Carceri italiane: sovraffollamento anche negli istituti minorili di Simone Baroncia korazym.org, 24 marzo 2026 Le carceri italiane vivono una crisi strutturale che colpisce adulti e minorenni, con effetti che travalicano i confini degli istituti e investono l’intera società. Secondo Franco Prina, professore ordinario di Sociologia giuridica, della Devianza e del Mutamento presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino: “Il carcere oggi spesso funziona come una discarica sociale dove accresce la marginalità sociale, la fragilità psichiche e la povertà educativa”. I numeri parlano chiaro: sovraffollamento medio del 124% e picchi oltre il 200% in istituti come Lucca e San Vittore; circa 20.000 detenuti tossicodipendenti; il 65% con disagio psichico, di cui il 4% affetto da psicosi gravi; oltre 20.000 detenuti stranieri; suicidi già sette nei primi 40 giorni del 2026, dopo i 91 del 2024 e gli 80 del 2025. Anche il sistema penale minorile ha subito un cambiamento drammatico: gli Istituti Penali per Minorenni (IPM), che per decenni avevano una media di 350-400 ragazzi al giorno, sono oggi quasi raddoppiati, con 700-800 giovani detenuti, sovraffollamento e pressione sulle possibilità di reinserimento, come ha sottolineato il docente: “Questo segna una rottura con la tradizione italiana, che aveva reso il carcere minorile una misura residuale e un modello internazionale di reinserimento. Il sistema funzionava grazie a una alleanza educativa e istituzionale: magistratura minorile, operatori degli istituti, servizi della giustizia minorile (USSM), servizi sociali territoriali, terzo settore e volontariato collaboravano per accompagnare i ragazzi in percorsi di responsabilizzazione e reinserimento. In moltissimi casi, grazie alla messa alla prova e ai progetti sul territorio, la detenzione diventava solo una parentesi e non un destino”. In un contesto così complesso, il ruolo del volontariato e delle associazioni assume una funzione essenziale: “Gli Assistenti Volontari collaborano al trattamento e facilitano il contatto con l’esterno. Le associazioni portano attività culturali, formative, sportive e sociali, contribuendo a ridurre la separazione tra carcere e comunità. Il volontariato può operare come partner della Pubblica Amministrazione, attraverso strumenti di co-programmazione e co-progettazione, andando oltre il semplice sostegno ai detenuti e contribuendo a un carcere costituzionalmente orientato, aperto e rispettoso dei diritti”. Poi il Professore pone l’attenzione sulle giovani generazioni: “È fondamentale coltivare una attenzione precoce alle fragilità dei ragazzi, alla marginalità, alla povertà educativa, al senso di identità, e offrire strumenti per affrontare le difficoltà senza ricorrere immediatamente alla sanzione penale”. ?Tra le esperienze più significative c’è il progetto ‘ScegliAmo bene’ del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli, che opera nelle scuole con percorsi di prevenzione e consapevolezza sui temi della legalità, delle scelte personali e delle conseguenze dei comportamenti: “Questo lavoro con i giovani è un esempio di come si possa agire in prevenzione, offrendo strumenti concreti ai ragazzi e alle comunità per orientare le proprie scelte e ridurre il rischio di marginalità e devianza. Nonostante l’importanza strategica del volontariato, il contesto carcerario pone ostacoli crescenti. In molti istituti le attività sono limitate, gli spazi ridotti, la presenza dei volontari viene ostacolata o scoraggiata, soprattutto quando testimoniano le condizioni reali delle carceri. Anche l’allontanamento di chi denuncia criticità è un segnale chiarodella difficoltà di mantenere uno sguardo critico e costruttivo all’interno del sistema”. Per il docente il volontariato non può limitarsi a sostenere la quotidianità dei detenuti, ma deve continuare a esercitare una funzione politica e civile, richiamando le istituzioni alla funzione rieducativa della pena e contribuendo a un cambiamento culturale più ampio nella società: “E’ necessario che l’opinione pubblica e le scelte politiche riconoscano che esistono forme diverse di risposta al reato, che il carcere non deve essere vendetta ma opportunità di reinserimento, e che investire nella prevenzione e nel sostegno alle nuove generazioni conviene a tutti”. Proprio per valorizzare il ruolo del volontariato e ascoltare anche la voce dei detenuti attraverso i loro scritti: “Quest’anno il Premio letterario Carlo Castelli ha scelto di orientare il concorso sul tema del volontariato. Abbiamo chiesto ai partecipanti di riflettere sul senso della presenza dei volontari negli istituti, su ciò che funziona, su ciò che potrebbe essere migliorato, e su come il volontariato possa contribuire a diffondere nella società una diversa cultura della pena”, ha spiegato Prina, da anni membro della giuria del concorso letterario. Le testimonianze dei detenuti, raccolte attraverso gli elaborati, offrono uno sguardo diretto dall’interno del carcere, prezioso anche per le associazioni e per chi governa il sistema. Il Premio Carlo Castelli è un concorso letterario nazionale rivolto a tutti i detenuti degli istituti penitenziari italiani, compresi quelli minorili. Dedicato alla memoria di Carlo Castelli, figura di spicco del volontariato vincenziano e promotore della Legge Gozzini, diventa un mezzo per costruire un futuro condiviso, sottolineando l’importanza del sostegno reciproco, anche in contesti difficili come il carcere. Il Premio Carlo Castelli ha il patrocinio di Camera, Senato e Ministero della Giustizia, ed è stato insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I detenuti hanno diritto al salario minimo, dall’UE il richiamo alla non discriminazione di Caterina Mazzantini eunews.it, 24 marzo 2026 La Commissione Europea sta monitorando il recepimento della direttiva sui salari minimi per garantire che le persone ristrette impegnate in effettivi rapporti di lavoro ricevano tutele adeguate e non disparitarie. I detenuti hanno diritto a un salario minimo, e gli Stati membri dell’Unione Europea devono garantire i principi di non discriminazione e proporzionalità nei casi in cui dovessero rivederlo e portarlo a un livello più basso. In risposta a un’interrogazione di Anthony Smith, europarlamentare francese del gruppo La Sinistra, Roxana Mînzatu, la vicepresidente esecutiva per Diritti sociali e competenze, lavoro di qualità e formazione della Commissione europea, ha spiegato che Bruxelles sta monitorando con attenzione come gli Stati membri stiano recependo la Direttiva (la numero 2022/2041) e che, in questo contesto, controllerà che qualsiasi variazione del salario minimo legale per i detenuti sia conforme alle norme UE. L’eurodeputato francese ha ricordato, nella sua interrogazione, che la Direttiva stabilisce che “è principalmente responsabilità degli Stati membri garantire la corretta applicazione delle disposizioni giuridiche pertinenti applicabili ai detenuti”, anche quando vengano “classificati come lavoratori”. In questo contesto, Smith ha chiesto a Palazzo Berlaymont come monitori il recepimento di questa direttiva negli Stati membri e se adotterà le misure necessarie per garantire il monitoraggio del lavoro dei detenuti nell’UE. Al centro del dibattito c’è l’articolo 6 della direttiva, che regola le variazioni del salario minimo legale. “Qualora autorizzino salari minimi legali diversi per specifici gruppi di lavoratori o consentano trattenute che riducono la retribuzione versata portandola a un livello inferiore a quello del salario minimo legale pertinente, gli Stati membri provvedono affinché tali variazioni e trattenute rispettino i principi di non discriminazione e di proporzionalità, il quale comprende il perseguimento di un obiettivo legittimo”, dettaglia l’articolo 6, sottolineando che “nulla nella presente direttiva deve essere interpretato in modo tale da imporre agli Stati membri l’obbligo di introdurre variazioni dei salari minimi legali o trattenute sugli stessi”. Nella sua risposta, Mînzatu ha spiegato che “la Commissione sta attualmente effettuando la valutazione di conformità delle misure di recepimento notificate dagli Stati membri” e che, “nell’ambito di tale valutazione, la Commissione verificherà anche la conformità all’articolo 6 della direttiva di qualsiasi disposizione nazionale che stabilisca una variazione del salario minimo legale per i detenuti, purché rientri nell’ambito di applicazione personale della direttiva”. La commissaria romena ha anche specificato che ciò accadrà “laddove sussista un rapporto di lavoro come definito dalla legge, dai contratti collettivi o dalla prassi vigente in ciascuno Stato membro, tenendo conto della giurisprudenza della Corte di giustizia”. In termini pratici, se un detenuto è impegnato in un “rapporto di lavoro” così come definito dalle leggi nazionali, dai contratti collettivi o dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, le tutele del salario minimo devono essere garantite. Il lavoro in carcere - Nonostante il termine per il recepimento della Direttiva sul salario minimo fosse fissato a novembre 2024, il quadro europeo appare ancora frammentato. A febbraio 2026, solo 22 Stati su 27 hanno completato l’iter. Tra i ritardatari figurano Svezia, Austria, Finlandia, Italia e Danimarca. Proprio la Danimarca aveva tentato la via giudiziaria con un ricorso alla Corte di Giustizia dell’UE per bloccare la direttiva, ma l’istanza è stata rigettata nel novembre 2025. “Nel 2023, nelle carceri dell’UE erano detenuti 500 mila reclusi. La maggior parte degli istituti di pena non offriva alcuna attività professionale, nonostante il lavoro sia un fattore fondamentale per la riabilitazione”, aveva evidenziato l’eurodeputato de La Sinistra nella precedente interrogazione di ottobre 2025. “Quando vengono offerti dei lavori, questi sono per lo più legati alla gestione della struttura carceraria. Alcuni consigli di amministrazione penitenziari, tuttavia, mettono i detenuti a disposizione di aziende private. Questi lavori sottopagati consentono alle aziende interessate di aumentare i propri profitti a scapito di qualsiasi vero programma di riabilitazione”, aveva illustrato Smith. Un caso emblematico è quello della Spagna, dove continua ad essere legale nelle carceri il lavoro a cottimo. In risposta a questa precedente interrogazione, il commissario irlandese per la Democrazia, la giustizia, lo stato di diritto e la protezione dei consumatori, Michael McGrath, aveva ribadito da un lato che la gestione della detenzione resta una responsabilità primaria degli Stati membri, dall’altro che Bruxelles incoraggia le Capitali ad adottare gli standard UE di gestione delle carceri per facilitare il reinserimento sociale. In Italia, il CNEL - nel suo studio “Recidiva Zero” presentato nel giugno 2025 - conferma l’urgenza di un cambio di rotta. Sebbene il numero di detenuti lavoratori sia cresciuto del 44,6 per cento in vent’anni (dal 2004 al 2024), raggiungendo le 21.235 unità, la finalità più a lungo termine di questo impiego resta bassa, con l’85,1 per cento che lavora alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria in servizi di manutenzione ordinaria. Secondo i dati riferiti al 31 dicembre scorso dell’Associazione Antigone - l’associazione italiana per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario - solo il 3,7 per cento dei detenuti ha un impiego con datori di lavoro esterni, mentre appena il 10,4 per cento frequenta percorsi di formazione professionale. Tutto ciò nonostante il 38 per cento delle persone detenute ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, “che non rappresentano una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”. Questa carenza di opportunità ha un costo sociale elevatissimo, dato che la recidiva in Italia delle persone in carcere si attesta attorno al 70 per cento, mentre scende al 2 per cento tra quanti accedono alle misure alternative. Un dato che dimostra il fallimento di un sistema puramente custodiale che invece dovrebbe rendere le carceri degli hub di formazione e inclusione attiva. La sfida lanciata dall’Unione Europea attraverso la direttiva del 2022, non rappresenta solo un adempimento burocratico, ma un richiamo alla dignità del lavoro come pilastro del riscatto sociale. Detenuti di 22 carceri in campo con Plastic Free e Seconda Chance per ripulire l’Italia plasticfreeonlus.it, 24 marzo 2026 Prosegue il percorso condiviso tra Plastic Free Onlus, l’organizzazione impegnata dal 2019 nel contrasto all’inquinamento da plastica, e Seconda Chance, associazione del Terzo Settore attiva nel reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute. Una collaborazione che continua a crescere e che, sabato 28 marzo, darà vita a una nuova giornata di mobilitazione nazionale all’insegna dell’ambiente e dell’inclusione. Saranno coinvolti volontari e detenuti in permesso premio in oltre dieci località in tutta Italia, dal Nord al Sud, con iniziative diffuse su più territori per restituire decoro a spazi spesso segnati dall’abbandono dei rifiuti. Le attività prenderanno il via in contemporanea nella mattinata del 28 marzo: dalle spiagge di Salerno e Bacoli al lungomare di Stazzo ad Acireale, recentemente colpito dal ciclone Harry, passando per la foce del fiume Volturno, la pineta di Su Siccu a Cagliari, le aree urbane di Monza, Prato, Padova Varese e Torino e il Castello Visconteo di Pavia, fino alle località costiere di Ancona, Bari, Napoli, Pesaro, Terracina e Reggio Calabria. L’iniziativa coinvolge detenuti provenienti da 22 istituti penitenziari italiani: Ancona, Cagliari, Frosinone, Ivrea, Locri, Monza, Padova, Pavia, Pesaro, Poggioreale, Prato, Reggio Calabria, Salerno, Santa Maria Capua Vetere, Secondigliano, Torino, Trento, Varese, Vibo Valentia, Viterbo, l’Istituto Penale per Minorenni di Acireale e l’Istituto Penale per Minorenni di Bari nonché dieci affidati in prova dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Reggio Calabria, confermando una rete sempre più ampia e strutturata tra Amministrazione Penitenziaria e Terzo Settore. “Queste giornate rappresentano molto più di un intervento ambientale - sottolinea Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance -. Sono momenti di incontro autentico tra persone, in cui si costruiscono relazioni, si abbattono barriere e si restituisce dignità attraverso il fare. Il reinserimento passa anche da qui: dalla possibilità di sentirsi utili e parte di una comunità”. Sulla stessa linea Lorenzo Zitignani, direttore generale di Plastic Free Onlus: “Ogni evento è un’occasione per sensibilizzare, ma anche per creare connessioni. La collaborazione con Seconda Chance dimostra che l’associazionismo può essere inclusivo e generare valore concreto. Mettere insieme volontari e detenuti significa costruire