Perché gli studenti minorenni non possono partecipare a progetti educativi e di prevenzione in carcere? di Coordinamento Carcere Due Palazzi Ristretti Orizzonti, 17 marzo 2026 Succede anche a Padova. Ci è stato comunicato in questi giorni che all’iniziativa “Incontro di formazione per gli studenti e presentazione dello spettacolo Babele” di TeatroCarcere Due Palazzi, programmata (con largo anticipo e prevista per il 26 marzo 2026 in collaborazione con l’I.I.S. Atestino di Este (per le classi terze) non potranno partecipare gli studenti minorenni. Chiediamo quali siano le motivazioni di questa esclusione di 35 alunni su 50. L’attività di TeatroCarcere Due Palazzi (Amici della Giotto) coinvolge in particolare la fascia di persone detenute giovani (giovani adulti) la cui presenza negli istituti penitenziari è in costante aumento e rappresenta una crescente criticità; si tratta di persone particolarmente fragili e con specifiche difficoltà di adattamento alla vita detentiva. Il lavoro di TeatroCarcere Due Palazzi è realizzato in collaborazione con il Gregorianum: otto giovani del mondo esterno, impegnati e sensibili, la cui partecipazione permette un confronto generazionale e un incontro nella forma di “apprendimento tra pari”. La finalità dell’iniziativa (approvata dal Collegio Docenti) per l’ I.I.S. Atestino è “promuovere una riflessione sul tema della legalità e illegalità attraverso un’esperienza della realtà del carcere mediata da un evento culturale… è convinzione della dirigente scolastica e di tutto il collegio docenti che questo momento di incontro e confronto possa aiutare gli studenti a superare gli stereotipi…Relativamente ai detenuti, ci auguriamo che il contatto con i giovani possa essere un’occasione per tessere relazioni umane significative e continuare a credere in un positivo percorso di reinserimento sostenuto anche da relazioni aperte con il territorio, gli enti e la cittadinanza”. Le cronache in tutto il paese raccontano di divieti di ingresso generalizzati negli istituti penitenziari di minorenni, e di studenti in generale, anche in realtà nelle quali esisteva una positiva tradizione di iniziative di rieducazione collegate alla scuola e all’ingresso di giovani. Come Coordinamento Carcere Due Palazzi ci preoccupa questa tendenza, e ci chiediamo come sia possibile che iniziative educative promosse da istituzioni scolastiche e autorizzate da genitori vengano invece impedite e bloccate dai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria. Con quali motivazioni e in nome di quali principi e normative? “I suicidi in carcere sono una sconfitta dello Stato” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 17 marzo 2026 I suicidi in carcere sono “una sconfitta dello Stato”. Lo ha detto Sergio Mattarella ieri pomeriggio al Quirinale, ricevendo una rappresentanza della Polizia Penitenziaria per il 209° anniversario dalla fondazione del Corpo, guidata dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele. Prima del saluto ufficiale c’era già stato un incontro riservato tra i due. Mattarella lo ha ricordato subito, aprendo il suo intervento davanti alla sala: “Poc’anzi abbiamo avuto un colloquio e abbiamo affrontato diversi problemi e trattato le prospettive per l’attività di questo importante reparto e dell’attività del corpo penitenziario”. Da quel colloquio è uscito quello che ha detto dopo. Nessuna formula celebrativa, nessun elenco di traguardi. Ha cominciato dai problemi, uno per uno: il sovraffollamento, le condizioni fisiche degli edifici, la carenza di organici. “Sono compiti che siete chiamati a svolgere, di grande responsabilità, sovente in condizioni di estrema difficoltà, talvolta difficoltà insostenibili, per le condizioni di sovraffollamento, per le condizioni strutturali degli edifici penitenziari sotto il profilo non soltanto sanitario, strutturale”. Il sovraffollamento è il dato che torna in ogni rapporto, in ogni ispezione, in ogni interrogazione parlamentare. Ma Mattarella ha aggiunto qualcosa che va oltre il numero dei posti letto: le strutture stesse non sono adeguate al compito. Edifici costruiti in un’altra epoca, non pensati per quello che devono contenere oggi, con tutto quello che comporta sul piano della sicurezza e della possibilità concreta di fare qualcosa di utile con il tempo della detenzione. A questo si aggiunge la carenza di personale. “Si aggiunge una carenza di personale che non è da oggi, ma continua a pesare fortemente anche sul lavoro degli agenti del corpo penitenziario, chiamati a moltiplicare gli sforzi per l’attività da svolgere”. La formula “non è da oggi” vale come un giudizio: il problema è cronico, sedimentato nel tempo, e nessuna soluzione emergenziale basterà a smontarlo. C’è poi una terza criticità che nel dibattito pubblico trova poco spazio: “La carenza di professionalità, come quelle sanitarie e quelle di formatori, che sono essenziali nel mondo carcerario”. Medici, psicologi, educatori. Figure senza le quali il carcere resta contenimento puro, e il contenimento da solo non prepara nessuno a uscire e non impedisce a nessuno di tornare. Sono assenze che non finiscono sui titoli dei giornali, ma che gli agenti penitenziari conoscono bene perché ci lavorano dentro ogni giorno, e sanno cosa significa gestire situazioni di disagio acuto senza avere accanto qualcuno formato per farlo. La sintesi Mattarella l’ha affidata a una frase diretta: “Vi è una condizione complessiva che richiede a tutti voi del corpo un impegno particolare, un sovrappiù di impegno professionale. Io vi ringrazio per la dedizione con cui svolgete i compiti che vi sono affidati”. La sconfitta che si chiama suicidio - “Naturalmente vi sono tanti problemi che tutti conosciamo. Il primo dei quali è la piaga dei suicidi dei detenuti che non si attenua. Ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato, a cui sono affidate le vite dei detenuti”. Chiamarla sconfitta dello Stato sposta la questione fuori dal perimetro della tragedia individuale. Chi è detenuto è sotto la custodia dello Stato, e quella custodia include un dovere di cura che quando viene meno non può essere archiviato come fatalità. Lo Stato prende in carico quelle vite nel momento in cui emette una sentenza. Non può poi dichiarare di non sapere o di non poter fare. Da quel punto Mattarella ha sviluppato il ragionamento sul reinserimento, tenendo insieme due argomenti che nel dibattito politico tendono a stare su sponde opposte. Da un lato l’obbligo di civiltà, dall’altro l’interesse concreto della collettività: “È non soltanto un obbligo costituzionale, ma è una scelta di civiltà, ed è anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza. Perché l’opera di recupero, quando svolta, conduce a una recidiva estremamente bassa, e quindi è responsabilità che la Repubblica deve coltivare concretamente il più possibile”. Chi esce dopo un percorso serio di reinserimento torna a commettere reati molto meno. Non è un’opinione, è quello che dicono i dati. E se si parte da lì, investire nel recupero non è una posizione ideologica: è semplicemente razionale. Per arrivarci servono quelle attività che il capo dello Stato ha citato con un leggero distacco lessicale: “Anche per questo sono molto importanti le attività che vengono definite con un termine non felicissimo, ‘trattamentali’, ma che sono essenziali in questa finalità di recupero e reinserimento”. Lavoro, formazione, istruzione, supporto psicologico. Il contrario delle giornate vuote che in molti istituti scandiscono la detenzione dall’alba al tramonto. La chiusura è stata netta: “Questa è una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare”. L’articolo 27 è scritto da quasi ottant’anni. Stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è una raccomandazione, è un obbligo. La distanza tra quello che prescrive e quello che succede in molte carceri italiane misura un ritardo che si accumula da decenni, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti. Mattarella lo ha detto davanti a una sala di agenti penitenziari che quel mandato lo vivono ogni giorno, spesso con mezzi che non bastano e senza che qualcuno gliene riconosca pubblicamente il peso. Caduti del Corpo, caduti della Repubblica - A un certo punto della cerimonia Mattarella ha ricevuto una pubblicazione con i nomi dei caduti del Corpo, accompagnati dalle testimonianze dei familiari. Non un volume celebrativo nel senso ordinario del termine: storie, voci, memoria raccolta e messa su carta. Ha guardato quelle pagine e ha detto: “Li rende più vivi e più coinvolgenti, certamente. Sono nomi di eroi del Corpo, di caduti del Corpo, ma di caduti della Repubblica. E io desidero ricordarli tutti, ancora una volta, e ringraziare i familiari per essere presenti qui questa sera”. I familiari erano in sala. Li aveva già nominati esplicitamente nel corso dell’intervento, esprimendo “la riconoscenza della Repubblica”. Dire “caduti della Repubblica” e non solo “caduti del Corpo” è una distinzione precisa: quelle vite non appartengono alla memoria interna di una categoria professionale, appartengono alla storia collettiva del paese. È la stessa logica con cui si ricordano i caduti di altre forze dello Stato: il sacrificio non era al servizio di un’istituzione sola, era al servizio di tutti. Eppure la Polizia Penitenziaria è tra le forze dello Stato che meno spazio trovano nel racconto pubblico, spesso ridotta a comparsa nei momenti di cronaca nera e dimenticata nel resto del tempo. Quella pubblicazione, con i nomi e le voci dei familiari, lavora esattamente contro questa tendenza: restituisce volti e storie a persone che altrimenti resterebbero numeri in un elenco. Mattarella ha ricevuto il volume, lo ha guardato, e ha usato una parola sola per dire cosa fa quella raccolta di testimonianze: li rende più vivi. Non è retorica. È la descrizione di quello che succede quando una memoria smette di essere archivio e diventa racconto. Nel saluto finale aveva tenuto insieme chi stava uscendo dal servizio, “dopo anni di impegno intenso e sovente faticoso”, e “gli allievi che si preparano a un compito così delicato”. Due generazioni nella stessa stanza, con percorsi opposti davanti a sé, accomunate dalla stessa realtà che il capo dello Stato non aveva abbellito in nessun passaggio della serata. A chi inizia non è stato promesso un lavoro semplice. A chi finisce è stato riconosciuto, senza enfasi, che non lo è stato. In mezzo, tutto quello che Mattarella aveva detto prima: il sovraffollamento, la carenza di personale, i suicidi che non si fermano, l’obbligo costituzionale che fatica a diventare pratica quotidiana. Un quadro che il capo dello Stato ha scelto di non addolcire, neanche in una cerimonia di anniversario, neanche davanti a una sala piena di divise. Mattarella: “Il reinserimento dei detenuti è una scelta di civiltà” interris.it, 17 marzo 2026 In occasione del 209esimo anniversario della costituzione del Corpo di polizia penitenziaria, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricevuto una delegazione di rappresentanza e, dopo l’intervento del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, ha tenuto un discorso in cui ha ricordato le difficoltà che affliggono il sistema carcerario italiano, dal sovraffollamento alle condizioni strutturali degli edifici penitenziari fino alla carenza di personale. Il presidente ha inoltre definito i suicidi dei detenuti in carcere “una piaga che non si attenua” e una “sconfitta dello Stato cui sono affidate le vite dei detenuti”. Mattarella ha infine ribadito la necessità di lavorare sul reinserimento e sul recupero delle persone detenute non solo perché previsto dalla Costituzione, ma anche come scelta di civiltà e investimento sulla sicurezza perché perché l’opera di recupero, quando svolta, conduce a una recidiva estremamente bassa”. Compiti di grande responsabilità - “Sono compiti, quelli che siete chiamati a svolgere, di grande responsabilità. Sovente in condizioni di estrema difficoltà, talvolta difficoltà insostenibili per le condizioni di sovraffollamento, che ben conoscete meglio di ogni altro; per le condizioni strutturali degli edifici penitenziari, sotto il profilo, non soltanto - ed è già decisivo questo aspetto, sanitario - ma anche sotto il profilo strutturale, non essendo adeguati al compito cui sono chiamati questi edifici”. Le condizioni - “Vi si aggiunge una carenza di personale, che non è da oggi, ma continua a pesare fortemente anche sul lavoro degli agenti del Corpo penitenziario, chiamati a moltiplicare gli sforzi per l’attività da svolgere. A questo si aggiunge anche la carenza di alcune professionalità, come quelle sanitarie e quelle dei formatori, che sono essenziali nel mondo carcerario. Vi è una condizione complessiva che richiede a tutti voi del Corpo un impegno particolare, un sovrappiù di impegno professionale. E io vi ringrazio per la dedizione con cui svolgere i compiti che vi sono affidati”. Il reinserimento dei detenuti - “Naturalmente vi sono tanti problemi che tutti conosciamo e conoscete voi meglio di ogni altro. Il primo dei quali è la piaga dei suicidi dei detenuti, che non si attenua. Ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato cui sono affidate le vite dei detenuti. Vi è inoltre un’esigenza che va sviluppata sempre di più e che voi conoscete meglio di ogni altro, perché la vivete giorno per giorno: la finalità di reinserimento, di recupero dei detenuti; per tutti, particolarmente per i più giovani. È non soltanto un obbligo costituzionale, ma è una scelta di civiltà, ed è anche un investimento per la sicurezza della cittadinanza, perché l’opera di recupero, quando svolta, conduce a una recidiva estremamente bassa e, quindi, è una responsabilità che la Repubblica ha, da coltivare concretamente il più possibile”. Gli auguri per il futuro - “Anche per questo sono molto importanti le attività che vengono definite con un termine - dicevo poc’anzi al Capo Dipartimento - non felicissimo, ‘trattamentali’, ma che sono essenziali in questa finalità di recupero e reinserimento. Anche per rendere più alta la speranza di recupero per il futuro. E d’altronde questa, come tutti sappiamo, è una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare”. “Questa per me è un’occasione, in questi 209 anni che sono decorsi dalla fondazione del Corpo, per ringraziare tutti gli addetti, le donne e gli uomini che vi lavorano, per il compito che svolgono, per la dedizione con cui lo svolgono. Con gli auguri per questo anniversario e gli auguri per il loro futuro e per il loro lavoro”. Pene contrarie al senso di umanità: per la Consulta un test di coerenza di Andrea Pugiotto L’Unità, 17 marzo 2026 Se il carcere è degradato, insalubre, privo degli standard minimi di vivibilità, lo Stato non sta “gestendo male” l’istituto: sta violando la Costituzione. Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze chiede alla Corte di introdurre il differimento della pena. 1. Per chi chiede legalità dietro le sbarre sono sempre tempi duri. Durissimi nell’attuale Legislatura, in cui le Camere si apprestano a convertire in legge un terzo “decreto-sicurezza” che già introduce nuovi reati, nuove aggravanti, nuova detenzione. Sbarrata la via parlamentare, residuano i canali alternativi che la Costituzione prevede quali possibili correttivi all’indirizzo politico di maggioranza. Tra essi, il controllo di costituzionalità delle leggi che disciplinano l’esecuzione penale. La questione posta in questi giorni nasce dal basso, innestandosi sul ricorso di un detenuto. È una questione di sistema. Cosa accade quando lo Stato, pur a fronte di un ordine del giudice, non riesce o non provvede a garantire condizioni detentive conformi alla Costituzione e alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che - in solido - vietano trattamenti inumani o degradanti? 2. È il problema posto dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, con un’ordinanza destinata ai giudici costituzionali. Tutto nasce dalle condizioni infernali del carcere di Sollicciano: infiltrazioni d’acqua, muffe, carenze nel riscaldamento e nell’erogazione di acqua calda, presenza di cimici e roditori, spazi ridotti e inadeguati. Nonostante precedenti provvedimenti giudiziari avessero ordinato all’amministrazione penitenziaria di intervenire, le condizioni materiali di detenzione risultano ancora compromesse. Tutti i rimedi giuridici offerti dall’ordinamento, regolarmente esperiti, si sono rivelati solo parziali e inadeguati. Che fare? Servirebbe - dice il Tribunale fiorentino - una norma di chiusura: la previsione di un rimedio effettivo e immediato, affidato al giudice, a evitare che la pena si trasformi in un trattamento costituzionalmente illecito. In ragione di ciò, chiede alla Consulta di introdurlo colmando l’attuale lacuna dell’art. 147 c.p., che disciplina il differimento facoltativo della pena per specifiche ragioni umanitarie, ma non contempla il caso di una detenzione concretamente incompatibile con la dignità umana. Questo “vuoto normativo” va colmato, introducendo la possibilità per il giudice di rinviare l’esecuzione della pena - eventualmente nelle forme della detenzione domiciliare - finché lo Stato non sia in grado di garantirne uno svolgimento rispettoso della propria legalità. Analoga addizione normativa dovrà interessare l’art. 47-ter ord. penit. relativo alla detenzione domiciliare, che non copre questa specifica ipotesi. 3. Nel merito, è difficile dare torto al Tribunale di sorveglianza di Firenze e alle sue censure d’incostituzionalità. Ha ragione quando afferma - con nettezza - che una pena eseguita in condizioni disumane è illegittima. Se il carcere è degradato, insalubre, privo degli standard minimi di vivibilità, lo Stato non sta semplicemente “gestendo male” l’istituto: sta violando la Costituzione. Il problema non è la condanna in sé, formalmente legale, ma le sue modalità di esecuzione. Una detenzione in condizioni degradanti umilia la persona e rende impossibile qualsiasi percorso di risocializzazione, calpestando due volte l’art. 27 Cost. Di più. Anche l’art. 3 Cedu - che la legge nazionale è obbligata a rispettare - vieta trattamenti inumani o degradanti. E la Corte di Strasburgo ha più volte affermato che condizioni materiali detentive intollerabili, superando una “soglia minima di gravità”, integrano il trattamento vietato, anche in assenza di intenzioni vessatorie. Quanto al rispetto della dignità della persona (art. 2 Cost.), come non si acquista per meriti così non si perde per demeriti. Si tratta addirittura di un principio supremo, costitutivo della nostra identità costituzionale, “definita, nel suo “contenuto essenziale”, una volta per tutte dalla Costituzione stessa” (sent. n. 125/2025). Non negoziabile né modificabile, dunque inviolabile da tutte le fonti del diritto. La richiesta di un fusibile normativo, individuato nel rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena, non è eccentrica né isolata. Opportunamente, il giudice fiorentino richiama esperienze straniere significative. Negli Stati Uniti, la Corte Suprema, in relazione alle carceri della California, ha imposto la riduzione della popolazione detenuta per porre fine a condizioni ritenute incostituzionali. In Germania, il Tribunale costituzionale ha affermato che la dignità umana va garantita nella fase dell’esecuzione penale, imponendo interventi correttivi quando la detenzione è materialmente incompatibile con i diritti fondamentali. Il messaggio è chiaro: se il carcere scende sotto la soglia minima di civiltà, il problema non è amministrativo ma costituzionale e chiama in causa la Consulta. Con quali esiti? 4. C’è un datato precedente: la sent. n. 279/2013. Allora, la richiesta del differimento dell’esecuzione della pena veniva giustificata in ragione di un sovraffollamento strutturale e sistemico. La Consulta riconobbe che, nelle prigioni italiane, la Costituzione era violata. Disse altrettanto chiaramente che il sistema doveva dotarsi di un rimedio per consentire la “fuoriuscita del detenuto dal circuito carcerario”, se costretto a vivere in condizioni contrarie al senso di umanità. Ma non andò oltre, dichiarando la questione inammissibile. Secondo l’impostazione allora dominante, la scelta su come punire (e quanto punire) era considerata di monopolio del legislatore. Dichiarando incostituzionale la norma, si sarebbe necessariamente creato un “vuoto” nella legge che la Consulta non avrebbe potuto colmare al posto del Parlamento. Oggi lo scenario è mutato. Negli ultimi anni la Consulta ha iniziato a controllare la misura della pena. Se sproporzionata rispetto al reato, il rispetto della discrezionalità legislativa non preclude più una sua dichiarazione d’incostituzionalità. In questi casi la Corte non si limita soltanto a segnalare il problema. Individua, tra le soluzioni già previste dall’ordinamento, quella maggiormente coerente con la Costituzione e la applica subito. Non la considera più l’unica strada possibile, ma la più adeguata, lasciando poi al Parlamento la libertà di intervenire e disciplinare la materia in modo diverso. Questo passaggio è decisivo. Sposta il baricentro del sindacato costituzionale. Ieri era prioritaria la difesa della competenza del legislatore; oggi è la tutela effettiva dei diritti fondamentali violati. Ieri, al massimo, la Corte si limitava a rivolgere un monito al Parlamento; oggi interviene direttamente sulla norma, modificandola quanto basta per renderla conforme alla Costituzione. 5. È qui che la quaestio sollevata dal Tribunale di Firenze può trovare uno spazio che tredici anni fa non c’era. La soluzione prospettata non sarebbe un’invenzione arbitraria. Prevedere il rinvio della pena per ragioni umanitarie, quando la detenzione è incompatibile con la dignità della persona detenuta, è coerente con la logica dell’istituto già previsto dal codice. Resta, certo, il nodo politico-istituzionale: estendere il modello delle “rime possibili” dal quanto al come punire, significa incidere direttamente sulla gestione del sistema penitenziario. Ma, se obiettivo primario della giurisdizione costituzionale è garantire i diritti fondamentali quando la legge li viola - anche per ciò che non prevede - allora la Corte può intervenire sull’art. 147 c.p., integrandolo con ciò che oggi manca. Non sarebbe un atto di supplenza politica, ma un coerente sviluppo del nuovo corso anche alle patologie strutturali dell’esecuzione penale, come del resto è già accaduto (cfr. sent. n. 99/2019). 6. La vera domanda, allora, non è se possa farlo, bensì se vorrà dare seguito a quanto scrisse nel comunicato che preannunciava la sent. n. 279/2013: “Nel caso di inerzia legislativa la Corte si riserva, in un eventuale successivo procedimento, di adottare le necessarie decisioni dirette a far cessare l’esecuzione della pena in condizioni contrarie al senso di umanità”. Dopo tredici anni, finalmente, ha l’occasione per mostrarsi coerente a sé stessa. Oltre il referendum: quei nodi della Giustizia tutti da sciogliere di Paolo Borgna Avvenire, 17 marzo 2026 Qualunque sarà l’esito della consultazione referendaria, l’amministrazione giudiziaria rimarrà un campo di battaglia, almeno fino a quando non sarà esercitata autenticamente “in nome del popolo”. Quando, mesi fa, il direttore di Avvenire mi propose di scrivere sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, gli risposi che ero troppo coinvolto in questo tema per poterne parlare serenamente. Sono stato magistrato per quaranta anni: ho svolto, nella stessa città, le funzioni di pubblico ministero, poi quelle di giudice e, infine, nuovamente quelle di pubblico mistero. Non solo: prima dell’ingresso in magistratura fui, per due anni, giovane avvocato. E ancora: ormai ventisei anni fa pubblicai, su Micromega, un articolo intitolato “Vecchie correnti e nuovi magistrati” in cui sostenevo che le correnti dell’Anm, che in passato erano state il lievito di un dibattito culturale che costituisce uno dei pilastri della straordinaria indipendenza della magistratura italiana, rischiavano di degenerare in “mero veicolo di richieste di tipo clientelare”, trasformando i connotati di una “limpida e preziosa indipendenza nel volto sfigurato di una intollerabile ed arrogante irresponsabilità corporativa”. (Micromega, 1/2000). I lettori di questo giornale capiranno dunque perché, quando mi si chiede di pronunciarmi sull’argomento, rispondo: “L’unica cosa che posso dire sulla separazione delle carriere è che non sono un teste attendibile”. Di una cosa però son certo: qualunque sarà l’esito del referendum, la giustizia rimarrà un campo di battaglia con tanti morti e senza vincitori fino a che avvocati, magistrati e classe politica non partiranno dalla constatazione comune che il modello di magistrato che avevano in mente i padri costituenti ha poco a che fare con il ruolo che pubblici ministeri e giudici hanno assunto nella nostra società. Il giudice “inaccessibile come una divinità dell’empireo”, celebrato da Piero Calamandrei, è una figura retorica che appartiene alla letteratura del passato. Il primo a convenirne sarebbe proprio il giurista fiorentino. Questa mutazione non è colpa dei magistrati. Il ruolo del giudiziario oggi è diverso semplicemente perché è cambiato il mondo. La discussione della Costituente sulla magistratura rimane però istruttiva, anche per l’oggi. Fu una discussione approfondita che giunse a unanimi conclusioni su alcuni punti fermi. Ma che su un punto non volle prendere decisioni, lasciando aperto il futuro. Lo si capisce bene leggendo l’articolo 101, che afferma due concetti. “La giustizia è amministrata in nome del popolo”, dice la prima frase. È il principio democratico che segna una frattura epocale con l’articolo 68 dello Statuto albertino (“la giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo nome”). La seconda parte dell’articolo 101 proclama un altro principio nuovo: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Questa proclamazione di indipendenza è sapientemente strutturata negli articoli successivi, che danno gambe robuste al principio: l’accesso alla magistratura tramite concorso pubblico; l’autonomia “da ogni altro potere”; il governo autonomo, tramite il Csm che decide su assegnazioni, promozioni, trasferimenti e incolpazioni disciplinari; l’inamovibilità; la diretta disposizione della polizia giudiziaria. Invece, l’altro principio dell’articolo 101 (il collegamento con la sovranità popolare) è rimasto senza gambe. Fu un punto consapevolmente omesso. Proclamato ma non descritto, rinviato ad un futuro affidato alla legge ordinaria (“la legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia”, recita l’ultimo comma dell’articolo 102). Così come fu rinviata al futuro e a una legge ordinaria la scelta sulla precisa natura del pubblico ministero. Non fu una dimenticanza ma una scelta, come si comprende rileggendo la discussione che i Costituenti ebbero sugli articoli prima ricordati. Giudice e pubblico ministero devono essere equiparati? La domanda aleggia costantemente sia quando si afferma la soggezione “soltanto alla legge”, sia quando si affronta il tema del Csm. Alcuni Costituenti (democristiani, comunisti e qualche socialista) attribuivano al Pm la funzione di “organo del potere esecutivo, come tale alle dipendenze del ministro della Giustizia” al fine di “stabilire un punto di collegamento con gli altri poteri”. Così lo definì Giovanni Leone (seduta del 5/12/46). Concetto ribadito, più nettamente, dal comunista Renzo Laconi, secondo cui si sarebbe dovuto “lasciare al potere esecutivo e legislativo la possibilità, attraverso determinate cautele e garanzie, di controllare e dirigere, in senso generale, la vita dell’ordine giudiziario, tramite il Ministero della Giustizia” che sarebbe dovuto sopravvivere, “oltre che come organo supremo del Pubblico Ministero, con questa potestà di controllo”. Al contrario, Calamandrei e il liberale Aldo Bozzi - discutendo sul Csm - insistevano nel volervi comprendere anche i magistrati dell’accusa in quanto il Pm deve essere considerato magistrato a pieno titolo e non organo “rigidamente dipendente dal potere esecutivo”. La discussione riaffiorò quando si definì l’attuale articolo 107 sulla inamovibilità. Qui le diverse concezioni della collocazione del Pm si fecero più esplicite. Con Calamandrei che, da un lato, affermava che il Pm “deve godere dei requisiti dell’indipendenza e della inamovibilità […] a garanzia di libertà e di legalità”; e, dall’altro, Leone che proponeva un comma che affermasse chiaramente: “Il pubblico ministero dipende dal ministero della Giustizia”. Oppure: “Il pubblico ministero è organo