Il carcere non è più espiazione, è logistica e stoccaggio di corpi di Sabrina Panarello agenparl.eu, 22 marzo 2026 Il sistema carcerario italiano sembra ormai aver smarrito la sua funzione rieducativa per trasformarsi in una gigantesca operazione di logistica giudiziaria. I detenuti, spogliati della loro identità, finiscono per diventare il contenuto dei depositi di una giustizia che non sa più, o non vuole più, gestire ciò che ha prodotto. Non si tratta di espiazione della pena, ma di puro accatastamento. Celle sovraffollate come unità di carico, dove l’umanità viene compressa in attesa di una scadenza che, nel piano ideale della Costituzione, dovrebbe restituire alla società uomini e donne pronti a riappropriarsi del proprio ruolo civile. In questo stoccaggio forzato, invece, il tempo diviene un peso morto, un’occasione di riscatto sprecata specialmente per chi - in attesa di giudizio o vittima di errori giudiziari e procedurali - abita quegli spazi senza una condanna definitiva se non ingiusta. È in questo limbo della custodia cautelare che il fallimento si fa sistemico, ponendo interrogativi che la classe politica non può più eludere. È la logistica del dolore: un investimento a perdere che, purtroppo, produce spesso recidiva invece di riabilitazione. Spendiamo cifre ingenti per finanziare passività e manchevolezze gestionali di queste strutture, ignorando che il valore non è solo nel “custodire”, ma nel ricostruire il legame spezzato tra l’individuo e la comunità. Perché la certezza della pena, quando va oltre ogni ragionevole dubbio, non deve mai trasformarsi in una condanna all’oblio civile altrimenti abbiamo perso tutti. Puntare davvero sulla funzione rieducativa, con meccanismi premiali di Pasquale Cardillo Cupo ilgraffio.net, 22 marzo 2026 Il sistema carcerario italiano vive una crisi senza precedenti che tocca ogni aspetto della giustizia penale, dalle condizioni disumane di detenzione agli errori giudiziari che costano milioni di euro alle casse dello Stato. I numeri parlano chiaro: al 31 gennaio 2026, nelle carceri italiane erano rinchiuse 63.734 persone a fronte di una capienza regolamentare di 51.271 posti, con un sovraffollamento che in 76 istituti penitenziari raggiunge il 150%, costringendo tre persone a vivere in spazi progettati per due. La situazione è drammatica e le conseguenze si misurano in vite umane: nel 2025 sono stati registrati 238 decessi tra i detenuti, un dato che evidenzia le condizioni critiche all’interno delle strutture penitenziarie. Ma il problema non si limita al sovraffollamento. Gli errori giudiziari rappresentano un’altra piaga del sistema: tra il 2018 e il 2024 si sono verificati 3.233 casi di ingiusta detenzione, mentre le sanzioni disciplinari ai magistrati sono state appena 5. Dal 1992 al 31 ottobre 2025, si sono registrati complessivamente 32.262 casi di errori giudiziari, con una media di quasi 949 innocenti in custodia cautelare ogni anno. Non basta dire che la giustizia ha funzionato quando dopo dieci anni una persona viene assolta. Quelle vite sono segnate per sempre, perché quando vieni arrestato fai cento prime pagine, quando vieni assolto c’è il trafiletto a margine del giornalino. I costi economici sono altrettanto allarmanti: dal 1° gennaio al 31 ottobre 2025, gli indennizzi liquidati per ingiuste detenzioni hanno raggiunto 23,85 milioni di euro, una cifra che testimonia l’entità del problema. Ma secondo l’esperto legale, il danno va ben oltre l’aspetto economico: Stiamo parlando di 500 mogli, probabilmente mille figli, mille genitori che vivono un disagio sociale e una stigmatizzazione che non si lava con l’acqua calda. La questione delle misure di prevenzione patrimoniale rappresenta un ulteriore elemento critico. Si può sequestrare il patrimonio di un imprenditore basandosi su sospetti, nominare un amministratore giudiziario che non conosce l’attività, e dopo 7-8 anni, quando si scopre che non ha fatto nulla di illecito, restituire un’azienda ormai morta. Il paradosso più grave riguarda la funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione ma completamente disattesa. Se una persona fa domanda per incontrare un educatore perché vorrebbe reinserirsi, la chiamano dopo sei mesi perché non c’è la figura professionale, spiega l’avvocato. Come può avere una funzione rieducativa una cella di 4 metri quadri con 10 persone? La mancanza di programmi di reinserimento efficaci si traduce in tassi di recidiva del 70%, mentre paesi come Norvegia e Svezia, che applicano modelli basati sulla rieducazione, registrano recidive inferiori al 20 %. Loro chiudono le carceri e aprono centri dove reinseriscono le persone, le obbligano a lavorare, insegnano un mestiere. Se le persone in carcere si sono impegnate, hanno fatto la scuola, il corso di panettiere, e alla fine della pena sono state inserite in un panificio con una famiglia e un lavoro, questo diventa un obiettivo di vita vero per chi vuole migliorarsi. L’alternativa è continuare a utilizzare le carceri come ‘scaricatori sociali’, perpetuando un sistema che non risolve i problemi ma li aggrava, con costi umani ed economici insostenibili per l’intera società. *Presidente Ass.ne Cesare Beccaria Giustizia, l’Italia sceglie. La partita dell’affluenza di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 22 marzo 2026 Era già stata brutta la campagna referendaria. Ma forse è finita peggio. Con scambio di accuse sui social, violazioni del silenzio elettorale inclusa quella del vicepremier Matteo Salvini, segnali allarmanti come il danneggiamento dell’auto del capo dell’Anm Parodi (un finestrino rotto). E persino minacce di morte al presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, postate sotto un suo appello al voto su Facebook. Ma da oggi la parola passa agli elettori. Alle sette le urne si apriranno per offrire a 45 milioni di elettori in Italia la possibilità di dire Sì o No alla riforma Nordio: quella della separazione delle carriere, del doppio Csm per soli giudici e soli pm, dell’alta l’Alta corte disciplinare, dei membri togati scelti per sorteggio “secco” e dei laici per sorteggio “temperato”, vale a dire estratti da una lista bloccata compilata dal Parlamento. Si vota oggi fino alle 23 e domani dalle 7 alle 15. In Veneto il voto referendario è stato accorpato alle suppletive per i collegi uninominali della Camera, lasciati liberi da Alberto Stefani e Massimo Bitonci (divenuti presidente e assessore regionale). Due poltrone per sette competitor in una sfida perlopiù interna al centrodestra e alla stessa Lega. Lo scrutinio avverrà subito dopo la chiusura. E saranno a quel punto calcolate anche le schede degli aventi diritto all’estero arrivate in Corte di Cassazione. I risultati dovrebbero arrivare in serata. Ciascun elettore avrà la possibilità di essere decisivo per la vittoria del proprio schieramento, giacché, non essendoci un quorum richiesto, basterà un solo voto in più per decretare il destino della riforma. Per questo i leader hanno lanciato appelli a recarsi alle urne forse più insistentemente che in passato, nelle precedenti tornate. L’incognita dell’affluenza è quella che più preoccupa comitati, partiti e sondaggisti che hanno affermato di doverlo considerare stavolta come l’algoritmo decisivo (bassa sembrerebbe favorire il No). Ma siccome il dato è ignoto, i sondaggi sono stati in bilico fino al momento del silenzio elettorale. Silenzio che è scattato alla mezzanotte di venerdì, ma che ieri è stato rotto da un post del leader leghista, Matteo Salvini su X: un Sì a caratteri gialli in campo blu. Il leader M5S Giuseppe Conte non ha parlato di elezioni ma, su Telecolor, ha attaccato il governo per “una cultura basata sul voto clientelare”. E criticato il ministro Nordio per l’idea di non far usare il trojan per le intercettazioni. Giorgia Meloni ed Elly Schlein hanno colto l’occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. La leader dem è stata alla manifestazione di Libera a Torino. La premier scrive un messaggio su X per rivolgere il pensiero “alle vittime innocenti e alle loro famiglie, che portano ogni giorno il peso di un dolore che riguarda l’intera Nazione”. E un ringraziamento a “chi ha sacrificato la propria vita” e agli “eroi silenziosi” che difendono la legalità. Quindi chiude così: “Il compito di non dimenticare e di portare avanti l’opera di chi ha sempre creduto in un’Italia più forte, più giusta e libera da ogni forma di mafia”. A irrompere nel silenzio le minacce a Fontana. “Sentirsi augurarsi la morte non può passare sotto silenzio”, ha dichiarato lui, sporgendo denuncia. Solidarietà dal presidente del Senato, FdI, Ignazio La Russa: “Nessun dissenso giustifica la violenza. Sono derive che avvelenano il dibattito”. Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, scrive direttamente a Fontana la sua “preoccupazione profonda per questa deriva per cui l’avversario politico non viene più visto come qualcuno con idee diverse, ma come un nemico da abbattere. È un clima che alimenta divisione e paura”. Per Fabrizio Figini, capogruppo FI in Regione, “la critica, anche dura, è legittima. Ma la minaccia è un atto intimidatorio che va perseguito”. “Piena vicinanza” anche dal capogruppo FdI in Regione Christian Garavaglia. “Solidarietà totale” anche dal capogruppo leghista, Massimiliano Romeo che confida “in una condanna trasversale”. Fino a sera non ancora arrivata. A Roma voteranno oggi Schlein, alle 11.30 all’istituto De Amcis-Cattaneo; Giuseppe Conte al liceo Virgilio; Carlo Calenda (Azione) alle 16 alla scuola Settembrini; Riccardo Magi (+Eu) alle 10 a Piazza Forlanini. Antonio Tajani (FI) a Fiuggi alle 16.30 e Nicola Fratoianni a Foligno, alle 11. Referendum, ora tocca ai cittadini: contenuti, incognite e posta in gioco di Marco Iasevoli e Danilo Paolini Avvenire, 22 marzo 2026 Dopo una campagna elettorale poco edificante, si va al voto oggi dalle 7 alle 23 e domani dalle 7 alle 15. Si decide su sette articoli della Costituzione riguardanti la magistratura. Il derby della politica è (finalmente) finito. Una delle peggiori campagne elettorali della storia recente cede oggi e domani il passo all’unico gesto che lascia davvero il segno: il voto dei cittadini. Con il referendum confermativo, si decide se dire Sì o No alla riforma costituzionale che porta un nome tecnico: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, e che nella sostanza incide sull’organizzazione della magistratura. Urne aperte oggi e domani - Possono votare tutti gli italiani che abbiano compiuto 18 anni (salvo le limitazioni previste dalla legge), con seggi aperti dalle 7 alle 23 di oggi e dalle 7 alle 15 di domani. Scheda verde, sotto il quesito due grandi riquadri per il Sì e il No. La matita non può fermarsi al centro tra le due opzioni. Insomma tertium non datur. Un referendum senza quorum - Il referendum confermativo, o costituzionale, è diverso da quello abrogativo, cui il Paese è più abituato. Nel referendum confermativo non c’è un quorum da raggiungere. Dunque l’unico modo per far valere la propria idea è andare alle urne, l’astensione non serve a far fallire la consultazione. In base all’articolo 138 della Costituzione, il referendum si sarebbe potuto evitare solo se nei due rami del Parlamento si fosse raggiunta una maggioranza dei due terzi nelle seconde votazioni. L’iter della riforma - L’iniziativa legislativa è stata del Governo. Il 13 giugno 2024 l’esecutivo ha depositato alle Camere la legge di riforma costituzionale. Prima firma Giorgia Meloni, seconda firma Carlo Nordio. Durante il cosiddetto “iter rafforzato” previsto dall’articolo 138 della Costituzione, con doppia lettura nelle due Camere, il testo non è stato modificato. Il 20 ottobre 2025 il Senato ha dato l’ultimo voto a un testo identico a quello proposto dall’esecutivo. Immediatamente a seguire sono partite le richieste di referendum, un test tra l’altro voluto anche dalla maggioranza. L’individuazione della data, nonché la formulazione del quesito, sono stati oggetto di ricorsi e controricorsi che alla fine non hanno inciso sulla data, ma hanno portato a cambiare la domanda che troveremo sulla scheda. Gli articoli della Carta cambiati - Sono sette in tutto. Ma i centrali sono tre. Con la modifica all’articolo 102 si “costituzionalizzano” le due carriere separate dei magistrati, quella dei magistrati giudicanti (i giudici) e quella dei magistrati requirenti (i pubblici ministeri). Con il nuovo articolo 104, quello in cui è inscritto il principio dell’autonomia e indipendenza della magistratura, si procede all’istituzione dei due diversi Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal capo dello Stato. In questo articolo si va a definire anche il cosiddetto “sorteggio asimmetrico”: i componenti laici vengono estratti da una lista votata dal Parlamento, per i componenti togati il sorteggio è integrale. Il nuovo articolo 105 passa le funzioni disciplinari a una istituzione nuova, l’Alta Corte disciplinare: anche in questo organismo, non presieduto dal capo dello Stato, vale il “sorteggio asimmetrico”. La separazione delle carriere e il doppio Csm - Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale al quale è affidato l’esercizio del governo autonomo della magistratura. Al Consiglio superiore spettano oggi “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. La legge costituzionale che ridisegna il Titolo IV della Costituzione nella parte dedicata alla magistratura, su cui si tiene oggi e domani il referendum, prevede la separazione delle carriere dei magistrati tra requirente e giudicante (cioè tra pubblici ministeri e giudici) e lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura. Prevede perciò la creazione di due Consigli superiori della magistratura, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. Le funzioni dei due Csm sono le stesse attribuite a quello attuale (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità, conferimenti di funzioni), tranne la giurisdizione disciplinare. Il sorteggio asimmetrico: filtrato dal Parlamento per i “laici”, integrale per i togati - Nell’assetto previsto dai costituenti, il Csm è presieduto dal capo dello Stato, che è di conseguenza uno dei membri di diritto del Csm. Gli altri due sono il primo presidente della Corte di Cassazione e il procuratore generale presso la stessa Cassazione. Gli altri 30 consiglieri sono 20 togati (appartenenti alla magistratura), eletti dai magistrati, e 10 laici eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari in materie giuridiche o avvocati con almeno 15 anni di professione. Anche la presidenza dei due nuovi Csm è attribuita al presidente della Repubblica. Cambia invece radicalmente la modalità di composizione. I membri “laici”, infatti, saranno estratti da un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con oltre 15 anni di esercizio della professione eletti dal Parlamento in seduta comune; i togati, invece, saranno designati per sorteggio tra i magistrati giudicanti e requirenti. Un sorteggio “integrale”, quindi, diverso da quello dei laici, che sarà filtrato dal Parlamento. Procedimenti disciplinari: la competenza passa a un’Alta Corte - La creazione di un’Alta Corte disciplinare è uno dei punti qualificanti della riforma costituzionale. I procedimenti sull’operato delle toghe - che oggi sono di competenza della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura - saranno affidati (sia per i giudici, sia per i Pm) a questo nuovo organo. L’Alta Corte sarà composta, qualora la riforma sarà confermata dall’esito del referendum, da 15 giudici: tre nominati dal presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno 20 anni di esercizio; tre estratti a sorte da un elenco di “soggetti in possesso dei medesimi requisiti”, che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione entro sei mesi dall’insediamento; sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte, con almeno 20 anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità. I giudici dell’Alta Corte durano in carica quattro anni e il loro incarico non può essere rinnovato. Sì e No, le argomentazioni - In estrema sintesi, e provando a stare nel merito: i fautori del Sì ritengono che la riforma sia il naturale completamento del Codice Vassalli e del cosiddetto “processo accusatorio”, rafforzando il principio del “giudice terzo”. Per il fronte del No la modalità di composizione dei due Csm e dell’Alta Corte rafforza la politica rispetto ai magistrati, indebolendone l’autonomia e l’indipendenza. La difficoltà nel comporre un quadro sta anche nel non conoscere le norme attuative, che saranno varate come leggi ordinarie entro un anno, in caso di vittoria del Sì. Significati politici e astensione - Meloni, Salvini e Tajani hanno detto che non si dimetteranno in caso di vittoria del No: tuttavia, è evidente che una sconfitta del Sì renderebbe più complesso il loro cammino verso le elezioni politiche del 2027, alla luce anche del contesto internazionale ed economico. Pd, M5s e Avs puntano sulla vittoria del No come collante della futura coalizione, ma se dovesse vincere il Sì Elly Schlein vedrà crescere la fronda interna nel suo partito. Carlo Calenda, che non avalla il campo largo e per ora vuole restare autonomo al centro, ha scelto il Sì. Matteo Renzi, che invece nel campo largo vuole starci, si è tenuto le mani libere indicando una sostanziale libertà di voto. Tutti, senza distinzioni, dovranno fare i conti con il dato della partecipazione, che si prevede basso: sarebbe un astensionismo ancora più grave e allarmante, trattandosi della Costituzione. Un progetto politico nel segno del comando di Mauro Palma Il Manifesto, 22 marzo 2026 Il Parlamento è stato di fatto esautorato dalla sua titolarità del confronto. Questa premessa riassume la connotazione culturale di cui la riforma è figlia. La disputa tecnica non ha significato se non si è in grado di leggere la valenza politica di questa riforma, in una fase densa di penalità securitaria. Nessun testo, in uno Stato laico è teoricamente esente dalla doverosa continua lettura di congruità con i mutamenti rapidi del presente. È invece una questione di rappresentatività effettiva di tale lettura e, quindi, del ruolo centrale da riservare al Parlamento quale luogo della rappresentanza della collettività che attorno a quella Carta si riconosce. Il Parlamento è il luogo del confronto e del dialogo, essenziali nella definizione dei principi, dei diritti, dei doveri e delle linee ordinamentali che la Costituzione esprime. L’esecutivo, in ogni ipotesi di nuove articolazioni o di emendamenti dell’esistente dovrebbe porsi di lato, non interferente: Pietro Calamandrei lo ricordava - e le sue parole sono state riprese anche in queste settimane - nell’ipotizzare perfino l’assenza del governo dai propri banchi quando si sarebbe trattato di