In carcere a luci spente. Stop agli incontri studenti-detenuti, al teatro e alle “contaminazioni” con l’esterno di Annalisa Cuzzocrea La Repubblica, 20 marzo 2026 Davvero si vuole questo inferno? Una sera di settembre di qualche anno fa Sergio Staino - che oggi manca moltissimo - mi raccontò una storia. Disse di un giorno in cui era andato a vedere “La Tempesta” di Shakespeare rappresentata dai detenuti del carcere di Arezzo: uno spettacolo superbo, un’interpretazione commovente, che lo aveva fatto piangere. Solo che, quella sera, piangevano anche i detenuti. Si era appena insediata un’amministrazione che aveva tagliato tutte le iniziative culturali a loro dedicate. Sergio raccontava questa storia per dimostrare che la politica conta. Conta quello in cui credi, e quello che voti. Mi è rivenuto in mente dopo aver letto che il bellissimo progetto “Adotta uno scrittore”, un’iniziativa del Salone del libro di Torino che da quindici anni faceva incontrare liceali e detenuti nel carcere di Saluzzo, è stato vietato. E che anche ad Asti uno spettacolo teatrale preparato da detenuti e studenti delle superiori è stato interdetto ai ragazzi. Mentre a Roma, il Teatro Libero di Rebibbia - protagonista di quel “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani vincitore di un Orso d’Oro a Berlino - incontra sempre più ostacoli. Ai detenuti del circuito di alta sicurezza non è più concesso di fare le prove. Agli studenti, di andarli a vedere. C’è una circolare del Dap - ministero della Giustizia - che accentra le decisioni, respinge i progetti, blocca gli accessi. Ostacola tutto quello che nelle carceri sovraffollate e incattivite porta luce, cultura, speranza. Fabio Cavalli, regista e cofondatore del Teatro Libero, che più di tutti segue la vicenda, ha detto: “Ho conosciuto duemila detenuti, la loro recidiva è passata dal 65 al 15 per cento”. Salvatore Striano, uno di quei detenuti, protagonista di film come “Gomorra”, ha raccontato di quando la recitazione è entrata nella sua vita. Aveva sbagliato, i suoi genitori erano morti, un ergastolano gli buttò dentro la cella un copione: “Napoli Milionaria” di Eduardo De Filippo. Striano doveva interpretare donna Amalia, lo fece ricordando le movenze di sua madre. “L’ho messa dentro di me”. Aveva la terza elementare, cominciò a studiare al mattino e a recitare al pomeriggio. Senza quel laboratorio, sarebbe morto. Quanti Striano oggi potrebbero salvarsi e non lo faranno? Lui nell’intervista di Federica Olivo dice: “Se ci tolgono questa roba, condannano di nuovo quelli come me, che dentro hanno qualcosa che li può salvare. Nelle carceri c’è affollamento solo di criminali, intorno c’è il deserto. Togliere il teatro significa farli diventare feroci”. Fa questo l’arte: cura. E la cura dovrebbe essere parte della detenzione. Spero che il ministero ci ripensi, che non sia un’intenzione, rendere crudelissimi e senza speranza luoghi che lo sono già troppo. Fare delle carceri un inferno non ci protegge, è il contrario. Lo dicono le statistiche che il ministero conosce. E che, incomprensibilmente, non sembra voler considerare. Tajani, Tortora e le giravolte azzurre sulle carceri di Angela Stella L’Unità, 20 marzo 2026 “Oggi (ieri, ndr) è la festa del papà. Dovremmo pensare ai tanti bambini che hanno aspettato i genitori quando erano in carcere, da innocenti. Ecco, dobbiamo sempre pensare alle sofferenze delle famiglie. La storia raccontata dalla figlia di Enzo Tortora, Gaia Tortora, da questo punto di vista è significativa”. Lo ha detto ieri il vicepremier Antonio Tajani parlando alla stampa a Bruxelles. Ha proseguito il forzista: la riforma della magistratura serve “per garantire a tutti un processo giusto, perché non ci siano più vicende come quella di Enzo Tortora e di tanti altri cittadini e protagonisti sconosciuti che in questi giorni stanno raccontando le loro disavventure, con un prezzo altissimo pagato dalle loro famiglie”. Ha ragione il vice premier: quella degli innocenti in carcere è una piaga, così come l’abuso della custodia cautelare. Ma Tajani dov’era quando in Parlamento si discuteva della liberazione anticipata speciale che avrebbe potuto tirar fuori anche qualche padre casomai incarcerato ingiustamente? Fu proprio Forza Italia a dirsi favorevole alla proposta del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti per poi tirarsi indietro all’ultimo momento per questione di equilibri nella maggioranza. E perché sempre Forza Italia, che pure attraverso il deputato Tommaso Calderone, si è fatta promotrice di una proposta di legge contro l’abuso della custodia cautelare non ha fatto più pressing sul Governo? A tal proposito ieri il Ministro Nordio, intervistato dall’Adnkronos, ha annunciato che “dopo il voto affronteremo il problema delle carceri, che ci sta sempre molto a cuore e che è stato un po’ isolato in questi due mesi di concitazione”. E ha concluso: “Bisognerà inoltre portare a compimento la riforma sulla custodia cautelare: il 20% delle persone oggi in prigione non è stato condannato con una sentenza definitiva e per metà di queste persone la carcerazione si rivela poi ingiustificata”. Il carcere trascurato in questi due mesi? Veramente l’emergenza sovraffollamento e suicidi è stata ignorata sin dall’inizio della legislatura. Pure sulla carcerazione preventiva, c’è una proposta di modifica elaborata dalla Commissione ministeriale Mura che giace nei cassetti da mesi. Ma tutto è stato congelato per dare priorità alla riforma costituzionale e non irritare un certo tipo di elettorato di destra poco sensibile alle garanzie e ai diritti. A maggior ragione se vincerà il No di certo il Governo non si prodigherà a portare avanti una riforma di questo tipo. Il motivo? Se i cittadini bocceranno la riforma della separazione delle carriere, il cui principio che la sorregge è di stampo garantista, l’Esecutivo non si azzarderà ad un anno dalle elezioni politiche a fare riforme contrarie ai giustizialisti di destra. E che dice della proposta di legge Zuncheddu presentata proprio dagli azzurri due giorni fa al Senato? Giustissimo preoccuparsi di dare un ristoro sino al risarcimento per ingiusta detenzione. Tuttavia il partito radicale l’aveva elaborata quasi un anno fa ma nessun partito se ne fece carico. Stranamente, durante questa campagna referendaria che punta molto sugli errori giudiziari, si abbraccia la proposta Zuncheddu. Quando la convenienza supera la convinzione. Dl Sicurezza, FdI in gara con la Lega per gli emendamenti più repressivi di Luciana Cimino Il Manifesto, 20 marzo 2026 I meloniani vogliono rendere i Cpr più simili alle carceri. Cpr come carceri e videosorveglianza ovunque. Dopo il referendum si aprirà la partita del decreto sicurezza. La misura cardine delle destre è diventata quasi un decreto omnibus che contiene di tutto. L’asse che lo tiene insieme è l’estensione degli strumenti repressivi. Nessun passo indietro su zone rosse e fermo preventivo di 12 ore per chi ha precedenti di disordini durante i cortei. Tuttavia la rivalità con il generale Vannacci ha messo in competizione le forze di governo, piuttosto che unirle. Oltre a quattro proposte unitarie (targate Fdi, Lega, Fi, Nm) sono state presentate anche quelle dei singoli gruppi, mai così tante: 42 dai meloniani, 47 dagli azzurri, 9 da Noi Moderati. E 25 dalla Lega, che alza l’asticella della deriva poliziesca. Il partito della premier ha quindi presentato i suoi emendamenti per non essere da meno. Uno, presentato con il Carroccio e il resto della maggioranza, prevede un compenso per gli avvocati che convincono i loro assistiti a essere estradati che verrà corrisposta, puntualizza la relazione tecnica, “ad avvenuto rimpatrio”. Il Viminale e il Consiglio nazionale forense lavoreranno insieme con l’obiettivo di incentivare economicamente i difensori che faranno firmare ai migranti la proposta di rimpatrio volontario. Ma non basta, perché l’intenzione è quella di evitare qualsiasi aiuto alle persone che arrivano in Italia. Quindi una misura è espressamente pensata per evitare il ripetersi di casi come quello di Ravenna, dove diversi medici sono stati indagati (e tre sospesi per 10 mesi) per aver dichiarato l’inidoneità dei reclusi nei cpr al rimpatrio. Per i meloniani questa eventualità deve essere tagliata alla radice, quindi hanno proposto lo slittamento delle visite mediche che non saranno più preventive ma fatte dopo l’ingresso nel centro, come funziona nelle carceri. Non si arresta neanche la propaganda sulle baby gang che porta con sé un ulteriore inasprimento delle pene per i minorenni trovati in possesso di un coltello. Al momento sono previsti tre anni di reclusione: Fdi punta ad arrivare a quattro con un aumento della pena di un terzo se il ragazzo viene trovato in “contesti di aggregazione giovanile tali da determinare un concreto pericolo per l’ordine pubblico o la sicurezza urbana” o se il fatto avviene di notte o “in contesti urbani”. Secondo HuffPost non è escluso che venga riproposto l’abbassamento della soglia di imputabilità a 12 anni a cui salviniani e meloniani non vorrebbero rinunciare. Le altre modifiche di FdI al testo del decreto riguardano le forze dell’ordine che verrebbero dotate di “nuovi strumenti tattici per la gestione delle manifestazioni e il contrasto ai disordini”. Come le pallottole di vernice colorata per “marcare” i presunti manifestanti violenti e le capsule al peperoncino per disperdere i cortei. Inoltre se l’autore di un reato dovesse ferirsi mentre lo compie (non solo i ladri ma anche i manifestanti irruenti) non sarà risarcito. Se durante le proteste saranno danneggiate “in tutto o in parte, cose mobili o immobili altrui” si verrà puniti con la reclusione fino a cinque anni e con una multa fino a 10mila euro. Se “il fatto è commesso da più persone riunite, la pena è aumentata”. Non mancano altri fondi alla polizia municipale che la destra vorrebbe rafforzare con una dotazione di 48 milioni di euro. E videosorveglianza ovunque: anche negli asili nido o nelle strutture per anziani per “contrastare condotte violente, abusive o comunque pericolose nei confronti di minori e persone fragili” con algoritmi collegati all’Ia. Anche in questo caso non è la prima volta che vengono proposti sistemi di telecamere in passato accantonati per questioni, evidenti, di privacy. Dai senatori meloniani anche un emendamento per estendere le misure già previste dal dl nei casi di lesioni a personale ferroviario, dirigenti scolastici e docenti anche ai conducenti e al personale del trasporto pubblico locale. Decreto sicurezza, FdI dà un’altra stretta. Cpr come carceri, aggravanti sui coltelli di Federica Olivo huffingtonpost.it, 20 marzo 2026 La tentazione, poi abbandonata, di abbassare la soglia di imputabilità a 12 anni. I meloniani chiedono nuove dotazioni per le forze dell’ordine, di dare soldi agli avvocati che convincono i migranti ad andarsene dall’Italia, di inserire le telecamere nelle scuole e di non risarcire chi subisce lesioni dopo aver commesso un reato. Dai Cpr sempre più simili alle carceri a (nuove) aggravanti per i minori che portano in giro coltelli, passando per gli incentivi ai rimpatri e alla fine del risarcimento per chi subisce lesioni mentre sta commettendo un reato. Non mancano poi aiuti di vario genere alla Polizia e la possibilità di introdurre le telecamere nelle scuole e nei centri anziani. È la stretta nella stretta di Fratelli d’Italia. In una serie di emendamenti e ordini del giorno al decreto sicurezza il partito della premier punta a restringere ulteriormente le maglie su alcuni temi bandiera del centrodestra. Uno di questi è l’immigrazione: un emendamento che i meloniani hanno condiviso con tutta la maggioranza punta ad accelerare i rimpatri degli stranieri irregolari. Viene previsto un compenso, da parte dello Stato, agli avvocati che convincono i migranti ad andarsene volontariamente dall’Italia. È firmato solo da Fratelli d’Italia invece l’ordine del giorno che prende spunto da una vicenda di cronaca giudiziaria ancora non conclusa: quella dei medici sospesi a Ravenna perché avevano dichiarato dei migranti non idonei a entrare nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). La proposta è quella eliminare le visite mediche preventive, che si fanno prima che un migrante entri in Cpr, e spostare il momento della visita a dopo l’ingresso. Non c’è bisogno di una legge per farlo, basta una direttiva. Il motivo di questa proposta? Lo spiegano i firmatari: rendere il Cpr più simile al carcere, dove le visite mediche si fanno all’ingresso. Tra le due strutture c’è però una differenza: le persone vengono portate in carcere perché devono scontare una pena o una misura cautelare. Nei Cpr invece ci vanno gli stranieri che hanno già espiato una pena e devono essere espulsi o quelli che non hanno commesso alcun reato ma non hanno le carte in regola per stare in Italia. Tante le misure sui minorenni. Partiamo da quella che è stata valutata ma non inserita: l’abbassamento della soglia di imputabilità a 12 anni: finora i minorenni che hanno commesso un reato possono risponderne, e subire un processo, se hanno almeno 14 anni. Con questo provvedimento la soglia si sarebbe abbassata a 12. Cavallo di battaglia della Lega, era stato sottoposto anche a Fratelli