Carceri italiane, il sovraffollamento cresce ancora: dal 134% al 139% in otto mesi di David Ruffini Il Sole 24 Ore, 19 marzo 2026 Lo stato delle carceri italiane si conferma di sovraffollamento: quasi il 90% degli istituti versa in tale situazione, con valori passati dal 134% di giugno 2025 al 138% di marzo 2026, delineando un andamento generale in crescita. La media nazionale nasconde singole situazioni ancora più gravi, con istituti che presentano valori di sovraffollamento prossimi al 250%, come quelli di Lucca e di Milano San Vittore, che rappresentano carceri con più del doppio dei detenuti rispetto alla loro capienza. Una delle cause è anche il numero di posti non disponibili, che riduce di molto la capienza effettiva di ciascun carcere e fa aumentare il tasso di sovraffollamento. Alla base del sovraffollamento vi è anche una scarsa attenzione alle pene alternative, alla riduzione dei reati per crimini lievi e alle politiche di reinserimento nella società dopo il periodo di detenzione, nonché alla riduzione del disagio nelle fasce più deboli. Creare nuovi decreti sicurezza, aumentando i reati e inasprendo le pene senza studiare come alleggerire l’attuale carico delle carceri, non può aiutare a risolvere il sovraffollamento, ma può solamente aggravarlo. Ciò che è necessario è accompagnare tali decreti con politiche di pene alternative e con una revisione dei reati minori, dare maggiore importanza alla formazione nelle carceri e offrire maggiore sostegno a coloro che vivono nelle fasce della società in cui è più probabile che vengano commessi reati, al fine di ridurne l’incidenza. All’inizio del monitoraggio, il tasso di sovraffollamento era poco più alto del 134%. Il 14 agosto sembrava essere stato raggiunto un picco, avendo il sovraffollamento sfiorato il 138%, attestandosi al 137.69%, ma attualmente siamo al 138.46% con un trend che sembra preludere a un aumento. Seppure le differenze sembrano minuscole, nascondono sempre delle persone: un aumento di circa 4 punti percentuali nel sovraffollamento carcerario da giugno a marzo significa che la quota di detenuti sopra la capienza è aumentata di 2000 individui in meno di un anno. Il 9 giugno del 2025 è diventato Legge il Decreto Legge 11 aprile 2025, soprannominato Decreto Sicurezza 2025, il quale ha introdotto norme urgenti per rafforzare l’ordine pubblico, la sicurezza urbana e il contrasto alla criminalità organizzata, intervenendo su codice penale e penitenziario, con nuove pene per rivolte, truffe ad anziani, occupazioni di immobili, materiale terroristico e uso di cannabis, ma di fatto aumentando i reati e inasprendo le pene. Data la fisiologicità del sovraffollamento dei penitenziari italiani è difficile ritenere che l’aumento del fenomeno sia da attribuire al decreto in questione, ma aumentare le occasioni in cui un individuo deve essere inserito in un carcere, senza approfondire la questione delle pene alternative, per questo o per gli altri detenuti, magari per crimini più lievi, non può che peggiorare la situazione. Un’ulteriore nota da segnalare riguarda il modo in cui lo Stato presenta i dati delle carceri al pubblico. Il Ministero della Giustizia pubblica schede separate per ogni istituto, suddividendoli in base a regione e provincia, impedendo quindi una visione unificata e più comprensibile del sovraffollamento carcerario a livello nazionale, a meno che non vengano progettati sistemi di scraping che scandagliano la pagina web del Ministero e ne estraggono le informazioni necessarie. Inoltre, nel periodo tra luglio e agosto - e forse proprio in conseguenza a questo preciso periodo dell’anno, il valore misurato sembra subire una grande variabilità, forse a causa del mancato aggiornamento dei dati da parte di alcuni istituti penitenziari. La mancanza di dati aggiornati si è riscontrata anche nel periodo tra ottobre e novembre, ma in questo caso il fenomeno è stato generalizzato: per circa un mese, i dati sulle carceri italiane sono rimasti fermi al 28 ottobre, per poi riprendere il 27 novembre. L’osservazione del carcere italiano può anche essere disaggregata a livello di singole carceri, sfruttando anche la loro posizione geografica, in modo da comprendere eventuali differenze tra le varie zone d’Italia. La mappa seguente mostra ogni singolo carcere colorato dal verde al rosso, dove il verde esprime una situazione di non sovraffollamento, mentre l’intensità del rosso mostra quanto un carcere versi in uno stato di sovraffollamento; dalla mappa si evince che le carceri lombarde siano quelle più in difficoltà, specialmente per quanto riguarda quella di San Vittore. In generale, il quadro che emerge mostra come la norma, in Italia, sia quella di avere istituti penitenziari sovraffollati: su circa 190 carceri sono meno di 25 quelle che non sono in uno stato di sovraffollamento. Scorrendo o cliccando su ciascuna osservazione si possono guardare ulteriori dettagli. A livello di singolo istituto, il 9 marzo 2026 vede il carcere di Lucca quello che presenta il tasso di sovraffollamento più elevato, attestandosi al 246%. Il carcere toscano è di piccole dimensioni, infatti presenta solamente 35 posti effettivamente disponibili, ma non deve far pensare che siano solamente le carceri modeste quelle più afflitte dal sovraffollamento, a causa delle ridotte dimensioni e quindi da un denominatore più piccolo nel calcolo del tasso: il carcere di Milano San Vittore, con 702 posti regolamentari e con ben 345 posti non disponibili, ha solamente 357 posti effettivamente disponibili, ma registra un numero di detenuti pari a 857, sfociando in un tasso di sovraffollamento del 240%. Come evidenziato precedentemente, il problema del numero di posti non disponibili sul totale dei posti regolamentari non è di minore importanza, bensì cruciale; nei giorni trascorsi il carcere di Lucca ha toccato il 254%, mentre quello di San Vittore il 244%. Non sono solamente i detenuti a pagare le conseguenze del sovraffollamento, con situazioni che sfociano nelle cure psichiatriche, nell’autolesionismo e nel suicidio, ma anche gli operatori degli istituti penitenziari, specialmente gli agenti delle Polizia Penitenziaria. Il numero di operatori è spesso inferiore rispetto a quello stabilito nell’organico e questo, spesso, si traduce in un numero di detenuti per agente elevato: questa misura esprime, teoricamente, quanti detenuti ciascun agente è tenuto a gestire. Il 9 marzo 2026, il carcere di Bollate registra 3.28 detenuti per ogni singolo agente, seguita dal carcere di Rieti che supera di poco i 3 detenuti per agente e da Pavia e Cremona che sfiorano di poco anche loro i 3 detenuti per agente. La tabella successiva permette di scorrere fino ad arrivare alle carceri con meno detenuti per ogni agente e di ricercare un istituto attraverso la barra di ricerca, inserendo il suo nome. Sovraffollamento, silenzio e morte. Siamo davvero sicuri che il carcere riabiliti? di Maurizio Zoppi blogsicilia.it, 19 marzo 2026 Ogni volta che si parla di carcere in Italia, il dibattito pubblico torna sempre sulle stesse parole: sicurezza, pena, legalità, rieducazione. Eppure basta guardare i numeri per capire che la domanda più onesta è un’altra: siamo davvero sicuri che il carcere italiano riabiliti? Proprio mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito i suicidi dei detenuti “una sconfitta dello Stato” e ha riconosciuto le difficili condizioni in cui operano gli istituti penitenziari, i dati raccontano una realtà molto più dura di quella evocata dalla retorica sulla funzione rieducativa della pena. Nel 2025, secondo il Garante nazionale dei detenuti sulla base dei dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nelle carceri italiane si sono registrati 254 decessi, di cui 76 suicidi. Alcuni monitoraggi indipendenti, come quelli dell’osservatorio di Ristretti Orizzonti e dell’associazione Antigone, hanno contato numeri leggermente più alti, arrivando a 79-80 suicidi entro la fine dell’anno. Il 2026 non sembra segnare un’inversione di tendenza: a metà marzo i suicidi nelle carceri italiane sono già 13. Dietro questi numeri non ci sono soltanto statistiche, ma storie di isolamento, fragilità psichica, assenza di prospettive. Il suicidio, dentro il carcere, non è quasi mai un evento improvviso: è spesso l’ultimo punto di un percorso fatto di solitudine, sovraffollamento e carenza di assistenza. Ma i suicidi sono soltanto la punta più visibile di un malessere più profondo. Alla fine del 2025 le persone detenute negli istituti penitenziari italiani erano 63.868, a fronte di una capienza effettiva di circa 46.000 posti. Significa che il sistema opera stabilmente con un sovraffollamento vicino al 140%. In molte strutture non sono garantiti neppure i tre metri quadrati di spazio minimo per detenuto stabiliti dalla giurisprudenza europea. In oltre metà degli istituti le celle non dispongono di docce interne e in molti casi persistono problemi legati all’acqua calda, all’igiene e alla manutenzione degli spazi. In queste condizioni il carcere non è soltanto un luogo di privazione della libertà: diventa un ambiente che comprime la dignità quotidiana delle persone che vi vivono. Ed è qui che la distanza tra il principio costituzionale e la realtà diventa evidente. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Ma la rieducazione presuppone condizioni materiali e sociali che rendano possibile un percorso di cambiamento: studio, lavoro, attività formative, assistenza psicologica, relazioni con l’esterno. Se le carceri sono sovraffollate, se mancano spazi per la socialità e per il lavoro, se gli operatori sono insufficienti e le attività trattamentali diventano marginali, la funzione rieducativa rischia di trasformarsi in un principio puramente formale. C’è poi un altro elemento che raramente entra nel dibattito pubblico: il carcere è un mondo difficile da osservare dall’esterno. È un microcosmo chiuso, regolato da equilibri interni complessi e spesso invisibili alla società. Anche per questo una parte di ciò che accade dentro rimane opaca. Nel 2025 il Garante nazionale ha registrato 50 decessi classificati come “cause da accertare”, contro i 15 dell’anno precedente. È un dato che non riguarda soltanto la statistica, ma il grado di trasparenza di un sistema che per sua natura tende a restare lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Se si allarga lo sguardo oltre i suicidi, il quadro diventa ancora più inquietante. Nel 2025 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha registrato 1.981 tentativi di suicidio e oltre 11.700 atti di autolesionismo tra le persone detenute. Numeri che raccontano un disagio psichico diffuso e strutturale. In altre parole, il problema non riguarda soltanto chi decide di togliersi la vita, ma un sistema in cui migliaia di persone manifestano ogni anno forme estreme di sofferenza. La domanda allora diventa inevitabile. Se il carcere è sovraffollato, se le condizioni materiali sono spesso degradate, se il disagio mentale è così diffuso e se una parte di ciò che accade rimane poco visibile, può davvero funzionare come strumento di reinserimento sociale? La risposta non riguarda soltanto i detenuti. Riguarda la qualità della democrazia e il modo in cui uno Stato interpreta la propria idea di giustizia. Il punto, forse, non è negare la necessità della pena. Il punto è chiedersi se il sistema penitenziario italiano stia davvero rispettando la promessa contenuta nella Costituzione. Perché una pena che non rieduca, che non prepara al ritorno nella società e che lascia crescere disperazione e isolamento rischia di produrre l’effetto opposto: non ridurre il conflitto sociale, ma alimentarlo. E dietro quelle mura, spesso lontano dallo sguardo pubblico, continua a esistere un mondo che racconta quanto la distanza tra il principio e la realtà sia ancora profonda. Suicidi nelle carceri: un fenomeno in crescita costante di Anastasia Marrapodi Corriere della Calabria, 19 marzo 2026 Un’analisi approfondita del Garante mostra come i suicidi nelle carceri rivelino un malessere strutturale che richiede interventi urgenti, coordinati e responsabili da parte di tutto il sistema. Il suicidio in carcere è diventato uno dei segnali più chiari del malessere che attraversa il sistema penitenziario italiano. Nei primi sei mesi del 2025, dal 1° gennaio al 7 luglio, trentasette persone detenute si sono tolte la vita. Il dato, contenuto nel report del Garante nazionale, non è un episodio isolato né un picco momentaneo: è parte di una tendenza che negli ultimi anni non accenna a diminuire. Nel documento si ricorda che “il suicidio costituisce un evento sentinella… una morte potenzialmente evitabile”, e proprio questa evitabilità mancata è ciò che rende il fenomeno così urgente per chi opera nelle istituzioni e per chi osserva il carcere dall’esterno. Le persone dietro i numeri - Dietro ogni suicidio c’è