Errori giudiziari, minori, galere. Quello che la riforma non tocca di Mario Di Vito Il Manifesto, 21 marzo 2026 In fondo lo ha ammesso anche chi l’ha scritta. Questa riforma “non influisce sull’efficienza della giustizia”, è una frase detta un anno fa dal ministro Carlo Nordio a un convegno organizzato da Noi Moderati. Ma, d’altra parte, aggiunse, “nessuno lo ha mai preteso”. Anche Giulia Bongiorno, che di tribunali se ne intende parecchio, a gennaio, è arrivata a conclusioni simili. Così in aula al Senato: “Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere”. Difficile darle torto. Anche se quello dei tempi è il primo, più grave e ormai cronico problema della giustizia italiana. Lentezze. Per i processi civili la media della durata dei tre gradi di giudizio è intorno ai cinque anni e mezzo. L’obiettivo del Pnrr era diminuire entro il prossimo giugno i tempi del 40% rispetto al 2019, ma il traguardo è lontano: alla fine del 2025 lo smaltimento era al 27%. Va un po’ meglio il penale, ma anche qui per una sentenza di primo grado servono almeno 300 giorni, con picchi anche di molto superiori nei casi complessi. Il personale. Tutto questo ha a che fare soprattutto con il personale e i carichi di lavoro dei magistrati. In Italia ci sono 12 giudici ogni 100.000 abitanti, contro una media europea di 22. Di pubblici ministeri, sempre ogni 100.000 abitanti, in Italia ce ne sono mediamente 4, nel resto dell’Ue 11. Stesso discorso per il personale amministrativo, aumentato con il Pnrr ma ancora insufficiente in molti uffici. È notizia degli ultimi giorni l’uscita del bando per la stabilizzazione dei precari: su 11.211 però il piano riguarda soltanto 9.638 di loro. Vuol dire che 1.800 sono destinati a saltare. Processo telematico. Non va meglio sul versante del processo telematico, la cui esistenza è segnata dai malfunzionamenti. La storia dell’applicazione per il processo penale (la famigerata App) va avanti ormai da mesi e mesi sul filo tra la tragedia e la farsa. Atti invisibili, fascicoli che scompaiono, difficoltà nell’accesso: alcune procure - tra cui le più grandi - ne hanno limitato o talvolta addirittura bloccato l’utilizzo, proprio perché non ha mai davvero contribuito a migliorare la già di per sé caotica situazione del processo penale. Anzi, in molti casi l’ha peggiorata. Il caso non è solo tecnico, ma lede pure il diritto alla difesa: per i magistrati l’utilizzo di App può essere sospeso, mentre gli avvocati ne sono ancora vincolati. Anche quando non funziona. Carcere. L’altra questione ormai in emergenza strutturale dell’arcipelago della giustizia è quella delle carceri. Né i piani né le rade assunzioni e i piccolissimi investimenti per gli ampliamenti, sin qui, si sono dimostrati in grado di portare benefici a una situazione che anche i più ottimisti non riescono a non definire drammatica. Il punto centrale è quello del sovraffollamento: su 51.000 posti regolamentari, i detenuti sono circa 63.000. E la situazione è in realtà ancora peggiore, se si considera che i posti effettivamente disponibili sono poco più di 46.000. Il tasso medio di affollamento, stando ai dati del ministero, è del 138,26%, in crescita rispetto al 134% del giugno 2025. Almeno 70 istituti, inoltre, superano il 150%, con casi incredibili come il carcere di Lucca (269%) e alcune sezioni di San Vittore a Milano, Poggioreale a Napoli e Rebibbia a Roma, che si assestano tra il 200% e il 230%. Morire di pena. E poi c’è chi dietro le sbarre ci muore. Secondo il garante e il Dap nel 2025 il totale dei deceduti è 254, contro i 246 dell’anno precedente. Di questi i suicidi sono stati 76, ma altri 50 casi risultano ancora da accertare. Ad oggi, secondo Ristretti, nel 2026 i suicidi sono stati già 10. I minori. È pesante la situazione delle carceri minorili: dopo il decreto Caivano la situazione è autenticamente esplosa. Oltre ad aver visto nei tribunali il triste ritorno delle direttissime per i minorenni. Gli Ipm in Italia sono 19, a fine 2025, stando al rapporto di Antigone pubblicato lo scorso febbraio, i detenuti sono 572. Le assunzioni. Il governo, sul fronte carcerario, il massimo che ha fatto è stato di inserire nell’ultima legge di bilancio l’assunzione di 2000 agenti penitenziari entro il 2028. Ci sarebbe inoltre un piano che prevede l’ampliamento di 10.000 posti in tre anni, ma gli osservatori ritengono il numero insufficiente visto l’alta quantità di nuovi reati creati negli ultimi anni (60, con 500 anni di aumento delle pene). Gli errori giudiziari. Tra il 1991 e il 2025, sulla base delle relazioni annuali del ministero della giustizia, si stima che i casi di ingiuste detenzioni conseguenti a errori giudiziari siano stati oltre 32.000, con gli indennizzi concessi che hanno abbondantemente superato il miliardo di euro. Per quanto riguarda gli errori “puri”, cioè quelli che hanno trovato una revisione dopo la condanna definitiva, i dati vanno dal 1991 al 2022 e i casi contati sono stati 222. In nessun modo l’attuale riforma costituzionale interviene sul problema. Nemmeno attraverso l’alta corte, il tribunale speciale dedicato ai soli magistrati. Perché non cambia il principio in base al quale la sanzione può arrivare solo in caso di grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile: omesse scarcerazioni, ritardo nella revoca della misura cautelare, atti contra legem (non mera erroneità ex post), reiterati ritardi nel deposito dei provvedimenti, omissioni di attività investigative rilevanti per status libertatis. Casi rari. Successe per esempio a Nordio quando, da pm a Venezia, per 4 anni dimenticò di inviare a Roma il fascicolo sui presunti finanziamenti illeciti percepiti dall’allora Pci-Pds. L’atto era puramente formale, anche perché l’archiviazione era ormai pressoché disposta. Così due leader del centrosinistra, Massimo D’Alema e Achille Occhetto, restarono iscritti nel registro degli indagati dal 2000 al 2004 senza alcun motivo. Giustizia, il referendum non risolve i problemi di Samuele Ciambriello* La Repubblica, 21 marzo 2026 Questa non è una riforma della giustizia. Non lo dico io: lo ha detto lo stesso ministro Nordio, che ha chiarito più volte che questo intervento non è esaustivo e non serve a riformare davvero la giustizia, né tantomeno il sistema penitenziario e carcerario. E allora partiamo da qui: se non è una riforma complessiva, perché viene raccontata come la soluzione ai mali della giustizia? Si dice: separiamo le carriere così i giudici saranno più imparziali, così non finiranno innocenti in carcere, così migliorerà tutto. Ma questa è una narrazione semplicistica, un grimaldello comunicativo. La distinzione di ruoli e funzioni tra giudici e pubblici ministeri in Italia esiste già, è già legge ed è stata ulteriormente confermata con la riforma Cartabia. I passaggi di funzione sono rarissimi e rigidamente regolati. Costituzionalizzare qualcosa che nella pratica è già separato non migliora la giustizia, non accelera i processi, non tutela di più i cittadini. Io sono deluso, sì. Deluso perché negli ultimi anni non si è fatto nulla per i detenuti, per i processi più celeri, per una giustizia più giusta, per la rieducazione dei condannati, per gli operatori penitenziari, per chi ogni giorno lavora in condizioni difficilissime dentro le carceri. Non si è fatto nulla per aumentare il numero dei magistrati, soprattutto quelli di sorveglianza, per l’applicazione delle misure alternative, per la depenalizzazione dei reati minori. E allora il mio No nasce anche da qui: da una riforma che non affronta nessuno dei problemi reali del sistema penitenziario, della pena, del sovraffollamento, della dignità delle persone private della libertà. Si parla poi di responsabilità civile dei magistrati, come se questo referendum introducesse finalmente un principio di controllo. Ma perché dire queste cose? Nel 1987 c’è stato un referendum chiarissimo sulla responsabilità civile e amministrativa dei giudici. La domanda era chiara, e io allora votai Sì. Qui, invece, di tutto questo non c’è nulla. Si discute di temi che non sono nel quesito, si promettono effetti che non esistono nel testo. E io questo modo di fare politica e informazione non lo accetto. La parola “riforma” non compare nemmeno. C’è solo scritto separazione. E una discussione seria sul diritto penale, sul diritto penitenziario, sul sistema delle garanzie dovrebbe partire dalla domanda reale, non da quella che qualcuno vorrebbe far credere. C’è poi la questione del