Detenuti dell’Alta Sicurezza trasferiti in massa. In Sardegna un terzo dei 41 bis di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 16 marzo 2025 Alla fine di gennaio il carcere Due Palazzi di Padova si è svegliato con una notizia che nessuno voleva dare. Pietro Marinaro, settantaquattro anni, detenuto in alta sicurezza, era stato trovato senza vita nella sua cella. Si era impiccato. La sera prima aveva saputo che l’indomani sarebbe stato trasferito altrove, in un altro istituto, in un’altra città. Una prospettiva che non ha retto. Gli altri ventidue detenuti dell’alta sicurezza del Due Palazzi sono partiti lo stesso, qualcuno verso Parma, qualcuno verso L’Aquila, qualcuno verso Nuoro. In ventiquattr’ore hanno fatto le valigie e sono andati via da un posto dove alcuni di loro vivevano da venticinque, trenta, in certi casi più di quarant’anni. Quel che è successo a Padova non è un episodio isolato. È il punto più drammatico di una riorganizzazione che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha avviato nei primissimi mesi del 2026, spostando in modo massiccio i detenuti classificati come alta sicurezza e quelli sottoposti al regime speciale del 41-bis. Il piano, come ha spiegato il sottosegretario Andrea Delmastro in una visita in Sardegna a inizio marzo, punta a ridurre da dodici a sette gli istituti che ospitano detenuti in regime di 41-bis, concentrandoli in strutture dedicate esclusivamente a loro e gestite dai reparti specializzati del Gom, il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. La logica dichiarata è quella della sicurezza: evitare la promiscuità con altri circuiti detentivi, tagliare i canali attraverso cui i boss potrebbero far filtrare messaggi verso l’esterno. Il piano che ha cambiato tutto - Il problema è come è stato fatto. Senza preavviso, senza dialogo con le istituzioni locali, senza consultare le associazioni di volontariato e il terzo settore che in quegli istituti lavoravano da anni. A Parma, secondo quanto comunicato ai Garanti regionali dell’Emilia-Romagna e del comune, nel solo mese di febbraio 2026 sono stati trasferiti settantaquattro detenuti in alta sicurezza. Settantaquattro persone che un mattino si sono trovate a fare i bagagli senza aver potuto avvisare i familiari, interrompendo di colpo corsi di studio, percorsi lavorativi, programmi di reinserimento che in alcuni casi erano stati costruiti nel corso di anni. I Garanti, scrivendo al deputato Roberto Giachetti di Italia Viva, hanno usato parole precise: “sconcerto” e “preoccupazione”. La Sardegna è l’altro nodo centrale di questa storia. Il piano del governo prevede che le carceri di Sassari, Cagliari-Uta e Nuoro diventino le sedi principali del 41-bis nell’isola, con il Badu e Carros di Nuoro trasformato in struttura esclusivamente dedicata a questo regime speciale. Secondo l’interrogazione di Giachetti, al termine della riorganizzazione la Sardegna ospiterà complessivamente duecentoquaranta detenuti al 41-bis, quasi un terzo del totale nazionale. Nordio, rispondendo a un’interrogazione del Movimento 5 Stelle a fine febbraio, ha sostenuto che si tratta di una scelta inserita in una programmazione pluriennale già condivisa con il territorio. La presidente sarda Alessandra Todde non la vede così, e il 28 febbraio ha portato la sua protesta in piazza a Cagliari. Il caso era stato sollevato con forza dalla garante regionale Irene Testa. Nel frattempo ad Alessandria San Michele, secondo quanto denuncia l’associazione Nessuno tocchi Caino, verranno ospitati in modo esclusivo centocinquanta detenuti al 41-bis, mentre tutti i detenuti di media sicurezza presenti nell’istituto saranno trasferiti altrove, compresi quelli impegnati in attività lavorative qualificate che ora perdono anche quelle. Il problema non è solo la Sardegna o Padova o Parma o Alessandria. È il metodo. Anni di lavoro, accordi con le cooperative, convenzioni con le università, rapporti con le imprese locali che davano un impiego dentro le mura, tutto polverizzato con una circolare. Nicola Boscoletto, fondatore della cooperativa Giotto che da quarant’anni lavora nel Due Palazzi, ha detto chiaramente che si sono trovati davanti a delle “macerie”. L’associazione Ristretti Orizzonti ha pubblicato le schede dei detenuti trasferiti da Padova, una per una, per raccontare chi erano e cosa stavano facendo: uno frequentava laboratori di cucito e teatro, un altro stava per ottenere i permessi premio dopo anni di percorso virtuoso, un altro ancora aveva quasi completato un corso universitario. Tutte storie interrotte. Giachetti e le domande al ministro - Come detto, Roberto Giachetti ha depositato un’interrogazione scritta al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Non è la prima volta che il deputato di Italia Viva si occupa della questione: già con l’interrogazione scorsa aveva chiesto conto dei trasferimenti, e Nordio aveva risposto che “i trasferimenti dei detenuti non sono solo una questione amministrativa, poiché influenzano aspetti importanti della loro vita e delle attività trattamentali”, e che erano state introdotte “garanzie per limitare i disagi degli spostamenti, tutelando sia i diritti dei detenuti sia le esigenze organizzative dell’amministrazione”. Quella risposta è diventata adesso il principale elemento di contraddizione che Giachetti mette sul tavolo. Perché se il ministro ha riconosciuto che i trasferimenti non sono una questione meramente burocratica, e ha assicurato che esistono garanzie a tutela dei detenuti, com’è possibile che siano stati eseguiti trasferimenti di massa senza alcuna consultazione, senza dialogo con i Garanti, senza un preavviso che consentisse almeno di avvisare i familiari? Nella sua interrogazione Giachetti, lo