Le carceri sono un mondo devastato di Enrico Sbriglia* L’Opinione, 28 marzo 2026 La crescita costante del numero di persone detenute (al 31 ottobre del 2022 se ne contavano 56.225 e i posti, asseritamente disponibili, erano 51.174, mentre al 28 febbraio 2026 le persone ristrette sono aumentate a 63.801 e i posti disponibili a 51.268, invariato il numero degli istituti penitenziari, in 189), è facilmente riscontrabile attraverso i dati accessibili sul sito del Ministero della Giustizia. Un tanto mentre continua a esservi una forte carenza di personale di polizia penitenziaria, falcidiata dai pensionamenti che sono più veloci rispetto all’assegnazione effettiva di nuovo personale, vincitore dei diversi concorsi banditi ma, ciononostante, quest’ultimi incapaci di fornire quanto occorra, come capitale umano. È, in fondo, la prova evidente che antiche politiche di chiacchiere e di attenzione verso il mondo dell’esecuzione penale, che hanno contraddistinto la generalità dei governi insediatisi negli ultimi vent’anni, sono finalmente arrivate a maturazione e stanno presentandoci il conto il quale, però, non è quello di una bisteccheria gourmet romana. Per contro, ancora oggi, si osserva come quelle poche risorse giovani, una volta ingaggiate, vengano gettate nei tritacarne penitenziari, luoghi quest’ultimi che, per la loro cupezza e la loro pienezza di carne prigioniera, disincentivano il prosieguo dell’esperienza lavorativa, talché tantissime imberbi leve, alla prima occasione, abbandonano il lavoro penitenziario, preferendo cercare altrove altre soluzioni e soddisfazioni professionali, idem per il restante personale non di polizia: Chiedete, addirittura, quanti rinuncino a rimanere nell’amministrazione penitenziaria finanche prima della conclusione dei pur pericolosamente brevi corsi di formazione! Nel mentre, però, si assiste a una ulteriore emorragia di personale di polizia penitenziaria che, dall’interno delle carceri, viene “intelligentemente” destinata a svolgere compiti di pronto intervento in situazioni di emergenza, attraverso l’istituzione di raggruppamenti speciali indicati come articolazioni d’élite, così facendo crescere la rabbia e la delusione di quanti altri, praticamente la generalità dei poliziotti penitenziari, che non riesce ad accedere a tali opportunità di consentita evasione, talché, ridotti ancora i ranghi, saranno costretti a operare incessantemente all’interno dei reparti detentivi sovraffollati, sapendo però di non poter contare, di fronte a una improvvisa reale emergenza, su altre risorse umane e tale consapevolezza non li rende felici. Saranno come sempre loro i primi, ove scoppi la rivolta, a dover affrontare, insieme al direttore e forse, ove non fittiziamente in forza, il comandante, dirigente della polizia penitenziaria, l’emergenza, per poi solo successivamente, spesso a devastazione consumata, veder finalmente giungere dei baldi giovanotti vestiti alla RoboCop che finiranno di fare il lavoro dai primi svolto con comprensibile affanno, per poi soltanto quest’ultimi intestarsi semmai il merito di avere riportato l’ordine e la legalità. Tanta letteratura fantastica si sovrapporrà, ancora una volta, a quella reale, concreta, fatta non poche volte di scontri inaspettati, di sputi, di lancio di oggetti, di incendi e di rumori infernali, di estintori esauriti, di schiuma e polvere che invade ogni spazio, di lance antincendio abbandonate e di acqua che ristagna negli interstizi dei pavimenti o che sgocciola da un piano all’altro del carcere, mentre dappertutto si sente l’odore acre del fumo causato dagli incendi miracolosamente spenti e si scorgono, semmai, sulle pareti mai pulite le tracce di sangue di quanti si sono nettati le mani sulle stesse. Bisogna vedere per capire, bisogna entrare “dentro”. Sono quelli i luoghi che i sottosegretari e i parlamentari in visita dovrebbero andare a guardare obbligatoriamente. La rappresentazione che vedrebbero sarà quella del dolore, della rabbia, della paura detenuta e della paura detenente, della disillusione per tutti, livella quest’ultima democratica della coscienza, mentre la speranza inaridita se la gode senza vergogna. Gli attori e le comparse spesso non si distinguono tra loro e possono avere le vesti stracciate dei detenuti o i lembi rovinati delle uniformi degli stessi detenenti: nella nave che si inabissa i ruoli e le distinzioni sono difficili da mantenere e tutti sono uguali nello stesso destino infausto, rappresentazione di una comunità che verrà sommersa dalle acque torbide e tempestose. Cosa fare allora? come intervenire e salvare, ove fosse ancora possibile, il salvabile? Le carceri si dice solennemente che sono lo specchio autentico delle democrazie, ma se fosse così poveri tutti noi! Eppure delle soluzioni concrete, veloci, devono essere ricercate, perché altrimenti anche questo governo, prossimo alla fine della legislatura e che per questo deve darsi una mossa, farà quello che hanno fatto tutti gli altri che lo hanno preceduto: un altro mare insidioso di parole! Gli stati generali delle chiacchiere. La situazione di emergenza vera, lasciata in eredità dai precedenti governi e oggi ulteriormente accresciuta, a causa pure della mancata previsione delle conseguenze di ulteriori scelte legislative che avrebbero dovuto essere considerate anche sul piano dell’impatto economico e strutturale sul mondo penitenziario, non consente più alcuna altra dilazione dei tempi. Se solo il board ministeriale d’alta amministrazione avesse puntualmente e lealmente informato degli esiti di alcune scelte politiche quanti intendevano proporle, pure ove quest’ultimi fossero animati da buone intenzioni, le cose forse sarebbero andate diversamente, quanto meno si sarebbe concesso il tempo per disinnescare la bomba sociale carceraria e/o stemperarne l’impatto. Ma meglio essere degli yes man che apparire disturbatori dei sogni di grandeur dei politici del momento; meglio assecondarli in tutti i modi piuttosto che elencare freddamente tutte le incongruenze di scelte che non possono essere considerate di buona politica penale e penitenziaria perché, per poterle proporre seriamente, sarebbe prima occorso studiare e conoscere il contesto ove si sarebbero incistate. Intelligenti pauca! dicevano i latini, molto ma molto più pratici e concreti di noi, sicuramente forse anche più moderni! Le carceri, l’ho detto e ripetuto tante volte, a costo di apparire come un folle, non sono a norma e illudersi di trasformarle in fortezze è costoso e controproducente, oltre al fatto che richiederebbe altro e tanto tempo che non c’è. Il piano carceri, così come è stato immaginato, continua, come lo è stato per i precedenti, a essere lento e le cose non si vedono: “Piano”, per l’appunto, e non veloce, mentre i “nuovi ingressi” di persone ristrette sono incessanti. Da questo momento a quello della eventuale pubblicazione dell’articolo articolo saranno entrate nelle patrie galere tante altre persone e, certamente, mentre scrivo, diverse verranno condotte in carcere, mentre quelle che scarcerate risulteranno in numero minore: chest’è direbbero a Napoli! Pur concentrandosi l’attenzione governativa verso i circuiti penitenziari ritenuti più pericolosi, quelli dei detenuti dell’articolo 41 bis e Alta Sicurezza, senza però violare i principi imposti dall’articolo 27, comma 2° della Costituzione, occorre per tutti gli altri trovare, urgentemente, soluzioni straordinarie e perfino creative, al fine di alleggerire il sistema, favorendo soprattutto il regime delle misure alternative alla detenzione in carcere. Al riguardo si dovranno impiegare altre forme possibili di controllo securitario e si dovrà coinvolgere responsabilmente il territorio, segnatamente gli enti locali e le regioni, e non invece fregarsene di loro e delle comunità che rappresentano; occorrerà negoziare, occorrerà dare delle cose in cambio, in tema di lavoro, di servizi scolastici e sanitari, di formazione professionale. Ma occorre pure avere una visione e una profonda conoscenza del sistema penitenziario; non si diventa penitenziaristi ed esperti in un colpo solo, in particolare se si è fatti soli i magistrati. Inoltre è necessario dire la verità sulle criticità presenti, perché se è già difficile nascondere la polvere sotto i tappeti, è ancora più arduo infilarci sassi e detriti, soprattutto quelli che rovinano dai muri di cinta instabili e dalle pareti ammalorate di tante prigioni: cicatrici spesso visibili guardando anche dall’esterno le nostre cupe e malridotte carceri. Confido che la premier Giorgia Meloni e il ministro Carlo Nordio sappiano porre in essere, pure se in zona Cesarini, quei temi che i tanti e distratti loro predecessori non si sono mostrati in grado di affrontare, narrando al contrario, di Sol dell’avvenir mai spuntati all’alba e di risultati mai realmente conseguiti; purtroppo simile imposture non sono state esclusive dei precedenti governi, purtroppo. Eppure basterebbe entrare, anche solo per pochi minuti, in una sezione detentiva o in una cella per comprenderlo. Bisogna perciò agire e subito, pure al costo di apparire impopolari, ma ci sarà questo coraggio? Da parte della mia organizzazione sindacale c’è ampia disponibilità a costruire insieme delle ipotesi credibili e urgenti, i direttori delle carceri e degli uffici dell’esecuzione penale che rappresentiamo non si tireranno indietro, purché lo si voglia fare davvero e ci si muova sempre saldamente ancorati ai principi costituzionali, alle normazioni internazionali vincolanti per il nostro Paese, e al buon senso, che occorre liberare dalla prigione della menzogna, dalla scarsa reale conoscenza del sistema, dalle folate demagogiche e dalle paure che ne derivano. Cambiare si può! *Coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria della Fsi-Usae Carceri: la dignità non si restituisce con una colata di cemento di Sabrina Panarello agenparl.eu, 28 marzo 2026 Le tensioni nelle carceri italiane non danno tregua. Gli istituti raccontano una crisi che non è più solo locale: sovraffollamento, carenza di agenti e aggressioni quotidiane mostrano una situazione strutturale che richiede interventi urgenti. Sullo sfondo, il richiamo morale alla dignità degli ultimi resta l’unico filo che attraversa la discussione pubblica, mentre la politica rimane in gran parte in silenzio. Le cronache delle ultime ore confermano che la pressione sul sistema penitenziario italiano resta altissima. In Calabria il personale della polizia penitenziaria vive tensioni quotidiane e carenze strutturali che aggravano la gestione degli istituti, mentre ad Alessandria, come riportato da La Stampa, aggressioni e sovraffollamento segnalano una situazione al collasso. Sul piano politico, Il Fatto Quotidiano sottolinea il terremoto al Ministero della Giustizia con le dimissioni del sottosegretario Delmastro, segnalando come il tema delle carceri sia tornato di attualità nazionale. La pressione sul dicastero e la necessità di avere responsabili che tocchino con mano la realtà dei detenuti diventano evidenti: la crisi non è più solo una questione tecnica, ma un nodo politico e sociale. Accanto ai numeri e alle tensioni quotidiane, resta un riferimento morale forte. I messaggi del Vaticano, richiamati da Leone XIV, sottolineano l’attenzione verso gli ultimi e le persone private della libertà e il valore della dignità umana anche nelle condizioni più difficili. Questo principio guida offre un quadro etico che lega le emergenze concrete alla responsabilità morale della società e delle istituzioni. Anche i sindacati della polizia penitenziaria lanciano segnali concreti da tempo. Secondo il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), episodi di violenza verso gli agenti e la carenza di rinforzi sono direttamente collegati al sovraffollamento negli istituti, con richieste di assunzioni urgenti per garantire sicurezza e ordine. Il segretario generale Donato Capece ha avviato visite negli istituti del Triveneto per portare all’attenzione delle autorità le criticità quotidiane vissute dal personale, evidenziando come l’assenza di interventi politici concreti renda sempre più difficile affrontare la gestione ordinaria delle carceri. Sul fronte politico, un punto critico emerge chiaramente: nonostante le denunce sindacali e le cronache quotidiane, il dibattito istituzionale resta in gran parte assente. Un governo identitario ha finora mostrato attenzione quasi esclusivamente a passerelle internazionali e comunicati ufficiali, dimenticando che il concetto di governo di tutti ricomprende anche la tutela verso chi vive in una condizione di privazione della libertà. La recente proposta Nordio, stante la situazione, non appare mirata: nuove strutture carcerarie alla lunga avrebbero come conseguenza nuovi affollamenti. È tempo di coraggio: affrontare davvero la crisi carceraria significa misurarsi con scelte scomode. Il 28 marzo il “sabato ecologico” con i detenuti di 21 carceri gnewsonline.it, 28 marzo 2026 Sabato 28 marzo, oltre 100 detenuti in permesso premio saranno impegnati nella pulizia di 10 località italiane segnate dall’abbandono dei rifiuti. L’iniziativa di Plastic Free