più aspetti ingannevole verso l’elettorato. Nonostante la bocciatura del testo governativo, continuiamo ad assistere a comportamenti del ministro della Giustizia e della maggioranza parlamentare poco rispettosi delle esigenze democratiche, perché, in modo autoreferenziale, non si tiene conto della sfiducia che la netta prevalenza dell’elettorato ha espresso nei confronti di quel testo e dell’autorità politica a cui esso è imputabile. I problemi che restano I problemi della giustizia rimangono immutati dopo il referendum. Per affrontarli con metodo e contenuti nuovi occorrono persone diverse da quelle che sono state bocciate dal voto popolare. Assumono priorità assoluta i tempi della giustizia penale e, ancor più, di quella civile, in nulla toccati dalla revisione costituzionale. Va perseguita una maggiore efficienza del servizio giustizia, che ha bisogno dell’aumento delle risorse di personale e di mezzi. Questo obiettivo comporta una valutazione dell’attività del Consiglio superiore della magistratura (non meno che del ministero della Gustizia), istituzioni che incidono sensibilmente sulla organizzazione del sistema. Per quanto riguarda i contenuti dell’attività giudiziaria, molta parte delle polemiche referendarie è stata occupata dai rapporti tra politica e magistratura, con l’accusa, continuativamente sentita, di politicizzazione dei magistrati, o almeno di una parte rilevante di essi. Al riguardo occorre porre due punti fermi. Primo. La politica non può prendere decisioni che aumentano il potere dei magistrati (per esempio, con la previsione di nuovi reati) e contemporaneamente lamentarsi dell’eccessivo potere esercitato dagli stessi. Secondo. Non possono essere considerate politicizzate le sentenze che fanno applicazione della Costituzione o del diritto europeo o di fonti sovranazionali (coma la Convenzione dei diritti dell’uomo). Lo stato di diritto non è più soltanto nazionale, piaccia o meno ai sovranisti. Questa pluralità di fonti normative accresce la discrezionalità dell’interprete, e quindi del giudice. Ciò, ovviamente, non esclude che esistano limiti giuridici a detta discrezionalità, ma il superamento o meno di tali limiti non può essere desunto dalla sola conoscenza del dispositivo di una pronunzia, ma è il frutto di una attenta e competente lettura delle ragioni poste a fondamento della stessa. L’ordinamento giuridico oggi si è fatto complesso e non vi è posto per atteggiamenti superficiali o pregiudiziali, in funzione del fatto che una pronunzia ci piaccia o meno. Infine, il tema della separazione delle carriere, che ha costituito il titolo (da me ritenuto ingannevole) della riforma costituzionale. Essa può essere realizzata, se la si vuole, con legge ordinaria. Occorre, però, valutare attentamente la situazione attuale, accertare quali ne sono gli aspetti negativi e stabilire se essi non derivino da normative processuali, relative al solo processo penale (o, ancor meno, alla sola fase delle indagini preliminari), onde sarebbe improprio e forse inopportuno modificare l’intero status professionale del pubblico ministero. L’esito del referendum, in conclusione, lascia da risolvere, con urgenza, tanti problemi della giustizia. Ma la loro soluzione non può essere affidata a chi ha ricevuto la sfiducia dell’elettorato e ha anche ammesso la responsabilità della sconfitta. Delmastro, Bartolozzi, Santanchè: la risposta tardiva di una leader troppo sola. La riforma della giustizia è solo rinviata di Silvana De Mari La Verità, 30 marzo 2026 Lo scandalo degli innocenti in galera e dei magistrati impuniti è troppo grande per non porvi rimedio. Ogni giorno, in Italia, tre persone innocenti finiscono in carcere. Non si tratta di casi isolati o eccezionali, ma di una realtà che si ripete con inquietante regolarità, tre casi al giorno, 30.000 negli ultimi 30 anni. Parliamo di individui che vedono la propria vita spezzata: mesi, talvolta anni, prima che la loro innocenza venga riconosciuta, quando ormai il danno è irreparabile. Relazioni compromesse, carriere distrutte, reputazioni cancellate. E, aspetto forse ancora più sconcertante, senza che quasi mai qualcuno sia chiamato a rispondere per questi errori. Il nostro Paese ha già conosciuto tragedie giudiziarie emblematiche. Il caso Tortora resta impresso nella memoria collettiva come uno dei simboli più evidenti delle distorsioni del sistema. Un processo in cui l’innocenza dell’imputato e l’inconsistenza dell’impianto accusatorio emersero con chiarezza assoluta, ma solo dopo che la macchina giudiziaria aveva già prodotto i suoi effetti devastanti. Tuttavia, ciò che rende questo episodio ancora più inquietante è la consapevolezza che non si tratta di un’eccezione. Innumerevoli “Tortora” meno noti non hanno avuto la stessa visibilità, né la stessa possibilità di riscatto. Nel tribunale dove si svolse la tragedia dei suoi processi, magistrati hanno saltellato cantando “Bella ciao”, canzone che nessun vero partigiano ha mai cantato, simbolo eterno di un antifascismo senza rischi a fascismo defunto, e hanno stappato bottiglie perché di nuovo il caso Tortora può restare impunito. Di fronte a questo scenario, appare evidente che una riforma non sia più rinviabile. È plausibile immaginare che essa possa arrivare nell’arco di cinque o dieci anni, ma solo a una condizione: che il processo di cambiamento inizi subito. Non basta affidarsi a discussioni tecniche o a dibattiti tra specialisti. È necessario modificare il modo stesso in cui il tema viene comunicato e percepito dall’opinione pubblica. Durante la campagna referendaria per il Sì, il confronto sulla giustizia è rimasto intrappolato in un linguaggio complesso, fatto di tecnicismi e formule giuridiche difficilmente accessibili ai più. Questo approccio, pur necessario in ambito specialistico, si rivela inefficace quando si tratta di costruire consenso. La politica, infatti, non si muove solo sulla base della razionalità, ma anche, e spesso soprattutto, sull’onda delle emozioni. Parlare “alla pancia” delle persone è spesso considerato un metodo superficiale o addirittura scorretto. In realtà, è una componente inevitabile della comunicazione politica. Le decisioni collettive non sono mai esclusivamente razionali: entrano in gioco paure, empatia, indignazione, senso di giustizia. Ignorare questa dimensione significa rinunciare in partenza a coinvolgere davvero i cittadini. Il fronte del No ha usato slogan che non riportavano fatti concreti: salvare la Costituzione (che non era in pericolo), salvare l’indipendenza dei giudici (che non era in pericolo), combattere il fascismo, che è defunto 80 anni fa. Irragionevoli, ma efficaci, questi slogan hanno funzionato. A questo si aggiunge il voto compatto di collettività come la comunità islamica, gli anarchici insurrezionalisti e gli attivisti dei centri sociali, che hanno votato No al 100%. Commovente l’entusiasmo per il No di città come Napoli, nel quartiere di Scampia 83% di No, e di regioni come la Sicilia, il che dimostra quanto la campagna sia stata efficace, perché sicuramente tutti questi hanno votato No per puro amore della Costituzione. Per chi vuole promuovere un cambiamento reale, è indispensabile adottare un approccio altrettanto incisivo sul piano comunicativo, così da rendere comprensibile e tangibile il problema, trasformando dati e statistiche in storie, volti, esperienze concrete. Occorre far percepire che l’ingiustizia non è un concetto astratto, ma qualcosa che può colpire chiunque. Fondamentale è la costruzione di un messaggio chiaro, diretto e facilmente riconoscibile. Uno slogan, semplice ma potente, capace di condensare il cuore della questione e di essere ripetuto con coerenza, richiamando costantemente l’attenzione sull’aspetto più drammatico del problema: il fatto che persone innocenti continuino a pagare un prezzo altissimo per errori del sistema. Dobbiamo ricordare, ogni giorno, di qualsiasi cosa si stia parlando, che degli innocenti, in media tre al giorno, finiscono in carcere e vedono la propria vita distrutta senza che nessuno ne risponda. Significa mantenere viva l’attenzione su una ferita aperta. Significa impedire che il tema scivoli ai margini del dibattito pubblico. La riforma della giustizia non è solo una questione tecnica o giuridica, ma la suprema questione di civiltà. E, come tutte le grandi trasformazioni, richiede tempo, determinazione e una strategia capace di unire ragione ed emozione. Solo così sarà possibile arrivare preparati al momento decisivo: quello in cui il consenso costruito nel tempo si tradurrà in una maggioranza politica. Vincere le elezioni, anzi stravincerle, perché ci sia una maggioranza compatta e potente, in questo caso, non sarà un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso finalmente orientato a rendere la giustizia più equa, efficiente e umana. Piemonte. Quelle “stanze dell’affetto” per i detenuti che le carceri non hanno di Sandro Marotta La Stampa, 30 marzo 2026 Boom di domande dalle strutture di Asti e Saluzzo per l’unico spazio per colloqui intimi che si trova però a Torino. Ci sono decine di detenuti delle carceri del Piemonte che hanno fatto richiesta per usufruire della stanza dell’affettività della Casa circondariale di Torino, ma al momento non hanno ancora ricevuto un riscontro. Solo 50 provengono dal carcere di Saluzzo, un istituto di alta sicurezza con circa 350 detenuti. Il dato è confermato dal garante saluzzese Paolo Allemano: “Hanno fatto domanda in massa, come class action - spiega. Non si può negare che sia un bisogno reale, al momento però non si è ottenuto alcun via libera”. Una circolare sui “colloqui intimi” - La circolare che regola i “colloqui intimi” non specifica la procedura da adottare con i detenuti di altre carceri, per l’alta sicurezza viene esplicitato che servono alcuni passaggi in più rispetto alla procedura standard. “È complicato organizzare gli spostamenti da altri istituti - prosegue Allemano - l’autorizzazione magari arriva da un giorno all’altro e non si è pronti. Insomma, quello che è un bisogno sentimentale si trasforma in un bisogno burocratico umiliante e demotivante rispetto all’obiettivo”. La stanza dell’affettività è in realtà un luogo del carcere destinato non solo a rapporti sessuali, ma più in generale ai colloqui intimi tra detenuto e partner. Una delle prime in Italia è stata aperta a Padova, in Piemonte la sola disponibile è a Torino, è stata resa ufficialmente disponibile a dicembre scorso all’interno del padiglione E. Tutto trae origine da una sentenza della Corte costituzionale del 2024 che ha definito incostituzionale l’atto di privare un detenuto di un colloquio senza agenti accanto con un familiare. Era stata definita un “sacrificio irragionevole della dignità della persona e quindi in una violazione dell’art.3 della Costituzione”, come è richiamato nella circolare emanata ad aprile 2025. Da dicembre circa 4 colloqui al mese - Secondo i dati della direzione, confermati dalla garante dei detenuti di Torino, da dicembre avvengono circa 4 colloqui al mese, anche se fino a qualche settimana fa alcune fonti ridimensionavano questo dato. Eppure le richieste in sospeso sono tante, molte di queste provengono dalle