dice con la precisione di chi vuole mettere a verbale una contraddizione documentata: “tale decisione dell’amministrazione penitenziaria di procedere, per di più senza dialogo e senza consultazione, agli spostamenti di massa di detenuti, ad avviso dell’interrogante, oltre a cozzare con i propositi del Ministro interrogato, fa l’economia dei rapporti, delle intese, dei progetti, degli impegni instaurati dalle direzioni degli istituti penitenziari con le istituzioni locali, l’imprenditoria, il volontariato, il terzo settore, i garanti dei detenuti”. È una frase densa. Dietro quella parola “economia” c’è tutto quello che è stato cancellato: non solo i percorsi individuali dei singoli detenuti, ma un intero ecosistema di relazioni costruite nel tempo tra carcere e territorio. Accordi con le imprese locali che assumevano i detenuti, convenzioni con le cooperative del terzo settore, rapporti con le associazioni di volontariato, impegni presi dalle direzioni degli istituti con i Garanti. Tutto questo è stato azzerato in silenzio, senza che nessuno di questi soggetti venisse interpellato. Giachetti pone al ministro quattro domande precise. La prima è la più ampia: quei trasferimenti di massa compromettono le finalità previste dall’articolo 27 della Costituzione, cioè il rispetto della dignità umana e la funzione rieducativa della pena? La seconda è una richiesta di numeri: quante sono le persone coinvolte, distinte tra detenuti di media sicurezza, alta sicurezza e 41-bis? La terza riguarda la Sardegna: è vero che l’isola dovrà ospitare duecentoquaranta detenuti al 41-bis senza che questa scelta sia stata discussa con le istituzioni regionali? E la quarta è quella che chiede se il ministro non ritenga di rivedere la scelta, coinvolgendo le istituzioni locali, il volontariato, l’imprenditoria e i Garanti. L’articolo 27 della Costituzione non è un dettaglio. Stabilisce che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non è un obiettivo facoltativo, è un principio costituzionale. Quando si spostano persone che stavano costruendo faticosamente un percorso di ritorno alla legalità, il rischio concreto è l’azzeramento della funzione rieducativa. Il caso di Pietro Marinaro è quello che fa più impressione. L’interrogazione di Giachetti lo cita esplicitamente, usando le parole di Ristretti Orizzonti: “non ha retto all’idea di essere trasferito e ha scelto di concludere prima della partenza la sua vita”. Che fare? “Volontariato essenziale per restituire senso alla pena”, tema centrale del Premio Carlo Castelli di Società di San Vincenzo De Paoli Ristretti Orizzonti, 16 marzo 2025 “Il volontariato è essenziale per restituire senso alla pena”. Il tema sarà al centro della prossima edizione del Premio letterario Carlo Castelli. Le carceri italiane vivono una crisi strutturale che colpisce adulti e minorenni, con effetti che travalicano i confini degli istituti e investono l’intera società. Secondo Franco Prina, Professore ordinario di Sociologia giuridica, della Devianza e del Mutamento presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino, “Il carcere oggi spesso funziona come una discarica sociale dove accresce la marginalità sociale, la fragilità psichiche e la povertà educativa”. I numeri parlano chiaro: sovraffollamento medio del 124% e picchi oltre il 200% in istituti come Lucca e San Vittore; circa 20.000 detenuti tossicodipendenti; il 65% con disagio psichico, di cui il 4% affetto da psicosi gravi; oltre 20.000 detenuti stranieri; suicidi già sette nei primi 40 giorni del 2026, dopo i 91 del 2024 e gli 80 del 2025. Anche il sistema penale minorile ha subito un cambiamento drammatico: gli Istituti Penali per Minorenni (Ipm), che per decenni avevano una media di 350-400 ragazzi al giorno, sono oggi quasi raddoppiati, con 700-800 giovani detenuti, sovraffollamento e pressione sulle possibilità di reinserimento. “Questo segna una rottura con la tradizione italiana, che aveva reso il carcere minorile una misura residuale e un modello internazionale di reinserimento”, sottolinea Prina. “Il sistema funzionava grazie a una alleanza educativa e istituzionale: magistratura minorile, operatori degli istituti, servizi della giustizia minorile (Ussm), servizi sociali territoriali, terzo settore e volontariato collaboravano per accompagnare i ragazzi in percorsi di responsabilizzazione e reinserimento. In moltissimi casi, grazie alla messa alla prova e ai progetti sul territorio, la detenzione diventava solo una parentesi e non un destino”. In un contesto così complesso, il ruolo del volontariato e delle associazioni assume una funzione essenziale: “Gli Assistenti Volontari collaborano al trattamento e facilitano il contatto con l’esterno. Le associazioni portano attività culturali, formative, sportive e sociali, contribuendo a ridurre la separazione tra carcere e comunità”, spiega Prina e aggiunge: “Il volontariato può operare come partner della Pubblica Amministrazione, attraverso strumenti di co-programmazione e co-progettazione, andando oltre il semplice sostegno ai detenuti e contribuendo a un carcere costituzionalmente orientato, aperto e rispettoso dei diritti”. Poi il Professore pone l’attenzione sulle giovani generazioni: “È fondamentale coltivare una attenzione precoce alle fragilità dei ragazzi, alla marginalità, alla povertà educativa, al senso di identità, e offrire strumenti per affrontare le difficoltà senza ricorrere immediatamente alla sanzione penale”. Tra le esperienze più significative c’è il progetto “ScegliAmo bene” del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli, che opera nelle scuole con percorsi di prevenzione e consapevolezza sui temi della legalità, delle scelte personali e delle conseguenze dei comportamenti. “Questo