I detenuti di Alta Sicurezza trasferiti da Padova: storie di rieducazione e di cambiamento. Che sono state improvvisamente cancellate. (6-fine) di Coordinamento Carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 2 marzo 2026 Concludiamo oggi il racconto che riguarda le persone detenute di Alta Sicurezza improvvisamente trasferite da Padova dopo anni di impegno in attività rieducative. Pietro Marinaro a Padova non ha retto all’idea di essere trasferito e ha scelto di concludere prima della partenza la sua vita. Per noi un dolore e uno sgomento che non si attenuano. Le nostre schede parlano attraverso la voce di Operatori Carcerari Volontari OCV, di Momart/Laboratorio di pittura e scultura, di Ristretti, della biblioteca, di MatricolaZero/Laboratorio di Teatro, del laboratorio di lettura e scrittura. Ma ci piace pensare che in modo silenzioso si aggiungano le voci degli educatori e delle educatrici (non li chiamiamo qui FGP), degli agenti di Polizia Penitenziaria, dei dirigenti che in questi anni si sono avvicendati, dei magistrati di sorveglianza … che li hanno conosciuti e seguiti. Oggi raccontiamo la storia di tre persone che hanno avuto una presenza assidua e impegnata, oltre che nei laboratori, negli incontri con gli studenti del progetto scuola/carcere di Ristretti Orizzonti: Ignazio B., Natale B., Antonio P. Il confronto con i ragazzi, e le loro domande severe e il loro ascolto attento, è stato per loro doloroso, ma ha prodotto quei cambiamenti interiori e quelle riflessioni profonde che sono lo scopo della rieducazione. Con oggi terminiamo il racconto del percorso, insieme a noi, di queste persone. Continueremo a batterci per la declassificazione e per il riconoscimento del loro impegno. Ignazio B. Ristretti/Granello di Senape Padova ODV - Ignazio è entrato in redazione dopo un percorso carcerario molto duro, in cui era stato per anni in 41 bis e poi in Alta Sicurezza, ha trovato nella redazione un luogo di confronto profondo e franco, che l’ha messo di fronte alle sue responsabilità. Lui si è fatto subito coinvolgere dall’attività di discussione, incontri con persone esterne e approfondimenti, e ha cominciato a dare il suo apporto discreto e attento al lavoro della redazione. Ha dimostrato infatti di impegnarsi con particolare interesse nel percorso, tutto su base di volontariato, che affrontiamo per informare e sensibilizzare le scuole e il territorio sui temi del carcere e della giustizia. È una persona estremamente disponibile ed equilibrata, che sa stare nel gruppo e che si pone sempre in modo corretto verso i compagni e i volontari. Per questo la nostra associazione attraverso il progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ finanziato da Cassa Ammende aveva dato un’opportunità lavorativa a Ignazio, che infatti prima di essere trasferito lavorava da giugno 2025 come dipendente della Casa di Redazione in redazione per gestire gli abbonamenti, organizzare l’indirizzario, preparare le spedizioni. In relazione al progetto ‘Scuola-Carcere’ testimoniava durante i permessi premio nelle scuole cittadine. Matricola Zero/Laboratorio di teatro - Ignazio ha frequentato il corso dal primo anno di progettazione (2021) ed è rimasto fino alla fine nel 2025. Ha dimostrato un impegno sempre più serio e misurato, riuscendo a lavorare su sé stesso, smussando alcune parti del suo carattere più ‘fumantine’ e istintuali, e aumentando la qualità del suo ascolto. Ha sempre contribuito alla creazione di un clima di gruppo sano e positivo, grazie al suo carattere gioviale e alle battute pronte, ma allo stesso tempo ha saputo condividere ricordi e riflessioni personali profonde, a volte anche con testi scritti che sono poi diventati parte della drammaturgia. La condivisione con noi dei racconti della sua infanzia e della sua vita, son sempre stati fatti in un dialogo onesto e critico. Inoltre, rispetto al primo anno, in cui faceva più fatica a stare in scena ed esprimersi, nell’ultimo anno di corso lo abbiamo visto più sereno e libero, tanto da riuscire a sostenere una scena in cui doveva improvvisare con il suo compagno e con il pubblico, avendo con quest’ultimo un dialogo diretto di botta e risposta funzionale allo spettacolo. Momart/Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Ignazio ha frequentato il laboratorio di scultura. Da bambino non ha avuto l’opportunità di frequentare la scuola, cosa che, invece, ha iniziato a fare una volta entrato in carcere tanto che si è iscritto all’Università di Padova. Segue il laboratorio di Scultura ScolpiAmo dal 2018, anno in cui è stato creato. Non avrebbe mai pensato che un giorno si sarebbe messo a scolpire, eppure, con l’aiuto dei suoi insegnanti ha iniziato un percorso che gli sta dando grande soddisfazione e gli sta facendo scoprire parti di sé che non conosceva: “Sono entrato in carcere da ‘morto vivente’ e poi, pian piano, ho iniziato a guardare il mondo con occhi diversi ed oggi mi sento cresciuto e finalmente pronto ad accogliere tutte le cose belle che la vita mi propone”. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Ignazio ha sempre partecipato dal 2021, nella sala Redazione, insieme a 15 ristretti comuni e non, regolarmente tutte le settimane, al “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Poi da maggio 2025 al nuovo laboratorio. Il suo contributo si distingue per il contatto personale, la partecipazione attiva e diretta con interventi, rivolti a tutti, e con una teatralità che ha messo a frutto nel laboratorio teatrale. Ama leggere a voce alta i testi (articoli o racconti) di ogni laboratorio. Sempre attento e critico a cogliere contraddizioni nelle tematiche in discussione. Le sue riflessioni scritte sono confluite nei vari numeri della rivista Ristretti. Nel laboratorio usa il racconto orale sulle sue esperienze in carcere o in permesso, cui il docente dà una veste scritta, riproposta poi al laboratorio seguente. Ama realizzare sculture che ha esposto assieme ai compagni nella galleria civica di Piazza Cavour a Padova. Ignazio è iscritto all’università (Storia). Natale B. Ristretti/Granello di Senape Padova ODV - Natale era stato inserito nell’attività sperimentale della redazione, che vedeva insieme detenuti di alta e di media sicurezza. Una carcerazione, come quella vissuta a Padova, gli ha permesso di avviare un percorso di cambiamento autentico e un’importante crescita personale. Aveva trovato, forse per la prima volta, la possibilità di mettersi in gioco e di elaborare anche un progetto di vita, basato su relazioni significative con il mondo del volontariato, un progetto che lo poteva aiutare ad affrontare gradualmente tutte le difficoltà e gli ostacoli inevitabili in un contesto complesso come il carcere e con una condanna pesante come la sua. La sua partecipazione, sempre molto attiva, al progetto “Carcere e scuole: Educazione alla legalità” e agli incontri della redazione lo ha aiutato ad accettare il confronto critico con gli altri detenuti e con la società esterna. OCV Operatori Volontari Carcerari - Laboratorio di cucito - Natale ha iniziato a frequentare il laboratorio di cucito dopo il Covid. Inizialmente ha realizzato braccialetti di vari colori con perline, ma poi, ispirato dai compagni, ha imparato a usare la macchina da cucire, producendo anche copertine da donare, pur continuando a realizzare braccialetti. Ha sempre frequentato il laboratorio con costanza, salvo i giorni in cui era impegnato con le scuole del progetto di Ristretti. Sempre cordiale e disponibile a realizzare prodotti per i mercatini mensili che l’associazione OCV organizzava. Matricola Zero-Laboratorio teatrale - Natale ha frequentato il corso dal 2022 ed è rimasto fino alla fine. Una persona importante nel gruppo, sempre presente e motivato. Bravo e impegnato dal punto di vista teatrale, ha sempre sostenuto parti impegnative dal punto di vista fisico e mnemonico; possiede un carattere per natura cordiale e scherzoso, ironico e autoironico, facilitatore di dinamiche di gruppo sane e inclusive. Anche lui, dal punto di vista umano, iniziava un miglioramento netto rispetto all’elaborazione di vissuti della sua vita privata, soprattutto rispetto ai temi della genitorialità - tema degli ultimi due anni di ricerca laboratoriale - contattando delle parti di lui fragili e delicate, che era riuscito a condividere con tutto il gruppo. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Natale ha partecipato dal 2021, nella sala Redazione, insieme a 15 ristretti comuni e non, regolarmente tutte le settimane, al “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Il suo contributo si distingue per un commento attento agli argomenti sul tavolo. Ama leggere bene a voce alta i testi (articoli o racconti) di ogni laboratorio, alternandosi ai compagni. Ha portato racconti scritti sulla sua infanzia e su una figura parentale importante (il nonno), per i quali ha accettato di rivedere più volte stile e redazione. Legge e si informa sulla politica in corso, esponendo valutazioni personali motivate. Sempre critico verso le tematiche in discussione, ma con argomenti che rivelano conoscenze e riflessioni sulla cronaca. È molto educato e quasi formale. Alla fine passa salutando, lasciando nell’aria una valutazione sintetica: “questa lezione mi è piaciuta, tanti auguri”. Antonio P. Ristretti/Granello di Senape Padova ODV - Antonio ha partecipato per anni assiduamente alle attività della redazione, portando in particolare ai ragazzi delle scuole la sua esperienza, con il racconto di una infanzia difficile, da analfabeta, con un bassissimo livello culturale che lo ha portato a fare scelte profondamente sbagliate nella totale inconsapevolezza. In redazione è cresciuto, si è messo in forte discussione, ha imparato a diventare una persona profondamente responsabile e a mettere in discussione il suo passato da boss della criminalità organizzata, e lo ha fatto con umiltà, consapevolezza e notevole coraggio. Scrive per Ristretti Orizzonti. In permesso premio porta nelle scuole del territorio la sua testimonianza. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di cucito - Antonio ha partecipato ai laboratori, quando non era impegnato con le scuole per fare testimonianza (fino alla circolare su AS del 2025). Nel laboratorio ha aiutato nella realizzazione di piccole coperte donate ai bambini delle mamme detenute alla Giudecca, ha confezionato le cuffiette donate al personale sanitario dopo il COVID, ha cucito molte borse e altri prodotti che sono stati esposti ai mercatini mensili gestiti dall’associazione OCV ed ha anche partecipato ai mercatini aiutando i volontari dell’associazione stessa. Anche lui versatile nelle iniziative, ha realizzato dei quadri che sono stati esposti nella mostra realizzata nel centro città, patrocinata dal Comune di Padova. Ha scritto un libro e una raccolta di poesie. Matricola Zero-Laboratorio teatrale - Antonio ha frequentato il corso dal 2021 ed è rimasto fino alla fine. Fin dall’inizio si è sempre messo a servizio del gruppo condividendo storie e poesie scritte da lui, e aneddoti di vita autobiografica; i suoi racconti sono stati un punto di riferimento per tutto il gruppo, che poi pian piano ha iniziato a condividere a sua volta racconti e ricordi. Nel tempo il suo modo di stare nel gruppo è cambiato: si è sempre più aperto e messo a servizio della compagnia, ha affinato le sue tecniche di recitazione e il suo stare in scena, accettando di buon grado anche i cambiamenti che gli venivano richiesti rispetto alle scene, alle battute (cosa che inizialmente gli creava ansia). Ha ricoperto ruoli sempre più difficili e complessi, trovando anche un’ottima vena comica, segno che finalmente ha potuto fidarsi totalmente del gruppo e sentirsi sicuro al suo interno. Momart-Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Antonio ha frequentato il laboratorio di pittura. Di origini calabresi, inizia ad esprimersi con la letteratura pubblicando i testi” “Sono un poeta perché non so volare” e “Poveri figli di Aspromonte”, nel 2021 si lancia in una nuova avventura: “buttare il colore sulla tela per esprimere quello che mi è più caro delle mie origini”. Nato ai piedi dell’Aspromonte, la sua pittura è pervasa dal ricordo delle sue montagne: case di paese, anziani contadini, animali, sono luoghi dell’anima, ricordi del passato. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025, collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Antonio partecipa dal 2010 - nella prima sala Redazione. Dal 2015 ha frequentato regolarmente tutte le settimane, il “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Il suo contributo si distingue subito per una partecipazione attenta e quieta, affidata a interventi mirati (sotto forma di domande), rivolti al docente, che diventano contributi storico linguistici, rivelando una cultura coltivata da letture e frequenza a corsi scolastici prima e poi universitari, di carattere storico (che stanno per concludersi con la laurea, per cui è seguito anche da un tutor). Porta al laboratorio scritti di vario genere (racconti, poesie): ama raccontare delle sue origini e chiede il parere del docente. Ha parlato della sua ‘educazione’ nel romanzo autobiografico Poveri figli d’Aspromonte presentato alla Fiera delle Parole, 2019, Padova (tra i libri promossi dalla rivista Ristretti Orizzonti). Ama la saggezza popolare (riunisce proverbi in pagine che porta al docente) e soprattutto scrivere poesia in terza rima dantesca con cui commenta situazioni e ricorrenze (la reclusione, il Natale). Ha raccolto e pubblicato durante il Covid le sue poesie affidatosi alla cura di Mauro Feltini e di Anna Scarso. Altre si trovano anche sul blog “urladalsilenzio”. Riflessioni e testimonianze confluiscono in vari articoli nella rivista Ristretti. Antonio è iscritto all’università (Storia) “33 anni di carcere da innocente, lo Stato non mi ha ancora dato nulla” di Massimiliano Rais L’Unione Sarda, 2 marzo 2026 Chi non vive quell’esperienza non sa cosa vuol dire l’ingiustizia”, ci dice Bemiamino Zuncheddu nella casa di Burcei in cui vive. 33 anni in carcere da innocente. La sorella Augusta e il cognato Piero Pisu, insieme alla nipote Maria Luigia, lo hanno accolto con calore e affetto. Augusta non l’ha mai perso di vista. Lo ha sostenuto, con il suo costante conforto, nelle pellegrinazioni carcerarie e nei processi, un lungo calvario giudiziario. Beniamino appare come un reduce da una guerra di cui è stato l’unica vittima. Continua a combattere. Partecipa alla mobilitazione per la proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dal partito Radicale, che punta a garantire una provvisionale a chi alla fine di un processo è stato assolto. Storie come la sua. Esistenze a cui la giustizia, in qualche modo, ha sottratto anni di normalità e negato la possibilità di creare le basi di una famiglia, realizzare progetti, sogni, aspirazioni. La proposta di legge - Viene previsto un assegno dal momento dell’assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. Sono circa mille ogni anno le ingiuste detenzioni con costi esorbitanti a carico dello Stato. Da alcuni mesi Beniamino Zuncheddu è impegnato nella raccolta delle firme. È il primo ad aver aderito. Lo ha fatto con grande convinzione. “Si tratta di un sussidio per non perdere la speranza, per reinserirsi nella società. Uscendo dal carcere, dopo tanti anni, si rischia di non avere un soldo in tasca per vivere dignitosamente. Quale è il destino di chi non ha niente e magari ha solo debiti come nel mio caso? Ho avuto la fortuna di avere una famiglia in grado di sostenermi. In caso contrario sarei un clochard”. Dallo Stato sino a questo punto non ho avuto nulla: “La procedura per il risarcimento è lunga, si protrae dai cinque agli otto anni. Fanno tutto con comodo. Dopo il carcere hai bisogno di una casa, devi mangiare, devi pagare bollette e le bollette vanno pagate immediatamente”. Referendum sulla giustizia: ecco cosa dicono gli ultimi sondaggi a meno di un mese dal voto di Andrea Marini I Sole 24 Ore, 2 marzo 2026 Diverse rilevazioni mostrano un vantaggio variabile per il sì, con l’affluenza che si conferma fattore decisivo per l’esito del voto. Il referendum costituzionale sulla giustizia sulla separazione delle carriere si avvicina (si andrà al voto il 22 e 23 marzo) e i sondaggi continuano ad uscire copiosi. Se la maggioranza delle rilevazioni continua a dare il sì in vantaggio, sono comunque aumentate le rilevazioni (rispetto a un mese fa) che danno in vantaggio il no. I sondaggi, tuttavia, variano molto a seconda del campione utilizzato, del tipo di domanda e dalla percentuale di indecisi considerata. Un aspetto continua comunque ad emergere con una quasi certezza: più altra sarà l’affluenza più probabile sarà la vittoria del sì. Ecco qui le ultime rilevazioni. BiDiMedia - Il sondaggio di BiDiMedia per First, realizzato dal 23 al 24 febbraio (pubblicato il 27 febbraio) su 2mila intervistati, ipotizza tre scenari. Il primo con una affluenza al 47%: in questo caso, alla domanda “Se domani si votasse per il Referendum sulla Giustizia, lei per chi voterebbe?” i sì vincerebbero con il 51,5% contro il 48,5%. Con una affluenza al 44% i sì sarebbero al 51% mentre con una affluenza al 51% sarebbero al 52,5%. Lab21 - Il sondaggio Lab21, per affaritaliani.it, realizzato tra il 13 e il 21 febbraio su 1.021 interviste valide e complete, alla domanda “il 22 e 23 marzo 2026 si svolgeranno le votazioni per il referendum sulla giustizia, lei voterà sì o no?”, tra chi dichiara che andrà a votare (con una stima di affluenza al 59,3%) il sì è al 63,2% contro il 36,8% di no. Tecnè - La rilevazione di Tecnè per Rti (realizzata tra il 17 e il 19 febbraio su 2.012 rispondenti), alla domanda “Se si votasse oggi per il referendum sulla riforma della giustizia come voterebbe?”, tra chi indica che andrebbe a votare (43%) il sì si assesta tra il 54 e il 56% mentre il no tra il 46 e il 44% Demopolis - La rilevazione di Demopolis per Otto e Mezzo La7, realizzata tra il 18 e 19 febbraio su 2mila interviste complete, alla domanda “Se domani dovesse recarsi alle urne per il Referendum confermativo delle Riforma della Giustizia, lei voterebbe:” i sì sono il 40%, contro il 41% dei no e il 19% di indecisi (con un 42% di elettori che dichiara di volersi recare alle urne) Ixè - L’istituto Ixè, ha realizzato un sondaggio dal 17 al 23 febbraio su 1.200 intervistati. Alla domanda “Se oggi si tenesse il referendum, lei voterebbe per confermare o per respingere la riforma della giustizia approvata dal Governo Meloni?” il sì è tra il 45,7-48,7% mentre i no al 51,3-54,3% con però il 40% di indecisi o che non rispondono. I partiti del Sì al referendum sulla giustizia sono tutt’altro che uniti di Federico Gonzato pagellapolitica.it, 2 marzo 2026 Fratelli d’Italia e Forza Italia stanno facendo una campagna elettorale intensa, a differenza della Lega. Azione e Più Europa invece si stanno esponendo poco. Manca meno di un mese al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo e la campagna elettorale è entrata nel vivo. In vista del referendum, i primi a mobilitarsi sono stati i comitati, ossia gruppi di cittadini ed esperti che promuovono le ragioni del Sì o del No alla riforma della separazione delle carriere dei magistrati. Finora ne sono nati una decina, alcuni dei quali sono finiti al centro di una polemica su come si finanziano. A fianco ai comitati, però, nelle ultime settimane hanno iniziato a mobilitarsi via via i partiti, ma in modi diversi tra loro. Anzi, tra i partiti che sostengono il Sì alcuni partiti stanno facendo una campagna referendaria piuttosto intensa, altri meno, altri ancora si stanno esponendo poco, per motivi di posizionamento politico e divisioni interne. E c’è chi ha paura di una possibile vittoria del No. Forza Italia e la rete dei comitati - Tra i partiti più attivi sul fronte del Sì c’è Forza Italia. Questo attivismo del partito guidato da Antonio Tajani non sorprende: la riforma della separazione delle carriere dei magistrati era uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi, fondatore del partito. La campagna elettorale di Forza Italia, coordinata dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, è caratterizzata soprattutto da iniziative sui territori, con occasioni di confronto anche con i sostenitori del No. Lo stesso Mulè il 23 febbraio ha partecipato a un confronto sul referendum con il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte a Cosenza, all’Università della Calabria. Nelle scorse settimane, Mulè ha partecipato poi a eventi a sostegno del Sì in altre regioni, come Toscana, Abruzzo e Sicilia. Forza Italia ha uno stretto collegamento con diversi comitati referendari per il Sì. Per esempio, è direttamente collegato al comitato “Cittadini per il Sì”, guidato da Francesca Scopelliti, ex senatrice di Forza Italia e compagna del conduttore televisivo e giornalista Enzo Tortora (vittima di un errore giudiziario negli anni Ottanta), e vede tra i suoi membri il deputato Enrico Costa e il senatore Pierantonio Zanettin. “Con il comitato “Cittadini per il Sì” organizziamo sopratutto dibattiti e confronti, concentrandoci nel documentare i casi di ingiusta detenzione e di malfunzionamento della giustizia”, ha spiegato Costa a Pagella Politica. Tramite Costa, Forza Italia intrattiene poi contatti con il “Comitato Camere penali per il Sì”, promosso dall’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), l’associazione che rappresenta gli avvocati penalisti italiani. “Il comitato delle Camere penali ha un approccio più tecnico sul merito della riforma, essendo espressione dei penalisti. Ognuno fa il suo”, ha detto Costa. Il deputato di Forza Italia ha aggiunto che il suo comitato dialoga e si coordina con il comitato “SìSepara”, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, una fondazione di ispirazione liberale. Di quest’altro comitato fa parte l’ex magistrato Antonio Di Pietro, che condusse le indagini di “Mani Pulite”, l’inchiesta che svelò nei primi anni Novanta un ampio sistema di corruzione nella politica. Accanto a questi, esistono altri comitati per il Sì con legami più o meno diretti con Forza Italia. In questi mesi sono nati il comitato “Vassalli per il Sì” e il comitato “Chi accusa non giudica”. Il primo è promosso da Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri del Senato, esponente di Forza Italia e figlia dell’ex presidente del Consiglio Bettino Craxi, mentre il secondo si è costituito a gennaio e ha come portavoce Francesca Pascale, ex compagna di Berlusconi. Il 26 febbraio, alla Camera, Forza Italia ha poi ospitato la presentazione del Comitato per il Sì dei cittadini albanesi in Italia, avendo come ospite il rappresentante del Partito Democratico Albanese di centrodestra Doda Bardhok. Al di là delle iniziative, Forza Italia ha organizzato una campagna comunicativa fatta di manifesti distribuiti nelle varie città d’Italia, con il logo del partito, e ha messo a disposizione sul proprio sito ufficiale una serie di materiali per i propri sostenitori. Tra questi ci sono documenti storici, come per esempio il testo del disegno di legge di riforma costituzionale per la separazione delle carriere presentato nel 2011 da Berlusconi, quando presiedeva il suo quarto e ultimo governo, ma anche manifesti con l’immagine di Enzo Tortora e la scritta: “275 giorni in carcere, era innocente. Vota sì per una giustizia giusta”. Se Forza Italia sta puntando molto sui comitati e le iniziative sul territorio, Fratelli d’Italia sta conducendo un’intensa campagna referendaria sui social network, condividendo in diversi casi messaggi fuorvianti. Per esempio, in diversi post sui social il partito di Giorgia Meloni ha diffuso lo slogan secondo cui la riforma della separazione delle carriere servirebbe “Per una giustizia più efficace, veloce e giusta”. In realtà le cose non stanno proprio così, visto che la riforma non c’entra con la velocità dei processi, e ciò è stato ribadito in varie occasioni dallo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio (che poi però ha affermato pure il contrario, sbagliando). Sempre sui social, Fratelli d’Italia ha pubblicato alcuni post associando la riforma della giustizia al funzionamento dei centri per migranti costruiti dall’Italia in Albania. Lo scorso 22 gennaio Fratelli d’Italia aveva pubblicato un post sui social network in cui suggeriva che, se al referendum vincerà il “Sì” e la riforma costituzionale sarà approvata, i giudici non potranno più ostacolare il funzionamento dei centri per i migranti costruiti dall’Italia in Albania. Come abbiamo spiegato però in un precedente approfondimento, i trattenimenti dei migranti dipendono dalle norme europee, non dal referendum costituzionale. Più di recente, il 20 febbraio il partito di Meloni ha invece accusato in due post pubblicati sui social network il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini di non essere imparziale e di fare campagna per il No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Secondo il partito, questa presunta mancanza di terzietà sarebbe dimostrata dal fatto che Morosini avrebbe firmato la sentenza che ha imposto allo Stato di risarcire la ONG Sea Watch per il caso della nave bloccata in porto nel 2019, e di aver scritto un libro contro la riforma della giustizia. Anche in questo caso però Fratelli d’Italia sbaglia, perché la sentenza in questione è stata firmata da un’altra magistrata. Al netto della campagna social, i parlamentari di Fratelli d’Italia hanno spesso partecipato a iniziative sui territori organizzate dal comitato “SìRiforma”, presentato ufficialmente lo scorso 21 gennaio al Senato. Il presidente di questo comitato è Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Corte costituzionale e membro del CSM, mentre il portavoce è il giornalista Alessandro Sallusti, ex direttore dei quotidiani Libero e Il Giornale. Il comitato “SìRiforma” avrebbe dovuto essere il comitato unitario di tutti i partiti di centrodestra, cosa che però non è avvenuta. Oltre alle iniziative sui territori, Fratelli d’Italia ha poi promosso attraverso i propri gruppi parlamentari di Camera e Senato una serie di manifesti distribuiti in diverse città italiane. La Lega senza una strategia strutturata - A differenza di Forza Italia e Fratelli d’Italia, la Lega invece ha intrapreso una campagna elettorale più leggera sul referendum. Finora il partito di Salvini non ha un proprio comitato di riferimento, non ha organizzato una campagna di manifesti su strada, ma sta puntando su singoli eventi elettorali e su una comunicazione social basata su meme e contenuti ironici. Lo scorso 12 febbraio la Lega ha pubblicato sulla sua pagina Instagram un meme ironico sulla segretaria del PD Elly Schlein, criticandola per non essere stata presente alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e aver utilizzato la manifestazione sportiva per “fare propaganda sul referendum”. Il riferimento è a un post pubblicato su Instagram dal PD che mostrava un colpo messo a segno gli atleti italiani del curling Amos Mosaner e Stefania Constantini accompagnato dal messaggio: “Il 22 e 23 marzo vota No a una giustizia controllata dal governo”. Ma l’iniziativa era stata presa senza l’accordo con gli atleti e il post è stato rimosso dopo le critiche. Questa strategia sul referendum non convince comunque del tutto alcuni esponenti del partito di Salvini. “Non abbiamo una campagna referendaria strutturata. Organizziamo gazebo, poi ogni tanto pubblichiamo qualche contenuto sui social, spesso meme o contenuti simili. Ma non siamo così tanto mobilitati e temo una risalita dei consensi