I detenuti di Alta Sicurezza trasferiti da Padova: storie di rieducazione e di cambiamento. Che sono state improvvisamente cancellate. (5-continua) di Coordinamento Carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 1 marzo 2026 Da alcuni giorni abbiamo deciso di pubblicare le schede che riguardano le persone detenute di Alta Sicurezza improvvisamente trasferite da Padova dopo anni di attività rieducative. Abbiamo notizie di numerosi trasferimenti di persone detenute AS3 da Parma e ci interroghiamo su questo ‘piano di riorganizzazione’ delle sezioni di Alta Sicurezza, su motivazioni e finalità. E sulle conseguenze per la vita delle persone. Pietro Marinaro a Padova non ha retto all’idea di essere trasferito e ha scelto di concludere prima della partenza la sua vita. Oggi raccontiamo la storia di Giuseppe M., da anni ‘permessante’: lo sforzo congiunto di pubblico e privato (Terzo settore) aveva finalmente raggiunto lo scopo di un inserimento all’esterno, qualche giorno prima del repentino trasferimento. Quando dovevano comunicarglielo…lui non c’era più. Poi c’è Giuseppe D.A., anche lui ‘permessante’, tenace e impegnato a lavorare su se stesso e sulla propria crescita culturale. Infine Filippo S. e la sua scoperta entusiasmante, a tutti noi nota, di avere la musica dentro. Le nostre schede parlano attraverso la voce di Operatori Carcerari Volontari OCV, di Momart/Laboratorio di pittura e scultura, di Ristretti, della biblioteca, di MatricolaZero/Laboratorio di Teatro, del laboratorio di lettura e scrittura…Ma ci piace pensare che in modo silenzioso si aggiungano le voci degli educatori e delle educatrici (non li chiamiamo qui FGP), degli agenti di Polizia Penitenziaria, dei dirigenti che in questi anni si sono avvicendati, dei magistrati di sorveglianza … che li hanno conosciuti e seguiti. Giuseppe M. Sportello giuridico e di segretariato sociale/ Granello di Senape Padova ODV - Per Giuseppe l’educatore di riferimento ha coinvolto Veneto Lavoro, l’ente regionale che coordina i centri per l’impiego, nella ricerca di un’opportunità lavorativa, dopo anni di permessi premio. Giuseppe è stato profilato dal centro per l’impiego ma, per via dell’età, era difficile collocarlo nel mondo del lavoro. Veneto Lavoro ha individuato una cooperativa, Gruppo R, che gestisce una sartoria sociale e un laboratorio di assemblaggio per persone in condizioni di fragilità e le supporta in un percorso di reinserimento sociale. Il venerdì prima del trasferimento si è tenuto un incontro tra Veneto Lavoro, l’educatore, Giuseppe, e la coop Gruppo R, che ha spiegato il progetto e ipotizzato un percorso in cui la persona poteva essere coinvolta. L’incontro si era concluso con l’impegno a mandare avanti la richiesta di semilibertà con la disponibilità del Gruppo R e la richiesta di un finanziamento. La settimana successiva Veneto Lavoro ha appurato che Giuseppe, nonostante l’età, avrebbe potuto usufruire delle politiche attive della Regione Veneto per partecipare a corsi di formazione e tirocinio, per cui la questione del finanziamento si stava concludendo positivamente. Ma quando volevamo tornare per dirglielo, lui non c’era più. Polverizzata la sua speranza, e polverizzato il lavoro nostro, di Veneto Lavoro, della coop Gruppo R. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di cucito - Giuseppe ha dimostrato un impegno significativo nelle attività di volontariato e nella collaborazione con varie associazioni. Ha partecipato attivamente ai laboratori di cucito, realizzando copertine per i bambini della Giudecca e pupazzetti per quelli della Città della Speranza, entrambi donati con entusiasmo. Inoltre, ha confezionato grembiuli e copricapo per le persone detenute in CR iscritte all’Istituto Alberghiero. Giuseppe è sempre stato disponibile a fare rammendi per chiunque ne avesse bisogno, sia tra il personale penitenziario sia tra le persone detenute. Ha creato numerosi prodotti per i mercatini mensili dell’associazione OCV e ha contribuito anche all’organizzazione di queste iniziative, specialmente durante i suoi permessi premio. Inoltre, ha realizzato cuffiette donate al personale sanitario durante l’emergenza covid-19. È abile anche nella cura delle piante; ha potato gli alberi del giardino della Casa di accoglienza “Piccoli Passi”, gestita dall’associazione OCV, per favorirne la fruttificazione. Purtroppo quest’anno le piante attendono invano il loro potatore. Infine, ha collaborato con altre associazioni per servire pranzi nella mensa dei poveri e ha partecipato a cene comunitarie, dimostrando il suo costante impegno per il bene della comunità. Cordiale e disponibile a qualsiasi attività che si proponeva, in questo percorso aveva maturato una crescita personale. Matricola Zero/Laboratorio di teatro - Giuseppe ha frequentato il corso dal 2021 fino al 2023. Ha sempre avuto una grande energia e un grande entusiasmo; ha condiviso con noi i suoi vissuti, parlandoci molto anche della sua famiglia allargata e, tramite un lavoro di scrittura drammaturgica fatta assieme, abbiamo trasformato parte della sua storia in una scena dello spettacolo, scena recitata da lui in prima persona con grande coinvolgimento tanto da arrivare ad emozionarsi fino alle lacrime. Pur avendo deciso di lasciare l’attività per motivazioni personali, ha mantenuto un rapporto cordiale con tutto il gruppo di lavoro. Dal 2015 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). - Giuseppe ha partecipato dal 2015, nella sala Redazione, insieme a 15 ristretti comuni e non, regolarmente tutte le settimane, al “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Franco e cordiale nel rapporto, positivo nel gruppo, ha portato a lezione alcuni racconti scritti sulla sua esperienza pre-carcere, di lavoratore italiano in nord Europa (gelateria). Ha invitato il docente a visitare il laboratorio di cucito che condivideva con Demetrio R. e con Pietro Marinaro. Il rapporto scolastico si è interrotto dopo il Covid. Giuseppe D.A. Ristretti/Granello di Senape Padova ODV - Giuseppe ha sempre partecipato con interesse alle attività del Gruppo di discussione di Ristretti Orizzonti. Col tempo, si è sforzato di coinvolgersi di più e di partecipare e intervenire durante gli incontri, cosa che all’inizio gli riusciva più difficile per una difficoltà a mettersi in gioco direttamente portando le sue opinioni. Ha sempre avuto un comportamento corretto, di una persona equilibrata, che sa stare nel gruppo e dare il suo apporto sui temi trattati. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di falegnameria - Giuseppe ha frequentato con interesse il corso di scultura, dimostrando notevole abilità. Ha partecipato ai mercati mensili di antiquariato, ha esposto le sue opere in una mostra patrocinata dal Comune di Padova presso una galleria del centro città. Inizialmente riservato, nel corso del tempo ha dimostrato apertura e interesse verso altre iniziative proposte dall’associazione OCV e un carattere aperto e socievole. Matricola Zero-Laboratorio teatrale - Giuseppe ha frequentato il laboratorio dal 2021 al 2023. Ha sempre dimostrato un impegno serio e motivato, rispetto alle parti assegnate. Ha sempre manifestato le sue idee, anche critiche rispetto al percorso, ma nonostante questo ha portato avanti l’impegno fino alla fine, dimostrando anche una certa bravura negli aspetti tecnici e teatrali. Momart-Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Giuseppe ha frequentato il laboratorio di pittura e il laboratorio di scultura. È molto interessato alla Storia dell’Arte in tutte le sue forme e sta approfondendo le sue conoscenze frequentando il corso di studi in Beni Culturali. Predilige realizzare soggetti che gli vengono suggeriti dal suo personale sentire. Realizzare opere gli permette di “toccare con mano” e misurarsi con ciò che normalmente vede esclusivamente riprodotto nei libri che studia. Si è approcciato al laboratorio di scultura ScolpiAmo in modo del tutto casuale, grazie all’invito di un compagno di detenzione. Laboratorio esperienziale di lettura e scrittura da maggio 2025 - Collegato alla redazione di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape, progetto della Casa di Reclusione ‘Ricominciare da Cultura, Formazione, Lavoro’ (finanziato da Cassa Ammende. Prima della circolare relativa alle persone detenute A.S. del 2025, in precedenza dal 2009 Laboratorio lettura, scrittura, ascolto nella redazione di Ristretti Orizzonti con persone detenute comuni e AS (sperimentazione relativa alla redazione). Giuseppe ha partecipato dal 2015, nella sala Redazione, insieme a 15 ristretti comuni e non, regolarmente tutte le settimane, al “Laboratorio lettura, scrittura ascolto”. Il suo contributo al gruppo si distingue per un’attenzione costante, apparentemente distaccata e critica. Poi a fine lezione cerca il contatto personale e confidenziale: “prof non è che avrebbe un libro da prestarmi sulla storia del cristianesimo, sto facendo un esame e volevo confrontarmi”. Ama la filosofia più che tutto e lo rivela anche nella pittura: il suo pessimismo si avvale di colori spenti e di una tavolozza limitata, ricorrendo a figure astratte che però alla fine rivelano un senso: il non senso delle cose e delle storie. Talora interviene sulle tematiche con sintetiche conclusioni e note spesso umoristiche, giocando su effetti linguistici ed equivoci, soprattutto al momento del saluto: allora è il momento del “qui per quo”, dice, in cui “ci scambiamo i ruoli, i ruolini, i rotolini, prof”. E allora parte la sua risata tremenda. Scrive su Ristretti. Giuseppe è iscritto all’università (Storia e tutela dei beni artistici e musicali). Filippo S. OCV Operatori Carcerari Volontari - Laboratorio di falegnameria - Filippo ha partecipato attivamente e con frequenza regolare ai laboratori, realizzando oggetti in legno e scultura. Anche le sue opere sono state esposte in una mostra patrocinata dal Comune di Padova presso una galleria del centro città. Ha partecipato al corso di Restauro del Mobile, dimostrando notevole abilità nella attività del restauro. Nonostante non abbia mai usufruito di permessi premio, si è reso disponibile a realizzare oggetti per i mercatini mensili. Ha realizzato diversi oggetti donandoli ai volontari. Persona di forte carattere, motivata a migliorarsi attraverso interessi vari, si è dedicato con passione alla musica, verso la quale ha dimostrato una predisposizione naturale che lo ha portato a progressi sempre più evidenti. Accompagnava con la sua musica e il suo canto tutte le messe dedicate all’Alta Sicurezza in Casa di Reclusione. Momart - Laboratorio di pittura e laboratorio di scultura - Filippo ha frequentato il laboratorio di scultura. Si trova a Padova da pochi anni dove ha scoperto il laboratorio di scultura ScolpiAmo. È cresciuto facendo il meccanico e l’autista di mezzi pesanti e mai avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe cimentato con la scultura. Lavorare il legno gli ha aperto un mondo sconosciuto ed estremamente appagante, gli ha dato la possibilità di far emergere le sue qualità caratteriali e di aprirsi a nuove relazioni. “Ho realizzato una moka con cucchiaini e tazzine staccabili pronti per essere utilizzati! Bere e condividere un caffè con qualcuno rappresenta un momento di condivisione e di convivialità, è un gesto semplice, ma denso di ricordi e di aspettative. “Qui dentro” prendersi una pausa per un caffè in compagnia è uno dei pochi momenti in grado di scaldare l’anima facendoti sentire per un attimo “a casa” Matricola Zero - Laboratorio di teatro - Filippo ha frequentato il corso dal 2022 ed è rimasto fino alla fine. È stato una colonna portante dell’attività, talentuoso per natura sia nel teatro che nella musica (suona chitarra e tastiera e canta molto bene), si è affidato e fidato di noi seguendo ogni lezione con dedizione e sostenendo sempre parti molto impegnative. Il suo impegno è sempre stato molto serio e continuo nel tempo, permettendogli di sviluppare una autonomia nel lavoro e nella ricerca delle sfumature da dare ai suoi personaggi. Non beneficiando di permessi, ha sviluppato, anche lui, un rapporto umano con noi molto forte ed importante, di sostegno e affetto reciproci. L’attività teatrale è diventata un punto di riferimento nella sua settimana. Si è sempre confrontato con noi e con tutto il gruppo, non ha mai creato incomprensioni o problemi, anzi, è sempre stato diplomatico ed educato, cercando di non portare nel lavoro le difficoltà e le frustrazioni legate al non riuscire a sbloccare il suo percorso, e anche quando attraversava periodi di down/chiusura, li ha sempre gestiti in modo che non inficiassero il lavoro, dimostrando grande serietà e responsabilità. Biblioteca d’istituto ‘Tommaso Campanella’, coop AltraCittà/Granello di Senape Padova ODV - Filippo era un frequentatore anche se non assiduo della biblioteca. E in alcune occasioni ha dimostrato una grande sensibilità, ad esempio in occasione del suicidio di un giovane due anni fa ha rivolto un pensiero e un gesto delicato a una volontaria della biblioteca testimone come insegnante della vita del ragazzo prima del carcere, le ha donato un delfino/portachiavi scolpito da lui nel laboratorio di scultura. Un gesto totalmente disinteressato per una perfetta sconosciuta. È uno dei pochi che in quella circostanza ha capito qual era il nòcciolo della tristezza: il senso di colpa, forse un sentimento che lui conosce bene. Si auspica che anche per lui non si interrompa il percorso iniziato a Padova. In Italia vige la pena di morte ed è il carcere la sua sedia elettrica di Francesco Esposito* instagram.com, 1 marzo 2026 Se sei ristretto e hai problemi di salute oltre alla condanna da espiare avrai la tortura di soffrire mentre sei malato e, spesso, morire d’incuria. Ma si può fare qualcosa? Secondo me sì e vediamolo in qualche punto: partire dal concetto che anche la salute del detenuto degrada e che non sono tutti malati immaginari, questa è la base; più libertà e autonomia al medico penitenziario che dovrebbe avere anche più potere per invii a strutture ospedaliere per esami primari di routine; i farmaci devono essere prescritti con visita e dialogo confidenziale medico-paziente proprio come si fa fuori; ci vuole un’assistenza di notte per le emergenze e un’apertura celere dei blindati in caso di malessere. Serve subito un’autombulanza del carcere per non rischiare che il detenuto arrivi morto in ospedale; l’infermeria del carcere dovrebbe avere tutto! Dai medicinali ad attrezzature idonee per fare schermografie, tac, analisi e molto altro; i detenuti devono aver accesso a visite specialistiche prenotabili dopo il vaglio del medico della struttura ma senza troppe burocrazie e proprio come si fa fuori; visite mediche più frequenti e dirette secondo un calendario di salute pubblica del detenuto, stessa cosa per l’accesso al dentista; ricordare che la salute del corpo passa anche dai denti e che un dentista per 700 detenuti è una tortura, un omicidio; l’introduzione di integratori, vitamine e ricostituenti per sostenere il detenuto nei periodi di grande