lavoro con i giovani è un esempio di come si possa agire in prevenzione, offrendo strumenti concreti ai ragazzi e alle comunità per orientare le proprie scelte e ridurre il rischio di marginalità e devianza”, osserva Prina. Nonostante l’importanza strategica del volontariato, il contesto carcerario pone ostacoli crescenti: “In molti istituti le attività sono limitate, gli spazi ridotti, la presenza dei volontari viene ostacolata o scoraggiata, soprattutto quando testimoniano le condizioni reali delle carceri. Anche l’allontanamento di chi denuncia criticità è un segnale chiaro della difficoltà di mantenere uno sguardo critico e costruttivo all’interno del sistema”, sottolinea Prina. Per il Professore, il volontariato non può limitarsi a sostenere la quotidianità dei detenuti, ma deve continuare a esercitare una funzione politica e civile, richiamando le istituzioni alla funzione rieducativa della pena e contribuendo a un cambiamento culturale più ampio nella società: “È necessario che l’opinione pubblica e le scelte politiche riconoscano che esistono forme diverse di risposta al reato, che il carcere non deve essere vendetta ma opportunità di reinserimento, e che investire nella prevenzione e nel sostegno alle nuove generazioni conviene a tutti”. Premio letterario Carlo Castelli - Proprio per valorizzare il ruolo del volontariato e ascoltare anche la voce dei detenuti attraverso i loro scritti, quest’anno il Premio letterario Carlo Castelli ha scelto di orientare il concorso sul tema del volontariato. “Abbiamo chiesto ai partecipanti di riflettere sul senso della presenza dei volontari negli istituti, su ciò che funziona, su ciò che potrebbe essere migliorato, e su come il volontariato possa contribuire a diffondere nella società una diversa cultura della pena”, spiega Prina. Le testimonianze dei detenuti, raccolte attraverso gli elaborati, offrono uno sguardo diretto dall’interno del carcere, prezioso anche per le associazioni e per chi governa il sistema. Il Premio Carlo Castelli è un concorso letterario nazionale rivolto a tutti i detenuti degli istituti penitenziari italiani, compresi quelli minorili. Dedicato alla memoria di Carlo Castelli, figura di spicco del volontariato vincenziano e promotore della Legge Gozzini, diventa un mezzo per costruire un futuro condiviso, sottolineando l’importanza del sostegno reciproco, anche in contesti difficili come il carcere. Il Premio Carlo Castelli ha il patrocinio di Camera, Senato e Ministero della Giustizia, ed è stato insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Antigone smonta l’allarme criminalità minorile di Romano Pitaro Corriere della Calabria, 16 marzo 2025 Sembra che la questione carceri, con il portato di emergenze irrisolte (una per tutte: oggi nelle carceri sono reclusi un numero doppio di persone rispetto agli anni 90), non interessi alla Repubblica italiana; e che la pena sia intesa come mera afflizione, nonostante l’illuminista milanese Beccaria e l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono essere disumane. Altrettanto preoccupante è la condizione delle carceri minorili (Ipm) che riflette una distorta concezione criminogena del disagio giovanile, come spiega l’VIII Rapporto sulla giustizia minorile elaborato da Antigone e intitolato “Io non ti credo più”. Dinanzi al fenomeno “criminalità minorile” il Rapporto dimostra, numeri alla mano, che l’allarme, amplificato dalla politica, dai media tradizionali, influencer, opinion leader e dalle piattaforme digitali che, tramite algoritmi, premiano engagement, conflitto e polarizzazione, non ha alcun riscontro fattuale. Ad avviso dell’’Associazione che si occupa della tutela dei diritti umani nel sistema penale e penitenziario, l’allarme “criminalità minorile” è un inganno. In assenza di politiche sociali accorte, per fronteggiare il disorientamento dei giovani, i decisori pubblici ricorrono (specie dopo il Decreto Caivano del 2023, ritenuto la “più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988” e “come l’innesco del sovraffollamento negli Istituti penali per minorenni”) all’allarme “criminalità minorile”, dando priorità alla scelta legislativa esclusivamente penale. Acutizzando, di conseguenza, il sovraffollamento, la precarietà dei percorsi educativi e l’uso della custodia cautelare. Dunque (sostiene Antigone): i dati Eurostat collocano l’Italia tra i Paesi con i tassi più bassi di minorenni denunciati: circa 363,4 per 100mila abitanti nel 2023, quasi la metà della media europea (647,9). E aggiunge che anche gli allarmismi sugli omicidi commessi da minori sono spesso costruiti su percentuali relative a numeri piccoli e persino errati: le segnalazioni per omicidio restano sostanzialmente stabili (27 nel 2022, 25 nel 2023, 26 nel 2024). Inoltre: “tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera negli Ipm passa da 425,1 a 556,3 (+30,9%); nel 2025 sale ancora a 587,8 ma con una crescita più contenuta (+7,4%), segno di un “assestamento” dopo l’entrata a regime delle nuove norme. In termini assoluti, le presenze a fine anno crescono da 381 (fine 2022) a 587 (fine 2024) e 572 (fine 2025), circa +50% rispetto al periodo pre-Caivano. In questo scenario, Antigone sottolinea l’elemento che demistifica la retorica del “carcere per i pericolosi”: quasi due terzi dei minori detenuti sono in custodia cautelare; il 64,9% (370 persone) è in carcere solo per misure cautelari; il 30,2% è in attesa di primo giudizio. Stando ai soli minorenni, l’83,1% è in custodia cautelare e il 39,5% aspetta il primo giudizio. Circa l’instabilità e gli “eventi critici” generati dal sovraffollamento, il Rapporto scorre la sfilza di proteste, incendi, tentativi di evasione e segnala, tra gli episodi emblematici, il