Delmastro paga per una cena, non per come ha gestito Dap e carceri di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 25 marzo 2026 Andrea Delmastro ha passato tre anni a gestire le carceri con il pugno duro, introducendo nuovi reati, blindando il 41-bis, resistendo a sentenze e polemiche. Ha tenuto il punto su tutto. Ora è caduto per una cena in un ristorante sulla via Tuscolana. Non per le politiche carcerocentriche, non per lo stallo con il Quirinale che ha lasciato il Dap senza guida per cinque mesi. Non per il piano edilizio che non riesce a tenere il passo con il sovraffollamento. Ma per una foto. Tre anni e mezzo di gestione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono stati sufficienti a produrre un record di suicidi in carcere, uno stallo istituzionale con il Quirinale sulla nomina del Capo del dipartimento, due capi del Dap avvicendati e uno scandalo giudiziario che ha investito direttamente il sottosegretario con delega alle carceri. Il penultimo capitolo è arrivato pochi giorni prima del referendum, ed è quello che Giorgia Meloni ha liquidato con una parola sola: “leggerezza”. A pochi giorni dal referendum è emerso che Andrea Delmastro Delle Vedove possedeva il 25 per cento delle quote della società “Le 5 Forchette Srl”, costituita il 16 dicembre 2024 per gestire la Bisteccheria d’Italia sulla via Tuscolana a Roma. Socia di maggioranza e amministratrice unica era Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva a febbraio 2026 per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, ritenuto prestanome del clan di Michele Senese. È indubbio che Delmastro non sapesse chi fosse davvero quella famiglia. Ma è proprio questo il punto: il sottosegretario con delega alle carceri, l’uomo che per tre anni ha gestito il 41-bis e i circuiti di alta sicurezza, si è ritrovato socio in affari con l’ambiente sbagliato senza accorgersene. Una distrazione che dice molto su come è stata condotta, in questi anni, la politica penitenziaria del governo Meloni. Il caso del ristorante è il secondo scandalo in meno di tre anni. Il primo risale al gennaio 2023 e riguarda Alfredo Cospito, anarchico detenuto al 41 bis. Delmastro fu accusato di aver passato al deputato Giovanni Donzelli informazioni riservate contenute in una relazione del Dap sulle conversazioni di Cospito con alcuni boss mafiosi. Donzelli usò quei dati in Parlamento per attaccare esponenti del Partito Democratico che avevano visitato il detenuto. Il 20 febbraio 2025 il Tribunale di Roma ha condannato Delmastro a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Le motivazioni hanno stabilito che la diffusione di quei dati aveva messo a rischio la sicurezza degli agenti coinvolti nelle intercettazioni. Delmastro ha rifiutato le dimissioni, definendo la sentenza “politica”. Meloni lo ha difeso, fino a ieri. Sul caso del ristorante la difesa segue uno schema simile: non sapeva che la ragazza fosse figlia di Caroccia, lei non era imputata né indagata, e appena ha scoperto i legami della famiglia con la camorra si è tolto dalla società. Ma le fotografie emerse prima del referendum complicano questa versione. Una, dell’ottobre 2023, ritrae Delmastro sorridente accanto a Mauro Caroccia nel ristorante “Da Baffo”, un anno prima che nascesse la Srl. Un’altra, del 3 giugno 2025, lo mostra a cena nella Bisteccheria d’Italia con Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero. L’ultima risale a fine gennaio 2026, nello stesso locale, con Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della Polizia Penitenziaria. Tutto si può dire tranne che il sottosegretario sia contiguo alla mafia. Anzi, in nome dell’antimafia, ha corroso i diritti che anche i condannati per associazione mafiosa devono avere come prescrive la nostra Costituzione. I suoi detrattori, Il Fatto Quotidiano in primis, sono carcerocentici quanto lui. Ancora una volta, invece di battersi contro gli abusi, si preferisce l’arma dello scandalo, anche quando non ha alcuna rilevanza penale. Tre anni di nomine, frizioni e stalli - Per capire come si è arrivati fin qui bisogna risalire all’ottobre 2022, quando il governo Meloni ha cominciato a mettere le mani sul Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Carlo Renoldi era il capo del Dap ereditato dal governo Draghi. Magistrato garantista, aveva impostato la sua gestione sul recupero del detenuto e sulla tutela dei diritti, un profilo che strideva con la linea “legge e ordine” della nuova maggioranza. A gennaio 2023 Carlo Nordio lo ha sostituito con Giovanni Russo, magistrato con un lungo passato alla Procura Nazionale Antimafia, scelto per rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata e la gestione del 41-bis. Ma la direzione di Russo è durata meno del previsto. A dicembre 2024 si è dimesso. Secondo il Sappe, alla base delle dimissioni ci sarebbero i rapporti difficili con Delmastro: “Tra Russo e Delmastro non è mai scattato quel feeling indispensabile tra politica e amministrazione per lavorare insieme di pari passo”, hanno fatto presente dal sindacato. Per cinque mesi il dipartimento è rimasto senza una guida, affidato alla vicecapo Lina Di Domenico. Quella fase si è trascinata più del previsto per via di uno stallo con il Quirinale: Sergio Mattarella ha percepito la gestione della nomina di Di Domenico come priva del necessario coordinamento istituzionale. Il Dap è rimasto senza un vertice strategico proprio mentre le carceri raggiungevano livelli di crisi senza precedenti. A maggio 2025 è arrivato Stefano Carmine De Michele, già direttore generale delle risorse materiali del dipartimento. Un profilo tecnico-logistico che non ha convinto gli addetti ai lavori, per l’assenza di esperienza nell’ordinamento penitenziario. Carceri al collasso, risposte insufficienti - Nel frattempo la realtà delle carceri andava in una direzione sola. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5 per cento alla fine del 2025, ma la media nasconde situazioni al limite del collasso: Lucca al 246 per cento, Vigevano al 243, Milano San Vittore al 231. In quasi metà degli istituti visitati mancano docce, acqua calda o riscaldamento adeguato, violando il parametro di tre metri quadrati pro capite fissato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il numero di suicidi racconta lo stato reale del sistema. Il 2024 è stato l’anno peggiore mai registrato: almeno 91 secondo i dati di Ristretti Orizzonti. Il 2025 ha chiuso con 79 suicidi su 238 decessi complessivi tra le sbarre. Mattarella ha definito le condizioni attuali “inammissibili” per uno Stato di diritto. Il governo ha risposto con il Piano Carceri 2025-2027: oltre 900 milioni di euro per circa 10.692 nuovi posti detentivi, attuazione affidata al Commissario Straordinario Marco Doglio. Ma i dati di fine 2025 mostrano una contraddizione: nello stesso periodo il sistema ha perso circa 700 posti per incendi e fatiscenza, rendendo l’incremento teorico insufficiente. I sindacati parlano di piano “propagandistico”. A febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto sicurezza che introduce il reato di “rivolta in istituto penitenziario”, punibile da 2 a 8 anni, colpendo non solo gli atti di violenza ma anche la resistenza passiva e il rifiuto di obbedire agli ordini. Le associazioni per i diritti civili parlano di criminalizzazione della protesta. Aldo Di Giacomo, segretario del Spp, in una lettera aperta alla premier ha accusato Nordio e Delmastro di aver contribuito, con le loro lacune gestionali, ad aumentare la tensione negli istituti. La Uilpa conta 11.000 unità mancanti nel comparto sicurezza, di cui 2.000 solo nel settore penitenziario. Tre anni e mezzo dopo l’insediamento, il bilancio del Dap è quello di un sistema che ha cambiato vertice tre volte, rallentato da frizioni politiche e da uno stallo con il Quirinale, mentre le carceri accumulavano emergenze non risolte. Il piano edilizio da 900 milioni esiste, ma i cantieri vanno a rilento. Ed è una ricetta antica, ma fallimentare. Il decreto sicurezza ha introdotto nuovi reati invece di rispondere ai bisogni fondamentali. La roccaforte piemontese e un Dap “da azzerare” di Eleonora Martini Il Manifesto, 25 marzo 2026 La richiesta di alcuni sindacati: “Via anche i vertici del Dipartimento, costruito a sua immagine”. Con otto agenti di Polizia penitenziaria condannati per falsità materiale e ideologica a pene che vanno dai 18 mesi ai 20 mesi di reclusione, si conclude il primo grado del processo - lungo e difficile - per le violenze avvenute all’interno del carcere di Ivrea tra il 2015 e il 2016. Il reato di lesioni è ormai prescritto, ma il fatto è comunque molto rilevante perché, come spiega l’avvocata Simona Filippi che nel procedimento ha rappresentato l’associazione Antigone come parte civile, il falso è non a caso considerato un “reato sentinella” di violazioni ben più gravi. “I giudici hanno riconosciuto - ricostruisce l’avv. Filippi - che le documentazioni prodotte dagli agenti condannati, che riferivano di cadute e incidenti accidentali, erano false e servivano in realtà a coprire condotte violente avvenute ai danni di persone detenute nell’istituto penitenziario. Per gli autori delle violenze, accusati di lesioni in quanto all’epoca della contestazione non era ancora presente il reato di tortura, è intervenuta la prescrizione. Dopo le prime indagini, per ben due volte il Pm chiese l’archiviazione. Ma Antigone si oppose, e presentò istanza di avocazione rivolta al Procuratore generale presso la Corte di Appello di Torino, che venne accolta nell’ottobre 2020”. Il caso di Ivrea è uno dei tasselli di quello che i più malevoli chiamano “sistema Piemonte” per riferirsi al modus operandi che una certa parte della polizia penitenziaria sembra aver adottato in modo strutturato, negli ultimi anni, nelle carceri del territorio piemontese. La regione, infatti, è tra quelle che annoverano il maggior numero di procedimenti penali a carico di agenti accusati di tortura o lesioni in carcere. Prima di Ivrea, a Torino poche settimane fa si è registrata la terza condanna per torture in carcere da quando in Italia è stato introdotto il reato (tanto osteggiato da Fd’I e dalle sigle sindacali della polizia penitenziaria), e dopo le sentenze di S. M. Capua Vetere e San Gimignano. Gli agenti condannati per tortura sono sette. A Cuneo invece è appena cominciato il processo a 10 poliziotti e ufficiali della Casa circondariale di Ceraudo accusati di tortura ai danni di 5 detenuti pakistani che avevano inscenato una protesta. Atri quattro agenti hanno scelto il rito abbreviato. E a Biella sono 25 i poliziotti indagati di abuso di mezzi di correzione, un capo di imputazione che il Gup ha derubricato rispetto all’iniziale accusa di tortura. Casi diversi che hanno avuto ancora più diversi iter giudiziari, ma che descrivono una modalità gestionale simile all’interno degli istituti di pena. Particolarmente grave perché il Piemonte è la roccaforte politica dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che sulla carta era delegato solo al personale dell’amministrazione penitenziaria ma ormai era diventato il vero deus ex machina delle carceri. E che negli istituti penitenziari del Piemonte aveva uno dei suoi fan club più strutturati. Un bacino di voti e di potere che ha curato con grande attenzione. Lo dimostrano le ripetute visite nelle varie Case circondariali della regione, sempre per rendere omaggio agli agenti, mai per verificare le condizioni dei detenuti; le feste e le grigliate con i rappresentanti sindacali della sigle più destrorse della polizia penitenziaria (perfino all’interno dello stesso carcere di Biella e perfino insieme ad agenti sotto inchiesta); gli slogan contro i detenuti che ripeteva ogni volta che ne aveva l’occasione; e, last but not least, le cene con il golgota dell’amministrazione penitenziaria organizzate perfino nell’ormai famigerata bisteccheria del tuscolano a Roma. Ed è proprio su quest’ultimo fatto che insistono coloro che, fuori e dentro il Corpo, dopo le dimissioni di Delmastro chiedono anche “l’azzeramento di tutto l’apparato dirigente del Dap”, come fa il Sindacato polizia penitenziaria che accusa l’ormai ex sottosegretario di aver “costruito a sua immagine e somiglianza l’apparato del Dipartimento e i livelli apicali dell’Amministrazione Penitenziaria”. Dietro le sbarre l’inno silenzioso degli italiani dimenticati di Sabrina Panarello agenparl.eu, 25 marzo 2026 Non c’è retorica sovranista che tenga quando l’aria manca e le mura trasudano abbandono. Dietro le sbarre non si canta l’inno italiano, e il motivo è di una semplicità atroce: perché in questo inferno non vince mai nessuno. Non vincono i detenuti, schiacciati in un assurdo 254% di sovraffollamento a Lucca o al 250% di San Vittore, e non vincono gli uomini e le donne della Polizia penitenziaria, trasformati in ammortizzatori sociali di un fallimento politico senza precedenti. Entrambi sono i “truffati” dalle manovre di un Palazzo che ha smesso anche solo di fingere di avere una soluzione. In questo scenario apocalittico, spicca la solitudine dorata di Carlo Nordio. Il Guardasigilli appare ormai come un fantasma tra i corridoi di via Arenula, incapace di una reazione che non sia il rifugio nel tecnicismo o l’evocazione dei suoi hobby e dei suoi studi. È un distacco che ferisce: mentre il Ministro fantastica di ritiri privati e dotte dissertazioni, nelle carceri italiane c’è un’umanità dolente che hobby non ne può avere. C’è chi conta i giorni per la libertà e chi conta le ore per la fine di un turno che è diventato un corpo a corpo con la disperazione che resta pericolosamente inascoltato. Una disperazione che si misura con un carrello di cibo che torna indietro pieno una, due, tre volte, spesso per la mancanza di terapie salvavita. Questo è l’inno che risuona negli istituti di pena. A pena si aggiunge pena. Il silenzio di Nordio non è eleganza, è la resa di chi non sa più parlare al Paese reale. Mentre le poltrone di Delmastro e Bartolozzi sono ancora calde, il Palazzo già lavora al rimpasto, ma chiamarla soluzione sarebbe un insulto. Sarebbe l’ennesimo errore aggiungere alla squadra quella che sarebbe a tutti gli effetti una seconda scelta di ripiego, chiunque sia, che non ha mai sentito l’odore della polvere e della ruggine delle sezioni detentive. È l’ora della persona giusta, empatica, sensibile e adatta a rimettere in piedi un carrozzone fermo da troppo tempo su un binario morto. Scegliere tecnici del diritto senza pancia significa confermare che per via Arenula la Giustizia è solo un calcolo di potere, non un dovere civile verso quelli che, lì dentro, sono diventati tutti ultimi. Oggi