caldo o molto freddo; accorciare i tempi di attesa, spesso le visite non si possono fare perché non c’è personale penitenziario sufficiente e questo aggrava la maggior parte delle patologie; diete differenziate in base alle patologie e assistenza psicologica; alzare il livello igienico delle celle e degli spazi comuni con prodotti di qualità, disinfettanti e apertura ai controlli dei NAS. *Criminologo Sicurezza, il 60% degli italiani boccia il Governo. Ma uno su 2 vuole lo scudo penale per gli agenti di Alessandra Ghisleri la Stampa, 1 marzo 2026 Il tema della sicurezza resta uno dei cardini del dibattito pubblico e politico italiano. I numeri lo dimostrano con chiarezza: il 46,4% dei cittadini intervistati da Only Numbers per la trasmissione Realpolitik si dice favorevole allo scudo penale per le forze dell’ordine. Un dato significativo, che racconta di un Paese che, pur tra paure e tensioni, riconosce la delicatezza e la complessità del lavoro svolto quotidianamente da donne e uomini in divisa. Emerge una condivisione quasi totale tra gli elettori dei partiti di governo (84,5%), mentre tra le opposizioni solo uno su tre sostiene questa posizione (28,5%). Eppure, i numeri raccontano anche altro. Dopo l’episodio di Milano Rogoredo, che ha portato all’arresto dell’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, il dibattito pubblico si è infiammato. Sui social si è creato un brusio costante, una polarizzazione immediata, un processo parallelo fatto di commenti, giudizi sommari e prese di posizione ideologiche. Eppure, nonostante il clamore mediatico, il 57,9% degli italiani ha mantenuto ferma - nel bene e nel male - la propria fiducia nelle forze dell’ordine e non solo tra gli elettori di centrodestra (72%), ma anche tra le fila del Partito Democratico (59,2%). Un dato che testimonia una resilienza istituzionale non scontata. Allo stesso tempo, però, il 26,2% - poco più di un cittadino su quattro - dichiara un calo della fiducia proprio nei confronti delle forze dell’ordine. È una frattura che non può essere ignorata e che trova il suo massimo riscontro tra le forze di Alleanza Verdi e Sinistra (59,3%). Ciò che colpisce maggiormente in questa vicenda è la rapidità con cui la narrazione pubblica può trasformarsi: nel giro di pochi giorni si passa da “guardia” a “ladro”, da giovane poliziotto descritto come pronto a rischiare la vita, a figura accusata di comportamenti gravissimi. Una metamorfosi repentina che mette in luce la fragilità dell’opinione pubblica e la potenza amplificatrice dei social network. Va ricordato, tuttavia, che quanto emerso è frutto di indagini e approfondimenti condotti dalla magistratura. Proprio questo è un elemento centrale: lo Stato che controlla se stesso. Le procure che indagano sulle forze dell’ordine non rappresentano una delegittimazione dell’istituzione, bensì una garanzia di legalità. È il principio cardine dello Stato di diritto. Il dibattito politico si è inevitabilmente inserito in questo contesto. Le dichiarazioni di molti elettori delle opposizioni - ad esclusione del Partito Democratico - mostrano una polarizzazione marcata: vicende come questa, secondo loro, minano non solo la stima, ma anche la fiducia e perfino la “fede” nelle forze dell’ordine. Spiccano in particolare le posizioni dei sostenitori di Alleanza Verdi e Sinistra, che leggono l’episodio come sintomo di un problema più ampio. Tuttavia, la domanda resta: si può davvero cambiare idea sull’intero paniere per una mela marcia? O il sospetto diffuso è che non si tratti di un caso isolato, bensì di un sistema percepito da alcuni come opaco o, peggio, corrotto? La risposta non può essere semplicistica. Le istituzioni democratiche si fondano su un equilibrio delicato: fiducia e controllo. La fiducia è necessaria perché senza di essa nessuna forza dell’ordine potrebbe operare con autorevolezza. Il controllo è indispensabile perché senza di esso l’autorità rischia di trasformarsi in arbitrio. C’è poi un altro dato che merita attenzione: solo un cittadino su quattro giudica efficaci le politiche di sicurezza del governo, mentre il 59,2% le considera inefficaci. Numeri che pesano, soprattutto in una fase delicata in cui il tema della sicurezza è centrale proprio nella campagna elettorale referendaria, con procure e partiti di governo spesso su fronti opposti. La sicurezza comunque non è solo una questione statistica o normativa, è, prima di tutto, una percezione individuale. Ci si sente in pericolo quando si è soli, quando si ha la sensazione di non avere protezione immediata. Non possiamo avere un “drone personale” che sorvegli e protegga ogni nostro passo e allora la percezione diventa determinante. Come accade con il caldo: se la temperatura reale è 30° ma quella percepita è 40°, il nostro corpo reagirà ai 40°. Allo stesso modo, se la narrazione mediatica amplifica episodi di violenza o malaffare, la nostra percezione di insicurezza cresce, sentendoci coinvolti, anche a prescindere dai dati reali. Il rischio, oggi, è duplice: da un lato il pericolo è quello di trasformare ogni episodio in un’arma politica, alimentando una guerra permanente tra istituzioni; dall’altro, cedendo alla tentazione opposta si rischia di difendere acriticamente ogni comportamento in nome dell’ordine e della sicurezza a prescindere dal controllo e dalla verifica dei fatti. La vera sfida sta nel tenere insieme due principi: sostegno pieno e convinto alla stragrande maggioranza degli operatori che svolgono con onore il proprio lavoro e intransigenza verso chi tradisce quella divisa. Non è un equilibrio facile perché la fiducia non è un atto di fede cieca, ma è una convenzione, un patto tra cittadini e istituzioni. Ogni volta che quel patto viene messo alla prova, la risposta non può essere la delegittimazione generalizzata, ma neppure il silenzio o la minimizzazione. La sicurezza resterà un tema centrale nel confronto politico dei prossimi mesi. Tuttavia, prima ancora che nelle leggi o negli slogan, si gioca nella credibilità delle istituzioni e nella capacità di garantire trasparenza, perché la differenza tra “guardia” e “ladro” non è solo una questione giudiziaria: è una linea sottile che si regge sulla fiducia collettiva e quella fiducia, una volta incrinata, richiede tempo, coerenza e responsabilità per essere ricostruita. Governo, Aula e magistratura. Equilibrio oltre il referendum di Giovanni Maria Flick Avvenire, 1 marzo 2026 Le modifiche proposte dalla riforma affrontano criticità note dell’ordinamento giudiziario e richiamano precedenti della giurisprudenza di legittimità, ma lasciano aperti interrogativi sul metodo seguito e sulla qualità del confronto istituzionale. La revisione costituzionale può condurre legittimamente a sostenere dal punto di vista tecnico sia argomentazioni a sostegno del Sì quanto del No. Sembrerebbe più di buon senso una posizione “impossibile” a sostegno del “Ni”; occorre comunque intendersi sulla effettiva portata delle modifiche costituzionali proposte e sul loro contesto istituzionale. Il principio della separazione delle carriere non sconcerta e la sua compatibilità con i princìpi costituzionali attuali, anche solo con legge ordinaria, è stata riconosciuta esplicitamente anche dalla Corte costituzionale (con sent. n. 37/2000). Dopo la recente riforma “Cartabia” dell’ordinamento giudiziario il sistema è peraltro già improntato a una separazione delle funzioni, che rende più difficile il passaggio da quella requirente a quella giudicante. Il rischio di assoggettamento del pubblico ministero al potere dell’esecutivo è un’eventualità possibile solo se successivamente si modifica la prima parte dell’art. 104, co. 1° Cost. e l’art. 112 Cost., che prevede l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale. L’obiettivo della riforma - emerso dopo i primi mesi di attenzione al profilo della “separazione” - è limitare il peso delle correnti in seno al Csm. È un problema richiamato autorevolmente dal Presidente della Repubblica in occasione della sua riconferma al Quirinale. Nel suo discorso alle Camere del 2022 il Presidente auspicava che il Csm tornasse a svolgere “la funzione che gli è propria” stabilita dalla Costituzione all’art. 105 (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati). Nel timore che per svolgere tale funzione occorra una legittimazione “politica” nella magistratura, si propone l’elezione tramite sorteggio. Il problema del correntismo - “scoperto” nel 2019, ma noto a tutti da tempo - aveva portato il Csm ad essere condizionato alla logica del “posizionamento politico” dei capi degli uffici giudiziari; a una non sempre trasparente trattazione degli incarichi extragiudiziari; a modalità opache di esercizio del potere disciplinare. Criticità segnalate da più parti e su cui nella precedente legislatura si era cercato di intervenire con legge ordinaria. L’affermazione ripetuta - e in diversi casi necessaria - della supplenza giudiziaria e la conseguente esasperazione di uno scontro fra magistratura e politica ha inasprito il legittimo confronto nella magistratura associata sull’interpretazione della legge secondo Costituzione. È necessario e sufficiente cambiare il metodo di elezione dei membri del Csm per colpire le distorsioni del sistema delle correnti? Forse no, perché il correntismo potrebbe comunque influenzare “da fuori” i lavori del Csm. È irragionevole prevedere un sorteggio diversificato per i membri “laici” indicati dal Parlamento? Forse no, perché la loro legittimazione “politica” è già oggi presente nella formazione composita del Csm, in cui formalmente e simbolicamente si confrontano Parlamento, Presidente della Repubblica, “alta” e “bassa” magistratura. Non sembra neppure di per sé irragionevole affidare la sola funzione disciplinare a un organo ad hoc: anzi, si potrebbe sostenere che sia irragionevole al contrario non aver conformato al principio della separazione anche l’Alta Corte Disciplinare. Con questa riforma la politica si propone di modificare l’assetto costituzionale della magistratura alla luce degli abusi e delle criticità emersi negli ultimi anni, segnalati recentemente da Ferruccio De Bortoli, secondo cui essi si sono saldati all’incapacità della magistratura di svolgere “una riflessione più sincera e autocritica” sui propri errori, sulle inchieste finite nel nulla, sul passaggio - dopo Tangentopoli - dal fatto/reato all’autore/colpevole e alla etichetta a lui attribuita a seconda della tensione morale del momento. È necessario - per fuoriuscire dalle strettoie dell’aut aut fra Sì e No - chiedersi perché ora; perché in questo modo; perché con tutti questi interrogativi sull’assetto costituzionale e la sua modifica? La legge sottoposta a referendum confermativo è di iniziativa governativa. È stata approvata senza modifiche con la doppia lettura delle Camere. La maggioranza ha sostanzialmente ratificato la decisione del Governo alimentando il contrasto invece del confronto suggerito dalla ratio dell’art. 138 Cost. La riforma costituzionale è stata “blindata”. La riforma avrebbe dovuto accompagnarsi a quelle del “premierato” e dell’introduzione dell’autonomia differenziata e competitiva tra Regioni. Di tale disegno sembra andare in porto soltanto la riforma costituzionale della magistratura. Ciò non è necessariamente illegittimo perché la Costituzione può essere cambiata in alcune parti specifiche; deve però essere anche attuata e rispettata nelle sue parti fondamentali. All’intervento sull’equilibrio fra gli organi costituzionali deve corrispondere una riflessione approfondita sulle prerogative di tutti i poteri dello stato. Invece la differenza fra potere legislativo ed esecutivo è ormai impercettibile: quest’ultimo ha “assorbito” pressoché il primo. Il rispetto nei confronti del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale diventa sempre più “di facciata”, meno reale ed effettivo. Il referendum dovrebbe essere un’occasione per riflettere su come valorizzare il ruolo del Parlamento; come limitare l’abuso della decretazione d’urgenza; come riaffermare l’autorevolezza della Corte costituzionale; come riconoscere il ruolo super partes del Presidente della Repubblica. Senza questo passaggio fondamentale assume maggiore consistenza il timore che la riforma possa costituire “il primo passo” verso forme più intense di controllo della maggioranza politica sugli altri organi costituzionali. La sovranità appartiene al popolo, ma deve essere esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Nessun potere è assoluto nel nostro ordinamento: non si tratta di un monito paternalistico, ma del contenuto essenziale ed esplicito del primo articolo della nostra Costituzione. È bene ricordarlo, nell’ottantesimo compleanno della Repubblica. “Il ddl Bongiorno mostra l’idea che ha la destra sulla violenza: nega la dimensione sistemica” di Marika Ikonomu Il Domani, 1 marzo 2026 Secondo Tatiana Montella, è un’operazione specifica che rientra nelle più ampie politiche repressive di questo governo, espressione di una certa ideologia. I concetti di consenso e dissenso hanno alla base un diverso tipo di relazione: nel primo caso c’è un rapporto di parità; il secondo presuppone uno sbilanciamento di potere: “Deresponsabilizza completamente l’abusante rispetto all’atto sessuale”. Il disegno di legge Bongiorno che vuole introdurre il concetto di dissenso nel reato di violenza sessuale non è un intervento isolato. Secondo Tatiana Montella, avvocata dei centri antiviolenza di Lucha y Siesta, è un’operazione specifica che rientra nelle più ampie politiche repressive di questo governo, espressione di una certa ideologia, che vede il corpo della donna come un corpo disponibile e la incardina in un ruolo preciso, sostiene forme di familismo estremo e difende l’idea di controllo anche sulle relazioni: dai decreti Sicurezza, ai pacchetti immigrazione, al consenso informato dei genitori per l’educazione sessuo-affettiva a scuola. Lo scorso 25 novembre, con un colpo di mano, la Lega ha fatto cadere in Senato il patto Meloni-Schlein, non approvando il disegno di legge che voleva introdurre il “consenso libero e attuale” nel reato di violenza sessuale, così come richiede anche la Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato nel 2013. Un’operazione “simbolica”, dice Montella, che ha portato a ribaltare la norma che avrebbe dovuto invece recepire un avanzamento. “Hanno inserito l’esatto opposto”, il dissenso, spiega. “È una modifica che non tiene nemmeno conto delle spinte sociali”, dice Montella. Per questo il 28 febbraio a Roma scendono in piazza movimenti transfemministi, associazioni e realtà che lavorano nel contrasto alla antiviolenza, insieme alla società civile, in mobilitazione permanente per dire che “solo sì è sì” e per ottenere che “questo ddl non venga approvato”. Dopo le cento piazze cittadine del 15 febbraio, una manifestazione nazionale, che partirà alle 14 da piazza della Repubblica. La modifica arriva a trent’anni dalla legge che ha trasformato la violenza sessuale da reato contro la morale e il buon costume a reato contro la persona, e dunque