Carceri italiane, il sovraffollamento cresce ancora di Luca Tremolada Il Sole 24 Ore, 23 marzo 2026 Lo stato delle carceri italiane si conferma di sovraffollamento: quasi il 90% degli istituti versa in tale situazione, con valori passati dal 134% di giugno 2025 al 138% di marzo 2026, delineando un andamento generale in crescita. La media nazionale nasconde singole situazioni ancora più gravi, con istituti che presentano valori di sovraffollamento prossimi al 250%, come quelli di Lucca e di Milano San Vittore, che rappresentano carceri con più del doppio dei detenuti rispetto alla loro capienza. Una delle cause è anche il numero di posti non disponibili, che riduce di molto la capienza effettiva di ciascun carcere e fa aumentare il tasso di sovraffollamento. Alla base del sovraffollamento vi è anche una scarsa attenzione alle pene alternative, alla riduzione dei reati per crimini lievi e alle politiche di reinserimento nella società dopo il periodo di detenzione, nonché alla riduzione del disagio nelle fasce più deboli. Creare nuovi decreti sicurezza, aumentando i reati e inasprendo le pene senza studiare come alleggerire l’attuale carico delle carceri, non può aiutare a risolvere il sovraffollamento, ma può solamente aggravarlo. Ciò che è necessario è accompagnare tali decreti con politiche di pene alternative e con una revisione dei reati minori, dare maggiore importanza alla formazione nelle carceri e offrire maggiore sostegno a coloro che vivono nelle fasce della società in cui è più probabile che vengano commessi reati, al fine di ridurne l’incidenza. All’inizio del monitoraggio, il tasso di sovraffollamento era poco più alto del 134%. Il 14 agosto sembrava essere stato raggiunto un picco, avendo il sovraffollamento sfiorato il 138%, attestandosi al 137.69%, ma attualmente siamo al 138.46% con un trend che sembra preludere a un aumento. Seppure le differenze sembrano minuscole, nascondono sempre delle persone: un aumento di circa 4 punti percentuali nel sovraffollamento carcerario da giugno a marzo significa che la quota di detenuti sopra la capienza è aumentata di 2000 individui in meno di un anno. Il 9 giugno del 2025 è diventato Legge il Decreto Legge 11 aprile 2025, soprannominato Decreto Sicurezza 2025, il quale ha introdotto norme urgenti per rafforzare l’ordine pubblico, la sicurezza urbana e il contrasto alla criminalità organizzata, intervenendo su codice penale e penitenziario, con nuove pene per rivolte, truffe ad anziani, occupazioni di immobili, materiale terroristico e uso di cannabis, ma di fatto aumentando i reati e inasprendo le pene. Data la fisiologicità del sovraffollamento dei penitenziari italiani è difficile ritenere che l’aumento del fenomeno sia da attribuire al decreto in questione, ma aumentare le occasioni in cui un individuo deve essere inserito in un carcere, senza approfondire la questione delle pene alternative, per questo o per gli altri detenuti, magari per crimini più lievi, non può che peggiorare la situazione. Un’ulteriore nota da segnalare riguarda il modo in cui lo Stato presenta i dati delle carceri al pubblico. Il Ministero della Giustizia pubblica schede separate per ogni istituto, suddividendoli in base a regione e provincia, impedendo quindi una visione unificata e più comprensibile del sovraffollamento carcerario a livello nazionale, a meno che non vengano progettati sistemi di scraping che scandagliano la pagina web del Ministero e ne estraggono le informazioni necessarie. Inoltre, nel periodo tra luglio e agosto - e forse proprio in conseguenza a questo preciso periodo dell’anno, il valore misurato sembra subire una grande variabilità, forse a causa del mancato aggiornamento dei dati da parte di alcuni istituti penitenziari. La mancanza di dati aggiornati si è riscontrata anche nel periodo tra ottobre e novembre, ma in questo caso il fenomeno è stato generalizzato: per circa un mese, i dati sulle carceri italiane sono rimasti fermi al 28 ottobre, per poi riprendere il 27 novembre. L’osservazione del carcere italiano può anche essere disaggregata a livello di singole carceri, sfruttando anche la loro posizione geografica, in modo da comprendere eventuali differenze tra le varie zone d’Italia. La mappa seguente mostra ogni singolo carcere colorato dal verde al rosso, dove il verde esprime una situazione di non sovraffollamento, mentre l’intensità del rosso mostra quanto un carcere versi in uno stato di sovraffollamento; dalla mappa si evince che le carceri lombarde siano quelle più in difficoltà, specialmente per quanto riguarda quella di San Vittore. In generale, il quadro che emerge mostra come la norma, in Italia, sia quella di avere istituti penitenziari sovraffollati: su circa 190 carceri sono meno di 25 quelle che non sono in uno stato di sovraffollamento. Scorrendo o cliccando su ciascuna osservazione si possono guardare ulteriori dettagli. A livello di singolo istituto, il 9 marzo 2026 vede il carcere di Lucca quello che presenta il tasso di sovraffollamento più elevato, attestandosi al 246%. Il carcere toscano è di piccole dimensioni, infatti presenta solamente 35 posti effettivamente disponibili, ma non deve far pensare che siano solamente le carceri modeste quelle più afflitte dal sovraffollamento, a causa delle ridotte dimensioni e quindi da un denominatore più piccolo nel calcolo del tasso: il carcere di Milano San Vittore, con 702 posti regolamentari e con ben 345 posti non disponibili, ha solamente 357 posti effettivamente disponibili, ma registra un numero di detenuti pari a 857, sfociando in un tasso di sovraffollamento del 240%. Come evidenziato precedentemente, il problema del numero di posti non disponibili sul totale dei posti regolamentari non è di minore importanza, bensì cruciale; nei giorni trascorsi il carcere di Lucca ha toccato il 254%, mentre quello di San Vittore il 244%. Non sono solamente i detenuti a pagare le conseguenze del sovraffollamento, con situazioni che sfociano nelle cure psichiatriche, nell’autolesionismo e nel suicidio, ma anche gli operatori degli istituti penitenziari, specialmente gli agenti delle Polizia Penitenziaria. Il numero di operatori è spesso inferiore rispetto a quello stabilito nell’organico e questo, spesso, si traduce in un numero di detenuti per agente elevato: questa misura esprime, teoricamente, quanti detenuti ciascun agente è tenuto a gestire. Il 9 marzo 2026, il carcere di Bollate registra 3.28 detenuti per ogni singolo agente, seguita dal carcere di Rieti che supera di poco i 3 detenuti per agente e da Pavia e Cremona che sfiorano di poco anche loro i 3 detenuti per agente. Chi è “quasi libero” resta invisibile: il lavoro che cambia davvero le regole del gioco di Maurizio Pratelli today.it, 23 marzo 2026 C’è un vuoto normativo che rischia di trasformarsi in un ostacolo concreto al reinserimento sociale. La Legge Smuraglia (193/2000) prevede incentivi per le imprese che assumono detenuti all’interno degli istituti penitenziari, ma non contempla alcun beneficio per chi offre lavoro a persone in misura alternativa al carcere - come l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Una lacuna significativa, soprattutto alla luce dei numeri attuali: a fine 2024, in Italia, le persone in misura alternativa erano circa 77 mila, contro poco più di 60 mila detenuti negli istituti di pena. Un dato che ribalta la percezione comune e pone una domanda cruciale: come accompagnare davvero queste persone verso una nuova vita? A Torino nasce una risposta concreta - e potenzialmente replicabile. Il lavoro come leva di cambiamento - Il progetto Impresa Accogliente, ideato e promosso dall’associazione La goccia di Lube ETS, si inserisce proprio in questo spazio lasciato scoperto, con un obiettivo chiaro: trasformare il lavoro nel vero gamechanger del reinserimento. Non si tratta solo di trovare un’occupazione, ma di costruire un percorso fatto di formazione, accompagnamento e relazioni con il tessuto produttivo. Per chi sconta la pena fuori dal carcere, infatti, avere un impiego rappresenta spesso la differenza tra il ritorno alla marginalità e un reale reinserimento sociale. Tra il 2024 e il 2025 il progetto ha seguito circa 100 persone, tra adulti e giovani coinvolti in procedimenti penali, accompagnandole nella ricerca attiva di lavoro. Gli inserimenti lavorativi sono passati dai 23 iniziali ai 30 attuali, segno di un modello che funziona e cresce. Il 2026 segna una fase di consolidamento e sviluppo. Grazie ai fondi 8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il progetto potrà continuare a operare con personale dedicato e rafforzare le attività di promozione e ricerca occupazionale. La novità più rilevante è l’avvio delle Borse Lavoro, uno strumento pensato per incentivare direttamente le imprese ad assumere persone in misura alternativa al carcere, andando di fatto a compensare - almeno in parte - l’assenza di agevolazioni previste dalla normativa nazionale. Le borse saranno intitolate alla professoressa Maria Teresa Pichetto, figura di riferimento per il reinserimento dei detenuti e fondatrice del Polo Universitario nel carcere di Torino. Il progetto, nella sua fase sperimentale, sarà sostenuto anche dalla fondazione dedicata all’imprenditore Giovanni Cottino e alla moglie Annamaria, oltre che da realtà come Banco Azzoaglio, Arcidiocesi di Torino e diverse imprese private. Uno degli elementi più innovativi di Impresa Accogliente è la capacità di creare una rete ampia e trasversale. Nel 2026 si rafforza il coinvolgimento delle associazioni di categoria e del mondo produttivo, con l’ingresso di nuove realtà accanto a quelle già attive sul territorio. Allo stesso tempo, restano centrali i partner istituzionali: l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Uiepe), il Centro di Giustizia Minorile e l’Agenzia Piemonte Lavoro, attraverso i Centri per l’Impiego. Si amplia anche l’offerta formativa, grazie alla collaborazione con enti specializzati, e si potenzia la ricerca attiva di lavoro con il supporto di agenzie per l’occupazione, in grado di facilitare l’accesso a tirocini e contratti nelle imprese. Il progetto prevede inoltre l’assegnazione dell’onorificenza “Impresa Accogliente” alle aziende che si distinguono per inclusione e responsabilità sociale, valorizzando modelli virtuosi e incentivando un cambio di mentalità nel mondo del lavoro. Parallelamente, l’associazione promotrice porta avanti un’azione istituzionale: sollecitare Governo e Parlamento a estendere gli incentivi della Legge Smuraglia anche alle assunzioni di persone in misura alternativa. Un tema già approdato nel dibattito locale, anche grazie a iniziative come quella promossa dalla presidente del Consiglio comunale di Torino, Maria Grazia Grippo. “Non si tratta solo di lavoro - sottolinea il presidente Adriano Moragli - ma di inclusione sociale, sicurezza e prevenzione della recidiva. Investire nel reinserimento di chi è quasi libero significa investire nel futuro di tutti. È qui che il progetto mostra la sua natura di vero gamechanger: spostare il focus dalla pena alla possibilità, dalla marginalità al contributo attivo nella società. Perché il reinserimento non è solo una questione individuale. È una scelta collettiva che riguarda sicurezza, coesione e sviluppo. E passa, inevitabilmente, da un’opportunità concreta: lavorare. Il Governo spinge il Decreto Sicurezza verso una stretta ancora più repressiva di Osservatorio Repressione contropiano.org, 23 marzo 2026 Il cosiddetto Decreto Sicurezza sta cambiando natura sotto i nostri occhi. Non è più un intervento mirato, né un insieme coerente di norme. È diventato un contenitore espansivo, dentro cui la maggioranza sta inserendo tutto ciò che può rafforzare un indirizzo politico preciso: estendere la capacità repressiva dello Stato. La quantità di emendamenti presentati è già di per sé indicativa. Non si tratta di correzioni tecniche o aggiustamenti marginali, ma di una vera e propria offensiva normativa. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati competono nel rilanciare misure sempre più dure, in una sorta di gara interna a chi riesce a spingersi più avanti nella torsione securitaria. Il risultato è un testo che perde qualsiasi equilibrio e assume una funzione chiara: trasformare problemi sociali, economici e politici in questioni di ordine pubblico. Uno dei terreni su cui questa trasformazione appare più evidente è quello dei CPR. Qui il salto è netto. Non siamo più di fronte a strutture amministrative, ma a spazi sempre più assimilabili a carceri, dove il diritto viene progressivamente piegato alle esigenze dell’espulsione. L’idea di incentivare economicamente gli avvocati che convincono i migranti ad accettare il rimpatrio rivela una concezione profondamente distorta della difesa: non più tutela dei diritti, ma ingranaggio di una macchina che ha un unico obiettivo, allontanare. Ancora più significativa è la proposta di spostare le visite mediche dopo l’ingresso nei centri. Non è una scelta neutra. Serve a evitare che condizioni di salute possano bloccare i rimpatri. In altre parole, la garanzia sanitaria viene ridotta a ostacolo da aggirare. Parallelamente, il decreto rilancia una delle narrazioni più funzionali alla costruzione del consenso: quella delle cosiddette baby gang. Anche qui, la risposta non è sociale ma penale. L’inasprimento delle pene per i minorenni, l’introduzione di aggravanti vaghe e facilmente estendibili, fino alla possibilità - mai del tutto abbandonata - di abbassare l’età dell’imputabilità, segnano un passaggio preciso. Non si interviene sulle condizioni che producono marginalità giovanile, ma si anticipa la soglia della punizione. Si costruisce il deviante prima ancora che il reato. La stessa logica attraversa le norme dedicate alle manifestazioni. Qui il messaggio è ancora più esplicito. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di sicurezza. L’introduzione di strumenti come le pallottole di vernice per “marcare” i manifestanti o le capsule al peperoncino per disperdere i cortei non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. La piazza diventa uno spazio da controllare, tracciare, neutralizzare. A questo si aggiunge un forte inasprimento delle pene per i danneggiamenti, con aggravanti automatiche quando le azioni sono collettive. È un passaggio decisivo, perché colpisce non il singolo comportamento, ma la dimensione stessa della protesta. Dentro questo quadro si inserisce anche un principio particolarmente rivelatore: chi si ferisce durante un’azione ritenuta illecita non ha diritto ad alcun risarcimento. È una rottura simbolica prima ancora che giuridica. Significa affermare che chi si oppone, chi protesta, chi entra in conflitto, perde ogni tutela. Non è più un soggetto di diritto, ma un corpo su cui il potere può esercitarsi senza limiti. Accanto alla repressione diretta si sviluppa poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella della sorveglianza. L’estensione dei sistemi di videosorveglianza anche in luoghi come asili nido e strutture per anziani, con l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale, segnala un passaggio ulteriore. Non si tratta più di controllare situazioni specifiche, ma di costruire un ambiente in cui la sorveglianza diventa permanente. La sicurezza si trasforma in osservazione continua, preventiva, diffusa. A completare il quadro, nuovi finanziamenti alle forze di polizia locale e l’estensione delle aggravanti a sempre più categorie professionali. Anche qui il segnale è chiaro: il diritto penale si espande, ingloba nuovi ambiti, diventa la risposta standard a ogni forma di conflitto o tensione sociale. Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro un contesto segnato dal progressivo arretramento del welfare, dalla precarizzazione del lavoro, dall’aumento delle disuguaglianze. Ma invece di intervenire su queste cause, il potere politico sceglie un’altra strada: trasformare l’insicurezza sociale in un problema di ordine pubblico. Non ridurre la paura, ma governarla. Il decreto sicurezza, in questo senso, non è una risposta alla crisi. È la sua gestione politica. Non produce più sicurezza, ma più controllo. Non rafforza i diritti, ma li restringe. Non affronta le contraddizioni, ma le sposta sul terreno della punizione. È qui che il nodo diventa evidente. Quando la sicurezza smette di essere una condizione materiale - fatta di lavoro, casa, servizi, diritti - e diventa una tecnica di governo, ciò che si costruisce non è una società più sicura. È una società più disciplinata. Più sorvegliata. Più diseguale. Decreto Sicurezza: fino a sette anni di carcere per chi ruba uno smartphone di Mariano Acquaviva laleggepertutti.it, 23 marzo 2026 Il nuovo decreto sicurezza inasprisce le pene per chi si appropria illegittimamente del telefono cellulare altrui. Le nuove disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica (d.l. 24 febbraio 2026, n. 23) varate dal governo hanno previsto un aumento delle pene per chi, con destrezza, sottrae “strumenti informatici o telematici”, inclusi i telefoni cellulari; grazie a questo inasprimento, chi ruba uno smartphone rischia fino a sette anni di carcere. La giustificazione di un trattamento sanzionatorio così rigido deriva dalla pericolosità della condotta: chi si appropria del cellulare altrui può accedere al conto corrente, alle carte prepagate e a ogni altro servizio di pagamento elettronico collegato al dispositivo, con un conseguente potenziale pregiudizio enorme per la vittima. Grazie al furto dello smartphone, inoltre, il ladro potrebbe rubare l’identità digitale della vittima accedendo ai vari social network. Insomma: si tratta di una condotta gravissima che la legge ha deciso di punire con pene molto severe, che vanno da un minimo di quattro sino a un massimo di sette anni, equiparando così il furto dello smartphone a quello commesso in abitazione oppure con strappo (art. 624-bis c.p.). Ma non solo: il furto dello smartphone è stato reso procedibile d’ufficio, con la conseguenza che la polizia potrà perseguire l’autore del crimine anche in mancanza della querela da parte della vittima. Bisogna tuttavia notare che il nuovo decreto sicurezza ha previsto questo particolare regime sanzionatorio solamente per il furto dello smartphone compiuto con destrezza, cioè facendo ricorso ad abilità, sveltezza o inganni tali da eludere la sorveglianza della vittima sulla sua cosa (nel caso di specie, sul cellulare). È il classico caso del borseggiatore il quale, grazie alla sua abilità e discrezione, riesce a sfilare il portafogli o lo smartphone dalla tasca della vittima senza che questa neanche se ne accorga. Di conseguenza, non può essere punito con la reclusione sino a sette anni chi ha rubato uno smartphone lasciato incustodito dalla vittima oppure da costei smarrito. La condotta costituirebbe ugualmente reato, ma sarebbe punita con pene più miti e solo a querela di parte, cioè previa denuncia della vittima. È appena il caso di specificare che il nuovo decreto sicurezza ha previsto lo stesso trattamento sanzionatorio dedicato al furto dello smartphone anche a quello compiuto “agendo con destrezza su mezzi di pagamento anche elettronici, documenti di identità, strumenti informatici o telematici […] o su denaro o beni di valore tale da determinare un danno patrimoniale di rilevante gravità”: dunque, anche il furto con destrezza di carte di credito o di altri strumenti di questo tipo è punito con la reclusione sino a sette anni. Referendum, affluenza boom. E per i sondaggisti l’esito è “imprevedibile” di Diego Motta Avvenire, 23 marzo 2026 Partecipazione al 46 per cento nel primo giorno di urne. Record al Nord, mentre il Sud arranca. Sicilia ferma al 35. Inevitabili le conseguenze Si vota ancora. Fino alle 15. E la prima indicazione sul referendum Giustizia è il boom dell’affluenza: 46,07 per cento alle ore 23 di ieri. Il dato, che è in costante aggiornamento, è pubblicato sul sito Eligendo del Viminale. La percentuale dei votanti ha superato quella di ogni altro referendum del terzo millennio con urne aperte due giorni e nei comitati e nelle stanze dei partiti hanno cominciato a fare i conti. Una così alta affluenza farebbe pensare a un tendenziale vantaggio dei “Sì”. Ma sul podio delle regioni con più partecipazione alle urne, però, ci sono l’Emilia Romagna (46,3%) e la Toscana (44,7%), storicamente “rosse” e quindi associate al “No”. In mezzo a loro, la Lombardia (45%), guidata dal centrodestra. Il senatore della Lega Claudio Borghi avverte: “Non bisogna farsi fuorviare dai sondaggi che girano. Sono fatti con metodi che nemmeno il pendolino di Mosca... Quindi non crediate che sia fatta”. Torniamo ai numeri. Primo dato: affluenza record. Secondo dato: Il Nord vota, il Sud molto meno con la Sicilia che si ferma al 35 per cento. Per i sondaggisti di Youtrend la situazione è “imprevedibile”. Una considerazione è però condivisa: con un’affluenza così alta, non si potranno sminuire le conseguenze politiche del voto: da una parte, una bocciatura o un rafforzamento del governo. E dall’altra un faro di vittoria per le prossime politiche o un macigno sulla strada del campo largo. La giornata di attesa è stata scandita dalle foto sui social dei politici alle urne e da qualche polemica nei seggi elettorali. Ecco la domenica di voto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha votato all’ora di pranzo a Palermo. Hanno già fatto il loro dovere di elettori anche i leader di partito: il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini a Roma in serata, di ritorno dal funerale di Umberto Bossi a Pontida. L’altro vicepremier e segretario di Fi Antonio Tajani a Fiuggi nel pomeriggio, mentre la presidente del consiglio Giorgia Meloni voterà poche ore prima della chiusura dei seggi. La segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del M5s Giuseppe Conte si sono presentati al seggio in mattinata a Roma. In qualche post, i politici hanno lambito il confine del silenzio elettorale. Lo ha fatto il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha pubblicato una sua foto al seggio con scritto: “Sì, ho votato”. Idem il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli: “Avete votato? Io sì”. Marina Berlusconi ha votato a Milano, nel primo pomeriggio: “È un’occasione che non possiamo farci sfuggire... La dedica è è agli italiani, sperando che prevalga il Sì per un’Italia civile democratica e moderna”. Qualche immancabile polemica qua e là. A Garlasco, in provincia di Pavia, la notte prima del silenzio elettorale - hanno denunciato Pd, M5s, Avs e i comitati per il No - sono stati strappati tutti i manifesti del No. Mentre il segretario campano di Forza Italia, Fulvio Martusciello, ha annunciato un esposto perché a Napoli sarebbero stati usati “pulmini del Comune per i disabili per portare la gente a votare No al referendum”. Meloni, il verdetto è politico: stabilità a rischio o volata finale di Alessandro De Angelis La Stampa, 23 marzo 2026 Con la vittoria al referendum il centrodestra potrà rilanciare le riforme, con la sconfitta cambia tutto. Il risultato comunque avrà un impatto sul governo, per come Giorgia Meloni ha menato le danze nella campagna elettorale. E per quell’insieme di incroci - tra racconto del “testo” e irruzione trumpiana del “contesto” - che ha prodotto una politicizzazione del voto. Lo avrà, a maggior ragione, con un’affluenza, come sembra, record. Più è alta la partecipazione, più il test diventa tutto politico. Che riguarda il “qui ed ora”, ma anche, in prospettiva, le prossime elezioni, tra un anno (di questi tempi è come dire dopodomani). Giorgia Meloni ha stra-ripetuto - e c’è da crederle - che, comunque vada, rimarrà a palazzo Chigi, ma la posta in gioco del verdetto è la “stabilità”. Ovvero: il principale asset di questi anni di governo. Si spiega così anche la grande attenzione della vigilia da parte dei media internazionali - Ft, Politico, Bloomberg - che, finora, hanno registrato un’”anomalia italiana” rovesciata rispetto alla sua storia: governo che dura, alleati poco riottosi, vincoli di bilancio rispettati, mercati tranquilli, consensi che non calano, neanche in un contesto piuttosto turbolento, tenuta, tutto sommato, rispetto al rapporto con l’Europa. Complice l’assenza finora di una reale sfida interna, la stabilità è il vero pilastro politico che ha definito la forza reale della premier. Fuori: rispetto ai suoi omologhi che, da Parigi a Londra a Berlino, se la passano assai peggio. Dentro i confini: dopo un decennio sull’ottovolante tra grandi entusiasmi e repentini tonfi, un paese stanco di avventure tutto sommato si è accontentato, fino ad oggi, di una stabilità, sia pur poco esigente. Perché, in verità, il governo non ha combinato un granché. Ecco, il voto di oggi è un test per capire quanto Giorgia Meloni è politicamente solida o se si apre una crepa. Non ci vuole una Cassandra per prevedere quale sarà il film, in caso di vittoria del sì. Gli stessi che, fino alla chiusura delle urne, blateravano che il governo non c’azzeccava nulla, diranno che è stato premiato il suo operato con postura baldanzosa, come sempre accade dopo lo scampato pericolo. E dunque: il popolo è con noi, avanti con le riforme. Ed è chiaro che, sulla scia di un voto percepito come la conquista della prima casamatta, si apre la fase dell’assalto alla verticale del potere: legge elettorale, in tempi rapidi, con l’idea di gestire, da una posizione di forza dopo il voto, il Great Game del Quirinale, che chiude il cerchio del potere in Italia. E chissà, magari il premierato. Il no, invece, sarebbe la prima vera sconfitta politica di Giorgia Meloni. Che, per le ragioni fin qui elencate - una campagna in prima persona, un governo da donna sola al comando - ricadrebbe, innanzitutto sulle sue spalle. Certo, magari per ammortizzare il colpo, si porrà il tema dei capri espiatori. E non è peregrino ipotizzare che la ricerca sarà indirizzata in direzione via Arenula. C’è solo l’imbarazzo della scelta tra quel testimonial involontario del no di Carlo Nordio, la sua intoccabile capo di gabinetto e il