l’Italia che resiste è quella dei padiglioni dove non c’è spazio per camminare, ma c’è ancora la forza di denunciare. Il 54% di No al referendum ha certificato il fallimento di chi ha promesso ordine consegnando il caos. Nelle carceri l’inno non risuona, perché non c’è vittoria nel vedere uno Stato che punisce se stesso rinunciando alla propria umanità. Oltre la barriera: il ruolo dell’etnopsicologia in carcere di Laura Ghiandoni trendsanita.it, 25 marzo 2026 In Italia circa il 30% dei detenuti ha un background migratorio. L’etnopsicologia, con interventi multidisciplinari, aiuta a comprendere e supportare queste persone in carcere. “L’altissima presenza di persone con background migratorio ha spinto la direzione della casa circondariale di Sollicciano, in provincia di Firenze, a chiederci di organizzare una proposta che favorisse una più efficace presa in carico da parte dei detenuti extracomunitari tenendo conto delle specificità culturali, degli aspetti geopolitici e del percorso migratorio”. Lelia Pisani, etnopsicologa del Centro Studi Sagara, racconta l’avvio del lavoro d’équipe che intreccia il supporto psicologico nel contesto carcerario, supportando i migranti nella comprensione delle complesse procedure burocratiche che lo caratterizzano e facilitando la possibilità di accedere ai vari servizi. Numeri e criticità - Secondo il XXI Rapporto sulle condizioni dei detenuti realizzato dall’associazione Antigone, è stabile il numero di circa 20mila persone con background migratorio all’interno degli istituti penitenziari, su un totale di 60mila detenuti. Si parla di una presenza che ha raggiunto il picco nel 2017 con quasi il 40%, e che si è successivamente ridotta, tornando lievemente ad aumentare intorno alla soglia del 31% negli anni 2023-2024 e che oggi continua ad essere più o meno intorno al 30%. Secondo lo stesso documento gli spazi disponibili in molti casi sono inferiori al minimo stabilito per legge, i tre metri quadrati per persona, e se il problema del sovraffollamento è ben noto anche al grande pubblico, i silenziosi decessi a causa di gesti anticonservativi sono oggi un sottobosco di fatti di cui non si indagano sempre le ragioni. Eppure nel 2019 un ampio lavoro di ricerca che ha preso in esame 13 studi realizzati tra il 2000 e il 2018 confermava già lo stretto legame tra suicidio e patologia mentale. Il lavoro pubblicato sul Journal of Affective Disorders, realizzato dal team guidato da Lay San Too, faceva emergere che le persone con un disturbo mentale presentavano un rischio di suicidio quasi otto volte superiore rispetto alle altre persone. Secondo Ristretti Orizzonti - associazione che si occupa di monitoraggio e tutela delle persone in carcere in Italia - nel 2025 sono stati 80 i detenuti che si sono tolti la vita. Il dossier “Morire di carcere” evidenzia i dati essenziali dei decessi, come il nome dei detenuti, i quali per quasi la metà suggeriscono un background migratorio. E pensare che, qualche anno fa, nel 2021, con 59 casi, il nostro Paese veniva già inserito nel rapporto di Statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa (denominato SPACE I) nella casella dei paesi con più elevato tasso di suicidi. Nello stesso anno veniva pubblicato su The Lancet un altro ampio lavoro di metanalisi che prendeva in esame i dati di oltre 15mila casi di persone detenute che in 27 paesi di tutto il mondo si sono tolte la vita, andando a indagare i motivi più profondi del gesto. Lo studio evidenziava come, tra le principali cause - oltre la patologia psichiatrica non curata - emergessero la mancanza di visite sociali, cioè la condizione di isolamento e la grande solitudine a cui sono esposte alcune persone in carcere. Pisani spiega: “La questione delle relazioni sociali e dei contatti del detenuto con la propria famiglia è cruciale. Ci siamo resi conto che una parte enorme del malessere all’interno delle carceri, per chi ha un background migratorio, è generata dall’assenza di una rete familiare”. E commenta: “Per questioni amministrativo burocratiche è più complesso per i detenuti con parenti all’estero poter accedere alle telefonate con i familiari”. Il motivo? “In molti paesi acquistare una scheda telefonica non richiede un contratto di proprietà, documento invece richiesto dall’istituto penale per il rilascio delle autorizzazioni alle telefonate”. E continua: “In accordo con la direzione di Sollicciano è stato organizzato un servizio che ha permesso ai mediatori linguistico?culturali dell’équipe di verificare e certificare, tramite un’intervista telefonica, l’identità del titolare del numero indicato dal detenuto”. Lelia Pisani si riferisce agli istituti penitenziari della Toscana, tra cui Pisa, Livorno e Firenze, dove è attivo l’intervento etnoclinico. Per quanto riguarda i percorsi specifici di etnopsicologia per migranti, racconta: “Il Centro Studi Sagara propone un lavoro in équipe multidisciplinare. Coinvolgiamo almeno tre figure professionali, tra cui uno psicologo, un antropologo e un mediatore linguistico culturale individuato in relazione all’area geografica di provenienza del detenuto. Il nostro obiettivo è lavorare in copresenza sia con il personale sanitario sia con gli educatori di riferimento”. E continua: “Nella nostra Scuola di specializzazione siamo impegnati nella formazione di medici e psicologi all’etnopsicoterapia, abbiamo anche un corso di mediazione etnoclinica che accoglie in formazione altre figure professionali fondamentali nel contesto etnoclinico: mediatori linguistico culturali, avvocati, medici, educatori, assistenti sociali psicoterapeuti e psichiatri”. E aggiunge: “La formazione del personale è il primo passo per una presa in carico adeguata a certe situazioni”. Svelando i retroscena di una professione nata nella seconda metà del secolo scorso, Pisani racconta: “Quando eravamo impegnati in contesti di cooperazione internazionale ci siamo resi conto che i nostri mezzi per prendere in carico la malattia mentale e la sofferenza psichica non erano adeguati ed efficaci. Quindi l’etnopsicologia è una disciplina che si è resa necessaria per aggiornare le nostre prospettive psicologiche sia da un punto di vista diagnostico interpretativo sia nei modelli di presa in carico”. In conclusione spiega gli aspetti pratici: “Un etnopsicologo, etnopsichiatra o etnopsicoterapeuta non si interessa solo dell’etnos originario, ma anche dei contesti geopolitici e di tutto il periodo - più o meno lungo - che va da qualche mese a qualche anno di viaggio migratorio, spesso causa di molta sofferenza. Un migrante che arriva oggi e uno arrivato trent’anni fa hanno compiuto percorsi diversi, e questi fattori sono essenziali per una presa in carico completa”. La vittoria del No non risolve i problemi della giustizia di Guido Camera huffingtonpost.it, 25 marzo 2026 Il referendum lascia un dato chiaro: la vittoria del No non risolve i problemi della giustizia, ma li lascia aperti in tutta la loro complessità. Per di più, rischia di tradursi in un omaggio alla conservazione, rendendo ancora più difficile affrontare le riforme necessarie. L’azione della magistratura si è infatti rivelata “salvifica” politicamente per un’opposizione che ne esce rigenerata e che dovrà inevitabilmente tenerne conto. Il voto, inoltre, non è stato trasversale. È stato in larga parte polarizzato, accentuando appartenenze e schieramenti. E proprio per questo il risultato non può essere letto come una chiusura del tema, ma come la conferma della difficoltà di risolverlo. Perché il referendum interveniva su questioni tecniche, che avrebbero richiesto un confronto nel merito. E invece è stato in larga misura trasformato in uno scontro più politico e identitario. La campagna per il No ha avuto un ruolo decisivo in questo slittamento, contribuendo a spostare il confronto dalla qualità delle riforme alla contrapposizione tra schieramenti e rendendo più difficile una valutazione libera e consapevole delle proposte. Con una significativa eccezione: il voto degli italiani all’estero, dove è emersa una sensibilità meno condizionata dalle dinamiche più polarizzate del dibattito interno. È un segnale che merita attenzione, perché indica come, al di fuori delle contrapposizioni più rigide, esista uno spazio per una riflessione meno ideologica sul funzionamento della giustizia. Nel complesso, tuttavia, il quadro resta quello di un Paese diviso, in cui la giustizia continua a essere terreno di scontro più che di sintesi. Ed è qui che il tema torna ad essere inevitabilmente politico. In una democrazia liberale, l’equilibrio tra i poteri non è un dettaglio tecnico, ma il fondamento stesso dello Stato di diritto. Le scelte politiche spettano ai cittadini, attraverso gli strumenti della rappresentanza e del voto. La magistratura esercita una funzione essenziale di garanzia e controllo di legalità, ma non può trasformarsi - nemmeno indirettamente - in un attore delle decisioni politiche senza alterare questo equilibrio. È una linea di confine che va mantenuta con chiarezza, perché da essa dipende la qualità della nostra democrazia. In questo senso, il referendum ha rappresentato anche un’occasione mancata. Non perché mancasse una domanda di cambiamento - che anzi è emersa con forza - ma perché quella domanda non è riuscita a tradursi in una decisione politica capace di prevalere. Ed è proprio questo il punto che oggi non può essere eluso. Esiste un’area significativa del Paese che si è riconosciuta in una visione riformista, garantista e liberale della giustizia. Un’area che non può limitarsi a registrare il risultato, ma che deve iniziare a organizzarsi per darsi una rappresentanza politica adeguata. Perché senza una presenza chiara nei luoghi della decisione - a partire dal Parlamento - quella domanda rischia di restare senza voce e senza capacità di incidere. Si intravede, nel frattempo, una possibile evoluzione delle regole del gioco - a partire dalla legge elettorale - verso forme di bipolarismo sempre più accentuate e accentrate. Un assetto che richiederà anche all’area liberale e garantista una scelta di campo, e quindi il coraggio di definirsi e di lavorare con determinazione per una propria rappresentanza politica coerente. Anche perché a una certa idea della giustizia corrisponde inevitabilmente una visione della società, dell’economia e, più in generale, del rapporto tra cittadini e istituzioni. La fase finale della legislatura rappresenta già, da questo punto di vista, un banco di prova. Si capirà se esiste ancora uno spazio per scelte riformiste e liberali, oppure se prevarrà una logica di attesa e di posizionamento in vista della prossima campagna elettorale. Ma il punto è un altro: il lavoro deve iniziare subito. Va costruita una rappresentanza politica capace di tradurre quella domanda in scelte concrete, ascoltando magistratura e avvocatura, ma trovando la forza, il coraggio e l’abilità politica per assumere in Parlamento - che è il luogo della sovranità popolare - le decisioni sulla giustizia. Perché sono convinto che molti cittadini, con il loro voto referendario, hanno espresso anche un altro concetto: vogliono che sui temi più delicati e tecnici i loro rappresentanti abbiano la forza e le competenze - anche di ascolto - per decidere in Parlamento. Nordio dichiara resa su garantismo e prigioni di Angela Stella L’Unità, 25 marzo 2026 Il ministro aveva puntato tutto sulla separazione delle carriere (“la madre di tutte le riforme”), congelando le misure per limitare l’utilizzo del trojan e la carcerazione preventiva. Dopo la sconfitta, avvisa, la strada è in salita. In nome della riforma della separazione delle carriere il Governo non solo ha esautorato il Parlamento, impedendo persino alla maggioranza di presentare emendamenti, ma ha pure congelato tutte le riforme sulla giustizia. In particolare, stiamo parlando di quella sull’abuso della custodia cautelare, quella sulle intercettazioni, quella sui trojan, quella della prescrizione. Tutte modifiche la cui discussione era stata già avviata in Parlamento o erano contenute nei lavori della Commissione ministeriale Mura, istituita per volere del Ministro della Giustizia Carlo Nordio a maggio 2023 e i cui lavori sono terminati lo scorso ottobre. Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere era stato considerato come un test per misurare il tasso di garantismo dell’elettorato: era questa l’intenzione della maggioranza e del Guardasigilli per valutare l’agenda politica dal 24 marzo. A metà gennaio Nordio durante la presentazione del suo libro come spot alla riforma aveva detto che “solo in base all’esito del referendum” che è “l’inizio dell’attuazione del codice Vassalli, accusatorio e liberale” si potranno portare a termine determinate riforme. In pratica se i cittadini avessero avallato una riforma di stampo garantista il legislatore avrebbe ricevuto l’approvazione popolare per continuare sulla quella strada. Quello stesso giorno il senatore di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, al termine delle comunicazioni sull’amministrazione giudiziaria di Nordio a Palazzo Madama aveva dichiarato: “Esaurita la battaglia referendaria, dovranno essere riprese in mano le nostre riforme garantiste. Mi riferisco alla disciplina del sequestro dello smartphone e dei dispositivi telematici, votata dal Senato quasi due anni fa e ferma in commissione alla Camera. Non ci sono più scuse o alibi. E ricordo la modifica della disciplina del trojan”. Due giorni prima la Camera aveva approvato la risoluzione di maggioranza che impegnava il Governo, tra l’altro, “a favorire, per quanto di competenza, la conclusione prima della fine della legislatura di importanti riforme, già al vaglio del Parlamento, quali la regolamentazione processuale dei supporti di telefonia mobile - e ai loro contenuti - e la disciplina della prescrizione, già approvata da un ramo del Parlamento”. Tutti buoni propositi che si vanno a schiantare contro il muro della vittoria del No. Lo ha fatto chiaramente capire il Guardasigilli ieri intervistato dal Corriere della Sera e poi a Sky Tg24: “La riforma della custodia cautelare potrebbe essere più difficile”. Sul resto “dovrà decidere il Parlamento quali saranno i limiti e quali saranno le intenzioni”. Insomma di giustizia non si dovrebbe parlare più. Tuttavia Nordio apre una finestra di interventi: “Vi sono adesso da sistemare finalmente gli appartenenti all’ufficio del processo, abbiamo in corso cinque concorsi per l’assunzione di magistrati. Adesso abbiamo più tempo per concentrarci su quelli che sono state sempre considerazioni gli elementi di efficienza della giustizia”. “Il fenomeno dei suicidi