Ora servirebbe un sottosegretario alla Giustizia che tocchi con mano la realtà del carcere di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2026 Il Governo ha inserito nell’ultimo decreto legge la figura dell’agente sotto copertura, che può fingersi detenuto per scoprire chissà quali delitti. Avremmo bisogno piuttosto di un sottosegretario sotto copertura. E adesso si nomini un sottosegretario alla Giustizia che faccia finalmente respirare le carceri! Come si ricorderà, il dimissionario Andrea Delmastro si vantava di non lasciar respirare i detenuti, in uno sfoggio della peggiore cultura della pena come annientamento della dignità della persona. Dall’insediamento dell’attuale governo, il sistema penale è diventato sempre più lo strumento della restrizione degli spazi di libertà, della criminalizzazione del dissenso, della persecuzione delle povertà. E il sistema penitenziario è diventato il luogo della neutralizzazione. Un contenitore di corpi chiuso su se stesso, dove lo sguardo della società esterna fa sempre più fatica a penetrare, dove non si costruiscono percorsi di reintegrazione sociale bensì si persegue l’asfissia dell’individuo. Basti pensare alla cima dell’iceberg: in nome di una insensata sicurezza (i fratelli Taviani si erano forse sentiti insicuri?), è stata cancellata l’esperienza che valse all’Italia un Orso d’Oro al Festival di Berlino con il film Cesare deve morire, che raccontava della compagnia teatrale di Rebibbia guidata dal regista Fabio Cavalli, dalla quale uscirono attori di fama nazionale come ad esempio Salvatore Striano. La cima dell’iceberg, che tutti vediamo. Ma sotto c’è un’intera montagna invisibile di sofferenza. È composta da un’insensata crescita di reati e pene anche per affrontare fatti sociali, dalla penalizzazione di chi pacificamente disobbedisce a un ordine di un agente penitenziario (il nuovo reato di rivolta penitenziaria, che si configura anche in caso di resistenza passiva), da detenuti ammassati in celle chiuse dalla mattina alla sera ai quali spesso non viene garantita neanche l’ora d’aria prevista dalla legge, dalla rottura di quel legame storico che c’era nelle carceri con il volontariato laico e religioso, dalla delega in bianco ai sindacati autonomi di polizia penitenziaria. Adesso si nomini un sottosegretario che vada in galera a incontrare i detenuti per capire come vivono, che tocchi con mano cosa significa abitare in quattro persone in dieci fetidi metri quadri, che si immedesimi in un ragazzino di sedici anni immerso quotidianamente nel terrore delle violenze. Il governo ha inserito nell’ultimo decreto legge la figura dell’agente sotto copertura, che può fingersi detenuto per scoprire chissà quali delitti. Avremmo bisogno piuttosto di un sottosegretario sotto copertura, che trascorra qualche giorno a Sollicciano a Firenze, a Poggioreale a Napoli, alla Dozza di Bologna, a San Vittore a Milano, a Regina Coeli a Roma (consiglierei il settimo reparto). E solo dopo si insedi a via Arenula. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Il piano di Delmastro per la gestione delle notizie dal 41-bis al Dap: le dimissioni non bloccano la “rivoluzione” di Ferruccio Sansa e Giuseppe Pipitone Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2026 Il sottosegretario e la nuova Direzione generale ad hoc affidata a un fedelissimo. Andrea Delmastro non c’è più. Ma al Dipartimento amministrazione penitenziaria resta ampia traccia di tre anni del suo lavoro. Soprattutto sul fronte del 41bis, cioè il carcere duro per mafiosi e terroristi. In questo senso, la svolta targata Delmastro è contenuta in un ordine di servizio passato inosservato. Quello 248 del 7 novembre 2025, firmato dal capo del Dap Stefano De Michele, ma che secondo quanto risulta al Fatto era stato fortemente voluto dall’ormai ex sottosegretario con delega all’amministrazione penitenziaria. Il documento richiama “la nota della Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia”. Cioè Giusi Bartolozzi. Proprio lei che, come mostrano le foto pubblicate dal Fatto, era a cena con Delmastro alla Bisteccheria di cui l’allora sottosegretario era socio con Miriam Caroccia, figlia di Mauro, prestanome dei Senese. L’Ordine di Servizio 248, visionato da questo giornale, ha come oggetto la “priorità di dover procedere a concretizzare l’assetto organizzativo e funzionale della nuova Direzione Generale delle specialità del Corpo di Polizia Penitenziaria”. Da tempo in ambito carcerario si discute della creazione di un nuovo organo al quale dovranno riferire i vari rami della Polizia Penitenziaria come il Gom (Gruppo Operativo Mobile) e il Nic (Nucleo Investigativo Centrale). Nomi che, ai profani, dicono poco. Ma che hanno fondamentale importanza: per esempio il Gom amministra in via esclusiva i detenuti in regime di 41 bis. Vuol dire che sono gli uomini di questo nucleo che gestiscono la corrispondenza dei boss mafiosi, ne trascrivono i colloqui e ne annotano le esternazioni durante le ore di socialità. Gli addetti ai lavori sanno bene che si tratta di un patrimonio informativo delicatissimo. Finora la gestione delle informazioni provenienti dal 41 bis è quasi sempre stata della Direzione generale Detenuti e Trattamento, guidata da un magistrato (al momento è Ernesto Napolillo). A livello superiore, ovviamente, è direttamente il vertice dell’amministrazione a gestire questo materiale. L’ordine di servizio 248, però, interviene su questa materia: visto che tutti i nuclei della Polizia Penitenziaria dovranno fare capo alla nuova direzione, vuol dire che anche le informazioni raccolte dal Gom dovranno finire al nuovo ufficio. Che non sarà guidato da un magistrato, ma da un dirigente della Penitenziaria. È questo particolare che ha sollevato qualche perplessità in ambiente Dap. Ma da chi sarà guidato il nuovo organo? “Augusto Zaccariello, dirigente superiore del Corpo di Polizia Penitenziaria, è meritevole dell’in - carico per qualifica, curriculum e risultati conseguiti nella lunga carriera”, è scritto dell’ordine di servizio. Figura stimata all’interno delle carceri, già al vertice del Gom, con Delmastro ha ottenuto due promozioni per meriti straordinari ed è diventato dirigente generale. Nulla da dire dunque sulle sue qualità professionali. Zaccariello, però, è considerato vicino a Delmastro: c’era anche lui alla cena alla bisteccheria. Il Fatto gli ha chiesto un commento, ma senza successo. Ora che il sottosegretario ha lasciato, toccherà a lui gestire il nuovo corso penitenziario e i segreti del 41bis. Nordio non molla: “C’è fiducia in me. Farò 10.000 nuovi posti in carcere” di Patrizia Floder Reitter La Verità, 26 marzo 2026 Il Guardasigilli si difende alla Camera: “Non è previsto che un ministro si dimetta in seguito all’esito negativo di un referendum”. Il grazie alla Bartolozzi: “Ha lavorato con dignità e onore”. Poi elenca il piano per più celle. Inutilmente Federico Gianassi, capogruppo dem in commissione giustizia della Camera, aveva cercato lo scontro durante il question time di ieri mattina. “Se ne vada anche lei signor ministro, è stato sfiduciato da 15 milioni di italiani, per i quali lei oggi è la rappresentazione allegorica della sconfitta […] rimanere attaccato a quella poltrona è accanimento terapeutico […] consenta alla giustizia italiana di ripartire”. Carlo Nordio non si è scomposto: “Non è previsto in alcun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum, tanto più che la fiducia gli è già stata confermata dal governo e in prima persona dalla presidente del Consiglio”. Quando ai chiarimenti che sono stati chiesti ad Andrea Delmastro, il ministro ha precisato che il sottosegretario della Giustizia ha rassegnato le dimissioni e che “si è dichiarato disposto a darli nelle sedi opportune”. Insoddisfatta della risposta, la deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ha replicato al ministro che “si deve assumere una responsabilità politica enorme rispetto a questo referendum”, in quanto la riforma era “sbagliata nel metodo, nella forma e soprattutto nella sostanza”. E visto che Nordio aveva citato Winston Churchill, il ministro dovrebbe seguire il suggerimento dello statista inglese “Non arrendersi mai se non davanti all’onore e al buon senso” e “fare un passo indietro”. Decisione che il Guardasigilli non intende prendere, non c’è ragione di farlo e gode sempre della fiducia dell’esecutivo come ha dovuto ripetere rispondendo ad ogni interrogazione. Tant’è che a Carmela Auriemma, del M5s, che gli poneva lo stesso quesito, alla fine è sbottato: “Ammetto che le mie risposte possono essere ripetitive, ma sono ripetitive anche le domande che mi vengono fatte”. Per poi chiarire un tasto dolente: “Vorrei soltanto aggiungere che nonostante io abbia smentito almeno una cinquantina di volte quella frase sulla paramafiosità del Csm, che non era affatto mia ma di un magistrato del Consiglio superiore della magistratura di cui ho citato parola per parola la dichiarazione, quella è stata attribuita a me e costituisce un rammarico”, ha tenuto a precisare Nordio. Le interrogazioni a risposta immediata vertevano sugli stessi temi: dimissioni “tardive” di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, pressing sul ministro della Giustizia che pure dovrebbe lasciare. A Maria Elena Boschi di Italia viva che gli chiedeva “perché le dimissioni sono arrivate proprio adesso, all’indomani della sconfitta referendaria? Quali sono le vere motivazioni e soprattutto che cosa intende fare per dare una vera discontinuità al suo ministero?”, Nordio si è preoccupato di difendere il lavoro del suo ex capo di gabinetto. “Bartolozzi si è dimessa e ha sempre svolto le sue funzioni con dignità e onore. Il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità e confido che cessino definitivamente le strumentali polemiche che hanno investito la sua persona e tutto il ministero. Naturalmente provvederemo quanto prima alla sua sostituzione, sempre tenendo conto che il nostro obiettivo fondamentale è quello dell’efficienza del nostro ministero e dell’attuazione del programma governativo”. Al guardasigilli è poi toccato rispondere a Nicola Fratoianni, leader di Alleanza verdi e sinistra, che gli ha dato del “disco rotto”, incalzando il ministro a fornire “il suo giudizio politico sulle dimissioni “spontanee” di Bartolozzi e Delmastro”. Nordio ha spiegato che “è proprio perché quelle dimissioni sono state spontanee e in un certo senso inattese, che io la mattina stessa ho detto che non si sarebbe cambiato nulla della compagine ministeriale. La decisione del pomeriggio è per questo motivo insindacabile, e non posso che riaffermare la mia gratitudine per la sensibilità istituzionale con la quale sono state date le dimissioni”. Ancora una volta ha dovuto ribadire che gli è stata confermata la fiducia “nonostante io mi sia assunto personalmente la responsabilità politica del fallimento di questo referendum”. Quindi “non c’è nessuna ragione per la quale il ministro della Giustizia abbandoni il suo posto”. La risposta ha fatto avvelenare Alfonso Colucci: “Sentite il terreno franarvi sotto i piedi”, ha urlato il deputato pentastellato, dopo la riforma “bocciata dai cittadini che hanno detto No a Meloni e a Nordio ha chiesto che impegni assumerà l’esecutivo su carceri e custodia cautelare. Numeri alla mano, il ministro della Giustizia ha ricordato il piano approvato con “un investimento complessivo di circa 900 milioni di euro. L’obiettivo è ambizioso ma concreto, cioè restituire dignità alla detenzione e garantire maggiore sicurezza agli operatori”. Verranno così creati “oltre 10.000 nuovi posti detentivi entro la fine del 2027”. Quanto alla tempistica, per il 2025 oltre 580 posti, previsione di 4.220 per il 2026 e per il 2027 il recupero di ulteriori 5.866. Nordio sottolinea che il piano si articola “su due binari paralleli, il recupero dell’esistente e la costruzione di nuovi spazi”, con interventi distribuiti tra dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, giustizia minorile, ministero delle Infrastrutture e commissario straordinario. Ma nemmeno questo sforzo del governo ha soddisfatto l’opposizione. Per Magi, “bisogna fare entrare meno persone in carcere”. Meloni manda in archivio il garantismo: ritorno alle origini per uscire dall’angolo di Paolo Delgado Il Dubbio, 26 marzo 2026 Giorgia Meloni prova a rientrare nei suoi panni e nei suoi stivali. È reduce da una disastrosa campagna combattuta sotto una bandiera lontanissima dalle sue vere convinzioni: tanto distante da costringerla a capovolgerne il senso, provando a fare di una bandiera garantista il suo esatto opposto. L’esito è stato disastroso e non poteva essere diversamente. La forza della premier sta nel fatto che crede in quello che dice, giusto o sbagliato che sia. Nella campagna referendaria è apparsa finta, posticcia, meno efficace della rivale Elly Schlein nel quasi confronto diretto alla vigilia del voto. Ora Meloni tenta di tornare alla immagine determinata, decisionista e drastica, sulla quale aveva basato le sue fortune elettorali. Il repulisti che ha ordinato dopo la batosta ha questo evidente significato. Il problema è che intorno a lei tutto è cambiato. Il referendum non è un incidente di percorso: è un terremoto che costringe a ridisegnare per intero le mappe della politica. Sino a una settimana fa la premier sapeva di poter imporre la sua legge elettorale e contava per questo sul tacito assenso della rivale Elly Schlein. Quella forza non ce l’ha più e la legge elettorale è diventata una chimera difficilmente raggiungibile. Senza contare il particolare per cui, in questo momento, il premio di maggioranza non è affatto una garanzia per la destra: potrebbe al