caso dell’Ipm Ferrante Aporti di Torino, quando (2024) alcuni ragazzi erano costretti a dormire a terra o su brandine per mancanza di letti. Non è tutto. Antigone rimarca anche un effetto collaterale della strategia punitiva in atto: l’aumento dei trasferimenti di “detenuti trattati come pacchi” o “oggetti inanimati”. Tra il 2022 e il 2024 i trasferimenti tra istituti crescono del 147,9%, con effetti gravi sulla continuità educativa e sul radicamento territoriale. Simbolico il fatto, per evidenziare il pessimo funzionamento del sistema, che per la prima volta una sezione del circuito minorile è collocata in un carcere per adulti; a Bologna (Dozza), tra il 24 marzo e il 30 settembre 2025 è in attività una sezione destinata a giovani adulti (provenienti da vari Ipm) trasferiti temporaneamente. Per ciò che concerne la condizione detentiva, Antigone mette in relazione il sovraffollamento e la fragilità psichica con la risposta istituzionale del tutto inappropriata. Allarmante, questo sì, l’aumento dell’uso di psicofarmaci: un’inchiesta di Altreconomia all’Ipm Beccaria di Milano, tra il 2020 e il 2024, segnala che l’utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine è cresciuto del 110%. Se si aggiunge che le comunità dell’area penale sono quasi tutte private (637) e che le comunità ministeriali pubbliche sono tre, si evince che il quadro d’insieme della carcerazione minorile è assai inquietante. E suggerisce che, su materie così delicate e difficili, non si può agire sfornando decreti restrittivi, misure segreganti e interventi spot con l’intento di costruire un “nemico pubblico” per speculare consenso elettorale. Ciò che serve non sono soltanto risorse finanziarie e sociali, ma anche studio e approfondimento del malessere giovanile e, insieme, il recupero della cultura costituzionale che impone di “residualizzare l’uso dello strumento detentivo”. Jihadisti, maranza e carcere, un mix esplosivo di Alessio Gallicola Il Tempo, 16 marzo 2025 La relazione tra minori detenuti radicalizzati e il fenomeno sociale dei “maranza” è un fenomeno da tempo allo studio di criminologi e analisti della radicalizzazione. Il teatro dove avviene la saldatura tra i due territori comuni è il carcere minorile. In alcuni istituti la quota di giovani musulmani o di origine nordafricana è molto alta. Al Beccaria di Milano, ad esempio, la maggioranza dei detenuti è musulmana. Non è una novità e non è nemmeno di per sé un problema ideologico: la maggior parte dei giovani detenuti entra per reati comuni, dalle rapine allo spaccio, passando per aggressioni o baby gang. Sono percorsi di devianza urbana piuttosto classici. Il carcere arriva alla fine di una catena che parte quasi sempre dalla periferia sociale. Ed è proprio qui che il fenomeno dei maranza e quello della radicalizzazione islamista possono, in alcuni casi, toccarsi. Non perché le baby gang siano jihadiste. Non lo sono quasi mai. Il loro universo simbolico è molto più vicino alla cultura di strada globale che alla religione. La religione, quando c’è, è spesso un elemento identitario superficiale, più culturale che dottrinale. La saldatura possibile avviene dopo. Il carcere è uno spazio chiuso dove identità fragili vengono messe sotto pressione. La detenzione spezza biografie già instabili e costringe ragazzi molto giovani a ridefinire chi sono. In questo vuoto identitario qualsiasi narrativa forte può diventare una risposta: il gruppo, la fratellanza, l’idea di una comunità oppressa, la promessa di dignità e riscatto. È qui che alcuni percorsi di radicalizzazione trovano terreno fertile. Non è un fenomeno di massa e i numeri restano limitati. Magli studiosi di sicurezza e i criminologi osservano da anni che l’estremismo jihadista europeo ha spesso intercettato giovani provenienti dalla microcriminalità urbana. Non studenti religiosi, ma piccoli delinquenti di periferia. Non teologi, ma ragazzi cresciuti tra frustrazione sociale, marginalità e conflitto con lo Stato. Per qualcuno di loro l’ideologia radicale diventa una forma di ribellione strutturata. Una narrazione che trasforma la rabbia individuale in missione collettiva. Il passaggio è sottile ma potente: dalla gang al gruppo militante, dalla vendetta personale alla guerra simbolica contro una società percepita come ostile. Questo non significa che esista una linea diretta tra maranza e jihadismo. La stragrande maggioranza dei ragazzi coinvolti in quelle subculture non si avvicinerà mai all’estremismo religioso. Significa però che esiste una zona grigia dove marginalità sociale, identità fragile e detenzione possono creare vulnerabilità. Ed è lì che si gioca la partita più difficile. Non solo di sicurezza, ma di integrazione, educazione e presenza dello Stato. Perché il vero rischio non nasce dalla religione. Nasce dal vuoto. Capire il referendum. Le 3 modifiche costituzionali. Ecco i motivi del Sì e del No di Luigi Ferrarella e Milena Gabanelli Corriere della Sera, 16 marzo 2025 Il 22 e 23 marzo si tiene il referendum per confermare o non confermare la legge costituzionale. E quale sarà il quesito che troveremo sulla scheda? “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025?”