per il No nelle prossime settimane”, ha detto a Pagella Politica un deputato della Lega, che ha preferito rimanere anonimo. Tra l’altro, nel partito di Salvini è emersa una certa insofferenza nei confronti dell’atteggiamento del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il 15 febbraio il ministro aveva detto che se la separazione delle carriere dovesse essere confermata con il referendum si potrà eliminare una volta per tutte il sistema “para-mafioso” delle cosiddette “correnti” nel Consiglio superiore della magistratura (CSM). Queste parole sono state criticate dai sostenitori del No al referendum, perché considerate come un attacco all’indipendenza della magistratura, ma anche dalla deputata della Lega Simonetta Matone, ex magistrata, tra le più attive sul fronte referendario. Lo scorso 20 febbraio, in videocollegamento con il direttivo regionale della Lega a Reggio Calabria, Matone ha definito le parole di Nordio come “folli” e sostanzialmente come un favore al fronte del No. “Nordio confonde quello che si può dire in un salotto con quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente”, ha aggiunto Matone, precisando comunque di avere la massima stima per il ministro della Giustizia. Noi Moderati, il partito guidato da Maurizio Lupi e che sostiene il governo Meloni, ha creato un proprio comitato referendario per il Sì e sta puntando soprattutto su eventi e conferenze stampa. Il 24 febbraio Noi Moderati ha tenuto una conferenza stampa sulle ragioni del Sì al referendum in cui hanno partecipato tra gli altri Lupi e la segretaria del partito Mara Carfagna. Finora, Noi Moderati ha cercato di richiamare più che altro a un dibattito pacato, moderando i toni ed evitando lo scontro. “Dobbiamo abbassare i toni, coinvolgere i cittadini e vincere la sfida della partecipazione: questo referendum è un’occasione importante per aggiornare la Costituzione e rendere il Paese migliore. Servono toni equilibrati e un confronto serio nel merito”, ha detto Lupi il 25 febbraio. Azione in sordina - Passando ai partiti di centro, Italia Viva non sta facendo campagna elettorale, visto che non sostiene ufficialmente né il Sì né il No. Azione e Più Europa al contrario sostengono ufficialmente il Sì, ma in concreto non stanno partecipando a iniziative a sostegno della riforma della giustizia. Il 15 gennaio, in un’intervista con il Messaggero il segretario di Azione Carlo Calenda aveva specificato che il suo partito sostiene il Sì al referendum, perché la riforma della separazione delle carriere era parte del programma elettorale di Azione alle scorse elezioni politiche del 2022. Allo stesso tempo, però, in quell’intervista Calenda che le priorità del Paese sono altre, ossia “sicurezza e crescita”. Lo stesso Calenda alcune settimane fa aveva confermato a Pagella Politica che Azione non avrebbe partecipato alla campagna referendaria. Questa impostazione è confermata effettivamente dalla strategia del partito di Calenda sui social. Per esempio, nell’ultimo mese sulla pagina Instagram di Azione è stato pubblicato solo un post a sostegno del Sì al referendum, dove è stata ripresa un’intervista della parlamentare europea Elisabetta Gualmini, da poco passata dal PD ad Azione, in cui afferma sostanzialmente la necessità di slegare il referendum dallo scontro tra i partiti, concentrandosi più sul merito della riforma. Dietro a questa strategia di Azione c’è soprattutto un tema di posizionamento politico. “Noi sosteniamo nel merito la riforma, facciamo qualche iniziativa sul territorio, ma non vogliamo farci trascinare nella contesa politica e farci assorbire dai partiti della maggioranza che sostengono il Sì”, ha detto a Pagella Politica il deputato Giulio Cesare Sottanelli, tesoriere di Azione, che ha confermato come il partito di Calenda non stia investendo risorse economiche nella campagna referendaria. Allo stesso tempo, comunque, in queste settimane la presidente di Azione Elena Bonetti ha promosso un comitato referendario per il Sì, il comitato “Popolari per il Sì”, che però non è collegato formalmente ad Azione. I dilemmi di Più Europa - Per Più Europa il discorso è simile. Il partito guidato dal segretario Riccardo Magi sostiene ufficialmente il Sì al referendum, ma in questi mesi non sta di fatto facendo campagna referendaria, sebbene fonti interne abbiano confermato la partecipazione ad alcune iniziative sul tema. Per esempio, in questi mesi si sta spendendo per il Sì soprattutto il presidente del partito Matteo Hallissey, che sta partecipando a eventi sul tema della riforma ed è anche tra i fondatori del comitato “SìSepara” promosso dalla Fondazione Einaudi. Magi non sembra particolarmente attivo sul referendum, e questo non è un caso. Durante l’esame alla Camera della riforma, il segretario di Più Europa non ha partecipato alle votazioni sul testo, esprimendo un giudizio critico verso il metodo adottato del governo, che secondo Magi non ha accettato “alcun dialogo con le opposizioni” e ha introdotto elementi a sua dire critici, come la creazione di due CSM distinti. Al contrario, alla Camera l’altro deputato di Più Europa, Benedetto Della Vedova, ha votato a favore della riforma sostenendo sia un passo importante. “Io parlo per me, e per me è naturale votare Sì alla separazione delle carriere, come ho fatto sia alla prima che alla seconda lettura”, ha spiegato Della Vedova, storico esponente radicale con un passato in Forza Italia. La Sardegna non sia un’isola-carcere di Elvira Serra Corriere della Sera, 2 marzo 2026 Il Governo ha deciso di istituire sette istituti di massima sicurezza in 5 regioni italiane per 750 detenuti, un terzo dei quali in Sardegna. Sapevate che oggi in Italia ci sono 750 detenuti in regime di 41 bis? Sono quelli più pericolosi: i capi della criminalità organizzata. Si potrebbe opinare sulla capacità rieducativa del carcere duro prevista dalla nostra Costituzione. Ma non è questo il tema: e, nel merito, si sono comunque già espresse la Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo. Attualmente questi 750 detenuti sono reclusi in 12 istituti di pena distribuiti in 8 regioni. Ora il governo ha deciso di trasformarne sette in carceri “dedicate”, riducendo le regioni ospitanti a cinque. L’anomalia è che tre dei sette istituti saranno in Sardegna: a Uta (Cagliari), Bancali (Sassari) e Badu e Carros (Nuoro). In Sardegna, ha spiegato il sottosegretario al ministero della Giustizia Andrea Delmastro durante l’informativa della Conferenza Stato Regioni del 18 dicembre scorso, agli attuali 192 detenuti in 41 bis se ne aggiungerà un 20 per cento. Riepilogo: avremo 7 istituti di massima sicurezza in 5 regioni italiane per 750 detenuti, un terzo dei quali in Sardegna: 230. I detenuti sardi “comuni” dovranno essere trasferiti in Continente, perdendo il diritto alla territorialità. Ma diamolo per buono. E prendiamo a caso la città di Nuoro. Se in futuro un detenuto in 41 bis avrà bisogno di andare all’ospedale, un’intera ala del “San Francesco” dovrà essere allestita per garantirne l’isolamento. Però stiamo parlando di un ospedale che, purtroppo, chiude i reparti per mancanza di medici. C’è poi un altro aspetto, chiamiamolo “commerciale”. La governatrice Alessandra Todde lo ha detto chiaro, a proposito della nuova popolazione carceraria in arrivo: “Sono signori che rappresentano i consigli di amministrazione della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra, e sicuramente avranno impatti sulle nostre attività”. Il Consiglio regionale sardo la scorsa settimana ha approvato un ordine del giorno trasmesso al Parlamento con procedura rafforzata per chiedere la modifica dell’articolo 41 bis della legge 354 del 1975 dove individua “preferibilmente in aree insulari” la collocazione dei detenuti più pericolosi. Sabato a Cagliari oltre mille persone, tra le quali 120 sindaci, sono scese in piazza contro il piano del governo. La protesta non è irragionevole. Non trasformiamo la Sardegna in un’isola-carcere. Non torniamo indietro di cent’anni. Sardegna in piazza contro i 41-bis: Todde attacca Nordio e ne chiede lo stop di Davide Vari Il Dubbio, 2 marzo 2026 A Cagliari circa duemila persone davanti alla Prefettura: “Scelta sproporzionata e calata dall’alto”. Sindaci e Garante: sistema carcerario già al limite. La Sardegna porta il tema del 41-bis in strada e lo fa con una piazza piena, davanti alla Prefettura di Cagliari. Circa duemila persone si sono ritrovate in piazza Palazzo per la mobilitazione lanciata dalla presidente della Regione Alessandra Todde contro l’ipotesi che all’Isola vengano destinate tre delle sette carceri italiane dedicate ai detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza. Alla protesta, insieme alla governatrice, hanno partecipato il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini, numerosi sindaci, rappresentanti sindacali, esponenti del Campo largo, associazioni e comitati. Per la Regione, la decisione del Governo è “una scelta ritenuta sproporzionata e calata dall’alto”, perché assegnerebbe alla Sardegna “quasi la metà del sistema nazionale di massima sicurezza” senza un confronto istituzionale e senza una valutazione pubblica degli impatti “sociali ed economici”. L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa è chiedere la sospensione delle decisioni esecutive, l’apertura di un tavolo Stato-Regione e “criteri nazionali equi” per distribuire le strutture di massima sicurezza. La presidente Todde ha attaccato duramente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dopo le parole pronunciate al Senato. “L’intervento del ministro Nordio lo definisco avvilente”, ha detto, contestando la ricostruzione secondo cui l’operazione sarebbe in corso da tempo. Todde rivendica un confronto avvenuto a settembre: “Noi ci siamo incontrati a settembre e non ero sola… e lui ci ha detto testualmente che niente era deciso e che le cose dovevano essere ancora portate avanti”. Da qui l’accusa politica: “Oggi invece scopriamo che è un piano che viene da lontano… È un piano che è stato costruito ad arte, negato anche ad arte, e che in questo momento sembra già deciso”. La linea viene ribadita con un messaggio identitario: “Noi diciamo che non ci stiamo… abbiamo combattuto per avere un articolo nella Costituzione sull’insularità, che non ha certo questo come attuazione”. E conclude: “Noi vogliamo essere avvantaggiati dall’insularità, ma non penalizzati con un’ennesima servitù… vogliamo rispetto”. Tra gli amministratori in piazza c’era anche il sindaco di Sassari Giuseppe Mascia, che lega il tema del 41-bis alle condizioni reali degli istituti. “Diciamo “no” a questo provvedimento… i nostri territori hanno bisogno di sviluppo… non imporci decisioni che complicano la vita negli istituti penitenziari dove ci sono altre esigenze”, ha dichiarato. Il primo cittadino entra poi nello specifico del carcere sassarese: “Il nostro carcere di Bancali ha già tanti problemi. Ha un sovraffollamento, problemi sanitari e altri che devono essere gestiti diversamente”. E ancora: “È un problema che noi sentiamo nella “carne” del nostro territorio”. La critica finale è sul metodo: “Diciamo “no” a questo provvedimento di cui non abbiamo discusso, che viene calato dall’alto”. A mettere in fila, con toni ancora più netti, il quadro delle carceri sarde è la Garante regionale delle persone private della libertà personale, Irene Testa. Per Testa, l’arrivo di nuovi detenuti al 41-bis “rischia di essere il colpo di grazia: questi numeri faranno implodere un sistema già oggi in ginocchio”. La Garante contesta anche l’idea che basti richiamare la capienza regolamentare: “Non basta dichiarare che la capienza regolamentare sia superiore alle presenze”. E descrive condizioni che definisce incompatibili con quella narrativa: “Se stipiamo persone in cameroni privi di acqua calda; se “accatastiamo” esseri umani in celle dove non sono garantiti neppure i 3 metri quadri a testa, quella non è “capienza regolamentare”, è una degradante idea di “tollerabilità”. Nel racconto dei sopralluoghi, Testa parla di “povertà e disperazione” e richiama anche le difficoltà del personale: “Vedo strutture degradate, celle senza termosifoni, vetri rotti e direttori costretti a ricavare cuscini da materassi di gommapiuma lerci o a mendicare coperte da un istituto all’altro”. Ma aggiunge un elemento di contrasto che, a suo dire, pesa sul dibattito: nel nuovo blocco 41-bis a Uta “ho visto i sanitari per i nuovi arrivi, un blocco unico di wc e lavandino da 2.500 euro l’uno”, con una stima che porta “oltre i 250 mila euro solo per i sanitari”. La conclusione è una critica alle priorità: “Questo dimostra che il Dap, quando vuole, i soldi li trova per il cemento e l’acciaio, ma non per i detenuti psichiatrici o tossicodipendenti… e non li trova per dotare le carceri del personale necessario”. Ascoli. Detenuto morto a Marino del Tronto, a breve l’autopsia di Pasquale Bartolomeo rainews.it, 2 marzo 2026 Il 23enne molisano morto in carcere ad Ascoli presentava segni sul corpo che hanno insospettito la famiglia. Al vaglio anche alcune lettere rinvenute insieme agli effetti personali. I segni sul corpo, forse di una possibile violenza in un contesto difficile, quello del carcere dove era recluso. E le lettere alla famiglia, mai spedite, piegate in mezzo al vestiario e restituite insieme agli altri effetti personali solo dopo il decesso. Sono questi i due nodi principali da sciogliere intorno alla morte di Joshua Di Carlo, 23enne di Campodipietra, detenuto nel carcere di Ascoli Piceno e trovato senza vita lo scorso 24 febbraio. L’autopsia, che avverrà all’ospedale Mazzoni di Ascoli in presenza dei due consulenti medici legali della famiglia, servirà a fare chiarezza. A capire se l’esteso ematoma sulla fronte e le tracce di sangue sul volto - riferite dalla famiglia dopo aver