una storia di fragilità che il carcere non è riuscito a intercettare o a proteggere. Trentasette vite spezzate: trentacinque uomini e due donne, venti italiani e diciassette stranieri. L’età media è di circa quarantadue anni, ma sedici persone avevano meno di trentanove anni. Molti erano senza fissa dimora, privi di reti familiari o sociali, con percorsi segnati da marginalità preesistenti. Il carcere, in questi casi, non è solo un luogo di custodia: diventa un luogo in cui vulnerabilità già profonde rischiano di precipitare. L’ingresso in carcere come momento di massima vulnerabilità - Il report evidenzia un dato che dovrebbe orientare le politiche di prevenzione: quattordici persone erano in attesa del primo giudizio. È la fase più delicata, quella in cui l’impatto con la detenzione è più traumatico. Non sorprende che quattro suicidi siano avvenuti dopo appena due giorni dall’ingresso, sette dopo un mese, altri sette entro i primi tre mesi. È il tempo in cui la persona non ha ancora costruito un equilibrio, né compreso il funzionamento dell’istituto, né trovato un appiglio umano. È il tempo in cui la prevenzione può davvero fare la differenza. Le condizioni materiali che amplificano il rischio - Il sovraffollamento, documentato dal Garante, è un moltiplicatore del rischio. In istituti come Foggia o Milano San Vittore si superano percentuali superiori al duecento per cento della capienza. In queste condizioni, la sorveglianza si trasforma in controllo, la relazione si indebolisce, la tutela diventa difficile. Il Presidente della Repubblica ha richiamato la “tensione e sofferenza” che la Polizia penitenziaria è costretta a fronteggiare, riconoscendo che la pressione strutturale incide sulla capacità di prevenzione. È un richiamo che riguarda tutti: amministrazione, politica, territori. Dove e come avvengono i suicidi - La maggior parte dei suicidi avviene in sezioni a regime chiuso, dove l’isolamento e la mancanza di attività possono accentuare la vulnerabilità. L’impiccamento resta la modalità più frequente, realizzata con mezzi rudimentali: lenzuola, lacci delle scarpe, indumenti. Sono strumenti che rivelano quanto il gesto sia spesso improvviso, frutto di un momento di disperazione più che di una pianificazione. La geografia degli eventi è ampia: Lombardia, Campania, Lazio, Sardegna e Sicilia sono le regioni più colpite, ma nessuna area del Paese è realmente esclusa. La vulnerabilità che il sistema fatica a riconoscere - Molte delle persone morte erano già state coinvolte in altri eventi critici, alcune avevano tentato il suicidio in precedenza, altre erano sottoposte a “grande sorveglianza”. È un dato che non punta il dito, ma invita a riflettere sulla necessità di strumenti più efficaci per riconoscere e accompagnare la fragilità. La sorveglianza, da sola, non basta. La prevenzione richiede presenza, continuità terapeutica, formazione, coordinamento tra servizi sanitari e penitenziari, e una rete territoriale capace di sostenere la persona prima e dopo la detenzione. Una responsabilità che riguarda tutti - Il suicidio in carcere non è un fatto privato né un destino individuale. È un fenomeno che interroga la politica, la società, i servizi sanitari, la magistratura, l’amministrazione penitenziaria. Il Garante ricorda che il suicidio “affonda nell’intimità della vita delle persone” e che la risposta non può essere solo organizzativa. È una responsabilità culturale, istituzionale e sociale. Significa interrogarsi sul senso della pena, sulla funzione del carcere, sulla capacità di offrire percorsi di reinserimento e non solo di contenimento. Significa riconoscere che la prevenzione del suicidio non è un compito delegabile a un singolo attore, ma un impegno che attraversa l’intero sistema. Il dramma delle carceri minorili di Adriano Sansa* Famiglia Cristiana, 19 marzo 2026 Che senso ha la severità delle pene o la maggiore possibilità di arrestare se poi la persona viene cacciata in un carcere disumano, capace solo di peggiorarla definitivamente? Tanto più quando si tratta di minori, cui va applicato come a tutti i detenuti il tentativo di rieducazione; con l’aggiunta però di una specifica esigenza di ricupero, sancita dalle leggi e ancor prima dall’intelligenza e dalla speranza verso la vita. Degrado e sovraffollamento di molte carceri sono un difetto del nostro Paese; ma quando emerge che è un carcere minorile a essere teatro di pestaggi e perfino torture e traffico di droga, luogo di ricatti e traffici sporchi tra detenuti e polizia penitenziaria, allora l’allarme diventa vergogna I fatti denunciati a Casal del Marmo, salva la presunzione di non colpevolezza dei singoli, descrivono inevitabili complicità e omertà; omissioni di vigilanza; un regime di paura e corruzione. Per la Costituzione, l’organizzazione dei servizi della Giustizia tocca a quel ministro; la costruzione, la gestione, l’adeguatezza delle carceri, personale e mezzi, spettano allo Stato e a chi lo governa. Non sono bastati i terribili numeri dei suicidi a cambiare la politica carceraria. Non basterà questa cupa vicenda a riparare il carcere minorile dove degradato, portandolo al livello dei buoni esempi che pure esistono, anche negli stabilimenti per adulti. Ma qualcosa deve muoversi, anche per la nostra spinta. *Ex magistrato Perché i jammer nelle carceri sono inefficaci (e pericolosi per la salute) di Stefano Cangiano ictsecuritymagazine.com, 19 marzo 2026 I jammer nelle carceri rappresentano davvero una soluzione efficace e sicura? Dopo l’adozione di questi dispositivi nel 2018, promossa come risposta rapida al problema delle comunicazioni illecite dei detenuti, emergono oggi criticità così gravi da mettere in discussione l’intera strategia. I disturbatori di segnale, progettati per bloccare le comunicazioni cellulari attraverso l’emissione di disturbi radio, si sono rivelati non solo inefficaci ma potenzialmente pericolosi per la sicurezza operativa e la salute delle persone. L’impiego di apparati jammer, seppur concepito come soluzione “rapida” per bloccare le comunicazioni non autorizzate in carcere, si è dimostrato in diverse occasioni né selettivo né affidabile. Oltre all’efficacia limitata in contesti fortemente schermati come quelli penitenziari, i rischi associati al loro utilizzo superano di gran lunga i benefici attesi. Analizziamo nel dettaglio le principali criticità. Impatto dei jammer nelle carceri su sicurezza operativa, comunicazioni di emergenza e salute - Il primo e più evidente limite dei jammer è la loro totale incapacità di discriminare tra comunicazioni legittime e illegittime. Questi dispositivi bloccano tutte le comunicazioni RF - LTE, GSM, Wi-Fi, Bluetooth - nel raggio d’azione, senza alcuna distinzione tra traffico lecito e illecito. Si tratta di una caratteristica intrinseca della tecnologia, non di un difetto risolvibile con migliorie tecniche. Le conseguenze di questa indiscriminatezza sono molteplici e gravi, e investono sia la sicurezza operativa dell’istituto sia la tutela dei diritti delle persone che vi operano o vi transitano. I jammer possono interferire con le comunicazioni di emergenza (112, 118, forze dell’ordine), ostacolando l’invio o il ricevimento di chiamate urgenti in situazioni che potrebbero richiedere interventi salvavita. Si pensi a un detenuto colto da malore cardiaco: il personale sanitario interno potrebbe trovarsi nell’impossibilità di chiamare il 118 per richiedere un’ambulanza, con conseguenze potenzialmente fatali. Analogamente, in caso di sommossa o evasione, le comunicazioni con le forze dell’ordine esterne potrebbero risultare compromesse proprio nel momento di massima necessità. I dispositivi medici rappresentano un’altra area di rischio critico. Pacemaker di ultima generazione, defibrillatori impiantabili, pompe insuliniche e altri dispositivi salvavita utilizzano sempre più spesso tecnologie wireless per la trasmissione di dati clinici e per la ricezione di comandi di regolazione. L’interferenza dei jammer con questi dispositivi può avere conseguenze che vanno dal semplice malfunzionamento temporaneo fino a situazioni di pericolo di vita. Il problema riguarda non solo i detenuti ma anche il personale e i visitatori che potrebbero essere portatori di tali dispositivi. I jammer creano inoltre “zone d’ombra” per colleghi e visitatori in aree adiacenti all’istituto. Gli istituti penitenziari sono spesso situati in contesti urbani o semi-urbani, con abitazioni, esercizi commerciali e uffici nelle immediate vicinanze. L’effetto dei jammer non si ferma alle mura del carcere ma si estende, sia pure con intensità decrescente, alle aree circostanti, creando disservizi per cittadini estranei alla vicenda penitenziaria. Infine, paradossalmente, i jammer possono ridurre l’efficacia degli stessi sistemi di sicurezza interni. Molti istituti hanno implementato sistemi di videosorveglianza con trasmissione wireless, sensori antintrusione collegati via radio, e altri dispositivi di sicurezza che utilizzano frequenze suscettibili di interferenza. L’attivazione dei jammer può quindi degradare proprio quegli strumenti pensati per garantire la sicurezza dell’istituto. I rischi per la salute - Sul fronte sanitario, le preoccupazioni sono altrettanto serie e documentate da una crescente letteratura scientifica. L’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici generati dai jammer solleva questioni che non possono essere ignorate, soprattutto considerando che il personale penitenziario trascorre in questi ambienti l’intera giornata lavorativa, giorno dopo giorno, per anni. I jammer emettono onde elettromagnetiche a potenza elevata per coprire distanze ampie e superare il segnale delle celle telefoniche legittime. Questa potenza di emissione può facilmente superare i limiti di sicurezza raccomandati da organismi internazionali quali l’ICNIRP (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection) e il CEI (Comitato Elettrotecnico Italiano). Le linee guida internazionali stabiliscono soglie di esposizione che, nel caso dei jammer operanti in ambienti chiusi, possono essere superate in modo significativo, soprattutto nelle aree più vicine agli apparati. Gli studi epidemiologici disponibili, pur non essendo ancora conclusivi, suggeriscono possibili correlazioni tra esposizione prolungata a radiofrequenze e una serie di disturbi: mal di testa cronici, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, alterazioni cognitive e neurologiche. Alcuni studi su modelli animali hanno evidenziato effetti sulla contrattilità muscolare e sui parametri ematologici in seguito a esposizione a campi elettromagnetici generati da jammer. Sebbene la trasposizione di questi risultati all’uomo richieda cautela metodologica, il principio di precauzione suggerirebbe di evitare esposizioni non strettamente necessarie. In presenza di campi RF intensi si possono inoltre generare correnti parassite nei tessuti biologici, con rischio di danni termici localizzati dovuti a sovrariscaldamento. Questo fenomeno è particolarmente rilevante per soggetti portatori di impianti metallici o dispositivi elettronici impiantati, che possono fungere da “antenne” concentrando l’energia elettromagnetica. Particolarmente a rischio risultano i soggetti vulnerabili: detenuti con patologie cardiache o impianti metallici (pacemaker, neurostimolatori, protesi metalliche), donne in gravidanza, e personale sanitario che opera in prossimità degli apparati. Per questi soggetti, l’esposizione ai campi generati dai jammer può comportare rischi aggiuntivi che meriterebbero una valutazione caso per caso, praticamente impossibile da realizzare in un contesto operativo. Le emissioni dei jammer, se non accuratamente calibrate e certificate, possono peraltro violare il Decreto Legislativo 81/2008 sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. La normativa italiana impone al datore di lavoro - in questo caso l’amministrazione penitenziaria - di valutare tutti i rischi per la salute dei lavoratori, compresi quelli derivanti dall’esposizione a campi elettromagnetici, e di adottare le misure necessarie per eliminarli o ridurli al minimo. L’installazione di jammer senza un’adeguata valutazione del rischio e senza le necessarie misure di mitigazione espone l’amministrazione a responsabilità civili e penali in caso di danni alla salute del personale. L’adozione di jammer in ambienti chiusi come le carceri comporta dunque non solo una perdita di efficacia operativa, ma anche seri rischi per la salute e la sicurezza di tutti gli occupanti, rendendoli uno strumento non sostenibile nel medio-lungo termine. La questione non è solo tecnica ma anche etica: è accettabile esporre centinaia di persone (personale e detenuti) a rischi sanitari significativi per contrastare un fenomeno che potrebbe essere affrontato con strumenti alternativi privi di questi effetti collaterali? Jammer e normativa italiana: divieti, sanzioni e responsabilità penali - L’impiego di jammer in Italia è soggetto a una disciplina molto restrittiva, priva di alcuna deroga per strutture penitenziarie o reparti interforze. Questo aspetto, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, rappresenta un vincolo insormontabile per qualsiasi ipotesi di utilizzo sistematico di questi dispositivi. In base al D.Lgs. 