Quando una persona finisce in carcere, chiediamoci perché di Roberto Rampi L’Unità, 27 marzo 2026 Questo non significa giustificare, non significa negare che le azioni abbiano conseguenze, anche drammatiche. Significa però fare uno sforzo di comprensione: capire le ragioni per cui una persona ha compiuto certe azioni, comprenderne il contesto, la condizione, l’effettiva libertà o meno delle sue scelte. Parliamo di responsabilità individuale, ma troppo spesso non ci domandiamo quanta libertà reale vi fosse nel compiere quell’atto che poi comporta una punizione individuale. Davvero quella persona era nelle condizioni di comportarsi diversamente? Davvero non era costretta dal contesto, dagli eventi, dalle occasioni che la vita le ha dato o non le ha dato? Uso consapevolmente la parola “costretta”: in molte situazioni, teoricamente sì, ma concretamente no, non c’era nessun’altra possibilità. E non solo: la società, pur accorgendosene, non è intervenuta per tempo. Dov’è la prevenzione? Dove sono le azioni, gli investimenti sulla prevenzione? Discutiamo molto di sovraffollamento e di nuovi posti, ma ci domandiamo abbastanza quante di quelle persone non sarebbero mai entrate in carcere se avessimo investito prima in benessere sociale, in condizioni di agio, nella riduzione delle cause che portano a certi atti? L’anno che è passato è iniziato e si è concluso con il gesto straordinario di Papa Francesco che apre la Porta Santa del Giubileo nel carcere. Decide di aprirne una sola volta all’uomo, e la apre lì. Perché il carcere è il luogo in cui si misura l’essenza dell’umanità. Come in matematica si studiano i limiti, così, arrivando al limite della condizione umana - nella privazione della libertà, nella pena - si misura l’umanità. E chi frequenta il carcere sa quanta umanità emerga proprio lì, nella disperazione. Dov’è che la speranza manca di più, e dove più faticosamente va portata, se non nel carcere? Papa Francesco lo ha testimoniato fino all’ultimo. L’ultimo gesto pubblico è stato ancora una volta in carcere, e lì le sue ultime parole sono state: “Ogni volta che entro qui dentro mi chiedo perché loro e non io”. In quelle parole c’è tutto: ognuno di noi potrebbe trovarsi lì, se le condizioni della vita fossero state diverse. Ed è incredibile che, nell’anno giubilare, con un messaggio così chiaro, la politica italiana non sia riuscita nemmeno ad aprire una discussione parlamentare su un atto di clemenza. Almeno discuterlo, almeno votarlo. Concludo con un’ultima riflessione sull’arte e sulla cultura. Il teatro è forse il luogo in cui il “non giudicare” prende forma: perché nel teatro una persona può essere, per un tempo, un’altra persona. E questo vale anche per lo spettatore, che può vivere esperienze che non ha mai vissuto, comprendere condizioni che altrimenti giudicherebbe. Mai come nel carcere si misura quanto l’assenza di cultura sia una trappola e quanto, invece, l’incontro con la cultura sia uno strumento di liberazione. Quanto i detenuti riescano a liberarsi anche quando lo Stato non fa il suo dovere e non li libera. E dico non fa il suo dovere perché dovrebbe attenersi semplicemente alle leggi. In tutti i luoghi pubblici d’Italia c’è un numero massimo di capienza. Se in un teatro portiamo più persone di quelle previste, arriva qualcuno, ci multa, ci fa chiudere. Lo Stato che sancisce come reato la violazione del superamento del limite, invece, nel luogo dove dovrebbe insegnare alle persone il rispetto delle regole, è il primo a violarle, superando sistematicamente la capienza massima delle carceri, senza che accada nulla. E, quindi, insegna l’impunità, insegna l’impunità dello Stato rispetto alla punizione invece del detenuto. È l’arbitrio del potere contro lo Stato di diritto, che prevede qualcos’altro, che le regole valgono per tutti e che la prima cosa che dobbiamo fare è non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto te. È questo l’imperativo, come ci ha insegnato Immanuel Kant, in fondo riprendendo un messaggio evangelico. Ecco, dov’è lo Stato italiano e dov’è il suo imperativo categorico, dov’è il suo comportamento morale? Del tutto assente. Questa è la condizione che va superata. Ma partiamo dall’idea che “non giudicare” sia il punto di principio. Cari garantisti, andate oltre il voto referendario e guardate alle carceri di Adriano Sofri Il Foglio, 27 marzo 2026 Chi aveva a cuore lo stato di civiltà del proprio paese attraverso la condizione delle galere, non poteva rassegnarsi a quel voto. L’assalto vendicativo alle aperture penitenziarie condotto dal governo vigente e l’occasione data dal referendum ai giovani di impadronirsi di un monosillabo senza concedersi a un partito. Ho ascoltato ieri la relazione del Presidente Giovanni Amoroso alla riunione straordinaria della Corte Costituzionale, e il lungo dibattito con la stampa. Aveva un peculiare interesse, venendo a ridosso del referendum. Si è trattato anche di carcere, ribadendo piuttosto rapidamente, nella relazione, principii e raccomandazioni, quanto alla liberazione anticipata, e, nelle risposte, su punti più drammatici. In particolare, sull’annichilimento metodico delle pratiche educative, sociali, teatrali, informative, di rapporti con le scuole e con il mondo di fuori, in sostanza di tutto ciò che prova a dare un barlume di significato al famoso comma 3 dell’art. 27, sul senso di umanità e la rieducazione tesa a favorire il reinserimento sociale. (Nelle stesse ore allevatori responsabili e animalisti manifestavano a Bruxelles nella Giornata mondiale per la liberazione dalle gabbie...). Amoroso ha risposto che la Corte non può interferire con provvedimenti attuati attraverso una circolare, com’è stato il caso dell’assalto vendicativo alle aperture penitenziarie condotto dal governo vigente: a meno che la questione sia trasposta dal piano amministrativo a quello giuridico. (È accaduto, però). Di fatto, mentre Nordio, nominalmente ministro, faceva volente o nolente il palo, la banda di Delmastro e dei sindacati oltranzisti della polizia penitenziaria adeguava il carcere, in cui proverbialmente l’aria già si misura a ore, al vanto di Delmastro sui nuovi mezzi di trasporto in cui i detenuti soffocavano. Bisogna impedire a questi corpi di respirare... Mostruosità così caricaturali nemmeno Hollywood le aveva previste. Il “sistema” penitenziario aveva avuto un effimero soprassalto democratico con la prima fase del governo Draghi-Cartabia, poi sopraffatto dalla forza d’inerzia e di cattiveria dell’abitudine e della burocrazia. (Il po’ di buono quanto a separazione delle funzioni venne da lì, e resta). Delmastro aveva auspicato la premiazione degli agenti torturatori di Santa Maria Capua Vetere, dove il governo precedente aveva speso le sue promesse. Vorrei dire ai volonterosi e numerosi votanti garantisti per il Sì in nome della separazione delle carriere e della responsabilità dei magistrati, che chi avesse davvero d’occhio lo stato di civiltà del proprio paese attraverso la condizione delle galere non poteva rassegnarsi a quel voto. E i tentativi di aprire qualche spiraglio aggrappandosi a contraddizioni “in seno al nemico”, una visita a Rebibbia con Salvini, un comunicato congiunto con Tajani, erano già restati senza fiato, come i detenuti nei nuovi blindati di Delmastro. Avevo un desiderio impossibile, in un simile referendum, che perdessero gli uni e le altre, le une e gli altri. Non avevo previsto in alcun modo il voto dei giovani. Non mi meraviglia: sono vecchio, e appartato. Non l’avevano previsto nemmeno altri che se ne gonfiano il petto, peggio per loro. Mi meraviglio del disappunto di quei garantisti del Sì che sento deprecare un ritorno di demagogia giovanilista e ruffiane debolezze affini. Tanti giovani - due su tre, come si calcola, nella fascia pertinente - che decidono di votare grazie all’occasione che la sicumera di un governo gli offre, di impadronirsi di un monosillabo senza concedersi a un partito, e di quel monosillabo in un mondo che non sembra autorizzare se non l’obiezione e la diserzione, sono una vera boccata d’aria, per restare al punto. E anche che l’appiglio sia diventato la Costituzione, senza il feticismo che ne proclama il ripudio della resistenza all’aggressione, è una buona notizia. La Costituzione è un risarcimento simbolico alla grottesca disuguaglianza contemporanea: ognuno ne ha una sua quota, e può rivendicarla uguale. Avevo scritto, prima del voto, della prepotenza di imporre una riforma costituzionale senza cercare alcun confronto con l’opposizione, che “solo una maggioranza di asini può agire così miopemente da fare da sé e avviarsi spensieratamente al referendum. Col risultato certo di assegnare a chi prevalga un potere squilibrato rispetto a quello che si intendeva riequilibrare”. Questo infatti l’avevo previsto. “Carceri al collasso: servono indulto e misure straordinarie”, il monito del Papa di Sabrina Panarello agenparl.eu, 27 marzo 2026 Il sistema penitenziario italiano è in emergenza. Il sovraffollamento è ormai strutturale in molti istituti, e riorganizzazioni interne o interventi tampone non bastano più: servono misure straordinarie e mirate, capaci di ridurre rapidamente la pressione sulle carceri. Tra gli strumenti previsti dalla legge, l’indulto rimane il più efficace. Consente di ridurre le pene residue di una parte dei detenuti, alleggerendo immediatamente la pressione sugli istituti. L’ultimo intervento risale al 2006, con la legge n. 241, che permise il rilascio anticipato di circa 25.000 persone. Altri strumenti, come amnistie o benefici premiali, possono supportare il sistema. Il compito del Ministero della Giustizia è chiaro: prendere decisioni coraggiose e mirate, capaci di affrontare la crisi senza creare effetti contrari, facendo la cosa giusta per detenuti, famiglie e sistema penitenziario. In questo quadro tecnico, emerge un richiamo morale: le parole di Papa Leone XIV nella recente esortazione quaresimale ricordano l’urgenza di “ascoltare il grido degli ultimi”, un messaggio che naturalmente si estende anche alle famiglie dei detenuti, spesso invisibili ma profondamente segnate dalla crisi. Nel silenzio delle istituzioni, queste parole sottolineano che l’emergenza penitenziaria riguarda vite concrete, dignità da tutelare e responsabilità che non ammettono ritardi. Nordio rilancia il piano carceri: 10mila nuovi posti entro il 2027 Il Dubbio, 27 marzo 2026 Alla Camera il ministro della Giustizia illustra il programma da 900 milioni contro il sovraffollamento: indice medio al 135 per cento. Il piano carceri Nordio entra nel dibattito parlamentare con numeri che il governo presenta come la risposta strutturale all’emergenza del sovraffollamento. Intervenendo al question time alla Camera, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha spiegato che gli istituti penitenziari italiani registrano oggi un indice medio di affollamento del 135 per cento e che, per affrontare questa situazione, l’esecutivo ha approvato una programmazione triennale fondata su un investimento complessivo di circa 900 milioni di euro. L’obiettivo indicato dal Guardasigilli è quello di creare oltre 10mila nuovi posti detentivi entro la fine del 2027, con l’intenzione dichiarata di “restituire dignità alla detenzione” e di garantire maggiore sicurezza agli operatori penitenziari. Nordio ha rivendicato la scelta di un’azione “strutturale”, legata soprattutto agli interventi di edilizia penitenziaria e al recupero della capienza degli istituti. Nel corso della risposta all’interrogazione sulle carceri, il ministro ha sostenuto che il governo ha scelto di affrontare la crisi con una strategia di medio periodo. “Il governo ha intrapreso un’azione strutturale per affrontare l’emergenza del sovraffollamento carcerario che attualmente vede gli istituti attestati su un indice medio del 135%”, ha detto Nordio. Il ministro ha poi collegato il piano all’esigenza di intervenire sia sulle condizioni di detenzione sia sulla sicurezza di chi lavora all’interno degli istituti. “Attraverso il piano approvato dal consiglio dei ministri, è stata varata una programmazione triennale finalizzata a importanti interventi infrastrutturali nel campo dell’edilizia penitenziaria. L’investimento complessivo è di circa 900 milioni di euro. L’obiettivo è ambizioso ma concreto cioè restituire dignità alla detenzione e garantire maggiore sicurezza agli operatori attraverso la creazione di oltre 10.000 nuovi posti detentivi entro la fine del 2027”. Il cuore dell’intervento, secondo quanto illustrato da Nordio, si sviluppa su due direttrici parallele: da una parte il recupero degli spazi già esistenti ma oggi non utilizzabili, dall’altra la realizzazione di nuovi ambienti detentivi. “Il piano si muove su due binari paralleli, il recupero dell’esistente e la costruzione di nuovi spazi detentivi attraverso una ripartizione tra i principali attuatori istituzionali”, ha spiegato il ministro. Una quota degli interventi riguarda il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, chiamato a intervenire sul ripristino della funzionalità delle sezioni attualmente fuori uso. In questo segmento il governo punta a recuperare 2.600 posti di detenzione attraverso manutenzioni ordinarie, con un impegno finanziario di 70 milioni di euro. Nordio ha riservato poi un passaggio specifico alla giustizia minorile, spiegando che è prevista un’attenzione mirata ai minori, con interventi per 53 posti e uno stanziamento di 5 milioni di euro. Si tratta di una parte più contenuta del programma, ma che il ministro ha inserito nel quadro generale del rilancio dell’edilizia penitenziaria. Un capitolo centrale del piano riguarda il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, cui è affidato il recupero di 3.300 posti, con una copertura finanziaria di 516 milioni di euro. È una delle quote più rilevanti dell’intera operazione, destinata a incidere in modo diretto sull’aumento della capienza complessiva del sistema. Accanto a questo asse si colloca il piano nazionale del commissario straordinario, che secondo il ministro punta al recupero di 4.600 posti e si concentra soprattutto sulla realizzazione di moduli e padiglioni. Per questa parte del programma è previsto un impegno finanziario di 301 milioni di euro. Nordio ha così distribuito le responsabilità del piano tra diversi soggetti istituzionali, con l’obiettivo di rendere più rapido il percorso attuativo e di concentrare gli interventi sia sulla manutenzione sia sulla nuova edificazione. Il messaggio politico del governo è chiaro: la risposta alla crisi del sovraffollamento passa innanzitutto dall’ampliamento fisico degli spazi disponibili. Nel suo intervento alla Camera, il Guardasigilli ha anche indicato la tempistica del programma. “Il piano è in fase attuativa secondo la seguente scansione: consuntivo per il 2025 oltre 580 posti, previsione per il 2026 di 4220 posti, previsione per il 2027 recupero di ulteriori 5866”, ha affermato. Dipendenze e carcere tra vuoti normativi, strutture insufficienti e un sistema che non funziona centrosannicola.com, 27 marzo 2026 Le leggi italiane riconoscono - come sottolinea anche la Corte costituzionale - la particolare vulnerabilità del tossicodipendente o dell’alcolista che stanno scontando una pena in carcere, ma poi non sono in grado di trasformare questa sensibilità in un aiuto concreto. Le strutture dedicate esistono, ma sono troppo poche e per assurdo vengono sottoutilizzate. I servizi per le dipendenze mancano in decine di istituti. Il governo ha presentato una proposta di legge che però è ferma da mesi. E nel mezzo, ogni giorno, ci sono 20.000 persone - forse più - che attendono un trattamento che il sistema promette ma stenta a