Il Presidente Mattarella: “Ogni suicidio in carcere è una sconfitta dello Stato” di Ilaria Dioguardi vita.it, 18 marzo 2026 In occasione dell’incontro con il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e con una rappresentanza della polizia penitenziaria, il Presidente della Repubblica ha definito ogni suicidio in carcere una “sconfitta dello Stato cui sono affidate le vite dei detenuti”. Don Moreno Versolato, cappellano nella Terza casa circondariale di Rebibbia: “Una sconfitta per tutta la società”. Don Giuseppe Bettoni, cappellano volontario nella sezione femminile della casa di reclusione di Bollate: “È l’unica voce istituzionale che si alza in difesa dei diritti delle persone detenute”. “Vi sono tanti problemi che tutti conosciamo e conoscete voi meglio di ogni altro. Il primo dei quali è la piaga dei suicidi dei detenuti, che non si attenua. Ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato cui sono affidate le vite dei detenuti”. Sono le parole che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato in occasione dell’incontro con il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap Stefano Carmine De Michele e con una rappresentanza del corpo di polizia penitenziaria in occasione del 209° anniversario. “Il Presidente ha perfettamente ragione. Io dico sempre che, per me, ogni suicidio in carcere è una sconfitta. Uno Stato che ha in consegna delle persone e poi le lascia morire o non le custodisce fino in fondo, per me è davvero una sconfitta. Ma non solo per lo Stato, per tutta la società. E anche per noi Chiesa, per la comunità cristiana”, dice don Moreno Versolato, cappellano da 10 anni nella Terza casa circondariale di Rebibbia. Reinserimento: scelta di civiltà e investimento per la sicurezza - “Vi è, inoltre, un’esigenza che va sviluppata sempre di più e che voi conoscete meglio di ogni altro, perché la vivete giorno per giorno: la finalità di reinserimento, di recupero dei detenuti; per tutti, particolarmente per i più giovani”, ha continuato il Presidente rivolgendosi agli agenti della polizia penitenziaria presenti all’incontro al Quirinale. “È non soltanto un obbligo costituzionale, ma è una scelta di civiltà, ed è anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza, perché l’opera di recupero, quando svolta, conduce a una recidiva estremamente bassa e, quindi, è una responsabilità che la Repubblica ha, da coltivare concretamente il più possibile”. “Il carcere è visto dalla Costituzione come extrema ratio, quindi dovrebbero essere messe in campo tutte quelle possibilità, tutte quelle forze, tutte quelle energie che, in modo particolare per i più giovani, li aiutano a uscire dall’illegalità. In questo modo, davvero il carcere rappresenterebbe una sicurezza per la società”, continua don Versolato. “Invece, molto spesso chi esce dal carcere esce arrabbiato perché le condizioni negli istituti di pena esasperano le persone. Un altro grande problema è che le persone, in carcere, diventano esperte nel crimine perché sono a contatto con chi fa loro scuola del crimine. Quando non c’è il personale (educatori, psicologi) che accompagna questi ragazzi, sono lasciati alla mercé di chi li introduce ancora di più nella malavita”. “Rendere più alta la speranza di recupero del futuro” - “Sono molto importanti le attività che vengono definite con un termine - dicevo poc’anzi al capo Dipartimento - non felicissimo, “trattamentali”, ma che sono essenziali in questa finalità di recupero e reinserimento. Anche per rendere più alta la speranza di recupero per il futuro. E d’altronde questa, come tutti sappiamo, è una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare”, ha continuato Mattarella. La noia è devastante - “Il trattamento, come è chiamato quello nei confronti delle persone in detenzione intramuraria, ultimamente con le norme che ha fatto questo Governo sono molto limitate. Sono state istituite delle regole che non permettono più direttamente all’area educativa di ogni direzione del carcere di scegliere da sola i percorsi, c’è un ufficio al Dap istituito per visionare le proposte. Io stesso inoltro tante proposte di attività, proprio perché mi accorgo che mancano rispetto a 10 anni fa, quando sono arrivato in quel carcere”, continua don Versolato. “La Terza casa di Rebibbia è un istituto a custodia attenuata, dove una parte dei detenuti è composta da semiliberi e un’altra parte lavora alcune ore all’interno del carcere, ma la maggior parte del tempo non fanno niente, possono girare negli spazi della sezione a loro disposizione ma senza far nulla: la noia è devastante. Quando sono arrivato c’erano i laboratori di mosaico, di giornalismo, di scrittura creativa, di fotografia. Oggi molto meno”. “Anni fa si sentiva la frase bruttissima “Buttiamo la chiave”. Ci si è resi conto che in un Paese civile questa frase non va bene. Però, nei fatti, per le leggi che vengono decise, si opera come se si dovessero chiudere le persone in carcere e buttare la chiave”, dice don Giuseppe Bettoni, cappellano volontario nella sezione femminile della casa di reclusione di Milano - Bollate e all’Istituto a custodia attenuata per detenute madri-icam di Milano. “A partire dai decreti che sono stati fatti per aumentare le pene dei reati. Questo Governo invece di permettere alle persone con le misure alternative di uscire, di seguire percorsi accompagnati in case che accolgano i detenuti, fa il contrario”. “Quella del Presidente della Repubblica è l’unica voce istituzionale che spesso si alza in difesa dei diritti delle persone detenute. Mattarella dà voce a un disagio che noi operatori annunciamo e dichiariamo da tempo. La situazione è davvero molto complicata, molto complessa. Il sovraffollamento è la causa principale, ma anche la mancanza del personale: psicologi, educatori, psichiatri. Tenuto conto che la situazione di molte detenute e detenuti è di avere complicazioni di tipo psichiatrico psicologico, la detenzione chiusa, fine a se stessa è un fallimento proprio su mandato costituzionale”, continua don Bettoni. “Ha ragione Mattarella a denunciare perché un compito dello Stato, lo dice la Costituzione, è di rieducare. In questo momento prevale la pulsione punitiva, se non vendicativa, oserei dire. Quasi a dar voce a quel desiderio di vendetta che c’è nell’istinto di ogni essere umano che, però, in qualche modo dobbiamo imparare a gestire. Lavorare sulla rieducazione è un impegno molto importante”. “Nel carcere di Bollate, tutto l’impegno messo nel preparare corsi, favorire la formazione universitaria piuttosto che scolastica, nello sviluppo di attività lavorativa produce una recidiva bassissima, in confronto a quello che accade normalmente, in media, negli istiuti dovrebbe essere un segnale importante”, continua don Bettoni. “Bisogna riuscire a far sì che alla persona vengano date delle possibilità e non venga identificata semplicemente col reato. In qualche modo va sanzionata per i suoi errori, ma non per questo i suoi diritti vengono meno. Viene limitata la sua libertà, ma deve essere accompagnato a ritrovare le dimensioni umane, sociali e personali”. “In prigione i bambini con le mamme: un controsenso di civiltà” Nell’icam di Milano San Vittore “sono presenti otto mamme in questo momento, ognuna con un bambino almeno. Mandare in prigione i piccoli con le madri mi sembra un controsenso di civiltà. Senza contare gli altri figli che sono a casa, senza le mamme. Ci sono tante altre modalità perché si sconti una pena, come il braccialetto elettronico o i domiciliari senza far pagare ai bambini la responsabilità di una colpa che è delle madri”, prosegue il cappellano. “Anche il lavoro che si fa con le donne rom, che sono molte, sul maturare la convinzione che bisogna mandare i bambini a scuola, per impedire loro di fare la vita che hanno fatto loro, è la vera scommessa di futuro, di conquista sociale”. Donne: il 4% della popolazione detenuta - “Le donne sono numericamente sempre intorno al 4% della popolazione detenuta. Il carcere è pensato e concepito per gli uomini. Alle donne normalmente, purtroppo, vengono date meno opportunità, per motivi culturali e per un retaggio organizzativo. A Bollate si fanno tanti corsi ed iniziative, ma nella sezione femminile la proporzione è davvero inferiore”, continua don Bettoni. “Manca il personale qualificato, che segua la detenzione femminile dall’assistenza sanitaria ai bisogni necessari. A Bollate femminile sono oltre 200 le donne presenti, erano circa 120 solo un anno e mezzo fa. Questo vuol dire celle da sei-sette persone, diventa una vita ad altissima tensione. Se sono presenti quattro educatrici per 200 donne detenute, come si può parlare di reinserimento e di recupero?”. Investire sul personale e sulle pene alternative - I principi li conosciamo bene, occorre fare degli investimenti di risorse sul personale e sulle pene alternative, ad esempio, anziché moltiplicare le carceri. C’è una carenza cronica sia di agenti, sia di educatori e psicologi. Se si ha una visione di un carcere rieducativo volto alla riabilitazione delle persone, bisogna investire più risorse nelle figure professionali che aiutano questo percorso, invece che su un carcere punitivo. Ma questa seconda opzione permette minori investimenti. Una telefonata allunga la vita… e un decreto del ministero della Giustizia l’accorcia di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Il Dubbio, 18 marzo 2026 Bella l’idea di rimettere, qualche decennio dopo, Massimo Lopez nel fortino della Legione straniera, dove ancora fa attendere il suo plotone d’esecuzione grazie a un’interminabile telefonata, rilanciando così il fortunato slogan “una telefonata allunga la vita” (in carcere si diventa necessariamente dei grandi esperti di programmi televisivi, pubblicità comprese). In effetti “una telefonata allunga la vita”, con la voce dei tuoi affetti, vicini e lontani, dei tuoi figli, dei tuoi amici e dei tuoi amori. Soprattutto qui in carcere, una telefonata - sia pure limitata a 10 minuti massimo - ti fa sentire più vivo, meno separato dalla realtà. Quante persone detenute, nei momenti di sconforto, si sono appese alla cornetta telefonica per non sprofondare nel buco nero della depressione, che nelle celle è l’anticamera diretta della morte per suicidio o per overdose. ì+E quanti altri hanno trovato in una telefonata il freno per non cadere in reazioni isteriche di fronte alle piccole e grandi prepotenze che sono costretti a subire, per non commettere di nuovo violenza, per non fare “sciocchezze”. Insomma, soprattutto in carcere, una telefonata è un forte stabilizzatore emotivo, una riserva estrema di calore umano a cui ricorrere quando i colloqui scarseggiano e i permessi non arrivano. Ma cosa fa, invece, la nostra politica e la nostra amministrazione? Comprime in modo ipocrita questa opportunità vitale. Per capirlo bisogna fare un passo indietro ai tempi dell’epidemia Covid. In quel periodo, visto che i colloqui erano ovviamente vietati e che tutti, dentro e fuori le carceri, eravamo in pericolo di vita, si decise di aumentare le telefonate concesse alle persone detenute da 4 al mese - secondo quanto previsto dall’Ordinamento - al numero straordinario di 18 al mese. Finita l’emergenza, molti carceri hanno mantenuto comunque un numero più alto di telefonate rispetto a quello previsto originariamente. A Rebibbia la Direzione scelse di mantenere 8 telefonate mensili. Arrivati a fine 2025 il Ministero della Giustizia decide di mettere ordine a questa questione e di fare anche la figura del magnanimo, emanando un DPR che fissa a 6 le telefonate mensili, quindi 2 in più del vecchio ordinamento, ma molte in meno per tutti le carceri che avevano mantenuto un numero più elevato dopo il Covid. A Rebibbia, ad esempio, il risultato pratico è che da questo mese siamo passati da 8 a 6 telefonate al mese. Ma perché? Che senso ha? L’alibi è sempre quello della sicurezza: troppe telefonate permetterebbero a detenuti pericolosi di mantenere i contatti dal carcere con le loro associazioni criminali. È una scusa ridicola. Innanzitutto perché i detenuti veramente pericolosi (o presunti tali) hanno un regime a parte che gli consente solo 4 telefonate al mese. Poi, soprattutto, chi vuole mantenere contatti illeciti con il resto del mondo, non si affida alle telefonate fatte con il telefono del carcere (che è intercettato e può chiamare solo alcuni numeri consentiti), ma utilizza uno dei tanti cellulari clandestini che circolano nelle carceri italiane. Stiamo rivelando qualche inquietante “notizia criminis” per cui saremo presto interrogati? No, no, stiamo solo riportando quanto abbiamo letto nell’ultimo Decreto sicurezza emanato dal Governo Meloni. Infatti in questo Decreto, attualmente in conversione alle Camere, viene addirittura prevista la presenza nelle carceri di “agenti sotto copertura” della Polizia penitenziaria. E quali reati si dovrebbero perseguire con una misura così estrema e discutibile? Tra gli altri, si legge, “l’indebita introduzione di strumenti cellulari all’interno delle carceri per consentire comunicazioni non autorizzate”. Il che significa che l’Amministrazione ammette che la diffusione dei cellulari nelle carceri è una realtà. E allora, torniamo a ripetere, che senso ha limitare o ridurre le telefonate controllate attraverso i telefoni ufficiali del carcere? Infatti negli istituti di pena degli altri paesi europei queste limitazioni insulse non esistono e ci si affida ai limiti imposti dalle tessere a pagamento che vengono date a chi ne fa richiesta (come qui da noi). Da qui un nostro ennesimo appello: visto che questo Decreto Legge è in discussione alle Camere, perché qualche parlamentare illuminato non propone un emendamento che abolisca questa anacronistica limitazione delle telefonate autorizzate, o almeno aumenti il numero di quelle previste? Visto che per il sovraffollamento non riuscite a fare nulla, visto che ancora oggi, dopo 8 mesi dall’emanazione del piano carceri, non siete riusciti a creare nessun nuovo posto in carcere, che ne dite di dimostrare un po’ di buon senso, rafforzando il più semplice, efficace e innocuo degli stabilizzatori emotivi? “Una telefonata allunga la vita”: qui in carcere non è uno slogan, è una realtà. Perché gli studenti minori non possono partecipare a progetti preventivi-educativi? La Repubblica, 18 marzo 2026 È la domanda, pubblicata da “Ristretti Orizzonti, rivolta all’Amministrazione penitenziaria dal “Coordinamento dell’istituto di pena Due Palazzi” di Padova. Succede dunque anche a Padova. “Ci è stato comunicato in questi giorni - si legge nella nota diffusa dal ‘Coordinamento dell’istituto di pena Due Palazzi’ di Padova e rilanciata da Ristretti Orizzonti - che