iniziato a concepire la donna come soggetto di diritto. La norma del 1996 ha natura coercitiva: il reato sussiste solo quando l’autore usi violenza o minaccia o ci sia abuso di autorità. È la giurisprudenza, anche della Corte di cassazione, ad aver introdotto nel sistema il concetto di consenso al rapporto sessuale, tenendo in considerazione una serie di ipotesi, come ad esempio il freezing, l’immobilità dovuta al trauma, o lo stato di incoscienza. Un orientamento che l’avvocata Montella definisce “abbastanza avanzato” ma che non può sostituirsi al legislatore: “È necessario che la normativa recepisca la formula del consenso affinché il giudice sia obbligato a tenerne conto”. “Il linguaggio giuridico non è un linguaggio altro rispetto a quello di un contesto sociale”, ricorda l’avvocata dei Cav di Lucha y Siesta e rileva “un’operazione semantica di Bongiorno”, “un po’ perversa”. Se la Convenzione di Istanbul, all’articolo 36, definisce “consenso” come “libera manifestazione della volontà della persona”, che “deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto”, il testo base di Bongiorno usa la stessa parola - “contesto” - per esprimere un’idea opposta. Richiedendo di valutare il contesto, “la Convenzione intende che non sempre ci sono le condizioni di esprimere un sì o un no, per rapporti di potere, legami familiari o situazioni di subordinazione”, spiega Montella, portando come esempio le vittime di Jeffrey Epstein. La nuova formulazione introduce la “volontà contraria”, da valutare “tenendo conto della situazione e del contesto”. La definizione approvata dalla maggioranza di destra in commissione Giustizia al Senato, continua l’avvocata, “sposta sulla persona offesa il dovere di dimostrare che non c’erano proprio le condizioni per potere dire no, attribuendo così alla donna la responsabilità dell’atto sessuale”. Se questo testo dovesse passare, sarebbe peggiorativo anche dello status quo, dicono i movimenti femministi. Perché il giudice sarebbe obbligato, poiché lo prevede la norma, a verificare che la persona offesa abbia detto “no”, contraddicendo anche la giurisprudenza che fin qui si è creata. Il percorso giudiziario per chi ha subito violenza è già difficile in Italia, dove - come dimostrano le condanne della Cedu - la vittimizzazione secondaria è ancora sistema. Sostituire il concetto di consenso, con quello di dissenso significa, quindi, “chiedere a chi ha subito violenza di provare di aver detto no “abbastanza forte”, “abbastanza chiaramente”, “abbastanza in tempo”“, denuncia Lucha y Siesta. I concetti di consenso e dissenso hanno alla base un diverso tipo di relazione. Nel primo caso c’è un rapporto di parità, come promosso dalla Convenzione di Istanbul e, soprattutto, sostenuto dai movimenti; il secondo presuppone invece uno sbilanciamento di potere: “Deresponsabilizza completamente l’abusante rispetto all’atto sessuale”, dice Montella. “La cultura del consenso opposta alla cultura dello stupro”, sottolineano i movimenti che hanno indetto la manifestazione, secondo cui però tutto questo è in linea con l’idea della violenza di genere che ha il governo e questa destra e con le misure introdotte finora, esclusivamente sul piano penale. “Non c’è un riconoscimento dell’esistenza di rapporti di potere e di riflesso anche della violenza”, conclude l’avvocata, “viene considerato un fattore individuale, negando la dimensione sistemica e culturale”. “Meglio nessuna legge”: in piazza il no al ddl Bongiorno di Luciana Cimino Il Manifesto, 1 marzo 2026 La manifestazione nella Capitale aperta dai centri antiviolenza: “Senza consenso è stupro, la destra deve ritirare la norma”. “Senza consenso è stupro”. I tempi in cui si deve scendere in piazza per ribadire l’ovvio sono quelli più insidiosi. Eppure, ancora una volta, le donne ieri hanno manifestato per bloccare la deriva retriva del paese. La destra al governo ha ideato una legge che peggiora la tutela legale delle vittime in caso di stupro e violenza. La premier Giorgia Meloni e la senatrice leghista Giulia Bongiorno hanno trasformato la proposta di legge bipartisan sul consenso, che doveva accogliere la Convenzione di Istanbul, nel suo esatto contrario: una norma il cui perno è la volontà contraria della vittima all’atto sessuale. “Bongiorno un cazzo”, si leggeva ieri su numerosi cartelli tenuti alla manifestazione indetta a Roma. Circa 30 mila persone hanno sfilato per la Capitale per ribadire che “meglio nessuna legge che questa legge”. “Senza consenso l’atto sessuale è violenza, ci stanno facendo tornare indietro di 30 anni se si chiede che sia la donna a dimostrare il dissenso, dando per presupposto che sia sempre consenziente”, spiega Teresa Manente di Differenza Donna, tra le sigle promotrici della manifestazione. “Del resto - aggiunge - questo è un governo che limita diritti e libertà come con il decreto sicurezza o il decreto Caivano”. L’ironia degli slogan non nascondeva la rabbia per l’assalto a un disegno di legge atteso, che finalmente doveva recepire ciò che anche la Cassazione ha già stabilito e che invece è diventato il paravento per far passare una norma che impone alla donna di dimostrare il suo dissenso. Il corteo è stato aperto dai centri antiviolenza, poi le realtà femministe e transfemministe, le case delle donne, i collettivi studenteschi, Amnesty. Subito dietro gli spezzoni dei sindacati: Cgil, Cobas e Uil. “Il ddl Bongiorno è un capovolgimento, sembra quasi che se ci sono degli stupri chi deve essere processata è la donna”, ha sottolineato Maurizio Landini, leader della Cgil. In piazza anche le senatrici del Pd Cecilia D’Elia, Valeria Valente, Laura Boldrini, la deputata Luana Zanella di Avs con Alessandra Maiorino del M5s. “Siamo qui per denunciare il tradimento della promessa sacrosanta che era stata fatta in Parlamento”, dice quest’ultima riferendosi al patto personale (sancito dal voto all’unanimità alla Camera) tra la segretaria dem Elly Schlein e Meloni sul tema. Patto poi saltato con la riformulazione proposta da Bongiorno a Palazzo Madama, che ha scatenato la mobilitazione. Ieri Schlein da Milano ha attaccato: “Il ddl è irricevibile, doveva essere una legge sul consenso e invece il consenso è stato tolto. È un testo peggiorativo”. “La destra non faccia forzature sulla pelle delle donne, ritiri il testo come chiedono i centri antiviolenza”, il commento di Zanella. QUando il corteo è arrivato alla basilica di Santa Maria Maggiore una coppia di turisti spagnoli si è entusiasmato per le bandiere della Palestina. Un paio di ragazzi di un liceo della Capitale hanno dovuto spiegare l’equivoco. Lo spezzone delle scuole è stato quello più misto: ragazzi e ragazze in egual numero e, a guardarli, si capisce quanto è ampia la distanza tra il governo ultra conservatore e la vita reale. “Non posso credere che a trent’anni dalla legge sulla violenza sessuale (che trasformò lo stupro da reato contro la morale a reato contro la persona, ndr) dobbiamo ancora manifestare”, il commento di Patrizia che nel 1996 non era ancora nata. “Questo è il primo passaggio nazionale di una mobilitazione permanente che durerà finché il ddl non sarà ritirato - ha spiegato Carla Quinto, responsabile legale della cooperativa Befree. Le persone hanno capito qual è la posta in gioco”. Persichetti, archiviata l’indagine: la caccia ai fantasmi del caso Moro fa flop di Frank Cimini L’Unità, 1 marzo 2026 Si indaga per quattro anni su una persona, alla spasmodica ricerca di un reato che non c’è “e forse ci sarà mai” (avvertimento del gip al pm alquanto inconsueto). Siamo nell’ambito della caccia ai misteri inesistenti del caso Moro. A partire dalla perquisizione dell’8 giugno 2021, con sequestro di un ponderoso archivio strumento indispensabile di lavoro, hanno rovinato la vita di Paolo Persichetti, ricercatore storico, un passato lontano in un gruppo della lotta armata che secondo chi indaga dovrebbe impedirgli studio e approfondimento della storia. L’inchiesta è stata archiviata dal gip Valerio Savio a giugno del 2025 ma l’abbiamo saputo solo in questi giorni. Avevano pure tenuta nascosta la notizia, forse perché si vergognavano. “12 magistrati per una girandola di imputazioni” sintetizza Persichetti. L’inquirente capo è Eugenio Albamonte, pm della corrente di sinistra Area, il quale dopo essere andato per farfalle lungo quattro anni è stato promosso alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Insomma più fanno buchi nell’acqua e più fanno carriere, sull’esempio indimenticabile di magistrati e giudici del caso Tortora. Dalla diffusione di atti riservati alla ricettazione, dalla violazione del segreto d’ufficio all’associazione sovversiva. Tutto faceva o poteva fare brodo. Alcune pagine di atti della commissione Moro erano state mandate a un ex militante delle Br condannato per via Fani rifugiato in Svizzera il quale, a sua volta, era in corrispondenza con un altro ex residente in Nicaragua di cui era diventato cittadino. Non si trattava di atti segretissimi né segreti. Ma servivano per montare la panna. Delle indagini si occupava pure il Pg di Roma Michele Prestipino poi costretto a lasciare la magistratura perché indagato da Caltanissetta, ironia della sorte, per rivelazione del segreto d’ufficio in una delle tante inchieste di regolamento di conti tra toghe poi passabili di insabbiamento tipo la loggia Ungheria. E da dove era partita l’indagine nel 2020? Nientedimeno che dall’Fbi che seguiva e cercava notizie su Alessio Casimirri, pescatore e cuoco a Managua che a causa della sua condizione di figlio di un dipendente Vaticano era stato da sempre al centro di una vasta campagna dietrologica. “Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta - dice Persichetti - e la fallimentare caccia ai fantasmi dovuta a un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza”. Sardegna. Tre carceri speciali, il “no” di Todde e dei Sindaci al piano Delmastro di Costantino Cossu Il Manifesto, 1 marzo 2026 In base al piano del governo, la regione dovrebbe ospitare 240 detenuti al 41bis su 749. Sono quasi 10mila in Italia, su una popolazione di circa 54mila detenuti, i reclusi appartenenti al circuito dell’alta sicurezza. Di questi, 749 sono sottoposti al regime speciale previsto dall’articolo 41 bis e sono ospitati attualmente in 12 penitenziari. Il governo ha predisposto un piano, elaborato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che prevede la loro concentrazione in soli sette istituti penitenziari: Alessandria, L’Aquila, Parma, Vigevano, Nuoro, Sassari e Cagliari. La Sardegna, con tre carceri su sette, è fortemente sopra rappresentata. E questo anche perché la legge numero 663, che nel 1983 ha introdotto il regime del 41 bis nell’ordinamento carcerario nazionale, stabilisce che i reclusi sottoposti al carcere duro devono essere “assegnati preferibilmente a sedi insulari”. Le isole sono state considerate dal legislatore più adatte: più difficile il contatto dei prigionieri con l’esterno, più gestibili gli eventuali casi di evasione. Se il piano Delmastro sarà attuato, i detenuti in 41 bis rinchiusi nelle carceri sarde saranno in tutto 240, un terzo del totale nazionale. Todde non ci sta: “La Sardegna - ha detto parlando ai manifestanti - è e resta dalla parte dello Stato contro le mafie. Non c’è alcuna ambiguità. Ma la leale collaborazione tra Stato e regioni richiede trasparenza e rispetto. Nordio a settembre ci ha detto che niente era deciso. Ora scopriamo che sono decisioni già prese, un piano costruito ad arte, negato anche ad arte”. Al comitato che ha organizzato la protesta hanno aderito sindaci, sindacati e associazioni. Sul palco con Todde c’erano i primi cittadini delle tre città coinvolte nel piano del governo: Massimo Zedda per Cagliari, Giuseppe Mascia per Sassari ed Emiliano Fenu per Nuoro. Tre i punti critici indicati dagli interventi. La gestione del sistema carcerario sardo, in forte sofferenza per sovraffollamento e per scarsezza di personale, con l’arrivo dei detenuti al 41 bis rischia di collassare. Quindi le conseguenze negative sul già disastrato sistema sanitario regionale del carico di reclusi in regime speciale trasferiti nell’isola. Il terzo problema è il pericolo di “contagio” che potrebbe derivare da una massiccia presenza, negli istituti di pena sardi, di esponenti di primo livello della malavita al carcere duro. Quest’ultimo è il principale motivo di preoccupazione di chi ieri è sceso in piazza. “Un’elevata concentrazione di detenuti ad alta pericolosità - hanno detto gli organizzatori della protesta - aumenta i rischi d’infiltrazione mafiosa, con riciclaggio di denaro sporco e conseguente inquinamento dell’economia locale”. Si annuncia anche un’iniziativa parlamentare per modificare il passaggio della legge istitutiva del 41 bis in cui si stabilisce che i detenuti pericolosi è meglio spedirli su un’isola. In realtà, la questione va oltre i termini toccati ieri a Cagliari. Autorevoli esponenti del mondo giuridico (da ultimo Gherardo Colombo) hanno sollevato il problema dell’incostituzionalità del 41 bis e ne hanno chiesto l’abolizione o una radicale revisione. L’Ue più volte ha richiamato l’Italia per violazioni dei diritti umani conseguenti all’applicazione del regime di carcere duro. Superare il securitarismo aiuterebbe a inquadrare in termini meno ristretti una questione delicata e complessa. Sardegna. In piazza per dire “no” al trasferimento nell’isola dei detenuti in 41 bis di Davide Madeddu Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2026 In piazza per dire no ai detenuti in regime di 41bis nelle carceri della Sardegna. Doveva essere mobilitazione generale, e così è stato. Alla manifestazione promossa dalla presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde, contro il trasferimento dei detenuti “ad alta pericolosità” nelle strutture detentive dell’isola hanno partecipato più di 1.500 persone: amministratori regionali, sindaci, sindacati associazioni e cittadini. Tutti sotto il palazzo della Prefettura simbolo del Governo in città. Dalla presidente della Regione un attacco al ministro della Giustizia. “L’intervento del ministro Nordio lo definisco avvilente. Avvilente perché noi ci siamo incontrati a settembre e non ero sola, ero col mio segretario generale e col responsabile della nostra avvocatura, e lui ci ha detto testualmente che niente era deciso e che le cose dovevano essere ancora portate avanti - ha detto la governatrice a margine della mobilitazione e in replica alla risposta scritta che il Guardasigilli ha dato ai parlamentari M5s sull’arrivo dei detenuti in regime di 41 bis-. Oggi invece scopriamo che è un piano che viene da lontano, che ci sono decisioni già prese, e che in questo momento sembra già deciso”. Una mobilitazione, come ha rimarcato la governatrice, che è il primo passo di un lungo percorso che coinvolgerà l’intero territorio regionale. “Noi diciamo che non ci stiamo, sia perché abbiamo combattuto per avere un articolo nella Costituzione sull’insularità, che non ha certo questo come attuazione - ha aggiunto -. Noi vogliamo essere avvantaggiati dall’insularità, non