garantire. Nessuno sconto di pena per la Corte Costituzionale - Lo scorso febbraio, la Corte Costituzionale ha messo definitivamente a fuoco il modo in cui l’ordinamento italiano tratta la persona che commette un reato in stato di tossicodipendenza. La questione era stata sollevata da un giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Bergamo, che in sostanza chiedeva se il craving - il desiderio intenso e irresistibile di procurarsi la sostanza - o la sindrome da astinenza potessero essere così gravi da ridurre la capacità di intendere e di volere al punto da escludere o attenuare la pena. In sostanza - secondo i giudici - questi disturbi, pur non rientrando nella nozione tradizionale di cronica intossicazione, potrebbero avere un peso determinante sul comportamento dell’imputato. La Corte ha risposto con chiarezza: il codice penale italiano, con scelta che non contrasta di per sé con la Costituzione, non considera il tossicodipendente autore di reato come un malato psichiatrico, bensì come una persona responsabile delle proprie condotte illecite. E questo perché è responsabile del suo stesso stato di dipendenza. Anche qualora i disturbi da prolungato uso di sostanze riducessero significativamente la capacità di intendere e di volere al momento del fatto, l’autore resterebbe comunque rimproverabile per non aver intrapreso, in un momento precedente ragionevolmente prossimo al reato, un serio percorso di disintossicazione. La cronica intossicazione che può incidere sull’imputabilità è quindi qualcosa di più e di diverso dalla dipendenza in sé. Secondo la Corte, essa sussiste solo in presenza di gravi “anomalie psichiche che dovessero essere riscontrate nell’autore di reato tossicodipendente anche dopo lunghi periodi di astinenza dal consumo”. Solo in alcuni casi specifici, il giudice è tenuto a valutare se delle anomalie abbiano realmente compromesso la capacità di intendere e di volere. E parla in particolare di “psicosi, caratterizzate da fenomeni di grave dispercezione della realtà e frequentemente associate - nell’ambito di quadri clinici di comorbidità o doppia diagnosi - alla dipendenza da sostanze stupefacenti”. Allo stesso tempo, però, la Corte ha riconosciuto che l’ordinamento non ignora la vulnerabilità del tossicodipendente imputabile. Il sistema penale prevede una disciplina speciale delle pene e delle misure cautelari che la sentenza stessa definisce “fortemente improntata a un approccio terapeutico e riabilitativo”, prendendo realisticamente atto della “situazione di persona bisognosa di cura e assistenza” del condannato dipendente. L’obiettivo dichiarato è favorire percorsi di riabilitazione mirati al recupero di una piena “libertà dalla dipendenza”, nel rispetto dei doveri costituzionali di solidarietà sociale e tutela della salute. In altre parole: il tossicodipendente paga per i reati che commette, ma ha diritto a percorsi di cura e reinserimento. O almeno ne avrebbe diritto, perché la realtà purtroppo è differente. L’emergenza italiana - Nelle carceri italiane sono presenti oltre 20.000 detenuti con problemi di tossicodipendenza o dipendenze in senso lato. Si tratta del 32% della popolazione carceraria totale, un dato in crescita costante che fotografa una delle più gravi emergenze sanitarie strutturali del sistema penitenziario italiano. Di queste persone si dovrebbero occupare i SerD e gli ICATT, ma queste strutture esistono più sulla carta che nella realtà. Per quanto riguarda i SerD interni agli istituti ordinari, basta guardare i numeri per capire quanto sia critica la situazione. Su 190 istituti penitenziari presenti in Italia, i servizi per le dipendenze sono presenti in soli 152. Trentotto carceri ne sono completamente privi. Gli Istituti a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti sono invece strutture penitenziarie speciali pensate per offrire un ambiente meno rigido rispetto al carcere tradizionale, in cui realizzare programmi socio-riabilitativi personalizzati in collaborazione con i SerD e le comunità terapeutiche, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale del detenuto. Nel caso dell’ICATT di Eboli, ad esempio, i detenuti selezionati possono partecipare ad attività esterne come lavori socialmente utili, per prepararsi al ritorno nella società. Anche in questo caso, i numeri parlano chiaro. In tutta Italia sono attivi soltanto 12 ICATT, con 417 posti regolamentari disponibili, e questo vuol dire che potrebbero accogliere a malapena il 2% dei detenuti con una dipendenza. Il paradosso degli ICATT - Per quanto riguarda gli ICATT, c’è però un paradosso nel paradosso. Non tutti i 417 posti disponibili vengono utilizzati, anzi secondo le stime una settantina rimane sistematicamente vuota. Il problema insomma non è solo la scarsità di strutture, ma l’incapacità sistemica di indirizzare verso quelle strutture i soggetti idonei. “È l’unico circuito del sistema penitenziario a non soffrire di sovraffollamento” ha constatato laconicamente Ernesto Napolillo, direttore generale del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), nel corso del convegno “Oltre la Pena: Sicurezza, Salute e Valore Sociale”, che l’Università Lumsa ha organizzato giusto qualche settimana fa. E ancora, “Perché non siamo in grado di mandare qualche detenuto in più agli ICATT?” Un allarme che è una confessione - “Ventimila detenuti con problemi di tossicodipendenza, il 32% della popolazione carceraria, sono un dato che viene presentato come più che allarmante, ma che per chi lavora nelle sezioni detentive è semplicemente la conferma di ciò che vede ogni giorno” gli ha replicato a distanza Leo Beneduci, Segretario Generale dell’Organizzazione Sindacale Autonoma di Polizia Penitenziaria. Peraltro, Beneduci sostiene che i detenuti tossicodipendenti siano molti di più, ma sottolinea in particolare che questa diversa percezione del fenomeno dimostri la “distanza siderale tra i palchi istituzionali e la trincea quotidiana degli istituti penitenziari”. “Se il fenomeno cresce, se i numeri esplodono, se gli istituti diventano incubatori di violenza e suicidi, allora l’allarme non è un grido: è una confessione. Il DAP continua a parlare di circuiti differenziati, ma i circuiti non esistono”. Per il Segretario dell’OSAPP questo paradosso “è la fotografia perfetta dell’Amministrazione: norme sulla carta, vuoto nella realtà”. “La tossicodipendenza è la prima causa di aggressioni, di crisi, di tentativi di suicidio. E non solo per le sostanze che entrano dall’esterno - perché le carceri che dovrebbero essere impermeabili non lo sono - ma anche per quelle che vengono somministrate all’interno. La cosiddetta ‘droga di Stato’, fatta di psicofarmaci e oppioidi distribuiti senza un controllo adeguato sugli effetti che la convivenza e gli scambi penitenziari determinano, alimenta dipendenze che il sistema non è poi in grado di gestire. È un tema che nessuno affronta nei convegni, ma che ogni poliziotto penitenziario conosce bene”. Beneduci insomma lancia un allarme ancora più inquietante, perché i rimedi per fronteggiare questa emergenza non farebbero che acuirla. Un’ulteriore criticità riguarda il personale in prima linea. Secondo Beneduci, il DAP esige che la Polizia Penitenziaria sia il primo argine al fenomeno della dipendenza nelle sezioni, ma la manda “nelle sezioni dopo quattro mesi di corso, senza formazione specifica, senza strumenti, senza un modello operativo adeguato a cui attenersi in tali condizioni”. Il trattamento che non c’è - Una possibile risposta istituzionale potrebbe arrivare da una proposta di legge che la scorsa estate ha approvato il Consiglio dei Ministri, e che al momento è al vaglio della Commissione Giustizia del Senato. L’obiettivo è di consentire ai detenuti con dipendenze di accedere a percorsi specializzati di cura al di fuori delle mura del carcere, con il duplice scopo di promuovere un effettivo reinserimento sociale e di contribuire alla riduzione del sovraffollamento. Se il testo verrà approvato in via definitiva, i detenuti con dipendenze - purché non abbiano riportato condanne superiori agli 8 anni, e non abbiano commesso reati particolari come stupri e rapine a mano armata - potranno chiedere di svolgere la detenzione domiciliare presso strutture autorizzate. E potranno seguire uno specifico programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale. Il beneficio potrà essere richiesto “in ogni momento”, ma verrà concesso una sola volta nella vita del detenuto. La dipendenza non scompare tra le mura di un carcere: si trasforma, si aggrava, si intreccia con il disagio psichico, con la violenza, con il rischio di suicidio. Affrontarla non è solo una questione di giustizia verso i detenuti, ma un investimento nella sicurezza collettiva e nella salute pubblica. La strada verso la libertà dalla dipendenza è possibile, ma richiede strumenti, competenze e - soprattutto - che il sistema voglia davvero percorrerla. FdI può tornare nella comfort-zone giustizialista. E forse non vedeva l’ora di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 27 marzo 2026 Il partito della premier ha portato avanti una campagna energica contro la magistratura, che ha disorientato gli elettori storici. Le dimissioni, chieste e ottenute nel giro di poche ore, segnano uno spartiacque. Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè escono di scena uno dopo l’altro, in una sequenza che ha il sapore di una scelta politica prima ancora che di una gestione di casi singoli. È la risposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla sconfitta referendaria sulla giustizia: rapida, visibile, soprattutto inequivocabile. Ma sotto la superficie del gesto, c’è un movimento più profondo che riguarda la postura complessiva di Fratelli d’Italia. Perché il punto non è soltanto aver “fatto pulizia” per evitare distrazioni, come spiegano i vertici della maggioranza. Il punto è che, all’indomani del voto, dentro il partito si sta consumando una torsione che riguarda il rapporto storico della destra con la magistratura. Una torsione che, per molti versi, ha il carattere di un ritorno alle origini. Per mesi, nella lunga campagna referendaria, Fratelli d’Italia aveva accettato di giocare una partita non completamente sua. La riforma della giustizia portava il marchio di Forza Italia, era figlia della tradizione berlusconiana, del conflitto aperto con le toghe e della richiesta di riequilibrare i poteri. Un terreno che la destra sociale aveva sempre frequentato con maggiore prudenza, se non con diffidenza. Eppure, nella dinamica di coalizione, Meloni aveva scelto di esporsi, alzando i toni e accompagnando gli alleati su una linea apertamente critica verso la magistratura. Il risultato è stato un cortocircuito. Perché quella narrazione, costruita anche attraverso casi simbolici e attacchi frontali, non ha prodotto consenso. Al contrario, la bocciatura referendaria ha restituito l’immagine di un elettorato freddo, quando non apertamente ostile, rispetto a un’impostazione percepita come estranea. È in questo passaggio che matura la correzione di rotta. Le dimissioni a catena diventano così il primo tassello di una strategia più ampia: disinnescare il conflitto con la magistratura e riportare Fratelli d’Italia dentro un perimetro più rassicurante. Non è un caso che, nelle ore successive, i toni siano cambiati sensibilmente. Si insiste sulla necessità di “non avere distrazioni”, si rivendica il rispetto delle istituzioni, si evita accuratamente di riaprire lo scontro con le toghe. Il messaggio, implicito ma chiarissimo, è che la stagione dell’attacco frontale è finita. Dentro il partito, questa svolta viene letta anche come una sorta di liberazione. L’adesione piena alla battaglia referendaria aveva imposto a molti dirigenti un atteggiamento non del tutto naturale. La destra italiana, nella sua storia, ha spesso difeso l’ordine dello Stato, e quindi anche l’autorità della magistratura, più che metterla in discussione. Il garantismo declinato in chiave anti-giudiziaria, tipico dell’esperienza berlusconiana, non è mai stato un tratto identitario di Fratelli d’Italia. Ora, con il referendum alle spalle, quel vincolo viene meno. E il partito sembra tornare a una posizione più coerente con la propria tradizione: meno ideologica, meno conflittuale, più attenta a non incrinare il rapporto con uno dei pilastri dello Stato. È una normalizzazione, certo. Ma è anche un riequilibrio interno alla coalizione. Perché, mentre Forza Italia paga il prezzo più alto della sconfitta, vedendo messa in discussione la propria linea e la propria classe dirigente, Fratelli d’Italia prova a chiudere rapidamente la parentesi e a riposizionarsi. La scelta di Meloni di intervenire con decisione sui casi aperti va letta anche in questa chiave: non solo un segnale di rigore, ma un modo per archiviare una stagione politica e aprirne un’altra. Resta da capire quanto questo spostamento sarà stabile. Per ora, la priorità è evidente: abbassare i toni, evitare nuovi fronti di scontro, concentrarsi sull’ultimo anno di legislatura. Ma il cambio di passo è netto. E dice che, dopo la sconfitta, la destra ha scelto di non intestarsi più una battaglia che non le apparteneva fino in fondo. In politica, le sconfitte non sono mai neutrali. Costringono a scegliere. E la scelta, in questo caso, è stata quella di tornare a casa. Con meno enfasi, meno bandiere e un profilo più istituzionale. Anche a costo di archiviare, senza troppi rimpianti, una stagione di attacco alle toghe che, evidentemente, non ha lasciato traccia. Sì alla direttiva Ue anticorruzione, ma in Italia è lite sull’abuso d’ufficio di Francesca Basso Corriere della Sera, 27 marzo 2026 “Batosta per Nordio”. “No, totale falsità”. Le polemiche sull’interpretazione e i nodi su due articoli. La presidente Metsola: “Spero venga applicata, Roma ha votato a favore in Consiglio”. Il Parlamento europeo giovedì ha approvato a larghissima maggioranza - 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni - la nuova direttiva anticorruzione che istituisce per la prima volta un quadro giuridico penale armonizzato per prevenire e combattere il fenomeno in tutta l’Unione, criminalizzando di fatto anche l’abuso di ufficio che il governo Meloni ha abolito due anni fa con il ddl Nordio. Questo però non significa che Roma dovrà automaticamente reintrodurre il reato. L’Italia dovrà allinearsi al diritto dell’Ue ma trattandosi di una direttiva e non di un regolamento Roma avrà libertà sulle modalità di recepimento. E il diavolo sta nei dettagli. “La corruzione non ha posto in Europa”, ha commentato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. La relatrice del Parlamento Ue, l’olandese Raquel García Hermida-Van Der Walle di Renew Europe, l’ha definita una “legge storica”. La direttiva stabilisce definizioni comuni dei reati di corruzione, appropriazione indebita, ostruzione alla giustizia, traffico di influenze, esercizio illecito di funzioni, arricchimento illecito connesso alla corruzione, occultamento e corruzione nel settore privato. Il testo armonizza anche le sanzioni, con pene massime previste dalla legge a livello europeo. La direttiva deve ora essere formalmente adottata dal Consiglio (gli Stati) prima di entrare in vigore dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Ue. Gli Stati avranno quindi due anni per recepirla. Ma spesso non rispettano i tempi. L’Italia, ad esempio, ha sforato il limite per il recepimento della direttiva sugli Abusi di mercato, la cui scadenza era il 2016, e per questo è anche finita sotto procedura di infrazione. In conferenza stampa la relatrice García Hermida-Van Der Walle, rispondendo a una domanda, ha spiegato che “l’Italia dovrà