Consiglio superiore della magistratura. Io mi chiedo: ha senso che la carica più alta venga sorteggiata? È possibile che un organo di rango costituzionale venga formato con il sistema del bingo? Per me è un’umiliazione. Da sempre - fin dai tempi della scuola - i rappresentanti si scelgono. Si può cambiare il criterio, si può modificare la percentuale di rappresentanza, si possono correggere le degenerazioni del correntismo. Ma sostituire la scelta con il sorteggio significa rinunciare alla responsabilità. E senza responsabilità non c’è democrazia. Il mio No, quindi, non è contro qualcuno. È un No a un’operazione che promette ciò che non può mantenere, che interviene sulla Costituzione senza risolvere i problemi concreti della giustizia e delle carceri, che usa parole forti per coprire un contenuto debole. Riformare la giustizia è necessario. Ma farlo così, no. *Docente universitario e Garante campano delle persone private della libertà personale Non si gioca con la Costituzione come alla roulette di Franco Corleone L'Espresso, 21 marzo 2026 Una brutta storia. Il referendum sulla separazione delle carriere è stato utilizzato da tanti mozzaorecchi del diritto e dagli inventori dei decreti sicurezza e di norme di emergenza per alimentare paure incontrollate, e spacciato come una occasione unica per la riforma della giustizia. Un falso sesquipedale e poche sono state le risposte chiare, limpide e comprensibili. I garantisti che storicamente hanno sostenuto il principio della distinzione tra magistrati inquirenti e giudicanti avevano chiara la posta in gioco: ridurre il potere dei pubblici ministeri, incontrollato, insindacabile e senza sanzioni per gli errori a danno della libertà dei cittadini. Invece la riforma prevedendo due Consigli Superiori della Magistratura distinti, affida il potere di nomina dei procuratori della Repubblica ai pm, con la certezza della costruzione di una casta potentissima, corporativa e autoreferenziale. Un clamoroso esempio di eterogenesi dei fini. Si è sostenuto anche che così il processo diventa assolutamente accusatorio, in realtà quella ipotesi fu subito limitata per altri motivi e comunque il superamento del sistema inquisitorio è stabilito dall’art. 111 della Costituzione sul giusto processo. A proposito di separazione delle carriere, sarebbe proprio il caso di eliminare il ruolo abnorme di avvocati che nelle aule dei processi recitano la parte dei pubblici ministeri. Non basta, il ministro della Giustizia pro tempore ha evocato ossessivamente e strumentalmente il nome di Giuliano Vassalli, partigiano e antifascista, come il nume tutelare della scelta del Governo. È il caso di ricordare che Vassalli come ministro della Giustizia dette il suo nome, sconcertando molti di noi che lo stimavamo giurista rigoroso, alla legge proibizionista sulle droghe (il famigerato Dpr 309/90 che ha riempito le carceri) e edulcorò l’esito del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati con una legge (la 117 del 1988) tradendo lettera e spirito della volontà popolare. Una altra perla della legge è l’individuazione dello strumento del sorteggio per scegliere i componenti dei Csm per eliminare le correnti dei magistrati. La prossima mossa potrebbe essere di eliminare i partiti per battere la lottizzazione. Io ricordo che cosa rappresentava la magistratura ai tempi del processo alla Zanzara del liceo Parini di Milano e il suo onore fu salvato da una personalità eccezionale come Luigi Bianchi d’Espinosa. Le toghe rosse hanno garantito i valori della Costituzione e il nome di Luigi Saraceni vale come esempio. Mi domando perché volendo affrontare questo nodo che non ha un potere taumaturgico, non si sia utilizzata la soluzione della Commissione Bicamerale elaborata da Marco Boato. Ha ragione Rino Formica che ha scritto il 10 novembre del 2025 sul Domani un vero manifesto per la difesa della democrazia. Con lucidità invidiabile Formica invita ad aprire gli occhi sul contesto, sul rischio o meglio sul disegno di distruggere la Costituzione e la democrazia: «Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario». La riforma della giustizia rappresenta una battaglia che richiede intransigenza, cancellando il Codice Rocco, fondamento del fascismo e dello stato etico, le leggi di dura repressione del conflitto, le disposizioni che rendono il carcere un luogo senza umanità né dignità. Per i reclusi è già 24 marzo, consapevoli che per loro non cambierà nulla di Gilda Maussier Il Manifesto, 21 marzo 2026 Sì o no, come votano i detenuti? Se i sindacati di polizia penitenziaria sono quasi tutti sonoramente schierati per il sì, tranne qualche eccezione come la Uilpa che non ha dato indicazioni di voto, è lecito chiedersi quale potrebbe essere l’orientamento di chi vive dall’altra parte delle sbarre, finito in carcere per decisione di un giudice. Ma se è ovvio che l’interrogativo non può che rimanere aperto, la lettera scritta a questo proposito da una quindicina di reclusi nel carcere romano di Rebibbia può essere un ragionevole indizio. L’intervento, firmato dai “detenuti della redazione di Radio Rebibbia/Jail House Rock”, andrà in onda lunedì prossimo proprio dai microfoni della trasmissione che Patrizio Gonnella e Susanna Marietti curano e conducono da una quindicina d’anni su Radio Popolare. Sia chiaro: tra chi non può esercitare il diritto perché gli è stato vietato per sentenza, e chi “s’è scontrato” con la burocrazia, i detenuti che votano sono una piccolissima minoranza. E in ogni caso consapevoli che per loro non cambierà nulla. “Chi ci governa ha invitato a votare sì per confermare quella che chiamano - non si sa perché - la riforma della giustizia”. Un sì che “è irricevibile”, perché l’invito viene dagli “stessi che si sono inventati decine di reati”, “che vorrebbero impedire anche solo le inchieste per gli agenti che abusano delle loro divise”, che non garantiscono la salute dei detenuti, ecc. In sostanza, malgrado gli applausi a Mattarella “a loro va bene così”. Di contro, secondo gli scriventi, il fronte del no ha sbagliato a delegare quasi tutta la campagna elettorale ai magistrati (e che le toghe siano genericamente odiate è quasi lapalissiano). Soprattutto, però, dire “che un no dovrebbe servire a difendere la Costituzione” è, per i detenuti/redattori, un’altra bugia. Perché è la loro stessa condizione a testimoniare che la nostra Carta “ogni giorno viene calpestata a Rebibbia come nelle altre carceri”. Sovraffollamento, suicidi, depenalizzazione, misure alternative: l’invito in conclusione è a “difendere la Costituzione davvero. Dal 24 marzo”. Accelerare la fuoriuscita dei minori dal circuito penitenziario e anche dal procedimento penale di Nicola Petruzzelli L’Unità, 21 marzo 2026 Al congresso che si è svolto a Milano nel teatro del carcere Cesare Beccaria sono intervenuti anche un direttore di istituto penale per i minorenni e un detenuto che è stato sia nelle carceri minorili sia in quelle per adulti. Il direttore e il detenuto sono oggi uniti da Nessuno tocchi Caino a cui sono iscritti: uno è alla ricerca di qualcosa di meglio del carcere, l’altro in carcere è diventato un uomo migliore. Dopo quarant’anni di navigazione tra i tribunali e le carceri, per adulti e per i minorenni, posso dire di avere scoperto una vocazione diversa. Dirigo l’Istituto Penale per i Minorenni “Nicola Fornelli” di Bari. Da notare che gli istituti di pena minorili, un tempo, erano intitolati a giuristi o pedagogisti: per esempio, “Cesare Beccaria”, filosofo del diritto quello di Milano e “Nicola Fornelli”, pedagogista, quello di Bari. Intitolare le carceri minorili a giuristi e a pedagogisti nell’epoca della Prima Repubblica, era un segno di civiltà. Significava riconoscere nei detenuti, prima di tutto, persone titolari di diritti. La nostra Costituzione repubblicana, d’altronde, riconosce e tutela la persona e pone il rispetto della sua dignità come limite invalicabile. Tutti ricordano che l’articolo 27, nella seconda parte del comma 3, sancisce che “Le pene … devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma spesso dimenticano la prima parte del comma 3, scritta da Aldo Moro, che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Ebbene, questa parte del comma 3 basterebbe da sola. È il cuore del pensiero costituzionale: l’intangibilità e l’inviolabilità della persona. La seconda parte del comma è teleologica, indica uno scopo, ma già la prima definisce il limite che il diritto penale non può