del potere esecutivo”; avendo il consenso del socialista Targetti che propose di cancellare dal testo in discussione la frase “il pubblico ministero gode di tutte le garanzie dei magistrati”. Alla fine, prevarrà la mediazione del liberale Giuseppe Grassi che, prendendo atto delle opposte concezioni, propose una formulazione che esplicitamente rinviava al futuro e “non pregiudic[asse] in modo definitivo le eventuali modifiche che la legge ordinaria potrà apportare all’ordinamento giudiziario”. Sarà la soluzione adottata nell’ultimo comma dell’articolo 107 secondo cui le garanzie del Pm sono stabilite “dalle norme sull’ordinamento giudiziario”. Il compromesso - su autogoverno e Pm - verrà esplicitamente rivendicato da Meuccio Ruini (presidente della Commissione dei 75) presentando il testo all’Assemblea plenaria: “Il progetto non si spinge ad una forma piena di autogoverno, che non potrebbe mai essere chiuso, corporativo; e non si addirebbe ad un corpo formato mediante concorsi, senza attingere alle fonti della designazione popolare”. Rispetto alla discussione di allora, tutto è cambiato. Oggi, nessuno si sognerebbe di affermare - come Leone - che il Pm è “organo del potere esecutivo”. Ma in quell’inciso di Ruini sull’autogoverno (“che non potrebbe mai essere chiuso, corporativo”) c’è una filosofia di fondo, che accomunava tutti i Costituenti e che ancora ci parla. Rimane il fatto che i Costituenti furono reticenti su come il principio della giustizia “in nome del popolo” potesse coniugarsi con una magistratura selezionata solo per concorso e totalmente indipendente. Questa omissione non ebbe conseguenze significative nei primi decenni della Repubblica (quando il ruolo dei magistrati non si discostò molto da quello del periodo pre-repubblicano; con giudici omogenei agli indirizzi politici del governo e pubblici ministeri che agivano come se ancora sussistesse il vincolo di dipendenza dal potere esecutivo stabilito nell’ordinamento giudiziario del 1865). Ma la questione non era risolta. Semplicemente, sonnecchiava. Ed esplose, nell’Italia del miracolo economico, ponendo con radicalità e qualche convulsione le domande di sempre: quale giustizia? In nome di chi? Con quale legittimazione? Su queste domande, a partire dagli anni 60, il mondo dei giuristi si confrontò e cercò di dare risposte. Soprattutto: ci si divise sulla base di ideali e preoccupazioni diverse che attraversavano l’intero universo della giustizia. Con dialettiche interne ad ogni categoria, in un fecondo scambio culturale tra avvocati, magistrati e accademia. Non magistrati da una parte ed avvocati dall’altra, come ormai quasi sempre avviene dal 1992. È su queste domande che allora nacquero le oggi vituperate “correnti” dei magistrati; che allora furono uno dei fermenti più positivi della nostra democrazia. Non dimentichiamolo: quindici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione il Parlamento non aveva ancora smantellato gran parte delle norme in contrasto con la nuova Carta. Un ritardo clamoroso, se si pensa che un secolo prima il Regno d’Italia, proclamato nel 1861, già nel 1865 aveva compiuto l’unificazione legislativa nazionale. Quale ruolo il magistrato doveva assumersi di fronte alla mancata attuazione della Costituzione? In realtà, nessun magistrato riteneva che l’interpretazione della legge fosse l’applicazione di un mero sillogismo, perché era da tempo superata la pretesa di ricavare automaticamente dall’ordinamento giuridico tutte le risposte ai quesiti concreti della sua applicazione. In società non omogenee e complesse, con fonti del diritto sempre più numerose, il divieto di interpretazione diversa da quella strettamente letterale posto ai giudici dai giacobini francesi nel 1790 era già allora un lontano ricordo. “Ogni norma giuridica possiede un coefficiente di elasticità che il giudice ha il dovere di sfruttare al massimo per ridurre il distacco tra essa e la realtà”. Così scriveva Giovanni Colli, riferimento dei magistrati conservatori. Ma, partendo da queste premesse, qual è il “coefficiente di elasticità”? Fino a che punto si può spingere il magistrato? Qui cominciava la discussione. Dicevano i magistrati tradizionalisti: tradurre in norme giuridiche i principi della Costituzione è compito del Parlamento che legifera con ampia discrezionalità politica. Se a farlo sono i magistrati, le conseguenze sono gravi, come sempre avviene quando un organo si assume compiti di un altro pur con l’intento di colmare una deficienza. Infatti, l’indipendenza della magistratura - la sottrazione della giurisdizione al principio di sovranità popolare - è un’eccezione al principio democratico, un prezzo che i cittadini sono disposti a pagare per avere giudici indipendenti. Ma questo prezzo non può essere ulteriormente aumentato, consentendo scelte politiche a soggetti non legittimati dal suffragio popolare. Se il magistrato compie queste scelte, usurpa i poteri del Parlamento senza essere politicamente responsabile. Sull’altro fronte, cresceva una generazione di magistrati che rivendicavano il dovere di ricercare “l’aderenza del diritto alla vita” superando “l’apparente obbiettività del linguaggio giuridico”. Così scrivevano nel 1963 Arnaldo Cremonini e Pietro Padovani, primi ispiratori di Magistratura democratica. Ma nella funzione di interpreti della “nuova realtà sociale” c’era un “carattere precisamente politico” del ruolo del giudice, che Cremonini e Padovani rivendicavano esplicitamente. E che i conservatori vedevano come il diavolo: “Oggi si pone il problema di fondo: se cioè l’attività del giudice debba realizzare una scelta politica svincolata dalla interpretazione tecnica della legge; se, in uno stato di diritto fondato sulla distinzione dei poteri, sia lecito - senza sovvertirlo - trasferire dal momento legislativo a quello giurisdizionale le scelte in cui si sostanzia l’attività politica” (così Colli nel 1965). In quelle antiche discussioni c’è l’archetipo della questione di fondo che, da cinquant’anni, aleggia sui rapporti tra politica e giustizia. A ben vedere, le diverse analisi di quei vecchi magistrati concordavano su una convinzione: l’esercizio di una discrezionalità politica comporta una qualche forma di responsabilità democratica. Senonché, da questo assunto venivano tratte conseguenze opposte. Ai fautori di una funzione “creativa” del giudice era chiaro che tale modello di magistrato comporta un nuovo collegamento tra giustizia e principio di sovranità popolare. Ed infatti, nel Manifesto costitutivo di Magistratura democratica (luglio 1964) si affermava la “necessità della più ampia e profonda democratizzazione dell’esercizio della funzione giudiziaria, affinché la sovranità popolare sia posta sempre in grado di esercitare il suo controllo”. E l’anno seguente, commentando sul Mondo di Pannunzio le conclusioni del congresso di Gardone dell’Anm, Marco Ramat (uno dei fondatori di Md) scrive: “Parte della magistratura si è finalmente accorta che in Italia la sovranità appartiene al popolo e che quindi la propria sostanziale investitura legittima deve in qualche modo derivare dal popolo”. Coerentemente, pochi mesi prima un documento di Md proponeva la nomina elettiva dei Pretori. All’opposto, proprio per evitare qualche forma di responsabilità politica dei magistrati, i tradizionalisti invocavano una forma di self-restraint nella discrezionalità interpretativa. Quel che i progressisti auspicavano era esattamente ciò che loro aborrivano. Non a caso l’opposizione a ogni ipotesi di giudice elettivo fu un punto cardine del programma con cui, nel dicembre 1964, nacque la corrente moderata Magistratura indipendente. Questo era il livello della discussione a metà degli anni ‘60. E dopo? La domanda sulla legittimazione del nuovo magistrato si sarebbe dovuta imporre in modo più urgente negli anni in cui le “supplenze” della magistratura eran sempre più evidenti. Lo coglieva, nel 1987, a un convegno di magistrati europei, Salvatore Senese, padre nobile di Md, riproponendo la domanda lasciata irrisolta dai Costituenti: “Ma insomma, qual è la legittimità democratica di un giudice indipendente, che si vuole investito di un potere sovrano non delegato e che tuttavia sia reclutato per concorso?”. Se si rileggono le discussioni degli anni Sessanta, si vedrà che esse riguardavano quasi esclusivamente la discrezionalità nell’applicazione della legge, funzione che spetta al giudice. Del Pm quasi non si parlava. Ma le riflessioni di allora suonano oggi ancor più utili proprio per il magistrato dell’accusa. Perché negli anni è apparso chiaro che la discrezionalità dei magistrati non riguarda tanto l’interpretazione della norma applicata dal giudice ma le scelte delle Procure: su quali fenomeni criminali costituire pool investigativi; disporre o non disporre intercettazioni; chiedere o non chiedere la custodia cautelare per certi fatti e certi imputati; quali reati contestare rispetto a fatti non sempre univocamente incasellabili in fattispecie criminose. E invece, proprio nel momento in cui - anche per il rapporto tra le procure e il sistema informativo - il giudiziario cominciava ad assumere un ruolo mai prima conosciuto, la questione della necessità di un “supplemento di legittimazione” (felice formula di Salvatore Mannuzzu) scompariva dagli orizzonti culturali della magistratura. Alla domanda sulla loro legittimazione i magistrati rispondono che essa deriva dalla soggezione del giudice alla legge e dalla loro preparazione professionale. È una risposta che poteva forse bastare cinquanta anni fa. Ma è insufficiente in una società complessa, in cui le regole scaturiscono da fonti plurime (leggi, Costituzione, trattati internazionali, regolamenti comunitari, norme regionali) e sono il risultato di compromessi tra interessi contrapposti: dunque, sempre più numerose e frammentarie. Con la conseguenza che chi applica la legge (e ne organizza l’applicazione) ha margini di discrezionalità sempre più ampi. Chi pensa che l’indipendenza della magistratura sia un valore da difendere ma allo stesso tempo non vuole rinunciare alla sovranità dei cittadini come ancoraggio della democrazia, non può oggi sottrarsi alla sfida che Senese rivolgeva quaranta anni fa: la “individuazione dei collegamenti più appropriati tra esercizio indipendente della funzione giudiziaria e sovranità popolare”. Nessuno lo ascoltò. Le turbolenze della vicenda politica e le contrapposizioni dell’ordine giudiziario dapprima con Craxi e poi con Berlusconi han consentito di non affrontare quella sfida. Ma una sfida elusa è una sfida persa. Il tema rimane, oggi più complesso che nel 1948. La legittimazione del sapere giuridico può basarsi solo sul servizio reso ai cittadini? Ma in questo modo il riferimento al “nome del popolo”, che i Costituenti vollero, sarebbe totalmente cancellato. È possibile, per la giurisdizione, un collegamento con il principio di sovranità popolare che non la renda schiava delle maggioranze politiche del momento? Oggi più nessuno pensa che la carenza di legittimazione del giudiziario possa risolversi con l’elettività dei magistrati. Perché la prepotenza della politica e i modi dell’odierna formazione del consenso trasformerebbero l’elezione del giudice o del Pm in una corrida populista. Ma anche altre vecchie proposte meno radicali, avanzate cinquant’anni fa, furono messe in soffitta. Penso all’idea di inserire nei consigli giudiziari (organi distrettuali che concorrono nelle valutazioni dei magistrati) dei membri laici “espressivi delle esigenze di giustizia che emergono dalle comunità locali”, al fine di “vigilare sulle linee di politica giudiziaria delle procure”. La proposta, formulata nel 1965 dai deputati socialisti Mario Berlinguer e Vittorio Martuscelli, fu in seguito ripresa da Md. Man mano che proposte come questa venivano abbandonate in soffitta, sempre più svaniva l’assillo che le aveva ispirate: attuare la prima parte dell’articolo 101 Costituzione. Rendere più autorevole la legittimazione dei magistrati. E così, a cominciare dagli anni ‘90, tutte le correnti della magistratura han visto come il fumo negli occhi la questione della legittimazione, dimenticando la ricchezza del dibattito di qualche decennio prima. Certo, non ha giovato il fatto che da allora la “carenza di legittimazione democratica del magistrato” è stata spesso roteata come una clava sulla testa dei magistrati da chi, più che la soluzione del problema, aveva in mente qualche fastidioso processo a carico di qualche amico. I magistrati hanno così reagito asserragliandosi in una cittadella assediata e negando l’esistenza del problema. Ne è derivato un immiserimento del dibattito culturale e la rottura del dialogo con gli avvocati. La cultura democratica ha sottovalutato la gravità degli argomenti con cui, nel referendum del 2022, la magistratura associata si oppose compattamente a riconoscere agli avvocati, presenti come minoranza nei consigli giudiziari, il diritto di voto sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. E a chi rispondeva che se i magistrati han paura dell’influenza di un “grande avvocato”, portatore di interessi della sua committenza, allora dovrebbero temere anche il leader di una corrente della magistratura, per la sua possibilità di influenzare i colleghi del consiglio, veniva replicato: “Ma il pubblico ministero è un funzionario statale che persegue soltanto la verità, mentre l’avvocato ha un legame con il cliente che rende più facile l’interferenza dei ruoli”. Ecco: questa risposta ci dice qual è lo spirito del tempo che serpeggia nella magistratura. È l’antica “albagia professionale” dei magistrati di cui Calamandrei - molto citato ma poco letto - parlava settantacinque anni fa. Una superbia accecante che “si rifiuta di credere che possano esservi avvocati pronti a servir la giustizia per solo amore di essa e non per cupidigia di guadagno”. È un’idea di superiorità morale che ha dimenticato l’insegnamento di uomini come Domenico Riccardo Peretti Griva, magistrato dalla schiena dritta, che attraversò il regime fascista senza mai indossare la camicia nera. E che, dopo quaranta anni di toga, scriveva: “E pensino i magistrati che i migliori e più coscienti giudici della loro capacità, della loro laboriosità, della loro educazione, della loro rettitudine, saranno pur sempre gli avvocati, che