obbligatoriamente reintrodurre come reato almeno due fattispecie, tra le più gravi, nell’ambito dell’abuso di ufficio”. La presidente Metsola ha auspicato che “la direttiva sia applicata” tanto più che guardando i “voti all’interno del Consiglio Ue, l’Italia ha votato a favore”. E anche al Parlamento i partiti di maggioranza hanno votato a favore come le opposizioni. È subito scoppiata la polemica. “È arrivata un’altra batosta per Meloni e Nordio sulla giustizia” dopo la vittoria del No al referendum, ha attaccato il leader M5S Giuseppe Conte. Per la responsabile giustizia del Pd e il capogruppo Dem in commissione giustizia alla Camera, Debora Serracchiani e Federico Gianassi, il ddl Nordio si è rivelato “l’ennesima decisione arrogante e non condivisa che si rivela un boomerang per un governo che sta in Europa solo a parole”. Nicola Fratoianni di Avs parla di “altro sonoro ceffone al ministro Nordio e al governo Meloni”. Respinge le accuse sulla “sconfitta” del governo sull’abuso d’ufficio Nicola Procaccini di FdI: “Una totale falsità”. Due sono gli articoli sensibili per l’Italia. L’articolo 7 sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche stabilisce che “gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché, se intenzionali, costituiscano reato almeno determinate violazioni gravi della legge derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni”. Inoltre dice che “gli Stati membri possono limitare l’applicazione del presente articolo a determinate categorie di funzionari pubblici”. E l’articolo 6 comma b sul traffico di influenze, che recita che gli Stati adottano le misure necessarie affinché costituisca reato “il fatto che una persona solleciti o riceva, direttamente o tramite un intermediario, un indebito vantaggio di qualsiasi natura o accetti l’offerta o la promessa di un siffatto vantaggio da parte di una qualsiasi persona al fine di esercitare un’influenza impropria su un’azione o un’omissione di un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni, in vista di ottenere un indebito vantaggio da un funzionario pubblico”. Ma la formulazione dei testi lascia sufficiente discrezionalità agli Stati nell’individuare “le violazioni gravi”. Secondo fonti di FdI questo darà all’Italia libertà di manovra, poiché è già previsto un articolato sistema di reati che sanzionano condotte illecite di pubblici ufficiali. Anche secondo diversi giuristi consultati dal Corriere, ci sarà discrezionalità ma comunque i due articoli introducono nuovi elementi. La fake news sull’obbligo per l’Italia di reintrodurre l’abuso d’ufficio di Ermes Antonucci Il Foglio, 27 marzo 2026 Non è vero che la direttiva anti corruzione approvata dal Parlamento europeo obbligherà l’Italia a reintrodurre il reato di abuso d’ufficio. Il giurista Stortoni: “Nel nostro sistema penale vi sono già fattispecie penali che soddisfano gli obblighi previsti dalla direttiva”. No, non è vero che la direttiva anti corruzione approvata giovedì dal Parlamento europeo obbligherà l’Italia a reintrodurre il reato di abuso d’ufficio. È questa la vera notizia sul provvedimento adottato a Bruxelles, attorno al quale si è invece scatenata un’opera surreale di disinformazione e strumentalizzazione politica. Chi pensava che il periodo delle fake news in materia di giustizia fosse finito col referendum è costretto a ricredersi. Gran parte degli organi di informazione ha completamente travisato i contenuti della direttiva, pubblicando la notizia secondo cui il testo “prevede l’abuso d’ufficio come reato” (alcuni quotidiani hanno pure prefigurato il rischio di una procedura di infrazione contro l’Italia). Una falsità, subito alimentata dai partiti di opposizione. Il leader del M5s Giuseppe Conte ha scritto sui suoi profili social che “è arrivata un’altra batosta per Meloni e Nordio sulla giustizia: il governo italiano sarà costretto a fare retromarcia sulla cancellazione dell’abuso di ufficio”. Sulla stessa lunghezza d’onda il Partito democratico. L’eurodeputato Alessandro Zan ha parlato di “sonora sberla al governo”. “Un’altra tegola si abbatte sul governo e sul ministero della Giustizia: la nuova direttiva anticorruzione europea, nonostante le rassicurazioni del ministro, ripristina nuovamente l’abuso d’ufficio”, hanno affermato Debora Serracchiani e Federico Gianassi, rispettivamente responsabile giustizia e capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, annunciando anche un’interrogazione al governo. E’ intervenuto persino il presidente dell’Autorità anticorruzione, Giuseppe Busia, auspicando che “l’Italia colmi fin da subito alcuni dei vuoti di tutela che si sono aperti con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio”. Peccato che la direttiva non imponga affatto all’Italia di reintrodurre il reato in questione. Dalla bozza iniziale del testo, proposta nel 2023, è stato stralciato l’articolo riferito all’”abuso d’ufficio”, sostituito all’articolo 7 da un articolo intitolato “esercizio illecito di funzioni pubbliche”. Nell’articolo la direttiva chiede che gli stati membri adottino le misure necessarie per fare in modo che “costituiscano reato determinate violazioni gravi della legge derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico”. Una formulazione che non implica alcun obbligo per l’Italia di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio, come conferma al Foglio il giurista Luigi Stortoni, professore emerito di Diritto penale dell’Università di Bologna. “La prescrizione di cui all’articolo 7 della direttiva è estremamente generica per cui non è agevole determinare il contenuto del ‘dovere’ di penalizzazione degli stati. Nel caso dell’Italia, inoltre, la norma penale deve comunque essere - per obbligo costituzionale - determinata e tassativa. Ne consegue un’ampia discrezionalità degli stati”, afferma Stortoni. Per il giurista bisogna tenere in considerazione che l’articolo 7 della direttiva “richiede la doverosa penalizzazione solo delle condotte ‘gravi’ del pubblico ufficiale, condotte quindi contraddistinte da un elemento che ne giustifichi la penalizzazione. Condotte inerenti alla ‘esecuzione’ o consistenti nell’ ‘omissione’ di attività d’ufficio”. Alla luce di tutto ciò, Stortoni ricorda che “l’omissione di atti d’ufficio è già punita (articolo 328 del codice penale)”, mentre quanto alle condotte che devono avere un dato di “gravità” che richieda la previsione a titolo di reato “è da chiedersi se nel nostro ordinamento non ve ne siano già”. “La risposta mi sembra possa essere positiva”, prosegue Stortoni, evidenziando che il nostro ordinamento già punisce “le condotte caratterizzate dal ‘mercimonio’ della funzione, attraverso le numerosissime fattispecie di corruzione (articoli 318-322 c.p.), le condotte di abuso di potere caratterizzate dalla ‘costrizione’ finalizzata all’ottenimento di utilità (articolo 317 c.p.), l’induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319 quater), e le condotte abusive per ottenere o distrarre beni o utilità (il reato di peculato previsto all’art. 314 e quello di indebita destinazione di denaro o cose mobili previsto all’art. 314 bis)”. Insomma, conclude Stortoni, “nel nostro sistema penale vi sono già fattispecie penali che soddisfano gli obblighi previsti dalla direttiva”. Dunque nessun obbligo da Bruxelles, nessun vuoto normativo, nessun rischio di infrazione. Solo sciatteria informativa e propaganda politica. Amoroso avverte sull’abuso d’ufficio: “La nuova direttiva Ue può riportare la norma in Consulta” di Valentina Stella Il Dubbio, 27 marzo 2026 “Separazione delle carriere e Csm sono due tracce che possono adesso essere al centro di valutazione ma con lo spirito di confronto e non di contrapposizione”: in modo sorprendente, ieri, il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso ha rimesso sul tavolo una materia che l’esito referendario sembrava aver cancellato. Lo ha fatto durante la conferenza stampa con i giornalisti dopo aver illustrato la sua Relazione annuale e rispondendo a Repubblica che gli chiedeva da dove si riparte in materia di giustizia. La sua frase appare un implicito segnale rispetto al sorteggio come unico vero aspetto problematico da accantonare senza escludere una riapertura del dossier, con però maggioranza e opposizione parlamentare in modalità dialogante. Fonti interne del Pd tuttavia escludono categoricamente questa ipotesi, in quanto le priorità sul tema sono altre. Come “la rapidità della giustizia: se arrivi tardi è già una ingiustizia”, ha precisato Amoroso. L’ex magistrato delle Sezioni Uniti civili di Cassazione ha poi detto, rispondendo ad una nostra sollecitazione, che a causa della campagna referendaria appena conclusa “qualcosa si è spezzato e ora vanno riannodati i fili”. Amoroso poi ha fotografato le “lacerazioni” che la “campagna vivace” ha lasciato dietro di sé e ha biasimato “i toni eccedenti” spesso il testo della norma Nordio-Meloni. E ha rilevato che “anche con leggi ordinarie” si potrebbe ragionare tra le parti sulla “separazione definitiva delle carriere” o sul sistema che intende “arginare l’influsso delle correnti sull’attività della magistratura”. Ma comunque “andrebbero adottate soluzioni che siano rispettose di tutto quello che sta dietro: cioè dell’autonomia e indipendenza della magistratura. È nel perimetro di quelle garanzie che bisogna muoversi”. In pratica, “si può intervenire con leggi ordinarie, ci sono gli strumenti”. Inoltre “la Costituzione non è immodificabile, ci sono anche esigenze di aggiornamento”, ma “se si cambia, bisogna farlo con cautela e saggezza”. Sempre rimanendo nel recinto della giustizia e degli scontri non troppo lontani tra politica e magistratura sul tema dei migranti, Amoroso nella Relazione ha scritto che, “sul versante del diritto dell’Unione Europea, è stato ribadito il principio secondo cui il giudice, ove ravvisi l’incompatibilità del diritto nazionale con il diritto dell’Unione dotato di efficacia diretta e sussista il “tono costituzionale” della questione, può sollevare l’incidente di costituzionalità per violazione degli articoli 117, primo comma, e 11 Costituzione”. Ma “il giudice comune può anche, ove ne ricorrano i presupposti, non applicare la normativa interna, all’occorrenza previo rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia”, proprio come hanno fatto alcune sezioni civili esperte in immigrazione circa il protocollo Italia-Albania. Partendo poi dal fatto che “ancora inascoltato è il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito”, nella relazione Amoroso ha sottolineato che “sarebbe auspicabile”, come già previsto dal modello tedesco, “l’instaurazione di un canale di interlocuzione istituzionale, come in ipotesi l’audizione del Presidente o di giudici in seno alle Commissioni affari costituzionali delle Camere per evidenziare, ad esempio, le pronunce “monito” dell’anno”. Una novità che spetta ora al Parlamento accogliere. Quello stesso legislatore che da sette anni dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso dj Fabo ancora non ha trovato una sintesi su una materia così delicata. Abbiamo chiesto al Presidente perché non riprendere il viaggio nelle carceri della Consulta: “Sarebbe possibile”, tuttavia “non è stato fatto, ma questo non significa che la Corte non sia attenta ai problemi dell’ambito carcerario”, ci ha risposto. Aggiungendo: “Ci sono aspetti che attengono alla dignità del detenuto sotto vari profili. C’è il problema del sovraffollamento delle carceri. C’è il problema drammatico dei suicidi che presenta veramente un aspetto allarmante della espiazione della pena”. Infine sul via libera definitiva del Parlamento europeo alla direttiva anticorruzione, nella quale si parla anche del reato d’abuso d’ufficio, abrogato nel 2024 dalla riforma Nordio, Amoroso ha commentato: “Se questa direttiva del Parlamento europeo modifica il quadro normativo, è possibile che la Corte sarà chiamata nuovamente a fare il controllo che l’articolo 111, primo comma, della Costituzione prevede. Prima ancora, ovviamente, sarà la politica chiamata a prendere atto di questa nuova legislazione europea”. Torino. Detenuto morto in cella alle Vallette, accanto al corpo un “fornelletto” per il crack di Federico Gottardo La Repubblica, 27 marzo 2026 L’allarme è scattato intorno alle 22,30 nella quinta sezione del secondo piano. Gli agenti sono intervenuti immediatamente insieme al personale sanitario, avviando le manovre di rianimazione. Ancora un detenuto morto nel carcere di Torino: Benedetto Costa, 51enne di origine siciliana, è stato trovato privo di sensi dal compagno di cella intorno alle 22.30 di ieri. È subito scattato l’allarme ma per il detenuto non c’è stato niente da fare, in una notte segnata anche da altri episodi critici, tutti nel padiglione B del penitenziario: “Denunciamo da tempo le gravi difficoltà gestionali di quell’area - segnala Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp - Ci auguriamo che qualcuno intervenga prima che accada qualcosa di irreparabile”. Aggiunge Donato Capece, segretario del Sappe, altro sindacato della polizia penitenziaria: “È sempre più duro e difficile lavorare in prima linea nelle sezioni detentive. I nostri agenti operano quotidianamente in condizioni critiche, esposti a stress, rischi e traumi continui. Servono tutele concrete e garanzie reali per il personale”. Costa sarebbe dovuto rimanere in carcere fino al 2030 dopo aver riportato condanne per furti, rapine e ricettazione. Secondo quanto riferisce l’Osapp, accanto al detenuto è stato rinvenuto un contenitore artigianale, “verosimilmente utilizzato come “stufa” per il riscaldamento e l’inalazione di sostanze, in alcuni casi associata al consumo di sostanze stupefacenti come il crack”. Di certo gli agenti del carcere sono intervenuti insieme al personale sanitario, avviando le manovre di rianimazione proseguite anche dopo l’arrivo del 118, ma senza esito. Sul decesso la procura ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia, oltre agli accertamenti della polizia scientifica. “Esprimiamo profonda solidarietà per quanto accaduto e vicinanza a tutto il personale coinvolto - dichiara Vicente Santilli, segretario regionale del Sappe - Ancora una volta gli agenti si sono trovati ad affrontare un evento drammatico nel cuore della notte, operando con professionalità, umanità e senso del dovere in un contesto estremamente complesso”. Nelle stesse ore, come spiega ancora l’Osapp, un detenuto straniero si è rifiutato di rientrare nella cella e ha aggredito l’ispettore di servizio. È nata una colluttazione e l’agente è finito al pronto soccorso dell’ospedale Maria Vittoria di Torino. Ma non è l’unico problema denunciato dai sindacati: “Il carcere Lorusso e Cutugno è diventato come un girone dell’inferno di Dante: per esempio, di recente è esposto a ripetuti tentativi di introdurre oggetti e sostanze, con continui lanci dall’esterno. Lo abbiamo segnalato più volte: è un fenomeno che contribuisce ad aumentare le criticità complessive e il livello di rischio per l’incolumità e per la sicurezza”. Di recente una detenuta è risultata positiva a una sostanza riconducibile al fentanyl: “Al terzo piano i detenuti assumono frequentemente comportamenti sopra le regole e i nuovi agenti si trovano ad operare in condizioni particolarmente complesse - prosegue Beneduci - Il silenzio su questa situazione è preoccupante. Nel turno pomeridiano, in particolare, il personale risulta numericamente insufficiente e spesso privo del coordinamento di un appartenente al ruolo dei sovrintendenti o degli ispettori”. Sassari. Detenuto morto dopo un’operazione chirurgica, aperta un’inchiesta sul decesso di Gabriella Mazzeo fanpage.it, 27 marzo 2026 Il 