penalizzati con un’ennesima servitù. E credo che questa piazza debba servire, con serenità, non per essere contro, ma per dire che noi vogliamo una Sardegna diversa, che vogliamo rispetto e sicuramente non è questo tipo di decisioni che ci possano aiutare”. In piazza, anche i rappresentanti delle organizzazioni sindacali che hanno manifestato una certa preoccupazione per questa eventualità, così come i sindaci dei diversi centri dell’isola. A prendere posizione contro l’ipotesi di trasferimenti dei detenuti sottoposti al regime speciale del 41 bis anche Confindustria Sardegna che ha manifestato la preoccupazione con un comunicato condiviso con le Associazioni di categoria regionali Confapi, CNA, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Coldiretti. “La Sardegna, per la sua peculiare condizione geografica e infrastrutturale, sostiene già un carico significativo derivante dalla presenza di diverse strutture detentive di alta sicurezza - hanno scritto le organizzazioni che rappresentano il mondo produttivo -. L’eventuale incremento di detenuti in regime di 41-bis rischierebbe di produrre effetti non trascurabili sul piano economico e sociale, incidendo su un territorio fragile ma che tenta con determinazione di avviare un processo di sviluppo volto ad attrarre investimenti nei settori ad alto valore aggiunto”. Non solo, dalle organizzazioni datoriali la richiesta di un confronto per affrontare la situazione. “Senza voler mettere in discussione le esigenze dello Stato in materia di sicurezza e contrasto alla criminalità organizzata, obiettivi pienamente condivisibili - scrivono - si è ritenuto opportuno proporre un confronto istituzionale che tenga conto delle specificità economiche e sociali della Sardegna, nonché dell’impatto complessivo che determinate scelte possono generare sul tessuto produttivo locale, in un’ottica di equa distribuzione territoriale delle responsabilità e degli oneri connessi”. Biella. “Il Garante dei detenuti? Dovrebbe essere esperto, competente, autonomo e indipendente” laprovinciadibiella.it, 1 marzo 2026 Dopo le polemiche sulla scelta fatta dal consiglio comunale di Biella, l’intervista a Bruno Mellano, storico attivista del Partito Radicale, nonché primo garante dei detenuti della Regione Piemonte. “La scelta migliore, viste anche le difficoltà degli ultimi due anni, sarebbe stata quella di individuare una persona esperta e competente per aiutarla in quello che è, a tutti gli effetti, un ruolo delicato e complicato. Certo, se partiva da qualcuno che avesse già conoscenza diretta della realtà del carcere, sarebbe stato molto più facile. Anche per il prescelto! Comunque, per il ruolo, serve in primis assicurare autonomia, indipendenza e capacità di costruire reti”. A parlare, a pochi giorni dal consiglio comunale che ha nominato il nuovo garante dei diritti delle persone private della libertà, è l’ex consigliere regionale del Partito Radicale Bruno Mellano, uno che la materia la conosce parecchio. Non solo il cuneese Mellano è stato il primo garante regionale, dal 2014 al 2025, ma è stato anche e soprattutto tra i primi a battersi affinché nascesse questa figura. “Mi occupo di carcere praticamente fin da bambino - racconta -. Mi sono avvicinato alla politica e al Partito Radicale con il caso Tortora, nel 1983. Avevo 17 anni. Appena possibile, una volta compiuti 18 anni, ho iniziato ad accompagnare gli esponenti del partito nelle visite in carcere”. Divenuto consigliere regionale nel 2000, si è battuto per ottenere una legge che istituisse la figura del garante regionale anche in Piemonte. Oggi è stato istituito praticamente in tutta Italia, ad eccezione della provincia autonoma di Bolzano”. Onorevole Mellano, partiamo dalle basi, dato che fuori dal carcere se ne sa poco: cosa fa, come funziona e perché è così importante la figura del garante? Innanzitutto bisogna intendersi su cosa sono i garanti. Non sono i “garanti del carcere” in generale, sono i garanti dei diritti di tutte le persone sottoposte a misure restrittive della libertà. Potenzialmente, ad esempio, anche di chi è sottoposto a Tso, se indicato nella delibera del Comune. Ovviamente il più delle volte si parla di persone ristrette, che nella stragrande maggioranza dei casi nel momento in cui vengono condannate perdono in un colpo solo famiglia, casa, lavoro… talvolta non hanno più nemmeno l’avvocato. Per queste persone diventa difficile ricostruire reti utili per il reinserimento. Qualcuno potrebbe pensare che sia poco importante, ma sbaglia, perché presto o tardi la pena arriva a conclusione e la persona torna in libertà, a maggior ragione è interesse di tutti ed è indispensabile che il tempo della detenzione venga usato bene. Concretamente il garante ha due poteri veri d’intervento. Il primo consiste nella possibilità di effettuare visite ispettive senza nessuna autorizzazione preventiva, su tutte le strutture e gli ambienti, senza alcun limite di autorizzazione o permessi, se non quello di essere accompagnato dal direttore o da un suo delegato. Il secondo, invece, si articola nei colloqui riservati personali con persone che hanno chiesto di parlare o che sono state segnalate dal personale, dai familiari o dagli stessi agenti o di cui abbia avuto notizia. Questi due poteri fanno del garante obiettivamente un osservatore e un protagonista unico nel mondo dell’amministrazione penitenziaria, non essendo un “pezzo” del meccanismo. E questa è la vera garanzia. Un garante funziona se riesce a trasmettere agli interlocutori - in primo luogo detenuti, ma anche medici, agenti, educatori… - il fatto di essere una persona in grado di interloquire, parlare, capire, fare sintesi. Il compito non è dire che sono tutti innocenti o tutti maltrattati, il ruolo richiede la capacità di saper soppesare le situazioni, ascoltare, valutare ed essere empatici. Per questo è decisivo essere autonomi e indipendenti, anche dall’amministrazione che ti ha nominato. Se la persona che hai di fronte pensa che sei un pezzo del sistema che l’ha portato in carcere e che lo tiene lì dentro, spesso e volentieri non ti dirà tutto o cercherà di mettere il racconto nel modo che può sembrargli più funzionale a ottenere un permesso o un vantaggio. Un garante funziona nel momento in cui ha forza di dire, ad esempio, “caro assessore alla sanità le cose non funzionano, ed è responsabilità della Regione non del carcere”, anche se l’assessore è espressione della maggioranza che lo ha nominato. A proposito di sanità, anche i rapporti con le realtà esterne al carcere sono importanti? Uno dei nodi fondamentali è proprio il rapporto tra detenuto e servizi territoriali. Il garante interagisce con il Comune, con i consorzi dei servizi sociali, con il mondo del volontariato, della scuola, della formazione… Sono tutti elementi importanti e il garante deve avere forza, autonomia e capacità di interloquire e ottenere attenzione. Ovviamente si fa sempre quello che si può e in molti casi si fanno i salti mortali per ottenere poco. Il 2025 è stato l’anniversario dell’ordinamento penitenziario del 1975, che prevede una cosa molto chiara: la gestione del carcere in quanto a sicurezza e organizzazione è in capo all’amministrazione penitenziaria, ma tutti i servizi più legati al recupero, al reinserimento e al trattamento sono sempre servizi che coinvolgono altre istituzioni: scuola, regione, comuni… Il modello è una gestione che deve garantire la vita dentro al carcere in sicurezza, ma anche il “protagonismo” del mondo esterno, che è decisivo affinché un carcere funzioni, come Costituzione comanda. Purtroppo spesso questo non avviene e il risultato è che il nostro sistema, a livello europeo, è tra i più costosi e fallimentari: basti pensare che abbiamo circa il 70% di recidiva. E la situazione del carcere di Biella? Vale il discorso generale, anche se un carcere come quello di Biella ha enormi potenzialità, già a partire dalla struttura, che già negli anni Ottanta prevedeva spazi significativi per il verde e il terreno coltivabile. Poi ci sono la sartoria industriale, il tenimento agricolo e una rete di volontariato che sono un unicum in tutta la regione e una risorsa preziosissima in primis per chi ci deve lavorare dentro. Ci sono potenzialità davvero significative. E anche su questo il garante ha un suo ruolo, deve andare a toccare con mano le varie realtà, creare reti, eventualmente sollecitare… Sembra una bella grana in realtà… Sicuramente è un incarico pesante e difficile, però è anche un ruolo di grande interesse e fecondità per il territorio. Bisogna partire dall’idea di vedere il carcere come un quartiere della città. Per molti aspetti può essere una risorsa per la comunità tutta, ci sono i cantieri di lavoro pagati dalla Regione che i comuni possono utilizzare, ci sono i lavori di pubblica utilità… Quando vai a vedere, scopri che in carcere ci sono capacità e competenze più ampie di quel che si creda. Da questo punto di vista, la sartoria industriale è stata davvero una grande intuizione del capo del Dap dell’epoca: perché comprare le divise, se possiamo produrle spendendo anche meno? Progetti simili sono stati fatti anche per le camicie con Brunello Cucinelli, per le cravatte di Marinella, per le scarpe del comparto di Pescara… Ma l’intuizione poi deve essere tradotta anche in una chiave di lavoro vero e significativo. Se hai un laboratorio che potenzialmente può far lavorare 150 persone su più turni, non devi accontentarti di farne lavorare 50. Nonostante la già notevole “potenza di fuoco” di Biella, si può sempre crescere. Non solo nel numero dei detenuti! Tornando al punto di partenza: a Biella è stato nominato il nuovo garante, Giuseppe Distefano, candidato gradito all’attuale maggioranza di centrodestra. Nei giorni scorsi ci sono state polemiche, secondo l’opposizione non avrebbe le competenze necessarie. Cosa ne pensa? Ho visto i nomi dei candidati e lui personalmente non lo conosco, quindi non posso esprimermi nello specifico. Posso dire, più in generale, che obiettivamente anche questa volta a Biella c’erano candidate persone di grande competenza, anche di livello nazionale, che hanno già fatto un lavoro significativo in carcere. Come ho già detto, se parti da qualcuno che conosce bene il carcere, è più facile lavorare bene. E intendo dire da qualcuno che ha esperienza certificata, più che un titolo di studio. Abbiamo avuto garanti bravissimi che arrivavano dal mondo del volontariato e conoscevano benissimo il carcere e le sue dinamiche pur non essendo laureati. Bisogna essere consapevoli della realtà che si va ad affrontare e avere una visione chiara: si sta lì davvero per dare voce e opportunità a chi rischia di essere ultimo tra gli ultimi. Nè più e nè meno! E non è una cosa semplice. Una cosa classica che deve fare il garante è provare a intercettare proprio quelle persone che, siccome magari non protestano e non “rompono”, rischiano di finire in un cono d’ombra. Quella persona che magari un giorno ti svegli e scopri che si è suicidata e poi ti stupisci: “Non aveva dato segnali…”. Se il garante fa bene il suo lavoro, ne beneficia anche chi in carcere ci lavora. Lo sa benissimo proprio Biella perché, ad esempio, i due mandati di Sonia Caronni sono stati davvero significativi. Il suo ruolo è stato riconosciuto come preziosissimo dai vari direttori che si sono succeduti. Come in tutti i campi, la differenza la fanno sempre le persone. Chiudiamo uscendo da Biella e allargando lo sguardo alla regione. Com’è la situazione? La situazione è quella in cui spesso non si capisce perché vengano prese certe decisioni. Penso ad Alessandria, dove si è deciso di trasformare l’intera Casa di Reclusione San Michele in Istituto dedicato esclusivamente al regime ex art. 41 bis, il carcere senza speranza! Al di là del fatto che ovviamente è una scelta politica legittima, sarebbe stato doveroso discutere con il territorio. Cuneo e Novara avevano appena ristrutturato le sezioni del 41 bis e adesso gliele chiudono, per creare in un carcere che aveva tutta una serie di aspetti d’eccellenza che a loro volta saranno chiusi, un concentrato di 41 bis. L’Italia è quel Paese in cui ci vogliono dieci anni per cambiare dei tubi al carcere di Alba, ma poi in tre mesi trasformi una casa di reclusione in un carcere super blindato. Una delle prime cose che chiuderanno saranno, ad esempio, la panetteria e il laboratorio di pasticceria, laboratorio grazie al quale il responsabile di Fuga di Sapori è stato insignito della medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica. Taranto. “Detenuto con problemi psichici in cella con solo un materasso per terra” tarantotoday.it, 1 marzo 2026 La visita dell’associazione Antigone nell’istituto penitenziario del capoluogo ionico ha fatto emergere condizioni igienico sanitarie “drammatiche”, “sotto organico tutto il personale”. Un detenuto con problemi psichici in cella con solo un materasso per terra, circondato da rifiuti di ogni genere. Le osservatrici dell’associazione Antigone entrano nel carcere di Taranto e quello che emerge dalla visita nella struttura è una situazione assai critica, sia per le persone recluse sia per il personale. Nel carcere Carmelo Magli di Taranto, al momento, si contano 809 persone detenute: 765 sono uomini - di cui 747 italiani - e 62 stranieri. Le donne sono 44, di cui 5 straniere. L’istituto, a fronte di questi numeri, ha una capienza regolamentare di 500 unità. “La gran parte della popolazione detenuta - riferiscono le osservatrici - è tossicodipendente mentre sono 44 i detenuti in terapia sostitutiva, con metadone o suboxone”. Il carcere si compone di tre reparti: Mar Ionio, il più nuovo, inaugurato nel 2022 e l’unico con docce all’interno delle celle; il Mar Piccolo e il Mar Grande, con tre piani ancora in fase di ristrutturazione. “Abbiamo visitato il primo e il secondo piano del reparto Mar Grande, le cui condizioni strutturali sono critiche. Nelle celle vi sono tre detenuti con uno spazio inferiore ai 3mq. Le stesse celle, così come la zona doccia, risultano interessata da muffe e crepe strutturali sulle pareti e sui soffitti”. Una piccola sezione con 10 posti al piano terra ospita detenuti in osservazione e detenuti in isolamento disciplinare. “Questa sezione è particolarmente afflittiva, con condizioni igienico sanitarie drammatiche”. “Abbiamo trovato una persona detenuta straniero, molto giovane, con evidenti problemi psichici all’interno di una cella liscia con solo un materasso per terra. All’interno della piccola cella rifiuti di ogni genere”. A fronte di questa situazione, risulta sotto organico tutto il personale, compreso quello dell’area sanitaria, dove risulta la presenza di una psichiatra e di uno psicologo attivi con 37 ore settimanali. Terni. Emergenza sicurezza al carcere, Verini e Spinelli: “Non c’è tempo da perdere” di Sara Costanzi umbria.tag24.it, 1 marzo 2026 Visita al carcere ternano di Sabbione per il senatore Pd Walter Verini e il Capogruppo Pd a Terni Pierluigi Spinelli. Dopo i lunghi disordini di domenica scorsa che hanno portato alla devastazione di un’intera