discutere della Costituzione. Perché l’incidenza o la sovrapposizione del governo in questo ambito finiscono per determinare un disquilibrio implicito nella separazione dei poteri e nel loro bilanciamento come asse centrale di una democrazia. Eppure la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci oggi e domani ha di fatto esautorato il Parlamento dalla sua titolarità del confronto. L’iter seguito è stato connotato da una sovrapposizione governativa sulla possibilità di confronto parlamentare che sembra richiamare quella schmittiana prevalenza della decisione sugli “orpelli” che una dialettica democratica richiede con la separazione di ambiti e poteri e la scrupolosa centralità del rispetto delle regole. La centralità della decisione sulla riflessione e la discussione è stata all’origine delle votazioni di un Parlamento già abituato al silenzio di fronte all’iniziativa legislativa ormai assunta dall’esecutivo a suon di decreti e così estesa anche alle regole fondamentali, nonché alla volontà frettolosa di andare alla scadenza referendaria, con la certezza di una rapida conferma, quasi a risolvere un’incombenza aggiuntiva. Questa premessa non va letta come critica meramente procedurale, in fondo laterale e aggiuntiva rispetto alla centralità del dibattito, perché riassume invece la connotazione culturale di cui è figlia la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci: ne indica l’impostazione di sbilanciamento, indipendentemente dalla lettura tecnica dei singoli emendamenti. Infatti, apre alla sua specificità totalmente politica, così come totalmente politico è stato ed è il confronto in questa campagna referendaria: la traslazione effettuata, da parte della propaganda governativa, da quesiti modulati all’interno della giustizia penale a espressione sui limiti e sui poteri dell’esercizio della giustizia in sé, anche intervenendo pretestuosamente su casi di cronaca, è alla base di tale progressivo slittamento, volto a raccogliere consenso attorno a quelle disfunzioni del sistema della giustizia che nulla hanno a che vedere con quanto la riforma prefigura. Del resto, l’eventuale considerazione di un necessario maggiore allineamento del processo a quanto delineato dall’articolo 111 della Costituzione, che appartiene alle “norme sulla giurisdizione”, avrebbe richiesto un intervento sul processo stesso, ottenibile con legge ordinaria, e non sugli articoli della sezione precedente, quella di “ordinamento giurisdizionale”, modificando così la logica di mutua regolazione degli organi di controllo. Ma proprio questa incidenza era il “segno” che si voleva con la riforma. Debole è poi il tema, più volte avanzato, della ricerca di assoluta simmetria tra accusa e difesa, quale implicita piena applicazione di un sistema accusatorio, perché tale assolutezza non è in linea con quanto richiesto dallo stesso articolo 2 della legge delega per il nuovo codice di procedura penale del 1987, che dava criteri di forte avvicinamento nel nostro sistema a un’impostazione accusatoria, mai però identificando il ruolo della magistratura requirente come “avvocato dell’accusa”. Soprattutto indicava la parità delle parti in termini di opportunità, regole, accesso, mai negando il ruolo plurale del pubblico ministero, chiamato anche a individuare gli elementi di debolezza dell’accusa stessa. Sono temi, questi, di cui era bene discutere e che troppo spesso hanno trovato scivolamenti anche da parte di taluni che oggi rifiutano la riforma solo però temendo che diminuisca l’azione di controllo di legalità sui pubblici poteri, quasi che soltanto in ciò si attui il rendere giustizia. Sono temi che vanno affrontati senza cedimenti - che pure si sono visti - a pulsioni di scarso garantismo. Resta però una questione di fondo: la disputa tecnica non ha significato se non si è in grado di leggere la valenza politica di questa riforma, in questa fase densa di penalità securitaria e in questa rapida ricerca del consenso affermativo popolare. Stupisce che anche persone abituate a riflettere sulla valenza politica di ogni azione di rilevanza sociale, fino a riconoscere che la stessa sfera personale ha un significato strutturante sul piano politico, si possano trincerare dietro la disquisizione strettamente tecnica di ciò su cui siamo chiamati a esprimerci. Perché la tecnica quando cela la dimensione politica di ciò che siamo chiamati a leggere e valutare, di fatto finisce con l’assumere la funzione ancor più politica di conferma del potere. Se lo Stato colpisce gli “avvocati dei poveri” di Fabio Anselmo* Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2026 Il nostro governo ben si guarda dal dire di aver subito l’ennesima condanna dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul gratuito patrocinio e i ritardi biblici nei pagamenti. Come fanno i cittadini a difendere i propri diritti nelle aule giudiziarie se non hanno soldi da spendere? La legge dovrebbe essere uguale per tutti ma cosa accade a chi non è in grado di difendersi? La legge sul gratuito patrocinio prevede che sia lo Stato a pagare per loro, che si tratti di vittime dei reati oppure indagati, accusati di averli commessi. Lo Stato si fa carico - come deve - della tutela della loro difesa. Tantissimi sono gli avvocati abilitati al patrocinio a spese dello Stato. Il loro ruolo è fondamentale per la tenuta del nostro sistema Giustizia. Sono veri e propri eroi dei nostri tribunali. Lavorano quotidianamente per pochi soldi, perché le tariffe liquidate per la loro attività professionale sono a dir poco esigue. Così basse da ledere la loro dignità professionale e, in più, vengono liquidate con ritardi biblici e spesso pluriennali. Nessuno si occupa di loro perché non difendono certo i colletti bianchi, ma solo gli ultimi della scala socio-economica del nostro Paese. Il nostro governo ben si guarda dal dire di aver subito l’ennesima condanna dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo in tema di Giustizia, ma quella dell’11 dicembre 2025 concerne proprio questo specifico tema. Il gratuito patrocinio non funziona. Congruità delle somme liquidate e tempi di pagamento privano i cittadini bisognosi dell’effettività di una assistenza cui hanno diritto costituzionalmente garantito. “Si tratta di un vulnus - come afferma l’Unione delle Camere Penali - che incide, insieme, sulla dignità della professione forense e sull’uguaglianza dei cittadini nell’accesso alla giustizia”. Al di là della vergogna che possiamo giustamente provare di fronte alla necessità di dover subire una simil sentenza per affrontare un problema poco consono alla struttura moderna e democratica di uno Stato come il nostro, possiamo dunque ritenerci ora soddisfatti? Ebbene no! Ci pensa ancora il nostro governo a correre ai ripari con l’approvazione della legge di bilancio 2026. Con l’introduzione di questa meravigliosa norma tutte le somme liquidate agli avvocati in gratuito patrocinio per il loro lavoro di assistenza ai non abbienti nei processi, possono essere girate direttamente all’ufficio Agenzia delle Entrate nel caso in cui essi vi abbiano dei conti in sospeso. Si chiama Compensazione Coattiva. Con buona pace dei bisognosi di giustizia possiamo solo dire loro: “Amen”. *Avvocato Penalista A Torino in 50mila al corteo di Libera contro le mafie di Alberto Giulini Corriere di Torino, 22 marzo 2026 Don Ciotti: “L’omertà è uccidere la verità e la speranza”. Letti i nomi di 1.117 “vittime innocenti”. Nel capoluogo piemontese la 31esima edizione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” promossa da Libera. I familiari delle vittime: “Fame di verità e giustizia”. “I protagonisti sono i familiari delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa. L’80% di loro non conosce la verità. Il diritto alla verità è importante e fondamentale e per fare questo è necessario scuotere un pochettino di più ognuno per la propria parte, perché la memoria non può andare in prescrizione”. Così don Luigi Ciotti in piazza Vittorio Veneto, a Torino, a margine della manifestazione in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “L’80% - ha aggiunto - è un numero impressionante in Italia, culla della civiltà che non conosce la verità. Libera ha fatto del lavoro nelle scuole, nel territorio, nelle associazioni. Abbiamo varcato i confini perché Libera oggi è molto presente in tutta Europa. Libera è presente in America Latina, Libera è presente in 22 Stati dell’Africa. L’esperienza italiana quindi ha contagiato, ha contagiato positivamente. Ora bisogna però scuotere la gente, le persone. Ci sono dei momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo morale e una responsabilità civile. Noi di fronte la violenza, l’illegalità, la corruzione, le mafie non dobbiamo tacere. È una responsabilità educativa, culturale e di richiesta di politiche sociali. Grazie al lavoro di magistrati e di forze di polizia: molti li ricordiamo anche tra le persone uccise dalla mafia perché facevano bene fino in fondo la loro parte”. A Torino in 50 mila al corteo di Libera contro le mafie. Don Ciotti: “L’omertà è uccidere la verità e la speranza”. Letti i nomi di 1.117 “vittime innocenti” È stato il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, a iniziare la lettura dei 1.117 nomi delle vittime innocenti delle mafie del cui ricordo si celebra oggi, sabato 21 marzo, la giornata nazionale nel capoluogo piemontese. Ad alternarsi sul palco di