li possono seguire, talora inavvertitamente, in tutte le loro manifestazioni, meditate e istintive, essendo queste ultime anche meglio indicative”. È in forza di questa “idea di sé” che la maggior parte dei magistrati di oggi ritengono normale che la professionalità, la laboriosità, l’equilibrio di una persona che tra i venticinque e i trent’anni ha superato un concorso, per tutta la vita debbano essere valutate esclusivamente da altri colleghi. È in base a questa solipsistica concezione del proprio ruolo che la “comune cultura della giurisdizione” viene sbandierata, dai magistrati, come un vessillo di appartenenza, dimenticando che di quella cultura fanno parte anche gli avvocati che, di tutti i soggetti processuali, sono coloro che han più contatto con la vita reale e con il dolore degli uomini e donne coinvolte nel processo. E che, in questo modo, ricordava Calamandrei, svolgono un ruolo di veri mediatori sociali e difendono l’indipendenza del giudice; perché “assumendo a proprio conto gli urti e le polemiche, permettono al giudice di rimanere indisturbato sul suo soglio, al di sopra delle passioni e delle risse”. La magistratura di oggi è ricca di donne e uomini straordinariamente preparati, che han superato prove selettive; che continuano a studiare; che dedicano al lavoro un impegno appassionato. E che hanno subito il malaffare e le pratiche clientelari venute in superficie con il “caso Palamara”, come un’offesa alla loro dedizione e alla loro onestà. Ma per difendere realmente la loro indipendenza, per evitare che essa si trasformi in hybris, questi magistrati hanno bisogno di una riflessione culturale che vada oltre il tecnicismo giuridico e sia capace di tornare alla domanda cruciale sollevata negli anni Sessanta: qual è il legame tra il magistrato di una democrazia moderna e il principio di sovranità? Affrontare oggi queste domande significa aprire una stagione di confronto tra avvocati, magistrati e università, che, partendo dall’ascolto dei cittadini e in dialogo con la politica, sappia fondere l’esperienza sul campo delle prime due categorie con la più distaccata riflessione dell’accademia. È un’opera lunga. Ma non ha alternative. Referendum, perché è stata la peggiore campagna elettorale di sempre di Piero Sansonetti L’Unità, 17 marzo 2026 La battaglia campale è tra due giustizialismi simili e contrapposti. La discussione sul merito non è ancora iniziata. Le fake news dominano la scena. La presidente del Consiglio ha detto che se vinceranno i No la magistratura scarcererà gli stupratori e i clandestini. Ha detto proprio così, mettendo sullo stesso piano chi violenta una donna e un profugo che chiede asilo. Terribile. Meloni per vincere punta sul giustizialismo. Il magistrato più famoso d’Italia, che è il portabandiera del fronte del No, ha minacciato un giornalista del Foglio, informandolo che dopo il referendum gliela farà pagare. Per la precisione ha detto: “faremo i conti, tirerò una rete”, riferendosi probabilmente alle sue famose retate, nelle quali arresta due o trecento persone e poi circa i quattro quinti finiscono prosciolti o assolti. Sono solo due cattivi esempi di come non si fa una campagna elettorale. Ma non riguardano due attivisti di terzo piano, ma dei leader. Addirittura la presidente del Consiglio. La campagna elettorale del Sì - se si escludono le piccole frange intellettuali e gli avvocati - si fonda sull’idea che se la riforma passa sarà più difficile scarcerare le persone e sarà più facile imprigionare i profughi. È un falso (per fortuna) La campagna elettorale del No si fonda sull’idea che se vince il Sì la magistratura sarà sottoposta al potere politico. È un falso (per fortuna). È stata, e probabilmente continuerà ad essere in quest’ultima settimana, la peggiore campagna elettorale di sempre. O comunque una delle peggiori (mi ricordo, effettivamente, la campagna elettorale del grande Fanfani, nel 1974, per abrogare il divorzio, nella quale la Dc intimidiva le donne del Sud sostenendo che se fosse passato il divorzio poi i mariti sarebbero scappati con le cameriere…che oltretutto mi sono sempre chiesto: ma quante famiglie del Sud avevano la cameriera?). Pessima campagna elettorale perché da una parte e dall’altra fondata sulla menzogna. Il problema più grande però è che tutte le menzogne, di un fronte e dell’altro, convergono su una linea assolutamente ed estremisticamente giustizialista. Si confrontano due estremismi giustizialisti. Il Sì continua a battere sul tasto della lotta all’immigrazione e sulla denuncia di una magistratura troppo liberale e che scarcera troppo spesso. E auspica una magistratura meno attenta al diritto e più attenta ai voleri e alle linee politiche del governo. Il No sogna una magistratura, e soprattutto una rete delle Procure, ancora più forte di oggi e capace di imporre una politica giudiziaria dominata più dagli “sbirri” che dai giudici. E così si è persa la grande occasione per rendere la giustizia un tema di discussione pubblica seria e fuori dagli slogan. Nessuno ha spiegato il senso e la lettera di questa riforma. Che alla fine si riduce a due passaggi molto semplici: la divisione delle carriere tra magistratura che inquisisce e magistratura che giudica; e il sorteggio nella scelta dei componenti dei Csm, cioè dei due organismi che governeranno la magistratura. La divisione delle carriere è imposta in realtà dall’articolo 111 della Costituzione, il quale stabilisce che il giudice che giudica deve essere “terzo” (usa questa parola la Costituzione: “terzo”) rispetto a chi accusa e a chi difende. Si può ritenere che questo sia uno sbaglio, e che quindi sia necessario votare No, perché è meglio che accusa e giuria siano concordi e legate l’un l’altra, altrimenti i diritti della difesa diventano troppo grandi: però bisogna dirlo. Nessuno, finora, lo ha detto. Se non si pensa questo, cioè se si crede nella necessaria terzietà del giudice si è a favore della riforma. Sul sorteggio la discussione è ancora più semplice. Oggi i Csm sono eletti. Le elezioni, come è logico e anche giusto, sono dominate dalle correnti. Che sono degli organismi politici, ma anche di potere. Con il sorteggio, le correnti vengono tagliate fuori perché perdono ogni possibilità di determinare la scelta dei membri del Csm, e quindi anche di condizionare le loro decisioni una volta eletti. Il Sì è favorevole al sorteggio perché ritiene deleterio il sistema delle correnti. E ritiene che il Csm non debba essere un organismo politico e democratico. Ma un organismo che risponde solo alla legge e al diritto. Il No è contrario al sorteggio, perché ritiene che il Csm debba essere un organismo democratico, e che le correnti siano utili alla magistratura perché sono la realizzazione del pluralismo. Gli elettori preferiscono un Csm politico o un Csm tecnico? Tutto qui. Sono posizioni legittime entrambe. Non c’entrano niente con la campagna elettorale. Però c’è un elemento che condiziona le scelte dei partiti e degli elettori. Siccome questa riforma è stata progettata e realizzata dal centrodestra, senza nessuna consultazione o discussione con la sinistra ed esautorando di fatto il Parlamento, se vince il Sì vince il centrodestra, se vince il No Giorgia Meloni riceve un colpo serio. Questo spinge la sinistra a votare No, anche quel pezzo di sinistra che sarebbe favorevole alla riforma, e spinge il centrodestra a votare Sì, anche quella parte ampia del centrodestra alla quale la riforma non piace. Tutto ciò c’entra col garantismo? A me, che faccio parte dell’esigua minoranza garantista che sopravvive in questo paese, è l’unica domanda che interessa davvero. E per rispondere bisogna aggirare la campagna elettorale che di garantista non ha avuto nulla. È stato lo scontro furioso tra due giustizialismi. Bene: la riforma è indubbiamente garantista. Ridurrà le sopraffazioni delle Procure. Darà più libertà alla magistratura giudicante. Eviterà le intromissioni nelle correnti, non solo nella distribuzione del potere tra i magistrati, ma anche nell’estensione delle sentenze. Già, perché questo è il punto: il sistema delle correnti condiziona i giudizi, i mandati di arresto, i processi, le Corti d’appello. È questo ragionamento breve che mi spinge a dire che bisogna votare Sì, senza tener conto della pessima compagnia nella quale ci si trova. La Giustizia e il voto oltre gli slogan di Alfonso Celotto La Stampa, 17 marzo 2026 A favore della Casta. Contro la Casta. Per una magistratura più autonoma e indipendente. Per evitare che la magistratura perda autonomia e indipendenza. Scorrendo gli slogan della campagna referendaria, sembra che sia utilizzato uno specchio deformante: le parole d’ordine utilizzate sono spesso sorprendentemente simili per quanto opposte, sia a favore del SI sia a favore del NO. Non solo. Il dibattito si è riempito di metafore e riferimenti pop, spesso lontani dalla questione giuridica. Si è arrivati perfino a evocare Sal Da Vinci e la sua “Per sempre sì”, come se una canzone potesse diventare una sorta di argomento politico. È il segno evidente che la campagna referendaria stia assumendo toni sempre più politici, quasi fideistici, facendoci perdere di vista il punto centrale: il contenuto tecnico della riforma. Eppure non dovremmo andare a votare in modo epidermico. Altrimenti finiremo per decidere in base alle simpatie personali: perché Giorgia Meloni piace oppure perché il ministro Nordio non convince. Ma la democrazia vive di contenuti, non di slogan. Facciamo un po’ d’ordine. Il voto del 22 e 23 marzo riguarda un referendum costituzionale, perché il Parlamento ha approvato una revisione dell’organizzazione costituzionale della magistratura senza la maggioranza speciale richiesta dall’art. 138 della Costituzione. I padri costituenti avevano (saggiamente) ritenuto che, di regola, una modifica costituzionale debba essere approvata con la maggioranza dei due terzi dei voti, dato che eventuali modifiche alla Costituzione dovrebbero superare le appartenenze politiche. Non a caso la Costituzione fu approvata con l’88% dei voti favorevoli, malgrado nel 1947 fossimo già in piena guerra fredda. Se invece i partiti non trovano questa convergenza, viene chiamato a esprimersi il popolo per integrare la sovranità rappresentativa con la sovranità popolare. Senza quorum, cioè contando semplicemente i voti validi. È già accaduto quattro volte: nel 2001 con la riforma delle Regioni, nel 2006 con la riforma Berlusconi sulla forma di governo, nel 2016 con la riforma Renzi-Boschi, sempre sulla forma di governo, e nel 2020 con il taglio dei parlamentari. Il risultato è stato di due vittorie del SÌ e due del NO, probabilmente più di pancia che di testa, proprio perché non sempre è facile spiegare all’elettorato questioni molto tecniche. Proprio come sembra stia accadendo. Siamo di fronte alla modifica parziale di sette articoli della Costituzione riguardanti l’organizzazione della magistratura. Secondo la teoria della divisione dei poteri, sappiamo che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente, autogovernato dal Consiglio Superiore della Magistratura. All’interno della magistratura si distinguono due funzioni: i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti (pubblici ministeri). Oggi l’accesso alla magistratura avviene tramite concorso unico; successivamente i vincitori scelgono in quale funzione operare, con la possibilità di cambiare una sola volta nel corso della carriera. La riforma, invece, distingue nettamente le due carriere, creando due percorsi completamente separati e due Consigli Superiori della Magistratura (uno giudicante e uno requirente). Inoltre, i due CSM non sarebbero più elettivi, come avviene oggi, ma composti tramite sorteggio. Verrebbe poi istituita un’Alta Corte disciplinare, separata dal CSM, chiamata a giudicare la responsabilità disciplinare dei magistrati, cioè i casi in cui i magistrati commettono errori o violazioni. Ovviamente, come in ogni riforma, anche ogni singolo articolo in astratto ha dei pro e contro. Per limitarci a un solo esempio: il sorteggio dei componenti dei CSM potrebbe ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, ma allo stesso tempo rischierebbe di creare organi meno rappresentativi, proprio perché non scelti attraverso un’elezione. La vera domanda, dunque, è una sola: con questa nuova architettura istituzionale la magistratura funzionerebbe meglio o peggio? Restando comunque consapevoli che gli effetti per noi cittadini sarebbero soltanto indiretti, visto che non si tocca il funzionamento della giustizia e dei processi. Insomma, una questione tecnica non semplice. Ed è forse proprio per questo che, nella campagna elettorale, gli slogan finiscono spesso per prevalere sulle spiegazioni. Don Ferrante e il referendum di Livio Pepino Il Manifesto, 17 marzo 2026 Questa separazione delle carriere non è né ben fatta né garantista. Chi in linea di principio la sostiene ricorda il personaggio di Manzoni che negava la peste e ne morì. Si dice da parte di alcuni, lo hanno scritto anche alcuni avvocati in una lettera al manifesto, che il principio della separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri “trova nella sinistra garantista e progressista suoi storici sostenitori”. È vero, e - aggiungo - non da oggi, anche se ci sono, nello stesso campo, altrettante posizioni contrarie. Ma nell’attuale scadenza referendaria, non è questo il problema. Ammettiamo, per semplificare, che la separazione delle carriere sia, di per sé, un valore. Ma davvero, per realizzarla, è necessario modificare la Costituzione e prevedere due Consigli superiori separati (che esalteranno il corporativismo delle categorie) e un’Alta Corte disciplinare nella quale i controllori apparterranno indifferentemente all’una e all’altra categoria e potrà addirittura accadere, seppur in casi residuali, che a valutare l’operato dei giudici in sede disciplinare ci siano, tra i magistrati, solo dei pubblici ministeri? Credo sia lecito dubitarne e che sia bene occuparsi, finalmente, non di una generica e astratta separazione delle carriere ma questa separazione. C’è di più. Il rischio che la riforma veicoli, nel tempo, una sottoposizione del pubblico ministero al governo (che non aumenterebbe certamente il sistema delle garanzie) non è così remoto. Non per indebite attribuzioni ai