sezione, l’allarme rimane alto. La situazione, hanno detto i due esponenti dem all’uscita, “è drammatica” e “richiede interventi immediati”. “Abbiamo toccato con mano una realtà pesantissima e pericolosa - ha affermato Verini. Abbiamo anche ascoltato dal Direttore e dalla Comandante l’esposizione di una situazione che richiede interventi immediati”. Attualmente ha spiegato il senatore, la sezione dove si sono verificati i disordini è inagibile, con le celle chiuse, senza acqua, luce e riscaldamento che ha determinato il trasferimento di alcuni detenuti. Il nodo è sempre lo stesso: il sovraffollamento e la carenza di organico. A fronte di 430 posti disponibili infatti l’Istituto di pena ternano ospita 600 detenuti. “Dopo gli inascoltati appelli al Ministro Nordio - ha ricordato Verini - abbiamo parlato con il Prefetto di Terni, che è al lavoro per quanto di sua competenza e con il DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ndr): non c’è tempo da perdere, ci possono essere in ogni momento rischi per la sicurezza interna ed anche esterna al carcere”. Spinelli ha voluto rivolgere un appello alle isituzioni e alle forze politiche di Terni per una mobilitazione collettiva con appelli e atti di indirizzo. “Facciamo sentire la voce di tutta la città - ha esortato - davanti ad una grave emergenza, che viola i principi rieducativi del carcere e mette a rischio lo stesso lavoro della polizia penitenziaria, che svolge in condizioni difficilissime un lavoro davvero complesso”. L’allarme arriva anche dai sindacati di Polizia Penitenziaria. La sezione dove è scoppiata la rivolta è inagibile ma, denuncia l’Osapp, la stessa viene comunque utilizzata “violando le norme sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08)”. Con questi presupposti è partita una diffida nei confronti del direttore del penitenziario ternano, Valerio Pappalardo. Tra i punti portati all’attenzione vi sono le condizioni in cui lavorano gli agenti “tra detriti, impianti elettrici compromessi e condizioni igieniche precarie”. Le richieste riguardano l’immediata chiusura della Sezione I e il trasferimento di quanti hanno preso parte alla devastazione, constatando però che “ad oggi - scrivono - non è ancora partito alcun detenuto tra quelli coinvolti nella rivolta”. L’organizzazione sindacale rivolge un ultimatum formale al direttore: “se la Sezione non verrà chiusa immediatamente e i detenuti non trasferiti, l’OSAPP si riserva di coinvolgere Procura della Repubblica, ASL e Ispettorato del Lavoro”. La tensione, proseguono, è ormai intollerabile: “Non è accettabile che l’emergenza diventi l’alibi per ignorare la legge e mettere a rischio la sicurezza degli operatori” puntualizzano. Anche Fabrizio Bonino, Segretario Nazionale del Sappe per l’Umbria, torna a far presente il permanere di numerose criticità a pochi giorni dalla rivolta. Secondo quanto sostenuto, la gestione successiva ai fatti non sarebbe all’altezza dell’urgenza e punta il dito contro il DAP. Dopo la protesta, spiega, “la Direzione del carcere e il sindacato avevano chiesto il trasferimento di almeno cinquanta detenuti, con priorità per una decina ritenuti tra i principali responsabili dei disordini. Una richiesta sostenuta anche dal Provveditorato regionale, ma che non avrebbe ricevuto un riscontro tempestivo, con una prima risposta negativa da parte dell’Ufficio detenuti del Dap”. È stato un braccio di ferro al termine del quale, si è arrivati “all’impegno per il trasferimento di almeno dieci detenuti verso altri istituti del distretto Umbria-Marche. Strutture che, però, risultano già gravate da sovraffollamento e da significative carenze di organico”. I tempi di risposta, aggiunge il Segretario, sono stati troppo lunghi e gli operatori sono ormai allo stremo. L’appello del Sappe al DAP è di accelerare mettendo in atto “procedure più rapide ed efficaci, in grado di assicurare interventi immediati in caso di emergenza e di garantire maggiore tutela agli agenti e alla sicurezza complessiva degli istituti” concludono. Rovigo. Una “squadra” di volontari per il carcere minorile di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 1 marzo 2026 Il Csv: “Disponibili una quarantina di persone per progetti di aiuto e recupero a favore dei giovani detenuti”. Almeno una quarantina le persone, volontari e non, che si sono messi a disposizione per dare vita a progetti di aiuto e recupero degli ospiti, attuali e futuri, dell’istituto penitenziario per minori (Ipm) in via Verdi. Struttura che, da una settimana, ha iniziato a ospitare i primi cinque detenuti. Come spiega Niccolò Gennaro, direttore del Centro servizi volontariato (Csv) di Padova e Rovigo, “al momento abbiamo ricevuto una quarantina di segnalazioni di persone, non solo volontari di associazioni, disponibili per aiutare a dar vita ai progetti per i detenuti del carcere minorile”. Continua Gennaro: “Per i progetti veri e propri stiamo attendendo che l’istituto entri a regime, lo scopo è quello di renderli il più possibile aderenti alle necessità dei ragazzi”. Conclude Gennaro: “Il Csv di Padova e Rovigo ha aperto un tavolo di lavoro coi colleghi del Csv di Belluno e Treviso, dov’era in precedenza il carcere minorile, per un confronto costante sulle progettualità e sulle pratiche da mettere in campo”. Invece l’ormai ex Ipm, sovraffollato, di Treviso sarà destinato agli adulti “semi liberi”. Intitolato ad Antonio Vivaldi, l’ipm di Rovigo nasce dall’ex carcere maschile per adulti del capoluogo, accanto al Tribunale. Ci sarà posto per 31 detenuti e 50 agenti di polizia penitenziaria, oltre ad un direttore e dieci figure tra professionisti del settore pedagogico, impiegati e funzionari amministrativi. L’edificio si sviluppa su settemila metri quadrati di cui tremila scoperti con aree verdi, palestra e campi sportivi. Spazi per lo sport e i laboratori creativi sono stati realizzati all’interno. I lavori (affidati nel 2020) per il nuovo Ipm sarebbero dovuti terminare a metà 2023 per un importo iniziale di quasi nove milioni di euro. Il conto finale quando saranno conteggiati anche gli arredi, spiegano le strutture penitenziarie. Il cantiere è iniziato a gennaio 2022 ed a novembre 2023 ha avuto bisogno di un’iniezione di ulteriori 3,5 milioni di finanziamento. I soldi sono arrivati dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti guidato da Matteo Salvini e sono serviti a coprire gli aumentati costi per il materiale edile. L’iter del carcere minorile del Triveneto a Rovigo è partito a novembre 2020 quando il ministero per le Infrastrutture, con decreto, ha chiuso ogni discussione sul futuro dell’ex Casa circondariale rodigina indicendo la gara d’appalto. Ad aggiudicarselo, negli ultimissimi giorni del 2020, l’associazione temporanea d’imprese (Ati) “Nidaco costruzioni Srl-ici impresa costruzioni industriali Spa. L’ati, con sede nel comune molisano di Venafro (Isernia), ha vinto l’appalto offrendo un ribasso del 21,050 per cento per un importo finale di 8 milioni e 615.276 euro. Il bando di gara era da 11,2 milioni di euro. A spingere il ministero di Grazia e Giustizia a chiudere la struttura di Treviso questioni quali il sovraffollamento di detenuti e il suo essere vecchia e inidonea, con spazi insufficienti per attività educative e ricreative. Ferrara. Reinserimento dei detenuti e dei soggetti fragili: una città-laboratorio ferraratoday.it, 1 marzo 2026 Si va verso un Albo delle imprese solidali: riunito il tavolo tra enti, realtà sociali e imprenditoriali. Ferrara si candida a diventare una città laboratorio per la sperimentazione di un progetto pilota finalizzato al reinserimento sociale delle persone detenute e, più in generale, delle persone in condizioni di fragilità attraverso il lavoro. Un’iniziativa ambiziosa che, non a caso, prende il nome di ‘Fenice’, simbolo di rinascita e richiamo alla possibilità di riprendere il proprio percorso di vita al termine di un periodo difficile. La città ha mosso un significativo passo con un ampio piano avviato dalla Cooperativa ‘Il Germoglio’ nei primi mesi del 2024. Il progetto, sostenuto dall’assessorato alle Politiche Sociosanitarie con un contributo di quasi 10mila euro, mira a creare una solida alleanza tra istituzioni, cooperative sociali, associazioni di categoria e imprese. L’obiettivo è dar vita a un vero e proprio ‘Albo delle imprese solidali’, facendo della responsabilità sociale un punto cardine di strategie occupazionali concretamente inclusive. A partire dal far sperimentare attività lavorative ai carcerati, come da esigenze espresse dall’Amministrazione carceraria cittadina. Anche l’albo, frutto di un progetto che sfocerà in un protocollo con le imprese aderenti, è sostenuto con un contributo di 15mila euro dall’assessorato alle Politiche sociosanitarie. “Per Ferrara è una giornata molto importante - ha detto l’assessore Cristina Coletti -, in cui iniziano ad allargarsi gli interlocutori di un progetto in cui crediamo molto. Quell’idea nata 2 anni fa inizia a materializzarsi, anche grazie alle esperienze virtuose già presenti nella nostra città. Se possiamo parlare di opportunità di reinserimento per i detenuti attraverso il lavoro e di responsabilità d’impresa, infatti, è anche per le numerose attività lavorative e progettualità che da anni, come Amministrazione, sosteniamo sia dentro che fuori dal carcere”. Milano. Nel carcere di Bollate lo spirito olimpico dei “Giochi della Speranza” agensir.it, 1 marzo 2026 Fischio d’inizio, squadre in campo e voglia di mettersi in gioco: è questo lo spirito che ha animato la III edizione dei Giochi della Speranza alla Casa di reclusione di Milano Bollate, la “piccola olimpiade in carcere” che ha trasformato per un giorno l’istituto penitenziario in uno spazio di competizione leale, incontro e condivisione autentica. Dopo la precedente esperienza nella Casa circondariale di Rebibbia a Roma, l’iniziativa ha fatto tappa per la prima volta a Milano, respirando idealmente l’atmosfera dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026. Un ponte simbolico tra la città attraversata dal “vento olimpico” e un luogo che, troppo spesso, resta ai margini dello sguardo pubblico. Circa 200 partecipanti hanno preso parte all’evento, trasformando per un giorno il carcere in uno spazio di incontro, partecipazione e autentica condivisione. Promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, dalla rete dei magistrati Sport e Legalità e dal Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, con la collaborazione del Csi Milano, la manifestazione ha visto scendere in campo quattro delegazioni - detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile - chiamate a competere fianco a fianco in tornei di calcio a 7, pallavolo, atletica (velocità e staffetta), calcio balilla, tennis tavolo e scacchi. “Questa edizione alla Casa di reclusione di Milano Bollate - ha dichiarato Daniele Pasquini, presidente Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport - ha segnato un passaggio decisivo nel percorso di crescita dei Giochi della Speranza. Non è stata una semplice replica, ma un’evoluzione concreta del progetto”. Il secondo elemento è che i Giochi sono “usciti da Roma, la città in cui sono nati, per approdare a Milano. Questo passaggio conferma la visione che avevamo maturato e strutturato nel tempo: costruire un format solido, replicabile, capace di essere esportato e adattato a ogni realtà penitenziaria del Paese” con l’obiettivo di portare i Giochi della Speranza in ogni carcere d’Italia, trasformando lo sport in uno strumento stabile di educazione, responsabilizzazione e rinascita”. “Portare la fiaccola e i valori olimpici dentro un carcere - ha detto il presidente Csi Milano, Massimo Achini - significa far vincere lo sport. Un’attività che portiamo avanti sempre, il Csi svolge più di 700 ore di ‘sport oltre le sbarre’ nelle carceri di Milano e Monza”. Il “sogno” per il prossimo anno è quello di “replicare questa giornata in contemporanea in tutti gli istituti penitenziari del nostro territorio. Lo sport italiano ha bisogno di sogni e di follie come questa”. La mattinata si è aperta con la cerimonia inaugurale e il saluto delle autorità, in un clima di attesa e partecipazione che ha coinvolto l’intera comunità penitenziaria. A seguire, tornei e prove sportive hanno animato gli spazi dell’istituto. Ogni disciplina ha rappresentato un’occasione per misurarsi nel rispetto delle regole, sperimentare collaborazione e riscoprire il valore del gioco come linguaggio universale. Lo sport è “un’occasione di riscatto, perché sa restituire fiducia a chi l’ha perduta e dignità a chi si è sentito escluso”, ha detto l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, che ha preso parte alle premiazioni: “nel gioco si impara che una persona non è definita dai propri errori o dalle difficoltà incontrate, ma dalla volontà di rialzarsi e di riprendere il cammino. Lo sport non cancella le ferite, ma insegna a trasformarle in forza, a riconoscere il valore di ciascuno e la possibilità di contribuire al bene comune. Questo sguardo richiama anche la realtà delle carceri, dove il sovraffollamento e le condizioni di vita rischiano di indebolire la dignità delle persone detenute. Nessuna pena dovrebbe mai spegnere la speranza né precludere percorsi di riscatto, perché ogni uomo e ogni donna conservano la possibilità di un futuro di libertà interiore e di reinserimento nella comunità”. Milano. Bollate, dove il carcere diventa campo di libertà di Luca Cereda Famiglia Cristiana, 1 marzo 2026 Non una semplice giornata sportiva, ma un laboratorio di umanità: calcio, pallavolo e atletica diventano strumenti di relazione, responsabilità e rieducazione in un carcere che fa della permeabilità con la società civile la sua cifra distintiva. Il cemento della Casa di Reclusione di Milano Bollate non riflette la luce. La inghiotte. Milano il 28 febbraio è una città piegata sotto un cielo basso, color piombo. L’aria sa di pioggia trattenuta. Qui molti là fuori il grigio è struttura, grammatica, destino apparente: muri, corridoi, cancelli che si chiudono con un tonfo metallico che non ammette repliche. Eppure, dentro questa architettura severa, irrompe il colore. Rosso, giallo, blu. Le maglie delle squadre. I fratini appoggiati sulle spalle larghe e su quelle strette. Le linee bianche tirate con cura sui campi di calcio, pallavolo, basket. La pista d’atletica che sembra una cicatrice arancione nel cemento. Il rumore secco del pallone calciato, il fischio dell’arbitro, la musica, le risate improvvise per una scivolata non voluta o per un goal a porta vuota che rompono la consuetudine del silenzio disciplinato. Sono quasi duecento: detenuti uomini e donne, agenti di polizia penitenziaria, magistrati, rappresentanti del Comune, volontari, giovani atleti del CSI Milano. La torcia olimpica entra nel cortile come un oggetto straniero e simbolico, anticipo ideale di Milano Cortina 2026. Ma qui la vera fiamma è un’altra: è la possibilità di guardarsi senza la barriera del ruolo. “Qui il fallo è fallo per tutti”, dice Karim, 32 anni, mentre sistema i calcettoni