riconosciuto il corpo e riscontrate anche dal medico legale incaricato dal pubblico ministero di fare la ricognizione cadaverica - fossero recenti o pregresse. E soprattutto se fossero o meno compatibili con una morte naturale. Non si esclude anche l’assunzione di un mix di farmaci. Ottenuti come, resta un mistero. Joshua, che in passato aveva avuto problemi di tossicodipendenza, era recluso per furti. Nelle lettere rinvenute quasi per caso dai fratelli e della madre, spiega il legale della famiglia Silvio Tolesino, raccontava la durezza e le asperità di quella detenzione che si avvicinava alla fine dopo quasi due anni. Missive prive di data, ma con intestazioni ben precise e allegate dall’avvocato nella sua denuncia in procura. Qualche mese fa, Tolesino - che conosceva il 23enne e ne aveva registrato la preoccupazione nei racconti ricevuti - aveva fatto istanza di trasferimento in altro luogo di detenzione. Richiesta inevasa. Il ragazzo ad aprile sarebbe tornato in libertà. Invece l’epilogo è stato tutt’altro. Per questo i familiari non credono al gesto volontario. Il sindaco di Campodipietra ha ricordato il giovane sui social a nome dell’intera comunità con parole di profonda commozione. Sulmona (Aq). Nuovo giro di vite nel carcere, ma sale la tensione tra i detenuti di Andrea D’Aurelio Il Centro, 2 marzo 2026 A scatenare le proteste sono stati gli obblighi imposti su prenotazione docce, sala hobby e videochiamate. Intanto un ergastolano è in sciopero della fame. La protesta avviata nei giorni scorsi all’interno del carcere di massima sicurezza di via Lamaccio continua ad alimentare un clima di forte tensione. Alla base della mobilitazione dei detenuti, partita giovedì scorso, ci sono le nuove disposizioni ministeriali che - secondo i reclusi e le associazioni che li assistono - introdurrebbero condizioni ritenute troppo restrittive. Nelle ultime ore si sono registrati quattro episodi che hanno ulteriormente complicato la situazione. Venerdì sera un detenuto, dopo aver alzato i toni, ha aggredito un agente di polizia penitenziaria. Il poliziotto è stato accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale cittadino, dov’è rimasto in osservazione. Le sue condizioni, fortunatamente, non sono gravi. Ieri mattina, intorno alle sei, un altro detenuto, di circa 40 anni, è stato trasportato in codice rosso nello stesso presidio ospedaliero dopo aver ingerito detersivo, gesto che sarebbe legato alla protesta contro le nuove regole. I medici lo hanno sottoposto a tutti gli accertamenti del caso e lo tengono sotto stretta osservazione. Non sarebbe in pericolo di vita. In ospedale sono finiti altri due reclusi: un detenuto, che non ha digerito le nuove direttive, ha preso a calci una porta del penitenziario ed è stato trasportato nel presidio ospedaliero per le cure mentre un altro ergastolano ha avviato lo sciopero delle fame e per il controllo dei parametri ha chiesto le cure ospedaliere. A presidiare l’istituto sono i “baschi blu” della polizia penitenziaria, impegnati in turni straordinari per contenere il livello di tensione dietro le sbarre. A denunciare il clima all’interno della struttura è stata la Camera penale di Sulmona che, insieme al garante dei detenuti e all’associazione “Nessuno tocchi Caino”, ha effettuato ieri una visita nell’istituto. Tra le criticità segnalate figurano l’obbligo di prenotazione per la doccia, per l’accesso alla sala hobby e per le videochiamate con i familiari, oltre alla mancanza di acqua calda nei bagni interni alle camere detentive. Le associazioni parlano di condizioni insostenibili e chiedono una revisione della direttiva per evitare ulteriori disordini in un carcere già alle prese con il problema del sovraffollamento. Intanto il Comune di Sulmona si muove sul fronte istituzionale: l’amministrazione, su impulso dei consiglieri di Sulmona al Centro e Noi Moderati, ha avviato l’iter per ripristinare la figura del garante comunale dei detenuti. La nomina dovrebbe arrivare nelle prossime settimane. “Si tratta di una figura già esistente, che è cessata però nel 2008. Per questo stiamo lavorando per ripristinarla”, sottolinea la consigliera comunale Simona Fusco, che è anche componente della Camera penale. Catania. Rivolta a Piazza Lanza fermata: ma il reparto è distrutto, divelti anche i termosifoni di Laura Distefano La Sicilia, 2 marzo 2026 Gli agenti della polizia penitenziaria sono riusciti a far placare i disordini ma l’emergenza potrebbe riesplodere. Hanno dovuto usare i protocolli d’emergenza per placare gli animi e far tornare la calma. E sono dovuti intervenire anche i poliziotti penitenziari che non erano in turno all’istituto penitenziario. Stamattina è scoppiata nuovamente la rivolta nel reparto di isolamento del braccio Nicito del carcere di Piazza Lanza di Catania. Solo intorno alle due del pomeriggio l’emergenza è rientrata: ma potrebbe riesplodere da un momento all’altro. Sono tre i detenuti, tra cui uno straniero psichiatrico, che per primi ieri sera hanno creato i disordini. Prima minacce al personale, con lancio di tavolini e poi materassi bruciati. Alla protesta violenta si sono uniti anche altri tre detenuti che erano in isolamento. Hanno divelto i termosifoni, spaccato vetri blindati e danneggiato telecamere. La conta dei danni è ancora in corso. Due agenti sono rimasti leggermente feriti: uno per evitare di essere colpito da una suppellettile lanciato si è riparato con un braccio. Pare che i tre detenuti che hanno acceso il fuoco della rivolta erano già stati segnalati all’amministrazione per essere trasferiti. I sindacati della polizia penitenziaria sono davvero preoccupati. Milano. Tensione al Beccaria: scontri tra detenuti e piccoli roghi di Lorenzo Panzeri giornalepopolare.it, 2 marzo 2026 Una domenica sera di alta tensione all’istituto penitenziario minorile Cesare Beccaria. Il 1° marzo, il carcere milanese è stato teatro di una nuova protesta scaturita da una lite tra detenuti, che ha richiesto il dispiegamento delle forze di sicurezza e dei vigili del fuoco. La rivolta, scoppiata nelle ore serali, ha seguito un copione ormai tristemente noto per la struttura di via Calchi Taeggi. Tutto sarebbe partito da un acceso diverbio tra giovani detenuti situati in celle diverse. Dalle parole si è passati rapidamente ai fatti, con il lancio di oggetti e aggressioni verbali incrociate. Come spesso accade durante questi momenti di tensione, sono stati appiccati dei piccoli fuochi all’interno delle celle. L’intervento preventivo dei vigili del fuoco ha permesso di domare le fiamme sul nascere, evitando che il fumo invadesse i reparti. Gli agenti del gruppo di intervento della polizia penitenziaria hanno circondato il perimetro esterno della struttura per prevenire tentativi di fuga, mentre all’interno il personale cercava di riportare la calma. Fortunatamente, nonostante la gravità del disordine, non si registrano feriti né tra i ragazzi né tra il personale di custodia, e non sono stati segnalati tentativi di evasione. In tarda serata la situazione è tornata alla normalità, ma resta alta l’attenzione sulle criticità croniche che affliggono il Beccaria. Reggio Calabria. In Consiglio Regionale esperti a confronto sul sistema carcerario di Davide Imeneo avveniredicalabria.it, 2 marzo 2026 Il prossimo 21 marzo, la Sala Monteleone del Consiglio Regionale della Calabria aprirà le porte a un confronto tecnico e istituzionale dedicato alla complessa realtà del sistema penitenziario e alle prospettive di reinserimento. L’iniziativa, strutturata come un dialogo a più voci, mira a esplorare il ruolo fondamentale delle diverse figure professionali che operano all’interno e all’esterno degli istituti di pena. Attraverso il contributo di accademici, psicologi, direttori penitenziari e magistrati, l’incontro analizzerà le pratiche educative, la gestione della salute mentale e l’applicazione delle misure alternative, offrendo una panoramica dettagliata sulle metodologie di lavoro d’équipe necessarie per trasformare il periodo di detenzione in un concreto percorso di recupero sociale. Il dibattito sul ruolo del sistema carcerario e sulle complesse dinamiche di riabilitazione sociale trova un nuovo momento di approfondimento istituzionale e professionale: il prossimo 21 marzo, alle ore 9:30, la Sala Monteleone del Consiglio Regionale della Calabria sarà la cornice del convegno intitolato “Libertà interiori: educazione, relazione e cambiamento in carcere. Il ruolo delle figure professionali di équipe”. L’incontro, promosso dall’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani, dall’Ordine degli Assistenti Sociali della Calabria, dall’A.S.D. Bocale Calcio ADMO e dall’Associazione di Volontariato Don Lorenzo Milani di Reggio Calabria, si pone l’obiettivo di analizzare l’ambiente penitenziario non solo come luogo di espiazione, ma come spazio in cui diverse figure professionali collaborano per il recupero dell’individuo. I lavori saranno introdotti dall’avvocato Filippo Pollifroni e da Filippo Cogliandro, ai quali seguiranno i saluti istituzionali della dottoressa Sonia Bruzzese, dell’avvocato Giovanna Russo, in veste di Garante regionale dei diritti delle persone detenute, e dell’avvocato Giuseppe Aloisio, Garante del comune di Reggio Calabria. Prima di entrare nel vivo degli interventi tecnici, il programma prevede un momento di raccoglimento con la proiezione di un video in ricordo del dottor Emilio Campolo, curato dalla dottoressa Maria Concetta Cilione e dal dottor Stefano Fazzello. L’analisi vera e propria delle dinamiche carcerarie prenderà avvio con la relazione introduttiva del professor Arturo Capone, docente dell’Università Mediterranea. Subito dopo, la dottoressa Angela Marcello illustrerà “L’importanza del lavoro d’equipe in un Istituto Penitenziario”, fornendo la prospettiva della direzione carceraria, mentre il dottor Massimo Martelli approfondirà il tema “Riabilitare e Reinserire: il ruolo educativo nel sistema penitenziario”. Il quadro del trattamento interno si completerà con l’intervento del dottor Domenico Paino sul ruolo della Polizia Penitenziaria e con l’analisi clinica della dottoressa Alessandrina Paviglianiti, focalizzata su “I disturbi psicologici nella popolazione detenuta: una prospettiva sulla salute mentale in carcere”. Una parte significativa dell’evento sarà inoltre dedicata alla fase che segue o sostituisce la detenzione. Viviana Porcino esplorerà il progetto di vita e reinserimento con un intervento sulla “Transizione dal Carcere alla Probation: continuità di cura e controllo”, e la dottoressa Maria L. Polistena presenterà i risultati relativi alla “Messa alla prova per gli adulti in Calabria. Riscontri applicativi e dati statistici”. A delineare gli aspetti normativi e giurisdizionali interverranno la magistrata di sorveglianza Cinzia Barillà, con un focus sulle misure alternative, e il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni Roberto Placido Di Palma, che spiegherà “L’incidenza delle Map nei percorsi di recupero dei Minori nella Provincia di Reggio Calabria”. A chiudere la serie di relazioni sarà la dottoressa Bruna Siviglia con la riflessione “Giustizia e Umanità: Nessun destino è segnato per sempre”. L’intero dibattito sarà moderato dal dottor Emilio Molinari, che guiderà l’incontro verso le conclusioni affidate alla dottoressa Marianna Passalacqua, al dottor Alan Gron e al dottor Rocco Scicchitano. Attraverso l’esposizione di dati concreti e metodologie di lavoro, il convegno restituisce una chiara fotografia delle sfide che attendono il sistema penitenziario, dimostrando che il reinserimento sociale è un traguardo raggiungibile solo attraverso la competenza e il coordinamento costante di una solida rete professionale. Catanzaro. Laboratorio educativo in carcere minorile, il Rotary punta su lettura e arte calabriamagnifica.it, 2 marzo 2026 Il Rotary Club Catanzaro, insieme ad Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, CGM - Centro di Giustizia Minorile e Uiepe, avvia un laboratorio educativo per giovani detenuti tra lettura, scrittura e arti visive, con l’obiettivo di promuovere crescita personale e reinserimento sociale. Un laboratorio educativo per trasformare il tempo della detenzione in occasione di crescita. È questa la direzione scelta dal Rotary Club Catanzaro, che ha avviato un progetto dedicato ai giovani detenuti, costruito attorno a lettura, narrazione e arti visive come strumenti di consapevolezza e cambiamento. L’iniziativa, promossa dal presidente Ferdinando Saracco e sostenuta economicamente dal Rotary Club Catanzaro e dalla Rotary Foundation, nasce dal protocollo d’intesa firmato nel marzo 2025 con l’Istituto Penitenziario e consolida una collaborazione già attiva con le realtà territoriali impegnate nella giustizia minorile. Fondamentale il coinvolgimento del CGM - Centro di Giustizia Minorile e dell’UIEPE - Ufficio Interdistrettuale per l’Esecuzione Penale Esterna, grazie alla disponibilità del dott. Massimo Martelli e del dott. Rocco Scicchitano. Il percorso formativo unisce la forza della parola a quella dell’immagine. Attraverso testi di autori classici e contemporanei, momenti di confronto guidato e esercizi di scrittura creativa, i ragazzi sono accompagnati in un viaggio interiore che li invita a interrogarsi su identità, errori, responsabilità e futuro. La lettura diventa così uno spazio di libertà mentale, un varco aperto dentro mura che, per definizione, limitano il corpo ma non devono soffocare il pensiero. Accanto ai libri, spazio ai laboratori di pittura e scultura, guidati da Don Maurizio Franconiere, responsabile dei beni artistici dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace. L’arte, in questo contesto, non è semplice attività manuale: è linguaggio alternativo, possibilità di dare forma a emozioni difficili