onlus e Seconda Chance è, da qualche anno e per due volte all’anno, un appuntamento fisso che coniuga il rispetto per l’ambiente al reinserimento sociale. Cresce progressivamente la partecipazione degli istituti penitenziari. Quest’anno i detenuti coinvolti nel “sabato ecologico” provengono da Ancona, Cagliari, Frosinone, Ivrea, Locri, Monza, Padova, Pavia, Pesaro, Poggioreale, Prato, Reggio Calabria, Salerno, Santa Maria Capua Vetere, Secondigliano, Torino, Trento, Varese, Vibo Valentia. Si aggiungono l’istituto penale per minorenni di Acireale e di Bari, diciotto persone affidate in prova dell’Uepe di Reggio Calabria e due dell’Uepe di Viterbo. Tra le località interessate ci sono le spiagge di Salerno, Bacoli, Pesaro; il lungomare di Stazzo ad Acireale, recentemente colpito dal ciclone Harry; le aree urbane di Monza, Prato, Padova, Ancona. “Il reinserimento passa anche da qui: dalla possibilità di sentirsi utili e parte di una comunità”, dice Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance, nel comunicato dell’iniziativa. Lorenzo Zitignani, direttore generale di Plastic Free onlus, pone l’accento sul lavoro congiunto tra detenuti e volontari: “significa costruire un messaggio forte: il cambiamento è possibile, per l’ambiente e per le persone”. Cambiare la Costituzione? Perché non ci concentriamo piuttosto sulla sua attuazione di Renato Balduzzi Avvenire, 28 marzo 2026 Da più parti dopo l’esito del referendum si sottolinea l’opportunità di un impegno bipartisan sul funzionamento della giustizia, ma senza scomodare la Carta. Un auspicio condivisibile, ma a tre condizioni. In un clima di grande attenzione dell’opinione pubblica, che ha favorito un’inattesa affluenza al voto, il testo della revisione costituzionale sull’ordinamento giudiziario non è stato approvato dal corpo elettorale. Testo e contesto sono stati strettamente intrecciati. Un testo intriso di contraddizioni e il cui nucleo di fondo, il cui “cuore”, è stato individuato nel corso della campagna referendaria in modo così differente da parte dei suoi fautori, da suscitare tra gli oppositori della riforma la preoccupazione che essa costituisse un momento di un più ampio contesto, non soltanto nazionale, volto a sbilanciare il rapporto tra la politica e la giurisdizione. Da più parti, in questi giorni e in queste ore, si sottolinea l’opportunità di un impegno bipartisan sul funzionamento della giustizia che, senza scomodare la Costituzione e anzi facendosi illuminare dal modello di magistratura che se ne ricava, consenta di migliorarlo anzitutto quanto alla durata dei processi e all’accesso alla tutela giurisdizionale. L’auspicio è certo condivisibile, a tre condizioni. La prima, che il luogo di questo impegno sia il Parlamento della Repubblica, senza forzature con voti di fiducia, senza arroccamenti aprioristici e senza improbabili rivincite della politica verso i magistrati. Aizzare i cittadini contro i magistrati è autolesionismo, visto che la magistratura è garante della libertà e dei diritti di tutti noi, ed è aiutata in tale compito dall’avvocatura, la quale a sua volta può ritrovare autorevolezza rinunciando a vecchi miti e recuperando piena autonomia dalla politica. La seconda, che in questa riflessione venga coinvolto, nelle forme previste, il Consiglio superiore della magistratura, luogo di equilibrio tra togati e non togati, e soprattutto luogo storicamente di competenze organizzative (oltre il 40% delle deliberazioni assunte da quest’organo attengono, del resto, all’organizzazione della giurisdizione) senza le quali non si dà buon funzionamento della giustizia: non una terza Camera, che non può e non vuole essere, ma un prezioso aiuto al decisore politico. La terza, forse la più importante: che ci si impegni seriamente nel senso dell’attuazione della Costituzione, cominciando a valorizzare e a monitorare, nel settore della giustizia, le riforme di pochi anni fa, a cominciare dalla legge n. 71 del 2022 e dell’autoriforma sulla cui base il Csm si è in questi anni impegnato. Il tema della attuazione (e dell’inattuazione) costituzionale, da un lato, e quello della sua revisione, dall’altro, conoscono oggi una rinnovata attenzione in sede scientifica e dottrinale: ad essi sarà dedicato il Convegno nazionale dell’Associazione italiana dei costituzionalisti (Teramo, 23-24 ottobre 2026) e, sul profilo specifico dell’inattuazione costituzionale, è appena uscito da Lefebvre Giuffrè un corposo commentario a cura di C. F. Ferraioli, A. Gentilini, V. Marcenò e G.U. Rescigno. Come trasferire l’attenzione per l’attuazione costituzionale dalla cerchia degli specialisti alla più vasta platea dei cittadini e delle cittadine che avvertono la perdurante centralità della Costituzione e delle sue molteplici valenze? Una tale domanda rinvia al compito e alle responsabilità della politica: come la Costituzione non è prerogativa di una parte, ma è costitutiva dell’identità del popolo italiano, di tutto il popolo italiano, così la sua attuazione, nella pluralità delle forme e dei modi che la Costituzione consente, non è e non deve essere un desiderio di pochi, ma un’attenzione di molti. Giustizia italiana, le sfide dopo il referendum di Carlo Valentini Italia Oggi, 28 marzo 2026 Dopo il no alla riforma, si punta su interventi per bilanciare accusa e difesa e accelerare i processi. Esperti suggeriscono anche una revisione delle procedure e un miglioramento delle risorse giudiziarie. La rissa attorno alla riforma della giustizia si è (in parte) conclusa col referendum. Per i favorevoli l’elaborazione del lutto è già in fase avanzata, per i contrari la sbornia dei brindisi sta terminando. Ora il problema è rimuovere le macerie e cercare di costruire una via d’uscita poiché anche se ci sono state contrapposizioni sulla cura, tutti concordano che il malato è grave, la giustizia non funziona e crea non pochi problemi alla competitività delle imprese e a coloro che subiscono dei torti. Che fare al capezzale del paziente, ora che la riforma predisposta dal ministro Carlo Nordio è stata bocciata? Ecco un ventaglio delle proposte che da molti sono ritenute prioritarie: più equilibrio tra difesa ed accusa, velocizzare i processi, organizzare gli uffici giudiziari al passo coi tempi, evitare che troppi magistrati siano distolti dalle loro funzioni, e così via. Si potrebbe ripartire da qui. Lo squilibrio tra accusa e difesa - Un politico di lungo corso ma ora defilato, Claudio Martelli, che visse a fianco di Bettino Craxi il conflittuale rapporto tra politica e magistratura, dice: “Il nodo è lo squilibrio tra accusa e difesa, quindi bisogna agire per limitare lo strapotere del Pm nel processo. Serve un giudice che controlli l’azione del Pm, che impedisca derivi a abusi. E serve anche un’avvocatura più forte, capace di fare contro indagini vere. Incominciamo a ragionare su questo per riprendere in mano la questione della giustizia”. Le procedure. Uno dei principali sostenitori del No alla riforma, il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ritine che ora si possa mettere mano alle procedure: “Intervenire sulle procedure serve per velocizzare i processi ma anche per consentire ai magistrati di studiare e approfondire i casi su cui debbono intervenire mentre oggi sono distolti da inutili orpelli burocratici previsti in nome di uno pseudo garantismo. In verità la migliore garanzia è che la vicenda venga studiata al meglio dai magistrati, i vincoli formali non servono a nulla. Poi occorre rafforzare gli organici sia dei magistrati che del personale amministrativo e investire seriamente nella digitalizzazione degli uffici, oltre che migliorare l’organizzazione degli uffici giudiziari”. Va rivista l’organizzazione degli uffici - La riforma Severino ha cercato di razionalizzare il lavoro nelle sedi giudiziarie e in parte c’è riuscita, ma bisogna proseguire e Daria Denti (docente al Gran Sasso Science Institute) e Marco Di Cataldo (università Ca’ Foscari di Venezia), autori di uno studio in merito, sottolineano che se aumentano capacità ed efficienza amministrativa, migliora pure la sicurezza dei territori: “Tribunali di dimensioni maggiori possono beneficiare di economie di scala e di una maggiore specializzazione dei magistrati. In diversi casi la riforma ha consentito di istituire sezioni dedicate a specifiche tipologie di reato, migliorando la gestione dei carichi di lavoro. I miglioramenti più consistenti si osservano nei tribunali che non hanno incontrato difficoltà logistiche nel processo di fusione e che hanno introdotto innovazioni organizzative. Dove invece l’accorpamento ha generato problemi strutturali, i guadagni risultano più contenuti. L’esperienza dell’accorpamento suggerisce che l’organizzazione degli uffici giudiziari può incidere non solo sui tempi della giustizia, ma anche su alcuni fenomeni criminali. Interventi che migliorano la capacità amministrativa e l’efficienza operativa del sistema giudiziario possono produrre effetti che vanno oltre il funzionamento interno, contribuendo alla sicurezza dei territori”. Magistrati in libera uscita. Anche un fervente assertore del Sì al referendum come Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, propone di riprendere il filo giudiziario con interventi organizzativi: “Il punto di partenza può essere la redistribuzione geografica del sistema giudiziario. C’è una distribuzione dei tribunali che in molti casi risale a un secolo fa, con un addensamento di tribunalini soprattutto al Nord. Invece bisogna averne di più dove c’è un’alta domanda di giustizia e meno dove la domanda è limitata. Poi occorre la revisione del personale della magistratura, a cominciare dal ministero della Giustizia, dove lavorano 200 magistrati fuori ruolo che, in barba al principio di indipendenza della magistratura, sono dipendenti dal ministero della Giustizia poiché nel ministero c’è un ordine gerarchico. Ma c’è anche la criticità del Massimario della Cassazione (effettua l’analisi della giurisprudenza) che ha un organico di 67 magistrati. Essi potrebbero certamente svolgere compiti più rilevanti”. Rimboccarsi le maniche sul processo penale - Le Camere Penali in genere si sono schierate per il Sì, ora dirottano verso la richiesta di una riforma. A scendere per prima in campo è una Camera Penale lucana, il cui presidente, Agostino Bellucci, spiega: “La nostra battaglia per la parità tra accusa e difesa continua e siamo convinti che ci siano alternative concrete per migliorare il sistema giustizia. In particolare, ci concentreremo sulla riforma del processo penale e sulla valorizzazione del ruolo dell’avvocato difensore, due aspetti fondamentali per garantire la giustizia e la tutela dei diritti dei cittadini. Inoltre è fondamentale lavorare su una riforma che rafforzi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, garantendo al tempo stesso responsabilità e trasparenza”. Le anomalie delle indagini preliminari. Se ne fa portavoce Giuseppe Santalucia, magistrato schierato per il No ed ex presidente dell’Anm: “Nei tantissimi confronti referendari ho colto in parte dell’avvocatura penale una grandissima insoddisfazione non tanto per l’intero processo quanto per la sua fase iniziale, delle indagini preliminari, luogo in cui si verificherebbero, a giudizio di molti avvocati, le anomalie e gli squilibri. Bene, su quella fase credo si debba riflettere. Penso che la riforma Cartabia non sia stata, per questa parte, la soluzione migliore. Per raggiungere finalità di economia processuale, le indagini sono state appesantite di compiti e garanzie, non potendosi poi pretendere che conservino la originaria funzione del modello iniziale del codice, cioè di una fase destinata a non contare nel prosieguo processuale”. Ragionevole durata dei processi - È la priorità che indica Giuseppe Borrelli, procuratore di Reggio Calabria: “Sono necessarie riforme che non privino i pubblici ministeri della possibilità di indagare e che non mettano i giudici nella preoccupazione di giudicare. Riforme che consentano di arrivare a una conclusione del processo in tempi rapidi. La ragionevole durata del processo è un principio costituzionale esplicito al quale il nostro sistema è da tempo che dovrebbe effettivamente adeguarsi. Ci vuole anche un’assistenza da parte del legislatore e del governo. Il primo deve disegnare strumenti legislativi che siano adeguati, funzionali e rapidi. Il secondo deve fornire mezzi per poter celebrare i processi. Per esempio a Reggio Calabria la mancanza di mezzi si coglie solamente guardando la struttura nella quale ci troviamo ad operare. Se uno si affaccia alla finestra vede il palazzo di giustizia in costruzione da decenni. Avere, per esempio, una struttura del genere a disposizione sarebbe già un primo passo per un funzionamento migliore della macchina giudiziaria. La giustizia è una cosa seria, non può essere oggetto di campagne di contrapposizione”. Torna l’ala dura dei garantisti azzurri. La sfida tra Costa, Calderone e Sisto di Errico Novi Il Dubbio, 28 marzo 2026 Dopo la sconfitta al referendum la partita più interessante si apre in Forza Italia. Che potrebbe puntare alla poltrona di guardasigilli. Qualcosa, nella