suo sottosegretario che stava in società con la figlia di un prestanome di un clan. Però il tema non sono le gaffe, i limiti e i comportamenti di una improbabile classe dirigente (che vanno ben oltre la vicenda del referendum) ma il rapporto della premier col paese. La sconfitta rappresenterebbe la fine dell’aura di invincibilità che le ha consentito anche di proteggere, col suo consenso personale, i limiti altrui. E, visto dall’estero, il primo smottamento politico vero, che ne normalizza e ridimensiona ruolo e immagine. Insomma, di tanto o di poco, un colpo al cuore del melonismo. Lo sarebbe per quel che rappresenta il tema dell’investitura popolare in quel mondo: per il “governo eletto dal popolo”, una volta che viene “bocciato dal popolo”, si pone il problema della coerenza e del che fare, in un repentino cambio di clima segnato dall’ansia. Lo sarebbe nel rapporto con gli alleati, nessuno dei quali è nelle condizioni di una rottura, ma certo finisce l’era in cui sono “usi obbedir tacendo”. Lo sarebbe in relazione al dossier internazionale, come prestigio ma anche come linea: il no è solo una vittoria dei giudici o il primo manifestarsi di un’onda contro Trump e chi lo ha assecondato con subalternità? Non sono questioni di poco conto. E qui si vedrà la stoffa di Giorgia Meloni, e cioè la sua capacità di ammortizzare il colpo con duttilità tattica e tenuta di nervi. In definitiva, la reazione: se si farà prendere da una sindrome da ultima spiaggia al punto da valutare, come sostiene qualcuno, l’ipotesi del voto anticipato, qualora finisse la crisi iraniana. Lo schema, insomma, che fu impedito a Renzi nel 2016. Oppure se, davanti alla prima crepa, si metterà a fare un po’di politica, interpretando il segnale che arriva dal paese. La fine della monarchia potrebbe financo rappresentare un salutare bagno di realtà, per concentrarsi sul governo e sull’interesse nazionale. Non solo sul racconto per la curva, tra la ricerca di questo o quel nemico Quei referendum che hanno cambiato la storia di Gianni Oliva La Stampa, 23 marzo 2026 L’Italia è figlia del referendum: quando il 2 giugno 1946 si votò per scegliere tra monarchia e repubblica (e, contestualmente, per eleggere i rappresentanti all’Assemblea Costituente), il nostro Paese entrò per la prima volta a pieno titolo nella dimensione della “democrazia”. Voto per tutti, donne e uomini; una campagna elettorale libera, tanto accesa nei toni quanto plurale nelle proposte; il voto di ognuno espresso nel segreto dell’urna, al di fuori di controlli e pressioni; una partecipazione plebiscitaria, 25 milioni di votanti su 28 milioni di aventi diritto, l’89,08% (e negli archivi di molti Comuni si conservano le giustificazioni mediche - non richieste - mandate da chi non andò ai seggi perché malato). Era l’Italia uscita dalla retorica del Ventennio e dalla tragedia della guerra, che nella partecipazione esprimeva un antifascismo esistenziale prima ancora che politico. Riconosciuto nella Costituzione come strumento per abrogare una legge (art. 75) o per confermare una riforma parlamentare del testo costituzionale (art. 138), il referendum ha riempito di consultazioni questi 80 anni di storia repubblicana: con quello di oggi siamo a 84 referendum (compreso quello del 2 giugno), di cui 77 abrogativi. Alcuni hanno proposto quesiti assurdi per il loro tecnicismo, come quello del 16 aprile 2016 relativo alle concessioni per l’estrazione di idrocarburi dalle zone di mare entro 12 miglia dalla costa marina, o quello del 12 giugno 2020 sull’eliminazione del “pericolo di reiterazione del reato” dai criteri per disporre una misura cautelare. I cittadini devono essere chiamati ad esprimersi su materie rispetto alle quali hanno competenze o possono ragionevolmente acquisirle, non su aspetti che competono agli addetti ai lavori. Ci sono state però alcune consultazioni che hanno inciso profondamente sulla storia successiva. La più importante, sul piano dei diritti civili, è il referendum sul divorzio del 1974: promosso dal giurista cattolico Gabrio Lombardi, sostenuto politicamente dalla Dc di Amintore Fanfani e dal Movimento sociale, appoggiato dalla Cei, il quesito intendeva abrogare la legge Fortuna-Baslini che quattro anni prima aveva introdotto l’istituto del divorzio. Affluenza altissima (l’87,72%) per un tema che riguardava la vita di ognuno e un risultato netto, oltre ogni aspettativa: 59,62% contrari all’abrogazione. L’Italia figlia del boom economico e delle lotte sociali del ‘68-’69 si scopriva laica, emancipata dalle ingerenze del conservatorismo cattolico. Quel risultato fu di viatico alla legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza e anticipò l’esito di un altro tentativo di negare i diritti, quello del referendum del 1981, che contro le attese dei promotori confermò invece con larghissima maggioranza il diritto all’aborto. Nel campo delle scelte energetiche, determinanti sono stati i due referendum che hanno bocciato il nucleare: il primo nel 1987, dopo Chernobyl, che portò all’abbandono delle centrali esistenti; il secondo nel 2011 (post Fukushima) con il 94% di voti favorevoli a fermare il ritorno all’energia nucleare. Indipendentemente dalle ragioni del “si” e del “no”, è evidente che quelle consultazioni sono state decisive per orientare la strategia energetica del Paese. Un ulteriore settore significativo è quello che ha coinvolto i referendum relativi all’organizzazione politica: sull’onda lunga dell’indignazione per la corruzione di un sistema bloccato e corrotto e sulla spinta delle varie inchieste giudiziarie, sono state via via decise la preferenza unica nelle elezioni alla Camera dei Deputati (1991), l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti (1993), l’introduzione del sistema maggioritario nell’elezione del Senato (1993). Al di là dell’incidenza di ognuna di queste deliberazioni, il loro insieme ha contribuito a delegittimare e a smantellare l’esistente, senza però contribuire a creare condizioni nuove e migliori e dimostrando che lo strumento referendario ha un limite di fondo: il ricorso alla democrazia diretta è fondamentale quando si tratta di scelte che coinvolgono la coscienza dei singoli (il divorzio, l’aborto… magari in futuro il fine vita). Quando invece si tratta di organizzazione istituzionale o di normative specifiche il cittadino non ha strumenti e vota per “sentito dire” o, più spesso, non vota (dal 1997, solo il referendum sul nucleare del 2011 ha ottenuto il quorum): e quando il referendum è confermativo (come quello di ieri e oggi) rischia di trasformarsi in voto sul “contesto” anziché sul “testo”, come ha dimostrato la campagna elettorale di queste settimane. Condotte riparatorie e selettività del diritto penale nei reati contro la persona di Lucio Scotti* questionegiustizia.it, 23 marzo 2026 C’è una linea sottile, ma decisiva, che separa la giustizia dalla sua apparenza, e che rischia di essere oltrepassata ogniqualvolta il processo penale venga definito non attraverso un’assunzione di responsabilità, ma mediante una prestazione patrimoniale ritenuta “congrua” dal giudice, anche in assenza del consenso della persona offesa. In un recente procedimento di ampia eco pubblica, il GUP di Milano ha dichiarato estinto il reato di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite ex art. 612-ter c.p. per effetto di un’offerta risarcitoria pari a 25.000 euro. La decisione è stata assunta in applicazione dell’art. 162-ter c.p., istituto che consente l’estinzione del reato per effetto di condotte riparatorie ritenute congrue dal giudice, senza però attribuire al giudice alcun potere di imporre o subordinare tale esito all’attivazione di percorsi di giustizia riparativa, che restano rimessi alla volontarietà delle parti. L’assenza di una dinamica riparativa, a fronte della richiesta formulata dalla Procura e del dissenso espresso e motivato della vittima, non costituisce pertanto un’omissione, ma riflette i limiti strutturali della disciplina vigente. Tale impostazione solleva interrogativi che vanno oltre il singolo caso e chiamano in causa l’equilibrio complessivo del sistema penale. La vicenda, letta in una prospettiva rigorosamente garantista, non pone in discussione l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato, profilo che il giudice non è chiamato ad accertare in presenza di una causa estintiva del reato, ma interroga l’ordinamento, e in particolare il legislatore, sul modo in cui viene consentita la chiusura del conflitto penale. Formalmente, il provvedimento si colloca entro i confini dell’art. 162-ter c.p., norma che consente l’estinzione del reato a seguito di condotte riparatorie ritenute congrue, anche in assenza di accettazione da parte della persona offesa. Tale istituto, tuttavia, resta strutturalmente distinto dai programmi di giustizia riparativa introdotti dal d.lgs. n. 150 del 2022, che presuppongono volontarietà, consenso delle parti e mediazione qualificata, e che non possono essere imposti né surrogati da una prestazione patrimoniale unilaterale. È proprio questa separazione, e non una erronea applicazione giudiziale, a mostrare i limiti sistemici della disposizione se calata in un contesto normativo profondamente mutato, caratterizzato dalla progressiva emersione, a livello costituzionale e sovranazionale, di un paradigma relazionale della risposta penale. Nel quadro delineato dalla riforma Cartabia, che ha rafforzato gli strumenti di giustizia riparativa e valorizzato il coinvolgimento della persona offesa nella gestione delle vicende penali, emerge una tensione di carattere sistematico: nei reati contro la persona, e in particolare in quelli che incidono sulla dignità, sull’identità e sulla sfera sessuale, il danno non è riducibile a una dimensione economicamente fungibile, né può essere “compensato” prescindendo dal riconoscimento simbolico e relazionale della lesione subita. Non si tratta, evidentemente, di postulare un obbligo generalizzato di attivazione dei programmi di giustizia riparativa, né di sovrapporli indebitamente alle condotte riparatorie ex art. 162-ter c.p., ma di interrogarsi sul loro valore quale indice esterno di valutazione della congruità della risposta riparatoria, soprattutto nei reati che colpiscono beni personalissimi. Il revenge porn, più di altri illeciti, incarna questa tensione: la diffusione non consensuale di immagini intime non colpisce soltanto la riservatezza, ma incide sul diritto all’autodeterminazione sessuale, sulla reputazione, sulla libertà morale, tutti diritti che trovano copertura diretta negli artt. 2 e 3 della Costituzione, oltre che nell’art. 8 della CEDU, letto alla luce degli obblighi positivi degli Stati di approntare strumenti effettivi di prevenzione, protezione e risposta alle violazioni gravi dei diritti fondamentali. Come ripetutamente affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, la tutela della vita privata comprende l’integrità psicologica, l’identità personale e il controllo sulle informazioni intime, secondo un orientamento consolidato della giurisprudenza della Corte EDU in materia di tutela della vita privata e dell’integrità personale, anche in ambito sessuale e digitale[1]. In questa prospettiva, rilevano altresì l’art. 13 CEDU, sul diritto a un rimedio effettivo, e l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che impongono risposte statali non meramente simboliche o compensative. La congruità patrimoniale, se isolata da qualsiasi dimensione relazionale o responsabilizzante, rischia di ridursi a un criterio meramente quantitativo, incapace di misurare la reale riparazione dell’offesa. In questo quadro, la scelta di estinguere il reato mediante una valutazione di congruità esclusivamente monetaria, resa possibile da una disciplina che non consente al giudice di esigere forme di responsabilizzazione ulteriori, produce un duplice effetto distorsivo: da un lato rivela l’inadeguatezza dell’art. 162-ter c.p. nei reati contro la persona; dall’altro rischia di riproporre, in forma rinnovata, un diritto penale selettivo, nel quale la capacità economica dell’imputato diventa variabile decisiva per l’accesso a una “via di uscita” processuale, mentre alla vittima viene sottratto ogni spazio effettivo di partecipazione sostanziale alla definizione del conflitto. Il dissenso della persona offesa, pur non potendo assumere valore di veto né tradursi in un potere di interdizione della funzione giurisdizionale, non può essere degradato a elemento irrilevante quando è espresso in modo argomentato e coerente con la natura intima del bene leso. Il punto non è negare la legittimità delle condotte riparatorie, né mettere in discussione il potere valutativo del giudice, che resta insopprimibile e non delegabile, ma interrogarsi sul senso costituzionale di una decisione che, pur in presenza di un reato riconosciuto come tale, sacrifica la dimensione dialogica e responsabilizzante del processo, attribuendo al risarcimento una funzione surrogatoria e assorbente dell’intera risposta penale, anche quando la persona