all’iniziativa ‘Incontro di formazione per gli studenti e presentazione dello spettacolo Babele’ non potranno partecipare gli studenti minorenni. Era prevista per il 26 marzo prossimo. Cos’è il TeatroCarcere Due Palazzi. È attivo dal 2005, con la direzione artistica di Maria Cinzia Zanellato, ed è un progetto di inclusione sociale e giustizia riparativa. Con i laboratori teatrali, le persone detenute si rimettono in discussione, creando un ponte tra il carcere e l’esterno, con spettacoli e testimonianze. La presenza in carcere in costante aumento di giovani-adulti. Il Coordinamento dell’istituto di pena chiede quali siano le motivazioni di questa esclusione di 35 alunni su 50. L’attività di TeatroCarcere Due Palazzi coinvolge in particolare la fascia di persone detenute giovani (i cosiddetti giovani adulti) la cui presenza negli istituti penitenziari è in costante aumento e rappresenta una crescente criticità; si tratta di persone particolarmente fragili - 18-20 anni e 30-35 - e con specifiche difficoltà di adattamento alla vita detentiva. La riflessione su legalità e illegalità. Il lavoro di TeatroCarcere Due Palazzi è realizzato insieme con il Gregorianum: sono otto giovani del mondo esterno, impegnati e sensibili, la cui partecipazione permette un confronto generazionale e un incontro nella forma di “apprendimento tra pari”. La finalità dell’iniziativa (approvata dal Collegio Docenti) per l’I.I.S. Atestino di Este, in provincia di Padova, è quello di promuovere una riflessione sul tema della legalità e illegalità attraverso esperienze nella realtà del carcere mediata da un evento culturale. È infatti convinzione della dirigente scolastica e dei docenti che questo incontro e confronto aiuti gli studenti a superare gli stereotipi. I divieti che impediscono ai minorenni di entrare in carcere a scopo educativo. Le cronache in tutto il paese raccontano di divieti di ingresso generalizzati negli istituti penitenziari di minorenni, e di studenti in generale, anche in realtà nelle quali esisteva una positiva tradizione di iniziative di rieducazione collegate alla scuola e all’ingresso di giovani. “Come Coordinamento Carcere Due Palazzi - conclude la nota - ci preoccupa questa tendenza, e ci chiediamo come sia possibile che iniziative educative promosse da istituzioni scolastiche e autorizzate da genitori vengano invece impedite e bloccate dai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria. Con quali motivazioni e in nome di quali principi e normative?” “ScegliAmo Bene”: solidarietà per le persone detenute a misura di studente di Giacomo Galeazzi interris.it, 18 marzo 2026 Carceri italiane: sovraffollamento al 124%. La San Vincenzo De Paoli rilancia dignità, reinserimento e legalità. Sensibilizzare gli studenti alla solidarietà nel sostegno ai percorsi trattamentali e nel mantenimento del legame tra carcere e comunità. L’associazione promuove percorsi formativi per volontari, laboratori culturali e progetti di educazione alla legalità come “ScegliAmo Bene”, rivolto agli studenti delle scuole superiori. Il sovraffollamento nelle carceri italiane raggiunge il 124%, con 63.734 detenuti a fronte di una capienza di 46.126 posti. Circa il 65% presenta forme di disagio psichico e nei primi 40 giorni del 2026 si sono registrati sette suicidi. I detenuti stranieri sono oltre 20.000 (31,6%). Mentre negli Istituti Penali per Minorenni sono ristretti 631 giovani, il 62% dei quali minorenni. A fare il punto è stato il professor Franco Prina all’Assemblea Nazionale della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, sottolineando il ruolo essenziale del volontariato penitenziario nella tutela della dignità dei detenuti. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ha ribadito il proprio impegno. “Chi vive il carisma vincenziano è facilitato nel servizio alla fragilità. E quindi anche alla persona detenuta - ha affermato Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza. Federico Ozanam ci richiama a lavorare sulla dignità, ridando speranza e prendendoci cura anche delle famiglie”. Nei mesi scorsi si è concluso il ciclo formativo “Essere presenza nel mondo del carcere”, con oltre cento partecipanti provenienti da diverse regioni italiane, approfondendo giustizia minorile, devianza, reinserimento e ascolto empatico. Oltre all’accompagnamento dei detenuti, la Società organizza iniziative culturali come il Premio Castelli, concorso letterario che sostiene il reinserimento sociale e la valorizzazione della dignità della persona. La presenza stabile e formata dei volontari nelle carceri mira a rendere effettiva la funzione rieducativa della pena e a promuovere una cultura condivisa della legalità e della responsabilità civile. Fondata a Parigi nel 1833 dal beato Antonio Federico Ozanam, la Società di San Vincenzo De Paoli conta oltre 2,5 milioni di volontari in 155 Paesi. In Italia la Federazione Nazionale Italiana ODV conta circa 12.500 soci, accompagnando ogni anno oltre 100 mila persone in difficoltà. Referendum giustizia, tra speranze di affluenza e pulsioni demagogiche di Massimo Franco Corriere della Sera, 18 marzo 2026 Gli sforzi meritori di entrare nel merito sono sovrastati da calcoli squisitamente politici. E comunque non ci si sottrae alla sensazione di un referendum difficile e parzialmente oscuro. Il ministro Carlo Nordio esprime un’aspettativa diffusa, quando dichiara di sperare “nell’affluenza più alta possibile, tra il 50 e il 60% almeno”. Significherebbe dare dignità a una consultazione che toccherà 7 articoli della Costituzione; e che sarebbe valida anche se andasse a votare meno della metà dell’elettorato. Non solo. La speranza del Guardasigilli, se confermata, mostrerebbe una classe politica in grado di interpretare una voglia di partecipazione frustrata da una campagna referendaria al limite della decenza. In questo, le responsabilità appaiono più o meno equamente distribuite. E il timore che alla fine alle urne vada poca gente rende più acuta l’incertezza su chi potrà prevalere, e più vistoso il nervosismo. Solo che, invece di suggerire moderazione e cautela, l’incognita che grava sul referendum del 22 e 23 marzo sembra contribuire a una regressione dei toni e del linguaggio. Gli scenari quasi apocalittici che i due schieramenti evocano, ognuno a proprio vantaggio e soprattutto per screditare gli avversari, suonano esagerati. Anche perché contraddicono una narrazione che, sul fronte del governo, premette l’impossibilità di una crisi anche nel caso di una prevalenza dei No. E su quello opposto, nega il progetto di una spallata contro Palazzo Chigi ma spera di darla, additando altrimenti sbocchi autoritari. Gli sforzi meritori di entrare nel merito sono sovrastati da calcoli squisitamente politici. E comunque non ci si sottrae alla sensazione di un referendum difficile e parzialmente oscuro per chi non appartenga al ceto politico o giudiziario. Per questo, seppure tardivamente, si comincia a sottolineare il problema che si porrebbe di fronte a una partecipazione bassa. E ci si rende conto che se la Costituzione fosse cambiata o confermata da una minoranza, sarebbe un risultato a dir poco controverso. Semmai, c’è da chiedersi come mai nessuno si sia chiesto se non fosse il caso di cambiare la norma sul quorum prima e non dopo la proclamazione del referendum. Ora è tardi, e la “stortura”, come l’ha chiamata il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si proietterà sul “dopo”. Il vero tema è proprio quello che accadrà una volta chiusa la consultazione: scenario nel quale tutti fingeranno di avere vinto, anche se la sconfitta lascerà un livido a chi la subirà. Una partecipazione inferiore alle aspettative confermerebbe l’incapacità dei fautori del Sì e del No di mobilitare l’opinione pubblica con parole d’ordine estreme. Anche perché, comunque, si dovranno cercare di rimuovere rapidamente le macerie di uno scontro che ha avuto i contorni del conflitto istituzionale. E ricominciare a parlare con un linguaggio, se non pacato, depurato dagli eccessi della demagogia. Spunti per dribblare la trivialità reciproca fra i fronti del Sì e del No di Adriano Sofri Il Foglio, 18 marzo 2026 Dalla questione dell’affollamento nel carcere di Sollicciano fino al dietro le quinte dello stato e dei governi. Oltre le urne di marzo. Ieri, mentre toccava nuovi record la specialità degli omicidii mirati, la discussione sul referendum e il capitolo connesso della condizione delle carceri registrava qualche passo più dignitoso. Era successo che il presidente della Repubblica accogliesse gli agenti di polizia penitenziaria nell’anniversario della fondazione, e svolgesse un impegnato discorso sul personale carente, sui suicidi di detenuti che non diminuiscono, sull’inosservanza del dettato costituzionale per la rieducazione e il suo beneficio sociale, sul sovraffollamento aggravato dalla moltiplicazione di reati e pene: ne svolgeva una bella cronaca ragionata Damiano Aliprandi sul Dubbio. A Firenze, Sollicciano, la questione dell’affollamento e delle condizioni igieniche, sanitarie e materiali - l’ormai leggendaria lotta fra prigionieri umani e cimici e roditori, vinta per distacco dai secondi - ha indotto l’Ufficio di Sorveglianza a rivendicare dai giudici costituzionali, clamorosamente quanto ovviamente, sul ricorso di un detenuto, il differimento della pena per chi sia destinato a entrare in un carcere invivibile e incostituzionale. Ne scriveva ieri Andrea Pugiotto sull’Unità. Ancora ieri un ex magistrato “quarantennale”, Paolo Borgna, passato e ripassato dalla pubblica accusa al giudizio, ripercorreva in un denso saggio per l’Avvenire la vicenda del rapporto sempre eluso, fino ad accantonarlo, fra indipendenza della magistratura e legittimazione democratica. Altri interventi arricchivano la denuncia della trivialità reciproca di tanta parte della campagna referendaria, che è ormai diventata un genere letterario. Coloro i quali proclamano che i sostenitori della tesi opposta sono poco meno che criminali e complici di criminali e comunque malvagi d’animo passano all’ingrosso in un’unica adunata di malviventi: maggioranza, forse. Fra gli interventi tesi a illustrare la posta tecnica, “non semplice”, del referendum ce n’era uno di Alfonso Celotto per la Stampa. Avevo appena ascoltato, nelle notti insonni di radio radicale, che il cielo e il Parlamento la conservino, la presentazione di una autobiografia di Celotto intitolata: “Oligocrazia. Il potere sono io”, Bompiani, in cui l’autore era accompagnato dal giornalista Giuseppe Salvaggiulo (1976), noto a queste pagine, e autore anonimo fra l’altro di un “Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli 2020) che è l’incunabolo del semiomonimo libro di Celotto; e da Francesco Caringella (Bari, 1965), presidente di sezione del Consiglio di stato, prolifico autore di testi giuridici e anche lui di romanzi polizieschi. Docente di Diritto costituzionale, avvocato e romanziere recidivo, Celotto, Castellammare di Stabia 1966, raccontava soprattutto la propria ascesa dalla provincia (patria di Gava, peraltro) e da un’origine popolare (“nonno benzinaio e padre meccanico”, ricordati un paio di volte dai presentatori, così da far temere che fosse orfano di nonne e madre) a cariche istituzionali ingenti come quelle di capo gabinetto di una serie di ministeri e di consigliere legislativo di altrettanti, compresi Antonio Maccanico ed Emma Bonino, con la libertà di disdire per insofferenza personale alcuni di quegli incarichi prestigiosi e lucrosi. Avvertito della presenza nell’uditorio di altri numerosi capi di gabinetto e simili, ho ascoltato con passione, perché non capita spesso ai cittadini profani e vecchi come me di sbirciare dietro le quinte dello stato e dei governi, se non nei romanzi russi così attenti alla Tabella dei ranghi. Ironica e spiritosa, benché molto amicale, la conversazione faceva immaginare che lo stato sia al punto di illuminare le sue camere oscure e aprire ai non addetti ai lavori. Il passaggio, nel volgere di un quinquennio, dall’anonimato - “Per la prima volta un capo di gabinetto…” - alla firma pubblicata e ostentata, è coinciso oltretutto con una esposizione di magistrati, procuratori e giudici alla rinfusa, senza precedenti, sicché ci si chiede se Gratteri sia un conduttore televisivo che fa anche il capo della procura di Napoli o viceversa, e sulla scia anche uno stuolo di usciti dal riserbo. “Il giudice ‘inaccessibile come una divinità dell’empireo’, celebrato da Piero Calamandrei, è una figura retorica che appartiene alla letteratura del passato. Questa mutazione non è colpa dei magistrati. Il ruolo del giudiziario oggi è diverso semplicemente perché è cambiato il mondo” - così Borgna. Il ruolo di chiunque. Naturalmente, bisogna stare in guardia. Dietro la trasparenza gli arcana imperii fanno festa. Però almeno giudici, pubblici ministeri, capi di gabinetto, generali e ambasciatori si saranno fatti conoscere, come già i papi, le cortigiane e i massaggiatori dei tennisti. È da noi che dovremo guardarci. Insegnare alle nipoti a non accettare caramelle dai conosciuti. “Pdl Zuncheddu”: una rendita mensile alle vittime di malagiustizia di Francesco Curridori Il Giornale, 18 marzo 2026 Pdl Zuncheddu. È dedicata al pastore sardo che ha trascorso 33 anni in carcere per un errore giudiziario, la proposta di legge di Forza Italia in favore delle vittime di malagiustizia. Il testo prevede l’erogazione di una rendita mensile pari al doppio dell’assegno sociale per un periodo non inferiore al doppio della durata della custodia cautelare ingiustamente sofferta. La proposta “punta a garantire una provvisionale economica a chi alla fine di un processo è stato assolto” e prevede che l’assegno “parta dal momento dell’assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno”, un periodo che può durare anni. “Un aiuto economico immediato per le vittime di ingiusta detenzione”, scrive su X il vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani che definisce Beniamino Zuncheddu “simbolo della più clamorosa ingiustizia della nostra storia”. Forza Italia vuole, quindi, “colmare un vuoto di tutela inaccettabile e restituire - si legge ancora nel tweet di Tajani - dignità ai 30.000 cittadini che, negli ultimi 30 anni, come Beniamino hanno sofferto ingiustamente le pene del carcere”. Il leader di Forza Italia, poi, sentenzia: “Nessuno ha pagato per questi errori giudiziari. Anche per riparare a queste ingiustizie voteremo SÌ alla riforma della giustizia, perché nessun altro possa subire questo torto”. Nel corso della conferenza stampa, invece, il presidente dei senatori azzurri Maurizio Gasparri ha ricordato come “tante vittime di malagiustizia rimangono prive di mezzi di sostentamento” e, perciò, è necessaria “un’erogazione di mille euro per consentire a queste vittime di malagiustizia almeno di sopravvivere, perché spesso si devastano le loro vite, il loro lavoro, la loro famiglia”. All’incontro era presente anche il deputato Pietro Pittalis, componente della Commissione Giustizia e primo firmatario della proposta di legge, che spiega da un’iniziativa del Partito Radicale che Forza Italia ha voluto fare propria. Secondo Pittalis, “lo Stato ha il dovere di intervenire con tempestività e concretezza” e “anche questa - ha concluso - è una buona ragione per votare SÌ al referendum: per rafforzare le garanzie, migliorare il funzionamento della giustizia e fare in modo che simili errori non si ripetano mai più”. All’evento ha preso parte in video collegamento proprio Zuncheddu che ha ricordato: “Quando sono uscito non mi hanno dato pure un centesimo per prendere un pullman...”