giustizia di centrodestra, è cambiato, forse per sempre. Il gesto politicamente più chiaro è di Giorgia Meloni: via gli indagati dal governo. Via Giusi Bartolozzi, che pure era sotto inchiesta per una contestazione di reato illegittima, secondo il governo. Via la Santanchè, e chi se ne importa se la sua “fedina” è formalmente ancora “immacolata”, e via anche Andrea Delmastro, sebbene la condanna a 8 mesi che ha subito per il caso Cospito vada ancora messa alla prova dell’appello. In pratica, è l’addio al garantismo e alla presunzione d’innocenza. È la linea di Meloni, scossa da un dato: il 18,7% del No viene da elettori di destra e di centrodestra. Lo dicono i sondaggi, a cominciare dal dettagliatissimo studio condotto dall’Ipsos su un campione di 6.000 intervistati. Ma lo si era capito subito già dal raffronto tra affluenza, consensi dei partiti alle ultime Europee e scarto fra il Sì e il No al referendum sulla giustizia. D’altra parte la partita più interessante si apre ora dentro Forza Italia. Il viceministro Francesco Paolo Sisto, che è anche responsabile Giustizia degli azzurri, lavora per una distensione con l’Anm che veda come attore protagonista anche il Cnf. Il numero due di via Arenula ha aperto un tavolo almeno virtuale di discussione, anche per conto del guardasigilli Carlo Nordio, con i magistrati e con l’avvocatura. Ma alcuni segnali che provengono dall’ala garantista “dura e pura” dei berlusconiani sembrano andare in un’altra direzione. Enrico Costa ha diffuso su X il seguente messaggio: “Dubito che accadrà, ma se Nordio si discostasse dalla consuetudine di nominare un magistrato come Capo di Gabinetto al ministero della Giustizia e riducesse la schiera di toghe fuori ruolo in via Arenula, sarebbe cosa buona e giusta”. Considerato che di capi Gabinetto “non togati” (anche Bartolozzi è una giudice) non se ne ricordano da lustri, la soluzione auspicata dal vicepresidente azzurro della commissione Giustizia di Montecitorio sarebbe stata percepita, da parte della magistratura, come una provocazione. Avrebbe sconfessato il proposito di Nordio e Sisto: ritrovare la civiltà del dialogo. E infatti, poche ore dopo, la scelta cade sull’ex pg di Roma Antonio Mura. Ma dentro FI ora si è deciso, almeno da parte delle componenti più identitarie, di non mediare più. Lo attestano anche le parole di Tommaso Calderone, avvocato penalista come Costa e, fino a pochi mesi fa, capogruppo dei berlusconiani nella stessa commissione Giustizia alla Camera: “Sulla giustizia non si torna indietro”, dice al Dubbio, “sul garantismo, nostra bandiera, non si transige: anche con le leggi ordinarie possiamo fare tantissimo per tutelare il cittadino indagato e imputato”. Calderone pensa innanzitutto alla “riforma delle misure cautelari”, che però Nordio, nell’intervista del “day after” al Corriere della Sera, ha già indicato come impercorribile. L’orizzonte indicato da Calderone e Costa non è assolutamente nelle intenzioni di Palazzo Chigi. La premier, col garantismo, ha chiuso. Ha capito che non è nelle corde della parte piu genuina del proprio elettorato. Chi, fra i sostenitori di Fratelli d’Italia, ha votato Sì alla separazione delle carriere, lo ha fatto spesso più per fedeltà alla causa della premier che per adesione alla riforma. E poi, appunto, c’è quella frazione, neppure tanto marginale, che ha votato No. Con un altro 20-25% di elettori che nonostante si dichiari di centrodestra ha preferito disertare le urne. Ed è forse il dato più scioccante per la maggioranza. La sconfitta sulla giustizia si spiega con numeri impietosi. Che Meloni considera la pietra tombale sugli afflati garantisti della coalizione, o quanto meno del suo programma di governo. Ma appunto, Forza Italia non ci sta. Non ci stanno Costa e Calderone, che sono le “avanguardie”. Non si pronuncia per ora Antonio Tajani. Ma è chiaro che lo spazio per una rivendicazione identitaria da parte degli azzurri esiste. I due deputati della commissione Giustizia lo sanno. Il problema, per loro, è la dialettica con Sisto. Che ha un obiettivo diverso: traghettare la legislatura fuori dalle macerie della sconfitta, rimettere assieme i cocci, preparare la giustizia di centrodestra, in chiave unitaria, in vista delle Politiche. Tra gli avanguardisti e il mediatore, non sarà facile trovare una sintesi. Una via d’uscita può essere proprio nella richiesta, che FI potrebbe avanzare a Meloni in anticipo sulla prossima campagna elettorale, di accordarsi per guardasigilli forzista. Obiettivo difficile. Ma proprio Sisto è la figura che la premier potrebbe considerare “di equilibrio”, anche per la ormai collaudata capacità dell’attuale viceministro nel cucire posizioni in partenza distanti, condurre in porto con pazienza i lavori parlamentari. Al di là del “mandato esplorativo” da uomo di pace che lo stesso Nordio ha affidato, in questa fase, al suo numero due, non si può dimenticare che Sisto è stato sottosegretario alla Giustizia nella precedente legislatura, con Marta Cartabia guardasigilli. Ha rappresentato l’anima garantista della “maggioranza Draghi” in una fase in cui i 5 Stelle erano ancora azionisti di riferimento del governo, e vantavano, al ministero guidato dalla presidente emeritadella Consulta, una 5S dura e pura come Anna Macina. Sisto potrebbe essere ministro della Giustizia anche in un governo “alla Draghi”, insomma: il che rischia di essere decisivo, considerate le chance non proprio gigantesche, al momento, per il centrodestra, di conquistare la maggioranza assoluta nel prossimo Parlamento. Il punto di caduta della riscossa garantista già lanciata dagli azzurri potrebbe realizzarsi proprio nella figura che già oggi rappresenta il partito di Tajani a via Arenula. Ma certo la strada è lunga, e le incognite così numerose che pure l’algoritmo si rifiuterebbe di fare pronostici. Piemonte. La Garante regionale: “Serve rafforzare l’assistenza psicologica nelle carceri” cuneodice.it, 28 marzo 2026 L’intervento di Monica Formaiano dopo il suicidio al “Lorusso e Cutugno” di Torino e dopo l’incontro con il componente del Collegio del Garante nazionale Mario Serio. “Ogni suicidio in carcere rappresenta una sconfitta dello Stato e una tragedia che colpisce non solo i familiari della persona deceduta, ai quali esprimo la mia vicinanza e il mio sincero cordoglio, ma l’intero sistema della giustizia e la nostra comunità civile”. Lo ha dichiarato la Garante regionale delle persone detenute Monica Formaiano in seguito al decesso di un detenuto all’Istituto penitenziario Lorusso e Cutugno di Torino. “In qualità di Garante - ha aggiunto - rilevo come la condizione di fragilità psichica che vivono molti detenuti, unito a situazioni di dipendenza e di disagio, costituiscano sempre più spesso un contesto fertile per eventi così drammatici. È necessario e urgente rafforzare l’assistenza psicologica, soprattutto verso la popolazione detenuta più vulnerabile, rimettendo al centro la persona affinché si possa intercettare precocemente ogni segnale di malessere e attivare interventi adeguati”. “Investire nella prevenzione del rischio suicidario - dice Formaiano - significa non soltanto tutelare i diritti e la dignità delle persone detenute ma contribuire alla sicurezza collettiva favorendo percorsi di reinserimento più efficaci”. La Garante regionale ha incontrato questa mattina nei propri uffici il componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mario Serio, con cui si è confrontata anche sui temi già citati. “Il colloquio - spiega la Garante - si è incentrato principalmente sui rapporti fra i livelli di garanzia nazionale e regionale, distinti ma complementari, e sulla necessità di una sempre maggiore collaborazione”. “Abbiamo convenuto - spiega - sull’importanza di consolidare il dialogo e lo scambio d’informazioni, con particolare riferimento a possibili modelli procedimentali comuni e condivisi, sull’eventualità di condividere protocolli e buone pratiche già operative e sull’opportunità di instaurare una fattiva cooperazione in ambito migratorio, con l’intento di creare una comunità partecipativa che abbia al centro la dignità delle persone recluse”. “Tutti temi - anticipa Formaiano - che verranno approfonditi in prossimi incontri nella sede del Garante nazionale”. Lombardia. Dal carcere alle strade per pulire la città: la giornata di riscatto dei detenuti milanotoday.it, 28 marzo 2026 Detenuti che si rimboccano le maniche e ripuliscono spiagge, strade e luoghi simbolici. Un modo per salvare l’ambiente ma soprattutto per costruire percorsi concreti di inclusione e responsabilità. È l’obiettivo della nuova giornata di mobilitazione ambientale che vedrà protagonisti, sabato 28 marzo, detenuti in permesso premio e volontari impegnati insieme anche in Lombardia. Un’iniziativa che unisce tutela dell’ambiente e reinserimento sociale, trasformando un gesto semplice come raccogliere rifiuti in un’esperienza di comunità, partecipazione e riscatto. L’appuntamento è frutto della collaborazione tra Plastic Free Onlus, l’organizzazione attiva dal 2019 nel contrasto all’inquinamento da plastica, e Seconda Chance, associazione del terzo settore impegnata nel reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute. Una sinergia sempre più strutturata che coinvolge territori, istituzioni e cittadini, trasformando l’impegno ambientale in un’opportunità concreta di inclusione. “Ogni evento - le parole di Lorenzo Zitignani, direttore generale di Plastic Free Onlus - è un’occasione per sensibilizzare, ma anche per creare connessioni. La collaborazione con Seconda Chance dimostra che l’associazionismo può essere inclusivo e generare valore concreto. Mettere insieme volontari e detenuti significa costruire un messaggio forte: il cambiamento è possibile, per l’ambiente e per le persone”. Saranno coinvolti volontari e detenuti in oltre dieci località in tutta Italia, dal Nord al Sud, con interventi diffusi per restituire decoro a spazi spesso segnati dall’abbandono dei rifiuti. In Lombardia, le attività interesseranno Monza, Varese e Pavia, con iniziative diversificate tra pulizie ambientali, passeggiate ecologiche e raccolta di mozziconi. L’iniziativa si inserisce in una mobilitazione nazionale che coinvolge detenuti provenienti da 21 istituti penitenziari italiani, insieme a volontari e cittadini, confermando una rete sempre più ampia e strutturata tra amministrazione penitenziaria e terzo settore. “Queste giornate rappresentano molto più di un intervento ambientale. Sono momenti di incontro autentico tra persone, in cui si costruiscono relazioni, si abbattono barriere e si restituisce dignità attraverso il fare. Il reinserimento - sottolinea Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance - passa anche da qui: dalla possibilità di sentirsi utili e parte di una comunità”. A Monza, l’appuntamento è alle 10 in piazza del Centro civico di San Rocco (via Gabriele D’Annunzio 35), per un’attività di pulizia ambientale realizzata in collaborazione con la Casa circondariale di Monza e il quartiere San Rocco - Consulte Monza, nell’ambito di un patto di collaborazione con il Comune di Monza. A Varese, l’iniziativa prenderà il via alle 9.30 dall’ingresso del Parco di Villa Torelli Mylius (via Fiume 38), con una passeggiata ecologica organizzata insieme alla Casa circondariale di Varese. A Pavia, il ritrovo è previsto alle 10 presso i Giardini del Castello Visconteo (piazza Castello, angolo XI Febbraio), per un’attività dedicata alla raccolta dei mozziconi con il supporto di realtà del territorio come Il Melograno, il Festival dei Diritti e Lombardia Sud ETS, con il patrocinio del Comune di Pavia. Campania. Ambiente e riscatto sociale: detenuti e volontari uniti per la pulizia del litorale di Marco Cesaro metropolisweb.it, 28 marzo 2026 L’iniziativa nata dalla sinergia tra plastic free e seconda chance coinvolge le case circondariali della regione in un progetto di riqualificazione territoriale, Restituire decoro a spiagge, strade e luoghi simbolici della Campania non è solo un’operazione di pulizia meccanica, ma un tassello fondamentale di un più ampio mosaico di responsabilità civile e inclusione. Una mobilitazione ambientale di rilievo vede protagonisti detenuti in permesso premio e volontari, impegnati fianco a fianco in diverse località della regione per bonificare aree naturali degradate. L’iniziativa trasforma il gesto della raccolta dei rifiuti in un’esperienza di comunità, abbattendo le barriere del pregiudizio e offrendo un’opportunità di riscatto a chi sta scontando una pena detentiva. Il progetto nasce dalla collaborazione strutturata tra plastic free onlus, organizzazione leader nel contrasto all’inquinamento da plastica, e seconda chance, associazione del terzo settore dedicata al reinserimento socio-lavorativo delle persone recluse. Questa sinergia trasforma l’impegno ecologico in un ponte verso la società esterna, dimostrando come la tutela del bene comune possa diventare uno strumento di rieducazione efficace. In campania l’intervento si concentra su quattro poli strategici, caratterizzati da ecosistemi fragili e spesso esposti all’abbandono indiscriminato