macchiati di erba. Lo dice con una serietà quasi solenne. “Non conta chi sei fuori. Conta quello che fai adesso”. In questa frase c’è una pedagogia elementare e rivoluzionaria: la regola come terreno comune. Bollate è considerato un modello. Non perché sia un’isola felice, ma perché tenta una strada complessa. Il direttore, Giorgio Leggieri, in carica dal 2021, parla di complessità senza infingimenti: “Sembrerebbe tutto semplice, lo sport, la partecipazione, le squadre miste, ma non lo è. Arrivare a interiorizzare le regole, il rispetto, la fatica del risultato, è un percorso lungo”. Sottolinea una parola: interiorizzare. “È più facile costruire un sistema in cui si dice continuamente alle persone cosa devono fare. È più difficile accompagnarle a maturare autonomia, senso di responsabilità, capacità di mettersi in discussione”. Poi aggiunge: “La permeabilità con la società civile non è un orpello. È sostanza. Senza contenuti la pena è un tempo vuoto. E il tempo vuoto amplifica gli errori. Noi dobbiamo riempirlo di relazioni significative”. Relazioni. È il termine che ritorna. “Se il clima quotidiano fosse conflittuale, distante, segnato da silenzi assordanti, oggi sarebbe teatro. Invece è possibile perché c’è un lavoro quotidiano, condiviso tra area trattamentale e polizia penitenziaria. Non esiste chi si occupa solo di sicurezza e chi solo di rieducazione. Siamo tutti parte dello stesso processo”. Mentre parla, un magistrato e un detenuto discutono su un fuorigioco. Si accalorano, poi si stringono la mano. Non è retorica, è dinamica reale. Massimo Achini, presidente del CSI Milano, ha la voce che vibra di convinzione: “Questa giornata accende i riflettori, ma dietro c’è un lavoro che dura tutto l’anno. Settecento ore di sport oltre le sbarre. Non una volta ogni tanto. Ogni settimana”. Racconta di squadre di detenuti che partecipano ai campionati ufficiali, di arbitri che entrano, di famiglie coinvolte nelle “mini olimpiadi” genitori-figli. “Un detenuto mi disse: “In carcere un arbitro che entra cambia la giornata”. Figuriamoci cosa succede quando entrano squadre intere, quando entra il mondo”. Poi si fa più profondo: “Ogni volta che si gioca in carcere accadono due trasformazioni simultanee. Per chi è dentro significa sentire che la vita non è sospesa per sempre. Per chi entra significa rimettere in discussione i propri pregiudizi. Si esce diversi”. Gli chiedo se resta qualcosa il giorno dopo. “Resta un segno. Non sempre visibile, ma reale. Resta l’idea che il rispetto delle regole conviene. Che la squadra funziona solo se ciascuno fa la sua parte. Sono anticorpi sociali”. La partita di calcio tra detenuti e agenti è intensa. Finisce 4-1 per i detenuti. Ma il risultato è quasi secondario. Marco segna, poi lascia il campo: “Ho i colloqui con mia madre e la mia fidanzata”. La sua giornata è divisa tra il campo e una stanza colloqui dove si gioca un’altra partita, quella degli affetti da ricucire. El Gringo, senegalese, MVP del torneo, alza la coppa e la consegna ai compagni. “Il premio più grande è aver giocato insieme”, dice. La sua voce è ferma. In quel gesto c’è un’idea di comunità che resiste alle sbarre. Sul campo di pallavolo Francesca salta, schiaccia, cade e si rialza. “Qui mi sento vista”, confessa. “Non solo giudicata”. Ha un figlio fuori. “Quando gioco penso a lui. Voglio che un giorno possa dire che sua madre non ha smesso di provarci”. Dalle finestre, dietro le inferriate, altri detenuti osservano. Hanno spostato i panni stesi per avere visuale migliore. Gridano consigli, ridono, commentano. Non è la curva dello Stadio Giuseppe Meazza, ma l’intensità è autentica. Alle premiazioni prende la parola l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini: “Per conoscere la vita bisogna starci dentro. Ma per capirla davvero bisogna anche guardarla un po’ da fuori. Lo sport permette questo scarto. Ti fa uscire dalla ripetizione quotidiana e ti chiede: che cosa è davvero importante?”. E risponde: “Forse è più importante essere insieme che inseguire un’ambizione personale. Più importante rispettare l’avversario che vincere a ogni costo”. Don Franco Finocchio, cappellano degli atleti azzurri alle olimpiadi e paralimpiadi Milano-Cortina 2026 aggiunge: “Lo sport non cancella le ferite, ma insegna a trasformarle in forza. Qui diventa allenamento alla responsabilità e alla speranza”. Il direttore Leggieri torna su un concetto chiave: “Se costruiamo relazioni autentiche, intercettiamo prima il disagio, preveniamo il rischio. Altrimenti rincorriamo l’emergenza. Questo è insostenibile”. Un passaggio particolarmente intenso è stato l’intervento dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ha invitato tutti a cambiare prospettiva: “Io mi chiedo come si fa a conoscere la vita: la vita in carcere, la vita in ufficio, la vita dei detenuti, la vita della Polizia Penitenziaria. Di solito si dice che per conoscere la vita bisogna starci dentro, condividere condizioni e situazioni. Ma questo evento ci dice anche un’altra cosa: per guardare con realismo la vita bisogna saperla guardare un po’ dal di fuori”. Poi ha aggiunto: “Lo sport non è un’evasione dalla realtà. È un modo per uscire un attimo dalla ripetizione quotidiana e domandarsi che cosa è davvero importante. Forse più importante di inseguire un’ambizione personale è essere insieme, fare squadra, rispettare l’avversario. Le cose importanti, per essere riconosciute, hanno bisogno di essere guardate da lontano”. Parole che hanno attraversato il cortile come un invito a rileggere la pena non come chiusura definitiva, ma come spazio in cui può maturare uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. La giornata si chiude con le premiazioni. Coppe semplici, applausi sinceri, fotografie scattate con discrezione. Un agente consola un detenuto per un errore dal dischetto. Un magistrato scherza con una squadra femminile. Le gerarchie si ricompongono, ma qualcosa è passato. Quando il cancello si richiude alle spalle, il rumore è lo stesso dell’ingresso. Fuori il cielo è ancora grigio. Dentro, per alcune ore, è esistita un’altra tonalità. Non è stato un miracolo. Non è stata un’evasione. È stata un’esperienza concreta di comunità possibile. Un laboratorio dove la pena non è solo sottrazione, ma può diventare tempo abitato, tempo che educa. Il cemento resta. Le sbarre anche. Ma tra le crepe è passato un vento sottile. E chi c’era, detenuto, agente, magistrato, consigliere comunale, sportivo e volontario, sa che quel vento non si dimentica facilmente. Perché ha ricordato a tutti una verità elementare e scomoda: nessuno è riducibile al proprio errore. E la libertà, prima di essere una condizione giuridica, è un esercizio quotidiano. Napoli. Tele di detenuti di Poggioreale saranno esposte a Castel Capuano ansa.it, 1 marzo 2026 Trentaquattro tele raffiguranti autoritratti di detenuti del carcere napoletano di Poggioreale saranno esposte per una settimana nel Gran Salone dei Busti di Castel Capuano. Dell’iniziativa ha parlato, a margine della cerimonia di scoprimento del busto per l’avvocato Vincenzo Maria Sinsicalchi, Maria Rosaria Covelli, presidente della Corte di Appello. “Stiamo lavorando alla pubblicazione di un libro che si intitola ‘Evasioni Creative’ - ha detto Covelli - e partendo dal lavoro fatto dal maestro Lello Esposito nel carcere di Poggioreale con un laboratorio artistico per i detenuti abbiamo realizzato un progetto affinché qui, sotto i grandi busti dei giureconsulti eccellenti, ci siano per una settimana i quadri realizzati dai detenuti con la direzione e l’insegnamento dell’artista”. L’evento si svolgerà a maggio o a giugno e sarà accompagnato da un convegno. “La presidente Covelli ha dimostrato una grande attenzione e sono onorato per questo - ha affermato Lello Esposito - si tratta di 34 tele di circa due metri per un metro; il laboratorio è stato avviato cinque anni fa ma è con la presidente Covelli che c’è stato un forte impulso per le attività”. Esiste un nesso tra la violenza individuale e le guerre? di Franco Vaccari Avvenire, 1 marzo 2026 La difesa è necessaria alla vita e alle istituzioni, ma quando perde misura supera una soglia e diventa forza che distrugge l’altro. Una forza che si può ridurre, limitare, educare, recuperando il patrimonio della nonviolenza come responsabilità quotidiana. Non si fa più la guerra solo con eserciti e confini. Oggi si combatte economicamente, con sanzioni e dazi; sulle risorse e sul clima; con la disinformazione e la manipolazione delle elezioni; con attacchi a distanza, satelliti e droni, algoritmi e guerre per procura, con un semplice cellulare. Se la violenza organizzata, nelle diverse forme di guerra, ha cambiato pelle, non ha però cambiato natura. Ne consegue che anche la difesa dalla violenza che si organizza nella guerra, per essere efficace, non può restare immutata. Non può limitarsi a riprodurre schemi del passato, né può essere ridotta a una reazione puramente militare. È necessario riconsiderare con attenzione questa parola - difesa - cercando di comprendere come, se intesa correttamente, essa non riguardi un ambito ristretto, un’eccezione, ma un patrimonio della vita stessa, in tutte le sue dimensioni. Un corpo si difende per vivere, una ferita va contenuta. Una relazione sana ha confini. Una famiglia, una società proteggono i propri membri, soprattutto i più deboli. Uno Stato ha il dovere di tutelare le proprie popolazioni. La difesa, in sé, non è affatto il problema. Il problema nasce quando forza e difesa perdono misura, quando smettono di servire la vita e iniziano a governare l’altro attraverso la paura. Ci chiedevamo: esiste un nesso tra lo studente che accoltella un compagno di banco e le guerre che devastano il pianeta? Tra la violenza che esplode in un’aula scolastica e quella che attraversa famiglie, città, popoli e Stati? La domanda non cerca un rapporto meccanico e ingenuo di causa ed effetto. Interroga piuttosto l’esistenza di quel filo umano comune, che attraversa contesti diversi e assume forme differenti, ma riconoscibili. Quel filo è la violenza. O meglio: la possibilità della violenza, sempre presente nell’esperienza umana. La violenza non nasce dal nulla. È preceduta da pensieri, parole, gesti, posture interiori ed esteriori. È il punto in cui la forza - necessaria all’affermazione di sé, alla difesa, al conflitto vitale - oltrepassa una soglia e inizia a trasformarsi in distruzione dell’altro. La forza appartiene alle persone, ai gruppi, alle istituzioni, agli Stati. E l’esperienza dell’eccesso di forza è elementare: chiunque sa che, giocando con un bambino, occorre trattenersi per non fargli male. Lo stesso vale, su scala più ampia, per le istituzioni cui viene affidata una forza proprio perché siano “terze” rispetto ai conflitti, limitando gli effetti distruttivi. Le costituzioni nascono per limitare e bilanciare la forza, affinché nessun potere prevalga sugli altri. La forza è necessaria, ma va sempre limitata, educata. Non c’è altra strada perché la violenza non può essere eliminata. Pensarlo sarebbe illusorio. Ci accompagna con fantasie, progetti, azioni con esiti irreparabili. Caino non abita il passato: attraversa la storia umana, insieme al comando che lo protegge: “Nessuno uccida Caino”. Nessuno può arrogarsi il diritto di cancellare l’altro, nemmeno se colpevole, perché “ciò che si uccide si diventa”. E nessuno sa cosa sarebbe diventato Abele, se invece di essere ucciso fosse stato vittima solo del tentato omicidio di suo fratello. Da Caino alla guerra un pensiero ritorna incessantemente, a volte rozzo, a volte sofisticato: un asservimento delle parole, una deformazione della realtà che legittima l’aggressione come necessaria. È contro questo pensiero che occorre vigilare. Se il compito non è eliminare la violenza - cosa impossibile - dobbiamo ridurla. In modo sistematico, paziente, intenzionale. Esiste, a questo proposito, un patrimonio di pensiero e di pratiche che da molto tempo, e con straordinari successi storici, insegna come contenere e disinnescare la violenza, ma oggi viene espulso dal discorso pubblico, dalla comunicazione politica e dalle prassi istituzionali: la nonviolenza. In continuità con questo patrimonio, se quanto affermato è vero, dobbiamo riconoscere la violenza prima che esploda: nominarla quando è ancora parola, smascherarla quando si traveste da linguaggio necessario, contenerla quando chiede legittimazione. I segnali del passaggio dalla forza alla violenza sono noti: la perdita della parola sostituita dall’insulto; la banalizzazione di chi esprime preoccupazione; la trasformazione dell’altro in nemico astratto; l’umiliazione normalizzata; la glorificazione della forza come unico linguaggio efficace. Quando questi segnali diventano abituali, la violenza è già in cammino. Riconoscere questi segni è un compito educativo e culturale prima ancora che politico. La violenza che esplode nei comportamenti individuali non è mai del tutto separata da quella tollerata, giustificata o esaltata ai livelli più alti del potere. Questo non implica un’antropologia pessimistica. Al contrario: l’uomo è educabile, anche se costantemente a rischio e, senza scuse, obbligato a scegliere. Altrimenti chiuderemmo le scuole. Ridurre la violenza non è un’utopia, ma una responsabilità quotidiana, che chiama in causa l’uso giusto della forza: nella domenica della Trasfigurazione, della forza luminosa del Tabor, come pensare a una forza che custodisca ed escluda la violenza? Social e minori, un’alleanza che si è spezzata di Stefania Garassini Avvenire, 1 marzo 2026 Il processo contro Meta e YouTube a Los Angeles segna un punto di rottura nella fiducia tra famiglie e piattaforme. Le accuse di responsabilità nell’indurre dipendenza chiamano in causa un modello ed evidenziano l’inadeguatezza dei sistemi di protezione. Ne emerge una sconfitta collettiva. “Questi sono casinò per l’attenzione. E il banco vince sempre”. È una delle frasi nei documenti al centro del processo in corso in questi giorni a Los Angeles contro Meta e YouTube. L’allusione è alla natura dei servizi online sotto accusa, che sarebbero responsabili di aver creato meccanismi per attrarre e gestire l’attenzione degli utenti più giovani fino a indurre alla dipendenza e a forme di disagio mentale anche grave. Nell’aula del tribunale, dove lo scorso mercoledì ha deposto Mark Zuckerberg, il capo di Meta - proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp -, si cercherà di stabilire se le aziende possano ritenersi colpevoli di aver progettato servizi in grado di creare dipendenza al pari del tabacco e delle slot machine e di averli proposti anche a utenti giovanissimi senza prevedere adeguate protezioni. Mentre nello stesso procedimento Snapchat e TikTok hanno già patteggiato, per bocca dei suoi vertici Meta si difende sostenendo che non ci sono prove scientifiche del fatto che i propri prodotti creino dipendenza patologica, anche se ammette un malfunzionamento del filtro che avrebbe dovuto impedire l’accesso al servizio al di sotto dei 13 anni. YouTube (di proprietà di Google) dal canto