d’Italia da alcune “associazioni di categoria”. La norma, che avrebbe scardinato completamente la giustizia minorile, è stata notata, vagliata, ma poi scartata. Non perché considerata illegittima, anzi. “Servirebbe - ragionano da FdI - un provvedimento apposito, perché l’impatto sarebbe forte”. Nel decreto inoltre è prevista la cosiddetta “stretta sui coltelli”: una risposta alla presunta emergenza delle baby gang. Evidentemente l’inasprimento delle pene previsto nel testo iniziale è stato ritenuto insufficiente. Fratelli d’Italia in un emendamento prevede una pena fino a 4 anni di carcere (un terzo in più del massimo dei 3 anni già previsto) se a essere trovato in giro con un coltello è un minorenne che si trova in “contesti di aggregazione giovanile tali da determinare un concreto pericolo per l’ordine pubblico o la sicurezza urbana”. Stessa aggravante se il fatto avviene di notte o “in contesti urbani”. A fronte di tante norme securitarie ce n’è una, firmata da Marco Lisei, che incentiva la rieducazione di chi ha commesso reati: l’anticipo della cosiddetta messa alla prova. Si tratta di quella procedura per cui i minorenni che hanno problemi con la giustizia vengono affidati ai servizi sociali per fare lavori di pubblica utilità e attività che li aiutino a non tornare in circuiti criminali. Se l’emendamento passerà, questa misura non scatterà a processo inoltrato ma in una fase precedente. Tra le proposte di modifica rientra poi la possibilità di installare “sistemi di monitoraggio intelligente”, che altro non sono che telecamere di ultima generazione, negli asili nido, nelle strutture per anziani e in ambienti simili. Lo scopo è quello di “contrastare condotte violente, abusive o comunque pericolose nei confronti di minori e persone fragili”. Il tema è scivoloso, perché entra in gioco la privacy. Le altre volte che la norma era stata proposta poi è stata considerata infattibile. Ci sono infine varie misure in favore della Polizia. Una di queste è proposta negli ordini del giorno: si chiede al governo di dotare la Polizia di “capsule al peperoncino” e “sistemi ad aria compressa per il lancio di vernice indelebile e tracciante”. Quest’ultima sostanza, viene spiegato nel documento, dovrebbe servire a marchiare chi ha compiuto azioni violente, per poi arrestarli. L’ultimo emendamento riguarda gli autori di un reato che vengono colpiti in seguito dopo averlo commesso: un ladro che viene braccato e ferito dalla Polizia, un manifestante che ha spaccato una vetrina e viene manganellato dagli agenti, rompendosi un braccio, e così via. Si tratta di persone che hanno commesso un illecito, ma anche subito un danno fisico. Se questo emendamento passerà, non otterranno alcun risarcimento. Il “garantismo” del Governo: 57 nuovi reati, 60 aggravanti e pene aumentate di mezzo millennio di Mario Di Vito Il Manifesto, 20 marzo 2026 Quello di Giorgia Meloni è probabilmente il governo meno garantista della storia repubblicana. In tre anni e mezzo ha introdotto 57 nuovi reati, 60 nuove aggravanti e circa mezzo millennio di aumenti di pena. Dai rave ai pacchetti sicurezza, da Caivano alle rivolte in carcere. La storia è nota e di precedenti più ingombranti non se ne trovano. Come e perché questo esecutivo con la riforma della magistratura possa aver prodotto un capolavoro dello stato di diritto è un mistero politicamente insondabile. Un tic da associazione forense: la separazione delle carriere è un totem ideologico da decenni, del resto. Ma basta andare a guardare il famoso merito della questione - quello che i sostenitori del Sì hanno cominciato a invocare dal minuto dopo che la riforma è passata in parlamento, dove non c’è stata discussione alcuna in un anno e mezzo di iter - per accorgersi che le modifiche della Costituzione proposte vanno esattamente dalla parte opposta rispetto alle garanzie penali e alle tutele che spettano a chiunque incappi in un’indagine o in un processo. Separare le carriere dei magistrati giudicanti da quelli requirenti - separarle così - indubbiamente conferisce al pm un potere molto maggiore rispetto a quello che ha adesso: avremo di fatto una falange di 2.000 inquisitori (su 10.000 toghe) dotati di un consiglio superiore tutto loro, quando in quello attuale sono una ristretta minoranza. Il progetto è piuttosto chiaro. E già in atto: in tutti i suoi provvedimenti in materia penale, il governo ha dotato ogni volta un po’ di più il pm di maggiori poteri discrezionali, giustificando la cosa con la necessità di intervenire nel modo più rapido possibile. Nell’ultimo pacchetto sicurezza, ad esempio, là dove si parla di accompagnamento coattivo in questura durante le manifestazioni - il cosiddetto fermo preventivo - le forze dell’ordine hanno l’obbligo di darne notizia immediata al pubblico ministero. Che poi dispone (o non dispone) la misura come se fosse un giudice. Lo stesso accade per quanto riguarda l’ampliamento della flagranza differita e del Daspo urbano, dove pure il pm deve ricevere comunicazione immediata e può intervenire sulle convalide e le impugnazioni. La tendenza, motivata dalla necessità di tutela tempestiva della vittima, l’abbiamo già vista anche nel Codice rosso contro la violenza domestica e di genere. In questo caso il pubblico ministero assume un ruolo diverso da quello che esercita nella procedura ordinaria e ha un termine perentorio di tre giorni per decidere se adottare provvedimenti urgenti, da quelle cautelari ai sequestri, fino agli allontanamenti dalla casa familiare e ai divieti di avvicinamento. La tempistica è prorogabile in soli due casi: l’eventuale tutela di minori o la riservatezza delle indagini, anche nell’interesse della vittima stessa. Insomma, tutto lascerebbe pensare al fatto che ci sarebbe bisogno di sempre maggiore integrazione della “parte pubblica”, non della sua divisione in due tronconi separati e, in teoria, non comunicanti. Nella stessa riforma costituzionale, peraltro, i requirenti e i giudicanti, separati nelle rispettive sezioni del Csm, assurdamente tornano insieme nell’alta corte che dovrà occuparsi di dirimere le questioni disciplinari dei magistrati. Che forse sono l’argomento più delicato - e più politico - dell’intero lavoro che adesso si svolge all’interno dell’organo di governo autonomo delle toghe. Pochi giorni fa, a proposito, Nordio ha detto che, fosse per lui, il potere di iniziativa disciplinare da parte del ministro della giustizia sarebbe da abolire, ricevendo come risposta un sonoro “questo nessuno l’ha mai chiesto” dal procuratore di Palermo Michele De Lucia. E comunque anche qui i numeri ci dicono che siamo di fronte a un non problema: secondo i dati forniti dal Csm, il guardasigilli ha promosso una media di una trentina di azioni disciplinari all’anno da quando si è insediato. La procura generale della Cassazione lo ha fatto mediamente cinquanta volte ogni dodici mesi. E, sempre il ministro, su 176 decisioni, ne ha impugnate appena 7: 4 su questioni di esclusione dell’addebito e 3 per scarsa rilevanza. Ma allora se è vero, come dice il governo, che i magistrati si assolvono sempre tra loro, perché Nordio, pur avendo la facoltà di farlo, si è mosso così poco spesso? La risposta resta sospesa, ma domenica e lunedì si voterà lo stesso per cambiare 7 articoli della Costituzione. E pensare che per fare la separazione delle carriere sarebbe bastata una legge ordinaria. Lo ha detto la Corte costituzionale presieduta da quel Giuliano Vassalli che per i sostenitori del Sì è il padre nobile (postumo) della grande riforma. La sentenza numero 37 del 2000 della Consulta, infatti, nell’ammettere un referendum abrogativo (non costituzionale) sull’ordinamento giudiziario, affermò che la Carta parla sì della magistratura come di un ordine unico autonomo e indipendente, ma da nessuna parte impone che esista una carriera unica e assolutamente non vieta al legislatore di limitare, condizionare o addirittura impedire il passaggio da una funzione all’altra. Il punto è stato ribadito anche da un’altra recentissima sentenza costituzionale: la 58 del 2022. È stata questa in fin dei conti la base della riforma Cartabia che, pochissimi anni fa, ha ridotto i passaggi possibili a una sola volta nell’intera carriera. Ma si sa che riformare la Costituzione si fa per un motivo solo, molto semplice e molto pratico. Altro che merito. Si fa perché non costa niente. Un memorandum per chiunque vinca il referendum di Massimo Donini* L’Unità, 20 marzo 2026 Nessuno sa oggi chi vincerà il referendum. Il Governo ha fatto molto per perderlo, e se lo meriterebbe per come ha gestito la approvazione del testo della riforma e per l’attacco continuo alla magistratura “dissidente” che dice di voler proteggere da se stessa. Non credo tuttavia che la vittoria del “no” debba e possa portare a una rinascita del partito dei giudici-p.m. Per questo le considerazioni che farò valgono in ogni caso, coinvolgendo il diritto costituzionale, e non semplicemente il diritto penale. C’è un nesso profondo tra la cultura della giurisdizione come cultura non dei (soli) giudici, e la democrazia giudiziaria come evoluzione della forma di Stato democratico contemporanea. Vedere questo nesso fa comprendere come, sia la vittoria referendaria per i “sì” o per i “no”, ciò che conta davvero dovrà essere risolto a prescindere. Che cosa si può intendere per democrazia giudiziaria è presto detto. La forma di Stato democratica è da tempo mutata, ed è un fenomeno internazionale, anche se in Italia ha assunto tratti propri. Possiamo intendere con quella locuzione il dato di sistema per cui il funzionamento dei poteri e degli organi dello Stato, in particolare di quello legislativo e di quello esecutivo, del Parlamento come del Governo e della pubblica Amministrazione, è oggi possibile solo sotto il controllo, la verifica e l’aiuto della giurisdizione. Lo vediamo quotidianamente, nelle vicende internazionali, ma soprattutto in tantissime questioni interne, che riguardino le politiche dell’immigrazione, quelle della regolazione o attuazione di grandi appalti, la stessa etica pubblica che attiene alla condotta delle imprese, dei singoli amministratori pubblici o privati, nella gestione della sicurezza del lavoro, dell’ambiente, delle famiglie, dei rapporti sessuali o di coppia, dei rischi e pericoli connessi a nuove o vecchie devianze, minorili o maschili, oppure nella attenta attuazione delle politiche riguardanti la criminalità organizzata, equamente ripartite fra interventi legislativi e giudiziari. La magistratura è un sistema (nel complesso) ordinatore dei conflitti tra i poteri, sia essa rappresentata dai Tar e dal Consiglio di Stato, dalla Corte costituzionale, o sia semplicemente la magistratura ordinaria, di legittimità e di merito, soprattutto penale. Il suo ruolo non è più “puntiforme” o discontinuo, relegato a disciplinare ex post singole condotte patologiche, ma è ormai “regolatore”, tanto che lo stesso diritto penale, sul quale si incentra troppo spesso l’intervento giudiziale in un Paese per il quale l’etica pubblica resta di matrice penale, perché una qualunque condotta “se non è penale si può commettere”, è diventato sempre più a sua volta regolatore e non meramente sanzionatorio: interviene quotidianamente per ordinare il funzionamento, i rapporti, i conflitti tra i poteri o nel bilanciare gli interessi, i valori e i diritti in contrapposizione. A questo punto è evidente che il ruolo della magistratura è davvero decisivo per la Costituzione materiale della forma di Stato democratica. Non è previsto questo suo ruolo nella Costituzione formale, ma esso occupa di fatto una autonoma posizione disciplinatrice dei rapporti tra i poteri dello Stato. Sennonché, tale ruolo non può spettare alle Procure della Repubblica. I pubblici ministeri non possono ergersi a regolatori di uno Stato di diritto. Sarebbe una emergenza costituzionale. L’incidenza diretta di questo dato sul referendum è evidente. Solo la giurisdizione può essere regolatrice, non l’accusa. Non è quindi ammissibile che esista un “partito dei giudici” di cui fanno parte i pubblici ministeri. Vinca pure il “no”, l’esistenza di quel partito, che è ancora vitale, e dunque di una democrazia giudiziaria condizionata da politiche “comuni” a rappresentanti professionali dell’accusa come della giurisdizione, non potrà più essere quello che è stato, essendo inconcepibile che un soggetto processuale diverso dal giudice si attribuisca un ufficio di tale significato costituzionale, appartenente, come detto, alla Costituzione materiale. Per tale ragione, anche se restasse in vigore l’attuale CSM, e l’ANM che ne completa il ruolo politico esterno, essi non potranno più mantenere in vita un partito che li rappresenta nella funzione di controcanto della politica. La separazione degli stessi organi di governo sarebbe la soluzione costituzionale più coerente a questo dato di Costituzione materiale, e l’eccezione italiana a tale separazione vigente nei principali Paesi europei apparirebbe anomala. Il fatto è che una riforma che liberalizza la magistratura e la società da retaggi di un passato che vede giudici e p.m. insieme come i sacerdoti dei costumi e delle regole, e che dovrebbe apparire liberale, è offuscata da un governo che la sostiene senza essere liberale