sezioni di alta sicurezza delle case di reclusione, ovvero dove sono reclusi i detenuti condannati a pene definitive piuttosto lunghe. Nelle case circondariali invece “sono detenute le persone in attesa di giudizio o quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni”. L’altro carcere da cui sono partite molte richieste è il sovraffollato carcere di Asti (276 reclusi su 200 posti): “In diversi colloqui che ho fatto è emersa l’esigenza della possibilità di avere colloqui intimi - racconta Domenico Massano, garante locale dei detenuti -. Se non si può usare la stanza di Torino perché ci sono tempi troppo dilatati e problemi logistici, sarebbe opportuno che tutti gli istituti si dotassero di uno spazio”. Nel sistema carcerario però questi spazi mancano. Secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati a fine febbraio, in Piemonte ci sono 13 istituti per una capienza regolamentare di 3.978 posti, eppure i detenuti sono 4.317. Il caso più significativo di sovraffollamento è proprio il “Lorusso e Cutugno” di Torino, con una congestione del 132%, comunque sotto della media nazionale che è del 137%. La stanza per l’intimità non è però una concessione fatta al detenuto. Quello “dell’affettività e della coltivazione dei rapporti familiari” (parole della Suprema Corte) “è un diritto, c’è una sentenza che lo riconosce - prosegue il garante astigiano -, la questione è complessa ma bisognerebbe trovare il modo di garantirlo in modo effettivo in un tempo ragionevole. Anche perché è qualcosa che va al di là dell’aspetto sessuale, è uno strumento per sostenere il nucleo familiare in generale”. Calabria. Carceri, Castellano: “Unica regia sanitaria e commissione ad hoc per il lavoro” di Anna Foti ilreggino.it, 30 marzo 2026 Sono i due strumenti con cui vorrebbe intervenire sugli istituti calabresi la provveditrice regionale che auspica unità d’intenti. “Sovraffollamento e carenza di agenti penitenziari? Criticità nazionali”. “Sono ottimista sulle attività e su quello che si può organizzare nella regione Calabria, partendo da esperienze come quella della donazione della palestra alla sezione femminile Nausicaa del carcere Giuseppe Panzera di Reggio Calabria da parte del Soroptimist Italia. Fondamentale è il coinvolgimento della società civile, che ci deve dare una grande mano”. Lucia Castellano, provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria della Calabria, a Reggio nei giorni scorsi per l’inaugurazione di una sala attrezzata a disposizione delle donne detenute nel carcere reggino ha plaudito all’iniziativa sottolineando l’importanza di queste progettualità per contribuire a un contesto carcerario rieducativo, nonostante le criticità che spesso sono in realtà specchio di problematiche nazionali. “Il sovraffollamento è una piaga che riguarda tutta l’Italia, in Calabria meno che nelle altre regioni. Per altro c’è un dato positivo in Calabria e cioè che le carceri, ad eccezione di Catanzaro e Arghillà che sono un pò più grandi, hanno tutte una grandezza possibile, dunque sono medio piccole. Dunque si tratta di numeri contenuti e possibili. Anche la questione degli agenti di polizia penitenziaria non è solo calabrese. Sono carenti dovunque, in Calabria non più che altrove. Direi che possiamo intanto lavorare efficacemente con quello che abbiamo”, ha dichiarato la provveditrice regionale Lucia Castellano. Sulla questione sanità, lavoro esterno e formazione professionale, sul quale per esempio le carceri reggine presentano altre carenze e criticità, ecco il quadro delineato dal suo osservatorio e le proposte per fare meglio. “L’aspetto sanitario è particolarmente delicato e importante. Occorre un’intesa con la regione Calabria perché si possa avere un’interlocuzione sulla sanità penitenziaria unica e garantire omogeneità alle cinque Asp calabresi. Solo quella reggina, che lavora molto e con impegno e quella catanzarese, un’eccellenza riconosciuta in Italia, funzionano. Purtroppo non posso dire lo stesso di Vibo, Crotone e Cosenza. Dunque quello che chiedo fortemente al decisore politico è un tavolo di lavoro e un’interlocuzione unica. È noto - ha proseguito la provveditrice regionale Castellano - che in Calabria il lavoro è poco anche per i liberi. Anche su questo fronte sono ottimista in forza del lavoro che so essere promosso dalla prefettura di Reggio Calabria. Sul tema, che comprende anche le attività di formazione professionale e il reinserimento lavorativo, stiamo lavorando molto. Io ho intenzione di creare una Commissione regionale per il Lavoro penitenziario. Stiamo già lavorando con la Regione su programmi formativi nei laboratori nei vari istituti penitenziari che possono offrire una formazione professionalizzante e si spera un lavoro vero futuro”, ha concluso Lucia Castellano, provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria della Calabria. Trentino Alto Adige. Centri per i rimpatri, la sentenza della Consulta accende il dibattito di Dafne Roat Corriere del Trentino, 30 marzo 2026 Il senatore Patton: “Sono un carcere”. FdI: “Accoglienza, ma nella legalità”. La Corte Costituzionale sui Cpr: con pericolo di fuga o reati, il questore può trattenere i migranti anche senza convalida della Corte d’Appello. C’è chi parla già di una sconfitta dei magistrati pro migranti. In realtà la Corte Costituzionale invita il Parlamento a modificare l’attuale legge per “uniformarsi agli obblighi dell’Unione Europea”. Ma la sentenza della Consulta, che ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità sollevate dalla Cassazione, arriva in un momento di forti tensioni e polemiche sui Cpr che in Trentino hanno travolto anche l’arcivescovo Lauro Tisi. La Corte ha stabilito che il questore può adottare un provvedimento di trattenimento per altre 48 ore di uno straniero in un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), anche se la Corte d’appello non lo ha convalidato, se c’è un rischio di fuga e o “abbia commesso gravi reati”, scrivono i giudici. Il Pd: “La libertà personale non può essere compressa” - Una decisione, rispetto al caso da cui partiva, che non giunge inaspettata”, commenta l’avvocato Andrea de Bertolini, capogruppo regionale del Pd. “Per quanto la pronuncia abbia ritenuto non fondata la questione, nuovamente i giudici Costituzionali hanno ribadito quanto già detto nella sentenza 96 del 2025: la disciplina della detenzione amministrativa italiana è afflitta da un vulnus costituzionale, con riferimento alla riserva assoluta di legge di cui all’articolo 13 della Costituzione. Con un rinnovato sollecito al legislatore che in modo responsabile lo risolva quanto prima. D’altra parte - osserva - se la direttiva rimpatri e la direttiva accoglienza richiedenti protezione, come si sa, prevedono un complesso e articolato sistema di trattenimenti amministrativi, d’altro lato, la libertà personale per come riconosciuta dall’articolo 13 della Costituzione rimane presidio fondamentale che non può patire compressioni illegali”. Poi allarga la riflessione: “Tutto ciò risalta ancor più a fronte delle effettive condizioni dei nostri Cpr. Sono luoghi di oblio e di cronicizzata violazione dei diritti fondamentali e della dignità della persona. Con una perfetta coincidenza di giudizio su più piani: giuridico, politico, etico e religioso. Dunque, come ha detto nuovamente dalla Corte e come ben detto dal vescovo Tisi, pensiamo ai Cpr, che sono una tragedia. E senza ipocrisie o demagogie francamente irricevibili, lavoriamo per superare questa incivile evidenza”. FdI: “Accoglienza sì, ma nella legalità” - L’avvocato Nicola Canestrini ricorda invece che “un giudice ha ordinato la liberazione. La legge consente che la persona resti in cella per altri due giorni senza alcun provvedimento: questo non è un caso limite, è la negazione dell’habeas corpus. La Corte costituzionale - afferma - ha scelto di non decidere, ritenendo la questione irrilevante ai fini della decisone, ma il silenzio su una violazione non la rende legittima”. La sentenza apre un dibattito anche sul piano politico. Il deputato Andrea de Bertoldi (FdI) invita a evitare le tifoserie. “Credo che affrontare temi di questa importanza con partigianeria o in modo ideologizzato e integralista sia sempre sbagliato”, afferma e richiama “le autorità politiche e religiose a un atteggiamento più responsabile”. Poi, riferendosi alla magistratura, aggiunge: “Non credo che ci siano giudici tifosi che si scagliano contro o pro migranti. A temi così delicati ci si deve approcciare con i valori che ognuno ha e io da cattolico sono a favore dell’accoglienza, ma sono altrettanto a favore della legalità, quindi avere migrazioni controllate e legali che vanno ovviamente supportate con l’integrazione e il sostegno. Di fronte all’illegalità bisogna però avere un atteggiamento fermo. Mi sembra sia questo quello che ha detto la Corte Costituzionale”. Poi sul caso Tisi, de Bertoldi invita tutti a fare “un piccolo passo di lato e a confrontarsi in modo più moderato. Lo dico con la massima reverenza nei confronti dell’arcivescovo e amicizia nei confronti dei consiglieri di centrodestra che si sono espressi. Credo - continua - che l’accoglienza sia un valore, soprattutto per noi cristiani, ma c’è un limite nella legalità. Quindi va valutato caso per caso. Il migrante che viene qui per delinquere non lo deve proteggere né la chiesa e neppure la politica, ma evitiamo le fazioni”. Il senatore Patton: “Il Cpr è un carcere” - Per il senatore del centrosinistra Pietro Patton “si dovrebbe tenere conto delle sentenze della Corte Costituzionale”, ma “il ragionamento non va fatto sulla sentenza, ma sui Cpr”. Patton esprime piena solidarietà all’arcivescovo Lauro Tisi, auspicando un confronto più rispettoso e moderato. “Per il Trentino il tema immigrazione è un tema di integrazione e questo significa conoscenza della lingua, cercare di dare ai migranti una dimensione professionale, riconoscendo il contributo che possono dare anche per risolvere alcuni problemi - spiega -. Il Cpr invece è un carcere e il problema dei migranti non può essere un problema di ordine pubblico, ma di civiltà e convivenza”. Poi si lascia andare a una battuta: “L’Italia non è in grado di gestire le carceri attuali, figuriamoci se riuscirà a gestire i Cpr”. Infine il pensiero torna a Tisi: “Se i politici ritengono di poter dire qualunque cosa devono riconoscere anche agli altri, Chiesa compresa, la possibilità di dire la propria opinione. Altrimenti torniamo a un regime”. Augusta (Sr). La morte del detenuto messinese: “Aveva un quadro clinico complicato” di Rosario Pasciuto Gazzetta del Sud, 30 marzo 2026 L’autopsia eseguita sul corpo di Francesco Capria, il detenuto messinese morto nel carcere di Augusta, ha evidenziato un quadro clinico complicato. L’esito dell’esame si conoscerà fra tre mesi. Intanto la Procura di Siracusa starebbe per effettuare le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Un quadro clinico generale piuttosto precario. È quanto emerso dall’autopsia eseguita sul corpo del 41enne messinese Francesco Capria morto lo scorso 18 marzo nel carcere di Augusta. A disporre l’esame la sostituta procuratrice Violetta Leonardi che sul decesso di Capria