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche), qualsiasi dispositivo che emetta onde radio in banda non licenziata - compresi i jammer - è vietato se non rientra nelle “autorizzazioni generali” o non possiede un provvedimento ministeriale ad hoc. La norma è chiara e non ammette interpretazioni estensive: l’emissione di segnali radio è un’attività soggetta a licenza, e l’emissione finalizzata a disturbare comunicazioni altrui è doppiamente vietata. Contrariamente a quanto talvolta si ritiene, non esistono esenzioni automatiche per carceri, forze di polizia o reparti militari. L’unico uso legittimo di jammer è quello previsto da leggi primarie o da decreti ministeriali specifici, con vincoli stringenti su potenza, durata e modalità d’impiego. In assenza di tali provvedimenti - che nel caso delle carceri italiane non risultano essere stati emanati con la necessaria completezza - l’utilizzo rimane tecnicamente illegale. Sul fronte delle sanzioni amministrative, l’art. 102 del D.Lgs. 259/2003 prevede che chi installa o esercisce un dispositivo di trasmissione radio (inclusi i jammer) senza diritto d’uso della frequenza sia punito con sanzione pecuniaria da 1.000 a 10.000 euro. Chi esercisce senza autorizzazione generale incorre in sanzioni da 300 a 3.000 euro. Queste sanzioni possono essere applicate per ogni singolo apparato installato e per ogni periodo di funzionamento, con effetti potenzialmente molto rilevanti sul piano economico. La violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008) può inoltre comportare ulteriori multe e responsabilità civili per gli enti pubblici che non rispettano i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici. Sul piano penale, l’art. 340 del Codice Penale punisce con la reclusione fino a un anno chiunque cagiona un’interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità. L’interferenza non selettiva dei jammer, qualora raggiunga reti civili, servizi di emergenza (118, polizia, vigili del fuoco) o sistemi di trasporto (ad esempio radiocomunicazioni ferroviarie), può configurare questo reato. Non si tratta di un’ipotesi teorica: un jammer installato in un carcere situato in area urbana può facilmente interferire con le comunicazioni di emergenza nel raggio di diverse centinaia di metri, interessando abitazioni, esercizi commerciali e strade pubbliche. L’art. 617-bis c.p., che punisce l’installazione di apparecchiature atte a impedire comunicazioni telegrafiche o telefoniche, rappresenta un’ulteriore fattispecie potenzialmente applicabile. La norma tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni, diritto costituzionalmente garantito dall’art. 15 della Costituzione, e la sua violazione può comportare conseguenze penali significative. Qualora l’installazione sia disposta da figure apicali (direttore di istituto, provveditore regionale, dirigenti del DAP), anche la “catena di comando” può essere chiamata a rispondere, sia penalmente sia civilmente, per abuso d’ufficio o omissione di cautele. È quindi obbligatorio che ogni provvedimento comprenda un atto formale di autorizzazione da parte del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (ex Ministero dello Sviluppo Economico), con definizione chiara delle aree di copertura, delle caratteristiche tecniche degli apparati, e delle misure di mitigazione adottate. In sintesi, l’uso di jammer al di fuori delle casistiche espressamente previste dalla legge espone a un quadro sanzionatorio multiplo (amministrativo, civile e penale) e richiede garanzie procedurali stringenti che, nella pratica, si sono rivelate difficilmente realizzabili nel contesto operativo dell’amministrazione penitenziaria. Alternative ai jammer: rilevamento passivo delle comunicazioni cellulari - L’impiego di sistemi di monitoraggio passivo delle attività radio consente di superare radicalmente le criticità insite nei jammer, offrendo un approccio selettivo, sicuro e pienamente conforme alle normative vigenti. In particolare, i rilevatori basati su software-defined radio (SDR) rappresentano oggi lo stato dell’arte tecnologico e garantiscono vantaggi significativi su tutti i fronti critici analizzati nei capitoli precedenti. Analisi passiva, non invasiva - La differenza fondamentale tra jammer e rilevatori passivi sta nel principio di funzionamento. Un rilevatore SDR passivo (quale ad esempio HackRF abbinato a software di analisi dedicato) non emette alcun segnale, limitandosi ad “ascoltare” le trasmissioni presenti nel raggio d’azione. Non disturba, non interferisce, non blocca: osserva. Questa caratteristica apparentemente semplice ha implicazioni profonde. Grazie al campionamento diretto dello spettro RF, un sistema di rilevazione passiva può identificare in tempo reale la presenza di terminali LTE/UMTS/GSM anche se criptati o dotati di SIM non registrate. Il sistema non ha bisogno di “conoscere” il telefono per rilevarlo: è sufficiente che il dispositivo tenti di comunicare con una cella telefonica perché la sua presenza venga registrata. L’analisi dell’attività in uplink - ovvero delle trasmissioni dal telefono verso la cella - consente di identificare ping di rete, SMS, handshake di sessione dati e chiamate voce attraverso l’analisi dei pattern caratteristici di ciascun tipo di comunicazione. Ogni tecnologia (GSM, UMTS, LTE) ha una “firma” riconoscibile che consente al sistema di classificare automaticamente il tipo di attività rilevata. Particolarmente importante è la capacità di determinare il luogo e l’orario di prima attivazione del dispositivo. Mediante correlazione dei livelli di potenza rilevati da più sensori (triangolazione) o attraverso l’uso di antenne direzionali e array, è possibile localizzare con precisione crescente il punto di trasmissione. Nei test condotti, l’accuratezza ha raggiunto i 5 metri, sufficiente per identificare la cella detentiva o il settore dell’istituto da cui proviene il segnale. Questo approccio non altera né interrompe le comunicazioni legittime - quelle del personale, dei visitatori, dei sistemi di emergenza e dei dispositivi medici - eliminando alla radice tutti i problemi di interferenza che affliggono i jammer. Permette inoltre di costruire un log cronologico dettagliato di tutti gli eventi radio rilevati, creando una base documentale solida per eventuali procedimenti disciplinari o penali. Gli interventi di bonifica possono così essere concentrati esclusivamente sui segnali sospetti, riducendo drasticamente tempi, costi e rischi per la salute e la sicurezza complessiva dell’istituto. Intelligenza operativa - Gli avanzati sistemi di rilevazione passiva non si limitano a “sentire” il segnale grezzo, ma integrano moduli di analisi sofisticati in grado di trasformare i dati RF in informazioni operative immediatamente utilizzabili dal personale di sicurezza. Gli algoritmi di correlazione con celle telefoniche note rappresentano una delle funzionalità più utili. Ogni operatore mobile gestisce una rete di celle (BTS/NodeB/eNodeB) le cui caratteristiche sono note e mappabili. Il sistema può associare ogni trasmissione rilevata al sito cellulare di appartenenza, permettendo di identificare non solo la presenza di un telefono attivo ma anche l’operatore utilizzato e, in alcuni casi, di stimare la direzione verso cui il dispositivo sta comunicando. La configurazione di soglie e alert su attività sospette consente di generare notifiche immediate quando si verificano pattern anomali. È possibile, ad esempio, impostare allarmi per attività notturne (quando teoricamente i detenuti dovrebbero dormire), per picchi di traffico SMS (che potrebbero indicare coordinamento di attività illecite), o per la comparsa di nuovi dispositivi non precedentemente rilevati. Il personale di sorveglianza può così concentrare l’attenzione sugli eventi più significativi, senza dover monitorare continuamente un flusso indifferenziato di dati. L’analisi cronologica per la ricostruzione di pattern d’uso rappresenta uno strumento investigativo di grande valore. Correlando l’attività rilevata nel tempo, è possibile evidenziare orari ricorrenti di utilizzo, identificare possibili turni di “passaggio” del telefono tra detenuti, riconoscere finestre temporali che coincidono con determinati eventi (cambio turno del personale, orari dei pasti, visite dei familiari). Queste informazioni possono orientare sia le attività di perquisizione sia eventuali indagini su complicità interne. Rispetto delle norme - L’adozione di rilevatori passivi garantisce piena conformità al quadro legislativo vigente e tutela i diritti fondamentali di tutte le persone coinvolte, aspetto che - come abbiamo visto - rappresenta uno dei punti più critici nell’impiego dei jammer. Non emettendo alcuna trasmissione, i sistemi di rilevazione passiva non ostacolano in alcun modo le chiamate d’emergenza, le reti civili o i sistemi sanitari di monitoraggio remoto. Un rilevatore passivo è, dal punto di vista elettromagnetico, equivalente a una radio FM che si limita a ricevere le stazioni senza trasmetterne di proprie. Non serve alcuna autorizzazione per l’ascolto dello spettro radio, così come non serve autorizzazione per possedere un apparecchio radio. Sul fronte della tutela della privacy, l’analisi si limita all’identificazione di tecnologia attiva (MAC address RF, livelli di potenza, celle di appartenenza) senza intercettare contenuti o conversazioni. Il sistema non “ascolta” cosa viene detto al telefono, ma solo che un telefono sta trasmettendo. Questa distinzione è fondamentale: l’intercettazione del contenuto delle comunicazioni richiede autorizzazione dell’autorità giudiziaria, mentre la mera rilevazione della presenza di un dispositivo trasmittente è un’attività di sicurezza che non presenta profili di illegittimità. La compatibilità con le infrastrutture esistenti rappresenta un ulteriore vantaggio operativo. I sistemi di rilevazione passiva possono essere integrati con reti di videosorveglianza IP, sistemi di controllo accessi e piattaforme di sicurezza già in uso negli istituti penitenziari, confluendo in un’unica console di monitoraggio centralizzato. L’investimento richiesto può così essere ottimizzato, evitando duplicazioni e sfruttando competenze già presenti nell’organizzazione. L’analisi approfondita delle criticità dei jammer rivela un quadro inequivocabile: questi dispositivi rappresentano una soluzione tecnicamente inadeguata, operativamente pericolosa e legalmente problematica. L’incapacità di discriminare tra comunicazioni legittime e illegittime comporta rischi concreti per le chiamate d’emergenza, i dispositivi medici salvavita e i sistemi di sicurezza interni. L’esposizione prolungata a campi elettromagnetici ad alta potenza solleva preoccupazioni sanitarie documentate, mentre il quadro normativo italiano vieta l’uso di disturbatori radio senza specifiche autorizzazioni, esponendo l’amministrazione a sanzioni amministrative e penali. Nel prossimo articolo della serie presenteremo un case study concreto: test sperimentali condotti in ambiente controllato utilizzando hardware HackRF One presso un sito isolato appositamente predisposto. Verranno illustrate nel dettaglio le capacità del sistema di rilevare, classificare e localizzare attività cellulare non autorizzata in condizioni che simulano quelle operative di un vero istituto penitenziario, dimostrando concretamente l’efficacia del rilevamento passivo. Il referendum e i dimenticati dell’urna di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 marzo 2026 C’è un silenzio che pesa più degli altri nelle carceri italiane ed è quello che avvolge le urne elettorali. Ogni volta che si avvicina un appuntamento con il voto, si ripete la stessa scena: un labirinto di moduli, timbri e comunicazioni smarrite che finisce per soffocare il diritto più elementare di chi sta dietro le sbarre. Questo fine settimana il Paese è chiamato a esprimersi sul referendum costituzionale per la riforma della giustizia e per chi vive in una cella, magari in attesa di un giudizio che non arriva mai, questa consultazione non è un esercizio teorico. È qualcosa che tocca la carne e il futuro di migliaia di persone. Eppure, le probabilità che un detenuto riesca effettivamente a mettere quella croce sulla scheda rimangono basse, intrappolate in una burocrazia che sembra disegnata apposta per scoraggiare. I numeri delle ultime consultazioni raccontano una storia di esclusione sistematica. Nel referendum del 2022, quello che doveva cambiare