in tema di giustizia penale (sostanziale). A una adesione discontinua al diritto internazionale esso affianca un diritto penale nazionalista, autoritario e populista. Questa contraddizione storica è almeno pari a quella della c.d. cultura della giurisdizione, che nella bocca dei “magistrati uniti” li ha visti spesso contrapposti agli avvocati penalisti e alla società civile: oggetto di tutela da parte dei primi. Si dice che il p.m. deve pensare come il giudice: verissimo sul terreno della prova, ma quando si afferma questo si considerano gli avvocati come destinatari di quella cultura. Invece gli avvocati penalisti, non a caso uniti per il “sì” senza diventare per questo democratici deboli o di centro-destra, sono comprimari nella costruzione della cultura della giurisdizione, che deriva dalla dialettica processuale dove p.m. e difesa si devono muovere con parità d’armi. Averli messi insieme in un medesimo CSM (ma nel 1948 il processo penale era del tutto inquisitorio nella stessa mente dei costituenti, che non vanno oggi chiamati in soccorso di una Costituzione immutabile!) ne ha confuso l’immagine: magistrati entrambi, colleghi entrambi, al punto da dimenticare che sono realmente disallineati, nel processo. Non è un ruolo punitivo quello del giudice perché egli non deve “punire i colpevoli”, ma esaminare la fondatezza dell’accusa. Per la cultura inquisitoria, invece, entrambi sarebbero compartecipi insieme (ma separati dai difensori!) di questo obiettivo sociale: prevenire e reprimere il male sociale di rilevanza criminale. Contro questo diffuso bisogno di protezione attraverso il diritto penale, divenuto religione di massa, la posizione dell’avvocatura è davvero una testimonianza di alto valore civile, che si oppone alla logica amico-nemico che ha inopinatamente dominato le ultime discussioni sul referendum, come se fosse in gioco la stessa democrazia e non la democrazia giudiziaria. Sappiamo bene che una parte delle forze di governo vorrebbe burocratizzare la magistratura entro un ruolo esecutivo, mal digerendo che essa applichi la Costituzione, e protegga i diritti fondamentali anche contro leggi di sostegno a politiche che li vìolano. In tali contrasti storici si innesta un evidente elemento di difficoltà o di contraddizione del modo di presentare il referendum da parte del Governo. Se mai la stessa formazione comune e non divisa, di giudici e p.m., prima del concorso e dopo, dovrà riconoscere l’unitarietà del diritto e la necessaria compartecipazione docente paritaria di accademici e avvocati, anche qui, oltre che nel prosieguo delle carriere, si dovrà superare la prassi del correntismo: e ciò pure nell’eventuale permanere di un unico CSM, che è stato il contenitore e tesoriere delle logiche inquisitorie (e spartitorie) richiamate. Sono dunque numerosi i profili di incertezza permanente da risolvere, legati alla cultura della giurisdizione e alla democrazia giudiziaria: un problema che differenzia moltissimo la situazione italiana, se la si raffronta nella comparazione a quella ventina e oltre dei democraticissimi Paesi europei che hanno distinti governi per i magistrati dell’accusa e per quelli giudicanti. La comparazione ci salva dall’ideologia astratta o di partito. Un merito della consultazione referendaria è che questo nodo della cultura della giurisdizione e della democrazia giudiziaria, che riguarda prassi e costumi abnormi di entrambe le parti in contesa (magistratura e governo), non potrà essere eluso. Il permanere di un ruolo costituzionale della magistratura giudicante per la regolazione dei poteri dello Stato dovrà comunque essere interiorizzato come attività fisiologica e non “politica” accanto alla soggezione alla legge, e così altrettanto la giurisdizione come risultante di una vera e piena dialettica processuale incontaminata da correnti e separazioni culturali tra i protagonisti del ius e dei giudizi penali. *Professore ordinario di Diritto penale nell’Università di Roma “La Sapienza” Comunque vada a finire questo referendum sarà stato un successo per la cultura riformista di Giovanni Guzzetta* Il Dubbio, 20 marzo 2026 Le campagne elettorali e referendarie non sono mai inutili. Anche quando sono brutte e inquinate dalla politicizzazione impropria. Non sono inutili perché si impara sempre qualcosa nel bene e nel male. Per esempio si impara - per chi non lo sapesse già - che la magistratura, come ogni gruppo sociale, è composta in modo diversificato: ci sono gli eroi, ci sono i lavoratori seri, diligenti e molto preparati, ci sono i mediocri e ci sono anche coloro che abusano del proprio potere. Un potere quantitativamente e qualitativamente enorme. Perché, non dimentichiamolo, la magistratura è l’unico ordine che può disporre legittimamente delle nostre libertà, a cominciare da quella personale. Bisognerebbe che tutti ne fossimo consapevoli, compreso quel magistrato con cui dibattevo qualche giorno fa, il quale, non so se per ammiccare o per provocarmi, a un certo punto mi ha detto: “Ma professore, anche i docenti bocciano, e magari sbagliano. Lo stesso può succedere con la libertà personale”. Il cinismo, ancor più grave se inconsapevole, di questa battuta mi ha riportato alla mente uno dei tanti interventi in Assemblea costituente: quello del socialista Ghidini, il quale, convenendo con i suoi colleghi, diceva che lo scopo delle norme sull’ordinamento della magistratura doveva essere quello di “assicurare l’indipendenza piena della Magistratura, e nel contempo d’impedire che la stessa diventi una casta chiusa, insensibile alle esigenze sociali; estraniata, direi, dalla vita”. Solo chi è “estraniato alla vita” può liquidare gli errori giudiziari e l’ingiusta detenzione come un “danno collaterale”, al pari di un esame andato male perché il professore ha sbagliato. Ma questa campagna referendaria, al di là del merito della riforma, offre spunti interessanti per comprendere lo sviluppo della nostra democrazia. Per la prima volta nella storia della cosiddetta Seconda repubblica, la linea di divisione su un tema politicamente molto sensibile (e certamente la giustizia lo è) non si è attestato sul confine tra maggioranza e opposizione. Certo la politicizzazione c’è stata, e molti hanno cercato di incasellare il dibattito sulla contrapposizione alla maggioranza o addirittura sulla contrapposizione, degna della peggiore retorica giacobina e populista, tra popolo e casta (Travaglio). E fin qui tutto scontato. È una vecchia storia quella di tentare di trasformare impropriamente (e con buona pace della Costituzione più bella del mondo) un’occasione referendaria in una campagna elettorale o populista combattuta con altri mezzi. Ma in realtà la “politicizzazione” più interessante è quella che si è determinata all’interno del centrosinistra. È interessante perché, comunque la si pensi, l’orientamento programmatico che l’opposizione prende e prenderà nelle future vicende politiche interessa tutti. Un’opposizione più massimalista o più riformista non è indifferente né per la maggioranza attuale, né per coloro che potrebbero prendere in considerazione di votarla o di continuare a votarla. Ora, man mano che le settimane della campagna andavano avanti, si è progressivamente materializzato e consolidato un fronte collocato saldamente all’opposizione dell’attuale governo, ma caratterizzato da una comune ispirazione riformista e orientata al dialogo con la maggioranza, pur se da posizioni politicamente distinte. Al di là della pur importantissima vicenda referendaria, questa circostanza ha un valore straordinario per il consolidamento del bipolarismo e della democrazia dell’alternanza. Sono trent’anni che alla Seconda repubblica viene rimproverato di non essere stata capace di diffondere una cultura del confronto democratico tra diversi, risolvendosi in una polarizzazione faziosa e fazionista. Beh, dopo questa campagna referendaria, e comunque andrà, i segnali sono finalmente in una diversa direzione. È possibile restare distinti e, nello stesso tempo, convergere su posizioni riformiste e liberali. E non si tratta di episodi isolati. Perché quando personalità come Augusto Barbera, Arturo Parisi (l’ideatore e fondatore dell’Ulivo), Pina Picierno, Giuseppe Pisapia, Stefano Ceccanti, Enrico Morando, Cesare Salvi, Marco Minniti, Umberto Ranieri, Claudio Petruccioli, Roberto Giachetti, per non parlare, ovviamente degli esponenti centristi, e tanti altri antepongono le proprie convinzioni al richiamo dell’appartenenza di schieramento, non si può parlare di un piccolo smottamento, ma si deve riconoscere una linea politica per l’opposizione, alternativa al massimalismo dell’attuale dirigenza che coltiva la strategia del “campo largo”. È proprio questa la politicizzazione più saliente di questa campagna referendaria. Quella contro la maggioranza è, infatti, fisiologica (e peraltro, a dire della premier, destinata all’insuccesso). Mentre quella tra magistratura associata e politica è destinata a lasciare un segno preoccupante nella vita del paese. Quella dentro il campo dell’opposizione, invece, ci potrà, forse, dire qualcosa, sia sul futuro politico di quella parte, sia sui segni di evoluzione virtuosa della democrazia bipolare. E credo che sia soprattutto questo - insieme alla preoccupazione dell’Anm - che genera la virulenza dei toni cui abbiamo assistito. All’interno del centrosinistra, del suo orientamento e delle sue leadership attuali la posta in gioco è alta. Non c’è dubbio che una vittoria del no consoliderebbe le leadership attuali. Il problema è che, per la prima volta, ci potrebbe essere un certo numero di elettori di quel campo che forse non è d’accordo e non solo perché favorevole alla riforma della giustizia. *Professore di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università di Roma “Tor Vergata” Perché votare Sì: per una giustizia più moderna e garantista di Manfredi Bontempelli e Luca Lupària Donati* Corriere della Sera, 20 marzo 2026 Le carriere separate danno credibilità al sistema. Non viene sminuito il ruolo dei magistrati, ma si valorizza parità delle parti e imparzialità. Il dibattito sulla riforma costituzionale è l’occasione per riflettere sul funzionamento della nostra macchina giudiziaria e sugli scopi ultimi della giustizia penale, anche davanti a un pubblico di non addetti ai lavori. Rispetto ai tentativi di introdurre la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e requirenti, si è proposta ciclicamente l’idea per cui alla base della carriera unica vi sarebbe una comune cultura dei giudici e dei pubblici ministeri. Tale sarebbe la “cultura della giurisdizione”. Le carriere dei magistrati non dovrebbero essere distinte perché ne deriverebbe una pericolosa assimilazione ai public prosecutors americani, organi unicamente dediti alla persecuzione penale, non orientati a fini di giustizia, come sarebbero gli organi d’accusa nostrani. Votare “No” all’imminente referendum confermativo del testo di legge costituzionale significherebbe, pertanto, difendere un baluardo di democrazia ed evitarne una trasfigurazione in una sorta di “superpoliziotto” all’italiana. Questa critica si basa su una lettura davvero ingenua del sistema di giustizia penale vigente in ambito anglosassone da secoli. È vero che, in Italia, il pubblico ministero è un magistrato, nominato per concorso, al pari del giudice. Ma proprio il suo status di organo pubblico impedisce un appiattimento cieco sull’accusa ad ogni costo. Questa postura, fra l’altro, sarebbe fallimentare in un processo penale improntato al modello accusatorio, quale è quello recepito dalla Costituzione nel 1999, che impone al PM di valutare attentamente le chance di successo dell’accusa, prima d’iniziare il processo contro l’imputato. Quale, allora, il senso ultimo della scelta al centro della consultazione popolare del 22 e 23 marzo? A noi pare che si tratti di un’opzione culturale fra due diverse visioni della giustizia penale. Il sistema basato sulla carriera unica dei magistrati presuppone che il giudice e il pubblico ministero abbiano lo stesso scopo e, quindi, debbano “cooperare” all’accertamento dei fatti per punire i colpevoli e assolvere gli innocenti. Il sistema basato sulle carriere separate assume, invece, l’esistenza di scopi diversi e, quindi, postula che il giudice debba accertare i fatti, senza farsi carico dell’interesse pubblico a scoprire i reati e punire i colpevoli, attribuito al solo pubblico ministero. Ciò implica passare da una concezione “cooperativa” a una concezione “dialettica” della giustizia penale, che non sminuisce il ruolo dei magistrati, ma valorizza la parità delle parti e l’imparzialità del giudice, come nelle democrazie mature. È interessante osservare che il dibattito si è, da ultimo, focalizzato sul modo con cui la riforma realizza la separazione delle carriere, creando un Csm della magistratura giudicante e un Csm dei requirenti. Ciò dimostra che molti studiosi e operatori della giustizia che criticano la riforma non sono contrari alla separazione delle carriere in sé, ma in quanto accompagnata dal superamento del Consiglio Superiore unico. A noi sembra che, per separare veramente le carriere, sia inevitabile abbandonare la composizione togata mista (giudici e pubblici ministeri) e che non sia, di per