promotori della riforma di retropensieri in tal senso, ma per una considerazione che ha a che fare con la democrazia e i suoi fondamenti. Il pubblico ministero - lo sappiamo tutti - ha dei poteri enormi e terribili, il cui esercizio può essere razionalizzato, guidato e contenuto attraverso un confronto tra gli operatori del processo, un governo differenziato ma non divergente dei magistrati che fissi degli standard deontologici riconosciuti, la promozione diffusa di una cultura non - come erroneamente si dice - della giurisdizione, ma dei suoi presupposti. Non sarà certamente così con un corpo di meno di duemila funzionari inamovibili, dotati di una organizzazione inevitabilmente gerarchica e con un autogoverno del tutto autoreferenziale. E la richiesta che qualcuno risponda del suo operato diventerà non un fuor d’opera ma un’esigenza democratica. Ma, se così sarà, chi potrà farlo se non il ministro (e con lui il governo)? Non è tutto. C’è un ulteriore argomento. Davvero insuperabile per la cultura garantista. In ogni operazione politica ci possono essere dei “compagni di strada” eterogenei (e magari impresentabili) e questo, in generale, non può travolgere i buoni argomenti (nella specie garantisti) di alcuni. Ma non è questa la situazione attuale. Il governo - quel governo che emana un decreto sicurezza ogni tre mesi e che produce in tal modo una crescita abnorme del carcere soprattutto per barbari, marginali e ribelli - non è un “compagno di strada”. È l’autore di questa riforma, il suo capofila, colui che scriverà nei prossimi mesi le leggi attuative (senza alcun confronto, come ha dimostrato nella redazione della modifica costituzionale) e che le gestirà - secondo le sue esplicite affermazioni - per ottenere una magistratura che remi nella stessa direzione del governo e che eviti provvedimenti ad esso sgraditi. In questo contesto, può anche darsi che la posizione teorica sulla separazione delle carriere sia corretta ma mi ricorda tanto quella del manzoniano don Ferrante intento a sostenere che la peste non era “né sostanza né accidente”. Forse in linea di principio aveva ragione ma se ne ammalò e ne morì. Io preferirei - per la giustizia - un esito diverso (non per mantenere lo status quo ma per cambiare davvero all’insegna del garantismo). Referendum e priorità dell’azione penale: il precedente della Pdl Bartolozzi di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2026 Nel 2020, l’allora deputata del “gruppo Misto” (eletta con Forza Italia) proponeva una riforma costituzionale con criteri di priorità stabiliti dal Parlamento su iniziativa del Governo. Nel confronto sul referendum sulla giustizia c’è una domanda che resta al centro delle polemiche: chi decide le priorità dell’azione penale. Per il fronte del “Sì” il tema è slegato dalla riforma. Per il fronte del “No”, al contrario, è proprio questo il rischio: che la politica finisca per orientare le priorità della giustizia penale. In questo contesto diventa interessante un precedente parlamentare della passata legislatura. Nel 2020 l’allora deputata di Forza Italia Giusy Bartolozzi, oggi Capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio - nei giorni scorsi sulle prime pagine per una frase in cui accostava i magistrati a “plotoni di esecuzione” di cui liberarsi col “Sì” referendum - presentò una proposta di legge costituzionale per modificare l’articolo 112 della Costituzione sulla obbligatorietà dell’azione penale. Nella presentazione della norma si legge che la sproporzione tra il numero di reati e le risorse disponibili “fa sì che l’azione penale sia oggi esercitata secondo criteri soggettivi, diversi tra i vari uffici giudiziari e, ciò che costituisce l’aspetto peggiore, senza l’attribuzione di responsabilità”. La riforma Cartabia del 2021 ha poi previsto che il Parlamento possa indicare criteri generali di priorità nell’esercizio dell’azione penale, ma una legge che li definisca concretamente non è mai stata approvata. Di fatto le priorità continuano quindi a essere stabilite soprattutto a livello delle singole procure, attraverso i loro progetti organizzativi. In questo modo il legislatore ha cercato di dare una risposta al problema senza modificare direttamente l’articolo 112 della Costituzione. La proposta Bartolozzi invece eliminava l’obbligatorietà dell’azione penale sostituendola con la seguente disposizione (co. 2): “Il Governo, su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”. Nei paesi europei dove la separazione tra giudici e Pm è più forte, il rapporto tra procura e governo è spesso organizzato in modo diverso rispetto all’Italia. In Francia, il Ministro della Giustizia può emanare indirizzi generali di politica criminale ai procuratori, pur senza intervenire nei singoli procedimenti. In Germania il pubblico ministero è formalmente subordinato al potere esecutivo attraverso i ministri della giustizia federale o dei Länder, che possono impartire direttive sull’azione delle procure. Ma nel 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha escluso che i procuratori tedeschi possano emettere mandati di arresto europei, proprio perché soggetti al potere di direttiva dei ministri della giustizia. In altri ordinamenti europei con modelli simili, come Spagna o Paesi Bassi, esistono forme di indirizzo politico-criminale o meccanismi di coordinamento governativo o parlamentare. La Relazione alla Pdl Bartolozzi metteva le mani avanti: “I criteri di priorità fissati per legge non implicano alcuna subordinazione dei pubblici ministeri al potere politico poiché solo il quadro delle priorità è stabilito dal Parlamento, mentre l’esercizio concreto della funzione dell’accusa resta, ovviamente, autonomo e indipendente”. Va tuttavia ricordato che l’obbligatorietà dell’azione penale è stata storicamente concepita in Italia come una garanzia di imparzialità e di uguaglianza davanti alla legge. Resta però una distanza tra il principio costituzionale e la pratica quotidiana del sistema giudiziario. Alcuni commentatori hanno osservato che la giustizia potrebbe concentrarsi con maggiore decisione su determinati reati ritenuti socialmente più gravi, come le violenze sessuali o alcuni fenomeni legati alla sicurezza e all’immigrazione. Altri hanno invece messo in guardia contro questa prospettiva, che rischia di tradursi in una forma di “populismo penale”, alimentata anche dalla proliferazione di nuovi reati sull’onda dei fatti di cronaca. La domanda non nasce col referendum ma la separazione delle carriere potrebbe renderla ancora più centrale nel sistema istituzionale italiano. Omicidio stradale, la legge compie dieci anni. I promotori: “Una battaglia di civiltà” La Stampa, 17 marzo 2026 Presentato a Firenze il volume curato da Stefano Guarnieri e Giordano Biserni. L’ex Premier Renzi: “Nata dal dolore della famiglia di Lorenzo Guarnieri”. Dieci anni fa, esattamente il 25 marzo 2016, entrò in vigore una legge attesa che inasprì un tipo di omicidio che ha cambiato la vita a migliaia di famiglie. Ogni 24 secondi, nel mondo, una persona viene uccisa sulla strada. È una guerra silenziosa, che rappresenta la prima causa globale di morte per bambini e giovani dai 5 ai 29 anni. Ma il 94% degli scontri stradali è dovuto a comportamenti evitabili messi in atto da chi guida, non sono ‘incidenti’, non è un caso. Si tratta invece di violenza stradale, è questo quello che accade sulle strade del mondo, dove ogni anno vengono uccise 1.300.000 persone e ne vengono ferite decine di milioni. Solo in Italia ogni anno muoiono per violenza stradale più di 3.000 persone e 330.000 sono i feriti, significa 8 morti e 900 feriti al giorno. Sono i numeri - un vero e proprio bollettino di guerra - che la Fondazione Lorenzo Guarnieri, nata per ricordare Lorenzo, morto a 17 anni a Firenze investito da un motociclista che aveva assunto alcol e droga, non si stanca di ripetere e che assumono particolare significato perchè proprio dalla morte del giovane è stato avviato l’iter per la legge di iniziativa popolare che ha introdotto nel nostro ordinamento il reato di omicidio stradale. Il 25 marzo prossimo sarà il decimo anniversario della legge e per ricordare quanto fatto e quanto resta ancora da fare Stefano Guarnieri, padre di Lorenzo, e Giordano Biserni, presidente di Asaps, hanno promosso la pubblicazione del libro “La legge che non voleva nascere. Dieci anni di omicidio stradale: una battaglia di civiltà”. Il libro, edito da Giunti, è già disponibile sul sito della Fondazione Lorenzo Guarnieri ETS (www.lorenzoguarnieri.com) e, a partire da giovedì 19 marzo 2026, sui principali store online e su richiesta in libreria. Il volume ricostruisce, attraverso testimonianze, analisi e dati, il lungo e complesso percorso che ha portato alla nascita della legge, resa possibile anche grazie alla raccolta di 85.000 firme nonostante resistenze culturali e scarsa attenzione istituzionale. La narrazione mette inoltre in luce gli effetti della norma sull’attività delle forze di polizia e dei tribunali, evidenziando progressi significativi e gli aspetti che richiedono ancora miglioramenti. Il libro è stato presentato oggi, in anteprima, a Firenze alla presenza della sindaca Sara Funaro e del senatore Matteo Renzi, autore della prefazione e presidente del Consiglio al momento dell’approvazione della legge nonché sindaco che seguì l’iter della raccolta delle firme. “Questa legge - ha dichiarato Renzi - più che un padre ha una famiglia: la famiglia Guarnieri. Il loro dolore è qualcosa che non possiamo neanche immaginare. Da quel dolore nacque prima una grande discussione a Firenze, poi una serie di obiettivi per la città quando io facevo il sindaco e infine una legge. E c’è stato un cambio di passo, chi si mette alla guida ubriaco o drogato e uccide una persona non è responsabile di un semplice errore, ma di un reato molto grave”. “I numeri parlano chiaro: dall’inizio dell’anno alla prima settimana di marzo sono già morti 86 pedoni e 33 ciclisti; nei primi dieci fine settimana del 2026 le vittime sulle strade sono state 187. Meno che nel 2016, sì, ma c’è ancora moltissimo da fare - ha detto Giordano Biserni, presidente ASAPS -. Serve però più informazione, più educazione e una rete di controlli più efficace, evitando il disarmo degli strumenti come i misuratori di velocità e superando vincoli che impediscono anche verifiche da remoto sull’uso del cellulare alla guida o delle cinture di sicurezza”. “Occorre talvolta guardarsi indietro per riconoscere i progressi compiuti, cambiamenti lenti ma orientati nella direzione giusta: dare maggiore dignità e giustizia alle vittime di violenza stradale e ai loro familiari - ha affermato Stefano Guarnieri, presidente della Fondazione Lorenzo Guarnieri ETS - Per fare prevenzione e raggiungere l’obiettivo di zero vittime sulle strade è chiaro che questo non basta. È indispensabile che la politica consideri la sicurezza stradale una priorità e vi investa con decisione”. “Come amministrazione stiamo lavorando in progetti di educazione stradale e progetti di sensibilizzazione - ha dichiarato la sindaca Sara Funaro -. Tra il 2023 e il 2025 il numero di incidenti stradali a Firenze è diminuito, si è passati da 3.686 a 3.085, mentre gli incidenti mortali si sono quasi dimezzati, passando da 15 a 8, ma tutto ciò non basta, perché dobbiamo arrivare a zero incidenti mortali”. Premeditazione, minacce, complicità: dietro ai fatti di Rogoredo emerge un sistema di Simone Marcer Avvenire, 17 marzo 2026 L’accusa di omicidio premeditato al poliziotto Carmelo Cinturrino per la morte di Mansouri, il cosiddetto pusher di Rogoredo, e il coinvolgimento di altri due agenti consegnano all’opinione pubblica un quadro inquietante di responsabilità e azioni da parte delle forze dell’ordine. C’è un lungo elenco di messaggi minatori che apre la richiesta di incidente probatorio chiesta dal pm Giovanni Tarzia, nell’ambito delle indagini della Squadra Mobile, sull’omicidio di Abdrerrahim Mansouri, detto “Zak”, il pusher di Rogoredo ucciso dal poliziotto Carmelo Cinturrino, che ha poi provato a inscenare una sparatoria per legittima difesa. “O ti arresto o ti ammazzo”. “Di’ a Zack che se lo becco io lo uccido”. E ancora: “Mi raccomando, ricorda a Zack che se lo prendo lo ammazzo”. Casomai il messaggio non fosse arrivato forte e chiaro: “Ricorda a Zack che lo ammazzo”. “Dì a Zack che quando lo vedo lo ammazzo”. Un mantra di minacce da parte dell’assistente capo del commissariato Mecenate rivolte al pusher della famiglia Mansouri che è chiaramente indice un conto in sospeso tra i due, e che ha spinto la procura a contestare l’accusa più grave: omicidio premeditato. Ma Cinturrino deve rispondere di una trentina di capi d’accusa, tra cui estorsione, concussione, sequestro di persona (un pusher chiuso e picchiato in una stanza del commissariato), rapina, percosse, spaccio, falso. Alcuni episodi gli sono contestati in concorso con altri poliziotti. Con Cinturrino ci sono infatti altri sei agenti indagati (due donne), e, in particolare due nuovi indagati a vario titolo per estorsione, concussione, falso, spaccio e arresto illegale. 