contrario rivelarsi un disastro in termini di seggi parlamentari. Ma c’è molto di più. La premier per quattro anni o quasi si è rivolta agli italiani con la spavalda sicumera di chi ogni settimana vede i sondaggi registrare la propria popolarità intonsa. Giorgia era Giorgia perché era forte, e la sua forza era ben chiara non solo alla sua maggioranza, ma anche ai rivali. Quella forza Giorgia Meloni non ce l’ha più. Non ce l’ha con gli alleati e non ce l’ha con un’opposizione che sente di avere ora il vento in poppa. In questo frangente difficilissimo, il caso Daniela Santanchè assume dimensioni sproporzionate. Sarebbe stato difficile per la premier restaurare l’immagine volitiva e dominante sulla quale ha sin qui contato se non fosse riuscita neppure a far dimettere la più discussa tra i suoi ministri. È vero che il Pd, nella sua bulimia da mozioni di sfiducia, le ha dato una mano. Alla maggioranza, sarebbe bastato disertare l’aula qualora fosse arrivata al voto la mozione e la sorte di Santanchè sarebbe stata segnata senza che i suoi compagni di coalizione si sporcassero direttamente le mani. Ma chissà quanto sarebbe stata funzionale all’immagine di Giorgia Meloni una risoluzione del caso Santanchè dovuta solo all’opposizione. Poteva darsi il caso che, al contrario di quanto auspicato, quell’immagine ne uscisse ulteriormente ammaccata. Non è una debolezza che si rivela solo nel braccio di ferro con l’ormai ex ministra del Turismo. Che le piaccia o no, la parte di chi è sostenuto dalla maggioranza della popolazione Giorgia Meloni non può più farla. Per questo è condannata ad affrontare un dilemma tra i più sgradevoli in politica. Può provare a restare al suo posto. far finta di niente, rientrare appunto nei suoi panni. Solo che quei panni ormai sono troppo larghi per le sue dimensioni politiche. Per tornare a quella che era appena una settimana fa, Giorgia Meloni deve in qualche modo dimostrare la sua forza e i sondaggi non basteranno. Quella forza può restituirla solo chi l’ha tolta: il popolo votante. Certo, nessuno proverà a sloggiarla anzitempo, anche perché a nessuno converrebbe. Il capo dello Stato non ha alcun desiderio di affrontare la fase molto difficile che il Paese potrebbe dover affrontare in situazione di instabilità. L’opposizione, e in particolare il Pd, ha bisogno di tempo per organizzarsi e risolvere i propri nodi ancora aggrovigliati, primo fra tutti quello della candidatura alla premiership. Nessuno impedirà alla premier di restare al governo. Senza però poter governare. La sola alternativa, in tutta evidenza, è tentare la carta molto azzardata delle elezioni anticipate in autunno, varando prima una legge elettorale se più possibile concordata con l’opposizione, ma se del caso anche imposta a maggioranza come ultimo atto di questo governo. I rischi sono visibili: non è detto che gli alleati sarebbero pronti a seguirla, il Presidente della Repubblica probabilmente si metterebbe di mezzo, non è affatto esclusa l’ipotesi di un governo tecnico o di unità nazionale o del Presidente o comunque lo si voglia chiamare. Non è però detto che questa, oggi, sia l’opzione peggiore per Giorgia Meloni. Nordio: “Io resto”. Mantovano voleva il “cambio” di Errico Novi Il Dubbio, 26 marzo 2026 Tesissimo question time alla Camera, col guardasigilli che spiega: “Ho la fiducia di Meloni”. Il sottosegretario alla Presidenza aveva ipotizzato soluzioni diverse. Il viceministro Sisto in prima linea nelle “trattative” con l’Anm. Carlo Nordio è stanco. Ma si offre senza esitazioni al suo particolarissimo “plotone di esecuzione”, per usare la metafora che non ha portato bene al referendum. Si presenta alla Camera per un question time terribile, voluto dai deputati d’opposizione per invocare le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, ma finito inevitabilmente con il rilancio di Pd, 5 Stelle e Avs: “Anche lei, Nordio, deve fare un passo indietro”. Il guardasigilli risponde con la voce di chi avverte davvero il peso di quello che lui stesso definisce un “fallimento”, ma obietta: “Non vedo perché dovrei dimettermi: non è previsto che il ministro della Giustizia lasci per un referendum. Il governo e la presidente del Consiglio mi hanno confermato la fiducia”. La questione, almeno per ora, è chiusa. Nordio difende e ringrazia Bartolozzi: “Ha svolto le sue funzioni, prima da vice e poi da capo di Gabinetto, con dignità e onore, secondo il mio giudizio”. Ma le controrepliche dei gruppi d’opposizione sono spietate: a chiedere che il ministro lasci sono Debora Serracchiani del Pd - dopo l’intervento iniziale di Federico Gianassi - Nicola Fratoianni per Avs, Riccardo Magi per +Europa e Vittorio Colucci dei 5 Stelle, dopo che la vicecapogruppo pentastellata Carmela Auriemma aveva aperto il fuoco. Solo Maria Elena Boschi di Italia Viva ha un cenno di “comprensione” per “l’imbarazzo” di Nordio, parole a cui non fa seguito la richiesta di sloggiare da via Arenula: la presidente dei deputati renziani invoca piuttosto che sia “la premier” a metterci la faccia. Un brutto pomeriggio, per l’autore della riforma cestinata dagli elettori. Pessimo. Doloroso, per chi, come il guardasigilli, ventiquattr’ore prima ha tentato in tutti i modi di scongiurare l’addio della figura di sua più stretta fiducia. Nordio ha certo il sostegno di Giorgia Meloni, che non è stato scalfito dalla débacle nelle urne. Più favorevole a un avvicendamento è stato, nell’immediato post voto, il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano. Ha deciso la premier. D’altra parte, il guardasigilli sembra sfibrato anche da una circostanza sostanziale: ha il mandato di Palazzo Chigi a conservare l’incarico, ma non a completare il programma garantista. Tutt’altro. Dal punto di vista dell’azione di governo, via Arenula d’ora in poi dovrà limitarsi agli “affari correnti”: tenere in linea di galleggiamento l’improbabile piano carceri, difeso anche oggi pomeriggio dal ministro nella replica a Magi (“900 milioni per 10mila nuovi posti”, obiettivo che pare irrealizzabile entro la legislatura). Gran parte del dossier “macchina giudiziaria” è già avviato e non ha bisogno di impulsi: dai concorsi in magistratura alla stabilizzazione dei precari assunti per il Pnrr. Sul piano politico, invece, di lavoro c’è da farne. Ne ha parlato lunedì e ancora ieri il viceministro Francesco Paolo Sisto: “Va riaperto il dialogo con la magistratura e l’avvocatura”. Il numero due di via Arenula ricorda il confronto già ripreso con il presidente del Cnf Francesco Greco. Persino la leader del principale partito d’opposizione, Elly Schlein, evoca una prospettiva dialogante: “Aspettiamo proposte sia dai magistrati che dagli avvocati”. Ma qual è il respiro politico sulla giustizia, per il governo? Minimo. Prossimo allo zero. Si riduce all’ascolto delle eventuali proposte di autoriforma che l’Anm, incoronata “primo partito” dal referendum, vorrà concedere. Sulla legge elettorale per il nuovo Csm, che andrà formato da qui a meno di un anno, e su un più decifrabile sistema per le nomine di procuratori e presidenti di Tribunale. Sarà forse più l’avvocatura a poter mettere sul tavolo soluzioni alternative o comunque complementari a quelle dell’Associazione magistrati. Ma il governo no. Deve rassegnarsi. Deve trattare come un Paese che ha perso la guerra. Ascoltare le condizioni dei vincitori e provare a limitare i danni. Non di più. Senza sognarsi neppure di completare il programma di riforme garantiste targato Carlo Nordio. In un quadro del genere, la traversata per il guardasigilli sarà dura. Lui stesso ha dichiarato, nell’intervista del “day after” al Corriere della Sera, di non aver intenzione di restare a far politica: “Tornerò ai miei libri, finita la legislatura”. Sarà Sisto ad accompagnarlo nella transizione, nel condurre la partita fra politica e toghe per un altro anno. Resta oneroso ma un po’ meno pesante, per il viceministro, gestire la “tregua”, con una priorità: evitare che dopo la “guerra” sulla separazione delle carriere ci siano gli strascichi (in questo caso giudiziari) tipici della fine di un conflitto. Sisto è il responsabile Giustizia del partito, Forza Italia, che in un eventuale futuro governo di centrodestra (oggi non proprio quotatissimo) chiederebbe di riaprire il dossier riforme. Nello stesso tempo, il motore dell’attività legislativa dev’essere riacceso subito. Ieri i tre capidelegazione del centrosinistra, il citato Gianassi del Pd, Valentina D’Orso del M5S e Devis Dori di Avs, hanno chiesto per iscritto al presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Ciro Maschio (FdI) di sospendere le attività dell’organismo visto che, spiegano, “in questo momento l’Esecutivo”, cioè via Arenula, “non è neppure in grado di esprimere i pareri. Noi abbiamo avanzato disponibilità a discutere innanzitutto sulla riforma dell’ordinamento forense. Ma con un governo così, non si va avanti”. Serve un chiarimento anche sul nuovo capo di Gabinetto, incarico affidato per ora all’ex vice di Bartolozzi Vittorio Corasaniti, e sulle deleghe dei sottosegretari. Dimessosi Delmastro, oltre al viceministro Sisto resta in carica il sottosegretario leghista Andrea Ostellari. Il quale condivideva con il collega di Fratelli d’Italia le competenze sulla materia penitenziaria. Avrebbe senso che ora i dossier venissero unificati e che lo stesso Dap fosse affidato a Ostellari, a questo punto. Uno dei tanti nodi da sciogliere in tempi brevi, se il centrodestra non vuol definitivamente perdere il bandolo della matassa giustizia. Via Arenula nel caos, cercasi sottosegretario disperatamente di Mario Di Vito Il Manifesto, 26 marzo 2026 FdI vuole un sostituto per Delmastro. In pole Kelany e Bignami. Ma c’è chi parla anche della giudice Imparato. Se fosse dipeso da lui, con ogni probabilità, Carlo Nordio si sarebbe già dimesso. E invece palazzo Chigi ha individuato proprio nella sua persona la linea del Piave da difendere ad ogni costo dopo il pesante rovescio referendario. E quindi il ministro non può che opporre buon viso a cattivo gioco in questa delicata fase della legislatura. Con l’allure malinconica di chi sa di essere in cammino sul miglio verde: vada come vada per il 2027 la sua avventura in via Arenula sarà finita e lui, a quel punto ottantenne, ha già detto al Corriere che è sua precisa intenzione tornare a dedicarsi allo studio. Intanto, però, il ministero va mandato avanti e le deleghe del dimissionario Delmastro sono state attribuite a lui in attesa di capire cosa fare. Fratelli d’Italia vorrebbe la nomina di un nuovo sottosegretario (ricorrono i nomi di Sara Kelany e Galeazzo Bignami), ma ogni decisione in questo senso spetterà a Giorgia Meloni. Ci sarebbe anche un’ipotesi, per così dire, tecnica: la magistrata Annalisa Imparato, sostituta alla procura di Santa Maria Capua Vetere, protagonista di violentissime polemiche durante la campagna referendaria (era schierata nettamente sul Sì). Fantasie, forse, anche perché ormai l’hanno capito pure i muri che il tema della riforma è merce scaduta da non tirare mai più fuori per nessun motivo. Molto - quasi tutto - dipenderà da che tipo di partita vorrà giocare la premier da qui in avanti: in attacco ancora e ancora, o più prudentemente in difesa. In ogni caso, mentre tutto crolla e la confusione regna sovrana, al ministero della giustizia emerge con una certa forza la posizione del sottosegretario forzista Francesco Paolo Sisto. A lui è affidato il compito di tenere il più possibile la barra dritta nella tempesta, mentre sale la considerazione nei confronti anche dell’altro sottosegretario rimasto, il leghista Andrea Ostellari, fino a due giorni fa quasi completamente oscurato dallo stellone di Delmastro, fedelissimo di Meloni, ancora peraltro pezzo grosso delle alte sfere di Fratelli d’Italia. Anche lui, infatti, sarebbe coinvolto nella scelta del suo successore. C’è poi un’altra questione: a chi andrà il posto di capo di gabinetto che fu di Giusi Bartolozzi? Per ora le funzioni sono state affidate al vicario Vittorio Corasinti, coadiuvato dall’altra vice, Chiara Fasano. Appare assai probabile, comunque, che alla fine il testimone passerà ad Antonio Mura, magistrato di grande esperienza (classe 1954, è stato procuratore generale della corte d’appello di Roma e prima di Venezia), al ministero del 2022 come capo dell’ufficio legislativo. Sarebbe “un normalizzatore”, stando agli spifferi che arrivano dal palazzo. Al netto delle contingenze e delle circostanze, al ministero sanno tutti che i prossimi mesi saranno un banco di prova anche sul piano dei rapporti con l’Associazione nazionale magistrati. I rapporti con il sindacato delle toghe sotto la gestione Bartolozzi sono stati a dir poco terrificanti e ora la sensazione diffusa è che si debba cambiare registro. Molto dipenderà anche da cosa farà l’Anm: sabato il presidente Cesare Parodi formalizzerà le sue dimissioni per gravi motivi familiari e allora si tratterà di scegliere chi prenderà il suo posto. Due le ipotesi che vanno per la maggiore: Gerardo Giuliano o Giuseppe Tango, giovani esponenti di Magistratura indipendente, la corrente di destra. C’è però un’altra possibilità: l’ascesa dell’attuale segretario Rocco Maruotti, esponente di Area democratica per la giustizia, gruppo di centrosinistra. La giunta è unitaria, quindi tutte le componenti dovranno riunirsi e mettersi d’accordo. Nonostante l’euforia per la vittoria al referendum, la partita non è scontata né facile. Nuova batosta per Nordio: l’abuso di ufficio cancellato dal ministro è reato grave per Bruxelles di Matteo Pucciarelli La Repubblica, 26 marzo 2026 Domani il voto finale in plenaria del documento del Parlamento europeo sulla lotta contro la corruzione. Ora