sé, irrazionale il metodo di estrazione a sorte della componente laica (un terzo) e togata (due terzi) dei consigli superiori. Alcuni osteggiano il metodo del sorteggio, sostenendo che indebolirebbe il rapporto fra i componenti togati e il corpo della magistratura. Tuttavia, questo rapporto non può essere di tipo rappresentativo, anche in un sistema elettivo come quello attuale, perché il Csm non è un organo politico e nemmeno un organo di “autogoverno” della magistratura, ma di governo autonomo. Inoltre, la tesi dell’indebolimento del rapporto fra i componenti togati e il corpo dei magistrati non può non valere anche per il rapporto fra i componenti laici e il potere legislativo, perché anche qui opera il metodo del sorteggio. Alcuni, peraltro, non criticano la scelta del metodo, ma la disparità di trattamento che sarebbe stata introdotta tra i togati e i laici. Si osserva che solo per i togati vi sarebbe un sorteggio “puro”, senza possibilità di selezionare preventivamente i sorteggiabili. A noi sembra che la critica non convinca, in quanto il nuovo art. 104, comma 4°, Cost. prevede che i magistrati giudicanti e requirenti siano sorteggiati “nel numero e secondo le procedure previste dalla legge”. La legge ordinaria dovrà certamente determinare i criteri per inserire i magistrati nell’elenco dei sorteggiabili e sarà sindacabile davanti alla Corte costituzionale. Si afferma, infine, che con l’Alta Corte viene tolto il potere disciplinare al Consiglio superiore, il che indebolirebbe ulteriormente la magistratura di fronte alla “politica”. Ci pare, invece, che debba sottolinearsi il risultato positivo prodotto dalla riforma, creando un organo giurisdizionale, mentre nell’attuale quadro si è costretti ad accettare una sezione giurisdizionale in un organo non giurisdizionale. Il passaggio è, quindi, a un sistema più garantista. La Magistratura deve restare quel presidio di libertà che la riforma costituzionale tende a rafforzare. *Professori Ordinari di Procedura penale nell’Università Statale di Milano Perché votare No: è una riforma inutile e dannosa che non risolve i veri problemi della giustizia di Armando Spataro* Corriere della Sera, 20 marzo 2026 C’è il rischio di controllo politico sulla magistratura. Chi governa potrà intervenire mettendo in crisi l’equilibrio che esiste tra i poteri dello Stato. Domenica e lunedì milioni di cittadini dovranno esprimersi con voto referendario sulla “controriforma” Nordio-Meloni che non risolve in alcun modo i problemi che ostacolano il buon andamento della giustizia. Attorno ai veri fini della controriforma si tenta di disinformare i cittadini per indurli a votare “Sì” e tocca diradare la nebbia poiché non è assolutamente vero, ad esempio, che questa legge costituzionale, dando finalmente attuazione al principio del giusto processo, impedirebbe nuovi casi “Tortora” o “Garlasco” e renderebbe finalmente possibile punire i magistrati che scarcerano stupratori ed assassini. È falso che l’introduzione in Costituzione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri renderebbe il processo più equilibrato e più giusto, impedendo che i giudici, appartenendo alla stessa famiglia dei pm, siano portati ad accogliere le tesi d’accusa, penalizzando le tesi opposte degli avvocati. Si tratta di tesi offensive nei confronti della magistratura, specie considerando le cronache quotidiane da cui risulta statisticamente alto il numero di assoluzioni da parte dei giudici, che spesso condannano imputati di cui il pm chiede l’assoluzione. Ciò che lega l’attività di giudici e pm è solo il dovere di ricerca della verità, che obbliga il pm ad indagare anche a favore degli imputati. Alcuni giuristi sostengono poi che bisogna dare attuazione all’art. 111 della Costituzione che prevederebbe la separazione delle carriere, per rendere effettivo il processo accusatorio introdotto con il riformato Codice Vassalli. L’art. 111 della Costituzione afferma in realtà che “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale”. Dunque, neppure una parola rimanda alla separazione delle carriere, poiché la prevista parità delle parti è solo quella interna al processo. Fortunatamente sono ormai moltissimi gli avvocati penalisti che si battono per il “No”, ma sono molti anche i costituzionalisti che hanno qualificato questa riforma come maldestra e pericolosa, tale da stravolgere gli equilibri della nostra Costituzione. Il dogma della separazione delle carriere è alla base della scelta di sdoppiamento dell’attuale Csm: saranno due, quello dei giudici e quello dei pm, così facendo venir meno anche la necessità di una stabile ed importante interlocuzione organizzativa. Un’altra umiliante previsione è quella di un sorteggio puro e semplice per designare soltanto i membri togati dei due Csm, mentre i nomi dei membri laici sarebbero estratti da una lista precompilata dal Parlamento. Il sorteggio dei togati sarebbe giustificato dalla necessità di ridurre il peso delle correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati nella selezione dei componenti del Csm e in ordine alle sue numerose competenze, tra cui le nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari e l’esercizio della giustizia disciplinare. Chi sostiene queste tesi ignora la storia nobile dell’Associazione magistrati che si autosciolse durante il fascismo e gradualmente, dopo la sua caduta, si ricompose determinando anche plurime aggregazioni culturali e ideali che hanno determinato il nascere delle correnti. Si vuole poi creare un’Alta Corte disciplinare (esterna al Csm), soltanto per la magistratura ordinaria e non per quelle amministrativa, militare e contabile: sarebbero 15 i componenti, di cui 3 laici nominati dal Capo dello Stato, 9 magistrati e altri 3 laici anch’essi da designare con la citata tecnica del sorteggio asimmetrico. È una scelta che viola il divieto costituzionale di creare giurisdizioni speciali e che, peraltro, prevede che l’appello avverso a una sentenza emessa dall’Alta Corte dovrà proporsi dinanzi allo stesso organo, pur se lo deciderebbe un collegio diverso. Si vuole questo nuovo organismo, sostenendo che, sempre per l’invadenza delle correnti, quasi tutti i magistrati accusati di illeciti disciplinari finiscono con l’essere assolti. Affermazioni da ignoranti visto che la nostra giustizia disciplinare è la più severa che esista in Europa. I “separatisti” dicono poi che in tutti i Paesi democratici europei vi è la separazione delle carriere. Non è vero ed anzi il Consiglio d’Europa ha auspicato che i Paesi dell’Ue adottino il sistema delle “passerelle” tra funzioni di giudici e pm a maggior garanzia dei diritti dei cittadini. Preoccupa infine l’art. 8 secondo cui, in caso di entrata in vigore, il Parlamento dovrà intervenire entro un anno con “leggi ordinarie attuative, rimodulando la disciplina del Csm nonché quella in materia di ordinamento giudiziario e in materia disciplinare”. La maggioranza di turno, cioè, potrà fare quello che vuole intervenendo praticamente in quasi tutti i settori della giustizia mettendo in crisi l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il controllo politico della magistratura, attraverso la subordinazione del pm all’esecutivo, è dunque un pericolo reale, come si deduce da molte esplicite dichiarazioni di componenti del Governo nonché da una circostanza troppo spesso taciuta: la Camera dei Deputati, il 16 gennaio 2025, nel corso del simil-dibattito che portò alla prima approvazione della controriforma, respinse un ordine del giorno che impegnava la maggioranza a non sottoporre mai il pubblico ministero al potere politico. Del resto in ordine ai veri fini della riforma, sono importanti le dichiarazioni del ministro Nordio tra cui quelle incluse in un’intervista al Corriere della Sera del 3.12.2025, allorché si dichiarò “sorpreso” per il fatto che “una persona intelligente come Elly Schlein non capisce che questa riforma gioverebbe anche a loro nel momento in cui andassero al governo”. A quale convenienza si riferiva? Ai lettori l’ardua sentenza! *Già magistrato Sì alla sospensione della pena al condannato “riabilitato” di Giampaolo Piagnerelli Il Sole 24 Ore, 20 marzo 2026 Per la Consulta l’articolo 164, secondo comma, numero 1) del codice penale è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui preclude la concessione della sospensione condizionale della pena a chi abbia riportato una precedente condanna a pena detentiva per la quale sia intervenuta riabilitazione. L’articolo 164, secondo comma, numero 1) del codice penale è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui preclude la concessione della sospensione condizionale della pena a chi abbia riportato una precedente condanna a pena detentiva per la quale sia intervenuta riabilitazione, anche nell’ipotesi in cui le pene cumulate siano superiori ai limiti di cui agli articoli 163 e 164, quarto comma, del codice penale. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza numero 32, depositata oggi, ritenendo che la preclusione alla concessione del beneficio della sospensione condizionale, allorché l’imputato risulti gravato da una precedente condanna per delitto oggetto di riabilitazione, si basi su di un automatismo non compatibile con le norme costituzionali suddette. Si deve infatti lasciare all’autorità giudiziaria, chiamata a pronunciarsi sulla responsabilità per il nuovo reato, la libertà di compiere quella “prognosi di ravvedimento” - che è alla base dell’istituto della sospensione - secondo le regole di giudizio di cui all’articolo 133 del codice penale e nella prospettiva che concepisce la sospensione condizionale come uno di quegli istituti chiave nell’ottica della funzione oggi costituzionalmente assegnata alla pena dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione. Inoltre, poiché l’intervenuta riabilitazione comporta - ai sensi dell’articolo 178 del codice penale - l’estinzione di “ogni” effetto penale della condanna, tra tali effetti deve ritenersi ricompreso anche quello di escludere che la pena detentiva per delitto, già comminata in forza della sentenza oggetto di riabilitazione, possa assumere rilievo pure ai fini del cumulo previsto dagli articoli 163 e 164, quarto comma, del codice penale. Resta, infine, inteso - ha chiarito conclusivamente la Corte - che, qualora ricorrano le condizioni di legge per revocare la riabilitazione (ex articolo 180 del codice penale), possa essere lo stesso giudice, chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità per il nuovo reato e sull’eventuale concessione della sospensione condizionale, a disporre la revoca, secondo il disposto dell’articolo 683, comma 1, secondo periodo, del codice di procedura penale. Grave infermità fisica del detenuto e compatibilità con il regime carcerario di Vincenzo Giglio terzultimafermata.blog, 20 marzo 2026 La richiesta di sostituzione della misura carceraria impone al giudice di valutare la compatibilità col regime carcerario in conformità ai principi costituzionali e convenzionali. Cassazione penale, Sez. 1°, sentenza n. 3312/2026, 21/27 gennaio 2026, ha affermato che, allorché sia chiesta la sostituzione della misura coercitiva carceraria per grave infermità fisica, la valutazione della gravità delle condizioni di salute del detenuto e della conseguente incompatibilità col regime carcerario deve essere effettuata, in ossequio ai dettami degli artt. 32 e 27 co. Cost., ed agli arresti della Corte di Strasburgo in tema di interpretazione dell’art. 3 della Convenzione Edu. Consegue che la permanenza nel sistema penitenziario può essere deliberata se il giudice accerta che esistano istituti in relazione ai quali possa formularsi un giudizio di compatibilità e tale accertamento deve rappresentare un “prius” rispetto alla decisione, non una mera modalità esecutiva della stessa, rimessa all’autorità amministrativa. Riguardo alla sostituzione della misura coercitiva carceraria per grave infermità fisica, la valutazione della gravità delle condizioni di salute del detenuto e della conseguente incompatibilità col regime carcerario deve essere effettuata, in ossequio ai dettami degli artt. 32 e 27, terzo comma, Cost., ed agli arresti della Corte di Strasburgo in tema di interpretazione dell’art. 3 della Convenzione Edu (tra le altre: Jalloh c. Germania ric. n. 54810/00; Coppola c. Italia, n. 50550/06), sia in astratto, con riferimento ai parametri stabiliti dalla legge, sia in concreto, con riferimento alla possibilità, nella situazione specifica, di effettiva somministrazione nel circuito penitenziario delle terapie di cui egli necessita nonché di assicurazione di cura ed assistenza adeguata, tenendo conto delle possibili ripercussioni del mantenimento del regime carcerario in termini di aggravamento del quadro clinico e sempre bilanciando, le condizioni di salute del detenuto, così intese, con la sua pericolosità sociale. Ne consegue che, da un lato, la permanenza nel sistema penitenziario può essere deliberata se il giudice accerta che esistano istituti in relazione ai quali possa formularsi un giudizio di compatibilità, dall’altro, che tale accertamento deve rappresentare un “prius” rispetto alla decisione e non una mera modalità esecutiva della stessa, rimessa all’autorità amministrativa (Sez. 4, n. 19880 