Libera allestito in piazza Vittorio Veneto, nei primi minuti dedicati alla lettura dei nomi, tra gli altri, anche il presidente della Regione, Alberto Cirio, la procuratrice generale di Torino Lucia Musti, il procuratore del capoluogo piemontese Giovanni Bombardieri, oltre ai vertici territoriali delle forze dell’ordine. Attraverso una nota, Libera comunica che sarebbero più di cinquantamila le persone che hanno sfilato per le vie di Torino in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, alla presenza di oltre 50 familiari di vittime provenienti da tutta Italia. Il governatore Cirio: “Siamo orgogliosi ed emozionati” - “Oggi coroniamo un sogno. La Regione Piemonte ha accolto la suggestione di don Ciotti. L’abbiamo sostenuta. Abbiamo voluto che l’evento si svolgesse in Piemonte, a Torino, e adesso siamo orgogliosi ed emozionati”. Lo ha detto Alberto Cirio, presidente della Regione, durante il corteo contro le mafie promosso da Libera. “Ieri - ha aggiunto - abbiamo accolto e anche abbracciato fisicamente i familiari delle vittime innocenti delle mafie. Oggi è l’occasione per dire a tutti, e soprattutto a noi stessi, che la guardia deve essere tenuta altissima e che non bisogna mai girarsi dall’altra parte”. Il sindaco Lo Russo: “Torino è la storia dell’antimafia” - “Per Torino è una grande giornata. La mobilitazione è imponente, a testimonianza di quanto il tema sia nelle corde della nostra città”. Lo ha detto il sindaco, Stefano Lo Russo, durante il corteo promosso da Libera. “Siamo qui - ha osservato - a sfilare insieme a decine di migliaia di persone giunte da tutta Italia a testimonianza del forte legame che Torino ha con la storia dell’antimafia, con l’attualità dell’antimafia, e che vuole continuare ad avere”. Il pg Musti: “Noi siamo forza in questo momento” - “Don Ciotti riesce a muovere le masse, gli animi e le coscienze. Credo, quindi, che questa giornata sia un bel momento, un bel riconoscimento e io mi auguro che questo messaggio arrivi a chi deve arrivare, alle mafie, ma anche alle aree grigie che aiutano e sostengono le mafie imprenditrici”. Il procuratore generale di Torino, Lucia Musti, in corteo per la 31esima “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. “Un messaggio - ha aggiunto - che aiuti a scuotere le coscienze, ma che anche sia un segnale della forza: perché noi siamo una forza in questo momento”. Il procuratore Bombardieri: “L’impegno della società civile” - “Il contrasto alla criminalità organizzata passa anche attraverso l’impegno della società civile, e oggi vedere tanta gente insieme ai familiari delle vittime delle mafie è importantissimo: vuol dire che si comprende il significato e l’importanza di questo impegno”. Lo ha detto all’Ansa Giovanni Bombardieri, capo della procura di Torino e della Dda del distretto piemontese, presente oggi al corteo promosso in città da Libera. “Oggi è una giornata bella per questo”, ha aggiunto. I familiari delle vittime: “Fame di verità e giustizia” - Non sono parenti tra di loro ma si definiscono “sorelle e fratelli di sangue e di impegno”. Sono i familiari delle vittime innocenti di mafia che si sono dati appuntamento a Torino per partecipare alla 31esima edizione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” promossa da Libera. Sono loro ad aprire il corteo che fra poco sfilerà per le vie del centro del capoluogo piemontese fino a piazza Vittorio dove verranno letti i nomi delle 1.117 vittime. Sono loro, i familiari, ad aprire il corteo tenendo lo striscione che quest’anno recita, “Fame di verità e giustizia”. Indossano le magliette con stampate le foto, dei loro cari uccisi dalla criminalità, si abbracciano, si stringono a don Luigi Ciotti che all’arrivo li accarezza uno a uno e si unisce a loro. “Da figlia del clan a pentita: vivo nel terrore, mio fratello mi vuole morta” di Aldo Cazzullo Corriere della Sera, 22 marzo 2026 “Fui arrestata e tentai il suicidio, pesavo 44 chili. Poi incontrai la pm e le raccontai del bunker dello zio. Avevo 5 anni quando mio nonno sparì nel nulla. Fu allora che cominciai a respirare aria di morte. E la sua fu vendicata”. Giuseppina Pesce vive sotto falsa identità, in una località segreta. È figlia, nipote, sorella, moglie di ‘ndranghetisti. Peppe, il fratello di suo nonno, e Antonino, il fratello di suo padre Salvatore, sono stati i capi di uno dei clan più importanti, i Pesce. E lei li ha fatti arrestare tutti. Nel computer appare via zoom un volto che dimostra meno dei suoi 46 anni, e non ha nulla dello stereotipo della donna di mafia. In mano ha le bozze del libro che ha scritto con un giornalista coraggioso, attivista anti-ndrangheta, Danilo Chirico. Si intitola “La figlia del clan”, esce dopodomani. Signora Pesce, cosa ricorda della sua infanzia? “Da bambina non mi rendevo conto di nulla. Ricordo una famiglia numerosa, i pranzi della domenica in campagna, tavolate da 50 o 60 persone, una perenna atmosfera di festa”. Quando ha capito che la sua era una famiglia di ‘ndrangheta? “Avevo cinque anni quando mio nonno, il padre di mia madre Angela, sparì nel nulla. Seppi poi che aveva una storia con una donna sposata, e il marito lo uccise. Fino a quel momento eravamo, o sembravamo, una famiglia felice. Fu allora che cominciai a respirare aria di morte”. Cosa ricorda di quel lutto? “Mia mamma e mia nonne vestite di nero. I detti e i non detti. La curiosità ti porta ad ascoltare, anche se non potresti. Intuisco che c’è qualcosa di strano”. Poi ci fu un’altra morte... “Era il 1990, avevo undici anni. Una sera d’estate, al mare. Arrivano in casa nostra un po’ di persone, parlano con mio padre, ci riportano a Rosarno. Mia madre si mette a piangere in macchina, papà tenta di calmarla. La morte del nonno era stata vendicata, e mamma temeva una ritorsione sul fratello più grande, che era in carcere. Invece avevano ucciso il fratello più piccolo”. Cos’era successo? “Zio Pasquale aveva solo diciotto anni. Per me era come un fratello maggiore, dormiva con noi, giocavamo insieme. Gli sparò il panettiere che stava rapinando, ma quello non chiamò subito i soccorsi, forse aveva paura, rimase lì a guardarlo agonizzare, quando arrivò l’ambulanza era troppo tardi, mio zio era morto dissanguato. Mamma era caduta in depressione dopo l’assassinio del padre, si era chiusa in se stessa, si era allontanata da noi figli; però si stava un po’ riprendendo. Il colpo fu durissimo”. Chi le disse cosa era accaduto? “Nessuno. Lo scoprii il giorno dopo. Stavo giocando per strada con i miei fratelli piccoli, vidi una persona leggere il giornale e siccome ero una bambina curiosa andai dall’altra parte a leggere il titolo: “Ucciso Pasquale Ferraro”. Piansi. E me la presi con i miei genitori, che non mi avevano dato una spiegazione. Volevo partecipare al funerale, mio padre mi consentì di guardarlo dalla finestra”. A 14 anni lei fuggì di casa... “Con un ragazzo più grande di sette anni, Rocco Palaia. Mamma non c’era quasi più, era assente per la sua depressione. Volevo crearmi qualcosa di mio. Finite le medie avrei dovuto andare a scuola fuori dal paese, ma non mi fu permesso. Era il tempo dei primi amori, dei ragazzi che ti facevano la corte, e anch’io mi innamorai. I miei erano contrari, quel ragazzo non piaceva a mia madre; così facemmo la fuitina”. La fuga, con matrimonio riparatore... “Andai a vivere con lui, dai suoi. Passai dalla cameretta con le bambole alla casa di un uomo. Pareva un ragazzo normale, mi avevano messo in guardia che si drogava, ma io non ci credevo, pensavo fosse una scusa per non farmelo frequentare. Invece me ne accorgo subito. In dieci giorni viene fuori il suo carattere: gli dico che non voglio stare con sua madre, e lui offeso mi dà uno schiaffo. Da lì in poi fu un incubo. Rimasi incinta di una femminuccia. Lui si drogava, beveva, mi picchiava. Mio padre, che non mi aveva mai sfiorata, lo prese come un affronto: già mi hai portato via mia figlia, e la batti pure?”. Poi suo padre fu arrestato... “E mio marito non aveva più nessuno che gli facesse paura. Così mi lascia a casa con la bambina. Poi arriva il maschietto, infine un’altra bambina”. E lei ha un’altra storia d’amore... “Anni dopo, quando mio marito entrava e usciva dal carcere, e io ero rimasta sola, dopo che mia madre che si era trasferita a Milano. Così mi avvicino a una persona matura, Domenico, più grande di me di vent’anni, che mi aiuta con i bambini. Nasce una storia. Zio Vincenzo, il fratello di mio padre, mi fece capire con una battuta che ero stata scoperta”. Lei però nel libro racconta anche situazioni di privilegio, che le venivano dal fatto di far parte di una famiglia potente e temuta... “Feci un incidente d’auto. Correvo un po’ troppo, una signora anziana mi tagliò la strada, la scaraventai a terra, avevo paura di averla uccisa; eppure la gente del paese veniva a soccorrere me, che non mi ero fatta niente. “Cosa fate, andate da lei!” gridavo. Il giorno dopo ero al lavoro nel supermercato di famiglia quando mi dissero che stava venendo il figlio della donna. Pensai che avrei dovuto chiedergli scusa. Mi spiegarono che veniva a chiedere scusa lui a me: “Mia madre cammina come una pazza, stava rischiando di farti morire”. Ma no, ero io che aver rischiato di far morire lei! Però per il paese era un torto fatto ai Pesce. Era così ogni volta. Prenotavo una visita medica con un altro nome, e mi mettevano in coda; scoprivano chi ero, e mi facevano passare