da raccontare, occasione di rielaborazione personale. Il progetto culminerà nella realizzazione di un Quaderno Collettivo di Lettura e Creatività, che raccoglierà riflessioni, racconti, disegni e opere prodotte durante il laboratorio. Un documento concreto del percorso compiuto, ma anche simbolo di una comunità che sceglie di investire sulla rieducazione e non sulla mera punizione. Il coordinamento operativo è affidato alle past president Elena Grimaldi e Francesca Ferraro, con il contributo dei volontari del Rotary Club Catanzaro e del Rotaract. Una rete che mette insieme istituzioni civili, realtà ecclesiali e associazionismo, dimostrando come la collaborazione possa generare opportunità reali per chi vive una condizione di fragilità. Monza. Il carcere diventa un teatro: le date e gli spettacoli di Andrea Loddo monzatoday.it, 2 marzo 2026 La casa circondariale di via Sanquirico diventa un palcoscenico speciale e aperto a tutti. Lo spazio deputato alla visione degli spettacoli sarà la casa circondariale di via Sanquirico. Dove per i detenuti-attori avranno il loro riscatto in scena e dove ad aprile prenderà il via il progetto “Secondo atto - Festival di teatro e comunità di Monza, l’iniziativa ideata e organizzata dalla cooperativa Le Crisalidi e dall’associazione Geniattori, con il sostegno della Fondazione della Comunità Monza Brianza e del Comune di Monza, per valorizzare e dare spazio a esperienze teatrali nate all’interno degli istituti penitenziari. Utilizzando il linguaggio scenico come ponte tra la cittadinanza e la realtà carceraria e promuovendo il teatro quale strumento privilegiato di inclusione sociale e rieducazione. ?Cinque realtà artistiche, cinque appuntamenti dentro e fuori dalle mura del carcere per mostrare, ancora una volta, come l’arte possa aprire varchi di libertà anche nei luoghi della reclusione. Già a maggio dell’anno scorso “Senza Parole”, l’opera teatrale realizzata all’interno della casa circondariale monzese (nel laboratorio Luce dal carcere che ha coinvolto decine di detenuti e guidato dal gruppo Geniattori) ha vinto il Premio Maurizio Costanzo, un riconoscimento prestigioso, promosso dall’associazione omonima fondata da Camilla Costanzo, che premia l’impegno culturale tra le mura carcerarie. Gli spettacoli - ?Le proposte in cartellone, prevedono, cinque spettacoli che si terranno in via Sanquirico e nei teatri della città. “Errare humanum est”, dell’associazione Puntozero dell’istituto penale minorile Beccaria di Milano, andrà in scena mercoledì 15 marzo, alle 20.30, al Teatro Triante). ?Mercoledì 22, giovedì 23 e venerdì 24 aprile, alle 20 in via Sanquirico, sarà invece la volta dello spettacolo “Ancora Fermi”, organizzato dalla cooperativa Le Crisalidi, cui seguirà mercoledì 29 aprile, alle 20.30 al Teatro Triante, lo spettacolo “Il Pinocchio” organizzato dall’Arci Corpi Bollati. ?Mercoledì 6, giovedì 7, venerdì 8 maggio, alle 20 in carcere a Monza, l’associazione Geniattori con i detenuti presenteranno lo spettacolo “Momentum”. A chiudere gli appuntamenti, Martedì 12 maggio alle 20.30 al Teatro Binario 7, sarà infine “Freedom Sounds”, portato in scena dalla band della seconda casa di reclusione di Bollate. ?Una giuria selezionata premierà, nella data finale, il miglior spettacolo e il miglior attore. ?Dove acquistare i biglietti - Le prenotazioni per gli spettacoli interni al carcere sono nominali ed è necessario seguire tutti i passaggi indicati nel modulo che si trova cliccando sulla data scelta nel sito dedicato per completare la prenotazione. Per le date interne l’ingresso è riservato ai soli maggiorenni. Il costo dei biglietti, per tutti gli eventi in programma, è di 12 euro. “Anime sospese nell’ombra” è un viaggio nel mondo del carcere di Battista Bruno lacnews24.it, 2 marzo 2026 L’autore Francesco Garofalo: “Questo luogo misura la civiltà di una comunità”. Nel libro l’autore calabrese dà voce a detenuti e agenti: “La pena deve rieducare, nessuno è solo il suo errore. La giustizia autentica sa umanizzare”. “Anime sospese nell’ombra” è un viaggio umano e sociale dentro il mondo del carcere, raccontato attraverso testimonianze reali, esperienze vissute e riflessioni profonde sulle fragilità, le colpe e le possibilità di riscatto delle persone detenute. Il libro unisce l’analisi sociologica alla forza del racconto diretto, dando voce a storie spesso invisibili, sospese tra errore e speranza. Ne emerge uno spaccato intenso della realtà penitenziaria italiana, osservata non solo come luogo di pena, ma come spazio complesso in cui convivono sofferenza, umanità e desiderio di cambiamento. Ne abbiamo parlato con l’autore, il calabrese Francesco Garofalo. Da dove nasce l’idea di raccontare le “anime sospese” che vivono dentro il carcere? “Nasce dall’ascolto diretto di fatti, racconti e storie di vita vissuta all’interno delle carceri italiane, narratemi dall’Assistente Capo Coordinatore di Polizia Penitenziaria, Roberto Falvo, e successivamente analizzate attraverso una chiave interpretativa sociologica. Nasce da un’esigenza sociale: restituire voce a un’umanità spesso invisibile, sospesa tra errore e possibilità di rinascita; completare il quadro della giustizia non limitandosi alla dimensione punitiva, ma interrogandosi sul senso profondo della pena, sul suo valore rieducativo e sul suo impatto non solo sui detenuti, ma sulle famiglie, sugli operatori e sull’intera comunità. Il carcere non è un mondo separato, ma uno specchio della società: raccontarlo significa assumersi la responsabilità collettiva di guardare negli occhi chi ha sbagliato senza negargli la dignità di persona”. Qual è stata la testimonianza che più l’ha segnata dal punto di vista umano e professionale? “Tra le molte storie raccolte, mi ha segnato profondamente il racconto della prima notte dei nuovi giunti: il momento in cui il rumore della porta blindata che si chiude alle spalle diventa una frattura interiore. È lì che il cittadino comprende di essere entrato in un tempo sospeso. Ma mi hanno colpito anche le vicende di chi, incensurato, è entrato in custodia cautelare ed è poi uscito assolto: vite travolte da uno stigma anticipato, reputazioni compromesse prima ancora di una sentenza definitiva. Sono esperienze che mettono in discussione il confine tra giustizia e sofferenza sociale. Professionalmente, mi ha segnato l’equilibrio difficile che l’agente deve mantenere: garantire sicurezza e, allo stesso tempo, intercettare fragilità, prevenire gesti estremi, cogliere segnali silenziosi. È una tensione quotidiana che lascia tracce interiori profonde”. Il carcere italiano oggi riesce davvero a svolgere una funzione rieducativa oppure resta prevalentemente punitiva? “La nostra Costituzione, all’articolo 27, stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione. La riforma penitenziaria del 1975 ha introdotto il trattamento individualizzato e le misure alternative. Tuttavia, nella pratica quotidiana, il carcere vive una “doppia anima”: da un lato spazio di controllo e contenimento, dall’altro luogo di possibile trasformazione. La funzione rieducativa esiste, ma è condizionata da fattori strutturali: sovraffollamento, carenza di personale, scarsità di opportunità formative e lavorative. Quando il detenuto è coinvolto in attività, studio o lavoro, si intravede il senso della pena come occasione di cambiamento. Quando invece prevale l’inattività e la mera custodia, il rischio è che la dimensione punitiva sovrasti quella rieducativa”. Quanto pesa la solitudine, sia per i detenuti sia per chi lavora quotidianamente negli istituti penitenziari? “La solitudine è uno degli elementi più incisivi. Per il detenuto è una lente d’ingrandimento: amplifica i rimorsi, le paure, l’ansia per il futuro, il dolore per i legami lontani. La notte, in particolare, diventa il momento più duro. Ma esiste anche una solitudine dell’agente penitenziario. Chi lavora in carcere vive una tensione costante, porta a casa il peso delle storie ascoltate, delle fragilità intercettate, del timore che qualcosa possa accadere durante il turno. Nel volume emerge chiaramente questa doppia dimensione: il carcere è uno spazio chiuso non solo fisicamente, ma emotivamente, dove anche chi indossa la divisa vive un equilibrio fragile tra autorità e umanità”. Nel libro emerge molta umanità: quanto è difficile mantenere equilibrio emotivo lavorando a stretto contatto con il dolore e gli errori degli altri? “È estremamente difficile. L’agente deve essere saldo, ma non freddo; presente, ma non coinvolto al punto da perdere lucidità. Deve saper leggere uno sguardo, un silenzio, un gesto, perché anche un dettaglio può prevenire un dramma. Mantenere equilibrio significa accettare di vivere in una tensione permanente: tra controllo e comprensione, tra fermezza e ascolto. È una professionalità che richiede disciplina, ma anche sensibilità. L’umanità non è debolezza: è consapevolezza del fatto che dietro ogni numero di matricola esiste una storia”. Quali stereotipi sul mondo carcerario questo libro prova a smontare? “Il primo stereotipo è che il carcere sia un mondo separato dal resto della società. Non è così: è una sua estensione. Il secondo è che tutti i detenuti siano uguali. Il libro mostra differenze profonde: il recidivo che vive la detenzione come routine; il professionista o il politico che crolla interiormente; l’imputato in attesa di giudizio sospeso tra innocenza e stigma. Il terzo stereotipo riguarda gli agenti, spesso percepiti solo come custodi severi. In realtà sono figure che operano in una costante mediazione tra sicurezza e ascolto, tra normativa e relazione umana”. Che cosa dovrebbe comprendere l’opinione pubblica sul carcere che oggi, secondo lei, continua a non vedere o a non voler vedere? “L’opinione pubblica dovrebbe comprendere che il carcere misura il grado di civiltà di una comunità. Non è solo un luogo di punizione, ma uno spazio in cui si decide se una persona potrà tornare a essere parte attiva della società. Dovrebbe capire che dietro ogni errore c’è un volto, un nome, una biografia. E che la sicurezza collettiva non si costruisce solo con il rigore, ma anche con percorsi di reinserimento efficaci. Infine, dovrebbe vedere ciò che spesso resta invisibile: la fatica quotidiana degli operatori, il peso delle famiglie, il rischio che l’indifferenza sociale trasformi la pena in mera esclusione. Perché, come sostengo nel volume, nessuno è solo il suo errore. E la giustizia autentica non è quella che si limita a punire, ma quella che sa umanizzare”. Pace, ambiente e sport: i giovani si impegnano ma evitano la politica di Giulio Sensi Corriere della Sera, 2 marzo 2026 Ragazze e ragazzi attivi nella vita sociale e non si ritrovano nei canali istituzionali. Meno in parrocchia, più nei circoli sportivi. Si coinvolgono per l’ecologia e i diritti. Sempre più distanti dalla politica, sempre più vicini alla vita sociale. I giovani in Italia partecipano a loro modo, ma partecipano. Il ritratto da questa prospettiva dei giovanissimi in Italia ricavato dai dati raccolti da Istat è chiaro: il 44,7% delle persone fra i 14 e i 19 anni svolge attività di partecipazione sociale. Che poi diminuisce al crescere dell’età. Al contrario la gran parte dei ragazzi e delle ragazze fra i 14 e i 17 anni - il 63,5% - e quasi la metà di quelli fra 18 e 19 anni (45,8%) non parla mai di politica. Pochi sono quelli che si informano: lo fa almeno una volta a settimana il 16,3% dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6%) dei 18-24enni. A non informarsi mai sono, rispettivamente, il 60,2% e il 35,4%. La politica interessa qualcuno, ma non attiva. La curiosità e la voglia di esserci a livello sociale invece attivano come dimostrano i dati inseriti da Istat nel Bes 2024, il rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia. Le attività sono diverse e molteplici: fanno parte di circoli sportivi, partecipano a incontri o iniziative di parrocchie e gruppi religiosi, si ritrovano per riunioni in associazioni culturali o ricreative, ecologiche, per i diritti civili e per la pace. Nel 2013, il primo anno in cui erano stati raccolti questi dati, le attività promosse dalle parrocchie erano in cima alla lista, oggi sono superate dalle attività in circoli o club sportivi; minoritaria ma in crescita tra il 2019 e il 2020, con l’onda lunga dell’effetto Greta Thunberg e del suo impegno, la partecipazione alle attività per gruppi ecologici e per i diritti civili. “La capacità attrattiva delle parrocchie - spiega Miria Savioli di Istat, una delle curatrici del rapporto Bes - è andata progressivamente diminuendo, mentre l’attività più diffusa è quella che i ragazzi possono svolgere nell’ambito di un’associazione o di un circolo sportivo. Dai dati raccolti si nota che la quota della partecipazione dei più giovani non è ancora tornata ai livelli di prima della pandemia con l’eccezione dei circoli sportivi che attraggono di più”. Fare sport insieme agli altri orienta la voglia di essere presenti nella vita sociale dei più giovani. “Per un ragazzo - aggiunge Alessandra Tinto, altra curatrice del Rapporto Bes - recarsi in un luogo di sport è un modo per confrontarsi con altri coetanei. Tuttavia, i dati recenti mostrano un cambiamento: anche tra i più giovani si registra un maggiore impegno sociale da parte dei maschi, mentre la differenza di genere negli anni precedenti non era così marcata in questa fascia d’età. È proprio la partecipazione alle attività di un club sportivo che determina la differenza, infatti mentre il 37,8% dei giovani maschi è iscritto a un club o circolo, la percentuale è parecchio più contenuta tra le coetanee e scende a 26,8%”. Ma i giovani non sono disillusi e ripiegati in se stessi come appaiono nel dibattito pubblico. Non ha dubbi su questo punto Alessandro