di rifiuti. A salerno, l’attività riguarda la spiaggia pubblica di via capitolo san matteo e vede il coinvolgimento diretto della casa circondariale antonio caputo di fuorni, con il sostegno delle istituzioni locali e regionali. A bacoli, il focus è sulla spiaggia libera di miseno, dove i volontari operano insieme ai detenuti del centro penitenziario pasquale mandato di secondigliano in un’area di alto pregio turistico che necessita di cure costanti. L’azione di bonifica interessa anche napoli, specificamente la spiaggia di sant’antonio, dove il progetto vede la partecipazione della casa circondariale giuseppe salvia di poggioreale, attivando un presidio di legalità nel cuore del capoluogo. Infine, a castel volturno, l’intervento si sposta presso l’oasi dei variconi, zona umida di importanza internazionale, con il contributo dei detenuti della casa circondariale francesco uccella di santa maria capua vetere. L’iniziativa campana si inserisce in una rete nazionale che collega l’amministrazione penitenziaria al mondo dell’associazionismo, partendo dal principio che il reinserimento passi inevitabilmente attraverso la possibilità di sentirsi utili e parte integrante di una collettività. Per le persone detenute, uscire dalle mura carcerarie per prendersi cura del territorio rappresenta un esercizio di cittadinanza attiva che restituisce dignità e senso del dovere verso l’ambiente. Queste giornate di mobilitazione superano il concetto di semplice pulizia, diventando momenti di incontro autentico in cui il lavoro manuale diventa il linguaggio comune tra cittadini e detenuti. L’obiettivo è generare valore concreto: da un lato la rimozione di tonnellate di plastica e rifiuti ingombranti dalle coste campane, dall’altro la costruzione di un messaggio sociale forte, basato sull’idea che il cambiamento sia possibile solo attraverso l’azione coordinata e la volontà di offrire una possibilità di ripartenza. Alessandria. San Michele, Abonante attacca: “Nessun coinvolgimento su arrivo detenuti 41 bis” ilpiccolo.net, 28 marzo 2026 Il sindaco chiede chiarezza su servizi e impatti: “Scelte calate dall’alto, vogliamo risposte”. “Un cambiamento epocale deciso senza coinvolgere il territorio”. È dura la presa di posizione del sindaco Giorgio Abonante sulla situazione del carcere di San Michele. Destinato ad accogliere circa 200 detenuti in regime di 41 bis. Nel suo intervento, il primo cittadino ha evidenziato come la notizia sia stata appresa solo attraverso dichiarazioni ufficiali del Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria, Mario Antonio Galati. E senza alcuna comunicazione diretta agli enti locali. “Ringraziamo il Provveditore per aver reso pubblica una notizia che nessuno degli enti preposti ci ha comunicato direttamente”, afferma Abonante. Sottolineando però la mancanza di confronto istituzionale. Il Comune lamenta soprattutto l’assenza di informazioni su come Stato e Regione intendano organizzare i servizi, in particolare sul piano sanitario, in relazione all’arrivo dei detenuti. “Cosa significherà concretamente per Alessandria e per chi ci vive?”, è la domanda posta dal sindaco. Che evidenzia l’impatto che una scelta di questo tipo può avere sulla comunità. Abonante critica un metodo definito “sbagliato”, in cui i territori subiscono decisioni senza essere coinvolti. Il sindaco ha annunciato che ribadirà la posizione del Comune al Prefetto Alessandra Vinciguerra. Inoltrata anche una nuova richiesta di incontro al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Continueremo a pretendere risposte, perché questo metodo non è ammissibile”, conclude. Saluzzo (Cn). “Adotta uno Scrittore”, salta l’incontro tra liceali e detenuti cuneocronaca.it, 28 marzo 2026 L’Amministrazione comunale della città di Saluzzo esprime profondo rammarico e preoccupazione in merito alla mancata autorizzazione da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria all’incontro tra studenti del Liceo “Soleri-Bertoni” e gli studenti ristretti previsto come appuntamento conclusivo del progetto “Adotta uno Scrittore” che da 15 anni si svolge presso la Casa di Reclusione di Saluzzo. Il progetto, che collega questa iniziativa al Salone Internazionale del Libro di Torino, rappresenta per la nostra comunità un’esperienza educativa e culturale di straordinario valore. Nel corso del tempo ha coinvolto generazioni di studenti e numerosi detenuti in percorsi di educazione civica, educazione alla legalità, lettura, confronto e riflessione. Un’esperienza di partecipazione e di condivisione all’interno dell’istituto penitenziario consolidata e riconosciuta, e che ha dimostrato negli anni la propria solidità organizzativa e il proprio valore formativo. La presenza della Casa di Reclusione è parte integrante della storia e della vita della nostra città. Saluzzo ha costruito nel tempo una relazione responsabile e consapevole con il proprio istituto penitenziario, anche per mezzo del suo Garante, riconoscendo l’importanza delle attività e dei percorsi educativi come strumenti fondamentali per il reinserimento sociale delle persone detenute. In questo contesto, l’impegno della scuola, delle associazioni e del mondo culturale ha contribuito a creare un modello di collaborazione tra istituzione penitenziaria e territorio che rappresenta un patrimonio prezioso per tutta la comunità. A seguito dell’emanazione della circolare 21 ottobre 2025, tuttavia, l’autorizzazione per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo da svolgere in istituiti di alta sicurezza è in capo adesso alla Direzione generale, con estromissione nel percorso decisionale della Direzione del carcere, soggetto investito sino a poco tempo del compito di vagliare ed autorizzare le attività interne in forza della conoscenza della sua popolazione ristretta e dei percorsi rieducativi attivi. Se l’obiettivo diventa quello di vietare l’ingresso in carcere a soggetti esterni, evitare ogni forma di incontro, contaminazione e condivisione di progetti ed esperienze di formazione, l’esito è penalizzante sotto tutti gli aspetti. E’ evidente infatti che le attività in carcere si alimentano del contatto con le esperienze e i soggetti esterni, dello scambio con la comunità, ma questo divieto insieme rappresenta una frustrazione incomprensibile anche per gli studenti del Liceo che nelle strutturate occasioni di incontro e confronto con i loro omologhi ristretti hanno trovato un momento di educazione civica concreta, che può avere anche una significativa funzione preventiva rispetto a fenomeni di devianza e criminalità giovanile, e tratto insegnamenti e spunti di riflessione critica per abbattere i pregiudizi ed esercitare una cittadinanza attiva e consapevole. Le attività culturali, scolastiche, artistiche accademiche e di formazione professionale che negli anni hanno caratterizzato il carcere di Saluzzo, tra cui l’attività teatrale promossa da Voci Erranti Onlus e il lavoro dei volontari di Liberi Dentro OdV, insieme alla formazione scolastica e universitaria presente all’interno dell’istituto, hanno dimostrato quanto la conoscenza, lo studio, l’educazione e il dialogo possano contribuire in modo concreto alla crescita personale, alla responsabilizzazione delle persone detenute e al loro reinserimento sociale. Interrompere iniziative come quella in oggetto rischia di indebolire proprio quelle esperienze che consentono di dare attuazione al principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve sempre tendere alla rieducazione della persona condannata. La funzione rieducativa non può infatti realizzarsi esclusivamente nell’ambiente dell’istituto, ma ha bisogno anche di occasioni di confronto con la società civile e con il mondo esterno. Nel corso di questi quindici anni, inoltre, non solo non si sono mai verificati problemi legati alla sicurezza nello svolgimento delle attività che hanno coinvolto studenti e detenuti presso la Casa di Reclusione di Saluzzo, ma al contrario, è emerso con chiarezza il valore di tali iniziative in termini di inclusione, responsabilità, progettualità. Mentre scriviamo apprendiamo di ulteriori restrizioni: un gruppo di lettura di persone adulte in collaborazione con una biblioteca esterna, il coro degli studenti, un incontro con il giornalista Matteo Caccia di Radio 24, un corso di formazione teatrale in carcere per operatori esterni. Attività e laboratori già organizzati che non potranno essere realizzati, disperdendo irrimediabilmente energie, valore, impegno di tanti operatori e detenuti. Per queste ragioni, a nome della comunità saluzzese, desideriamo richiamare l’attenzione sull’importanza e l’urgenza di preservare e valorizzare percorsi ed iniziative consolidate come quella di “Adotta uno Scrittore” e di non disperdere un patrimonio sociale, educativo e culturale costruito nel corso di molti anni e riconosciuto ben oltre i confini della nostra città. Genova. Nel carcere di Marassi dopo 24 anni negata la via crucis rainews.it, 28 marzo 2026 Negato lo storico momento di preghiera e condivisione che unisce la comunità cittadina ai detenuti e al personale. Una tradizione lunga quasi un quarto di secolo si interrompe bruscamente tra le mura del carcere di Marassi a Genova. Dopo 24 anni, i vertici dell’istituto penitenziario genovese hanno negato l’autorizzazione per il passaggio della Via Crucis, lo storico momento di preghiera e condivisione che unisce la comunità cittadina ai detenuti e al personale. La decisione ha scatenato la dura reazione della Uil Polizia Penitenziaria. Il segretario regionale, Fabio Pagani, sottolinea: “Pensavamo di aver toccato il fondo dopo la rivolta dello scorso 4 giugno, i tragici suicidi, come quello nel Centro Clinico che vede a processo due agenti e l’escalation di aggressioni ai danni dei nostri poliziotti. Impedire il passaggio della Via Crucis, che dal 2002 rappresenta un messaggio di speranza e abbattimento delle barriere, è un segnale gravissimo”. L’evento, organizzato dal Vicariato di Marassi/Staglieno, aveva assunto negli anni un valore simbolico alto, con il portone del carcere considerato una sorta di Porta Santa e la partecipazione, nel 2025, dell’arcivescovo Marco Tasca”. La gestione della Direzione e del Comando è ormai giunta al capolinea. Senza una guida ferma, autorevole e realmente aperta alle istituzioni e al territorio, il sistema penitenziario rischia il collasso definitivo. Il carcere di Marassi merita di meglio”, aggiunge Pagani. La sigla sindacale sottolinea come la mancanza di iniziative trattamentali e religiose, unite alla carenza di sicurezza, stia trasformando l’istituto in una polveriera isolata dal resto della città. Vibo Valentia. Giovani avvocati in visita al carcere: focus su carenze e percorsi di reinserimento ilvibonese.it, 28 marzo 2026 Incontro tra rappresentanti della sezione vibonese dell’associazione italiana e vertici dell’istituto. Prevista una relazione che confluirà nel monitoraggio nazionale sul sistema penitenziario. Una delegazione dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati di Vibo Valentia ha fatto visita alla Casa Circondariale di Vibo Valentia nell’ambito del programma nazionale di monitoraggio promosso dall’Osservatorio Nazionale Aiga Carceri. Un’iniziativa che si inserisce nel percorso di attenzione dell’associazione verso il sistema penitenziario e le condizioni di detenzione. A rappresentare la sezione vibonese erano il presidente, Dario Garisto, insieme agli avvocati Davide Accorinti e Simone Brosio, quest’ultimo anche referente provinciale dell’Osservatorio. La delegazione è stata accolta dalla direttrice Angela Marcello e dal vicedirettore Omar Melito, avviando un momento di confronto diretto all’interno dell’istituto. Le criticità e le attività in corso - La visita ha consentito di affrontare alcuni nodi già emersi nel dibattito pubblico. Tra questi, la carenza di organico della Polizia Penitenziaria, più volte segnalata, che incide sulla gestione quotidiana e sulle condizioni di lavoro del personale. Accanto alle difficoltà, è stato evidenziato come all’interno della struttura siano attive diverse iniziative rivolte ai detenuti: laboratori, attività teatrali e sportive, oltre a progetti legati al lavoro. In questo quadro si inserisce anche la recente collaborazione con il Comune di Vibo Valentia per l’impiego in attività socialmente utili, considerate “importanti per la rieducazione e il reinserimento in società”. Resta però una criticità strutturale, indicata come persistente, legata all’assenza dello psichiatra in sede, elemento che continua a pesare sull’organizzazione complessiva dell’istituto. Il ruolo dell’associazione - Il presidente Garisto ha sottolineato il senso dell’iniziativa: “La visita di ieri rappresenta un momento importante di ascolto e conoscenza diretta della realtà carceraria vibonese”. E ha aggiunto: “Come giovani avvocati sentiamo la responsabilità di contribuire al dibattito su un sistema penitenziario che, in linea con il dettato costituzionale, deve essere orientato alla rieducazione e al reinserimento”. La delegazione redigerà una relazione destinata all’Osservatorio nazionale, che confluirà nel monitoraggio