l’Italia ha due anni di tempo per mettersi in regola, in gergo per “recepire la direttiva”, altrimenti rischia una procedura d’infrazione. Sarà la terza batosta di fila in arrivo per Carlo Nordio nel giro di pochi giorni, dopo l’esito del referendum e le dimissioni “spontanee” della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Appuntamento domani, quando alle 11 è previsto il voto finale in plenaria a Bruxelles - con il sigillo della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola in conferenza stampa prevista alle 12 - del testo intitolato “Direttiva del Parlamento europeo del Consiglio sulla lotta contro la corruzione”. Nel documento normativo l’abuso di ufficio viene considerato un reato grave, e tutti gli Stati membri saranno tenuti a prevederlo. Reato - ecco il punto - che era stato cancellato proprio dal ddl Nordio un anno e mezzo fa. Ora l’Italia ha due anni di tempo per mettersi in regola, in gergo per “recepire la direttiva”, altrimenti rischia una procedura d’infrazione. In Commissione Libe (per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni) avevano votato a favore della norma Renew, socialisti, popolari, i rossoverdi di The Left e i Greens, e con i deputati Fratelli d’Italia in Ecr che imbarazzati si erano astenuti. Nel testo in votazione, c’è l’articolo 13 ter, dal titolo “Condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche”. Recita così: “Gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché sia punibile come reato la violazione colpevole, da parte di un funzionario pubblico, delle sue funzioni ufficiali, non svolgendo tali funzioni o svolgendole in modo non corretto, e causando danni sostanziali o ledendo i diritti o gli interessi legittimi di una persona fisica o giuridica”. Insomma, l’abuso di ufficio. Il 2 dicembre scorso era finito il “trilogo” tra Commissione, Consiglio e Parlamento sulla direttiva anticorruzione. Era andato per le lunghe proprio per il braccio di ferro sul tema dell’articolo 11 della direttiva che in un primo momento prevedeva l’inserimento obbligatorio del reato di abuso d’ufficio nella versione più possibile ampia da applicare. Ipotesi alla quale si sono opposti in Consiglio i governi di Italia e Germania. Nella riscrittura del testo però, a parte qualche limatura, l’abuso di ufficio è rimasto chiaro e tondo. L’eurodeputato del M5S Giuseppe Antoci è stato - unico italiano - relatore per il Parlamento nel trilogo con la collega Raquel García Hermida-van der Walle (Renew, Paesi Bassi) e si è battuto per l’introduzione del reato nel testo. Commenta così la vicenda: “La norma che ha cancellato l’abuso di ufficio porta il nome proprio del Guardasigilli, è lui quindi il responsabile politico di questo fallimento e ne dovrà rispondere al Paese assieme alla sconfitta del referendum. Con il sigillo del Parlamento europeo l’Italia sarà obbligata a reinserire il reato cancellato che aveva lasciato praterie di impunità a pubblici funzionari in malafede e a politici corrotti. Si era trattato di un colpo di spugna per graziare alcune condotte potenzialmente criminali di pubblici ufficiali”. Per fare qualche esempio, con il ddl Nordio “sono rimaste fuori dalla sanzione penale - continua Antoci - le nomine effettuate dai sindaci in palese conflitto d’interessi e le concessioni edilizie affidate a imprese amiche senza gare d’appalto. Questi sono definiti reati spia e servono per scoprire altre condotte abusive, come la corruzione, e per contrastare l’infiltrazione delle organizzazioni criminali nell’economia legale”. Piantedosi rispolvera la pista anarchica di Mario Di Vito Il Manifesto, 26 marzo 2026 Il ministro al question time: “Rischio escalation”. Il 2 maggio si decide se rinnovare il 41 bis per Alfredo Cospito. La pista anarchica è eterna e ieri alla Camera, una volta di più, la rilanciata il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, chiamato al question time a rispondere sulla vicenda della morte di Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone, 35, avvenuta la settimana scorsa in un casolare al parco degli Acquedotti di Roma mentre stavano maneggiando del materiale esplosivo, forse con l’intenzione di attentare alla vicina rete ferroviaria dell’alta velocità, cosa peraltro già più volte accaduta nelle passate settimane. “Le analisi in corso chiariranno se ci troviamo di fronte a un atto di spontaneismo armato, compiuto in sostanziale solitudine dai due soggetti coinvolti, oppure se siamo in presenza di un nodo di una rete eversiva più ampia e strutturata”, ha detto Piantedosi, che comunque un suo teorema già ce l’ha: “Quello che è accaduto potrebbe essere il segnale di un’escalation programmata, di una strategia che mira a colpire le istituzioni, a destabilizzare il tessuto civile, a reclutare nuovi adepti nell’odio anti-sistema, anti-atlantico, anti-sionista”. Questo sulla base del lavoro dell’Antiterrorismo che, a dire del ministro, avrebbe individuato “fattori di radicalizzazione multipli che passano dall’opposizione ai provvedimenti legislativi in materia di sicurezza alle vicende internazionali e culminano nell’incitamento all’azione violenta diretta”. Insomma, è la chiusura, esiste “un’ostilità trasversale che unisce mondi diversi dei professionisti della protesta in un’unica, pericolosa convergenza eversiva”. Il riferimento implicito è al No kings day in programma per sabato a Roma, ma siamo al solito giorno della marmotta, cioè al maldestro tentativo di criminalizzare in toto le decine di migliaia di persone che scenderanno in piazza. La drammatica vicenda di Mercogliano e Ardizzone, in realtà, è tutta inserita all’interno di altri ambienti e la possibile “escalation programmata” riguarderebbe un evento molto preciso, non citato da Piantedosi: il 2 maggio il ministro della giustizia dovrà decidere se rinnovare o meno il regime di 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito. Una situazione che rimanderebbe a quella già vista a cavallo tra il 2022 e il 2023, quando l’anarchico portò avanti settimane di sciopero della fame mentre fuori si susseguivano le proteste in suo sostegno. Alcune manifestazioni al riguardo sono già in programma ed è probabile che cresceranno d’intensità con il passare delle settimane. Per le due vittime del parco degli Acquedotti, la giornata delle cerimonie sarà quella di domenica: alle 9 e 30 saranno deposti dei fiori sul luogo in cui i due anarchici hanno perso la vita. Alle 12 è poi previsto un ulteriore appuntamento al parco don Modesto da Veglia, al Quarticciolo. “Con Sara e Sandrone a testa alta” si legge su un volantino firmato semplicemente “per l’anarchia”. Friuli Venezia Giulia. Illy rafforza partnership con Seconda Chance: 50 borse studio per detenuti askanews.it, 26 marzo 2026 Nel mese che celebra a livello globale l’impatto positivo delle B Corp sulle comunità e i territori Illycaffè, guidata dall’amministratore delegato Cristina Scocchia, rinnova e rafforza il suo impegno con ‘Seconda Chance’, l’associazione no profit fondata nel 2022 da Flavia Filippi con la missione di creare un ponte concreto tra il mondo delle carceri e le imprese. La collaborazione, avviata lo scorso anno con attività di formazione nelle case circondariali di Trieste, Udine e Pordenone, compie ora un passo ulteriore. Attraverso l’Università del Caffè, Illycaffè mette a disposizione di ‘Seconda Chance’ 50 borse di studio dedicate alla formazione dei detenuti sui processi produttivi del caffè e sulla sua trasformazione. Un percorso pensato per fornire competenze utili a un possibile inserimento nel mondo del lavoro, in particolare come operatori nel settore del pubblico esercizio. Accanto a questo progetto, negli ultimi mesi è inoltre iniziato l’inserimento graduale in azienda di alcune persone coinvolte nell’iniziativa. Un’esperienza che sta dando risultati incoraggianti e che conferma il valore di programmi capaci di offrire una reale seconda opportunità professionale. L’obiettivo è arrivare a integrare progressivamente fino a 10 persone entro il 2026, contribuendo in modo concreto a percorsi di reinserimento sociale e lavorativo. “Crediamo che le imprese abbiano una responsabilità che va oltre il risultato economico. Per questo abbiamo scelto di impegnarci concretamente per sostenere chi si trova in una situazione di fragilità economica e sociale, attraverso iniziative che promuovono la salute, il recupero dalle dipendenze e il reinserimento lavorativo dei detenuti”, commenta Cristina Scocchia, amministratore delegato di Illycaffè, che aggiunge: “Offrire una seconda opportunità a chi sta cercando di ricostruire il proprio percorso di vita dopo la reclusione significa anche contribuire a diminuire il tasso di recidiva. Progetti come questo dimostrano quanto sia importante la collaborazione tra imprese, istituzioni e realtà del terzo settore per generare un impatto positivo nelle comunità in cui operiamo”. Questa esperienza concreta di inserimento lavorativo riflette i principi che guidano l’impegno di Illycaffè come B Corp: operare responsabilmente, promuovere il miglioramento della qualità della vita delle persone in modo sostenibile e duraturo e creare valore condiviso per tutti gli stakeholder. Nel contesto del B Corp Month 2026, che quest’anno pone l’accento sul valore della collaborazione e delle reti nel generare impatto positivo, la partnership con Seconda Chance rappresenta un esempio concreto di come imprese e terzo settore possano lavorare insieme per il bene delle comunità. “Finora il team di Seconda Chance ha attivato sul territorio nazionale quasi 800 offerte di lavoro, dichiara Flavia Filippi, fondatrice e presidente dell’Associazione. Illycaffè ha già preso nel suo stabilimento di Trieste due persone in esecuzione penale esterna e proposto altre posizioni per le quali stiamo vagliano i candidati ed avviando gli iter selettivi. La partnership con un’azienda di questo calibro dà forza alla nostra squadra e ci fa sperare nella conquista di altre aziende sensibili e disposte a venire con noi nelle carceri per valutare personale detenuto meritevole”, dichiara Flavia Filippi, presidente di Seconda Chance. Il sostegno a Seconda Chance si inserisce nel più ampio impegno di illycaffè nel promuovere iniziative a forte impatto sociale, rivolte alle diverse forme di vulnerabilità che possono attraversare la vita delle persone. L’azienda è infatti al fianco, per il terzo anno, di LILT - Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, con cui sostiene programmi di prevenzione e diagnosi precoce attraverso il progetto delle ‘Visite Donate’, e supporta la Fondazione Umberto Veronesi nella promozione della ricerca scientifica e della prevenzione dei tumori femminili. Parallelamente, collabora con la Comunità di San Patrignano, contribuendo a progetti dedicati al recupero e al reinserimento sociale delle persone ospiti della comunità, tra cui il programma ‘Adotta un educatore’. Sassari. In carcere per piccoli furti, stava male da giorni: 33enne muore in ospedale di Nadia Cossu La Nuova Sardegna, 26 marzo 2026 I genitori si rivolgono alla Procura. L’uomo di Porto Torres, sarebbe dovuto uscire oggi, 26 marzo. I familiari chiedono che vengano accertate le eventuali responsabilità. Chiedono che venga fatta luce sulla morte del loro figlio i genitori di un 33enne di Porto Torres detenuto nel carcere di Bancali dove era finito in seguito a una serie di piccoli furti. Il giovane sarebbe dovuto uscire dal carcere domani 26 marzo. Da alcuni giorni lamentava dei dolori alla pancia - come riferisce l’avvocato Giuseppe Onorato al quale si sono rivolti i familiari - per questo era stato accompagnato al pronto soccorso del Santissima Annunziata lunedì 23 marzo. È stato operato durante la notte ed è stato poi trasferito nel reparto di Rianimazione dove è morto ieri pomeriggio, 24 marzo, per le conseguenze di una grave setticemia. Ora i genitori del 33enne chiedono chiarezza e soprattutto che vengano accertate eventuali responsabilità. Il legale si è già rivolto alla Procura della Repubblica che dovrà decidere se disporre o meno l’autopsia. Genova. Detenuto si impiccò a Marassi, la procura chiede il processo per due agenti di Francesco Li Noce genovatoday.it, 26 marzo 2026 Amir Dhuioui, 21 anni, era in grande sorveglianza custodiale: tra l’ultimo controllo e il ritrovamento del corpo passarono 50 minuti. 