che - ha poi ribadito il Guardasigilli - come ho detto molte volte non è connesso al sovraffollamento, però è un problema parallelo altrettanto grave, rimane sempre nel nostro cuore. Naturalmente è stato offuscato in questi due mesi, come era ovvio. Dobbiamo portare a termine il piano edilizio perché abbiamo nominato un commissario straordinario con la creazione di alcune migliaia di posti. Dobbiamo cercare di ridurre la popolazione attraverso i tre punti che ho già spiegato varie volte: la riduzione della carcerazione preventiva, cioè di quelli che finiscono in prigione prima di essere condannati definitivamente, l’espiazione della pena degli stranieri nei loro territori di origine, più del 20% di detenuti è straniero, e per i tossicodipendenti la detenzione alternativa in struttura. Sono tre provvedimenti importanti sui quali adesso concentreremo le nostre energie”. Tutte dichiarazioni già sentite e risentite. E come può essere “ovvio” offuscare il tema delle morti in carceri in nome di altre riforme? È vero, in politica esistono della priorità ma interrompere un processo riformista, per alcuni tratti letteralmente vitale per qualcuno, in nome di quella che Nordio stesso ha definito “la madre di tutte le riforme”, e che si è rivelata una sconfitta, dovrebbe indurre il Ministro a prendersi delle responsabilità. Certe riforme non sono state fatte per non irritare una fetta di elettorato ‘forcaiolo’ e si pensa di attuarle adesso che la norma di modifica costituzionale, mossa da un giusto principio, è stata bocciata da quattordici milioni di cittadini? E soprattutto si pensa di farlo ad un anno dalle elezioni politiche del 2027? I propositi del Guardasigilli andranno a finire nel vuoto e alla fine potrà dire solo di aver portato a casa la riforma dell’abuso di ufficio. I detenuti continueranno a sopravvivere e morire in carceri disumane. Proprio sulla questione carceri oggi il deputato di +Europa, Riccardo Magi, interrogherà il Ministro al Question Time. La ramazza di Meloni anti-fronda. Ma ora alla premier serve un piano B di Flavia Perina La Stampa, 25 marzo 2026 La ramazzata di Giorgia Meloni è arrivata all’improvviso. Via Andrea Delmastro, via Giusy Bartolozzi, quasi-via Carlo Nordio, spedito davanti ai microfoni per un pubblico autodafé (“mia la legge, mia la responsabilità”) con annuncio di pensionamento a fine legislatura. Licenziata anche Daniela Santanchè, che con il referendum c’entra poco ma con i suoi pasticci giudiziari è da tempo spina nel fianco della destra. È un atto di forza e al tempo stesso di astuzia politica che risponde a un preciso obbiettivo: ripristinare l’immagine della leader forte, ricordare agli italiani che l’imprinting legalitario della destra esiste ancora ed agisce anche nei confronti degli amici. La ramazzata serve, anche, a stroncare sul nascere (o a provarci) la resa dei conti interna che segue ogni sconfitta e che avrebbe avuto come ovvi bersagli gli uomini e le donne del melonismo. Fratelli d’Italia spazza il suo campo e si mette in condizioni di giudicare quello altrui. Il campo di Forza Italia, innanzitutto, che sul suo progetto-bandiera, la riforma che doveva portare il nome di Silvio Berlusconi, non è riuscita a convincere nemmeno i fedelissimi (il 16 per cento degli elettori forzisti ha scelto il No, il 12 per cento si è astenuto) né ha saputo mobilitare le regioni che governa. E ovviamente il campo della Lega, apparsa assai disimpegnata per tutta la campagna elettorale e infine addirittura assente, con Matteo Salvini sparito in Ungheria nel giorno fatidico del voto (hai voglia a dire “in Lombardia e in Veneto abbiamo vinto”, ci mancava solo l’insuccesso in due regioni dove il centrodestra è padrone dai tempi di Bossi). Insomma, ciascuno dei partner ha qualcosa (molto) da rimproverare agli altri ma Meloni si mette in condizione di fare lei il processo ai deboli, ai distratti, agli assenti che hanno determinato il crollo della maggioranza in 72 province su 110. Le servirà nell’attesa di affrontare la vera questione che la sconfitta pone all’intero centrodestra: il “che fare” nell’ultimo anno di legislatura, questione assai più larga e complessa della caccia al colpevole del voto del 22 giugno. Il Piano A della maggioranza, fino all’altro ieri, era chiaro e non prevedeva alternative. Vince il Sì, riforma elettorale “per la stabilità” con buon premio di maggioranza, promessa agli elettori di procedere spediti verso premierato e federalismo, larghe sponde internazionali a sostegno dell’esecutivo “più stabile d’Europa” e della premier “migliore amica di Donald Trump” nonché pontiera tra l’Europa e gli Usa. Ora ogni singolo pezzetto del racconto è andato in fumo. Ha vinto il No, la nuova legge elettorale è ad alto rischio, ogni ulteriore promessa riformista risulta impossibile, e della sponda trumpiana non ne parliamo: persino citare per nome il Presidente Usa è da un pezzo un problema. Bisogna trovare un Piano B, problema che non era mai stato preso in considerazione, sottovalutato persino quando i sondaggi hanno cominciato a mettere in dubbio il successo referendario del centrodestra. Votare subito è strada interdetta, farebbe esplodere la coalizione: tecnicamente non si capisce come la premier potrebbe ottenere lo scioglimento delle Camere, politicamente sarebbe una bandiera bianca alzata dopo una sconfitta, impensabile. Ma se non si vota è necessario riempire dodici mesi di agenda, e occuparli con un micidiale dibattito sulla riforma elettorale (incardinata ieri in Commissione Affari Costituzionali alla Camera) risulterebbe un affronto all’elettorato galvanizzato per mesi con la prospettiva di cambiamenti maiuscoli, storici, epocali. Meloni dovrà decidere anche sul suo Piano B personale, su come presentarsi nel 2027 agli italiani, a quale visione appendere la sua proposta, il suo status e la sua richiesta di essere confermata a Palazzo Chigi. Non le basterà certo ottenere, in sede di riforma elettorale, l’indicazione del nome sul programma. Quel nome dovrà trovarsi un ruolo nuovo. La premier delle riforme che cambiano il Paese, la pontiera, la figlia di un dio minore che si fa garante della Nazione, la sovranista, la conservatrice, quella che critica l’Europa ma la aiuta a tenersi allacciata alle destre estreme di Orban e Fico nonché alla Casa Bianca, l’underdog vincente: sono tutte carte già giocate, qualcuna con successo e altre meno, ma nessuna sarà utile nel racconto della prossima campagna elettorale. Persino il mito della premier dei conti in ordine rischia di appassire davanti a guerre che mettono a rischio gli equilibri di bilancio e il fine-mese di famiglie e imprese. E dunque, come raccontare questa destra che rivendica un secondo giro, questa premier che punta alla conferma, per fare cosa, per condurre dove il Paese? È questo il vero tema posto dalla sconfitta elettorale e dall’azzeramento del Piano A del governo. Converrà lavorarci da subito. La ramazzata sarà utile a evitare una resa dei conti velenosa con i partner e a ripristinare una primogenitura anche morale (“chi sbaglia paga”) rispetto al resto della coalizione. Ma per inventarsi una nuova prospettiva servirà molto di più del licenziamento di personaggi screditati e delle rassicurazioni sul governo che va avanti “come ha sempre fatto”. Forza Italia: “Ora la riforma delle intercettazioni e del carcere preventivo” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2026 Lo schiaffo del referendum non frena la destra sulla giustizia. Anche il leghista Romeo preme per “ripartire dalla giustizia”. L’azzurro Calderone punge Fratelli d’Italia: “Poche garanzie per il cittadino, in compenso abbiamo approvato rave party e maternità surrogata”. Due provvedimenti targati Meloni. E l’Anm torna già sotto accusa. Neppure la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere, mitiga le ambizioni di riforma del centrodestra. La retromarcia sulla giustizia sembra esclusa, anzi la maggioranza prova subito a ripartire rilanciando su intercettazioni e carcerazione preventiva. “Archiviata la separazione delle carriere pensiamo a portare avanti le numerose proposte di legge ferme in Parlamento”, recita la nota post-referendum firmata dal deputato Tommaso Calderone, Forza Italia, componente della commissione Giustizia. Pur ammaccata dallo schiaffo referendario, la maggioranza dovrebbe prendere in esame le “intercettazioni indirette”, avvisa il parlamentare azzurro. Perché “non è accettabile che a chi non partecipa a una conversazione tra terzi non venga offerta alcuna garanzia tecnico-probatoria. Penso anche alle intercettazioni ‘non rilevanti’“. Del resto, accusa Calderone, “oggi si attribuisce potere di vita e di morte a chi ascolta senza garanzie per il cittadino indagato”. Dunque l’onorevole propone la soluzione con una stoccata alla premier: “Potremmo cominciare da queste proposte ‘impantanate’, in questi anni si è pensato poco o niente alle garanzie del cittadino. In compenso abbiamo approvato rave party e maternità surrogata”. Due provvedimenti, questi ultimi, targati Meloni e Fratelli d’Italia. Il desiderio di proseguire con la riforma della giustizia, malgrado la cocente sconfitta, è ribadito anche dalla Lega. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, all’Aria che tira su La7, ha annunciato la ripartenza “con la volontà di cercare di riformare la giustizia, dai tre sì delle tre Regioni fondamentali per il nostro Paese che sono Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia”. Avanti tutta, anche perché “conseguenze per il Governo e per la maggioranza non ce ne saranno”, ha concluso l’esponente del Carroccio. Tra gli obiettivi del governo - secondo Carlo Nordio ospite di SkyTg24 - ora c’è “innanzitutto il piano carceri”. Che include “il piano edilizio”, ma anche “la riduzione della carcerazione preventiva”. Cioè limitare la custodia cautelare per gli indagati, uno strumento per evitare l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato oppure la fuga dell’indagato. Anche le misure riguardanti trojan e intercettazioni, ha sottolineato il ministro della Giustizia, sono “in discussione in parlamento e sarà il parlamento a decidere quali saranno limiti ed estensioni”. La battaglia sulla giustizia dunque non sembra affatto finita: dalla campagna per il referendum si sposta alla Camera e al Senato. Del resto, secondo Nordio, le toghe con il referendum hanno dimostrato una volta in più di essere schierati. In particolare l’Associazione nazionale magistrati. “L’Anm è la vera vincitrice, che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi”, ha dichiarato Nordio. Intervistato dal Corriere della Sera, aveva già ammonito sull’interventismo delle toghe dopo il referendum: “nel senso che limiterà l’iniziativa politico-parlamentare in alcuni ambiti a cominciare dall’immigrazione”. Passato il referendum, l’Anm è già nel mirino di chi ha sostenuto il Sì. Ancora più duro il deputato di Forza Italia Tullio Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture: “L’Anm, in questa campagna referendaria, è diventato a tutti gli effetti un partito politico”. Ferrante invoca l’organo di autogoverno della magistratura paventando ritorsioni delle toghe contro i fautori della separazione delle carriere: “Mi aspetto una presa di posizione netta e decisa da parte del Csm, perché mi chiedo con quale serenità un cittadino schierato per il Sì potrà sottoporsi al giudizio di questi magistrati ideologizzati e privi di qualsiasi apparenza di imparzialità”. Sullo sfondo il ministro della Difesa Guido Crosetto che amplia il ragionamento: “Ha vinto la Costituzione, ha vinto la democrazia” - dice - ma “l’ordine giudiziario non può e non deve essere a fianco di una parte politica o contro una parte politica né diventare attore del confronto politico perché altrimenti viene meno la sua altissima funzione di equilibrio ed i poteri delegati ai magistrati possono diventare uno strumento di altro che non ha a che fare con la Giustizia. Azione penale e prescrizione, le norme ferme in Parlamento ansa.it, 25 marzo 2026 Alla Camera anche la nuova legge che regola il sequestro degli smartphone. La riforma della Giustizia è naufragata con il referendum ma altri provvedimenti, che in questi mesi erano rimasti congelati in attesa degli esiti della legge costituzionale, sono arenati in Parlamento. Come ha precisato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, non si tratta di elementi non più governativi, quindi saranno le Camere a decidere quale sarà il perimetro di queste eventuali leggi. Quelle che, almeno sulla carta, potrebbero ripartire sono: Le regole sul sequestro degli smartphone. Il disegno di legge Zanettin-Bongiorno regola il sequestro degli smartphone, imponendo l’autorizzazione del Giudice per le indagini preliminari e non solo del pm. Viene inoltre garantito il contraddittorio sulle copie forensi e limitata l’acquisizione ai soli dati pertinenti. La norma intende tutelare la privacy e le difese, contrastando sequestri indiscriminati. Il provvedimento è stato già voto in Senato con l’astensione del Pd e il ‘no’ di M5s, attualmente arenata alla Camera. Riforma sulla prescrizione - Fermo al Senato e già approvato alla Camera, il disegno di legge mira a modificare la disciplina introdotta dalla ‘riforma Cartabia’ e prevede l’abrogazione dell’improcedibilità e la sospensione condizionata. Il testo prevede una sospensione della prescrizione per 24 mesi dopo la sentenza di condanna di primo grado e per 12 mesi dopo quella di appello. I criteri sull’azione penale - Il provvedimento è fortemente voluto da Forza Italia: è un disegno di legge in materia di criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale - che punta a dare attuazione alla riforma Cartabia - è già stato presentato in Commissione Giustizia e porta la firma dei senatori Pierantonio Zanettin di Forza Italia e di Erika Stefani della Lega. La convinzione del titolare di via Arenula è che ci sia una disomogeneità, tra le varie procure, sulle priorità dei reati da perseguire: dunque bisogna trovare un criterio in modo che tutti gli uffici abbiano un indirizzo omogeneo sulla priorità delle inchieste da fare. Piano carceri - Tra gli obiettivi del governo c’è innanzitutto il piano carceri, che include il piano edilizio, già avviato e non ancora terminato. In passato si è anche parlato della riduzione della carcerazione preventiva. Infiorescenze di cannabis non lavorate, niente sequestro: il reato richiede un “prodotto” di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2026 Lo ha stabilito la Cassazione, sentenza n. 11058/2026, dichiarando inammissibile il ricorso del Pm. Per quanto riguarda la coltivazione industriale della cannabis, ai fini dell’integrazione del reato di produzione di stupefacenti non basta la presenza delle infiorescenze, essendo invece necessario che esse assumano la forma di “prodotto” lavorato o destinato alla filiera commerciale. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 11058 depositata oggi, dichiarando inammissibile il ricorso del Pm contro l’annullamento del sequestro di una azienda agricola. Nel caso concreto, infatti, erano stati trovati solo dei “residui vegetali”, fuori dall’ambito della norma penale, anche dopo l’ultimo “Decreto sicurezza”. Il Dl 48/2025, che incide sulla legge del 2016 sulla canapa, vieta infatti il commercio, la detenzione, la lavorazione e altra attività ma solo di “prodotti costituiti da infiorescenze”, non della pianta in sé. Nel corso di una perquisizione presso un’azienda agricola e una florovivaistica di Sassari, la polizia giudiziaria sequestra materiale riconducibile alla coltivazione di cannabis, ipotizzando il reato di cui all’art. 73 del Testo unico stupefacenti. Il sequestro viene convalidato dal pubblico ministero, ma il Tribunale di Sassari lo annulla, per carenza della finalità probatoria, ritenendo lecita l’attività di coltivazione in quanto riconducibile alla disciplina della canapa industriale (legge 242/2016). Il Pm ricorre per cassazione, sostenendo che: le infiorescenze di cannabis restano sostanze stupefacenti, a prescindere dal contenuto di THC; la loro detenzione e lavorazione integrano comunque reato; il Tribunale avrebbe impedito gli accertamenti tossicologici annullando il sequestro. La Corte di cassazione, però, dichiara il ricorso inammissibile, confermando l’annullamento del sequestro. La Suprema corte riprende i passaggi principali delle S.U. del 2019 (n. 30475) per affermare che “la coltivazione della cannabis sativa L. ad uso agroalimentare, promossa dalla legge n. 242 del 2016, non contempla l’estrazione e la commercializzazione di alcun derivato con funzione stupefacente o psicotropa”, ne consegue che non possono essere realizzati “prodotti diversi da quelli elencati dall’art. 2, comma 2, legge n. 242 del 2016 e, in particolare, tale coltivazione non può essere destinata alla commercializzazione di foglie, infiorescenze, olio e resina”. La Corte richiama poi il testo della novella 2025 che ha “delineato in maniera chiara l’ambito applicativo della normativa”, in linea con gli approdi della giurisprudenza di legittimità. L’art 18, alle lett a) e b) - ricorda la decisione - ha introdotto un nuovo comma 3-bis dell’art. 1 della legge n. 242/2016 e un nuovo comma 3-bis dell’art. 2 della legge 242/2016 (che esclude dall’ambito della legge 242/2016 la detenzione, lavorazione e commercializzazione di infiorescenze e relativi derivati, anche semilavorati, assoggettandoli al Testo unico stupefacenti). Tornando al caso concreto, secondo la Cassazione il Tribunale ha spiegato come il “compendio probatorio consenta la riconduzione delle coltivazioni in esame nel novero di quegli ambiti produttivi contemplati dagli artt. 2 e ss. della L. 242/2016 al fine di escludere, a date condizioni, la rilevanza penale della coltivazione dell’imprenditore agricolo”. Mentre i residui trovati nei magazzini riguardavano “piante non sottoposte a lavorazione”. Prescrizione, riforma del 2017 resta applicabile a reati commessi da agosto 2017 a fine 2019 di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2026 La disciplina del 2017, che prevede solo periodi contenuti e non la totale sospensione dopo la sentenza di primo grado, continua ad applicarsi a fatti commessi nel suo vigore, perché legge più favorevole rispetto a quelle successive. Non è in contrasto con il principio di legalità né con il principio di ragionevolezza l’interpretazione delle Sezioni unite della Cassazione, secondo cui il regime della prescrizione risultante dalla legge 103/2017 continua ancor oggi ad applicarsi ai fatti commessi tra la sua entrata in vigore (il 3 agosto 2017) e l’entrata in vigore della legge 3/2019 (1° gennaio 2020). Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n, 38/2026, depositata oggi, con la quale sono state dichiarate non fondate le relative questioni, sollevate dalla Corte d’appello di Lecce. I dubbi interpretativi - La riforma del 2017 ha previsto che, dopo una condanna in primo grado, la prescrizione del reato rimane sospesa per un anno e mezzo durante il giudizio di appello, e per un altro anno e mezzo durante il giudizio di cassazione. Due successive riforme, intervenute nel 2019 e nel 2021, hanno invece previsto che la prescrizione resta definitivamente sospesa, o comunque cessa di decorrere, dopo che sia stata pronunciata la sentenza di primo grado, anche se di assoluzione. Era però sorto il dubbio, in giurisprudenza, se la legge 134/2021, che ha espressamente abrogato la causa di sospensione della prescrizione introdotta nel 2017, avesse determinato la riespansione del regime prescrizionale previgente, stabilito dalla legge “ex Cirielli” del 2005, che non prevedeva alcuna causa di sospensione connessa alla sentenza di primo grado. L’orientamento di legittimità sotto la lente - Le Sezioni unite della Cassazione penale, nel 2025, hanno però affermato che quell’abrogazione non ha effetto retroattivo, cosicché resta fermo il regime di sospensione introdotto dalla legge 103/2017 per tutti i reati commessi sotto il suo vigore. Con la pronuncia pubblicata oggi, la Corte costituzionale ha escluso che la sentenza delle Sezioni unite abbia compiuto un’interpretazione incompatibile con la lettera della legge e, per tale ragione, in contrasto con il principio di legalità in materia penale. Inoltre, ha escluso che con tale interpretazione sia stato violato il principio della retroattività della legge più favorevole per l’imputato. Infatti, né la legge del 2019, né quella del 2021 sono più favorevoli di quella del 2017: mentre quest’ultima si limitava a sospendere il corso della prescrizione per periodi limitati e dopo una sentenza di condanna, le leggi successive stabiliscono la definitiva sospensione, o comunque - nel caso della legge del 2021 - la definitiva cessazione del corso della prescrizione una volta che sia stata pronunciata una sentenza di primo grado, tanto di condanna quanto di assoluzione. La disciplina del 2017, pertanto, dovrà continuare ad applicarsi ai fatti commessi sotto il suo vigore, in quanto legge più favorevole rispetto a quelle successive. Sicilia. Carcere, i numeri mettono i brividi: nel 2025 gestiti 1.584 eventi critici di Antonino Ravanà La Sicilia, 25 marzo 2026 Organico ridotto a fronte di un sovraffollamento sempre più preoccupante, ma anche un’intensa attività operativa con arresti, denunce e sequestri. La presenza media (gennaio 2025 - febbraio 2026) è di 360 detenuti (315 uomini e 45 donne). Basta un dato per fotografare la situazione alla Casa circondariale Pasquale Di Lorenzo, istituto penitenziario diretto da Anna Puci: la Polizia Penitenziaria, guidata dal commissario capo Aurora Monica Mirabile, nel 2025 ha fronteggiato la gestione di 1.584 eventi (con una media di 4 al giorno), la gran parte classificati “critici”, per violazioni di norme penali consistenti in atti di violenza, minacce, resistenza, oltraggi, danneggiamenti, atti di autolesionismo e manifestazioni di protesta, nonché è stata impegnata nella gestione di gravi criticità a rischio della propria incolumità subendo aggressioni fisiche ma anche intervenendo in liti tra gli stessi detenuti. Un numero allarmante emerso a pochi giorni dalla festa per il 209° anniversario della fondazione del Corpo che si è tenuta al Teatro Pirandello. Nel carcere agrigentino, lo scorso anno sono state effettuate oltre duecento perquisizioni ordinarie, alcune delle quali straordinarie con attività investigative ancora in corso. Altri numeri che rendono l’idea dell’imponente attività portata avanti dal personale della Polizia Penitenziaria in servizio al carcere di contrada “Petrusa”. Dal primo gennaio al 31 dicembre del 2025 sono stati rinvenuti e sequestrati ben 84 telefoni cellulari e sostanze stupefacenti (cocaina, hashish, marijuana) per un quantitativo pari al peso complessivo di 474 grammi. La Penitenziaria ha proceduto ad arresti e denunce di una cinquantina di detenuti. Numeri nella media anche nei primi due mesi dell’anno in corso: a febbraio con due distinte operazioni sono stati posti sotto sequestro numerosi smartphone, microcellulari, armi rudimentali. Da registrare anche il suicidio di un detenuto cinquantenne, residente in un comune del Nisseno, e l’episodio di un detenuto italiano, recluso nel reparto di media sicurezza che ha aggredito e ferito con pugni al volto un agente dopo il rifiuto di concedere l’ora d’aria oltre l’orario previsto. Sull’attuale pianta organica, sono circa 200 le unità in servizio (236 quelle previste). Più volte i sindacati hanno scritto al capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e al Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria e non solo, tra quelli in prima linea, una nota di merito va a Salvatore Gallo Cassarino, delegato regionale Sicilia del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, e a Calogero Spinelli, dirigente nazionale della Federazione Sindacati Autonomi Cnpp - Spp, che con grande professionalità hanno gestito gli eventi critici e la carenza di personale. “C’è stato un periodo che siamo arrivati ad avere quasi 390 detenuti - raccontano alcuni agenti penitenzieri -. Nel tempo è cresciuta la preoccupazione e il malessere del personale, molti hanno avuto problemi psicofisici”. Organico, aggressioni e problemi strutturali. Negli ultimi anni sicuramente qualcosa è cambiato, grazie anche al lavoro prezioso del direttore Anna Puci: “La situazione è migliorata, abbiamo delle unità che prima non avevamo e c’è serenità, anche se può capitare che si verificano eventi critici più forti e momenti di sconforto”. Umbria. Sono 108 i detenuti al 41bis. Nelle carceri uno straniero su tre umbria24.it, 25 marzo 2026 A Perugia le celebrazioni del 209/o anniversario di fondazione del Corpo di polizia penitenziaria. Si è svolta nella sala dei Notari di Palazzo dei Priori, a Perugia, la celebrazione del 209/o anniversario di fondazione del Corpo di polizia penitenziaria, alla presenza dei funzionari e dirigenti dell’amministrazione penitenziaria e delle più alte autorità civili, militari e religiose di Umbria e Marche. La cerimonia ha assunto quest’anno un significato particolare, poiché rappresentativa di tutti gli istituti penitenziari del distretto del nuovo Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria, operativo dal 12 gennaio 2026 con sede proprio a Perugia. Dopo la lettura del messaggio del capo del dipartimento Stefano Carmine De Michele, sono intervenuti il dirigente Fabio Gallo, in rappresentanza dei comandanti e dei funzionari del Corpo, e il provveditore regionale Liberato Guerriero. Nel corso della cerimonia sono stati inoltre consegnati riconoscimenti al personale distintosi in attività di servizio. Dalla relazione illustrata durante l’evento emerge un quadro complesso per il sistema penitenziario umbro marchigiano, che riunisce quattro istituti in Umbria e sei nelle Marche, realtà eterogenee che riflettono l’intero panorama nazionale per tipologia di attività e popolazione detenuta. Alla data del 1° marzo 2026 i reparti del distretto gestiscono complessivamente 2.790 persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, distribuite tra 844 detenuti in alta sicurezza, 1.838 in media sicurezza e 175 cosiddetti protetti. A questi si aggiungono 108 detenuti sottoposti al regime 41 bis negli istituti di Terni e Spoleto. Il dato più critico riguarda il sovraffollamento: a fronte di una capienza regolamentare di 2.454 posti, i detenuti presenti raggiungono quota 2.824, di cui 1.710 in Umbria e 1.114 nelle Marche. La componente straniera rappresenta il 33% del totale. Sul fronte dell’organico, la dotazione prevista è di 1.661 unità ma il personale effettivamente in servizio è pari a 1.352, con una scopertura del 19%. Sempre nella relazione si legge di una carenza che incide in maniera significativa sull’organizzazione del lavoro e sulle condizioni operative del personale. Intensa l’attività operativa svolta dal Corpo. I Nuclei traduzioni e piantonamenti hanno effettuato complessivamente 6.584 traduzioni, movimentando 8.108 detenuti, con trasferimenti effettuati prevalentemente su strada ma anche tramite mezzi aerei e navali nei casi più complessi. Rilevante anche l’impegno nella vigilanza dei detenuti ricoverati: 118 quelli piantonati nei nosocomi, con 3.658 visite ambulatoriali esterne e un impiego complessivo di 10.970 unità di personale per i servizi di scorta. Sul piano dell’ordine pubblico, la polizia penitenziaria ha garantito supporto in occasione di eventi sportivi e presso i seggi elettorali, anche durante le recenti consultazioni referendarie. Importante anche l’attività giudiziaria, con numerose indagini concluse e 56 sequestri di sostanze stupefacenti per un totale di 270 grammi, oltre al sequestro di telefoni cellulari. Sono stati inoltre eseguiti arresti e misure cautelari a conferma dell’attività investigativa svolta dal personale. Nel corso dell’ultimo anno i reparti hanno dovuto fronteggiare 499 eventi critici tra risse, aggressioni al personale e gesti autolesionistici, episodi che evidenziano il forte disagio legato anche al sovraffollamento e che incidono sulle condizioni di lavoro degli operatori. Nonostante ciò, viene sottolineato come grazie alla professionalità e alla prontezza degli agenti molte situazioni non siano sfociate in conseguenze più gravi. La relazione evidenzia inoltre le difficoltà operative dovute alla carenza di personale e alla presenza crescente di agenti giovani con minore esperienza, rendendo necessari percorsi formativi dedicati. Viene infine richiamato il ruolo fondamentale del Corpo anche nelle attività trattamentali e di sostegno ai detenuti, oltre che nelle operazioni di prevenzione e controllo all’interno degli istituti. Tra le iniziative recenti, l’adozione di un nuovo protocollo operativo regionale per la gestione delle emergenze e delle situazioni critiche, con l’impiego di personale specializzato e formazione continua, nell’ottica di rafforzare sicurezza ed efficienza del sistema penitenziario. In occasione della ricorrenza sono arrivati anche i messaggi delle istituzioni regionali. La presidente della Regione Umbria Stefania Proietti ha rivolto “il ringraziamento della Regione Umbria per il lavoro svolto ogni giorno con professionalità, senso dello Stato e grande responsabilità”, sottolineando