sullo stato delle carceri italiane, con l’obiettivo di mantenere aperto un dialogo con l’amministrazione penitenziaria e favorire iniziative dedicate alla dignità della pena e al recupero sociale dei detenuti. Trento. Cinque autori raccontano il carcere, due incontri in Biblioteca comunale comune.trento.it, 28 marzo 2026 Martedì 31 marzo e 14 aprile, in sala degli Affreschi, i testi presentati saranno l’occasione per riflettere sull’umanità che abita gli spazi di detenzione e sui confini tra il bene e il male. La Biblioteca comunale di Trento propone un ciclo di due incontri dal titolo Conosciamo la Casa Circondariale di Spini di Gardolo, per avvicinare la cittadinanza alla realtà carceraria attraverso le testimonianze e le riflessioni di cinque autori che, da prospettive diverse, hanno raccontato il mondo della detenzione. L’iniziativa invita a interrogarsi sul rapporto tra carcere e comunità, sui confini tra bene e male e sulle possibilità di rinascita che possono emergere anche in contesti difficili. Entrambi gli appuntamenti si terranno alle 17.30 nella sala degli Affreschi della sede centrale della Biblioteca di via Roma. Il primo incontro, in programma martedì 31 marzo 2026, vedrà dialogare Rolando Pizzini, insegnante di religione e autore del libro I confini del bene e Domenica Primerano, ex direttrice del museo Diocesano Tridentino e autrice di Ripensare il museo. A moderare sarà Diego Andreatta, direttore del settimanale Vita Trentina. Nel suo libro, Pizzini ripercorre vent’anni di incontri con i detenuti, selezionando episodi che lo hanno segnato profondamente e offrendo uno sguardo diretto sull’umanità che abita il carcere, fino alle riflessioni di un killer mafioso e di un uomo che ha compiuto un femminicidio. Primerano affronta invece il tema del carcere attraverso la trasformazione urbana di Trento, osservando come lo spostamento del vecchio carcere di via Pilati a Spini di Gardolo abbia contribuito ad allontanare culturalmente e socialmente il fenomeno carcerario. Nella sua visione, il museo diventa uno spazio di mediazione capace di riattivare il dibattito pubblico e promuovere consapevolezza. Il secondo appuntamento, previsto per martedì 14 aprile 2026, sarà invece incentrato sul dialogo tra Amedeo Savoia, insegnante e autore del libro Se li guardi, Salvina Gagliardo, dirigente dell’area sanitaria del carcere e autrice di In un battito d’ali di una libellula e Angela Lopiano, ex agente di Polizia Penitenziaria e autrice di Rinascere. A condurre il dibattito sarà Michela Grazzi di Radio Italia Anni ‘60. Savoia restituisce nel suo libro le voci dei detenuti e sottolinea l’urgenza di concepire il carcere come spazio riabilitativo. Gagliardo racconta la resistenza dell’umanità di fronte alle crudeltà della vita, mentre Lopiano mette in luce l’importanza di un approccio educativo nella gestione penitenziaria, mostrando come il lavoro degli agenti possa favorire percorsi di rinascita morale. Nel loro insieme, i cinque libri offrono uno sguardo complementare sulla realtà carceraria, sul confine tra bene e male e sulla possibilità di mediazione culturale e sociale. Il ciclo di incontri rappresenta un invito a riflettere sull’umanità che abita gli spazi di detenzione e sulla responsabilità collettiva nel costruire ponti tra carcere e comunità. I due incontri rientrano nell’ambito del progetto “Liberi da dentro” sostenuto dal Comune di Trento e dalla Fondazione Caritro, promosso dall’Associazione provinciale di aiuto sociale, dalla Scuola di Preparazione Sociale, dalla Fondazione Franco Demarchi, dall’Associazione “Dalla Viva Voce”, dal Coordinamento teatrale trentino, dalla Casa circondariale di Trento oltre che dal Comune di Rovereto e di Riva del Garda. Per ulteriori informazioni è possibile telefonare al numero 0461 889521 oppure scrivere all’indirizzo email info@bibcom.trento.it. Piazza Armerina. I detenuti a confronto sulle storie di Baraldi di Esmeralda Rizzo La Sicilia, 28 marzo 2026 Il libro “Sconfinamenti - storie dal carcere in libertà” di Massimo Baraldi, diventa un ponte culturale e umano tra studenti detenuti della casa circondariale e gli studenti della classe V Chimici dell’iis “Majorana - Cascino” guidato dalla preside Lidia Di Gangi. “L’incontro è inserito spiega Marianna Cacciato, responsabile dell’area trattamentale ed educativa del carcere, diretto da Donata Posante - nel Festival del libro e della lettura di Enna. Gli studenti hanno preso parte a un momento di dialogo e formazione nella casa circondariale piazzese, con i detenuti e gli operatori penitenziari, confrontandosi con lo scrittore Baraldi”. L’autore nel suo libro ha dato voce ai detenuti del carcere di Eboli, con testimonianze di uomini che rimangono invisibili per ricordare che l’uomo non è il suo errore ma da quello si può ripartire e fare un percorso di rinascita della importante. L’iniziativa è coordinata dalla docente di italiano Anna Schembari dell’istituto Alberghiero, che ha una sede nella casa circondariale. “Siamo orgogliosi di un progetto che incarna pienamente la nostra idea di scuola: aperta, dialogante, radicata nel territorio e capace di offrire esperienze che formano cittadini consapevoli” dichiara la preside Di Gangi. L’evento si inserisce negli interventi di potenziamento della biblioteca della casa circondariale, curata da Stefania Libro in collaborazione con le insegnanti di italiano Anna Schembari e Venera Petralia, del Cipia. Stregoni da favola di Mattia Feltri La Stampa, 28 marzo 2026 Non molti ricorderanno del giorno in cui fu depositata in Parlamento una proposta di legge “a tutela della salute pubblica”, e “per sviluppare la socialità tra i cittadini”, con l’istituzione del “silenzio tv”. Ogni sabato, se la proposta fosse stata accolta, le emittenti avrebbero sospeso le trasmissioni e gli inosservanti sarebbero stati puniti con l’oscuramento per una settimana. Non era la proposta di legge di due deputati balzani, ma un’iniziativa bipartisan firmata da Adriana Poli Bortone dell’Msi e da Michele Boato dei Verdi, da Luigi Grillo della Dc e da Francesco Forleo del Pci, per il totale di una ventina di sottoscrittori. C’era anche il grande Gino Paoli, nell’unica sua esperienza parlamentare, da indipendente comunista. Era il 1988, la legislatura era cominciata un anno prima e si sarebbe conclusa all’alba di Mani pulite. Questo drappello di custodi del benessere nazionale dichiarò “ormai dimostrato che la televisione provoca danni fisici alla vista, aritmie cardiache, emicranie, assorbimento di raggi X, di cui non si conoscono i danni reali, ma soprattutto danni psichici in particolar modo sui bambini”. Basta aggiornare un po’ il lessico, adeguare la diagnosi al mondo digitale, sostituire la parola televisione con la parola social, e trentotto anni dopo ci ritroviamo sempre lì, terrorizzati davanti all’ignoto (per quanto potesse essere ignota la tv allora e lo siano i social oggi), vagamente stregoneschi, illusi di cambiare il mondo vietando quello che non ci piace. La proposta di legge del 1988 sembra la satira del 2026: “Che la Tv rovina i bambini non si stancano di ripeterlo psicologi e sociologi, e riscontrano sui piccoli pazienti incubi, ansie e forti tensioni emotive”. Ancora ieri mattina, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, commentando la tragedia della professoressa accoltellata dal ragazzino in provincia di Bergamo, si appellava, come fa da anni, ai “numerosi studi” che suggeriscono non soltanto di proibire l’uso degli smartphone a scuola, ma anche di proibire agli adolescenti l’accesso ai social. Le parole di Valditara: “L’influenza dei social può essere devastante per la violenza che contengono e che propagano a ragazzi che non hanno ancora la maturità necessaria per gestire le insidie di questi mezzi (…) c’è una diffusione di violenza online che non ha precedenti”. Le parole della proposta di legge dell’88: “Guardare molte ore alla settimana la televisione porta ad alterare l’equilibrio tra realtà e irrealtà nella vita dei bambini e dei ragazzi. Ed essi vedono una quantità enorme di violenza alla tv e così nascono i casi di ragazzi che non sentono alcun rimorso, privi di sensi di colpa e di rispetto per la vita”. Proprio in queste ore si è diffusa la notizia della sentenza con cui a Los Angeles si condannano i social di Mark Zuckerberg, e non solo, a pagare i danni a una ragazza per la dipendenza sviluppata stando ore al giorno su Instagram e Facebook. Si immagina che degli esperti abbiamo convinto la giuria a equiparare la dipendenza da social con quella da tabacco o da droga, sebbene gli studi siano tuttora controversi. E molto somiglianti a quelli che armarono i nostri legislatori dell’altro secolo: “La tv diventa una droga di cui non si può più fare a meno. La soluzione non è creare cliniche psicologiche per l’infanzia teledipendente come accade a Chicago (l’America continua a ispirarci, ndr), ma spegnere la televisione”. Nel 1988 non esisteva il diabolico algoritmo. Ovvero quel mostriciattolo sequenziale capace di rifilarci un post e un video dietro l’altro, sempre al gusto del nostro palato, perché ci risulti impossibile staccarci dallo smartphone, ne diventiamo schiavi, ingoiamo la pubblicità a palate, per ore e ore perché - insegna l’arguzia momento - se non stai pagando per un prodotto allora il prodotto sei tu. Che poi sarebbe lo spirito del mercato: venderti oggi qualcosa che comprerai anche domani. Ma non la voglio fare troppo semplice. Voglio sottoporvi invece gli “stregoni da favola”, ossia gli algoritmi della nostra favolosa proposta di legge: “Un noto pubblicista americano ha scritto che tramite la tv vengono fatti giungere nei cervelli della gente messaggi comportamentali e così, al pari di certi stregoni da favola, è possibile indurre la gente a fare quanto altrimenti non avrebbe mai potuto pensare di dover fare. Non a caso la televisione è finanziata praticamente dalla pubblicità (…) e la pubblicità esprime un rapporto di potere (…). E a che fine? Perché la gente compri qualcosa!”. Prima del gran finale, può essere interessante un intermezzo sui ragazzi che si informano sui social e dunque non sanno più niente, si lasciano infinocchiare dalle più volgari fake news, travolti da un eccesso di informazione incontrollata, e cioè indotti e pensare come fa comodo ai monarchi delle Big Tech. Di nuovo, dal 1988: “E non si fa neppure corretta informazione, talora si fa eccesso di informazione. La popolazione viene travolta da versioni contraddittorie di eventi sempre più complessi e alla fine si arrende. La marea di informazioni (…) concentra l’informazione nelle mani di un’élite tecnico-scientifica-industriale”. Quasi tutte le analisi sui social contenute in questo articolo sono diventate popolari con Jonathan Haidt, psicologo americano di grande fama, molto stimato anche dai colleghi (sebbene qualcuno sospetti che ultimamente diffonda poca scienza e molte suggestioni). Il suo penultimo libro - in Italia pubblicato da Rizzoli, La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli - ha fatto il giro del mondo e ispirato leggi proibizioniste già approvate o allo studio in una dozzina abbondante di paesi: niente social a bambini e ragazzini. Ora Haidt ne ha pubblicato un altro (in Italia sempre con Rizzoli, La generazione fantastica), su come i nostri ragazzi torneranno a essere felici se sapranno ribellarsi “alle aziende informatiche”, al dominio di quelli che Haidt non chiama “Stregoni da favola” ma “Avidi maghi”, se dunque spegneranno i telefonini e ricominceranno a parlare coi genitori e a giocare con gli amici. Lo scopo, dice Haidt, è “aiutarli a riconquistare l’infanzia nel mondo reale”. “Guardare la tv vuol dire giocare meno, e giocare è basilare per lo sviluppo emotivo, sociale ed intellettuale del bambino”, diceva la proposta di legge, e precisava: “Le generazioni cresciute guardando la tv trovano la vita noiosa e faticosa e non ne apprezzano il gusto. Un bambino che ha passato più tempo davanti alla tv che a giocare con gli amici o a parlare con i genitori giunge all’età adulta con un fortissimo senso di isolamento e ricade di nuovo davanti al televisore per sfuggire l’isolamento (…) In un mondo senza tv ci sarebbero più contatti umani, più partecipazione personale e collettiva, meno apatia e lavaggi dei cervelli”. Il 2026, ha detto Haidt, orgoglioso di avere sollecitato governi e parlamenti, “sarà ricordato come l’anno in cui il mondo ha detto basta ai social”. Sarà bello sedersi tutti insieme sul divano, genitori e figli, a guardare la tv. Quella frattura tra ragazzi e adulti di Antonella Inverno* La Stampa, 28 marzo 2026 Quanto è successo in provincia di Bergamo - il ragazzo di tredici anni, poco più che un bambino, che ha accoltellato la sua insegnante - è solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di atti violenti commessi da giovanissimi in tutta Italia. Questo caso, come gli altri, va guardato nella sua unicità, tuttavia tutti raccontano qualcosa dello stato di salute degli adolescenti e di quello delle relazioni educative. Nella delicata fase dell’adolescenza si è ancora nel pieno di un processo di crescita in cui rabbia