le regole sulle misure cautelari e sulla carriera dei magistrati, l’affluenza generale è stata un disastro, ma nelle carceri è andata anche peggio. Su migliaia di potenziali elettori, solo una manciata è riuscita a votare. Non è solo disinteresse. Per votare dal carcere bisogna muoversi con un anticipo che spesso mal si concilia con i ritmi e le carenze di un sistema al collasso. Bisogna chiedere il permesso al direttore, sperare che l’ufficio matricola invii la domanda al comune di residenza in tempo e che quel comune risponda prima che i seggi chiudano. Basta che un solo ingranaggio si inceppi perché il cittadino detenuto torni a essere solo un numero di matricola senza voce. Il vero ostacolo non sono le sbarre, ma quella che gli addetti ai lavori chiamano la triangolazione burocratica. Il detenuto deve passare attraverso tre amministrazioni diverse: il carcere, il comune dove è nato o risiede e il comune dove si trova la prigione. In un mondo ideale, un click basterebbe a confermare che una persona ha diritto di voto. Nella realtà italiana, è ancora tutto basato su carta e attestazioni che devono viaggiare da un ufficio all’altro. E poi c’è il problema della tessera elettorale. Quanti arrivano in carcere con il documento in tasca? Quasi nessuno. Recuperarla da casa o chiederne un duplicato mentre si è chiusi in una sezione di alta sicurezza diventa un’impresa epica. Molti garanti territoriali segnalano che nelle sezioni non entra nemmeno l’informazione. Non si parla della riforma, non si spiegano i quesiti, non si dice ai detenuti che, a meno di condanne pesantissime che tolgono i diritti civili, loro possono e devono votare. Soprattutto quelli in custodia cautelare, che sono circa uno su tre. Persone che la legge considera innocenti fino a prova contraria, ma che di fatto vivono una sospensione della cittadinanza. Per loro, votare sulla separazione delle carriere o sul funzionamento del Csm significherebbe poter dire la propria sulla macchina che li sta processando. Invece, spesso rimangono a guardare i talk show in televisione, senza che nessuno entri a portargli un modulo per la domanda. In Francia hanno iniziato a usare il voto per posta e l’affluenza è triplicata. Da noi si resta legati a un sistema che sembra voler tenere la politica fuori dalle mura, forse per paura che i reclusi si accorgano di contare ancora qualcosa. Una riforma che parla a chi non ha voce - Questo appuntamento di domenica e lunedì è diverso dagli altri. Non c’è il quorum, quindi ogni voto peserà come un macigno sul risultato finale. La riforma proposta dal governo mira a cambiare le fondamenta del sistema giudiziario: due consigli superiori della magistratura, carriere divise tra chi accusa e chi giudica, persino il sorteggio per evitare i giochi delle correnti. Sono temi che per un cittadino medio possono sembrare tecnici o distanti, ma per chi vive il carcere sono pane quotidiano. La separazione delle carriere è la garanzia che chi decide della tua libertà non sia un collega di scrivania di chi ha chiesto il tuo arresto. Eppure, proprio chi avrebbe più motivi per votare è quello a cui viene reso più difficile farlo. Il sovraffollamento ha superato ogni limite di guardia e il clima negli istituti è incendiario. Con oltre sessantamila persone stipate in posti che ne potrebbero contenere quarantaseimila, la priorità delle direzioni è gestire l’emergenza quotidiana, non certo organizzare i seggi speciali. La polizia penitenziaria è stremata, gli organici sono ridotti all’osso e spesso manca fisicamente il personale per accompagnare i detenuti dai bracci fino al locale dove si vota. È un paradosso doloroso: lo Stato chiede ai cittadini di esprimersi su come rendere la giustizia più giusta, ma contemporaneamente si dimostra incapace di garantire l’esercizio di quel voto proprio a chi dalla giustizia è stato preso e rinchiuso. Se vogliamo davvero che il carcere non sia un buco nero dei diritti, dobbiamo iniziare dalle urne. Altrimenti, continueremo a commentare dati di affluenza ridicoli, fingendo di non sapere che dietro quell’astensionismo non c’è pigrizia, ma un diritto negato con il timbro della burocrazia. C’è chi dice che far votare i detenuti non interessi a nessuno perché non portano consenso elettorale, ma qui la posta in gioco è la qualità della nostra democrazia. Un sistema che teme il voto dei suoi cittadini più fragili è un sistema che ha smesso di credere nella sua stessa forza rieducativa. Sabato e domenica si deciderà il futuro dei tribunali, ma nelle sezioni di San Vittore o di Poggioreale il rischio è che si decida ancora una volta di non decidere nulla, lasciando che la voce di chi sta dentro si perda tra le scartoffie di un ufficio che ha dimenticato di rispondere. Decreto sicurezza, concorrenza a destra sugli emendamenti di Giovanni Innamorati Il Manifesto, 19 marzo 2026 Più di cento depositati ieri dai quattro partiti di maggioranza. Pesa il clima incerto prima delle urne e la spinta di Vannacci. Il cammino del decreto sicurezza, all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, diventa in salita. A preoccupare il governo sono gli oltre 1.100 emendamenti dei gruppi di opposizione ma, da un punto di vista politico, sono i 128 depositati dai gruppi di maggioranza. Ieri a mezzogiorno è scaduto il termine per depositare in commissione le proposte di modifica del decreto e i dati non sono incoraggianti per l’esecutivo, sia dal punto di vista numerico che politico. Anche perché queste pietre di inciampo arrivano dopo la stroncatura della scorsa settimana del Comitato per la legislazione - di cui il nostro giornale ha dato conto sabato - per il quale il decreto manca dei requisiti costituzionali di necessità e urgenza; per non parlare degli inviti dell’Ufficio studi di Palazzo Madama a “chiarire” le norme più controverse. La prima ondata di emendamenti è arrivata dalle opposizioni, come era facile attendersi: 354 proposte di modifica da Avs, 344 dal Pd e 340 da M5s, 18 da Iv, 17 dalle Autonomie. “Tutti emendamenti di merito” ha precisato la pentastellata Alessandra Maiorino. Quest’ultima sottolineatura non è una frase di circostanza: il decreto è una sorta di omnibus, composto da 32 articoli con 37 disposizioni normative diverse. Gli oltre mille emendamenti delle opposizioni vanno a incidere sui diversi aspetti del provvedimento in modo puntuale e quindi sarà difficile per il presidente della commissione, Alberto Balboni, ricorrere al “canguro”, possibile quando ci sono emendamenti puramente ostruzionistici, ripetitivi tranne piccole differenze. Tra gli emendamenti delle opposizioni si segnalano quelli, di tutti i gruppi, che incidono sulle due norme più controverse, su cui l’Ufficio Studi aveva invitato a intervenire: quella sul fermo preventivo di 12 ore nell’imminenza di manifestazioni contro persone sospettate di cercare scontri di piazza; quella che introduce nel codice di procedura penale una annotazione preliminare anziché l’iscrizione nel registro degli indagati nei casi di notizie di reato in presenza di causa di giustificazione. Oltre agli emendamenti soppressivi, altri cercano di circoscrivere l’applicazione delle due norme. A queste proposte di modifica se ne aggiungono 14 redatte dal Comitato per la legislazione, che sono puramente di drafting, vale a dire di riscrittura dei testi per renderli applicabili, togliendo loro i dubbi interpretativi. I problemi politici arrivano dagli emendamenti della maggioranza. È la prima volta che tutti i gruppi di centrodestra ne presentano in numero significativo (47 da Fi, 42 da Fdi, 25 dalla Lega, 9 da Noi moderati) aprendo una concorrenza interna. Non sono estranei a ciò due elementi: l’esito incerto del referendum e la competizione da destra di Vannacci. I capigruppo di maggioranza hanno inoltre depositato altri quattro proposte congiunte, altrettanto interessanti. Due recepiscono delle richieste di sindacati di polizia (sblocco degli attuali meccanismi del turn over ecc.), uno propone di semplificare l’istituzione di presidi di polizia in ospedali, centri commerciali ecc. Il quarto prevede la collaborazione del Viminale con il Consiglio nazionale forense per favorire i rimpatri volontari dei migranti. In pratica, si introduce il riconoscimento di un compenso all’avvocato del migrante per la consulenza legale offertagli per fargli accettare una proposta di rimpatrio volontario. Una sorta di contromossa in risposta alle associazioni di avvocati che aiutano i migranti a far valere i propri diritti. Più complicate per il governo le proposte di modifica presentate dai singoli gruppi di centrodestra; se ne conosceranno i contenuti nei prossimi giorni, con la fascicolatura e pubblicazione. Intanto la Lega ha reso noto alcune delle proprie richieste come “l’istituzione di una zona cuscinetto o zona di rispetto a limite invalicabile a tutela degli agenti nelle manifestazioni di piazza”, la cauzione che i promotori delle manifestazioni devono versare in anticipo. Tutte norme di destra-destra per non farsi scavalcare da Vannacci, ma difficilmente recepibili perché dubbie sul piano giuridico-costituzionale. Per Fdi si segnala l’ordine del giorno con cui si chiede di dotare le forze dell’ordine di strumenti per la gestione dell’ordine pubblico: pallottole di vernice colorata per marcare “i facinorosi”, capsule al peperoncino, palle di gomma. Mafie. Don Ciotti: “In carcere finiscono i minorenni dei quartieri disagiati, non i boss” di Giuseppe Legato La Stampa, 19 marzo 2026 Il pericolo più attuale di fronte alle mafie oggi? “La sottovalutazione stessa rispetto alla “zona grigia” dentro la quale le mafie prosperano”. E poi “c’è una tendenza a “depenalizzare” i reati dentro la propria coscienza. A praticare una legalità che non risponde al senso di giustizia, ma alle convenienze personali. Io spero che la piazza del 21 marzo possa dare una scossa a chi rimane indifferente. L’energia dei giovani, il dolore delle famiglie delle vittime, la responsabilità dei tanti amministratori locali presenti, devono dare il segno che un cambiamento è possibile e necessario”. Eccolo qui don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che dopodomani porta memoria e antimafia in piazza a Torino, epicentro nazionale del giorno in ricordo delle vittime. Don Luigi, una parola che racconti più di altre il prossimo 21 marzo? “Coralità”. Perché? “Perché è un modo per dire “noi”. I verbi dell’impegno si declinano sempre al plurale: è il noi il soggetto del cambiamento. Non abbiamo bisogno di eroi solitari, e non possiamo delegare solo agli altri. Tutti siamo responsabili del bene comune, quindi tutti dobbiamo darci una mossa con l’ambizione di mettere ciascuno in gioco le proprie capacità migliori”. In che modo la coralità delle voci delle vittime innocenti, che riecheggia il 21 marzo, può rafforzare l’impegno collettivo contro tutte le mafie? “È bello il riferimento alle “voci”. Perché rimanda esattamente l’idea che Libera promuove da sempre: ricordare quelle persone da vive. Come se fossero ancora in mezzo a noi, per spronarci a fare di più. L’assenza fisica delle vittime è dolorosa, per i loro famigliari e non solo. La presenza di tanti che non le dimenticano diventa un messaggio di speranza: vi ascoltiamo, sentiamo le vostre richieste e ce ne assumiamo la responsabilità”. Come bilancia la memoria delle vittime con l’urgenza di giustizia sociale nel giorno del 21 marzo? “Lo diciamo spesso: non basta tagliare la malaerba in superficie, bisogna colpire il male alla radice. E le radici delle mafie sono culturali e sociali”. È una premessa? “Sì, per dire che vanno cambiate le condizioni strutturali di disuguaglianza che creano povertà, anche educativa. Il crimine non deve trovare “terreno fertile” nell’ignoranza e nei bisogni inascoltati delle persone”. La Chiesa fa abbastanza in questo percorso? “La Chiesa negli ultimi anni ha davvero cambiato passo nell’affrontare il tema delle mafie; c’è stata una maggiore presa di coscienza ed esiste un grande fermento in tante parrocchie, Diocesi, e in quell’associazionismo cattolico che fin da subito, del resto, aveva aderito a Libera: tante espressioni di antimafia concreta, sui beni confiscati, fra i giovani. Un impegno pastorale che si traduce in azione sociale, con la catechesi e la testimonianza liturgica a richiamare il nesso profondo che esiste fra la Parola evangelica e la resistenza al crimine e alla corruzione. Anche le gerarchie ecclesiastiche sentono il bisogno di formarsi, per dettare una direzione sempre più chiara. Proprio a Torino poche settimane fa si è svolto un incontro dei rappresentanti delle varie Conferenze episcopali europee su questi temi”. Di fronte a riforme che indeboliscono, a detta di diversi autorevoli magistrati impegnati da decenni sul fronte, la lotta alla mafia mitigando reati spia si può dire che la lotta alle mafie non abbia sufficiente centralità nell’agenda dell’esecutivo? “La politica in troppi casi fa passi indietro, anziché avanti. Si entusiasma per l’arresto dei latitanti illustri (che non è merito suo), e reagisce ai fatti di cronaca eclatanti in maniera sbrigativa. Si inaspriscono le pene per i reati “di strada”, che creano allarme sociale, mentre diventa più difficile perseguire i crimini che alle mafie fanno da sponda, a partire dalla corruzione. Si fanno due pesi e due misure: in carcere ci finiscono i minorenni dei quartieri disagiati, le persone straniere o tossicodipendenti. Ma il narcotraffico resta l’affare più lucroso e i criminali “in guanti bianchi” in cella finiscono raramente”. Quando si parla di mafie al Nord non si parla solo di infiltrazione, ma di adattamento reciproco tra organizzazioni criminali e territori. Come si incide su questo segmento sociale? “Oggi purtroppo vediamo le imprese di mafia agire stabilmente insieme alle imprese che mafiose non sono, condividendo affari e servizi. Si può dire che le mafie, in certi ambienti, facciano scuola. La loro capacità di aggirare le regole, di fare profitti calpestando i diritti delle persone, è visto come modello “di successo”, in una società che mette la ricchezza al centro di tutto”. Vede margini per scardinare questa visione? “È difficilissimo. L’unica strada è l’educazione: partire dalle scuole, dai bambini e dalle bambine, dagli adolescenti. Proporre esempi alternativi, storie forti di coraggio che sappiano affascinarli e tenerli svegli”. Maltrattamenti in famiglia, il presupposto della convivenza non coincide con la coabitazione di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 19 marzo 2026 Scatta il perimetro della norma incriminatrice quando sia intercorsa una relazione affettiva stabile anche se non connotata dalla scelta di condividere l’abitazione. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 10255/2026 - ha respinto il ricorso di un uomo che condannato per maltrattamenti in famiglia contestava la sussistenza del presupposto del reato che è se non la convivenza in senso stretto la condivisione di vita. La condanna si fondava sul presupposto che le sistematiche violenze erano state perpetrate nell’ambito di uno stabile rapporto di coppia, essendo irrilevante - ai fini della sussistenza della convivenza - la mancata condivisione della stessa abitazione. Di fatto l’approdo raggiunto dall’interpretazione è che il convivente - al di là della coabitazione - è la persona legata da “un rapporto affettivo stabile”. Il reato previsto dall’articolo 572 del Codice penale, nella formulazione vigente ratione temporis, punisce “chiunque maltratta una persona di famiglia o comunque convivente…”, cioè non solo il famigliare o il convivente nella stessa casa, ma anche la persona con cui sussiste un legame affettivo con affidamento morale sull’altro. La Cassazione penale, al fine di inquadrare la nozione di persona comunque convivente, offre nella sentenza un excursus delle norme e della giurisprudenza rilevanti a tal fine. Si va dalla sentenza n. 237/1986 della Corte costituzionale che ha ritenuto il rapporto di convivenza rientrare tra le formazioni sociali ove si svolge la personalità del singolo alla riforma Cartabia (articolo 42 lettera b), del Dlgs 150/2022) che, nel richiamare la direttiva 2012/29/Ue, definisce il convivente come persona legata da “un rapporto affettivo stabile”. La convivenza supera il concetto di coabitazione - Spiega puntualmente la Corte di cassazione che il rapporto di convivenza “prescinde dalla condivisione della stessa abitazione”. Ciò al netto del fatto che al contrario la coabitazione è uno degli elementi più significativi da valutare affinché il giudice possa “accertare se tra due persone si stringa un legame affettivo, idoneo a proiettarsi in una dimensione futura di impegno e di progetto di comunione materiale e spirituale di vita, anche senza l’adesione a vincoli giuridici quali il matrimonio o l’unione civile”. Dalla giurisprudenza di legittimità è possibile distillare i vari indicatori sintomatici della convivenza: a) nella stabile condivisione di una abitazione; b) nella condivisione di un’intimità, espressiva di un legame sentimentale stabile; c) nella riconoscibilità come coppia in contesti sociali e familiari; d) nella scelta di avere figli con una situazione di condivisa genitorialità; e) nella reciproca assistenza economica, realizzata mettendo a disposizione un patrimonio comune, beni o servizi; f) nello svolgimento di un’attività lavorativa comune. L’elemento base del reato è questione di fatto - L’inquadramento del rapporto familiare anche inteso come relazione sentimentale stabile è valutazione di fatto rimessa all’apprezzamento dei giudici di merito. Che, nel caso concreto, non si presta a critiche in sede di legittimità. In effetti, il ricorrente non contesta quanto affermato dalla parte offesa e su cui poggia la condanna per maltrattamenti in famiglia. Affermazioni da cui emergeva che l’imputato e la vittima erano stati sentimentalmente legati per circa un anno e che da subito - pur senza condividere la stessa abitazione - avevano manifestato la stabilità del rapporto dato che la giovane donna frequentava ogni giorno l’abitazione dell’uomo dove talvolta si fermava la notte. Vi erano rapporti anche con i vicini genitori di lui. Inoltre, la donna durante la relazione era rimasta incinta per due volte e alla seconda gravidanza che intendeva portare a termine si era addirittura trasferita in via definitiva a casa del compagno. Fino alla separazione tra loro cui era conseguita anche la scelta della donna di interrompere la gravidanza proprio a causa del ripetersi delle condotte violente e vessatorie da parte dell’uomo nei suoi confronti. Quindi al di là delle vicende conclusive della relazione e della mancanza del “dato formale” della coabitazione era comunque emerso come sussistesse il “dato sostanziale” di una progettualità familiare (come l’avvio anche della coabitazione o il progetto di una comune filiazione). Infine, conclude la sentenza che il ricorso è inammissibile per carenza dell’interesse ad agire in giudizio. Interesse che deve essere concreto e attuale e che non sussiste nel caso concreto dove di fatto il ricorrente contestava la riqualificazione operata dai giudici di appello della propria condotta illecita da stalking, aggravato dallo stato di gravidanza della vittima, in maltrattamenti in famiglia con condanna ridotta rispetto a quella elevata in primo grado. Mancava, quindi la concretezza e l’attualità dell’interesse ad agire che - secondo la Cassazione - non si concretizza nell’interesse definito letteralmente “astratto” dalla sentenza, di ottenere la corretta qualificazione giuridica della propria condotta. Remissione tacita: la mancata comparizione del querelante non produce effetti automatici di Anna Marino Il Sole 24 Ore, 19 marzo 2026 La mancata comparizione del querelante, chiarisce la Corte con sentenza 10260 del 2026, può assumere valore dismissivo solo se esprime in modo univoco la volontà di non insistere nella pretesa punitiva. La mancata comparizione del querelante non produce effetti automatici quando il contesto processuale lascia emergere un dubbio serio sulla volontà abdicativa. La Corte di Cassazione, Quinta Sezione Penale, con sentenza 10260 del 2026, chiarisce che per la remissione tacita in caso di assenza all’udienza serve univocità, e rispetto alla riforma Cartabia (modifica dell’art. 142 disp. att. cpp) precisa che la nuova disciplina sulla mancata comparizione del querelante non consente automatismi e impone comunque al giudice di verificare la reale volontà di remissione in presenza di elementi dubbi. L’assenza del querelante infatti non basta, da sola, a far ritenere rimessa la querela. Occorre che il comportamento sia inequivoco, senza giustificato motivo e incompatibile con la volontà di proseguire. Se emergono disguidi o circostanze ambigue, il giudice deve accertare la volontà effettiva. In questo senso la decisione si pone in linea con un precedente della Quinta Sezione del 2023, già orientato a escludere letture meramente formali della condotta processuale. Il punto fermo ribadito è che la remissione tacita richiede pur sempre un comportamento concludente e univoco. La vicenda - Il Giudice di Pace aveva dichiarato l’improcedibilità per remissione tacita della querela ritenendo sufficiente la mancata presenza in aula della persona offesa. Il ricorso ha contestato questa conclusione, sostenendo che la persona offesa si era comunque presentata presso l’ufficio giudiziario. Dagli atti risultava infatti che essa fosse presente già prima dell’inizio dell’udienza, in Tribunale fin dalle 8.45. Al momento della chiamata, tuttavia, non si trovava all’interno dell’aula, ma fuori dall’aula per un probabile disguido. Pochi minuti dopo, il giudice aveva avuto diretta percezione della sua presenza fuori dall’aula, avendo il querelante segnalato la propria presenza al giudice stesso. Il dato processuale, quindi, non descriveva un’assenza volontaria e netta. La Corte ha ritenuto che un simile contesto fosse compatibile con un mero disguido organizzativo. Per questo ha escluso che si potesse attribuire all’episodio un significato inequivoco di rinuncia alla querela, essendo necessario che l’assenza sia volontaria, non giustificata priva di ambiguità. La decisione impugnata è stata annullata. Gli atti sono stati trasmessi per l’ulteriore corso del procedimento. Abruzzo. Carceri, in troppi dietro le sbarre. A Teramo la maglia nera di Daniele Cristofani Il Centro, 19 marzo 2026 Quasi 2.300 detenuti in regione, ma la capacità massima complessiva è 1.800. Si salva solo il carcere di Vasto: è l’unico, tra gli otto penitenziari d’Abruzzo (escludendo l’istituto dell’Aquila, dove sono trattenuti i detenuti in regime di 41-bis) in cui non si registra sovraffollamento. Un problema endemico a livello nazionale a cui la nostra regione non fa eccezione: anche qui il numero di detenuti supera sistematicamente la capienza massima delle strutture. I dati sul 2025 evidenziano due case circondariali in cui la situazione è particolarmente problematica. La prima è l’istituto San Donato di Pescara: a fronte di 276 posti letto, sono ospitati 400 detenuti; l’altro è il penitenziario di Teramo, dove il quadro appare ancora più grave: 255 posti letto e ben 460 persone dietro le stesse sbarre. Il penitenziario con il più alto numero di persone trattenute, invece, è quello di Sulmona. Ben 608 persone a fronte di una capienza consentita di 523. Queste le criticità in numeri assoluti. A livello percentuale, invece, è il carcere di Chieti a registrare il picco di sovraffollamento, con quasi il 100%: a fronte di una capienza regolamentare di 79 posti, ospita 146 detenuti. L’istituto penitenziario teatino è anche tra le tre strutture abruzzesi che ospitano detenuti donne (34) insieme a quello di Teramo (48) e dell’Aquila (10). I dati mostrano anche una distribuzione disomogenea degli stranieri nella regione. In totale sono 472, ma la stragrande maggioranza è divisa tra Teramo (201) e Pescara (137). Che la situazione delle carceri abruzzesi sia problematica non è un tabù. All’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario era stato il presidente vicario della Corte di Appello, Fabrizio Riga, ad accendere un faro sul tema. La sua relazione scandaglia le varie problematiche rilevate negli istituti di pena abruzzesi. Il sovraffollamento, spesso, è solo la punta dell’iceberg. Un esempio è il sottodimensionamento degli agenti penitenziari, il contraltare degli istituti che soffrono di problemi di capienza. La criticità è particolarmente evidente a Teramo, dove - si legge nel documento - la carenza di personale è di circa il 25%. Il capitolo più corposo della relazione è però dedicato al carcere dell’Aquila. Qui il problema del sovraffollamento non esisterebbe. In teoria. In pratica è più complesso, perché l’istituto è tra quelli con la maggior concentrazione di detenuti al 41-bis. “La casa circondariale aquilana difetta di un’organizzazione strutturale idonea allo scopo”, si legge, “dal momento che al suo interno sono comprese sezioni destinate ad accogliere un numero di detenuti ben superiore a quello massimo che compone i singoli gruppi di socialità. Di conseguenza, non è infrequente l’allocazione di tali gruppi all’interno dello stesso ambiente, con l’effetto che spesso i ristretti che non dovrebbero avere tra loro contatti, sono, di fatto, allocati in celle che affacciano sullo stesso corridoio, con conseguente assoluta promiscuità in sezione di gruppi di socialità che dovrebbero, invece, essere tra loro impermeabili”. Proprio in quanto non idonea allo scopo, il carcere dell’Aquila è stato soggetto a modifiche per “parcellizzare in gruppi molto piccoli i detenuti” sottoposti al 41-bis. Il risultato è stato restringere in spazi “strettissimi” le aree a disposizione dei detenuti, precludendo “un’effettiva possibilità di sano movimento a soggetti che, peraltro, vedono limitata ad una sola ora al giorno la possibilità di permanere all’esterno. Tale criticità è stata da tempo vanamente segnalata all’Amministrazione”, aggiunge la relazione, “prospettando la possibilità - con lavori di modesto impegno economico - di accorpare alcune di tali aree”. Insomma, tra sovraffollamento, inidoneità delle strutture e mancanza di personale, la situazione delle carceri abruzzesi appare molto complessa. E prende forma nelle 207 segnalazioni inoltrate, solo nel 2025, alla Garante regionale per i detenuti Monia Scalera. La maggior parte arriva dal penitenziario di Chieti (61), seguito da Sulmona (36), L’Aquila (28), Lanciano (27) e Pescara (21). Tante le segnalazioni che riguardano l’accesso alle cure sanitarie, le relazioni con l’amministrazione penitenziaria, il trasferimento in altri istituti, l’accesso a misure alternative e al reinserimento sociale. La cartina di tornasole della vita dei detenuti in Abruzzo. Padova. Il punto di vista della cooperativa AltraCittà in merito ai fatti oggetto di indagine nella Casa di reclusione di Padova Ristretti Orizzonti, 19 marzo 2026 In relazione agli articoli pubblicati dalla stampa locale in queste ore, che chiamano in causa la cooperativa AltraCittà nell’ambito di una vicenda oggetto di indagine, riteniamo doveroso precisare alcuni elementi essenziali. Abbiamo letto titoli e ricostruzioni che parlano della nostra realtà in modo non corretto o impreciso. La persona citata negli articoli non è socio della cooperativa, non ha mai avuto ruoli di responsabilità, direzione o gestione e non “gestisce” in alcun modo la cooperativa. Si tratta di un lavoratore dipendente con mansioni operaie, privo di incarichi decisionali o di rappresentanza. La cooperativa AltraCittà si dichiara estranea ai fatti oggetto dell’indagine. Qualora venissero accertate responsabilità, queste sarebbero esclusivamente personali e non in alcun modo riferibili alla cooperativa, alla sua governance, ai suoi soci o alla sua attività. Questa vicenda ci addolora profondamente. Ci addolora sul piano umano e ci preoccupa per il danno reputazionale che può produrre a una realtà che dal 2003 opera con serietà, continuità e trasparenza, costruendo all’interno del carcere di Padova centinaia di percorsi di reinserimento socio-lavorativo. In un contesto particolarmente delicato e complesso come quello penitenziario, il lavoro rappresenta da sempre uno strumento concreto di dignità, responsabilizzazione, inclusione e riduzione della recidiva. Proprio per questo riteniamo necessario richiamare tutti a un principio di equilibrio e responsabilità. Si tratta, allo stato, di un’indagine e le persone coinvolte devono essere tutelate nel rispetto della presunzione di innocenza. Ogni accertamento definitivo compete esclusivamente all’autorità giudiziaria. Crediamo nella presunzione di innocenza, così come siamo pienamente consapevoli che, in ogni contesto umano e sociale, possano esservi comportamenti individuali gravi e contrari ai valori che ogni giorno promuoviamo. Proprio per questo è importante distinguere con chiarezza tra eventuali responsabilità personali e il lavoro serio, verificabile e quotidiano di una cooperativa che da oltre vent’anni opera accanto alle istituzioni. Le attività trattamentali presenti nel carcere di Padova costituiscono un presidio fondamentale di legalità, rieducazione e coesione sociale. Colpire indistintamente queste esperienze con rappresentazioni inesatte o semplificate significa danneggiare non solo la cooperativa, ma anche i lavoratori, i partner, le istituzioni coinvolte e soprattutto i percorsi di reinserimento che offrono opportunità concrete alle persone detenute. AltraCittà continuerà a svolgere il proprio lavoro con responsabilità e a collaborare con le istituzioni competenti, nella massima trasparenza e nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. Cooperativa AltraCittà Padova 18/03/2026 Padova. Caso Due Palazzi, AltraCittà: “Non ci demoralizziamo, continuiamo con la nostra missione” di Marta Zatta telenordest.medianordest.it, 19 marzo 2026 Dopo la scoperta di un ingente traffico di droga e cellulari all’interno del carcere Due Palazzi di Padova, interviene ai nostri microfoni il Presidente del cda della Cooperativa AltraCittà: “Non facciamo di tutta l’erba un fascio, il nostro onesto impegno con i carcerati continua”. Un traffico di droga e dispositivi elettronici all’interno del carcere, con un giro d’affari da decine di migliaia di euro. È il vaso di Pandora scoperchiato grazie all’indagine della polizia penitenziario Due Palazzi di Padova, dove cocaina, cellulari e sim venivano introdotti e distribuiti tra i detenuti. Al centro dell’inchiesta, coordinata dalla procura padovana, una rete struttura che coinvolge una ventina di indagati tra detenuti e familiari. Tra questi anche Paolo Bordin, 59enne di Villafranca Padovana, dipendente della cooperativa Altra Città attiva all’interno del carcere, finito agli arresti domiciliari. Cooperativa che da più di 20 anni costruisce con e per le persone detenute percorsi tra carcere e territorio, di lavoro e inserimento sociale, e che ora non vuole che per colpa di un singolo tutto l’onesto lavoro venga cancellato. Intervistate a Giovanni Todesco (Presidente c.d.a. “AltraCittà”) e Antonino Bincoletto (Garante delle persone limitate nella libertà personale) (Servizio): https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=cKCBq_qEn_Q&embeds_referring_euri=https%3A%2F%2Ftelenordest.medianordest.it%2F&source_ve_path=Mjg2NjY Milano. Il paradosso del welfare in carcere di Silvia Calvi Corriere della Sera, 19 marzo 2026 Il Garante dei detenuti Pagano: “Non può essere la soluzione per chi non ha nessuno”. Luigi Pagano, già direttore di Bollate e San Vittore, dallo scorso settembre, è il “Garante dei detenuti” per il Comune. “Forum Welfare 2026” organizzato dal Comune dal 25 al 27 marzo a Base, tra gli 80 relatori introdotti dal sindaco Beppe Sala e dall’assessore Lamberto Bertolé ci sarà Luigi Pagano, già direttore di Bollate e San Vittore e, dallo scorso settembre, attuale “Garante dei detenuti” per il Comune. Dottor Pagano, cosa c’entra il carcere con il welfare? “È il paradosso del welfare carcerario, cresciuto moltissimo e che riguarda persone con problemi psichiatrici, di dipendenza o di povertà. Che hanno commesso un reato, certo, ma che, non avendo una casa né una rete sociale, non hanno potuto usufruire delle pene alternative. Il carcere così diventa una soluzione: per il mondo esterno, che si alleggerisce di un problema, e per loro che in qualche modo trovano una comunità. Peccato che non possa essere di alcun aiuto: in carcere le dipendenze si accentuano”. Alla nomina ha dichiarato che avrebbe cercato la collaborazione del Terzo settore e del volontariato: questo appuntamento nasce da lì? “Diciamo che con l’assessore Bertolé e con le associazioni che rappresentano un’autentica ricchezza di Milano, parliamo la stessa lingua. Ed è un ottimo punto di partenza: le forme di detenzione alternativa, misure che oltre a favorire il reinserimento sociale contribuiscono a diminuire il numero di detenuti per i quali l’Italia è stato più volte condannato dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo, richiedono personale, strutture, abitazioni. Dunque occorre la collaborazione di tutti”. Milano ha quattro istituti penitenziari e un record di criticità: San Vittore, Bollate, Opera e il minorile Beccaria. Chi sono i detenuti reclusi in questi luoghi? “San Vittore è una casa circondariale che dovrebbe detenere solo persone in attesa di giudizio, la realtà è che lì ci sono anche detenuti definitivamente condannati. Opera è una casa di reclusione per detenuti con una condanna definitiva e pena elevata, ha anche una sezione di elevata sicurezza. Mentre Bollate, di cui sono stato il primo direttore, ospita detenuti che hanno poco da scontare ma non senza i requisiti per le pene alternative e dove siamo riusciti fin dall’inizio ad applicare l’articolo 27 della Carta costituzionale, dunque con progetti di formazione e lavoro utili a promuovere la dignità personale e il reinserimento”. E il Beccaria, al centro di un’inchiesta per le torture e gli abusi che ha coinvolto una quarantina di persone tra agenti e personale? “Il Beccaria è un centro per minori in attesa di giudizio o condannati al quale, da più di 20 anni, manca un direttore. Tutt’ora l’attuale direttrice è divisa tra Modena e Milano, quindi non può essere presente tutti i giorni e rappresentare una guida stabile che, in un carcere, è indispensabile: il direttore deve essere sempre presente, è a lui che spetta il compito di indicare una linea. Dopo una situazione che ha scandalizzato tutti, non si è ancora trovato il rimedio: se nessuno coordina le attività, il rischio è di creare una miscela esplosiva”. Come risolvere il problema del sovraffollamento che a Milano e in Lombardia raggiunge percentuali superiori al 100 per cento? “Senz’altro non costruendo nuove carceri. Prima di tutto perché farlo richiede tempo, anche cinque o sei anni di lavori, e spazi enormi: San Vittore occupa 60mila mq, Opera e Bollate 600mila mq. Al contrario, servono carceri nuove. Ma, per riuscirci, basta seguire l’ordinamento penitenziario del 1975: abbiamo la legge, è quella la risposta per il recupero, le pene alternative, il reinserimento sociale. Anche perché nel nostro Paese abbiamo 20mila detenuti che devono scontare pochi anni, la metà di loro un solo anno”. Ferrara. Soffocato mentre cena in carcere. La famiglia avvisata tre giorni dopo di Federico Malavasi Il Resto del Carlino, 19 marzo 2026 “Un detenuto rimane una persona”. Sulla morte la procura ha aperto un’inchiesta. Il figlio di rivolge all’avvocato Anselmo: “Un vuoto che pesa”. Muore soffocato da un boccone di carne mentre sta cenando all’Arginone, ma la famiglia viene informata soltanto tre giorni più tardi. A segnalarlo è Gaetano Ferrigno, figlio di Arcangelo, il 54enne deceduto in carcere la sera del 14 marzo. Una circostanza che il giovane ha comunicato all’avvocato Fabio Anselmo (al quale ha chiesto assistenza legale) e alla senatrice di Avs Ilaria Cucchi, spiegando di aver chiesto chiarimenti al carcere (prima telefonicamente, poi via mail) ma senza risultati. Sulla morte del 54enne, la procura ha aperto un’inchiesta esplorativa (attualmente contro ignoti) e ha disposto l’autopsia. Gli accertamenti inizieranno martedì, prima con una tac total body e poi con l’autopsia vera e propria (Anselmo nominerà come consulente il professo Adriano Tagliabracci di Ancona). Il legale parla della tragica vicenda anche sui social, pubblicando la lettera di Gaetano Ferrigno. Questa, spiega, “è la voce diretta di un figlio che chiede allo Stato conto di una morte avvenuta sotto la sua custodia. Un uomo muore il 14 marzo in carcere. La famiglia lo scopre tre giorni dopo. Senza spiegazioni, senza urgenza, senza rispetto. Tre giorni non sono un dettaglio, sono un vuoto che pesa più delle parole” Si parla “di un boccone andato di traverso. Ma qui non è solo questione di causa, è questione di trattamento perché una persona detenuta resta una persona, con diritti che non possono essere sospesi insieme alla libertà”. Quella lettera, conclude, “racconta di uno Stato che si muove con velocità diverse, attento quando deve difendere sé stesso, lento quando deve rendere conto a chi non ha strumenti o visibilità”. Verona. Avviate le attività del Centro per la Giustizia Riparativa daily.veronanetwork.it, 19 marzo 2026 Al via il nuovo Centro per la Giustizia Riparativa del Comune di Verona, un luogo dedicato al dialogo, alla responsabilità e alla ricostruzione delle relazioni tra vittime, autori di reato e comunità. Ieri sottoscritto il primo accordo inter-istituzionale con l’Ordine degli Avvocati di Verona. Al primo piano dell’edificio di piazza Madonna di Campagna 1/a, all’interno della “Cittadella della Giustizia sociale”, nasce il primo Centro per la Giustizia Riparativa del territorio scaligero, uno spazio pensato per mettere in rete diversi servizi dedicati alla tutela dei diritti, al supporto alle vittime di reato e alla gestione dei conflitti. Con tale iniziativa, l’Amministrazione comunale compie un passo concreto per rendere effettivo un nuovo modello di giustizia orientato alla responsabilità, alla riparazione del danno e al reinserimento sociale. “Con questo Centro Verona si dota di uno strumento moderno e civile - sottolinea l’assessora alla Sicurezza e Legalità Stefania Zivelonghi -, capace di restituire dignità alle vittime e offrire a chi ha commesso un reato, l’opportunità di costruirsi una seconda chance. La giustizia riparativa rafforza il tessuto sociale della nostra città lavorando per condizioni di sicurezza