subito. Prenotavo un ristorante per un battesimo e non c’era posto, ma all’improvviso il posto spuntava fuori”. Nell’aprile 2010 la arrestano... “In realtà non avevo fatto niente. Lo dico sempre, ma non ci crede nessuno”. Se non avesse fatto niente non l’avrebbero arrestata... “Dico “niente” nella logica di un membro di una famiglia mafiosa. Per me essere moglie e figlia, star vicino a un familiare, non era reato. Non avevo mai capito cosa significa alimentare una cosca. Andavo a trovare gli avvocati, mio fratello, mio padre, mio zio, cercavo di fargli avere soldi in carcere. Mi pareva normale”. Come fu il carcere? “Durissimo. Non lo accettavo, non lo sentivo addosso, mi pareva qualcosa che non mi apparteneva. Combattevo contro questa cosa e mi facevo del male, sia psicologicamente sia fisicamente. Quando il tribunale del riesame confermò l’arresto tentai di uccidermi”. In che modo? “Con un lenzuolo feci una corda per impiccarmi in bagno, alla doccia. Salii su uno sgabello e mi lasciai andare nel vuoto. Ero disperata, non me la sentivo di affrontare quel percorso. Ma cadendo lo sgabello fece rumore, la secondina che si era appena allontanata tornò indietro, mi scoprì, gridò. Poi non ricordo più nulla. Mi sono svegliata che tutti urlavano, con la suocera di zio Antonino, il boss, che piangeva nella sua cella. Così mi trasferirono a Lecce”. Andò meglio? “No. Entro in depressione, tento il suicidio una seconda volta. Inizia il percorso di recupero. Mi portano a Milano, nel reparto psichiatrico del carcere di Opera. Un inferno vero e proprio. Un manicomio, con i matti veri. Mi allontanano dai figli. Chiedevo di vederli e non me li facevano vedere. Mi lascio andare, divento anoressica, rifiuto il cibo: se non posso più tentare il suicidio, l’unica cosa è morire di fame. Pesavo 44 chili, prima ero 61. Mi imbottivo di psicofarmaci, ricordo gli agenti con i guanti, le siringhe e certe megapunture: i detenuti svenivano e dormivano per tre o quattro giorni. Una situazione disumana”. In isolamento? “Sì. Ero accusata di 416 bis, avevo diritto a un’ora d’aria ma da sola, andavo in biblioteca da sola, se avevo bisogno del medico o del dentista chiudevano tutte le detenute, non potevo avere contatti con nessuno. La direttrice mi diceva: non prendertela con gli altri, la colpa è solo tua. Un giorno mi alzo e dico: vabbé, forse è meglio collaborare, trovare un modo”. Non aveva mai parlato con un magistrato? “Chiamavo il magistrato, pensavano volessi collaborare, invece chiedevo aiuto, dicevo che non avevo fatto niente; e il magistrato se ne andava. Poi per la prima volta ho incontrato la pm Alessandra Cerreti. Questa signora all’inizio mi faceva tanta paura. Arriva con l’aria arrabbiata e mi fa: “Che vuoi? Se hai qualcosa da dire sto qui, se no me ne vado a Milano a fare shopping”. Risposi: “Posso pure collaborare, ma io non so niente”. Era quello che pensavo: non davo peso alle cose che potevo dire. Ma per la pm già il fatto che una Pesce collaborasse con la giustizia era un grande successo, tutto quello che usciva dalla mia bocca aveva un valore. Mi disse che dovevo darle una cosa concreta”. E lei cosa le diede? “Le raccontai che mio zio aveva il bunker in casa. Ma questo per me era normale”. Com’erano gli interrogatori? “Quel giorno parlammo per quattro ore. In tutto furono dodici incontri, anche di nove ore. Cocaina, armi, furti, rapine: le cose venivano fuori”. Grazie alla sua testimonianza, i suoi familiari sono stati condannati... “Nel processo All Inside. Poi anche grazie alla mia collaborazione sono nati altri due processi, All Inside 2 e Califfo. L’ho fatto per i miei tre figli. Non stavano bene senza di me. Soffrivo io e soffrivano loro”. Nel novembre 2011 lei esce dal carcere... “Entro nel programma di protezione, vado a vivere da sola in un posto in cui non ero mai stata, con la prima figlia che ha già 14 anni, il maschio nove e la piccola tre. Volevano tornare a casa, si collegavano via Facebook con i familiari a Rosarno. Io sbagliai a farmi raggiungere da Domenico, il mio nuovo compagno. È una fase confusa, litigo con mia figlia, tutto quello che faccio va a rotoli. Così decido di ritrattare. Di non collaborare più. Pensai di tornare in Calabria. I Palaia mi trattavano bene, erano dolcissimi, mi riempivano di regali, mi assicuravano che sarei stata al sicuro. “Se vogliono farti del male devono passare sul mio corpo” mi diceva mio suocero”. È poi tornata davvero in Calabria? “No. Per fortuna. Perché sono certa che mi avrebbero ammazzata. Fatta sparire. Magari inscenando un suicidio. Per fortuna mi arrestarono prima”. Come mai? “Una settimana prima di tornare in Calabria accompagno mia figlia in Toscana, a fare un week end con un’amica. Siccome ero agli arresti domiciliari, mi arrestano per evasione. Così mi salvano la vita”. Come fa a essere certa che l’avrebbero uccisa? “Mio padre mi mandò a dire di non fidarmi di nessuno, di non andare da nessuna parte finché lui fosse stato in carcere. La famiglia di mio marito avrebbe ucciso Domenico, ucciso me, lavato il tradimento e recuperato i ragazzi. Ma questo lo scoprii solo dopo”. Ed è tornata a collaborare... “È stato quando ho visto mia figlia più piccola denutrita. Ho capito che aveva bisogno di me. La figlia più grande mi ha mandato a dire: mamma sto con te, ce la possiamo fare”. Nel libro lei scrive che a un certo punto sua figlia voleva diventare carabiniere... “È vero. Eppure fin da piccola il padre l’aveva educata all’idea che le guardie erano i nostri nemici. La cosa si seppe, uscì in un articolo. Solo che i parenti pensarono che l’aspirante carabiniere fosse il figlio maschio, e lo picchiarono, se la presero con lui, che non c’entrava niente. Non potevano reggere la vergogna di avere un familiare “sbirro”. Non è facile crescere in queste condizioni. I ragazzi guardavano un programma tv e chiedevano: cos’è la ‘ndrangheta? Rispondevano: è la famiglia di vostra madre, sono loro che comandano”. E lei li ha fatti condannare tutti... “Io ho detto solo e sempre le cose che sapevo. Cosa dovevo fare?”. Com’è stata la vita dopo? “Difficile. La prima fase, terribile. Il processo, le udienze, gli spostamenti, tre figli da iscrivere a scuola, mandare in gita… Hai una nuova identità, un nome che non è il tuo, non conosci nessuno. Poi con il tempo impari. Impari a convivere con il peso, a muoverti, a sostenerti da sola”. Qualcuno dei suoi si è mai fatto vivo? “Mai. Il padre dei miei figli scriveva lettere ai ragazzi, mandava fotografie. Ora non più. Ho scoperto che mia sorella è diventata mamma perché mio marito ha mandato ai figli le foto dei miei nipotini”. Se i Pesce la trovassero adesso? “Mio fratello mi ucciderebbe. Hanno intercettato lui e mia nonna che si dicevano: sono cose di famiglie, ce la dobbiamo vedere noi”. Adesso che età hanno i suoi figli? “La grande trentuno, il maschio 24, la piccola 20. Sono anche nonna, di una bimba di tre anni”. Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa? “Sì. Lascerei mio marito e mi rifarei una vita. Ci ho provato a lasciarlo, con una lettera; ma lui non mi ha risposto, l’ha girata a mio padre. Vivere una storia di nascosto con Domenico è stato un errore”. Collaborare è stata la scelta giusta? “Con il senno di poi, se ero più forte, forse riuscivo ad affrontare il processo da innocente e riprendevo la mia vita... Pensare che non rivedrò mai più la mia famiglia mi pesa. Un po’ mi manca”. La ndrangheta sarà mai sconfitta? “No”. Perché? “Perché arriva sempre una nuova generazione, che diventa sempre più furba. Già la famiglia Pesce era avanti. Non dovete immaginare i boss come delinquenti che vanno in giro con le armi ad ammazzare la gente. Riuscivano ad avere il potere e a fare i soldi sottraendosi sempre agli occhi dello Stato. Ne uscivano sempre puliti. Zio Nino non è stato scoperto, ci sa fare. È stato condannato solo grazie ai collaboratori di giustizia”. Carcere degradato: la pena si può rinviare se la cella è inumana di Raffaella Mari laleggepertutti.it, 22 marzo 2026 Una pena che calpesta la dignità umana perde la sua funzione legale e rieducativa. Da questa premessa parte l’iniziativa del tribunale di sorveglianza di Firenze, che ha sollevato una questione di legittimità costituzionale per permettere il rinvio della pena quando il carcere non garantisce standard minimi di civiltà. Attualmente, la legge consente di sospendere l’esecuzione della condanna solo in casi tassativi, come la grave malattia fisica, ma non prevede nulla per chi vive in celle infestate da insetti o in spazi troppo angusti. L’obiettivo è trasformare il rinvio della pena in uno strumento di tutela universale: se lo Stato non può garantire una detenzione dignitosa, l’esecuzione della sanzione deve fermarsi. La dignità del condannato diventa così il parametro invalicabile per la legittimità della detenzione stessa, stabilendo un principio che supera il singolo caso per abbracciare l’intero sistema carcerario. La disciplina attuale del codice penale (art. 147 cod. pen.) prevede il rinvio facoltativo della pena in situazioni molto specifiche. Sebbene l’area dei destinatari sia ampia e includa anche chi sconta l’ergastolo, i motivi che permettono di posticipare l’ingresso o la permanenza in carcere sono estremamente rigidi. La legge si concentra soprattutto sulla salute del detenuto, richiedendo la presenza di una grave infermità fisica. Questo rigore impedisce ai giudici di