e frustrazione possono assumere una forza travolgente, soprattutto quando non trovano spazi di riconoscimento e di elaborazione, quando dentro si accumulano tensioni, incomprensioni, vissuti di esclusione. Un elemento che questi casi mettono in luce è la difficoltà, da parte degli adulti, di intercettare per tempo i segnali di disagio. Segnali che restano frammentati tra scuola e famiglia, raramente condivisi in modo sistematico e tradotti in interventi tempestivi e continuativi. Si interviene, più che altro, quando il problema esplode e due vite sono cambiate per sempre: quella della vittima, e anche quella di chi ha commesso un atto tanto feroce. Con il rapporto (Dis)Armati, frutto di un lungo lavoro di ricerca sul campo, Save the Children ha messo in evidenza alcuni tratti comuni agli episodi di violenza agiti dagli adolescenti, con la volontà di alimentare la riflessione sulle misure di prevenzione più efficaci. Questo tipo di violenza non ha una finalità strumentale. L’obiettivo non è l’eliminazione fisica, spesso i ragazzi non appaiono consapevoli delle conseguenze gravissime e a volte irreversibili dei loro atti. Un gesto del genere appare come utile a dimostrare forza, a recuperare rispetto. Il suo valore è legato alla visibilità e alla reazione degli altri. Sono gesti che cercano uno sguardo, una forma di riconoscimento. “Almeno fare paura significa essere visti”, ci ha raccontato un ragazzo qualche mese fa. L’estetica della violenza sul piano simbolico può contribuire a rendere gli atti violenti socialmente accettabili tra gli adolescenti. Ma ciò che più risuona è l’evidente frattura nella funzione educativa. La scuola, la famiglia, in una parola gli adulti di riferimento, sono spesso percepiti dagli adolescenti come assenti o incoerenti. I ragazzi in contatto con la giustizia minorile per reati di natura violenta che abbiamo intervistato hanno spesso alle spalle una famiglia fragile, disgregata, con genitori soli o assenti, in un dialogo emotivo che a casa sembra mancare. Anche la scuola sembra aver perso autorevolezza e attrattività, ed è vissuta - nelle parole dei ragazzi intervistati - come un luogo dove regnano ansia e giudizio. È chiaro che un approccio emergenziale e punitivo rischia fortemente di risultare inefficace. È necessario ricostruire la filiera, garantire risorse e strumenti per una comunità educante più solida: interventi di sostegno alla genitorialità, educazione di strada, supporto psicosociale possono agire preventivamente sui fattori di rischio che alimentano la violenza. *Responsabile ricerca Analisi e dati di Save the Children Smettiamo di considerare gli adolescenti dei nemici. Quando ciò accade, è già tardi di Alessandro Tolomelli* Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2026 Non una persona da capire ma un pericolo da contenere. È così che si costruiscono i “demoni popolari”, per ripulire la coscienza degli adulti. Nel dibattito pubblico italiano gli adolescenti stanno diventando ciò che in altre stagioni sono stati i migranti, i marginali, i diversi: un bersaglio simbolico su cui scaricare paure collettive, ansie sociali e impotenza adulta. Basta un episodio grave, drammatico, come una violenta aggressione avvenuta in ambito scolastico, perché si metta in moto un meccanismo ormai noto: il caso singolo viene trasformato in prova generale di un’emergenza nazionale, la cronaca diventa paradigma, la complessità scompare e al suo posto arrivano invocazioni di ordine, disciplina, punizione. Nessuno può minimizzare la violenza, nessuno può fingere che il disagio giovanile non esista. Ma è proprio quando un fatto ci scuote che dovremmo resistere alla tentazione più facile: ridurre tutto a un problema di sicurezza. Perché è in quel momento che l’adolescente smette di essere una persona da capire e diventa un pericolo da contenere. È così che si costruiscono i “demoni popolari”: figure semplificate, caricaturali, generalizzate utili a dare un volto al timore diffuso e a rassicurare l’opinione pubblica con una narrazione netta, severa, apparentemente risolutiva. Il problema è che questa rappresentazione non resta mai innocua. Quando una società comincia a guardare i propri adolescenti come un corpo estraneo, come un’etnia separata e ostile, produce una frattura che si autoalimenta. Il sospetto genera distanza, la distanza genera conflitto, il conflitto conferma il sospetto. La paura richiede sicurezza, la sicurezza pretende repressione, la repressione genera rabbia e reazioni di opposizione. In questa spirale, i giovani finiscono per interiorizzare lo sguardo che li etichetta e rispondono spesso in modo difensivo: con l’attacco, con la chiusura o con la fuga. Quando ciò accade, è già molto tardi. Il punto è allora cercare di capire perché continuiamo a intervenire solo dopo, quando il disagio è già esploso, e quasi mai prima, quando ancora si manifesta attraverso segnali deboli, fragilità, richieste di ascolto. La logica punitiva ha il vantaggio di essere semplice, rapida, comunicativamente efficace: promette controllo e offre l’illusione di aver rimesso ordine. La logica educativa, invece, è più lenta, faticosa, meno spendibile sul piano del consenso. Ma è l’unica che possa davvero prevenire efficacemente le cause del disagio e impedire fratture tra gli attori sociali. E qui la scuola (secondaria) torna al centro. Negli ultimi tempi il sistema scolastico è tornato ad essere pensato come un luogo di selezione più che di accompagnamento, come un campo di valutazione permanente più che come una comunità di crescita basato sulla pura trasmissione più che di relazione e ascolto. In molte ricerche ci siamo poi resi conto che per i ragazzi e le ragazze il passaggio dalle elementari alle medie rappresenta una frattura educativa: si esce da un ambiente ancora fondato sulla cura educativa e si entra in un meccanismo che enfatizza la prestazione, il voto, la competizione, la gerarchia. Il registro elettronico, vissuto quotidianamente come una vetrina della performance, ha reso ancora più pervasiva questa pressione. In un’età in cui servirebbero adulti capaci di tenere insieme autorevolezza ed empatia, spesso si propone invece una scuola che alza il tono del controllo e abbassa quello dell’ascolto. Se il messaggio che passa è che studenti e docenti sono due fronti contrapposti, è naturale che il conflitto diventi quotidiano. Educare, al contrario, significa camminare insieme. Significa costruire alleanze tra insegnanti, famiglie, educatori, territorio. Significa moltiplicare dentro la scuola le figure di cerniera, gli adulti che sappiano leggere le emozioni, intercettare i segnali, creare spazi di parola prima che la rabbia trovi vie distruttive. Significa investire risorse non solo negli edifici, ma soprattutto nelle relazioni: classi meno affollate, tempi meno compressi, presenze educative più ricche, luoghi in cui un ragazzo o una ragazza possa essere visto prima di essere giudicato. Serve una comunità educante che non arrivi sempre e soltanto dopo il danno, quando le telecamere sono già accese e la politica cerca una frase ad effetto per speculare sulle tragedie. Il nodo vero è questo: gli adolescenti non chiedono impunità, chiedono di non essere trasformati in una categoria nemica. Dietro i comportamenti più duri non c’è soltanto trasgressione, c’è spesso la fatica di sentirsi riconosciuti come soggetti, nelle loro differenze, degni di attenzione benevola e ascolto profondo. Continuare a rispondere solo con il lessico dell’emergenza significa ripulire la coscienza degli adulti e spostare altrove ogni responsabilità. Ma una società matura si riconosce da come guarda i propri ragazzi e ragazze nei momenti peggiori: se li tratta come pericoli da sorvegliare o come cittadini in crescita da accompagnare. La differenza tra queste due strade non è teorica. È la differenza tra una scuola che seleziona e una che accoglie, tra un Paese che si difende dai giovani e un Paese che decide finalmente di adempiere alla propria responsabilità educativa. Per questo ogni allarme gridato senza analisi rischia di diventare una profezia che si autoavvera: più etichettiamo, meno comprendiamo; meno comprendiamo, più lasciamo crescere il rancore. *Docente di Pedagogia generale, sociale e della devianza, UniBO Nessun limite, nessuna colpa. Una riflessione sui fatti di Trescore e la grammatica dell’odio di Maurizio Montanari* Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2026 Non gettiamo la croce addosso agli insegnanti o agli psicologi scolastici. Non è sempre possibile decifrare per tempo i segni di una volontà omicida. Due storie mi tornano alla mente mentre i telegiornali raccontano la vicenda del ragazzo di tredici anni deciso a uccidere la sua insegnante di francese. La prima è quella di Anders Breivik, autore degli attentati di Utøya, in cui furono uccise 77 persone. La seconda è quella di Jamie Miller, il ragazzo al centro della serie Adolescence, raffigurato come un bambino divorato dal risentimento e dall’umiliazione per essere stato definito ‘incel’ dalla coetanea che lui gelidamente uccide. Una storia è reale, l’altra immaginaria, ma entrambe mettono in scena la stessa grammatica dell’odio: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa e di limite. A Bergamo non c’è nessun gesto impulsivo, nessun raptus che assolve la coscienza collettiva con una spiegazione sbrigativa: solo la decisione fredda di sopprimere colei che viene avvertita come causa del proprio male. Non importa che il torto sia reale, immaginato, ingigantito o del tutto fantasioso; ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore. Il nemico prende forma, s’incarna e si definisce. Una volta edificato e divenuto lavagna di proiezione del proprio mal di vivere, lo si abbatte. Sia essa la ragazzina che umilia Jamie, la gioventù ‘progressista’ odiata da Breivik, o la professoressa e il padre del ragazzino di Bergamo. Clinicamente parlando, un misto di proiezione e senso dell’illimitato fanno da cornice a questo episodio. Una delle forme più fredde del manifestarsi dell’odio è quella paranoica. La paranoia, prima ancora che una diagnosi, è una forma di rapporto col mondo. È sospetto elevato a criterio universale, diffidenza che si fa sistema, un apparato sempre pronto a leggere negli altri un’intenzione persecutoria. Nella sua forma più radicale rompe il legame con la realtà lasciando le ipotesi e diventando certezza assoluta. Allora l’altro smette di essere uno fra i tanti e diventa ‘il nemico:’ il responsabile delle proprie ferite, delle proprie sconfitte, della propria umiliazione, per questo va eliminato. In casi come questo, evocare come fa il ministro Giuseppe Valditara “importanti misure per combattere la criminalità giovanile” significa mancare il colpo (che va invece a segno quando osserviamo eventi come il pestaggio su un bus di un ragazzo da parte di coetanei). Qui non siamo semplicemente davanti a una trasgressione quanto ad a un solipsismo dell’odio, a una soggettività che si chiude su sé stessa fino a non riconoscere più alcun legame. Perché il ragazzo ha filmato le sue gesta? A volte il delitto non sempre si esaurisce nell’atto materiale: spesso viene preparato, ritualizzato, rivissuto e trasformato in scena. In una chiave più propriamente psicoanalitica, si potrebbe dire l’azione non resta mai chiusa nel rapporto a due tra soggetto e vittima. C’è sempre, in qualche forma, un terzo: uno sguardo esterno che funge da testimone, un occhio davanti al quale il crimine prende consistenza. Non basta compiere l’atto; occorre anche consacrarlo. In questa prospettiva, filmare serve a costruire il teatro dell’azione dove essere guardato e dunque ricordato. In questo senso il video non è soltanto memoria dell’accaduto: è parte integrante dell’accadere stesso. Molti studi mostrano che, in certi profili violenti, il punto centrale non è solo infliggere dolore, ma trarre eccitazione dall’osservarlo e dal controllarne la diffusione mediatica. Per poter desiderare, serve una cornice, un quadro limite che definisca e freni l’azione del ragazzino: lo insegna Freud quando parla del bambino come perverso polimorfo. Bambino che, nel suo immaginario, può tutto, inconsapevole delle regole. Salvo incontrare i limiti della quotidianità, i freni, le limitazioni, gli insegnamenti, i valori morali che poi si sedimentano in quell’istanza chiamata Super Io. In alcuni casi questi limiti non hanno funzionato, si sono dimostrati deboli, generando individui per i quali la vita banale e normale, regolata dal consesso civile, è fonte di noia, dolore e frustrazione. Alcuni soggetti godono della vita solo nella disperante ed incessante rincorsa a violare le regole e spezzare i divieti, tornado magicamente a quell’illimitato che da infanti veniva avvertito come promessa poi infranta. Qua ne possiamo trovare le tracce se è vero che il ragazzino avrebbe lasciato scritto “il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita”. Non gettiamo dunque la croce addosso agli insegnanti o agli psicologi scolastici. Non è sempre possibile decifrare per tempo i segni di una volontà omicida. Come se ogni abisso si lasciasse leggere in superficie. Non è così. Talvolta quei segni ci sono ma sono contraddittori, ruminano in silenzio, nei meandri più interrati della vita psichica, spesso senza far intuire l’irruzione dell’odio freddo. *Psicoanalista Migranti. “Cpr: meno diritti che in carcere, ci finiscono persone senza reati” di Sara Pietracci ravennanotizie.it, 28 marzo 2026 Immaginate di essere rinchiusi per mesi senza aver commesso alcun reato, senza sapere quando uscirete e senza capire fino in fondo cosa sta succedendo alla vostra vita. È ciò che accade ai cittadini stranieri che finiscono nei Centri di permanenza per il rimpatrio. C’è un tema che - negli ultimi tempi - torna spesso nel dibattito pubblico, ma che resta, nei fatti, poco conosciuto: i CPR. Vengono citati, evocati, difesi o criticati, ma raramente raccontati per quello che sono davvero. Eppure è proprio qui che, ogni anno, migliaia di persone straniere vengono private della libertà personale senza aver commesso reati. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna partire dalle parole di chi quei luoghi li conosce da vicino. “Per spiegarmi con chi non conosce la materia, io li chiamo prigioni per stranieri”, spiega Andrea Maestri, avvocato ravennate attivista per i diritti umani. “Perché di fatto i CPR sono questo: luoghi di detenzione amministrativa”. La definizione giuridica è diversa, più neutra. Si parla di “trattenimento”. Ma è proprio su questo punto che, secondo Maestri, si gioca una prima ambiguità. “È un termine eufemistico, quasi ipocrita. Significa privare la persona della libertà personale. Vuol dire impedirle di uscire, di muoversi, di decidere. Vuol dire incarcerarla”. “Tra l’altro - sottolinea - nella sentenza n. 96/2025, la Corte Costituzionale ha chiarito che la disciplina vigente sul trattenimento nei CPR non rispetta la legge in materia di libertà personale, perché il cittadino straniero viene assoggettato al potere altrui, quindi sono analoghi a una prigione”. In Italia ci sono attualmente 10 Centri di permanenza per il rimpatrio. I CPR nascono con una funzione precisa: trattenere cittadini stranieri - extra UE - senza permesso di soggiorno, a cui è stato notificato un decreto d’espulsione, quando non è possibile eseguire immediatamente il rimpatrio. Il percorso, nella sua struttura, è questo: una persona viene considerata irregolare, riceve un decreto di espulsione amministrativa e, se non ci sono le condizioni per un rimpatrio immediato - per esempio perché mancano i documenti - può essere portata in uno di questi centri. “In attesa dell’esecuzione materiale dell’espulsione, queste persone vengono rinchiuse - spiega Maestri -. Non si tratta, quindi, di una misura simbolica o burocratica, ma di una privazione concreta della libertà”. Uno degli aspetti più fraintesi riguarda propriochi finisce nei CPR. “Nell’immaginario comune si tende ad associare questi luoghi a persone pericolose, a criminali, a situazioni di allarme sociale. Ma la realtà - racconta Maestri - è molto diversa. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone assolutamente incensurate. Persone normali, che non hanno commesso alcun reato. In alcuni casi vengono trattenuti anche richiedenti asilo, mentre la loro domanda è in esame”. Le storie sono quelle della vita quotidiana, spesso segnate da fragilità e precarietà. “Può essere una badante che ha perso il lavoro e quindi non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Oppure una famiglia che non ha più un alloggio regolare. O una persona che aveva un permesso e ha perso uno dei requisiti necessari per mantenerlo”. Situazioni che possono sembrare marginali, ma che fanno scivolare nell’irregolarità. “Persone innocue che si ritrovano, magari loro malgrado, in questa condizione”, aggiunge. “La maggior parte delle persone che sono nei CPR non è pericolosa per la sicurezza o l’ordine pubblico - assicura Maestri -. I “pericolosi” sono solo una minima parte”, e di fatto, persone che hanno commesso un illecito amministrativo si trovano a dover convivere nei CPR con persone che hanno commesso un reato penale. Ad esempio, anche cittadini stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione per precedenti di polizia vengono portati nei Centri, fino a quando non è stato organizzato il rimpatrio. Se si prova a immaginare cosa accade dentro un CPR, la prima immagine che emerge è quella di un carcere. “Se uno si avvicina a questi centri, si accorge subito di cosa sono”, dice Maestri, che ha avuto occasione di visitarne più di uno. “Muri, cancellate, accessi controllati, forze dell’ordine. Sono vere e proprie carceri”. Ma è entrando - cosa che pochi possono fare - che la realtà si fa ancora più chiara: “Gli spazi sono spesso angusti, le condizioni materiali difficili, con carenze igieniche e sanitarie. E soprattutto le persone vengono semplicemente parcheggiate lì. Nei CPR non c’è un progetto, non c’è un percorso, non c’è una prospettiva. Non ci sono attività, non ci sono corsi, non ci sono momenti di formazione. Niente di tutto quello che, per esempio, esiste in carcere”. Ed è proprio questo uno dei paradossi più forti. “Paradossalmente, un detenuto in carcere ha più tutele - osserva Maestri -. In carcere c’è un presidio sanitario fisso, ci sono attività socio-educative, corsi di alfabetizzazione, c’è un minimo di organizzazione del tempo. Nei CPR tutto questo spesso non esiste. Nei CPR le persone sono abbandonate”. Inoltre non possono ricevere visite e, tranne poche eccezioni, non hanno modo di comunicare con l’esterno. Le conseguenze si vedono soprattutto sul piano umano. “Le persone vanno giù di testa - dice senza mezzi termini -. Chi è già fragile peggiora. Ci sono ripercussioni forti sul piano emotivo, psicologico, anche psichiatrico. In moltissimi casi si ricorre a farmaci per contenere il disagio. Si fa un ampio uso di sedativi, perché sono numerosi i casi di autolesionismo, depressione profonda e tentativi di suicidio”. Anche sul piano sanitario emergono criticità evidenti. “Non è detto che ci sia una tutela sanitaria effettiva 24 ore su 24 - spiega -. E questo, in contesti così delicati, è un problema serio. La fragilità non è solo fisica, ma spesso anche psicologica, legata ai percorsi migratori, alle esperienze vissute, alle condizioni di vita precedenti. Spesso sono persone che hanno già vissuto situazioni traumatiche e che si trovano, loro malgrado, ad affrontare ancora una volta sofferenze e privazioni”. Per questo la valutazione medica è un passaggio cruciale. “Il medico deve stabilire se la persona è idonea al trattenimento - spiega Maestri -. Deve valutare lo stato di salute, anche sotto il profilo psicologico e psichiatrico. Si tratta di una valutazione complessa, che riguarda la compatibilità tra le condizioni della persona e la detenzione nel CPR. Il medico deve tener presente se la persona ha subito abusi, se è stata vittima di tratta, ecc.”. Ed è qui che interviene una delle precisazioni più nette. “Non è il medico che deve decidere se una persona è pericolosa - chiarisce -. La pericolosità è una valutazione che spetta ad altri, come le forze di polizia e la magistratura. Il compito del medico è un altro: deve verificare se quella persona può stare in un CPR senza che questo comprometta la sua salute”. E per rendere chiaro il concetto, usa una formula che resta impressa: “Che si tratti di Totò Riina o dell’Arcangelo Gabriele, il medico deve fare la stessa cosa: valutare se lo stato di salute è compatibile con la detenzione”. Al di là delle condizioni materiali e sanitarie, c’è poi una questione più profonda, che riguarda il diritto. “Io definisco i CPR un vero e proprio buco nero del diritto - prosegue Maestri -. Luoghi in cui i diritti fondamentali restano sospesi, fortemente compressi, drasticamente limitati”. Il nodo centrale è sempre lo stesso: la libertà personale. “Parliamo di persone che non hanno commesso reati e che vengono comunque private della libertà, a volte anche per 18 mesi - sottolinea -. Questa è la contraddizione più evidente”. Eppure, tutto questo resta in gran parte invisibile. “L’accesso a questi luoghi è molto limitato, soprattutto per i giornalisti - spiega -. Se non c’è possibilità di entrare e raccontare, è evidente che l’opinione pubblica non sappia cosa succede davvero”. La mancanza di trasparenza contribuisce a costruire una distanza, una zona d’ombra. A questo si aggiunge una narrazione semplificata, che riduce tutto a poche parole. “Si sente dire: è stato portato in un CPR e rimpatriato - osserva Maestri -. Ma dietro c’è una storia personale complessa che non viene raccontata”. Il risultato è che l’opinione pubblica si forma un’idea parziale, spesso distorta. C’è poi un altro elemento che mette in discussione il sistema: la sua efficacia. “Molte persone non vengono rimpatriate - spiega -. Perché mancano i documenti o la collaborazione dei Paesi di origine. In questi casi, dopo mesi di trattenimento, le persone vengono rilasciate. Questo pone un interrogativo serio sull’utilità del sistema”, aggiunge Maestri. Secondo i dati del Ministero dell’Interno disponibili, nel 2024 è stato espulso solamente il 10% delle persone che hanno ricevuto un ordine di allontanamento. Quindi, i CPR non funzionano, in tutti i sensi, perché dopo lunghi periodi di reclusione le persone non vengono necessariamente rimpatriate e tornano in libertà, senza che il sistema abbia raggiunto il suo obiettivo. La proposta è quella di superare questo modello. “Da operatore del diritto, che si occupa di questi temi da 25 anni, ritengo che sia un modello da superare. Ed è ciò che sostengono associazioni per i diritti umani e giuristi. È un sistema che non è compatibile con i principi costituzionali. I CPR sono un non-luogo giuridico, in cui i diritti fondamentali restano sospesi. Se si tratta di persone pericolose devono stare in carcere, ma non nei CPR, che sono oggi una sorta di prigione per persone straniere”, sottolinea l’avvocato ravennate. Maestri prosegue: “La gestione dei CPR costa circa 20 milioni di euro l’anno. Tutte queste risorse si potrebbero investire per programmi di rimpatri volontari e assistiti. Percorsi più strutturati, più umani, che diano alle persone il tempo e gli strumenti per rientrare nel proprio Paese d’origine. È assurdo pensare che una persona che vive qui da 10 o 20 anni possa lasciare l’Italia in sette giorni. Servono tempi congrui, serve un sistema ben organizzato”. E aggiunge: “Serve un approccio diverso. Si spenderebbero meno soldi, si rispetterebbero i diritti e probabilmente si otterrebbero risultati migliori”. Ma finché i CPR restano luoghi difficili da vedere e da raccontare, il rischio è che continuino ad esistere lontano dallo sguardo pubblico, protetti da una distanza che rende tutto più semplice da accettare. “Entrare lì dentro - conclude Maestri - significa avere meno diritti di un detenuto”. Ed è forse da qui che bisognerebbe partire per capire davvero cosa sono i CPR: non dagli slogan, non dalle semplificazioni, ma da questa realtà: persone che, senza aver commesso reati, si trovano comunque private della libertà. I Cpr I Cpr sono strutture destinate al trattenimento temporaneo di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, nei casi in cui non sia possibile eseguire immediatamente l’espulsione dal territorio italiano. Il loro scopo è permettere allo Stato di completare le procedure necessarie al rimpatrio, tra cui: l’identificazione della persona; il contatto con le autorità consolari del paese di origine; il rilascio dei documenti necessari per il viaggio; l’organizzazione logistica del rimpatrio. A differenza delle carceri, i Cpr non sono luoghi di detenzione penale. Le persone che vi vengono trattenute non sono condannate per un reato, ma si trovano in una situazione di irregolarità amministrativa legata alla normativa sull’immigrazione. Il trattenimento deve essere convalidato da un giudice e ha una durata limitata, anche se negli anni il limite massimo è stato più volte modificato e ampliato dalla legislazione. I Cpr sono l’evoluzione dei precedenti Centri di identificazione ed espulsione (Cie), a loro volta derivati dai Centri di permanenza temporanea (Cpt) introdotti alla fine degli anni Novanta. Nel tempo il sistema è stato oggetto di numerose riforme legislative, spesso legate alle politiche migratorie dei diversi governi. L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di rendere effettivi i rimpatri, considerati uno degli strumenti principali per contrastare l’immigrazione irregolare. Tuttavia il sistema ha mostrato limiti operativi, perché l’espulsione dipende anche dalla collaborazione dei paesi di origine e dalla disponibilità dei documenti necessari. Migranti. Trattenimento senza titolo, la Consulta non decide di Giansandro Merli Il Manifesto, 28 marzo 2026 Inammissibile il ricorso presentato dalla Cassazione sul caso di un richiedente asilo. La Corte costituzionale ha deciso di non decidere sul cosiddetto “trattenimento per legge” dei cittadini stranieri, una forma di detenzione senza titolo né intervento dell’autorità giudiziaria pensata per mettere una toppa all’ennesima follia creata dal protocollo Albania. Il