mai superare. Se è vero che “poena”, in latino, significa “sofferenza”, l’unica sofferenza legittima che lo Stato può infliggere alle persone detenute è la privazione della libertà, non quella della dignità umana. I Costituenti erano più avanti di noi. Noi, restiamo legati a una visione carcerocentrica della pena. Per la maggior parte di noi, pena è sinonimo di carcere. E così, ancor oggi, capita di ascoltare frasi come: “Bisogna buttare la chiave; a questi gli danno pure la televisione, il pranzo, la cena e possono comprare anche la birra il vino e le sigarette”. Ma niente di tutto questo è scritto nei Codici, neppure nel Codice Penale varato in epoca fascista e tuttora vigente, che individuava solo pene detentive e pene pecuniarie, intese come privazione della libertà o come sacrificio patrimoniale. Fortunatamente, noi, repubblicani, ci siamo evoluti: abbiamo introdotto pene alternative e pene sostitutive, forme diverse di espiazione della pena. E oggi, finalmente, compar e nel nostro ordinamento un altro concetto rivoluzionario: la giustizia riparativa e, ancor prima, la mediazione penale. Era ora di superare il paradigma puramente retributivo della pena, anacronistico rispetto allo spirito dell’articolo 27 della Costituzione. Nel circuito penitenziario minorile la detenzione è diventata residuale: pur aumentati negli ultimi due anni, in Italia, oggi, i minori ristretti sono appena 600/650 su una popolazione di 63 milioni di abitanti. Vuol dire che abbiamo realizzato il principio della residualità della detenzione minorile. E il mio compito di dirigente penitenziario minorile, insieme a tutti gli altri membri dell’equipe di osservazione e trattamento, è di costruire per ciascun ragazzo un progetto educativo individualizzato, per accelerare il più possibile la sua fuoriuscita, non solo dal circuito penitenziario, ma anche, laddove possibile, dal procedimento penale. Non lo facciamo per buonismo, ma per fedeltà ai dettami della Costituzione. Mi preme dire, poi, che le vittime dei reati sono parte integrante del nostro lavoro. Analizzare il reato significa anche considerare il danno arrecato alle vittime, significa comprendere le conseguenze dei reati commessi: innanzitutto sul responsabile, poi sulla sua famiglia e infine sulla vittima e sulla comunità. Non dobbiamo mai confondere la giustizia con la vendetta, dobbiamo tenere presente che la responsabilità penale è personale e che riconoscere le proprie responsabilità è il punto di partenza, non di arrivo, di un percorso di emenda e di revisione critica dei vissuti. A partire da lì, si deve costruire una prospettiva di restituzione e di reintegrazione sociale, lavorando tutti insieme con gli autori di reato, magistrati, difensori, famiglie e società civile. Alla fine del percorso, i ragazzi, dal carcere, li rimandiamo a casa: li restituiamo alle famiglie che li hanno spesso trascurati, agli amici che li hanno corrotti, alla comunità locale che li ha, prima, dimenticati e, poi, emarginati e stigmatizzati. Come sappiamo, la pena dell’ergastolo è stata dichiarata inapplicabile ai minorenni dalla Corte Costituzionale. Riflettiamo su questa pronuncia della Corte, non aspettiamo di passare dall’altra parte della barricata per comprendere davvero quanto rispetto umano dobbiamo alle persone private della libertà. Non è retorica, è l’applicazione fedele delle norme e dei precetti della Costituzione della Repubblica Italiana. Ragazzi, vi dico solo questo: non ne vale la pena di Raffaele Stolder L’Unità, 21 marzo 2026 Io vengo da Napoli centro, dal quartiere di Forcella. Sono cresciuto senza papà. Vivevamo tutti insieme in un “basso”. Oggi li chiamano “caratteristici”, li descrivono come posti pittoreschi e turistici, ma lì si mangiava e si dormiva, e basta. A due passi da casa c’erano le fogne, che poi sono diventate il mio habitat, perché da ragazzo ci scendevo dentro, scavavo tunnel, mi arrangiavo, non avevo paura dei topi. Io ho cinque figli, dieci nipoti e due pronipoti. Sono stato salvato da una grande donna, e non è facile incontrarne una così. È lei che ha cresciuto la famiglia: tutti i miei figli si sono laureati, nonostante la mia assenza per quasi tutta la loro vita. Purtroppo ancora oggi tante persone ci giudicano, ci scaricano addosso un sacco di pregiudizi e di storie. È vero, noi abbiamo sbagliato - senza dubbio - ma bisognerebbe guardare anche chi ha sbagliato con noi, quando non avevamo neppure da mangiare. Non è solo un modo di dire che “sono nato in carcere”: io ci sono proprio nato. Ho trascorso i miei primi due anni di vita lì, con mia madre, nel reparto di allattamento. Quello è stato l’inizio, una salita ripida da subito. E da lì, sinceramente, non ho capito più niente. Da bambino sono passato dai collegi alle case di rieducazione, fino alle carceri. Poi sono arrivati i regimi speciali: articolo 90, 41-bis, AS1, AS3. Adesso mi trovo nel carcere di Opera, dove sono da nove anni. È proprio qui che ho trovato finalmente la risposta che cercavo da sempre, da quando ero bambino. Perché in realtà bambino non lo sono mai stato: a 6 o 7 anni già portavo il pane a casa, perché bisognava mangiare. Sant’Agostino diceva che “il bisogno non ha legge”: è la giungla. Nella giungla chi è più forte va avanti, l’altro soccombe. Così è stata la mia vita, una giungla. E alla fine ti accorgi che non ne vale la pena. Ti puoi anche arricchire, ma poi ti ritrovi a passare vent’anni - o più - in posti come questi. Vi voglio dire solo una cosa: non ne vale assolutamente la pena. Io non ho cresciuto i miei figli, né i miei nipoti, né i miei pronipoti. Non mi sono goduto mia moglie. E pensare che mia moglie è uno spettacolo, bella come una modella! In casa la prendono ancora in giro, la chiamano “la signorina”, perché le sono mancato per tutta la vita. Ma lei è stata la mia fortuna. Adesso, a 68 anni, sto per laurearmi in Scienze dei Beni Culturali; ho preso il massimo dei voti e anche un attestato di Operatore Socio Sanitario. Questa è la cosa più importante che voglio dire: acculturatevi. Io ero considerato un “ingegnere”, ma solo perché aprivo casseforti, facevo tunnel, mi arrangiavo. Eppure ero un analfabeta funzionale: sapevo fare tutto, ma non avevo cultura. E quando non hai cultura, torni sempre indietro. Torni al punto di partenza. Se in carcere ti trattano male, con cattiveria, esci ancora peggio. Così era la mia storia: ogni volta peggioravo. Oggi invece, a Opera, ho trovato un luogo che mi ha dato opportunità vere, e le ho colte tutte. Finalmente, da un anno e mezzo, ho ottenuto i primi permessi. Prima, in più di quarant’anni, non avevo mai avuto niente, nemmeno mezz’ora di libertà. Ora vedo le cose in modo diverso. Non rinnego nulla, tranne gli errori inutili. Noi ragazzi di strada valiamo, basta capire dove mettere le nostre energie. Chi sa arrangiarsi - se lo fa nel modo giusto, legalmente - può cambiare davvero. Ai miei tempi era più difficile, al Sud c’erano tante storie, e spesso ti trovavi coinvolto tuo malgrado. Ma se hai dignità, se riconosci i tuoi errori e li paghi di persona, allora puoi rialzarti. Paghi le conseguenze, ti fai un resoconto di coscienza e vai avanti con dignità. Io vi dico solo questo: non ne vale la pena. Non nel senso della pena carceraria, ma dei rimorsi. Perché ogni mattina ti svegli e pensi: “Chissà quante volte i miei figli, mia moglie, i miei nipoti avevano bisogno di me… e io non c’ero.” Mia moglie, poi, è una donna forte. A volte mi portava i saluti di tanti amici miei. Ma quando sono uscito e le ho detto: “Andiamo a trovarli”, lei mi ha risposto: “Dove vuoi andare? Al cimitero. Sono tutti morti.” Ecco perché vi dico: godetevi la vita. Augusta. Tragedia in carcere: detenuto 41enne muore, indaga la Procura. “Doveva essere curato” stampalibera.it, 21 marzo 2026 Francesco Capria, 41 anni, non avrebbe dovuto rimanere in carcere: secondo i familiari, necessitava di cure adeguate che la detenzione non poteva garantirgli. Dopo un primo rigetto della richiesta di scarcerazione, si attendeva una nuova decisione da parte del giudice. Tuttavia, il procedimento non è mai arrivato a conclusione: l’uomo, originario di Messina, è deceduto all’interno della casa circondariale di Augusta prima che la sua situazione venisse riesaminata. I parenti, sconvolti dall’accaduto, si sono immediatamente recati ad Augusta appena appresa la notizia del decesso. Una volta giunti sul posto, però, non è stato loro consentito vedere il