32enne Mario Siffu è morto nell’ospedale di Sassari dopo un’operazione chirurgica fatta d’urgenza. I genitori del detenuto hanno chiesto lo svolgimento dell’autopsia per appurare le cause del decesso dell’uomo. Siffu lamentava dolori addominali da diverso tempo nel carcere di Bancali dove era detenuto per alcuni furti. È stata aperta un’inchiesta sulla morte di Mario Siffu, il giovane 32enne di Porto Terres deceduto per una grave setticemia dopo un intervento chirurgico nella notte di martedì nell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari. Il reparto specializzato dell’Arma dei carabinieri Nas sta procedendo negli accertamenti su delega del pubblico ministero, titolare dell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica. I genitori di Siffu sono assistiti dall’avvocato Giuseppe Onorato e hanno presentato un esposto in Procura per chiedere l’esecuzione dell’autopsia per accertare le cause della morte del 32enne. Siffu era stato operato dopo aver lamentato forti dolori all’addome nel carcere di Bancali, nel quale si trovava per alcuni precedenti legati a piccoli furti. Ieri, giovedì 26 marzo, sarebbe stato per Siffu il primo giorno di libertà dopo circa 6 mesi di carcere. L’intervento chirurgico urgente non è bastato a salvargli la vita: dopo il ricovero avvenuto nella serata del 23 marzo e il trasporto in emergenza al pronto soccorso, l’operazione è avvenuta nella notte tra lunedì e martedì dopo il trasferimento nel reparto di Rianimazione. Il referto medico parla di occlusione intestinale, un problema di salute che Siffu lamentava da qualche mese. Martedì 24 marzo, intorno alle 15 del pomeriggio, Siffu è deceduto per una grave infezione. Ora i familiari chiedono l’esecuzione dell’autopsia e indagini per capire se vi siano state negligenze o ritardi nei soccorsi al 32enne detenuto. Sarà la Procura a dover accertare cosa sia accaduto tramite esami autoptici e indagini sulle cartelle cliniche del 32enne. Da capire anche se, con un intervento tempestivo, la struttura carceraria avrebbe potuto contribuire a salvare la vita al giovane: l’ipotesi è che, con un ricovero disposto prima che si verificasse l’emergenza, il 32enne avrebbe potuto superare senza problemi l’operazione chirurgica. Firenze. Il carcere di Sollicciano finisce alla Consulta di Andrea Vivaldi Venerdì di Repubblica, 27 marzo 2026 Cimici, celle fatiscenti, suicidi. L’istituto fiorentino è un caso. Un ricorso ora potrebbe fare scuola. Esiste un limite alle sofferenze, e anche al degrado di un carcere. Un confine che in questi anni, nel penitenziario di Sollicciano a Firenze, è stato tante volte superato, ignorando i diritti di detenuti e lavoratori. Adesso la situazione dell’istituto, attanagliato da problemi di infiltrazioni, sovraffollamento, cimici, muffa, e anche noto per violenze e suicidi, sarà valutata dalla Corte Costituzionale. Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha sollevato infatti una questione di legittimità, accogliendo la richiesta di un detenuto marocchino che, condannato per omicidio (uscirà nel 2042), chiede “il rispetto della sua dignità”. Il caso-destinato a fare scuola-inizia due anni fa, quando i suoi legali, gli avvocati Nicola Muncibì e Michele Passione, presentano un reclamo giurisdizionale al magistrato di sorveglianza, denunciando le condizioni di vita del loro assistito. Dopo mesi di silenzio senza risposta, fanno una nuova mossa: chiedono il trasferimento ai domiciliari. Sono consci che, per la natura del reato e della pena inflitta, si tratti di una misura poco realistica. Ma ritengono sia incostituzionale negare una misura alternativa di fronte un carcere ridotto in quello stato (e la persona coinvolta ha alle spalle anni di buona condotta e non presenterebbe aspetti di pericolosità sociale). Ormai è una partita a scacchi. I14 novembre 2025 il tribunale di sorveglianza di Firenze aveva concesso al Dap e al ministero della Giustizia 80 giorni per “rimuovere le condizioni che pregiudicano i diritti primari del detenuto”, cioè per iniziare almeno gli interventi di manutenzione straordinaria, dotare le celle di acqua calda, procedere alla disinfestazione e impermeabilizzare le coperture. Ma il ministero “è rimasto oggettivamente inadempiente”. E così il tribunale di sorveglianza, dopo svariati passaggi, ora si è rivolto alla Consulta. Domanda se sia costituzionale precludere i domiciliari a una persona condannata a vivere in una cella fradicia, ovvero in condizioni contrarie al senso di umanità e in violazione dell’articolo 27 della Costituzione. Così, per la prima volta, il fallimento dei rimedi ordinari - diffide, piani di manutenzione-porta direttamente a Roma, alla verifica costituzionale. Cuneo. Il carcere verso l’addio al regime del 41 bis: “Come si gestiranno cinquecento detenuti?” di Sandro Marotta La Stampa, 27 marzo 2026 I timori dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” dopo un’ispezione all’istituto penitenziario del Cerialdo. “La decisione di chiudere il 41 bis è giusta, ma con quali agenti si governerà nella fase successiva?”. È la domanda di Sergio d’Elia, segretario dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” presieduta da Rita Bernardini, entrata nel carcere di Cuneo per un’ispezione accompagnata dal direttore della struttura, dall’educatore e dal responsabile dell’area educativa. Tra i 18 partecipanti c’erano avvocati, rappresentanti di associazioni e politici sia di destra che di sinistra. Un passo indietro. La sezione dove sono recluse le persone condannate per terrorismo e mafia verrà chiusa perché i suoi 45 detenuti saranno probabilmente trasferiti ad Alessandria. L’ha deciso dal governo già alla fine dell’anno scorso, per allinearsi alla norma che prevedrebbe “istituti esclusivamente dedicati, preferibilmente in aree insulari e custoditi da reparti specializzati”. In Italia, circa 750 detenuti in regime speciale sono rinchiusi in 12 istituti, di cui 11 che convivono con altre sezioni. In Piemonte sono a Cuneo e Novara, il nuovo “polo” unico sarà Alessandria. “Il 41 bis va chiuso in tutta Italia, va bene chiuderlo anche a Cuneo, ma qui significa che quella sezione, che ha 91 posti, con due detenuti per cella porterà 180 persone in più - continua D’Elia -. Il reparto speciale della penitenziaria, il Gom, se ne andrà. Già ora il personale è in sofferenza, con quali agenti si gestiranno questi nuovi arrivi?”. L’apparente paradosso è che, pur andandosene alcuni detenuti, ne arriveranno molti altri e Cuneo, che ora accoglie 389 reclusi, potrebbe diventare un carcere da 500 posti. Cifra che richiederebbe anche una riorganizzazione nella quantità e nella qualità delle attività da garantire: “Nel 41 bis l’obiettivo è interrompere le comunicazioni tra il detenuto e mondo esterno, le relazioni sono limitate a gruppi di 4 detenuti scelti dall’amministrazione - spiega Bruno Mellano, ex garante regionale dei detenuti -. Si passerà da una popolazione che per definizione fa poche attività, a una che invece dovrebbe studiare, lavorare, fare laboratori culturali e altro”. Già mesi fa il direttore Domenico Minervini sottolineava la difficoltà di far dare un lavoro a tutti i reclusi, a causa della carenza di risorse. Più detenuti vuol dire anche che “dovranno aumentare anche il servizio sanitario e degli operatori - aggiunge la consigliera regionale Avs, Giulia Marro -: ad aprile verrà attivato un mediatore culturale, che ha un altissimo valore perché ci sono molte persone con background migratorio. Ricordo che a Cuneo una figura del genere non c’è mai stata”. Una criticità emersa durante la visita dei giorni scorsi, è la condizione dell’isolamento. “Non si può fare una sezione di quel tipo nel seminterrato - ha detto D’Elia -. L’anno scorso era la stessa situazione, è insostenibile dal punto di vista umano e va chiuso”. “Ci sono tante note dolenti non solo per la vita del carcerato e la finalità della pena, ma anche per chi ci lavora - ha sottolineato Dora Bissoni, presidente della camera penale Vittorio Chiusano, sezione di Cuneo -. C’è molto da rivedere, è necessaria tanta attenzione su un istituto che dovrebbe essere umano, ma allo stesso tempo educativo”. Verona. Al convegno sulle carceri il messaggio del Papa: “Dalla sofferenza sbocciano fiori” vaticannews.va, 27 marzo 2026 In occasione dell’evento “Esodo, impronte dalla reclusione alla libertà”, il Pontefice ricorda come sensibilità, attenzione ai bisogni degli altri e rispetto siano essenziali per curare le ferite di chi è recluso. In 15 anni di attività della Fondazione Esodo, organizzatrice dell’incontro, quasi 5.000 persone sono state accompagnate attraverso percorsi che integrano accoglienza, formazione, lavoro e interventi educativi. “Quando si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità”. Lo scrive Leone XIV in un messaggio di saluto ed incoraggiamento, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, inviato agli organizzatori del convegno dal titolo “Esodo, impronte dalla reclusione alla libertà”, organizzato oggi, 26 marzo, presso il Teatro Ristori di Verona. L’evento, patrocinato dal Dicastero della Comunicazione della Santa Sede e poi da Ministero della Giustizia, Regione del Veneto, Comune di Verona, Città di Vicenza e Comune di Belluno, sostenuto dalla Fondazione Cariverona, è stata l’occasione per esporre il bilancio di 15 anni di attività della Fondazione Esodo Onlus, nata per sostenere detenuti, ex detenuti e persone in esecuzione penale esterna nel passaggio dalla detenzione alla piena autonomia. Amore e accoglienza - In quindici anni di attività della Fondazione, i cui progetti sono stati sostenuti anche dalla diocesi di Vicenza attraverso l’ufficio Caritas, nel veneto quasi 5.000 persone sono state accompagnate attraverso percorsi personalizzati che integrano accoglienza, formazione, lavoro e interventi educativi. “Uno dei pilastri del modello Esodo - hanno spiegato gli organizzatori del convegno - è l’accoglienza residenziale esterna al carcere, tra gli interventi di maggiore intensità educativa. Nel periodo 2011-2025 sono state realizzate 1.384 accoglienze residenziali, per un totale di 193.581 giornate di accoglienza. L’impatto del progetto emerge anche dai dati sulla recidiva. Fondazione Esodo ha effettuato due rilevazioni sul campione delle persone dimesse dal percorso. Il tasso di recidiva a cinque anni dalla dimissione risulta pari al 13,8% nella rilevazione del 2018 e al 14,4% nella rilevazione del 2022, dati significativamente più bassi rispetto alle medie nazionali del sistema penitenziario”. “Quindici anni di lavoro ci dicono che il reinserimento non è solo una questione sociale ma una responsabilità di tutta la comunità - ha affermato don Enrico Pajarin, presidente della Fondazione Esodo -. Dietro ad ogni numero ci sono persone che hanno avuto la possibilità di ricostruire la propria vita grazie a una rete di enti, operatori e volontari che hanno scelto di accompagnarle. Investire nel reinserimento significa costruire comunità più giuste e più sicure”. Importanti risultati - Di risultato importante ha parlato anche Margherita Forestan, vice presidente vicario di Fondazione Cariverona: “Soprattutto raccontano un’idea di comunità. Accompagnare una persona dal carcere alla libertà non significa soltanto offrire un sostegno in un momento difficile: significa riconoscere che il reinserimento è una responsabilità collettiva, che chiama in causa istituzioni, terzo settore, volontariato e comunità locali”. “Dal punto di vista dell’esecuzione penale, l’Italia si sta allineando alla maggior parte dei Paesi europei che, da decenni, applicano le misure di libertà vigilata come risposta prioritaria nel contrasto alla criminalità” ha spiegato nel suo intervento Annamaria Raciti, direttore dell’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna per il veneto, il Friuli Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano. “Va così delineandosi, anche nel nostro Paese, un sistema di ‘giustizia di comunità’, ovvero una forma di penalizzazione non più fondata sull’esclusione e sulla limitazione, ma sull’integrazione e la restituzione, con obblighi di ‘fare’ prevalenti sugli obblighi di ‘non fare’’ “. Giustizia di prossimità - La giustizia di comunità è stata al centro anche dell’intervento di Paola Ziccone, dirigente del Centro per la giustizia minorile di Venezia, sostenendo che l’evoluzione verso questo modello, “inteso come superamento della logica puramente contenitiva e afflittiva in favore di percorsi di riparazione territoriale, rappresenta un obiettivo strategico per il sistema della giustizia minorile. Per consolidare tale modello, è imprescindibile rafforzare la rete di sussidiarietà tra istituzioni pubbliche, terzo settore e cittadinanza attiva, promuovendo una sinergia virtuosa tra i diversi attori coinvolti. In particolare, la misura della messa alla prova richiede investimenti strutturali in risorse umane qualificate e l’implementazione di programmi di Giustizia riparativa diffusi sul territorio”. I partecipanti - Il convegno, moderato dal giornalista dei media vaticani Davide Dionisi, ha visto la partecipazione di Irma Conti, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà; don Enrico Pajarin e Alessandro Ongaro, rispettivamente presidente e segretario della Fondazione Esodo; Enrico Farina del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria del Triveneto; Annamaria Raciti dell’Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Venezia; Paola Ziccone del Centro giustizia minorile di Venezia; Carla Midena della Direzione Servizi Regionali del Veneto; Francesca Rapanà dell’Università degli Studi di Verona; Margherita Forestan della Fondazione Cariverona. Ragusa. Gli abbracci padri-figli diventano più speciali all’interno del carcere di Laura Curella La Sicilia, 27 marzo 2026 La Casa circondariale diventa uno spazio di incontro. Alcuni giochi combinati con attività creative e momenti di riflessione. La casa circondariale per una mattinata si è trasformata in uno spazio di incontro tra padri e figli grazie a “Sotto sopra show - Gran festa del papà”. L’iniziativa, promossa dal progetto Labirinti, ha combinato giochi, attività creative e momenti di riflessione, coinvolgendo anche l’artista di strada Giuseppe Buggea, creando un’atmosfera di leggerezza e vicinanza emotiva. Partner del progetto il Comune di Ragusa, presente con gli assessori ai Servizi sociali e alla Pubblica istruzione. “Eventi come questo - ha dichiarato l’assessore ai Servizi sociali Elvira Adamo - rappresentano un momento di grande valore umano e sociale per la nostra comunità. All’interno della casa circondariale, questi percorsi restituiscono centralità al legame affettivo tra padri e figli, contribuendo a costruire relazioni più solide e consapevoli. Come amministrazione sosteniamo con grande partecipazione iniziative che promuovono inclusione, dignità e diritti dell’infanzia. Oggi celebriamo non solo la festa del papà, ma anche la possibilità di costruire, insieme, nuove strade di speranza e futuro per bambine, bambini e per le loro famiglie”. “Questa festa - ha aggiunto l’assessore alla Pubblica istruzione Catia Pasta - è stata un’occasione speciale per ricordare l’importanza della famiglia e dell’amore paterno. Un momento dove i bambini che non possono purtroppo godere della figura paterna ogni giorno, hanno avuto l’opportunità di vivere un giorno di amore ed armonia con il papà. Spero che questo giorno abbia portato un po’ di gioia e speranza a tutti i papà che sono lontani dalle loro famiglie”. All’evento la referente dell’ufficio servizio sociale per minorenni Mariuccia Licitra e le referenti dell’uepe Giusy Genco e Gabriella Cavalieri in rappresentanza