. E ha aggiunto: “Uno esce da lì, ti aprono il cancello, poi arrangiati, vivi e ti salvi come puoi, io, grazie a Dio, ho la famiglia e mi stanno ancora mantenendo a me con tutte le spese che hanno già avuto”. Il dramma dell’ingiusta detenzione resta: “Certo, quello non lo si dimentica mai, quella è una ferita che rimarrà per sempre. Ho perso tutto, non ho niente, non ho nulla, cioè non mi sono potuto fare famiglia, non mi sono fatto nulla, e poi con quest’età, chi mi prende a lavorare?”. L’ex pastore è schierato apertamente per la separazione delle carriere e, a tal proposito, dice: “È inutile che vado con l’avvocato, perché l’avvocato non serve a niente perché non ha voce in capitolo. E’ il giudice e il pubblico ministero, sono due contro uno”. La deputata azzurra Rita Dalla Chiesa commenta: “Ne incontriamo tutti i giorni di queste vittime come Beniamino Zuncheddu perché 33 anni passati in carcere come è capitato a lui non sono uno scherzo. Fermiamoci a pensare a quanti siano 33 anni, un macigno grande così da portare addosso, sulle spalle, e con il quale si invecchia”. E ancora: “Sono 33 anni della vita di un uomo, passati, buttati via. Come se l’avessero fatto nascere e poi morire. E poi fa male sapere che nessuno paga”. Dalla Chiesa, poi, conclude: “Questi giudici che l’hanno condannato, che gli hanno inflitto 33 anni di carcere mi chiedo dove siano finiti, cosa abbiano fatto della loro carriera. So soltanto che loro hanno vissuto, visto crescere i figli, festeggiato il Natale, hanno trascorso la loro vita come hanno voluto. Beniamino Zuncheddu invece è stato chiuso in una cella per 33 anni: per me è impossibile soltanto da immaginare”. La giustizia ha distrutto la vita di mio padre: nessuno ha chiesto scusa di Simona Sparaco La Stampa, 18 marzo 2026 Arrestato per un pettegolezzo, è stato risarcito in modo ridicolo. Lunedì 23 marzo, giorno di referendum, mio padre avrebbe compiuto 83 anni. Uso il condizionale perché invece se ne è andato due mesi fa senza preavviso, ma senza neanche soffrire. La giustizia molte volte non sembra abitare in questo mondo, ma la morte di mio padre è stata in qualche modo giusta, per uno come lui, che nella vita ha sofferto ingiustamente. Erano vent’anni che non mi capitava di incrociare l’immagine del magistrato Henry John Woodcock, forse perché l’ho sempre accuratamente evitata e il solo pensiero mi faceva rabbrividire. La settimana scorsa però l’ho visto spuntare dal televisore con la prepotenza di un fastidioso pop up. Partecipava a un dibattito da dove è uscito ridicolizzato e incespicante, come forse lo avrà conosciuto mio padre vent’anni fa. Non so dove io abbia trovato il coraggio di ascoltarlo senza cambiare canale. Non ho mai raccontato la nostra storia pubblicamente e difficilmente ne parlo persino con gli amici. Da quando papà ci ha lasciati, però, ci ho ripensato a lungo. Lui per me è stato un vero eroe romantico, l’uomo più importante della mia vita, insieme ai miei figli e a mio marito. Era a capo di un’impresa che ha fondato mio nonno e che ha contribuito a ricostruire l’Italia con le autostrade, i porti, gli ospedali e tanto altro, dagli anni Quaranta fino al 2002, l’anno in cui Woodcock la demolì. All’epoca avevo vent’anni, dovevo dare un esame all’università. Quella mattina però la sveglia non fece in tempo a suonare. Nella mia stanza entrarono due poliziotti, che dovevano perquisire la casa. Cercavano persino tra i miei libri, tra gli appunti dell’esame, i diari. Ricordo lo sguardo sgomento di mio padre e i suoi occhi che però, quando incrociavano i miei, cercavano di nascondere la loro preoccupazione. È sempre stato così con noi figli, ci ha sempre nascosto le sue sofferenze, ci è sempre apparso leggero e spensierato anche quando non lo era affatto. Lo portarono via in manette, a bordo di una di quelle camionette che si usano per i criminali. Era stato accusato di avere corrotto il direttore generale dell’Inail con un appartamento situato in una via che non esisteva nemmeno negli stradari. Mio padre si presentò a quel direttore in quella stessa camionetta che li trasportava fino al carcere di Potenza: prima di quel giorno non si erano mai visti. Nelle cinquecento pagine di intercettazioni che ricevemmo dall’avvocato e che io, mia madre e i miei fratelli leggemmo per tutta la notte, non c’era nulla, se non la dichiarazione di un funzionario dell’Inail che dopo ore di interrogatorio diceva: “Ho sentito dire che Luigi Sparaco pare abbia dato una casa al direttore generale per ottenere un appalto”. In altre parole, un pettegolezzo. Assurdo e “vuoto come una cornice senza quadro” come ripeteva spesso mio padre. Quando venne interrogato da Woodcock gli disse: “Una casa non è una busta che ci si mette in tasca. Se pensate che io abbia dato una casa a una persona che non conosco, per favore trovatela”. Rimase in galera per mesi, e quando finalmente ottenne l’ordine di scarcerazione il Gip aveva talmente fretta di andarsene in vacanza che si dimenticò di firmarlo, e così mio padre venne liberato solo alla fine di un’estate che io ricordo torrida e asfissiante. Aveva condiviso la cella con un ragazzo accusato di tentato omicidio, la cui madre ci spedì a casa delle mozzarelle di bufala perché diceva che il figlio era stato tranquillo in carcere solo quando papà dormiva con lui. Mio padre non era uno che si soffermava sui dettagli, dormiva bene in una branda tanto quanto in un letto di lusso, e aveva sempre un atteggiamento gioviale e premuroso con chiunque. Quell’esperienza l’aveva dato in pasto ai notiziari che lo definivano un corruttore. Lo massacrarono, ma lui non perse mai la sua dignità, e dopo otto anni di processo venne assolto perché il fatto non sussisteva. Quella casa, e il reato di cui era stato accusato, semplicemente non esistevano. Peccato che però durante quegli otto anni di processo Woodcock ottenne per l’impresa di mio nonno l’interdizione ai lavori pubblici, che suonava come una condanna a morte. Mio padre riuscì a tenerla in piedi quasi fino alla fine del processo solo perché diede fondo a tutti i suoi risparmi per non mandare a casa i dipendenti. Arrivò persino a vendersi la casa dove eravamo nati e cresciuti per evitare il fallimento, ma non bastò. E quando venne assolto fu risarcito per ingiusta detenzione con una cifra ridicola. L’impresa poteva fare causa allo Stato per i danni subiti, ma mio padre non aveva più desiderio di avere a che fare con gli avvocati. Era un uomo di fede, innamorato della sua famiglia e dei piccoli piaceri della vita, come il buon cibo o una partita di calcio giocata bene. Chi non è passato sotto le forche caudine di un sistema giudiziario molto spesso malato, il più delle volte giurassico, non può capire, ma quasi tutti hanno avuto a che fare con le sale d’attesa di un ospedale. E allora a quelle persone io chiedo: se un medico sbagliando uccide il padre di una ragazza di vent’anni, non avrebbe quantomeno il coraggio di chiederle scusa? Un medico per bene lo farebbe. E molto spesso paga anche per i suoi errori. Un magistrato come Woodcock no, non l’ha mai fatto. Non mi ha mai chiesto scusa per averci rovinato la vita. Ecco, se posso azzardare un giudizio sulla campagna referendaria che ormai volge al termine, mi è sembrato che molti magistrati non siano consapevoli di quanto i loro errori e la loro fama di visibilità possano sconvolgere la vita non solo di un essere umano, ma di tutte le persone che gli stanno intorno: dipendenti, amici, genitori, coniugi, figli. Forse è vero che la giustizia non è di questo mondo, ma la vita segue percorsi imperscrutabili, come quello che mi ha portato a scrivere questo articolo proprio adesso. Chissà come reagirebbe mio padre leggendolo, immagino con lo stesso sorriso mite che rivelava il suo amore incondizionato nei confronti della vita, nonostante tutto. Borsellino, il Csm sapeva e non parlò. I verbali nascosti per 30 anni di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 marzo 2026 Era il 2017, anno del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino. Fiammetta, la figlia del giudice, scrisse una lettera al Consiglio superiore della magistratura. Chiedeva che il Csm prendesse l’iniziativa e guardasse dentro casa propria, dopo che la sentenza del processo Borsellino Quater aveva fatto emergere responsabilità precise a carico dei magistrati di Caltanissetta che avevano gestito il caso del falso pentito Vincenzo Scarantino. Il Borsellino Quater aveva accertato qualcosa di sconvolgente: l’intera ricostruzione iniziale sulla strage di Via D’Amelio era stata costruita su una montagna di menzogne. Scarantino era un pentito falso, istigato a rendere dichiarazioni inventate. Su quelle dichiarazioni erano stati condannati degli innocenti. E nessuno degli allora magistrati, titolari dell’indagine, almeno sul piano disciplinare, aveva mai pagato. La lettera di Fiammetta Borsellino - Il Csm acquisì gli atti e aprì una discussione in prima commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari. Fu, stando alle parole di Luca Palamara, una discussione accesa. Ma la conclusione era già scritta. A spiegarlo è lo stesso Palamara: “Acquisiamo gli atti del Borsellino Quater e apriamo una discussione in prima commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari. Fu una discussione molto accesa, ma detto in onestà non ci fu mai l’intenzione di andare fino in fondo. Primo perché era passato troppo tempo per poter accertare una verità oggettiva, secondo perché sulla vicenda aleggiava il nome di Nino Di Matteo, in quel momento tra i più potenti e protetti magistrati italiani”. Due ragioni. La prima - il tempo trascorso - potrebbe in teoria reggere come argomento tecnico. La seconda no. Il fatto che non si dovevano toccare i più potenti e protetti magistrati italiani di quel periodo: nelle parole di Palamara, non è un dettaglio aggiunto a margine, è la ragione sostanziale per cui nessuno voleva toccare quella questione. Il Csm avrebbe dovuto essere il luogo in cui si verificano le responsabilità disciplinari. Diventò invece il luogo in cui non bisognava toccare chi era sulla cresta dell’onda mediatica. Fiammetta Borsellino aveva chiesto almeno una censura, almeno un segnale. Non arrivò nulla. I verbali nascosti del luglio 1992 - C’è un secondo episodio, più pesante del primo. Riguarda dei verbali che il Csm ha tenuto segreti per anni: le audizioni dei magistrati dell’allora procura di Palermo, ascoltati alla fine di luglio 1992, poche settimane dopo la strage di Via D’Amelio. Nel 2017, sempre per il venticinquesimo anniversario, il Csm aveva deciso di desecretare diversi atti storici legati alle stragi. Una scelta che suonava come un gesto di apertura. Se non fosse che quella desecretazione si fermò a una certa data: i verbali delle audizioni avvenute dopo la strage di Via D’Amelio rimasero chiusi. Tutti gli altri no. All’epoca Palamara era anche direttore dell’Ufficio studi e documentazione di Palazzo dei Marescialli. Nel 2022 fu ascoltato dalla commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra e spiegò perché quella pubblicazione si era fermata lì: era stata bloccata per evitare che potessero “in qualche modo essere messi in discussione gli equilibri politico-istituzionali che in quel momento governavano il mondo interno della magistratura”. Vale la pena rileggere questa frase con calma. Non dice: erano irrilevanti. Non dice: erano materiale tecnico. Dice che avrebbero messo in discussione gli equilibri interni alla magistratura. Per questo si decise di non pubblicarli. Da quei verbali emergevano in maniera scomoda alcuni magistrati dell’allora procura di Palermo. E soprattutto emergeva una notizia rimasta sepolta per anni: Paolo Borsellino, cinque giorni prima di essere ucciso, aveva partecipato a una riunione in procura. L’ultima della sua vita. In quella sede si era fatto portavoce delle lamentele degli ex Ros, il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, sulla gestione del dossier mafia-appalti. Questo dettaglio cambia tutto. Per anni il teorema della cosiddetta trattativa Stato-mafia aveva costruito la narrazione che Borsellino non si fidasse di Mori, che tra i due ci fosse una diffidenza profonda, che il giudice avesse appreso dai Ros cose oscure e indicibili. Era uno dei pilastri su cui quella costruzione reggeva. Quei verbali raccontavano l’esatto contrario: cinque giorni prima di essere ucciso, Borsellino difendeva i Ros e si faceva portavoce delle loro lamentele sulla gestione del dossier. Ma quei verbali erano stati lasciati dov’erano. In un fascicolo. Sotto la polvere. Come tornarono alla luce - La storia di come quei verbali vennero a galla parte, paradossalmente, da un processo per diffamazione. L’imputato è il sottoscritto con l’allora ex direttore de Il Dubbio Piero Sansonetti. Nel 2018 era stata pubblicata un’inchiesta a puntate sul dossier mafia-appalti, concausa delle stragi. I magistrati Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte sporsero querela per diffamazione. Da quel processo, di primo grado e conclusosi con una condanna (ad aprile inizia l’appello), emerse per la prima volta l’esistenza di quei verbali. Fu l’avvocato Basilio Milo, difensore del generale Mario Mori, a recuperarli fisicamente: li trovò in un fascicolo impolverato presso la procura di Caltanissetta. Li fece poi acquisire al processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. A quel punto la procura generale fu costretta a depositare tutti i verbali. Il Csm li rese pubblici. Era luglio 2022. Trent’anni dopo la strage. Venticinque anni dopo la prima richiesta dei familiari. Il danno era già fatto. Per tutti quegli anni il racconto, soprattutto mass mediatico sulla (non) trattativa aveva potuto circolare senza quella correzione. Borsellino era stato