corpo, posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria. Raccontano di aver atteso fuori dall’obitorio, uniti nel dolore e in cerca di risposte che, al momento, non sono ancora arrivate. L’istanza rifiutata poi la morte: aperta indagine, disposta autopsia - La vicenda ha origine il 23 gennaio 2026, quando il Magistrato di Sorveglianza di Messina si era pronunciato su un’istanza urgente presentata dalla difesa mentre Capria era recluso nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese. La richiesta mirava a ottenere la sospensione della pena o la possibile concessione degli arresti domiciliari, sulla base di condizioni di salute ritenute particolarmente gravi. Nonostante ciò il 18 marzo, quasi due mesi dopo, Capria è morto nella Casa di Reclusione di Augusta, istituto in cui si trovava a seguito di trasferimento. A seguito del decesso, la Procura di Siracusa ha aperto un’indagine per accertare le cause della morte e verificare eventuali responsabilità. È stata inoltre disposta l’autopsia, mentre la salma resta sotto sequestro in attesa degli accertamenti medico-legali. Nel provvedimento emesso a gennaio scorso, il giudice aveva chiarito che l’accoglimento di una richiesta urgente richiede la dimostrazione evidente che la permanenza in carcere possa provocare un danno grave alla salute del detenuto. Secondo la valutazione effettuata in quel momento, tale condizione non risultava comprovata. Decisivo era stato il parere sanitario della struttura penitenziaria, dal quale non emergeva un’incompatibilità tra le patologie psichiatriche dell’uomo e il regime detentivo. Parallelamente, era stata esclusa l’ipotesi della detenzione domiciliare, ritenuta non adeguata a garantire un monitoraggio continuo da parte dei servizi di salute mentale. Di conseguenza, la richiesta era stata respinta in via provvisoria e gli atti trasmessi agli organismi competenti - tra cui il Dipartimento di Salute Mentale, l’Ufficio di esecuzione penale esterna e la direzione del carcere - per valutare l’eventuale inserimento in una struttura residenziale assistita più idonea. Un percorso che, però, non si è concretizzato in tempo. La morte di Capria riaccende il dibattito sulla gestione dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici e mette in luce possibili criticità del sistema penitenziario. L’uomo stava scontando una pena complessiva di sei anni e otto mesi, con termine previsto nel febbraio 2034, in seguito a un provvedimento di cumulo emesso dalla Procura di Messina. Informazioni “ristrette”: le vie legali per fare piena luce - La famiglia, assistita dall’avvocato Giuseppe Bonavita, sta valutando le iniziative legali da intraprendere per fare piena luce sulla vicenda. I parenti lamentano di disporre di informazioni limitate riguardo alle ultime ore di vita del loro congiunto e, a distanza di due giorni dalla morte, non hanno ancora potuto vedere la salma. Il loro obiettivo principale è comprendere se il decesso potesse essere evitato. Il legale, infatti, aveva presentato più richieste al Tribunale di Sorveglianza per ottenere almeno gli arresti domiciliari, sostenendo che le condizioni fisiche e psichiche di Capria fossero incompatibili con la detenzione. Secondo la difesa, l’uomo era in uno stato di forte debilitazione e necessitava di cure mediche non disponibili all’interno dell’istituto penitenziario. Turi (Ba). La lettera dai detenuti: “Qui troppa droga, molti di noi non c’entrano” Gazzetta del Mezzogiorno, 21 marzo 2026 I reclusi lamentano un clima di tensione. E chiedono il rispetto delle giuste misure premiali e alternative: “Non si può fare di tutt’erba un fascio”. Nei giorni scorsi si sono incontrati il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bari, dott.ssa Rubino, ed una delegazione di otto detenuti insieme con il Garante regionale dei detenuti, dott. Rossi. Tale incontro era stato sollecitato con una lettera inviata qualche settimana prima a firma di tutti i detenuti della Casa di Reclusione di Turi. In tale lettera invitavano la dottoressa Rubino a prendere atto delle problematiche alla base del malcontento che regna tra i reclusi, soprattutto a causa di un atteggiamento eccessivamente sanzionatorio e giustizialista da parte del magistrato di sorveglianza assegnato alla Casa di Reclusione di Turi. L’incontro si è aperto con un discorso della direttrice del carcere con un richiamo forte al comportamento dei detenuti. “Non è possibile che la Casa di Reclusione di Turi diventi una piazza per lo spaccio di stupefacenti”, le parole pronunciate dalla direttrice alla presenza degli esponenti delle istituzioni. La direttrice ha sostanzialmente fatto intendere che fino a quando le cose non cambieranno l’atteggiamento della direzione e del magistrato di sorveglianza non cambieranno. A queste parole i rappresentanti dei detenuti replicavano con un ragionamento molto semplice: “Non si può fare di tutta un’erba un fascio”. Questo tipo di atteggiamento punitivo nei confronti di tutti a causa di pochi elementi colpevoli, è comprensibile da un punto di vista emotivo in chi è deputato al mantenimento dell’ordine e della giustizia in questa casa di reclusione. Tuttavia, questo tipo di reazione collide palesemente con il principio di equità e di serenità di giudizio che deve animare la professione del magistrato. Inoltre, se è vero, come è vero, che il comportamento del detenuto ed il suo percorso all’interno del carcere è condizione imprescindibile ai fini del suo reinserimento nella società, tale comportamento dovrebbe essere tenuto in debito conto da parte del Magistrato di sorveglianza, al fine di concedere sia i benefici di legge sia le misure alternative alla detenzione in carcere. I detenuti del carcere di Turi non chiedono clemenza, ma solo la corretta applicazione delle vigenti norme di legge. Né, d’altra parte, appare proponibile la richiesta da parte della direttrice, che ciascuno di noi si faccia portavoce nei confronti dei detenuti colpevoli, invitandoli a cambiare il loro comportamento. A questa proposta i delegati dei detenuti hanno risposto che appare improponibile una paradossale assunzione di ruolo di controllore da parte di un detenuto nei confronti di un altro. In conclusione, l’unico dato positivo di questa riunione nasce dall’atteggiamento equilibrato, sereno e disponibile della dottoressa Rubino, la quale ci ha invitati ad attendere, certa di una evoluzione in senso favorevole della questione, garantendo un controllo ed una verifica puntuale di eventuali motivi di contestazione in futuro. Parma. Carcere sotto pressione e organico ridotto, sventati 40 tentativi di suicidio parmatoday.it, 21 marzo 2026 Il bilancio della Polizia penitenziaria evidenzia carenze di personale ma anche un’intensa attività operativa: 181 reati segnalati, sequestri di droga e cellulari e migliaia di traduzioni. Un anno complesso, segnato da numeri elevati e da una costante emergenza legata alla carenza di personale. È il quadro che emerge dal bilancio 2025 degli istituti penitenziari di Parma, dove la Polizia penitenziaria ha gestito una popolazione di oltre 2mila detenuti, operando in condizioni di sotto organico. L’attività quotidiana ha puntato soprattutto alla riduzione delle tensioni interne: sono stati 209 gli episodi di autolesionismo registrati, mentre ben 40 tentativi di suicidio sono stati sventati. In calo anche le aggressioni, con 32 episodi di violenza diretti verso operatori penitenziari. A fronte di una dotazione teorica di 483 unità, il personale effettivamente in servizio si ferma a 361 agenti (336 uomini e 25 donne), tra cui 42 impegnati prevalentemente in servizi di traduzione e piantonamento. Una carenza significativa, che incide sull’organizzazione quotidiana nonostante i nuovi arruolamenti avviati a livello ministeriale. Nel corso del 2025 sono stati 2022 i detenuti complessivamente vigilati. Le procedure di ingresso attivate sono state 647, mentre 625 quelle di dimissione. Per 498 persone è stato effettuato il prelievo di campioni biologici destinati alla Banca dati nazionale del Dna. Intensa anche l’attività di polizia giudiziaria: 181 le informative di reato trasmesse, relative soprattutto a traffico di stupefacenti, violenze, minacce e introduzione illegale di dispositivi di comunicazione. Complessivamente sono stati eseguiti 417 atti delegati dall’autorità giudiziaria e da altre forze di polizia. Le operazioni di controllo hanno permesso di contrastare l’ingresso di oggetti vietati: sequestrati 3 