offesa afferma, in modo non strumentale, l’impossibilità di una piena monetizzazione del pregiudizio subito. Il quadro si complica ulteriormente se si considera che il legislatore ha ritenuto di escludere l’applicazione dell’art. 162-ter c.p. esclusivamente per il reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p., lasciando invece operante la causa estintiva per altre fattispecie che incidono in modo altrettanto grave sulla libertà morale, sull’identità personale e sull’autodeterminazione sessuale della vittima, come il revenge porn o taluni reati sessuali procedibili a querela. Una simile scelta selettiva solleva seri dubbi di compatibilità con l’art. 3 Cost., in quanto introduce una disparità di trattamento che, in assenza di una ratio legislativa esplicitata o desumibile dal sistema, appare difficilmente sorretta da un criterio di ragionevolezza, nonché con l’art. 2 Cost., nella misura in cui appronta livelli di tutela differenziati e incoerenti dei diritti fondamentali della persona offesa. Se la logica dell’esclusione è evitare pressioni risarcitorie o forme di monetizzazione della lesione, non si comprende per quale motivo tale esigenza sia stata ritenuta meritevole di tutela solo nel caso dello stalking e non anche in relazione ad altre violazioni gravi della dignità e della libertà personale. Alla luce di tali considerazioni, non è tanto l’interpretazione giudiziale dell’art. 162-ter c.p. a sollevare interrogativi di compatibilità costituzionale, quanto la struttura stessa della norma, nella parte in cui consente l’estinzione del reato sulla base della sola congruità patrimoniale della condotta riparatoria, senza attribuire al giudice strumenti per modulare qualitativamente la risposta in relazione alla natura del bene leso, nonché nella parte in cui esclude irragionevolmente tale meccanismo solo per il reato di cui all’art. 612-bis c.p. Tali profili appaiono problematici con riferimento agli artt. 2 e 3 Cost., nonché all’art. 117 Cost., in relazione agli obblighi derivanti dagli artt. 8 e 13 CEDU. Il rischio sistemico è evidente: se il precedente dovesse consolidarsi, il messaggio che il diritto penale finirebbe per veicolare è che la lesione di beni personalissimi può essere “sanata” senza confronto, senza riconoscimento e senza responsabilizzazione, purché l’offerta economica superi una soglia ritenuta adeguata dall’autorità giudiziaria. Un esito che, pur nel rispetto formale delle garanzie dell’imputato e delle prerogative del giudice, rischia di entrare in frizione con l’obbligo positivo dello Stato di proteggere effettivamente le vittime di violazioni gravi dei diritti fondamentali, come costantemente affermato dalla giurisprudenza convenzionale. È un modello che non rafforza la fiducia nella giustizia, ma la indebolisce, perché trasforma il processo in una procedura di liquidazione del conflitto, anziché in uno spazio di tutela effettiva dei diritti. Ed è proprio per questo che l’annunciata impugnazione della persona offesa non si presenta come una reazione emotiva o simbolica, ma come una contestazione giuridicamente fondata della nozione stessa di congruità, chiamata a misurarsi non solo con il quantum del risarcimento, ma con la qualità della risposta ordinamentale alla violazione di un diritto fondamentale. In gioco non c’è soltanto l’esito di un singolo procedimento, ma la direzione di marcia di un sistema che rischia, ancora una volta, di confondere la pace con il silenzio e la giustizia con il prezzo pagato per evitarla. Un sistema che consente di spegnere il processo senza attraversarlo rischia, così, di trasformare la garanzia in privilegio, non per effetto di una discrezionalità giudiziale eccessiva, ma per la scelta legislativa di affidare la chiusura del conflitto, anche nei reati contro la persona, a una risposta meramente patrimoniale e selettivamente modulata: una scelta che impone al legislatore, e non al giudice, di ripensare strumenti capaci di garantire una tutela effettiva delle vittime, senza ridurre la risposta penale a una mera liquidazione economica. [1] Cfr., ex multis, M.C. c. Bulgaria, ric. n. 39272/98, 4 dicembre 2003; Söderman c. Svezia, ric. n. 5786/08; Valiulien? c. Lituania, ric. n. 33234/07, 26 marzo 2013. *Avvocato del foro di Taranto Augusta (Sr). Tre detenuti morti in un anno, sotto accusa la gestione sanitaria del carcere di Agnese Siliato webmarte.tv, 23 marzo 2026 Dopo la morte nella Casa di reclusione di Augusta, sotto accusa la gestione sanitaria dei detenuti e le condizioni del sistema penitenziario. Un nuovo decesso scuote il carcere di Augusta, dove un detenuto di 41 anni, Francesco C, è morto mentre si trovava recluso. Si tratta del terzo caso nell’ultimo anno, un dato che riaccende il dibattito sulle condizioni delle strutture penitenziarie e sull’assistenza sanitaria garantita ai detenuti, in particolare a quelli affetti da disturbi psichiatrici. La Procura di Siracusa ha aperto un’indagine per chiarire le cause della morte e accertare eventuali responsabilità. I magistrati hanno disposto l’autopsia sulla salma, attualmente sotto sequestro. L’uomo, originario di Messina, stava scontando una pena complessiva di sei anni e otto mesi, con fine prevista nel 2034. Secondo quanto riferito dai familiari, l’uomo non avrebbe dovuto rimanere in carcere a causa delle sue condizioni di salute, ritenute incompatibili con la detenzione. La difesa aveva presentato più istanze per ottenere la sospensione della pena o, in alternativa, gli arresti domiciliari. Una prima richiesta era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Messina il 23 gennaio scorso, sulla base delle valutazioni sanitarie che non evidenziavano un’incompatibilità tra le patologie psichiatriche del detenuto e il regime carcerario. Nel frattempo, era stato avviato un percorso per valutare il trasferimento in una struttura residenziale più idonea, ma l’iter non si è concluso prima del decesso, avvenuto il 18 marzo nella casa di reclusione di Augusta, dove il detenuto era stato trasferito. I familiari, appresa la notizia, si sono recati immediatamente ad Augusta, senza però poter vedere il corpo, posto sotto sequestro. Denunciano di avere ancora poche informazioni sulle ultime ore di vita del loro congiunto e chiedono chiarezza su quanto accaduto. L’avvocato Giuseppe Bonavita, che assiste la famiglia, ha annunciato la valutazione di azioni legali per fare piena luce sulla vicenda. L’obiettivo è accertare se la morte potesse essere evitata e se vi siano state carenze nell’assistenza sanitaria. Il caso ha riacceso il confronto pubblico sulle criticità del sistema penitenziario italiano. In particolare, torna al centro la gestione dei detenuti con problemi psichiatrici, in un contesto in cui - secondo diverse testimonianze - le strutture sarebbero spesso prive di personale medico e strumenti adeguati. A intervenire nel dibattito è stato anche l’ex sindacalista della Polizia penitenziaria Sebastiano Bongiovanni, che ha denunciato una situazione di emergenza cronica all’interno degli istituti, tra carenze di organico, difficoltà nella gestione dei detenuti fragili e responsabilità crescenti a carico degli agenti. “Nel frattempo - dice Bongiovanni - quest’ultima morte si aggiunge a una lista che continua ad allungarsi, alimentando richieste di verità e giustizia da parte dei familiari e di chi chiede maggiore attenzione alle condizioni di vita nelle carceri italiane. Sulmona (Aq). L’ordine di servizio restrittivo sulla vita in carcere? “Arriva da Roma” di Mirko Mascioli rivieraoggi.it, 23 marzo 2026 Il carcere di Sulmona dove i detenuti, a seguito di un discusso ordine di servizio emanato alcuni giorni fa, starebbero chiusi per 20 ore nelle celle e prenoterebbero un giorno prima anche la doccia o andare a fare la socialità, indicando l’orario, è salito alla ribalta della cronaca penitenziaria nazionale grazie a una puntata di Radiocarcere condotta da Riccardo Arena e andata in onda giovedì 19 marzo scorso. “Che senso ha? Questa nuova organizzazione a cosa serve?”. Arena lo ha chiesto ai due ospiti Monia Scalera (Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Abruzzo) e Francesco Lo Piccolo (Direttore della rivista Voci di dentro e volontario nelle carceri abruzzesi). Una puntata che vi invitiamo ad ascoltare anche perché quello che emerge nel dibattito attivato dai tre è un qualcosa che lo stesso Arena ha definito “fantozziano”. Ma veniamo al dunque. La puntata inizia con il punto fatto da parte del conduttore della strutturazione del carcere Peligno. 40 sono i detenuti AS1, coloro i quali cioè sono stati declassificati dal regime di cui al 41bis, 376 detenuti AS3 quelli cioè macchiatisi dei reati di cui al 416 bis (Associazione mafiosa), traffico internazionale di droga etc. Qualcosa non torna nel numero visto che sono 666 i detenuti attualmente ristretti nel carcere ovidiano; troppo pochi gli agenti 237 per Monia Scalera ma sufficienti secondo Arena visto che la pianta organica (però non aggiornata a seguito dell’attivazione del nuovo padiglione) ne prevedrebbe 255. Una puntata, sentirete, piena di contraddizioni e a tratti surreale visto che si è arrivati addirittura a dire che l’ordine di servizio è stato sì prodotto ma non attuato, se non del tutto. Una puntata dove la Garante si è vestita di un duplice ruolo e cioè quello di difensore del diritto dei detenuti visto che degli stessi ha preso le parti descrivendo l’ordine di servizio effettivamente troppo restrittivo e dall’altro strenua difensore dei poliziotti penitenziari di stanza al carcere abruzzese costretti spesso ad operare da soli e in condizioni davvero impossibili stante i carichi di lavoro troppo eccessivi ai quali sono sottoposti. A dir la verità la Garante ha difeso anche il Direttore firmatario dell’ordine di servizio “inapplicato” e il Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria perché secondo lei non sono loro i fautori dell’ordine emanato e non applicato bensì Roma (ci piacerebbe capire chi). Detenuti che dovrebbero stare chiusi, che non potrebbero riunirsi nelle celle ma che si permettono di farlo finanche con la Garante stessa. Insomma una puntata tutta da ascoltare anche perché a detta degli addetti ai lavori falcidiata da molte contraddizioni. Oristano. Carcere al collasso: personale dimezzato e assistenza a rischio di Caterina Cossu La Nuova Sardegna, 23 marzo 2026 Una carenza di organico che fa venire i brividi: “Si stima che il carcere di Massama abbia bisogno almeno del doppio del personale. La situazione all’interno del penitenziario di Oristano attualmente non garantisce molti dei diritti fondamentali, come denunciato più volte. Per esempio, continua a mancare il costante presidio medico, la notte non è proprio presente. La situazione è molto preoccupante”. L’avvocato Paolo Mocci è il garante comunale per i diritti dei detenuti. Per lui, l’ultima forma di protesta messa in atto dai detenuti è solo l’ennesima di un lungo elenco giornaliero. Due detenuti giorni fa hanno appiccato un incendio, prima bruciando della carta. Poi sono passati alle lenzuola e infine al letto. Dove hanno trovato il materasso di gommapiuma e le lenzuola ignifughe, dunque hanno ottenuto come risultato una pericolosa intossicazione, oltre che a un caos e attimi di tensione. “C’è una carenza di organico certamente strutturale - conferma il segretario nazionale Consipe, Roberto Melis -. Episodi come questo sono purtroppo all’ordine del giorno e rafforzano quel che denunciamo da tempo: la situazione delle carceri in Sardegna è esplosiva”. I concorsi nazionali intanto hanno lasciato a casa tra le 300 e le 400 poliziotte idonee: “Ne vengono fatti degli altri, con la motivazione di genere - continua Melis -. Ci sono però tanti altri ruoli che le donne possono svolgere in un carcere maschile, come i piantonamenti in ospedale, la portineria, i varchi di accesso, le traduzioni, i ruoli di ufficio”. In questo modo, anche a Massama “i turni non sono mai da 8 ore, ma si va anche a 11 o 12 ore di fila. E ora con le ferie pasquali ma soprattutto estive si creerà un problema enorme nello stabilire i turni. C’è molta preoccupazione” racconta ancora Melis. Gli stessi problemi coinvolgono il personale sanitario, che non ha adeguati spazi per il riposo o si trova costantemente sotto organico. Riprende l’avvocato Mocci, dal fronte dietro le sbarre: “I detenuti non ricevono la prima visita all’arrivo, a volte anche a distanza di giorni. Non la ricevono quando tornano dai permessi, e talvolta è successo che avessero assunto sostanze fuori dal carcere, quindi si sono creati episodi di difficile gestione in carcere. Quando escono e rientrano poi, avrebbero avere diritto a una “zona di decompressione”, invece vengono catapultati nuovamente nella realtà carceraria, con tante difficoltà per le interazioni tra detenuti e con il personale di polizia”. Il problema maggiore è rappresentato da una particolare categoria di detenuti: “È stato fatto tanto clamore sul 41-bis ma sono i detenuti psichiatrici che ci mettono davvero in difficoltà - descrive Melis -. Non abbiamo la preparazione specifica che serve per rapportarsi con loro, spesso ci ritroviamo in situazioni limite”. Per Mocci, “il carcere non gli garantisce nemmeno il doppio binario dello scontare la pena, unito a un programma di cura e reinserimento sociale”. Rieti. Sabina Radicale: “Carcere sovraffollato, ma il primato sono i 3 agenti per ogni detenuto” sabiniatv.it, 23 marzo 2026 Giovedì 19 marzo contava 520 detenuti in 289 posti disponibili, con un affollamento del 180%; tuttavia questa è cosa nota, ormai accertata ed accettata; anche se questo ne fa uno delle carceri più sovraffollate (15° in Italia, 2° nel Lazio dietro Latina, 3° nelle regioni del centro Italia, ma solo perché al 1° posto c’è il piccolo carcere di Lucca dove attualmente sono indisponibili 24 posti sui 59 regolamentari). Sappiamo che a Rieti il personale degli agenti penitenziari è insufficiente, perennemente sotto organico, nonostante gli annunci di nuovi ingressi (ma non si dà altrettanto conto dei pensionamenti…); tuttavia la carenza di organici è anch’essa comune a tutt’Italia. Quello che non si sapeva, prima il quotidiano di Confindustria mettesse insieme i numeri e li confrontasse, è che a Rieti c’è la più alta percentuale in Italia di detenuti per agente previsto in organico: il rapporto è di 2,97 detenuti per ogni agente, ai primissimi posti nella classifica; oggi terzo dietro Cremona, qualche giorno fa secondo solo a quello dell’Istituto di Bollate. Ma si badi: era sì secondo, ma l’Istituto di Bollate è da decenni riconosciuto come “istituto modello”; con le parole dell’associazione Antigone “è finora stato assunto come esempio di un carcere che funziona: detenuti impegnati in attività lavorative, ricreative, scolastiche (di ogni ordine e grado)”; secondo Ristretti Orizzonti “si è affermato come l’eccezione che conferma la regola: un istituto capace di mettere al centro la rieducazione della persona, il lavoro e la responsabilizzazione dei detenuti. Un vero e proprio modello virtuoso capace di puntare alla funzione rieducativa che dovrebbe essere sottesa alla detenzione, evitando di concepire la pena come puro contenimento”. Non è quindi difficile immaginare che, con la coperta degli organici sempre corta, il DAP impieghi meno agenti laddove sono meno necessari perché lì a Bollate non si parla di “puro contenimento”. Non è però, temiamo, il caso di Rieti dove nonostante la abnegazione degli operatori le opportunità di trattamento sono ridottissime; dunque mentre a Bollate l’alto rapporto deriva da un sereno rapporto tra detenuti ed agenti, a Rieti l’alto rapporto è causa di meno sereno rapporto tra detenuti ed agenti. Evidenziamo che il tasso di 2,97 detenuti per ogni agente è sulla pianta organica, non sugli effettivi; se si calcolasse sugli agenti effettivi, il tasso sarebbe di 3,37! E se si parla di pianta organica, non è che si possa dire che è una situazione transitoria o che non si riescono ad assumere sufficienti agenti: qui si parla di quelli che è previsto che ci debbano essere. Quindi, per scendere da questo podio neppure basterebbe riempire l’organico degli agenti (anche se non mancano istituti sopra organico, per lo più a Sud ma - di poco sopra organico sono anche Arezzo e Civitavecchia): va abbassato il numero dei detenuti ed alzato l’organico. Ma in sostanza chi ha la “competenza” o l’influenza per agire su ciò? Non certo chi ci lavora, di certo chi (DAP o Provveditorato) da Roma decide. Ci sono possibili attori fra i due estremi? Ci sarebbero, sì: la politica e gli amministratori locali; ma non è da oggi che essi sembrano tenersi lontani dalle problematiche del carcere che è parte della loro città ed è anche da questa distrazione che dipende questo primato, che incide pesantemente su detenuti, agenti, operatori, rieducazione e - non ultimo - sicurezza. Modena. Sanità penitenziaria, formazione avanzata per gli infermieri che lavorano in carcere modena2000.it, 23 marzo 2026 Gestione delle emergenze e degli eventi critici: al via il nuovo percorso per aumentare sicurezza e qualità dell’assistenza. La formazione come leva per rafforzare sicurezza e qualità dell’assistenza sanitaria in carcere: è questo l’obiettivo del nuovo percorso di sviluppo professionale dedicato agli infermieri della Medicina Penitenziaria di Modena e Castelfranco Emilia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento Interaziendale di Emergenza-Urgenza, che ha preso il via nei giorni scorsi. Il percorso si inserisce in un progetto più ampio e condiviso di valorizzazione professionale e sviluppo delle competenze avanzate, pensato per rispondere alla complessità del contesto carcerario e rafforzare la sicurezza clinica e operativa. Le attività formative sono iniziate con un focus sulla gestione avanzata dell’arresto cardiaco, includendo l’utilizzo di dispositivi per la gestione delle vie aeree e dei farmaci in emergenza. Nei giorni successivi è stato affrontato un percorso di 20 ore destinato a medici e infermieri dell’emergenza-urgenza e basato su un approccio pratico, orientato alla gestione del trauma e degli eventi critici. “Quasi un anno fa, appena nominata questa direzione, eravamo in una situazione di grande criticità segnalata anche dai principali sindacati - sottolinea Mattia Altini, Direttore Generale dell’Azienda USL di Modena -, oggi guardiamo con maggior ottimismo a un contesto sempre complesso ma in cui abbiamo fatto passi avanti. La sanità penitenziaria fa parte del nostro sistema di welfare e l’investimento su di essa tramite la formazione avanzata e integrata del personale rappresenta un elemento strategico per garantire sicurezza, qualità e continuità dell’assistenza. Ringrazio dunque tutti i professionisti che stanno lavorando per fornire nuovi strumenti e nuove opportunità per i destinatari dei servizi ma anche per gli operatori. La collaborazione strutturata con il 118 e con il Dipartimento di Emergenza-Urgenza rafforza la capacità di risposta del sistema e conferma la volontà dell’Azienda di dedicare attenzione, risorse e competenze a un ambito molto delicato che richiede professionalità elevate e un approccio altamente specializzato”. “Questo progetto rappresenta un investimento concreto sulle competenze infermieristiche - dichiara Alessio La Monica, Dirigente delle Professioni Sanitarie della Medicina Penitenziaria e collaboratore della Regione Emilia-Romagna sui percorsi assistenziali di salute nelle carceri -; rafforzare le competenze avanzate significa garantire maggiore sicurezza sia per i professionisti sia per le persone ristrette, oltre a migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria”. Il progetto proseguirà nei prossimi mesi con ulteriori moduli e momenti di formazione avanzata, comprese simulazioni, per rafforzare prontezza decisionale, lavoro in team e integrazione con la rete dell’emergenza-urgenza. Sassari. Dal dolore per la perdita dei figli la forza di aiutare le detenute di Luca Fiori La Nuova Sardegna, 23 marzo 2026 L’associazione “La forza della vita Riccardo Simula” in campo per iniziative di solidarietà. Raccolta fondi in piazza, iniziative solidali, incontri in carcere e progetti per i giovani. Da cinque anni l’associazione dei genitori che hanno perso un figlio “La forza della vita - Riccardo Simula” è in prima linea a Sassari per trasformare il dolore in sostegno concreto. Sabato mattina, per il quinto anno consecutivo, il gruppo è tornato - come ogni 21 marzo - in piazza d’Italia con un banchetto informativo per la “Giornata dei figli in Paradiso”, appuntamento simbolico e di sensibilizzazione organizzato in occasione dell’inizio della primavera. In piazza sono state vendute piantine e vini della storica “Cooperativa agricola di Tissi” per raccogliere fondi destinati alle attività dell’associazione, tra cui l’organizzazione di un corso di autodifesa per studentesse e studenti delle scuole superiori. “Siamo qui - spiega la presidente Brunella Seghenzi - per far sapere ai genitori che vivono questo dramma che non sono soli. La nostra missione è accoglierli e aiutarli, attraverso il confronto con chi vive la stessa esperienza, ad alleviare il dolore. La condivisione alleggerisce”. Un impegno che negli anni si è strutturato sempre di più. Oggi attorno all’associazione ruotano circa una trentina di persone e oltre 25 famiglie seguite stabilmente. Nella sede di via Torino i genitori si incontrano ogni due settimane, affiancati da uno psicologo e da un consulente legale. “Molte persone - racconta Adelma Cassano - arrivano in condizioni molto critiche, spesso inviate anche da psichiatri. Il dolore resta, è incancellabile, ma insieme si impara anche a tornare a sorridere”. Accanto al sostegno diretto, l’associazione porta avanti anche attività sociali. Nei giorni scorsi, in occasione della festa della donna, è stato organizzato un incontro nella sezione femminile del carcere di Bancali con 22 detenute e con la garante delle persone private della libertà. “Con una premessa - sottolinea Brunella Seghenzi - che il carcere a vita ce lo abbiamo noi, che dovremo convivere per sempre con un dolore immenso. Chi è in carcere vive un momento di difficoltà ma ha comunque la possibilità di rifarsi una vita e noi cerchiamo proprio di essere di aiuto a chi sta provando a trovare un’altra strada”. Negli anni la “Giornata dei figli in Paradiso” si è arricchita di contenuti. Oltre ai momenti di condivisione e memoria, sono stati proposti anche corsi di rianimazione e disostruzione delle vie aeree, strumenti concreti che possono salvare vite. Non manca la dimensione simbolica, come il lancio dei palloncini verso il cielo, “il nostro modo di mandare un bacio ai nostri figli”. Tra gli obiettivi futuri c’è anche quello di istituire il 21 marzo come giornata nazionale dedicata ai genitori che hanno perso un figlio, mentre prosegue il lavoro per allargare la rete di sostegno anche fuori Sassari e raggiungere nuove famiglie che vivono lo stesso dramma. Cagliari. I genitori detenuti si trasformano in “Libri umani” per raccontarsi al pubblico sintony.it, 23 marzo 2026 I lettori possono prendere in prestito i libri umani per conversazioni faccia a faccia, promuovendo empatia e comprensione reciproca. Le persone sottoposte a regime detentivo nella Casa Circondariale di Uta si mettono a nudo e diventano libri umani; si raccontano senza filtri al pubblico in una Biblioteca vivente che nasce con lo scopo di abbattere stereotipi e pregiudizi. I lettori possono prendere in prestito i libri umani per conversazioni faccia a faccia, promuovendo empatia e comprensione reciproca. È questa l’essenza dell’azione TuttoMondo coordinata da Prohairesis nell’ambito di Liberi dentro per crescere fuori, progetto quadriennale selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Realizzata dagli esperti di ABCittà, l’azione prevede una rigorosa fase di preparazione, coordinata da Ulderico Maggi, che inizierà mercoledì 8 aprile con un incontro di presentazione e la costruzione della mappa dei pregiudizi insieme ai detenuti. Seguiranno quattro appuntamenti di formazione (8, 15, 22 e 28 maggio) volti a definire i titoli e le quarte di copertina delle storie che verranno narrate. Il culmine dell’iniziativa sarà l’evento pubblico previsto per giugno a Cagliari: uno spazio cittadino dove la comunità esterna potrà incontrare le persone detenute, favorendo un’immersione nella complessità delle loro storie e una presa di coscienza collettiva sul senso della rieducazione e dell’inclusione. Liberi dentro per crescere fuori mira così a trasformare il carcere da luogo di esclusione a spazio di rigenerazione culturale, mettendo al centro la dignità della persona e il diritto dei minori a un futuro libero dai marchi del passato. L’iniziativa si rivolge specificamente a genitori di minori, detenuti presso la Casa Circondariale di Uta o in misura alternativa, con l’obiettivo di preservare il legame affettivo con i propri figli e contrastare lo stigma sociale che spesso colpisce queste famiglie. Attraverso il modello interculturale All (ABCittà Living Library), riconosciuto dal Consiglio d’Europa, l’incontro biografico diventa uno strumento di coesione sociale: il libro umano narra un episodio della propria vita a un lettore che ascolta e pone domande, trasformando il pregiudizio in un oggetto culturale da decostruire attraverso l’emozione e la relazione uno a uno. La rete di partenariato del progetto comprende la cooperativa Elan (capofila), insieme a Panta Rei Sardegna, Solidarietà Consorzio, Exmè & Affini, Casa delle Stelle, la Direzione del carcere di Uta, l’Uiepe, il Comune di Cagliari, l’associazione Prohairesis e Aragorn S.r.l.. Parma. Carcere, una città nella città che ha bisogno di volontari di Raffaele Crispo gazzettadellemilia.it, 23 marzo 2026 Sono un operatore locale di progetto per un’associazione che si impegna a favore dei carcerati e dei loro famigliari, nella speranza e nell’attesa che qualcuno raccolga l’invito a diventare volontario in via Burla o per tutte le attività che circondano il pianeta