un messaggio forte: il cambiamento è possibile, per l’ambiente e per le persone”. La giornata del 28 marzo rappresenta un’ulteriore tappa di un percorso avviato negli ultimi anni e destinato a consolidarsi sempre di più, con l’obiettivo di coniugare tutela ambientale e inclusione sociale. Un modello che funziona perché parte da un principio semplice ma spesso dimenticato: tutti possono fare la propria parte, indipendentemente dal passato. I segnali del voto di Massimo Franco Corriere della Sera, 24 marzo 2026 La vittoria è chiara, ma l’Italia resta divisa e chiede dialogo. Il numero più significativo è il 58,9 per cento dei votanti: ben oltre un quorum peraltro non necessario. Segnala un rilancio della democrazia diretta che si temeva sarebbe stata umiliata dall’astensionismo. E sottolinea una partecipazione massiccia che legittima la vittoria del No alla riforma sulla giustizia, e la sconfitta del Sì proposto dal governo. Ha votato l’Italia, la nazione, non una minoranza. Lo ha fatto con nettezza, ma anche con margini tali da restituire l’immagine di un Paese diviso a metà. Questo dovrebbe consigliare non solo a chi ha perso ma anche a chi ha prevalso di rispettare lo schieramento avversario; e di aprire insieme una nuova fase. Sarà necessario cercare in Parlamento il dialogo che nei mesi passati è mancato per responsabilità trasversali. Se una lezione si può trarre da una campagna referendaria inquinata dalla strumentalità e da una deriva verbale a tratti intollerabile, è quella che nessuno è padrone dell’elettorato. L’esigenza di non soggiacere a una logica di forzature, di colpi di mano non è soltanto giusta: è indispensabile per non sprecare energie e per ricucire un tessuto sociale lacerato ma deciso a far sentire la propria voce. Superare e non cristallizzare l’incomunicabilità tra le varie Italie è il compito di una politica che da tempo sembra avere rinunciato alla mediazione. Per il governo, è un risultato imprevisto. In poche settimane, la coalizione di Giorgia Meloni ha eroso un vantaggio che appariva incolmabile. È finita con il 53,2 ai No e il 46,8 ai Sì. Difficile dire se sia accaduto per solidarietà verso la magistratura, che di certo non gode della popolarità del passato. È più verosimile che sia scattato un riflesso protettivo nei confronti della Costituzione, della quale si sarebbero modificati sette articoli, e contro il governo. Si può solo constatare, per ora, che il referendum evidentemente non è piaciuto, e ha segnato la prima battuta d’arresto della premier e del suo esecutivo. L’aspetto positivo è che non avrà riflessi traumatici né sul governo, né sulla legislatura. Giustamente, Giorgia Meloni ha anticipato che non si sarebbe dimessa anche in caso di risultato negativo. In una situazione internazionale disastrata, sarebbe stato irresponsabile sia farlo sia chiederle di farlo. Il tema, ora, è come impostare l’ultimo anno prima del voto politico, prendendo atto che l’unica riforma della destra è stata bocciata. Il responso referendario dovrebbe suggerire prudenza sulla modifica del sistema elettorale, spuntata in uno degli ultimi vertici di maggioranza: da concordare, non da imporre, evitando l’ipotesi di premi in seggi che costringerebbero la Consulta a pronunciarsi. E sarà meglio maneggiare con cautela anche le altre ipotesi di riforma costituzionale. Quando ieri è stato chiesto alla presidente del Consiglio un commento sull’affluenza alta, ha risposto: “In generale la democrazia è una buona notizia”. In un video ha aggiunto che continuerà a governare rispettando il responso popolare, nonostante il rammarico. Si tratta di un segnale da apprezzare, anche da parte delle opposizioni. Pd, M5S, Avs uniti da ieri possono dire di rappresentare oltre la metà del Paese. Il loro rischio è di illudersi di poter proiettare automaticamente il responso del referendum sulle prossime elezioni politiche. Sono due terreni diversi. Elly Schlein e Giuseppe Conte sono stati uniti dal “no” contro il governo più che da un’agenda comune sulla politica estera, sull’economia, perfino sulla candidatura a Palazzo Chigi. Sarebbe sconfortante se, sull’onda del risultato conseguito, i vincitori pensassero di assecondare e usare le componenti più radicali della magistratura, e viceversa. Se il successo nel referendum inaugura una nuova fase, la apre per tutti: anche per il potere giudiziario e i suoi sostenitori, che ieri in alcune realtà hanno avuto reazioni poco misurate. I problemi che hanno portato alla consultazione rimangono intatti. E dovranno essere risolti non con un supplemento di scontro e di ritorsioni. Le vittorie, se vogliono rimanere tali, richiedono senso di responsabilità e apertura nei confronti degli sconfitti. L’esito del referendum è un invito a ripartire dal dialogo di Danilo Paolini Avvenire, 24 marzo 2026 Questo è il momento della responsabilità. Gli italiani hanno detto No alla riforma, ma i problemi quotidiani della giustizia non escano dall’agenda politica. È un risultato che offre numerosi spunti di riflessione, quello del referendum costituzionale sulla riforma della giurisdizione che si è concluso con la vittoria dei No. Vanno in archivio, dunque, la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Csm (con estrazione a sorte “integrale” dei consiglieri togati) e l’istituzione di un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Il primo dato che colpisce è senz’altro l’alta partecipazione che ha caratterizzato questo appuntamento con l’elettorato: l’affluenza è stata del 59% circa, ben 8 punti percentuali in più rispetto al referendum costituzionale del 2020 sul taglio del numero dei parlamentari, il cui quesito era meno “tecnico” e più intuitivo per il cittadino medio e, almeno sulla carta, più coinvolgente come materia trattata; appena 5 punti sotto le elezioni politiche di quattro anni fa. In questi tempi di vacche magre per la democrazia e per i suoi riti civili, già questa è una notizia di rilievo. In partenza, pochi avrebbero pronosticato un’affluenza del genere. Che cosa è successo? Fatto salvo il plausibile interesse per il tema della giustizia (che del resto è da oltre 30 anni terreno di uno scontro furioso), è successo che dopo una partenza un po’ in sordina, lasciata per lo più agli “addetti ai lavori” della magistratura e dell’avvocatura e alle seconde linee delle coalizioni, si sono spesi tutti i leader nazionali dei partiti, a cominciare dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. È successo che il dibattito sui contenuti della riforma ha ben presto lasciato spazio a una campagna elettorale altamente politicizzata e polarizzante, con cadute di livello perfino allarmanti, che hanno costretto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a lanciare un richiamo al “rispetto” tra le istituzioni durante una seduta plenaria del Consiglio superiore della magistratura. Qualche osservatore si è spinto a parlare di antipasto delle elezioni del prossimo anno. Forse è troppo, ma di certo quello di domenica e di ieri è stato un voto anche, se non soprattutto, politico. Da qui l’ampia mobilitazione popolare. E veniamo al risultato, che è netto. Gli italiani hanno detto No alla modifica dell’assetto della magistratura. Ma è un risultato che richiede un supplemento di responsabilità da parte di tutti: Governo, magistratura, maggioranza e opposizioni. L’esecutivo non deve permettere che ora la giustizia esca dall’agenda politica, perché se la riforma Nordio affrontava aspetti prettamente ordinamentali, restano da risolvere gli enormi e annosi problemi di funzionamento quotidiani: lunghezza eccessiva dei processi civili e penali, scopertura degli organici dei magistrati e del personale amministrativo, carenza o inadeguatezza delle sedi. Quanto alla magistratura, in questi mesi di campagna referendaria abbiamo ascoltato diversi suoi esponenti raccontare di un ruolo tutto sommato marginale delle correnti dell’Anm sulle dinamiche dell’ordine giudiziario, di Pm immersi nella cultura della giurisdizione al pari dei giudici, quindi sempre impegnati alla ricerca della verità dei fatti prima ancora che delle prove a carico dell’indagato o dell’imputato, di una giustizia disciplinare pressoché impeccabile. Chi ha frequentato un po’ i palazzi di giustizia e i palazzi della giustizia sa che le cose non stanno esattamente così e che la magistratura potrebbe dare un prezioso contributo per migliorarle. Infine le forze politiche presenti in Parlamento, ovvero i rappresentanti del popolo a cui “appartiene la sovranità” secondo la Costituzione, dovrebbero pensare, a futura memoria, che le decisioni importanti per il Paese (come cambiare la legge fondamentale dello Stato) andrebbero prese - come ha scritto ieri il cardinale Matteo Zuppi nell’introduzione ai lavori del Consiglio permanente della Cei - seguendo “la via di un dialogo responsabile e costruttivo” che coinvolga anche “le forze sociali e culturali” del Paese, alla ricerca del più ampio consenso possibile. Notazione finale: sarebbe davvero interessante sapere quanti elettori, in quel 40% circa che ha deciso di non andare ai seggi, si sarebbero espressi a favore dei contenuti della riforma ma hanno rinunciato a votare perché preoccupati per quanto sarebbe successo “dopo”, a causa delle improvvide uscite di rappresentanti del Governo e della maggioranza. Anche quei (non) voti, a conti fatti, potrebbero avere avuto il loro peso. Il rischio del partito dei pm di Piero Sansonetti L’Unità, 24 marzo 2026 Ora il centrodestra pagherà per quattro anni di governo scriteriato. Però attenti: si rischia il superpotere delle Procure. Ha vinto il No e ha affossato la riforma della Giustizia. L’assetto della magistratura non è stato neppure scalfito. La magistratura esce molto forte da questo voto. Si è opposta in modo quasi compatto alla riforma, che avrebbe ridotto i poteri dei Pm e scompaginato il sistema delle correnti. La magistratura chiedeva che tutto restasse com’era prima. Ha ottenuto quello che voleva. Il funzionamento della magistratura e i suoi rapporti interni resteranno quelli che conosciamo e il sistema delle correnti continuerà a mantenere il potere ben saldo nella sue mani. Questo è l’effetto collaterale di un referendum che è stato giocato su un terreno molto diverso da quello della giustizia. La verità evidente è che non si è votato a favore o contro le correnti della magistratura, o a favore o contro la separazione delle carriere, ma si è votato pro Meloni o contro Meloni. E ha vinto con larghezza lo schieramento che si oppone al presidente del Consiglio e al suo governo. Si era calcolato che se gli elettori avessero votato rispettando le indicazioni di partito, e se ai partiti fosse restato lo stesso consenso che avevano alle politiche del 2022, il Sì avrebbe vinto con circa il 54 per cento dei voti. Ma gli elettori hanno rovesciato il risultato e per Giorgia Meloni è un colpo durissimo. La favola che siccome ha conquistato nel 2022 la maggioranza in Parlamento il centrodestra può fare quel che vuole è stata smentita. E le conseguenze, sul piano politico, saranno molto positive. La campagna elettorale è stata estremamente faziosa e le posizioni confuse. I rappresentanti della magistratura hanno sostenuto che se fosse passata la riforma, la magistratura sarebbe stata sottoposta al potere del governo. Ma questo non è vero nemmeno lontanamente. I sostenitori del Sì, viceversa, ci hanno spiegato che la riforma sarebbe servita a impedire ai magistrati di scarcerare gli immigrati. Giorgia Meloni in persona, negli ultimi giorni di campagna elettorale si è rivolta alla parte più forcaiola dell’elettorato, chiedendo di votare Sì per mettere in cella “stupratori e clandestini”. Non solo mentendo, perché le conseguenze della riforma per fortuna non sarebbero state queste. Ma mostrando un cinismo davvero impressionante nel paragonare chi stupra le donne a chi è senza permesso di soggiorno ma non ha commesso nessun reato. Nessuno nel centrodestra si è alzato per smentirla e per difendere la riforma da queste ipotesi vergognose. Alla fine il merito della riforma è sparito dal campo di battaglia. Le ultime settimane sono state un fronteggiarsi tra lo schieramento meloniano e chi si oppone a questo schieramento. E così è successo che i sondaggi, che all’inizio della campagna elettorale, quando era ancora sul tappeto il merito della riforma, erano assolutamente favorevoli al Sì, hanno invertito la marcia e hanno registrato in poche settimane un recupero clamoroso del No che negli ultimi giorni è arrivato al sorpasso. Ora si aprono due scenari nuovi. Uno riguarda la politica, uno riguarda la giustizia. Sul piano politico diciamo pure che è finita la “luna di miele”. Giorgia Meloni non è invincibile. E la maggioranza dell’elettorato non è più dalla sua parte. Cioè ha preso atto che l’unica dote di questo governo è la stabilità. Ottenuta grazie alla legge elettorale e al fatto che quattro anni fa il cosiddetto “campo largo” (cioè sinistra più Cinque stelle) si presentò diviso al voto. Ma la stabilità non ha prodotto praticamente niente. Le uniche leggi di un certo rilievo varate dal governo Meloni sono tutte leggi che tendono a ridurre le libertà individuali, ad aumentare la repressione, a punire i più deboli (a partire dai detenuti) e ad accanirsi contro i migranti e i naufraghi, facendo la guerra alle Ong e ai soccorritori. Tutte leggi in netto contrasto, peraltro, con lo spirito della Riforma. La campagna della destra non ha puntato le armi contro i Pm che arrestano e fanno le retate, spesso senza prove o anche senza indizi. Ma, al contrario, le ha puntate contro i giudici che scarcerano, applicando la legge e il diritto. Gli elettori hanno stabilito che il risultato della stabilità è assolutamente scarso e hanno inviato un “avviso” al governo. Avvertendolo che non si spinga verso il varo di nuove riforme istituzionali (come sarebbe l’introduzione del premierato o la legge elettorale col super premio di maggioranza) perché queste riforme gli si potrebbero ritorcere contro. Tutto ciò è positivo. Dopodiché c’è l’aspetto che riguarda la giustizia. Non sottovalutiamo gli aspetti negativi di questo voto. Il rischio sin troppo evidente è il rafforzamento di un partito dei Pm, in grado di trasformare la Giustizia in un luogo di potere e di sopraffazione riservato ai magistrati. Il partito delle Procure da almeno trent’anni ha un grande potere nella politica italiana. E tra i risultati della sua azione c’è stato quello di avere sempre saputo impedire una riforma della Giustizia. Ora ci troveremo di fronte ad un ulteriore rafforzamento? Sarebbe un effetto deleterio di questo referendum. Toccherà soprattutto al Pd, che rappresenta la componente liberale dello schieramento del No, agire in modo da evitare una escalation giustizialista. La partita è aperta. Ed è