43 complessivamente i capi d’imputazione per i sette poliziotti, tutti del commissariato Mecenate. È quanto emerge sempre dalla richiesta di incidente probatorio, che è stata fatta per raccogliere e cristallizzare otto testimonianze di persone che frequentano la zona di spaccio, e che potrebbero diversamente andar perse in vista di un’eventuale processo, trattandosi di persone senza dimora o senza una residenza fissa. Tra le accuse a Cinturrino ci sono in particolare, l’aver percosso con un martello due pusher del bosco della droga, uno dei quali disabile. Proprio sul martello, che secondo i testimoni, Cinturrino portava con sé per estorcere denaro e droga, ieri nei laboratori della polizia scientifica della Questura, si sono svolti una serie di accertamenti tecnici alla ricerca di tracce biologiche. Nei casi di presunta concussione, a Cinturrino viene contestato di aver costretto i frequentatori del Bosco di Rogoredo a cedergli denaro: da 130 a 800 euro alla volta. In altri casi invece il presunto poliziotto corrotto si faceva dare direttamente della droga. Altre volte sarebbe stato lui a farla figurare nei verbali d’arresto per incastrare i pusher. L’accusa di estorsione nasce in particolare dall’aver preso di mira gli uomini di Abderrahim Mansouri costringendoli a dirgli dov’erano i soldi e la droga dello spacciatore marocchino, che poi sarà ucciso la sera del 26 gennaio in via Impastato con un colpo della Beretta d’ordinanza alla testa. In un caso avrebbe preso a martellate un “cavallo” di Mansouri. Un’altra estorsione sarebbe stata fatta insieme a un collega del commissariato Mecenate. Insieme i due poliziotti avrebbero trascinato nel bosco, denudato e picchiato un altro spacciatore che lavorava per Mansouri. Insieme al poliziotto che quella sera andò a prelevare in commissariato la pistola finta per la messa in scena, Cinturrino avrebbe picchiato il pusher disabile, con il quale si era particolarmente accanito: anch’egli denudato e scaraventato a terra, preso a martellate e a bottigliate in testa. “Qua comando io, non comandano i Mansouri”, urlavano invece i due poliziotti, nell’estorcere denaro a un uomo di Mansouri, secondo quanto ha testimoniato egli stesso. Un altro pusher particolarmente preso di mira sarebbe stato rinchiuso in una stanza del commissariato Mecenate e picchiato. Sequestro di persona che viene contestato in concorso con un altro poliziotto ancora. Sempre lo stesso pusher sarebbe stato vittima di arresti illegali, gli sarebbe stata attribuita della droga che era in realtà detenuta dai due poliziotti. Di qui l’accusa di spaccio nei confronti degli agenti. Il metodo Cinturrino quindi non era un’esclusiva del poliziotto arrestato, almeno secondo le testimonianze. Altri due poliziotti indagati avrebbero infatti mandato in ospedale un altro uomo di Mansouri prendendolo a mazzate (analisi genetiche in corso anche sulla mazza di legno) da soli, senza Cinturrino. “Voglio tutto”, avrebbe intimato uno dei due poliziotti allo stesso Mansouri e a un altro spacciatore. Almeno cinque quindi le presunte estorsioni a spacciatori, che lavoravano per l’entourage del pusher poi ucciso da Cinturrino, e che adombrano l’esistenza di un racket gestito da uomini delle forze dell’ordine. Oltre ai soldi e alla droga i poliziotti (tre, i due di prima, più il socio di Cinturrino) avrebbero estorto anche informazioni sugli “imboschi” e sui giri dello spaccio. Di falso, calunnia, concussione spaccio di droga e arresto illegale, è accusata infine una delle due poliziotte indagate (ripresa anche in un filmato). L’altra fa parte del gruppo iniziale di quattro indagati per favoreggiamento. Torino. Detenuto condannato per reati di mafia si impicca in cella di Marta Mastrocinque torinocronaca.it, 17 marzo 2026 Un detenuto di 62 anni, Bernardo Pace, è stato trovato morto nel tardo pomeriggio di lunedì 16 marzo 2026 all’interno della Casa circondariale Lorusso e Cutugno, alle Vallette di Torino. L’uomo, originario della provincia di Trapani e condannato in via definitiva per reati di mafia, è stato rinvenuto dagli agenti della Polizia penitenziaria in servizio. Secondo le prime informazioni, non vi sarebbero dubbi sulla natura volontaria del gesto. Il ritrovamento è avvenuto intorno alle 18.30, al piano terra del blocco E della struttura. Sono in corso gli accertamenti per ricostruire nel dettaglio quanto accaduto. L’episodio si inserisce nel contesto delle criticità segnalate da tempo all’interno del sistema penitenziario. Sulla vicenda è intervenuto Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, sindacato della polizia penitenziaria, che ha evidenziato problematiche legate all’organizzazione e alla gestione delle strutture. Secondo il rappresentante sindacale, situazioni come quella avvenuta a Torino mettono in evidenza difficoltà strutturali e operative, tra cui la carenza di organico del personale di polizia penitenziaria. L’Osapp sottolinea che tali condizioni inciderebbero sulla gestione e sulla vigilanza all’interno degli istituti di detenzione. Nella stessa giornata, il tema dei suicidi in carcere è stato richiamato anche a livello istituzionale. In occasione di un incontro al Quirinale con una delegazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per il 209° anniversario del Corpo di polizia penitenziaria, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha indicato il fenomeno come una criticità rilevante del sistema carcerario. Le dichiarazioni istituzionali e sindacali evidenziano come il tema resti al centro del dibattito. Intanto, proseguono le verifiche interne per chiarire le circostanze del decesso. Ferrara, Detenuto muore in carcere soffocato da un pezzo di carne di Davide Soattin Corriere di Bologna, 17 marzo 2026 Nonostante l’immediato intervento del personale sanitario e della Polizia penitenziaria ogni tentativo di salvargli la vita è stato inutile. Tragedia nel carcere di Ferrara, dove un detenuto 55enne di nazionalità italiana è morto dopo aver ingerito un boccone di carne. Il drammatico fatto è avvenuto durante la serata di sabato 14 marzo, a orario di cena, in una cella della casa circondariale “Costantino Satta” di via Arginone. Stando a una prima ricostruzione della tragica vicenda, ora al vaglio degli inquirenti, il 55enne avrebbe perso la vita, soffocato, non riuscendo fatalmente a deglutire quello che aveva appena preso dal piatto con la propria forchetta. Nonostante l’immediato intervento del personale sanitario e della polizia penitenziaria, infatti, ogni tentativo di salvargli la vita è risultato essere vano e i sanitari non hanno potuto fare altro che constatarne la morte. Di quanto accaduto è stato informato il pm di turno Andrea Maggioni che ha aperto un fascicolo di indagine esplorativo, disponendo l’esecuzione di un’autopsia utile ad accertare con precisione le cause che hanno portato al soffocamento dell’uomo. La vicenda comunque, al momento, non presenta elementi che facciano sospettare responsabilità di terzi, ma gli accertamenti medico-legali chiariranno qualsiasi dettaglio sulle cause della morte. Avellino. Dentro le gabbie irpine: malati in piedi, agenti fantasma e tanta voglia di farla finita di Vinicio Marchetti avellinotoday.it, 17 marzo 2026 Sedici tentati suicidi in un anno. Un medico solo fino al pomeriggio. Trenta agenti che mancano. Ciambriello e Mele hanno visitato Ariano, Sant’Angelo e Bellizzi Irpino. Una donna detenuta. Alta sicurezza. Le controllano il cuore mentre è in piedi, perché un lettino non c’è. Questo è successo nel carcere di Bellizzi Irpino, ad Avellino, nel 2026. Il Garante regionale Samuele Ciambriello e il Garante provinciale Carlo Mele ci sono entrati oggi, accompagnati dalla vice-direttrice Samuela Scardino. Prima di loro, avevano già visto le altre due strutture della provincia - Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi. Mille e novantatré detenuti in tutto. Alla fine, hanno parlato ai giornalisti. Quello che hanno detto non lascia molto spazio all’ottimismo. Un medico fino al pomeriggio. Poi buio - Le 54 detenute ad alta sicurezza di Bellizzi Irpino hanno un medico. Uno. Che lavora fino al pomeriggio. Dopo, niente. Nessuna copertura notturna, nessuna certezza. L’infermeria non regge. Le attrezzature mancano. Gli psicologi mancano. Gli psichiatri mancano. “Tu entri in carcere perché hai commesso un reato e rischi di uscire dopo aver subito un torto dallo Stato, di mala giustizia o di mala sanità”, ha detto Ciambriello. Il diritto alla salute, ha ricordato, è l’unico della Costituzione a portarsi dietro un aggettivo: fondamentale. Dentro quelle mura, quell’aggettivo suona come una presa in giro. Tra le tre strutture, i detenuti tossicodipendenti sono 241 su 1.093. Il Sert ha ripreso a funzionare da poco, con uno psicologo solo. “Da solo cosa può fare con 83 persone tossicodipendenti qua dentro?”, ha chiesto Mele. La risposta, ovviamente, non c’è. Una ventina di loro va avanti scalando col metadone. Ciambriello ha citato Poggioreale, Secondigliano, Salerno: reparti dedicati, 40, 50, 100 posti. Un modello che funziona. Qui, invece, niente. Trenta agenti che non ci sono - Nel pomeriggio, dopo le quindici, in ciascuna delle tre carceri irpine può capitare che un agente solo sorvegli centocinquanta detenuti. Solo a Bellizzi mancano una trentina di unità. Gli agenti si vedono poco, i detenuti si vedono dappertutto. “È un lavoro usurante”, ha detto Ciambriello. E le segnalazioni più dure arrivano proprio da chi quella divisa la indossa tutti i giorni. Il personale trattamentale ed educativo non sta meglio: o resta chiuso in ufficio a smaltire le pratiche che riesce, o gira nelle sezioni senza riuscire davvero a starci. “Non c’è trattamento”, ha tagliato corto Mele. “La legge parla di un percorso che aiuta il detenuto a riesaminare il proprio passato, ma se stai chiuso in sei in una cella”. Sedici volte qualcuno ha provato a morire - Nel 2025, nelle tre carceri irpine, ci sono stati sedici tentati suicidi. Sei ad Ariano Irpino, cinque a Sant’Angelo dei Lombardi. Uno ogni tre settimane, più o meno. E poi migliaia di scioperi della fame, della sete, rifiuti di farmaci, atti di autolesionismo. Corpi che protestano quando la voce non basta. “Vuol dire che in carcere esiste una condizione per cui rischi di stare 20-22 ore chiuso in cella”, ha detto Ciambriello. “Dal carcere possono uscire persone migliorate, ma solo se vengono seguite”, ha aggiunto Mele. “Il problema è che non vengono seguite perché manca il personale”. A Poggioreale, ha ricordato Mele, ci sono celle con tre letti sovrapposti. Se cadi, ti fai male. Sembra un dettaglio. Non lo è. Ad aprile da Fico. E una notizia che Delmastro non darà - Sul piano istituzionale, qualcosa si muove. Il presidente della Regione Campania Roberto Fico - con delega alla sanità - riceverà lunedì 13 aprile i garanti provinciali di Avellino, Caserta e Benevento, il garante di Napoli, Don Tonino Palmese garante locale di Benevento, e Ciambriello. L’agenda è chiara: sanità penitenziaria, soluzioni concrete. Sul governo nazionale, il tono dei garanti cambia. “Gli appelli alla politica sono appelli inutili, purtroppo”, ha detto Ciambriello. I giorni di liberazione anticipata non sono aumentati. I finanziamenti per i detenuti tossicodipendenti non sono arrivati. E poi c’è una notizia che Ciambriello ha consegnato ai giornalisti con una precisione chirurgica: l’anno scorso 350 agenti vincitori di concorso si sono dimessi dopo un mese di servizio nelle carceri italiane. “Chiedetegli perché”, ha detto riferendosi al Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia on. Andrea Delmastro, atteso domani in visita. “Lui deve rispondere a tutto questo”. La critica si allarga. “Ostellari, in quattro anni, non ha mai ascoltato un detenuto. Così come Delmastro, in quattro anni”. Nel frattempo, in tre anni, sono stati introdotti 21 nuovi reati. Il Decreto Caivano ha fatto salire il numero di ragazzi negli istituti penali minorili da 302 a 599. Tre nuovi istituti sono stati costruiti. “Doppiezza farisaica, populismo penale, politico e mediatico”, ha concluso Ciambriello. Ad aprile i garanti saranno da Fico. Le carceri irpine resteranno dove sono. Napoli. Colosimo a Secondigliano: “Le detenute non sono sole una nuova vita è possibile” di Mattia Bufi Il Mattino, 17 marzo 2026 Un momento di incontro tra detenuti e istituzioni è avvenuto ieri all’interno del carcere di Secondigliano per festeggiare insieme la recente Giornata della donna. In occasione della ricorrenza dell’8 marzo, le cento recluse provenienti dalla casa circondariale di Pozzuoli evacuate nei giorni critici del bradisismo e trasferite a Secondigliano, si sono riunite nella palestra del carcere per un momento di svago e divertimento. Ad esibirsi per loro, il comico napoletano Lino D’Angiò e la cantante Francesca Marini che insieme hanno alleggerito per qualche momento la difficile condizione che queste donne vivono. Organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio - presente da oltre 20 anni nelle carceri campane con iniziative di solidarietà e promozione sociale accanto ai detenuti, soprattutto quelli più poveri, gli stranieri e coloro che non fanno colloqui familiari - l’evento “Diritti, riscatto e legalità” ha visto, tra gli altri, la partecipazione della presidente della commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo che insieme alle detenute ha colto questa occasione per riflettere sui temi della legalità e dei diritti e sulle possibilità di riscatto futuro per di queste donne. “Il messaggio che voglio mandare in questa occasione è che il carcere non è solo repressione ma anche rieducazione e loro ne sono la testimonianza perché dai propri errori si può imparare - dice la presidente Colosimo - Fuori da qui hanno tutte la possibilità di ricominciare e dare una occasione anche ai loro figli”. Il riferimento è alle tante attività che le detenute napoletane svolgono in carcere, finalizzate al reinserimento in società una volta scontata la pena, e anche al progetto di legge “per la protezione e l’assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento appartenenti a famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata” attualmente in discussione alla Camera. Gli organizzatori - Anche il direttore del carcere, Gianfranco Marcello, ci ha tenuto a sottolineare l’importanza dell’evento perché “è un momento che coniuga il trattamento rieducativo, dando la possibilità a chi ha sbagliato di reinserirsi in società con l’attenzione alla sicurezza e al rispetto delle regole. E in tal senso la presenza della presidente Colosimo è fondamentale e ci onora”. Mentre per Antonio Mattone, responsabile della Comunità di Sant’Egidio, “aver organizzato questa giornata è un modo per stare vicino ed accompagnare chi vuole rimettere in gioco la propria vita. Eventi del genere rappresentano, per chi vive una condizione di recluso, una sorta di ritorno alla normalità, come può essere andare a teatro per guardare uno spettacolo, nell’attesa poi di uscire e intraprendere un percorso di legalità”. Un messaggio di solidarietà e incoraggiamento arriva anche da don Francesco Beneduce, vescovo ausiliare di Napoli: “Un aspetto molto bello è la possibilità di poterci prendere cura non solo di questa trincea, che spesso si tende a dimenticare, ma in particolare di queste donne, capaci di prendersi cura della propria vita e di quelle che mettono al mondo”. Molto apprezzato lo spettacolo con la comicità di Lino D’Angiò e le canzoni di Francesca Marini. Proprio il comico