droni, 74 telefoni cellulari, oltre 800 grammi di hashish e 22 grammi di cocaina. Sul fronte sanitario, per 350 giorni sono stati garantiti servizi di piantonamento per 118 detenuti ricoverati all’esterno, con un impiego complessivo di 5.147 unità di personale. Le traduzioni effettuate sono state 2.676 (63 in aereo), per un totale di oltre 9mila unità impiegate: 374 trasferimenti verso aule di giustizia, 140 verso altri istituti e oltre 2.400 verso strutture sanitarie, di cui 287 in emergenza. Rilevante anche l’attività legata ai colloqui: 6.696 ore in presenza e 19.800 in videoconferenza, con oltre 10mila controlli sulle persone entrate in istituto e più di 5mila verifiche sui pacchi destinati ai detenuti. Parallelamente, è proseguita la formazione del personale: 432 gli agenti coinvolti in corsi di aggiornamento, tra difesa personale, uso dello sfollagente, tecniche investigative e primo soccorso. Attivati anche percorsi di supporto psicologico che hanno interessato 80 operatori. Numeri che, nel loro complesso, restituiscono l’immagine di un sistema penitenziario fortemente impegnato su più fronti, tra gestione della sicurezza, carichi di lavoro elevati e necessità di risorse aggiuntive. Milano. Carcere di Opera, Mirabelli (Pd) annuncia interrogazione su presunti pestaggi di Giulia Ghirardi fanpage.it, 21 marzo 2026 Dopo la denuncia di Fanpage.it sulle presunte violenze e i soprusi avvenuti nel carcere di Opera alla Vigilia di Natale, il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, ha annunciato l’intenzione di voler presentare un’interrogazione al ministro Nordio, per chiedere di fare luce sui fatti denunciati. “Un articolo di Fanpage.it riferisce che un gruppo di detenuti sarebbero stati picchiati e lasciati a lungo nudi al freddo nelle celle”, ha spiegato Mirabelli. “Sarebbe non solo un fatto gravissimo, ma anche l’ennesimo sopruso denunciato nel carcere di Opera. Le violenze sarebbero state una ritorsione per la lettera, firmata da 150 detenuti, che denunciava la continua violazione dei diritti più elementari a Opera. Sarebbe l’ennesimo fatto che racconta di violenze e violazioni dei diritti umani nelle carceri italiane e di un clima di impunità crescente che il governo deve contrastare”. La lettera a cui fa riferimento Mirabelli è quella firmata da 135 detenuti delle sezioni A, B e C del quarto piano del carcere di Opera lo scorso ottobre. Nel documento - indirizzato all’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, poi divenuto oggetto di un’interrogazione della deputata del Pd Silvia Roggiani - venivano segnalati una serie di problemi strutturali, incompatibili con gli standard minimi di dignità. Proprio sulla base di tali mancanze, avrebbe preso piede la presunta aggressione segnalata a Fanpage.it che si sarebbe verificata lo scorso 24 dicembre, all’interno della sezione C del carcere milanese. Secondo la denuncia, tutto sarebbe iniziato il 23 dicembre quando un detenuto di Opera, già in condizioni di salute precarie, sarebbe stato prelevato con la promessa di un trasferimento in ospedale, ma in realtà sarebbe stato portato in isolamento. La mancanza di informazioni sulle sue condizioni di salute - stando alla denuncia - avrebbe generato preoccupazione tra gli altri detenuti, che avrebbero quindi iniziato a protestare per avere notizie. Tuttavia, stando alla testimonianza di un detenuto, in serata la situazione si sarebbe calmata e “noi detenuti tornavamo nelle nostre celle”. La mattina della Vigilia di Natale, però, la situazione sarebbe degenerata nuovamente. Secondo quanto riportato nel documento che Fanpage.it ha potuto visionare, un massiccio intervento di agenti avrebbe portato a violenze diffuse contro diversi detenuti, con pestaggi che avrebbero causato traumi e lesioni anche gravi. Stando a quanto riferito dall’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, sarebbero circa 40 le persone coinvolte, tra trasferimenti e isolamento. I detenuti che sarebbero stati portati nelle celle di isolamento sarebbero poi stati costretti a spogliarsi e sarebbero stati lasciati per ore al freddo senza acqua né cibo, subendo insulti e minacce come: “Se fossi io il capo vi ammazzerei coi manganelli in testa”. Alcuni avrebbero avuto difficoltà persino a ricevere cure mediche. Nei giorni successivi, familiari e associazioni hanno raccolto testimonianze e segni evidenti delle violenze, mentre i legali avrebbero incontrato ostacoli nell’ottenere chiarimenti. Da qui la decisione di presentare denuncia, che oltre ai singoli episodi evidenzia gravi problemi strutturali già segnalati. Andra (Bat). “A mano libera”, la coop sociale dove detenuti ed ex detenuti fanno olio e taralli di Vincenzo Rutigliano Il Sole 24 Ore, 21 marzo 2026 La cooperativa sociale voluta dalla diocesi di Andria, che è il cuore di una storia di food e solidarietà diventata impresa, e cresciuta, fino a raggiungere 500mila euro di fatturato nel 2025, in aumento nel 2026. Un prete, un ex-magistrato impegnato nel sociale, una vecchia masseria in agro di Andria, nella Bat, con sullo sfondo Castel del Monte, e dieci tra detenuti ed ex-detenuti, età media 35 anni, che producono taralli dal marchio che è anche un manifesto: “A mano libera”. Che è anche il nome della cooperativa sociale di recupero di detenuti ed ex-detenuti, voluta dalla diocesi di Andria, che è il cuore di una storia di food e solidarietà diventata impresa, e cresciuta, fino a raggiungere 500mila euro di fatturato nel 2025, stimati in aumento per quest’anno fino a 600mila. I taralli - prodotti al ritmo di 11-12mila kg al mese - hanno da 4 anni una rete di distribuzione di Gdo non da poco, i 120 punti vendita nelle 5 regioni meridionali delle insegne Dok, Famila e A&O del gruppo Megamark di Trani, raggiungendo le oltre 700 mila confezioni vendute. E da qualche mese sono anche sugli scaffali di Pam, con il marchio di un’azienda pugliese. Nel tempo le varianti di taralli sono diventate 21, l’ultima all’aglio, dopo vincotto di fichi, curcuma, curry, calzone alla barese, semi di finoccjhio, senza semi, cereali, cereali con pomodoro secco, etc. La cooperativa è guidata da don Riccardo Agresti che è molte attività insieme: sacerdote, operaio ed imprenditore, perchè questi prodotti da forno - tipici di molti comuni del barese (su tutti Andria, Canosa, Corato, Palo del Colle) - sono il motore di questa storia di Chiesa che si è fatta “imprenditrice” per dare una seconda chance a 10 tra detenuti ed ex-detenuti, ammessi a misure alternative al carcere, all’interno della masseria di San Vittore, in agro di Andria. Impresa difficile: non tutti si adattano, hanno cicatrici profonde, abituarsi al lavoro dopo anni in carcere non è semplice, e qualcuno vi ha rinunciato. La cooperativa ha oggi 4 dipendenti a busta paga ed eroga ai residenti e semi -residenti rimborsi spese, oltre a vitto e alloggio. Anche la masseria ha una storia complicata: prima comunità di recupero dei tossicodipendenti per volere del Vescovo dell’epoca, Giuseppe Lanave, poi l’abbandono, la ristrutturazione e la nuova vita grazie ad un altro vescovo, Luigi Mansi, che incoraggia la cooperativa e la sua attività economica. Attività che nelle ultime settimane si è ulteriormente ampliata. Insieme ai taralli “A mano libera” è nato infatti anche l’olio Evo bio “A Mano Libera”, frutto dell’intesa con Olio Levante, gruppo attivo ad Andria dal 1902, fatturato 2025 a 240 milioni di euro, export in 70 paesi e raddoppio del sito produttivo in corso. Un’intesa di ampio raggio: dalla fornitura programmata di olio Evo bio alla molitura della produzione olivicola ottenuta dai quasi 50 ettari posti intorno alla masseria sede del laboratorio, e di proprietà della diocesi di Andria. E per garantirsi altri sbocchi sul mercato Olio Levante, guidata da Riccardo Cassetta, vice presidente nazionale di Federalimentare, fornirà alla cooperativa anche l’expertise dei suoi tecnici. Tutti obiettivi che segnano la scelta della cooperativa di darsi stabilità organizzativa e commerciale su scala più grande. E altre imprese stanno verificando ulteriori spazi di collaborazione. Come per le Cantine Torrevento di Corato, nel barese, guidate da Francesco Liantonio, per l’inserimento di alcuni degli ex-detenuti nella rete di vendita dei suoi vini in Albania. Nuovi spazi di crescita che spiegano il finanziamento regionale (mini Pia) di 800mila euro ottenuto per modernizzare le linee produttive e di confezionamento dei taralli e strutturare altri