come la polizia penitenziaria rappresenti “un presidio fondamentale del nostro sistema democratico” e richiamando la necessità di affrontare in modo strutturale criticità come sovraffollamento e carenza di personale. Un messaggio è giunto anche dall’assessore al Welfare Fabio Barcaioli che, impossibilitato a partecipare alla cerimonia, ha espresso “auguri di buon lavoro” al provveditore Liberato Guerriero, evidenziando che il sistema penitenziario non può essere considerato secondario e che le difficoltà operative incidono sia sulle condizioni di vita dei detenuti sia sul lavoro degli operatori, richiedendo attenzione costante e politiche adeguate. Firenze. Cresce il diritto penale, si restringono tutti gli altri di Massimo Lensi* Corriere Fiorentino, 25 marzo 2026 581 persone detenute a fronte di 366 posti disponibili: il tasso di affollamento dell’istituto fiorentino di Sollicciano supera così il 160 per cento. I numeri che accompagnano questo dato non sono meno eloquenti: centinaia di episodi di autolesionismo, decine di tentativi di suicidio, aggressioni, tre vite perdute. Non è soltanto una sequenza statistica: è la rappresentazione concreta di una tensione strutturale. Quando il comandante della polizia penitenziaria definisce il carcere come “il reparto oncologico del diritto” (Il Tirreno, 23 marzo), non ricorre a un’immagine retorica: segnala il punto in cui la malattia dell’intero sistema giuridico diventa visibile e difficilmente eludibile. Il quadro nazionale conferma questa impressione. Il sovraffollamento non è dunque un’eccezione, bensì una regola: riguarda la quasi totalità degli istituti e segue un andamento crescente. La media, già di per sé elevata, nasconde situazioni limite, dove la popolazione detenuta arriva a essere più del doppio della capienza effettiva. Un elemento spesso trascurato è proprio quello dei posti non disponibili, che riducono la capienza reale e alterano profondamente la misura del fenomeno. Anche variazioni percentuali apparentemente minime corrispondono, in realtà, a migliaia di persone in più stipate negli istituti nel giro di pochi mesi. Le cause sono note, anche se non per questo affrontate con coerenza. Da un lato, l’espansione dell’area del penalmente rilevante e l’inasprimento delle pene producono un flusso in ingresso che il sistema non è in grado di assorbire. Dall’altro, il ricorso ancora limitato alle misure alternative e una debole politica di reinserimento mantengono alta la pressione interna. Ne deriva una contraddizione evidente: il diritto penale continua a crescere in estensione e intensità, mentre il diritto penitenziario fatica a garantire condizioni minime di legalità. È qui che la questione torna a essere propriamente giuridica. Il carcere non è un luogo “altro” rispetto al diritto: è, al contrario, il banco di prova della sua effettività. Un ordinamento che tollera le condizioni sistematicamente eccedenti la capienza, che fatica a prevenire il disagio psichico e che espone tanto i detenuti quanto gli operatori a situazioni di rischio finisce per compromettere i propri principi fondamentali. Non si tratta solo di umanità della pena, ma di legalità della sua esecuzione. In questo senso, il sovraffollamento non è un effetto collaterale: è una forma di illegalità diffusa e strutturale. A ciò si aggiunge un ulteriore profilo critico: la conoscibilità dei dati. La frammentazione delle informazioni e l’assenza di una rappresentazione unitaria rendono più difficile una consapevolezza pubblica piena e, quindi, una risposta politica adeguata. Anche le discontinuità negli aggiornamenti segnalano una fragilità amministrativa che incide sulla trasparenza del sistema. Eppure, il carcere non è separato dalla città. Ne è una parte, spesso rimossa e comunque decisiva. Le dinamiche che conducono alla detenzione - marginalità, fragilità sociale, assenza di percorsi di inclusione - sono le stesse che attraversano lo spazio urbano. Allo stesso modo, le possibilità di ridurre la pressione penitenziaria passano anche da politiche territoriali: servizi, accoglienza, lavoro, formazione. In questa prospettiva, una politica dei piccoli passi appare non solo realistica: appare necessaria. Significa costruire connessioni tra istituzioni, aprire il carcere alla città e la città al carcere, favorire pratiche di conoscenza diretta. Ci si può chiedere, con rispetto e senza spirito polemico, quale ruolo stia assumendo l’amministrazione comunale in questo processo e quali iniziative intenda promuovere. Perché, in definitiva, il diritto non si misura nelle dichiarazioni di principio, ma nei luoghi in cui è più difficile applicarlo. E il carcere, oggi, resta il più esigente di questi luoghi. *Associazione Progetto Firenze Ivrea (To). “Le violenze in spacciate per incidenti e cadute”, condannati 8 della Penitenziaria di Giuseppe Legato La Stampa, 25 marzo 2026 Botte, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche erano coperte da verbali redatti dagli agenti. La stanza “Acquario”, o “stanza liscia”, all’interno del carcere di Ivrea era diventata la sala di punizione per i detenuti che sono stati ospitati nel penitenziario negli anni a cavallo tra il 2016 e il 2018. Botte, umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche coperte da verbali redatti dagli stessi agenti che raccontavano di “detenuti scivolati sul pavimento bagnato”, o protagonisti “di gesti autolesionismo”. In alcuni casi le cartelle cliniche e i diari sanitari dei singoli detenuti sparivano del tutto. La sentenza - Il tribunale di Ivrea ha condannato 8 agenti, 4 assoluzioni e alcune prescrizioni. L’impianto dell’accusa sostenuta dalla procura generale di Torino (che ha avocato quell’inchiesta commissariando nei fatti, ormai diversi anni fa, la procura di Ivrea) ha dunque retto. Per otto detenuti sono maturate condanne tra un anno e un anno e nove mesi di pena. Nel caso delle quattro assoluzioni intervenute è stato provato in aula, nel corso del dibattimento, che gli imputati non fossero in servizio in carcere nei giorni in cui sarebbero avvenute le lesioni. “Nessuna tortura” - Contrariamente a quanto avvenuto - da un punto di vista giudiziario - a Torino e a Cuneo in processi “gemelli” a Ivrea non è stata contestato il reato di tortura agli imputati. Prima il gip, poi il Riesame e infine la Cassazione hanno derubricato a lesioni, falso e abuso d’autorità. E così, fin dall’inizio del processo, il giudice monocratico Edoardo Scanavino ha riqualificato il capo di imputazione. I risarcimenti - Tra i legali difensori dei principali imputati, tra i condannati e gli assolti, figurano gli avvocati Celere Spaziante, Antonio Mencobello ed Enrico Scolari. Diversi risarcimenti sono stati disposti in termini di provvisionale immediatamente esecutiva alle parti civili, tra cui garante dei detenuti nazionale, regionale, comunale, associazione Antigone e i detenuti oggetto di violenze. L’associazione Antigone - “I giudici - spiega l’associazione - hanno riconosciuto che le documentazioni prodotte dagli agenti condannati, che riferivano di cadute e incidenti accidentali erano false e servivano in realtà a coprire condotte violente avvenute ai danni di persone detenute nell’istituto penitenziario. Per gli autori delle violenze, accusati di lesioni in quanto all’epoca della contestazione non era ancora presente il reato di tortura, è intervenuta la prescrizione”. “Il procedimento era uno di quelli che, in quel periodo, diede forte spinta alla campagna di Antigone per l’introduzione del reato di tortura nel Codice penale”, dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “La sentenza di oggi - aggiunge - ci dice che violenza ci fu e ci fu un tentativo di coprirla. Come in altri casi il ruolo di Antigone è della società civile è stato fondamentale per l’emersione di questi casi e nel fare in modo che la cosa non finisse senza che la verità processuale fosse accertata. Ci sono voluti lunghi dieci anni, faticosi per le vittime e anche per noi. Ma la determinazione paga. E in qualche modo la giustizia arriva”. Roma. Presunte violenze nel carcere minorile, in aula le testimonianze dei ragazzi coinvolti romatoday.it, 25 marzo 2026 Al via gli incidenti probatori sull’inchiesta che vede indagati dieci agenti della polizia penitenziaria. Sono in corso al tribunale di piazzale Clodio a Roma le udienze dedicate agli incidenti probatori nell’inchiesta sulle presunte violenze ai danni di detenuti nel carcere minorile di Casal del Marmo. In aula, alla presenza dei magistrati e del gip, vengono raccolte e fissate le testimonianze dei ragazzi coinvolti. Dai racconti sarebbero emerse ipotesi di reato molto gravi, che descrivono agenti sotto effetto di alcol e droga, tra cui cocaina e crack, usare violenza sui giovani detenuti. Ma la procura ha anche avviato un’indagine parallela su una presunta rete di spaccio interna e sulla circolazione illecita di telefoni cellulari tra i detenuti. Le accuse si basano sulle testimonianze dei ragazzi e degli operatori del penitenziario, tra cui educatori, preti e suore. Dieci agenti indagati - Sono dieci gli appartenenti alla polizia penitenziaria iscritti nel registro degli indagati con accuse che vanno dalla tortura alle lesioni, fino al falso ideologico. Le presunte vittime sarebbero almeno tredici giovani stranieri, tra i 15 e i 19 anni. Gli episodi contestati sarebbero avvenuti tra febbraio e novembre 2025, e descrivono un quadro di violenze sistematiche, messe in atto con schiaffi, pugni, percosse con bastoni, sedie e in un caso con un estintore, in aree prive di videosorveglianza. Per cinque agenti è stata avanzata dal pm la richiesta di sospensione. La visita dei garanti - Proprio la scorsa settimana i garanti dei detenuti della Regione Lazio e di Roma Capitale, Stefano Anastasia e Valentina Calderone, si erano recati all’istituto penitenziario minorile per una visita di monitoraggio. Come spiegavano in una nota otto dei dieci agenti coinvolti: “sono ancora in servizio nell’Ipm, ancorché fuori dalle sezioni detentive”. Il clima interno all’istituto, dicono Anastasia e Calderone, “è apparso sereno” e molti ragazzi erano impegnati nelle attività offerte dall’istituto, dalle scuole e dal volontariato. I garanti hanno visitato le tre palazzine separate destinate alla detenzione (femminile, maschile minorenni e maschile giovani adulti), constatando lo “stato di abbandono e di degrado”, in particolare delle palazzine riservate ai ragazzi. Gravi problemi strutturali - “È un istituto che soffre di gravi problemi strutturali, di recupero e manutenzione di spazi - hanno dichiarato i garanti, al termine della visita - l’anno prossimo, a inizio 2027, dovrebbe avvenire la consegna dell’edificio destinato al centro di prima accoglienza, agli uffici e all’area sanitaria, ora ospitata in container all’esterno”. Inoltre - si leggeva ancora nella nota - “dovrebbero essere finalmente stanziati i fondi per la risistemazione del laboratorio di cucina e del laboratorio pane, pizzeria e pasticceria. Si spera che ciò avvenga velocemente, perché quella sarebbe una parte importante di progettualità che negli ultimi anni è mancata all’Ipm”. Sovraffollamento nel carcere minorile - Con i garanti, aveva partecipato alla visita il consigliere regionale Valerio Novelli. Ad accogliere la delegazione era stato il direttore dell’istituto, Giuseppe Chiodo. Le persone detenute presenti nell’Ipm al momento della visita erano 56: 27 ragazzi minorenni nella palazzina minorenni, su 27 posti disponibili, 9 ragazze nella palazzina destinata alle donne, a fronte di 27 posti regolamentari, 20 nella palazzina destinata ai giovani adulti, a fronte di 25 posti. Avellino. Giustizia riparativa, confronto all’Istituto “Rossi-Doria” di Marco Grasso Corriere dell’Irpinia, 25 marzo 2026 Punire non basta, riparare è possibile: questo il messaggio trasferito agli studenti dell’Istituto Ipseoa “Manlio Rossi-Doria” di Avellino durante l’incontro organizzato stamane nella sala convegni, nell’ambito della manifestazione “Inclusioni e Relazioni” promossa dall’istituto alberghiero guidato dalla Dirigente Scolastica Maria Teresa Cipriano. Al centro del confronto, durante il quale è stato proiettato il documentario “Un altro modo è possibile” realizzato nelle carceri irpine, il tema della giustizia riparativa. “Il messaggio che cerchiamo di trasmettere ai ragazzi - precisa Giuseppe Centomani, coordinatore tecnico dell’Associazione “Il lampione della cantonata” - è che un altro modo di fare giustizia è possibile. Perché è fin troppo facile pensare che una persona detenuta sia in qualche modo una persona ormai perduta. Noi, invece, cerchiamo di dimostrare che attraverso un lavoro molto approfondito, che nelle carceri irpine è durato circa due anni, è possibile entrare in contatto con la vera personalità dei detenuti che, non di rado, sanno fare i conti con i loro errori e riescono a immaginare un futuro diverso. Ai ragazzi cerchiamo di raccontare storie vere e concrete, situazioni che possono riconoscere e sentire in qualche modo vicine: solo così si sentono non spettatori, ma protagonisti di una narrazione di comunità”. “La giustizia riparativa rappresenta - rilancia la Presidente, l’avvocato Giovanna Perna, una modalità di risposta al reato complementare alla giustizia penale tradizionale, orientata a promuovere il riconoscimento della vittima, la responsabilizzazione della persona indicata come autore dell’offesa e la ricostruzione dei legami sociali incrinati dal fatto di reato. L’attenzione, in altre parole, si sposta dal reato alla persona”. Per Carlo Mele, Garante provinciale dei detenuti, “ai ragazzi va rappresentata al meglio una realtà che ha numeri impressionanti, ai quali vanno date risposte diverse, in termini di inclusione e preparazione alla vita”. Mele mette in guardia le nuove generazioni su fiction e serie Tv, “dove si rappresenta un mondo che gira intorno ai soldi, dove la criminalità è potere. Il mio invito è a riflettere sempre con la propria testa e a cercare la propria strada nel segno della legalità”. Il docente dell’Istituto Sergio D’Onofrio, coordinatore dell’iniziativa, sottolinea come, durante il suo percorso, giunto alla quarta edizione, “il progetto ha visto il coinvolgimento di 34 associazioni. L’anno scorso abbiamo aperto le porte al sistema carcerario, aprendoci ai detenuti e al mondo associativo che opera in questo ambito. Quest’anno - continua - abbiamo voluto avvicinare i nostri ragazzi alla giustizia riparativa e, quindi, ad una strada alternativa, che guarda alle persone e al loro recupero. Il loro approccio non è sempre positivo, perché non è sicuramente semplice - conclude - far comprendere che esiste un altro tipo di giustizia, un altro modo di riparare e che, dietro le sbarre, non ci sono solo detenuti, ma persone”. Parma. Fili di cura: un anno di servizio civile per ricucire i legami con detenuti e famiglie gazzettadiparma.it, 25 marzo 2026 Bando per due giovani dai 18 ai 29 anni. Candidature entro l’8 aprile alle 14. Si chiama “Fili di cura” il progetto condotto dall’associazione Per Ricominciare rivolto a persone ristrette in carcere e ai loro famigliari. Sarà un anno che arricchirà la vita di chiunque vorrà partecipare, perché rafforzerà la sua responsabilità civica e il legame con la comunità. Raffaele Crispo, operatore locale del progetto, ricorda che c’è tempo fino all’8 aprile alle 14 per partecipare al nuovo bando di servizio civile dell’associazione Per Ricominciare, che è coordinata per tale progetto da Csv Emilia. Sono aperte le selezioni per due posti destinati a giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni (non compiuti) che hanno il piacere di impegnare un anno della propria vita svolgendo un’attività altamente formativa e dal grande valore sociale. I ragazzi e le ragazze selezionate si impegneranno in un progetto che è stato battezzato “Fili di cura” e svolgeranno il loro impegno quotidiano al fianco di altri volontari dell’associazione. Tra i vari impegni provvederanno ad accogliere le famiglie dei detenuti nella casa ospitante e si occuperanno dell’orientamento burocratico per ex detenuti nonché dell’organizzazione di giornate di socializzazione. I volontari selezionati aiuteranno le persone detenute a ricostruire brandelli delle loro vite, a orientarsi tra i servizi del territorio e a far partecipare i piccoli delle loro famiglie ad attività ludico-creative del Laboratorio “Il Gioco” nel carcere di Parma. Inoltre, potranno accompagnare le persone detenute che usufruiscono di permessi o licenze premio, agevolare visite di minori sostenendo relazioni famigliari e compiendo opere di sensibilizzazione dei cittadini su tematiche circa l’inclusione sociale dei detenuti e degli ex detenuti. L’impegno richiesto è di 25 ore settimanali per una durata complessiva di 12 mesi, dal lunedì al venerdì. Ai ragazzi verrà riconosciuto un assegno mensile di 519.47 euro. Sempre Crispo, che in qualità di O.L.P. provvede anche alla formazione specifica dei volontari, spiega che questa “sarà una grande occasione per arricchire il proprio bagaglio di esperienze ed il proprio curriculum vitae. Ci saranno tanti benefici e molte opportunità per diventare costruttori di pace e per creare un mondo migliore. Nel corso dell’anno si diventerà più inclusivi, non solo nei confronti delle persone ristrette, ma anche verso tutti gli altri perché si incontreranno tanti giovani che hanno origini e motivazioni diverse”. A detta della presidente Emilia Agostini Zaccomer l’anno di volontariato sociale in un’associazione penitenziaria “ha una forte valenza sociale perché contribuisce a favorire il reinserimento nella società di persone ex detenute che si spera siano diventate migliori. In ultimo le tante attività e le molteplici esperienze che si faranno permetteranno al giovane volontario di avere un legame e una conoscenza più forte con la comunità dove vive”. Gli interessati possono presentare la candidatura esclusivamente in modalità telematica attraverso la piattaforma “DOL” all’indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it. Per accedere al servizio è necessario essere in possesso delle credenziali SPID o CIE. Per ulteriori informazioni è possibile contattare CSV Emilia - Greta Sacchelli, telefono 0521 228330 greta.sacchelli@csvemilia.it. Roma. “Sempre Persona” a Rebibbia: il valore del volontariato in carcere di Ivana Di Giugno gnewsonline.it, 25 marzo 2026 “Sono sempre persone, anche se hanno sbagliato”, proclama ad Eleonora Panseri, per Fanpage del 16 febbraio 2026, Alfonso Di Nicola, membro del Movimento dei Focolari, fondatore di un progetto che sostiene i detenuti, gli ex detenuti, e le loro famiglie. L’iniziativa nasce circa trent’anni fa, con la proposta di un magistrato, amico del focolarino. “Mi ha chiesto di aiutare alcuni detenuti che avevano bisogno, ma per cui non poteva esporsi in prima persona”, spiega Di Nicola. È l’inizio di un percorso che si chiamerà Sempre Persona. Non c’era ancora l’intenzione di creare un intervento strutturato: “io non volevo fondare proprio niente, dico la verità”, continua il focolarino. Oggi Di Nicola ha ottantuno anni e, da quel primo ingresso in carcere, ha raccolto le confidenze dei detenuti e dei loro congiunti. “Tanti mi parlavano delle famiglie, mi dicevano che loro non avevano colpa e mi chiedevano di fare qualcosa per aiutarle”, racconta ancora il focolarino. A lui, col tempo, si sono uniti altri volontari. Uno di loro è Roberto Mirco, ex detenuto, che ha incontrato Di Nicola in un momento cruciale della sua esistenza, dopo le dimissioni dall’istituto penitenziario. “Quando sono uscito, ho provato a reinserirmi nella società, ma mi sono ritrovato senza niente. I miei genitori erano morti, le mie sorelle e i nipoti si vergognavano di me, sono rimasto solo”, rivela Roberto alla giornalista. Prima della condanna era un cuoco affermato e, nel carcere di Gorgona, in cui è stato recluso per anni, lavorava nella mensa. “Mi guadagnavo da vivere, stavo con le persone e stavo bene; il momento più brutto è stato quando sono uscito”, racconta ancora Roberto. È il drammatico paradosso del termine dell’espiazione della pena, quando gli ex detenuti si scontrano con il pregiudizio e la diffidenza della società. “Ricordo di aver bussato a tante porte, ma erano tutte chiuse. Per la gente ero un poco di buono, inaffidabile. Così mi sono ritrovato a vivere per strada, da senzatetto”, confessa Roberto. La seconda possibilità arriva, per lui, dodici anni fa, grazie all’associazione di volontariato di cui oggi fa parte. “Sono riuscito a dare un senso alla mia vita facendo del bene, per poter ripagare un po’ del male che ho fatto”, afferma. Il filo conduttore del progetto è nella capacità trasformativa dell’essere umano. “Se sei qui, in carcere, è perché hai fatto qualcosa che non va, ma se fai il bene, vedrai che starai bene tu e farai stare bene anche gli altri”, diceva Di Nicola ai detenuti. “In tanti dicono che vanno chiusi in carcere e che va buttata la chiave, ma non è vero”, dichiara ancora a Fanpage il focolarino. Roberto è un esempio di come ogni persona possa recuperare dignità e valore per ricominciare, restituendo alla società ciò che di positivo ha ricevuto. Come racconta Agostino Spolti a gNews, Sempre Persona col tempo è diventata una vera e propria associazione “che riunisce giovani e meno giovani in una rete estesa di volontari”. Sono trenta e lui è uno di loro. Oggi, a presiedere l’associazione è Emanuele Fortuzzi, proseguendo nell’impegno avviato da Alfonso Di Nicola. “Non c’è nessun tipo di giustificazione per quello che hanno fatto queste persone”, dichiara a Eleonora Panseri il volontario trentenne, “ma bisogna sospendere il giudizio per fare questo servizio”. Per risvegliare le potenzialità delle persone detenute ed ex detenute, è necessario andare oltre lo stigma, “stare loro vicino, ascoltarle”, creando “una speranza dentro e fuori dal carcere”. È solo dal coinvolgimento diretto che può avvenire il cambiamento. Grazie a Sempre Persona, da tre anni Agostino Spolti e gli altri volontari dell’associazione visitano con regolarità la Casa Circondariale Raffaele Cinotti di Roma. Sempre Persona è un progetto di intervento trasversale, “un percorso educativo che accompagna i detenuti, gli ex detenuti, e le loro famiglie, a prescindere dalla cultura, nazionalità, o religione di appartenenza”, come chiarisce ancora Spolti, nell’intervista rilasciata a gNews. Una definizione che si addice all’associazione è quella di “comunità”, continua il volontario, “per il fatto che è composta da persone che condividono uno stesso obiettivo”. L’accento è posto “sull’importanza delle relazioni”, dice il focolarino, parlando di “storie di amicizia” con i detenuti. Grazie a loro, si impara a comprendere più profondamente cosa significhi vivere in uno stato di reclusione. Spolti racconta di Alberto: “Quando lo incontriamo in carcere, ci parla del cinema all’aperto che il reparto aveva organizzato. “Che film avete visto?” chiediamo. “E chi lo ha visto? Io guardavo in alto, ammiravo il cielo stellato”. Frasi che aiutano a renderci sempre più partecipi di quanto si vive al di là del muro”. Quello che si impara è che ogni detenuto è una persona unica, ogni esperienza è peculiare. “Ogni volto che incontriamo, ogni storia che ci viene affidata, è un incontro con l’uomo che soffre e che, silenziosamente, ci chiede di fermarci, di ascoltare, di condividere un tratto del suo cammino di vita”. Durante i colloqui in carcere i volontari hanno conosciuto Marco. “Dopo il nostro primo incontro ci ha scritto un’email: “Io non ho amici, né dentro, né fuori. Ma con voi mi sento pronto a costruire un’amicizia”. E poi ci sono le famiglie. La detenzione colpisce anche i congiunti di chi sta espiando la pena. “Tra i volontari ci siamo suddivisi le famiglie per avere un rapporto diretto e continuativo”. Per i volontari di Sempre Persona l’attività non mira semplicemente ad alleviare la pena di coloro che sono reclusi e delle loro famiglie. Si tratta di interventi che incidono, oltre che sul disagio individuale, sulle disuguaglianze sociali, sulle iniquità. È il volontariato chiamato in causa dall’ordinamento penitenziario, quello che consente l’ingresso in carcere a coloro che abbiano “concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti” e possano “utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera” (art.17 legge 354/1975). Fabriano “I volti della povertà in carcere”, la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile di Società di San Vincenzo De Paoli Odv Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2026 Si è conclusa la conferenza stampa di presentazione della mostra “I volti della povertà in carcere”, che sarà ospitata sino al 12 aprile all’Oratorio del Gonfalone di Fabriano. L’esposizione è tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero, pubblicato da EDB - Edizioni Dehoniane Bologna. L’evento è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv. La mostra offrirà ai visitatori uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso. Durante la conferenza stampa sono intervenuti Maurizio Serafini, Assessore alla Comunità e alla Solidarietà del Comune di Fabriano, Gianluigi Farneti, Direttore Caritas diocesana, Massimo Stopponi del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Fabriano, Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza e Gabriele Cinti, Referente del progetto “Confini umani”. L’assessore alla comunità e alla solidarietà sociale del Comune di Fabriano, Maurizio Serafini, ha evidenziato che l’amministrazione comunale è particolarmente attenta alle persone che escono dal carcere. Ha inoltre ringraziato la Società di San Vincenzo De Paoli per la struttura di prima accoglienza via Mamiani che ospita persone senza fissa dimora, di cui circa il 20% sono ex detenuti. Infine, ha rilevato le difficoltà che molte associazioni di volontariato incontrano nel reperire persone disponibili a dedicare una parte del proprio tempo agli altri, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore sensibilizzazione e partecipazione della comunità. Il direttore della Caritas diocesana, Gianluigi Farneti, ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti un’occasione preziosa per coinvolgere l’intera comunità — anziani, adulti e giovani — avvicinandola a una realtà spesso poco conosciuta e restituendo attenzione e visibilità a un’umanità troppo frequentemente dimenticata. Ha evidenziato inoltre che il progetto si inserisce in un impegno più ampio volto a costruire un legame vivo tra carcere e comunità, favorendo il dialogo, l’inclusione e la diffusione di una cultura della dignità, promossa quotidianamente anche dalla Caritas su tutto il territorio nazionale. A seguire, Massimo Stopponi ha richiamato il significato dell’iniziativa, inserendola nella tradizione di impegno della Società di San Vincenzo De Paoli verso il mondo carcerario, ispirata a San Vincenzo De Paoli e al beato Federico Ozanam, che già dalle origini includeva tra le opere di carità il sostegno ai detenuti e alle loro famiglie. Questo impegno continua oggi attraverso azioni concrete rivolte a detenuti ed ex detenuti, con percorsi educativi, iniziative culturali e progetti di reinserimento sociale, accompagnati da una costante attività di formazione dei volontari. Proprio nelle Marche, dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, si è svolto il percorso di formazione “Essere presenza nel mondo del carcere”. Il corso si è concluso il 14 febbraio ad Ancona e ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane, di cui due terzi dalle Marche. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni e circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli. Il percorso ha avuto anche una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei contenuti formativi. I volontari formati saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio. L’attenzione verso le persone più fragili prosegue anche nella Casa di prima accoglienza di via Mamiani dove vengono accolti stabilmente anche ex detenuti che incontrano difficoltà nel reinserimento sociale. Pur in assenza di dati precisi, si stima che rappresentino circa il 20% degli ospiti. Nel suo intervento, Antonella Caldart ha sottolineato come la mostra nasca dall’esperienza diretta nei luoghi della detenzione, restituendo attraverso immagini e racconti un’umanità fatta di volti, gesti e frammenti di vita. Ha evidenziato che il carcere non è solo spazio di pena ma luogo in cui convivono sofferenza, relazioni e possibilità di cambiamento, che coinvolgono non solo i detenuti ma anche gli operatori. Caldart ha richiamato con forza il tema della dignità della persona, ribadendo che la pena non deve trasformarsi in una “pena dell’anima”, ma mantenere una prospettiva educativa e di reinserimento, in linea con i principi costituzionali. Ha inoltre ricordato come, in assenza di reali percorsi di recupero, il rischio di recidiva resti elevato, sottolineando l’importanza di investire su accompagnamento e inclusione. Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il valore del volontariato, descritto come presenza concreta e relazione autentica: un impegno che si realizza nell’ascolto, nelle attività in carcere e nel sostegno alle persone anche fuori, insieme alle loro famiglie. In questo senso, la mostra è stata indicata come uno strumento capace di favorire conoscenza e incontro, superando pregiudizi e stigmatizzazioni. Durante il periodo di esposizione della mostra sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria. Gabriele Cinti, referente del progetto “Confini umani: carcere, fragilità e comunità educante”, ha evidenziato come la mostra I volti della povertà in carcere offra uno sguardo sulla realtà carceraria, mettendo in luce il legame tra povertà e marginalità sociale. La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità. Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società. Potenza. Nella Casa circondariale inaugurato uno spazio per i figli dei detenuti agr.regione.basilicata.it, 25 marzo 2026 Un luogo colorato, accogliente, pensato per i bambini, è stato inaugurato nella Casa circondariale del capoluogo. Il progetto è promosso dal Rotary Club Potenza per sostenere la genitorialità in ambito detentivo e rendere più umano il momento dei colloqui familiari. Alla Casa Circondariale di Potenza è stato inaugurato lo “Spazio con papà”, progetto promosso dal Rotary Club Potenza per sostenere la genitorialità in ambito detentivo e rendere più umano il momento dei colloqui familiari. Alla cerimonia hanno preso parte autorità civili, giudiziarie e militari, insieme ai rappresentanti del mondo rotariano e a numerosi ospiti. Ad aprire gli interventi è stato il direttore della Casa Circondariale, Paolo Pastena, che ha evidenziato il valore concreto dell’iniziativa: “Questo spazio rappresenta un segnale importante di attenzione verso la persona detenuta e verso i suoi affetti. Favorire il rapporto con i figli significa contribuire al percorso rieducativo e al reinserimento sociale, che resta la finalità più alta della pena”. A seguire è intervenuta la presidente del Rotary Club Potenza, Anna Maria Scalise, promotrice del progetto, che ha sottolineato il significato umano dell’iniziativa: “Abbiamo voluto realizzare uno spazio che restituisse normalità e dignità a un momento delicato come l’incontro tra un padre e i suoi figli. Anche dentro un carcere deve esserci posto per i colori, per il gioco, per l’affetto. Sostenere la genitorialità significa costruire futuro, significa credere che ogni persona possa ritrovare il proprio ruolo nella società. Questo progetto nasce dallo spirito di servizio del Rotary e dalla convinzione che la solidarietà diventa vera quando si traduce in gesti concreti”. Il magistrato di sorveglianza Antonio Vuolo, nel suo intervento, ha richiamato il valore rieducativo del mantenimento dei rapporti familiari durante la detenzione, sottolineando come iniziative di questo tipo rappresentino un supporto reale al percorso di responsabilizzazione della persona detenuta. Successivamente ha portato il saluto dell’amministrazione comunale il sindaco di Potenza, Vincenzo Telesca, che ha espresso apprezzamento per il progetto, evidenziando l’importanza della collaborazione tra istituzioni e associazioni per promuovere iniziative capaci di rafforzare il senso di comunità e di solidarietà. A concludere la cerimonia è stato il Prefetto di Potenza, Michele Campanaro, che ha sottolineato il valore simbolico e sociale dello spazio inaugurato, un progetto che dimostra come la collaborazione tra istituzioni, volontariato e realtà del territorio possa generare esempi concreti di solidarietà. L’attenzione ai minori e ai legami familiari rappresenta un segno di grande maturità sociale e contribuisce a rendere più efficace il rapporto padre figli. Lo “Spazio con papà” è stato realizzato con arredi e giochi destinati ai più piccoli grazie al contributo dell’imprenditore Rocco Maggio, leader nel settore dei giocattoli, che ha sostenuto concretamente l’allestimento rendendo l’ambiente più accogliente e vicino alle esigenze dei bambini. L’iniziativa rientra tra i principali progetti di servizio del Rotary Club Potenza per l’anno sociale in corso e rappresenta un segno tangibile di attenzione verso le famiglie dei detenuti, spesso vittime silenziose della detenzione. Lo “Spazio con papà” non è solo una stanza, ma un messaggio di speranza, di responsabilità e di fiducia nel futuro. Giornata del diritto alla verità: quell’antica battaglia dell’Onu nell’epoca delle fake news di Paolo Foschini Corriere della Sera, 25 marzo 2026 Era stata istituita in memoria dell’assassinio dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, ammazzato il 24 marzo 1980 per il suo impegno in difesa dei Diritti umani. Ma la Giornata mondiale per il diritto alla verità moltiplica il suo significato in questa epoca di realtà distorta e fake news. Appello dei docenti universitari: “Serve un’alleanza tra educazione, istituzioni, media”. La “Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime” - questo il titolo completo - è stata indetta dalle Nazioni Unite nel 2010 e si celebra in tutto il mondo il 24 marzo di ogni anno. È l’anniversario dell’omicidio dell’arcivescovo di San Salvador Óscar Romero, assassinato da un cecchino nel 1980 per il suo impegno radicale contro le violazioni dei diritti umani in America Latina, e per questo beatificato da papa Francesco nel 2018. L’assemblea generale dell’Onu, con la sua iniziativa, aveva inteso elevare a “diritto inalienabile” di ogni individuo il diritto a “conoscere la verità sulle violazioni dei diritti umani. Dal che derivava - o sarebbe dovuto derivare - il divere di ogni Stato e rendere effettivo tale diritto nel proprio ordinamento giuridico. Oggi, viceversa, è il concetto stesso di “verità” a essere diventato opinabile. Spesso per responsabilità o con la complicità diretta di coloro che gli Stati li governano. Per carità, niente di nuovo: il premio Nobel per la letteratura Luigi Pirandello scrisse Così è (se vi pare) nel 1917 e al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels è stata attribuita mille volte la frase “ripetete una bugia mille volte a diventerà la verità”, la qual cosa è un’ovvia verità salvo il fatto che Goebbels pare non averla mai detta se non in una forma diversa e non come prassi da rivendicare ma come accusa rivolta ai nemici di allora: “Gli inglesi - questa la citazione tradotta - seguono il principio secondo cui se menti, menti completamente, e soprattutto resta coerente con la tua menzogna”. L’evoluzione della specie, piuttosto, è che neanche essere coerenti con la propria menzogna è più necessario: Trump - o chiunque - può dire una cosa oggi e domani il contrario, il “tempo massimo di attenzione consecutiva” che un individuo medio della società occidentale dedica allo stesso oggetto è sceso in vent’anni da due minuti a pochi secondi e nessuno si ricorderà domani qualsiasi cosa abbia letto su un social ieri. Per questo ha senso non smettere di proclamarlo almeno a parole, il Diritto alla verità. Di qui la presa di posizione del Coordinamento nazionale docenti delle discipline dei diritti umani per richiamare “l’attenzione della comunità educante, delle istituzioni e dell’opinione pubblica su una delle questioni più complesse e urgenti del nostro tempo: il diritto alla verità come fondamento irrinunciabile di ogni ordinamento democratico autentico”. “In un contesto globale attraversato da conflitti, narrazioni distorte e progressiva erosione della fiducia nelle fonti informative - sottolinea una nota del Coordinamento diffusa dal presidente Romano Pesavento - la verità non rappresenta soltanto un valore etico, ma una vera e propria infrastruttura civile, senza la quale il patto sociale si indebolisce e la giustizia perde consistenza”. E la nota prosegue: “Nel contesto contemporaneo, segnato dalla rapidità dei flussi informativi e dalla vulnerabilità delle fonti, il diritto alla verità assume una valenza educativa decisiva. La scuola e l’università sono chiamate a superare una funzione meramente trasmissiva per diventare spazi di costruzione critica del sapere, in cui gli studenti possano sviluppare strumenti interpretativi capaci di distinguere tra informazione e manipolazione, tra memoria autentica e narrazione strumentale”. In che modo? Attraverso una “alleanza tra educazione, istituzioni e sistema mediatico, affinché la verità non resti confinata in ambiti specialistici, ma diventi patrimonio condiviso e accessibile”. Conclusione: “Difendere il diritto alla verità significa, oggi più che mai, investire nella qualità della democrazia futura. Significa riconoscere che senza verità non può esistere giustizia duratura, e senza giustizia non può consolidarsi una pace autentica”. Repressione e insulti. Il no dei giovani alla deriva autoritaria di Luciana Cimino Il Manifesto, 25 marzo 2026 Alla destra i giovani italiani non piacciono. È una diffidenza che non nasce oggi, dopo che l’analisi del voto al referendum sulla giustizia ha evidenziato il ruolo degli under 40 nella sconfitta. Era evidente fin dai primi giorni di insediamento che il governo Meloni non solo non amasse la partecipazione giovanile ma aveva proprio un piano: “umiliarli”, per usare una delle prime espressioni infelici di Valditara, che esordì così alla guida del ministero dell’Istruzione (e merito). Tre anni e mezzo dopo si può affermare che tutte le politiche per la gioventù, sostantivo che la destra preferisce, del governo si possono riassumere con una parola: repressione. I bambini vanno rieducati con la Bibbia, gli adolescenti sono in nuce criminali, gli universitari devono essere puniti. Se di origine straniera di più, come dimostra, da ultimo, anche la cosiddetta legge anti maranza, razzista sin dal nome. Se per reprimerli si va avanti a decreti che arrivano dopo fatti di cronaca eclatanti con la scusa “dell’emergenza criminalità giovanile”, per rieducarli la strategia è pianificata e portata avanti con lucidità dai ministri Valditara e Bernini (università), artefice del più grande licenziamento di massa dei ricercatori e molto attiva nel mettere all’indice le manifestazioni contro il genocidio dei palestinesi dentro gli atenei. Dopo la violenza contro i liceali in corteo a Pisa, le cariche delle forze dell’ordine sono arrivate anche dentro gli atenei. Non si vedevano da oltre 30 anni ma negli ultimi due sono state consuetudine. Anche perché il governo rilascia un decreto sicurezza l’anno, architrave del meccanismo di repressione del dissenso. Si è cominciato con il decreto Rave, appena una settimana dopo l’insediamento dell’esecutivo. Molto rumore per nulla: i rave illegali continuano a tenersi. Poi, a seguito di uno stupro di gruppo ai danni di due minorenni, è la volta del decreto Caivano, che poi diventerà un modello per commissariare i quartieri periferici delle città con un forte protagonismo popolare e sociale. E intanto ha spedito in prigione un sacco di ragazzini, come dimostra il sovraffollamento delle carceri minorili denunciato a più riprese da associazioni come Antigone. Piovono denunce per le proteste non violente dei giovani ambientalisti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion a causa della norma contro gli ecovandali del gennaio 2024. IL 2025 è l’anno del primo decreto sicurezza dell’esecutivo, poi diventato legge. Pene aumentate per chi protesta, anche pacificamente, contro una infrastruttura dello Stato, che sia il velleitario progetto salviniano del Ponte sullo Stretto o la Tav della Val di Susa. Contiene anche il nuovo reato di “occupazione arbitraria di immobile”, istituisce le zone rosse ed estende le tutele legali per agenti e militari sotto indagine per atti compiuti in servizio. Per tacere delle norme feroci contro le persone che sono rinchiuse nei Cpr o nelle carceri. Il nuovo pacchetto sicurezza di quest’anno rafforza le misure contenute nel primo con l’allarme baby gang che si trasforma in allarme maranza. Intanto il governo sdogana il metal detector nelle scuole. Viene inserito anche un provvedimento para fascista come il fermo di polizia preventivo fino a 12 ore per “trattenere soggetti sospettati di voler compiere atti violenti durante le manifestazioni” e si introducono multe fino a 20 mila euro per chi indice i cortei. Infine, c’è la legge in discussione al senato sugli stupri che non prevede il consenso. Le donne che hanno manifestato di fronte a palazzo Madama sono state trattate in modo brutale dalla polizia in tenuta antisommossa. SBAGLIA chi dice di non aver visto arrivare il voto giovanile. Il governo, per esempio, lo avevo visto benissimo tanto che ha cercato di boicottarlo. A differenza delle elezioni europee del 2024 e dei referendum del 2025, dove erano state previste deroghe per far votare i fuori sede, per questa consultazione non è stata attivata la procedura. Non è servito: in molti si sono messi in viaggio per votare No. “La mia compagna e io abbiamo fatto Lombardia/Calabria e ritorno in 48 ore - racconta Alessandro - Neanche quando c’era Berlusconi ho affrontato il viaggio. Volevamo dare un segnale a Meloni, che ha preso una china spaventosa”. Lo stesso Miriam che da un anno lavora a Londra: “Soldi di aereo ben spesi, ho il terrore di una deriva autoritaria e la legge sugli stupri grida vendetta”. “Ho fatto nottata per prendere il treno del ritorno - racconta Elena che è di Firenze ma studia a Torino - Il referendum era troppo importante, che soddisfazione aver fatto vincere il No”. E Fra, 25 anni che studia a Roma ma è tornat* a Varese: “Tra i miei coetanei c’è molta consapevolezza, la premier si è scavata la fossa da sola: se voleva intercettare i giovani ha fatto il lavoro contrario”. Non è basta l’ospitata da Fedez e Mr Marra. Migranti. Due udienze alla Corte di giustizia Ue. Ora i centri in Albania rischiano grosso di Giansandro Merli Il Manifesto, 25 marzo 2026 Discussi i rinvii pendenti. La Commissione Ue si contraddice. La prima sentenza potrebbe arrivare entro giugno, quando entrerà in vigore il Patto Ue. Mentre in Italia le urne referendarie restituivano un’imponente vittoria del No, in Lussemburgo iniziava la prima udienza sui rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte Ue per i centri in Albania. In un significativo uno-due, i giudici europei hanno piazzato lunedì la discussione del procedimento partito dalla Corte d’appello di Roma nel novembre scorso e martedì quella sul procedimento trasmesso dalla Cassazione a maggio 2025. Il primo solleva dubbi sulla stessa possibilità dell’Italia, o di un qualsiasi paese membro, di siglare con uno Stato terzo un accordo che rischia di minare l’uniformità di una materia come il diritto d’asilo. A questo procedimento la Corte aveva riconosciuto la procedura accelerata. La domanda posta con chiarezza dai giudici d’appello della capitale, radicata