ha aperto un fascicolo al momento ancora contro ignoti ma sarebbero imminenti le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Ad eseguire l’esame autoptico il medico legale incaricato dalla Procura di Siracusa alla presenza della consulente di parte, la professoressa Daniela Sapienza. L’esito si conoscerà fra novanta giorni, il tempo richiesto dal medico legale per depositare la consulenza. Ma dai primi accertamenti sarebbero evidenti alcuni segnali, come la condizione dei polmoni piuttosto compressi. Il che confermerebbe i dubbi espressi dal legale della famiglia, l’avvocato Giuseppe Bonavita, circa la compatibilità delle condizioni di salute di Capria con il regime carcerario. Tanto è vero che il legale aveva già chiesto al Tribunale di Sorveglianza di verificare tale compatibilità chiedendo per il suo assistito la sospensione della pena o in alternativa gli arresti domiciliari. Ma il 18 marzo scorso una telefonata ai genitori di Capria avvisava della morte in carcere del 41enne per arresto cardiocircolatorio. Adesso l’inchiesta della Procura siracusana punta ad accertare le reali condizioni di salute del detenuto che stava scontando ad Augusta una condanna a sei anni ed 8 mesi di reclusione dopo aver trascorso un periodo nel carcere di Barcellona. Dopo la consegna della salma ai familiari venerdì sono stati celebrati i funerali di Francesco Capria nella chiesa della Madonna delle Lacrime a Bordonaro. Proprio davanti a quella chiesa nei giorni scorsi familiari ed amici avevano inscenato una protesa chiedendo giustizia per Francesco e ha risposto in modo un po’ critico. Brescia. Il sovraffollamento in carcere non permette riscatto e giustizia di Arianna Carminati* e Roberto Rossini** Giornale di Brescia, 30 marzo 2026 In Consiglio comunale si discute la relazione annuale sui diritti delle persone private della libertà, partendo da un dato: a Canton Mombello c’è un tasso di sovraffollamento del 212%. Il Consiglio comunale di Brescia si appresta a discutere la relazione annuale sui diritti delle persone private della libertà, un documento che restituisce una fotografia periodica della situazione penitenziaria cittadina: una realtà riguardante l’intera città. La relazione è stata presentata nel corso di una seduta della Commissione Servizi alla persona che, diversamente dall’ormai consolidata tradizione, non ha potuto svolgersi alla Casa circondariale Nerio Fischione, Canton Mombello. I dati della relazione evidenziano una ormai durevole condizione di forte criticità in termini di sovraffollamento. Al 31 dicembre 2025, Canton Mombello ospitava 386 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 212%, tra i più elevati in Lombardia e in Italia. Anche la Casa di reclusione di Verziano registra una pressione significativa, con 130 presenze a fronte di 71 posti disponibili. Sono numeri che incidono concretamente sulla gestione quotidiana degli istituti. Il sovraffollamento è il principale fattore di pressione sull’intero sistema, con effetti che si ripercuotono su tutti gli aspetti della vita detentiva e sull’attuabilità dei percorsi di reinserimento sociale. Non si tratta solo di una questione organizzativa, ma di una condizione che incide sull’esecuzione della pena e sulla sua coerenza coi principi costituzionali. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già condannato l’Italia per il sovraffollamento carcerario, come trattamento inumano e degradante, imponendo rimedi compensativi che portano a riconoscere ai detenuti di Canton Mombello un giorno di riduzione pena ogni 10 giorni trascorsi in cella. È il paradosso, inaccettabile, di uno Stato che risarcisce la violazione dei diritti fondamentali verso persone che esso stesso ha il compito di accompagnare nel percorso di ritorno alla legalità. La composizione della popolazione detenuta pone ulteriori elementi di riflessione. Nella Casa circondariale cittadina, circa il 49% delle persone detenute è di origine straniera, con provenienze da circa 30 Paesi diversi. Questo dato evidenzia come, accanto ai comportamenti individuali, possano incidere anche fattori legati allo status giuridico e amministrativo delle persone, che in alcuni casi limita l’accesso al lavoro regolare, alle misure alternative o a percorsi di stabilizzazione, contribuendo ad accrescere condizioni di vulnerabilità e, indirettamente, il rischio di coinvolgimento in circuiti di illegalità. Si segnala comunque una popolazione detenuta sempre più eterogenea, con la presenza significativa sia di persone giovani spesso giovanissime, sia di persone anziane, portatrici di più bisogni sanitari e assistenziali. Vi è poi la popolazione femminile, ospitata a Verziano, con le sue specificità. La qualità del sistema penitenziario dipende anche dalla capacità di costruire una rete efficace tra istituzioni, servizi territoriali e realtà della società civile per offrire percorsi di riabilitazione che evitino la recidiva. Accanto alla detenzione intramuraria - in attesa di un reale cronoprogramma in merito alla ristrutturazione di Canton Mombello e di ampliamento di Verziano - la buona notizia è che cresce il numero dei detenuti che sconta la pena attraverso misure alternative, inserite in percorsi di esecuzione penale esterna che coinvolgono direttamente il territorio, i servizi sociali, il mondo del lavoro e il volontariato. Si tratta della cosiddetta “giustizia di comunità”, un modello che consente di coniugare responsabilità, controllo e reinserimento, e che richiede la partecipazione attiva delle istituzioni locali e della società civile. Ma per dare forza a questa tendenza serve di più: più opportunità abitative, formative, sociali. La rete bresciana, anche attraverso l’impegno, l’attenzione e la disponibilità della Direzione dei due penitenziari cittadini - che ringraziamo davvero -, offre un buon modello di coinvolgimento tra istituzioni pubbliche e private. La discussione della relazione in Consiglio comunale (che verrà fatta oggi, ndr) rappresenta quindi un momento di confronto pubblico e di assunzione di responsabilità civile e istituzionale, nella consapevolezza che i modi di esecuzione della pena hanno a che fare con la città, possono contribuire a renderla più sicura in quanto capace di rieducare e reintegrare: di offrire reali possibilità di riscatto e quindi di giustizia. *Garante dei detenuti **Presidente del Consiglio comunale di Brescia Asti. Il paradosso dello spettacolo dei detenuti per le scuole è vietato agli studenti di Valentina Moro La Stampa, 30 marzo 2026 Interrogazione parlamentare della senatrice Pd Cecilia D’Elia: “Queste decisioni sono una macchina per le recidive”. I cancelli del carcere di Asti non si apriranno per gli studenti, stesso destino di molti altri istituti dopo la direttiva del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) che ha limitato le attività culturali nei regimi di alta sicurezza. “Decisioni come queste sono una macchina per la recidiva”, l’accusa netta della senatrice del Partito Democratico Cecilia D’Elia, capogruppo alla Commissione cultura, che sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Iniziative culturali che coinvolgono i ragazzi da un lato hanno una grande funzione educativa e civica per gli studenti che entrano in carcere e conoscono quella realtà, dall’altro sono una risorsa fondamentale per la rieducazione dei detenuti, per loro significa lavorare su se stessi”, spiega D’Elia. Gli spettacoli preparati per le scuole - Nell’istituto di Quarto quest’anno si sarebbe dovuto mettere in scena “Il treno ha fischiato” di Pirandello e una commedia in napoletano scritta da uno dei carcerati per gli studenti maggiorenni delle superiori e dell’università. Ma la richiesta è stata respinta e gli spettacoli preparati per le scuole saranno rivolti ai compagni di cella, con grande delusione degli attori coinvolti e di Agar, gruppo teatrale che da tre anni promuove il corso in carcere. L’interrogazione porta l’esempio di Saluzzo, Rebibbia e Padova, ma la casa di reclusione di Quarto ha vissuto la stessa problematica: percorsi volti a dare ai reclusi uno spazio per esprimersi e che quest’anno saranno sospesi. Il divieto nella circolare della Dipartimento penitenziario - Tutto è partito dalla circolare dello scorso ottobre in cui il Dap ha aumentato le restrizioni per le attività negli istituti ad alta sicurezza. La direttiva era subito stata segnalata dal garante dei detenuti di Asti, Domenico Massano, come preoccupante per lo svolgimento delle iniziative che coinvolgono la struttura di Asti. Per motivi di sicurezza, tutte le domande avrebbero dovuto essere approvate a livello centrale. “Non mi risulta che ci siano mai stati problemi di sicurezza - continua la senatrice dem -. In realtà più lavoro si riesce a fare per dare alla pena un valore rieducativo, più si agisce per la tutela di tutti e tutte. I dati ci dicono che le persone coinvolte in attività in carcere hanno minore facilità di tornare a commettere dei reati”. “La direzione purtroppo è chiara - commenta il garante di Asti - l’idea, per l’alta sicurezza, è limitare, se non escludere, i contatti con la comunità esterna. Questo non è coerente con il dettato costituzionale”. Genova. Dopo 24 anni stop alla Via Crucis nel carcere di Marassi, monta la protesta di Marco Lignana La Repubblica, 30 marzo 2026 La scelta, che per ora resta immotivata, è contestata dal sindacato della polizia penitenziaria, dalla Camera penale e dal Garante regionale dei detenuti. Prima ha protestato la polizia penitenziaria. Poi è toccato alla camera penale ligure. Adesso anche il garante regionale dei detenuti, Doriano Saracino, esprime il suo sconcerto per una scelta ancora del tutto immotivata: interrompere, dopo 24 anni, il passaggio della Via Crucis nel carcere di Marassi. Da quasi cinque lustri, ormai, il vicariato garantisce almeno una stazione nell’intercinta dell’istituto penitenziario (l’area fra le mura e lo spazio detentivo), “un momento che ha il suo significato non soltanto in una prospettiva religiosa”, spiega lo stesso Saracino. Il quale premette di “aver chiesto informazioni alla direzione del carcere. Sono in attesa di una risposta. Già l’anno scorso c’erano state difficoltà a organizzare la tradizionale Via Crucis, alla fine si era riusciti a celebrarla come di consueto. Per chi è credente, vorrei ricordare le parole dell’arcivescovo Tasca, che nelle sue visite in carcere ha ricordato come la Chiesa sia una soltanto, senza distinzione fra chi è “dentro” e “fuori”. Se la vogliamo vedere da un punto di vista laico, si tratta in ogni caso di un arretramento rispetto a una consuetudine che garantiva partecipazione”. Il primo a esporsi è stato Fabio Pagani, segretario regionale della Uilfp: “Pensavamo di aver toccato il fondo dopo la rivolta dello scorso 4 giugno, i tragici suicidi, come quello nel centro clinico che vede a processo due agenti e l’escalation di aggressioni ai danni dei nostri poliziotti. Impedire il passaggio della Via Crucis, che dal 2002 rappresenta un messaggio di speranza e abbattimento delle barriere, è un segnale gravissimo”. Il direttivo della camera penale Ernesto Monteverde invece ha espresso “profonda amarezza e ferma