della direttrice Rosaria Ruggieri. “L’attenzione, da parte della nostra istituzione, ai bambini e ai ragazzi che vivono la lontananza del papà detenuto deve essere alta - dicono dall’uepe - affinché si possa garantire loro quel nutrimento affettivo che è motore di equilibrio e di crescita sana. La scelta è quella di non trascurare i bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza nelle famiglie più fragili perché non rimangano esposte al rischio di riprodurre comportamenti disadattivi”. Il progetto Labirinti, guidato da Aps Officina Socialmeccanica e selezionato da Con i Bambini nel Fondo per la povertà educativa minorile, è stato realizzato in collaborazione con Ci Ridiamo Sù Aps, Crisci Ranni Aps e Facciamo Scuola Asd. Gli organizzatori hanno infine ringraziato il direttore dell’istituto Santo Mortillaro e il comandante della polizia penitenziaria Claudio Iacobelli per la preziosa disponibilità. Ancona. Don Marco Pozza alla San Vincenzo De Paoli: è qui che il bene scandalizza korazym.org, 27 marzo 2026 Il carcere, nell’immaginario collettivo, resta il luogo del fallimento definitivo: lo spazio del giudizio senza appello, dove la persona finisce per coincidere con il reato commesso. Un mondo che si osserva da lontano, con sospetto, come se oltre quelle mura non potesse più nascere nulla di buono. Eppure, per don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova da 14 anni, è vero l’opposto: “Per chi crede, non esiste cattedrale più bella del carcere per contemplare le capriole della Grazia di Dio. È il luogo dove il bene, quando accade, scandalizza più del male”. Pozza è stato ospite dell’incontro “Oltre le mura. La libertà di un pensiero che non si arrende”, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV nell’ambito del progetto ScegliAmo Bene, iniziativa che promuove la cultura della legalità tra gli studenti e la società civile. Un’occasione di riflessione che ha messo in dialogo l’esperienza pastorale maturata dentro gli istituti penitenziari e l’impegno quotidiano del volontariato, come ha spiegato il sacerdote: “Il male in carcere lo conoscono tutti. Il bene che nasce nella terra del male, invece, non è scontato. Quando lo vedi accadere sotto i tuoi occhi, destabilizza. Perché apre brecce in storie che sembravano già chiuse”. Dietro le sbarre, ha raccontato don Pozza, il Vangelo prende corpo ogni giorno: “Non c’è bisogno di spiegare chi fossero Levi o Maddalena. Le loro storie accadono davanti a te. Ma non basta vedere: occorre credere a ciò che si è visto e poi raccontarlo con la vita”. Uno sguardo diverso può riaprire possibilità inattese. Don Marco richiama spesso la figura manzoniana dell’Innominato: “Lucia gli ricorda che ha ancora un cuore. In carcere succede lo stesso. Quando per anni ti senti dire che sei solo un errore, finisci per crederci. Ma se qualcuno, anche solo una volta, ti guarda come nessuno ha mai fatto, nasce il sospetto di poter essere altro rispetto al male commesso”. È proprio su questo sguardo che insiste l’azione della Società di San Vincenzo De Paoli, come ha spiegato spiega Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza: “Essere presenza in carcere significa esserci davvero e avere occhi capaci di andare oltre il reato. Presenziare con il corpo e con l’anima. Condividere tempo, ascolto, fatica lontani da ogni forma di giudizio”. Un impegno costante coinvolge il Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli che, solo, negli ultimi mesi ha rafforzato in modo significativo anche il lavoro sulla formazione dei volontari, considerata una condizione essenziale per una presenza autentica e responsabile negli istituti penitenziari. In questa prospettiva si è collocato il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso nelle Marche e conclusosi sabato 14 febbraio, che ha registrato oltre 100 iscritti, provenienti dall’Italia e dall’Estero, e più di 1200 visualizzazioni online, segno di un interesse diffuso e trasversale verso il mondo carcerario. Magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza hanno contribuito a un percorso che ha affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale e il sostegno alle famiglie dei detenuti, soprattutto quando sono coinvolti figli minori. Il percorso formativo ha contribuito alla nascita di nuove Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli formate da volontari pronte a operare nelle carceri delle Marche e di altre regioni. Una presenza, ad oggi sono più di 200 i volontari dell’Associazione impegnati nelle carceri italiane, che darà continuità a una missione che non si limita all’assistenza, ma mira a restituire dignità, relazioni e futuro, ha aggiunto la responsabile nazionale Caldart: “Essere volontari in carcere significa spendersi perché l’altro riacquisisca la propria dignità. E’ una fatica quotidiana, le delusioni spesso superano le soddisfazioni. Ma anche il più piccolo segnale di cambiamento delle persone recluse diventa una spinta a continuare”. Per cui don Marco Pozza ha concluso: “Se cambia chi sembrava irrecuperabile, allora tutti siamo costretti a farci una domanda”. E’ una provocazione che riguarda l’intera comunità. Perché, forse, il carcere non è solo il luogo dove si sconta una pena, ma anche quello in cui si misura la capacità di una società di non arrendersi all’idea che il male abbia sempre l’ultima parola. Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli si dedica alla formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte alle persone detenute e alle loro famiglie, in collaborazione con le Direzioni degli istituti, il Tribunale di Sorveglianza, l’UEPE e altre realtà del territorio. Tra le iniziative promosse anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario per detenuti delle carceri italiane e degli Istituti penali per minorenni, patrocinato da Camera, Senato e Ministero della Giustizia e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica. Il referendum e il clima generale dell’Italia “peggiore di quello che si pensa” di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 27 marzo 2026 L’analisi di Swg mostra come circa il 25% degli astenuti alle ultime elezioni europee sia andato alle urne, con un aumento di affluenza significativo soprattutto tra i giovani: “Il clima generale del Paese è peggiore di quello che si pensa. Non solo per la guerra e le sue conseguenze economiche e geopolitiche, ma anche per le preoccupazioni legate agli effetti dell’Intelligenza artificiale sul lavoro del futuro”. L’esito netto del referendum ha avuto molte motivazioni del tutto estranee alla natura del quesito. E, infatti, di separazione delle carriere dei magistrati non parla più nessuno, nemmeno per analizzare le conseguenze del voto sull’esercizio dell’attività giudiziaria. Era del tutto prevedibile che un referendum si trasformasse in un test complessivo sullo stato d’animo del Paese, pardon Nazione. È sempre successo così. Ma forse questa volta c’è stato un carico di ansie e preoccupazioni maggiore. Reale e fondato oppure esagerato e immaginario? Adrio De Carolis di Swg è stupito da un dato incredibile anche per chi come lui ha alle spalle una lunga esperienza di ascolto degli umori dei cittadini e degli elettori. Premessa: fu lui, tanto per citare un episodio della vigilia delle elezioni politiche del 2013, a dirmi che vi sarebbe stata una valanga di voti a favore dei Cinquestelle. Io ero del tutto convinto che esagerasse. “Circa il 25 per cento degli astenuti alle ultime elezioni europee ha deciso questa volta di andare alle urne - spiega De Carolis - due terzi hanno scelto il no e un terzo il sì. Mai vi era stato un aumento di affluenza, peraltro storicamente in calo, e soprattutto di giovani, così significativo. Ciò significa che il clima generale del Paese è peggiore di quello che si pensa. Non solo per la guerra e le sue conseguenze economiche e geopolitiche, l’America che diventa nemica per esempio, ma anche per le preoccupazioni legate agli effetti dell’Intelligenza artificiale sul lavoro del futuro. Può sembrarvi strano ma per i giovani, pochi, che noi già trattiamo male, è un serio e diffuso timore. Sono soprattutto loro che devono trovarsi un lavoro”. Swg ha testato il polso degli italiani nel suo “Scenario post referendum 2026”. Hanno sorretto l’ondata dei no anche il disagio e la protesta di tante parti della società, dal Sud alle grandi città. Nel grafico sulle emozioni più sentite degli ultimi dodici mesi prevalgono disgusto, rabbia e paura, la speranza è in netta discesa. Si impenna l’indice negativo della percezione della situazione economica generale, come peraltro confermato questa mattina dalle previsioni, peggiorate, dell’Ocse. Il referendum e il risveglio dei giovani di Dacia Maraini Corriere della Sera, 27 marzo 2026 Hanno dato la sveglia al Paese ricordando l’importanza di una Costituzione venuta fuori dalle sofferenze di una guerra atroce, dopo vent’anni di un regime fascista. Qualche parola sul sorprendente esito del referendum. Gli amici erano pessimisti, pensavano che il Paese fosse ormai insensibile alle ragioni della democrazia. Che la nuova proposta di un governo internazionale di ricchissimi tecnocrati che comanda su un popolo di sudditi fosse riuscita ad affascinare i giovani persi nel gorgo dei social. E invece proprio i giovani hanno dato la sveglia al Paese ricordando l’importanza di una Costituzione venuta fuori dalle sofferenze di una guerra atroce, dopo vent’anni di un regime fascista che aveva eliminato il voto, la parola libera, la stampa autonoma, la magistratura indipendente e si era alleata con il più orrido e perverso regime basato sul razzismo e la violenza. Hanno ricordato al Paese che l’autonomia della magistratura non va limitata, ricordando i tanti giudici, i giornalisti, i carabinieri e i poliziotti morti per combattere un male nazionale come la mafia che tanti danni ha fatto al Paese. Sorprendente il risultato che certamente è dovuto alla stampa libera di un Paese ancora democratico, al giudizio di tanti artisti e intellettuali che sono stati amati dal pubblico non perché occupavano dei posti ma perché capaci di suscitare emozioni estetiche ed etiche. E aggiungerei per merito di una scuola, che per quanto maltrattata e disautorata, continua a portare nelle aule buoni insegnanti. Importante e nuova è stata la scelta di una Presidente del Consiglio donna. La prima volta nella storia di un Paese portato alla misoginia. Ma poi le persone vanno giudicate per le scelte che fanno e la intelligente Giorgia Meloni ha tradito la sua intelligenza politica comportandosi come se fosse sempre all’opposizione, con toni militareschi e poco inclini al confronto. Inutile dire che si era capito subito il carattere politico del referendum. La parte tecnica infatti è talmente complessa e interna alle complicate dinamiche dell’intero corpo legale da risultare incomprensibile ai più. Ma le trombonate di Trump, la sua arroganza, la sua cinica avidità e l’amicizia che la nostra presidente ha mostrato nei suoi riguardi hanno creato disagio e insofferenza. E poi, andando sulle scelte, davvero vogliamo tornare indietro? Davvero vogliamo avversare l’Europa, la libertà di movimento, i diritti civili in nome della formula Dio, Patria e Famiglia a cui poi nessuno tiene fede? Ascoltiamo i giovani per una volta, con la loro richiesta di lavoro, di libertà di parola e di movimento, con il loro attaccamento alle conquiste civili che sono le sole capaci di farci affrontare e controllare le difficili e pericolose nuove tecnologie. Prima di chiedere alla scuola di fermare la violenza, mettiamola nelle condizioni di educare di Beatrice Aimi* Il Domani, 27 marzo 2026 Di fronte a episodi di violenza nelle scuole, il dibattito pubblico si concentra sull’inasprimento delle sanzioni. Ma è davvero questa la risposta che può incidere sulle cause? È una reazione comprensibile: di fronte a fatti gravi, la risposta immediata tende a essere quella di rafforzare i dispositivi di controllo e punizione. Ma il punto è se questa risposta sia anche quella (più) efficace. Perché intervenire a valle, quando il problema è già esploso, rischia di lasciare intatte le condizioni che lo generano. La domanda, allora, non è solo come reagire alla violenza, ma cosa la precede: quali contesti educativi, quali dinamiche relazionali, quali mancanze di senso e di regolazione si accumulano nel tempo fino a trasformarsi in comportamenti estremi. È su questo terreno che si gioca la partita. Ed è qui che il ruolo della scuola torna ad essere centrale. Un primo lodevole tentativo di andare in questa direzione, sul piano normativo, è stato recentemente avviato da questo governo: nelle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo, le competenze socio-emotive tornano ad avere una dignità esplicita, accanto a quelle cognitive. Un passaggio importante, perché riconosce che educare non è un effetto collaterale dell’istruzione, ma una sua componente strutturale. Questo principio, però, tende a indebolirsi proprio nel momento più decisivo, nella scuola secondaria di secondo grado. Nelle bozze dei documenti che circolano, queste competenze tornano infatti a essere affidate alla trasversalità delle discipline, come se non richiedessero un insegnamento esplicito, intenzionale e strutturato. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: la crescente difficoltà, in molti contesti, a realizzare percorsi extracurricolari di educazione affettivo-sessuale in modo continuativo e strutturato, subordinati al consenso delle famiglie e quindi esposti a una forte disomogeneità, anche territoriale. Il risultato è una contraddizione evidente: proprio nell’età in cui le competenze socio-emotive diventano più decisive, la scuola fatica a riconoscerle come oggetto pieno di insegnamento. Eppure è proprio in questa fase dello sviluppo che tali competenze risultano più necessarie, perché riguardano la capacità di regolare le emozioni, gestire le relazioni e orientare i comportamenti. Sappiamo oggi che il cervello degli adolescenti è caratterizzato da uno sviluppo asincrono: i sistemi emotivi e motivazionali sono molto attivi, mentre le aree deputate al controllo e alla regolazione sono ancora in maturazione. È una fase di grande potenzialità, ma anche di grande vulnerabilità. In questo quadro, un elemento decisivo è il ruolo dell’ambiente. Le neuroscienze mostrano che proprio in adolescenza il cervello è altamente plastico e sensibile ai contesti. È una “finestra di opportunità” in cui le esperienze educative possono orientare in modo significativo lo sviluppo delle competenze, ma anche una fase in cui contesti poveri o disorganizzati possono amplificare fragilità e comportamenti a rischio. È qui che la scuola dovrebbe giocare un ruolo centrale. Perché se la famiglia fatica - e spesso fatica - e se la povertà educativa riguarda ancora una quota rilevante di minori, allora è inevitabile che la domanda educativa si sposti sulla scuola. Ma emerge un nodo cruciale, spesso eluso. Se riconosciamo che le competenze socio-emotive non sono innate, ma devono essere insegnate in modo intenzionale, allora la questione non è solo se la scuola debba occuparsene, ma come e con quali competenze professionali. Il punto, allora, è un altro: chiediamo alla scuola di prevenire la violenza, di contenere il disagio, di educare alle relazioni, ma non investiamo in modo sistematico sulla formazione degli insegnanti in queste stesse competenze. Non le rendiamo centrali nei processi di selezione, né nella formazione iniziale e in servizio. Ancora oggi il reclutamento si fonda prevalentemente su competenze disciplinari, mentre la dimensione educativa resta implicita, affidata alla