molto complicata. Nordio e Delmastro, gli errori di Giorgia Meloni di Marcello Sorgi La Stampa, 24 marzo 2026 La vittoria del “No” al referendum è soprattutto una sconfitta per Meloni (che ha subito, pubblicamente, accusato il colpo): la prima dopo tre anni e mezzo di governo, una cavalcata travolgente, che adesso subisce un arresto. È un prezzo alto da pagare per la premier, a un anno dalle elezioni politiche in cui si giocherà la riconferma. Lo è perché la separazione delle carriere dei magistrati, che ha difeso con tutte le sue forze nelle due ultime settimane di campagna elettorale, non era una riforma “sua”, ma di Forza Italia: un tributo alla memoria del fondatore Berlusconi, con il quale tra l’altro, quando ancora era in vita, Meloni non era mai riuscita ad avere buoni rapporti. Una partita in cui “il gioco non valeva la candela”, aveva detto non a caso un uomo di una certa esperienza come il presidente del Senato La Russa. E una sfida interna all’anima manettara di Fratelli d’Italia che incarna la cultura securitaria del governo e ha prodotto un’inutile serie di decreti per l’istituzione di nuovi reati che quasi mai hanno raggiunto lo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica. Inoltre, sul voto avranno influito il clima d’ansia creato dalla guerra in Iran e le conseguenze economiche del conflitto. Ma poteva la presidente del Consiglio tirarsi indietro di fronte alla chiamata di tutta la sua coalizione, timorosa ormai da giorni e giorni di prendersi un ceffone dall’elettorato? E poteva farlo dopo una campagna, appunto, affidata a un ministro come Nordio che è riuscito a farsi rimproverare pubblicamente dal Capo dello Stato per aver usato un linguaggio irriguardoso verso le istituzioni (il Csm “sistema para mafioso”), o alla sua capo di gabinetto Bartolozzi, contestata per aver definito i suoi colleghi giudici “plotone d’esecuzione”? Chiaramente non poteva. E forse sarebbe riuscita perfino a ribaltare una tendenza ormai favorevole al “No” (dopo essere stata, all’inizio, fortemente orientata verso il “Sì”), se non si fosse trovato tra i piedi negli ultimi giorni il cosiddetto “caso Delmastro”, cioè l’ennesimo pasticcio combinato dal sottosegretario alla Giustizia già finito nei guai (e condannato a otto mesi) per rivelazione di segreto d’ufficio (le visite in carcere di una delegazione Pd all’anarchico Cospito), per la discussa partecipazione a un Capodanno in cui un altro parlamentare suo amico per festeggiare sparava con una pistola, e adesso alle prese con una società di un camorrista dalla quale in extremis è riuscito a tirarsi fuori. Se non fossero stati proprio gli ultimi giorni prima del voto, Meloni probabilmente il suo sottosegretario lo avrebbe cacciato a pedate dal governo. Invece ha dovuto tenere a bada la sua indignazione. Oltre ad essere tra le cause del risultato nelle urne, la vicenda, tuttavia, resta emblematica di come sia composto l’attuale governo, malgrado la sua durata e la sua stabilità: un esecutivo i cui membri - non tutti, non tutti allo stesso modo - non sono riusciti ad acquisire consapevolezza delle proprie responsabilità e del danno che anche un solo ministro, anche un solo sottosegretario, se sbaglia, può fare all’intera compagine. L’altra faccia del successo del “No” è ovviamente la vittoria del centrosinistra. Un “campo largo”, non ancora una coalizione, con cui, fiutando l’aria, hanno voluto schierarsi, più o meno convintamente, tutti o quasi tutti i possibili alleati della coalizione, che se davvero trovasse il modo di formarsi e stabilire un patto fondativo, avrebbe le carte in regola per sfidare nel 2027 il centrodestra. Il quale centrodestra, anche se Meloni non si dimetterà, e al massimo si ripresenterà in Parlamento per chiedere e ovviamente ottenere la fiducia, ha voglia a dire, ma la botta l’ha presa; e prima di digerirla ci metterà un po’. Riusciranno Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda, Magi più gli altri possibili invitati dell’ultima ora a trovare l’intesa che finora è mancata per costruire la loro alleanza? A scegliere (con le primarie, chieste immediatamente da Renzi e Conte, o in qualsiasi altro modo) uno di loro, uno solo, come candidato/a premier da contrapporre a Meloni nel prossimo appuntamento elettorale? A costruire un programma comune, superando punti di divergenza che adesso sembrano insormontabili, come ad esempio le posizioni in politica estera e sulla guerra in Ucraina? Sono queste le principali domande che riguardano i vincitori del 23 marzo. Se non vorranno esserlo per un solo giorno. Effetto voto, terremoto al ministero di Giustizia di Francesco Malfetano La Stampa, 24 marzo 2026 Nordio, Bartolozzi e Delmastro sul banco degli imputati per la sconfitta referendaria. Ipotesi demansionamento per la capa di gabinetto, anche il sottosegretario rischia. A via della Scrofa non la chiamano resa dei conti. Ma poco ci manca. Nelle stanze dove si decide la linea, Giorgia Meloni ha già fatto capire che il “No” non finirà archiviato come un incidente di percorso. Al contrario: sarà sezionato, voce per voce, errore per errore. E soprattutto, nome per nome. La lente si sposta rapida su via Arenula. È lì che, dentro Fratelli d’Italia, individuano il cortocircuito più evidente. Non solo per i molteplici passi falsi compiuti dal Guardasigilli Carlo Nordio, ma per la filiera politica e tecnica che lo circonda. In cima alla lista ci sono la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro. Sono loro, oggi, a trovarsi nel punto più esposto. Il giudizio che circola è netto. L’ex deputata azzurra, da mesi centrale negli equilibri del ministero, a via Arenula viene descritta come “incontrollabile”. Non è soltanto una questione di stile. Pesano, e molto, alcune uscite pubbliche finite fuori traiettoria rispetto alla linea comunicativa che Palazzo Chigi tentava di costruire per il referendum. Una su tutte: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”. Parole che, nella lettura dei meloniani, hanno prodotto l’effetto opposto: compattare gli incerti contro il governo. Ma non è solo comunicazione. Sul tavolo torna anche la gestione del caso Almasri, il rimpatrio del carceriere libico che ha lasciato strascichi pesanti e per cui le viene contestata una falsa testimonianza davanti al Tribunale dei ministri. È su questo dossier che, raccontano fonti ministeriali, si starebbe consolidando un’ipotesi concreta: un “cambio d’ufficio” per Bartolozzi. Un’uscita morbida, dal ruolo di capo di gabinetto e regista delle mosse del ministro, a vertice di una delle direzioni generali del ministero. Un demansionamento che, si vocifera, avrebbe un regista preciso: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Non è ancora una decisione presa. Ma il segnale circola, e non viene smentito. Anche perché - si affrettano a chiarire attorno a Meloni - una mossa del genere “non sarebbe in contraddizione” con la linea pubblica della premier: nessun rimpasto legato direttamente al referendum. Qui si tratterebbe di altro. Di equilibri interni. Di gestione del potere. Nel frattempo, al ministero della Giustizia, il clima viene descritto senza giri di parole “irrespirabile”. Nordio, rientrato da Treviso, resta defilato finché il risultato non diventa chiaro. Poi filtra la sua “costernazione” e la presa d’atto dei risultati. Attorno a lui però si addensa una convinzione che rimbalza tra uffici e corridoi: “l’immagine sbagliata” costruita dal tandem Bartolozzi-Delmastro “ha contribuito molto” alla sconfitta. La sintesi, nelle parole di una fonte di peso, è brutale: “Se parli di “giustizia giusta” non puoi presentarti con loro due, hanno solo contribuito a mobilitare gli incerti contro di noi”. E ancora: “C’è un sistema di potere da scrostare, si è incistato qui in maniera sbagliata”. È un invito neanche troppo velato a un intervento diretto della presidente del Consiglio. Se Bartolozzi è nel mirino, su Delmastro si addensano nuvole altrettanto scure. Il linguaggio della politica, in questi casi, è fatto di segnali. E uno arriva dal capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami: “Faremo le nostre valutazioni”. Tradotto: il dossier è aperto. Un altro indizio arriva proprio da Fazzolari, che alza il livello dello scontro con la magistratura: “Ora la preoccupazione è che questa azione potrebbe diventare ancora più invasiva”. Non è solo una linea difensiva. È anche il riflesso di un timore concreto che serpeggia tra i vertici del partito: che le prossime mosse delle toghe possano colpire i punti più vulnerabili dell’esecutivo trasformando i prossimi giorni in uno stillicidio in cui il nome di Delmastro rischia di essere ricorrente. L’attendismo che ancora prevale a via della Scrofa è infatti carico di condizioni. L’idea che gli strascichi dell’affaire Bisteccheria possano continuare a terremotare il lavoro della maggioranza in questo momento di fragilità non lascia tranquilli i colonnelli della premier. È per questo che si cerca di cogliere sfumature e segnali che arrivano dalle Procure. Se quella vicenda dovesse sembrare essere sul punto trasformarsi in un’inchiesta, lo scenario cambierebbe di colpo. Lo ammette, senza troppi filtri, una fonte ai massimi livelli di Fratelli d’Italia: “A quel punto sarà difficile salvarlo”. Un riferimento che richiama precedenti già ingombranti: dal caso Cospito alla notte di Capodanno con Emanuele Pozzolo. Per ora, nessuna testa cade. Ma il perimetro è tracciato. E la sensazione, dentro il partito, è che la partita vera inizi adesso. Nordio, Delmastro e Bartolozzi. I fari dell’esecutivo puntati su via Arenula di Eleonora Martini Il Manifesto, 24 marzo 2026 Ministero della Giustizia nella bufera, dopo i risultati referendari e lo scandalo del sottosegretario delegato alla Polizia penitenziaria. Aria di chi attende il “plotone di esecuzione” (cit. Bartolozzi), ieri al ministero di Giustizia. Perché semmai dovesse esserci qualcuno che pagherà - per tutti - la sonora bocciatura della riforma Nordio, è certo che siede in via Arenula. Anche se lo stesso ministro si è affrettato ieri a smentire voci di rimpasto: “Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico”. Epperò in quegli uffici ieri il Guardasigilli ha atteso i risultati referendari insieme alla sua capa di gabinetto Giusi Bartolozzi. I due sono inseparabili, e questo può diventare un problema, ora, per Giorgia Meloni. Il sottosegretario Ostellari invece non si è fatto vivo. Ma se nei corridoi si chiede notizia del numero due del ministero, Andrea Delmastro, la cui posizione era già appesa al filo del Sì, la risposta è un netto “non ne abbiamo idea”. Segno che la “leggerezza” (cit. Meloni) del sottosegretario al comando delle carceri italiane lo ha già messo sulla pista di volo. Il primo a chiederne le dimissioni, ieri, è stato il leader del M5S Giuseppe Conte, seguito da altri esponenti dell’opposizione. Ma perfino il fronte compatto della polizia penitenziaria - che lo ha sempre osannato come “uno di noi” - inizia a scricchiolare. Il segretario del sindacato Spp, Aldo Di Giacomo, per esempio, ha chiesto “un passo indietro del sottosegretario Delmastro e l’azzeramento di tutto l’apparato dirigente del Dap”, dopo l’ultima vicenda che vede protagonista il “deus ex machina delle carceri” e che “ha coinvolto anche i più alti dirigenti dell’Amministrazione penitenziaria”, dimostrando una volta di più che Delmastro, secondo l’Spp, è “fortemente inadeguato a ricoprire l’incarico istituzionale ricevuto e ancor più con il suo comportamento ha contribuito al fallimento dell’intero sistema penitenziario”. E addirittura pure la sua Biella - città dove il sottosegretario ha intrecciato relazioni spericolate in questi anni: dalla grigliata del 2023 nel cortile del carcere insieme ad agenti indagati per le violenze sui detenuti, fino alla Bisteccheria d’Italia fondata in uno studio notarile biellese con la socia diciottenne figlia di un mafioso - un po’ ha già cominciato a voltargli le spalle, se si pensa che il fronte del Sì non ha stravinto che ci si aspettava (51,4% contro il 48,6% dei No). Ancora peggio è andata nella città natale del ministro Nordio: a Treviso ha vinto il No con il 50,25%. Ma lui non si scompone. Come non si è scomposto davanti alla foto pubblicata dal Fatto quotidiano che immortala, nel giugno 2025 all’interno della Bisteccheria di via Tuscolana, anche la sua fedelissima Giusi Bartolozzi insieme ad altri sei alti dirigenti di via Arenula. Ieri, quando il responso delle urne era evidente, Nordio ha solo commentato laconicamente: “Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Il nostro intendimento era quello di attuare definitivamente il progetto ideato da Giuliano Vassalli con il processo accusatorio e consacrato dall’articolo 111 della Costituzione che definisce il giudice terzo ed imparziale. Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare, in termini accessibili, la complessità di questa riforma. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ringraziamo la parte dell’elettorato che ci ha dato fiducia e comunque ci consola l’alta partecipazione al voto che conferma la solidità della nostra democrazia”. Neppure nel partito di Giorgia Meloni, come anche tra le fila di FI, c’è chi si sbilancia troppo. Rispondendo ad una domanda sulla relazione tra il caso Delmastro e il risultato referendario, ai microfoni de La7 il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, si limita a sostenere: “Faremo le nostre valutazioni. Mi sembra complesso dire che è colpa di una vicenda, per quanto sia stata molto sottolineata dalla stampa”. Risposta fotocopia anche da Giovanni Donzelli, “gemello diverso” di Delmastro che tutti ricorderanno per le rivelazioni sul caso Cospito. Mentre il coordinatore di FI, Giorgio Mulé, riconosce che qualcosa di sbagliato c’è stato “nella campagna referendaria”, ma “dare la croce addosso a Nordio e Delmastro svilirebbe un impegno che c’è stato, e quindi non sarò io a dare le patenti di chi ha sbagliato di più e chi è stato più bravo”. Nordio non si dimette, in bilico c’è solo Delmastro. Giustizia, stallo fino al voto di Francesco Bechis Il Messaggero, 24 marzo 2026 Imminente un incontro tra Meloni e il sottosegretario, il passo indietro non è tabù. Il freno del Guardasigilli sulle prossime mosse giudiziarie: “Ordinaria amministrazione”. È la serata dei lunghi sospiri a via Arenula. Riecheggiano quelli di Carlo Nordio per i corridoi del ministero della Giustizia. Deluso, amareggiato per la battaglia della vita infranta contro il muro delle urne. Ci ha messo la faccia e la firma. Non intende dimettersi, il Guardasigilli, ma è pronto a farlo qualora glielo chiedessero. Trema tutto il ministero del resto dopo l’inciampo elettorale. Il ministro segue lo spoglio dalla sua stanza, poi si confronta con i collaboratori. Andrea Delmastro, il sottosegretario nel ciclone per l’affare “bistecche” - la quota di un ristorante in società con la figlia di un “prestanome” della malavita - si connette a metà pomeriggio. C’è anche Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto e pasionaria della riforma diventata protagonista di questa campagna elettorale per le uscite border-line contro i magistrati. Chi paga il conto? Dai piani alti di Fratelli d’Italia frenano, negano scossoni alle viste. Ma la difesa d’ufficio dell’amico e collega Delmastro si fa sempre più flebile, man mano che il caso giudiziario si ingrossa. Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera, si affaccia ai microfoni del Tg La7 quando lo spoglio è appena iniziato e la mette così: “Delmastro? Faremo le nostre valutazioni. Mi sembra complesso dire che è il risultato è colpa di una sola vicenda, per quanto molto sottolineata dalla stampa…”. Non proprio una muraglia intorno al sottosegretario a capo della polizia penitenziaria. Si aggiunge Giovanni Donzelli: “Delmastro e Bartolozzi? Credo che singoli casi non abbiano condizionato, perché il risultato è così netto che non si tratta di singoli casi” spiega il capo dell’organizzazione del partito di via della Scrofa a Cinque Minuti su Rai 1, “certamente, se ci sono state delle sbavature nella campagna elettorale, ovviamente hanno pesato”. Ecco, le sbavature. A Palazzo Chigi nessuno intende incolpare della sconfitta il sottosegretario “leggero” (copyright Meloni) e la capo di gabinetto di Nordio, che vede nelle toghe “un plotone di esecuzione”. Però, è la linea, una riflessione al ministero andrà fatta. La posizione di Delmastro, per il momento ancora difeso dagli uomini e le donne nella tolda di comando di FdI (nei giorni scorsi ha sentito Arianna Meloni), comunque si complica. La premier gli ha fatto scudo in tv, ma se dovessero emergere elementi dalle indagini giudiziarie - ora indaga anche la procura di Torino - tali da mettere in crisi la versione dei fatti di “Delma”, un passo indietro, o di lato che dir si voglia, non sarebbe più escluso. Affatto. E già nelle prossime ore la leader e il suo ex avvocato e sottosegretario potrebbero incontrarsi a tu per tu. Quanto a Bartolozzi, il tempo dirà. Già in occasione dell’imprudente intervista a Telecolor dove ha dato giù contro i magistrati “da togliere di mezzo” (poi ha ritrattato) ai piani alti del governo c’era chi aveva auspicato un cambio della guardia. Magari affidando un dipartimento del ministero a Bartolozzi e liberando il posto di capo gabinetto per Antonio Mura, attuale capo del legislativo, anche lui magistrato. Ora il dossier torna sul tavolo. Archiviata la separazione delle carriere - e i decreti attuativi che da mesi erano pronti nei cassetti e lì resteranno - l’obiettivo è traghettare il ministero della Giustizia fino alla fine della legislatura senza minarne le fondamenta. E il primo passo è mettere in freezer, fino a ordine contrario, i tanti provvedimenti che il centrodestra ha proposto in questi mesi e su cui lavoravano gli uffici legislativi di via Arenula. La riforma della prescrizione, la nuova disciplina sulla custodia cautelare. E ancora, battaglie identitarie di Forza Italia come la legge per indicare alle procure quali sono i reati da perseguire per primi e quali invece quelli meno urgenti. Senza contare la proposta cara a Nordio di mettere paletti all’uso del Trojan, il captatore telefonico delle procure, limitando queste intercettazioni ai reati violenti, alla mafia e al terrorismo. Vaste programme. Resterà sulla carta, salvo ripensamenti, perché la premier non intende imbarcarsi subito in una nuova avventura giudiziaria sposando le tesi dell’ala ultra-garantista del governo. “Ora ordinaria amministrazione” sospirava ieri Nordio a chi lo cercava al telefono. Assunzioni, carceri, sicurezza. Ovvero anche, d’intesa con il Viminale, il piano per detenere i migranti irregolari nei Cpr albanesi finché non sono rimpatriati. Un piano mai decollato anche per i continui stop dei tribunali italiani che non hanno convalidato i trattenimenti. Andrà anche peggio di qui in avanti, sembra dire fra le righe il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari commentando il referendum con l’Ansa. “Il risultato è quello di legittimare una azione della magistratura su una serie di temi che per gli italiani oggi sono dirimenti” spiega. Insomma il secondo tempo del match con le toghe deve ancora iniziare. “Noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide e che potrebbero essere rafforzate in futuro. Questa è una delle principali preoccupazioni”. Nordio: “Delmastro e Bartolozzi restano. Pm? Non temo vendette” di Salvatore Merlo Il Foglio, 24 marzo 2026 Il ministro della Giustizia dopo la sconfitta al referendum: “Non penso di dovermi dimettere. Il popolo non ci ha creduto, tutto qua”. E sulle conseguenze del risultato è netto: “La magistratura opporrà una resistenza sistematica a qualsiasi progetto di riforma che il governo vorrà portare avanti”. Pensa di dimettersi? “No”. Però le daranno la colpa della sconfitta, ministro Carlo Nordio. “Oddio sicuramente è una battaglia che io ho sostenuto. Con il massimo del mio vigore, della mia energia e della mia convinzione. Quindi è anche una sconfitta mia, di cui rivendico la paternità, perché se c’è una cosa che non mi manca è il coraggio. Però non penso di dovermi dimettere né sarò certo io a cercare altri capri espiatori, o scuse per la sconfitta. Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto, tutto qua”. Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi resteranno al loro posto? “La nostra compagine ministeriale è compatta”. Hanno avuto un peso sull’esito del voto? “Non penso”. Quando Carlo Nordio risponde al telefono, il No è già oltre il 54 per cento e non c’è più niente da aspettare. Gli si chiede, spiritosamente: se la magistratura associata leggerà il No come una propria vittoria, cosa succederà adesso, ci saranno ritorsioni, avrete avvisi Garanzia a raffica? Nordio capisce la battuta. Ride. “Quello che accadrà, credo e temo, è che la magistratura associata costituirà un’ulteriore limitazione della sovranità della politica. Bisogna capire bene cosa intendo. Non mi aspetto né temo una reazione giudiziaria diretta, una specie di rivalsa con gli avvisi di garanzia. Escludo in via assoluta che la magistratura possa reagire vendicandosi con metodi giudiziari. Quello che farà, ed è del tutto normale, è opporre resistenza sistematica a qualsiasi progetto di riforma che il governo vorrà portare avanti. Una resistenza sorda, capillare, esercitata attraverso tutti gli strumenti leciti a sua disposizione. Ecco perché dico che sarà più silenziosa. E anche più pericolosa per la politica”. Questo significa che anche la grande riforma della giustizia è ormai rinviata a tempo indeterminato? “Non userei toni apocalittici. Però è evidente che ci sarà un rallentamento in tutte le riforme che avremmo voluto fare, quelle che andavano nell’attuazione del codice Vassalli, che è un codice liberale, garantista, figlio di una stagione in cui anche la sinistra sapeva cosa voleva dire riformare la giustizia nell’interesse dei cittadini”. Al sud ha vinto il No con margini netti. Più del 70 per cento a Napoli. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, aveva detto che le mafie votavano per il Sì. Cosa direbbe oggi Gratteri? “Penso solo una cosa, che Gratteri sbaglia e sbagliava a dire quelle cose. Se la mafia controllasse davvero il voto nel Mezzogiorno, come Gratteri ha sostenuto per anni, e il Mezzogiorno ha votato No, allora la mafia ha votato No. Ma questa è esattamente la logica degli allarmismi di Gratteri. Che oggi risultano smentiti”. Ha dei rimpianti, ministro? Qualcosa che avrebbe fatto diversamente? “Rimpianti veri e propri no. Forse un po’ di rammarico per come sono state interpretate alcune mie uscite pubbliche, come quella sul ‘sistema paramafioso nel Csm’. Quella frase è stata attribuita a me in modo improprio, perché io citavo soltanto la frase di un altro”. Nino Di Matteo. “Ma è stata attribuita a me, e ripetuta anche da giornalisti che forse avrebbero potuto prendersi la briga di informarsi meglio prima di scrivere. Ma più che un rimpianto personale, considero quell’incidente una lezione che mi porterò dietro. Un elemento di prudenza per le prossime volte”. Meglio una parola in meno che una parola in più? “Forse”. Non pensa che alla campagna elettorale per il Sì sia mancata una regia, la scelta di un messaggio comune? “Ognuno è andato per conto suo, questo è vero. Non essendo stata una campagna politica in senso stretto, non c’era un coordinamento unitario, una cabina di regia nel centrodestra. Ciascuno ha fatto la sua parte come ha ritenuto”. A sinistra invece una regia c’era, e si vedeva. “È diventata una spallata al governo Meloni, un voto di fiducia o sfiducia sull’esecutivo. Anche se non lo era, e non avrebbe dovuto esserlo. Questa è stata la vera operazione politica del fronte del No: prendere un referendum di garanzia costituzionale, che riguardava l’architettura del nostro sistema giudiziario, e trasformarlo in uno strumento di lotta politica contingente”. Ha sentito Giorgia Meloni dopo la sconfitta? “Oggi no”. Garantismo addio: in soffitta pure le altre riforme di Nordio di Errico Novi Il Dubbio, 24 marzo 2026 La débacle referendaria è anche la pietra tombale su tutte le leggi d’ispirazione liberale in materia di giustizia. Sfidare i veti delle toghe d’ora in poi sarà impossibile. Che il garantismo non fosse la più popolare delle opzioni politiche era arcinoto. Ma che potesse essere travolto in modo così evidente, non era una previsione scontata. E invece l’esito del referendum sulla separazione delle carriere certifica un’amara verità, amara quanto meno per chi difende i princìpi del diritto penale liberale: nel garantismo gli italiani non credono. E men che mai credono nell’opportunità di rivedere gli equilibri fra politica e magistratura. Accettano il quadro del rapporto fra i poteri per quello che è, e puniscono la politica non appena tenta di ribaltare lo schema cristallizzato in Italia dai tempi di Mani pulite. È un dato da considerare al netto di fattori che avrebbero dovuto tener più in equilibrio la situazione. Era sì un referendum sulla riforma della magistratura, ma è diventato, inevitabilmente, anche un voto di sostegno o dissenso nei confronti del governo. Va insomma ricordato che una quota degli elettori di centrodestra ha probabilmente scelto il Sì esclusivamente per preservare il governo e la sua leader Giorgia Meloni dagli effetti collaterali di un tonfo referendario. In astratto, l’adesione convinta alla legge Nordio è ancora più debole rispetto al risultato del Sì, staccato di otto lunghezze dal No alla riforma. E un’analisi del genere non può prescindere dalla vocazione profonda dei partiti. Se lasciamo perdere gli slogan ripetuti per convenienza negli ultimi mesi e proviamo a individuare le forze politiche con una sincera vocazione garantista, ci riduciamo a contare le briciole. Forza Italia, d’accordo. Azione, che però è rimasta fuori dal dibattito. Basta. Devi andarti a cercare le componenti coraggiose, colte ma marginali del Partito democratico. E minoranze interne a Italia viva e +Europa, che già non sono partiti giganteschi. Se è così, se il panorama politico è in larga parte poco incline a una visione garantista della giustizia, come poteva mai vincere il Sì? La sola possibilità era forse in un disperato tentativo di additare la magistratura come “casta” non meno “colpevole” della politica. Ma nonostante le toghe abbiano sofferto di un pesante discredito, da Palamara in poi, resta un dato chiarissimo: fra le due “caste”, la politica resta comunque più impopolare. Una sconfitta simile lascia spiragli prossimi allo zero per un’eventuale futura resipiscenza del sistema politico e dell’opinione pubblica. Lo strapotere giudiziario ottiene un sigillo definitivo. Certo, era difficile scongiurarlo, questo timbro popolare, considerato che a chiedere di modificare gli equilibri fra toghe e politica è stata una coalizione capace di infilare un decreto sicurezza dopo l’altro. Con l’invenzione di nuove fattispecie di reato, comprese quelle che arrivano a punire la resistenza passiva o la protesta disperata dei carcerati: scelte che a tutto rimandano fuorché a un’idea liberale di giustizia. Come il centrodestra potesse passare da una politica della sicurezza così restrittiva a un appello per rendere il diritto di difesa pari al potere dell’accusa, è oggettivamente un mistero. Solo la presunta volubilità dell’elettorato poteva lasciare spazio a ipotesi del genere, ma si è trattato appunto di una fragile illusione. Ora è evidente come il residuo della legislatura lasci pochissimo spazio alle riforme garantiste. Ci sarebbero un paio di provvedimenti in sospeso, per i quali in teoria basterebbe poco, una conferma dopo un esame parlamentare già ampiamente consumato nell’altro ramo del Parlamento: la prescrizione e la legge Zanettin sul sequestro degli smartphone. Ecco: pensare che dopo un così pesante responso delle urne ci sia spazio per misure del genere fa semplicemente sorridere. Un effetto immediato del trionfo che l’Anm ottiene dal referendum è, per esempio, il rafforzarsi della posizione espressa circa due anni fa dai 26 presidenti delle Corti d’appello italiane, contrari alla riforma della prescrizione e comunque uniti nel chiedere che, se pure fosse approvata, non si applichi ai procedimenti penali già in corso all’entrata in vigore della legge. È chiaro che la débacle elettorale del garantismo e il trionfo dell’Anm rendono troppo forti le posizioni dei magistrati per pensare che il centrodestra approvi misure liberali in materia penale senza uscirne politicamente stritolato. Il no degli elettori è stato fin troppo esplicito. “Un segnale forte e chiaro”, come lo ha definito il procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Al quale stavolta, è impossibile dar torto. In un quadro del genere, esce sconfitto anche il ministro, Carlo Nordio, che ha scritto la riforma. Ma sarebbe assurdo pensare che le contraddizioni del centrodestra sulla giustizia si esauriscano negli errori del guardasigilli. A perdere è un’idea che la coalizione di maggioranza non ha saputo difendere. Nordio è certamente scivolato, come la sua capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, in qualche infortunio mediatico. Ma se pure via Arenula avesse condotto una campagna impeccabile, l’elettorato educato a colpi di pene innalzate un mese sì e l’altro pure non si sarebbe espresso in modo sostanzialmente diverso. Il garantismo è in un tunnel senza spiragli di luce. E oggi è impossibile pensare che possa venirne fuori. Cassese: “Il Governo tragga lezione dal No e affronti i veri problemi