del 19/06/2020, Rv. 279250- 01; Sez. 1, n. 37062 del 09/04/2018, Rv. 273699 - 01; Sez. 6, n. 4117 del 10/01/2018, Rv. 272184- 01; Sez. 1, n. 30495 del 5/07/2011, Rv. 251478; Sez. 1, n. 12716 del 06/03/2008, Rv. 239380; Sez. 5, n. 16500 del 15/03/2006, Rv. 234446). Il giudice è sempre tenuto ad accertare, se del caso con l’ausilio di un perito, il reale stato patologico del detenuto, onde verificare se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione della pena e da rendere incompatibile la prosecuzione della carcerazione nel rispetto della dignità umana (Sez. 1, n. 1033 del 13/11/2018, dep. 2019, Rv. 276158 - 01). Va anche sottolineato che la prevalenza del divieto di custodia in carcere per i soggetti portatori di gravi malattie, quale previsto dall’art. 275, comma 4-bis, cod. proc. pen., rispetto alla presunzione d’adeguatezza esclusiva della custodia in carcere, nei casi di cui al precedente terzo comma dello stesso articolo, opera solo a condizione che risulti accertato il presupposto costituito dall’incompatibilità delle condizioni di salute del soggetto con lo stato di detenzione, intendendosi per tale anche quello attuabile presso taluna delle “idonee strutture sanitarie penitenziarie” di cui è menzione nel comma 4-ter del citato art. 275 cod. proc. pen. (Sez. 1, n. 7713 del 06/12/2024, dep. 2025, Rv. 287563 - 01). L’ordinanza impugnata non è discostata da tali principi ed ha posto a sostegno della decisione una motivazione scevra dai profili di contraddittorietà o manifesta illogicità denunciati. A differenza di quanto sostenuto dalla difesa, il Tribunale non si è fermato ad una valutazione in astratto sulla compatibilità delle condizioni di salute del ricorrente con il regime carcerario, ma ha in concreto verificato la possibilità che il detenuto, restando in carcere, usufruisca del trattamento assistenziale e terapeutico del quale ha bisogno. Per compiere tale valutazione i giudici del merito si sono avvalsi delle conoscenze tecnico-scientifiche di un perito, che, operando in contraddittorio e tenendo conto delle osservazioni del consulente della difesa, ha escluso la sussistenza di un’attuale incompatibilità assoluta con il regime carcerario, anche sotto il profilo del rispetto della dignità umana, precisando, tuttavia, che tale compatibilità è “condizionata e subordinata alla concreta possibilità di garantire un livello assistenziale elevato continuativo e multidisciplinare senza interruzioni ritardi nella presa in carico specialistica”. Affiche tali peculiari attività da cui dipende il mantenimento della predetta compatibilità (monitoraggio clinico e strumentale regolare, continuità terapeutica senza interruzioni, accesso tempestivo alle visite specialistiche) continuino ad essere assicurate dall’Amministrazione penitenziaria, in grado di mantenerle anche tenuto conto del tipo di struttura che ospita l’interessato, il Tribunale ha disposto specifiche e stringenti prescrizioni la cui eventuale violazione, allo stato solo temuta dalla difesa ricorrente, imporrebbe una rivisitazione del giudizio, sempre possibile con l’attivazione dei rimedi all’uopo previsti dall’ordinamento processuale. Giustizia riparativa: il diniego richiede una motivazione concreta sull’inutilità del percorso di Anna Marino Il Sole 24 Ore, 20 marzo 2026 La Corte, con sentenza 10535 del 2026, chiarisce che il giudice non può negare l’invio al programma sulla base di gravità del fatto o assenza di ravvedimento e il controllo è circoscritto a utilità concreta e assenza di pericoli per persone o accertamento. L’accesso alla giustizia riparativa inoltre non è limitato ai reati a querela. Il rigetto dell’accesso alla giustizia riparativa non può fondarsi su valutazioni astratte. Reiterazione, gravità dei fatti e assenza di ravvedimento non sono elementi automaticamente ostativi. Il giudice deve formulare una prognosi concreta sull’utilità del percorso per la composizione del conflitto. È necessario verificare specificamente l’idoneità del programma rispetto al caso concreto. In difetto di tale motivazione, il diniego risulta viziato e va riesaminato. Lombardia. Educatori e agenti sotto organico, in carcere il doppio dei detenuti di Federica Pacella Il Giorno, 20 marzo 2026 Nella regione lombarda si registra il rapporto peggiore tra ristretti e guardie: 2,44 secondo Antigone. Anche il personale responsabile del processo di rieducazione è carente: ogni operatore segue 77 casi. Con una media di 2,44 detenuti per agente, la Lombardia è tra le regioni peggiori in termini di rapporto tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria in Italia. A confermarlo è l’ultimo rapporto di Antigone, “Senza respiro”. Secondo i dati riportati nelle schede trasparenza del Ministero aggiornate a maggio 2025, manca il 16% delle unità previste in pianta organica. Se gli agenti sono ovunque in sotto-organico, la Lombardia è, insieme a Lazio ed Umbria, quella in cui, in rapporto alle presenze, ci sono meno agenti. Quanto al singolo istituto, i dati possono variare: a Brescia, ad esempio, al Nerio Fischione, a dicembre risultavano 1,85 detenuti per agente, quindi meglio della media lombarda e in linea con la media italiana; al contrario, a Bollate (Milano) il rapporto arrivava a 3,25. Pesa la carenza di organico: in attesa dell’immissione dei nuovi agenti partecipanti al concorso bandito nel 2025, in Lombardia, a dicembre, risultavano 487 agenti in meno. Non solo polizia penitenziaria: per il reinserimento, è fondamentale anche l’apporto degli educatori, figura prevista dalla riforma del 1975, per accompagnare i detenuti e le detenute nel percorso di risocializzazione e di rieducazione. Anche in questo caso, la Lombardia è tra le regioni più in difficoltà: se la media nazionale di persone detenute in carico a ciascun funzionario è di 64,8, in Lombardia siamo a 77,1 nel 2025 (in crescita rispetto al 69,6 del 2024). Nel rapporto di Antigone, sulla base dei dati ministeriali, si segnalano situazioni critiche come nella Casa circondariale di Bergamo dove, alla data della pubblicazione, erano presenti solo 4 educatori rispetto ai 6 previsti per un numero di detenuti pari a 576, un educatore ogni 144 detenuti. In questo quadro, peggiorano i dati del sovraffollamento. Nel rapporto del Garante nazionale dei detenuti di luglio 2025, c’erano emergenze in 13 istituti su 19 per un sovraffollamento superiore al 150%, con una media regionale del 152%. Secondo i dati del Ministero della Giustizia al 28 febbraio 2026, la media di sovraffollamento è del 156%, con punte del 222% a San Vittore, Brescia ‘Nerio Fischione’ sempre al 208%, Lodi al 211%, Varese quasi al 200%. Torino. Suicidio in carcere, faro sulla vigilanza di Bernardo Pace di Giuseppe Legato e Caterina Stamin La Stampa, 20 marzo 2026 Le indagini sulla morte al Lo Russo e Cutugno: un solo agente nella sezione dov’era detenuto. Alle 18.30 di lunedì nella sezione Marini del Padiglione E, del carcere Lorusso e Cutugno, c’era un solo agente di polizia penitenziaria. Una persona incaricata di sorvegliare Bernardo Pace, 62 anni. Dalle 14 doveva occuparsi di lui e gestire da solo anche la cucina. Poi, alle 20, sarebbe arrivato un secondo agente a sostituirlo a fine turno. Quel cambio non è mai avvenuto. Pace, pochi minuti dopo aver “ritirato” la cena nella sua cella, è salito su una sedia. Ha agganciato un laccio di ferro al bocchettone deputato al ricircolo dell’aria creando un cappio. E si è tolto la vita. Doveva scontare 14 anni per associazione mafiosa. E da poche settimane era diventato un pentito. Aveva iniziato a collaborare con la direzione distrettuale antimafia di Milano, a raccontare il suo vissuto criminale ai carabinieri del nucleo investigativo e alla pm Alessandra Cerreti, titolare dell’inchiesta Hydra. Aveva appena cominciato a portare a galla un mondo sommerso, a fare luce su un patto-cartello tra esponenti di tre diverse organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra) in Lombardia. La sezione “dei collaboranti” - Da pochi giorni era stato trasferito dall’Alta Sicurezza (AS3, massimo livello, un gradino sotto il 41 bis), nella sezione cosiddetta “dei collaboranti”. È qui che lunedì mattina ha svolto i colloqui con gli specialisti psicologi del carcere. Poi, ha pranzato, passato il pomeriggio e ritirato la cena. Nessuno, stando a quanto emerso finora, si era accorto del suo stato d’animo. L’ha trovato impiccato un agente di polizia penitenziaria, che poi è corso dall’altra parte del carcere nel tentativo disperato di recuperare una tronchese, con cui tagliare il cappio fatto con un cavo d’acciaio. Le indagini - Da quel momento, sono in corso le indagini. Per la caratura del personaggio e per le modalità del gesto (che si presume, con assoluta fondatezza, volontario) la procura ha aperto un fascicolo con l’ipotesi tecnica di istigazione al suicidio. È seguito direttamente dal procuratore Giovanni Bombardieri. L’autopsia verrà svolta nelle prossime ore. Intanto, ci sono ancora diversi punti da chiarire, a partire dal cavo d’acciaio: per cosa era utilizzato? Un’ipotesi è che potesse essere il filo di un vecchio stendibiancheria, ma c’è anche al vaglio la possibilità che si trattasse dell’antenna di un televisore. Da qui, la seconda domanda: dove lo ha trovato Pace? Nell’istituto penitenziario c’erano stati dei lavori di ristrutturazione, e, da qualche settimana, era stato montato un box doccia nel bagno del Padiglione. Ma allora, arriviamo alla terza domanda. Com’è stato possibile che Pace si trovasse in cella con il cavo d’acciaio? Chi ha controllato? Un “sistema al collasso” - Il sindacato Osapp denuncia un “sistema al collasso”. Spiega: “Il personale del carcere è esasperato e lavora in condizioni sempre più difficili tra degrado, sovraffollamento e continue tensioni”. La conferma arriva dai numeri: alla sezione Marini, che ospitava Pace, lavorava un solo agente e si occupava anche della cucina. E così negli altri tre piani del Padiglione E: un solo poliziotto per ogni livello, più uno addetto alla portineria. Un totale di cinque agenti per oltre un centinaio di detenuti. “Il carcere sta affondando” aggiunge l’Osapp, che critica anche la scelta di festeggiare il 209esimo anniversario della fondazione del Corpo di polizia penitenziaria in programma il 20 marzo. “Prima delle cerimonie servono interventi concreti per restituire sicurezza, dignità e condizioni di lavoro accettabili”. Le indagini sulla morte di Pace faranno luce anche su tutto questo. “È indispensabile chiarire se le garanzie previste siano state effettivamente assicurate e se il sistema abbia funzionato come avrebbe dovuto” commenta la senatrice Enza Rando, responsabile Legalità e lotta alle mafie del Pd. La morte del boss pentito, conclude, “non può essere archiviata come un fatto isolato”. Roma. Sanità dietro le sbarre: nuovo modello di presa in carico di Giacomo Galeazzi interris.it, 20 marzo 2026 Dipendenze in carcere: diritto, sanità e società a confronto all’Università Lumsa di Roma. Un modello inclusivo come obiettivo da condividere. In occasione del Giubileo dei detenuti la Cei ha invocato un “indulto differito”. Oltreché iniziative finalizzate al reinserimento sociale delle persone che escono dal carcere: “Apriamo le porte dei nostri cuori e le porte delle nostre comunità”. A Roma nell’aula Giubileo dell’Università Lumsa si è svolto il convegno “Oltre la Pena: sicurezza, salute e valore sociale. Un nuovo protocollo per il detenuto con Oud (Opioid Use Disorder)”. Si è trattato di un momento cruciale di dialogo tra il sistema giudiziario, la sanità e le scienze sociali sulla gestione delle dipendenze all’interno delle strutture penitenziarie. Un’importante iniziativa scaturita dalla necessità di far convergere la cultura del diritto e le scienze umane per definire responsabilità, percorsi decisionali e modelli assistenziali mirati. Al centro del dibattito, la presa in carico delle persone detenute con disturbo da uso di sostanze (DUS) e concomitante disagio psichico e sociale. In questo ambito, i disturbi del comportamento e le comorbidità psichiatriche presentano infatti prevalenze significativamente superiori rispetto alla popolazione generale, richiedendo un approccio specialistico e multidisciplinare. Le più recenti evidenze scientifiche dimostrano che l’adozione di terapie efficaci e ben tollerate, in particolare le formulazioni long-acting, consente interventi altamente personalizzati. Tali soluzioni migliorano radicalmente l’aderenza terapeutica e garantiscono la continuità delle cure. Partendo dal setting carcerario fino al delicato percorso di reinserimento sul territorio. L’obiettivo del convegno è stato quello di promuovere la definizione di protocolli condivisi e applicabili, orientati a un modello di salute olistico e centrato sulla persona. Un approccio libero da stigma e pregiudizi, capace di coniugare la sicurezza degli istituti, la tutela della salute del singolo e il valore sociale della cura. L’evento dal titolo “Oltre la Pena: Sicurezza, Salute e Valore Sociale. Un nuovo protocollo per il detenuto con OUD (Opioid Use Disorder)” si è svolto nell’ambito delle attività didattiche promosse dal prof. Alfredo De Risio. Docente di Psicologia criminale e di Psicologia clinica penitenziaria dell’Università