protesta”. Parlando “non solo un momento di raccoglimento religioso, ma anche un’importante occasione di umanità, condivisione e vicinanza tra la comunità esterna e le persone detenute”. Per i legali, insomma, “la celebrazione della Via Crucis all’interno del carcere ha sempre avuto un significato che va oltre l’aspetto confessionale, configurandosi come espressione concreta dei principi costituzionali di dignità della persona e della finalità rieducativa della pena. La sua sospensione rappresenta, pertanto, un arretramento sul piano della sensibilità istituzionale e del rispetto dei diritti delle persone detenute. Il Direttivo richiama l’attenzione delle Autorità competenti affinché tale decisione venga urgentemente riesaminata”. In attesa di chiarimenti da parte dell’amministrazione di Marassi, a finire tra “i sospettati” è anche una circolare dello scorso ottobre del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (il Dap) che impone la richiesta di autorizzazione a Roma per alcuni tipi di carcere (come Marassi) per eventi di tipo “educativo, culturale e ricreativo”. Pavia. Nel 2020 la sommossa per i mancati colloqui costata 51 condanne di Maria Fiore La Provincia Pavese, 30 marzo 2026 La protesta dell’altra sera a Torre del Gallo riporta alla mente la rivolta, più grave per conseguenze e numero dei coinvolti, dell’8 marzo 2020. Quella sera, in piena emergenza Covid, i detenuti del carcere di Pavia, sull’onda delle proteste andate in scena in diverse carceri italiane, organizzarono una sommossa contro il blocco dei colloqui e, in generale, le condizioni di detenzione e sovraffollamento delle celle durante l’emergenza sanitaria, che avrebbero aumentato il rischio di contagio. Alla fine alcuni detenuti riuscirono a salire sui tetti del carcere e, infine dopo una difficile mediazione, tornarono nelle loro celle. Secondo il bilancio dei vertici del carcere la notte di rivolta, durata sette ore, comportò un danno di circa mezzo milione di euro, tra porte divelte, arredi e materassi incendiati, estintori svuotati. Tre agenti della polizia penitenziaria rimasero feriti nel tentativo di reprimere la ribellione. Le indagini si avvalsero soprattutto delle relazioni degli agenti in servizio quella sera, che avevano dovuto riportare la situazione alla calma. Alla protesta parteciparono 200 detenuti del carcere, ma gli accertamenti portarono a identificarne poco meno di un centinaio. Da quell’indagine è scaturito un maxi processo, che si è chiuso a dicembre dello scorso anno con 51 condanne, ma con pene ridotte e reati derubricati rispetto alle contestazioni, e 17 assoluzioni. Le pene complessive, non più per devastazione e saccheggio come voleva la procura bensì per danneggiamenti e solo in alcuni casi per resistenza a pubblico ufficiale, hanno superato di poco i 130 anni di carcere. Pavia. Volontari in campo per pulire l’area del castello, coinvolti anche sei detenuti di Stefania Prato La Provincia Pavese, 30 marzo 2026 In 34 hanno partecipato alla giornata voluta da Plastic Free. Nell’operazione pulizia coinvolti anche sei detenuti. Hanno raccolto rifiuti e raccattato mozziconi di sigarette i 34 volontari che hanno preso parte alla giornata di pulizia che si è svolta a ridosso del castello. Giornata organizzata dall’associazione Plastic Free, nata nel 2019 e presente a Pavia dal 2021, che si pone l’obiettivo, spiega il referente Davide Barbieri, di sensibilizzare i cittadini ad un uso razionale e intelligente della plastica per salvaguardare il mondo dall’inquinamento. L’iniziativa, che si è svolta in collaborazione con l’associazione Seconda Chance, che si occupa di trovare lavoro ai detenuti, ha visto la partecipazione di sei detenuti del carcere di Torre del Gallo. “L’area era abbastanza pulita - spiega Davide Barbieri, referente di Plastic Free. Ci siamo concentrati soprattutto sulla raccolta dei mozziconi che rappresentano un grave danno per l’ambiente”. I detenuti - “La nostra associazione - sottolinea Silvia Borromeo, di Seconda Chance - collabora ogni anno con Plastic Free. Alcuni detenuti escono dalle carceri e vengono coinvolti in attività come la pulizia dei territori. Si è deciso di intervenire anche a Pavia dove erano presenti sei persone, oltre alla responsabile Marta Struzzi. Per loro questo momento diventa anche l’occasione per parlare del futuro, soprattutto occupazionale”. I volontari si sono quindi muniti di guanti e sacchetti e hanno ripulito le zone vicine al castello, eliminando i mozziconi lasciati a terra. E proprio l’attenzione dedicata al problema legato all’abbandono e quindi allo smaltimento dei mozziconi di sigarette, dimostrata dai referenti pavesi e dall’amministrazione comunale, ha consentito al Comune di Pavia di ricevere il premio “Comune Plastic Free”, promosso da Plastic Free Onlus, l’organizzazione di volontariato impegnata nel contrasto all’inquinamento da plastica. Riconoscimento conquistato anche da Pavia per il quinto anno consecutivo che ha ottenuto ben due tartarughe (tre è il massimo riconoscimento del livello di virtuosità raggiunto dai singoli centri), distinguendosi per la lotta contro l’abbandono dei rifiuti, per la promozione di comportamenti responsabili e virtuosi. Un risultato che conferma la crescente attenzione dell’amministrazione Lissia verso la tutela ambientale. Monza. Free for music: storie di cantautori in carcere monzatoday.it, 30 marzo 2026 Ezequiel, Reda, Mappa, Yandre, Cuba e Falco Cash: i cantautori in carcere che grazie alla musica diventano liberi. Un progetto unico quello realizzato nella casa circondariale di Sanquirico. Come scaricare e ascoltare i brani scritti da questi autori molto speciali dove sono raccontate storie, ma anche sogni e la certezza che la vita ci offre sempre una seconda opportunità. Proviamo a chiudere un attimo gli occhi e a farci trasportare solo dalla musica e dalle parole. Un tuffo tra brani ed emozioni diverse: rabbia, amore, paura, solitudine, voglia di ribellione, ma anche l’aspirazione ad avere una vita normale come tanti amici e coetanei. Poi apriamo gli occhi e scopriamo con sorpresa che, dietro a quel microfono, ai quei testi e (in alcuni casi) anche dietro a quelle musiche ci sono artisti speciali. Non nomi noti del panorama musicale, ma ragazzi e uomini che stanno scontando il loro debito con la giustizia. Il progetto “Free For Music” - Ma prima ancora ci sono ragazzi con sogni, aspirazioni, con sentimenti contrastanti che grazie a un lodevole progetto sono riusciti a trasformare in poesia, in musica, in canzoni. Si sono “trasformati” in cantanti melodici, rapper, raggaeton che da quella particolare sala di registrazione dietro le sbarre hanno dato vita a una raccolta di brani unica nel suo genere. Si chiama “Free For Music Volume 1” la prima collezione di brani prodotti all’interno della casa circondariale di Sanquirico a Monza e che dal 27 marzo è disponibile su tutte le piattaforme digitali (ecco il link per scaricarla e ascoltarla). “Abbiamo tutti una seconda opportunità” - Noi abbiamo avuto il privilegio di ascoltare questi brani ma anche, e soprattutto, di parlare con questi cantautori. Un progetto che nasce all’interno del carcere di Monza grazie al laboratorio musicale promosso e finanziato da Orangle Records con la supervisione socio-educativa di Paolo Piffer. Un progetto che ha coinvolto poco meno di una trentina di ragazzi che nel corso di questi mesi hanno messo anima e corpo in questa iniziativa. E adesso, emozionati e orgogliosi, davanti alla stampa ascoltato le loro canzoni. E sono felici di raccontare e raccontarsi. Senza filtri e ricordando all’interlocutore che “tutti abbiamo diritto a una seconda opportunità”. La musica come seconda opportunità - E la musica la seconda opportunità la sta offrendo a questi giovani (e anche meno giovani) che hanno dimostrato talento, ma soprattutto di avere tutte le carte in regola, una volta scontata la pena, per rimettersi in gioco. Perché no, magari anche nel mondo della musica anche se sanno che - non tutti - diventeranno famosi (perché come ci ricorda un capolavoro musicale “Uno su mille ce la fa”) ma tutti loro potrebbero fare della musica un lavoro. Che cosa cantano i ragazzi - Perché dietro a quelle canzoni ci sono tante storie di vita. C’è la storia di chi a 54 anni per vari motivi si ritrova a scontare un errore e che attraverso la musica - che da oltre 30 anni lo ha accompagnato - ritrova quella libertà che le sbarre negano. C’è Jordy, 26 anni, che nelle canzoni racconta la sua vita ma che è certo che dopo la caduta c’è sempre la possibilità di rialzarsi e lui lo sta facendo attraverso le canzoni “perché ogni volta che compongo mi sento meglio”; c’è Michele poco più di 20enne che aveva partecipato a diversi provini musicali ed era a un passo dall’entrare in un cast televisivo e che oggi, in questa particolare condizione, ha riscoperto in quella musica con la quale era cresciuto la forza per rimettersi in pista con quell’inno all’amore che fa venire la pelle d’oca. Sono tante le storie e i volti di questi ragazzi che, spesso la sera, prendono carta e penna e riempiono il foglio bianco con quella vita vissuta e che ha portato a certi errori e con quella nuova vita che sognano e che non vedono l’ora di sperimentare. Storie di chi con rabbia parla del ferro nel quartiere e tra gli amici, di chi invoca la mamma che dietro quelle sbarre manca e che per lui aveva anche fatto da papà, c’è chi nei ritmi sudamericani si sente a casa. L’incontro con Fedez e con Emis Killa - Un progetto che in questi mesi ha visto anche la partecipazione di nomi noti del panorama musicale italiano. Con gli incontri, proprio in carcere, con Lazza, Fedez, Jake La Furia e Camilla Ghini - con Emis Killa presente in ognuno degli appuntamenti -, sono stati momenti diversi, ma guidati dalla stessa intenzione; quella di rendere la musica un mezzo di confronto, assunzione di responsabilità, rielaborazione individuale e acquisizione di abilità spendibili anche oltre il periodo detentivo. In un sistema penitenziario in cui i percorsi formativi devono spesso misurarsi con limiti strutturali, tempi burocratici, autorizzazioni e margini operativi ridotti, portare un laboratorio interno fino alla soglia del mercato discografico significa spostare il baricentro dalla semplice attività al risultato, dall’intenzione all’esistenza di un prodotto culturale compiuto. Napoli. Al tribunale i Mercatini di Pasqua: sono in vendita i prodotti realizzati dai detenuti Corriere del Mezzogiorno, 30 marzo 2026 All’iniziativa prendono parte gli ospiti degli istituti di pena di Poggioreale, Carinola e Santa Maria Capua Vetere. Covelli: “Pensiamo a una vetrina permanente”. I prodotti pasquali realizzati dai detenuti in vendita al Palazzo di Giustizia “Alessandro Criscuolo” di Napoli. Fino alle 14 di oggi, lunedì 30 marzo, il tribunale di Napoli ospita i Mercatini di Pasqua, un’iniziativa che coniuga tradizione, solidarietà e impegno sociale. I mercatini sono stati aperti stamattina in Piazza Coperta, dove sono esposti e messi in vendita prodotti pasquali realizzati all’interno di istituti penitenziari del Distretto di Napoli. All’iniziativa partecipano tre carceri: la Casa di Reclusione “G.B. Novelli” di Carinola, la Casa Circondariale “Giuseppe Salvia” di Poggioreale, la Casa Circondariale “F. Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, insieme alle cooperative sociali “Generazione Libera” e “L’uomo e il legno”. I visitatori possono acquistare una ricca selezione di specialità dolciarie tipiche della tradizione pasquale: dalle colombe artigianali alla pastiera napoletana, dalla torta caprese a biscotti, cannoli, polacche aversane e uova di cioccolato. I prodotti, realizzati dai detenuti, provengono dal laboratorio artigianale “I Farinati” e dalla pasticceria “Pink House”, realtà che collaborano attivamente con il sistema penitenziario. Sono disponibili anche articoli da coltivazioni agricole, espressione di percorsi che valorizzano la produzione sostenibile, tra cui confetture di agrumi realizzate in collaborazione con l’”Azienda Agricola Rusciano”. Esposti lavori artistici in creta del laboratorio “Evasioni Creative”, presso il carcere di Poggioreale, a cura del maestro Lello Esposito. “Il palazzo giustizia si apre a queste iniziative - ha sottolineato Maria Rosaria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli - già abbiamo cominciato a farlo da Natale e continueremo a farlo. Anzi con il capo del Dap, stiamo anche pensando ad una vetrina permanente qui in Piazza coperta per i prodotti dei detenuti che vengono realizzati negli istituti penitenziari. Certamente è un’iniziativa che vuole coniugare l’esecuzione della pena a scelte di cambiamento, con il faro della Costituzione, che vuol dire una pena che dà formazione, che dà acquisizione di competenze ai detenuti anche per una possibilità di cambiamento e di reinserimento nel mondo del lavoro”. Inchiesta sulle carceri. Il primo volume della nuova collana antigone.it, 30 marzo 2026 Nasce “Il carcere e la memoria”, la nuova collana editoriale promossa da Antigone. Un progetto che affonda le sue radici in un’idea precisa: per comprendere il presente del sistema penitenziario, è necessario tornare a interrogare il passato. La collana nasce infatti con l’obiettivo di recuperare e rendere accessibili opere oggi difficilmente reperibili, ma fondamentali per leggere criticamente il carcere. Non si tratta solo di un’operazione editoriale, ma di una scelta politica e culturale: pubblicazioni online, gratuite, pensate per abbattere le barriere alla conoscenza e ampliare il più possibile il pubblico. Il primo volume è la ripubblicazione di “Inchiesta sulle carceri” di Emilio Sanna, uscita originariamente nel 1970. Un lavoro pionieristico che, attraverso un approccio a metà tra reportage giornalistico e analisi sociologica, entra nei luoghi della detenzione per restituire voce a chi ne è escluso. L’inchiesta affronta temi centrali ancora oggi: chi finisce in carcere, il ruolo della custodia cautelare, i meccanismi della repressione, ma anche le condizioni di vita, la salute, il lavoro e le contraddizioni dell’idea di rieducazione. Rileggere oggi questo testo significa confrontarsi con una continuità inquietante: molte delle dinamiche descritte allora restano attuali. Ed è proprio in questa tensione tra memoria e presente che la collana trova il suo senso. Per Antigone, il lavoro culturale è parte integrante della propria missione: accanto all’attività giuridica, di ricerca e di advocacy, diventa uno strumento fondamentale per comprendere e trasformare la realtà. Il volume è stato curato da Maria Loffredo, Diego Mautone, Mariacarmela Mazzarella, Salvatore Morelli, Germanico Claudio Patrelli, con la supervisione di Gianvito Brindisi. Scarica il volume da qui: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/InchiestaSulleCarceri.pdf Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere di Margherita Sermonti treccani.it, 30 marzo 2026 “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere”, a cura di Brunella Lottero e Cinzia Morone. Prefazione di Claudio Sarzotti. La Maddalena, Paolo Sorba Editore, 2025. L’esperienza del carcere è, prima di tutto, un’esperienza di separazione: dai luoghi, dagli affetti, dal tempo, dalla vita ordinaria. È un isolamento fisico, evidente, che si traduce in spazi chiusi, corpi contenuti, movimenti limitati. A questo isolamento se ne affianca un altro, meno visibile e forse ancora più profondo: l’isolamento della parola. Chi è recluso non è soltanto separato dal mondo, ma spesso è anche escluso dalla possibilità di raccontarlo e di raccontarsi. La parola, che costruisce identità e relazione, nel carcere si restringe, si indebolisce, talvolta si perde. Non si tratta solo di una riduzione delle occasioni di comunicazione, ma di un vero e proprio allontanamento dal discorso collettivo: chi è dentro difficilmente partecipa alla narrazione di sé e del proprio vissuto. In questo senso, l’isolamento fisico e quello verbale si intrecciano e si rafforzano reciprocamente. Se il primo limita il corpo, il secondo limita la voce. Ed è proprio in questo spazio che la scrittura assume un valore decisivo: restituire parola significa restituire presenza, identità, possibilità di esistere anche oltre le mura. Il carcere è [u]n luogo atipico per quanto riguarda la creazione poetica, ma solo in apparenza, vista la grande diffusione della poesia fra i detenuti. Una particolarità dell’espressione artistica evidentemente liberatoria e libertaria ed espressione di quella resilienza fondamentale per chi è recluso e vive una condizione di disagio fisico e morale. L’attività del laboratorio […] oltre a prevedere dei reading di poesia proposti in diversi luoghi della Capitale al fine di coinvolgere e avvicinare le persone comuni alla ricerca e ricezione poetica, era affiancato dal […] laboratorio di poesia, realizzato in carcere, attraverso il quale i detenuti di Regina Coeli partecipavano all’attività poetica, in modo attivo e coinvolgente, scrivendo poesie sulla base di argomentazioni proposte e con la realizzazione finale di un reading annuale in cui venivano lette le loro creazioni poetiche. Il volume “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere” a cura di Brunella Lottero e Cinzia Morone, prefazione di Claudio Sarzotti, raccoglie l’esperienza del laboratorio di lettura e scrittura “Armatevi e scrivete!”, condotto dalle curatrici, che si è svolto nella biblioteca della Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, tra il 2022 e il 2023. Il percorso ha coinvolto inizialmente circa venti detenute, con una partecipazione variabile legata alle condizioni della vita carceraria, e si è sviluppato attorno a due obiettivi principali: favorire l’espressione del vissuto personale attraverso la scrittura, anche a partire dalla lettura di La storia di Elsa Morante, e promuovere la lettura e la scrittura come strumenti di crescita e consapevolezza. La scrittura, intesa come strumento di elaborazione interiore, libertà e sopravvivenza, ha offerto alle partecipanti la possibilità di comprendere meglio sé stesse, rafforzare le relazioni e confrontarsi con le proprie fragilità. Proprio attraverso il confronto e la condivisione, il laboratorio ha creato uno spazio sicuro, privo di giudizio, in cui le detenute hanno potuto raccontare emozioni ed esperienze. I temi emersi - famiglia, affetti, dolore, rabbia, memoria e speranza - hanno contribuito a un percorso di maggiore consapevolezza di sé e del proprio futuro. Un giorno, tre autunni vuole anche essere un ponte tra il dentro e il fuori, offrendo uno sguardo diretto sulla realtà carceraria. In questo niente, “parlare con qualcuno”, comunicare diventa un’esigenza irrinunciabile anche per la mera sopravvivenza, per mantenere quel minimo di serenità necessaria per la conservazione del Sé. “Mi manca la spensieratezza e la possibilità di comunicare quando ne ho bisogno, e questo mi distrugge” (n. 6)” (Prefazione, p. 16). Oggi la regola del silenzio non è più un obbligo sanzionato, ma una triste conseguenza di una situazione di incomunicabilità prodotta dalle dinamiche dell’istituzione totale. E quando l’interlocuzione è assente non resta che il rinchiudersi in se stesse ed impiegare il tempo “parlandosi addosso”, un po’ come i carcerati della Ronda dei prigionieri di Van Gogh che passeggiano in tondo nel cortile della prigione senza andare da nessuna parte. “Cerco di occupare il tempo parlando con me stessa. (…) Dentro il carcere non siamo libere, parli con te stessa e ti rimane solo quello” (n. 66). Ma talvolta l’assenza di comunicazione può assumere aspetti più violenti: comunicare attraverso la violenza sul proprio corpo. “Siccome con le parole non riesco a dire ai miei che a Milano non voglio rimanere, allora uso i gesti, i gesti contro e comincio con l’autolesionismo” (n. 91), (Prefazione, p. 17). È soprattutto nella scrittura che si affaccia una possibilità di salvezza, come sottolineano le autrici: Lasciamo che scrivano una scrittura aspettata che faccia cantare i fiori con la grazia intenta ai loro piccoli e rituali segreti. Qualunque sia la loro colpa di non essere meravigliose, dedichiamola a loro e a noi ché il mondo di Dio o di chi per lui, è il mondo di tutti (p. 133). Noi qui abbiamo cercato di raccogliere le paure e la rabbia e i sogni delle ragazze dentro, il loro coraggio, la loro resistenza al quotidiano grigiore. E, citando Brecht: “tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono”. Impariamo a guardare il fiume, il suo navigare, la sua paura di diventare oceano (p. 134). Il volume invita così a spostare lo sguardo: non sulla colpa, ma sulle possibilità di trasformazione. Le parole delle detenute restituiscono una realtà complessa, che chiede ascolto, non giudizio. In questa prospettiva, la scrittura non è solo espressione, ma apertura, attraversamento, relazione. Resta allora la necessità di continuare a costruire quel ponte tra dentro e fuori, perché nessuna storia resti senza voce e nessuna voce resti inascoltata. Mimmo Sorrentino: “Porto in scena i secondini. Il carcere è una guerra civile” di Simona Spaventa La Repubblica, 30 marzo 2026 Il drammaturgo e regista ha lavorato con nove agenti di polizia della Casa di reclusione di Vigevano e si è ispirato all’Iliade per “Agenti”. Il suo teatro si fa soprattutto fuori dalla scena, e nasce dall’incontro con mondi ai margini, disabili, tossicodipendenti, adolescenti difficili, anziani, migranti, pazienti psichiatrici, con cui porta avanti un lungo lavoro laboratoriale che ha come risultato finale gli spettacoli. Napoletano di nascita ma radicato da decenni in Lombardia, Mimmo Sorrentino dal 2014 con la sua cooperativa Teatroincontro fa teatro anche all’interno del carcere di Vigevano. Con i detenuti ha realizzato diversi spettacoli, ma questa volta ribalta la prospettiva e porta sul palcoscenico i secondini. Succede con Agenti, la nuova creazione in scena stasera e domani all’Elfo Puccini di cui è drammaturgo e regista, nata dal lavoro con nove agenti di polizia che interpretano se stessi - Luisa Monte, Giuseppe Gazzitano, Andrea Natile, Vincenzo De Stefano, Cesare Aprile, Maikol Bucci, Philip Taormina, Francesca Di Lisio, Gioacchino Gusciglio - e si ispirano all’Iliade per raccontare la loro guerra quotidiana. Come nasce Agenti? “Lavoro nel carcere di Vigevano da più di