. Un atto di fede insomma. Proviamo a spiegare qual è la proposta della riforma, con le ragioni degli uni e quelle degli altri. Innanzitutto chiariamo un fatto: la riforma non riguarda questioni concrete come la durata dei processi, la mancanza cronica di magistrati, cancellieri, amministrativi, oltre all’ inadeguatezza di apparati informatici. Né farà diminuire gli indennizzi per “ingiusta detenzione”, che coinvolgono in media 600 persone l’anno su 40.000 misure cautelari; e tantomeno gli “errori giudiziari”, cioè le revisioni di condanne definitive, in media 7 l’anno, lo 0,12% per milione di abitanti. Le tre modifiche - Al centro del referendum sulla separazione delle carriere tra chi fa le indagini (2.200 pm) e chi le valuta (7.200 giudici) ci sono tre modifiche radicali del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organismo composto da 20 magistrati e 10 laici eletti dal Parlamento tra professori di diritto e avvocati con 15 anni di esercizio. Questo organo, previsto dalla Costituzione, serve a garantire ai magistrati l’autonomia e l’indipendenza nei concorsi, trasferimenti, valutazioni di professionalità, nomine dei dirigenti, giustizia disciplinare, pareri al Ministro sulle leggi. Le modifiche consistono nello sdoppiamento del Csm, uno per i pm e uno per i giudici, il sorteggio dei componenti, e la sottrazione dei processi disciplinari al Csm per affidarli a una nuova Alta Corte. La separazione delle carriere - Dal 2022 (legge Cartabia-Draghi) dopo un concorso unico le funzioni sono già quasi separate, perché un pm può diventare giudice (e viceversa) solo una volta e cambiando distretto (e quindi quasi sempre anche regione). Sui 9.400 magistrati nell’ultimo triennio ci sono stati 25 passaggi nel 2022, 34 nel 2023 e 42 nel 2024. Per i fautori della riforma solo separando i due Csm e le due carriere si potranno avere giudici non influenzati dalla colleganza con i pm. Il “Sì” lo ritiene il completamento del sistema accusatorio introdotto nel 1988 dal codice di procedura penale Vassalli-Pisapia-Conso, e del principio del “giusto processo” inserito in Costituzione nel 1999 all’articolo 111 con l’esigenza di un giudice terzo oltre che imparziale. Il “No” ribatte che, allora, per assurdo si dovrebbe separare anche i giudici di un grado da quelli dei gradi successivi, visto che possono confermare o ribaltare le sentenze; e a smentita della colleganza documenta gli alti tassi di assoluzioni: in media 30%, punte fino al 50% nei monocratici. Inoltre verrebbe trascurato il fatto che il pm, al contrario dell’avvocato, è parte pubblica che agisce nell’interesse generale, ed è tenuto a cercare anche le prove favorevoli all’indagato. Invece con la riforma si avrà un corpo separato di 2.200 pubblici ministeri, che si gestiranno da soli nel loro Csm senza più comunanza di mentalità con i giudici su come valutare le prove. Un fatto che esaspererà la ricerca della condanna a tutti i costi (specie quando i pm saranno valutati sui risultati statistici dei processi), e creerà “superpoliziotti” così autoreferenziali da dover prima o poi per forza essere ricondotti sotto il controllo o l’influenza dell’esecutivo. Il controllo politico: lo scontro - Il “Sì” sottolinea che questi due rischi (pm superpoliziotto e pm sottoposto al controllo dell’esecutivo) saranno scongiurati dall’ articolo 104 della Costituzione, che non solo continua ad assicurare la magistratura “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, ma anzi aggiungerebbe che “è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Infine il “Sì” respinge come infondato processo alle intenzioni il timore che il “No” trae dalle dichiarazioni di Nordio sul “riequilibrio di poteri” che dovrebbe far comodo in futuro anche al Pd quando andasse al governo; della sua capo di gabinetto Bartolozzi quando ha detto “votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura...sono plotoni di esecuzione”; o dell’autorità delegata ai servizi di intelligence, Mantovano, circa l’”invasione di campo” delle decisioni giudiziarie “che deve essere ricondotta”, o di Meloni, quando a seguito di una decisione sgradita della Corte dei Conti sul Ponte di Messina parla di “intollerabile invadenza” alla quale, pertanto, la riforma sarebbe “la risposta più adeguata”. È invece certo il raddoppio dei costi (oggi ammontano a circa 50 milioni l’anno) a causa della duplicazione dei Csm e dei 26 Consigli giudiziari distrettuali. Il sorteggio - I componenti dei due Csm saranno sorteggiati, ma in modo differente. Per i togati avverrà tra tutti i 9.400 magistrati; per i componenti laici il sorteggio invece pescherà dentro un elenco di giuristi votato dalla maggioranza parlamentare. Per il “no” sarebbe la prima volta che una categoria si vede togliere il diritto di scegliere i propri componenti, il che indebolirebbe la legittimazione del ruolo dei togati nel Csm, a fronte invece di laici scelti dal Parlamento in base alle loro posizioni politiche e ideologiche. In teoria la maggioranza di turno, in una futura legge ordinaria, potrebbe decidere i sorteggiabili dentro un numero relativamente ridotto di eletti, o addirittura identico a quello dei consiglieri da esprimere. Una disparità d’assetto che non avrà eguali in Europa, nemmeno in quei 22 Paesi dove le carriere sono separate. Inoltre le attitudini di un pm o di un giudice non necessariamente valgono anche nel differente lavoro di consigliere Csm; e il sorteggio totale potrebbe produrre esiti assurdi nell’equilibro tra donne e uomini, o nella mancata varietà di provenienza geografica, anzianità ed esperienze professionali. Gli spifferi di corrente - Il “Sì” ribatte che, se un magistrato può chiedere o dare un ergastolo, avrà anche le doti per fare il consigliere Csm. Ricorda che in un voto interno all’Anm nel febbraio 2022 ci furono 1.787 magistrati favorevoli al sorteggio (a fronte di 2.475 contrari), e precisa che già oggi la Costituzione lo preveda per selezionare i giudici popolari nei processi in Assise, comporre il Tribunale dei Ministri, integrare la Consulta nei procedimenti di messa in stato di accusa del presidente della Repubblica. Ma soprattutto il “Sì” individua nel sorteggio il modo per “liberare” i magistrati dal “giogo” delle correnti, che da espressioni di autentico pluralismo culturale sarebbero