50 minuti. È il tempo trascorso tra un controllo e l’altro nella cella di Amir Dhuioui, un detenuto, in teoria sorvegliato speciale nel carcere di Marassi, in pratica lasciato agire mentre tentava, fino a riuscirci, di impiccarsi, ponendo così, ad appena 21 anni, fine alla propria vita all’interno del penitenziario. Per la sua morte, avvenuta il 4 dicembre 2024, la pm Gabriella Dotto ha chiesto il processo nei confronti due agenti della Polizia penitenziaria, l’udienza si terrà davanti alla gip Carla Pastorini il 7 maggio. I due agenti sono addetti alla vigilanza del primo piano detentivo del reparto quarto nella sezione “Sostegno Integrato”, che ospita detenuti con rilevanti problematiche di tipo psichiatrico. Il giovane era sottoposto a regime di “Grande Sorveglianza Custodiale”, la consegna era infatti quella di sorvegliarlo con controlli ogni 15 minuti, a causa dei ripetuti gesti autolesionistici dei giorni precedenti e per lo stato di agitazione psicomotoria del detenuto che dopo l’udienza di convalida, in seguito al suo arresto, aveva spaccato il vetro di un’aula del tribunale con una testata. Un detenuto a rischio, insomma, ma che secondo la pm non sarebbe stato adeguatamente sorvegliato dai due agenti, assistiti dagli avvocati Eleonora Rocca, Mario Iavicoli e Sergio Musacchio, quest’ultimo del Foro di Milano. Quel giorno, infatti, secondo la ricostruzione dell’accusa, l’ultimo controllo nella sua cella avvenne alle 16.11, cinquanta minuti prima del ritrovamento del cadavere. Mancati controlli, sia in presenza, che da remoto, nonostante fossero stati raccomandanti, anche perché una delle due telecamere, quella che riprendeva la cella del giovane, non funzionava. L’estremo gesto è stato tuttavia compiuto in bagno, dove era presente una telecamera funzionante, ma il 21enne ha avuto il tempo di tentare una prima volta di impiccarsi alle 16.11, quindi poco dopo l’ultimo controllo, poi di riprovarci, questa volta riuscendoci, alle 16.13, con ultimi movimenti registrati alle 16.18 e il ritrovamento del corpo alle 17.01. Troppo tardi. Subito dopo la morte di Amir, la famiglia, sostenuta dagli avvocati Umberto Pruzzo e Lina Armonia, ha chiesto giustizia, presentando un esposto, proprio contro la mancata osservanza del giovane, detenuto ad alto rischio, all’interno del carcere. “All’udienza di convalida ci sono voluti cinque agenti per tenerlo fermo e nonostante questo era riuscito a rompere il vetro. Durante l’udienza era stato necessario mettergli le manette anche alle gambe per contenerlo”, aveva dichiarato l’avvocata Armonia a GenovaToday nei giorni successivi al suicidio. L’apertura delle indagini aveva suscitato scalpore negli ambienti della polizia penitenziaria. Il segretario della Uilpa Fabio Pagani aveva detto che la notizia “ripropone il tema della tutela di quanti vivono e lavorano in carcere”. A sostegno dei due agenti era stata lanciata una raccolta fondi su GoFoundme per permettergli di sostenere le spese legali. Padova. Al Due Palazzi i detenuti incontrano gli studenti. Ma i minorenni non li fanno entrare di Ilaria Dioguardi vita.it, 26 marzo 2026 Nella casa di reclusione di Padova il 26 marzo è previsto un incontro di formazione tra persone detenute e studenti dell’istituto di istruzione superiore Atestino di Este. Ma il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, senza spiegazione, non ha concesso gli ingressi ai ragazzi minorenni. “Dovevamo andare con 50 ragazzi, ne potranno entrare solo 15. Quest’esperienza è molto importante per i giovani, per la formazione di una coscienza umana e politica e di cittadinanza”, spiega la docente Chiara Brunello. La direttrice artistica Maria Cinzia Zanellato dice: “Seguo un gruppo di giovani adulti, che non vedevano l’ora di poter incontrare dei ragazzi dall’esterno”. Il 26 marzo, nella casa di reclusione di Padova, è in programma un incontro di formazione per gli studenti dell’istituto di istruzione superiore Atestino di Este, con la presentazione dello spettacolo Babele, organizzato dal TeatroCarcere Due Palazzi. Il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria-Dap ha concesso i nullaosta solo per i ragazzi che hanno compiuto 18 anni. “Dei 50 partecipanti previsti, 35 non potranno entrare perché sono minorenni. Abbiamo chiesto le motivazioni, ma non ci è ancora stata data risposta”, dice Chiara Brunello, docente di religione dell’istituto. Giustizia riparativa. Non solo sui libri - L’incontro è stato programmato con largo anticipo e preparato a lungo, sia dagli studenti dell’istituto superiore sia dalle persone ristrette nell’istituto penitenziario di Padova. “È la prima volta che il progetto prevede l’ingresso in carcere. Quando ci siamo incontrati a settembre, abbiamo pensato con la direttrice artistica Maria Cinzia Zanellato, e come istituto scolastico, di lavorare sulla legalità e sulla giustizia riparativa”, dice la docente Brunello. “Abbiamo studiato un progetto di ampliamento dell’offerta formativa, oltre a quello che si fa nei banchi. Per noi che studiamo diritto, i percorsi che organizziamo prevedono soprattutto di avere dei riscontri con la realtà, di andare a vedere che cos’è la giustizia, in particolare quella riparativa, con un bagaglio di esperienza. Ciò è richiesto anche dalla normativa, dai percorsi di educazione alla cittadinanza. Con dei colleghi abbiamo predisposto dei percorsi didattici all’interno della scuola, ampliando l’insegnamento della religione con un “taglio” di educazione civica”. L’importanza della rieducazione - Il progetto è stato pensato per gli studenti del triennio, “abbiamo già dei casi di ragazzi che hanno delle querele. Noi insegnanti di religione abbiamo deciso di puntare ad una formazione sull’umanità della pena, sull’importanza della rieducazione come finalità anche costituzionale della nostra impostazione giuridica e carceraria. Abbiamo raccolto le 50 adesioni (la capienza massima dell’auditorium del Due Palazzi) perché volevamo che fossero i ragazzi stessi a decidere se partecipare o meno, per avere la giusta motivazione. Già da gennaio abbiamo prenotato un pullman. Ma ora che siamo in pochi ad andare all’incontro, andremo con i mezzi pubblici”. Senza una motivazione - “Per entrare in carcere, abbiamo mandato tutti i documenti e la modulistica, compresa quella in cui si afferma che non ci sono pendenze giudiziarie né su di noi né sui nostri parenti stretti. Sempre la direzione ci ha fornito una modulistica a parte per i minori. Nel frattempo, abbiamo presentato il progetto d’istituto alla Direzione d’istituto e l’abbiamo mandato alla direttrice del carcere Maria Gabriella Lusi. Qualche settimana prima della data dell’incontro/spettacolo, ci è stato comunicato che non erano arrivati i nullaosta per i minorenni, senza una motivazione”, prosegue Brunello. L’importanza dei messaggi di coerenza - “Ciò che mi interessa è il benessere dei ragazzi, la coerenza rispetto alle indicazioni che diamo e anche la consonanza dei messaggi tra istituzioni. Io sono un pubblico ufficiale come lo è la direttrice del carcere. Il nostro interesse come ente di formazione e di educazione dei ragazzi è di dare dei messaggi di coerenza, visto che parliamo anche di legalità”, prosegue Brunello. “Secondo me, l’autogol che abbiamo fatto è quello di smentire con i fatti quello che con le indicazioni vogliamo insegnare, cioè che la giustizia esiste, che la legalità è affidabile, che gli enti a cui siamo affidati ci tutelano e lavorano insieme per il nostro benessere e la nostra crescita. Questo dispiace veramente. Quando tra istituzioni non si riesce a convergere su obiettivi comuni ne va di mezzo il messaggio di coerenza tra enti che arriva agli studenti, a maggior ragione in un progetto dedicato alla giustizia ed alla legalità. La visita alle istituzioni che mettono in pratica la giustizia si inscrive, appunto, in questa fiducia che la scuola continua a promuovere tra le giovani generazioni”. Tra l’altro, le indicazioni a cui fa riferimento la docente Brunello sembrano proprio portare ad un’apertura del carcere alla popolazione giovane, visto che quest’anno, per la prima volta, il Servizio civile universale si può svolgere in carcere: 33 ragazze e ragazzi potranno diventare operatori volontari in 11 istituti di pena. Cosenza. “Ho visto celle trasformate in tetris umani, finestre schermate da lastre di plexiglass” di Emilia Corea* cosenzachannel.it, 26 marzo 2026 La scioccante relazione della Garante dei detenuti. Dal Cosmai un grido silenzioso. Ho visto celle trasformate in tetris umani, finestre schermate da lastre di plexiglass con l’estate che incombe e tanti parlare il linguaggio dell’autolesionismo. Dal 5 al 20 marzo 2026 ho effettuato diverse visite all’interno della Casa Circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza. Varcarne la soglia è come immergersi in un’umanità sospesa, dove l’aria manca e la speranza si consuma. Come Garante, uno dei miei compiti è osservare, ma ciò che ho raccolto tra le sezioni di Media Sicurezza e l’area “Ex Femminile” è un grido silenzioso. Camminando tra i corridoi, durante i colloqui collettivi o quelli personali, c’è una litania che i detenuti ripetono spesso, una frase che ti resta addosso come l’odore della muffa sulle pareti: “Abbiamo sbagliato, ma siamo esseri umani e non spazzatura. Vogliamo scontare la nostra pena in maniera dignitosa”. In queste poche parole è racchiuso il fallimento di un sistema quale risultato di un’impostazione sempre più orientata in senso repressivo. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un rafforzamento delle politiche securitarie e a un maggiore ricorso allo strumento detentivo, spesso accompagnato da una minore attenzione agli aspetti legati alla tutela dei diritti e alla funzione rieducativa della pena. La riduzione degli standard di tutela dei diritti può essere letta, a livello nazionale, come l’effetto di politiche che negli anni hanno posto maggiore enfasi sulla dimensione securitaria e punitiva della pena, quasi sempre a scapito della sua funzione rieducativa. I problemi legati alla riduzione del rispetto dei diritti delle persone detenute non riguardano esclusivamente il carcere di Cosenza, ma rappresentano una criticità più ampia che investe l’intero sistema penitenziario italiano. Il caso del carcere di Cosenza assume un valore emblematico: non un’eccezione, ma un indicatore di un problema sistemico. L’ambiente carcerario del “Cosmai” mostra grosse criticità dal punto di vista infrastrutturale. Ho visto celle trasformate in tetris umani, dove 5/6 brandine sono accatastate l’una sull’altra, costringendo gli uomini a vivere in una verticalità pericolosa. Salire o scendere dal proprio giaciglio diventa un esercizio di equilibrismo con il rischio costante di infortuni gravi, un pericolo fisico costante. Un detenuto che dorme a due metri di altezza in una cella ad alta densità di letti sovrapposti, rischia l’infortunio ogni volta che scende; rischia la propria integrità in un luogo che dovrebbe, per costituzione, proteggerla. Ma l’immagine più violenta l’ho trovata nelle finestre schermate da lastre di plexiglass. Immaginate l’estate cosentina che incombe, immaginate di respirare attraverso una membrana di plastica che blocca l’aria e riflette il calore. Si tratta di un dispositivo che trasforma la cella in una cappa asfissiante, una scelta che nega il ricambio d’aria e la luce naturale, calpestando ogni standard di salubrità imposto dalla Costituzione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In questo scenario di privazione, quando le parole non bastano più e il supporto psichiatrico è ridotto a una somministrazione massiccia di sedativi - con l’80% dei detenuti farmacologicamente “contenuti” - il corpo diventa l’ultimo terreno di protesta. Ho raccolto testimonianze di un’emergenza quotidiana fatta di autolesionismo, gesti disperati che gridano una sofferenza che la mente non riesce più a processare. L’autolesionismo è un linguaggio, è il risultato di una miscela esplosiva fatta di sovraffollamento, inattività forzata e convivenza forzata di detenuti comuni con persone affette da gravi patologie psichiatriche, abbandonate a se stesse con “piantoni” presenti per una sola ora al giorno. In questo vuoto di assistenza, il rischio suicidario aleggia come un’ombra costante su ogni sezione. C’è poi un dato che attraversa, in modo trasversale e spesso taciuto, l’intero sistema penitenziario: in carcere, nella maggior parte dei casi, finiscono le persone più fragili dal punto di vista economico e sociale. Le persone meno abbienti, quelle che hanno meno strumenti, meno reti, meno possibilità di difesa. Non è una regola scritta, ma una realtà che si ripete con una costanza che interroga. Chi dispone di risorse economiche, di tutele, di possibilità alternative, raramente attraversa fino in fondo la soglia del carcere. Chi non ha nulla, invece, ci entra più facilmente e più difficilmente ne esce. È una frattura sociale che si materializza dietro le sbarre, rendendo il carcere non solo luogo di pena, ma anche specchio delle disuguaglianze esterne. Le carceri italiane sono diventate, in molti casi, il punto in cui le fragilità del sistema sociale si concentrano e si comprimono. L’analisi politica di questa crisi tocca un punto nevralgico che ho voluto porre con forza all’attenzione del Sindaco di Cosenza. Esiste una categoria di “invisibili tra gli invisibili”: i migranti. Molti di loro sono costretti a restare dietro le sbarre anche per reati non gravi, non perché la loro pericolosità lo richieda, ma perché sono privi di una residenza e di un domicilio. Senza una casa, il diritto alle misure alternative - come gli arresti domiciliari - diventa carta straccia. È una discriminazione censuaria intollerabile: se sei povero o se sei un migrante senza radici burocratiche, la cella con sei brandine resta la tua unica prospettiva. Ho chiesto al Sindaco un atto di civiltà, quello di reperire alloggi, utilizzare immobili pubblici o beni confiscati per dare a queste persone un domicilio che permetta loro di uscire dal carcere trasformando la detenzione in un percorso e non in un vicolo cieco. Cosenza ci pone davanti a uno specchio. Possiamo continuare a fingere che il carcere sia un buco nero dove far sparire chi ha sbagliato, oppure possiamo ascoltare quel grido: “Non siamo spazzatura”. La mia relazione, che ora viaggia verso le autorità preposte, è un appello alla coscienza collettiva: la sicurezza di una società non si costruisce ammassando corpi nelle celle fatiscenti schermate dal plexiglass, ma garantendo che la pena sia il primo passo verso il reinserimento, e non l’ultimo capitolo di una vita umana. Ogni detenuto merita una possibilità di respiro, cura e futuro. Per quanto grave possa essere il reato, nessuna colpa può cancellare la dignità di chi è privato della libertà. Che le mura del carcere di Cosenza non debbano mai essere testimoni di suicidi. *Garante dei detenuti del Comune di Cosenza Roma. Casal del Marmo, torture ai detenuti: “Noi, picchiati con i bastoni e minacciati di morte” di Giulio De Santis Corriere della Sera, 26 marzo 2026 I racconti dei detenuti nel carcere minorile romano: gli agenti indagati per lesioni e tortura. “Mi hanno picchiato con i bastoni e le sedie. E persino minacciato di morte”. È il racconto choc fatto da uno dei 13 detenuti minorenni, ritenuti dalla Procura vittime di vessazioni, persino di torture, da parte di 9 agenti della polizia penitenziaria di Casal del Marmo. La deposizione, insieme a quella di altri 7 ragazzi, è stata resa ieri nel corso dell’incidente probatorio che si è svolto per riscontrare le accuse agli agenti, indagati per lesioni e due pure per tortura. Per raccogliere le loro testimonianze pm e avvocati hanno impiegato 10 ore. Durante le quali i minorenni hanno risposto agli interrogativi, talvolta balbettando, talvolta piangendo. Al termine del fuoco di domande, accusa e difesa escono entrambi con qualche punto a proprio favore. Gli agenti sono rappresentati dagli avvocati Marco De Carolis e Domenico Naccari. Nessuno dei minorenni ha ritrattato. In più hanno riconfermato che le vessazioni sono avvenute “solo” tra luglio e novembre del 2025 quando gli agenti - ora trasferiti - sono stati collocati a Casal del Marmo. E tuttavia i detenuti hanno avuto un problema quando gli è stato chiesto: “È stato l’agente penitenziario chiamato Animale o Pugile a picchiarti?”