suo rivendica la propria natura di piattaforma per l’intrattenimento, ponendosi sullo stesso piano di Netflix e degli altri servizi di streaming video, sotto vari aspetti diversi dai social media. La controversia proseguirà per alcune settimane e vedremo quale sarà il verdetto della giuria, ma un segnale è già chiaro. L’ingresso di Zuckerberg in quell’aula del tribunale di Los Angeles sancisce la fine di un’alleanza, data per scontata, tra i genitori e i servizi online, cui per anni - con troppa leggerezza - erano stati affidati in tutto il mondo i cuori e le menti di milioni di bambini e adolescenti, in una fase delicata della loro crescita. Questi servizi si sono dimostrati drammaticamente inadeguati al compito. E non particolarmente preoccupati di migliorare, stando alle carte processuali, dove in scambi di email e memo interni alle aziende si leggono fra l’altro frasi come “Se vuoi vincere con i teenagers devi prenderli fin da preadolescenti” (in una comunicazione di Meta del 2018). Zuckerberg ha risposto che sono documenti vecchi e ora le cose sono cambiate, che non c’è più quella corsa a guadagnarsi gli utenti sin da piccoli, quando è più alta la probabilità che rimangano “agganciati” al servizio. Ma sono stati proprio quelli gli anni in cui era online la ragazza - oggi ventenne - che ha citato in giudizio i social per averle causato ansia, depressione e problemi con la propria immagine corpórea. Era troppo presto per accedere a quei servizi. Ma nessuno se n’è accorto, nessuno ha vegliato. Non i genitori, non i social. Ora non restano che le carte bollate, come in qualsiasi contratto che si rompe. Nei prossimi mesi sono già in programma altre udienze in provvedimenti analoghi a quello californiano, anche in Italia è stata promossa una class action - promossa dal Moige - contro Meta e TikTok. Comunque andrà a finire, la decisione di far partire una guerra legale è una sconfitta. E lo è per tutti gli attori di quel Villaggio necessario per educare, che funziona soltanto se ognuno fa la sua parte e si prende la responsabilità che gli tocca. Il mondo adulto ha sottovalutato i possibili danni lasciando spadroneggiare in modo avventato e inconsapevole i social nelle vite dei propri figli. Ma dall’altra parte c’erano grandi aziende, spesso anche istituzioni, che a lungo hanno sostenuto come la protezione dei minori fosse appannaggio esclusivo delle famiglie, e che regolare Internet fosse impossibile per la natura stessa del mezzo. Ora si sta lentamente diffondendo una nuova consapevolezza e i tentativi di diversi Stati - prima fra tutti l’Australia - d’introdurre e far rispettare seriamente un divieto d’accesso ai social media al di sotto dei 15 o 16 anni, ne sono una chiara dimostrazione. Non basteranno però i sistemi di regole, i pur necessari divieti e le sacrosante azioni legali a ripristinare quella cruciale alleanza. Davanti all’aula del tribunale di Los Angeles si sono radunati in questi giorni gruppi spontanei di genitori: alcuni di loro avevano in mano i ritratti dei propri figli, che ritenevano danneggiati - a volte fino a togliersi la vita - dall’uso problematico dei social. Molti sono arrivati di buon mattino al tribunale per assicurarsi un posto in aula (assegnato per estrazione) e sperare che assistere alle udienze potesse lenire almeno in parte il proprio dolore. Chi potrà ripristinare quella fiducia ormai irrimediabilmente tradita? Perché non è stato possibile garantire la sicurezza e la protezione cui i minori hanno diritto e che i genitori presumono quando affidano i loro figli al mondo? È la risposta che attendiamo dai capi dei social. Ed è ben più difficile che difendersi in punta di diritto, scrollandosi di dosso - a colpi di cavilli legali - le proprie responsabilità. Migranti. Un nemico perfetto di Italo Di Sabato osservatoriorepressione.info, 1 marzo 2026 Il ddl Meloni non “gestisce” l’immigrazione: fabbrica paura, criminalizza il soccorso e usa i migranti come prototipo per comprimere diritti e democrazia. C’è una verità che andrebbe stampata a caratteri cubitali sopra ogni dibattito sull’immigrazione, sopra ogni decreto, sopra ogni ddl, sopra ogni talk show e sopra ogni post indignato: la destra odierna senza i migranti non sarebbe niente. Niente identità, niente collante, niente racconto. Una macchina politica vuota. I migranti sono il nemico perfetto. Non perché lo siano davvero, ma perché sono costruiti come tali. Costruiti con la stessa logica con cui la pubblicità fabbrica desideri: ti convince che ti serve un oggetto inutile, ti crea un bisogno che non avevi, ti inocula una mancanza. E poi te la vende. Così fa la propaganda: ti crea l’ansia, ti costruisce la minaccia, ti fa desiderare la “sicurezza” come un prodotto. E poi te la vende, sotto forma di blocco navale, confisca delle navi, Cpr, espulsioni, Paesi terzi, interdizioni, procedure accelerate, detenzione. Il nuovo provvedimento del governo Meloni non è solo l’ennesimo giro di vite. È la forma più nitida di questa operazione commerciale e politica: un decreto-merce, un pacchetto di paura confezionato per trasformare un problema complesso in una guerra semplice. Una guerra contro chi non può difendersi. Ma attenzione, perché qui sta il punto che troppi fingono di non vedere: i migranti non sono soltanto il bersaglio. Sono il prototipo. Sono il banco di prova su cui si sperimenta fin dove si può spingere la compressione della razionalità, della libertà, della democrazia. Oggi lo fai contro di loro, perché sono marginali, poveri, senza diritti politici, senza protezione sociale, spesso senza lingua e senza rete. Domani la stessa logica, rodata e normalizzata, si applica ad altri. È sempre così che funziona. L’idea che questa sia “solo” una questione migratoria è una favola comoda. In realtà è un esperimento di governo: quanto possiamo restringere lo Stato di diritto senza che nessuno si ribelli? Quanto possiamo abituare l’opinione pubblica a misure eccezionali finché l’eccezione diventa la norma? Quanto possiamo trasformare la politica in un’area di sospensione permanente delle garanzie? I migranti sono il campo di addestramento. E qui entra in scena la seconda verità, quella più sporca: il migrante non è soltanto un nemico. È anche una merce. Una merce preziosa, in un’economia politica della paura. Gli Stati europei hanno fatto una scelta criminale e ipocrita: hanno reso la migrazione regolare quasi impossibile per chi si muove per motivi economici, e così hanno appaltato la migrazione alle organizzazioni criminali. Non è un effetto collaterale: è la struttura del sistema. Se chiudi tutte le porte legali, chi può aprirle? Solo chi lucra sulla disperazione. E poi ti scandalizzi, e poi ti indichi il barcone come “prova” del caos, e poi costruisci un’altra legge repressiva. I decreti flussi sono l’emblema di questa farsa: procedure lente, spesso irrealistiche, che alimentano malaffare nei paesi d’origine e ricatti in quelli di arrivo. Un meccanismo che produce clandestinità a comando e poi si presenta come rimedio alla clandestinità che ha prodotto. Una volta entrato in Europa, il migrante cambia forma e diventa altre due merci. La prima è la più antica: carne da cannone per lo sfruttamento, forza lavoro precarissima, ricattabile, sottopagata, invisibile, gettata nel lavoro nero, nei campi, nei magazzini, nei cantieri, nelle case. È l’ingrediente che rende possibile un pezzo dell’economia italiana, quella che tutti conoscono e che tutti fingono di non vedere. La seconda merce è ancora più redditizia politicamente: il migrante diventa combustibile per la retorica della sicurezza. Un barile inesauribile di paura. Un motore di consenso. E allora arriva la menzogna più cinica: “lo chiede il popolo”. Come se la spietatezza fosse un desiderio naturale, come se la disumanità fosse una domanda spontanea. Ma è falso. Non è così. Il popolo non chiede la crudeltà: viene educato alla crudeltà. Viene addestrato. Esattamente come la pubblicità ti fa desiderare un aggeggio inutile, così la propaganda politica ti fa desiderare un confine militarizzato, un Cpr più grande, un’espulsione più rapida, un blocco navale “indistinto”. Ti costruisce la scena: l’esercito di invasori. Ti costruisce la trama: l’Italia assediata. Ti costruisce il finale: il governo che “difende”. E mentre ti raccontano l’invasione, i numeri reali spariscono. Mentre ti parlano di emergenza, il lavoro nero resta intoccabile. Mentre ti parlano di criminalità, non dicono una parola sui padroni che sfruttano, sugli intermediari, sulle filiere. Mentre ti parlano di “ordine”, tacciono sull’ordine vero: quello economico che produce povertà e precarietà. Perché la sicurezza, quella vera, sarebbe casa, sanità, scuola, lavoro stabile, salari, servizi pubblici, trasporti, welfare. Ma quella sicurezza costa. E soprattutto non produce nemici. Non produce applausi. Non produce “noi contro loro”. Non produce la comoda ebbrezza del capro espiatorio. E qui arriva il passaggio più velenoso: la costruzione del migrante come criminale naturale. È un meccanismo vecchissimo. La narrazione secondo cui a delinquere e nelle carceri italiane ci sarebbero “solo stranieri” è la stessa identica narrazione che fino all’inizio di questo secolo diceva che a delinquere e dietro le sbarre c’erano “solo meridionali”. Cambiano i bersagli, non cambia la tecnica. Prima era il Sud, poi i rom, poi gli stranieri, domani qualcun altro. Il punto non è chi colpisci: è che ti serve sempre qualcuno da colpire, perché senza un nemico esterno non regge la bugia interna. Il nuovo provvedimento del governo Meloni va letto dentro questo quadro. Non come un testo tecnico. Non come un “aggiustamento”. Non come una risposta. È una dichiarazione: lo Stato si arroga il diritto di sospendere, bloccare, confinare, espellere, deportare. E lo fa in nome di categorie vaghe, estendibili, manipolabili. Lo fa costruendo un’eccezione permanente. E se oggi il laboratorio è il mare, le ong, i migranti, i Paesi terzi, i Cpr, domani quel laboratorio sarà qualcos’altro. Perché quando una democrazia impara a trattare un essere umano come un pacco, poi non si ferma più. Si abitua. E l’abitudine è la forma più efficace della barbarie. Questa è la posta in gioco. Non l’immigrazione. La democrazia. E per questo non basta “criticare” il provvedimento. Bisogna rifiutare il ricatto su cui si regge: la paura come identità, la disumanità come governo, la propaganda come politica. Bisogna dire che non c’è sicurezza senza diritti, e non ci sono diritti se accetti che per qualcuno possano essere sospesi. Perché il migrante è il prototipo. E chi non lo capisce oggi, domani lo capirà troppo tardi. I migranti perduti nel limbo albanese di Flavia Amabile La Stampa, 1 marzo 2026 Gli spostamenti dall’Italia al Cpr avvengono in aereo e per alcuni dei 90 reclusi è già la seconda volta. Gli avvocati: “Mistero sui criteri con cui vengono scelti”. È deserto l’hotspot al porto di Shengjin. È dolce la vita nel centro di Shengjn inaugurato un anno e mezzo fa dal governo Meloni con l’obiettivo di trasferire lontano dall’Italia fino a 3 mila stranieri irregolari. In questa mattina quasi primaverile, con il mare albanese che brilla davanti e i galli che cantano in lontananza, una donna con un giubbotto arancione passa straccio e scopa sul cortile deserto. Avanti e indietro, con grande cura e in totale solitudine. Tutt’altra storia rispetto agli inizi, quando il cortile era pieno di persone dirottate su una nave militare fino in Albania. Non erano molti nemmeno allora, alcune decine a ogni traversata. Però, tra traduttori, operatori sanitari, addetti alle procedure di frontiera e altri, il colpo d’occhio era molto diverso. Tempi lontani. La procedura accelerata di frontiera è stata bocciata dalle sentenze del Tribunale e della Corte d’Appello di Roma. Il governo segue e spinge per un’approvazione rapida della nuova normativa Ue ma, nel frattempo, nel centro di Shengjin, oltre a pulirlo, c’è poco da fare. “Da tempo non vedo arrivare persone dall’Italia”, sostiene Pjetër, custode del porto. Non aggiunge altro, non davanti a un microfono o a un cellulare. Solo dietro la promessa di non renderlo riconoscibile, racconta che in città sono arrabbiati, che il centro ha ridotto lo spazio nel porto, togliendo lavoro agli albanesi e senza portare nulla, nemmeno gli stranieri che in gran parte ora arrivano in aereo a Tirana e poi in pullman fino a Gjader. Non sfiorano minimamente Shengjin e aggiungono una spesa non prevista a un protocollo già abbastanza oneroso. Il volo charter del 17 febbraio, per esempio, è costato 58.212 euro più Iva, come si legge nei documenti della Direzione centrale immigrazione e polizia delle frontiere del ministero dell’Interno. Il centro non è stato utilizzato nemmeno giovedì notte quando è arrivata una motovedetta da Bari. Trasportato da Gjader direttamente a bordo è salito Khalid, 21 anni, originario del Marocco, con i suoi tagli su tutto il corpo, la sua angoscia e il dolore accumulato dopo aver visto morire il suo compagno di stanza nel Cpr di Bari. Incompatibile con la vita a Gjader, ha certificato la commissione medica. In realtà Khalid in Albania non doveva proprio arrivare, è il testimone chiave delle indagini sulla morte del suo compagno di stanza. Come sia accaduto che invece sia finito a centinaia di chilometri di distanza è uno dei tanti atti oltre le righe compiuti nelle province autonome di Shengjin e Gjader, dove quasi tutto è possibile perché qui le leggi italiane ed europee valgono, sì, ma fino a un certo punto, secondo una moda ormai sempre più diffusa. Se Shengjin somiglia a una cattedrale nel deserto, nel Cpr di Gjader, invece, più o meno ci saranno una novantina di persone in questo momento, il numero più alto dall’apertura del centro, come ha denunciato la delegazione composta dal Tavolo asilo e immigrazione e dalla deputata del Pd Rachele Scarpa. “Su quale base vengano scelti coloro che sono li è un mistero” avverte Francesco Ferri, esperto di migrazioni di ActionAid-Tavolo Asilo. Alì, per esempio, un pescatore turco ingiustamente accusato di scafismo. “Si è fatto 28 mesi di prigione in Italia, è stato assolto ed è finito nel Cpr in Albania. Il paradosso è che lui in Italia non vuole stare, chiede solo di tornare in Turchia. Ha il passaporto e anche i soldi per rientrare ma lo Stato lo trattiene senza motivo”, denuncia Salvatore Fachile, il suo avvocato. Oppure Rashid, iraniano che è disperato e a chiunque vada a trovarlo dice: “Preferisco l’Iran alla vita senza alcun diritto che ho qui in Europa”. E poi c’è chi è al secondo giro a Gjader. Persone incensurate, da oltre dieci anni in Italia, vittime di un reato commesso non da loro ma di chi li faceva lavorare in nero, come Mustafa, originario del Togo, uscito a luglio da Gjader per una incompatibilità sanitaria. Ora è di nuovo lì. “A rimetterlo dentro è stato lo stesso giudice di pace che lo aveva liberato - racconta Salvatore Fachile -. È uno di quei casi in cui la pubblica amministrazione si contraddice”. E crea un aggravio economico allo Stato. Perché lunedì Fachile