stabili”. Presenti alla sottoscrizione dell’accordo: l’avv. Mauro Regis presidente dell’Ordine degli Avvocati di Verona e Silvio Masin di Fondazione Don Calabria, ente individuato per la gestione del Centro. “Le vittime del reato sono persone in difficoltà e deboli e mai come in questo caso è importante che ci sia una presenza dell’Ente pubblico e dell’Ordine professionale - spiega l’avv. Mauro Regis -. L’ordine è sempre ben contento di poter assecondare questo tipo di scelte, perché rappresentano una manifestazione di vicinanza verso tutti e, soprattutto, verso chi ne ha bisogno”. Verona, con l’avvio del Centro per la Giustizia Riparativa, rafforza il proprio impegno per promuovere strumenti innovativi di gestione dei conflitti e per costruire una comunità più inclusiva, capace di coniugare sicurezza, responsabilità e coesione sociale. La gestione operativa del Centro è affidata alla Fondazione Don Calabria, ente del Terzo Settore con una consolidata esperienza nei percorsi di mediazione, accompagnamento e reinserimento sociale. Gli spazi dedicati si trovano all’interno della Cittadella della giustizia, la stessa in cui risiedono anche Rete Dafne e il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, con l’obiettivo di offrire un sistema integrato di assistenza verso vittime e autori dei reati. Ieri è stato sottoscritto il primo accordo inter-istituzionale con l’Ordine degli Avvocati di Verona, nella prospettiva di affrontare ogni aspetto legato al compimento dei reati in una dinamica di rete con tutte le istituzioni cittadine. Per questa ragione sono in fase di preparazione ulteriori accordi di collaborazione con la Casa Circondariale di Montorio, il Tribunale Ordinario di Verona, il Centro per la Giustizia Minorile di Venezia, l’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) di Verona e l’Università di Verona. Accordo inter-istituzionale Le Parti, Comune e Ordine degli Avvocati di Verona, si impegnano reciprocamente, nell’ambito delle rispettive competenze: - promuovere e partecipare alle verifiche sull’andamento degli interventi attivati e a partecipare al Tavolo tecnico di coordinamento. - garantire il monitoraggio, anche attraverso la raccolta di dati e la loro elaborazione, delle attività di cui al presente accordo, verificandone la regolare, efficace ed adeguata attuazione, conformandole alle esigenze eventualmente riscontrate sulla base dell’esperienza maturata e delle necessità manifestate. - predisporre materiali quali brochure, schede informative, e modulistica, con traduzione nelle principali lingue straniere, al fine di fornire informazioni accessibili, chiare e complete, anche mediante la pubblicazione dei materiali sui siti istituzionali, circa i programmi di giustizia riparativa, con particolare riferimento ai principi, alle finalità, alle modalità di accesso e alle implicazioni procedurali; di semplificare l’accesso alla giustizia ripartiva. Fra gli impegni specifici dell’Ordine - Favorire un orientamento consapevole delle parti coinvolte nei percorsi di giustizia riparativa, consentendo agli avvocati di fornire informazioni corrette, complete e comprensibili circa le possibilità di accesso e fruizione, nel rispetto della libertà di autodeterminazione delle parti. - Incentivare la segnalazione e l’invio dei casi potenzialmente idonei al Centro, anche su iniziativa delle parti o dei difensori, in ogni fase, grado e stato del procedimento penale, nei limiti previsti dalla legge. - Collaborare con il Centro nella definizione di modalità operative condivise per gli invii, lo scambio di informazioni essenziali e la gestione dei rapporti con i difensori, nel rispetto delle prerogative difensive e della riservatezza. - Promuovere iniziative di formazione e aggiornamento professionale in materia di giustizia riparativa, valorizzando tali attività ai fini della formazione continua forense. Fra gli impegni specifici del Comune - Garantire l’organizzazione, l’operatività e la qualità dei percorsi riparativi, mettendo a disposizione personale qualificato secondo quanto previsto dalla normativa vigente in materia, spazi neutrali, strumenti metodologici e supporti adeguati. - Effettuare la valutazione preliminare di ammissibilità e sicurezza per ciascun caso segnalato, acquisendo i consensi informati delle parti interessate. Verona: “Impronte, dalla reclusione alla libertà”, convegno sul reinserimento sociale dei detenuti di Stefano Gabbiano lapiazzaweb.it, 19 marzo 2026 La Fondazione Esodo celebra in questo modo i 15 anni di attività. Oggi Verona ospiterà un importante convegno dal titolo “Impronte - dalla reclusione alla libertà. Da 15 anni in cammino con chi cerca una vita più giusta”, organizzato dalla Fondazione Esodo, che da 15 anni si impegna per il reinserimento sociale e lavorativo delle persone in esecuzione penale. L’evento, che segna il quindicesimo anniversario della fondazione, si terrà con la collaborazione delle diocesi e delle rispettive Caritas diocesane di Verona, Vicenza, Belluno-Feltre, Venezia, Vittorio Veneto, Adria-Rovigo, e con il sostegno della Fondazione Cariverona. Il convegno avrà l’obiettivo di esaminare il futuro del progetto, con particolare attenzione alla sua stabilità e all’impatto delle iniziative, e di presentare le nuove diocesi che entreranno a far parte della Fondazione, ampliando i territori coinvolti nelle attività di accompagnamento e reinserimento dei detenuti. Il giornalista Davide Dionisi, noto per il suo lavoro con Radio Vaticana e L’Osservatore Romano, modererà l’incontro. Tra gli interventi in programma, spicca quello di Irma Conti, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, che affronterà il tema dell’esecuzione penale in Italia, tra carcere e misure alternative. Inoltre, si terrà una tavola rotonda che vedrà il confronto tra istituzioni pubbliche e rappresentanti del terzo settore, per esplorare le modalità di collaborazione nella progettazione e gestione dei percorsi di reintegrazione dei detenuti. Noto (Sr). Reinserimento detenuti: siglato protocollo d’intesa tra carcere e associazione Onesimo siracusapress.it, 19 marzo 2026 L’associazione di volontariato penitenziario ha siglato oggi l’accordo con l’istituto netino per costruire percorsi concreti di inclusione attraverso il coinvolgimento del territorio e del tessuto produttivo locale. L’associazione di volontariato penitenziario Onesimo OdV ha sottoscritto oggi un protocollo d’intesa con il carcere di Noto. L’accordo consolida la presenza dell’associazione nel territorio della provincia di Siracusa e rafforza il ruolo di collegamento tra le istituzioni penitenziarie e la società civile che Onesimo svolge da anni in diversi istituti della Sicilia e di altre regioni italiane. L’intesa si colloca all’interno di un disegno più ampio che l’associazione sta sviluppando su scala provinciale, regionale e nazionale, con l’obiettivo di costruire una rete strutturata di interventi a favore delle persone detenute. Tra le azioni già avviate, Onesimo partecipa attivamente al tavolo tecnico istituito dal Comune di Priolo, un percorso orientato alla creazione di opportunità concrete per detenuti in misure alternative alla pena, attraverso il coinvolgimento del territorio, delle istituzioni e delle realtà produttive locali. “Questo protocollo rappresenta un passo concreto verso una visione di giustizia che non si limita alla pena, ma si orienta alla responsabilizzazione, alla riparazione e alla reintegrazione della persona”, ha dichiarato l’associazione nel comunicato diffuso oggi. Roma. “Oltre le Sbarre”, convegno sul suicidio nelle carceri italiane di Edoardo Iacolucci lacapitale.it, 19 marzo 2026 Il silenzio spesso pesa più delle parole, soprattutto quello che avvolge le storie di chi non ce l’ha fatta dietro le sbarre. Si è svolto il 16 marzo a Villa Altieri, a Roma, l’evento “Oltre le Sbarre. Prevenire il suicidio e custodire la memoria, perché nessuno sia dimenticato”, promosso da Città metropolitana di Roma Capitale insieme a Co.N.O.S.C.I aps. L’iniziativa ha rappresentato un momento di riflessione su un tema sempre più urgente, quello dei suicidi in carcere, ma anche sulle condizioni complessive della detenzione, in un contesto in cui le istituzioni faticano ancora a individuare risposte adeguate e strutturali. La storia di Flavio e la dimensione umana - Al centro dell’incontro la testimonianza di Ivonne Liberati, madre di Flavio, morto nel carcere di Rebibbia sei mesi fa. Attraverso i suoi scritti è emersa la storia di un giovane segnato da fragilità profonde, tra tossicodipendenza e malattia oncologica. La sua storia ha dato un’anima ai numeri, e ha riportato il dibattito sulla necessità di “custodire la memoria”, e non lasciare sole le famiglie. “Numeri che raccontano un sistema in crisi” - Il confronto si è inserito in un quadro già critico. Secondo i dati del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, nel 2025 i detenuti erano circa 63 mila, con un tasso di sovraffollamento pari al 127% e oltre 12 mila presenze in più rispetto alla capienza disponibile. I suicidi sono stati 76, ai quali si aggiungono circa 50 decessi per cause da accertare. Nei primi mesi del 2026 si registrano già 13 casi. Dati che si sommano a quelli di Antigone e che descrivono un sistema in forte sofferenza, segnato da carenze strutturali, difficoltà nella tutela sanitaria e limiti nell’accesso a percorsi di rieducazione e reinserimento. Secondo il rapporto dell’associazione, infatti, alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 138,5%, con numerosi istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. Le criticità riguardano anche le condizioni materiali: nel 42,9% delle carceri non sono garantiti i tre metri quadrati per persona, oltre la metà delle strutture presenta celle senza doccia e nel 45,1% si registrano problemi di acqua calda o condizioni igieniche adeguate. A questo si aggiungono gravi carenze negli spazi per lavoro, scuola e socialità. Particolarmente allarmante è il dato sulle morti in carcere: nel 2025 si sono registrati 238 decessi, di cui 79 suicidi. Come evidenziato nel dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, si tratta di numeri che confermano una situazione strutturalmente critica. “Biolghini: costruire una rete per cambiare il sistema” - Nel suo intervento, Tiziana Biolghini ha posto l’accento sul valore delle testimonianze e sulla necessità di trasformarle in azione politica: “Raccogliere testimonianze importanti come quelle di una vicenda così dolorosa è parte della costruzione di un futuro migliore”. Ha quindi sottolineato il ruolo della memoria come strumento di cambiamento: “Ivonne, madre di Flavio, si fa oggi portatrice di un messaggio importante diventando parte di una rete che non dimentica”. Secondo Biolghini, è fondamentale un impegno condiviso: “Come politici è nostro dovere promuovere momenti di confronto come quello di oggi che portino alla creazione di una rete per l’attuazione dell’art. 27 della Costituzione”. Un passaggio che richiama direttamente la funzione rieducativa della pena, indicando la necessità di ripensare il carcere “non solo strumento di contenimento, ma anche mezzo di inclusione sociale e reintegrazione”. “Michetelli: serve un’alternativa concreta al carcere” - Ancora più netta la posizione di Cristina Michetelli, che ha evidenziato le criticità strutturali del sistema e la necessità di un cambio di paradigma: “È fondamentale mettere in luce le storture del sistema”. Nel suo intervento ha richiamato anche i dati più recenti: “Ai numeri degli ultimi anni si sommano i 13 suicidi del 2026”, evidenziando come la situazione resti emergenziale. Michetelli ha poi criticato l’approccio normativo basato sull’inasprimento delle pene: “Siamo al terzo decreto sicurezza e si continuano ad aumentare le pene come le figure di reato, andando ad aggravare una situazione già sull’orlo del collasso”. Particolare attenzione è stata dedicata al tema dei minori e del sovraffollamento, cresciuto del 50% nelle carceri minorili dopo il decreto Caivano, e alla carenza di personale nella magistratura di sorveglianza. La proposta è chiara: “C’è bisogno di investire veramente in un sistema alternativo”. In questo senso, ha indicato nel Ddl 1064 sulle Case territoriali di reinserimento sociale una possibile soluzione concreta, capace di offrire percorsi alternativi al carcere per soggetti fragili. “Tra memoria e responsabilità collettiva” - Il confronto ha messo in evidenza come il problema non sia solo emergenziale, ma strutturale. Carenze sanitarie, sostegno psicologico insufficiente e difficoltà nei percorsi di reinserimento contribuiscono a un contesto in cui il disagio si traduce spesso in autolesionismo o suicidio. Il tema della memoria, richiamato nel titolo dell’evento, diventa così elemento centrale per costruire consapevolezza e responsabilità collettiva. “Un confronto