descritto come diffidente verso Mori, come portatore di segreti oscuri. Addirittura che Borsellino scoprì che Mori trattava con la mafia per conto di mandanti politici. Tutte balle. E i verbali raccontavano qualcosa di opposto. Ma erano rimasti in un fascicolo a Caltanissetta mentre il Csm sceglieva di non pubblicarli per salvaguardare certi equilibri. Palamara lo disse chiaramente davanti alla commissione Antimafia: quella scelta non era tecnica, era politica nel senso più interno al sistema. La ragione, come detto, era preservare il mondo interno della magistratura. Ogni epoca ha i suoi equilibri da salvaguardare. Nel 1992 erano quelli dell’immediato dopo stragi. Nel 2017 erano quelli di una stagione in cui certi magistrati erano intoccabili. Oggi ce ne sono altri. Il meccanismo non cambia: cambia solo chi deve essere protetto. Il Csm, l’organo che dovrebbe vigilare sull’indipendenza e la correttezza della magistratura, è diventato in questi casi lo strumento con cui si proteggono gli equilibri interni, volti a salvaguardare diversi personaggi. Prima affossando la questione delle responsabilità disciplinare sugli allora magistrati di Caltanissetta. Poi tenendo nascosti per anni i verbali che potevano cambiare la narrazione sulla strage di Via D’Amelio. In entrambi i casi, la famiglia Borsellino ha aspettato. In entrambi i casi, la risposta non è arrivata, o è arrivata quando il danno era già compiuto. La discussione sulla riforma e sul referendum passa anche attraverso questa consapevolezza. Non per risentimento, ma perché i fatti qui descritti sono documentati, sono stati ammessi da chi era dentro al sistema, e sono rimasti senza conseguenze. Così come, ancora oggi, il sistema è immutato. Vale per la verità sulle stragi che purtroppo riguarda da vicino una parte della magistratura di allora, fino al cittadino comune. Un sistema che per auto proteggersi, ha messo in moto una gigantesca propaganda per il No. Legittimo l’isolamento del detenuto che reagisce alla sanzione disciplinare in modo violento Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2026 Con la sentenza numero 31, depositata oggi, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tribunale di Firenze nei confronti degli articoli 33, 39 e 40 della legge numero 354 del 1975, relativi all’isolamento del detenuto sottoposto alla sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività comuni, norme che il rimettente ha censurato per difetto di proporzionalità, contrarietà alla finalità rieducativa della pena, lesione della salute psicofisica della persona e inosservanza delle riserve di legge e giurisdizione in materia di restrizioni alla libertà di comunicare. Sulla premessa che, nel caso di specie, il detenuto, tratto a giudizio innanzi al Tribunale per danneggiamento seguito da pericolo di incendio, abbia dato fuoco alle suppellettili della cella “per sottrarsi alla condizione d’isolamento che riteneva insopportabile”, il rimettente aveva motivato sulla rilevanza delle sollevate questioni riferendosi alla scriminante della legittima difesa, quanto meno putativa, ovvero, in alternativa, all’esimente della particolare tenuità del fatto, le quali al detenuto stesso avrebbero potuto essere riconosciute, ove le norme censurate fossero state dichiarate costituzionalmente illegittime. La Corte ha ritenuto implausibile tale motivazione, sotto entrambi i profili. Quanto alla legittima difesa, ha osservato che il detenuto avrebbe potuto evitare il pericolo, che alla sua salute eventualmente fosse derivato dall’isolamento, ricorrendo al magistrato di sorveglianza per ottenerne la revoca o chiedendo il pronto intervento dei sanitari e il ricovero in infermeria, senza alcun bisogno di bruciare le dotazioni di cella; rimedi entrambi previsti dalle norme dell’ordinamento penitenziario. Quanto alla causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, la sentenza rimarca che “l’ordinamento penitenziario attribuisce al detenuto precisi rimedi giuridici per contestare la sanzione disciplinare e la stessa legittimità costituzionale delle norme sulle quali essa si fonda, restando però certamente antigiuridica una reazione spontanea contro una percepita ingiustizia”. Avvocato usa l’Ai e cita quattro sentenze inventate, il giudice lo condanna di Isidoro Trovato Corriere della Sera, 18 marzo 2026 “Colpa grave non verificare le fonti”. A Siracusa il tribunale sanziona la condotta di un legale che ha presentato una memoria difensiva piena di “invenzioni”: si tratta delle cosiddette “allucinazioni” da intelligenza artificiale. È probabilmente il record italiano di sempre: citare quattro sentenze (sbagliate) in un’unica memoria difensiva. È successo al tribunale di Siracusa dove un giudice si è ritrovato a fare i conti con una linea difensiva di un legale che citava quattro precedenti giurisprudenziali ascritti alla Cassazione a sostegno delle proprie tesi: eppure qualcosa non quadrava. Lo zelante giudice siracusano effettuava una meticolosa verifica nel Ced della Cassazione, riportando gli stralci esposti dall’avvocato. Il risultato è sconcertante: nessuna delle quattro sentenze risultava calzante, per carità, le sentenze esistevano ma parlavano di tutt’altro. A quel punto, fatte tutte le possibili ipotesi sulla genesi di un simile “abbaglio”, la soluzione non poteva che essere una: si tratta delle cosiddette “allucinazioni” da intelligenza artificiale, quando si affida un compito all’Ai molto spesso cerca tesi a sostegno e quando non le trova le “inventa” (non essendo sottoposta a vincoli di deontologia professionale). Il fenomeno quindi esiste ed è stato più volte riscontrato (soprattutto in ambito legale), resta però nei compiti del legale l’obbligo di verifica di quanto prodotto dall’Ai. Ed è proprio in tal senso che a Siracusa è arrivata la reprimenda del giudice nei confronti del legale “fantasioso”. La sentenza ricorda all’avvocato che “i modelli di intelligenza artificiale generativa non costituiscono banche dati giurisprudenziali cui estrarre precedenti e citazioni, bensì strumenti di generazione automatica del linguaggio fondati su meccanismi inferenziali di natura statistica e probabilistica”. In questo caso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in modo acritico e senza verifiche ha costretto giudici e controparti a verificare l’attendibilità di ogni singola citazione e a controdedurre su precedenti inesistenti, ecco perché la sentenza è risultata implacabile: per l’avvocato “si prefigurano gli estremi della colpa grave non potendosi più tollerare, allo stato attuale delle conoscenze tecnologiche diffuse, errori di tale natura, i quali - lungi dal costituire meri refusi o imprecisioni - nascono da colpevole negligenza”. Per questo motivo, secondo il giudice l’avvocato in questione “va dunque condannato d’ufficio, ai sensi dell’art. 96, co. 3, c.p.c., al pagamento, in favore della controparte costituita, in aggiunta alle spese di lite, d’una somma equitativamente determinata a titolo di risarcimento del danno”. Nota a margine, nel merito: la parte difesa dal legale, mal supportato dall’intelligenza artificiale, è stata condannata. Abruzzo. Al via progetto per il reinserimento lavorativo e formativo dei detenuti ilpescara.it, 18 marzo 2026 Il garante regionale dei detenuti Monia Scalera, ha convocato nella giornata del 17 marzo a Pescara un tavolo interistituzionale per la presentazione dei percorsi formativi finanziabili, in tema di educazione e reinserimento dei detenuti. All’incontro hanno partecipato l’assessore regionale alle politiche sociali, alla formazione e all’istruzione, Roberto Santangelo, il direttore del dipartimento sociale-enti locali-cultura Emanuela Grimaldi, il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Lazio-Abruzzo-Molise Giacinto Siciliano, il dirigente del Centro giustizia minorile Antonio Pappalardo, il dirigente del Servizio autorità di gestione unica Fesr-Fse Carmine Cipollone e i direttori degli istituti penitenziari abruzzesi: Arianna Colonna (Pescara), Maria Lucia Avantaggiato (Teramo), Barbara Lenzini (L’Aquila), Maria Taraschi (Ipm L’Aquila), Franco Pettinelli (Chieti), Maria Celeste D’Orazio (Avezzano), Stefano Liberatore (Sulmona), Daniela Moi (Lanciano), Rita Cerino (Vasto). Scalera ha sottolineato l’importanza del coordinamento tra tutti gli attori istituzionali coinvolti, evidenziando come l’assessore Santangelo abbia rispettato l’impegno sull’utilizzo di 2 milioni e 500 mila euro di fondi Fse plus per la formazione dei detenuti adulti e 500 mila euro per i detenuti minori. Ha ricordato che esistono anche altre linee di finanziamento nazionali per futuri interventi, ma ha ribadito la necessità di evitare sovrapposizioni per non incorrere nel divieto di doppio finanziamento. Scalera ha concluso rimarcando il valore di questi incontri per comprendere le reali necessità degli istituti di pena e favorire una sinergia virtuosa. La formazione è essenziale per il reinserimento dei detenuti e per raggiungere l’obiettivo della recidiva zero. Ogni detenuto può partecipare a diverse attività formative, scelte in base al proprio percorso o trattamento. L’offerta formativa è variegata e va dai corsi per pizzaiolo, ai corsi per barbiere, fino a quelli per operatori dei villaggi turistici, con l’obiettivo di accrescere consapevolezza e sicurezza personale per facilitare il ritorno nella società conclude Scalea. L’assessore Santangelo a aggiunto: “In questo modo la Regione mette a disposizione un atto di programmazione che farà da guida alle attività di reinserimento sociale. C’è poi anche un problema formativo, che ha evidenziato il tavolo di confronto istituzionale e che contiamo di affrontare sempre con le risorse del programma di coesione europeo, vista la necessità di dotare il detenuto che ha scontato la pena o che può fruire di misure alternative di nuovo competenze in ragione dei cambiamenti del mercato del lavoro” Torino. Il mistero del boss suicida in carcere: “Si era pentito, collaborava coi magistrati” di Gianni Giacomino e Giuseppe Legato La Stampa, 18 marzo 2026 Inchiesta sulla morte di Bernardo Pace: aveva 62 anni. Un detenuto si è tolto la vita nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. La tragedia è avvenuta ieri intorno alle 18,30, al piano terra del blocco E. La vittima è Bernardo Pace, 62 anni, condannato a 14 anni e 4 mesi dal Tribunale di Milano nell’ambito del processo “Hydra” sulla presunta alleanza tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra. Secondo quanto emerso, Pace aveva iniziato da poco a collaborare con gli investigatori e con la Direzione distrettuale antimafia di Milano. Era uno dei nuovi collaboratori di giustizia coinvolti nella maxi inchiesta, insieme ad altri pentiti che nelle ultime settimane hanno reso dichiarazioni ai magistrati e ai carabinieri del Nucleo investigativo. L’uomo, insieme a Domenico e Michele Pace, sarebbe stato legato al mandamento della provincia di Trapani, ritenuto vicino a Paolo Aurelio Errante Parrino, parente del boss Matteo Messina Denaro. I suoi verbali, secondo quanto si apprende, avrebbero dovuto essere depositati in vista della prima udienza del processo con rito ordinario, in programma il 19 marzo, che vede imputate 45 persone (62 quelle già condannate in abbreviato). Sulla morte del detenuto la procura di Torino dovrebbe disporre l’autopsia e aprire un fascicolo tecnico per istigazione al suicidio. “Si tratta dell’ennesimo episodio drammatico che mette in luce le criticità strutturali e operative del sistema penitenziario italiano - dichiara Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp -. Da tempo denunciamo la crescente gravità della situazione, di cui il carcere di Torino rappresenta, purtroppo, una delle realtà più problematiche. Ci auguriamo che le responsabilità non ricadano sul personale, già numericamente insufficiente, ma su un sistema che evidenzia gravi carenze ai livelli superiori dell’amministrazione penitenziaria”. Padova. Droga e cellulari da mille euro, business in carcere di Corrado Fusar Poli Corriere del Veneto, 18 marzo 2026 Padova, smantellato racket al Due Palazzi: mille euro a smartphone. Coinvolti detenuti e i loro familiari. Vendevano gli smartphone a mille euro mentre per un grammo di cocaina ne chiedevano fino a trecento. Prezzi da capogiro per un business illecito all’interno del carcere Due Palazzi di Padova. Ad orchestrare le vendite un detenuto aiutato da un dipendente di una cooperativa che opera nella riabilitazione dei reclusi. Coinvolti anche familiari di alcuni carcerati: le indagini sono ancora in corso. Arrivavano a pagare anche mille euro per un telefono cellulare e fino a 300 euro per un grammo di cocaina (sebbene il prezzo di quest’ultima “all’esterno” si aggiri tra i 50 e i 100 euro). Non badavano quindi a spese pure di avere “benefit” che definire proibiti è riduttivo: è stato smantellato un commercio illecito di smartphone e droga introdotti di nascosto all’interno della casa di reclusione Due Palazzi di Padova grazie anche alla complicità di almeno un dipendente - ma le indagini sono ancora in corso per individuare ulteriori responsabili - della cooperativa Altracittà, attiva all’interno del carcere, il quale si trova ora agli arresti domiciliari. Le indagini (coordinate dalla procura di Padova e condotte dalla polizia penitenziaria del nucleo regionale con il supporto del reparto territoriale) sono iniziate ancora nel 2024 e hanno portato a scoprire una fitta rete “orchestrata” da un detenuto, che ha visto aggravarsi la sua posizione, con la collaborazione non solo di una decina di altri reclusi ma anche di alcuni loro familiari, per cui è scattata la denuncia per concorso in traffico di sostanze stupefacenti, accesso indebito di dispositivi di comunicazione e ricettazione. Il tutto era organizzato nei minimi particolari: a tessere le fila, come detto, era un detenuto che poteva contare su un gruppo di sodali che poi smerciava cocaina, telefonini e anche chiavette per la connessione a internet in altre sezioni detentive, consentendo così a decine e decine di altri reclusi sia di comunicare senza problemi all’esterno con familiari e amici che di consumare sostanze stupefacenti all’interno del carcere. E qui entra in gioco il dipendente della cooperativa Altracittà (che si occupa del reinserimento lavorativo e sociale di chi si trova dietro alle sbarre): sfruttando il proprio accesso privilegiato in carcere e soprattutto previo lauto compenso - l’intera “catena di montaggio” avrebbe generato un volume d’affari pari a decine di migliaia di euro - avrebbe infatti più volte rifornito il “boss” dei detenuti della merce richiesta, che veniva a sua volta suddivisa tra i richiedenti. E non sarebbero stati da meno anche alcuni familiari dei reclusi stessi, che approfittando delle visite settimanali sarebbero a loro volta riusciti ad approvvigionarli di droga e smartphone. Le indagini, tuttavia, non sono ancora terminate: non è dunque da escludere che altre persone possano essere invischiate in tale traffico illecito, non certo il primo registrato anche alle nostre latitudini eppure “particolare” alla luce della sua complessa articolazione. Non sono mancate le congratulazioni da parte del presidente della Regione Alberto Stefani: “In attesa che tutte le responsabilità vengano accertate, l’indagine merita la gratitudine di tutti i cittadini: nella nostra società non ci sono spazi in cui la legalità possa essere derogata”, ha detto. Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Ostellari, sottosegretario di Stato alla giustizia della Lega. “Auspichiamo che le responsabilità vengano accertate quanto prima - il suo commento - la sicurezza in carcere e il rispetto delle regole sono presupposti imprescindibili che devono valere senza eccezioni e a tutela di tutti”. Ascoli. Casi psichiatrici in carcere, le dichiarazioni del sottosegretario Delmastro non tornano ancoraonline.it, 18 marzo 2026 Il rumore cupo del cancello ha richiamato l’attenzione del manipolo di giornalisti e giornaliste che erano radunati nel piazzale. Pochi secondi e, davanti all’ingresso della Casa Circondariale di Marino del Tronto, è apparso il Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che aveva appena visitato una delle prigioni più sovraffollate d’Italia. Insieme a lui c’erano la Sottosegretaria di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze Lucia Albano, il Commissario Straordinario di Governo alla Ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia del 2016 e del 2017 Guido Castelli, i consiglieri della Regione Marche Andrea Assenti e Andrea Cardilli e il sindaco di Ascoli Piceno Marco Fioravanti. Il Sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove ha affermato di aver trovato, all’interno del Corpo di Polizia Penitenziaria, “uomini e donne assolutamente consapevoli della delicatezza del loro ruolo”. Ma non è stato un incontro di cortesia quello di ieri, Lunedì 16 Marzo 2026, bensì una visita istituzionale arrivata dopo mesi di episodi preoccupanti, come risse con gli agenti, crisi psichiche, una tentata introduzione di materiale pericoloso in carcere e un suicidio avvenuto lo scorso Luglio. Una lunga serie di situazioni che gli agenti hanno fronteggiato a fatica, con professionalità, dedizione e non senza correre rischi, in una situazione allarmante di sovraffollamento. Delmastro ha incontrato i rappresentanti sindacali degli agenti di Polizia Penitenziaria, i quali hanno illustrato le difficoltà che quotidianamente sono chiamati ad affrontare. Al tavolo del confronto erano presenti i delegati di OSAPP (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), SAPPe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), FNS CISL (Federazione Nazionale Sicurezza della CISL) e USPP (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria). Tre, in particolare, i temi caldi su cui i giornalisti e le giornaliste presenti hanno incalzato il Sottosegretario: il sovraffollamento del carcere, la necessità di potenziare l’organico della Polizia Penitenziaria ed il numero esorbitante dei detenuti con malattie psichiatriche. Un fatto - quest’ultimo - molto preoccupante, come testimonia lo spiacevole episodio che si è verificato qualche giorno fa: uno dei detenuti presenti nella sezione ATSM (Articolazione per la Tutela della Salute Mentale) ha dato alle fiamme la sua cella. È la seconda volta che accade. Tra le mura del sovraffollamento: a quando una soluzione definitiva? In merito all’eccessiva presenza di detenuti rispetto alla normale capienza del carcere piceno, il Sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, ha detto: “Il sovraffollamento esiste in maniera significativa nel carcere di Ascoli Piceno. Non è un caso il fatto che il Governo Meloni abbia messo mano, con 750 milioni di euro, al più grosso piano di edilizia penitenziaria che abbia mai avuto nella storia dell’età repubblicana”. Non si è parlato, tuttavia, di progetti specifici per la Casa Circondariale di Marino del Tronto né di cifre né di tempistiche, anche perché - come ha precisato lo stesso Sottosegretario - i tempi saranno lunghi. Ha detto infatti Delmastro Delle Vedove che “il piano di edilizia penitenziaria sarà un percorso oneroso, costoso e lungo, che però consegnerà all’Italia un pianeta carceri coerente rispetto ai fabbisogni. Questo vuol dire umanizzare la pena, perché è giusto umanizzare la pena, perché i detenuti non devono avere una seconda pena per le condizioni gravose degli istituti penitenziari, ma questo vuol dire mai più colpi di spugna, mai più provvedimenti svuota carceri che mortificano lo sforzo delle nostre Forze dell’Ordine per assicurare i criminali alla giustizia, umiliano le vittime del reato e i loro parenti e rendono più insicure le nostre città e non hanno nulla di trattamentale e di rieducativo. Il trattamento e la rieducazione non è il colpo di spugna”. Le difficoltà della gestione quotidiana: quanti gli agenti di Polizia Penitenziaria? In merito al numero degli agenti di Polizia Penitenziaria, il Sottosegretario, pur riconoscendo le difficoltà degli agenti, ha rivendicato il piano di rafforzamento degli organici avviato dall’esecutivo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha riguardato anche la struttura di Ascoli Piceno: “Anche qui qualche criticità è emersa, però sono tutti consapevoli dello sforzo ciclopico, in termini di assunzione, del Governo: oltre 15.000 unità di agenti di Polizia Penitenziaria, fra quelle già assunte e quelle in formazione e quindi già finanziate. Per darvi un esempio, il Governo Renzi è arrivato a meno di 1.000?. Poi ha elencato altri dati: “1.479 gli agenti assunti con il 181° Corso Allievi Agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria, 244 con il 182°, 1.870 con il 183°, 1.750 con il 184°, 2.526 con il 185° ed infine 3.246 con il 186° bando in corso. Uno sforzo senza precedenti, perché noi vogliamo garantire sicurezza negli istituti. Il primo modo per garantirla è non arretrare più con la presenza di uomini che vestono una divisa”. All’osservazione di un giornalista, che ha riferito di come “i Sindacati lamentino che a questi annunci non seguono tanto i fatti”, il Sottosegretario ha risposto: “Non si sono lamentati così con me lì dentro. Sento lei lamentarsi! Le posso rispondere che anche nell’Istituto di Ascoli Piceno si è visto un segnale di inversione della tendenza notevolissimo in termini di allievi agenti, perché sono cresciuti di svariate unità”. Ad una giornalista che ha chiesto di quante unità fosse aumentato il numero degli agenti di Polizia Penitenziaria nella Casa Circondariale di Marino del Tronto, il Sottosegretario ha risposto: “Dal 2022 ad oggi abbiamo 11 unità in più: il numero degli allievi agenti applicati è aumentato di 21 unità, ma poi, con l’attivazione delle mobilità interne, qualcosa viene sottratto e siamo quindi giunti ad averne 11 in più. Un numero che, su 150 agenti e elementi della Polizia Penitenziaria, mi pare sia una cifra significativa”. Non disponibili, invece, i dati delle altre carceri marchigiane. I conti che non tornano: quanti i detenuti con malattie psichiatriche? Stesso discorso per quanto riguarda il numero di malati psichiatrici. Al giornalista che gli ha chiesto in merito, il Sottosegretario Delmastro Delle Vedove ha risposto: “Il numero di malati psichiatrici non ce l’ho. Questo è un istituto che ha anche una ATSM (Articolazione per la Tutela della Salute Mentale), quindi evidentemente ospita malati psichiatrici, che sono sempre un aspetto molto critico degli istituti, perché dobbiamo riuscire a erogare sanità, ma non siamo noi coloro che hanno l’aspetto sanitario in mano, quindi dobbiamo faticosamente costruire rapporti con tutte le Regioni, evidentemente anche con le Marche, per erogare una sanità degna di questo nome”. I numeri ce li ha forniti il sindacalista Salvatore De Blasi, coordinatore provinciale dell’OSAPP (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) di Ascoli Piceno, il quale ha affermato: “Attualmente i detenuti sono 160, di cui 2 sono ospitati nella ATSM e altri 50 presentano malattie psichiatriche ritenute meno gravi, come depressione o ansia o disturbi dell’umore, ma che comunque incidono sul loro comportamento. Capita che alcuni di loro assumano i farmaci davanti a noi agenti, ma poi li rigettino e li accumulino per prenderli successivamente in un’unica soluzione, andando incontro a stati comportamentali alterati o a conseguenze ben più pericolose. A Luglio 2025, neanche un anno fa, c’è stato un suicidio. Preciso che questo carcere nasce come struttura di massima sicurezza, tarata per ottemperare al regime del 41-bis, con spazi pensati per un isolamento quasi totale. I detenuti, chiusi in cella 20 ore al giorno, non hanno uno spazio adeguato di sfogo. Nella nostra Casa Circondariale, inoltre, noi abbiamo diverse sezioni, per cui i detenuti dovrebbero stare su piani diversi; eppure, per ragioni di spazio, stanno insieme. La struttura, infatti, ad oggi non ha registrato interventi strutturali di adeguamento”. A questo proposito, i volontari riconoscono e testimoniano il grande impegno delle tre educatrici, che ogni giorno portano avanti un lavoro fondamentale, curando la relazione con la persona e attivando interventi relazionali capaci di salvaguardare la dignità dei detenuti. Rappresentano una delle figure più importanti all’interno dell’istituto: il loro non è un compito custodiale, ma trattamentale. Lavorano affinché la pena non sia soltanto detenzione, ma diventi un autentico percorso di cambiamento. Inaugurata nel mese di Giugno del 1980, ben 46 anni fa, la Casa Circondariale di Marino del Tronto presenta al suo interno una sezione circondariale di media sicurezza, una sezione protetti-promiscui, una sezione di alta sicurezza 3, una sezione di osservazione psichiatrica e una sezione semiliberi. La struttura prevede 103 posti, ma 2 non sono disponibili, quindi può contare su 101 posti; i detenuti tuttavia sono 160 e molti detenuti con patologie psichiche debordano nelle celle della detenzione ordinaria. Oltre la visita: che succede ora? L’incontro con il Sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove si è concluso con la visita alla Caserma del Corpo della Polizia Penitenziaria, alla quale il rappresentante del Governo ha riservato parole di apprezzamento per la bellezza della struttura, precisando che verrà “presa a modello nelle altri caserme italiane”. Al termine della visita del Sottosegretario, nonostante il segnale di attenzione verso il territorio piceno, restano le esigenze del personale penitenziario e le criticità della condizione dei detenuti. Nella Casa Circondariale di Marino del Tronto, a dare speranza, ci sono la presenza del cappellano, di un centro di ascolto Caritas e di diverse associazioni di volontariato. Ristrutturazioni recenti, inoltre, hanno cercato di rendere alcuni ambienti comuni più accoglienti ed attrezzati per lo svolgimento delle attività trattamentali, ma restano purtroppo ancora insufficienti. In una situazione in cui tutto il sistema carcerario marchigiano - e più in generale italiano - chiede risposte su organici, sicurezza e condizioni di lavoro, il rischio è che ci si dimentichi della cosa più importante - l’umanità - e che quello del carcere resti un mondo a parte, sospeso nel tempo e nello spazio, invisibile all’altro mondo, al resto del mondo. Firenze. “Focus su Sollicciano”, il seminario promosso da Ast e Comune fnsi.it, 18 marzo 2026 Si è svolto martedì 17 marzo 2026 al Palagio di Parte Guelfa, a Firenze, il corso di formazione organizzato dall’Associazione Stampa Toscana, in stretta collaborazione con l’amministrazione comunale, sul tema “Focus su Sollicciano: dai suicidi alle criticità delle condizioni strutturali del carcere. E come raccontare vicende così crude rispettando etica e deontologia”. Una finestra aperta dai giornalisti sul mondo del carcere in Toscana, a cominciare da uno dei simboli della drammatica situazione in cui versano le strutture vissute ogni giorno da detenuti, personale e polizia penitenziaria: appunto il carcere fiorentino di Sollicciano. Una consistente parte del dibattito è stata riservata proprio al racconto del carcere da parte dei giornalisti: il Nuovo Codice deontologico dei Giornalisti in più parti, anche indirettamente, si occupa di carcere. Non solo all’art.25 in cui indica linguaggio e accortezze da utilizzare, tra cui quello di non identificare la persona detenuta solo con il reato per cui sconta la pena. Un aspetto più volte richiamato durante il dibattito, moderato dal presidente dell’Ast Sandro Bennucci, è stato quello dei suicidi, tema sul quale le norme deontologiche sono stringenti: un fenomeno che, secondo quanto emerso, ha interessato nel 2025 almeno 76 detenuti in Italia e che, in gran parte, ha avuto per vittime persone di 40 anni di età e soprattutto non lontane dalla fine della pena e quindi della libertà. Bennucci ha ringraziato Palazzo Vecchio e la sindaca Sara Funaro per la preziosa collaborazione, quindi il corso si è aperto con gli interventi del procuratore generale di Firenze, Ettore Squillace Greco, e del comandante provinciale dei Carabinieri, Colonnello Luigi De Simone. Ed è stato l’assessore alle politiche sociali del Comune di Firenze Nicola Paolesu a indicare la centralità di Sollicciano nelle priorità del governo cittadino sulle questioni detentive. “Sollicciano rischia di essere contemporaneamente la più grande comunità di tossicodipendenti, il più affollato centro per le patologie psichiatriche, il più vasto albergo popolare della Toscana”, ha detto il professor Emilio Santoro, docente dell’Università di Firenze e presidente dell’Associazione L’Altrodiritto, sintetizzando una situazione in cui 550 detenuti convivono con difficoltà idriche, infiltrazioni e parassiti. Stefano Fabbri, giornalista e referente in Toscana dell’Associazione Seconda Chance, che si occupa di inserimento lavorativo di detenuti, ha fornito alcuni dati tra cui quello del Cnel secondo il quali la recidiva, cioè tornare a compiere reati, riguarda 6 detenuti su 10 in Italia mentre tra quelli che cominciano già da detenuti un’attività lavorativa la percentuale scende tra il 2 ed il 4%. Nel corso del dibattito sono intervenute anche Lucia Aterini, componente del Direttivo Ast, e Lisa Faralli dell’associazione Liberation prison project. È stato il Garante dei detenuti del