carcere. È bene, sin dall’inizio, tenere presente che il dovere ed il ruolo del volontario non è solo quello di essere d’aiuto, ma, anche quello di creare un collegamento, un ponte tra i carcerati e la società. Pertanto, i volontari devono “informare” per creare una cultura dell’accoglienza e sensibilizzare su tali tematiche tutta la società. Il sottoscritto essendo credente, ha piacere nel dare speranza, ad offrire un aiuto ed intervenire nei casi in cui è più difficile ritornare a vivere con dignità tra la gente. Ma il volontariato è anche laico ed è sempre una sfida per tutti dare fiducia a quelle persone che hanno commesso un errore grave o lieve che sia. Tutti devono poter credere in una rinascita, di potercela fare e che impegnandoci si può costruire una seconda chance. Ma in passato, spesso il volontariato in carcere è stato visto come “scomodo”, così come dice Livio Ferrari che su tale argomento ha scritto tante pagine e che se pur non parmigiano conosce bene la situazione delle carceri italiane in qualità di fondatore della Conferenza Nazionale del Volontariato nella Giustizia. Per anni il mondo dei penitenziari è stato invalicabile per i volontari, i quali temevano di non essere graditi e di fare qualcosa di sbagliato; ma, fortunatamente ora questo volontariato è più organizzato e ha più strumenti. Gli assistenti volontari di tutte le associazioni presenti in carcere fanno di tutto per non deludere chi si affida a lore e per rimanere fedeli al proprio compito e alla propria missione. Continuerò nei prossimi articoli ad essere messaggero delle istanze dei detenuti e a far “informazione” perché solo rendendo trasparenti e conosciute le loro condizioni di vita si riuscirà a sensibilizzare quante più persone affinché prestino servizio a favore dei detenuti. Fossombrone. Nella bellezza di un’icona la libertà che esce dal carcere di Giorgio Paolucci Avvenire, 23 marzo 2026 Nella struttura di Fossombrone l’arte della scrittura sacra accompagna i detenuti in un percorso interiore di cambiamento. La storia di Damiano e Giovanni nel laboratorio “Luce dentro”. Nel buio della detenzione la fede e la bellezza possono accendere una luce che ridona speranza a chi vive in cella. Accade nel carcere di Fossombrone, nelle Marche, dove la scrittura delle icone è diventata la strada privilegiata per un percorso di cambiamento che ha coinvolto uomini condannati all’ergastolo. Le loro storie raccontano che fare i conti con il “fine pena mai” non ha significato rassegnarsi ma è diventato una sfida per provare a rimettersi in gioco. E ha contribuito a mandare messaggi positivi a chi vive “fuori”, a una società che guarda al carcere come un buco nero. Il passato di Damiano parla di reati gravi, di scelte sbagliate, di legami stretti con la mafia. “Fino a quando le forze dell’ordine mi hanno arrestato. Quel giorno ha segnato la fine di un’esistenza sbagliata, e oggi devo ringraziare per quel giorno. Questi 15 anni di detenzione sono diventati l’occasione per una profonda e radicale revisione della mia vita, e Dio mi è venuto a cercare e mi ha fatto compagnia”. Una tappa importante del suo percorso è stata l’incontro con i volontari del Rinnovamento nello Spirito Santo che gli hanno proposto di partecipare al Progetto Sicomoro, un’esperienza che mette a confronto le persone detenute con le vittime di reati analoghi a quelli da loro compiuti: un confronto vertiginoso, a tratti drammatico, che per Damiano ha significato fare i conti con il passato malavitoso, con i danni spesso irreparabili causati a tante persone ma anche con la possibilità di essere guardato come uomo desideroso di avviare un percorso di cambiamento. Poi è arrivato l’incontro con la scrittura delle icone, un’esperienza che lo ha segnato profondamente. “Quando si realizza un’icona si recuperano due aspetti che la vita in carcere sembra negare: la libertà e la bellezza. Sono in prigione, ma nessuna restrizione può impedirmi di sperimentare la libertà interiore che nasce dal sentirmi amato da Dio, abbracciato dalla Sua misericordia e guidato dalla Sua mano quando dipingo. I reati di cui sono responsabile mi hanno portato in questo luogo di restrizione, ma l’amore di cui sono oggetto mi rende libero. E la scrittura delle icone è diventata per me un’esercizio di imitazione della Bellezza divina che contemplo e provo a fissare sulla tavola. Nella scrittura iconografica il divino si affaccia nello spazio e nel tempo degli uomini, secondo una “prospettiva rovesciata” nella quale è Dio che si rivolge all’uomo”. L’esercizio della tecnica pittorica è accompagnato da un’esperienza di autentica ascesi personale fatta di preghiera, digiuno, silenzio, meditazione della Parola di Dio, momenti che accompagnano e nutrono le sue giornate. “Luce dentro” è il nome del laboratorio iconografico nato nel 2020 all’interno del carcere di Fossombrone e in cui Damiano trascorre le sue giornate: un nome che parla della novità portata da questa esperienza e della speranza che la alimenta. Il laboratorio è gestito dall’associazione Mondo a Quadretti in convenzione con l’area trattamentale dell’Istituto penitenziario marchigiano. Alle pareti e sui tavoli sono esposte icone che raffigurano il volto di Cristo, ritratti di Maria e dei santi, scene ispirate ai racconti della Bibbia. Sono opere eseguite con una padronanza della tecnica iconografica che ha raggiunto livelli di eccellenza e ha riscosso apprezzamenti fuori delle mura del carcere: 120 le opere cedute e donate a diversi estimatori in tutta Italia. Dal 29 marzo al 7 aprile, 40 tavole realizzate nel laboratorio verranno esposte nella mostra in programma a Mombaroccio (Pesaro) presso il santuario del Beato Sante. “Sarà un’occasione per fare apprezzare la qualità artistica maturata e per costruire ponti di dialogo tra la realtà carceraria e la società civile - spiega Giorgio Magnanelli, presidente della Conferenza regionale Volontariato e Giustizia, da 26 anni ingaggiato in un infaticabile servizio che si esprime anche con la pubblicazione del giornale Un Mondo a Quadretti, nel quale si affrontano le problematiche legate alla carcerazione e vengono valorizzate le esperienze culturali ed artistiche promosse dalla popolazione detenuta. Un’altra persona segnata indelebilmente dall’incontro con la tradizione iconografica è Giovanni, condannato all’ergastolo e che in carcere ha già trascorso 26 anni: aveva appreso i primi rudimenti durante la detenzione nel carcere bolognese della Dozza sotto la guida di Antonio Calandriello, il maestro iconografo che l’ha accompagnato anche dopo il trasferimento a Fossombrone, dove è diventato punto di riferimento anche per Damiano nel laboratorio “Luce dentro”. “Scrivere un’icona è molto più che un’esercitazione di tecnica pittorica - racconta -: è la modalità grazie alla quale entro in un rapporto profondo con il Mistero, lo riconosco come fonte della mia vita, sperimento la potenza della Sua misericordia, e nell’inferno della condizione carceraria posso ritagliarmi un angolo di Paradiso. Anche se il corpo è da molti anni prigioniero non mi considero un “sepolto vivo”, anzi, sto facendo un’esperienza di libertà interiore. È una consapevolezza che mi è stata consegnata dalla tradizione iconografica orientale, secondo la quale raffigurare nell’icona un personaggio della Rivelazione è come entrare in comunione con Dio, similmente a quanto avviene nella preghiera. Si sperimenta la Bellezza riconoscendo Chi ne è all’origine attraverso i tratti dipinti - anzi, scritti - dall’iconografo sulla tavola”. Giovanni attualmente si trova nel carcere di Rimini, vive in regime di semilibertà, spera di ottenere presto la libertà condizionale e sogna di aprire un laboratorio dove poter trasmettere i segreti di un’arte preziosa ma sempre meno coltivata. Nel 2015 ha consegnato nelle mani di papa Francesco un’icona realizzata insieme a Damiano e Pasquale (con cui ha condiviso per molti anni l’esperienza del laboratorio di Fossombrone), nella quale viene raffigurato Gesù-Buon Pastore che accoglie la pecorella smarrita, “una scena evangelica nella quale viene plasticamente riassunta l’avventura umana di persone come noi, persone che si erano perdute ma hanno conosciuto l’amore di Dio, e grazie a quell’amore hanno potuto ricominciare una nuova esistenza”. In occasione del Giubileo dei detenuti, il 14 dicembre 2025, Giovanni ha donato a papa Leone un’icona raffigurante la Sacra Famiglia. “Nell’omelia della Messa celebrata nella basilica di San Pietro, il Santo Padre ha pronunciato parole che sono un balsamo per l’esistenza di quanti vivono in carcere, e che alimentano la nostra speranza: “Nessuno vada perduto!”. Televisione. Questa sera a Spotlight “Viaggio nelle carceri italiane” rai.it, 23 marzo 2026 Nelle città, lontano dagli sguardi e dalle coscienze, esiste un luogo che non è soltanto fatto di mura e sbarre. È un confine. “Sbarre”, in onda lunedì 23 marzo e lunedì 30 marzo alle 22.30 su Rainews24, è un viaggio dentro il sistema penitenziario italiano, là dove si concentrano marginalità, fragilità e contraddizioni sociali. Un’inchiesta in due parti che intreccia testimonianze, dati e storie individuali per interrogare il senso stesso della detenzione oggi. I numeri restituiscono la dimensione dell’emergenza. Nel 2025, nelle carceri italiane si sono registrati 79 suicidi tra le persone detenute, un dato che rappresenta circa un terzo delle morti complessive in carcere. Parallelamente, si contano migliaia di episodi di autolesionismo ogni anno, segnale diffuso di un disagio strutturale. Il sistema penitenziario vive una condizione cronica di sovraffollamento: oltre 63.000 detenuti a fronte di circa 46.000 posti disponibili, con un impatto diretto sulle condizioni di vita e sulla tutela della salute. Tra le questioni più critiche emerge quella della salute mentale. Una parte significativa della popolazione detenuta presenta disturbi psichiatrici, spesso non adeguatamente trattati all’interno degli istituti, a fronte di lunghe liste d’attesa nelle Rems, strutture sanitarie destinate a persone con disturbi mentali autrici di reato, che in Italia sono circa 30, con una disponibilità limitata di posti. Accanto a questo, il tema delle dipendenze rappresenta una componente strutturale del sistema: una quota rilevante della popolazione detenuta è legata a reati connessi agli stupefacenti o presenta problemi di tossicodipendenza. Nonostante il controllo, il consumo di sostanze all’interno degli istituti non scompare, ma si trasforma, contribuendo a un’economia sommersa e a ulteriori condizioni di vulnerabilità, marginalità e rischio sanitario. “Sbarre, viaggio nelle carceri italiane tra sovraffollamento, diritti e storie dimenticate” di Stefano Maria Bianchi, scava in questo spazio rimosso, interrogando una domanda essenziale: il carcere rieduca, punisce o semplicemente nasconde? Perché il carcere, oggi, non è solo un luogo di detenzione. È uno specchio. E guardarlo significa guardarsi. Cinema. Michele Riondino protagonista del film su Beniamino Zuncheddu di Fabio Canessa La Nuova Sardegna, 23 marzo 2026 La Sardegna come un set. In un’isola che dimostra sempre più una vocazione cinematografica, i ciak non smettono di schioccare. I più recenti arrivano da Cagliari, per le riprese del film “Zustissia - Storia del più lungo errore giudiziario italiano” dedicato alla vicenda di Beniamino Zuncheddu, pastore di Burcei condannato ingiustamente a 33 anni di carcere per omicidio plurimo. Prodotto da Palomar, già dietro a tanti titoli di successo per il cinema e la televisione, il lungometraggio ha come protagonista Michele Riondino. Alla regia il cagliaritano Francesco Piras, al suo esordio in un lungometraggio dopo aver diretto apprezzati corti come “Il nostro concerto” (in cinquina ai David di Donatello), “Mammarranca” (vincitore di Visioni Sarde) e “Tilipirche” (selezionato per la Settimana della critica alla Mostra di Venezia). Il film è scritto da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, una sceneggiatura basata sul libro “Io sono innocente” firmato dallo stesso Zuncheddu insieme al suo avvocato Mauro Trogu e pubblicato due anni fa, dopo l’assoluzione, da De Agostini. Una drammatica storia di malagiustizia quella di Zuncheddu che nel 1991 viene accusato della strage di Sinnai, con tre allevatori uccisi e un quarto ferito gravemente. L’inizio di un incubo che sembra dover durare per sempre con la condanna all’ergastolo, fino a quando un giovane avvocato si interessa alla sua storia, legge gli atti, si rende contro di trovarsi davanti a un clamoroso errore e riesce nel 2021 a far riaprire il processo che porterà all’assoluzione con formula piena nel 2024. Le riprese dovrebbero andare avanti sino ad aprile, tra Cagliari e Burcei, con il coinvolgimento anche di molti figuranti dopo i casting fatti nelle settimane scorse. A proposito di selezioni di comparse si stanno svolgendo in questi giorni quelle per “Le scarpe nascoste” di Rolando Colla, regista e sceneggiatore svizzero con alle spalle lungometraggi presentati in