. Domanda semplice a cui è seguita una risposta complessa: “Pugile o forse Animale...”. Incertezze che potrebbero complicare la ricostruzione delle singole responsabilità degli indagati. Indicare quale sia stata la deposizione più scioccante è impossibile. Il primo a parlare è stato Carlo (nome di fantasia come quello di tutti i minorenni nell’articolo) 15 anni, italiano: “Avevo litigato con Valerio e mi hanno portato in infermeria, mi hanno denudato. Poi con una forbice hanno minacciato di tagliarmi i testicoli. Da uno mi hanno fatto uscire sangue. Pregavo, piangevo perché smettessero. Niente. Mi hanno riportato in cella e lì hanno ripreso a picchiarmi”. Il calvario non sarebbe stato limitato solo a questo episodio: “Poiché sostenevano che facessi l’infame, mi hanno costretto a picchiare altri detenuti. Si sono vendicati riempiendomi di bruciature per tutto il corpo”. Poi è venuto il turno di Valerio, 18 anni, finito in carcere per una rapina: “Entravano in cella ubriachi e mi prendevano a schiaffi. Mi picchiavano con bastoni e sedie. C’era tra gli agenti chi portava l’hashish e si faceva pagare per una dose fino a 400 euro. Ho visto il pestaggio di Carlo, lo hanno minacciato di morte”. Poi è stato il turno di Franco, italiano, 20 anni: “Una volta ho chiesto se potessi giocare a pallone, mi risposero che avrei subito “la botta”, cioè mi avrebbero fatto del male. Puzzavano d’alcool. In un’occasione ho sentito un mio amico piangere”. Vittima di un solo episodio è stato Amin, 17 anni, nordafricano: “Stavo facendo la doccia e mi hanno picchiato. Senza motivo. Finito con me, si sono accaniti su un altro”. Poi è toccato a Kiros, 16 anni: “Erano fuori di testa. Ubriachi. Mi dissero che ero carne da macello. Mi hanno fatto del male”. Ecco quanto detto da Omar,17 anni, che credeva di essere stato fortunato: “Mi hanno dato due schiaffi, stando attenti all’orecchio dove ho problemi”. Stesse considerazioni da parte di Idir, 17 anni: “Mi hanno picchiati solo una volta”. Napoli. Istituto di Nisida a rischio. In campo gli ispettori: ora interventi urgenti di Petronilla Carillo Il Mattino, 26 marzo 2026 Tra le priorità il terzo reparto che ospita venti ragazzi. resta l’ipotesi trasferimento. Il sopralluogo dei funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria presso l’istituto minorile di Nisida c’è stato. A guidare l’ispezione è stato il capo dell’ufficio della giustizia minorile di Napoli, Nicola Palmieri, accompagnato dal direttore Gianluca Guida. Ed è stata stabilita la redazione di una road map per mettere in campo interventi di solidificazione delle strutture al fine di rafforzarle alla luce delle ripetute scosse di terremoto dovute al bradisismo. Anche perché diversi edifici sono al momento puntellati solo esternamente ma, secondo quanto rilevato, occorrerebbero anche interventi all’interno. È stato un sopralluogo lungo, durato fino a tardo pomeriggio. Secondo i tecnici non c’è un’emergenza tale da immaginare una evacuazione della struttura, quindi degli oltre settanta detenuti, ma sono comunque necessari interventi specifici per contrastare il fenomeno sismico e garantire la sicurezza dei ragazzi reclusi, del personale amministrativo, di quello penitenziario e dei docenti che ogni giorno si recano a Nisida per portare avanti i programmi didattici ed i laboratori. Per mettere in sicurezza il carcere minorile sarebbero anche stati stanziati dei fondi (la cifra non è stata resa pubblica) direttamente dal Dipartimento. Ma non ci sono solo i fondi ministeriali. Nel programma di interventi, secondo indiscrezioni, rientrerebbe anche la banchina dell’isolotto che dovrebbe essere riattivata e messa a nuovo nell’ambito dei lavori di restyling dell’area di Bagnoli con i finanziamenti previsti per l’America’s Cup. Quindi strutture al momento chiuse. Nel frattempo le disposizioni del direttore Guida, quelle indicate nell’ordinanza del 14 marzo scorso, restano in vigore. In quella ordinanza si dispone l’inaccessibilità di alcune celle e l’interdizione parziale di alcuni spazi comuni oltre che di aule destinate a laboratori. Ma, nei prossimi giorni, non si esclude che, alla luce del sopralluogo di ieri, possano esserci altri provvedimenti. Uno degli edifici che dovrebbe essere sottoposto ad interventi immediati è quello che ospita il terzo reparto. Ci sarebbero state delle criticità che proprio ieri sarebbero state visionate e messe in lista per avviare opere di ristrutturazione. All’interno del reparto al momento sarebbero ospitati circa 20 ragazzi. Nei pressi della struttura ci sono invece i laboratori di pasticceria, ceramica ed arte presepiale. A far scattare l’emergenza sarebbe stata la scossa di terremoto del 13 marzo del 2025 e di magnitudo 4.6. È allora che si sarebbero verificati i primi problemi strutturali agli edifici. Ma la situazione deve essere monitorata sia a causa del sovraffollamento dell’istituto e sia anche per le continue scosse, anche di piccole entità, che si verificano con una certa frequenza e che continuano a minare edifici ormai datati nel tempo. Nisida è una piccola isola vulcanica dove, gli edifici esistenti da secoli, sono stati adibiti a carcere nel 1935. Interventi edili da allora ci sono stati e si sono susseguiti nel tempo ma ora bisogna avviare opere strutturali per dare maggiore stabilità alle pareti e ai solai. Foggia. “Ragazzi dentro”, gli Stati Generali sulla detenzione dei minori in Italia pugliain.net, 26 marzo 2026 Nel 2025, i giovani reclusi nei 17 Istituti Penali per Minorenni (Ipm) in Italia erano circa 600. Nel 2024 erano 532. Dal 2022 a oggi, il loro numero è sempre cresciuto, con una tendenza che non accenna a fermarsi nemmeno nel 2026. Più del 50% dei minori detenuti è di nazionalità straniera. Tra i reclusi negli Ipm, molti hanno raggiunto e superato la maggiore età in carcere: gli under 18, infatti, costituiscono il 62% della popolazione totale degli Istituti Penali per Minorenni; la parte restante ha un’età compresa tra i 18 e i 25 anni. Se si considerano tutte le misure della giustizia minorile, compresi i collocamenti in comunità e le messe alla prova, attualmente in Italia il numero totale dei giovani interessati da provvedimenti restrittivi è salito a 4.747 nei primi nove mesi del 2025. L’81,4% dei soli minorenni è detenuto in regime di custodia cautelare, in attesa di una sentenza. I report più recenti della Procura presso il Tribunale dei Minorenni di Bari registrano un aumento del 42,6% dei reati commessi dai minori nei territori di Bari, Bat e Foggia. Nel corso dell’ultimo anno monitorato (con dati consolidati a inizio 2026), i delitti iscritti dalla Procura per i Minorenni sono passati da 594 a 847. I numeri, che pure appaiono inquietanti, raccontano soltanto in parte un problema che investe e interroga tutta la società italiana. Di questo si discuterà venerdì 27 marzo dalle ore 16,30 alle ore 19 e sabato 28 marzo, dalle 9 alle 12.30, in due convegni, entrambi ospitati dall’Istituto Professionale Pacinotti di Foggia, in via Mario Natola 12. Al centro del focus, organizzato dalla Camera Minorile di Capitanata, nella giornata di venerdì al centro del focus ci saranno “Ragazzi, famiglie e privazione della libertà, ripensare alla detenzione tra rieducazione, prevenzione e reinserimento sociale”, il sabato mattina sarà dedicato a un approfondimento riguardante “La detenzione dei minori al giorno d’oggi, tra esigenze cautelari, certezza della pena e rieducazione”. Il convegno intende offrire una riflessione critica e operativa rivolta a tutti gli operatori coinvolti per ripensare la detenzione e le misure penali in un’ottica realmente rieducativa, orientata al reinserimento sociale e alla prevenzione della recidiva. Particolare attenzione sarà dedicata al ruolo della famiglia nei percorsi penali minorili e nei progetti educativi e di reinserimento. Il confronto è l’occasione per riflettere sulle strategie di prevenzione dei reati commessi da minorenni, attraverso interventi integrati tra scuola, servizi sociali, comunità educanti e giustizia minorile, nella prospettiva di una tutela effettiva dei diritti dei ragazzi e della sicurezza della collettività. L’iniziativa, di concerto con il Comune di Foggia, rientra nel progetto denominato “100 giorni per la legalità”, le cui azioni saranno illustrate da Giulio De Santis, Assessore alla Legalità del Comune di Foggia. Il Comitato Scientifico della due giorni, con il prezioso impegno delle avvocate Maria Emilia De Martinis (componente Unione Nazionale Camere Minorili) e Anna Lucia Celentano (presidente Camera Minorile di Capitanata) oltre che dell’avvocato Elviro Benvenuto, ha lavorato affinché a Foggia intervengano alcune delle personalità più esperte e autorevoli del problema rappresentato dalla detenzione dei minori. Pavia. I detenuti-attori tornano sul palco per gli studenti di Daniela Scherrer La Provincia Pavese, 26 marzo 2026 Ritorna in scena oggi nella casa circondariale di Torre del Gallo "Alice nel paese delle meraviglie (il lato oscuro della felicità)", lo spettacolo della compagnia di teatro carcere "Uomini senza Barriere". Si tratta di una replica del lavoro che Stefania Grossi ha svolto con le persone detenute. Sarà proposto agli studenti dell'istituto Cossa di Pavia che in istituto ha due classi scolastiche. Saranno presenti tra studenti e professori 180 persone. «L'esperienza di teatro in carcere è un percorso che senza togliere niente al momento artistico e creativo dello spettacolo - spiega Grossi, che da anni fa teatro in carcere - ha come obiettivo principale la maggior consapevolezza di sé di chi partecipa come attore. Realizzare questo in un contesto di detenzione è una scommessa etica e umana: significa offrire un'opportunità di riscatto e di crescita che niente toglie alla pena e che anzi la ripulisce da un valore solamente punitivo rendendola un momento alto di crescita e reinvenzione della vita del-la persona detenuta». Da oltre dieci anni. "Uomini senza Barriere" porta avanti questo cammino. La rappresentazione odierna, in programma alle 10.30, è rivolta agli studenti e alle studentesse dell'istituto Cossa, che già collabora con l'istituto di pena con due sezioni scolastiche. L'obiettivo è preciso: avvicinare i giovani alla realtà del carcere attraverso il teatro e permettere loro di entrare in contatto con una parte di umanità che sono le persone detenute, attraverso un incontro capace di mostrare una parte sconosciuta e spesso negata di chi è sul palco. «Per imparare ad eliminare il pregiudizio, lo stigma ed ogni barriera inutile e scoprire che è possibile trovare la i propria parte positiva - prosegue Grossi - la preside dell'istituto ha voluto forte-mente questo momento e incoraggiato la scuola a partecipare». Il lavoro che quotidianamente si porta avanti è in continua condivisione con la direzione e col personale educativo, ritenendo l'attività teatrale uno strumento forte di riflessione e dunque di possibilità per il detenuto di rivedere se stesso da un'altra posizione e sotto una luce differente, superando l'immagine di sé identificata col proprio reato. Milano. In mostra una Scuola di Atene “pop” fatta dai detenuti di Ilaria Caione gnewsonline.it, 26 marzo 2026 Fino al 30 marzo, nella sala del foro romano della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, sarà possibile ammirare l’opera artistica “Raffaello in carcere”, creata da 100 detenuti. Ancora qualche giorno, dunque, per vedere l’arazzo nato nei laboratori ideati e realizzati dall’artista Mattia Cavanna. I detenuti artisti hanno ripensato, con un linguaggio personale e contemporaneo, una delle più celebri opere del “divin pittore”: La Scuola di Atene. Il lavoro collettivo ha prodotto un arazzo di 8×3 metri, ispirato al Cartone preparatorio dell’affresco, rispettandone le dimensioni originali. Gli autori hanno reinterpretato il capolavoro rinascimentale in chiave pop, sostituendo i filosofi dell’antichità in esso rappresentati con i propri modelli di riferimento: scienziati, sportivi, musicisti, attivisti del nostro tempo. Sulla tela compaiono tra i tanti Nelson Mandela, Alda Merini, Amy Winehouse, Diego Armando Maradona, Rita Levi Montalcini, Bob Marley, Rosa Parks e molti altri protagonisti della cultura contemporanea. I disegni che la compongono sono stati realizzati con pastelli a cera su scampoli di tela cuciti