intervenire quando il problema non risiede nelle condizioni soggettive della persona, ma nell’oggettiva invivibilità della struttura carceraria. Il tribunale di Firenze osserva che, in assenza di una specifica previsione normativa, il giudice si trova oggi nell’impossibilità di sospendere la condanna anche davanti a palesi violazioni dei diritti umani. Il caso di Sollicciano e il degrado delle strutture - L’ordinanza del 4 marzo prende spunto dalle criticità riscontrate nel carcere di Sollicciano, dove le condizioni di vita sono state definite inumane e degradanti. I giudici hanno descritto celle caratterizzate da: infiltrazioni d’acqua frequenti e copiose; infestazioni costanti di insetti e roditori; condizioni igieniche che compromettono gravemente la salute; spazi vitali ridotti a soli 9 metri quadrati per detenuto. In una situazione simile, se il detenuto non può accedere a misure alternative, come la detenzione domiciliare, il carcere diventa una sofferenza aggiuntiva non prevista dalla sentenza. Un esempio pratico è rappresentato da chi, pur non essendo gravemente malato, è costretto a dormire in un ambiente insalubre che invalida la sua integrità psicofisica, rendendo la sanzione una forma di tortura piuttosto che una misura rieducativa. La pena inumana tradisce la finalità rieducativa - Il tribunale fiorentino sostiene che una sanzione eseguita in contesti degradanti si trasformi in una “non pena”. Secondo la Costituzione (art. 27 Cost.), la sanzione deve tendere alla rieducazione e non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La restrizione in spazi angusti e insalubri produce una deresponsabilizzazione nel condannato che impedisce qualsiasi percorso di recupero sociale. Quando la vita quotidiana si riduce alla sopravvivenza in mezzo al degrado, il senso di colpa viene rimosso e il processo di reinserimento si interrompe. Il rispetto della dignità non è quindi un elemento accessorio, ma il presupposto affinché il detenuto possa avviare una normale vita di relazione una volta terminata l’espiazione. L’obbligo di conformarsi alla giurisprudenza europea - L’Italia ha ricevuto indicazioni precise dalla Corte europea dei diritti dell’uomo già con la sentenza Torreggiani del 2013. Quella decisione imponeva allo Stato di adottare rimedi interni efficaci contro il sovraffollamento e le condizioni degradanti. Il tribunale di sorveglianza ritiene che il rinvio facoltativo della pena possa rappresentare proprio quel rimedio necessario per evitare che la detenzione si trasformi in un trattamento illecito. Se il reclamo giurisdizionale ordinario si dimostra inefficace a migliorare le condizioni della cella, la sospensione della pena rimane l’unica via per garantire la legalità della sanzione. La parola passa ora alla Corte costituzionale, che dovrà decidere se integrare la legge permettendo ai giudici di fermare l’esecuzione quando il carcere non è più un luogo civile. Detenzione oltre i termini, confermata la sanzione al magistrato “inadempiente” di Giampaolo Piagnerelli Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2026 Nel caso de quo si era registrato un ritardo di oltre 200 giorni nella scarcerazione. Per la Cassazione si tratta di una grave violazione dei doveri di diligenza che decreta la responsabilità del togato. La Cassazione mette un punto su una vicenda che tocca uno dei principi più delicati dello Stato di diritto: la tutela della libertà personale. E allora con la sentenza n. 6556/26 le Sezioni Unite hanno confermato la responsabilità disciplinare di un magistrato di un tribunale campano, ritenuto colpevole di non aver disposto tempestivamente la cessazione di una misura cautelare. La vicenda - Al centro del caso, la posizione di un imputato rimasto agli arresti domiciliari ben oltre i termini previsti dalla legge. Infatti la misura, iniziata nell’ottobre 2018, avrebbe dovuto cessare per scadenza dei termini, ma la dichiarazione di inefficacia è arrivata solo il 13 maggio 2020. Il ritardo accertato supera i 200 giorni, durante i quali l’uomo è rimasto privato della libertà personale senza un valido titolo giuridico. L’intervento del Csm - La Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura aveva già qualificato la condotta come “grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile”, evidenziando l’obbligo del giudice di vigilare costantemente sulla durata delle misure cautelari. Una valutazione ora integralmente condivisa dalla Cassazione. Carichi di lavoro e disorganizzazione non bastano - Altro punto respinto riguarda le giustificazioni legate al carico di lavoro e alle disfunzioni organizzative dell’ufficio. Secondo i giudici, si tratta di elementi che non possono escludere la responsabilità disciplinare quando è in gioco un diritto fondamentale. Secondo la Cassazione spetta al magistrato controllare con continuità la persistenza delle condizioni che legittimano la privazione della libertà personale. L’inosservanza dei termini massimi di custodia cautelare rappresenta, di per sé, una grave violazione. Nessuna “scarsa rilevanza” del fatto - Respinta anche la richiesta di applicare l’esimente della scarsa rilevanza. I giudici hanno sottolineato che la detenzione senza titolo, protratta per circa 222 giorni, incide su un bene di rango costituzionale, tutelato dall’articolo 13 della Costituzione. Pur ammettendo che in astratto l’esimente possa trovare applicazione anche in casi simili, la Corte ha chiarito che ciò può avvenire solo in presenza di lesioni minime. Non è questo il caso: la durata della detenzione indebita è stata ritenuta troppo significativa per essere considerata di lieve entità. Legittimo l’isolamento disciplinare del detenuto studiocataldi.it, 22 marzo 2026 La Corte Costituzionale dichiara inammissibili le questioni sollevate dal tribunale di Firenze sull’isolamento disciplinare del detenuto. Con la sentenza numero 31/2026, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tribunale di Firenze nei confronti degli articoli 33, 39 e 40 della legge numero 354 del 1975, relativi all’isolamento del detenuto sottoposto alla sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività comuni, norme che il rimettente ha censurato per difetto di proporzionalità, contrarietà alla finalità rieducativa della pena, lesione della salute psicofisica della persona e inosservanza delle riserve di legge e giurisdizione in materia di restrizioni alla libertà di comunicare. Sulla premessa che, nel caso di specie, il detenuto, tratto a giudizio innanzi al Tribunale per danneggiamento seguito da pericolo di incendio, abbia dato fuoco alle suppellettili della cella “per sottrarsi alla condizione d’isolamento che riteneva insopportabile”, il rimettente aveva motivato sulla rilevanza delle sollevate questioni riferendosi alla scriminante della legittima difesa, quanto meno putativa, ovvero, in alternativa, all’esimente della particolare tenuità del fatto, le quali al detenuto stesso avrebbero potuto essere riconosciute, ove le norme censurate fossero state dichiarate costituzionalmente illegittime. La Corte ha ritenuto implausibile tale motivazione, sotto entrambi i profili. Quanto alla legittima difesa, ha osservato che il detenuto avrebbe potuto evitare il pericolo, che alla sua salute eventualmente fosse derivato dall’isolamento, ricorrendo al magistrato di sorveglianza per ottenerne la revoca o chiedendo il pronto intervento dei sanitari e il ricovero in infermeria, senza alcun bisogno di bruciare le dotazioni di cella; rimedi entrambi previsti dalle norme dell’ordinamento penitenziario. Quanto alla causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, la sentenza rimarca che “l’ordinamento penitenziario attribuisce al detenuto precisi rimedi giuridici per contestare la sanzione disciplinare e la stessa legittimità costituzionale delle norme sulle quali essa si fonda, restando però certamente antigiuridica una reazione spontanea contro una percepita ingiustizia”. Augusta (Sr). Detenuto morto in cella, indagini della Procura sulle responsabilità La Sicilia, 22 marzo 2026 Nella Casa di reclusione di Augusta si è registrata la morte di un altro detenuto. Francesco C., 41 anni, messinese, stava scontando la pena di 6 anni e 8 mesi di reclusione e secondo i familiari necessitava di cure adeguate che la detenzione in carcere non poteva garantirgli. Dopo un primo rigetto della richiesta di scarcerazione, si attendeva una nuova decisione da parte del giudice, ma nel frattempo il detenuto non ce l’ha fatta. La vicenda ha origine il 23 gennaio scorso, quando il magistrato di Sorveglianza di Messina si era pronunciato su un’istanza urgente presentata dalla difesa mentre l’uomo era recluso nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. La richiesta mirava a ottenere la sospensione della pena o la possibile concessione degli arresti domiciliari, sulla base di condizioni di salute ritenute particolarmente gravi. Nonostante ciò il 18 marzo, quasi due mesi dopo, la vittima è morta ad Augusta, istituto dove, nel frattempo, era stato trasferito. La Procura aretusea ha aperto un’indagine per accertare le cause della morte e verificare eventuali responsabilità. La vicenda riaccende il dibattito sulla gestione dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici e mette in luce le criticità del sistema penitenziario. “Nella sezione in cui era stato trasferito il detenuto - dice Giovanni Villari, garante dei detenuti - c’è una situazione delicata per la presenza di diversi detenuti con problemi psichiatrici le cui condizioni provocano uno stress continuo tra gli altri detenuti. Chi presenta problemi di salute non potrebbe stare in quella sezione, come è avvenuto per Francesco e per un altro detenuto messinese, che conoscevo e che frequentava un corso di studio per laurearsi: anche lui è morto per un arresto cardiaco: stranezza, coincidenza o problema reale?”