dieci anni. Ho iniziato con i detenuti, alcuni poi spostati in alta sicurezza. Ma da subito mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica, cioè che per generare cambiamenti e progetti emancipativi dovevo includere nel lavoro anche gli agenti di polizia penitenziale”. Perché? “In carcere non è affatto semplice, c’è un loro e un noi. E questo loro e noi è una distinzione che fanno anche i civili che ci entrano, che tendono a considerare gli agenti come carnefici e i detenuti come vittime. Di conseguenza gli agenti si mettono di traverso. Quindi il primo lavoro che ho fatto con loro è stato dire: guardate che io non sto qui a fare Madre Teresa di Calcutta, sono qui a lavorare, come voi. Li ho riconosciuti come persone che lavorano, il che non è scontato. Ho incontrato tante situazioni di disagio, ma il carcere è il peggiore in assoluto. Il primo lavoro è stato quello di costruire una fiducia con gli agenti”. Solitamente si fa teatro con i detenuti. Quando le è venuta l’idea di mettere sul palcoscenico i secondini? “Quasi da subito, ma è stato possibile solo quando la fiducia si è trasformata in stima. Solo allora ho iniziato a spiegare perché secondo me era importante che loro portassero in scena le loro storie, il loro vissuto. Perché l’agente di polizia penitenziaria è un servitore dello Stato non riconosciuto pubblicamente”. In che senso? “Il loro è un lavoro pubblico, ma ne sentiamo parlare soltanto quando agiscono male, quando finiscono nelle cronache per fatti terribili. Ma purtroppo il tipo di lavoro che fanno è costruito talmente male che il male lo genera. Non parlo di mele marce, parlo di un sistema marcio. In carcere è una guerra continua, una guerra civile, e nello spettacolo lo si racconta”. Nel 2024 ci sono stati 90 suicidi tra i detenuti, e nove tra gli agenti... “È un dato pesantissimo. Quando tu non ti senti adeguato e lavori otto ore in un contesto di violenza senza avere le competenze per capire che genere di violenza sta esplodendo, come vuoi vivere quando esci da quel lavoro? Oggi il 70 percento dei detenuti ha una doppia diagnosi, sono persone psichicamente ed emotivamente problematiche. Gli agenti sono lì per sedare risse, per calmare atti violenti, anche per aiutare, ma non hanno la competenza per affrontare persone con disagio psichico. Affrontano situazioni terribili”. Racconti... “Nello spettacolo c’è la storia di un agente accorso per salvare un detenuto che si stava impiccando, e aveva dato alle fiamme il materasso. Si è trovato davanti a una scelta impossibile: salvare quella persona e rischiare di morire bruciati entrambi, o spegnere le fiamme e lasciarlo soffocare? Fortunatamente è accorsa un’altra persona”. In scena l’Iliade è metafora della condizione del carcere... “Nell’Iliade non ci sono i giusti e i cattivi, è un contesto di guerra civile in cui tutti cercano di salvarsi. Ettore va a combattere, ma non ne ha tanta voglia, è il dovere che lo obbliga. Questa cosa accade anche nel carcere, che ha qualcosa di epico, dove gli elementi tragici restituiscono una fonte di umanità”. Lei insegna alla Paolo Grassi teatro partecipato. Che cos’è? “Il teatro partecipato prende spunto dall’osservazione partecipata in sociologia. E cioè quando l’intellettuale, l’antropologo, il sociologo non fa solo un’indagine quantistica del contesto dove va a lavorare, ma vive lo stesso contesto fino a impararne le lingue, le culture, le istituzioni, le regole, i rapporti relazionali. In questo senso mi sento un poliglotta, perché ho avuto la possibilità di lavorare in contesti diversi e ho imparato a parlare la lingua dei vigili del fuoco, dei giudici, dei tossici, dei malati di Alzheimer, degli adolescenti... Ognuno ha la sua lingua e la sua cultura. Imparandola, poi tu concorri alla trasformazione o all’emancipazione di quel posto. Laddove c’è del disagio, arriva il teatro e il disagio diventa poesia in cui tutti possiamo riconoscerci. Il teatro partecipato, quando funziona, genera isole di utopia”. Tracce di Invisibili: il film “Gorgona” di Antonio Tibaldi comune.fi.it, 30 marzo 2026 Un’isola-carcere, ultima colonia penale agricola d’Europa a 19 miglia da Livorno, con una novantina di detenuti in un percorso rieducativo basato sul lavoro, dalla cura del bestiame alle attività nei campi. Lunedì 30 marzo 2026, alle ore 21.00, il Cinema Astra di Firenze, in piazza Beccaria, ospita la proiezione del film “Gorgona” di Antonio Tibaldi per un nuovo appuntamento della rassegna “Tracce di Invisibili” promossa dall’Associazione Progetto Arcobaleno in collaborazione con Amnesty International Firenze, Arci Firenze, Arca cooperativa sociale, Fondazione Stensen e Gruppo Giovani Amnesty Firenze. A seguire l’incontro “Utopia e Carcere: può il non luogo diventare anche spazio di opportunità?”, un momento di approfondimento e confronto con Antonella Tuoni, Direttrice della casa circondariale di Arezzo e Camilla Perrone, Professore Associato di Tecnica e pianificazione urbanistica dell’Università di Architettura di Firenze. Il film “Gorgona” di Antonio Tibaldi, distribuito da Bloom, racconta la vita dentro un carcere unico al mondo, in mezzo al mare, dove gli uomini attraverso il lavoro cercano il proprio riscatto. La vita comincia prestissimo, la mattina, sull’isola di Gorgona, un remoto lenzuolo di terra a 19 miglia marittime da Livorno. Le stalle vengono riaperte, i trattori si mettono in movimento, le attività di tutti i giorni riprendono, tra i campi, la mungitura, la manutenzione dei fabbricati. In panetteria si stanno già sfornando i panini e le focacce che riforniscono lo spaccio, mentre un gregge di pecore costeggia i filari delle vigne per arrivare al pascolo... Questi uomini affaccendati tra la macchia mediterranea e le stalle sono i detenuti della Casa di Reclusione di Gorgona, ultima colonia penale agricola ancora attiva in Europa. Un istituto che occupa l’intera isola, abitata esclusivamente da carcerati e da personale carcerario, con la sola eccezione di Luisa Citti, discendente di una delle famiglie che popolarono l’isola nell’Ottocento e unica residente rimasta oggi a Gorgona. Per venire ammessi in questo carcere a cinque stelle servono precisi requisiti: nessun legame con la criminalità organizzata, niente problemi di tossicodipendenza e una pena definitiva sufficientemente lunga da permettere di costruire un percorso rieducativo. L’occhio della telecamera conduce lo spettatore in un’immersione senza veli nella vita di cinque detenuti, tra il lavoro quotidiano, il rapporto con gli educatori e il loro difficile percorso, dentro un mondo dove la bellezza avvolge, come un sudario, i delitti e il dolore degli uomini. Nel cast: i detenuti, gli agenti penitenziari, gli educatori e il personale dell’amministrazione della Casa di Reclusione Gorgona, con il direttore Carlo Mazzerbo, l’istruttore volontario del corso di musica Davide Sessa, il viticoltore Lamberto Frescobaldi e l’unica residente effettiva dell’isola Luisa Citti. Le parole del regista Antonio Tibaldi: “Da ragazzino mi trovavo su una piccola barca a vela durante una libecciata, la pala del timone si ruppe a poche miglia da Gorgona. Via radio chiedemmo l’autorizzazione di accedere al porticciolo. Eravamo l’unica barca nel porticciolo, trattandosi di un’isola carcere il cui accesso è severamente vietato. Seduto nel pozzetto della barca guardavo i campi della valle antistante con questi puntini - i detenuti ‘liberi’ dell’isola - che con tanto di forche e pale, lavoravano la terra. Quella notte non riuscii a dormire. Temevo che uno di questi uomini potesse salire a bordo della nostra barchetta e ucciderci tutti. Mi era rimasto quel vivido ricordo di paura e “timore del detenuto”. L’idea di tornare su quell’isola per girare un documentario rappresentava per me un modo di confrontare e contraddire quella paura. Al termine del primo sopralluogo nel 2017, ho scoperto che su quest’isola remota esiste un ‘mondo parallelo’ unico e sorprendente. Non essendoci negozi, né ristoranti, né cellulari, né macchine, né motorini, è come se il tempo si fosse fermato e non avesse contaminato l’isola. Il mio lavoro è stato quello di osservare con la telecamera, con pazienza e perseveranza, il comportamento umano che avveniva di fronte a me. Osservare innanzitutto il lavoro di questi uomini, che in questo contesto carcerario, assume un’importanza monumentale.” Antonio Tibaldi è un regista italo-australiano, residente a New York. Realizza per UNTV (Televisione delle Nazioni Unite) documentari tematici ambientati in Sud America, Centro America, Africa e Asia. Tra i suoi documentari Godka Cirka (2014) vincitore di oltre trenta premi internazionali, La poltrona del padre (2015) presentato in concorso a IDFA, DocAviv, Dokufest e DOCNYC. Nel 2022 ha vinto il premio Miglior Documentario con Gorgona al Festival dei Popoli di Firenze. L’Italia non concede pieni poteri a nessuno di Andrea Malaguti La Stampa, 30 marzo 2026 Piccolo memorandum per riassumere un voto referendario che contraddice alcune supposte certezze capaci di accompagnare il racconto pubblico di questi anni turbolenti. Primo punto: l’Italia non concede pieni poteri a nessuno. La prospettiva non piace neppure agli elettori di destra. Con un esecutivo che, molto prima di Meloni, ha soppiantato di fatto il Parlamento, l’idea, non scritta, puramente teorica, eppure pervasiva, di una scelta che avrebbe portato i pubblici ministeri sotto il controllo di Palazzo Chigi, ha prodotto lo sbilanciamento del voto verso il No. Non è stata bocciata la riforma della giustizia in sé (scritta male, incompleta, scivolosa, imposta e non condivisa), è stato bocciato il germe di un’ipotetica rivoluzione illiberale, che incarna lo Spirito del Tempo, ma non quello più diffuso nel Paese. E, grazie al cielo, in Europa. La Costituzione non è sacra, ma è sana. Ancora capace di custodire i residui valori condivisi. Non c’è spazio per derive autoritarie. E questo è certamente un bene. Punto due: la premier gode ancora di una forte credibilità personale, ma all’interno di condizioni politiche e di coalizione proibitive. L’italiano medio, peraltro, non ama gli sconfitti, e lei, per la prima volta, sembra battibile. Il suo carisma si fonda sulla propagazione della forza, un’onda d’urto capace di travolgere ogni cosa. Una volta intaccato il mito, il richiamo alle buone maniere e alla coesione nazionale, per quanto necessario ad evitare dodici mesi di scontri, turbolenze e insulti, rischia di essere debole. Il suo registro è: io sono giovane e piena di energia. Se manca questo, manca il melonismo. La sconfitta al referendum rischia di rappresentare per lei quello che la canottiera sudata rappresentò per Craxi al congresso di Bari. Qualcuno ricorderà, 1991, caldo torrido, Fiera del Levante. Il leader socialista, al quale certamente non mancava autorevolezza, venne ripreso dalla tv di Stato con la magliettina bossiana sotto la camicia, restituendo l’idea di un condottiero stanco e all’improvviso in disordine, allontanandolo dall’idea superomistica che era il suo marchio. L’istantanea iconica della fine di un’era. “Mi sono vergognato di me stesso quando ho capito che la vita è una festa in maschera, e io vi