a mano. Per 12 mesi, da marzo 2025 a marzo 2026, i detenuti degli istituti penali per i minorenni di Milano, Bologna, Roma e Napoli, quelli della casa circondariale di San Vittore di Milano e di Regina Coeli di Roma, e le detenute della Casa di reclusione femminile della Giudecca di Venezia, in collaborazione con l’associazione Liberi Dentro, hanno lavorato in parallelo. L’esperienza ha permesso a tutti i partecipanti di avvicinarsi alla bellezza e all’arte, di impegnarsi ed interrogarsi sui rispettivi personaggi di riferimento e di cimentarsi nelle tecniche artistiche scelte. Il laboratorio artistico nel quale l’opera ha trovato forma è stato sviluppato dalla Fondazione Francesca Rava, sostenuto da Mediobanca nell’ambito del progetto “Orizzonti”, attivo presso numerosi istituti penali. Esso offre ai giovani detenuti opportunità concrete di inclusione, attraverso attività educative e formative per i giovani detenuti, e si inserisce nel quadro del protocollo d’intesa siglato nel 2024 dalla Fondazione con il dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità del Ministero. Il 30 marzo la tela lascerà la veneranda Biblioteca Ambrosiana per un viaggio che la porterà in esposizione in alcuni degli istituti presso cui parti di essa sono state ideate e create, ed in alcuni importanti musei italiani. La narrazione della storia della realizzazione del lavoro collettivo è su RaiPlay Sound in un podcast di tre puntate dal titolo Raffaello in carcere, curato da Andrea Borgnino. Nella giornata inaugurale svoltasi a Milano la scorsa settimana diversi autorevoli rappresentanti delle istituzioni, dell’amministrazione penitenziaria, di Mediobanca, della Fondazione Rava ed una delegazione di detenuti hanno preso parte alla tavola rotonda, che ha anticipato il momento inaugurale, confrontandosi sul ruolo dell’arte nei percorsi educativi. Un grande apprezzamento per l’iniziativa arriva dal capo Dgmc, Antonio Sangermano; essa, dice, è una “ricca occasione per i detenuti e chiara e significativa rappresentazione dell’efficacia educativa dell’arte”. Il presidente riconosce all’opera “un grande valore di sperimentazione concreta di forme espressive con linguaggi moderni e contemporanei”. Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione, sottolinea l’importanza del progetto Orizzonti; il proposito, dice, è “continuare con impegno costante ad offrire ai detenuti strumenti efficaci per sviluppare competenze, ritrovare fiducia e poter costruire un futuro diverso”. Venezia. Le foto di Corelli in mostra: “Racconto il riscatto delle detenute” di Annamaria Corrado Il Resto del Carlino, 26 marzo 2026 Il fotoreporter ravennate Giampiero Corelli protagonista a Venezia. Da qualche giorno è aperta nel cuore del capoluogo veneto la mostra fotografica “Domani faccio la brava - Donne e madri nelle carceri italiane”, frutto di un progetto iniziato nel 2008 che ha portato Corelli a documentare le condizioni nelle carceri femminili di tutt’Italia. Una quindicina di foto esposte nella prestigiosa sede della Scoletta dei Calegheri di Campo San Tomà, con scatti inediti alle detenute di tredici istituti penitenziari femminili della Penisola visitati, fra cui quelli di Venezia, Roma, Firenze, Messina, Reggio Calabria, Trani, Torino, Palermo, Napoli, Genova. Nell’ambito della mostra, ieri si è svolto un convegno dal titolo “Oltre le sbarre, dimenticate e senza voce” che ha visto protagonisti le direttrici delle carceri Giudecca-Venezia, Maurizia Campobasso, e della Dozza di Bologna, Rosalba Casella, e alcuni rappresentanti del mondo del volontariato e delle cooperative che lavorano all’interno della Giudecca: Maria Voltolina, presidente de Il Granello di senape di Venezia e Adriano Toniolo, della coop Il Cerchio. All’inizio della mattinata, coordinata dal direttore del settimanale interdiocesano “Corriere Cesenate”, Francesco Zanotti, ha portato il suo saluto la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano mentre Donatella Marchese ha portato la sua testimonianza da ex detenuta nel carcere di Forlì. “Questa mostra - spiega Giampiero Corelli - raccoglie le immagini del lavoro di fotoreportage che ho realizzato negli ultimi 20 anni. Un affondo in un mondo fatto di sofferenza, ma anche di voglia di riscatto. Le donne che ho incontrato, spesso anche madri, hanno deciso di farsi fotografare per consegnarci una testimonianza, forte, della loro vita da recluse”. Un lavoro che è stato tradotto da Corelli anche in un videoreportage. La mostra rimarrà aperta fino al 29 marzo tutti i giorni dalle ore 10 alle 12.30 e dalle ore 15 alle 19. Bolzano. Il vescovo Muser incontra i detenuti: “La Pasqua porta riconciliazione e perdono” di Silvia M. C. Senette Corriere dell’Alto Adige, 26 marzo 2026 La celebrazione in via Dante, dove sono recluse un centinaio di persone. Il direttore Monti: “Un’occasione di fortificazione lungo un cammino difficile”. Il vescovo Ivo Muser ha rinnovato ieri la tradizionale visita pasquale alla casa circondariale di Bolzano, incontrando gli oltre cento detenuti di via Dante, il personale carcerario e i volontari. Un appuntamento che, al di là del valore liturgico, ha inteso portare un messaggio di supporto e di riflessione all’interno di un contesto segnato da oggettive complessità quotidiane. Durante la cerimonia, svoltasi nella cappella del carcere alla presenza del questore Giuseppe Ferrari e del direttore Giovangiuseppe Monti, il presule ha affrontato il tema della fragilità umana. Commentando l’episodio del tradimento di Giuda, Muser ha parlato della possibilità di riscatto: “Il Signore conosce la nostra natura fallibile e le nostre fedeltà altalenanti - ha sottolineato il vescovo Muser - eppure offre a ciascuno il perdono per aiutare a prendere coscienza del male compiuto e liberarsene. La vita di un uomo, anche di chi ha commesso gravi errori, conserva un valore inestimabile”. Il vescovo ha quindi esortato i presenti a ricercare una forma di pacificazione anche tra le mura del carcere, definendo la Pasqua come “un’occasione per orientare lo sguardo al futuro”. “L’augurio è che possiate trovare riconciliazione e una nuova prospettiva di vita. Il messaggio pasquale vuole offrire una luce capace di superare le fatiche e il buio di ogni colpa”. Il direttore del carcere Monti ha sottolineato l’importanza di questi momenti per l’intera comunità penitenziaria, descrivendoli come “un’occasione di fortificazione e speranza lungo un cammino che resta difficile”. La funzione è stata accompagnata dai canti del coro di Comunione e Liberazione, alla presenza del cappellano padre Giorgio Gallina e dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Torino. I detenuti de La Drola incontrano gli azzurri alla Casa circondariale di Roberto Levi torinocronaca.it, 26 marzo 2026 Il progetto ha compiuto 16 anni ed è stato ideato dall’ex nazionale Walter Rista. “Rugby Oltre le Sbarre” è un progetto che è nato nel 2010 a Torino e non ha eguali nel mondo. Lo ha ideato Walter Rista, che oggi ha 81 anni e nella sua carriera è stato uno dei due piemontesi, assieme a Franco Berni, capaci di indossare la maglia della Nazionale. La sede è sempre stata la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, che ospita l’attività de La Drola, squadra di detenuti che disputa il campionato di serie C. È l’unico caso di agonismo svolto in un carcere italiano, assieme a quello del Giallo Dozza Bologna. In 16 anni l’iniziativa ha coinvolto circa 200 persone. Sergey Vitali quando è uscito dal carcere ha militato per due stagioni in serie A nel Colorno e Aziz Tahib ha insegnato il rugby ai ragazzi down. Oggi all’interno dell’istituto penitenziario sono stati protagonisti, appunto, i ragazzi de La Drola, guidati dai tecnici Lorenzo Tucconi, Mattia Basile e Romano Sirotto e capitanati da Mamadou Couriba, originario del Mali, e Iman Jalal, proveniente dal Marocco, e una rappresentanza azzurra, composta dai nazionali maggiori Mirko Belloni e Matteo Canali, delle Zebre, e, per il settore femminile, da Mihaela Pirpiliu, portacolori dell’Iveco CUS Torino, e dagli Under 20 Matteo Giorgio Noventa, Marco Spreafichi e Sebastiano Sara. Sul campo di allenamento tutti insieme si sono scaldati con dei passaggi, per poi giocare una partitella a ranghi misti. Oltre a Rista, erano presenti la direttrice Elena Lombardi Vallauri, la referente della Federazione per le tematiche di Responsabilità Sociale, Daniela De Angelis, il presidente del Comitato Regionale FIR Piemonte Sergio Manto, l’assessore comunale allo Sport Domenico Carretta e Tommaso Fabbrocini, per il partner tecnico Macron. La Drola si allena tre volte alla settimana e il sabato disputa le partite. Il gruppo degli atleti è integrato da quattro elementi della Dynamo Dora, società presso la quale i detenuti in semilibertà svolgono alcune sessioni di preparazione. Studenti con il coltello, invocare pene più severe è una forma di rimozione collettiva di Gianfranco Pellegrino* Il Domani, 26 marzo 2026 Lo sconcertante episodio della provincia di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante a scuola, viene affrontato dal ministro Valditara e dalla destra come un problema penale. Basta proibire che avvenga, come mai non ci abbiamo pensato prima? Chi ha accoltellato lo studente tredicenne di Trescore Balneario? Ha accoltellato Chiara Mocchi, la sua insegnante, ovviamente. La persona a cui va tutta la nostra solidarietà e apprensione, come genitori, insegnanti, cittadini e cittadine di questo paese. La persona che, insieme a milioni di altre, sta lì a reggere la trama fragile del futuro di questo paese, che in gran parte dipenderà da chi è giovane adesso. Ma non ha accoltellato soltanto Mocchi, quel ragazzo tredicenne, che aveva un coltello e la scritta “Vendetta” sulla maglietta. Ha colpito lo Stato, come dice Valditara? E lo Stato deve difendersi con provvedimenti che impediscano la diffusione di armi fra i giovani? Avete capito bene: fra i nostri giovani si diffondono armi bianche, che evocano scene arcaiche e tribali, di violenza pura ed elementare. E, a fronte di questo fatto, la soluzione proposta da chi ha la responsabilità politica di quel mondo è tecnica, è una pena che proibisca questo comportamento. Con ciò stesso normalizzandolo. Basta dire che cosa non si deve fare e punire con sanzioni chi si ostina a farlo. Il problema, per il ministro, non è una manifestazione enorme e drammatica di un disagio nuovo. Se giovani di un paese occidentale avanzato - non giovani di un paese in guerra, non giovani di un territorio afflitto da povertà e carestia - si armano, il problema è criminale, non sociale, sembra dire Valditara. A un tredicenne che colpisce una donna di 57 anni, col telefonino al collo per riprendere la scena o trasmetterla in diretta, bisogna proibire di farlo. Certo. Come mai non ci abbiamo pensato prima? E se invece questo ragazzo avesse colpito prima di tutto sé stesso? Se avesse colpito l’enorme buco che evidentemente aveva in sé stesso, e che non veniva né riempito né curato da chi doveva farlo? E, beninteso, chi doveva farlo non era certo la professoressa. Chi doveva farlo è tutto quello che distingue un paese occidentale avanzato da un paese in guerra o in condizioni estreme, tutto quello che distingue l’epoca in cui viviamo, qui, da questa parte del mondo, almeno, e le epoche del passato dove i coltelli erano possesso abituale. E noi proponiamo pene a un ragazzo che ha colpito sé stesso colpendo la sua professoressa, a un ragazzo che vive in guerra in tempo di pace, che vive armandosi in un luogo pacifico, che parla di vendetta quando dovrebbe parlare del primo amore? Lo riteniamo penalmente imputabile. A tredici anni, come proposto da un disegno di legge a firma Marta Fascina. E perché non a dodici, a dieci? Al di là delle convenienze politiche, al di là delle ideologie, al di là dello smarrimento che pure ci può essere - non vorrei trovarmi certo nei panni del ministro e di chi ha responsabilità nella scuola, in questo momento - che immaginazione, che sentimenti stanno dietro questo tic da sceriffi? Veramente si può immaginare che il giorno in cui gli studenti non porteranno armi perché spaventati da pene draconiane, i loro compagni, i loro docenti, le loro famiglie e la società tutta saranno pacificati? Pacificazione è vivere sicuri perché chi ci vuole accoltellare nel suo cuore non può farlo perché sotto minaccia? L’episodio di Bergamo non è una questione penale, né una questione solo educativa. È una questione pienamente politica, nel senso più vero del termine. Un paese dove un ragazzo così giovane si arma e fa violenza su una figura che, in fondo, è una figura di cura è un paese che ha un problema politico, non penale. Le coltellate di questo ragazzo non sono un’emergenza criminale - non sono mafia, non sono rabbia solo sociale di banlieu. Non lo sono anche se lo fossero. Quando la mente di una persona di tredici anni, che è affidata alle nostre cure - e non solo alle cure della scuola, o della famiglia, ma alle cure di tutti noi, di tutta la società - vacilla così tanto, e concepisce e attua un atto del genere, le norme e le punizioni sono una reazione gigantesca di rimozione, una nevrosi collettiva, una mossa infantile. Le persone adulte, se ancora ci sono, dovrebbero guardarsi in faccia, rimboccarsi le maniche, sostenere lo sguardo della professoressa, dei suoi colleghi, e ricominciare da capo la costruzione di un posto all’altezza di quel che dovremmo essere, qui, al riparo (ancora) da guerre e catastrofi. *Filosofo Matteo Lancini: “Aumentare le pene non serve. La furia nasce da emozioni taciute” di Franco Giubilei La Stampa, 26 marzo 2026 Lo psicologo: “Il vero problema è che gli adulti non ascoltano