grandi festival come Locarno e Venezia. In questo suo nuovo lavoro racconta l’emigrazione in Svizzera di una famiglia sarda alla fine degli anni Sessanta, proprio quando il movimento di estrema destra guidato dal politico James Schwarzenbach promosse un referendum contro gli stranieri nel territorio della Confederazione svizzera. Per le riprese nell’isola, previste da metà giugno nel Meilogu e nel Sassarese, la società Peacock Film, in coproduzione con la sarda Terra de Punt, ricerca diverse figure e i prossimi casting sono in programma domenica e lunedì a Sassari, all’hotel Grazia Deledda. Altri film saranno sicuramente girati in Sardegna nei prossimi mesi, ma al solito le produzioni mantengono il massimo riserbo su progetti in fase di preparazione o alla vigilia delle riprese. Tra le storie che presto potrebbero iniziare a prendere forma concreta con l’apertura di set nell’isola, desta particolare curiosità, tra quelli anche ammessi ai contributi finalizzati alla produzione di lungometraggi di rilevante interesse regionale, un progetto già annunciato da qualche anno dalla casa di produzione Vivo Film: “Tecnicamente dolce”, basato su uno script di Michelangelo Antonioni che il grande regista non riuscì mai a trasformare in un film. Ma accanto a film che attendono di essere girati, ce ne sono altri di registi sardi già pronti per l’uscita in sala o in fase di post produzione. Prevista prima dell’estate la distribuzione di “Quasi Grazia”, lungometraggio di Peter Marcias su Grazia Deledda ispirato all’omonimo libro di Marcello Fois e con la scrittrice premio Nobel interpretata, in tre diverse fasi della sua vita, da Irene Maiorino, Laura Morante e Ivana Monti. Tra gli altri titoli, pur con meno certezze sulla data di uscita, da ricordare “Alberi erranti e naufraghi” di Salvatore Mereu, “Videmortos” di Matteo Incollu e “Dal nulla” di Joe Juanne Piras. Il quartiere che “spacca” è quello che offre sogni: la rinascita di Pioltello di Elisa Campisi Avvenire, 23 marzo 2026 Da Cernusco a Pioltello, ecco come Tyson, “18 Carati” e Gianni - attraverso boxe, musica, cinema e tante altre attività - provano a trasformare la “fame di vita” dei ragazzi in riscatto sociale. Palazzoni di edilizia popolare e strade in cui le opportunità sembrano soffocate nel cemento. Un tessuto sociale ricco di culture diverse che convivono, ma povero di mezzi. È la tipica istantanea di una periferia urbana. Ma cosa succederebbe se in ognuno di questi luoghi, sorgesse una sorta di “ufficio delle ambizioni”, dove ragazzi che la società spesso mette in secondo piano possano riunirsi per progettare il proprio futuro, essere guidati da “dei fratelli maggiori”, trovare la loro possibilità di riscatto? La risposta a questa domanda prova a darla un gruppo di amici che è cresciuto insieme: Andrea Pasqualetti, 25 anni, - detto Tyson per la sua passione per il pugilato -, il coetaneo Gianni, il musicista, e il 28enne dal nome d’arte 18 Carati, il regista. Cresciuti a Cernusco sul Naviglio, nell’hinterland milanese, hanno fondato l’associazione Q3T, dal nome del quartiere Tre torri da cui tutto è iniziato intorno al 2018. Approdati ora a Pioltello, altra periferia a est di Milano, stanno provando a replicare il modello di inclusione sociale e valorizzazione dei giovani sperimentato nel loro quartiere di origine, quando “provare a salvare gli altri ragazzi è stato il modo migliore per salvare anche noi stessi”, spiega Tyson, che adesso a Pioltello ci vive pure. Che sia attraverso un paio di guantoni da boxe, un microfono in uno studio di registrazione, delle videocamere per raccontare il quartiere o un sacco per ripulirlo dall’immondizia, l’obiettivo è sempre dare la possibilità di “spaccare” nella vita, rompere quel blocco di cemento, per sé stessi, per le proprie famiglie e per gli altri adolescenti della periferia. “Abbiamo deciso di dare ai ragazzi ciò che noi non abbiamo mai avuto quando eravamo più piccoli e ci siamo dovuti costruire da soli, la possibilità di fare esperienze positive, di credere in una strada, nelle proprie qualità artistiche, in un lavoro futuro, in un percorso pulito, fuori dal carcere”, continua. Più sorrisi, più spazi di inclusione e aggregazione: è questa pressappoco la formula che portano avanti i tre amici, con il coinvolgimento di tanti altri che mettono a disposizione il proprio tempo e quello che sanno fare: “Io, per esempio, gestisco corsi di pugilato e la parte più organizzativa degli eventi, ma a Pioltello, e in particolare nella sua Piazza Garibaldi che abbiamo ripulito tutti insieme, sono diverse le attività e iniziative portate, come il calcetto e il basket, la festa di quartiere, il cineforum e la caccia al tesoro ad Halloween”. Insieme cercano anche di creare occasioni in cui i ragazzi possano esprimersi. Lo hanno fatto per esempio con un live musicale allestito durante la Festa Patronale, che ha permesso a giovani artisti emergenti della zona di esibirsi davanti a un pubblico di circa 500 persone. A raccontare quel momento è 18 Carati, il regista del gruppo, che dietro la videocamera ha imparato a osservare da vicino in primis le trasformazioni del quartiere in cui è cresciuto e a raccontarle in video e film che vogliono rappresentare senza filtri “la realtà della strada, che è un po’ sporca appunto, come un 18 carati”, ma con l’ambizione di trasformarla. Tra le immagini che gli sono rimaste più impresse a Pioltello c’è proprio quella di un ragazzino salito su un palco durante quella festa. Un 13enne senza mezzi, che fino a poco tempo prima faticava a trovare il proprio posto nel mondo, ma quella sera invece “ha preso il microfono e si è esibito con i suoi testi. Il suo è uno dei tanti esempi di riscatto vero che stiamo vedendo attraverso il progetto”, commenta. La “strada giusta”, spiega, può essere presa da ogni giovane se gli viene indicata, offrendogli dei modelli credibili da seguire. E il cambiamento interiore passa anche da gesti semplici, ma potenti. Come quando i ragazzi del quartiere, insieme all’associazione, si sono ritrovati a caricare furgoni e distribuire cibo, vestiti e coperte alle persone senza dimora. Non solo nelle periferie, ma anche nelle zone ricche di Milano. Un’esperienza, che ribalta le prospettive tra margini e centro, restituisce senso. “Sono piccole cose - conclude 18 Carati - ma dai loro sguardi capisci che grazie a queste opportunità stanno maturando”. A dare un altro esempio di questo percorso iniziato a Cernusco è infine Gianni, il musicista, che ricorda di quel ragazzo cresciuto nel quartiere Tre Torri con una disabilità e una forte chiusura verso gli altri: “Faceva fatica a creare relazioni, a sentirsi parte di qualcosa, ma piano piano con l’aiuto dell’associazione si è sbloccato e oggi è sempre circondato da amici. Questo, per noi, vale tutto”. Nel gruppo Gianni cerca di fare soprattutto questo, creare le condizioni perché anche altri ragazzi trovino la propria voce. “Quando hai 12 o 13 anni non è facile mettersi davanti a un microfono - racconta -. Ma se qualcuno ti accompagna, cambia tutto. Alcuni dei ragazzi coinvolti, oggi continuano a fare musica”. È il segno che qualcosa di buono ha attecchito, e non solo in quei ragazzi. “Tutto è nato da una necessità, ma aiutandoci reciprocamente e poi estendendo agli altri questo modo di fare abbiamo trovato un senso anche per noi stessi, una direzione”, ribadiscono i tre amici. Ora il progetto guarda avanti. Ora il progetto guarda avanti. Il 25 marzo è in programma la prima serata benefica a sostegno delle attività a Pioltello, nella sede milanese di Confcommercio. Acquistando una colomba artigianale, donata dalle migliori pasticcerie, si potrà finanziare l’arrivo di attrezzature sportive per i ragazzi del quartiere. Una parte sarà destinata poi alla distribuzione di vestiti, coperte e beni di prima necessità alle persone senza dimora. “Quello che stiamo costruendo qui non deve fermarsi”, conclude Tyson, che insieme ai suoi due “compagni di strada”, spera di usare questi fondi per trasformare la “fame” di vita delle periferie milanesi in un riscatto sociale, un ragazzo alla volta. Scuola e violenza, formiamo i genitori di Giusi Fasano Corriere della Sera, 23 marzo 2026 Sette docenti su dieci sono stati vittime, almeno una volta, dell’aggressione di un genitore o di un alunno. Fu in provincia di Lecce, nel dicembre del 2024. Un professore rimproverò uno studente sedicenne allergico alla disciplina e all’educazione. Il ragazzino reagì per interposto telefonino chiamando suo padre: “Vieni e spaccagli la faccia”, chiese. Sarebbe stato già troppo anche se tutto fosse finito lì. E invece il padre arrivò davvero, accompagnato dal figlio maggiorenne. Finì che il docente fu costretto a chiudersi in bagno e a chiamare il 112 mentre quell’uomo gli urlava improperi di ogni genere. Il prof quel giorno lasciò la scuola scortato dalla polizia locale. Il seguito di questa storia è dei giorni scorsi. Le indagini sono chiuse e quindi si fa più concreto il rinvio a giudizio per quel padre, ma il professore si è detto disponibile a ritirare la querela, e quindi chiudere la parentesi giudiziaria, davanti a un gesto di ravvedimento: delle scuse, un “mi dispiace, ho esagerato”, un “ho sbagliato, mi perdoni”. Niente. Parole mai pronunciate. Anche se in un primo momento l’uomo sembrava disponibile a scusarsi. Perché torniamo su quell’episodio? Perché è l’esempio perfetto del corto circuito insegnanti-genitori-studenti a cui assistiamo ormai un po’ assuefatti, data la frequenza allarmante delle aggressioni. Quasi fosse da mettere nel conto della professione il fatto che un docente possa essere malmenato, insultato, ingiuriato, minacciato, perfino maledetto, dai suoi studenti o dai loro genitori. Una possibilità tutt’altro che remota, come ci racconta “La tecnica della scuola”, testata specializzata che ha appena pubblicato l’esito di un sondaggio rimasto sotto traccia in questi giorni di Medio Oriente e referendum sulla giustizia. I numeri dicono che sette docenti su dieci sono stati vittime, almeno una volta, dell’aggressione di un genitore o di un alunno. Nel 90% dei casi le aggressioni sono state verbali e un quarto degli interpellati è stato aggredito via web, soprattutto attraverso i social e le chat. La violenza fisica - non è consolatorio, sia chiaro - riguarda “soltanto” il 5% dei prof. In mezzo a tutto questo si moltiplicano le iniziative antibullismo e (più in generale) antiviolenza nelle scuole. Incontri con forze dell’ordine, magistrati, testimonianze, approfondimenti. Insomma: formazione. Con la netta sensazione che in realtà la formazione più urgente e necessaria, sia quella per i genitori. Stato contro individuo: l’equilibrio necessario tra libertà e protezione di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 23 marzo 2026 Il destino della “famiglia nel bosco” è un caso che da mesi scuote e polarizza la politica e l’opinione pubblica, divise in due tronconi contrapposti incapaci di dialogare. Da una parte c’è chi vede nello Stato il guardiano necessario della tutela dei minori, dall’altra chi denuncia l’intrusione di un potere tirannico, convinto di potersi arrogare il diritto di stabilire come vivere, dove vivere e come educare i propri figli. È una vicenda che tocca corde profonde e antiche, che provoca reazioni scomposte, emotive, spesso radicali, perché in gioco non c’è soltanto una famiglia isolata tra gli alberi di un bosco abruzzese, ma qualcosa di più ancestrale: i principi stessi delle società moderne, il delicato equilibrio tra Stato e individuo, tra libertà e uguaglianza, tra natura e cultura. Chi è, in fondo, il “proprietario” legittimo dell’infanzia? I poteri pubblici, con il loro mandato di protezione, o la famiglia, con la sua libertà di educare secondo valori, culture, visioni del mondo, persino fantasie eccentriche e non conformi? La famiglia, come nucleo originario e pre-politico, luogo primario dell’esistenza umana, oppure lo Stato, in quanto garante dell’ordine civile e della formazione dei cittadini. Un dilemma filosofico che attraversa tutta la civiltà moderna, destinato a rimanere aperto. Jean?Jacques Rousseau, nell’Emilio, aveva colto il nodo del problema: la spontaneità naturale del bambino è un bene prezioso da preservare, ma l’educazione non può limitarsi a custodire quella purezza originaria, deve anche guidarla verso l’ingresso nella comunità degli uomini. Il sogno rousseauiano di un’educazione “naturale” non aboliva il legame con la società; al contrario, lo preparava. La tensione tra natura e socializzazione era già lì, al centro della modernità nascente. Per John Locke, il bambino nasce invece come una tabula rasa: è l’educazione a formarlo. Proprio per questo la famiglia assume un ruolo centrale, perché è il primo ambiente in cui si costruiscono le abitudini morali e civili. Ma Locke, pur teorico dello Stato liberale, non pensava affatto a una famiglia totalmente sovrana: l’educazione dei figli deve comunque preparare l’ingresso in una società regolata da leggi comuni. Il liberalismo ottocentesco