spazi di accoglienza nella masseria per i residenti, i loro famigliari per percorsi di riconciliazione, i volontari. Questa opera di inclusione ha ispirato anche un libro, “Una vita senza sbarre” - Cacucci Editore, nel quale Giannicola Sinisi, l’ex-magistrato coinvolto dall’inizio, racconta la sua testimonianza ed il suo impegno per questa iniziativa, dopo 40 anni tra giustizia e politica della sicurezza. Un’impresa di inclusione socio-economica che sta crescendo e dando frutti nonostante presentasse all’inizio - scrive Sinisi - “un alto rischio di fallimento”. Per il sacerdote-imprenditore la cooperativa ed i suoi taralli sono dunque lo strumento profetico per “accogliere in masseria non gli errori, ma la persona che deve meditare sugli errori”. Roma. I Garanti in visita a Casal del Marmo: “Clima sereno, anche se non mancano problemi” garantedetenutilazio.it, 21 marzo 2026 Il Garante regionale, Anastasìa, e la Garante di Roma Capitale, Calderone, in visita di monitoraggio all’istituto penale per i minorenni di Roma. Con loro anche il consigliere Valerio Novelli, membro dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale del Lazio. A distanza di una settimana dalla notizia dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma sull’Istituto penale per i minorenni di Roma Casal del Marmo, in cui dieci agenti della Polizia penitenziaria sono finiti nel registro degli indagati, accusati, a vario titolo, di tortura, lesioni e falso ideologico, ai danni di alcune persone detenute. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, e la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone, si sono recati in visita di monitoraggio nell’istituto. Ha partecipato alla visita anche il consigliere regionale Valerio Novelli. Ad accogliere la delegazione il direttore dell’istituto, Giuseppe Chiodo. In merito all’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma, Anastasìa e Calderone hanno appreso che otto dei dieci agenti coinvolti sono ancora in servizio nell’Ipm, ancorché fuori dalle sezioni detentive. Comunque, il clima interno è apparso sereno e molti ragazzi erano impegnati nelle attività offerte dall’istituto, dalle scuole e dal volontariato. I Garanti hanno visitato le tre palazzine separate destinate alla detenzione (femminile, maschile minorenni e maschile giovani adulti), constatando lo stato di abbandono e di degrado, in particolare delle palazzine riservate ai ragazzi. “E’ un istituto che soffre di gravi problemi strutturali, di recupero e manutenzione di spazi - hanno dichiarato Anastasìa e Calderone, al termine della visita - L’anno prossimo a inizio 2027 dovrebbe avvenire la consegna dell’edificio destinato al Centro di prima accoglienza, agli uffici e all’area sanitaria, ora ospitata in container all’esterno. Inoltre, dovrebbero essere finalmente stanziati i fondi per la risistemazione del laboratorio di cucina e del laboratorio pane, pizzeria e pasticceria. Si spera che ciò avvenga velocemente, perché quella sarebbe una parte importante di progettualità che negli ultimi anni è mancata all’Ipm”. “Salutiamo con soddisfazione l’approvazione di un articolo 21, per un detenuto che dunque ora può lavorare in una falegnameria all’esterno, ancorché per un solo giorno a settimana. Auspichiamo che ce ne possano essere altri, con l’adeguamento della piccola sezione ad essi destinati”, hanno concluso Anastasìa e Calderone. Le persone detenute presenti nell’Ipm al momento della visita erano 56: 27 ragazzi minorenni nella palazzina minorenni, su 27 posti disponibili, nove di sesso femminile, nella palazzina destinata alle donne, a fronte di 27 posti regolamentari, 20 nella palazzina destinata ai giovani adulti, a fronte di 25 posti. Nelle prossime settimane, i Garanti indirizzeranno alla direzione dell’istituto le loro osservazioni con le raccomandazioni relative alle aree di miglioramento individuate. Cosenza. L’Aiga incontra la direzione del carcere, confronto e proposte per iniziative future di Graziano Tomarchio calabriareportage.it, 21 marzo 2026 Un confronto concreto, nel solco di un dialogo già avviato negli anni, che oggi si rafforza e guarda al futuro. La sezione bruzia dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA Cosenza) guidata dall’Avv. Giuliano Arabia ha avviato un dialogo con la nuova direttrice della Casa Circondariale di Cosenza, Dott.ssa Roberta Filomena Toscano, con l’obiettivo di avviare una nuova fase di collaborazione istituzionale. Alla presenza dei vertici dell’amministrazione tra cui il Comandante della Polizia Penitenziaria Agostino Sestino, la responsabile dell’area educativa Dott.ssa Maria Francesca Branca e la funzionaria giuridico-pedagogica Dott.ssa Karen Scrille si è svolto un confronto costruttivo, durante il quale sono state condivise idee e avanzate proposte per future iniziative comuni. A guidare la delegazione AIGA, il Presidente Arabia, affiancato dalla Segretaria di Sezione Annalisa Trotta, dalla referente locale dell’ONAC Lucrezia Gentile, e dai consiglieri Rossana Nociti, Mariafrancesca Arcuri e Andrea Ippolito Scoti: una squadra giovane e coesa che ha posto sul tavolo proposte operative, tra cui un progetto concreto volto a favorire occasioni di incontro, socialità e inclusione, come primo passo verso percorsi di reinserimento. “L’incontro con la Direzione della Casa Circondariale di Cosenza è stato un momento di confronto concreto, che si inserisce in un dialogo già avviato negli anni e che oggi si rafforza, aprendo nuove prospettive di collaborazione. Abbiamo condiviso riflessioni e proposte su possibili iniziative da sviluppare insieme, sottoponendo all’attenzione dei vertici dell’Amministrazione, un progetto volto a sensibilizzare la collettività sul valore del reinserimento sociale, riportando al centro il tema dei pregiudizi che troppo spesso continuano a colpire anche chi ha già pagato il proprio debito con la giustizia”, ha dichiarato il Presidente dell’AIGA di Cosenza Giuliano Arabia. Un percorso già avviato negli anni, nel quale la sezione locale dell’AIGA ha infatti mantenuto un’attenzione costante verso le condizioni della casa circondariale cittadina, attraverso visite periodiche e momenti di confronto diretto con l’istituto. Un impegno che si traduce oggi in un’azione concreta, fatta di dialogo, collaborazione e iniziative capaci di restituire dignità e prospettive. Perché, come evidenziato anche nel corso dell’incontro, momenti di socialità e apertura diventano fondamentali per consentire ai detenuti di guardare al futuro con uno sguardo diverso. In questa direzione si inserisce anche la prossima iniziativa: una visita alla Casa Circondariale prevista per il prossimo 26 marzo, organizzata in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale AIGA sulle Carceri (ONAC), in vista delle festività pasquali. Un segnale concreto di attenzione verso la realtà carceraria e, soprattutto, verso la funzione della pena: non solo sanzione, ma anche occasione di reinserimento e nuove opportunità. Pavia. Fronte dal palco, i detenuti attori contro i pregiudizi. “Iniezione di vita” di Francesco Stati La Provincia Pavese, 21 marzo 2026 Nella Casa circondariale va in scena lo spettacolo teatrale tappa del Festival dei diritti “Vogliamo rompere lo stigma e il pregiudizio verso i detenuti”. Portare “un’iniezione di vita” in carcere. Questo l’obiettivo dell’evento teatrale Fronte del palco, che si è tenuto ieri al teatro della Casa circondariale di Pavia. L’iniziativa, parte dell’evento Festival dei diritti organizzato dal Centro di Servizio per il Volontariato (Csv) di Cremona, Lodi, Mantova e Pavia, è stata occasione di incontro tra detenuti attori e un pubblico di giovani curiosi. “Portare i giovani su un palco insieme ai detenuti ha come obiettivo la rottura di uno stigma”, spiega Stefania Grossi, teatroterapeuta e direttrice del Teatro delle Chimere, promotore dell’appuntamento. “Gli esterni, grazie a questa iniziativa, scoprono che hanno davanti delle persone, non un reato. Io lavoro per l’abbattimento del pregiudizio e per la riscoperta di una parte di umanità che nel carcere è molto presente”. L’evento è stato pensato soprattutto per le nuove generazioni. “Bisogna puntare sui giovani perché sono quelli più disposti a mettersi in gioco e a cambiare i propri orizzonti”, aggiunge. “Sentire dei ragazzi che, dopo due ore di laboratorio teatrale, dicono che si sono sentiti a casa per me è stata la massima gratificazione possibile. Dopo l’evento, i