i ragazzi”. “Le emozioni che non trovano parole per essere espresse possono diventare violenza verso l’altro o verso sé stessi”. Di fronte all’aggressione violentissima del 13enne alla sua insegnante, lo psicologo Matteo Lancini ripete come un mantra un argomento che gli è caro: per riuscire a prevenire disastri come questi, gli adulti devono saper ascoltare gli adolescenti e intercettarne le pulsioni emotive prima che si trasformino in qualcosa di peggio. Inutile inasprire le pene e ancor più demagogico, come lo psicoterapeuta si aspetta che avvenga anche stavolta, proporre di abbassare sotto i 14 anni la soglia di punibilità per i ragazzini. Lancini poi richiama analogie inquietanti: “La mimetica, la preparazione, ricordano le stragi delle città americane”. Che cosa può scatenare una furia del genere in un adolescente? “Non posso dire niente sul caso specifico, ma mi sembra che questi comportamenti riguardino il fatto che le emozioni non riescano a essere messe in parole e che diventino un agito violento: come se, non dominando paura, rabbia e tristezza nella fase dell’adolescenza, il conflitto esplodesse nell’azione. Questa è una società che dice di ascoltare di più i propri figli rispetto al passato, quando in realtà opera un ascolto selettivo: gli adulti mettono a tacere le emozioni dei ragazzi che li disturbano. C’è un’impossibilità degli adolescenti nel trovare ascolto e una società che non trova neanche il tempo di farlo. Il vero movente è sempre l’emozione che non ha trovato modo di essere parola”. È una questione di marginalità sociale quella che spinge un giovanissimo ad armarsi di coltello? “No, sappiamo benissimo che molte vicende, come quella di Paderno Dugnano (il 17enne che ha ucciso a coltellate i genitori e il fratellino, ndr) o di Giulia Cecchettin, dicono il contrario, anche se è indubbio che esistano marginalità sociali che favoriscono certe situazioni. Nel caso dell’insegnante aggredita, potrebbe trattarsi di una docente che ha saputo instaurare un rapporto con quell’alunno, anche se sarà difficile capirlo anche per chi indagherà in quella mente confusa”. Ma le scuole come possono attrezzarsi? Si è parlato anche di metal detector... “Leggi e decreti non hanno introdotto niente di nuovo a questo riguardo: puoi mettere tutti i metal detector che vuoi - trascurando fra l’altro il fatto che ci sono coltelli in ceramica e altri oggetti atti a offendere - ma il tema vero è la prevenzione e non saranno i dispositivi di controllo, il 5 in condotta o multe di mille euro ai genitori a risolvere il problema”. E come si risolve? “Con la prevenzione: già da domani (oggi per chi legge, ndr) bisognerebbe parlare in classe dell’accaduto, così come i genitori dovrebbero farlo a casa con i figli, chiedendo che cosa ne pensano e se gli sia mai venuto in mente di aggredire il prof o un compagno. L’unica prevenzione è far vedere ai ragazzi che non hai paura delle loro emozioni, in modo che si sentano liberi di esprimerle. Perché alla fine tu adulto sei sempre tentato di dire a tuo figlio che certe cose non le deve provare”. Cosa accadrebbe se abbassassero la non punibilità dei minori sotto i 14 anni? “La proposta salterà fuori di sicuro, ne parlano da anni nonostante abbiamo la giustizia minorile più rigorosa e seria. Va precisato che il 13enne fermato a Bergamo è stato momentaneamente allontanato dalla famiglia, verrà messo in comunità e sottoposto a valutazioni di vario tipo. D’altra parte tu puoi pure imputare un ragazzino, ma non sarà questa prospettiva a fermarlo se, come sembra in questo caso, è in preda ad emozioni talmente devastanti da poter diventare furia omicida”. Il fenomeno dei coltelli in mano agli adolescenti è sempre più diffuso, come se lo spiega? “Con la paura delle generazioni più giovani di quello che ti può accadere là fuori, per cui trovi nel coltello la rappresentazione più facilmente accessibile: la lama è ciò che ti consente di ribaltare la sensazione di paura. E come te ne difendi? Col coltello in tasca, comportamento che si registra anche fra ragazzi di ceti sociali non svantaggiati”. Inasprire le pene, come con il decreto Caivano, serve? “Gli interventi securitari non garantiscono niente. I giovani vengono visti come soggetti da riaddomesticare quando invece lanciano segnali d’allarme che vanno letti come disperazione. Bisogna parlare con loro, ma per dare ascolto ci vuole tempo e noi adulti siamo un po’ troppo impegnati a farci gli affari nostri”. Suicidio assistito, “Libera” è morta con l’aiuto del Cnr di Eleonora Martini Il Manifesto, 26 marzo 2026 Il Consiglio nazionale delle ricerche ha messo a punto il dispositivo a comando oculare che la donna toscana, paralizzata, attendeva. “Spero che nessuno debba più aspettare due anni per un diritto che gli appartiene già”. I dispositivi di varia applicazione basati sulla tecnologia eye-tracking non sono certo una novità. Ma quello che ha permesso a Libera - nome di fantasia per una donna toscana di 55 anni malata dal 2007 di sclerosi multipla a decorso progressivo e ormai completamente paralizzata dalla testa ai piedi - di accedere finalmente al suicidio assistito azionando con il solo movimento degli occhi il meccanismo di autosomministrazione del farmaco letale, è un’apparecchiatura predisposta appositamente per lei dal Consiglio nazionale di ricerca (Cnr). Quando la scorsa settimana lo aveva finalmente ricevuto dalla sua azienda sanitaria, la Usl Toscana nord-ovest, dopo due anni di attesa e di battaglie legali, due anni di indicibili sofferenze per un corpo congelato da una completa tetraparesi spastica che le impediva di vivere senza l’aiuto di altre persone e senza una corposa terapia antalgica continua, gli oltranzisti cattolici meloniani di Pro Vita & Famiglia avevano perfino parlato di “ennesimo passo verso una deriva di morte, resa tale dalle continue sentenze politiche e ideologiche della Corte Costituzionale”. Quando ieri infine Libera, che non avrebbe potuto nemmeno schiacciare un tasto con un dito o con una parte del corpo, è stata in grado di attivare autonomamente l’infusione endovenosa del farmaco utilizzando il puntatore oculare, ha realizzato ciò che desiderava dal marzo 2024, allorché chiese alla propria Usl la verifica delle condizioni previste dalla Consulta nella sentenza Cappato/Antoniani del 2019 per poter ottenere il via libera alla morte volontaria medicalmente assistita. “Spero, con tutta me stessa - ha scritto in un ultimo messaggio affidato all’associazione Luca Coscioni che l’ha sostenuta nella lunga battaglia legale - che nessuno debba più aspettare due anni per poter esercitare un diritto che gli appartiene già. Nessuno dovrebbe essere costretto a lottare così a lungo per ciò che dovrebbe essere garantito. La mia battaglia è stata dura, ma desidero credere che non sia stata vana. Se servirà ad aprire anche solo una strada, ad accorciare anche solo un’attesa, allora avrà avuto senso”. Questa, ha aggiunto ringraziando l’associazione Coscioni e il proprio medico Paolo Malacarne, “non è solo la mia storia: è una richiesta di dignità, che spero un giorno non debba più essere conquistata, ma semplicemente rispettata”. Dopo i primi accertamenti da parte della Usl, nel 2024, e i primi dinieghi opposti alla donna che nel frattempo aveva anche rifiutato il posizionamento di un sondino Peg, una difficile vertenza giudiziaria condotta dal pool di avvocati coordinati da Filomena Gallo, segretaria nazionale della Coscioni, ha permesso a Libera di ottenere nel luglio 2025 il permesso alla procedura. La signora aveva tutti i requisiti richiesti dalla sentenza costituzionale 242/2019 tranne la capacità di autosomministrarsi il farmaco letale, motivo per cui il giudice di Firenze nell’aprile 2025 sollevò davanti alla Consulta la questione di legittimità dell’articolo 579 c.p. (“Omicidio del consenziente”). Nella sentenza 132 la Corte, dichiarando inammissibile per vizi istruttori la questione sollevata dal tribunale fiorentino, ha ordinato la verifica anche a livello internazionale dell’esistenza di dispositivi idonei all’autosomministrazione del farmaco. A quel punto, il Cnr su ordine del tribunale ha predisposto e collaudato il dispositivo adatto, una soluzione tecnica che prima non esisteva. La storia di Libera - la 14esima persona in Italia ad aver avuto accesso al suicidio assistito e la seconda in Toscana - pone un’altra pietra miliare nel percorso verso il pieno riconoscimento di un diritto che, se affermato a determinate condizioni da più di una sentenza della Corte costituzionale, non è ancora normato da una legge nazionale. Mentre solo due regioni - Toscana e Sardegna - si sono dotate di regole per definire procedure e tempi certi per l’assistenza sanitaria al suicidio. Al Senato, nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità non è ancora ripartito l’esame degli emendamenti al testo base elaborato dai relatori Zanettin (FI) e Zullo (FdI). Testo che di fatto cancella i diritti assicurati dalla Consulta. Per fermare definitivamente questo ddl, l’associazione Coscioni ha lanciato un appello e indetto una mobilitazione dal 6 al 19 aprile in molte piazze italiane. Migranti. Il governo e i Cpr in Albania alla prova finale della Corte Ue di Vitalba Azzolini* Il Domani, 26 marzo 2026 Gli eventi delle ultime settimane hanno fatto passare quasi sotto silenzio l’esame da parte dei giudici europei su alcune questioni pregiudiziali che determineranno la sorte dei centri italiani oltre Adriatico, uno dei cardini della politica migratoria del governo Meloni. Dovranno valutare se l’Italia avesse il potere di stipulare l’intesa e se le strutture possano essere utilizzate come centri per il rimpatrio. Tra le guerre che infiammano il mondo e gli eventi che agitano la politica interna, è passata quasi sotto silenzio la prima udienza della Corte di Giustizia dell’Unione europea su alcune questioni pregiudiziali che determineranno la sorte dei centri italiani in Albania, uno dei cardini della politica migratoria di Giorgia Meloni. La Corte di Lussemburgo già il 1° agosto scorso ha posto un limite rilevante a questa politica, affermando che la qualificazione di un paese come sicuro resta sottoposta al controllo dei giudici. Le prossime pronunce saranno forse ancora più importanti: riguarderanno, in sintesi, la stessa competenza dell’Italia a stipulare l’accordo con Tirana, nonché l’utilizzabilità delle strutture albanesi come centri per il rimpatrio (Cpr). Una premessa: il Patto europeo per la migrazione e l’asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, non farà venire meno i principi che saranno posti dalla Corte Ue. I centri in Albania Il protocollo firmato nel novembre 2023 da Giorgia Meloni ed Edi Rama riguardava originariamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane fuori dal mare territoriale italiano o di altri Stati membri dell’Ue, anche dopo operazioni di soccorso. Si prevedeva il loro trasferimento nei centri di Shëngjin e Gjadër, sottoposti alla legge e alla giurisdizione italiana, per l’esame delle domande di protezione internazionale mediante procedure di frontiera, accelerate rispetto a quelle ordinarie. Siccome, a causa delle mancate convalide dei trattenimenti dei migranti da parte dei giudici, i due centri rimanevano inutilizzati, nella primavera del 2025 il governo ha destinato Gjadër a Cpr per stranieri già destinatari di espulsione. Scarpa (Pd): “Hanno riempito i Cpr in Albania per attaccare i giudici prima del referendum” I dubbi sul Protocollo La Corte di giustizia dell’Ue, a seguito di rinvii pregiudiziali della Corte d’appello di Roma, è ora chiamata a valutare se l’Italia potesse legittimamente stipulare il protocollo con l’Albania. In base al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, quando un accordo con un paese terzo incide su norme comuni dell’Unione o ne modifica la portata, la competenza a concluderlo spetta in via esclusiva all’Unione stessa. In materia di asilo e immigrazione l’Unione europea ha regole comuni su procedure, accoglienza, trattenimento, ricorsi, salute e garanzie individuali, e il protocollo interviene proprio su questi aspetti, disciplinandoli per le strutture albanesi. I giudici europei potrebbero, quindi, attestare che l’Italia non aveva alcun potere di concludere l’accordo con l’Albania. La Corte d’appello pone anche un secondo problema: se il diritto dell’Unione consenta la conduzione e la permanenza del cittadino di paese terzo, anche richiedente asilo, in aree situate fuori dal territorio dell’Unione, nelle quali non è pienamente assicurato il rispetto di una serie di garanzie previste dal diritto dell’Unione (difesa, salute, visite e altro). Altro colpo al modello Albania: la Corte Ue affossa la strategia di Meloni I centri albanesi come CPR C’è anche un’ulteriore questione pregiudiziale, sollevata invece dalla Corte di cassazione: la domanda è se l’Italia possa trasferire in Albania persone già trattenute in un Cpr italiano quando non esista una prospettiva concreta e determinata di rimpatrio. La giurisprudenza della Corte europea, infatti, reputa legittimo il trattenimento in un Cpr solo quando sussista tale prospettiva. Si chiede, dunque, alla Corte se il trasferimento pre-rimpatrio in Albania, in assenza di una “predeterminata e individuabile prospettiva di rimpatrio”, sia compatibile con il diritto dell’Unione. La Cassazione aggiunge una domanda ulteriore: se debba restare trattenuta in una delle aree previste dal protocollo la persona che, dopo esservi stata trasferita, presenti una domanda di protezione internazionale che le autorità nazionali giudichino come strumentale. Questo caso si è verificato anche di recente e, per inciso, è stato utilizzato