sensibilità individuale. Come se l’educazione fosse un effetto collaterale dell’istruzione, e non una sua componente strutturale. Questo contribuisce anche a indebolire l’autorevolezza educativa della scuola. Se non è riconosciuta come luogo competente sul piano relazionale ed educativo, è inevitabile che anche studenti e famiglie ne mettano in discussione quel ruolo. E allora, possiamo davvero chiedere alla scuola di fermare la violenza se non la mettiamo nelle condizioni di educare? La risposta però non può essere solo interna alla scuola. Richiede una visione più ampia. Le politiche territoriali possono giocare un ruolo decisivo. La scuola deve diventare un nodo di una rete educativa più ampia, capace di connettere il dentro e il fuori: associazioni, centri di aggregazione giovanile, terzo settore, servizi sociali. Questo significa, ad esempio, costruire alleanze educative stabili tra scuole e realtà del territorio, condividere informazioni sui segnali di disagio, attivare percorsi integrati per i ragazzi più fragili, aprire la scuola oltre l’orario scolastico come spazio educativo e non solo didattico. In altre parole, ricostruire quel “villaggio educante” che non interviene quando il problema esplode, ma è in grado di intercettarlo prima. Perché la questione, in fondo, è semplice. Non riguarda solo la sicurezza nelle scuole. Riguarda l’idea di educazione che vogliamo sostenere come Paese. Possiamo continuare a chiedere alla scuola di contenere ciò che non riusciamo a prevenire altrove. Oppure possiamo rimetterla nelle condizioni di fare ciò per cui esiste: educare. La differenza non è teorica. È ciò che decide se un ragazzo viene intercettato in tempo, oppure solo quando è troppo tardi. *Dirigente scolastica e assessora alle politiche giovanili del Comune di Parma Diecimila invisibili: chi sono le persone senza dimora nelle città italiane di Fabrizio Floris Il Domani, 27 marzo 2026 Sono 10.037 le persone senza dimora nei 14 principali comuni metropolitani italiani. L’ultima indagine dell’Istat restituisce l’immagine di un fenomeno strutturale, caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali e da una crescente pressione sui servizi di accoglienza. Numeri e dati da cui partire per trovare soluzioni. È una notte fredda di fine gennaio. Nelle stazioni, sotto i portici, lungo i marciapiedi delle grandi città italiane, c’è chi si prepara a dormire all’aperto. Coperte di fortuna, cartoni, sacchi a pelo. Alcuni trovano riparo nei dormitori, altri restano fuori. In quella stessa notte - il 26 gennaio 2026 - l’Istat, insieme ai volontari della fio.PSD (Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora), ha contato queste presenze, trasformando l’invisibile in numeri: 10.037 persone senza dimora nei 14 principali comuni metropolitani italiani. Più della metà (55,4 per cento) ha trovato posto nelle strutture di accoglienza, mentre quasi una persona su due ha trascorso la notte in strada o in sistemazioni di fortuna. Il fenomeno si concentra soprattutto nelle grandi città: Roma registra il numero più elevato (2.621 persone), seguita da Milano (1.641), Torino (1.036) e Napoli (1.029). Nel complesso, le persone senza dimora rappresentano circa lo 0,11 per cento della popolazione residente, un dato che evidenzia la dimensione relativamente contenuta, ma socialmente rilevante del fenomeno. Infatti, seppur numericamente limitato, restituisce un impatto crescente sui servizi urbani e sulle politiche sociali delle grandi città, oltre che sulla percezione e sulla visibilità del disagio nello spazio pubblico. L’accoglienza - Le strutture di accoglienza notturna dispongono complessivamente di 6.678 posti letto, un numero inferiore rispetto al totale delle persone senza dimora rilevate. Questo dato segnala una insufficiente capacità ricettiva, aggravata da forti differenze territoriali. Uno squilibrio tra domanda e offerta di accoglienza che si inserisce in un quadro di politiche ancora frammentate tra livelli locali e nazionali. Il fenomeno dell’homelessness si caratterizza per una forte prevalenza maschile. Le donne rappresentano circa il 21,4 per cento nelle strutture e il 12 per cento tra le persone in strada. Dal punto di vista della nazionalità, emerge una significativa presenza straniera: il 69 per cento degli ospiti delle strutture è di nazionalità non italiana, percentuale che supera il 70 per cento tra le persone in strada (nei casi identificati). La fascia di età più rappresentata è quella tra i 31 e i 60 anni, che costituisce oltre il 60 per cento delle persone accolte e oltre il 70 per cento tra quelle in strada. I giovani (18-30 anni) sono una minoranza, mentre gli over 60 risultano più presenti nelle strutture. Tra le 4.474 persone rilevate in strada, quasi la metà si trova in spazi pubblici aperti senza alcun riparo, mentre oltre un terzo utilizza spazi urbani riparati come portici o sottopassi. Le condizioni osservate durante il conteggio mostrano una forte vulnerabilità: nella maggior parte dei casi le persone risultavano addormentate o non in grado di interagire, rendendo difficile la rilevazione di informazioni individuali. La distribuzione territoriale evidenzia una forte concentrazione nei centri storici e nelle aree ad alta densità, dove si registra oltre la metà delle presenze in strada. Seguono le grandi arterie urbane e, in misura minore, le periferie. Una base da cui partire - La rilevazione si inserisce nel quadro del Censimento permanente della popolazione e rappresenta un importante passo avanti nella conoscenza del fenomeno. L’approccio integrato - conteggio diretto e indagine campionaria - consente non solo di stimare la dimensione del fenomeno, ma anche di approfondirne le caratteristiche. L’Istat restituisce l’immagine di un fenomeno strutturale, caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali e da una crescente pressione sui servizi di accoglienza. La prevalenza di persone straniere, la marginalità femminile “invisibile” e la concentrazione nelle aree urbane centrali evidenziano la necessità di politiche integrate. Più che una semplice fotografia, il conteggio rappresenta uno strumento fondamentale per orientare interventi pubblici. Ora che i numeri ci sono, la questione si sposta sul piano delle risposte. Il conteggio restituisce un’istantanea precisa; trasformarla in politiche efficaci resta una responsabilità aperta. Migranti. Richiedenti asilo, il Tar alle Questure: “Ritardi strutturali, non emergenza” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 27 marzo 2026 La legge dice tre giorni. Tre giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di chiedere asilo per formalizzare la domanda. Non settimane, non mesi. Tre giorni, con la possibilità di arrivare a tredici solo in presenza di arrivi consistenti e ravvicinati. Le Questure di Venezia e Vicenza ci mettevano in media novanta, quando non centottanta. Il Tar Veneto ha detto basta. Con due sentenze pubblicate il 18 marzo scorso, la Terza Sezione ha accolto i ricorsi collettivi presentati dall’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), Emergency, Lungo la Rotta Balcanica e Cadus contro la Questura di Venezia, e da Asgi e Cadus contro quella di Vicenza. Le pronunce sono la prima applicazione della “class action pubblica” - lo strumento del decreto legislativo 198 del 2009 - presentata da sole associazioni, senza singoli stranieri come ricorrenti. Una scelta che il Tar ha confermato pienamente legittima. Il quadro che emerge, costruito su un’istruttoria approfondita, è quello di un sistema che non funziona e che ha provato a nascondersi dietro le solite giustificazioni: troppo lavoro, pochi agenti, flussi crescenti. Il tribunale non ci ha creduto. A Venezia la situazione era paradossale. L’ufficio immigrazione copre più sedi provinciali ma la ricezione delle domande di protezione internazionale era concentrata unicamente nella sede di Marghera, in via Nicolodi 21. Accesso solo fisico, solo la mattina, in un orario ristretto, senza possibilità di fissare appuntamenti via pec. Le code si formavano ogni giorno. A volte le persone passavano la notte fuori per assicurarsi un posto utile. Il risultato: due o tre persone al giorno riuscivano a presentare la propria manifestazione di volontà. Le altre venivano invitate a tornare. La Questura stessa, rispondendo a una richiesta di accesso civico del marzo 2024, aveva ammesso che il tempo medio tra la manifestazione di volontà e la formalizzazione era di novanta giorni. Nel periodo peggiore, a fine 2023, si era arrivati a centottanta. Notti in coda, mesi di attesa - A Vicenza il caso emblematico: diciotto cittadini stranieri inviarono una diffida via pec il 24 maggio 2024 dopo aver già manifestato la volontà di chiedere asilo. Nessuna risposta per mesi. I tempi medi riconosciuti dalla stessa amministrazione erano intorno ai cento giorni. Solo nel corso del giudizio la Questura ha aperto uno sportello ad accesso libero per due mattine alla settimana e impiegato sette lavoratori in somministrazione. I tempi si sono ridotti a circa sessanta giorni. Ma sessanta giorni restano lontanissimi da tre. Un dato che emerge dalla sentenza su Vicenza pesa più di qualsiasi argomento difensivo: le pratiche di protezione internazionale rappresentano solo il tre-cinque per cento del lavoro complessivo dell’ufficio immigrazione. Eppure è proprio per quella quota ridottissima che si aspettano mesi. Entrambe le Questure hanno tentato la carta della carenza di personale. In giudizio non basta dirlo: bisogna dimostrarlo. E qui è entrato in gioco il ministero dell’Interno, con un comportamento processuale che le sentenze descrivono in modo impietoso. Il Tar aveva emesso due ordinanze istruttorie, chiedendo al Ministero dati comparativi su scala nazionale: quante domande gestiscono le altre Questure italiane, quante risorse hanno, come sono organizzate. Dati necessari per capire se Venezia e Vicenza fossero davvero in una situazione eccezionale o semplicemente meno efficienti della media. Il Ministero non ha risposto. Non ha depositato nulla. Ha completamente ignorato le richieste del tribunale. Il Ministero che non ha risposto - Le sentenze sono chiare su cosa significa questo silenzio: “La condotta processuale del ministero dell’Interno impedisce di ritenere che la disfunzione organizzativa denunciata dalle associazioni ricorrenti sia imputabile a fattori strutturali non superabili con le risorse a disposizione”. In mancanza di prova, l’amministrazione soccombe. Ma c’è un elemento ancora più imbarazzante. Le associazioni ricorrenti hanno prodotto in giudizio una circolare dello stesso Dipartimento della Pubblica Sicurezza: la prot. n. 77903 del 12 settembre 2024. In quel documento il Ministero riconosceva su scala nazionale “la presenza di ritardi e criticità nella gestione delle procedure relative alla protezione internazionale” e indicava la necessità di modelli organizzativi più efficienti. Il Tar ha usato quella circolare contro l’amministrazione che l’aveva prodotta: se il Ministero stesso riconosce che il problema esiste e che le soluzioni sono possibili, non può sostenere in giudizio che i ritardi erano inevitabili. Il punto centrale delle due sentenze riguarda la natura della disfunzione. Non è una crisi contingente. È strutturale, e dipende da scelte organizzative. A Venezia il problema non comincia nemmeno alla fase della verbalizzazione del modello C3, ma già prima, all’accesso agli uffici. Il sistema del “numero chiuso” giornaliero è esso stesso una disfunzione. Il Tar lo certifica: “l’assetto organizzativo prescelto non è calibrato per assicurare, con continuità, il rispetto degli stringenti termini di legge”. La difesa delle Questure ha provato a valorizzare i miglioramenti avviati. Il Tar ha risposto in modo logico: quei miglioramenti dimostrano che erano possibili, non che i ritardi precedenti fossero inevitabili. Lo dice esplicitamente la sentenza su Vicenza: “l’accelerazione registrata nel corso del giudizio dimostra come una più efficiente organizzazione del servizio fosse possibile anche anteriormente alla proposizione del ricorso, restando indimostrate le ragioni per le quali tali interventi non siano stati adottati tempestivamente”. Nelle more della formalizzazione, il richiedente asilo non ha uno status riconosciuto: ha al massimo un appuntamento informale. Questo significa nessun accesso ai servizi sanitari, nessuna possibilità di lavorare, nessuna forma di assistenza istituzionale. I giudici scrivono che “i richiedenti asilo restano in possesso di meri appuntamenti informali, con ricadute concrete su assistenza sanitaria, lavoro e accesso a forme di assistenza istituzionale”. Per alcuni l’attesa si è prolungata per molti mesi, in qualche caso per più di un anno. Sul punto della carenza di personale le sentenze sono precise: invocarla genericamente senza dimostrare di aver adottato tutte le misure organizzative possibili con le risorse già disponibili non è una difesa. Diversamente opinando, “l’effettività del termine finirebbe per essere subordinata a scelte organizzative discrezionali dell’Amministrazione, con conseguente svuotamento della portata precettiva della norma e compromissione della tutela dei diritti fondamentali”. Il Tar ha condannato le amministrazioni a riorganizzarsi entro novanta giorni dalla notifica. L’obiettivo è preciso: ridurre progressivamente i tempi fino al rispetto dei termini di legge, smaltire l’arretrato rispettando l’ordine cronologico, garantire un accesso effettivo agli uffici. Come farlo resta all’amministrazione. Se non si adegua, le associazioni potranno tornare con un giudizio di ottemperanza, dove il tribunale potrà intervenire in modo molto più specifico. Le sentenze ordinano anche la pubblicazione sul sito del Ministero entro trenta giorni. L’elemento che rende queste pronunce rilevanti oltre i casi veneti è la replicabilità. Il meccanismo della class action pubblica, usato per la prima volta da sole associazioni senza singoli ricorrenti stranieri, funziona. Può essere riproposto davanti a qualsiasi Tar, contro qualsiasi Questura italiana con gli stessi ritardi sistemici. E le Questure con ritardi simili, come emerge dalla circolare del settembre 2024, sono molte. Migranti. Viaggio a Gjader, l’incubo albanese. “Urlano nel silenzio, nessuno risponde” di Francesca Ghirardelli Avvenire, 27 marzo 2026 I residenti che abitano vicino al centro raccontano la vita di tutti i giorni. “Non sappiamo quante persone ci siano là dentro, sappiamo solo che sembrano arrabbiati”. La storia di suor Alma: “Siamo contro i Cpr, ma proviamo a creare lo stesso comunità”. Scende dalla bici e si ferma a poche centinaia di metri dal Cpr italiano, tra i campi e alcune case sparse. Il signor Jozef, che vive a Gjader, dice di non sapere granché di chi è trattenuto lì dentro. “Man mano che arrivano, li fanno andare via. In un periodo il centro è stato quasi vuoto, gli operai dei dintorni erano senza lavoro. Ora si è riattivato”. Poi, aggiunge: “Le persone all’interno urlano a volte, di notte e di giorno. È così che sappiamo se c’è qualcuno. Sembrano arrabbiati”. Dall’apertura nell’ottobre del 2024, quando si prevedeva soprattutto il trattenimento dei richiedenti asilo intercettati in mare, e poi, dopo il decreto-legge del marzo 2025 con cui invece si è puntato a portare qui in Albania persone già trattenute in Italia nei Centri di Permanenza e Rimpatrio, la controversa struttura ha registrato sempre presenze ridottissime. A febbraio, però, si è contato un picco di presenze, oltre novanta. Nel bar accanto alla scuola del villaggio, seduto con altri residenti, il signor Agroni conferma: “Urla? Sì, da casa di mia figlia, là vicino