della giustizia” di Ermes Antonucci Il Foglio, 24 marzo 2026 L’ex giudice costituzionale: “Dietro l’esito del referendum non c’è un invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi della giustizia: arretrati, tempi dei processi, geografia giudiziaria, distribuzione del personale”. “Gli oppositori della riforma Nordio, che hanno vinto al referendum, negli ultimi mesi hanno detto unanimemente che non bisognava partire dalla separazione delle carriere o dalla riforma del Csm, bensì dai veri problemi della giustizia, cioè gli arretrati, i tempi della giustizia, la geografia giudiziaria, la distribuzione del personale e così via. Il governo dovrebbe allora trarre questa lezione dal referendum e mettersi a lavorare su questi temi”. Lo dice, intervistato dal Foglio, Sabino Cassese, professore e giudice emerito della Corte costituzionale. “Bisogna dare l’interpretazione giusta al No - aggiunge -. Occorre chiedersi cosa c’è dietro: non c’è un invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi della giustizia”. “Il punto di partenza è la distribuzione geografica del sistema giudiziario in Italia”, sottolinea Cassese. “Come è noto, c’è il fenomeno che è stato chiamato dei ‘tribunalini’. L’ordine giudiziario, che deve servire la collettività, deve essere distribuito sul territorio in misura maggiore dove c’è un’alta domanda di giustizia e in misura minore dove c’è una domanda limitata; invece in Italia c’è una distribuzione dei tribunali che in molti casi risale a un secolo fa. C’è un addensamento di tribunalini soprattutto nel nord Italia. La questione venne affrontata già da Giovanni Conso, ministro della Giustizia del governo Ciampi”. Il secondo problema, prosegue Cassese, è la revisione del personale della magistratura: “Ci sono due punti critici. Il primo è il ministero della Giustizia, in cui lavorano circa 200 magistrati fuori ruolo. Questi magistrati, in barba al principio di indipendenza della magistratura, sono dipendenti dal ministero della Giustizia, perché nel ministero c’è un ordine gerarchico. Il secondo punto critico è il Massimario della Cassazione, che oggi ha un organico di 67 magistrati. La domanda da porsi è: è corretto massimare le sentenze, dopo quello che hanno scritto tanti osservatori stranieri su questo uso? Se proprio si vogliono massimare le sentenze, le massime devono essere scritta da magistrati con tanta esperienza, come quelli che lavorano solitamente al Massimario, che potrebbero invece utilmente svolgere compiti più rilevanti?”, si chiede l’ex giudice costituzionale. Il terzo problema riguarda i carichi di lavoro: “Oggi nel sistema giudiziario ci sono tanti magistrati che si ammazzano di lavoro e altri che invece hanno carichi di lavoro modesti”, dice Cassese. “Tenendo conto che ci sono controversie più difficili da valutare e altre invece più facili, bisognerebbe sapere qual è il carico di lavoro da attendersi da ciascun magistrato. Senza considerare i provvedimenti sugli uffici del processo. Stiamo immettendo novemila giovani che sono stati assunti temporaneamente, con una selezione rapida e semplificata, e ora saranno stabilizzati. Cosa faranno? Saranno assegnati alle funzioni giuste?”. “Bisogna poi porsi un interrogativo di fondo, che riguarda la domanda di giustizia del paese. La giustizia è un servizio che viene reso alla collettività, come quello della sanità, della scuola e così via. Occorre avere indicatori che riguardano la soddisfazione di questa domanda di giustizia in relazione all’offerta. Oggi registriamo 4 milioni di procedimenti pendenti, mentre i tempi medi sono di circa otto anni per i tre gradi di giudizio nel civile e di quattro anni e mezzo nel penale”, afferma Cassese. “Infine, c’è il tema della Scuola superiore della magistratura. Questa sta veramente svolgendo la funzione che le è affidata, cioè di preparare i giovani magistrati a entrare a far parte del corpo giudiziario, facendo pratica di amministrazione della giustizia?”, si chiede Cassese. “Per otto anni ho insegnato alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione e spesso mi sono reso conto che i miei colleghi spiegavano ai futuri dirigenti della Pa le stesse cose che questi ultimi avevano imparato al terzo anno di università, quindi non aggiungevano nulla alla formazione del personale”, ricorda l’ex giudice costituzionale. Quindi il governo dovrebbe recepire l’esito del referendum come un’opportunità per affrontare questi problemi? “Dovrebbe obbedire al risultato del referendum e rendersi conto che questo esito è stato dovuto a quanto sostenuto da chi si opponeva alla riforma costituzionale, cioè: ‘Si affronta il problema della giustizia dalla parte sbagliata’. Tante voci hanno detto questo”, risponde Cassese. “È stato scomodato il popolo italiano per prendere una decisione. La conseguenza di questa decisione non dovrebbe essere: ‘Abbiamo sbagliato, ci fermiamo’. La consultazione popolare è servita a capire che c’è una maggioranza di persone che non nega l’esistenza di problemi della giustizia, ma semplicemente afferma che questi sono diversi da quelli affrontati dalla riforma Nordio. Bisogna partire dal No alla proposta e affrontare i problemi della giustizia, come indicati dai sostenitori del No”, conclude Cassese. Prescrizione, legittimo il regime Orlando per i reati 2017-2019 Il Dubbio, 24 marzo 2026 Non è in contrasto con il principio di legalità né con il principio di ragionevolezza l’interpretazione delle Sezioni unite della Cassazione, secondo cui il regime della prescrizione risultante dalla legge numero 103 del 2017 continua ancor oggi ad applicarsi ai fatti commessi tra la sua entrata in vigore (3 agosto 2017) e l’entrata in vigore della legge numero 3 del 2019 (1° gennaio 2020). Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza numero 38, depositata ieri, con la quale sono state dichiarate non fondate le relative questioni, sollevate dalla Corte d’appello di Lecce. La riforma del 2017 ha previsto che, dopo una condanna in primo grado, la prescrizione del reato rimane sospesa per un anno e mezzo durante il giudizio di appello, e per un altro anno e mezzo durante il giudizio di Cassazione. Due successive riforme, intervenute nel 2019 e nel 2021, hanno invece previsto che la prescrizione resta definitivamente sospesa, o comunque cessa di decorrere, dopo che sia stata pronunciata la sentenza di primo grado, anche se di assoluzione. Era però sorto il dubbio, in giurisprudenza, se la legge numero 134 del 2021, che ha espressamente abrogato la causa di sospensione della prescrizione introdotta nel 2017, avesse determinato la riespansione del regime prescrizionale previgente, stabilito dalla legge “ex Cirielli” del 2005, che non prevedeva alcuna causa di sospensione connessa alla sentenza di primo grado. Le Sezioni unite della Cassazione, nel 2025, hanno però affermato che quell’abrogazione non ha effetto retroattivo, cosicché resta fermo il regime di sospensione introdotto dalla legge numero 103 del 2017 per tutti i reati commessi sotto il suo vigore. Con tale pronuncia, la Corte costituzionale ha escluso che la sentenza delle Sezioni Unite abbia compiuto un’interpretazione incompatibile con la lettera della legge e, per tale ragione, in contrasto con il principio di legalità in materia penale. Inoltre, ha escluso che con tale interpretazione sia stato violato il principio della retroattività della legge più favorevole per l’imputato. Infatti, né la legge del 2019, né quella del 2021 sono più favorevoli di quella del 2017: mentre quest’ultima si limitava a sospendere il corso della prescrizione per periodi limitati e dopo una sentenza di condanna, le leggi successive stabiliscono la definitiva sospensione, o comunque - nel caso della legge del 2021 - la definitiva cessazione del corso della prescrizione una volta che sia stata pronunciata una sentenza di primo grado, tanto di condanna quanto di assoluzione. La disciplina del 2017, pertanto, dovrà continuare ad applicarsi ai fatti commessi sotto il suo vigore, in quanto legge più favorevole rispetto a quelle successive. Milano. Detenuti picchiati, Mirabelli (Pd) chiede al Ministero un’ispezione nel carcere di Opera di Giulia Ghirardi fanpage.it, 24 marzo 2026 “Sarebbe emerso un quadro sistemico di abusi e un clima di tensione costante”. Così inizia l’interrogazione che questa mattina, lunedì 23 marzo, è stata depositata dal senatore Franco Mirabelli, vicepresidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, indirizzata al Ministero della giustizia per chiedere un’ispezione ministeriale straordinaria dopo la denuncia di Fanpage.it sui presunti pestaggi avvenuti nel carcere di Opera alla Vigilia di Natale. Sul caso, nei giorni scorsi, era intervenuta anche la Commissione speciale in tutela dei diritti delle persone negli istituti penitenziari, definendolo “un racconto dell’orrore” che, se fosse accertato, sarebbe “gravissimo” perché “gli spazi detentivi non possono essere luoghi di tortura”. L’interrogazione del senatore Mirabelli - Stando alle denunce visionate da Fanpage.it, lo scorso 24 dicembre si sarebbe svolto “un intervento massiccio da parte di agenti della polizia penitenziaria” all’interno della sezione C del carcere di Opera, nel corso del quale “decine di detenuti” - una quarantina stando alle segnalazioni raccolte dall’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family - “sarebbero stati oggetto di gravi violenze fisiche”. In particolare, nella denuncia si parla di “detenuti colpiti con calci, pugni e oggetti contundenti” che avrebbero poi riportato “lesioni documentate di notevole serietà”, ha riportato Mirabelli nell’interrogazione, come “traumi cranici, ecchimosi diffuse, sospette fratture nasali e agli arti superiori, lacerazioni”. Inoltre, dopo le presunte violenze, “i detenuti sarebbero stati condotti in celle prive di arredi, costretti a spogliarsi e lasciati per ore al freddo, senza cibo né acqua e senza accesso alle cure mediche, nonostante esplicite richieste di assistenza sanitaria”, ha sottolineato ancora il senatore, riprendendo quanto denunciato nei giorni scorsi da Fanpage.it. Alcuni di loro avrebbero anche ricevuto minacce come: “Devi morire”, “Se fossi io il capo vi ammazzerei coi manganelli in testa”. A rendere “ancora più grave” l’episodio, secondo Mirabelli, il fatto che esso non costituirebbe un evento isolato, bensì “l’epilogo di una situazione strutturale di degrado e violazione dei diritti umani” già formalmente segnalata nei mesi precedenti alla Procura. Lo scorso ottobre, infatti, circa 150 detenuti delle sezioni A, B e C del quarto piano del primo blocco del carcere di Opera aveva redatto una lettera collettiva indirizzata all’Associazione nella quale segnalavano “condizioni ambientali incompatibili con gli standard minimi di dignità” (tra cui assenza di acqua calda, muffa, infiltrazioni, illuminazione insufficiente, riscaldamento inadeguato, campanelli d’emergenza non funzionanti), presunte criticità sanitarie e un clima di tensione costante. Questo quadro delineerebbe, secondo il senatore, una situazione di detenzione “svuotata della sua funzione rieducativa, ridotta a pura contenzione”. Tali criticità, ha aggiunto Mirabelli, “non costituiscono un’anomalia circoscritta al solo istituto penitenziario di Opera, bensì rispecchiano una condizione sistemica” che attraverserebbe l’intero sistema penitenziario nazionale, come documentato anche dall’associazione Antigone nel suo rapporto di fine 2025. Per questo motivo, la presunta aggressione dello scorso 24 dicembre rappresenterebbe “la manifestazione visibile di un sistema che, in assenza di controlli efficaci e di cultura del rispetto dei diritti, rischia di strutturarsi su logiche brutali e incompatibili con i principi di uno Stato di diritto”, aggravata anche dal fatto che le presunte criticità, nel caso specifico di Opera, “fossero note da mesi”. Per tutti questi motivi, il senatore del Pd ha chiesto al Ministero se intenda disporre un’ispezione ministeriale straordinaria volta ad accertare le responsabilità individuali e istituzionali, se non ritenga doveroso adottare “misure immediate” a tutela delle persone detenute nell’istituto e, in ultimo, se intenda promuovere un piano straordinario di verifica delle condizioni detentive negli istituti penitenziari nazionali. Crotone. Il Garante dei detenuti: “Casa circondariale sovraffollata e inadeguata” laprovinciakr.it, 24 marzo 2026 Illustrata nel corso del recente Consiglio comunale la relazione sull’attività svolta nel 2025: “rilevate criticità significative sotto il profilo sanitario e strutturale”. Il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale del Comune di Crotone, Pantaleone Sulla, ha illustrato nel corso del recente Consiglio comunale la relazione annuale sull’attività svolta nel 2025, offrendo un quadro articolato delle condizioni detentive, delle iniziative intraprese e delle principali criticità riscontrate, unitamente alle proposte di intervento. La relazione si apre con un inquadramento della situazione penitenziaria nazionale, ancora segnata da gravi criticità strutturali. Il sovraffollamento continua a rappresentare una delle principali emergenze, con un tasso medio superiore al 137% della capienza regolamentare, cui si accompagna un allarmante incremento dei suicidi tra detenuti e operatori. A ciò si aggiunge la mancata piena attuazione di diritti fondamentali, tra cui quello all’affettività, nonostante i recenti interventi della Corte costituzionale e i richiami delle più alte istituzioni. Nel contesto locale, l’attività del Garante si è sviluppata attraverso un costante monitoraggio della Casa circondariale di Crotone, mediante visite periodiche, colloqui con i detenuti e interlocuzione continua con il personale penitenziario. Non sono emerse segnalazioni di maltrattamenti o lesioni della dignità personale; tuttavia, sono state rilevate criticità significative, in particolare sotto il profilo sanitario e strutturale. Permane il problema del sovraffollamento, con presenze che nel 2025 hanno superato la capienza regolamentare dell’istituto, incidendo negativamente sulla qualità della vita detentiva e sull’efficacia dei percorsi rieducativi. Sul piano sanitario, si registrano carenze di personale medico, limitazioni nell’accesso alle visite specialistiche e l’assenza di alcune figure professionali, come il cardiologo, rendendo necessario il ricorso a soluzioni innovative quali la telemedicina. Accanto alle criticità, la relazione evidenzia con soddisfazione l’ampia offerta di attività trattamentali: percorsi scolastici con conseguimento di titoli di studio, corsi di formazione professionale, iniziative culturali e sportive, nonché progetti di giustizia riparativa e inclusione sociale. Tali attività rappresentano strumenti fondamentali per il reinserimento e