LUMSA e direttore del Master di secondo livello in Psicologia dell’esecuzione penale e offender management presso la LUMSA Master School, e trova le sue fondamenta in un dialogo culturale e scientifico tra il Centro di ricerca interdipartimentale sui sistemi sociali e penali DAS - Diritto alla Speranza della LUMSA e l’Associazione dei Centri per la Ricerca e l’Osservazione dei Sistemi Salute (ACROSS). I lavori sono stati aperti dai saluti istituzionali del professor Francesco Bonini (rettore dell’Università LUMSA), di Andrea Delmastro Delle Vedove (sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia) e Riccardo Turrini Vita (Garante Nazionale dei diritti delle Persone private della Libertà personale). L’introduzione di Ernesto Napolillo (direttore generale dei detenuti e del trattamento DAP) ha dato il via agli approfondimenti della sessione mattutina (9-13). Governance del budget e impatto dei nuovi trattamenti farmacologici. Diritto alla Salute come Garanzia di Dignità. Gestione Territoriale e Budget Salute. Modelli e strumenti di integrazione: L’esperienza di “Regina Coeli”. La sessione pomeridiana è stata aperta dall’introduzione del senatore Giuseppe Lumia (già presidente della Commissione parlamentare Antimafia). E ha visto i relatori confrontarsi su varie tematiche. E cioè Sicurezza, ordine e aspetti sanitari negli istituti penitenziari. Il percorso di rieducazione e l’accesso al lavoro; Il ponte verso il reinserimento: le comunità terapeutiche e altre forme di residenzialità. Il diritto alla speranza. Civitavecchia. Quando il lavoro diventa rinascita: il caso “Valore Comune - Seconda Chance” di Daria Geggi civonline.it, 20 marzo 2026 Un ponte tra carcere e impresa: a Civitavecchia ne parlano Flavia Filippi e Stefania Polo. C’è un momento, spesso invisibile, in cui il lavoro smette di essere soltanto produzione e diventa possibilità. È in quello spazio che si inserisce “Valore Comune - Seconda Chance”, il progetto che anche a Civitavecchia prova a trasformare l’incontro tra impresa e carcere in un’occasione concreta di rinascita. Non solo formazione e inserimento lavorativo, ma un ponte reale tra due mondi che raramente dialogano: da una parte le esigenze di un territorio a forte vocazione turistica, dall’altra il bisogno, profondo, di riscatto e dignità di chi sta scontando una pena. Un’alleanza che chiama in causa anche il coraggio degli imprenditori, invitati a guardare oltre il pregiudizio e a scommettere sul valore umano, prima ancora che professionale. È Stefania Polo, responsabile a Civitavecchia di Seconda Chance Civitavecchia - progetto ideato e portato avanti a livello nazionale dalla giornalista Flavia Filippi - a parlare del progetto. Il progetto Valore Comune - Seconda Chance nasce per unire formazione e lavoro nel settore turistico. Qual è, secondo lei, il vero valore aggiunto per un imprenditore di Civitavecchia che decide di aprire le porte della propria attività a un tirocinante proveniente dal carcere? “Il 5 novembre scorso, presso la Casa di Reclusione di Civitavecchia grazie alla Direttrice Anna Angeletti e alla sua Area Trattamentale, è stato inaugurato il Progetto formativo “Valore Comune” nato dalla collaborazione tra l’E.B.T.L. (Ente Bilaterale per il Turismo del Lazio) impegnato nella promozione del buon lavoro, nella formazione professionale e nell’inclusione sociale nel settore del Turismo, e Seconda Chance - associazione fondata dalla Giornalista del TG La7 Flavia Filippi che si pone come ponte tra il mondo imprenditoriale e il sistema penitenziario per offrire possibilità di formazione e occupazione ai reclusi che cercano una seconda possibilità di reinserimento nella società. Il valore aggiunto per un imprenditore che assume un detenuto, non è tanto e solo la possibilità di avere degli importanti sgravi fiscali, quanto sapere di poter contare su una persona che ha compreso l’importanza del lavoro per restituire valore e dignità a se stesso e alla propria famiglia. Quindi è avere nella propria impresa una persona motivata a fare del proprio meglio, pervasa dalla gioia e dall’entusiasmo per la consapevolezza di avere la possibilità di non ritornare più nel posto più buio che la società riserva a chi commette certi errori”. I tirocini arrivano in un momento cruciale, a ridosso della stagione estiva. Che tipo di profili professionali potranno trovare le aziende e con quali competenze già acquisite al termine del percorso formativo? “Il progetto si pone l’obiettivo di unire formazione, inclusione e opportunità concrete di inserimento lavorativo di figure professionali che non sono state decise a priori, ma che si sono delineate durante il periodo formativo di 80 ore appena concluso, tenuto conto della motivazione individuale e delle attitudini espresse dai partecipanti. I profili riguardano il settore della ristorazione e alberghiero con attività applicative volte a favorire l’apprendimento esperienziale per la sala, la cucina, le pulizie e l’accoglienza. I tirocini della durata da 2 a 6 mesi previsti presso strutture ricettive e ristorative del territorio, permetteranno di applicare operativamente le competenze acquisite, favorire un graduale inserimento nel contesto lavorativo e accompagnare i partecipanti verso un effettivo contratto di lavoro”. Civitavecchia è un territorio con una forte vocazione turistica ma anche con un grande bisogno di manodopera qualificata. Valore Comune può diventare un modello stabile di incontro tra domanda e offerta di lavoro? E che messaggio vuole lanciare al tessuto imprenditoriale locale? “Sicuramente si tratta di un progetto pilota che tiene conto delle richieste del mercato del lavoro con particolare attenzione al contesto territoriale caratterizzato da una forte vocazione turistica e bisognoso di manodopera qualificata, nell’intento di creare opportunità occupazionali reali perché supportate dalla conoscenza diretta e sperimentata con le persone formate nella pratica durante i mesi di tirocinio presso le strutture del territorio. L’intento è creare un modello stabile di incontro tra domanda e offerta di lavoro da espandere in altre città situate in zone turistiche nelle quali vi sia un Penitenziario, dove unire formazione, inclusione e opportunità concrete di inserimento lavorativo, a partire da Civitavecchia. Il progetto si pone come un ponte diretto tra partecipanti accuratamente formati e imprenditori del settore turistico e della ristorazione. Il messaggio che voglio lanciare agli imprenditori locali è quello di superare il pregiudizio e coinvolgersi in questo progetto che promuove la gioia perché porta speranza, dignità e inclusione, dà un senso profondo alla propria attività che va oltre la normale routine, offrendo a detenuti selezionati con cura, opportunamente formati e con una fortissima voglia di riscatto, delle importanti opportunità di cambiare vita. In altre parole: diventate veicoli di rinascita”. Nel percorso di Seconda Chance ci sono già state esperienze precedenti di formazione e inserimento lavorativo. Che cosa vi hanno insegnato queste prime sperimentazioni e in che modo hanno contribuito a costruire Valore Comune come progetto più strutturato e orientato davvero a offrire una seconda possibilità ai detenuti? “Ormai sono numerose le esperienze di formazione promosse da Seconda Chance su tutto il territorio nazionale e i conseguenti inserimenti lavorativi: ad oggi siamo pervenuti a un totale di770offerte di lavoro. La collaborazione con EBTL si è mostrata vincente sia per la professionalità e l’esperienza ultra ventennale che la caratterizzano, sia per l’interesse comune a creare opportunità lavorative mirate al reinserimento sociale dei detenuti in un’ottica di connessione con l’offerta occupazionale presente nei territori in cui si realizza il progetto. In questo ambito fare rete è l’approccio vincente, che permette di unire le forze e usarle in funzione dell’obiettivo comune della crescita e dell’occupazione non fini a se stessi, ma per promuovere la rinascita dei singoli, delle famiglie e non per ultimo, della società”. Verona. Carcere di Montorio, sei detenuti diventano tecnico di scuderia L’Arena, 20 marzo 2026 Dopo la formazione, consegnati i brevetti grazie al progetto inclusivo in collaborazione con Corte Molon e Fieracavalli. In dieci anni sono più di 170 le persone detenute nella casa circondariale di Montorio che hanno partecipato ai corsi di formazione professionale per tecnico di scuderia. Cinquanta in tutto i diplomi consegnati alla fine del percorso di studio. Sono i numeri del progetto nato nel 2016 dalla collaborazione tra Fieracavalli, l’Aps Equestre Horse Valley di Corte Molon e il carcere di Montorio, con l’obiettivo di rendere il rapporto tra uomo e cavallo un aiuto concreto per il reinserimento sociale attraverso l’apprendimento di nuove competenze lavorative spendibili nel settore equestre. Un’iniziativa che ha subito riscosso molto successo tra gli ospiti della struttura di Montorio, tanto da allestire nel carcere una vera e propria piccola scuderia con tre box, per consentire ai detenuti di svolgere sul posto le attività pratiche con i cavalli. Le lezioni, svolte con animali anziani o non più in grado di gareggiare, alternano teoria e pratica: gestione della scuderia, etologia del cavallo, alimentazione, tecnica equestre, con contributi portati da figure specializzate quali veterinari, maniscalchi e addestratori. Alla cerimonia per la consegna degli ultimi sei diplomi rilasciati per l’anno 2024 - 2025 hanno partecipato per Veronafiere il presidente Federico Bricolo e il responsabile di Fieracavalli Armando Di Ruzza. Con loro Maria Grazia Bregoli, direttrice del carcere di Montorio, il comandante della Polizia penitenziaria Mario Piramide, Linda Fabrello, presidente di Horse Valley. Presenti anche gli insegnanti di Kundalini Yoga che hanno a loro volta rilasciato attestati ai partecipanti del corso dedicato alla gestione delle emozioni e della respirazione, utile per approcciarsi ai cavalli con uno stato d’animo più sereno. “Da dieci anni questo progetto dimostra che Fieracavalli non è solo un evento, ma una comunità che si prende cura del territorio - sottolinea il presidente Federico Bricolo -. Offrire a persone detenute una formazione qualificante e un mestiere concreto significa restituire dignità, fiducia e una seconda possibilità di costruire un percorso reale di vita che guarda al futuro. Complimenti a Corte Molon, perché le cose che fa le fa sempre nel migliore dei modi. Abbiamo visto tante realtà e qui si percepisce un cuore che batte forte”. “È il prestigio del valore umano di chi qui vive e lavora. Per i detenuti si tratta di un’occasione vera e propria di trovare un’occupazione una volta usciti dal carcere - aggiunge la direttrice Maria Grazia Bregoli -. Molti di loro, infatti, hanno trovato lavoro in diversi centri ippici del territorio”. “Il corso non è solo un momento di formazione professionale, ma è anche un grande occasione di condivisione, di relazione con il cavallo come mediatore, anche culturale - conclude Linda Fabrello -. Molti dei ragazzi detenuti, infatti, hanno ricordi legati al cavallo nella loro vita, nella loro terra di origine: si crea così un luogo comune di relazione basato su memorie positive dell’infanzia e della famiglia. Arrivano arrabbiati e, grazie al corso e alla convivialità che ne deriva, si crea serenità. Da dieci anni questo progetto dimostra che Fieracavalli non è solo un evento, ma una comunità che si prende cura del territorio.”