le sento. E colpi sulle inferriate”. Un altro abitante del posto, che faceva il guardiano quando c’era il cantiere, aggiunge che si è saputo che qualcuno ha inghiottito un cucchiaio per andare in ospedale. “Si fanno del male di proposito”, dice. Venti auto parcheggiate all’esterno del Cpr, almeno sette all’interno. “Quante persone ci siano dentro, non lo sappiamo”, ci dicono poliziotti albanesi all’ingresso. Si apre il cancello e due agenti italiani ci chiedono di allontanarci. Da sopra la collina si scorge un blocco di container, ma attorno non si vede nessuno. Questo segmento era nato per i richiedenti asilo intercettati in mare, da sottoporre a procedure accelerate se di Paesi di origine sicuri. Quel tipo di trattenimento è stato sospeso dopo un rinvio alla Corte di Giustizia dell’Ue. Più in là sorge il Cpr, un quadrato con stanze-celle. Nel cortile interno, grate sopra la testa, tra le persone e il cielo. Suor Alma, che a Gjader gestisce la casa-famiglia “Rozalba”, ci racconta che all’apertura del centro, il direttore si era rivolto a lei, lì da ventiquattro anni, per offrire ai residenti possibilità di lavoro. “La maggior parte degli assunti sono locali, mediatori, personale sanitario, di mensa e pulizie, tra le venti e le trenta persone. Per un villaggio piccolo, è molto”. Delle urla non sa nulla. “Non le abbiamo mai sentite. Io non sono d’accordo con il sistema dei Cpr in sé, però qui abbiamo fatto una scelta di comunità”, aggiunge. All’interno, infatti, una delle sue suore è mediatrice culturale. “È una figura di consolazione. Per quanto ne so, i servizi sono ottimi”. Che sia un centro ben equipaggiato dà conferma Francesco Ferri di ActionAid e del Tavolo Asilo e Immigrazione. È entrato diverse volte con parlamentari in visita ispettiva. “Sotto alcuni profili, rispetto ai Cpr italiani, quello di Gjader è eccellente”, spiega al telefono. “L’ente gestore ci ha mostrato spesso l’ala sanitaria, le tecnologie moderne. Però anche la struttura migliore, a cosa vale se poi è al di fuori del perimetro del diritto e se le procedure producono sofferenza? Presso la Corte di Giustizia dell’Ue pendono ancora due rinvii pregiudiziali”. L’ultima volta che è entrato è stata tra il 23 e il 24 febbraio, nei giorni del picco di presenze. “Sappiamo di un nucleo di trattenuti lì da molti mesi, perché non possono accedere alla domanda di asilo e le autorità non riescono a rimpatriarli”, spiega l’attivista. Si trova tuttora nel centro un assistito dell’avvocato Salvatore Fachile di Asgi. È un cittadino togolese mandato in Albania per due volte. “Dopo la liberazione per il suo stato di salute, tornato in Sicilia lo hanno fermato di nuovo e per la seconda volta è a Gjader”, spiega il legale. “Verso il Togo un rimpatrio è difficilissimo, abbiamo chiesto più volte al Consolato di organizzarlo, ma non rispondono”. Che senso ha, allora, un trasferimento in un Cpr, chiediamo. “Nessun senso, probabilmente per fare numero. Il mio cliente ha subito un’operazione alla mandibola, ora non segue le terapie, non riesce a incontrare specialisti. L’unico medico è privato, dell’ente gestore che è pagato per giorni di permanenza dei trattenuti, c’è conflitto di interesse. Una sanità pubblica che garantisca il diritto alla salute non c’è nei Cpr in generale, ma ancora meno a Gjader. Nessuna rete esterna di ospedali, Asl o servizi psichiatrici su cui contare. Il diritto alla vita privata e quello alla salute mancano non per carenze, ma perché strutturalmente all’estero non sono possibili”, conclude. Casi di “sofferenza acutissima, disagio psicofisico, intontimento forse per farmaci”: li ha riscontrati, nelle visite, Francesco Ferri che a febbraio ha avuto “la sensazione forte di uno stato di agitazione più alto che in passato. Ci hanno mostrato ferite autoinferte. Ho ascoltato storie di chi, da vent’anni in Italia con un lavoro stabile, l’ha poi perduto e con quello il permesso di soggiorno. In molti ci hanno chiesto, angosciati: “Perché sono qui, perché proprio io?” A queste domande noi non abbiamo risposte”. Una nuova Carta dei diritti dell’uomo basata su una giustizia non punitiva di Diego Mazzola L’Unità, 27 marzo 2026 Sarebbe interessante andare a fondo dei motivi che hanno indotto a mettere in Costituzione l’articolo 27, che testualmente ci dice che la responsabilità penale è personale, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. È su queste basi che si costruisce la sacralità del processo penale? A questo proposito il professor Klaus Lüderssen ebbe a dire che “la presunzione di innocenza ci vieta, in effetti, anche soltanto di pensare che i fini della pena possano essere realizzati già attraverso il processo”. Pur sperando di veder diminuire le occasioni di lavoro per magistrati e avvocati, dichiaro di comprendere chi intende difendersi dal processo per non correre il rischio di doversi difendere nel processo. Evidentemente la smania di giudicare è comunque occasione di lavoro per tantissime toghe. Così come i tre livelli di giudizio, che tre non sono se non occasionalmente, dimostrano che non è la Legge uguale per tutti, ma solo l’accanimento con il quale i cittadini vengono trascinati in tribunale. A buon pro devo dire che negli USA, prima del nubifragio Trump, gli avvocati di I.C.O.P.A. (International Conference On Penal Abolition) non solo sono riusciti a ridurre il numero dei processi, ma sono spesso anche riusciti a impedire legalmente la costruzione di nuove carceri, sfatando l’equazione più reati più carceri. Le neuroscienze e la psichiatria lo affermano con sicurezza, perché la violenza è una malattia sociale che ha bisogno di alternative. Facciamoci promotori di un Congresso Internazionale della Nonviolenza, per portare sin da subito nei Paesi che non intendono servire Donald il rispetto per la Dichiarazione Universale dei Diritti degli Uomini, degli Animali e dell’Ambiente. Un’iniziativa del genere potrebbe essere presa da Nessuno tocchi Caino, per costruire un Sistema di Giustizia valido per tutti, affiancandosi a International Conference On Penal Abolition, e a quanti hanno compreso che l’unica Riforma possibile della Giustizia consista nell’abolizione del Sistema Penale. Questo potrebbe essere il collante necessario a dare una forte spinta al progetto di ricostruzione dell’Europa di Ventotene ed essere un faro di speranza per chi crede nella Democrazia e nel Diritto. A quanto credo di capire, oggi, finalmente si comincia a constatare sulla pelle di noi tutti la propensione delle Istituzioni, nostrane ed europee, a far coincidere la Legalità con lo Stato di Diritto. Abbiamo imparato che la Legalità non è, e non è mai stata, sinonimo di Diritto e che ormai è caduta nel ridicolo l’idea che un cittadino possa sperare di essere tutelato nei propri diritti in tutti gli Stati dell’Unione europea e non solo. È chiaro che ciò rende ancor meno sostenibile l’ipotesi di essere tutelati anche presso Stati non aderenti all’Unione. E se seguissimo l’esempio del primo ministro canadese Mark Carney, che non ha fatto altro che riprendere l’idea di Marco Pannella dell’unione delle democrazie, come baluardo di libertà e stabilità? Voglio sperare che quell’unione diventi un’utopia concreta e necessaria. Un progetto che sia riconosciuto dalle democrazie, che si basi su una nuova Carta universale dei Diritti dell’uomo, che sia costruita su un’idea di Giustizia non punitiva, su un modello non retributivo, con il quale affrontare la questione del “declino del diritto penale”, proposto da Klaus Lüderssen. Verrà giorno in cui la violenza verrà considerata alla stregua di una pandemia universale, da combattere per non venirne schiacciati. A un mondo che vorrà fare a meno della violenza di Stato tutto ciò converrebbe, anche a costo di radere al suolo le attuali carceri, legali ma omicide, che altro non sono che un vecchio e ignobile business, ovvero la via occidentale al Gulag, come sosteneva il professor Nils Christie, testimone dei delitti perpetrati nei e dai penitenziari di questo mondo. Resto dell’idea che i penitenziari siano da chiudere e che di tutto si debba fare affinché nessuno li riapra. Mi rammarico solo che il precetto evangelico del “non giudicare” faccia tanta fatica a entrare nelle coscienze del mondo laico e che troppo spesso non venga minimamente osservato da chi dimostra di possedere poca fede in Dio come nel Diritto. Unione Europea. Il patto sull’immigrazione a rischio incostituzionalità di Giansandro Merli e Mario Di Vito Il Manifesto, 27 marzo 2026 Il monito della Consulta. La Carta può costituire un controlimite alla normativa europea. “L’articolo 10 della Costituzione è un chiaro parametro ed è possibile si ponga una questione di costituzionalità (del nuovo Patto Ue su immigrazione e asilo, ndr) con riferimento alla conformità della normativa interna. La nostra Costituzione in questo caso può costituire un parametro di riferimento della normativa europea quanto ai cosiddetti controlimiti, che evocano il concetto di principi fondamentali”, ha detto ieri nella conferenza stampa annuale della Consulta il presidente Giovanni Amoroso. La risposta è nata da una domanda del manifesto sul nuovo Patto dell’Unione che, tra le varie norme, prevede la possibilità di stipulare accordi con paesi terzi considerati “sicuri” dove deportare qualsiasi richiedente asilo sbarcato in Italia. Senza alcun vincolo soggettivo. Basta la firma dell’intesa internazionale, che legittimerebbe la dichiarazione di inammissibilità di qualunque domanda di protezione. In pratica, per fare un esempio concreto di una questione complessa e non priva di ambiguità, un richiedente russo potrebbe essere spedito in Kenya, se questo è ritenuto uno Stato sicuro e il governo nazionale ci ha fatto un accordo per la gestione dei cittadini stranieri. La norma sui paesi terzi sicuri è già in vigore perché contenuta in una delle due anticipazioni del pacchetto Ue che sarà effettivo da giugno. Il governo italiano ha lavorato alacremente per accelerare tali misure, anche se si è concentrato più sulla seconda. Quella che riguarda i paesi di origine sicuri e il potenziale riavvio della prima fase del protocollo con Tirana, riservata ai richiedenti asilo che di quelli sono originari. A Shengjin e Gjader vale la giurisdizione italiana: la domanda di asilo ricade comunque sotto la competenza di Roma sia nel caso di accoglimento, con il conseguente ingresso sul territorio nazionale, sia in quello di diniego, a cui teoricamente dovrebbe seguire il rimpatrio. La vicenda dei paesi terzi sicuri è invece diversa e segue il modello che il Regno unito ha provato a stabilire in Ruanda. In questo caso il paese di destinazione del richiedente assume tutta la responsabilità sulla persona, in maniera definitiva. Il russo dell’esempio dovrebbe rivolgere la sua domanda di protezione a Nairobi, non a Roma. Questa circostanza, però, rischia di sbattere frontalmente contro l’articolo 10 della Costituzione italiana. Questo stabilisce chiaramente che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Non la Repubblica di un qualsiasi paese, sia pure sicurissimo, ma la Repubblica italiana. È su questo punto che da alcuni mesi va avanti un dibattito, animato anche sulle pagine di questo giornale, rispetto alla necessità che prima o poi la Consulta attivi un controlimite. Ovvero un limite della cessione di sovranità all’Ue per tutelare uno dei “principi supremi” della Costituzione. Uno di quelli contenuti nei primi dodici articoli che proteggono i diritti inviolabili della persona. Tra questi c’è l’asilo. Per arrivare a una tale pronuncia servirebbe che in qualche procedimento fosse sollevata una questione di legittimità costituzionale. Il presidente Amoroso ha sottolineato come sia “difficile fare oggi una valutazione preventiva e prognostica dell’esito”, pur riconoscendo che un problema c’è. Ed è “grosso”. Dai processi e le condanne ai social nascerà un Internet migliore? di Stefania Garassini Avvenire, 27 marzo 2026 La sentenza di Los Angeles conferma che il “mezzo è il messaggio” come diceva McLuhan. Adesso tocca a genitori e insegnanti prendere in mano le redini dell’educazione digitale dei ragazzi. La tecnologia non è neutrale, non è un semplice strumento che si piega ai nostri desideri. Al contrario, ci condiziona e influenza il nostro comportamento, come aveva a suo tempo sintetizzato Marshall McLuhan, il padre degli studi sui media, con la celebre espressione: “Il mezzo è il messaggio”. Più il mezzo è complesso, più il suo impatto su di noi è rilevante. E chi lo gestisce ne è responsabile. È una delle lezioni che possiamo trarre dalla storica sentenza di Los Angeles che condanna Meta e YouTube per aver consapevolmente diffuso prodotti in grado di creare dipendenza e non aver allertato a dovere i propri utenti - specialmente i più giovani - sui rischi. Il verdetto californiano arriva all’indomani di un’altra condanna per Meta, da parte di un tribunale del New Mexico. L’azienda in questo caso ha ricevuto una multa onerosa (375 milioni di dollari) per non aver messo in campo adeguate strategie di protezione dei minori da adescamento e sfruttamento online. Sono le prime due sentenze che sanciscono la responsabilità di un servizio Internet per gli effetti nefasti dei suoi prodotti sugli utenti. Altri tentativi fatti in precedenza si erano concentrati sui contenuti di post e video, arenandosi di fronte alla strenua difesa della libertà di espressione, garantita dalla Costituzione Usa, e alla tutela assicurata alle piattaforme web dalla legge americana sulle telecomunicazioni (il Communications Decency Act) che nella contestatissima sezione 230 esonera le aziende online dalla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dagli utenti, stabilendo che i fornitori di servizi Internet non possano in alcun modo essere considerati editori. Peccato che la norma sia del 1996, quando i social media non esistevano ancora (Facebook nasce nel 2004) e lo scenario della Rete era radicalmente diverso. La novità del procedimento di Los Angeles è stata quella di non concentrarsi sul contenuto veicolato, ma sul modo in cui tali servizi sono progettati, e in particolare su quei meccanismi che mantengono gli utenti agganciati alla piattaforma, sfruttando dinamiche molto simili a quelle utilizzate dai creatori di giochi d’azzardo (viene definito “Casino effect”), quali lo scrolling infinito, le raccomandazioni degli algoritmi e l’avvio automatico dei video, che rendono molto difficile tenere sotto controllo il tempo passato online. A queste due sentenze-pilota ora ne seguiranno molte altre analoghe, già avviate in diversi Stati americani. E con esse potrebbe prendere avvio un processo in grado di portarci a una Rete migliore, progettata per essere più sicura per bambini e adolescenti. Del resto i verdetti di questi giorni sono già il segno della diffusione di una maggiore consapevolezza sul tema della sicurezza online: impressionano le immagini dei tanti genitori che mostrano le foto dei figli morti anche a seguito di un uso problematico dei social media di fronte al tribunale di Los Angeles, dove in questi giorni si è tenuta una veglia. E c’è una singolare coincidenza temporale da rilevare. Proprio un anno fa - il 13 marzo 2025 - è uscita su Netflix Adolescence, una serie che ha scosso le coscienze adulte, aprendo gli occhi sulle insidie di un uso solitario ed eccessivo della Rete: “Credevamo fosse al sicuro, in camera sua al computer…”, si dicono disperati i genitori del giovanissimo protagonista, Jamie, accusato di omicidio, in una delle scene più intense del serial. No, Jamie - e tutti i quattordicenni come lui - non sono affatto al sicuro da soli nella loro stanza con un dispositivo collegato