Comune di Firenze, Giancarlo Parissi, a ricordare la grande questione della presenza dei detenuti stranieri, in gran parte irregolari, che rappresentano circa il 70% degli ospiti di Sollicciano, il cui futuro, dopo la detenzione, è spesso quello di trovarsi senza permesso di soggiorno e quindi senza tutolo per poter avere un lavoro e accoglienza. “È un mondo collettivo nel quale ciascuno si sente ed è solo”, ha concluso Parissi. In Toscana la popolazione detenuta conta circa 3.500 persone (1.650 gi stranieri) a fronte di una capienza di 3.160 posti: una situazione di sovraffollamento non tragica ma sicuramente difficile che impedisce anche processi come quelli prescritti dalla Costituzione per cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. A questi si aggiungono le 8.000 persone ammesse alle pene alternative, tra cui l’affidamento alla famiglia o a strutture di volontariato. Una cifra che è cresciuta negli ultimi anni ma senza che diminuisse quella dei reclusi in carcere. Milano. A bando l’immobile di viale dei Mille per valorizzare il lavoro in carcere Il Giorno, 18 marzo 2026 Il Comune di Milano mette a bando lo spazio di viale dei Mille 1. Sarà un polo per il lavoro carcerario e il reinserimento sociale con canone agevolato per il Terzo settore. Il Comune di Milano prosegue il proprio impegno nel sostenere l’economia carceraria e i percorsi di riabilitazione professionale. La Giunta comunale ha approvato una delibera per la concessione dell’immobile di viale dei Mille 1, finalizzata a promuovere e valorizzare le attività di impresa e lavoro realizzate all’interno degli istituti penitenziari. L’immobile, che si estende su una superficie di circa 200 metri quadri, sarà assegnato tramite bando a un ente del Terzo settore (ETS). Lo spazio dovrà essere utilizzato per la gestione di attività commerciali, formative e aggregative, con un focus specifico sul reinserimento sociale e professionale di persone sottoposte a misure penali. Attualmente la struttura ospita già il Consorzio Viale dei Mille, un concept store dedicato ai prodotti realizzati in carcere. Con la nuova assegnazione, il locale non sarà solo un punto vendita, ma si trasformerà in un centro multifunzionale capace di ospitare laboratori ed eventi aperti alla comunità, promuovendo il lavoro carcerario come strumento di riscatto sociale. Incentivi e finalità sociali - L’assessora allo Sviluppo economico e Politiche del lavoro, Alessia Cappello, ha evidenziato come l’iniziativa rappresenti una leva per valorizzare l’economia carceraria e, al contempo, offrire servizi utili al quartiere, garantendo un presidio attivo sul territorio. In linea con il valore sociale del progetto, l’Amministrazione ha previsto agevolazioni economiche significative sul canone annuo, fissato a 53.000 euro: riduzione del 70% in quanto affidato a soggetti senza scopo di lucro; ulteriore abbattimento del 15% per lo svolgimento di attività dedicate a soggetti in condizione di marginalità. La concessione avrà una durata di 4 anni, con la possibilità di rinnovo per ulteriori 2 anni. Verbania. Progetto Legalità, il carcere raccontato da chi lo vive ogni giorno di Uberto Gandolfi liceospezia.it, 18 marzo 2026 Si è concluso con un incontro intenso e partecipato il ciclo di conferenze del “Progetto Legalità”, dedicato al percorso che conduce dalla formazione della norma giuridica alla pena nell’ambito del procedimento penale. Protagoniste dell’ultimo appuntamento sono state alcune figure che operano quotidianamente nel sistema penitenziario e nel reinserimento sociale, offrendo agli studenti uno sguardo diretto e concreto su una realtà spesso conosciuta solo attraverso i media. In Aula Magna, le classi quarte hanno potuto ascoltare gli interventi della Dottoressa Claudia Piscione Kivel Mazuy, direttrice della Casa Circondariale di Verbania, e della Dott.ssa Laura Laboccetta, capo area trattamentale e funzionario giuridico pedagogico dello stesso istituto. Accanto a loro, la Dott.ssa Diana Morim, criminologa, e la Dott.ssa Erika Bardi, coordinatrice dei progetti di inserimento lavorativo per persone con problematiche di giustizia, entrambe appartenenti alla cooperativa Il Sogno. Gli interventi hanno affrontato il funzionamento del sistema carcerario e le finalità della pena, mettendo al centro il tema della rieducazione e del reinserimento sociale, come previsto dalla Costituzione italiana. Le relatrici hanno illustrato il lavoro quotidiano all’interno del carcere, tra gestione della sicurezza, percorsi educativi e progetti individualizzati, evidenziando le difficoltà ma anche le opportunità di cambiamento per le persone detenute. Particolarmente significativo è stato il contributo della cooperativa Il Sogno, che ha portato l’attenzione sui percorsi di inserimento lavorativo come strumento fondamentale per ridurre la recidiva e restituire dignità a chi ha scontato una pena. Il lavoro, è stato sottolineato, rappresenta spesso il vero punto di svolta nel percorso di reintegrazione. Dopo gli interventi, il confronto con gli studenti ha rappresentato uno dei momenti più vivi dell’incontro. Le domande si sono concentrate soprattutto sulle esperienze personali delle relatrici e sulla vita quotidiana all’interno del carcere: come cambia una persona durante la detenzione, quali sono le difficoltà più grandi nel rapporto con i detenuti, quali storie restano più impresse. Ne è nato un dialogo autentico, capace di avvicinare i ragazzi a una realtà complessa, andando oltre stereotipi e semplificazioni. Il carcere è emerso non solo come luogo di pena, ma anche come spazio in cui si gioca una sfida decisiva: quella tra esclusione e possibilità di riscatto. Con questo ultimo incontro si chiude un percorso che ha offerto agli studenti strumenti concreti per comprendere il significato della legalità, non solo come insieme di norme, ma come responsabilità condivisa e come valore fondamentale della convivenza civile. Isernia. In carcere il teatro diventa spazio di libertà, detenuti in scena con “Questa sera il varietà” molisenetwork.net, 18 marzo 2026 Alla Casa Circondariale di Isernia il teatro si trasforma in un ponte tra persone, emozioni e possibilità. Si è concluso ieri, martedì 17 marzo, il laboratorio teatrale che negli ultimi mesi ha coinvolto un gruppo di detenuti in un percorso di crescita personale e collettiva, culminato nella messa in scena dello spettacolo “Questa sera il varietà”. L’iniziativa rientra nella progettualità di Sport e Salute ed è stata realizzata con il coordinamento di Carmine Iacovella e la guida artistica della compagnia C.A.S.T., diretta da Giovanni Gazzanni e Dario Palumbo. Un lavoro iniziato a ottobre e sviluppato attraverso incontri intensi, nei quali il linguaggio teatrale è diventato strumento di ascolto, confronto e consapevolezza. Il laboratorio ha posto al centro la gestione delle emozioni, la scoperta di sé e il valore delle relazioni. Attraverso esercizi, improvvisazioni e momenti di dialogo, i partecipanti hanno potuto esplorare fragilità, risorse e nuove forme di espressione. In un contesto complesso come quello penitenziario, il teatro ha assunto una funzione trasformativa: uno spazio protetto in cui ogni gesto e ogni parola contribuiscono a costruire fiducia e senso di comunità. La rappresentazione conclusiva, “Questa sera il varietà”, ha dato forma scenica al percorso svolto nei mesi di lavoro. Non solo un esito artistico, ma il risultato di un cammino umano che ha permesso ai detenuti di mettersi in gioco, sperimentare ruoli diversi e restituire al pubblico un frammento autentico della loro esperienza. Il progetto conferma il valore delle arti performative all’interno degli istituti penitenziari: un mezzo capace di educare, responsabilizzare e aprire spazi di libertà anche dove le possibilità sono limitate. Un’occasione per costruire relazioni, rafforzare l’autostima e immaginare nuove prospettive. Un’esperienza che, ancora una volta, dimostra come il teatro possa diventare un luogo di incontro e rinascita, capace di generare cambiamento anche nei contesti più difficili. Don Milani, due lettere per demolire la mistica bellicistica di Luca Kocci Il Manifesto, 18 marzo 2026 “Abbasso tutte le guerre”, la nuova edizione critica a cura dello storico del cristianesimo Sergio Tanzarella, per Il pozzo di Giacobbe. Nel presente di guerra in cui si ipotizza di ripristinare il servizio militare, assumono rinnovata attualità e forza persuasiva due testi di don Lorenzo Milani datati 1965: la lettera ai cappellani militari e la lettera ai giudici, per cui il priore di Barbiana sarebbe stato condannato dal tribunale di Roma per apologia del reato di diserzione se non fosse morto qualche mese prima della sentenza che inflisse 5 mesi e 10 giorni a Luca Pavolini, vicedirettore responsabile del settimanale politico-culturale del Pci Rinascita, colpevole di aver pubblicato i testi incriminati. Anche per questo, allora, è utile la lettura della nuova edizione critica delle due lettere di Milani curata dallo storico del cristianesimo Sergio Tanzarella, arricchita da inedite fonti di archivio e carte processuali e corredata da un ampio apparato di note che le contestualizzano e ne consentono una piena comprensione anche a chi non è particolarmente addentro al mondo milaniano (Lorenzo Milani, Abbasso tutte le guerre. Lettera ai giudici. Lettera ai cappellani militari, Il pozzo di Giacobbe, pp. 224, euro 18). Testi fondamentali sebbene meno conosciuti della Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana e soprattutto poco letti, se non per qualche frase, come quella che per anni è stata usata come titolo: “L’obbedienza non è più una virtù”. La ragione di questa lettura incompleta e selettiva la spiega Tanzarella nel suo saggio introduttivo: le due lettere di Milani hanno ancora oggi “il merito di demolire dalle fondamenta l’artificiale costruzione di una mistica bellicistica e di una retorica della cristianità armata e vittoriosa alla quale hanno dato e continuano a dare un decisivo contributo non solo dei clericali devoti dell’ubbidienza cieca e della bontà delle armi, ma anche non pochi intellettuali a servizio dei detentori del potere e della loro propaganda”. La vicenda è in parte nota. Una ventina di cappellani militari toscani in congedo nel febbraio 1965 sottoscrive un comunicato stampa per esaltare “il sacro ideale della Patria” e attaccare l’obiezione di coscienza come “espressione di viltà”, mentre nelle carceri militari italiane sono recluse decine di giovani obiettori che hanno rifiutato la chiamata alla leva. Milani, dall’esilio di Barbiana, replica ai cappellani, difende gli obiettori e smonta la retorica di un secolo di guerre patriottiche, in realtà tutte di aggressione e coloniali, tranne un’unica “guerra giusta” (“se guerra giusta esiste”), quella partigiana. Denunciato da un gruppo di ex combattenti per incitamento alla diserzione e vilipendio delle forze armate, Milani è rinviato a giudizio. Non va al processo perché gravemente malato di linfoma, ma invia una memoria difensiva (la lettera ai giudici) in cui indica la necessità di disobbedire alle leggi ingiuste e battersi per cambiarle obbedendo solo alla propria coscienza. Assolto in primo grado, il pm ricorre in appello e chiede 4 anni per il prete: nell’ottobre 1967 Pavolini viene condannato, il reato di Milani invece è “estinto per morte del reo”, avvenuta a giugno dello stesso anno. Tanzarella ricostruisce il contesto storico-politico, la genesi delle lettere, il loro impatto pubblico e la vicenda processuale, grazie a nuove fonti e a un attento lavoro interpretativo, realizzando così un’operazione di importante valore storiografico ma anche etico per affermare che “la responsabilità è personale e non si può delegare ad alcun capo o struttura di potere”. Il volume verrà presentato domani, alle 17, all’Università Gregoriana di Roma (piazza della Pilotta, 4). Sarà presente l’autore. Salute: medici, non poliziotti di Susanna Ronconi Il Manifesto, 18 marzo 2026 L’ossessione securitaria e il manganello penale che distinguono la destra circa il governo della società non risparmiano la salute, quella dei singoli e quella della collettività. La salute è un diritto, che si declina tra sfera delle libertà e dei diritti individuali e dovere costituzionale di tutelare la collettività, e a volte la collettività per essere tutelata ha bisogno della partecipazione dei singoli per essere efficace e garantire tutt3. Il dibattito sulla gestione della pandemia da covid ha ben messo in evidenza questa complessità. Se su questo delicato equilibrio tra diritti da armonizzare si abbatte la clava di un securitarismo aggressivo, la sfera individuale e quella collettiva ne escono entrambe umiliate, in una dinamica in cui tutti perdono. Due diversi accadimenti recenti rilanciano l’allarme sull’uso politico del tema ‘salute’. A Torino, alcuni casi di Tbc all’interno dello Spazio Neruda - spazio occupato che dà casa, accoglienza e sostegno a molte famiglie di migranti - sono oggi usati dalla destra al governo regionale per ordinarne lo sgombero. L’editto arriva dai vertici Asl, che dalla regione dipendono, aggiungendo così una nuova clava a quelle che già si stanno abbattendo sugli spazi autogestiti torinesi. Il paradosso è che quella emergenza è stata in realtà gestita, e bene: sia i medici delle associazioni che intervengono al Neruda, sia quelli delle malattie infettive del servizio pubblico hanno trovato una collaborazione piena ai controlli sanitari, alle misure di profilassi, al monitoraggio, al trattamento delle persone malate. Una collaborazione che non era scontata, per la diffidenza e la paura che i controlli avrebbero potuto creare tra i e le migranti. Ma chi gestisce lo spazio è stato capace, insieme ai medici, di creare fiducia, e far sì che le possibili (e fondate) paure dei singoli non creassero ostilità e diffidenza. Insomma: se il contagio non fosse avvenuto al Neruda, la diffusione dell’epidemia sarebbe stata più estesa e senza controllo. Questa fiducia è quella su cui dovrebbe basarsi ogni azione sanitaria, come sanno tutti i medici e come sembrano ignorare i vertici della Asl torinese, che pensano evidentemente che sia meglio mettere queste famiglie sulla strada. A Ravenna, è partita un’azione in grande stile, con tanto di irruzione in ospedale all’alba, contro sei medici che hanno la colpa di aver stilato certificati secondo cui le condizioni di salute, fisica e/o psichica, non consentivano il trasferimento in Cpr e poi il volo di rimpatrio di alcuni migranti. Troppi, hanno pensato in procura, non si sa rispetto a quale standard. Come si dice, aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso, ma non