Rosina, docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. “Il divario tra partecipazione sociale e politica è oggi uno degli elementi più critici che emergono dalle ricerche sulle nuove generazioni - spiega Rosina - mentre l’impegno civico e associativo mostra segnali di vitalità, la partecipazione politica tradizionale appare in affanno”. I dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo mostrano con chiarezza che non siamo di fronte a un disimpegno generalizzato, bensì a una trasformazione delle forme della partecipazione. I giovani non rifiutano la dimensione pubblica, né il bene comune. Al contrario, manifestano una forte sensibilità verso temi come l’ambiente, la giustizia sociale, i diritti, la qualità del lavoro e dell’abitare. Crisi di riconoscimento “Ciò che cambia - aggiunge Rosina - è il modo in cui cercano di incidere: selezionano gli ambiti in cui percepiscono un legame credibile tra il proprio impegno e gli effetti prodotti. Il nodo centrale non è quindi l’assenza di interesse, ma una crisi di riconoscimento. Molti giovani faticano a ritrovarsi nei canali tradizionali della partecipazione, soprattutto politica, perché li percepiscono come poco permeabili, autoreferenziali e scarsamente capaci di includerli come soggetti attivi. Una distanza che non è disillusione, ma disconnessione tra aspettative e strumenti disponibili”. L’Emilia Romagna sta tentando di contrastare il distacco dei giovani dall’impegno attivo con “Youz”, il Forum giovani che ha rilanciato con un percorso di ascolto delle nuove generazioni e co-progettazione delle politiche regionali. Nel 2025 ha preso il via una piattaforma di progettazione partecipata, che mette in rete istituzioni, territori e giovani per un percorso che vuole ampliare la partecipazione e sperimentare nuove modalità di coinvolgimento. Un progetto innovativo che nasce nella regione in cui Parma sarà la Capitale europea dei giovani 2027. Proibire i social agli adolescenti: Australia e Francia chiudono la porta ai minori di 16 anni di Sara Volandri Il Dubbio, 2 marzo 2026 Il 10 dicembre 2025 l’Australia è diventata il primo Paese al mondo a vietare per legge l’uso dei social network ai minori di 16 anni. Si tratta di un divieto vero e proprio e non un rafforzamento dei parametri di controllo parentale. La norma obbliga piattaforme come Instagram, X, Threads, TikTok, YouTube e Reddit a eliminare gli account dei minori, pena sanzioni economiche rilevanti. La responsabilità è interamente in capo alle aziende tecnologiche, chiamate a implementare sistemi di verifica dell’età considerati efficaci dalle autorità. La mossa australiana ha avuto un immediato effetto domino. L’assemblea nazionale francese ha approvato lo scorso gennaio una legge simile, che proibisce l’accesso ai social per i minori di 15 anni e punta a rafforzare la protezione digitale attraverso obblighi stringenti di verifica dell’età. La Spagna da parte sua varerà nei prossimi mesi lo stesso provvedimento australiano con il limite dei 16 ann: “Le reti sociali sono diventate uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati” ha tuonato il premier iberico Pedro Sanchez annunciando la legge. Il fronte europeo, tuttavia, non è uniforme. L’Italia per il momento non prevede un divieto generalizzato, ma richiede il consenso parentale per i minori di 14 anni. Una linea che, secondo osservatori politici, incontra il favore del governo della Germania, orientato più verso la responsabilizzazione familiare. La Danimarca sta lavorando a strumenti di verifica dell’età per impedire l’accesso sotto i 15 anni, lasciando tuttavia ai genitori la possibilità di autorizzarlo dai 13 con un sistema di “controllo parentale”. In altri Paesi la discussione è ancora in una fase preliminare. La Norvegia valuta di innalzare l’età legale da 13 a 15 anni, con restrizioni più severe per i più giovani. La Malaysia prevede nel 2026 un divieto per gli under 16 accompagnato da strumenti digitali di accertamento dell’età. Nel Regno Unito la Camera dei Lord aveva spinto per misure analoghe a quelle australiane, ma il governo si è opposto e non esiste al momento un’iniziativa concreta in tal senso. Proposte simili sono state discusse anche in Portogallo, Nuova Zelanda e Pakistan, sulla scia della decisione di Canberra. Le motivazioni sono ricorrenti: dipendenza digitale, tutela della salute mentale, contrasto al cyberbullismo, riduzione dell’esposizione a contenuti inappropriati, limitazione della raccolta di dati personali in età precoce. I governi, spesso sostenuti anche dalle opposizioni, sostengono che le piattaforme, progettate per massimizzare l ‘engagement, esercitino una pressione strutturale sugli adolescenti, amplificando dinamiche di confronto sociale e dipendenza cronica. Da qui la scelta di intervenire in modo diretto sull’accesso, come se si fa per le emergenze sociali, anziché limitarsi a raccomandazioni o campagne educative che probabilmente lasciano il tempo che trovano. Il nodo centrale resta tecnico e giuridico: come verificare l’età senza introdurre sistemi invasivi di identificazione? Le soluzioni in campo - documenti digitali, riconoscimento biometrico, certificazioni di terze parti - sollevano questioni di privacy e proporzionalità. I colossi del Big Tech avvertono che controlli troppo rigidi rischiano di creare nuove vulnerabilità nella gestione dei dati; i sostenitori delle restrizioni replicano che l’assenza di controlli ha finora reso inefficaci i limiti formali fissati nei termini di servizio. Si sta così delineando un cambio di paradigma. Per anni l’accesso ai social è stato regolato da soglie minime spesso aggirabili con un clic. Ora diversi Stati scelgono di trasformare quelle soglie in divieti vincolanti, con sanzioni pesantissime e obblighi verificabili. La domanda che emerge è se si stia andando verso una forma di controllo globale dell’accesso dei minori alle piattaforme digitali o se, al contrario, si assisterà a un mosaico di soluzioni nazionali con livelli di rigidità differenti. Ad esempio l’America di Trump non sembra voler procedere per la strada della proibizione, al contrario l’Executive Order 14149 firmato dal presidente Usa nel gennaio 2025, poche ore dopo il suo insediamento, è incentrato sulla difesa della “libertà di parola” e sull’opposizione a quello che l’ordine definisce “censura federale”, un testo che riflette una visione molto cauta verso interventi governativi che limitino o regolino i contenuti e le piattaforme digitali. Molto dipenderà dall’efficacia delle prime applicazioni: s il modello australiano dimostrerà di ridurre in modo significativo i rischi dichiarati, altri Paesi potrebbero seguirne l’esempio per quanto si tratti di fenomeni non misurabili sul breve periodo. In caso contrario, il dibattito tornerà a concentrarsi su un equilibrio diverso tra divieto, educazione digitale e responsabilità condivisa tra famiglie, scuole e imprese tecnologiche. In ogni caso, la stagione della semplice autoregolamentazione appare chiusa: l’accesso dei minori ai social è ormai una questione di politica pubblica, non più soltanto di condizioni commerciali d’uso accettate con un clic. Parigi guida l’Ue: “Ora dobbiamo salvare i ragazzi dall’invasione di TikTok” di Adele Borghese Il Dubbio, 2 marzo 2026 Nel 2024 il Parlamento francese ha costituito una commissione d’inchiesta su adolescenti e social che ha prodotto un rapporto molto interessante: “Rapport de la Commission d’enquête sur l’impact de l’exposition des jeunes aux écrans et aux réseaux sociaux”. Il rapporto parte da una premessa: “L’esposizione precoce e massiva dei minori alle piattaforme sociali costituisce un rischio per la loro salute fisica, psichica e per il loro sviluppo cognitivo”. Il documento precisa subito che non si tratta semplicemente di cattive abitudini educative o di mancanza di vigilanza dei genitori: “I sistemi di raccomandazione automatica mirano a massimizzare il tempo di utilizzo e conducono i minori verso contenuti sempre più coinvolgenti, anche quando risultano dannosi”. La commissione, dopo le audizioni di medici e psicologi dello sviluppo, arriva a una conclusione netta: il problema non è soltanto l’uso, ma la struttura delle piattaforme. Il meccanismo: ricompensa e dipendenza - Il rapporto descrive con precisione il funzionamento psicologico dei social. “Le piattaforme utilizzano meccanismi di rinforzo intermittente - notifiche, like, scorrimento infinito - che attivano i circuiti dopaminergici della ricompensa”. E aggiunge: “Nei minori tali sistemi favoriscono comportamenti di tipo additivo comparabili ad altre dipendenze comportamentali”. Il documento insiste su questo punto: il cervello infantile è particolarmente vulnerabile alle ricompense imprevedibili. “Il carattere imprevedibile della ricompensa mantiene l’utente in uno stato di attesa continua e favorisce il ritorno frequente alla piattaforma”. Non è dunque solo attrazione o curiosità: è un apprendimento neurobiologico. Sonno e sviluppo cerebrale - Una parte molto ampia del rapporto riguarda il sonno, considerato decisivo per la crescita. “L’uso degli schermi nelle ore serali ritarda l’addormentamento e frammenta il sonno”. E nei minori: “La deprivazione di sonno interferisce con i processi di maturazione cerebrale”. Le conseguenze vengono elencate chiaramente: “Si osservano difficoltà di attenzione, diminuzione delle capacità di apprendimento e alterazioni della regolazione emotiva”. Il documento collega direttamente l’iperconnessione a problemi scolastici e comportamentali. Socializzazione e sviluppo emotivo - Il rapporto entra anche nella psicologia dello sviluppo. “Le interazioni mediate dallo schermo non sostituiscono le interazioni reali nella costruzione delle competenze sociali”. E spiega: “L’apprendimento dell’empatia, della lettura delle emozioni e della gestione dei conflitti richiede interazioni dirette”. L’esposizione precoce modifica quindi la crescita sociale: “Un uso precoce limita l’acquisizione delle abilità socio-emotive”. Le adolescenti - La commissione dedica una sezione specifica alle ragazze. “L’aumento dei disturbi psicologici associati ai social network riguarda soprattutto le ragazze adolescenti”. Il motivo viene individuato nella struttura dei social visivi: “Le piattaforme fondate sull’immagine espongono le adolescenti a una valutazione sociale permanente basata sull’apparenza fisica”. La conseguenza è una trasformazione del confronto tra pari: “Il confronto sociale diventa continuo, pubblico e quantificato attraverso like, commenti e numero di follower”. E questo ha effetti sull’identità: “L’esposizione continua al giudizio sociale altera la costruzione dell’autostima”. Corpo e percezione di sé. “L’esposizione ripetuta a modelli corporei irrealistici altera la percezione del proprio corpo e favorisce insoddisfazione corporea”. Il punto decisivo è l’algoritmo: “Gli algoritmi raccomandano contenuti simili a quelli già consultati”. Quindi: “Si crea un rinforzo progressivo delle preoccupazioni relative al peso e all’aspetto fisico”. La commissione collega questo fenomeno a comportamenti alimentari problematici. Autolesionismo e imitazione Una delle parti più rilevanti del documento riguarda l’effetto imitativo”. La diffusione di contenuti riguardanti autolesionismo e sofferenza psicologica può avere un effetto imitativo tra adolescenti vulnerabili”. Il testo prosegue: “I sistemi di raccomandazione possono orientare rapidamente un minore fragile verso contenuti depressivi o autolesivi”. E ancora: “I contenuti emotivamente intensi sono privilegiati perché generano maggiore coinvolgimento”. Il Parlamento francese sottolinea quindi un meccanismo economico: “La logica di massimizzazione del tempo di permanenza porta a privilegiare contenuti estremi”. Perché proprio in adolescenza - La spiegazione fornita è neurobiologica. “L’adolescenza è caratterizzata da elevata sensibilità al giudizio sociale e immaturità dei sistemi di controllo”. In pratica: “La maturazione dei sistemi emotivi precede quella dei sistemi di regolazione”. Questo rende gli adolescenti particolarmente esposti: “L’impulsività e la reattività emotiva aumentano la vulnerabilità ai contenuti online”. I servizi sanitari francesi riferiscono: “Un aumento significativo delle richieste di cura psichiatrica tra le adolescenti”. La conclusione del Parlamento - La commissione riassume così: “L’esposizione ai social network durante l’infanzia e la preadolescenza rappresenta un fattore di rischio sanitario”. E aggiunge: “Richiede misure di protezione pubblica”. Le proposte sono esplicite: età minima per i social, verifica reale dell’età, limitazione delle notifiche. responsabilità delle piattaforme. Il senso complessivo del documento è racchiuso in un passaggio finale: “I social network non possono essere considerati ambienti neutri per un cervello in sviluppo”. Per questo la Francia non li tratta più solo come questione educativa, ma come tutela dei minori: un ambito che, nelle intenzioni del Parlamento, appartiene ormai alla prevenzione sanitaria. Un mondo furioso di Antonio Polito Corriere della Sera, 2 marzo 2026 Quando il Vecchio Continente si scopre debole. Il mondo della forza: la guerra diventa chirurgica e L’Europa non sa che fare. Assistiamo attoniti e impotenti a un’altra guerra, un’altra volta. Il grado di estraneità dell’Europa dal Grande Gioco che sta cambiando gli equilibri mondiali è testimoniato dalla sorpresa che ha colto il nostro ministro della Difesa (e il questore di Roma) in viaggio a Dubai proprio mentre il conflitto scoppiava. I nostri sentimenti sono divisi. Da un lato c’è l’amara e allarmata constatazione che il mondo è sempre più regolato dalla forza. La guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”: praticamente ciò che, nella nostra Costituzione, ripudiamo. La sovranità nazionale è ormai