detenuti mi hanno ringraziato, dicendomi “per noi è stata un’iniezione di vita”, nel senso che si vedono proiettati in un futuro di incontro, di accoglienza e di speranza”. Il Festival dei diritti nel 2026 entra nella sua diciottesima edizione. “Il nostro obiettivo è proporre tematiche sociali attraverso performance artistiche e culturali”, spiega Fiorenza Bertelli, referente del festival per il Csv Pavia-Lodi. “Ci rifacciamo all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite: quando i diritti umani crollano, crolla tutto il resto. Ci rivolgiamo in particolare ai giovani per dar loro spunti per maturare il senso critico verso ciò che hanno attorno”. “Noi siamo da anni parte del festival: è una delle poche possibilità di contaminazione di culture differenti”, aggiunge Grossi. “Il territorio pavese è un po’ chiuso per sua natura: questo festival è un detonatore molto forte per favorire apertura e cambiamento”. “Il festival ci aiuta a portare i temi del sociale alla cittadinanza”, le fa eco Bertelli. “Cerchiamo di dialogare con altre manifestazioni culturali, altri festival e altre occasioni in modo da poter ampliare anche la rete dei soggetti coinvolti”. Padova. Via Crucis con il carcere: “Anch’io sono un uomo” di Nicoletta Masetto difesapopolo.it, 21 marzo 2026 Padova, 26 marzo. Seconda edizione della Via Crucis con il carcere, dal circondariale alla chiesa di Montà: cinque tappe con il vescovo Cipolla. “Anch’io sono un uomo” è il titolo della Via Crucis con il carcere, in programma giovedì 26 marzo alle 19 con la presenza del vescovo Claudio Cipolla. Una dichiarazione di dignità che attraversa le mura, entra nelle storie e chiede alla città di cambiare sguardo. Perché riconoscere l’umanità - il messaggio di questa seconda edizione - è il primo passo per ogni autentica giustizia. La frase richiama l’incontro tra Pietro e il centurione Cornelio. Di fronte al gesto di prostrazione, Pietro risponde: “Alzati. Anch’io sono un uomo”. Un’affermazione semplice e rivoluzionaria: prima delle differenze, prima dei ruoli, prima dei giudizi, viene l’umanità condivisa. Il percorso si snoderà in cinque tappe: davanti alla casa di reclusione, all’ingresso della casa circondariale, nel giardino del quartiere zona Ponterotto, presso la cappellina di Villa Ottoboni e infine nella chiesa di San Bartolomeo a Montà. Lo scorso anno hanno partecipato circa cinquecento persone, segno di un’attenzione crescente. Il senso dell’iniziativa è affidato alle parole di don Mariano Dal Ponte che guida la cappellania del circondariale: “Nel carcere c’è tutta l’umanità. Un’umanità ferita, a volte imbruttita o sfigurata, ma mai cancellata. Dentro queste mura ho visto fragilità, ma anche stupore, luce, desiderio di riscatto. Quando diciamo “Anch’io sono un uomo”, riconosciamo che nessuno è solo il proprio errore. La dignità non si perde mai. Il carcere può diventare anche un luogo di verità, dove l’umanità viene riscoperta e custodita”. Per don Dal Ponte la Via Crucis è un gesto concreto di incontro. “Quando la comunità entra in dialogo con chi vive la detenzione, si apre uno spazio nuovo. È lì che l’umanità torna a respirare e può nascere un cammino di cambiamento”. Durante la celebrazione saranno proposte testimonianze: un detenuto che parlerà attraverso la voce della figlia, un magistrato di sorveglianza, una vittima che ha scelto di condividere un percorso di giustizia riparativa, un’educatrice del carcere e il parroco di una comunità che ha accolto un detenuto. La croce che guiderà il percorso è la stessa portata in piazza San Pietro durante la Via Crucis presieduta da papa Francesco nel periodo della pandemia: un segno di sofferenza condivisa e di speranza. “Uno, due, dieci, cento passi”: Torino scende in piazza contro le mafie di Andrea Gatta e Giada Lo Porto La Repubblica, 21 marzo 2026 Un fiume di persone, colori e voci scorre nel centro di Torino per il corteo della “giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”, che ha trasformato le strade del centro in uno spazio collettivo di ricordo. Da piazza Solferino fino a piazza Vittorio Veneto, il lungo serpentone unirà studenti, familiari delle vittime, associazioni, istituzioni e cittadini in un cammino scandito da striscioni, nomi e silenzi carichi di significato. Toccante la lettura dei 1.117 nomi delle vittime delle mafie. Un elenco che rappresenta una chiamata alla memoria viva: storie interrotte, vite spezzate, ma anche esempi che continuano a interrogare il presente. Ogni nome sarà pronunciato e accompagnato da un applauso, un gesto semplice ma potente, capace di restituire dignità e presenza a chi non c’è più. Forte la presenza di giovani. Cartelli scritti a mano, slogan contro la criminalità organizzata, riflessioni sulla legalità. Accanto ai giovani, i familiari delle vittime, molti dei quali ancora in attesa di verità e giustizia, porteranno le loro testimonianze. Ed è arrivata anche la segretaria dem Elly Schlein. A chiudere la mattinata l’intervento di Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che da anni richiama alla necessità di una memoria che non sia rituale, ma impegno quotidiano. La mafia, è il messaggio che verrà ribadito, non è un fenomeno relegato al passato: si muove dentro l’economia, si infiltra nei territori, si trasforma. Per questo serve una vigilanza costante, una cittadinanza attiva, una responsabilità condivisa. In questi stessi giorni, tuttavia, il tema della legalità torna al centro del dibattito anche per vicende che coinvolgono esponenti istituzionali. La bufera che ha investito il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino richiama l’attenzione su intrecci e ombre che non possono essere sottovalutati. Il cognome Senese, emerso nel caso della società 5 Forchette Srl, riporta a scenari già noti alla cronaca giudiziaria: la società, legata alla proprietà di una bisteccheria a Roma, era stata fondata dalla giovane Miriam Caroccia insieme allo stesso Delmastro e a dirigenti piemontesi di Fratelli d’Italia. Il padre della ragazza, Mauro Caroccia, è detenuto con accuse legate al riciclaggio di denaro per conto del clan Senese attraverso una rete di ristoranti nella capitale. Un contesto che rende ancora più evidente quanto il messaggio della giornata torinese sia attuale. Tra poco il corteo prenderà forma. E ancora una volta saranno i nomi, le storie e le presenze a ricordare che la memoria, qui, non è mai ferma. Cammina. Una memoria viva contro le mafie e contro il silenzio di Daniela Marcone Avvenire, 21 marzo 2026 Dal dolore per l’uccisione di mio padre la nascita di un impegno civile con Libera e non solo: così la memoria delle vittime di mafia diventa forza collettiva per la verità, la giustizia e il cambiamento. Il 21 marzo 1996 partecipai alla prima edizione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata dalla neonata rete associativa “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, a Roma, in Piazza del Campidoglio. Vivevo, da quasi un anno, giorni drammatici: mio padre, Francesco, era stato ucciso il 31 marzo dell’anno precedente, nello stesso periodo in cui nasceva la rete di Libera. Ho sempre considerato questa coincidenza molto significativa. Il fatto che la prima Presidenza di questa realtà associativa avesse deciso di raccogliere le storie delle persone uccise dai fenomeni criminali nelle diverse regioni d’Italia fu per me estremamente importante: anche la storia di mio padre, fino ad allora sconosciuta nel panorama nazionale, venne inserita in un elenco che si stava via via componendo. Un elenco di storie e, quindi, di nomi, che costituiva una sorta di puzzle, espressione di una narrazione inedita: la mafia non aveva colpito solo in Sicilia, ma in numerosi luoghi del nostro Paese e, soprattutto, ben prima dei tragici fatti del 1992, legati alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a Palermo. Nel 1996 ero del tutto inconsapevole del movimento antimafia che stava nascendo, a partire proprio dalla volontà di costruire una memoria pubblica e collettiva di storie che rischiavano di restare sconosciute, impedendo all’opinione pubblica di comprendere la reale portata dell’aggressione mafiosa. Nella situazione di dolorosa confusione in cui mi trovavo, decisi di accettare l’invito a partecipare alla Giornata. Non mi aspettavo una piazza così gremita di persone, tra le quali mi immersi, nel sole di quella prima giornata di primavera. Nel corso della mattinata, da un palco sul quale si