può che venire in mente che tutto questo attiene alla progressiva e aggressiva limitazione dei diritti, qui sì diritti individuali, dei migranti, con violazioni che sacrificano le persone agli imperativi politici di una remigrazione (non tanto) nascosta. Non è una novità, per altro: nel 2009, in tempi di ‘pacchetti sicurezza’, una norma prevedeva che se un medico incontrava e visitava un migrante senza permesso, avrebbe dovuto denunciarlo. Allora, i medici si ribellarono, con la campagna ‘Io curo, non denuncio’, che servì a bloccare la norma. Ancor più oggi è necessario che gli operatori e le operatrici della salute vedano la pesante ipoteca che queste mosse politiche mettono sulle loro professioni e deontologie, e sulla loro dignità, e che trovino in noi tutt3 una forte sponda alla loro resistenza. Un movimento, questo, che è davvero urgente: come ci hanno dimostrato troppe storie di tortura e morte all’interno delle carceri, in cui ricorrono cecità e connivenza da parte dei medici, se non si riafferma il giuramento che ha al centro il bene delle persone di cui ci si pende cura, e lo si pone sopra ogni ragion di stato, la deriva si profila drammatica. Migranti. Più irregolari, più sfruttamento. Borgo Mezzanone non si supera con nuovi ghetti di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2026 La baraccopoli in provincia di Foggia concentra le contraddizioni più dure dell’agricoltura italiana: lavoro povero, documenti fragili, case introvabili, trasporti insufficienti, sfruttamento. Borgo Mezzanone non è solo un luogo di degrado. È il punto in cui si concentrano alcune delle contraddizioni più dure dell’agricoltura italiana: lavoro povero, documenti fragili, case introvabili, trasporti insufficienti, sfruttamento. Attorno all’ex CARA, e soprattutto lungo la pista, si è formata negli anni una realtà molto più ampia di un semplice centro per richiedenti asilo. Oggi lì vivono lavoratori agricoli, richiedenti asilo, ex richiedenti, persone con permessi precari e persone senza permesso. La condizione materiale è sotto gli occhi di tutti: baracche, rifugi di fortuna, servizi carenti, rifiuti, collegamenti difficili, isolamento. Non è solo povertà. È una segregazione che si è consolidata nel tempo. Negli ultimi anni, su Borgo Mezzanone, non sono mancati fondi e interventi. Nel 2017 la Prefettura di Foggia ha bandito la gestione del CARA per oltre 33,2 milioni di euro. Nel 2024 è stata pubblicata l’aggiudicazione di oltre 3 milioni di euro per la gestione di un centro da 80 posti. In questi giorni la Regione Puglia ha presentato un progetto da più di 13 milioni di euro per riconvertire una parte dell’area in foresteria per 324 lavoratori regolarmente soggiornanti impiegati nelle filiere agricole. A queste cifre si aggiungono altri lavori e interventi messi in campo negli anni. Il punto, quindi, non è dire che non si sia fatto nulla. Il punto è che, nonostante i soldi spesi e i progetti annunciati, la pista è ancora lì. E questo dovrebbe bastare a capire che il problema non è solo costruire nuovi posti o sistemare edifici esistenti. Borgo Mezzanone non è soltanto una questione di alloggio o di ordine pubblico. È anche un problema di lavoro, documenti, trasporti, accesso alla casa, residenza e servizi. Il nodo vero è far funzionare insieme tutti questi livelli. Quando questo raccordo non tiene, il sistema informale continua a occupare lo spazio che resta scoperto. Manca infatti un sistema capace di far incontrare in modo rapido e trasparente domanda e offerta di lavoro agricolo. E manca anche un coordinamento stabile tra imprese, centri per l’impiego, istituzioni, servizi territoriali, trasporti e politiche abitative: quando questo meccanismo non funziona, a organizzare il lavoro resta il caporale. Ed è per questo che il caporale continua a svolgere, in modo illegale e opaco, funzioni che il sistema regolare non riesce ancora a garantire in modo semplice e immediato: trovare manodopera in fretta, organizzare gli spostamenti verso i campi, mettere in contatto chi cerca braccia e chi cerca lavoro. Purtroppo anche nell’ultimo progetto c’è un limite evidente. Anche se si costruiscono 324 posti, la pista non si svuota. I numeri non tornano e i requisiti escludono una parte rilevante di chi ci vive. Il risultato più probabile è che una minoranza entri nella struttura, mentre la maggior parte resti fuori. Il progetto regionale è infatti destinato a lavoratori regolarmente soggiornanti, mentre la pista è un insediamento dove vivono anche migliaia di persone che non hanno una posizione stabile. Ed è qui che si tocca con mano come la politica abbia prodotto un effetto preciso: il decreto Cutro, convertito nella legge 50 del 2023, ha ristretto le ipotesi di protezione speciale e quindi gli spazi della regolarità per persone già presenti in Italia. In un contesto come Borgo Mezzanone questo significa più persone sospese tra permessi fragili, rinnovi incerti e rischio di cadere nell’irregolarità. E più irregolarità significa anche più sfruttamento. Chi non ha un titolo stabile di soggiorno non può affittare una casa, avere una residenza, accedere ai servizi e muoversi nei canali regolari del lavoro. Così cresce la dipendenza dai circuiti informali e si allarga il bacino di manodopera a bassissimo costo. E allora una domanda nasce spontanea: in un’agricoltura sotto pressione, schiacciata da margini ridotti e costi sempre più difficili da sostenere, quanto pesa la disponibilità di una manodopera irregolare, povera e ricattabile? Quanto di questo sistema continua a reggersi proprio su lavoratori abbastanza presenti da lavorare, ma troppo precari per sottrarsi allo sfruttamento? Per questo, se si vuole davvero ridurre il potere del caporale e svuotare la pista, la parola da rimettere al centro è regolarizzazione. Non come slogan, ma come strumento concreto di governo del lavoro e del territorio. Regolarizzare significa dare accesso a un contratto vero, a una casa, alla residenza, ai trasporti, ai servizi. Significa togliere persone da quella zona grigia in cui oggi diventano più ricattabili e più sfruttabili. Il confronto con la Spagna aiuta a capire la posta in gioco. A gennaio 2026 il governo Sánchez ha annunciato una regolarizzazione straordinaria per stranieri già presenti nel Paese. È una scelta politica chiara: far emergere chi già vive e lavora sul territorio, invece di lasciarlo nell’ombra. Anche in Italia bisognerebbe ripartire da qui. Perché Borgo Mezzanone non si supera solo con nuove strutture. Si supera riducendo il numero di persone costrette a vivere e lavorare senza uno status stabile, senza casa, senza trasporti e senza alternative reali. Migranti. Il tribunale di Palermo contro il Viminale: sì allo sbarco di Sea Watch5 in Sicilia di Alessia Candito La Repubblica, 18 marzo 2026 Il ministero dell’Interno aveva indicato come porto Massa Carrara, ma per raggiungerlo sono necessari quattro giorni di navigazione. “Onde alte più di due metri, superare lo Stretto è al momento impossibile”. Il tribunale dei minori di Palermo ha accolto l’istanza di Sea Watch autorizzando la nave dell’ong tedesca, che per il Viminale avrebbe dovuto raggiungere Massa Carrara, a sbarcare in Sicilia. I magistrati hanno risposto nel giro di poche ore all’appello arrivato dall’ong tedesca, che adesso cerca riparo dal ciclone Jolina al largo dell’isola. Con onde alte più di due metri, mare lungo e vento che lascia poco scampo, “attraversare lo Stretto è impossibile”, hanno fatto sapere da bordo. “La volontà di mandarci a nord, il più lontano possibile dal Mediterraneo centrale - sottolineano - è una pratica disumana e pericolosa”. E a Palermo hanno capito. Non si tratta della prima volta che ai giudici viene chiesto aiuto per evitare ai più fragili giorni e giorni di navigazione e inevitabili ulteriori traumi. Ma nel clima di permanente tensione fra governo e magistrati e con il referendum alle porte, la decisione rischia di essere nuovo motivo di scontro. Le condizioni del mare però lasciano poche alternative. Sul canale di Sicilia e sulla Calabria si sta abbattendo il ciclone Jolina, Sea Watch 5 è una nave grande, stabile, ma la tempesta si fa sentire. E i naufraghi hanno alle spalle una traversata estremamente difficile. Sono stati soccorsi su due diversi gommoni, viaggiavano già da giorni, soprattutto uno dei due gruppi era in condizioni drammatiche. In nove sono stati trasferiti d’urgenza a Lampedusa, fra loro una bimba piccolissima, due anni appena, in condizioni di grave ipotermia. Portata a bordo, è stata soccorsa, stabilizzata, ma subito per lei è stato chiesto il trasferimento medico d’urgenza sulla terraferma. Un’operazione per nulla semplice e con il tempo a lavorare contro: quando l’hanno finalmente portata via respirava a fatica. A bordo sono rimasti in ottantaquattro, fra cui venti adolescenti che hanno viaggiato da soli, tre bambini e una ventina di donne. Per i minori non accompagnati e le famiglie con figli piccoli, come in passato, Sea Watch5 ha chiesto al tribunale di intervenire. Ma le condizioni in cui versano gli ottantaquattro naufraghi imporrebbe lo sbarco immediato per tutti. “Le persone soccorse domenica hanno gravi ustioni da carburante, sono sfinite e soffrono il mal di mare - spiegano da Sea Watch5 - Costringerle a rimanere a bordo per mero calcolo politico è cinico, disumano e viola i loro diritti. Le condizioni meteorologiche e sanitarie rendono impossibile navigare per tre giorni verso nord per raggiungere Marina di Carrara. Adesso fate sbarcare tutte e tutti e permetteteci di tornare a salvare vite umane.”. Nel frattempo, dal mare continuano ad arrivare richieste di soccorso che cadono nel vuoto. “Sappiamo che almeno 225 persone stanno lottando per la vita nel Mediterraneo, la frontiera più letale del mondo”, dicono da Sea Watch sulla base delle segnalazioni di Alarm phone. “Un’imbarcazione con 62 a bordo potrebbe aver fatto naufragio e 111 persone sono rimaste bloccate su una piattaforma per l’estrazione del gas e su una nave vicina”. Come successo durante il ciclone Harry, che secondo ong come Refugees in Libya avrebbe causato una strage da almeno mille morti, diverse barche sono state messe in mare nonostante l’imminente tempesta in arrivo. E adesso chi è a bordo si trova ad affrontare onde alte come montagne, drammaticamente solo. Prigionieri d’Europa, prigionieri per sempre di Marta Abbà balcanicaucaso.org, 18 marzo 2026 Nell’Unione Europea ci sono oggi più di 700.000 persone detenute in circa 2.500 istituti. I fondi europei per il reinserimento esistono, ma stigma e vuoto post-carcerario rendono gli ex detenuti “prigionieri per sempre”. In Europa, reinserire un ex detenuto nella società è una delle sfide più difficili che uno Stato possa affrontare, e più costose se le istituzioni decidono di ignorare la questione. Pedro das Neves, esperto di sistemi penitenziari e autore di uno dei pochi studi sistematici sull’uso dei fondi europei nelle carceri, non ha dubbi su dove si inceppa il meccanismo: “Il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+) è uno strumento magnifico per chi si trova in condizioni di svantaggio. Ma a meno che i responsabili dei servizi penitenziari vengano al tavolo e dicano ‘guardateci’, non succederà nulla”. Il problema, dice, non è il fondo. È chi decide come spenderlo - e per chi. Nell’Unione Europea ci sono oggi più di 700.000 persone detenute in circa 2.500 istituti (Prison Systems EU). Metà avrebbe bisogno di interventi strutturali per migliorare la propria occupabilità. Un terzo non ha qualifiche spendibili nel mercato del lavoro. Quando escono, tornano spesso agli stessi problemi con cui erano entrati: niente casa, niente lavoro, niente rete. E il ciclo ricomincia. Angel Andonov ha trascorso 18 anni in un carcere croato. Condannato a 21 anni per traffico internazionale di cocaina - 300 chili dalla Colombia - ha usato quel tempo per laurearsi in giurisprudenza. Oggi insegna come associato esterno in due facoltà: Giurisprudenza e Riabilitazione Educativa. Forma futuri criminologi, assistenti sociali, agenti penitenziari. Ha fondato e dirige come segretario l’associazione Angelus Custos, che promuove educazione in carcere, impiego per ex detenuti tramite accordi con imprese edili e di trasporti, e advocacy per il modello Rescaled di piccole case detentive. Sopravvive principalmente con donazioni, senza fondi UE diretti né supporto statale consistente. Il contesto in cui opera è tra i più critici d’Europa. Al 31 gennaio 2024, la Croazia registrava un tasso di affollamento medio delle carceri del 110% (moderato, ma in aumento dell’8,3% rispetto al 2023), con strutture chiuse spesso gravemente sovraccariche (fino a oltre il 200% in alcuni istituti come Zadar). L’Ombudsman Tena Šimonovi? Einwalter, nel report annuale 2024, ha descritto condizioni “allarmanti” con carenze di personale, caldo insopportabile e trattamenti potenzialmente umilianti. La carenza di personale impedisce persino di organizzare passeggiate all’aria aperta. In questo scenario, un progetto finanziato con fondi di coesione provenienti dall’ESF+ prova a costruire qualcosa di concreto. Si chiama “NiKre TeBra” e lavora con giovani detenuti tra i 16 e i 29 anni, offrendo qualifiche professionali - posatori di piastrelle, operai edili - mentre sono ancora in carcere. Ad accompagnarli ci sono assistenti sociali e psicologi. Non solo mestiere: anche comunicazione, gestione del denaro, competenze di vita. “Ho imparato il mestiere, ma anche come comunicare e gestire le finanze”, ha detto Marko, uno dei partecipanti. “Sento che questo mi aiuterà quando troverò un lavoro.” L’Associazione per il Lavoro Sociale Creativo, che guida il progetto, ha formato una prima platea di 16 giovani puntando a estendere il programma negli anni successivi. È un esempio virtuoso. Ma rimane un’isola. Angel Andonov, che quel sistema lo ha attraversato dall’interno, sa bene quanto il modello resti fragile: “La stigmatizzazione è permanente. La società non perdona.” Slovenia: quando lo Stato investe davvero - A 400 chilometri di distanza, la Slovenia affronta una crisi simile ma con risorse diverse. Nel report SPACE I 2024 (luglio 2025), la Slovenia resta al primo posto in Europa per sovraffollamento severo (134 detenuti ogni 100 posti al 31 gennaio 2024, +25,4% dal 2023), con crescita del 40% in cinque anni. Nonostante la nuova prigione di Lubiana (388 posti, completata nel 2025) e ristrutturazioni, persistono carenze di personale e pressione sistemica. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura nel report maggio 2025 ha confermato celle a Lubiana con soli 2.7-3.5 m² per persona, sotto gli standard minimi. Eppure il Ministero della Giustizia sloveno ha scelto di non limitarsi all’emergenza. Nell’ambito del Programma di Politica di Coesione 2021-2027, ha varato un progetto da 2 milioni di euro - di cui quasi 1,5 milioni di contributo ESF+ - intitolato “Attività educative per persone che scontano una pena detentiva”. Il programma offre istruzione formale a più livelli: da quella professionale di base fino all’istruzione superiore, passando per qualifiche professionali nazionali, corsi di lingua slovena e inglese per i detenuti stranieri (la cui presenza è cresciuta sensibilmente), e programmi per migliorare l’alfabetizzazione funzionale. Nel 2024 sono state coinvolte 99 persone. L’obiettivo è raggiungerne 1.400 entro il 2028, in tutti gli istituti sloveni. La partecipazione è volontaria, calibrata sugli interessi e il livello di istruzione di ciascuno. Non è la prima volta: un analogo progetto finanziato dal Fondo Sociale Europeo era già attivo dal 2016, e aveva raggiunto 1.540 persone entro il 2022. In parallelo, un progetto supplementare chiamato “Sviluppo delle competenze dei detenuti” affronta la dimensione più sommersa del reinserimento: dipendenze, salute mentale, competenze genitoriali, orticoltura, mindfulness, cura degli animali, sicurezza stradale. È prevista anche una stazione radio interna agli istituti. L’obiettivo dichiarato di URSIKS è chiaro: “Un’occupazione stabile è uno dei fattori più importanti nella prevenzione della recidiva”. Lo sa bene chi lavora con i numeri. Nel 2022, il 34,4% dei condannati nelle carceri slovene aveva completato solo l’istruzione professionale inferiore o superiore; il 26,5% si era fermato alla scuola primaria; il 13% non aveva alcuna istruzione formale, incluso il 3% privo di competenze di base in lettura e calcolo. La sfida europea: fondi buoni, uso spesso sbagliato - Pedro das Neves conosce bene la distanza tra il potenziale dei fondi europei e la loro applicazione reale. “La mia critica non è per il programma in sé”, spiega, “ma per il modo in cui viene interpretato nei diversi paesi.” La questione è politica prima che tecnica: se i direttori dei servizi penitenziari non siedono al tavolo dove si decidono le priorità nazionali dei fondi ESF+, i detenuti - e gli ex detenuti - semplicemente non compaiono tra i beneficiari. “In alcuni paesi è successo: qualcuno ha portato il tema al tavolo e ha detto ‘questo è importante, copre tutti i gruppi prioritari’. In altri no”. Il risultato è una mappa europea a macchia di leopardo. In certi paesi i fondi hanno finanziato programmi strutturali - come in Portogallo, dove un’iniziativa Equal ha sostenuto progetti innovativi integrati, o in Romania, dove l’ESF+ ha finanziato un cambiamento culturale interno all’intero sistema penitenziario, dalla formazione del personale alla ristrutturazione degli spazi. In altri, l’ESF+ è diventato un meccanismo di manutenzione ordinaria, erogando corsi di formazione di routine senza alcuna capacità di innovazione. “Abbiamo perso flessibilità,” dice das Neves. “In alcuni paesi il fondo è diventato così rigido che non si riesce a mescolare formazione e intervento psicosociale nello stesso progetto. E questo è una perdita enorme”. C’è un altro nodo che das Neves individua con precisione: la tracciabilità. Trovare i progetti ESF+ dedicati alla popolazione carceraria è spesso impossibile, perché vengono catalogati sotto categorie generiche - “persone svantaggiate”, “dipendenze”, “bassa scolarizzazione” - senza alcun filtro specifico. “Anche io sto spulciando progetto per progetto,” conferma chi lavora sul campo. “Non c’è un database con il bollino ‘detenuti’. Sono ovunque e da nessuna parte”. Su questo il punto di vista di Antigone, l’associazione italiana di tutela dei diritti nelle carceri, aggiunge una complessità ulteriore. “La gran parte delle persone detenute in tutto l’Occidente non sono ‘persone come noi’”, spiega Alessio Scandurra, che lavora quotidianamente con questa realtà. “Quando escono, il loro problema principale non è lo stigma. Sono gli stessi problemi che avevano quando sono entrate: salute, casa, lavoro.” Una premessa che dovrebbe stare alla base di qualsiasi progetto di reinserimento, e che invece viene spesso ignorata in favore di iniziative più visibili - quelle con “l’azienda più figa o la storia più bella” - che intercettano solo la fascia più pronta della popolazione detenuta, lasciando indietro chi ha dipendenze, disturbi mentali, nessuna rete familiare. “Un carcere dovrebbe offrire un ventaglio di cose molto diverso”, osserva Scandurra, “per intercettare bisogni molto diversi. Hai chi può accedere a percorsi avanzati di formazione professionale. E hai chi ha bisogno di essere alfabetizzato ai ritmi ordinari della vita.” Il problema è che i progetti più ambiziosi - quelli che affiancano alla formazione lavorativa supporto psicologico, accompagnamento, follow-up - sono anche i più difficili da finanziare, perché costosi, complessi e raramente sostenibili oltre la durata del bando. “Sulla carta tutti parlano di sostenibilità. Poi quando i fondi finiscono, finisce tutto”. Il quadro che emerge da Croazia, Slovenia e dal dibattito europeo non è quello di un problema irrisolvibile. È quello di un problema mal governato. I fond ESF+ esistono, sono cospicui, e in alcuni casi - come dimostrano i progetti sloveni o l’esperienza di “NiKre TeBra” - riescono a produrre risultati reali e misurabili. Ma la loro efficacia dipende da scelte politiche a monte: chi siede al tavolo, quali categorie vengono riconosciute come prioritarie, quanto si è disposti a tollerare la complessità invece di inseguire i numeri più facili da rendicontare. Angel Andonov, che ha costruito la sua seconda vita senza aiuti europei e quasi senza aiuti statali, lo dice con la chiarezza di chi ha visto il sistema dall’interno: “La più grande difficoltà per il reinserimento è la mancanza di aiuto della società e la stigmatizzazione permanente.” Non basta formare un muratore o un posatore di piastrelle. Bisogna costruire le condizioni perché quella formazione non si perda nel vuoto del giorno dopo l’uscita dal carcere. Ed è proprio lì, in quel vuoto, che si decide se l’ergastolo sociale finisce o continua.???????????????? Svezia. Pronta la prigione “confortevole” per i primi detenuti 13enni askanews.it, 18 marzo 2026 Gruppi più piccoli e più personale, dal 1 luglio si abbassa età reati. Pareti di un colore diverso, gruppi di detenuti più piccoli e più personale: questo carcere alla periferia settentrionale di Stoccolma è in fase di ristrutturazione per accogliere minori a partire dal primo luglio, data in cui dovrebbe entrare in vigore una riforma della giustizia minorile molto criticata che abbassa da 15 a 13 anni l’età della responsabilità penale per i reati gravi. La legge deve ancora essere approvata dal parlamento svedese, ma il carcere Rosersberg si sta adeguando per accogliere i piccoli carcerati, come spiega il suo direttore Gabriel Wessman: “Rinchiudere le persone va contro la natura umana - afferma in un’intervista ad Afp - e quando sono giovani, è chiaro che la situazione può risultare ancora più difficile”, sottolinea. “Le stanze saranno da circa 10 metri quadri, ci sarà una tv, un letto e una scrivania”, spiega, mostrando la struttura. “Li svegliamo alle sette del mattino per la colazione, per prepararsi e così via. Poi la scuola inizia alle otto. Abbiamo diversi insegnanti che il servizio penitenziario ha assunto o sta assumendo per questo incarico, che si occuperanno del lavoro scolastico. È una normale scuola e i bambini saranno divisi in piccoli gruppi nelle aule, di sei persone”. “Questa è l’area in cui, se alcuni detenuti vengono minacciati da altri detenuti, o si comportano in modo violento, o qualcosa del genere, possiamo isolarli. Avremo quattro stanze di isolamento. Costruiremo un’area esterna con un soggiorno o una sala da pranzo per due delle stanze di isolamento e un’area scolastica, perché i minori dovranno andare a scuola anche se sono in isolamento”. Una porta grigia dividerà la zona adulti dai più giovani, spiega ancora il direttore nel suo tour. Non solo scuola, anche attività fisica: “Una specie di palestra all’aperto, un tavolo da ping pong, più verde, magari degli angoli dove stare insieme”. Per il ministro della Giustizia svedese, Gunnar Strommer, “il modello finora in vigore si è dimostrato incapace di gestire i minori che commettono reati gravi. Oltre il 90% di coloro che hanno legami con le gang è recidivo, cifre spaventose, che riflettono un grave fallimento sociale e giuridico della nostra società”. Ma per Julia Hogberg, avvocata per i diritti dei minori presso l’associazione BRIS: “La decisione di abbassare l’età della responsabilità penale comprometterà la credibilità della Svezia come Paese pioniere nella tutela dei diritti dei minori”. Stati Uniti. Meta alla sbarra, l’arringa: “Provoca dipendenza” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 18 marzo 2026 Parla Mark Lanier, l’avvocato di Kaley, la ragazza americana che accusa Instagram: “Questo è un processo pilota che avrà ripercussioni storiche”. “Il processo è ormai alle battute finali e la sentenza potrebbe arrivare a breve”. Mark Lanier risponde al Dubbio dal suo studio legale di Los Angeles, dopo l’arringa difensiva in quello che negli Stati Uniti è stato definito un processo “storico”. Sono state settimane molto impegnative per l’avvocato Lanier, difensore di Kaley, così viene identificata la ventenne negli atti di causa, che ha deciso di portare davanti al Tribunale di Spring Street, a Los Angeles, la piattaforma Instagram di proprietà di Meta con il suo Ceo Mark Zuckerberg. Il motivo? L’uso precoce e compulsivo dei social negli anni scorsi, quando Kaley era poco più che una bambina, ha reso la giovane dipendente dalla tecnologia provocandole depressione e pensieri suicidi. Oltre a Meta, è stata costretta a difendersi davanti ai giudici californiani anche YouTube di proprietà di Google, mentre TikTok e Snap, dopo la citazione in giudizio, hanno raggiunto un accordo extragiudiziale prima dell’inizio del processo. Dopo circa un mese di audizioni con esperti in dipendenze, terapisti, ingegneri delle piattaforme e top manager, tra cui il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, i 12 giurati hanno ascoltato le arringhe dei difensori delle parti. L’attesa è grande: le società che gestiscono i più importanti social media potrebbero essere ritenute responsabili dei danni causati ai minori, utilizzatori delle piattaforme. Quello di Los Angeles è stato definito anche un “processo pilota”, nel senso che il suo esito indirizzerebbe migliaia di cause simili contro le aziende dei social media. “Il processo di Los Angeles - dice al Dubbio in esclusiva l’avvocato Mark Lanier - avrà sicuramente delle ripercussioni, ma la loro portata dipenderà dal verdetto della giuria. Una condanna delle aziende darà il via a ulteriori cause legali, imporrà maggiori misure correttive e sarà oggetto di un’attenta analisi da parte dei mercati azionari, in quanto potrebbe influenzare la valutazione delle aziende stesse. È utile però rilevare che anche se le aziende non venissero ritenute responsabili, si verificheranno comunque delle conseguenze a causa dell’attenzione mediatica suscitata dal caso. È probabile che le aziende presteranno maggiore attenzione ai problemi che abbiamo evidenziato durante tutto il processo”. Poco più di una settimana fa, Lanier, considerato uno dei civilisti più famosi degli Stati Uniti, ha svolto l’arringa conclusiva mostrando ai giurati l’immagine di un branco di gazzelle circondato da un leone. I leoni, ha fatto notare il difensore di Kaley, non attaccano mai le gazzelle più forti o più audaci, ma prendono di mira le prede che considerano più deboli. “Penso che sia proprio questo il risultato che abbiamo ottenuto in questo caso”, ha affermato Lanier rivolgendosi alla giuria. Durante il processo, Mark Lanier ha fatto riferimento ad alcuni documenti aziendali di Meta e YouTube, che, a suo dire, dimostrano la consapevolezza all’interno delle Big Tech delle conseguenze provocate dall’utilizzo delle loro piattaforme. Vale a dire una vera e propria dipendenza. “Non sono contrario - ha rilevato Lanier nella sua arringa conclusiva - all’opportunità di fare soldi, ma quando si fanno a spese dei bambini, bisogna farlo in modo responsabile”. “Il caso - spiega al Dubbio l’avvocato con studio a Los Angeles, New York e Houston - si è concentrato su ciò che le aziende sotto processo sapevano in merito agli effetti dei social e cosa hanno fatto al riguardo. Riteniamo che le aziende interessate fossero consapevoli di aver installato nelle loro app funzionalità tali da portare ad un utilizzo problematico, soprattutto tra i giovani e le fasce più vulnerabili della popolazione. Le testimonianze del presidente di Instagram, Adam Mosseri, e dell’amministratore delegato di Meta, Mark Zuckerberg, hanno permesso alla giuria di constatare che le parole delle aziende non sempre trovavano riscontro nei fatti”. I social media possono creare dipendenza e il paragone con l’alcol o il tabacco non è azzardato. “Abbiamo ascoltato - ricorda Lanier - la testimonianza di Anna Lembke, una delle esperte più autorevoli a livello mondiale in materia di dipendenze. Ha spiegato che il processo neurale alla base della dipendenza da alcol è lo stesso che si verifica nella dipendenza da social media. Le conseguenze possono essere diverse, i social media non causano danni alla salute, come il cancro ai polmoni, ma i meccanismi della dipendenza sono sostanzialmente gli stessi. Le cure mediche e le cartelle cliniche psichiatriche-psicologiche saranno sicuramente utili a sostegno della tesi della dipendenza”. Considerate, dunque, alcune caratteristiche dei social, in futuro potrebbero essere inseriti degli avvisi per gli utenti prima dell’utilizzo di alcune piattaforme. Oltre a questo aspetto, non vanno neppure tralasciati i temi della responsabilizzazione e della trasparenza di chi gestisce i social. “Ritengo - conclude l’avvocato Mark Lanier - che debbano essere assolutamente inseriti avvisi chiari sui social media, soprattutto quando sono coinvolti bambini o adolescenti. I social media sono una miniera d’oro per le aziende che li gestiscono e, allo stesso tempo, sono un canale attraverso il quale gli investimenti pubblicitari trovano un pubblico ricettivo. Credo che la trasparenza a tutti i livelli sia il punto di partenza migliore. Inoltre, ritengo opportuno limitare l’accesso ai social media a coloro che hanno un’età in cui il cervello è ancora in fase di sviluppo”. Il processo di Los Angeles è destinato a scrivere una pagina importantissima della storia giudiziaria degli Stati Uniti.