poco più di un simulacro, se non è protetta da un’adeguata forza militare. Questo è un capovolgimento della stessa ragion d’essere del progetto europeo. Laddove avevamo scelto di affidarci alla “forza gentile” dei commerci e della cultura, la realtà di questo tempo nuovo ci dice che a contare è invece l’”hard power”: la volontà di potenza, la superiorità bellica, l’innovazione tecnologica. Tre asset di cui non disponiamo. Il futuro ci riserverà dipendenza e subordinazione se non provvediamo, e alla svelta. Una “guerra nuova”, peraltro, condotta con l’intelligenza artificiale, dotata di un’apparente precisione chirurgica che può renderne più facile la seduzione e più abituale il ricorso. Una gragnuola di “omicidi mirati” per la terza volta in pochi mesi ha messo in ginocchio un potere come quello iraniano, che pure si presentava impenetrabile nel mistero, formidabile nella repressione, tentacolare nel terrorismo. Se è così facile farlo, lo rifaranno. D’altra parte, non possiamo piangere la fine di Ali Khamenei, il più longevo dittatore del mondo, né quella di 48 leader del suo feroce regime, capace di uccidere in pochi giorni un numero di civili iraniani comparabile a quello dei palestinesi sterminati da Israele nella guerra di Gaza. Anche se - temo - la naturale propensione di molti demagoghi nostrani a stare sempre dalla parte delle tirannie e contro il mondo libero potrebbe non risparmiarci lo spettacolo di qualche manifestazione di piazza in difesa perfino dei diritti degli ayatollah, così com’è accaduto per Maduro. D’altra parte il beniamino di questi demagoghi, Vladimir Putin, torturatore da quattro anni del popolo ucraino, si è già permesso di contestare sul piano del “diritto internazionale” l’azione americana contro un tradizionale alleato di Mosca, fornitore all’Armata russa dei droni da scagliare sull’Ucraina, pezzo pregiato dell’”asse della resistenza” che Mosca non ha i mezzi per difendere. Ma è troppo presto per scegliere quale sentimento privilegiare: se disperare per come va il mondo o sperare che almeno tutto ciò serva a qualcosa. Molto dipenderà infatti dagli obiettivi che questa guerra si prefigge e dai suoi risultati. Sappiamo innanzitutto che non dobbiamo farci illusioni. L’attacco all’Iran non nasce dall’intento di esportare la democrazia o lo stato di diritto nella Persia presa in ostaggio dagli ayatollah. Per quanto Trump abbia fatto leva sull’aspirazione legittima di milioni di coraggiosi cittadini iraniani di liberarsi della tirannia, e per quanto questo possa persino risultare l’esito finale di questa guerra, essa non è stata intrapresa con tale fine. Trump non è George W. Bush. L’Iran non è un altro Iraq. La nuova destra americana è troppo nazionalista, “America first” e Maga, per impegnare uomini e risorse economiche in un progetto così ambizioso e di lunga durata. Il vero obiettivo strategico della guerra, e anche la sua unica giustificazione etico-politica, è impedire che un’altra potenza mediorientale abbia la bomba atomica. Lo status nucleare di Israele, secondo questa dottrina, deve restare unico nell’area, per evitare che scoppi prima o poi una guerra su larga scala. È ciò che intende Netanyahu quando parla di “una guerra per porre fine a tutte le guerre”. L’interesse degli Stati islamici sunniti dell’area, dall’Arabia Saudita agli Emirati, garantisce all’alleanza Usa-Israele la certezza di agire con il loro sostanziale sostegno. Il regime degli ayatollah sta pagando la colpa scellerata di aver armato e spinto Hamas alla carneficina del 7 ottobre per impedire che l’Arabia Saudita firmasse gli accordi di Abramo con Israele. Da quel momento non è più considerato, da Gerusalemme e dalla nuova Casa Bianca che ne segue la linea, come un possibile soggetto di negoziato. Le trattative condotte per mesi, si è capito ora, servivano solo a preparare l’attacco. Ma non sappiamo se quel regime sarà spazzato via dalla “Furia Epica” che gli si sta abbattendo addosso dal cielo. Soprattutto non sappiamo che cosa verrebbe dopo, se pure crollasse sotto i colpi. Le risposte a queste domande decideranno se quest’altra guerra del presidente del Board of Peace, che si vanta di aver messo fine a otto guerre, ha avuto un senso per la storia o solo per lui. Se la dichiarerà vinta quando avrà messo una pezza ai sondaggi elettorali in patria, oppure solo quando l’Iran sarà stabilizzato e pacifico. Magari anche lasciandolo nelle mani degli stessi di prima ma indotti dalla guerra a più miti consigli, secondo lo schema-Venezuela che ha in testa Trump. Se non si avvierà infatti un processo virtuoso, che la struttura sociale e religiosa di quel Paese e la debolezza politica dell’opposizione interna rendono estremamente difficile, i rischi potenziali di un incendio maggiore possono trasformarsi in un danno permanente anche per l’Occidente. La fila di petroliere ferme in attesa davanti allo Stretto di Hormuz, gli attacchi a quel pezzo di Occidente che è ormai diventata Dubai, l’esplosione di violenza contro gli americani in Pakistan, ci fanno capire che la strada sarà lunga e tortuosa, e irta di pericoli. Il tirannicidio era addirittura glorificato nella storia dell’antichità. Purché non ne scaturissero mali peggiori: la guerra civile, o tiranni più crudeli. Nessuna notizia di Djalali dall’Iran, il ricercatore in carcere a Evin: l’ansia della moglie di Barbara Cottavoz La Stampa, 2 marzo 2026 “Non ho nessuna notizia da Ahmad” dice Vida Mehrannia, stremata dall’ennesima assenza di informazioni sulle condizioni del marito Ahmadreza Djalali, rinchiuso in una cella di Evin, il famigerato carcere di Teheran, e condannato a morte. Quando Israele aveva attaccato a giugno, il medico e ricercatore del centro Crimedim dell’Università del Piemonte Orientale, era stato prelevato e portato in una località sconosciuta da cui non aveva potuto dare notizie di sé per tre mesi. La moglie ora teme che accada di nuovo. Il ricercatore specializzato nella Medicina dei disastri è stato arrestato il 25 aprile del 2016, pochi mesi dopo il suo trasferimento a Stoccolma da Novara, dove aveva abitato e lavorato tre anni. È stato accusato di essere una spia al soldo di Israele e condannato all’impiccagione. Fino ad ora la sentenza non è ancora stata eseguita, nonostante alcune messinscene macabre e crudeli, perché Djalali poteva tornare utile al regime come moneta di scambio, grazie alla cittadinanza svedese, che gli era stata concessa nel frattempo, e ai rapporti di lavoro con Belgio e Italia. La mossa di Bruxelles - Ma poi nel 2023 Bruxelles ha scelto di richiedere la liberazione dell’operatore umanitario Olivier Vandecasteele in cambio di Assadollah Assadi, diplomatico iraniano accusato di terrorismo ad Anversa e nel luglio 2024 anche la Svezia aveva ceduto Hamid Nouri, funzionario sotto processo alla corte di Stoccolma per crimini compiuti nelle carceri iraniane, per ottenere la liberazione di due connazionali svedesi. Djalali si era sentito abbandonato, aveva lanciato un appello disperato e le sue condizioni fisiche e psicologiche erano di nuovo peggiorate al punto che nel maggio 2025 è stato colpito da un infarto, peraltro non curato in ospedale. Il bombardamento del giugno 2025 - Un mese dopo è sparito in seguito al bombardamento del giugno 2025 del reparto dei detenuti politici da parte di Israele che ora è tornato ad attaccare. L’ultima volta che Vida e il marito Ahmad si sono parlati è stato venerdì scorso: di solito Djalali chiama la sorella a Teheran e lei telefona alla cognata a Stoccolma avvicinando i due microfoni. Ma questo succedeva prima che le bombe tornassero a cadere sulla’Iran: “Da allora non ho più sue notizie” si limita a dire Vida che non sa se lui sia ancora a Evin o sia stato di nuovo spostato. Intanto il tempo scorre: sono 3.598 i giorni che Djalali ha trascorso in cella. I figli del Califfato e la fuga da al-Hol, il caos siriano che non si può più ignorare di Costantino Pistilli linkiesta.it, 2 marzo 2026 Dopo il ritiro delle forze curde e il taglio dei fondi internazionali, migliaia di persone sono fuggite dal campo siriano che ospita famiglie legate allo Stato Islamico. Tra minori non censiti e radicalizzazione diffusa, l’Europa rischia di pagare il prezzo di anni di rinvii. Un anno fa l’amministrazione Trump sospendeva i finanziamenti a Usaid, l’agenzia indipendente creata da John F. Kennedy e operativa per sessantaquattro anni in più di cento Paesi, mettendo in difficoltà numerose aree vulnerabili e ad alto rischio. Come nel nord della Siria, dove sopravvivono i campi di al-Hol e Roj. Tra i più grandi insediamenti al mondo per famiglie legate allo Stato Islamico. Il campo di al-Hol ospita oltre 60.000 persone, tra cui circa 25.000-30.000 bambini. I servizi sono minimi e la radicalizzazione resta un rischio concreto. La maggior parte sono donne e figli di sospetti affiliati all’Isis. Non detenuti in senso formale, ma nemmeno liberi: da anni in un limbo giuridico e umano. I campi sono sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces (Sdf), coalizione a guida curda attiva nel nord-est della Siria. Il nucleo è formato dalle milizie Ypg (Unità di Protezione Popolare, maschili) e dalle Ypj (Unità di Protezione delle Donne), affiancate dall’Asayish, la polizia interna curda. In sostanza, la custodia è curda. La sopravvivenza - cibo, sanità, servizi - dipende in gran parte da fondi internazionali, soprattutto statunitensi e Ong. Pochi giorni fa i media siriani hanno riferito che, dopo il ritiro delle Sdf da alcune aree, il mese scorso si è verificata una “fuga di massa” dal campo di al-Hol. Migliaia di persone sarebbero riuscite ad allontanarsi. Era prevedibile. Il portavoce del Ministero degli Interni siriano sostiene che le Sdf si sarebbero ritirate dal campo senza alcun coordinamento, né con il governo di Damasco, né con la coalizione internazionale a guida statunitense impegnata contro gli affiliati dell’Isis. Un’uscita improvvisa che, sempre secondo la versione governativa, avrebbe lasciato scoperta la sicurezza del perimetro e reso possibile l’apertura di numerosi varchi, sfruttati poi dai residenti per disperdersi. Le Sdf hanno però respinto le accuse, definendo “fuorvianti” le dichiarazioni del Ministero degli Interni e sostenendo che si tratti di un tentativo di scaricare responsabilità politiche e operative. A loro volta hanno accusato fazioni affiliate a Damasco di essere entrate nel campo durante la fase di transizione e di aver prelevato famiglie di presunti membri dell’Isis, contribuendo al caos. Secondo il Ministero dell’Interno siriano al momento della transizione il campo di al-Hol ospitava circa 23.500 residenti, di cui circa il settanta per cento erano donne, bambini e anziani, mentre oltre 6.500 erano stranieri provenienti da più di quaranta nazionalità diverse. Il campo nacque nel 1991 per accogliere i rifugiati iracheni in fuga dalla prima Guerra del Golfo, e nel 2019, con la caduta di Baghuz e la fine del cosiddetto “Califfato”, si è nuovamente riempito, diventando il principale centro per famiglie legate a sospetti combattenti dell’Isis. Fino a poco tempo fa la sorveglianza era affidata alle Sdf e all’Asayish, la polizia dell’Amministrazione Autonoma del Nord-est della Siria (Aanes), con supporto internazionale. Con il ritiro delle Sdf avvenuto a gennaio 2026, le autorità siriane hanno preso il controllo della struttura, attivando piani di sicurezza propri. Il passaggio di consegne ha creato un vuoto temporaneo nella sorveglianza, che ha contribuito alle fughe rese note negli ultimi giorni. La gestione del campo è complessa anche sul piano logistico: ogni giorno transitano circa quattrocento veicoli e migliaia di persone tra residenti, operatori umanitari e personale di sicurezza. Diverse Ong continuano a gestire settori separati del campo, destinati a rifugiati iracheni, siriani e cittadini di Paesi terzi. Un funzionario del campo, citato dall’Associated Press circa un anno fa, spiegava che gli aiuti internazionali, compresi quelli americani, servivano a colmare le falle nei servizi di base e che senza quei fondi la situazione rischiava di peggiorare. I campi restano spazi a rischio: le cellule dormienti non hanno mai smesso di intimidire o uccidere chi viene sospettato di tradimento, di violare le regole o di agire come informatore, secondo le autorità curde. Solo nel 2024 le autorità curde hanno registrato almeno 47 omicidi interni. Nel settore Annex di al-Hol vivono migliaia di donne e bambini provenienti da differenti nazionalità, considerati i sostenitori più radicali dell’Isis. Molti bambini crescono immersi nell’ideologia jihadista trasmessa dalle madri. Alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica hanno rimpatriato alcuni cittadini, mentre la maggior parte degli Stati arabi, europei e africani si rifiuta di farlo: rimpatriare significherebbe processare o monitorare, e i governi preferiscono ignorare il problema. L’Aanes ne era ben consapevole e per questo aveva istituito due centri di rieducazione dove finiscono i ragazzi dopo i dodici anni, separati dalle madri per interrompere il ciclo di radicalizzazione. Ma molte donne li nascondono, rendendo impossibile sapere quanti adolescenti vivano ancora in quel settore. Senza finanziamenti adeguati e senza un controllo efficace, il nord-est della Siria rischia di implodere (dal 21 febbraio l’Isis ha lanciato almeno sei attacchi uccidendo otto membri delle forze siriane. L’escalation segue un messaggio del portavoce Abu Hudhayfah al-Ansari che annunciava una “nuova fase di operazioni” in Siria). Un bel problema. Se Trump ci ha messo del suo - anzi tolto - per aggravarlo, l’Europa non è stata da meno. Gli Stati Uniti avvertono da tempo gli alleati che è urgente riprendere i propri cittadini, altrimenti li ritroveranno a combattere nei loro Paesi. Molti Stati