depositerà una richiesta di riesame. Nel giro di una settimana Mustafa potrebbe essere riportato in Italia. “Ma la sua situazione non cambierà. Il Togo è uno di quei Paesi che non offrono alcuna prospettiva di rimpatrio” spiega. Mustafa resterà in Italia senza permesso e senza poter essere inviato nella sua terra di origine. Potrebbe finire di nuovo a Gjader in un eterno e oneroso gioco della marmotta albanese che riguarda molti stranieri irregolari. “Le persone trattenute a Gjader sono destinate a fare numero” commenta Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di Solidarietà, ex vice presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. E aggiunge: “Sono ostaggio di un crudele gioco politico mentre è pendente la decisione della Corte di Giustizia Ue che ritiene che la detenzione amministrativa in area extra-Ue sia in contrasto con il diritto dell’Unione. In caso di accoglimento si chiuderà tutto per sempre”. Le guerre coloniali senza fine di Alberto Negri Il Manifesto, 1 marzo 2026 Ogni generazione di inviati di guerra e di popoli mediorientali ha la sua devastante guerra del Golfo: ieri ne è arrivata un’altra, ampiamente prevista dopo il viaggio di Netanyahu a Washington e il fallimento annunciato della diplomazia. La mia generazione ne ha già viste sul campo tre lunghe (1980-88, 1990-91, 2003-2010) e un paio più brevi in poco più di 45 anni. Ogni volta si pensava fosse quella definitiva: per raggiungere quale scopo, oggi come ieri, non è dato sapere. Se non uno: quello di fare di Israele la potenza dominante della regione con la distruzione di interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano sul menù del Board of Peace di Trump, dove i miserabili accoliti di Trump una decina di giorni fa a Washington canticchiavano nel microfono come dei Fantozzi in gita aziendale. E sul menù ci siamo anche noi europei, incapaci di qualunque iniziativa diplomatica sia nel Golfo che in Ucraina, ai quali né Trump né Netanyahu non fanno neppure una telefonata per avvertirli che comincia un altro conflitto. Ce ne accorgeremo quando schizzeranno le quotazioni del petrolio, soprattutto se l’Iran, gran produttore di greggio e di gas, dovesse chiudere come annuncia lo stretto di Hormuz dove passa il 25% dei rifornimenti mondiali di oro nero. Per rispondere all’attacco di Israele e degli Usa, l’Iran, a differenza della guerra di giugno dei “dodici giorni”, ha attaccato basi americane in Kuwait, Emirati, Qatar, Bahrein e Arabia saudita. Il messaggio è chiaro: la guerra, se l’attacco continua, si può allargare. Quanto a Russia e Cina, coinvolte come alleati in periodiche manovre militari con Teheran, hanno chiesto la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma non interverranno. I russi, che pure ieri condannavano un attacco “non provocato” - e hanno già perso alleati come Siria e Venezuela - se aumenta il prezzo del petrolio si accontentano e non vogliono rovinare i rapporti con Trump. Pechino, che riceve Trump tra qualche settimana, pensa che si può accordare con lui sulla divisione delle sfere di influenza, l’unico mantra chiaro espresso da The Donald. Come sempre l’interrogativo non è solo perché si fa la guerra ma quanto dura. Contro ogni norma del diritto internazionale Trump e Netanyahu dicono che hanno attaccato “preventivamente” per colpire il programma nucleare di Teheran, distruggere i suoi missili balistici e incoraggiare il cambio di un regime definito dal premier israeliano “sanguinario”. Sicuramente lo è perché ayatollah e pasdaran hanno fatto fuori migliaia di oppositori. Ma Benjamin Netanyahu, autore del genocidio di oltre 70mila palestinesi a Gaza e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, non è da meno. Lui promette di liberare l’Iran e fare degli iraniani i sostenitori di un “eterno Israele”. Qualche dubbio c’è: gli israeliani hanno comunque fatto fuori una ottantina di bambine iraniane nell’attacco a una scuola e dopo avere messo nel mirino la Guida Suprema Khamenei e il presidente Pezeshkian avrebbero eliminato il capo dei pasdaran e il ministro della difesa. Il premier israeliano ha già fatto il casting e trovato il titolo al film di questa guerra: “Ruggito del Leone”, a richiamare il simbolo della bandiera monarchica. Reza Palhevi, erede del trono del pavone, ha dichiarato che la prima cosa che deve attuare l’Iran, una volta abbattuto il regime, è quello di riconoscere subito Israele e firmare il Patto di Ciro, una versione aggiornata dei patti di Abramo. Di dare pane, lavoro e un futuro agli iraniani, già massacrati e impoveriti da ayatollah e pasdaran, non se ne parla, casomai ci si penserà più tardi, perché uno straccio di programma politico dell’opposizione non esiste. Il cronista se lo segna diligentemente in agenda, nel caso debba sopravvivere per qualche anno anche a questo ultimo conflitto. Un cambio di regime è possibile? Proviamo a scavare nel passato del Golfo. Il rais iracheno Saddam Hussein attaccò l’Iran il 22 settembre 1980 la repubblica islamica di Khomeini sicuro di farne un boccone, con il sostegno finanziario delle monarchie sunnite del Golfo e militare dell’Urss e dell’Occidente. Terminò con un milione di morti e i confini sullo Shatt el Arab immutati ma erano stati gettati i semi di una nuova instabilità. Il raìs invade nel ‘90 il Kuwait e una coalizione internazionale di almeno 40 Paesi guidata dagli Usa lo sconfigge. Bush senior allora invitò alla rivolta contro Saddam curdi e sciiti che poi vennero massacrati a centinaia di migliaia: a Najaf le mura della moschea di Alì, quella con la cupola d’oro, per anni rimasero imbrattate dal sangue dei ribelli. La guerra sembrò definitiva anche nel 2003 quando gli americani invasero l’Iraq. Dalla terrazza dell’Hotel Palestine si vedevano i missili Cruise americani colpire il bersaglio, neppure scalfiti dalla contraerea irachena: la città rimase subito al buio e la luce non tornò più per anni. Il Paese scivolò nell’anarchia e nel saccheggio. Un giorno gli americani ammainarono bandiera su ordine di Obama, impegnato anche in Afghanistan dove oggi c’è una nuova guerra con il Pakistan, e dopo Al Qaeda arrivò pure il Califfato, a caccia di sciiti, curdi e yazidi. L’Isis riuscì a fare quasi uno stato a cavallo tra Iraq e Siria. Nessuno di questi Paesi oggi esiste più se non sulla carta geografica. Il Medio Oriente ha il cappio al collo. Gli israeliani e Trump vorrebbero metterlo agli ayatollah ma non sanno davvero se ci riusciranno e quanto ci metteranno. Una certezza l’abbiamo, è il bottino delle guerre del Golfo. Non la democrazia, non lo sviluppo dei popoli e delle nazioni ma una nuova sottomissione coloniale e il controllo assoluto sulle risorse del Medio Oriente. Quindi si annunciano altre notti illuminate da missili, droni, traccianti, dove nel buio, insieme alle luci, si spegne anche l’ultimo barlume della ragione. Quello, per altro, lo avevamo visto scomparire da tempo. Svizzera. Addio alla casetta dell’amore “imprigionato” alla Stampa di Davide Illarietti Corriere del Ticino, 1 marzo 2026 Lo chalet riservato agli incontri intimi dei detenuti va in pensione, dopo quarant’anni - Che cosa prenderà il suo posto? Entrare nella casetta ai margini del bosco della Stampa è un’emozione forte, anche se non sei un carcerato che aspetta di rivedere la propria dolce metà dopo tanto tempo. Lo chalet dell’amore, o per meglio dire la cella - per entrare bisogna attraversare un’infinità di cancelli sorvegliati, uno dopo l’altro, all’interno del carcere - accoglie gli ospiti con l’odore delle case vecchie. Gli infissi anni 60 e il mobilio ricordano certi rustici della vicina Val Colla. Non fosse per le inferriate e il filo spinato tutto intorno, potresti pensare di trovarti in un bed-and-breakfast di terz’ordine. La Silva, come viene soprannominata da sempre la casetta riservata agli incontri privati dei detenuti della Stampa, ha ormai quasi sessant’anni - il carcere è stato inaugurato nel 1968, ma fu destinata alla funzione attuale nel 1982 - ed è pronta ad andare in pensione. All’inizio di marzo il Consiglio di Stato presenterà un messaggio (vedi articolo a fianco) per la creazione di una nuova struttura all’interno del perimetro carcerario. Problemi di costi - Il tetto di tegole, con il suo caminetto ormai puramente simbolico - i detenuti non possono accendere il fuoco durante i soggiorni alla Silva, per motivi di sicurezza - avrebbe bisogno di una sistemata. È stato fatto un preventivo, il costo supererebbe i centomila franchi. “Abbiamo fatto delle valutazioni e abbiamo concluso che non ne valesse la pena” spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. “Ormai la casetta è giunta a fine vita”. La decisione è maturata, in realtà, all’interno di progetti più ampi che il Cantone ha in serbo per il penitenziario di Cadro. La collina recintata a nord-ovest della Stampa è l’area più idonea alla futura espansione del penitenziario, confrontato da tempo con problemi cronici di sovraffollamento. “Non esiste ancora un disegno preciso, ma l’ampliamento dovrà realizzarsi evidentemente in questa zona, l’orizzonte temporale è il prossimo decennio” spiega Laffranchini. Lo chalet dell’amore si trova proprio in mezzo all’area in questione. Non c’è altra prospettiva: a suo tempo dovrà essere abbattuto. Non c’è più spazio - Al momento i carcerati accedono alla Silva due volte a settimana, per un totale di dodici ore, in turni di sei. È un servizio molto apprezzato, c’è sempre il tutto esaurito. Lo chalet non sarà di lusso, ma il letto matrimoniale è molto più comodo delle brandine della Stampa. Nel salotto i detenuti possono cucinare, con le mogli ed eventuali figli, e sedersi attorno al tavolino di legno come per un normale pranzo in famiglia, o di coppia. Il caminetto dà un tocco ulteriore di familiarità, anche se non funziona. “Dimenticano di trovarsi in una prigione, con un po’ di immaginazione possono pensare di essere a casa o in vacanza”. Il capo sorvegliante Luccini fa notare che tutti gli oggetti e gli spazi della casa sono in condizione di sicurezza. Un’evasione è impossibile, nonostante le apparenze. “Anche perché uno o più agenti stazionano all’esterno durante tutta la durata dei soggiorni”. Questo è un altro problema della Silva, ristrutturazione a parte. L’impiego di agenti per la sorveglianza dei “momenti intimi” è diventato meno sostenibile con il crescente affollamento della Stampa. Le celle in regime ordinario sono “costantemente piene” sottolinea Laffranchini. Secondo i dati del Centro Svizzero di competenze in materia d’esecuzione di sanzioni penali (CSCSP) il tasso di occupazione a Cadro è sopra la media nazionale, al 95 per cento. Nel carcere giudiziario della Farera sono detenute 90 persone, a fronte di una capacità di 88 (102 per cento) e la situazione alla Stampa è ancora peggiore, con 155 detenuti a fronte di 145 posti letto (107 per cento). Per contro la sezione aperta dello Stampino, destinata a persone in regime di lavoro esterno, semi-prigionia o pene giornaliere, è pieno solo per metà (18 persone per una capacità di 45, il 40 per cento). Container in arrivo - La mancanza di spazio non è l’unico problema, in queste circostanze. Anche le risorse umane sono in difetto. Lo “chalet dell’amore” non può essere utilizzato come cella vera e propria, per varie ragioni (anzitutto è all’esterno del perimetro sicurizzato) e il motivo della sua dismissione non ha a che fare con l’esigenza di recuperare metri quadri, ma ore di lavoro. “Il conto è presto fatto” spiega Laffranchini. Se per due volte a settimana un agente è “bloccato” sei ore a vigilare sulla Silva, alla sorveglianza del penitenziario vengono meno 48 ore al mese che equivalgono, straordinari inclusi, alla settimana lavorativa di un agente a tempo pieno. Il penitenziario è sotto organico, e deve trovare soluzioni creative. L’idea, che è stata sottoposta questa settimana dal Dipartimento delle Istituzioni alla Commissione della Sorveglianza delle condizioni di detenzione del Parlamento, è semplice: trasferire i momenti d’intimità dei detenuti all’interno del carcere vero e proprio. Non dentro alle celle evidentemente - sarebbe pericoloso, oltre che un po’ squallido - ma in uno spazio apposito da crearsi nei prossimi mesi, al termine del cantiere per la Sezione Femminile della Stampa (i lavori sono in corso, vedi il Corriere Weekend del 7 febbraio). Il progetto è ancora in fase di definizione, e potrebbe dover passare dal voto in Gran Consiglio - vedi articolo a fianco - assieme a un “pacchetto” di altri interventi volti ad aumentare i posti letto e le misure di sicurezza del penitenziario. Sul tavolo della Commissione c’è anche l’opzione di posare uno o più container (sorta di bungalow) attrezzati con tutto l’occorrente per brevi soggiorni. “Il costo verrebbe coperto in pochi anni dal risparmio in termini di risorse umane” sottolinea il direttore. “La sorveglianza diretta non sarebbe più necessaria, venendo il tutto a trovarsi all’interno del perimetro securizzato. Per noi, sarebbe un bel vantaggio”. Le regole non cambiano - Forse non sarà romantico come uno chalet ai margini del bosco: ma senz’altro più pratico. Le regole di utilizzo sarebbero le stesse della Silva: i detenuti vi accedono per “merito”, dopo 18 mesi di carcerazione, se nei tre mesi precedenti al soggiorno non sono incorsi in sanzioni disciplinari. Mantenere una cella per gli incontri intimi per la Divisione è importante: non solo perché si è trattato di una “prima” a livello svizzero, un fiore all’occhiello del sistema penitenziario ticinese. “Il servizio costituisce un incentivo alla buona condotta per i carcerati - prosegue Laffranchini. Negli anni ha dimostrato di funzionare egregiamente”. Bungalow o chalet, container o villetta, le relazioni sentimentali (e familiari) dei detenuti sono “fondamentali per il loro percorso di riabilitazione” e da qualche parte devono essere coltivate. A una condizione: che si tratti, appunto, di relazioni sentimentali “fondamentali” per il detenuto e risalenti a prima dell’incarcerazione. “Qui dentro i detenuti non hanno mai portato amanti o professioniste del sesso” assicura l’agente Luccini, che lavora alla Stampa dal 1992 e ha una memoria di ferro. “È una leggenda totalmente falsa”. I controlli a monte e all’ingresso hanno sempre funzionato bene. In quasi sessant’anni la porta blindata della Silva si è aperta e chiusa oltre 6 mila volte su altrettanti detenuti, un numero incalcolabile di familiari, e la loro privacy che tutt’ora custodisce rispettosamente. Non sono mai successi problemi, l’unica evasione risale agli anni Novanta. “I detenuti - conclude Luccini - sanno apprezzare il valore di questo posto”. Se i suoi vecchi muri potessero parlare racconterebbero di chissà quanti momenti felici, ma anche di ricongiungimenti difficili, forse qualche addio. Una volta usciti per davvero, quanti dei suoi ospiti avranno trovato le famiglie ad aspettarli? Nei container forse andrà meglio. La Silva non sarà stata un nido d’amore ideale, con le sue tristi inferriate, il mobilio vetusto e il camino spento. Ma almeno è stata un tentativo.