ha però insistito con forza sul fatto che l’individuo deve essere protetto anche dalla pressione della maggioranza e dai tentacoli dello Stato etico. John Stuart Mill, nel suo celebre On Liberty, difende l’idea che la società debba tollerare stili di vita alternativi o minoritari, purché non producano danni diretti agli altri membri della comunità, l’originalità dei modi di vivere, sostiene Mill, non è una minaccia ma una risorsa per la libertà collettiva. Il principio si scontra però con un’altra tradizione del pensiero filosofico-politico, secondo cui la comunità ha il diritto e in parte il dovere di trasmettere i propri valori fondamentali alle nuove generazioni, rappresentando essa un bene superiore. Già nell’antichità Aristotele sosteneva che l’educazione dei cittadini non potesse essere lasciata interamente alla sfera privata, perché la città esiste proprio per formare uomini capaci di vivere insieme secondo una certa idea di bene comune. Tra queste due polarità si è sviluppata la storia dello Stato moderno: l’Illuminismo ha sacralizzato la ragione, trasformando il sapere scientifico e sociale nella misura del bene pubblico e l’Ottocento ha costruito la scuola come officina del cittadino, il luogo dove la società plasma se stessa attraverso le nuove generazioni. Ma con la stessa forza, dalla parte opposta, la tradizione liberale ha sempre difeso la famiglia come limite invalicabile all’ingerenza del potere politico, una frontiera morale prima ancora che giuridica: un luogo dove l’individuo deve restare protetto dalla mano dello Stato. Per questo quando un’autorità pubblica interviene nella vita familiare, come nel caso della famiglia Trevellion riemergono fantasmi antichi, si riaccende la paura atavica della polis che ingloba l’individuo, il sospetto che l’autorità pretenda di “fabbricare” un certo tipo di cittadino, disciplinato, conforme, addomesticato. Ma ogni volta che una famiglia rivendica il diritto di vivere in modo radicalmente divergente, riaffiora l’angoscia opposta: che l’infanzia, se confinata in un microcosmo privato, isolato e potenzialmente patologico, possa essere privata delle opportunità che la collettività considera irrinunciabili. L’istruzione, la socialità, la possibilità di scegliere un destino diverso da quello in cui si è nati. C’è poi un altro elemento che rende il caso emotivamente esplosivo: l’infanzia stessa. Il bambino rappresenta il punto più sensibile della nostra immaginazione morale. In ciascuno di noi l’infanzia conserva qualcosa di irriducibile, un frammento di identità primitiva e vulnerabile. Quando lo Stato interviene su un bambino in modo così netto, percepiamo quasi sempre una quota di violenza, al tempo stesso simbolica e concreta. Toccare quel nodo significa entrare in una zona delicatissima, dove la natura incontra la cultura, dove la famiglia incontra la legge, dove ciò che è più privato diventa improvvisamente politico. A tutto questo si aggiunge una tendenza evidente della nostra epoca: la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella scienza come guida morale. Non è più in discussione soltanto la fondatezza di un intervento specifico, ma l’autorità stessa di chi decide. Medicina, psicologia, diritto minorile - discipline nate per orientare razionalmente le decisioni collettive - vengono sempre più spesso percepite come linguaggi del potere, strumenti attraverso cui un’élite stabilisce ciò che è normale e ciò che non lo è. In un tempo in cui ogni sapere è contestato, ogni decisione tecnica rischia di apparire arbitraria. Lo abbiamo visto su scala globale durante la pandemia di Covid: la medicina, invece di essere percepita come bussola condivisa, è diventata per molti il simbolo di un dominio tecnocratico. Dentro questo clima culturale, ogni intervento dello Stato sulla vita privata diventa immediatamente sospetto. Non importa quanto sia circostanziato o prudente: verrà comunque letto come un abuso da alcuni e come una necessità da altri. Non sappiamo se la famiglia di Palmoli riotterrà la custodia legale dei figli oppure se i bambini saranno drammaticamente separati dai genitori. Ma l’intera vicenda mostra quanto sia difficile in una società libera tenere insieme diritti diversi e ugualmente legittimi. In casi come questo non esiste una soluzione perfettamente pulita, indolore, priva di traumi: qualunque decisione produrrà una perdita, un’ingiustizia percepita, un dolore. Le democrazie non vivono di certezze assolute, ma di equilibri fragili e continuamente negoziati. Tra i doveri di tutela dello Stato e la libertà degli individui non esiste una linea definitiva tracciata una volta per tutte. È in questo equilibrio difficile, continuamente rimesso in discussione dalla realtà, che risiede il senso della vita civile e il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche. Ma la tutela dell’infanzia è più preziosa dello scontro toghe-politica di Lorenzo D’Avack Il Dubbio, 23 marzo 2026 L’ordinanza del tribunale dei minori dell’Aquila, emessa in occasione della tragica vicenda della “casa nel bosco”, ha scatenato un ampio dibattito pubblico e politico sulla tutela dei minori, sul ruolo dei genitori e sul ruolo del diritto. La finalità della decisione giudiziaria, che trasferisce i figli in altra casa famiglia, allontanandoli dalla madre, è definita dal tribunale dei minori “protettiva”, con l’obiettivo di garantire il superiore interesse dei bambini. A Catherin Birmingam i magistrati contestano di violare l’obbligo scolastico dei figli e di avere un atteggiamento oppositivo, con contrasti crescenti, nei confronti del personale della struttura e degli assistenti sociali. L’ordinanza ha suscitato una condanna politica e sociale del provvedimento, tant’è che Giorgia Meloni ha richiesto di mandare un’ispezione al tribunale dei minori dell’Aquila, dato che, secondo la premier, “la decisione di allontanare la madre dalla Struttura protetta, allontanandola dai propri figli, può infliggere ai bambini un altro pesantissimo trauma”. In discussione è, dunque, il miglior interesse dei minori che, nella fattispecie, vede contrapporsi un giudizio culturale e giuridico sullo stile di vita della famiglia e la valutazione degli effetti negativi causati dalla separazione della madre dai figli e di un padre che, fino a poco tempo fa ai margini della vicenda, potrebbe ora essere recuperato dal tribunale come unico gestore della potestà genitoriale. È difficile nell’ambito di questo confronto dimenticare che questi bambini finora hanno sempre vissuto con i propri genitori, peraltro con una vita sociale poco sviluppata. Il che, se non è un bene, vuole anche dire, come osserva Massimo Ammaniti (Corriere della Sera, 9 marzo 2026), che se già quotidianamente si crea un legame intenso dei figli con i propri genitori, nel loro caso questo legame è sostanziale, unico, non avendo i bimbi altri adulti a cui far riferimento. Certo è che tutta la psichiatria infantile e il diritto di questi ultimi decenni hanno insegnato che l’allontanamento dei genitori dai propri figli può essere eticamente e giuridicamente una ultima ratio, giustificata in situazioni estreme, quando il genitore compie atti che cagionano un grave pregiudizio per il figlio (art. 330 c.c.). La stessa norma afferma che solo “per gravi motivi” può essere disposto l’allontanamento del figlio dalla casa familiare. Certamente è anche possibile richiamarsi agli stessi precedenti della Cassazione, che afferma che la pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale costituisce un provvedimento eccezionale quando altri non siano idonei a tutelare l’interesse prevalente del minore a crescere nel contesto familiare d’origine. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ebbe ad affermare (2007) che “laddove vi sia un legame familiare, lo Stato deve agire in modo tale da permettere che questo legame si consolidi e si sviluppi e deve assumere misure adatte a riunire i genitori e figli”. A parte le “scelte di vita” (la scuola, la inidoneità dell’abitazione e l’assenza di socializzazione) in cui vivevano i minori, nell’ordinanza non si riscontrano motivazioni tali da suscitare irreversibili pericoli per i bambini e consigliare il loro allontanamento dai propri genitori. Questa vicenda ricorda, forse più di altre, che la protezione dell’infanzia non può essere piegata al racconto pubblico del momento o ad un braccio di ferro fra politici e tribunali. Richiede, invece, un’autentica capacità di interpretare, far convivere fra loro norme che tutelano il benessere dei minori, che ancora non hanno voce. Forse non tutti si rendono conto quanto sia eticamente e giuridicamente complesso individuare il migliore interesse del minore, sebbene più volte menzionato da Convenzioni, Carte, regole giuridiche nazionali e internazionali. Quando intendiamo parlarne, gli interessi richiamati sono definiti in “astratto” e variano nei diversi contesti ambientali e culturali. È difficile definire in modo attendibile questo concetto, considerato che l’interesse del minore può essere valutato solo a posteriori. È bene tenere presente che definire con assoluta certezza il contenuto della nozione di favor minoris rischia di far perdere qualcosa della sua attinenza alla realtà sociale ed etica di quel momento storico e non consentire alla nozione l’arricchimento con nuove letture non contemplate nelle concezioni tradizionali di quel momento. Queste difficoltà possono solo condurre in caso di conflitto all’ideologia del giudice e a una giurisprudenza casistica che manipola e adatta norme vigenti, mai pensate alle necessità del momento. Da El Salvador vengono fatti sparire con la forza cittadini espulsi dagli Stati Uniti La Repubblica, 23 marzo 2026 Lo si apprende da un rapporto di Human Rights Watch. Persone detenuti in isolamento per 23 ore in centri di massima sicurezza senza processo. El Salvador ha sottoposto alcuni cittadini espulsi dagli Stati Uniti a sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie senza rivelare dove si trovino o portarli davanti a un giudice, secondo un rapporto di Human Rights Watch pubblicato qualche giorno fa e rilanciato dalla Reuters. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, che ha sede a New York, 11 salvadoregni erano tra gli oltre novemila loro connazionali deportati dall’inizio di gennaio 2025 sotto la presidenza Trump. Non è stata presentata nessuna prova. Né gli Stati Uniti né El Salvador hanno presentato prove che i cittadini di El Salvador detenuti siano davvero membri di bande criminali. Ad affermarlo, dunque, è solo l’amministrazione statunitense. Del resto, il governo di El Salvador non ha risposto alla richiesta di un commento rivolto dalla Reuters sul rapporto di Human Rights Watch. Nello stesso tempo, il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha dichiarato lo stato di emergenza nel marzo 2022, che è tuttora in vigore, che ha generato la dura campagna di arresti di massa e di sospensione dei diritti ad un processo. La legge contro gli alieni, cioè i nemici. “La presidenza degli Stati Uniti - ha detto Juanita Goebertus, direttrice di Human Rights Watch per le Americhe - dovrebbe smettere di gettare le persone nel buco nero del sistema carcerario di El Salvador”. Trump ha evocato addirittura l’Alien Enemy Act del 1798, “Legge sugli alieni nemici” che autorizza il presidente a mettere in galera e a espellere cittadini stranieri provenienti da nazioni nemiche, durante periodi di guerra. È l’unica legge rimasta in vigore, dal 1798, e che nel tempo ha sollevato numerose controversie costituzionali. La legge si applica a tutti i maschi, compresi i ragazzini di almeno 14 anni, che sono cittadini o sudditi di una nazione considerati in guerra contro gli Usa. Nessuno ha mai incontrato un giudice o un avvocato. Human Rights Watch ha intervistato 20 parenti e avvocati degli 11 salvadoregni deportati tra metà marzo e metà ottobre 2025 e subito incarcerati. È stato accertato che nessuno di loro era stato portato davanti a un giudice o aveva avuto la possibilità di contattare la famiglia. Alcune delle 11 persone coinvolte sono state inviate in El Salvador assieme a 252 venezuelani, trattenuti in un centro di detenzione di massima sicurezza, noto come Cecot. Un centro di super massima sicurezza dove l’isolamento dura 23 ore al giorno. Cecot è una struttura destinata a detenuti violenti. Vige la regola dell’isolamento fino a 23 ore al giorno per un periodo di tempo indefinito. I detenuti negli alloggi di super-massima sicurezza hanno contatti minimi con il personale e gli altri detenuti, come dicono le stesse guardie carcerarie. Le assurde deportazioni senza nessuna condanna. Secondo Human Rights Watch, solo il 10,5% delle oltre novemila persone deportate dagli Stati Uniti in El Salvador dal gennaio 2025 è stato condannato negli Usa per un crimine violento o potenzialmente violento. Le deportazioni di venezuelani verso El Salvador ordinate da Trump hanno suscitato forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani e hanno dato origine a una battaglia legale.