diventate centri di potere clientelare. Il caso Palamara - L’esempio più citato è quello delle chat di Luca Palamara, ex presidente Anm, ex consigliere Csm, ed ex leader della corrente centrista Unicost. Palamara l’8 maggio 2019 fu intercettato all’hotel romano Champagne, mentre discuteva la nomina del futuro procuratore di Roma e di Firenze con 5 membri “togati” Csm di correnti di centrodestra e due parlamentari Pd: il magistrato Cosimo Ferri, ex membro Csm, ex sottosegretario alla Giustizia in quota Pdl e leader della corrente di destra, e Luca Lotti, ex sottosegretario a Palazzo Chigi. È interessante però anche conoscere come è andata a finire: Palamara nel procedimento disciplinare fu radiato dal Csm, che inflisse pesanti sanzioni anche ai 5 magistrati; mentre Ferri è tornato a fare il giudice a Roma perché essendo all’epoca parlamentare, la Camera ha negato al Csm l’autorizzazione ad usare nei suoi confronti le intercettazioni e le chat. E se Palamara in questi giorni ha potuto chiedere la revoca della pena che aveva patteggiato nel processo penale a Perugia per traffico di influenze illecite, è perché questo reato è stato alleggerito nella legge Nordio che ha anche abrogato l’abuso d’ufficio. Chi sbaglia paga? - Per i promotori della riforma la giustizia domestica del Csm é troppo indulgente con chi sbaglia, e solo un’Alta Corte esterna stroncherebbe la logica dello scambio di favori e perdoni. Per i contrari, invece, il lassismo del Csm sarebbe smentito dalle statistiche: fra il 2010 e il 2025, a fronte di 1.399 processi disciplinari, ci sono state 644 condanne, a cui vanno sommati i magistrati che si sono dimessi prima della sentenza disciplinare. Una media di 42 l’anno su 9400 magistrati, cioè lo 0,5%, vale a dire una percentuale più severa rispetto a quella di altri ordini professionali come quello degli avvocati: il Consiglio nazionale forense nel 2013-2018 ne ha sanzionati in media 197 l’anno, su 236.000 legali. E lo stesso ministro Nordio ha promosso solo 49 azioni disciplinari, e impugnato appena 6 assoluzioni su 184 decise dal Csm. Detto questo, come funziona questa terza modifica che toglie al Csm la funzione disciplinare? L’Alta Corte disciplinare - Oggi l’azione disciplinare per sanzionare un magistrato viene promossa dal Ministro della Giustizia o dal procuratore generale della Cassazione, e decisa dal Csm in una apposita sezione composta dal vicepresidente del Csm, da un altro laico, da un giudice di Cassazione, due giudici di merito e un pm. Ebbene, la riforma istituisce un’ Alta Corte con 15 membri: 3 giuristi nominati dal presidente della Repubblica, 3 laici estratti a sorte da un elenco di professori e avvocati eletti dal Parlamento, 6 giudici e 3 pm estratti a sorte tra magistrati di Cassazione. In disallineamento quindi con l’articolo 107 della Costituzione che stabilisce che i magistrati si distinguano solo per le diverse funzioni svolte, senza gerarchie. Inoltre, mentre oggi il magistrato condannato dal Csm può ricorrere davanti alle Sezioni Unite della Cassazione, con la riforma la sentenza sarà impugnabile solo davanti alla stessa Alta Corte (pur in un diverso collegio). Il che entra in conflitto con l’articolo 111 della Costituzione, e stride rispetto alle esigenze di terzietà proclamate dalla riforma, poiché in questa sede fa convivere quei pm e giudici che vuole separare in tutto il resto. La nuova Alta Corte poi non varrà per la Corte dei Conti, Tar, Consiglio di Stato e Commissioni Tributarie, dove il disciplinare continuerà invece ad essere gestito dai rispettivi organi di autogoverno. I tempi dei processi non cambiano - Negli ultimi tempi persino i promotori della riforma non la collegano più direttamente a taumaturgici effetti sui tempi lunghi dei processi: “Sono pienamente d’accordo che questa riforma non c’entra niente con l’efficienza della giustizia, non abbiamo mai preteso o detto che la separazione delle carriere rendesse i processi più veloci”, afferma il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Sulla stessa posizione la presidente leghista della Commissione Giustizia del Senato, l’avvocato Giulia Bongiorno: “Ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere!”. Tuttavia, a dire che “la separazione delle carriere dei magistrati rappresenta un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta” era stata la premier Meloni, così come nella relazione illustrativa della riforma stava appunto scritto che era motivata da “obiettivi di miglioramento della qualità della giurisdizione”. Una campagna referendaria seria avrebbe inciso sulla democrazia più della riforma di Mattia Feltri huffingtonpost.it, 16 marzo 2025 Posizione personale: andrò a votare Sì senza entusiasmo. Perché è vero che bisogna guardare il testo e non il contesto. Ma è il contesto a spiegare che Paese siamo e che uso facciamo delle leggi. Separazione delle carriere o no. La campagna referendaria, nella sua essenza teoretica, s’è aperta coi manifesti del fronte del No per denunciare il progetto di sottomettere i giudici al governo - deduzione molto arbitraria, e pedestre semplificazione, poiché semmai si sottometterebbero i pubblici ministeri, non i giudici: le carriere andrebbero separate almeno nella propaganda - e s’è chiusa col comizio dell’altro giorno di Giorgia Meloni, per pronosticare, perdesse il Sì, la messa in libertà di “immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori”. Fra l’apertura e la chiusura s’è svolta la grande fiera di cui sapete, del gratterismo e della nordietà, dei mafiosi che votano Sì, di Carola Rackete in tournée a speronare fregate se vince il No, eccetera eccetera, inutile ormai tenerla per le lunghe. L’unica ragione per andare a votare - Sì oppure No - l’ha indicata