napoletano prima di iniziare l’esibizione si è rivolto alle detenute spiegando “quanto sia difficile per me essere qui. Non è la mia prima volta e ogni volta che vengo invitato dico sì con grande gioia. Poi però quasi me ne pento, perché quando arrivo sto male vedendo come vivete. Ma quando vado via invece sono contento perché penso che se anche solo per un attimo vi ho regalato un granello di gioia, il mio compito è stato portato a termine”. Roma. La cultura della cucina, degli affetti e della memoria nel carcere di Rebibbia garantedetenutilazio.it, 17 marzo 2026 Presentate le “Ricette in libertà” di alcuni detenuti della Casa circondariale: l’iniziativa rientra nell’ambito dei progetti di terza missione di Unitelma Sapienza. “Non credo che l’articolo 27 della Costituzione sia una responsabilità attribuita dai costituenti al solo ministero della Giustizia, un’entità autarchica nel centro di Roma, bensì attribuisce a tutti noi una responsabilità repubblicana. Non si persegue la finalità rieducativa della pena, cioè non si riesce a far sì che tutte le persone che entrino per qualsiasi ragione nell’esecuzione penale abbiano l’aspettativa di uscirne in condizioni di autonomia e legalità, di poter vivere fuori la propria vita, a partire dalle proprie competenze, risorse, capacità, se non si mettono in moto le energie di tutte le istituzioni, pubbliche e private, ma anche dei singoli cittadini”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, nel corso dell’evento conclusivo del progetto di terza missione, “Ricette in Libertà. La cultura della cucina degli affetti e della memoria nel carcere”, che si è svolto mercoledì 11 marzo nel teatro della Casa circondariale di Rebibbia. “È la responsabilità repubblicana dell’articolo 27 della Costituzione - ha proseguito Anastasìa - a far sì che un gruppo di ricerca di un’università sviluppi un’iniziativa come quella di oggi e una fondazione decida di sostenerla. È significativo che questo progetto sia stato pensato intorno alla cucina, come spazio fisico, luogo di incontro, di discussione e di conoscenza reciproca, e la cucina come prodotto culturale. Questa è un’opportunità fondamentale per chi è costretto qui dentro, perché la condizione detentiva è una condizione di privazioni, non solo di libertà degli scambi, di riduzione degli affetti, in cui rischiano di rimanere mortificati i sentimenti, la capacità di esprimere la propria cultura, il proprio sapere, le proprie conoscenze. Avere delle occasioni per esprimerle, in cui si possa esprimere se stessi, cioè il proprio modo di cucinare, di stare insieme agli altri, è qualcosa che rende importante un’esperienza come questa come questa, che limita i rischi che una vita qua dentro può comportare e restituisce fiducia in se stessi e nelle proprie capacità”. La copertina della raccolta di ricette dei detenuti di Rebibbia Nuovo complesso. L’iniziativa rientra nell’ambito dei progetti di terza missione del Dipartimento di diritto e società digitale di Unitelma Sapienza ed è stata realizzata dal gruppo di ricerca della cattedra Unesco sul Patrimonio culturale immateriale e diritto comparato, coordinato dal professor Pier Luigi Petrillo e da Tommaso Amico di Meane, in collaborazione con la Fondazione Severino onlus e la content creator Sofia Fabiani (il cui profilo Instagram “@cucinare_stanca” è seguito da 572 mila persone). L’incontro è stato aperto dalla direttrice reggente dell’istituto penitenziario, Maria Donata Iannantuono, dal magnifico rettore di Unitelma Sapienza, Bruno Botta, dal direttore del dipartimento, Mario Carta, e ha visto gli interventi, oltre che del Garante Anastasia, della direttrice della Fondazione Severino, Eleonora Di Benedetto, del direttore della Cattedra Unesco, Pier Luigi Petrillo, della content creator Sofia Fabiani. Il progetto ha coinvolto un gruppo di detenuti della sezione maschile del carcere di Rebibbia, provenienti da diverse parti del mondo, che hanno potuto riscoprire le proprie origini culturali tramite la cucina e rievocare emozioni e ricordi del proprio passato tramite il racconto e la realizzazione delle ricette a loro care. Ciascun detenuto è stato coinvolto, così, in un processo di consapevolezza del valore della cucina come fenomeno collettivo e di condivisione, dimostrando come, grazie alla riscoperta del cibo identitario, sia possibile superare ogni barriera linguistica, religiosa, sociale e acquisire attimi di libertà perfino per chi vive una condizione carceraria. Il cibo, quindi, come fonte di vita, di condivisione, di veicolo di trasmissione di culture diverse. L’evento è stata l’occasione per presentare i risultati raggiunti, raccolti in un ricettario scritto insieme ai detenuti, nonché una preziosa opportunità per riflettere sull’importanza di attività che facciano emergere la dimensione individuale e identitaria all’interno del contesto penitenziario. Monza. Progetto “Free for music”: il 27 marzo esce l’album scritto in cella milanotoday.it, 17 marzo 2026 Il valore del tempo, la gestione dell’errore e la possibilità di ricostruire un percorso professionale e personale. Sono stati questi i temi al centro del terzo appuntamento di ‘Free for music’, il laboratorio musicale ospitato all’interno del carcere di Monza. L’iniziativa, promossa da Orangle Records con la supervisione socio-educativa di Paolo Piffer, ha visto la partecipazione dei rapper Jake La Furia ed Emis Killa, insieme alla conduttrice radiofonica Camilla Ghini. L’incontro segue quelli già avvenuti nei mesi scorsi con artisti come Lazza e Fedez. La giornata si è divisa in due fasi. Nella prima, gli ospiti hanno dialogato con un gruppo di detenuti su concetti quali il giudizio sociale, la responsabilità individuale e il senso della libertà. Nella seconda parte, i partecipanti al laboratorio hanno fatto ascoltare i propri brani originali, ricevendo consigli tecnici e professionali dai tre ospiti. Tra i temi più discussi è emerso il rapporto tra errori e responsabilità. Durante l’incontro è stato più volte sottolineato come sbagliare faccia parte della vita, ma anche come il reinserimento nella società debba poter diventare un processo effettivo e non solo concettuale. In questo senso, il tempo trascorso in carcere può trasformarsi in uno spazio utile per acquisire e implementare competenze per il futuro. “Leggete qualsiasi cosa - ha detto Jake La Furia -. Anche libri che all’inizio possono sembravi lontani da voi. La lettura apre la mente e può offrirvi idee e prospettive che non immaginate”. Alla domanda su cosa serva oggi a un artista per fare successo nella musica, il rapper milanese ha aggiunto: “Se fai musica pensando solo al successo hai già perso. La musica deve prima di tutto divertire chi la fa. Quando ti diverti davvero, questa cosa arriva anche a chi ti ascolta. Le persone devono identificarsi in quello che racconti, per questo è fondamentale parlare di quello che conosci, di quello che hai vissuto o che vivi davvero”. Emis Killa, invece, è al suo terzo incontro con i partecipanti al laboratorio: “Nella vita tutti sbagliano, la differenza sta in cosa fai dopo. Gli errori non spariscono, ma possono diventare il punto da cui ripartire. L’importante è non smettere di lavorare su sé stessi e non convincersi che la propria storia sia già scritta”. Il progetto ‘Free for music’ non si esaurisce nell’incontro formativo. Il prossimo 27 marzo 2026 verrà pubblicato ufficialmente l’album che raccoglie i brani scritti e interpretati dai detenuti del Sanquirico. L’obiettivo dell’iniziativa, supportata dalla direzione del carcere, dagli educatori e dalla Polizia Penitenziaria, è fornire ai detenuti competenze concrete per il reinserimento sociale. Il modello, coordinato dalla dottoressa Mariana Saccone e dal team pedagogico, è già oggetto di interesse da parte di altri istituti penitenziari. Gli adulti messi in sicurezza contro i minori di Sarantis Thanopulos huffingtonpost.it, 17 marzo 2026 Dopo il “decreto Caivano” è aumentato del 50% il numero delle persone detenute nelle carceri minorili. L’uso degli psicofarmaci al Beccaria è aumentato del 110%. Due settimane fa la senatrice Sandra Zampa del Pd ha richiamato l’attenzione del governo e della Garante nazionale dell’infanzia sui dati dell’ottavo rapporto dell’Associazione Antigone sulla giustizia minorile italiana (25 febbraio 2026). Dopo il “Decreto Caivano” (la risposta frettolosa del governo all’orrore collettivo suscitato dallo stupro di due ragazzine nella periferia napoletana) è aumentato del 50% il numero delle persone detenute nelle carceri minorili. L’uso degli psicofarmaci al Beccaria (l’Istituto penale per minorenni di Milano) è aumentato del 110%. Le risorse destinate ai SAI (Servizi accoglienza e integrazione), sono state del tutto insufficienti, così, pur funzionando bene, essi possono ricevere solo un quarto dei 23.000 minori stranieri non accompagnati presenti nel territorio italiano. Il rapporto di Antigone (che si occupa con costanza e rigore della tutela dei diritti nel sistema penale) parla dell’assenza di un’emergenza reale di criminalità minorile e di “un’espansione dell’allarme e della risposta penale”. Al richiamo della senatrice Zampa né il governo né la garante dell’infanzia hanno risposto. La politica del governo nel campo della sofferenza e della violenza minorile è imperniata sul problema della sicurezza la cui soluzione è affidata alla contenzione carceraria e farmacologica. L’incremento reale della violenza dei ragazzi riguarda in primo luogo un’aggressività psicologica (espressa con parole, diffusione di immagini e comportamenti): l’individuazione di un capro espiatorio, l’espulsione emotiva e la discriminazione della diversità, la proiezione della propria vulnerabilità nelle persone aggredite, il disprezzo della femminilità. La violenza fisica -la punta di un iceberg di angoscia e di dolore che cattura tutta la nostra attenzione- diventa una via di scarica quando l’aggressività psichica fallisce nella sua funzione di argine delle tensioni interne. Solo in piccola parte si associa a scopi criminali e l’agire delinquenziale, in special modo nelle sue forme gruppali, spesso è adottato (con l’incentivazione dei social) come modello di affermazione di sé collaudato. La violenza minorile è sempre in parte rivolta contro di sé (contro il proprio desiderio e i propri sentimenti) pure quando non prende una forma esplicita di autolesionismo. Non la si può comprendere se la si dissocia dalla violenza molto più diffusa che i minori subiscono da parte degli adulti (manipolazioni e abusi psicologici e fisici, maltrattamenti, sfruttamento nel campo del lavoro e della prostituzione, uccisioni). La violenza nei ragazzi è una reazione a un profondo senso di impotenza le cui cause principali sono: il sentirsi incompresi nei loro desideri, sentimenti e pensieri; il non comprendere il modo di vivere e di pensare degli adulti (e lo sconcerto di fronte al loro cinismo); la repressione normativa della loro naturale impetuosità/aggressività, della loro esigenza di trasgredire le regole e del loro desiderio di sperimentare modi contraddittori di pensare, sentire ed essere; il misconoscimento e/o l’addomesticamento del loro malessere psichico; il loro addestramento a essere performanti. Sui ragazzi cade da sempre, direttamente o indirettamente, la violenza del mondo: le ingiustizie, le prevaricazioni, il rigetto dell’alterità (finalizzato alla sua soppressione o al suo sfruttamento), gli sradicamenti di massa, l’indifferenza per chi soffre, la desertificazione erotica delle relazioni. La violenza sociale produce precarietà e insicurezza. Tuttavia, la violenza repressiva dello Stato (come pure della “pax mafiosa”) può creare un senso ingannevole, ma convinto, di sicurezza. Le due opposte percezioni del legame tra violenza e senso di sicurezza confondono la nostra visuale. L’idea che comunemente si ha della sicurezza è difensiva: più fondata sulla scelta “sicura”, la limitazione preventiva dell’esperienza, che sulla saggezza del rischio preso a ragion veduta. La sicurezza vera sorge, invece, dalla sapienza che viene dall’esplorazione dello spazio della vita in cui convivono la sperimentazione, l’imprevedibilità e l’incertezza. È la capacità di immergersi nell’esperienza vissuta -padroneggiandola senza ridurre la sua intensità e la sua profondità- a farci sentire sicuri, è il tuffarsi nel mare, piuttosto che lo stare in riva a contemplare l’acqua, che ci dà il senso di essere vivi, presenti in sé e nel mondo. Vivere all’interno di una rete di relazioni in cui i nostri desideri si intendono, nel rispetto e nella cura reciproca delle loro differenze, e dove ogni rischio o imprevisto è collocato all’interno di un sistema condiviso di ridefinizione della prospettiva e di correzione della rotta, crea la fiducia in noi, negli altri e nella vita e anche un senso di prossimità e di premura nei confronti della natura. Quando la rete relazionale della vita pubblica e privata si sfilaccia, la lacerazione della trama dell’esistenza collettiva crea angoscia persecutoria e depressiva. L’aggressività e la distruttività possono emergere come fattori di una riorganizzazione sociale centrata sull’allerta (che eccita e compatta) e sulla scarica compulsiva delle tensioni. In questo contesto prende forma e acquista consenso la volontà di fare della violenza organizzata un sistema di contenzione repressiva delle forme più ribelli del malessere e di restrizione degli spazi reali dell’esperienza. Nella convinzione che è la libertà delle relazioni e non la loro disarticolazione a creare precarietà e angoscia. Non c’è nulla di peggio del cortocircuito psicologico e politico che nasce dal rinforzo reciproco della domanda di sicurezza e della violenza. Colpisce in ogni progetto securitario nel mondo l’indifferenza verso la cura delle relazioni umane e della natura e verso il loro degrado, il più grande pericolo per la nostra sicurezza. Nel loro agire violento i ragazzi solo in piccola parte imitano la violenza securitaria e la violenza criminale (che non di rado si sovrappongono). Perlopiù mettono sulla scena, in attesa di uno spettatore capace di vedere e di sentire, lo spettacolo terribile dell’incomprensione e della violenza nel mondo, la loro disperazione e la loro denuncia della sordità e della cecità degli adulti. La