. Brescia. La senatrice Cucchi entra nel carcere Nerio Fischione: “In 10 in una cella minuscola” di Siham Ouzif Corriere della Sera, 22 marzo 2026 Per anni la politica ha promesso di risolvere l’emergenza sovraffollamento. Donatella Albini evidenzia la mancanza del ricambio d’aria e la luce artificiale costante. “Entro 15 giorni troverò una soluzione per Canton Mombello”. Era il 21 ottobre 2013 quando Anna Maria Cancellieri, l’allora ministro della Giustizia (già prefetto a Brescia) prometteva una svolta per il carcere di Brescia. Sono passati più di dieci anni, ma le promesse sono rimaste ferme. Ad oggi, la situazione della Casa circondariale Nerio Fischione, nota ai bresciani come Canton Mombello, rimane drammatica: 379 detenuti a fronte di 182 posti regolamentari. Un sovraffollamento del 208%. Numeri che da soli basterebbero a descrivere l’emergenza, ma trasformati in parole diventano più duri: “Ho potuto vedere con i miei occhi cosa significa vivere in 10 in una cella minuscola con un solo bagno che fa anche da cucina e da doccia” dichiara la senatrice AVS Ilaria Cucchi, arrivata a Brescia per un’ispezione diretta. La senatrice non ha parlato solo di condizioni igieniche: “Un’altissima percentuale di detenuti sono tossicodipendenti o affetti da disturbi di tipo psichiatrico, parliamo del 70%, un numero altissimo. Tutte persone che probabilmente qui dentro non dovrebbero stare”. Una frase che smonta alla radice la narrazione securitaria: il carcere, più che risposta al crimine, appare sempre più come contenitore di disagio sociale e sanitario che lo Stato non riesce, o non vuole, affrontare altrove “perché d’altra parte si sa, il tema carceri è l’ultimo dei problemi del nostro paese” ha sottolineato Cucchi. In questo quadro, anche le iniziative che puntano a migliorare la quotidianità finiscono per scontrarsi con l’immobilismo come quella di una palestra, acquistata grazie a una raccolta fondi, ma i cui macchinari non sono mai entrati in funzione. “Per chi vive qui dentro h24, la palestra può dare senso alle giornate” ha osservato Cucchi. La denuncia si fa esplicita nelle parole del responsabile provinciale Sinistra italiana AVS, Beppe Almansi: “La raccolta fondi è andata oltre ogni aspettativa, siamo riusciti ad acquistare tutto ciò che serviva. Non era beneficenza, ma solidarietà politica in un momento in cui il governo riempie le carceri, noi continuiamo a credere che le carceri vadano svoltate” sostenendo che “la detenzione dovrebbe essere rivolta a quelle poche persone che non trovano alternative di recupero nella società”. Anche Donatella Albini, segretaria nazionale Sinistra Italiana AVS, ha spostato l’attenzione sulla quotidianità: “Manca ricambio d’aria, c’è sempre luce artificiale. Non voglio pensare cosa significhi d’estate o d’inverno” ribadendo un principio che sembra elementare, ma che qui appare lontano: “Tutti devono poter vivere o recuperare la possibilità di una vita dignitosa”. Tutti elementi che incidono direttamente sulla salute e sulla possibilità di vivere una quotidianità minimamente accettabile. Anche l’altra casa circondariale cittadina, quella di Verziano, non offre un quadro migliore: 126 detenuti per 71 posti, con un sovraffollamento del 177%. Quello che emerge dalla conferenza stampa, post ispezione, è l’evidenza che il carcere, così com’è, non funziona: non rieduca, non risolve, non alleggerisce il disagio sociale ma, anzi, lo concentra, lo amplifica, lo nasconde dietro le mura. Milano. La Commissione carceri sui presunti pestaggi a Opera: “Un racconto dell’orrore” di Giulia Ghirardi fanpage.it, 22 marzo 2026 Dopo la denuncia di Fanpage.it sui presunti pestaggi nel carcere di Opera alla Vigilia di Natale, è intervenuta anche la Commissione speciale in tutela dei diritti delle persone negli istituti penitenziari: “È il fallimento della politica”. Sembra un racconto dell’orrore. Gli spazi detentivi non possono essere luoghi di tortura”. A parlare è Luca Paladini, Consigliere di Regione Lombardia (Patto Civico) e vicepresidente della Commissione speciale in tutela dei diritti delle persone negli istituti penitenziari, che dopo la denuncia di Fanpage.it sulle presunte violenze e i soprusi avvenuti nel carcere milanese di Opera alla Vigilia di Natale, ha deciso di intervenire sull’argomento, parlando di un “fallimento totale della politica”. Stando alle denunce visionate, infatti, lo scorso 24 dicembre si sarebbe svolta una “spedizione punitiva” nei confronti di una quarantina di detenuti della sezione C del carcere che sarebbero stati “colpiti con calci e pugni” e poi sarebbero stati costretti a spogliarsi, rimanendo “nudi al freddo” senza potersi “neanche pulire dal sangue”. Alcuni di loro avrebbero anche ricevuto minacce come: “Devi morire”, “Se fossi io il capo vi ammazzerei coi manganelli in testa”. Alla voce di Paladini ha quindi fatto eco quella di Alessia Villa, Consigliera di Regione Lombardia (Fratelli d’Italia) e presidente della stessa Commissione. “Se la vicenda, dopo che la giustizia avrà fatto il suo corso, dovesse essere confermata, si tratterebbe di fatti gravi. La dignità non può mai essere calpestata, nemmeno dietro le sbarre”, ha commentato a Fanpage.it, sottolineando la necessità di attendere gli accertamenti, ma anche la centralità del rispetto dei diritti fondamentali di ogni individuo. Paladini, nel suo intervento a Fanpage.it, ha insistito su un punto preciso: l’esistenza di una “zona grigia” fatta di opacità e informazioni parziali che renderebbe difficile far emergere fino in fondo quanto accaduto all’interno di Opera così come in altri istituti penitenziari “come al Beccaria”. La vicenda ha già prodotto una prima reazione politica. Il senatore Franco Mirabelli ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti sui fatti denunciati e verificare eventuali responsabilità. Un passaggio formale che segna l’ingresso del caso nel circuito istituzionale, ma che da solo non basta a sciogliere i dubbi sollevati dalle testimonianze. È qui, infatti, che Paladini si è fatto apertamente polemico, parlando di “una politica codarda”, incapace di affrontare il tema delle carceri perché poco redditizio in termini di consenso. Così, però, il rischio - secondo il consigliere - è che il dibattito pubblico rimanga concentrato su emergenze episodiche e non sulle condizioni strutturali degli istituti penitenziari. Se, infatti, anche solo una parte di quanto denunciato a Opera dovesse trovare conferma, non si tratterebbe più soltanto di un episodio isolato, ma di una falla nel sistema di controllo e garanzia dei diritti. Le carceri, come ha sottolineato Paladini, restano, infatti, “pentole a pressione”. Continuare a descriverle, però, così senza intervenire significa accettare che quelle esplosioni si ripetano ciclicamente. Per questo, “serve affrontare la questione in un modo diametralmente opposto a quello con cui è affrontato oggi”, ha concluso il vicepresidente della Commissione regionale a Fanpage.it. “Serve immaginare un nuovo modo di vivere gli spazi detentivi che non possono continuare a essere dei luoghi di tortura”. Roma. All’Ipm di Casal del Marmo otto degli agenti indagati ancora impiegati nella struttura rainews.it, 22 marzo 2026 Nell’ispezione dei garanti dei detenuti emerge lo stato di abbandono e di degrado in cui versa l’istituto. Alcune parti del carcere sono ospitate in container. Una settimana fa la notizia dell’inchiesta aperta dalla Procura di Roma. Dieci agenti di Polizia Penitenziaria sono al centro dell’indagine su presunti casi di violenze e torture a cui sarebbero stati sottoposti almeno tredici giovani detenuti nell’istituto. Otto dei dieci agenti coinvolti sono ancora in servizio nell’Ipm, ancorché fuori dalle sezioni detentive. È quanto hanno riscontrato il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, e la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone, che si sono recati in visita di monitoraggio nell’istituto. Ha partecipato alla visita anche il consigliere regionale Valerio Novelli. Ad accogliere la delegazione il direttore dell’istituto, Giuseppe Chiodo. Secondo quanto riportano gli stessi garanti, le tre palazzine separate destinate alla detenzione (femminile, maschile minorenni e maschile giovani adulti), constatando lo stato di abbandono e di degrado, in particolare delle palazzine riservate ai ragazzi. “È un istituto che soffre di gravi problemi strutturali, di recupero e manutenzione di spazi - hanno dichiarato Anastasìa e Calderone, al termine della visita -. L’anno prossimo a inizio 2027 dovrebbe avvenire la consegna dell’edificio destinato al Centro di prima accoglienza, agli uffici e all’area sanitaria, ora ospitata in container all’esterno. Inoltre, dovrebbero essere finalmente stanziati i fondi per la risistemazione del laboratorio di cucina e del laboratorio pane, pizzeria e pasticceria. Si spera che ciò avvenga velocemente, perché quella sarebbe una parte importante di