. Oltre alle lezioni e al lavoro con i cavalli all’interno della casa circondariale, i detenuti autorizzati a operare all’esterno del penitenziario grazie ai permessi dell’Articolo 21, svolgono a Corte Molon volontariato nelle scuderie, affiancando lo staff del maneggio nella gestione quotidiana dei cavalli. Cuneo. Il Cerialdo perde il 41 bis, ma ora rischia di “sfondare” quota 500 detenuti cuneodice.it, 20 marzo 2026 L’allarme dal direttore del carcere di Cuneo, nel giorno della festa della Polizia Penitenziaria. Miglioramenti sul fronte sicurezza, con bodycam e videoconferenze. Cuneo potrebbe non essere più il “supercarcere” dei mafiosi e dei criminali al 41 bis. Da mesi ormai si discute del piano del governo, presentato nella conferenza Stato-regioni di dicembre, per l’accentramento dei detenuti in regime speciale in alcuni istituti destinati ad ospitare solo questa tipologia. In Piemonte il penitenziario designato è il San Michele di Alessandria. Per Cuneo significherebbe il trasferimento di 45 detenuti, oggi rinchiusi nel reparto dei 41 bis, ma anche un possibile ingresso di circa 150 reclusi nel circuito della media o dell’alta sicurezza. Un’eventualità che preoccupa molto il direttore del Cerialdo Domenico Minervini: “Ove questo scenario si realizzasse, - avverte - l’istituto si troverebbe ad ospitare più di 500 detenuti, con probabili ricadute a livello gestionale e di sicurezza. Un ambito su cui ciò andrà sicuramente ad impattare sarà l’assistenza sanitaria nei confronti della popolazione detenuta”. Il Cerialdo è già oggi un carcere sottoposto a grande pressione, con una popolazione di circa quattrocento detenuti: quasi metà degli 894 rinchiusi nei quattro penitenziari della provincia (oltre a Cuneo ci sono Saluzzo, Alba e Fossano). La festa della Polizia Penitenziaria, celebrata questa mattina, è stata l’occasione per fare il punto sulle criticità ma anche sui miglioramenti intervenuti nell’ultimo anno. Tra i segnali positivi, il principale riguarda la sicurezza interna: “Quest’anno tracciamo un bilancio sicuramente positivo a differenza del precedente” dice Minervini. Merito degli incrementi di organico che ci sono stati ma che ora, segnala il direttore, si stanno riducendo a causa delle politiche di mobilità nazionali. La tecnologia ha giocato un ruolo cruciale: grazie a orientamenti “più avanzati” della magistratura di sorveglianza è stato possibile aumentare i colloqui dei detenuti al 41 bis in videoconferenza. La recente sottoscrizione di un protocollo ha implementato in maniera significativa anche la partecipazione a distanza dei detenuti nelle udienze del tribunale di sorveglianza. Restano i problemi legati a una percentuale di stranieri che a Cuneo supera il 60%, di fronte a una media regionale del 43%, e alla forte presenza di tossicodipendenti: l’Asl ha potenziato e diversificato i trattamenti proprio in favore di queste tipologie di detenuti. La sanità carceraria vede aumentare gli specialisti e le attrezzature, con una riduzione dei trasferimenti verso l’ospedale. Nell’ambito della salute il direttore elogia il progetto di Caritas che ha messo a disposizione settemila euro per le protesi dentarie dei detenuti indigenti. Sul fronte trattamentale, quest’anno sono erogati dalla Camera di Commercio due ulteriori corsi professionali, per panettiere-pasticcere e addetto alle buste paga, grazie a un finanziamento della Fondazione Crc. “Ora - aggiunge Minervini - è necessario che queste attività vengano messe a sistema, diventando stabili e non più occasionali, in modo che ne fruiscano i detenuti giovani delle seconde generazioni per i quali il rischio di recidiva resta elevatissimo, con ricadute sulla sicurezza delle nostre città”. Un ringraziamento va ai componenti di un reparto formato per più del 50% da agenti con meno di due anni di servizio: “Frutto delle discutibili politiche nazionali di assegnazione dei neoagenti e della troppo frequente mobilità sul territorio nazionale”. A loro si rivolge il comandante della Polizia Penitenziaria Daniele Cutugno, ricordando i numeri dell’attività provinciale nel 2025: i sequestri sono stati 130 a fronte del rinvenimento di 115 cellulari, di 22 rinvenimenti di sostanze stupefacenti (perlopiù hashish, crack e cocaina) e di 25 oggetti idonei all’offesa, prevalentemente armi bianche e oggetti contundenti. Nel corso dell’anno sono state 5.079 le perquisizioni ordinarie e quattro le perquisizioni straordinarie, di cui tre presso la casa circondariale di Cuneo. I registri hanno segnato 721 ingressi e 709 dimissioni, 2.932 traduzioni di cui 172 trasferimenti, 734 spostamenti per esigenze di giustizia, 1.486 per motivi di salute e 31 piantonamenti ospedalieri. Tra le novità, oltre all’avvento del manuale operativo e ai corsi professionalizzanti, c’è l’introduzione delle bodycam il cui utilizzo è stato sperimentato proprio a Cuneo. La cerimonia si è conclusa con la consegna degli encomi, da parte del prefetto Mariano Savastano, al sostituto commissario Marino Spinardi e al sovrintendente Claudio Aimar della casa di reclusione di Fossano, nonché agli assistenti capo coordinatori Giorgio Pallotta, Pasquale De Masi, Andrea Golino, Ignazio Gioi e Stefano Maccioni della casa di reclusione di Alba. Avellino. Abbracciarsi in carcere il giorno della festa del papà di Andrea Pastore vita.it, 20 marzo 2026 Negli istituti di pena, la festa del papà ha un senso diverso. Non semplice, ma reale. Anche lì dentro si è padri. E, a volte, si prova a proteggere almeno un pezzo di infanzia. Il racconto dell’abbraccio forte, un po’ goffo, di un padre e di un figlio che non si vedevano da cinque mesi. La fiducia di un bambino, il rispetto silenzioso degli altri detenuti, le dita intrecciate di Marco (nome di fantasia), come per controllare che fossero ancora le sue. Sono entrato stamattina nel teatro del carcere di Avellino prima dell’arrivo dei detenuti e delle rispettive famiglie. La sala aveva un odore strano, un misto di disinfettante e di attesa. Le sedie erano allineate con una precisione quasi severa, come se anche i sentimenti dovessero stare composti, in fila. Era la festa del papà. I volontari del progetto S.Av.E.L.ove – curiAmo La Relazione hanno sistemato i fogli con i colori su un tavolo. Su un altro hanno disposto dei vassoi di zeppole. Le famiglie sono arrivate piano, una alla volta. C’erano occhi che cercavano qualcuno con urgenza. Un bambino cercava con lo sguardo il suo papà. Marco, il padre (nome di fantasia), l’ho immaginato seduto da qualche parte. Era felice, ma anche teso. Teneva le dita intrecciate, come per controllare che fossero ancora le sue. Non vedeva suo figlio da cinque mesi. Fuori sarebbero passati quasi senza accorgersene; lì dentro hanno avuto un altro peso. Quando la porta si è aperta, il bambino è entrato tenendo stretta la mano della madre. Aveva uno sguardo curioso, fiducioso. Appena ha visto il padre, si è staccato e gli è corso incontro. “Papà!”. Marco si è abbassato e lo ha abbracciato. In quel momento tutto il resto è passato in secondo piano: le sbarre, le regole, gli errori. È rimasto quell’abbraccio, forte, un po’ goffo. “Sei tornato dal lavoro che fai fuori?” ha chiesto il bambino. Marco ha annuito e gli ha accarezzato i capelli. “Sì… sono tornato ad Avellino solo per oggi”. Non è stata una bugia solo sua. È stata una versione della realtà costruita per proteggere il bambino: dalla madre, dagli educatori e in questo va ricordato il gran lavoro fatto da Antonio Solimene, e dagli altri detenuti. Hanno deciso di non spezzare quella fiducia, ancora per un po’ almeno. Nei giorni precedenti se lo sono detti tra loro, a bassa voce: “Arriva suo figlio per la festa del papà”. “E non sa niente?”. “No”. “Allora continuiamo così”. E così è stato. È chiaro che il figlio di Marco questa mattina è entrato in un carcere: lo capisce anche un bambino. Ma il suo papà, per lui, era lì per lavorare, solo per oggi, di passaggio in città nel lungo impegno che lo sta tenendo lontano da casa. Per qualche ora, quel luogo ha avuto un significato diverso. Il bambino ha tirato fuori dallo zainetto un disegno. Sopra c’era scritto: “Al mio papà”. Marco lo ha guardato a lungo. “È bellissimo”, ha detto. Intorno, anche gli altri padri hanno vissuto momenti simili: abbracci, poche parole, gesti semplici e la lettura della poesia per la Festa del Papà. Tra loro si è creata una forma di rispetto silenzioso. Nessuno ha rotto quell’equilibrio. Il tempo è finito presto. Una voce ha annunciato la fine dell’incontro. “Devo tornare a lavorare”, ha detto Marco. Il bambino ha annuito. “Allora torna presto”. “Ci provo”. Si sono abbracciati ancora. Poi il bambino si è allontanato, voltandosi più volte per salutarlo. Quando la porta si è chiusa, Marco è rimasto fermo. Intorno a lui, qualcuno ha abbassato lo sguardo, qualcun altro si è asciugato gli occhi. Un uomo gli si è avvicinato e gli ha dato una pacca sulla spalla. Non ha detto nulla. In quel silenzio, la Festa del Papà ha avuto un senso diverso. Non semplice, ma reale. Anche lì dentro si è padri. E, a volte, si prova a proteggere almeno un pezzo di infanzia. Foggia. San Giuseppe, in mostra nel carcere i disegni dei bimbi per i papà detenuti Gazzetta del Mezzogiorno, 20 marzo 2026 Parole e disegni dei bambini in mostra nel carcere di Foggia in occasione della festa del papà. L’iniziativa è nata su impulso dell’area trattamentale dell’istituto penitenziario ed è stata realizzata in collaborazione con l’associazione Lavori in Corso e il Csv Foggia, con il sostegno della Fondazione dei Monti Uniti e dell’8x1000 della Chiesa Valdese. Pensieri scritti e disegnati dai bambini prima del colloquio con il genitore detenuto, che raccontano l’attesa, l’amore, il bisogno di esserci. Il progetto ha coinvolto l’intera popolazione detenuta maschile, circa 620 persone, con un messaggio chiaro: i legami familiari non si interrompono, neppure nei momenti più difficili. Volontari ed educatrici, nel pomeriggio di ieri, hanno allestito le sezioni per creare un effetto sorpresa. Questa mattina, al momento della colazione, ogni detenuto ha ricevuto un piccolo kit simbolico: una cartolina illustrata, alcune caramelle e una lettera con un messaggio dedicato al senso dell’iniziativa. “Questa iniziativa - sottolinea il presidente del Csv Foggia, Pasquale Marchese - è la dimostrazione concreta di quanto la collaborazione tra istituzioni e volontariato possa generare valore reale e duraturo. È il frutto di un lavoro corale, che ha visto la piena disponibilità del direttore, il contributo fondamentale delle educatrici, il supporto della polizia penitenziaria e la partecipazione preziosa dell’associazione Lavori in Corso, delle volontarie ex art. 78 Annalisa Graziano e Flora Pistacchio e dei giovani volontari in servizio civile dell’associazione Genoveffa de Troia: da queste sinergie nascono esperienze capaci di generare inclusione e comunità”. “Entrare” nell’arte per costruire un ponte tra carcere e società di Francesco Crippa vita.it, 20 marzo 2026 Dalla collaborazione tra la Fondazione Francesca Rava e otto istituti penitenziari nasce l’opera “Cercare Raffaello in carcere”, progetto di risocializzazione che trasforma la pena in progetto: quando il talento diventa lo strumento per abbattere le mura dell’isolamento. Antonio Sangermano, capo del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità: “L’efficienza del sistema carcerario è nulla senza l’umanità”. “Quest’opera è nata entrando nel Cartone a cui si ispira. Dico “entrando” perché nella Scuola di Atene c’è una figura di bianco vestita che attira l’attenzione, perché è l’unica, insieme all’autoritratto di Raffaello, che guarda fuori, verso l’esterno. Mi piace pensare che voglia dire all’osservatore: “Entra anche tu nella Scuola di Atene, partecipa anche tu a questa fucina del bello che è l’arte”. Ecco, in questa nuova opera sono in tanti a guardare verso l’esterno: ci interpellano, ci invitano a entrare nella loro esperienza”. La “nuova opera” di cui parla monsignor Marco Navoni, prefetto della Veneranda biblioteca ambrosiana, è Cercare Raffaello in carcere, un arazzo ispirato al Cartone preparatorio della Scuola di Atene e realizzato da 100 detenuti di otto carceri italiane. L’opera - un arazzo di otto metri per tre - è una reinterpretazione di Raffaello in cui ciascun detenuto ha cercato i propri riferimenti. C’è chi ha deciso di fare un autoritratto, chi ha disegnato Marco Pannella, chi Rosa Parks. Qualcuno ha scelto Snoop Dogg, altri Homer Simpson, qualcuno lo pneumatico di un camion, in cui molte persone, spesso migranti, viaggiano raggomitolati per passare confini nazionali. Un’esperienza concreta di rivitalizzazione e scoperta di sé attraverso l’arte, nata nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione Francesca Rava (con il sostegno di Mediobanca) e di un laboratorio artistico ideato e realizzato dall’artista Mattia Cavanna. La presentazione dell’opera, ieri alla Biblioteca ambrosiana, è stata anche l’occasione per un confronto sul valore dell’arte nei percorsi educativi dei giovani e degli adulti autori (o presunti) di reato. “L’arte si presta a tante interpretazioni”, ha proposto monsignor Alberto Rocca, direttore della Pinacoteca ambrosiana. “Secondo me, la figura bianca della Scuola di Atene non guarda lo spettatore, ma il dipinto che ha di fronte nella Stanza della Segnatura, cioè un affresco che rappresenta la teologia. Come a dire: ha imparato e capito tutto quello che c’era da capire nella Scuola, ma per capire perché è al mondo ha bisogno di guardare oltre, verso la teologia”. È questo sguardo, questo “guardare oltre”, secondo lui, che i protagonisti autori di Cercare Raffaello in carcere hanno voluto comunicare e che hanno sentito incontrando l’arte. “Nelle carceri, l’esperienza artistica può avere un grande valore per far sì che non ci si limiti a pensare solo ai bisogni primari”, il commento delll’assessore al Welfare del Comune di Milano, Lamberto Bertolé, che ha indicato come un esempio positivo della necessità di implementare la realizzazione di luoghi e percorsi per pene alternative al carcere. “Il carcere è una realtà complessa che intreccia la realtà degli autori di reato o presunti tali con le infrazioni sociali che le loro azioni comportano”, ha sottolineato Antonio Sangermano, capo del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del ministero della Giustizia. Così, si intrecciano diversi temi: il dolore della vittima, l’espiazione di chi è in carcere, ma anche i temi di sicurezza e trattamento. Il primo perché il carcere è una struttura chiusa, da cui non si può uscire. Il secondo perché è ciò che dà sostanza all’art. 27 della Costituzione: “Senza l’attività trattamentale, la pena sarebbe una costudita passiva e quindi inutile. Invece, lo scopo della pena è produrre programmaticamente un effetto positivo, di risocializzazione, di riavvio della persona su un percorso di futuro”, ha richiamato Sangermano. “L’efficienza - ha ammonito - è nulla senza umanità”. Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche. Respingendo come pure fantasie le idee di chi vorrebbe abolire le carceri - “finché esisterà il male sarà inevitabile la loro esistenza” - Sangermano ha però ribadito che gli istituti di pena minorili “devono essere residualizzati e umanizzati al massimo, trasformandoli in un punto di passaggio”. In questo, Cercare Raffaello in carcere è “un’opera straordinaria perché consente ai detenuti di vedere quali effetti possa produrre il proprio talento quando viene messo in gioco. Realizzare qualcosa attraverso l’arte è una forma di risocializzazione incredibile, significa far uscire il detenuto dal carcere non virtualmente, ma mentalmente, proiettandolo in una dimensione progettuale in cui la consapevolezza di sé dà speranza e aiuta a costruire un progetto”, ha puntualizzato Sangermano. È questo tipo di esperienza individuale che Fondazione Rava cerca di promuovere attraverso il progetto Orizzonti attivo presso 8 istituti penali per i minorenni, la Casa circondariale di San Vittore di Milano e la Casa di reclusione femminile della Giudecca di Venezia. Nato nell’ambito di Palla al Centro, inizialmente attivo esclusivamente all’ipm Cesare Beccaria di Milano, offre ai giovani detenuti opportunità concrete di inclusione, attraverso attività educative e formative, laboratori artistici e percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità sul disagio giovanile e costruire un ponte tra il “dentro” e il “fuori” del carcere. “A me - ha detto Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione - la figura bianca della Scuola di Atene ha dato l’impressione di voler creare un ponte, appunto come il nostro progetto”. Nell’opera di Raffaello, è un ponte tra dipinto e osservatore, mentre nella reinterpretazione è tra il mondo dei detenuti e quello a cui chiedono di essere ascoltati, capiti, accolti. Per Maria Pitaniello, direttrice della Casa circondariale di San Vittore di Milano, per i detenuti spesso “avvicinarsi a personaggi della cultura e della storia e poter guardare dentro di sé attraverso un lavoro introspezione, come avvenuto con Cercare Raffaello in carcere - é una bella sperimentazione”, perché spesso vengono da contesti poveri in cui è facile che non abbiano avuto l’occasione per farla prima. Per questo, ha detto, “abbiamo l’obbligo di offrire opportunità trattamentali, innanzitutto per alimentare la loro capacità di conoscere strumenti diversi rispetto alla vita e alle scelte che hanno fatto fino a quel momento”. Per Luigi Pagano, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, bisogna “pensare a qualcosa di diverso dal carcere. I percorsi di pena alternativa costano meno e rendono di più”, ha rimarcato. La sfida è rendere sistemiche e replicabili esperienze come quella che ha portato 100 detenuti a esporre un’opera alla Biblioteca ambrosiana: “Ma come si fa, se nelle carceri mancano 20mila posti, se la tendenza non è ad aprire le carceri ma a renderle più chiuse? Come si fa a reinserire una persona se la si isola? È un ossimoro”, ha concluso. Migranti. La proposta di Fdi: “Stop alla visita medica preventiva per l’ingresso nei Cpr” di Marika Ikonomu Il Domani, 20 marzo 2026 Depositato un ordine del giorno a firma del senatore Marco Lisei, che vuole bypassare i medici per “impedire che venga vanificata la procedura di espulsione”, affidando la certificazione di idoneità direttamente al dottore presente in struttura. Così dopo i fatti di Ravenna il partito di Meloni vuole colpire i medici “anti-Cpr”. Eliminare le visite mediche necessarie per l’idoneità al trattenimento nei Cpr. È l’obiettivo di uno dei due ordini del giorno al dl Sicurezza, presentati da Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali al Senato. L’odg, spiega il suo firmatario Marco Lisei, mira “a garantire che ogni eventuale giudizio di inidoneità sanitaria al trattenimento sia sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria” così da impedire “che venga vanificata la procedura di espulsione”, sottolinea esplicitamente il senatore di Fdi. Così il governo si impegna a eliminare il passaggio preventivo con i medici per affidare la certificazione di idoneità direttamente al medico presente in struttura, che dovrebbe dare il via libera al trattenimento al momento dell’ingresso della persona nel Centro per il rimpatrio. Scongiurando il più possibile l’emissione di certificati che impediscono gli trattenere i cittadini stranieri. Il caso di Ravenna - La proposta arriva a poche settimane dai fatti di Ravenna, dove otto medici dell’ospedale Santa Maria delle Croci sono indagati per falso ideologico. I sanitari - accusati di aver rilasciati “falsi certificati” di inidoneità al trattenimento - erano stati attaccati fin dalla prima ora da vari esponenti del governo, tra cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Sul caso torna anche lo stesso Lisei: “Alcuni fatti di cronaca, come il procedimento penale aperto a Ravenna, hanno fatto emergere il caso di medici accusati di falso ideologico per aver attestato l’inidoneità al trattenimento di stranieri destinati ai Centri di permanenza e rimpatrio, impedendo di fatto l’attuazione dei provvedimenti di espulsione”. Poi mette a paragone i Cpr con il carcere, dove dove “l’accertamento delle condizioni di salute avviene all’atto dell’ingresso”, sostenendo che questa sarebbe una “disparità” nel trattamento delle persone. Droghe. La trappola della cannabis “rinforzata”: aumenta i disturbi psichiatrici sugli adolescenti di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 20 marzo 2026 Il principio attivo che nei primi anni 2000 era al 4-5% oggi supera il 30%, spesso alla sostanza si associano gel o liquidi. Gli esperti: “I ragazzi non sanno ciò che comprano. Questa droga non è leggera”. Le canne a 15 anni. Due anni dopo cambia tutto. La linea è sottile. Parte da un uso che sembra normale, si appoggia alle panchine, ai parchi, alle scale dei palazzi. L’ultimo autorevole studio su centinaia di migliaia di adolescenti negli Stati Uniti lo dice netto: l’uso in adolescenza di cannabis, in particolare “potenziata”, raddoppia il rischio di disturbi psichiatrici gravi. Depressione, ansia, psicosi. “C’è uno scarto temporale. Il passaggio dall’abitudine che sembra reggere, alla dipendenza, per conforto, per automedicazione, fino allo scompenso psichiatrico che emerge e a volte deflagra. La cannabis che gira, per diffusione e potenza, è droga “pesante”, non leggera - avverte Pietro Farneti, responsabile dello Smi. I ragazzi non sanno cosa comprano”. Gli ultimi sequestri in Lombardia evidenziano la presenza di cannabinoidi sintetici. Polveri, blocchetti di “fumo”, gel o liquidi da vaporizzare nelle sigarette elettroniche. Non solo: il principio attivo (Thc), che nei primi anni 2000 era al 4-5%, oggi supera il 30%, conferma l’ultima Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze. Il salto è lì. Non è la stessa sostanza. “Sempre più spesso vediamo giovani arrivare in comunità con scompensi psichiatrici gravi o psicosi che si manifestano in parallelo all’assunzione cronica di cannabis in età adolescenziale, spesso associata all’alcol - racconta Simone Feder, comunità Casa del Giovane. La canna aiuta a staccare la spina, tranquillizza fino a quando la assumi. Se ti abitui e poi smetti, allora salgono le paure, la rabbia, l’ostilità”. Il maxi-studio internazionale su oltre 460 mila adolescenti seguiti nel tempo, condotto dall’University of California, fissa il punto: chi usa cannabis in adolescenza ha il doppio del rischio di sviluppare disturbi psichiatrici gravi. E il rischio aumenta anche in chi non assume altre sostanze e non ha fragilità già evidenti. L’effetto non è immediato. C’è un tempo in cui tutto sembra reggere. Nei servizi milanesi quel passaggio si riconosce. “Si sommano diversi fattori di rischio - spiega Antonella Costantino, direttrice della Uonpia del Policlinico -. La cannabis è più potente, a volte sintetica, e non sempre sai cosa stai assumendo”. Non è più solo sballo. È autoregolazione: dormire meglio, calmarsi, reggere. E lì si incastra. “Adhd, ansia, disregolazione, disturbi della condotta: dentro quale profilo entra la cannabis? E come modifica il funzionamento cognitivo e la salute mentale?”, chiede Costantino. “Il tema della maggiore azione sul sistema nervoso di queste sostanze è molto attuale - conferma Aglaia Vignoli, direttrice della Neuropsichiatria dell’adolescenza al Niguarda -. Sempre più spesso i ragazzi con fragilità latenti usano la cannabis come automedicazione e nell’età dello sviluppo possono acuirle”. Nei reparti è ormai evidente: “L’uso cronico di cannabis palesa gli scompensi psichiatrici”, non ha dubbi Alessandro Albizzati, direttore della Uonpia dell’età evolutiva dell’Asst Santi Paolo e Carlo. Parchi pieni, serate lunghe, percezione che sia “leggera”. Gli esperti mettono in guardia. La sequenza è semplice. Prima non succede niente. Poi succede. Record storico delle esportazioni italiane di armi e munizioni di Giorgio Beretta* Il Manifesto, 20 marzo 2026 Record storico delle esportazioni italiane di armi e munizioni sia di tipo militare che ad uso civile. Nel 2025, per il quarto anno consecutivo, l’export di questi particolari e controversi prodotti ha superato i 2 miliardi raggiungendo la cifra record di 2,3 miliardi di euro. Cifre emerse da un’attenta analisi dei dati dell’Istat sul commercio estero. Il principale paese destinatario delle armi e munizioni italiane permangono gli Stati Uniti (467 milioni di euro). Sono soprattutto armi per il mercato civile, dove l’ossessione della “difesa fai da te” porta gli States a detenere il raggelante primato del tasso di omicidi con armi da fuoco nel mondo occidentale: 13,5 omicidi su 100mila abitanti (in Italia il tasso di omicidi, con ogni strumento, è dello 0,58 su 100mila abitanti). Gli Stati Uniti sono però un mercato sempre più difficile per le aziende italiane anche per quelle delle armi: i dati mostrano un costante calo dal 2022 quando l’export di armi e munizioni aveva raggiunto il record di 607 milioni di euro. Al secondo e al terzo posto figurano due paesi europei con esportazioni in crescita: la Francia (229 milioni) e il Regno Unito (205 milioni). A contribuire all’aumento sono soprattutto le esportazioni di munizionamento militare come bombe e missili. Al quarto posto vi è l’Ucraina che, pur mostrando nel 2024 un netto calo di importazioni rispetto all’anno precedente (da 185 milioni del 2025 a 162 milioni nel 2025) riporta comunque valori incomparabili rispetto al 2022 quando le importazioni dall’Italia di armi e munizioni non raggiungevano i 3 milioni di euro. Le esportazioni italiane all’Ucraina sono costituite principalmente da munizionamento pesante d’artiglieria per cannoni e obici e da armi da guerra. Al quinto e sesto posto figurano due monarchie assolute islamiche: l’Arabia Saudita (113 milioni) e il Qatar (91 milioni). Nel 2025 verso questi due Paesi le principali esportazioni sono state effettuate dalle aziende della provincia di Brescia e riguardano armi e munizioni di tipo militare destinate alle forze armate e a corpi nazionali di polizia e di sicurezza dei due regimi. Brescia si conferma anche nel 2025 come la prima provincia italiana per esportazione di armi e munizioni sia di tipo militare che comune. Il primato nazionale di Brescia nell’export di questi prodotti persiste dal 1991, primo anno in cui sono stati resi pubblici i dati Istat sul commercio estero. Nel 2025 la provincia di Brescia, con quasi 492 milioni di euro, ricopre il 21,2% di tutte le esportazioni nazionali di armi e munizioni superando le province di Roma (426 milioni, il 17,9%), Lecco (169 milioni, il 7,3%) e Pesaro Urbino (111 milioni, il 4,8%). Ma rilevanti esportazioni soprattutto di tipo militare sono state effettuate nel 2025 anche dalle aziende del Sud Sardegna dove ha sede la Rwm Italia di Domusnovas. A seguito della decisione nel 2023 del governo Meloni di rimuovere i divieti di esportazione di bombe e missili agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita - divieti che erano stati decisi dal parlamento durante il governo Conte 2 - la Rwm Italia ha infatti potuto riprendere l’esportazione di bombe per i due Paesi del Golfo. Tra i Paesi destinatari delle armi italiane figurano inoltre l’Indonesia (75 milioni), il Pakistan (62 milioni) ma anche l’India (53 milioni) e la Turchia (52 milioni) e finanche l’Azerbaigian, al quale nel 2024 erano state esportate armi per meno di 3 milioni ma nel 2025 hanno supera gli 8 milioni di euro. Le aziende bresciane sono di fatto le uniche in Italia a fornire armi e munizioni, soprattutto militari, al regime retto dal dittatore ereditario Ilham Aliyev. A differenza di quanto viene spesso fatto credere, l’esportazione di armi e munizioni militari e comuni è alquanto marginale nell’economia italiana: come detto, l’export supera di poco i 2 miliardi di euro e rappresenta solo lo 0,36% d tutte le esportazioni nazionali (643 miliardi nel 2025) e lo 0,38% di quelle dei prodotti manifatturieri (611 miliardi). Una parte consistente di queste esportazioni serve invece a sostenere regimi autoritari e, di certo, non servono a difendere la democrazia. *Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere - Opal