nel Trattato sul funzionamento dell’Unione, è se il protocollo nella sua interezza sia o meno legittimo visto che crea diversi punti di contrasto con il sistema comune d’asilo. Una materia “in gran parte regolata” da Bruxelles e dunque a competenza esclusiva. Secondo la giurisprudenza della Corte di Lussemburgo basta anche un solo contrasto per sancire l’illegittimità, la Corte d’appello di Roma ne ha sottolineati almeno quattro. Il suo ragionamento, però, non è stato approfondito fino in fondo durante l’udienza dell’altro ieri. Le domande si sono concentrate su altri profili, a partire dalla compatibilità dei centri con la direttiva rimpatri. Secondo l’avvocata Piazza, che difende un migrante coinvolto nel processo originario, il problema del protocollo non è solo creare un’eccezione alla gestione comune dell’asilo ma innescare un meccanismo di “erosione competitiva di tutti gli standard Ue in materia”. La tesi sostenuta dall’avvocatura dello Stato è che l’accordo “non prevede norme sostanziali o procedurali, ma solo logistiche”. In pratica riguarderebbe più i pavimenti delle strutture di Shengjin e Gjader, colorati di verde per ottenere un “effetto rilassante”, che i diritti fondamentali dei cittadini stranieri lì deportati. Alla domanda come si fa a liberare “senza ritardi” chi ottiene un provvedimento di non convalida, però, l’avvocatura ha sostenuto una tesi ancora più ardita: appena arriva la decisione la persona esce dal Cpr ed è trasferita in “un’area sterile” (sempre dentro le mura del centro). Poi viene accompagnata a Durazzo per prendere il primo traghetto utile, che arriva a Bari alle 8 del mattino seguente. Il tempo trascorso nel frattempo sarebbe solo “tecnico”, anche perché sulla nave i migranti “viaggiano da uomini liberi”. Gli agenti di polizia sono lì “solo per facilitare l’attraversamento della frontiera albanese e l’ingresso in Italia”. Dal canto suo la Commissione ha affermato che il protocollo estende la giurisdizione italiana ma non le regole comunitarie e che la competenza in materia di asilo “è concorrente, non esclusiva. Altrimenti l’accordo avrebbe comunque avuto l’obiettivo di applicare le norme Ue”. Questa posizione, però, non ha trovato riscontri significativi. Anche nella seconda udienza, quella di ieri, alla Commissione sono mancate argomentazioni forti. In alcuni momenti sembrava proprio arrampicarsi sugli specchi. Il rinvio della Cassazione chiede se il trasferimento dei migranti dall’Italia all’Albania violi la direttiva rimpatri e se dopo che una persona fa domanda d’asilo a Gjader la sua permanenza oltre Adriatico contrasti con la direttiva accoglienza. Per la Commissione lo spostamento fisico da un paese all’altro non può essere inquadrato nella categoria giuridica dell’”allontanamento” dal territorio nazionale perché la giurisdizione resta italiana. E anche perché, ma questo non è stato sottolineato, per il rimpatrio si ripassa comunque da Fiumicino. In pratica il Cpr di Gjader è uguale a quelli ubicati in Italia. Se però a quel punto una persona fa domanda di protezione siccome è fuori dal perimetro Ue non varrebbe la direttiva accoglienza. Una posizione contraddittoria su cui i giudici hanno insistito con varie domande. In questo rinvio a difendere i due migranti coinvolti c’era l’avvocata Cristina Durigon, che ha sottolineato la mancanza di garanzie uniformi in tema di diritto alla salute e alla difesa tra le due sponde dell’Adriatico. SIA lunedì che martedì è venuto fuori anche un altro tema decisamente importante, sollecitato a più riprese dalla Corte. I centri di Shengjin e Gjader possono essere considerati una zona di transito? Qui i pareri di governo italiano e Commissione Ue divergono. La seconda risponde in maniera negativa: non è possibile perché secondo la definizione comunitaria quelle aree vanno individuate all’interno dello Stato membro o a ridosso delle sue frontiere. Il governo italiano, invece, sostiene esattamente il contrario. La questione è decisiva perché se prevalesse la prima argomentazione le strutture albanesi non sarebbero utilizzabili nemmeno dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, a giugno, la data su cui Meloni e Piantedosi hanno scommesso tutto. Inevitabilmente le richieste di convalida, che riguarderebbero richiedenti asilo come nella prima fase del protocollo e non più “irregolari” come nella seconda, sarebbero respinte. Si tornerebbe punto e a capo. Con la differenza che stavolta l’esecutivo non potrebbe usare le sentenze sgradite per aizzare il voto popolare contro la magistratura. Nel referendum non ha funzionato. La bastonata l’ha presa il governo, nonostante la propaganda su Shengjin e su Gjader. Per il rinvio della Corte d’appello le conclusioni dell’avvocato generale saranno l’11 giugno. Per quello della Cassazione il 23 aprile. Poi resterà solo da attendere le sentenze. Migranti. Indagato per crimini contro l’umanità l’ex direttore di Frontex di Agostina Pirrello Il Manifesto, 25 marzo 2026 A seguito di denuncia da parte dell’ong Ligue des droits de l’homme, la Corte d’Appello di Parigi ha avviato un’indagine su Fabrice Leggeri, direttore dal 2015 al 2022 dell’Agenzia Europea delle frontiere Frontex, oggi eurodeputato del Rassemblement National, accusato di tortura e di crimini contro l’umanità ai danni delle persone migranti. L’apertura dell’indagine segna la prima volta in cui una corte nazionale si accinge ad accertare l’eventuale responsabilità penale di un ex funzionario dell’Unione europea per le pratiche abominevoli che da anni si consumano nel Mediterraneo. Secondo la denuncia, Leggeri avrebbe dato direttive ai suoi dipendenti per facilitare i respingimenti in mare ad opera delle autorità greche verso la Libia, luogo tristemente noto come un inferno in terra per i migranti, sistematicamente sottoposti a detenzioni arbitrarie, torture e abusi sessuali. Che i respingimenti illegali abbiano avuto luogo è ormai acclarato: l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf), indagando dal 2020 sulla condotta di Frontex, ha evidenziato in un suo rapporto - non pubblico, ma trapelato grazie al giornalismo investigativo - il coinvolgimento attivo e omissivo dell’agenzia nelle violazioni commesse dalle autorità greche. Tra le pratiche illegali documentate, Frontex avrebbe omesso di intervenire di fronte all’abbandono di persone in mare su zattere gonfiabili, sospeso la sorveglianza aerea in determinate aree per non registrare le violazioni delle autorità e ostacolato la supervisione dell’Agenzia da parte delle istituzioni competenti, accusandole di “ossessione su temi di diritti fondamentali e cretinismo burocratico”. A seguito del rapporto Olaf, Leggeri si è dimesso dalla direzione di Frontex nell’aprile 2022, dichiarando che “il mandato di Frontex su cui sono stato eletto e rinnovato nel giugno 2019 è stato silenziosamente ma effettivamente cambiato”, facendo forse riferimento al suo disappunto personale sulla necessità di rispettare i diritti fondamentali, dato che in realtà Frontex ha progressivamente acquisito più poteri e risorse, passando da un budget di 1 miliardo di euro per il 2020 agli 11 miliardi previsti per il 2027. Le dimissioni di Leggeri e il cambio di dirigenza hanno però finito per far passare in sordina le gravi violazioni, rimaste a lungo confinate nei report delle Ong e nelle inchieste del giornalismo investigativo. Qualcosa, però, si è mosso nelle corti negli ultimi mesi: la Corte di giustizia dell’Unione europea, pronunciandosi in due casi portati avanti da richiedenti asilo siriani respinti illegalmente in Turchia col benestare Frontex, ha dichiarato per la prima volta che l’Agenzia ha degli obblighi propri di rispetto dei diritti fondamentali e che non può sottrarsi a responsabilità sostenendo di limitarsi a supportare gli stati membri. Tuttavia, il quadro giuridico resta costruito in modo da rendere difficile affermare concretamente la responsabilità di Frontex: nonostante la presenza crescente del suo staff agli sbarchi e durante i rimpatri e l’uso del suo apparato di sorveglianza per consegnare le persone nelle mani dei libici, le vie legali disponibili presso le corti dell’Unione sono complesse e le prove richieste di difficile reperimento. Dopo le dimissioni da direttore esecutivo, Leggeri si è candidato alle elezioni europee del 2024 con il partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen, dichiarandosi determinato a “combattere il sovraccarico migratorio, che la Commissione europea e gli eurocrati non considerano un problema, bensì un progetto”. I suoi timori sono decisamente smentiti dagli ultimi sviluppi legislativi: dal 12 giugno entrerà in vigore il patto europeo sull’asilo, che prevede detenzioni di massa alle frontiere e ampie limitazioni della libertà personale dei migranti sui territori nazionali, legalizzando di fatto pratiche finora considerate illegali. Frontex resterà l’alfiere di queste politiche in pieno stile Ice, e gli Stati membri sembrano ben disposti a delegare all’Agenzia ogni lavoro potenzialmente sporco, dato che azioni classificabili come reati negli ordinamenti nazionali risultano finora difficilmente punibili se compiuti da un’agenzia europea, nonostante gli sforzi della società civile per scardinare un meccanismo sempre più mortifero. Migranti. Le chat del mutuo aiuto, manuale di resistenza dall’Est di Diana Ligorio Il Domani, 25 marzo 2026 “Nell’immaginario collettivo l’Italia è il paese delle piazze. Ma nel mio progetto di ricerca ho scoperto che, per molti migranti provenienti dallo spazio post-sovietico, Roma non inizia per strada, ma sullo schermo di uno smartphone”. Con queste parole Liubov Iashchenko presenta la sua indagine antropologica sulle chat di Telegram come risposta all’immobilità burocratica: reti digitali di solidarietà che si trasformano in strumenti indispensabili di cittadinanza e sopravvivenza urbana. Dopo una laurea in Storia all’Università di Prem’ in Russia, ora Iashchenko continua i suoi studi in discipline etno-antropologiche presso la Sapienza di Roma. “Durante le interviste in profondità, i miei informatori mi hanno spesso raccontato che il trasferimento in Italia dai paesi appartenenti alla ex Unione Sovietica è un percorso solitario”. A differenza delle comunità cinesi o bengalesi, i migranti post-sovietici non hanno quartieri fisici dove concentrarsi e trovare reti di conoscenza: “Quando arrivano a Roma, si scontrano con una immobilità burocratica che costituisce un muro invisibile: non possono affittare legalmente una casa, ottenere il permesso di soggiorno o prendere appuntamento con un medico. Bloccati in una zona di transito”. Nella sua ricerca, Iashchenko ha intervistato quaranta persone tramite questionario, ha effettuato tre interviste in profondità e analizzato i tre più grandi canali Telegram dei migranti russofoni a Roma: “Il 62,5 per cento delle persone dice che trovare informazioni vitali su Telegram è più veloce e chiaro che nelle istituzioni ufficiali italiane, come la Questura o i Caf. Il 70 per cento sostiene che “i nostri” nelle chat aiutano molto di più dello Stato ospitante”. Il motivo principale è la barriera linguistica unita alle difficoltà nel capire come funziona il sistema. Secondo Iashchenko, per queste persone Telegram non è solo un app di messaggistica ma diventa un’istituzione sociale alternativa: “Un vero e proprio welfare dal basso”. Quarticciolo, dove le disuguaglianze fanno ammalare: la salute segue la geografia della povertà Chat risolve problemi Il campione è formato da giovani: Il 65 per cento sono studenti; Il 45 per cento degli intervistati è costituito da nuovi arrivati, in città da meno di un anno, il 35 per cento, invece, da veterani che vivono sul territorio da più di tre anni. “Ho fatto un lavoro di etnografia digitale”, spiega Iashchenko. “Non mi sono limitata a leggere le chat, ma ho fatto un’osservazione partecipante, immergendomi nella loro routine quotidiana”. Alla base della ricerca ci sono le tre principali chat Telegram in questo settore. Il volume totale dei dati analizzati, dal 2021 al marzo del 2026, è di quasi 400mila messaggi. “Ovviamente, nessun antropologo può leggere e codificare a mano questa enorme quantità di materiale. Per questo ho utilizzato il machine learning, l’apprendimento automatico. In particolare, ho usato il metodo del Topic Modeling, chiamato algoritmo Lda”. Dall’analisi delle chat emerge che i problemi più urgenti sono i documenti e la ricerca della casa: “Il 72,5 per cento chiede aiuto alla diaspora digitale per coprire i bisogni fondamentali per sopravvivere. Una parte importante riguarda anche finanza, bonifici bancari, vita accademica e anche la semplice ricerca di socializzazione tra persone. Quasi il 90 per cento delle persone risolve con successo i propri problemi grazie alle chat. Trovano casa o lavoro; ricevono consigli utili per i documenti”. Da nord a sud, l’esempio degli ambulatori sociali: dove la sanità è veramente un bene comune I partecipanti alle chat vengono da Kazakistan, Russia, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian. Sono studenti e migranti dall’Asia Centrale e dal Caucaso: “La casa digitale unisce persone di nazionalità diverse superando i confini geografici. Le loro città di origine non vengono nominate nelle chat per nostalgia. Sono dei veri hub logistici”. I migranti cercano compagni di viaggio per i voli, si scambiano documenti originali, mandano pacchi o medicine, cercano modi per trasferire denaro. Inoltre, nello scambio di messaggi sulle chat Iaschenko vede la nascita di una lingua nuova: “Su Telegram i migranti inventano il loro dizionario della sopravvivenza. Si mescolano termini burocratici italiani, parole inglesi e suffissi russi. Non affittano una stanza, ma una dabla (dalla parola inglese double). Non ricevono il codice fiscale, ma il kodikiy, e aspettano il pezzo di carta, la ricevuta. Questo gergo li aiuta a orientarsi in un sistema straniero complesso”. In una situazione di isolamento, Telegram diventa piazza digitale, un luogo dove il migrante post-sovietico entra a far parte di un gruppo di persone pronte ad aiutarlo. Ci sarebbe da chiedersi perché queste persone si rendano disponibili ad aiutare gratuitamente altre persone. “Il 97,5 per cento degli intervistati ha ammesso di aiutare gli altri membri della chat. Qui incontriamo quello che gli antropologi chiamano l’economia del dono”, conclude Iashchenko. “Le persone aiutano perché sono unite dallo stesso destino e dalla stessa vulnerabilità”. Qualcosa che, online e offline, spesso dimentichiamo. Riscopriamo a scuola la storia delle migrazioni: le ragioni per rovesciare lo sguardo.