qui con l’indispensabile distacco il professore e avvocato Vittorio Manes: restare a casa perché si hanno le tasche piene di un dibattito pubblico da birreria a tarda ora, significa lasciarsi strumentalizzare. Alla fine, per ribellarsi (che parolone!) si può soltanto approvare o disapprovare la riforma, per quello che propone e per come cambierà la nostra vita. Contano le conseguenze del testo di legge, non il caravanserraglio. E così io, senza tanto entusiasmo, e senza impegnare la linea politica di HuffPost, ma soltanto la mia persona, andrò a votare Sì. Senza tanto entusiasmo perché mi viene un po’ difficile chiamare separazione delle carriere una norma che in effetti le separa, o ne certifica una separazione già nei fatti, poiché i passaggi dalla funzione di magistrato dell’accusa a giudice sono ormai azzerati, ma senza trarne le ovvie conseguenze. Nelle grandi democrazie liberali - dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Francia al Regno Unito, dalla Spagna all’Australia - le carriere sono separate perché da un lato ci siano i giudici indipendenti da qualsiasi altro potere, e dell’altro la pubblica accusa che, in quanto pubblica, risponde al potere politico, che siano gli elettori (in alcuni Stati americani o in alcuni lander tedeschi) o gli eletti (e quindi il governo come in Francia o in Inghilterra). Che in Italia non se ne possa neanche parlare perché è un sacrilegio, spiega bene la natura sacerdotale, e non laica e democratica, della magistratura nella sua e nella nostra considerazione. Non mi entusiasma dunque che avremo due Consigli superiori della magistratura (organo di autogoverno) anziché uno, e non mi entusiasma che i membri togati siano estratti a sorte, anche se non capisco lo scandalo dei sostenitori del No: per quale motivo un magistrato col potere di decidere della libertà dei cittadini non dovrebbe essere in grado di decidere della carriera dei colleghi, fin qui peraltro decise dalle correnti in uno sfacciato mercimonio? Senza farla tanto lunga, andrò a votare Sì sperando vinca e porti qualche piccolo beneficio, ma prima voglio proporre un appunto all’avvocato Manes e ai non pochi saggi che invitano a giudicare il merito e non le tifoserie. Sì, giusto. Fondamentale. Ma le tifoserie non sono così secondarie. Qui lo si è detto molte volte, di quel disincantato e folgorante commento di Niccolò Machiavelli, secondo cui i buoni costumi servono alle buone leggi quanto le buone leggi ai buoni costumi. E cioè già adesso, io credo, ci sarebbero leggi sufficientemente buone per far funzionare la giustizia, a mancarci sono i buoni costumi. Faccio un solo esempio: se la Costituzione postula la presunzione di innocenza, e dunque si può ricorrere alla carcerazione preventiva solo “in casi eccezionali di necessità e urgenza”, quali costumi hanno portato ad avere un detenuto su cinque in carcerazione preventiva, e cioè migliaia e migliaia di casi di eccezionale urgenza? Qual è il concetto di eccezionale urgenza oggi nell’amministrazione della giustizia in Italia? È proprio vista la qualità della campagna elettorale - la qualità dei costumi - che non ho grandi aspettative negli effetti della qualità delle leggi. Una campagna referendaria seria sarebbe stata una garanzia per la vita democratica più della migliore delle riforme. Riforma figlia di una politica debole, ma le toghe accettino i cambiamenti di Massimo Cacciari La Stampa, 16 marzo 2025 C’è da temere cada la lingua a parlare delle nostre riformette e manie referendarie di fronte alle tragedie geopolitiche che attraversiamo. Tuttavia, è proprio di ogni analisi seria cercare nel particolare, anche più apparentemente insignificante, i tratti dell’universale. Il buon Dio, come il Demonio, stanno in agguato dietro l’angolo. Di ogni riforma, grande o piccola, è lo spirito ciò che conta, non la lettera. Che direzione di marcia indica quella sottoposta al referendum del 22 marzo? È una direzione forte, che trova fondamenti obbiettivi nella situazione storico-politica delle nostre democrazie, anche se i suoi proponenti non sembrano esserne del tutto consapevoli. Il quadro in cui collocare il problema è il rapido e strutturale indebolimento del potere politico indotto dai processi di globalizzazione che sono guidati dai grandi oligopoli economico-finanziari. Una miopia forse inevitabile, trattandosi della vista di istituzioni e organismi ormai parecchio anziani, induce il Politico ad attribuire la causa della propria impotenza a soggetti più “domestici”, di cui conosce da vicino insieme ad alcuni pregi gelosie, invidie e ambizioni. Al progressivo esaurirsi della sua capacità di decidere sulle questioni essenziali (energia, ambiente, ricerca e sviluppo, distribuzione della ricchezza, ecc.) corrisponde l’enfasi crescente con cui il ceto politico accusa settori dell’Amministrazione statale di voler svolgere ruoli di supplenza o addirittura sostitutivi rispetto all’auctoritas di cui esso si sente unico detentore. Che settori della Magistratura, e in modo più occulto, ma assai più pervasivo, di altri Grandi Uffici pubblici, abbiano agito, o dato la forte impressione di agire in tal senso, è fuori di dubbio. Manifestazione eclatante di questo è il frequente “passaggio” all’agone politico di chi sullo stesso ceto di cui vuole entrare a far parte ha magari indagato e giudicato fino al giorno prima. Si tratta però di un costume forse eticamente discutibile, che però non incide sul nòcciolo del problema: non c’è nessuna Magistratura che insidi il potere politico o si immagini in qualche modo di volerlo supplire; non è la Magistratura che impedisce o blocca la decisione politica; questa è sempre più strategicamente debole per le condizioni complessive in cui versa nel