rinvio era partito dalla Cassazione e riguardava il caso di un migrante detenuto la scorsa primavera prima nel Cpr di Bari, poi in quello di Gjader (dove ha chiesto asilo) e di nuovo nella struttura pugliese. La sentenza della Consulta è di inammissibilità, cui fa da contorno un monito al legislatore sulla “necessità” di intervenire per “rivedere la disciplina in materia”. Dove per “materia” si intende una novità assoluta per l’ordinamento italiano introdotta da un emendamento fuori sacco alla legge di conversione del decreto che il 28 marzo 2025 ha esteso l’uso dei centri in Albania ai migranti “irregolari” già detenuti in Italia. Meno di un mese dopo il varo del dl la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento della prima persona che ha chiesto asilo a Gjader. Troppi i dubbi di incompatibilità del centro con le norme Ue. Dubbi che hanno poi portato a due rinvii pregiudiziali su cui tra non molto si andrà a sentenza in Lussemburgo. Già da quel primo caso era chiaro che chiunque avesse fatto domanda di protezione dopo il trasferimento in Albania avrebbe ottenuto la non convalida del trattenimento. Con la conseguenza di rientrare in Italia e tornare libero. È l’errore di sistema della seconda fase del protocollo, di cui abbiamo dato conto sulle pagine di questo giornale, che creava un paradosso: il centro di Gjader come viatico per uscire dal sistema Cpr. Il Governo ha capito subito di rischiare il boomerang ed è corso ai ripari già durante la conversione del decreto. Ha inserito una norma secondo la quale la mancata convalida del trattenimento “non preclude l’eventuale successiva adozione” di una nuova misura detentiva. Questa deve arrivare entro 48 ore dalla mancata convalida e nel frattempo il richiedente resta dietro le sbarre. Il problema sollevato dalla Cassazione è che in quelle 48 ore una persona viene privata della libertà personale senza alcuna motivazione né intervento di un giudice, peraltro dopo che un altro magistrato ne ha disposto la liberazione. In quei due giorni la persona non ha un provvedimento contro cui opporsi, il suo diritto di difesa è negato. Il lasso di tempo, inoltre, si somma a quello del successivo trattenimento: 48 ore per la richiesta del questore più altre 48 per la decisione del giudice. I quattro giorni che da soli costituiscono il limite invalicabile stabilito dall’articolo 13 della Costituzione per qualsiasi provvedimento restrittivo prima dell’intervento dell’autorità giudiziaria. Ovvero prima di un controllo terzo sull’operato delle forze dell’ordine. Gli ermellini avevano sostenuto che un simile meccanismo può intaccare i fondamenti dell’ordinamento costituzionale, a partire dai principi inderogabili di status libertatis e habeas corpus. Su questo avevano chiesto il parere della Consulta, che però ha accolto la tesi dell’Avvocatura dello Stato: il rinvio è inammissibile perché nasce dal ricorso contro la convalida del trattenimento nel Cpr italiano decisa dalla Corte d’appello di Bari e dunque il segmento di privazione della libertà personale oggetto del procedimento è quello successivo alla detenzione senza titolo. “Conseguentemente, neppure alla Corte di cassazione è devoluta la valutazione della legittimità di tale misura privativa della libertà”, si legge nella sentenza. Che dunque evita di considerare come quella misura dipenda in toto dalla fase precedente. Per analizzare la quale, secondo la Consulta, sarebbe servito un diverso tipo di azione legale, un ricorso d’urgenza (ex art. 700 del codice di procedura civile) per l’immediata rimessa in libertà prima del secondo provvedimento del questore. Una circostanza che è molto difficile si realizzi in concreto. Alla fine della sentenza c’è il monito al parlamento (ma sarebbe meglio dire al governo). La Consulta ritiene legittimo l’obiettivo del “legislatore” di scongiurare il rischio che una domanda d’asilo sia presentata solo per uscire dal Cpr. “Tuttavia - si legge - l’obiettivo in parola deve essere perseguito attraverso modalità pienamente conformi non solo al diritto dell’Unione, ma anche alle esigenze di tutela della libertà personale desumibili, nel nostro ordinamento, dall’art. 13 Cost. Norma, quest’ultima, che condiziona a stringenti regole procedurali le sue possibili limitazioni nei confronti di cittadini e stranieri, a garanzia contro possibili arbitri dell’autorità di pubblica sicurezza, dell’autorità giudiziaria e dello stesso legislatore”. Meglio di niente, ma comunque molto poco. Migranti. Meloni mente sulle morti nel Mediterraneo, una propaganda che calpesta l’umanità di Piero Sansonetti L’Unità, 28 marzo 2026 Va in Algeria e festeggia meno sbarchi ma non dice che aumentano i morti (è record dal 2014) e aumentano i profughi consegnati ai tagliagole libici. Giorgia Meloni ha rilasciato dall’Algeria una dichiarazione sulla questione dei migranti che lascia senza parole: una specie di corsa per battere il record del cinismo. Ha parlato di cooperazione con l’Algeria che “resta un modello”, e ha spiegato che questa cooperazione ha permesso di abbattere gli sbarchi e le morti nel Mediterraneo. Ci sono molte cose non vere in queste sue parole. La prima riguarda proprio l’Algeria. Meloni ha lasciato intendere che si tratti di un paese fondamentale per le rotte dei migranti verso l’Italia. Ma da molti anni questo non è vero (non è detto però che Meloni lo sappia) perché i migranti che partono dall’Algeria sono quasi tutti diretti verso la Spagna e poi la Francia. Quindi l’Algeria non ha potuto dare un grande contributo a questa eventuale riduzione. Ma quel che è più grave è che questa riduzione non c’è stata. Probabilmente c’è stata una qualche riduzione degli sbarchi, dovuta in parte alla collaborazione con la Libia, e tra poche righe vedremo in che forma e quantità. Non c’è stata invece nessuna riduzione delle morti, anzi c’è stato un aumento. L’Oim è l’organizzazione internazionale migrazioni, riconosciuta dal governo italiano e dai governi di circa i due terzi degli Stati del mondo. Proprio qualche giorno fa ha fornito i dati sulle morti nel Mediterraneo centrale, cioè delle persone che sono annegate nel tratto di mare nel quale possono (devono, anzi: dovrebbero) intervenire i soccorsi che vengono dall’Italia: le morti accertate sono 614 fino al 21 marzo. Molte più di quelle che c’erano state nei primi tre mesi del 2025. E comunque una cifra che è il record assoluto negli ultimi 12 anni, cioè dal 2014, primo anno nel quale sono stati raccolti i dati. L’Oim avverte che queste cifre sono comunque immensamente inferiori al dato reale, perché ci sono migliaia di piccole barche che partono dalle coste africane e si perdono tra le onde, e di quelle non se ne saprà mai niente. Ogni tanto sulle nostre coste, o su quelle africane, giungono dei cadaveri spinti dalla corrente. Recentemente la Chiesa siciliana ha commentato questi episodi con le seguenti parole: “Ogni corpo restituito dal mare è una chiara denuncia contro la propaganda che calpesta l’umanità”. A quale propaganda si riferisce? Credo proprio a quella della Meloni che si vanta di aver ridotto gli sbarchi. Come li ha ridotti? Bloccando con vari decreti le navi di soccorso delle Ong, e pagando i tagliagole libici. Eccole qui le cifre sugli sbarchi bloccati: negli ultimi tre mesi gli assalitori libici (che rispondono proprio ad Almasri, il generale ricercato per crimini di guerra ma lasciato fuggir via dal governo italiano dopo che la polizia lo aveva arrestato) hanno catturato 3.250 migranti e li hanno trascinati nei campi di concentramento e di tortura. Tra questi 238 donne e 67 bambini. Per Meloni la cattura e le vessazioni imposte a queste persone, a questi bambini, sono un successo dell’Italia? Un mese di guerra con l’Iran e i fronti sono ancora tutti aperti di Lucia Capuzzi Avvenire, 28 marzo 2026 Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell’Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla. Libano e Golfo: 2 fronti paralleli e indipendenti - Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano. Le petromonarchie in equilibrio precario - Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele. Civili uccisi e sfollati: la catastrofe umanitaria - Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba - molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti - ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran - tra cui oltre duecento minori -, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto. L’effetto domino globale del rincaro del greggio - Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana - prevedibile - di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm. E dalla classe si alza una mano: “Chi giudicherà questa guerra?” di Barbara Stefanelli Corriere della Sera, 28 marzo 2026 Durante un incontro in un liceo milanese è stato chiesto da uno studente: “Qual è il punto che ci farà dire accettabile/inaccettabile?”. Difficile dire se esista anche solo una piattaforma - magari una zattera - sulla quale ci potremo riunire per esprimere un giudizio condiviso. Il diritto si è di colpo mutato in una spada impugnata dal più forte in campo. Se il nome di un’operazione militare è un manifesto in due parole, un’intenzione comunicata prima delle bombe (o durante, ormai), allora può aver senso mettere accanto Enduring Freedom, Libertà Duratura, e Epic Fury, Furia Epica. In mezzo ci sono 25 anni di storia - e c’è il nostro spaesamento di queste settimane, che va oltre lo choc della guerra in sé. Il 7 ottobre 2001, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld annunciava l’inizio di Operation Enduring Freedom, la campagna in Afghanistan seguita all’11 settembre, cioè la risposta a un attacco terroristico portato al cuore dell’America. La scelta era trasparente: evocava la difesa di un bene collettivo. Il presidente stesso, il repubblicano George W. Bush, sembrò quasi voler chiarire: “Non abbiamo chiesto noi questa missione, ma la porteremo a termine. Difendiamo non solo le nostre preziose libertà, ma anche la libertà di ciascuno di vivere senza paura”. Parlava al mondo, cercava l’unanimità. Il 28 febbraio 2026, un quarto di secolo o un’epoca intera dopo, Donald Trump, un altro presidente repubblicano, ordinava l’inizio di Operation Epic Fury, un’azione preventiva con obiettivi più o meno condivisi con Israele, l’altro protagonista dell’attacco (annientare l’arsenale nucleare iraniano? Decapitare la leadership per provocare un “regime change” all’interno? Degradare la capacità della Repubblica islamica di colpire attraverso i suoi alleati in Medio Oriente? Tutti e tre?). Il nome è stato subito associato a un videogioco, a un prodotto d’intrattenimento, più che a una missione strategica. Anche il linguaggio usato dai vertici statunitensi è sembrato più da rissa che da politica. Trump, all’inizio: “Stiamo distruggendo le capacità missilistiche dell’Iran, annientando la loro Marina…”. Persino il più ragionante segretario di Stato Marco Rubio è stato rivelatore: “È importante ricordare al popolo americano perché il più grande esercito nella storia è impegnato in questa operazione”. L’America parla a sé stessa, e di sé stessa, tutto il tempo. Durante un incontro in un liceo milanese dedicato all’Iran, dalla classe si è alzata una mano: “Chi giudicherà come è andata questa guerra? Qual è il punto che ci farà dire accettabile/inaccettabile?”. Già, esisterà “un punto”? Una tribuna super partes? Difficile dire se esista anche solo una piattaforma - magari una zattera - sulla quale ci potremo riunire per esprimere un giudizio condiviso. Dietro i nomi, Fury contro Freedom, si affaccia una differenza tecnica ancora più profonda che si misura nel grado di legittimità internazionale. Nel 2001, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva già condannato gli attacchi dell’11 settembre con le risoluzioni 1368 e 1373. La coalizione militare comprendeva Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Nuova Zelanda, Polonia, Russia, Turchia, oltre a decine di altri Paesi. La Nato invocò per la prima volta l’articolo 5 - “l’attacco a uno è l’attacco a tutti”. Come siamo messi nel 2026? Il Consiglio di Sicurezza si è riunito su richiesta di Cina e Russia, il Segretario generale Guterres ha “esortato” a un immediato cessate il fuoco. La Francia ha definito l’escalation “pericolosa”. La Nato ha dichiarato la propria non partecipazione: respingendo, per ora, le minacce di Trump. La Spagna, attraverso il premier Sánchez, ha parlato di “un intervento militare ingiustificato, pericoloso” e dichiarato “off” le sue basi. Certo, le grandi manovre diplomatiche - si pensi alla fiala con la prova dell’antrace di Saddam agitata da Colin Powell nel 2003 - erano spesso uno strumento di legittimazione del potere. Ma è vero che adesso quella “fatica” delle trattative non viene neppure pensata o affrontata seriamente. L’Ucraina, tra telefonate e summit, è entrata nel quinto anno di guerra. Il diritto si è di colpo mutato in una spada impugnata dal più forte in campo. A una generazione di studenti che alza le mani rischiamo di non saper indicare quali puntini unire sulle mappe per giudicare come è andata la guerra.