testimoniano l’impegno congiunto delle istituzioni e del tessuto associativo. Particolare rilievo assume il rafforzamento della rete territoriale, attraverso il dialogo con enti, associazioni, scuole e imprese locali, finalizzato alla costruzione di concrete opportunità di reinserimento lavorativo e sociale per i detenuti. Tra le proposte avanzate dal Garante figurano il potenziamento dell’assistenza sanitaria, l’attivazione di servizi specialistici, il miglioramento delle condizioni strutturali, la promozione del lavoro penitenziario e il consolidamento dei percorsi di giustizia riparativa. Viene inoltre sottolineata l’urgenza di istituire l’Ufficio del Garante, previsto dal regolamento comunale, quale strumento indispensabile per assicurare continuità, efficacia e sistematicità all’azione di tutela. La relazione si conclude con un appello a tutte le istituzioni e alla comunità locale affinché, attraverso un impegno condiviso, si possa garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà personale, promuovendo al contempo percorsi concreti di inclusione e reinserimento sociale. Catanzaro. Dentro il carcere, la sfida della sanità penitenziaria di Elisa Barresi ilreggino.it, 24 marzo 2026 Dalla cattedra universitaria alla direzione sanitaria del carcere di Catanzaro, il professor Giulio Di Mizio racconta un sistema complesso e poco conosciuto: tra ritardi storici, criticità strutturali e importanti progressi, emerge il ruolo cruciale della sanità penitenziaria nella tutela dei diritti e nella tenuta dello Stato di diritto. Abbiamo incontrato Giulio Di Mizio, Professore Associato di Medicina legale dell’Università Magna Graecia di Catanzaro (Dipartimento di Giurisprudenza), Direttore della Sanità Penitenziaria dell’ASP di Catanzaro e componente del direttivo della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe). Con lui un confronto diretto, approfondito e senza filtri su un settore poco conosciuto ma cruciale. Ci risulta che lei abbia sospeso una carriera da professore universitario per assumere inaspettatamente di dirigere uno degli Hub Sanitari Penitenziari più strategici, ossia quello del Carcere di Catanzaro “U. Caridi” (Siano)... “Sono da sempre un appassionato ed un cultore dell’esecuzione penale. Improvvisamente, come spesso succede nella vita, si sono create le condizioni per assumere questo ruolo, e quindi diventare un attore interno e non più un osservatore esterno di un sistema complesso e delicato come il carcere”. Ha percepito delle differenze tra l’esperienza dell’epoca e quella attuale? “Ormai sono passati tre anni. Vivere il carcere lavorando all’interno per la maggior parte della giornata, e spesso anche la notte, apre un orizzonte totalmente diverso. Si comprende come la visione precedente, da operatore esterno, ormai appare ai miei occhi inevitabilmente parziale”. La situazione dell’assistenza sanitaria in carcere che l’opinione pubblica conosce è quella di grandi criticità nel nostro paese. Ci può dire in realtà come stanno le cose? La salute delle persone detenute in carcere come viene garantita? “Dobbiamo fare innanzi tutto una premessa. In Italia ci sono 189 istituti di pena dove l’assistenza sanitaria è garantita dalle ASL, perché dal 2008 la sanità penitenziaria è diventata sanità pubblica. Poi un successivo provvedimento normativo del 2015, l’Accordo Stato-Regioni in Conferenza Unificata, ha definito le reti di assistenza sanitaria penitenziaria per adulti. Tutto ciò è successo con importante ritardo. Pensi che quando è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) correva l’anno 1978. Il modello delle casse mutue terminava e tutto confluiva nel SSN. Tutto tranne la sanità militare e la sanità penitenziaria. Dal 1978 si è dovuto attendere il 2008 per la transizione e poi concretamente il 2015 per le linee guida specifiche. È un ritardo che ha inciso profondamente sul sistema”. Ma tutti gli istituti sono uguali in Italia dal punto di vista assistenziale? “No. La medicina penitenziaria è medicina del territorio ed è incardinata nei distretti socio-sanitari. In tutti gli istituti vi è assistenza medica di base (medico di medicina generale e specialistica ambulatoriale). La stanza di detenzione corrisponde al domicilio del detenuto, che beneficia di tale assistenza. Negli istituti che offrono solo assistenza di base dovrebbero esserci detenuti sani o con problemi gestibili dal medico di famiglia”. E in caso di persone più impegnative dal punto di vista clinico? “Queste vengono destinate in istituti con un SAI (Servizio di Assistenza Intensificata), quello che una volta si chiamava Centro Clinico. Sono strutture con posti letto, assistenza h24, diagnostica e specialisti”. E se all’interno del carcere le risorse non sono sufficienti rispetto alle malattie presenti? “Le risorse devono essere adeguate entro certi limiti operativi e garantire i LEA come per i cittadini liberi. Per il resto il detenuto viene accompagnato all’esterno, con autorizzazione dell’autorità giudiziaria, e accede alla sanità territoriale e ospedaliera. Di fatto, il responsabile sanitario ha a disposizione tutte le risorse del territorio nazionale. Tuttavia, anche la sanità penitenziaria risente delle criticità generali, come la carenza di medici e infermieri”. Ma negli ospedali i detenuti seguono i medesimi percorsi dei cittadini liberi? “Sì, ma con esigenze di sicurezza: piantonamento o ricovero in reparti dedicati. Nei casi più complessi esistono le “medicine protette”, reparti ospedalieri con sicurezza rafforzata. In Italia sono solo dieci”. Perché si legge che l’assistenza sanitaria penitenziaria non è uniforme su tutto il territorio nazionale? “Perché è vero. Il finanziamento annuale - circa 170 milioni di euro - non copre il fabbisogno. Le ASL devono integrare e questo genera differenze regionali”. Esistono difficoltà nella definizione del fabbisogno, nelle liste d’attesa e nell’equiparazione tra cittadini liberi e detenuti. Si dimentica spesso il principio giuridico e costituzionale alla base dell’assistenza. Ci può chiarire questo punto? “Una esecuzione penale garantita è un pilastro dello Stato di diritto. La salute non è mai in discussione, ma anche la pena deve essere effettiva, con funzione rieducativa e nel rispetto del principio di uguaglianza. La sanità penitenziaria garantisce un impegno più complesso rispetto a quello esterno. Un suo fallimento incide sia sulla salute dei detenuti sia sulla regolarità dell’esecuzione penale”. Esiste una scuola di specializzazione in medicina penitenziaria? “No. Le scuole devono essere conformi agli standard europei. I medici penitenziari sono per lo più medici di medicina generale con incarichi specifici, affiancati da specialisti. L’Università di Catanzaro ha attivato un master di II livello per formare professionisti in questo ambito. Ma è fondamentale anche la motivazione: in carcere non si può lavorare senza passione e formazione adeguata”. Perché è difficile fare l’operatore sanitario in carcere? “Per la carenza di alleanza terapeutica e per il rischio di strumentalizzazione delle richieste sanitarie. Una gestione efficace può generare tensioni nei rapporti con i detenuti”. Quali sono le patologie più frequenti? “Tutte. Il carcere è uno specchio della società, ma più concentrato. Si osservano patologie croniche, disabilità, malattie nefrologiche, disturbi psichiatrici, infezioni (HIV, HCV, TBC), malattie autoimmuni, oncologiche e dipendenze da sostanze, alcol e farmaci”. La sanità penitenziaria di Catanzaro sta funzionando? “Sì. In tre anni abbiamo riorganizzato una struttura sanitaria su cinque piani, attivando reparti, ambulatori, diagnostica e assistenza h24. Le prestazioni sono passate da 9.000 a circa 28.000 annue. Il triage gestisce oltre 36.000 chiamate l’anno. È un sistema complesso, con un elevato numero di interventi e trasferimenti sanitari quotidiani. In carcere non si finisce mai: è sempre mezzogiorno anche di notte”. Modena. Assistenza sanitaria in carcere: formazione per gli infermieri di Valentina Reggiani Il Resto del Carlino, 24 marzo 2026 Progetto dedicato al personale della Medicina Penitenziaria di Modena e Castelfranco. Altini (dg Ausl): “Passi avanti in un contesto difficile”. Alessio La Monica: “Più sicurezza per tutti”. La formazione come leva per rafforzare sicurezza e qualità dell’assistenza sanitaria in carcere: è questo l’obiettivo del nuovo percorso di sviluppo professionale dedicato agli infermieri della Medicina Penitenziaria di Modena e Castelfranco Emilia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento Interaziendale di Emergenza-Urgenza, che ha preso il via nei giorni scorsi. “Il percorso - spiegano dall’Ausl - si inserisce in un progetto più ampio e condiviso di valorizzazione professionale e sviluppo delle competenze avanzate, pensato per rispondere alla complessità del contesto carcerario e rafforzare la sicurezza clinica e operativa”. Le attività formative sono iniziate con un focus sulla gestione avanzata dell’arresto cardiaco, includendo l’utilizzo di dispositivi per la gestione delle vie aeree e dei farmaci in emergenza. Nei giorni successivi è stato affrontato un percorso di 20 ore destinato a medici e infermieri dell’emergenza-urgenza e basato su un approccio pratico, orientato alla gestione del trauma e degli eventi critici. “Quasi un anno fa, appena nominata questa direzione, eravamo in una situazione di grande criticità segnalata anche dai principali sindacati - sottolinea Mattia Altini, dg dell’Ausl -, oggi guardiamo con maggior ottimismo a un contesto sempre complesso ma in cui abbiamo fatto passi avanti. La sanità penitenziaria fa parte del nostro sistema di welfare e l’investimento su di essa tramite la formazione avanzata e integrata del personale rappresenta un elemento strategico per garantire sicurezza, qualità e continuità dell’assistenza. Ringrazio dunque tutti i professionisti che stanno lavorando per fornire nuovi strumenti e nuove opportunità per i destinatari dei servizi ma anche per gli operatori. La collaborazione strutturata con il 118 e con il Dipartimento di Emergenza-Urgenza rafforza la capacità di risposta del sistema e conferma la volontà dell’Azienda di dedicare attenzione, risorse e competenze a un ambito molto delicato che richiede un approccio altamente specializzato”. “Questo progetto rappresenta un investimento concreto sulle competenze infermieristiche - dichiara Alessio La Monica, dirigente delle Professioni Sanitarie della Medicina Penitenziaria e collaboratore della Regione sui percorsi assistenziali di salute nelle carceri -; rafforzare le competenze avanzate significa garantire maggiore sicurezza sia per i professionisti sia per le persone ristrette, oltre a migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria”. Saluzzo (Cn). Il sistema carcerario, un muro di burocrazia e pregiudizio corrieredisaluzzo.it, 24 marzo 2026 È quanto emerso durante il convegno “Carcere oggi: 50 anni dopo la riforma”, di sabato 14 marzo nella sala Rovasenda della Castiglia. Non è stata casuale la scelta della location. Quel luogo, che oggi ospita la memoria del passato carcerario e la storia cavalleresca, è stato per oltre un secolo il carcere a Saluzzo, trasferito in Regione Bronda a metà degli anni Novanta. Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, la casa di reclusione Rodolfo Morandi è diventata istituto di alta sicurezza. Il convegno ha messo a nudo le ferite di un sistema in crisi, dove le carenze ostacolano la funzione rieducativa della pena e il riscatto sociale dei detenuti. Il risultato è un inasprimento del confine tra carcere e mondo esterno. A dividere le due realtà non sono solo le sbarre, ma un muro invisibile di burocrazia e pregiudizi che scava un solco profondo tra reclusione e società civile. Il professor Claudio Sarzotti, docente di Sociologia del diritto, ha illustrato la genesi della riforma e la storia dell’istituto penitenziario saluzzese: quello di Saluzzo è il primo carcere disciplinare in Piemonte, tra i primi in Italia. Ma è proprio sul concetto di “disciplina” che Sarzotti ha sollevato i dubbi più amari. Citando alcuni tra i principali medici, antropologi e criminologi, come Cesare Lombroso, il professore ha evidenziato come la carcerazione, spesso, provochi danni profondi alla capacità di risocializzazione. “La pena - ha spiegato Sarzotti - serve per ricostruire la coscienza collettiva violata dal comportamento criminale. Ma come strumento di cambiamento individuale è poco efficace, quasi quanto la punizione fine a sé stessa nei bambini”. Del ruolo del volontariato in carcere e del percorso di recupero dei detenuti ha parlato il prof. Franco Prina, docente di Sociologia giuridica e della devianza, delegato per il polo penitenziario dell’Università di Torino che conta 170 studenti detenuti. Il suo intervento si è focalizzato sullo stigma sociale, definito come sanzione spesso più grave di quella istituzionale: “Il problema è dopo l’uscita dal carcere, quando il pregiudizio sull’individuo continua”. San Gimignano (Si). I detenuti scrivono al Papa. Risposta del Santo Padre di Romano Francardelli La Nazione, 24 marzo 2026 I detenuti di alta sicurezza di Ranza hanno scritto al Papa. Chiedono una visita privata fra le celle di alta sicurezza e dal Vaticano Papa Leone ha risposto lasciando la porta mezza aperta. Chissà. Silenzio e bocche cucite sul contenuto della lettera. In questi giorni all’ingresso principale super sorvegliato della casa di reclusione di alta scurezza di Ranza si è presentato l’Arcivescovo di Siena il cardinale Monsignor Augusto Paolo Lojudice, presidente della Conferenza Episcopale dei Vescovi della Toscana per portare il saluto della Santa Pasqua. Alla comunità dei detenuti, alla direzione di Ranza, al personale di sorveglianza il cardinale Lojudice ha portato gli auguri del Santo Padre, Papa Leone. Sempre molto sentita la celebrazione del Cardinale con la tradizionale Santa Messa di Pasqua. Grande interesse però per la lettera che gli oltre trecento detenuti avrebbero inviato al Santo Padre. Un’accorata lettera indirizzata al Santo Padre agostiniano e consegnata nelle mani del Cardinale. La risposta non si sarebbe fatta attendere, ma il contenuto resta riservato. Si parla, meglio dire si sussurra, che sarebbe stato chiesto al Papa agostiniano un particolare incontro privato all’Istituto di pena a Ranza e al monumentale convento di Sant’Agostino che al tempo priore generale agostiniano Robert Prevost è stato più volte in visita. E il Papa nella “segreta” risposta ai detenuti non avrebbe chiuso la porta ad un possibile incontro, nello spirito di speranza. Nessuna conferma ufficiale di questo scambio epistolare, anche il cellulare del cappellano don Luca che assiste nella fede e altro le “anime” di Ranza, squilla e suona a vuoto. Palermo. Un