erano avvicendate autorità ed esponenti della società civile, ebbe inizio la lettura di un elenco di nomi appartenenti a persone che non conoscevo. Nella piazza calò il silenzio. In quel momento mi si avvicinò una signora dagli occhi azzurri, che mi prese per mano. Accolsi con gratitudine quel gesto, perché, improvvisamente, dopo aver ascoltato i nomi dei magistrati uccisi nelle stragi siciliane del 1992, sentii pronunciare anche il nome di mio padre, Francesco Marcone, scandito con cura nel silenzio. Provai un’emozione unica e straordinaria: fu il primo passo per uscire dal tunnel della solitudine sociale in cui vivevo nella mia città, Foggia, dove mio padre era nato ed era stato ucciso. Tornai a casa portando con me gli abbracci delle persone che, dopo la lettura dei nomi, avevano condiviso e accolto la mia emozione. La signora dagli occhi azzurri, che scoprii essere Rita, sorella di Paolo Borsellino, mi accompagnò da don Ciotti, dal quale ricevetti un abbraccio forte e parole sincere di incoraggiamento a resistere, perché anche il mio contributo era necessario per cambiare le cose. Da allora, ogni anno mi metto in viaggio dalla Puglia per raggiungere il luogo scelto, di volta in volta, in cui organizzare questa straordinaria prima giornata di primavera che, a partire dal 2006, è preceduta da un incontro tra i familiari delle vittime delle mafie. Fu proprio a Torino, il 20 marzo di quell’anno, che don Ciotti e i volontari del Gruppo Abele e della rete piemontese di Libera organizzarono per la prima volta questa assemblea, incoraggiandoci a raccontare il nostro vissuto davanti a una platea di persone con esperienze di dolore simili, eppure diverse. Anche il 20 marzo 2006 rappresenta un momento fondamentale nella vita di molte persone, che da quel giorno maturarono una maggiore consapevolezza di far parte di una rete capace di ascoltare e accogliere. Quest’anno la Giornata è stata organizzata nuovamente a Torino, un luogo che ha avuto un ruolo centrale nella nascita e nello sviluppo della rete associativa di Libera. Nel documento che racconta la trentunesima edizione, ripercorriamo le numerose tappe di questo cammino. In questo viaggio a ritroso abbiamo inserito anche le storie di vittime legate alla regione piemontese, scoprendo un gran numero di persone le cui vite si sono intrecciate, in qualche modo, con quel territorio. I loro nomi fanno parte del lungo elenco che verrà letto il 21 marzo: oltre mille nomi, raccolti nel corso dell’anno da un gruppo di persone che, senza avere l’intento di effettuare un riconoscimento istituzionale di competenza degli organi a ciò preposti, è guidato dalla necessità di offrire una lettura sociale dei contesti in cui queste storie sono maturate, affinché non vengano dimenticate. La scelta dello slogan della Giornata, “Fame di verità e di giustizia”, non è casuale: in quell’elenco ci sono tante, troppe storie, compresa quella di mio padre, che non hanno ancora avuto una piena verità giudiziaria. L’assenza di una verità giudiziaria per un numero così alto di vicende umane, costituisce una lacuna di conoscenza e comprensione preoccupante, che solo un grande impegno di ricostruzione storica riesce a colmare in parte. Sono certa che la consapevolezza di queste vite spezzate, la cui memoria è spesso l’unica forma di riconoscimento sociale, abbia alimentato le numerose iniziative organizzate, in preparazione della Giornata, in Piemonte, in tutta Italia e anche oltre i confini nazionali, grazie alle reti associative di cui Libera fa parte o che ha promosso. Fenomeni come mafie e corruzione, anche nelle forme che assumono oggi e nei luoghi in cui non ci aspetteremmo di trovarli, richiedono un impegno costante ed efficace, capace di leggere il presente e progettare il futuro. È necessario farlo anche attraverso quelle che chiamo “le lenti della memoria”: uno sguardo che, grazie alla consapevolezza del passato, ci aiuti a riconoscere i rischi di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nel presente, nonostante la loro capacità di adattarsi e trasformarsi. La memoria collettiva può essere uno strumento efficace non solo di contrasto, ma anche di nutrimento per la nostra democrazia, capace di tracciare un orizzonte di cambiamento reale, di speranza e di riconciliazione civile. C’è però una condizione, senza la quale la memoria rischia di trasformarsi in uno sterile esercizio retorico: che quel lungo elenco di nomi riesca davvero a scavare dentro di noi, a scuotere le coscienze di tutte e tutti, anche delle persone indifferenti, e a costruire una responsabilità collettiva, proprio perché quei nomi rappresentano vite realmente vissute. In questo tempo senza pace, l’auspicio è che si colga l’opportunità unica offerta da questa giornata, il cui significato coniuga indissolubilmente una memoria collettiva e vitale, all’ impegno rinnovato, che non solo ci impedisca di assuefarci alla presenza di mafie e corruzione, ma ci spinga a sentirci parte di una comunità in cui la forza dei legami costruisca un futuro libero da ogni oppressione criminale, capace di ricucire i tanti strappi che i gravi crimini mafiosi hanno determinato nel nostro stesso tessuto sociale e non solo nelle vite delle singole vittime. Quando ascolto i nomi delle persone a noi care, mi capita di ripetere a me stessa: mai più. La mia più grande speranza, così come quella delle tante famiglie di vittime, che partecipano ogni anno numerose, è proprio questa: che quanto accaduto a noi non accada mai più. La sfida del Salone, i libri salvati dai ragazzini di Francesca Sforza La Stampa Un altro Salone del Libro sta per cominciare e mentre le sue porte si stanno preparando all’apertura per la trentottesima volta - quest’anno dal 14 al 18 maggio - diverse piccole case editrici stanno chiudendo le loro, senza sapere se mai potranno riaprirle. Solo negli ultimi mesi è stata la volta di Hoepli, di Carbonio editore, di Logos (i migliori illustrati della nostra vita), e voci di chiusura si addensano su almeno un altro paio di storiche realtà editoriali. Per questo è stato giusto, ieri, raccontare le novità del prossimo Salone torinese tra gli stand del Book Pride, a Milano, alla presenza dei piccoli e medi editori. Perché le realtà piccole hanno bisogno di quelle grandi, ma anche quelle grandi hanno bisogno delle piccole. Titoli visionari, scommesse, azzardi, stranezze: fuori dai grandi gruppi c’è tutto un mondo di persone appassionate di libri, con un’idea non convenzionale di editoria, pronte a gettarsi nell’avventura e a difendere una precisa idea di mondo. Poi certo che il mercato ha le sue regole, e chi contravviene quasi sempre la paga cara - sempre di più tra l’altro, e con sempre meno ragioni - ma se fosse facile che resistenza sarebbe? (Perché sì, l’editoria libraria è innanzitutto resistenza). In linea con l’allestimento di un binario veloce per le piccole realtà editoriali cammina, a ben vedere, il tema di questa edizione, che mette al centro, di nuovo, i piccoli - il titolo è preso dal libro di Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini. Sbaglierebbe però chi pensasse a una sorta di edizione per bambini: il punto, casomai, è l’adolescenza, quella fase della vita che oggi si è allungata fino ad arrivare a noi, e che rappresenta in realtà il lato in ombra della vita adulta. E se il conflitto generazionale si è in effetti ridotto rispetto al passato, un altro conflitto ha preso il suo posto, trasferendosi all’interno di ciascuno: il disagio, il rischio, l’intimità, le emozioni legate a relazioni più libere e complesse si sono allargati a dismisura, diventando la materia stessa della quotidianità. Non è un caso che la narrativa contemporanea - non solo italiana - abbia sempre più spesso giovani uomini e giovani donne fra i protagonisti. E che attraverso i loro occhi l’adultità venga messa alla prova e chiamata a interrogarsi su questioni che preferirebbe lasciare inevase. In questa edizione del Salone i ragazzi saranno protagonisti per davvero, con una sezione dedicata a questioni scelte da loro, che poi sono le stesse nostre: il lavoro, l’intelligenza artificiale, lo sport, le periferie… Si sono anche presi uno spazio aggiuntivo, lo hanno chiamato “Il salotto” perché “è la stanza in cui si sta in famiglia” ed è quella “che manca sempre nella casa dei fuorisede”. Ci potranno entrare solo quindici persone alla volta, per parlare, leggere, farsi domande e scambiarsi opinioni. E poi sarebbero loro i ragazzini.