progettualità che negli ultimi anni è mancata all’Ipm”. Pavia. Un progetto dall’associazione Gli Sdraiati per trasformare la trasgressione in crescita di Manuela Marziani Il Giorno, 22 marzo 2026 “Un’altra gang in città: trasformare la trasgressione in crescita” è il progetto che durerà per tutto il 2026 finanziato da Ats Pavia e realizzato dall’associazione Gli Sdraiati con la collaborazione della rete scolastica pavese e delle istituzioni della giustizia minorile per prevenire comportamenti a rischio e promuovere appartenenze sane. L’idea nasce per intercettare gli adolescenti prima che le trasgressioni diventino comportamenti stabilizzati. Accanto a loro, il progetto coinvolge le famiglie, spesso disorientate o isolate di fronte a comportamenti improvvisi e difficili da gestire. “In adolescenza il gesto trasgressivo può diventare una sorta di fantasia di recupero maturativo - spiega Luca Dinatale, giudice onorario presso il tribunale per i minorenni di Milano, psicoterapeuta dell’età evolutiva e presidente dell’associazione Gli Sdraiati, che dal 2017 riunisce psicologi, educatori e insegnanti nelle diverse sfide della crescita -: un modo disordinato per provare a crescere, testando autonomia, identità e appartenenza. Quando gli adulti non sono abbastanza vicini o quando le reti educative cedono, i gruppi minorili possono trasformarsi in aggregazioni a rischio”. La prima azione che prenderà avvio nei prossimi mesi sarà il laboratorio “MindfuLab”. Attraverso tecniche di mindfulness, esercizi di autoregolazione e momenti di confronto guidato, i ragazzi potranno sperimentare modalità più consapevoli di relazione con se stessi e con il gruppo dei pari. “Non si tratta semplicemente di evitare comportamenti a rischio - conclude Dinatale -, ma di restituire ai ragazzi la possibilità di trasformare l’energia trasgressiva in identità positiva”. Le frontiere invisibili come un’apocalisse: i confini rivelano i nostri volti reali di Mauro Armanino* Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2026 Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile, tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eluderer la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome. Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Come le migrazioni, le carceri, gli ospedali, le case di riposo e i gabinetti pubblici. Si tratta di autentiche ‘apocalissi’ perché rivelano i nostri volti reali troppo spesso resi irriconoscibili dal costoso e sofisticato uso di cosmetici. Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei. Le apocallissi quotidiane ci mostrano, in tutta evidenza, il volto che abbiamo quando ci troviamo sulle frontiere o le creiamo di sana pianta. Ho capito cosa sono grazie ad alcune esperienze particolari, veritabili epifanie. La prima in Croazia, nella zona in quel momento contesa con la Serbia chiamata Kraijna, nel recente passato repubblica autonoma. Accompagnati per una visita nel quadro di un’operazione di pace di nome ‘Colomba’, abbiamo raggiunto un prato immenso. Sul fondo si vedeva una povera costruzione militare camuffata con rami. Ecco i nemici Serbi, ci disse con enfasi il comandante croato. Nessuna frontiera, limite, barriera, fiume, collina, montagna, muro, filo spianato apparivano. Nulla, se non l’erba appena spuntata di primavera per entrambi i soldati. Le frontiere delle frontiere sono creazioni mentali. L’altra apocalisse accadde a Ceuta, enclave spagnola nel territorio del Marocco. A causa di una manifestazione di migranti in città che aveva degenerato, c’era stato l’intervento assai ‘deciso’ della Guardia Civil spagnola. Molti migranti erano stati confinati nella foresta adiacente alla città e al sicuro dietro griglie metalliche come fossero animali da cui proteggersi. Per la prima volta potevo osservare come il confine si materializzava attraverso una recinzione nata per ben altri usi. Le frontiere delle frontiere sono simili a una rete metallica. Avrei ascoltato, durante il mio soggiorno nel Sahel, l’esperienza di centinaia di migranti i cui anni di vita sono fuggiti. Cercavano di attraversare le frontiere costituite da fili spinati, chilometri di sabbia e di acqua salata dalle lacrime di migliaia di affogati o sepolti nella sabbia. Le frontiere si trasformano e si armano per assomigliare a cimiteri informali. Passare, infine, qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia, uno dei confini di stato tra Francia e Italia aggiunge un tassello alle apocalissi citate. Ci sono sentieri in montagna, uno di essi chiamato ‘della morte’ e le bandiere dei due Paesi dell’Unione Europea. Gendarmi e polizia sembrano collaborare per rendere questa invisibile frontiera il meno sospettabile possibile. Gli espulsi dalla Repubblica francese tornano in città col bus oppure portati da volenterose organizzazioni umanitarie. Riproveranno domani oppure quando gli umori saranno meno ostili. Oppure andranno in un giorno qualunque di pioggia perché, forse, i controlli saranno più labili. Un drammatico gioco tra gatto e topo o, per attualizzare, tra guardie e ladri nel quale non si capisce più chi è l’uno o l’altro. Le frontiere delle frontiere non sono che una farsa che diventa poi tragedia. Così ricordava Karl Marx parlando della storia umana quando si ripete. Dipendono dal luogo dove si nasce. Dipendono dal mestiere che si fa. Dipendono dai soldi che si possiedono e che, in definitiva ci possiedono. Dipendono dalle politiche del momento e dai rapporti di forza. Dipendono dagli interessi elettorali, compatibili o meno con l’aria del tempo. Dipendono dalla parte della storia in cui ci sia trova. Dipendono dal tipo di Dio o di dei che prendiamo in ostaggio. Dipendono da come interpretiamo la vita e il nostro terreno ed effimero transito. Dipendono da cosa sogniamo e dal tipo di mondo che vorremmo abitare. Dipendono da ciò che ricordiamo oppure desideriamo dimenticare. Dipendono se pensiamo che, dall’altra parte, c’è qualcosa o qualcuno. Dipendono, in ultimo, dall’originaria ferita come indelebile segno di finitezza di cui siamo i portatori. Le frontiere delle frontiere si trasfigureranno solo allora in apocalissi coi colori dell’arcobaleno. *Missionario, dottore in antropologia culturale ed etnologia Iran. L’orrore nel carcere di Evin, “saldate le porte delle celle” di Gabriele Santoro ansa.it, 22 marzo 2026 La denuncia degli attivisti corre sui social, “detenuti in trappola in caso di crolli”. Chi entra a Evin non può e non deve uscirne più. E se un missile colpisse il famigerato carcere dove gli ayatollah rinchiudono gli oppositori, questi muoiano come topi assieme al carcere, sepolti sotto le sue macerie. La denuncia dell’ennesimo orrore legato alla prigione più tristemente famosa della teocrazia di Teheran arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Ncri), che segue da vicino le vicissitudini dei prigionieri e in particolare delle 200 donne recluse. Da tempo, scrive il comitato delle donne dell’Nrci, “i detenuti sono stati privati dell’accesso a numerosi beni di prima necessità”, un “drastico calo dei servizi igienico-sanitari, medici e farmaceutici” in un contesto di grave sovraffollamento. Lo scorso giugno, nel corso della guerra dei 12 giorni, il carcere fu colpito dai missili israeliani. E ora che la guerra è tornata, e il Paese vive nell’incertezza, è aumentato anche l’assenteismo dei secondini. Secondo quanto scrive su X l’istituto di e-learning per la società civile Tavaana, oramai Evin è sostanzialmente incustodita: “Attualmente non vi è alcuna presenza effettiva di funzionari penitenziari, assistenti giudiziari o assistenti sociali” e “solo un numero limitato di guardie rimane sul posto”. Dunque, per prevenire rivolte, evasioni o disordini, si sarebbe decisa la mossa più drastica: saldare le porte metalliche delle celle. Un rischio catastrofico per i reclusi in caso di incendi o crolli. E se un raid aereo colpisse la struttura, tanto peggio per loro. Secondo il sito di informazione IranNewsWire, le porte sarebbero state saldate anche nel Grande Carcere di Fashafouyeh, a Teheran. E anche in questo penitenziario le condizioni di vita dei detenuti sarebbero persino più estreme del solito. Ma è Evin, in particolare, quello che gode della fama più macabra: le violazioni dei diritti umani sono sistematiche, e vi si praticherebbero torture, percosse, isolamento forzato, abusi sessuali. Nella lista dei detenuti che ne hanno varcato le porte c’è tra l’altro la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi. È a Evin che fu reclusa anche la giornalista italiana Cecilia Sala. A quanto risulta all’Ncri, solo venti prigionieri sarebbero stati rilasciati di recente, “una cifra eccezionalmente bassa alla luce dell’attuale crisi”. In parallelo, il regime ha iniziato quella che sembra un’ondata di esecuzioni capitali: solo questa settimana tre persone arrestate durante la repressione delle proteste, tra cui un giovanissimo campione di lotta, sono state impiccate da Teheran. Secondo Iran Human Rights sarebbero già state emesse 27 condanne a morte, e altre 100 persone rischierebbero il patibolo. Il quadro sembra chiaro: la libertà, per chi si oppone al regime, non deve essere neanche un’ipotesi. Gli attivisti intanto raccolgono le voci dei sepolti vivi di Evin che filtrano dalle maglie della sicurezza: “In queste condizioni di guerra - il grido dal carcere - vogliamo uscire da dietro queste porte e queste mura”.