ho partecipato con la mia vera faccia”, scrive amaro Franz Kafka. L’esposizione pubblica impone la fedeltà alla propria immagine artificiale. Moro andava in giacca anche in spiaggia. Difficile immaginare che Meloni possa comportarsi come Dossetti. Ma, ad una settimana dalla sconfitta referendaria, stupiscono l’ordinarietà della reazione di una leader abituata a nuotare controcorrente e la mancanza di una strategia. La decapitazione immediata di Delmastro e Santanchè la mette al riparo dallo stillicidio di accuse che avrebbero accompagnato il governo in quest’anno elettorale, ma, paradossalmente la indebolisce con gli alleati. Vacilla il mito del Capo che difende i suoi ad ogni costo. Da oggi ognuno per sé e Dio per tutti. Il Consiglio dei ministri sull’economia di venerdì ha prodotto un topolino. Lo dimostra l’indispettita reazione di Confindustria, che accusa Giorgetti di penalizzare le imprese. C’è aria di recessione e il mefitico effetto-Trump su guerra e bollette rischia di soffocare la premier assieme agli italiani, mentre gli alleati sembrano ormai in libera uscita. Come spiega Eschilo: “La cosa peggiore per i potenti è che non possono fidarsi degli amici”. Averne. Punto terzo. Per la prima volta dopo vent’anni, il centrodestra sembra perdere la sua caratteristica fondamentale: la capacità di restare unito a dispetto della divergenza di opinioni, quell’istinto da compagni di classe in gita che fa restare uniti anche ubriachi. La riforma della legge elettorale è destinata a fare esplodere differenze già scandalosamente chiare, che moltiplicano le lotte intestine. Dentro Forza Italia, le ambizioni del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sono messe a dura prova dalle spallate sempre più frequenti di Marina Berlusconi, alla ricerca di un segretario di partito più affine a lei, apparentemente divertita dall’idea di essere la carta matta della politica italiana. Politica che le serve come strumento aziendale e di impegno pubblico. Domanda senza risposta: essendo i suoi interessi industriali così rilevanti, è possibile ipotizzare che si metta contro il governo in caso di vittoria del centrosinistra? Punto quarto. La Lega divisa in due. Incardinata al Nord dai suoi efficaci governatori, debolmente spalmata sullo Stivale dal suo inquieto segretario. È interessata ad una riforma elettorale che cancella i collegi? Meno di zero. Senza bottino elettorale garantito, cade ogni vincolo di fedeltà. Mentre i politologi più raffinati ricordano che il Carroccio è stato capace di alleanze anche dall’altra parte del campo. Scenario fluido, dunque. Dopo decenni di Caudillos con la voce fanatica, propria di chi è in possesso di una verità impellente e assoluta, i partiti personali sono spompati. Usurati da questa esperienza di governo e incapaci di esprimere una nuova classe dirigente. Non esiste alternativa a Giorgia Meloni. Paradossalmente il centrosinistra, per quanto sgangherato e rissoso, ha un presepe più largo a disposizione. E qui veniamo al punto cinque. Il minato campo largo, convinto sulla base della legge elettorale vigente che il 2027 trasferirà i poteri nelle sue instabili mani, rischia di pagare il prezzo della sua hybris. Considerazione ovvia, ma apparentemente non è questo il momento della creatività argomentativa. Un’ora dopo il voto, Giuseppe Conte già parlava di primarie aperte, sottolineando una rivalità con Elly Schlein che sarebbe stato meglio riproporre a bocce ferme. La segretaria del Pd si sente pronta per Palazzo Chigi ed è disposta a chiedere la conferma del suo popolo. In Gran Bretagna sarebbe naturale per il capo del primo partito d’opposizione candidarsi alla guida del governo. Ma la grammatica politica italiana è diversa. Le trappole infinite. E Schlein rischia di cadere in quelle tese dai suoi stessi tesserati, apparati che, oggi, si sentono poco garantiti da lei. Trovano la sintesi Pd e M5S? Sono capaci di estenderla al centro e non solo ad Avs? Più facile dire No che dire Sì. Vale per il referendum sulla giustizia e vale per la politica estera, vera bussola di qualunque esecutivo. La Russia o l’Ucraina, Trump, l’Europa o Xi Jinping? Risposte che fanno tutta la differenza del mondo e che ancora il centrosinistra, nel suo logoro spettacolo della moltiplicazione delle personalità, non è in grado di dare, per quanto, proprio ieri, un segnale sia arrivato dalla Convention per gli Stati Uniti d’Europa, imprescindibile architrave dei progetti futuri. Punto sei. L’ultimo. I giovani. Arrivati in massa alle urne. Come ha spiegato bene su questo giornale Matteo Lancini, la loro diffidenza nei confronti degli adulti, e dunque della politica, non è mai stata così forte. Distacco che non si traduce in protesta, ma in ritiro, sparizione, assenza. L’amarezza di chi sente tradito il patto originario: voi ci lascerete un mondo migliore di quello che avete trovato e noi faremo lo stesso con i nostri figli. Avevamo promesso di tenerli al centro. Non ci siamo riusciti. Li abbiamo resi prima furenti, poi sconsolati. Come mi ha spiegato il figlio universitario di un caro amico torinese: “Sono andato a votare solo perché ho sentito che potevo decidere direttamente. Questo non significa che mi presenterò anche alle politiche”. Abbiamo il dovere di coinvolgerli, uscendo da quell’inverno dello spirito che si fa sempre più pervasivo. La crisi è arrivata all’ultimo stadio. Viviamo in un Paese in cui la densità politica è altissima, ma il livello di fiducia in chi la pratica è al minimo storico. Una contraddizione che non riusciamo a risolvere. Siamo su un crinale. Serve una gigantesca opera di riconciliazione dei poteri, una ricucitura sentimentale che ci eviti dodici mesi di grida scomposte: nazista, comunista, paramafioso, zecca. L’ininterrotta litania della cattiveria, della stupidità rutilante di ridicolo, capace di affossare ogni tipo di speranza. I giovani e l’utopia in movimento di Myrta Merlino Corriere della Sera, 30 marzo 2026 Dal referendum agli oltre quattromila giovani di 140 Paesi che “Change the World Academy” ha radunato alle Nazioni Unite a New York. La “Generazione Z”: attiva, coinvolta e desiderosa di incidere. “A cosa serve l’utopia?”. Partiamo dalla risposta dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”. Una risposta che mi è tornata in mente in questi giorni di analisi del voto referendario. C’è una lezione che dobbiamo apprendere dalla straordinaria partecipazione della Generazione Z, e che ritrovo nella voglia di protagonismo e di cambiamento degli oltre quattromila giovani di 140 Paesi che Change the World Academy ha radunato alle Nazioni Unite a New York in queste ore. Quando sono chiamati a esprimersi per scegliere un’idea di società, che sia attraverso la difesa dei suoi valori fondanti - quelli scritti nella nostra Costituzione o sanciti dal diritto internazionale - o la richiesta di politiche che percepiscano meno distanti - lavoro e salari dignitosi, meritocrazia, sostenibilità, diplomazia e non forza bruta - i giovani si muovono, escono di casa, salgono su un aereo, vanno in piazza e perfino alle urne. In una parola, camminano. Ribaltando quella superficiale narrazione che li vorrebbe tutti sempre al chiuso delle loro stanze, imprigionati nelle maglie dei social, a interrogare l’intelligenza artificiale. Tra noi, ex giovani con un grande avvenire ormai dietro le spalle, dovremmo dirci, per usare un’espressione in voga da un po’, che non li abbiamo visti arrivare. Che abbiamo mentito a noi stessi, quando ci siamo detti, per rassicurarci, che se ne sarebbero stati buoni, nel loro isolamento, mentre gli scippavamo il futuro. Quando abbiamo fatto finta di non vedere che riempivano le piazze per la Palestina, o che affollavano i tanto vituperati social per discutere di politica e Costituzione (fatevi un giro su TikTok e soffermatevi su Andrea Borello, alias “partigiano nell’era dei social”, e capirete tante cose). Che volavano dall’altra parte del pianeta per imparare l’arte del dialogo in un mondo che strilla e mostra i muscoli, della risoluzione pacifica e della mediazione in un mondo interconnesso, globale e infuocato. Spesso vediamo in TV le sale delle istituzioni internazionali tristemente vuote, i relatori che parlano a platee sparute e stanche, ma oggi a New York abbiamo affollato l’Assemblea Generale di migliaia di ragazzi pieni di domande e di fiducia, e questo è un codice rivoluzionario. I giovani chiedono partecipazione e noi non ce ne siamo accorti. E sì che il grande Gaber ce lo spiegava più di cinquant’anni fa, che “la libertà non è star sopra un albero”, o, potremmo dire oggi, davanti a uno schermo. I nostri figli e nipoti vogliono incidere, pretendono una società finalmente a misura loro. Ascoltiamoli, una buona volta, ma senza il paternalismo con cui li abbiamo trattati finora. E soprattutto, agiamo. Possiamo, dobbiamo farlo. Non è un’utopia e camminare non basta più. Dobbiamo metterci a correre. Dalla precarietà dei giovani alla guerra. Il referendum una lezione per la Destra di Massimo Cacciari La Stampa, 30 marzo 2026 I ragazzi sono usciti dall’astensionismo per dire al governo che la situazione è diventata intollerabile. Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse - perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina. È certo comunque che il risultato del referendum dipende in minima parte dal merito del quesito proposto. Prima di tutto per la semplicissima ragione che spacciare il contenuto della riforma come un intervento decisivo per l’amministrazione della Giustizia, come una riforma di sistema, costituiva una menzogna così macroscopica da non poter ingannare nessuno. Motivi di ordine propriamente “tecnico” potevano perciò spingere al voto ben poche persone. Certo, come si è detto, contava dare un segnale di alto là agli sgangherati e ripetuti tentativi di dar mano alla Costituzione a pezzi e bocconi. Ma tutto questo non basterebbe a spiegare l’imprevista “uscita” dall’astensione dei giovani e il voto del Mezzogiorno. Le ragioni dei due fenomeni sono diverse, ma forse anche concomitanti. Non stiamo, per carità, a elucubrare sulla rinascita di movimenti giovanili, intorno a nostalgie (o paure) sessantottine. È certo però che questo ogni giorno di più è un Paese per vecchi, da dove migliaia di giovani partono ogni anno, dove anche i più qualificati sono costretti a lavori precari e sottopagati, dove è ancora la famiglia a fungere da “Stato sociale minimo”. Il referendum ha rappresentato l’occasione propizia per dire che la situazione si fa intollerabile. Credo sarebbe stato lo stesso con qualsiasi governo incapace di affrontarla. L’altro motivo del voto giovanile è la guerra, e questo sì è rivolto proprio contro la Meloni. Stupiti? Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali. La politica estera di questo governo contrasta con la volontà della stragrande maggioranza dei giovani. Che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte. Illusi? Irenisti? Anime belle? Può essere - ma allora ci si rassegni a rinunciare al loro consenso. Anche per il Mezzogiorno il voto dipende in misura minima dal quesito referendario. Anche qui è la situazione sociale ed economica complessiva che lo determina. Forse è ancora possibile nelle regioni del Nord continuare a ripetere la leggenda che il Paese va bene, che il governo sta risanando industria e finanze, ma la fantastica narrazione non può più funzionare per la Sicilia o la Calabria. Se viene meno il voto di scambio - come certamente è accaduto in questa occasione (nessun “potere forte” era minimamente interessato a divisione delle carriere e compagnia) - i consensi alla Destra al potere corrono rischi mortali. Il campanello d’allarme per la Meloni ha nel Mezzogiorno un significato più strategico ancora che per la questione giovanile. Due dimensioni diverse e complementari per la sua agenda, tutte da affrontare con decisione se non vuole perdere alle prossime politiche. O se non vuole, per vincerle, affidarsi soltanto a contraddizioni e limiti dell’avversario. Sembra che quest’ultimo faccia di tutto per accontentarla. Come si spiega altrimenti che la “comunicazione” dell’opposizione, dopo la vittoria del No, si concentri sul dilemma delle primarie? Come è possibile che invece di discutere sulle scelte strategiche da compiere intorno a condizione giovanile, formazione, ricerca, Mezzogiorno, ci si perda a discettare sul modo di giungere alla designazione del candidato premier? Con ciò stesso, tra l’altro, ponendo in evidenza l’indubbio vantaggio della Destra, che già ce l’ha. Purtroppo questo comportamento, che di per sé sarebbe soltanto risibile, nasconde (per modo di dire) il fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha elaborato nessuna strategia comune su quei grandi problemi che hanno deciso lo stesso referendum, tra i quali vi è anche, certo, quello di una autentica riforma della Giustizia. E non potrà mai essere altrimenti, se si continua a fingere di poter affrontare la drammatica crescita delle disuguaglianze, il crollo di potere d’acquisto di salari e pensioni, la crisi complessiva dei servizi sociali, senza metter mano a incisive politiche fiscali sui profitti e redditi più alti, senza colpire seriamente l’evasione. Idem per la politica estera. Se si vogliono i voti dei giovani, è essenziale voltar pagina, comprendere che non si può essere una volta con la Von der Leyen e un’altra coi palestinesi. Né si possono continuare ad avere dentro la stessa coalizione voci del tutto dissonanti sulle tragedie che attraversiamo. Ma come costruire un programma politico del centro-sinistra, così capace anche di sfruttare le macroscopiche contraddizioni del governo Meloni, se nessuno dei partiti che lo compongono ormai da decenni dà vita a un vero, serio congresso? Se da più di una generazione la sua classe dirigente si forma attraverso cooptazioni e giochi di puro vertice? Il referendum dice che il centro-sinistra potrebbe vincere. Ma, al momento, nonostante sé stesso. Se non basta più la passione a scuola di Elvira Serra Corriere della Sera, 30 marzo 2026 Il caso del tredicenne della Bergamasca che ha ferito la professoressa. Non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso. È necessario ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori. Della mia prof di chimica del liceo bastava il soprannome, “Hitler”, perché durante la sua ora non volasse una mosca. Non era per me un modello, come lo sarebbero diventati quello di matematica e fisica e quella di filosofia. Del primo, Josetto Manconi, ricordo le lenti spesse degli occhiali, che malcelavano l’invincibile tristezza per la scomparsa della sorella Gina, sequestrata e mai restituita dall’Anonima Sarda. Devo a lui la scoperta del perché la Torre di Pisa non crolli (la perpendicolare dal baricentro al suolo è interna alla superficie di appoggio): ogni volta che la vedo ripenso alle sue lezioni appassionate. Invece con l’insegnante di Filosofia, Nunzia Secci, ho imparato ad amare Socrate e la sua certezza di non sapere, che mi è utile ancora oggi come metodo di lavoro. Ma la gratitudine più grande che sento nei suoi confronti è per la carezza che mi diede una mattina di formidabile tristezza, quando il suo rigore professionale cedette il passo a una compassione sincera. Ho ripensato molto a loro dopo i fatti di Bergamo, l’ennesima e drammatica aggressione di un’insegnante da parte di uno studente di 13 anni. E non sono certo qualificata per giudicare o proporre soluzioni. Ma non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso. Quando è avvenuta la mutazione genetica? Nel momento in cui gli smartphone sono entrati negli zaini di tutti gli studenti, o piuttosto quando i primi genitori sono andati dal dirigente scolastico per lamentarsi di un brutto voto a loro parere ingiustificato? Divago, ma rifletto: perché oggi un laureato innamorato della letteratura o della storia dovrebbe voler guadagnare duemila euro al mese dopo dieci anni di servizio in cambio di insulti, minacce, danni materiali e morali legittimati, il più delle volte, da padri e madri che si sentono più preparati dei docenti, convinti di essere gli unici depositari della capacità di giudizio verso i propri figli? E allora: vogliamo perquisire gli zaini? Va bene. Vietare l’accesso ai social sotto i 16 anni? Va benissimo. Ma possiamo anche ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori, che hanno il compito cruciale di gettare semi di curiosità dei quali magari, poi, neanche vedranno i frutti? Sarebbe bellissimo. La pedagogia dell’odio e le colpe degli adulti di Massimo Recalcati La Repubblica, 30 marzo 2026 Se la violenza dilaga nella scuola è perché trova legittimazione nei discorsi dei grandi, dove l’altro è un nemico da annientare. La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita delle nuove generazioni la via della parola come alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate, ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né civile, né affettivo-sessuale. È proprio tra i banchi della scuola che i nostri figli dovrebbero apprendere che il conflitto non si risolve con il passaggio all’atto violento, ma con il confronto delle idee e che senza la rinuncia alla “via breve” della violenza non c’è alcuna possibilità di umanizzare la vita. Il nostro tempo sembra segnato in questo senso da una profonda regressione. La violenza nella scuola si manifesta nei legami interni al gruppo dei pari dove il più forte impone la propria legge sul più fragile - bullismo, cyberbullismo, body shaming, ecc - ma anche nello stesso rapporto tra generazioni. La figura dell’insegnante anziché suscitare rispetto viene sempre più esposta a forme crescenti di delegittimazione che possono, come in questo caso, raggiungere il culmine dell’aggressione diretta da parte degli allievi ma, non di rado, anche da parte delle famiglie. Non si tratta ovviamente di un fenomeno circoscritto. Come ci ha insegnato Freud, non esiste una separazione netta tra mondo interno e mondo esterno poiché il mentale è anche sempre sociale. Dunque se la violenza dilaga nella scuola è perché essa trova la sua più grave legittimazione nel discorso degli adulti. La domanda, allora, non è solo relativa alla violenza come una delle espressioni più diffuse del disagio giovanile, ma alla responsabilità delle vecchie generazioni: quale testimonianza siamo in grado di offrire ai nostri figli della legge insostituibile della parola e, dunque, della necessaria rinuncia della violenza? Se gli adulti sono i primi a cedere alla tentazione dell’insulto, della denigrazione, dell’aggressività verbale, se essi praticano la rissa, se il confronto tra idee diverse si trasforma sistematicamente in scontro, in odio reciproco, quello che si trasmette alle nuove generazioni non è il valore insostituibile della legge della parola, ma la legge brutale della forza. In questo senso, anche il clima che ha caratterizzato la recente campagna referendaria - segnato da un linguaggio esasperato, polarizzato e intriso di disprezzo ideologico - non è privo di conseguenze. Esso costituisce una vera e propria pedagogia nera, una sorta di scuola parallela che insegna ai più giovani che l’altro non è un interlocutore degno di attenzione, ma un nemico da annientare e umiliare. Quale testimonianza il mondo degli adulti offre alle nuove generazioni nei confronti della tolleranza per le idee e le visioni del mondo che non coincidono con le nostre? È un fatto evidente: il disprezzo di chi pensa il mondo in modo differente dal nostro contamina pesantemente la nostra vita civile. I social, da questo punto di vista, esibiscono una attitudine alla violenza e all’insulto impressionante, senza che nessuna norma sia in grado di regolamentarne la spinta. Forme di shitstorm accompagnano regolarmente il dibattito, si fa per dire, delle idee. E non solo tra i giovani. I media allevano, anziché il pluralismo, gli schieramenti faziosi, i raggruppamenti omogenei e settari. Non dovrebbe essere invece loro compito, omologo a quello più alto della scuola, di introdurre la vita dei nostri figli alla legge del Due? Non esiste infatti un solo modo di vedere il mondo, un solo modo di leggere le cose che accadono. Quando la violenza esplode in modo erratico, come è accaduto nei confronti della professoressa Chiara Mocchi, non ci si può limitare a condannare quel gesto come se non ci riguardasse. Qual è la nostra responsabilità di adulti nel diffondere l’odio, nel glorificarne addirittura la forza, nel seminarne i germi? Solo una profonda cultura democratica può costituire un antidoto contro la violenza. Ma una cultura democratica non nasce dai grandi discorsi, ma sorge dalla qualità dei legami familiari e dalla capacità degli adulti di testimoniare, con i propri gesti e con le proprie parole, che la differenza non è una minaccia per la vita ma una risorsa. La verità, nella sua dimensione umana, non può mai essere monolitica, non coincide mai con una sola voce. Quale testimonianza sanno dare allora le vecchie generazioni della loro capacità di apertura e di ascolto? Non siamo di fronte ad una crescente all’omologazione, all’identificazione massiccia di schieramenti che si rafforzano reciprocamente attraverso l’esclusione della voce divergente? I media che dovrebbero avere una funzione fondamentale nella costruzione di una cultura democratica non stanno cedendo alla logica populista della semplificazione e della contrapposizione carica di odio? Invece di alimentare il pensiero critico e il pluralismo non stanno favorendo lo smembramento del tessuto civile del nostro paese in blocchi identitari rigidi, incapaci di dialogo e carichi di violenza? La necessaria condanna del gesto di questo ragazzo non può infatti risparmiarci dall’assunzione delle nostre responsabilità. In che modo siamo implicati, come adulti, nella diffusione di questa violenza irresponsabile? Il nostro linguaggio non la alimenta, non la giustifica, non la promuove anche se involontariamente? Davvero non esiste alcun nesso tra il linguaggio di odio che attraversa il nostro paese e il carattere solo apparentemente erratico di questi passaggi all’atto violenti? Gli psicoanalisti sanno bene che le parole non sono mai solo parole. Esse possono talvolta assomigliare a proiettili. Possono armare le mani, spingere verso la violenza, fomentare l’illusione cainesca che l’Uno possa liberarsi definitivamente del Due.