europei, membri della Global Coalition to Defeat Isis, non hanno mai preso sul serio il problema. Non hanno supportato a sufficienza le Sdf, costantemente sotto pressione dagli attacchi della Turchia lungo il confine, nella gestione di questi campi, autentiche fucine di terroristi. Quegli stessi individui che poi ritroviamo attivi nelle strade di Berlino, Vienna, Parigi e altre città europee. “In particolare affrontiamo una dispersione incontrollata - ci dice la professoressa Sabrina Martucci, docente all’Università Aldo Moro e pioniera italiana nello studio, nella prevenzione e nella deradicalizzazione dello jihadismo - soprattutto di minori e giovani adulti non tutti censiti: molti bambini sono nati lì e non sono registrati, a volte non si conoscono i genitori, il rischio di mimetismo è altissimo… anche se non si parla di masse, bensì di singoli soggetti potenzialmente radicalizzati. Potrebbero raggiungere aree instabili per riorganizzarsi, ma anche essere intercettati e arruolati una volta raggiunta l’Europa. In fondo, sono già pronti e preparati ideologicamente, basterà fornirgli un metodo di azione. La loro radicalizzazione è inconsapevole, resiliente. Sono cresciuti da radicalizzati in un contesto ideologico estremo, ed ora sono socialmente pericolosi. La loro fuga ha, inoltre, un impatto comunicativo: viene sfruttata mediaticamente dalle reti jihadiste per mostrare resilienza, incoraggiare simpatizzanti a sostenere i più vulnerabili”. Se ci si chiede poi se l’Europa sia pronta a gestire i rischi legati a eventuali rientri o dispersioni, la professoressa Martucci spiega che “i numeri potenziali sono limitati rispetto alla popolazione europea, ma loro saranno ottimi formatori, capaci di altissima contaminazione ideologica, in particolare credo per nuovi lupi solitari. L’Europa teme l’instabilità perché lasciare persone radicalizzate ad al-Hol senza gestirne il rimpatrio controllato aumenterà il rischio di dispersione. Evidentemente il rimpatrio monitorato sarà più sicuro, ma non senza problemi. Il numero delle persone presenti nel campo è rimasto, grossomodo, stabile perché molti Paesi non hanno voluto rimpatriare i Foreign Terrorist Fighter detenuti lì, soprattutto se donne con figli: se le madri venissero incarcerate al rientro, i bambini resterebbero senza tutela diretta. Non tutti gli Stati europei, inoltre, dispongono (o disponevano) di programmi specifici per l’accoglienza e la reintegrazione dei minori provenienti da contesti di tale livello di radicalizzazione. Certo, l’attenzione è alta nel monitoraggio e controllo da parte delle Forze dell’ordine; oltre a strumenti investigativi va rafforzata la cooperazione internazionale. La sfida è ancora alta: mantenere un equilibrio tra prevenzione efficace, sicurezza e rispetto dei principi giuridici”. Turchia. Ocalan, 26 anni di isolamento nell’isola carcere di Imrali di Valerio Calzolaio ilbolive.unipd.it, 2 marzo 2026 Il 24 novembre 2025, una delegazione di parlamentari turchi ha visitato il detenuto Abdullah Öcalan, nel carcere dell’ormai disabitata isola di Imrali. Mandela rimase imprigionato per circa lo stesso (incredibile) tempo, per qualche mese in meno proprio sull’isola carcere di Robben Island e, comunque, con centinaia di altri reclusi, quasi tutti “politici” e colleghi di partito. Mentre la geopolitica mondiale è travolta da guerre e dazi oltre che da sconvolgimenti in secolari alleanze verso incerte prospettive, mentre la Turchia svolge spesso una funzione di primo piano per contatti e trattative su più scenari oltre che da blocco per migranti euroasiatici (spesso forzati), mentre i diritti fondamentali degli individui umani restano formalmente sanciti e sempre meno rispettati nei singoli paesi (ricordate l’arresto proprio in Turchia del sindaco di Istanbul, potenziale candidato unitario dell’opposizione?) e nelle sfere d’influenza anche europee (come nel cimitero Mediterraneo), c’è da decenni un uomo solo nell’istituto penitenziario di sicurezza di un’isoletta vicina. I fatti. L’isola di Imrali: storia e geografia - Imrali è un’isola turca di circa 2.500 ettari, venticinque km², collocata nella parte meridionale orientale del piccolo Mar di Marmara, il “mare” che collega il grande Mediterraneo al Mar Nero: le rilevanti città costiere turche di Gallipoli e Istanbul sono a Est sui Dardanelli e a Nord-Ovest sul Bosforo. All’interno del Mar di Marmara vi sono più di venti isole e un paio di arcipelaghi. Imrali è fra le isole più grandi, solitaria rispetto alle altre, abbastanza distante sia dalla costa meridionale che dalla penisola orientale. Non possiede montagne, il “picco” più alto e il Türk Tepesi (Collina Turca), di appena 217 metri d’altitudine. Ha una lunghezza, da Nord a Sud, di circa otto chilometri con una larghezza di tre, una superficie appunto di circa 25 chilometri quadrati (ovvero metà delle “nostre” Asinara o Ischia). Imrali conosce la presenza umana da almeno un millennio. Nel 1308 fu conquistata dall’impero ottomano che si assicurò così il controllo di tutta l’area, tagliando il collegamento dei bizantini con Bursa. Il nome deriva appunto dal suo conquistatore, Emir Ali, uno dei più importanti ammiragli dell’impero. Fino alla guerra d’indipendenza turca (1919-1923) esistevano sull’isola tre villaggi greci, i cui abitanti vivevano soprattutto di viticoltura e di pesca. Poi è rimasta disabitata fino al 1935, quando fu costruito un ampio complesso carcerario, tipo colonia penale: ai prigionieri erano permessi la produzione e lo scambio di prodotti di agricoltura e pesca. Poche cittadine e cittadini turchi continuarono per un poco a risiedervi. Invece, attualmente sull’isola ci sono solo il carcere e una base militare e non ci sono abitanti all’infuori degli addetti alle due istituzioni. Non sono possibili attracchi pubblici, tantomeno visite turistiche. L’area marina circostante è zona ad accesso proibito ed e vietato perfino scattare fotografie. A fine 1999 c’erano nel penitenziario, 240 detenuti, che furono tutti evacuati per far posto al solo Abdullah Apo Öcalan, capo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), appena catturato in Kenya. Da allora l’isola è divenuta un carcere-tortura per “eccellenza”. Fino al 2009, per i primi dieci anni, Öcalan è stato l’unico prigioniero, in una cella singola. Successivamente, grazie all’indignazione e alla protesta di istituzioni europee, vi sono stati trasferiti per alcuni anni altri cinque detenuti (due dei quali spostati già nel 2016). A Öcalan viene concessa ogni giorno un’ora di ricreazione con gli altri detenuti; in carcere (teoricamente) può leggere, scrivere e preparare memorie difensive da presentare in tribunale. Periodicamente si svolgono in Europa manifestazioni che ne chiedono la liberazione, da ultimo in Italia il 14 febbraio 2026 a Roma, Milano, Cagliari e in altre città. Apo compirà 78 anni il 4 aprile 2026, dal 1977 è stato il leader della lotta per l’autonomia del Kurdistan, per il suo assetto istituzionale ispirato al confederalismo democratico, per l’emancipazione della donna e la distruzione del sistema patriarcale e capitalista, per uno sviluppo rispettoso del pianeta e della natura. A lui si ispira il movimento curdo contro tutte le oppressioni, dalla Siria alla Turchia, le cui vicende hanno colpito il mondo intero a cominciare dalla resistenza di Kobane e nel Rojava, ancora di forte attualità dopo i recenti rivolgimenti in Siria e i recentissimi parziali accordi con la comunità di quell’area prima “autodeterminata”. Per questo Öcalan è apparso a lungo una delle (poche) figure di riferimento dei movimenti per “un altro mondo possibile”. Da sempre ricercato dalle autorità turche, Öcalan raggiunse nel 1999 l’Italia, dove chiese inutilmente asilo politico. Convinto a lasciare il nostro paese, venne catturato dai Servizi segreti turchi in Kenya, durante il trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca all’aeroporto di Nairobi. Condannato a morte, si vide commutare la pena nell’ergastolo a seguito della abolizione della pena capitale da parte del Parlamento di Ankara. Da allora, è detenuto sull’isola carcere di Imrali. La sua vicenda giudiziaria costituisce una delle più clamorose violazioni dello Stato di diritto in un Paese che fa parte, politicamente se non geograficamente, del contesto europeo. Le ragioni stesse della detenzione sono fragili (non parliamo poi della scelta di un’isola carcere nel XXI secolo): con sentenza del 12 maggio 2005, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha, infatti, stabilito che il processo e la condanna non si erano svolti davanti a un tribunale indipendente e imparziale e che il suo diritto di difesa risultava violato. Öcalan per un periodo è rimasto detenuto insieme ad altri tre prigionieri (Ömer Hayri Konar, Hamili Y?ld?r?m e Veysi Akta?), tutti in isolamento assoluto su un’isola per il resto disabitata, eccettuati i carcerieri e i militari. I detenuti di Imrali sono privati del diritto di incontrare avvocati e familiari (per fare un esempio, nei due anni 2018 e 2019 Öcalan ha avuto, complessivamente, cinque incontri con gli avvocati e tre con i familiari, alcuni dei quali, l’11 agosto 2019 e il 3 marzo 2020, solo dopo la notizia di un incendio sull’isola), del diritto di telefonare (nei primi venti anni Öcalan ha potuto fare direttamente un’unica telefonata, il 27 aprile 2020, al fratello convocato in Procura), di scrivere lettere e qualunque altro tipo di comunicazione. Ciò ha provocato proteste in varie parti del mondo. Nel 2019 ben 3.000 persone hanno fatto uno sciopero della fame in vari luoghi del mondo per protestare contro Imrali e l’iniziativa ha portato nove di loro alla morte (death fast). Tuttavia, fuori dal Kurdistan si parla sempre meno dello status di Öcalan. Il 5 agosto 2020 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt) aveva pubblicato un rapporto sulla situazione nella prigione. Il rapporto definisce “inaccettabili” il sistema e l’isolamento a Imrali. Nell’ottobre 2020 l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione sulla repressione dell’opposizione in Turchia, che, fra l’altro, ha chiesto la fine dell’isolamento di Öcalan. La risposta del Governo turco è consistita in nuovi divieti e rifiuti e in un isolamento carcerario, se possibile, ancora maggiore. Per esempio, nel 2020 nessuna delle 96 richieste di visita presentate dal difensore fu accolta: 68 non ricevettero risposta e 28 furono respinte; su 50 richieste di visite dei familiari, 40 non ricevettero risposta, nove respinte, una sola accettata. Tutti i prigionieri di Imrali sono tenuti in isolamento per la maggior parte del tempo (ovvero 159 ore su 168 a settimana, comprese 24 ore al giorno nei due giorni del fine settimana). La visita ufficiale a Öcalan di esponenti istituzionali pluralisti presso l’apposito istituto detentivo dell’isola carcere è stata resa possibile da un’iniziativa della commissione parlamentare “Solidarietà nazionale, fratellanza e democrazia”, creata per pianificare i passaggi legislativi e i colloqui necessari al nuovo fragile processo di pace tra stato turco (quindi Erdo?an consapevole) e partito dei lavoratori Pkk (quindi Öcalan consapevole), avviato un po’ più di un anno fa. Dopo alcune settimane di discussione, nel corso della diciottesima riunione, il 20 novembre 2025 la commissione ha approvato con 32 voti a favore, 3 astenuti e 2 contrari l’invio di una propria delegazione. Il contatto personale è durato circa un’ora e mezzo. Come detto, in oltre 25 anni di detenzione il leader del Pkk aveva precedentemente incontrato solo in rarissime occasioni un ristrettissimo numero di familiari, avvocati, esponenti dell’opposizione, componenti dei servizi segreti, in totale (ulteriore) isolamento politico e mediatico e pur nella persistente incertezza rispetto ai successivi sviluppi del processo istituzionale. Ovviamente, nessun materiale audiovisivo è stato divulgato e non sono stati resi pubblici dettagli specifici sui contenuti dell’incontro; certo la visita risulta avvenuta in un clima di grande attenzione e polemiche in tutta la Turchia. Dall’arresto nel 1999, è la prima volta che ufficialmente le porte del carcere speciale di Imrali si sono aperte ai deputati dei partiti di governo, Akp (quello principale e maggioritario, fondato dallo stesso attuale presidente Erdo?an nel 2001) e Mhp (braccio politico dei cosiddetti Lupi grigi). Come noto, il 72enne Recep Tayyip Erdo?an è stato sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998 e primo ministro dal 2003 al 2014, ora è Presidente dal 2014. Una deputata dell’opposizione ha poi fatto sapere che la delegazione è arrivata in elicottero, trovando Öcalan in salute. Nel breve scambio di opinioni è entrato quanto sta avvenendo in Siria e l’adesione del SFD (Forze Democratiche Siriane) al nuovo esercito del paese (terminata la dittatura di Assad). Per quanto riguarda i curdi (si potrebbe dire “turchi”) sarebbe stata ribadita la scelta della deposizione delle armi, connessa anche alla (futura, eventuale) trasformazione democratica dello stato. Il 4 dicembre la Commissione parlamentare ha concluso la prima fase dei propri lavori, quella dedicata alle “udienze”. Seguiranno nei prossimi mesi analisi e relazioni, intanto è stato reso pubblico un “riassunto” della visita al leader imprigionato Öcalan, ma non è stato subito pubblicato il verbale integrale e ufficiale. È stato pure ipotizzato che, se il Pkk risultasse “sciolto” potrebbero cadere in prescrizione i processi per “sostegno all’organizzazione”, coinvolgendo forse lo stesso Öcalan, che intanto resta recluso da solo sull’isola carcere. Da 26 anni, ogni secondo minuto ora del giorno, ogni giorno settimana mese dell’anno, riflettiamoci un attimo per cortesia: un prigioniero sostanzialmente “politico” triplicatamente isolato.