società che, mettendosi in sicurezza, si difende dai suoi ragazzi è una società senza futuro. Vive chiusa nel recinto immaginario che si è costruita e all’interno del quale non c’è nulla di cui sentirsi sicuri. Valditara rilegga Pinocchio: non è con l’obbedienza che si diventa “bambini veri” di Daniele Aristarco Il Domani, 17 marzo 2026 Il ministro ha detto che il personaggio di Collodi è un modello educativo fondato su “ascolto, rispetto e impegno”, sostenendo che il burattino “diventa un bambino vero quando comincia ad ascoltare”. Non è proprio così. L’11 marzo, alla Fortezza da Basso di Firenze, durante l’inaugurazione della tredicesima edizione di Didacta Italia, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha proposto una lettura di Pinocchio che ha fatto rapidamente il giro dei giornali. L’edizione della fiera è dedicata a Carlo Collodi, nel bicentenario della nascita, e nel suo intervento il ministro ha indicato nel personaggio collodiano un modello educativo fondato su “ascolto, rispetto e impegno”, sostenendo che Pinocchio “diventa un bambino vero quando comincia ad ascoltare”. Questa lettura solleva almeno due domande. Pinocchio racconta davvero questa storia? E che cos’è, esattamente, un bambino vero? Nel linguaggio quotidiano il verbo ascoltare, soprattutto quando viene usato all’imperativo, tende a slittare semanticamente verso il significato di obbedire. “Ascolta tuo padre”, diciamo a un bambino: ma ciò che gli chiediamo è di obbedire. Ma esiste anche un ascolto che è apertura, curiosità, disponibilità a lasciarsi sorprendere. Gianni Rodari insegna che ogni adulto dovrebbe sforzarsi di non perdere del tutto “l’orecchio acerbo”, ovvero la capacità dei bambini di ascoltare il mondo senza ridurlo subito a lezione, norma o morale. Eppure Pinocchio non è la storia di un ragazzo che lentamente impara né l’ascolto né l’obbedienza. Forse gioverà rileggere Pinocchio per accorgersi che il percorso del burattino è molto più accidentato e contraddittorio di quanto suggerisca questa sintesi. Pinocchio resiste, disobbedisce e si impegna a vivere secondo il proprio volere perché difende, per quasi tutto il romanzo, un rapporto con la realtà non ancora addomesticato. È una creatura inquieta, attraversata da desideri improvvisi, paure, innamoramenti, fughe. È la prima vittima delle sue stesse bugie eppure, grazie a queste, riesce a viaggiare per il mondo, ne sperimenta la durezza, ma pure ne ride. E impara ad ascoltare la “vita che vive” negli animali, nei paesaggi che attraversa, negli oggetti che lo circondano, dentro sé. Pinocchio, insomma, esercita quello che il grande educatore, Janusz Korczak, aveva chiamato “il diritto del bambino alla sua morte”. Con questa espressione, apparentemente scandalosa, Korczak intendeva affermare che ogni bambino ha bisogno di uno spazio reale di libertà in cui poter provare, sbagliare, cadere, rialzarsi senza essere costantemente protetti da un sistema di sorveglianza, divieti e punizioni che, alla lunga, li rende incapaci di reagire alle difficoltà o di “riformulare” il mondo. Il romanzo di Collodi non è la storia di un efficace metodo pedagogico che possa certificare progressi, misurare apprendimenti e registrare risultati, ma il racconto di una tensione continua tra il progetto di formare un individuo e la vitalità che sfugge a ogni tentativo di addomesticamento. Che cos’è un bambino vero, dunque? Nel finale del romanzo, Pinocchio si sveglia e scopre di essere diventato un ragazzo in carne e ossa. Ma la trasformazione non arriva perché ha imparato a obbedire ma solo quando decide consapevolmente di assumersi una responsabilità verso un altro essere umano che gli ha dato amore e che è stato disposto a seguirlo perfino nel ventre della balena. Questa trasformazione finale è irreversibile e porta a una duplice morte: quella del romanzo, che finisce qui, e quella del suo protagonista, come destino ultimo dell’essere diventato umano o, come dicevano i greci, brotós, ovvero un mortale. Pinocchio è un personaggio amatissimo non certo perché impara a morire sotto la scure del dover diventare adulto. Ridurre Pinocchio alla storia di un personaggio che diventa “un vero bambino” proprio quando smette di esserlo - a una favola sull’arte dell’ascolto o, in definitiva, dell’obbedienza - significa ignorare il divertimento, l’aspetto picaresco, ciò che lo rende spassoso e straziante, attualissimo e vivo, ribelle a ogni lettura che voglia penetrare il mistero riducendolo a una morale. Il motivo vero per il quale i bambini lo amano: perché consente loro di sperimentare, almeno con l’immaginazione, uno spazio di libertà assoluta. Soprattutto Pinocchio è un personaggio. Se lo immaginiamo irrompere, ad esempio, in un’aula parlamentare di un qualsiasi paese del mondo, sappiamo già cosa farebbe: salterebbe sugli scranni, tirerebbe per la giacca il deputato che arringa, farebbe il verso a chi grida più forte degli altri. E fisserebbe con incredulo stupore chi lo cita come esempio. Migranti. Il Tar dà ragione all’Asgi: può visitare Gjader di Giansandro Merli Il Manifesto, 17 marzo 2026 La sentenza riconosce il diritto della società civile di ispezionare i centri in Albania. All’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), e più in generale alle organizzazioni della società civile che si occupano di migranti, non può essere impedito l’accesso alle strutture detentive di Shengjin e Gjader. Lo ha stabilito il Tribunale amministrativo del Lazio. La sentenza è stata pubblicata venerdì scorso, ma è circolata ieri. Il procedimento era nato dal rifiuto della prefettura di Roma, per conto del ministero dell’Interno, di autorizzare un’ispezione nei centri in Albania. Il nulla osta all’ingresso non era stato concesso con la seguente motivazione: “L’attuale clamore mediatico che coinvolge i centri di permanenza per il rimpatrio sconsiglia, al momento, l’ingresso nei suddetti centri, onde evitare rischi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”. Secondo il giudice, sebbene il ministero possa limitare temporaneamente ingresso e visite nei Cpr, “nel caso in esame il diniego opposto non è adeguatamente motivato con specifico riguardo alla posizione dell’associazione ricorrente, né con riguardo alle asserite esigenze di tutela dell’ordine e sicurezza pubblica nel Centro, che appaiono del tutto generiche e non possono durare a tempo indefinito”. Da un lato il ministero non ha specificato quali erano questi rischi per la sicurezza e fino a quando sarebbero durati. Dall’altro non ha tenuto conto della natura dell’associazione che dal 1990 persegue “l’accoglienza umanitaria, l’integrazione dei migranti, la promozione e la tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici”. Attività documentate, sulla cui base Asgi ha già vinto diverse cause per l’accesso a Cpr e hotspot di diverse regioni italiane, accumulando una notevole giurisprudenza in materia da parte di vari Tar. Il Viminale dovrà dunque dare il via libera alla visita, “fatte salve tuttavia le ulteriori eventuali valutazioni dell’Amministrazione circa un motivato in concreto breve differimento della visita, connotato in termini di necessarietà”. La sentenza arriva proprio mentre il governo si prepara a portare in parlamento un disegno di legge che, nella disciplina dei modi del trattenimento amministrativo, restringe le possibilità ispettive nei Cpr, limitando le tipologie di assistenti da cui i parlamentari possono farsi accompagnare. Diventasse legge, sarebbero esclusi di fatto i professionisti sanitari o legali necessari per rilevare abusi e violazioni dei diritti. Il ddl è quello varato dal consiglio dei ministri dell’11 febbraio scorso. Più di un mese dopo, però, non è ancora stato trasmesso alle camere. La ragione ufficiale è che attende le coperture del Mef. Tornando alla decisione del Tar, secondo Asgi “ha il pregio di affermare l’accessibilità dei centri di trattenimento a soggetti anche diversi dagli enti associativi, che ne facciano motivata richiesta, un principio che assume oggi un’importanza cruciale alla luce dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione nel giugno 2026, che annuncia il ricorso sistematico al trattenimento e al confinamento dei cittadini migranti”. Nel frattempo il via vai dall’Albania continua. Nonostante la Corte d’appello di Roma continui a disporre il rientro in Italia di chiede asilo oltre Adriatico, succede da un anno a questa parte in attesa delle sentenze della Corte Ue dove pende il sospetto che i centri violino il diritto comunitario, il governo tira dritto con i trasferimenti. Il 10 marzo ha realizzato l’ultimo. Anche in questo caso si tratta di migranti “irregolari” che erano già trattenuti nei Cpr in Italia. La verità è che la guerra che doveva piegare l’Iran sta logorando l’Occidente di Riccardo Redaelli Avvenire, 17 marzo 2026 Teheran resiste ai bombardamenti, Washington resta invischiata nel conflitto, il Golfo vacilla. Intanto Mosca incassa e Pechino guadagna tempo e prestigio. Che la guerra scatenata contro l’Iran non stia andando come sperato da Usa e Israele è ormai evidente. Che la Repubblica Islamica, nonostante i durissimi colpi ricevuti, non solo stia resistendo, ma abbia mostrato una capacità di adattamento strategico molto efficace, lo è altrettanto. Così come il fatto che i costi di questo conflitto siano pagati non solo dagli iraniani, ma anche dalle monarchie del Golfo e dalle economie di Europa e Asia. Sempre che Trump avesse una strategia, entrando in questa guerra illegale e mal progettata, ne assistiamo oggi al suo sostanziale fallimento; del resto, l’idea che il radicato sistema di potere iraniano potesse essere “riverniciato” come fatto in Venezuela con la sola eliminazione del leader era del tutto puerile. Si ritrova ora impantanato in una potenziale guerra di logoramento per cercare di riaprire lo stretto di Hormuz. Maggiormente complesso valutare pienamente le oscurità della strategia di Netanyahu, il quale puntava ad abbattere la Repubblica Islamica; probabilmente, tuttavia, le mire dell’ultradestra israeliana erano e sono ancor più ambiziose, dato che essa vuole scomporre tutto il Medio Oriente per riplasmarlo attorno al suo pericoloso nazionalismo messianico: da questo punto di vista, meglio la frammentazione e l’indebolimento di ogni altro attore, avversario o alleato che sia. Sicuramente tutti i Paesi del Golfo escono indeboliti da questo conflitto: gli enormi investimenti militari di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e delle altre monarchie del Golfo, si stanno rivelando - alla luce degli attacchi iraniani - più una costosa collezione di sistemi d’arma che una solida difesa. La scelta di non entrare in guerra, rispondendo ai missili di Teheran, appare tuttavia saggia: rappresenta la speranza che rimanere solo sulla difensiva permetta di accorciare i tempi del conflitto. Se i danni fisici subiti dai bombardamenti saranno facilmente riparabili, quelli sul modello di sviluppo portato avanti da tali Paesi (Emirati fra tutti), inclusa la loro capacità di attrarre investimenti stranieri, appaiono invece molto più gravi e con effetti a lungo termine, tanto più se il Golfo rimarrà chiuso al traffico mercantile a lungo o se la guerra dovesse allargarsi alle istallazioni petrolifere. Maggiormente scivoloso è valutare le conseguenze politiche e strategiche per i due convitati di pietra di questo conflitto: Russia e Cina. Fosse crollato il sistema di potere teocratico iraniano, sarebbe stato certo un colpo fortissimo per entrambe. Per la Russia, già privata di alcuni alleati chiave come Siria e Venezuela, perdere Teheran sarebbe un colpo forse decisivo per la propria immagine di potenza mondiale, viste anche le difficoltà nel conflitto in cui si è ormai impantanata in Ucraina. Ma più la guerra si prolunga, con le sue costosissime ricadute sull’economia internazionale, e più Mosca sembra ottenere dei vantaggi, se non altro a breve termine. Non solo il suo alleato sta riuscendo a sopravvivere, ma il blocco dello stretto di Hormuz permette a Putin di rimettere sul mercato, a prezzi altissimi, il proprio petrolio, con un flusso insperato di valuta pregiata di cui l’economia russa ha disperato bisogno. Quanto alla Cina, il discorso si fa ancora più complesso. Forse una delle motivazioni dell’attacco da parte statunitense risiedeva nella volontà di indebolire la posizione di Pechino: il regime change in Iran non solo l’avrebbe privato di un alleato chiave nella regione, ma avrebbe enfatizzato due vulnerabilità. La prima è quella relativa alle importazioni di petrolio: la Cina compra a prezzi di saldo enormi quantità di greggio iraniano; la seconda - meno evidente, ma non meno importante - è che la guerra mette a rischio, o perlomeno rallenta, gli investimenti infrastrutturali della Belt and Road Initiative: questa nuova “Via della Seta” ha proprio nel Paese iraniano uno dei suoi principali snodi intermodali. Inoltre, la passività cinese avrebbe mostrato quanto poco ancora graffiano le “unghie” di Pechino lontano dall’Asia Pacifico. Ora, invece, il prolungamento della guerra sembra produrre più vantaggi che svantaggi: le forze armate cinesi studiano le tattiche, i punti di forza e di debolezza degli attaccanti, monitorando ogni mossa. Guardano con soddisfazione all’immenso consumo statunitense di missili antimissile e materiali bellici (che Washington sta trasferendo dal Pacifico al Medio Oriente); ancor più, per i cinesi, è strategico il fatto che gli Usa saranno di nuovo intrappolati e per lunghissimo tempo nelle sabbie mediorientali: finita la guerra, dovranno comunque garantire la difesa regionale, distogliendo forze dal Pacifico. E per i cinesi è fonte di soddisfazione vedere l’arrogante Trump cercare ovunque un aiuto militare navale. Ma il vantaggio maggiore per Pechino è forse quello reputazionale: tanto più Trump mostra di essere inaffidabile, aggressivo e imprevedibile, tanto più Xi Jinping può giocare ad apparire a essere un leader moderato, ragionevole, che difende il multipolarismo e il diritto internazionale. Che lo sia davvero è molto improbabile, ma sembra che egli abbia ben presente una delle massime più note di Sun Tzu sull’arte della guerra: “Attendere tranquilli mentre il nemico si affatica e si agita, questa è l’arte di conservare le proprie forze”.