nella campagna referendaria per il Sì. Se la Corte di giustizia affermasse che il trasferimento in Albania non è compatibile con le regole europee quando manca una prospettiva concreta di rimpatrio, verrebbe meno l’uso dei centri come Cpr; e se escludesse anche la possibilità di trattenimento dopo una domanda di asilo, pure se strumentale, il margine operativo delle strutture albanesi si restringerebbe ancora. In conclusione, le prossime pronunce della Corte Ue potrebbero infliggere un duro colpo a uno dei pilastri della politica migratoria di Giorgia Meloni. Non potendo qualificare i giudici europei come “toghe rosse” che cavalcano il No al referendum, a quali alibi ricorrerà la presidente del Consiglio? Perché i Cpr in Albania non “funzioneranno” *Giurista Immigrati e imprese: i dati che smontano la propaganda di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 26 marzo 2026 Mentre la politica agita lo spettro dell’invasione e qualche sindaco vieta i kebab, il Registro delle Imprese racconta un’altra storia. Al 31 dicembre 2024, in Italia ci sono 666.767 imprese gestite da persone nate all’estero. Erano 454.029 nel 2011. In tredici anni sono cresciute del 46,9 per cento. Nello stesso periodo, le imprese degli italiani sono diminuite del 7,9. Il dato viene dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con la Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Fonte ufficiale: il Registro delle Imprese, quello che registra tutto ciò che esiste davvero nel tessuto produttivo del Paese. La destra, ma non solo lei, governa agitando la paura. Lo fa usando i casi di cronaca amplificati fino a emergenza nazionale, costruendo un’identità minacciata che chiede difesa. Ma lo strumento più efficace è quello più sottile: la guerra tra poveri. L’operaio del Nord che ha visto chiudere la fabbrica sotto casa viene convinto che il problema sia il marocchino che vende frutta al mercato, il cinese che gestisce il ristorante, il bangladese che apre il negozio di alimentari la domenica. E la bottega dell’immigrato diventa, nell’immaginario costruito a uso elettorale, concorrenza sleale, evasione fiscale, economia sommersa. I numeri smentiscono ogni luogo comune su ogni punto. Una crescita che resiste a tutto - Quelle 666.767 imprese rappresentano oggi l’11,3 per cento di tutte le attività indipendenti del Paese. Una su undici è guidata da qualcuno nato fuori dall’Italia. Nel solo 2024, il 25,6 per cento delle nuove imprese aperte è stato avviato da persone di origine straniera. Più di una su quattro. E non si tratta di fenomeni passeggeri: il 37 per cento di queste imprese ha alle spalle più di dieci anni di attività continuativa. Sono realtà che hanno resistito alla crisi del 2008, alla pandemia, ai rincari energetici del 2022. Ogni volta che l’economia italiana ha traballato, le imprese condotte da stranieri hanno continuato a crescere. Il rapporto le definisce “anticicliche”, e non è un termine scelto a caso. Per capire cosa sta cambiando bisogna guardare la forma che queste imprese stanno prendendo. Le ditte individuali rappresentano il 72,4 per cento delle imprese condotte da persone nate all’estero, e si confermano il segmento in cui il ricambio garantito dai migranti è stato più rilevante. Ma qualcosa si sta muovendo in profondità. Le società di capitali sono cresciute del 223,2 per cento tra il 2011 e il 2024. Alla fine dell’anno scorso coprivano il 21,1 per cento del totale delle imprese immigrate, contro il 9,6 del 2011. Si contano anche 1.962 start-up innovative in cui figura almeno una persona di origine straniera nella compagine societaria: il 16,2 per cento del totale nazionale. La distribuzione per settori racconta la stessa trasformazione. Commercio e costruzioni restano i comparti principali, con il 29,8 e il 25 per cento rispettivamente. Ma la crescita più intensa si è registrata altrove. Le attività di alloggio e ristorazione sono aumentate del 93,6 per cento dal 2011. I servizi di noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese del 108,3. La categoria “altri servizi”, che include ambiti professionali e specialistici, del 152 per cento. Nella sola fase post-pandemica crescono i servizi finanziari del 25,4, le attività professionali e scientifiche del 18,8, i servizi immobiliari del 32,6. Il commercio ha segnato invece una flessione del 6,6 per cento: il segno che anche gli imprenditori stranieri reagiscono alle stesse dinamiche di mercato che colpiscono tutti. Non è più solo il muratore romeno o il venditore ambulante marocchino. L’imprenditoria immigrata occupa oggi spazi economici che richiedono competenze specializzate e relazioni di lungo periodo. Cambia anche la geografia delle origini. Marocco, con 56.404 titolari di ditte individuali, Romania con 53.432, Cina con 50.043 e Albania con 42.076 guidano ancora la classifica. Ma nell’arco di tredici anni i pakistani sono più che triplicati, con un incremento del 206,3 per cento, e i bangladesi più che raddoppiati con il 117,2. Hanno superato per numero i colleghi da Senegal, Tunisia ed Egitto. Le specializzazioni etniche persistono: albanesi e romeni dominano nell’edilizia, marocchini e bangladesi nel commercio. Ma si indeboliscono anno dopo anno, segno che i comportamenti imprenditoriali si stanno adattando al mercato più che all’appartenenza di comunità. Fornitori strategici nell’industria - Le donne imprenditrici nate all’estero sono 164.509, il 24,7 per cento del totale delle imprese immigrate. Dal 2011 sono cresciute del 56,2 per cento, un ritmo superiore a quello complessivo. Rappresentano il 12,6 per cento dell’intera imprenditoria femminile italiana. Operano soprattutto nel terziario, crescono negli “altri servizi” del 27,2 per cento rispetto al 2020, e si distinguono per un ricorso alle società di capitali superiore alla media: il 24,1 per cento contro il 21,1 del totale. C’è poi un dato che il rapporto porta alla luce attraverso un’analisi condotta sul database di Intesa Sanpaolo, costruita su un campione di oltre 136mila imprese native manifatturiere con fatturato di almeno 100mila euro. Tra il 2019 e il 2022, il 18 per cento di quelle aziende ha acquistato beni o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Sul fronte dei servizi emerge qualcosa di inatteso: i fornitori immigrati tendono a offrire prestazioni più avanzate rispetto agli autoctoni, non più basiche. Segno di competenze professionali elevate, non di un’economia di mero ripiego. E il 12 per cento di questi fornitori intrattiene rapporti stabili con l’impresa committente da almeno cinque anni. Fornitori integrati nelle catene produttive italiane, non soggetti periferici tollerati. Il rapporto non è solo un catalogo di progressi. Segnala anche le fragilità che persistono. Gli imprenditori immigrati restano spesso concentrati nei settori meno remunerativi, con difficoltà di accesso al credito, reti professionali fragili e ostacoli burocratici che pesano sui percorsi d’impresa. Il 27 per cento degli autonomi immigrati impiega personale dipendente, contro il 33,9 dei nativi. Il rischio è che la canalizzazione in ruoli subalterni già visibile nel lavoro alle dipendenze si riproduca anche nell’imprenditoria, con forme di autoimpiego di necessità che somigliano più a una trappola che a una scelta consapevole. Tutto questo non compare nei telegiornali quando si parla di immigrazione. Non viene citato quando si annuncia l’ennesimo decreto sui flussi o il nuovo accordo con qualche Paese nordafricano per bloccare le partenze. Eppure è lì, verificabile, nel Registro delle Imprese. L’immigrato che apre un’azienda paga le tasse, assume dipendenti, acquista forniture da altri, rifornisce le industrie locali. E lo fa in un Paese in cui il lavoro autonomo ha già una tradizione radicata: l’Italia conta il 20,1 per cento di occupati indipendenti, contro una media europea del 13,6. Chi fa campagna elettorale sulla paura raramente spiega che un quarto delle nuove imprese aperte in Italia nel 2024 è guidato da qualcuno nato all’estero, o che le società di capitali immigrate sono triplicate in tredici anni. La guerra tra poveri, del resto, funziona meglio senza quei numeri in mezzo. Social-media. Meta stangata dai giudici: “Minori prede sessuali” di Gianluca Nicoletti La Stampa, 26 marzo 2026 Ora possiamo dire che è stato condannato il pusher che ci ha reso tutti dipendenti da una “sostanza” nociva; una droga non elaborata chimicamente ma spacciata attraverso modelli matematici. È l’algoritmo che ci fa galleggiare estatici nella realtà dei social che ci ha resi dei tossici, e questa non è più solo una presa di posizione ideologica ma una realtà che potrebbe presto essere sancita dai tribunali. È un passaggio storico che entra nella carne viva della nostra evoluzione digitale: l’antico anatema rivolto al mondo online non è più legato soltanto ai contenuti potenzialmente dannosi, ma alla maniera in cui sono costruiti gli algoritmi che li creano e li distribuiscono, programmati per catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. La giuria del New Mexico ha stabilito che Meta ha consapevolmente danneggiato la salute mentale di bambini e ha nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento sessuale minorile sulle sue piattaforme sociali. Una grande porzione del potere di fuoco che oggi bombarda a tappeto l’emotività, non solo dei più giovani ma dell’intero genere umano dotato di smartphone, avrebbe dunque trascurato di intervenire su comportamenti criminosi, mentre perfezionava sottili meccanismi di cattura dell’interesse e condizionamento del tempo. È prevedibile che questo tsunami giuridico creerà un precedente destinato a pesare su tutte le cause in corso e altre future, intentate da familiari e associazioni che accusano i social di aver contribuito a scompensi gravi sul piano psichico, fino ai casi estremi di suicidio. Ancora di più, finirà per coinvolgere anche i sistemi di Intelligenza Artificiale tipo ChatGPT, dove ad essere messo in discussione sarà ancora l’algoritmo nel suo regolare funzionamento, non solo le sue distorsioni patologiche, quando dovesse emergere che avrebbe potuto favorire comportamenti autolesivi in persone particolarmente fragili. Non saranno certo le sanzioni pecuniarie a spaventare i giganti che sovrastano ogni nostro immaginario; di sicuro però il diritto ha cominciato a riconoscere che, nessuno escluso, ci stanno propinando un meccanismo di persuasione capace di cambiare in maniera velocissima la percezione del reale, le relazioni, le maniere di pensare, la valutazione degli eventi che attraversiamo. In altre parole ci stiamo avviando a essere immersi in quella “matrice”, animata da un codice, che la fantascienza di ultima generazione ha profetizzato da più di un ventennio. Lo abbiamo sempre intuito e probabilmente lo abbiamo accettato perché rendeva più leggero l’esistere, ci gratificava, ci faceva sentire importanti e al centro dell’universo, anche se oggettivamente ignoranti e meschini. È esattamente l’effetto che procurano le droghe, con la differenza che l’algoritmo ha tutto l’interesse a tenerci in vita: salvo alcuni effetti collaterali, gli serviamo attivi e succubi per il maggior tempo possibile. Social-media. Meta e Google colpevoli per la dipendenza da social di Arcangelo Rociola La Stampa, 26 marzo 2026 Il verdetto è stato raggiunto nell’ambito di un processo partito dalla una denuncia di una ventenne californiana. Cosa succede ora. Una sentenza a Los Angeles è destinata a cambiare in modo radicale il dibattito sulle piattaforme online. Google e Meta sono state ritenute responsabili della dipendenza dai social media tra i giovani. Il verdetto stato raggiunto nell’ambito di un processo sulla dipendenza dai social media. Partito da una denuncia di una ventenne californiana che ha sostenuto che Youtube (Google) e Instagram (Meta) abbiano istigato la sua depressione. Inducendole pensieri suicidi fin dall’infanzia. L’accusa mossa a Meta e Google non riguarda solo i contenuti ospitati, ma il modo in cui le piattaforme sono costruite. I legali della vittima hanno puntato il dito contro gli algoritmi di raccomandazione, il cuore stesso dei social media, quegli strumenti che ci suggeriscono cosa vedere per tenerci sempre incollati agli schermi. Ma anche il sistema di notifiche e l’assenza di filtri che impediscano di fruire contenuti potenzialmente dannosi quando non si ha l’età adatta per fruirli. Quello che potrà succedere ora è assai incerto. Si prevedono migliaia di cause legali simili. Specie negli Stati Uniti. Mentre è possibile che la sentenza induca Meta e Google a rivedere il proprio design, disattivando funzioni cruciali per il loro algoritmo di raccomandazione. Di fatto si tratta di una sentenza che dà basi giuridiche mai avute prima alle autorità legali, che, per quanto si tratti di un primo grado di giudizio, ora potranno imporre limiti severi. Il caso di Los Angeles riguarda una donna di 20 anni che ha dichiarato di essere diventata dipendente dalle app in giovane età a causa del loro design studiato per catturare l’attenzione. L’accusa si è concentrata proprio sul design della piattaforma piuttosto che sui contenuti, rendendo più difficile per le aziende sottrarsi alla responsabilità. Secondo il Pew Research Center, almeno la metà degli adolescenti americani utilizza YouTube o Instagram quotidianamente. Nell’ultimo decennio, le grandi aziende tecnologiche statunitensi hanno affrontato critiche sempre più aspre riguardo alla sicurezza di bambini e adolescenti. Il dibattito si è ora spostato nei tribunali e nei governi statali, dato che il Congresso degli Stati Uniti ha rinunciato a varare una legislazione completa per regolamentare i social media.