a Internet. Chi domina la Rete non ha veramente a cuore la loro sicurezza al punto da anteporla decisamente al profitto, anche se oggi si difende promettendo ricorsi e garantendo di aver avviato da tempo iniziative per tutelare i minori online. Ora che i tribunali hanno fatto la loro parte, e continueranno a farla nei prossimi mesi, la palla torna al mondo adulto, che può e deve rendersi protagonista di questa sfida. Se si arriverà o meno a un’Internet migliore dipenderà in gran parte da noi. È il momento di riprendere in mano le redini dell’educazione digitale dei nostri figli e dei ragazzi di cui a vario titolo siamo chiamati a occuparci. Una seria legge sull’età minima per i social potrebbe aiutare (e in Parlamento sono ormai diverse le proposte in tal senso), ma nessun cambiamento virtuoso, consapevole e realmente efficace potrà avviarsi senza di noi, genitori al pari dei tanti che piangevano di gioia davanti al tribunale californiano, imperfetti e fragili come siamo. La libertà di pensiero sotto assedio, in Europa e nel mondo di Lorenzo Ceva Valla linkiesta.it, 27 marzo 2026 Dalle carceri bielorusse alle proteste iraniane, a Milano le testimonianze dei dissidenti riportano al centro il ruolo dell’Unione europea, e del Premio Sakharov, nella tutela dei diritti umani. In Europa molte persone finiscono in carcere per aver esposto uno striscione, indossato un braccialetto o intonato un coro contro il governo, o per motivi simili. In Belarus arresti di questo tipo sono cronaca quotidiana da diversi anni. “Per noi il 25 marzo è il giorno della libertà, conquistato nel 1918, oggi non siamo liberi ma continuiamo a celebrare questa giornata nella speranza di poter riavere quello che ci è stato tolto”, dice Yuliya Yukhno, attivista belarusiana incarcerata solo perché indossava un braccialetto bianco-rosso-bianco, cioè i colori della bandiera della Belarus indipendente. Yukhno è intervenuta durante l’evento “Europa, Ucraina e libertà di pensiero”, promosso a Milano dalle istituzioni europee. L’iniziativa, organizzata dall’ufficio del Parlamento europeo a Milano e dalla Rappresentanza della Commissione europea, si è svolta al Palazzo delle Stelline e rientra nelle attività dedicate alla difesa delle democrazie, delle società aperte e dei dissidenti nei regimi illiberali. “Una cosa che vogliamo fare noi dissidenti è dissociarci dalla Russia, esattamente come gli Ucraini stanno ribadendo ogni giorno la loro indipendenza da Mosca che vorrebbe riportarla sotto il suo controllo. È una situazione complessa: il popolo belaruso è intrappolato a metà tra Europa e Russia, che storicamente è tornata a esercitare un ruolo di forza occupante a intervalli ricorrenti. Per questo esistono due Belarus: una, quella con la bandiera bianco-rosso-bianco, rappresentata da Sviatlana Tsikhanouskaya, e una filorussa illegale”. Dopo una prima parte dell’incontro dedicata principalmente all’Ucraina e al lavoro dell’Unione europea per aiutarla nella sua resistenza, nella seconda parte il focus si è spostato sul Premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero e sul ruolo dell’Ue nella promozione dei diritti umani e della democrazia. Aprendo il dibattito, moderato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, la presidente del Consiglio comunale di Milano Elena Buscemi ha detto: “Il Premio Sakharov rappresenta il massimo riconoscimento dell’Ue per gli sforzi compiuti a favore dei diritti umani. È importante perché il neoimperialismo russo gioca un ruolo preminente, su Georgia, Ucraina, ma anche l’Ungheria, e poi c’è la propaganda e la disinformazione che si registra in tutti i Paesi d’Europa. Questo ci ricorda che i diritti umani non sono semplici astrazioni giuridiche, ma uno strumento necessario per proteggere le persone dallo strapotere di autocrati e dittatori dichiarati o camuffati”. Sul palco si sono alternati gli interventi di militanti e dissidenti provenienti da diversi Paesi, tra cui Belarus, Georgia, Russia e Iran, rappresentanti delle opposizioni e dei movimenti di resistenza nei rispettivi contesti. Tra gli ospiti, al fianco di Yuliya Yukhno, c’era anche la cestista Yelena Leuchanka, arrestata durante le proteste in Belarus nel 2020, poi incarcerata e oggi in esilio in Grecia: “La mia storia non è unica: è una delle migliaia, uguali o simili, che riguardano i cittadini della Belarus.”, ha detto Leuchanka. “Ho iniziato a giocare a basket a dieci anni e a quindici ho iniziato a giocare per la mia Nazionale. A diciassette anni ero negli Stati Uniti a giocare per la Wnba e ho sempre rappresentato la mia nazione con orgoglio e rispetto”. C’è stato però un momento, racconta Leuchanka, in cui qualcosa è cambiato. “Iniziavo a capire cosa stava accadendo nel mio Paese e nel 2020, anno di elezioni, qualcosa è cambiato: la gente ha smesso di stare in silenzio, ma potete immaginare che in un Paese in cui alzare la voce può costarti la libertà non è facile decidere di protestare. Ricordo quando due poliziotti mi fermarono, mi chiesero il passaporto e di seguirli sulla volante, solo perché avevo partecipato alle proteste antigovernative. Sono stata due settimane in una cella non più larga della mia apertura di braccia, lunga pochi metri, con delle compagne di cella. Ricordo di quando ci tolsero anche i materassi dalle brandine, costringendoci a dormire sulle doghe di metallo, in una cella fredda. Molto semplicemente: non hai più diritti, all’improvviso, e non ci sono avvocati a difenderti”. Dalla Belarus alla Georgia, con l’intervento del musicista, attore e attivista italo-georgiano Luca Chikovani, che ha parlato della repressione costante del governo di Sogno georgiano ai danni dei cittadini: “Pochi conoscono la Georgia, un Paese che ha sofferto molto la vicinanza con la Russia e la forma di bullismo che applica agli Stati vicini. Nel 2008 sono stato a Gori, città natale di Stalin, ero in vacanza con mia nonna, ricordo che ci chiamarono la notte e ci avvertirono di un possibile pericolo. Era l’inizio dell’invasione russa”. Oggi, a diciott’anni di distanza, il partito Sogno georgiano sta approvando leggi estremiste e filorusse, soprattutto stanno allontanando la Georgia dall’Europa: “I giovani georgiani chiedono l’Europa, vogliono lottare contro questo governo filorusso. E per loro c’è in particolare un sogno e un desiderio di Italia: questo Paese è il loro sogno americano”. La rappresentante dei “russi liberi” Maria Mikaelyan ha spiegato perché la Federazione Russa è una dittatura di stampo hitleriano: “Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto testimonianza di un obiettivo molto chiaro della Federazione, cioè lo sterminio delle persone che si identificano come parte del popolo ucraino. Ed è quello che l’Europa e il mondo hanno visto sorgere e svilupparsi prima e durante il Terzo Reich”. Ha poi aggiunto un aneddoto: “All’inizio di questo mese di marzo l’Ucraina ha riconosciuto una coppia gay come un nucleo familiare, una decisione storica per un Paese del territorio ex sovietico; il generale dell’esercito russo Roman Demurchiev ha inviato alla moglie le foto di un soldato ucraino mutilato durante torture, arrivando persino a prometterle una ghirlanda realizzata con le orecchie dei soldati torturati. Questa è la quotidianità del Paese da cui provengo io. Per questo non possiamo distogliere l’attenzione dall’Ucraina”. Il Premio Sakharov 2025 è stato assegnato ad Andrzej Poczobut dalla Belarus e a Mzia Amaglobeli dalla Georgia, che hanno pagato un prezzo elevato per aver osato affermare la verità dinanzi al potere, diventando un simbolo della lotta per la libertà e la democrazia, nonostante la repressione e la detenzione. Andrzej Poczobut è un giornalista, saggista, blogger e attivista della minoranza polacca in Belarus. Noto per la sua opposizione al regime di Aleksandar Lukashenko, è diventato una figura simbolica nella lotta per la libertà e la democrazia in Belarus. Detenuto dal 2021 e condannato a otto anni di reclusione in una colonia penitenziaria, è stato sottoposto a isolamento e gli sono state negate cure mediche adeguate, anche quando le sue condizioni di salute si sono aggravate, mentre alla sua famiglia è stato negato il diritto di rendergli visita. Nonostante il deterioramento della sua salute, egli continua a difendere con fermezza la libertà e la democrazia. Mzia Amaglobeli, giornalista georgiana e direttrice degli organi di informazione online Batumelebi e Netgazeti, è la prima donna prigioniera politica in Georgia dalla sua indipendenza e un’attivista per la libertà di espressione. È stata arrestata nel 2025 dopo aver partecipato a una protesta antigovernativa ed è stata incarcerata per due anni sulla base di accuse di matrice politica. È diventata un simbolo di spicco del movimento di protesta filodemocratico georgiano che si oppone al regime del partito Sogno georgiano dopo le contestate elezioni dell’ottobre 2024. Il 19 giugno 2025 il Parlamento europeo ne ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato e ha condannato le autorità del partito Sogno georgiano per il loro continuo attacco alla democrazia, alla libertà dei media, alla società civile e all’indipendenza della magistratura. Nel 2023 il Premio Sakharov è stato assegnato a Jina Mahsa Amini e al movimento “Donna, vita, libertà” in Iran. La tragica storia della ragazza curda iraniana di ventidue anni evoca con forza la lotta per i diritti umani e la libertà delle donne in corso in Iran. Il 13 settembre 2022 Amini era stata arrestata dalla polizia iraniana a Teheran con l’accusa di aver violato le rigide norme sull’uso del velo. Tre giorni dopo è deceduta durante la detenzione. La morte di Amini ha innescato un focolaio di proteste in tutto l’Iran, guidate soprattutto da donne, al potente grido di “Donna, vita, libertà”. Per questo ultimo panel della giornata sono intervenute le attiviste iraniane Pegah Moshir Pour e Rayhane Tabrizi. “Sono giorni molto difficili per gli iraniani, dentro e fuori dal Paese”, ha detto Rayhane Tabrizi. “Per la terza volta in cinquant’anni gli iraniani stanno vivendo un’altra guerra, e nessun Paese vuole vivere sotto le bombe. Il popolo in questo momento sa che da un lato la guerra gli toglie forza e impeto, perché non ci sono risorse né energie, ma dall’altro c’è anche la consapevolezza che quest’attenzione può rafforzare i diritti e le richieste civili e sociali. In questi anni gli iraniani hanno dimostrato in tutti i modi di saper protestare. Ma di fronte a un regime fortemente armato serve una forza di pari livello. E mi piange il cuore pensare che l’unica potenza in grado di intervenire siano gli Stati Uniti, oggi guidati da Donald Trump, una figura decisamente poco affidabile. In questo momento la repubblica islamica è un pericolo per tutto il mondo e i suoi diplomatici in tutta Europa e nel resto del mondo sono come spie e avamposti al loro servizio, per questo auspichiamo che molti Stati decidano di chiudere i rapporti con queste ambasciate”. Le manifestazioni del movimento dei dissidenti iraniani, in particolare delle donne, sfidano l’oppressiva legge sull’hijab e chiedono il riconoscimento dei diritti civili, ponendo fine all’oppressione, alla discriminazione, alla tirannia e alla dittatura messe in atto dal regime. “Oggi parliamo di dialoghi tra Stati Uniti e Iran, ma sappiamo che questi negoziati non sentono la voce della popolazione iraniana, che da anni chiede la caduta del regime”, ha detto Pegah Moshir Pour. “La popolazione iraniana è lasciata da sola, non ci sono bunker, non ci sono luoghi dove rifugiarsi. Il governo di Teheran non li aiuta, anzi, li impicca, continua a uccidere i suoi cittadini”. I saluti finali sono stati affidati a Claudia Colla, Direttrice della Rappresentanza della Commissione europea a Milano, e Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano. “C’è una responsabilità nostra, come Unione europea e come cittadini europei, di fronte a casi come quelli della Georgia, dell’Ucraina, della Belarus, dell’Iran, perché l’Europa e l’Ue sono nate come un progetto di pace, troppo spesso ce lo dimentichiamo”, ha detto Colla. “Questa giornata è stata soprattutto un modo per mettere in contatto le persone, farle parlare tra loro, metterle insieme - ha detto in conclusione Molinari - e se le forze che ci dividono prevalgono su quelle che ci uniscono, perdiamo parte dei valori che l’Unione europea può esprimere”. Israele. Avanza il controverso disegno di legge sulla pena di morte di Beatrice Guarrera L’Osservatore Romano, 27 marzo 2026 Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla guerra in corso in Iran e in Libano, in Israele martedì sera la Commissione per la Sicurezza nazionale della Knesset ha votato a favore del controverso disegno di legge della coalizione di governo che prevede la pena di morte per i prigionieri palestinesi condannati per terrorismo. La votazione si è svolta dopo una lunga sessione parlamentare a cui ha partecipato anche il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il cui collega del partito di estrema destra Otzma Yehudit, il deputato Limor Son Har-Melech, ha promosso la legge. Secondo un comunicato dello stesso partito, il disegno di legge dovrebbe passare la prossima settimana alla seconda e terza lettura alla Knesset, necessarie all’approvazione definitiva. Secondo il disegno di legge, i condannati a morte dovrebbero essere detenuti in una struttura separata, senza visite da parte di personale autorizzato, mentre le consultazioni legali sarebbero previste esclusivamente tramite collegamento video. Entro 90 giorni dalla sentenza dovrebbero poi svolgersi le esecuzioni, che secondo alcuni analisti risulterebbe in grave violazione delle limitazioni e delle garanzie previste dal diritto internazionale. In Israele la pena di morte è stata applicata solo due volte nei confronti di detenuti condannati, l’ultima nel 1962 per il noto criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. In una nota diffusa martedì 24 marzo, il servizio diplomatico dell’Unione europea ha condannato il disegno di legge, affermando: “La pena di morte è una violazione del diritto alla vita e non può essere eseguita senza violare il diritto assoluto di essere liberi dalla tortura e da altri maltrattamenti”. Il provvedimento rappresenterebbe, inoltre, un passo indietro rispetto agli impegni assunti da Israele dal 2007 circa le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedono una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. A febbraio anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno esortato Israele a ritirare il disegno di legge, affermando che “discriminerebbe i palestinesi nei territori palestinesi occupati”. Le organizzazioni a supporto dei prigionieri hanno lanciato un urgente appello per fermare la legge sulla pena capitale dei prigionieri “prima che sia troppo tardi”. Delle preoccupanti condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri si è parlato in questi giorni anche alle Nazioni Unite, in seguito alla presentazione di un rapporto che parla di un uso sistematico di torture. Le stesse presunte violazioni dei diritti umani sono state documentate a più riprese da ong come l’israeliana B’Tselem che ha rilasciato a gennaio un durissimo rapporto, ricco di testimonianze circa le condizioni carcerarie in cui versano i prigionieri palestinesi, da nord a sud. Secondo l’ong, negli ultimi due anni, 84 palestinesi identificati, tra cui un minore, sono morti a causa delle condizioni carcerarie, indicando inoltre che “circa 9.446 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, di cui 4.691 di loro sono in detenzione amministrativa, imprigionati senza accusa, processo o possibilità di difendersi”.