trasversale” - A moderare l’incontro la giornalista Carlotta Di Santo. Presenti, tra gli altri, Marina Finiti, Anna Baffo, Silvia Di Giovanni, Sandro Libianchi, la senatrice Mariolina Castellone, Andrea Catarci, Giovanni Quarzo e Walter Verini. Un confronto ampio e trasversale che muove dalla necessità di un lavoro condiviso tra istituzioni, operatori e società civile per affrontare una delle crisi più profonde del sistema penitenziario italiano. Siena. Premio teatrale Maurizio Costanzo: dal Santo Spirito al Teatro Parioli, i detenuti in scena di Massimo Biliorsi La Nazione, 19 marzo 2026 “Un bar di paese”, l’allestimento scenico scritto dai ragazzi della casa circondariale di Santo Spirito di Siena con la compagnia Lalut e Egumteatro, vince il Premio teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri 2026 e sarà rappresentata al Teatro Parioli-Costanzo il 20 maggio alla presenza di prestigiose personalità del mondo della cultura e dello spettacolo. Un prestigioso riconoscimento che investe tante persone, dagli stessi detenuti al personale, dai volontari, il direttore Graziano Pujia al comandante della polizia penitenziaria Marco Innocenti. Si tratta della seconda edizione di un premio rivolto alle compagnie teatrali che operano nelle carceri italiane. Questo premio intende celebrare e promuovere l’arte teatrale come strumento di espressione, crescita e reintegrazione sociale all’interno del contesto carcerario. Il bando, a cui hanno partecipato da tutta Italia, era rivolto a tutte le compagnie teatrali che operano all’interno delle carceri italiane. La compagnia teatrale deve essere attiva all’interno di una struttura carceraria italiana. Il testo, scritto in lingua italiana, doveva essere un’opera originale, mai rappresentata in precedenza al di fuori del contesto carcerario. Ne parliamo con il regista Ugo Giulio Lurini. Come nasce questo testo? “Un bar di paese è stato scritto - afferma Lurini - durante un laboratorio di scrittura teatrale tenuto in carcere da Annalisa Bianco, autrice e regista di grandissima esperienza, da una decina di detenuti che saliranno in scena assieme ai Cella Musica e, nell’unico ruolo femminile, la conduttrice del laboratorio teatrale Rita Ceccarelli”. Come giudica questa nuova avventura premiata a livello nazionale? “Sarà una occasione unica per attori e musicisti - conclude Lurini - per calcare il palcoscenico del grande teatro romano. Le prove della messa in scena sono già iniziate”. Nella proclamazione si legge che la valutazione ha tenuto conto dei criteri: di originalità e creatività del testo, della capacità di trasmettere messaggi di inclusione, speranza e riscatto, qualità della scrittura e della struttura drammaturgica. A maggio ci sarà ovviamente grande attenzione mediatica di un progetto che rappresenta un omaggio concreto alla vita artistica e sociale di Maurizio Costanzo, trasformando la memoria in un atto vivo e di impegno sociale. “Raffaello in carcere”. L’arte come forma di riscatto, anche dietro le sbarre rai.it, 19 marzo 2026 Un progetto sonoro che mostra come l’arte diventa percorso di crescita nei penitenziari italiani attraverso la realizzazione dell’arazzo collettivo creato da cento detenuti e ispirato alla Scuola di Atene: da giovedì 19 marzo su RaiPlay Sound è disponibile il nuovo podcast original “Raffaello in Carcere”, un progetto audio in tre puntate per raccontare la nascita di un’opera d’arte collettiva realizzata da detenuti e detenute di sei istituti penitenziari italiani. Il podcast è realizzato e curato da Andrea Borgnino. Supervisione del suono e montaggio Alexandra Genzini. Si ringraziano per la collaborazione la Fondazione Francesca Rava - NPH Italia e Mattia Cavanna. Al centro del racconto c’è un grande arazzo collettivo, ispirato al Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio e realizzato nelle stesse dimensioni dell’opera originale. Un lavoro unico, nato da un anno di studio, creatività e impegno, che ha coinvolto giovani detenuti e detenute in un percorso artistico e umano di grande valore simbolico e sociale. Su scampoli di tela, disegnati di getto con semplici pastelli a cera, i partecipanti hanno dato forma a oltre sessanta personaggi: ritratti, autoritratti, paesaggi e oggetti familiari che raccontano storie personali, modelli di riferimento e desideri di cambiamento. Tutti i frammenti sono stati poi ricomposti e cuciti a mano, trasformandosi in un grande arazzo collettivo. L’opera è nata nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione Francesca Rava - NPH Italia, ideato e realizzato dall’artista Mattia Cavanna. Il lavoro si è svolto tra marzo 2025 e marzo 2026 negli Istituti penali minorili di Bologna, Milano, Roma e Napoli e, in collaborazione con Liberi Dentro, nella Casa circondariale di San Vittore a Milano e nella Casa di reclusione femminile della Giudecca a Venezia. Attraverso le testimonianze dirette dei ragazzi reclusi, insieme alle voci di agenti penitenziari, direttori di istituto, educatori e volontari, il podcast ricostruisce il percorso creativo che ha portato alla nascita dell’arazzo e riflette sul ruolo dell’arte nei processi rieducativi dei giovani e degli adulti autori di reato. Un racconto che intreccia arte, vita e possibilità di riscatto, seguendo la genesi degli oltre sessanta personaggi scelti dai detenuti per questa sorprendente reinterpretazione di uno dei capolavori della storia dell’arte. Presentazione Rilevazione Persone Senza Dimora e del Report della campagna “Tutti Contano” Ristretti Orizzonti, 19 marzo 2026 Il 25 marzo 2026, alle ore 11.00, presso la Sala Stampa dell’Istat, si svolgerà una Conferenza stampa di presentazione dei primi risultati della Rilevazione sulle Persone Senza Dimora realizzata nelle giornate 26, 28 e 29 gennaio 2026, nelle 14 città metropolitane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio di Calabria, Roma, Torino, Venezia). Per partecipare in presenza o seguire online la Conferenza stampa serve registrarsi al form: https://forms.office.com/e/KuVQwwDeJM entro le ore 19.00 del 24 marzo. Ai partecipanti online registrati, il link Teams sarà inviato poco prima dell’evento. La Rilevazione, che fa parte del più ampio progetto del Censimento Istat, ha l’obiettivo di costruire un Sistema informativo per il monitoraggio continuo delle gravi emarginazioni e per la programmazione di politiche pubbliche più efficaci e mirate. I risultati che saranno presentati riguardano la stima e le principali caratteristiche delle persone senza dimora che nelle notti delle giornate di rilevazione vivevano in strada, in sistemazioni di fortuna o erano ospiti delle strutture di accoglienza notturna. Nel corso del 2026 verranno diffusi anche ulteriori approfondimenti riguardanti i percorsi di vita delle persone senza dimora, l’utilizzo dei servizi, le condizioni di salute, le relazioni sociali e le eventuali attività lavorative. L’iniziativa nazionale, promossa dall’Istat e condotta da fio.PSD (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) in collaborazione con enti locali, università, terzo settore, è stata possibile grazie all’aiuto di volontari/e reclutati attraverso la campagna TuttiContano. TuttiContano ha raccolto, nelle città coinvolte, 6.536 iscrizioni di volontarie e volontari, che hanno messo a disposizione un totale di oltre 45.000 ore di attività. Più di 200 collaboratori hanno coordinato le attività nei 179 centri di smistamento individuati nelle 14 città metropolitane. Sui social media la campagna TuttiContano ha ottenuto oltre 5 milioni di visualizzazioni in tre mesi, contribuendo in maniera determinante al successo del reclutamento. Alla Conferenza stampa parteciperanno per la fio.PSD il presidente Alessandro Carta e Michele Ferraris, coordinatore nazionale della Rilevazione. Sarà presente inoltre Caterina Cortese, responsabile dell’Osservatorio fio.PSD, Studio, Ricerca e Promozione Culturale. Per Istat saranno presenti: Cristina Freguja (Direttore del Dipartimento per le Statistiche Sociali e Demografiche), Saverio Gazzelloni (Direttore centrale per le statistiche demografiche e del Censimento della popolazione) e Nicoletta Pannuzi (Direttore centrale per le statistiche sociali e il welfare). Migranti. A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere sulle isole greche in condizioni disumane di Christina Psarra* Il Fatto Quotidiano, 19 marzo 2026 L’accordo, presentato come misura per ridurre la migrazione verso l’Europa, ha invece intrappolato migliaia di persone in campi sovraffollati, esponendole ad abusi e sofferenze. Dieci anni di accordo tra Unione Europea e Turchia possono riassumersi in un resoconto brutale: depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, disturbi del sonno e pensieri suicidi tra le persone migranti intrappolate sulle isole greche. Nei campi sovraffollati, le condizioni igienico-sanitarie inadeguate contribuiscono alla diffusione di infezioni cutanee, malattie respiratorie e disturbi gastrointestinali. Spesso le malattie croniche non vengono diagnosticate né curate, e le donne incinte, con complicazioni legate alle mutilazioni genitali femminili, così come le vittime di violenza sessuale, restano senza assistenza medica per settimane o mesi. A marzo 2016, in un momento in cui gli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo orientale erano in forte aumento, l’accordo tra l’Ue e Turchia è stato presentato come una soluzione pragmatica per ridurre la migrazione verso l’Europa, e salutato come un successo dalla Commissione europea. Ma in questi 10 anni l’accordo ha comportato un costo umano enorme, oltre ad aver radicalmente trasformato la politica migratoria dell’Ue introducendo un modello incentrato sulla deterrenza, il contenimento e l’esternalizzazione dell’asilo. Secondo quanto previsto dall’intesa, i richiedenti asilo che arrivano su isole come Lesbo, Samos, Chio, Kos e Leros devono rimanere lì mentre le loro domande vengono esaminate, a volte per mesi o anni. I team di Medici Senza Frontiere, che forniscono assistenza medica e psicologica ai richiedenti asilo sulle isole greche e che dal 2016 hanno effettuato 156.977 visite ambulatoriali, hanno ripetutamente documentato una situazione umanitaria catastrofica. Violenze alle frontiere, campi sovraffollati, servizi igienico-sanitari inadeguati, accesso limitato all’assistenza sanitaria e un grave deterioramento della salute mentale tra le persone intrappolate, molte delle quali hanno già subito violenze, conflitti o persecuzioni prima di intraprendere i pericolosi viaggi attraverso il Mar Egeo. L’incertezza prolungata, le restrizioni al movimento e le condizioni di vita precarie spesso aggravano i traumi già esistenti: i team di salute mentale di Msf hanno documentato livelli allarmanti di disagio psicologico. A Samos, ad esempio, tra aprile e agosto 2021 il 64% dei nuovi pazienti con disturbi mentali ha riferito di avere pensieri suicidi, mentre per il 14% è stato valutato un rischio effettivo di tentare il suicidio. A seguito della demolizione del campo di Moria sull’isola di Lesbo nel 2020, su diverse isole sono state istituite nuove strutture denominate Centri a Accesso Controllato Chiuso (CCAC). Sebbene presentati come strutture di accoglienza migliorate, questi campi sono situati in aree remote e operano sotto stretta sorveglianza e con rigidi controlli di accesso, rafforzando la logica del contenimento e dell’esclusione. Negli ultimi 10 anni, l’accordo Ue-Turchia è servito anche da modello per più ampie politiche di esternalizzazione della migrazione. L’Ue ha ampliato la cooperazione con paesi quali Libia, Tunisia, Senegal, Mauritania, Marocco, Niger, Egitto e diversi Stati dei Balcani occidentali per impedire alle persone di raggiungere l’Europa. Questi partenariati comportano spesso assistenza finanziaria o cooperazione nel rafforzamento dei controlli alle frontiere, trasferendo di fatto la responsabilità della protezione dei rifugiati a paesi in cui le tutele e i sistemi di asilo sono spesso limitati. Nonostante queste politiche sempre più restrittive, le persone continuano a tentare pericolose traversate via mare. I naufragi e le intercettazioni violente rimangono frequenti, a dimostrazione dei rischi che le persone continuano ad affrontare in assenza di vie sicure per raggiungere la protezione. Medici Senza Frontiere chiede alle autorità europee e greche di ripensare radicalmente il loro approccio alla migrazione, sottolineando l’urgente necessità di porre fine alle inutili sofferenze di donne, bambini e famiglie intrappolati in condizioni spaventose. I governi devono garantire condizioni di accoglienza sicure e dignitose, l’accesso all’assistenza sanitaria e procedure di asilo eque ed efficienti, e porre fine alle politiche che trasferiscono le responsabilità di protezione dell’Europa al di fuori dei suoi confini. *Direttrice generale di Msf Grecia