laboratorio per formare detenuti casari. Sammartino: “Offrire un futuro diverso” regione.sicilia.it, 24 marzo 2026 Una stanza della casa circondariale del Paglieralli di Palermo trasformata in laboratorio caseario, con pareti lavabili, acqua potabile e cappa di aspirazione. Non è un esperimento artistico, ma un progetto formativo con un preciso obiettivo: dotare i detenuti di competenze certificate e immediatamente spendibili nel mercato del lavoro, dentro e fuori i confini nazionali. Il titolo del percorso è volutamente lungo e denso: “La lavorazione del latte e i suoi derivati quale mezzo di crescita culturale e integrazione sociale dei soggetti limitati nella libertà”. A promuoverlo sono le Commissioni distrettuali Rotary “Promozione Prodotti Agricoli e Caseari” e “Sostenibilità del sistema agroalimentare” del Distretto 2110 Sicilia-Malta, in sinergia con l’Istituto Sperimentale Zootecnico per la Sicilia, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia, Coldiretti Sicilia e il dipartimento Stebicef dell’Università di Palermo. Il programma si articola in tre cicli di due giornate ciascuno: 16-17 marzo, 26-27 marzo, 16-17 aprile 2026. Ogni ciclo accoglie tra dieci e quindici detenuti, selezionati tra gli ospiti del Pagliarelli. La struttura di ciascuna giornata segue tre fasi distinte: una parte teorica, una dimostrativa e una applicativa, con i partecipanti direttamente impegnati nelle lavorazioni. Il programma didattico spazia dall’anatomia e fisiologia dell’apparato mammario alle tecniche di produzione e conservazione del latte, fino alla descrizione delle razze, al benessere animale e alle norme igieniche durante le lavorazioni. Al termine del percorso, ogni partecipante riceve un attestato finale, certificazione riconoscibile sul mercato del lavoro. La scelta di puntare sulla caseificazione non è casuale. La Sicilia ha costruito nel tempo un patrimonio di formaggi tipici - Ragusano DOP, Caciocavallo Palermitano, Provola dei Nebrodi, delle Madonie e del Ragusano, Vastedda della Valle del Belìce, Piacentino Ennese, Pecorino Siciliano canestrato - apprezzati su scala nazionale e internazionale. La qualità di questi prodotti dipende da un sistema allevatoriale tradizionale di tipo estensivo e da protocolli igienici conformi al Regolamento CE 853/2004. È su questo patrimonio che il progetto intende fare leva. La trasmissione delle tecniche di trasformazione del latte non è, in questo contesto, soltanto un gesto culturale: è una risposta concreta a un deficit formativo che il progetto individua con precisione. “Il valore ex ante - si legge nei documenti del progetto - è l’inesistenza di attività, sia di formazione che produttiva, nel campo della caseificazione” all’interno della struttura carceraria. Il valore ex post atteso è la creazione di competenze certificate, esportabili anche nelle aree di provenienza dei detenuti stranieri. Intanto, l’assessore regionale all’Agricoltura, Luca Sammartino, annuncia la firma di un protocollo d’intesa triennale - rinnovabile - con il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, il Centro per la Giustizia minorile della Sicilia e gli Istituti penali per i minorenni di Palermo e Catania. L’accordo prevede l’avvio di percorsi formativi teorici e pratici su potatura, gestione del verde, manutenzione del paesaggio e attività agro?forestali, rivolti ai minori e ai giovani adulti seguiti dai servizi della Giustizia minorile. “È un traguardo di cui siamo orgogliosi - sottolinea Sammartino - perché rappresenta un passo concreto nella tutela dei diritti dei minori in Sicilia e conferma la volontà delle istituzioni di lavorare insieme per offrire loro un futuro migliore e reali opportunità di riscatto sociale”. Un elemento specifico distingue questo progetto da analoghi percorsi formativi in ambito carcerario: l’attenzione alla componente straniera della popolazione detenuta. Il programma segnala esplicitamente che tra i destinatari del corso figurano soggetti provenienti dalle regioni del Maghreb, aree in cui, nonostante la diffusione dell’allevamento di ruminanti da latte, le tecniche di trasformazione restano rudimentali. Le competenze acquisite al Pagliarelli potrebbero quindi trovare applicazione non solo nel mercato del lavoro italiano, ma anche nei paesi di origine dei partecipanti, dove il know-how caseario siciliano rappresenta un salto qualitativo significativo rispetto alle pratiche locali. Santo Caracappa, Scientific Adviser dell’Istituto Sperimentale Zootecnico della Sicilia, inquadra la questione in termini rigorosi: “Dal punto di vista tecnico, la trasformazione casearia richiede il controllo di variabili complesse: la composizione microbiologica del latte, la gestione delle temperature di coagulazione, i parametri igienico-sanitari dell’ambiente di lavorazione. Quello che stiamo portando dentro il Pagliarelli non è una versione semplificata del processo: è una formazione strutturata, con protocolli precisi. Le competenze acquisite sono direttamente trasferibili a contesti produttivi reali, incluse le aree mediterranee in cui la filiera casearia è ancora largamente artigianale e priva di standardizzazione”. La logistica del progetto è stata studiata con attenzione. I locali della casa circondariale destinati alle attività pratiche sono stati adattati per rispondere ai requisiti minimi di un impianto caseario: pareti lavabili, accesso ad acqua potabile, scarico, lavabo di grandi dimensioni e sistema di aerazione o apertura verso l’esterno. Una struttura essenziale, ma funzionale. Il monitoraggio del progetto prevede un indicatore principale: il rapporto tra il numero di detenuti ammessi alla formazione e gli abbandoni volontari. Un dato che, nelle intenzioni dei promotori, misura non solo la tenuta del percorso, ma anche la motivazione dei partecipanti e la qualità dell’offerta formativa. Il risultato atteso, in sintesi, è che ciascun partecipante esca dal corso sapendo come utilizzare il latte, trasformarlo, ridurre gli sprechi e ricavarne una fonte di reddito. Un obiettivo che, nella sua concretezza, dice già molto sull’impostazione del progetto: nessuna retorica, nessun gesto simbolico. Solo formazione, attestato, e una porta socchiusa verso il mercato del lavoro. Ragusa. Domani presso la Casa circondariale un evento per papà detenuti e i loro figli siciliaogginotizie.it, 24 marzo 2026 Grazie al progetto Labirinti arte di strada e momenti di gioco per ricostruire legami familiari in un contesto di umanità e inclusione. Ci sono legami che nessuna distanza può spezzare, ma che hanno bisogno di tempo, spazio e umanità per continuare a vivere. In uno spazio - quello delle carceri - scandito da ritmi lenti ma precisi, quando le occasioni di relazione entrano, si crea qualcosa di unico ed eccezionale. Mercoledì 25 marzo, dalle ore 10 alle 12, presso la Casa Circondariale di Ragusa, si terrà l’evento “Sotto Sopra Show - Gran festa del papà”, promosso dal progetto Labirinti, grazie al quale i padri detenuti potranno incontrare i loro figli in un contesto diverso - fatto di sorrisi, gioco e condivisione - andando oltre le barriere del colloquio tradizionale. La mattinata sarà animata dallo spettacolo dell’artista di strada Giuseppe Buggea, che coinvolgerà grandi e piccoli con esibizioni di giocoleria, giochi di palline, monociclo e numeri su trave. A seguire, padri e figli potranno partecipare attivamente, giocando insieme e vivendo un momento autentico di vicinanza e leggerezza. Guidato dall’ente capofila APS Officina SocialMeccanica e selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, il progetto Labirinti ha l’obiettivo di realizzare interventi socio-educativi a sostegno dei figli minori di persone detenute in diversi territori della Sicilia. Oltre a Ragusa, il progetto è attivo anche a Catania, Palermo e Sciacca. Le attività realizzate a Ragusa sono state rese possibili grazie alla sinergia tra i Clown Dottori di Ci Ridiamo Sù APS, Crisci Ranni APS e Facciamo Scuola ASD. “Con Labirinti vogliamo creare occasioni concrete di incontro che restituiscano dignità e umanità alle relazioni familiari, anche in contesti complessi come quello detentivo - spiegano i portavoce delle associazioni coinvolte nell’iniziativa - Questo evento rappresenta un passo importante: permettere ai padri e ai figli di condividere momenti di gioia e normalità significa rafforzare legami fondamentali per il benessere di entrambi e per il futuro della comunità”. All’evento sarà presente il Comune di Ragusa, partner di progetto, con le assessore ai Servizi Sociali e alla Pubblica Istruzione, a testimonianza dell’attenzione dell’amministrazione verso iniziative che promuovono inclusione e legami familiari. “Eventi come questo hanno un grande valore umano, perché rafforzano il legame tra padri detenuti e figli - dichiara l’assessora ai Servizi Sociali Elvira Adamo - Il progetto Labirinti dimostra l’importanza di offrire ai minori opportunità educative ed emotive. Come amministrazione, sosteniamo iniziative che promuovono inclusione, diritti e nuove prospettive di futuro per bambini e famiglie”. Le fa eco l’assessora alla Pubblica Istruzione e allo Sviluppo Economico Catia Pasta: “questa giornata sarà un momento speciale per celebrare l’amore familiare e offrire ai bambini un’occasione di vicinanza. Spero che questo giorno possa portare un po’ di gioia e speranza a tutti i papà che sono lontani dalle loro famiglie. Ringrazio gli organizzatori che mi rendono partecipe di questi momenti, per me molto importanti”. A sostenere le iniziative del progetto Labirinti, la capo area trattamentale Maria Stella. “L’evento vuole essere un momento di svago ma anche di riflessione: l’artista Giuseppe Buggea si esibirà con numeri di abilità e creatività, offrendo uno spettacolo veramente coinvolgente, ma non mancheranno momenti volti a sottolineare l’importanza delle relazioni familiari anche in contesti difficili, come può essere quello detentivo”. All’evento parteciperanno anche la direttrice dell’UEPE (Ufficio Locale di Esecuzione Penale Esterna) Rosaria Ruggieri e la referente dell’USSM (Ufficio Servizio Sociale per Minorenni) Mariuccia Licitra. Un ringraziamento sempre per la preziosa disponibilità al direttore dell’istituto Santo Mortillaro e al comandante della polizia penitenziaria Claudio Iacobelli.Il progetto Labirinti è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. Venezia. Carceri femminili italiane, gli scatti di Corelli raccontano storie di detenute e madri lavocedivenezia.it, 24 marzo 2026 Uno sguardo inedito sulla vita delle donne nelle carceri italiane attraverso l’obiettivo del fotoreporter Giampiero Corelli. La mostra “Domani faccio la brava - Donne e madri nelle carceri italiane” è aperta dal 20 al 29 marzo alla Scoletta dei Calegheri di Venezia, nell’ambito del programma Marzo Donna promosso dal Comune. Il reportage, frutto di un lavoro ventennale, documenta la realtà quotidiana in tredici istituti penitenziari femminili della penisola, da Venezia a Palermo, attraverso trenta scatti che alternano il colore al bianco e nero. Le immagini catturano storie di sofferenza ma anche di speranza e riscatto, raccontando la complessità della detenzione femminile in Italia. “Non ci sono buone o cattive, ma semplicemente donne recluse: a ognuna la sua colpa, per tutte la costrizione”, scrive Renata Ferri nel volume fotografico che accompagna l’esposizione. Un’osservazione che sintetizza lo spirito dell’intero progetto, nato nel 2008 e proseguito fino ad oggi. “È stato un percorso che mi ha segnato profondamente”, racconta Corelli, fotografo ravennate con una lunga esperienza nel fotogiornalismo. “Le donne che ho incontrato, molte delle quali madri, hanno scelto di farsi ritrarre per testimoniare la loro condizione di recluse. Un’esperienza unica che ho voluto documentare anche attraverso un videoreportage”. L’esposizione si arricchisce di due importanti momenti di confronto previsti per mercoledì 25 marzo. Al mattino, il convegno “Oltre le sbarre, dimenticate senza voce” vedrà la partecipazione di figure chiave del sistema penitenziario, tra cui Maurizia Campobasso e Rosalba Casella, direttrici rispettivamente delle carceri della Giudecca e della Dozza. Nel pomeriggio, una tavola rotonda organizzata dalla Camera Penale con l’Ordine degli avvocati approfondirà gli aspetti giuridici della detenzione femminile. Corelli, che ha collaborato con testate come Il Messaggero, Repubblica e l’Espresso, ha dedicato gran parte della sua carriera a documentare storie di donne in contesti difficili. Tra i suoi lavori più significativi, reportage sulle badanti, sulle vittime del terremoto dell’Aquila e sulle soldatesse italiane in Afghanistan. La mostra, ad ingresso gratuito, è visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, offrendo ai veneziani e ai visitatori un’opportunità unica per riflettere su una realtà spesso dimenticata del sistema carcerario italiano. Migranti. Il Consiglio d’Europa frena il piano Ue sui rimpatri: “Rischia di violare la Cedu” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 24 marzo 2026 Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha recentemente pubblicato un documento formale di osservazioni sul nuovo regolamento europeo in materia di rimpatri, avvertendo che alcune disposizioni rischiano di porre gli Stati membri in conflitto diretto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’allarme arriva mentre il Parlamento europeo si avvicina al voto finale su una riforma che il governo italiano ha invece accolto con entusiasmo, vedendoci la consacrazione del modello Albania. Le osservazioni non sono una presa di posizione generica. Sono un’analisi puntuale di ciò che la proposta di regolamento - presentata dalla Commissione europea nel marzo 2025 - farebbe concretamente alle persone soggette a procedure di espulsione. Il testo che potrebbe sostituire la direttiva rimpatri del 2008 introduce novità rilevanti: procedure comuni tra i paesi Ue, riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio, la possibilità di creare centri di trattenimento in paesi terzi e la rimozione dell’effetto sospensivo automatico dei ricorsi. È su quest’ultimo punto che il Commissario insiste con maggiore fermezza. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito con chiarezza che ogni ricorso contro un rimpatrio che ponga un rischio per la vita o che si traduca in trattamenti inumani deve avere effetto sospensivo automatico. Non è una raccomandazione: è un obbligo che discende dagli articoli 2 e 3 della Convenzione, dedicati al diritto alla vita e al divieto di tortura. Il nuovo regolamento, invece, prevede che questo effetto sospensivo non sia più garantito di default, salvo nei casi in cui si invochi esplicitamente il principio di non respingimento. Il Commissario chiede che il testo finale venga modificato in modo da impedire che l’espulsione sia eseguita prima che un giudice disponga la sospensione. L’assenza di un termine minimo per presentare ricorso potrebbe rendere di fatto impossibile contestare in tempo utile un ordine di rimpatrio. C’è poi il principio di non respingimento, per cui nessuno può essere rimandato in un paese dove rischia la vita o trattamenti degradanti. Il Commissario nota che questo rischio non riguarda solo chi ha visto la domanda di asilo respinta, ma anche chi non ha mai presentato domanda di protezione. Segnala la tendenza crescente di alcuni Stati a fare un uso sempre più esteso dei concetti di “paese di origine sicuro” e “paese terzo sicuro”, strumenti che portano a valutazioni superficiali senza esaminare la storia personale di chi chiede protezione. C’è un elemento che passa spesso inosservato: alcune legislazioni nazionali impediscono già a determinate categorie di persone di accedere alla procedura d’asilo. Il regolamento deve garantire protezione anche in questi casi. Il documento affronta la questione dei “return hubs” con sistematicità. L’idea di creare centri di rimpatrio fuori dall’Ue non viene esclusa in assoluto, ma il Commissario elenca le condizioni senza cui non può esistere una base legittima. Gli accordi con i paesi terzi devono avere valore vincolante nel diritto internazionale: le intese informali non bastano, perché offrono troppo poca certezza giuridica. Ogni trasferimento deve essere basato su una decisione individuale ed essere impugnabile davanti a un giudice nel rispetto di tutte le garanzie previste dalla Corte di Strasburgo sul non respingimento. I minori, sia non accompagnati che con le famiglie, vanno esclusi. Chi ha ancora una domanda di protezione pendente non può essere trasferito. Devono esistere limiti chiari alla durata della permanenza e, per soggiorni prolungati, norme sullo status delle persone che restano nel paese ospitante. Qualsiasi accordo di questo tipo richiede infine un monitoraggio indipendente, meccanismi di reclamo e un controllo parlamentare e giudiziario stringente. Il collegamento con l’Italia è immediato. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nell’accogliere l’accordo del Consiglio Ue dell’8 dicembre 2025, aveva indicato che i centri di Gjader e Shengjin in Albania si “ricandidano con forza” come primo esempio degli hub di rimpatrio previsti dal nuovo regolamento. Strutture che finora hanno ospitato pochissimi migranti, rimaste vuote per lunghi periodi e al centro di un contenzioso giudiziario non ancora chiuso. Piantedosi aveva anche sottolineato con soddisfazione che i ricorsi non avranno più effetto sospensivo automatico: esattamente la modifica che il Commissario del Consiglio d’Europa indica come in contrasto con la Convenzione. Il Commissario non cita l’Italia per nome. Le sue parole, però, descrivono con precisione i rischi di quel modello: accordi non vincolanti, assenza di standard chiari sulle condizioni di trattenimento, nessun limite definito alla permanenza, carenza di meccanismi di controllo effettivi. Poiché la proposta della Commissione prevede che gli hub vengano negoziati dagli Stati membri anche bilateralmente, chiede che il regolamento contenga garanzie esplicite anziché rimandare tutto alla discrezionalità dei governi. Sul tema della detenzione il documento è netto. La proposta di estendere il periodo massimo di trattenimento - già portata a 24 mesi dalla Commissione, e fino a 30 nella posizione del Consiglio Ue - viene respinta con un argomento empirico: non esistono prove che una detenzione più lunga aumenti i rimpatri effettivi. Se il rimpatrio non avviene nei primi mesi, prolungare la permanenza non cambia l’esito. Il Commissario chiede che la detenzione sia sempre una misura di ultima istanza, preceduta dalla valutazione di alternative meno invasive, e che queste alternative non si trasformino in misure di controllo generalizzate applicate a prescindere dalla situazione concreta. Riguardo ai minori, richiama la posizione del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo: trattenere un bambino per via del suo status migratorio, o di quello dei genitori, è una violazione contraria al principio del superiore interesse del minore. Chiede che il regolamento lo recepisca in modo esplicito, in linea con la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, ratificata da tutti gli Stati del Consiglio d’Europa. Il documento segnala infine la situazione di chi non può tornare. Non tutti i migranti irregolari sono effettivamente rimpatriabili: alcuni provengono da paesi con cui non esistono accordi, altri da contesti in cui tornare significherebbe esporsi a rischi seri. Il rimpatrio non è l’unica via d’uscita dall’irregolarità: gli Stati possono rilasciare permessi di soggiorno per ragioni umanitarie. Limitare questa possibilità non riduce il numero di irregolari, li spinge soltanto ai margini della società in una condizione di incertezza giuridica indefinita, con l’effetto di allargare la fascia di chi è di fatto irrimborsabile. Il regolamento è atteso al voto del Parlamento europeo. Il 9 marzo scorso la commissione per le libertà civili lo ha approvato con 41 voti favorevoli, 32 contrari e un’astensione. I gruppi contrari possono ancora chiedere la riapertura del mandato negoziale prima del voto in plenaria. Se il testo fosse approvato nella forma attuale, entrerebbe in applicazione circa due anni dopo la pubblicazione, verosimilmente intorno al 2028. Il tempo per recepire le indicazioni del Commissario c’è. La domanda è se ci sia anche la volontà politica. Migranti. Tempi infiniti per la richiesta d’asilo: condannate le questure di Venezia e Vicenza di Alessia Candito La Repubblica, 24 marzo 2026 Lo ha stabilito il Tar del Veneto in risposta alla class action presentata da sette associazioni. “Il Viminale ha 90 giorni di tempo per porre rimedio”. Entro 90 giorni il Viminale dovrà porre rimedio “all’inefficienza strutturale” delle questure di Vicenza e Venezia che ha impedito a centinaia di richiedenti asilo di presentare domanda. Lo ha stabilito il Tar del Veneto, affermando che si tratta di una “una disfunzione organizzativa non occasionale, bensì strutturale”, espressione di una specifica scelta dell’amministrazione. È una sentenza storica che rischia di avere effetti a cascata su tutte le questure d’Italia e causare non pochi problemi al Viminale, quella emessa dai giudici amministrativi in risposta alla class action presentata da sette associazioni, Asgi, Cadus, Casa di Amadou, Emergency, Lungo la Rotta Balcanica, Oxfam Italia, Spazi Circolari. Motivo? Sebbene già in passato diversi tribunali abbiano condannato l’inerzia amministrativa di uffici come quello di Torino, per la prima volta i giudici sottolineano che le lunghe code che si formano dietro le porte degli uffici Immigrazione sono il risultato di una precisa strategia. Le associazioni che hanno presentato la class action sono le realtà che spesso sui territori tentano di rimediare alle inerzie e inefficienze e dare sostegno a chi avrebbe tutti il diritto di avere assistenza ma si ritrova in strada. Presentare richiesta asilo, hanno ricordato le associazioni ricorrenti, è un diritto inalienabile, regolato da norme e procedure definite e soggetto a tempi precisi. “Non riuscire a farlo perché le questure diventano muro di gomma significa essere privati di diritti fondamentali, dalla salute a un alloggio dignitoso, oltre a sprofondare in una condizione di clandestinità né voluta, né cercata”. Considerazioni che il Tar ha condiviso. Accogliendo entrambi i ricorsi, i magistrati hanno accertato che i termini di legge per la presentazione delle richieste di asilo sono stati sistematicamente violati e che l’attuale organizzazione degli uffici preposti è “inidonea e insufficiente sia rispetto alle risorse disponibili sia rispetto allo sforzo organizzativo esigibile ai sensi della normativa”. Traduzione, le forze ci sono, ma vengono destinate altrove. Le prove fornite dalle Questure per dimostrare l’impossibilità di fare di più - si spiega nelle due sentenze - sono state considerate insufficienti e bacchettate sono arrivate anche all’indirizzo del Viminale, accusato di “inerzia” nel fornire dati comparativi che permettessero di “leggere” la situazione a Vicenza e Venezia. Ecco perché per i giudici, la privazione del diritto di presentare richiesta d’asilo non è una semplice inefficienza o un caso, ma il risultato di precise strategie. “L’assetto organizzativo prescelto - affermano - non è calibrato per assicurare, con continuità, il rispetto degli stringenti termini di legge”. Adesso al Viminale toccherà porre rimedio. Il Tar ha infatti condannato “il Ministero dell’Interno a porre rimedio alla situazione di inefficienza di cui in motivazione mediante l’adozione degli opportuni provvedimenti, entro il termine di 90 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della presente sentenza”. Da parte loro, le questure entro tre mesi dovranno ripristinare la legalità attraverso una riduzione progressiva dei tempi di attesa, lo smaltimento dell’arretrato e l’introduzione di “una gestione efficiente del procedimento di presentazione delle domande, facilitando l’accesso degli interessati agli uffici e garantendo la tempestiva raccolta delle manifestazioni di volontà di richiedere la protezione internazionale”. Tutto deve avvenire - sottolineano i magistrati - “nei limiti delle risorse strumentali, finanziarie ed umane già assegnate in via ordinaria e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Per le associazioni si tratta di sentenze importanti. E adesso la speranza è che “aprano un varco” perché la disfunzione, sottolineano, “non è territoriale, ma di sistema” e come riconosciuto dal Tar “assolutamente voluta”. Iran. Wall Street Journal: raid Usa-Israele colpiscono anche strutture con detenuti politici Il Dubbio, 24 marzo 2026 L’inchiesta del quotidiano americano parla di almeno sette siti danneggiati, tra cui Evin e complessi legati ai Pasdaran. Cresce l’allarme per i prigionieri politici e per almeno sei cittadini americani detenuti in Iran. I raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran avrebbero colpito anche strutture utilizzate dal regime per la detenzione di oppositori e prigionieri politici. A sostenerlo è un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui almeno sette siti riconducibili all’apparato carcerario e di sicurezza iraniano sarebbero stati danneggiati nel corso della campagna militare. Tra questi figura anche il carcere di Evin, alla periferia nord di Teheran, simbolo della repressione della Repubblica islamica. Secondo il quotidiano americano, le immagini satellitari esaminate mostrerebbero danni non solo a Evin, ma anche a un complesso dei Pasdaran a Kermanshah dotato di due centri di detenzione e al carcere di Marivan, nell’Iran occidentale, colpito indirettamente da un attacco vicino a una stazione di polizia. Il quadro che emerge è quello di una crescente esposizione dei detenuti, stretti tra la repressione interna e gli effetti dei bombardamenti. Evin torna al centro dell’allarme - Il carcere di Evin era già stato colpito nel giugno 2025 durante la guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele. Allora, secondo Reuters, un raid israeliano provocò la morte di almeno 71 persone, tra personale amministrativo, detenuti, visitatori e residenti dell’area. Israele sostenne di avere colpito il sito perché al suo interno si svolgevano attività di intelligence e controspionaggio, aggiungendo di avere agito con precisione per ridurre al minimo i danni ai civili detenuti. Ora, secondo il Wall Street Journal, i nuovi attacchi avrebbero riaperto quel fronte di rischio. Il quotidiano scrive che decine di detenuti del braccio 209 di Evin, gestito dai servizi segreti delle Guardie Rivoluzionarie, sarebbero stati trasferiti senza preavviso in strutture segrete. Le famiglie, riferisce il giornale, non saprebbero dove si trovino e temono che possano essere usati come scudi umani o comunque esposti a ulteriori rappresaglie. L’allarme sui detenuti politici curdi - A rafforzare il quadro di preoccupazione sono anche le informazioni diffuse da Hengaw, organizzazione curdo-iraniana per i diritti umani con sede in Norvegia. Secondo il gruppo, alcuni detenuti rinchiusi in strutture di sicurezza a Sanandaj sarebbero rimasti feriti e sarebbero stati ricoverati in ospedale dopo che i raid hanno gravemente danneggiato un complesso del ministero dell’Intelligence e la base delle Guardie Rivoluzionarie di Shahramfar. Queste informazioni, però, non risultano confermate in modo indipendente dalle principali agenzie internazionali. Il Wall Street Journal inserisce questi episodi in una cornice più ampia: quella di un sistema carcerario già fortemente segnato dalla repressione politica e ora esposto anche alle conseguenze della guerra. Il quotidiano sottolinea che i bombardamenti hanno seminato panico tra i detenuti e aggravato il loro stress psicologico, in un contesto in cui già si registrano scarsità di cibo, medicine e contatti con l’esterno. Sei americani in pericolo - Uno degli aspetti più delicati riguarda la presenza di cittadini statunitensi detenuti in Iran. Il governo americano non ha confermato ufficialmente il numero, ma la James W. Foley Legacy Foundation sostiene che siano almeno sei e che oggi corrano un “pericolo senza precedenti” proprio a causa dei raid e del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Reuters e AP hanno riportato questo allarme nelle ultime settimane. Tra i casi citati ci sono Kamran Hekmati, 61 anni, irano-americano detenuto a Evin e recentemente designato dagli Stati Uniti come wrongfully detained, e Reza Valizadeh, giornalista di 49 anni arrestato durante una visita ai genitori anziani in Iran. Sempre a Evin si trova anche Craig Foreman, detenuto insieme alla moglie Lindsay Foreman, condannati dalle autorità iraniane con accuse di spionaggio che Londra ha definito del tutto ingiustificate. Paura per nuovi trasferimenti e rappresaglie - Il vero timore, secondo le organizzazioni che seguono i casi dei detenuti stranieri e politici, è che l’inasprimento della guerra renda ancora più opache le condizioni di custodia. Il Wall Street Journal scrive che il caos generato dai bombardamenti, insieme all’evacuazione dell’ambasciata svizzera che funge da intermediario per gli Stati Uniti in Iran, ha lasciato molte famiglie senza informazioni affidabili sui propri parenti. In parallelo, Reuters segnala che il potere giudiziario iraniano ha annunciato l’esecuzione di pene e un irrigidimento generale verso persone accusate di disordini o collaborazione con il nemico, dentro un contesto di forte repressione interna che si è ulteriormente aggravato con la guerra.