mondo contemporaneo. Ciò dovrebbe indurre un Politico e una Magistratura ragionanti a definire fini comuni, a discutere insieme le riforme necessarie. Se il Politico ha ancora interesse a rivendicare una propria autonomia di azione rispetto al potere del sistema economico-finanziario, esso dovrebbe avvertire la necessità di una Magistratura forte e gelosa della propria indipendenza. Con che strumenti altrimenti condurre un’azione efficace di controllo, di indagine e, alla fine, sanzionatoria nei confronti del formidabile complesso degli interessi privati? Il mondo del diritto è un mondo sempre più diviso; il sistema globale dell’economia e della tecnica è dotato di norme proprie, si auto-regola. E proprio questo rende sempre più impotente l’azione della stessa Magistratura. La Magistratura dovrebbe perciò invocare l’azione del Politico contro questo “diritto diviso”. E a sua volta il Politico invocare l’azione autonoma della Magistratura contro la prepotente volontà neanche di autonomia, ma egemonica tout-court, del potere economico su ogni forma di vita. Che il Politico veda la Magistratura come antagonista non significa altro se non che la sua simbiosi con il potere economico-finanziario è giunta a un punto forse irreversibile. Il “diritto diviso” tende perciò a unificarsi in base agli interessi e alle strategie di quei poteri oggi dotati di una intrinseca normatività. Il Politico che cerca di limitare l’autonomia della Magistratura non fa oggi che segare lo stesso ramo su cui è appeso, più che seduto. Si confrontano due concezioni opposte del potere politico. Per la prima il suo esercizio è reale soltanto se tendenzialmente indivisibile, e cioè, in concreto, se le funzioni legislative ed esecutive si concentrano in uno. È la visione coerente e funzionale con la cultura del capitalismo contemporaneo. L’azione legislativa del politico è chiamata a svolgere il ruolo di eliminazione di ogni ostacolo all’indefinito sviluppo delle forze produttive e, a un tempo, di ammortizzamento delle sue conseguenze sociali. Non deve esserci spazio per competizioni, vecchie “concorrenze”, autorità diverse, nello svolgimento di questo compito. Dunque, la stessa Magistratura deve riconoscerlo come proprio principio o Valore-guida. Visione radicalmente opposta quella per cui soltanto il bilanciamento tra funzioni e poteri autonomi garantisce che il progresso economico avvenga nel pieno rispetto dei diritti della persona. Se Politico e Magistratura non esprimono, ognuno secondo la propria prospettiva, questa idea del potere lo Stato di diritto è finito. Ma non dovremmo “disperatamente” affermare che, appunto, è finito? Quando il governo di uno Stato dichiara, senza se e senza ma, di compiere tutto ciò che può contro un altro Stato, senza neppure una telefonata a quelli che risulterebbero essere i suoi alleati, quando sul destino di un popolo massacrato (semita, quello palestinese) esso pretende di decidere unilateralmente, come possiamo immaginare che si coltivi l’idea di una divisione tra i poteri, dell’autonomia delle funzioni garanti dei diritti individuali? Questa è la domanda che la Magistratura dovrebbe oggi porre al centro del proprio lavoro. Troppi magistrati in questi anni hanno dato l’impressione di resistere e conservare soltanto. I “no” non bastano più. Per combattere i “sì” alla subordinazione del nostro ordinamento alla visione del mondo che informa di sé il sistema economico-finanziario globale sono necessarie grandi riforme delle nostre istituzioni, in cui l’autonomia delle parti significhi maggiore energia di ciascuna e più efficienza dell’insieme, al servizio di tutti. La pietà di Alessia per il suo aggressore di Elvira Serra Corriere della Sera, 16 marzo 2025 Per quindici minuti è rimasta ostaggio di Antonio Meglio, che l’ha colpita più volte. Arrestato, si è suicidato. Una storia solo tragica se Alessia Viola non avesse avuto un pensiero compassionevole per i familiari di chi ha attentato alla sua vita. Alessia Viola ha 32 anni ed è avvocato al Foro di Napoli. È una penalista. Ha messo in conto di lavorare su casi difficili, ha già molta esperienza nel campo della violenza di genere e dello stalking. Conosciamo la sua storia perché il 5 marzo è stata aggredita a coltellate nel cuore del Vomero mentre era seduta sull’autobus che la stava riportando a casa, alle nove di sera. Per quindici minuti è rimasta ostaggio di Antonio Meglio, 39enne di Pianura, che l’ha colpita più volte, rischiando di raggiungere la carotide e la giugulare. L’autista del bus, Davide Pecoraro, ha cercato di far ragionare l’uomo, distraendolo perché allentasse la presa. Le forze dell’ordine, allertate da altri viaggiatori, sono intervenute in tempo: hanno arrestato Meglio, mentre Viola è stata portata in ambulanza al Cardarelli di Napoli, dove l’hanno operata al tendine della mano sinistra. Se da un lato i familiari, gli amici, i colleghi, i parenti, perfino il sindaco Gaetano Manfredi e il prefetto Michele Di Bari si sono stretti attorno alla giovane donna, l’aggressore è stato lasciato solo, infine ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Giovanni Bosco, dove si è impiccato nel bagno con un lenzuolo. Era piantonato. Sarebbe una storia sconsolante e tragica, se non fosse illuminata dalla pietà di Alessia Viola, che intervistata nei giorni scorsi da più testate ha detto come alla fine le vittime siano due, lei e l’uomo che l’ha accoltellata. Ha avuto un pensiero compassionevole per i familiari di Antonio Meglio e ha aggiunto che il suo dolore fisico e quello emotivo dei parenti dell’aggressore saranno uniti per sempre. Ma affinché non sia un dolore vano, ha aggiunto, è importante che non sia replicabile, che non succeda più. Ma come si fa a proteggere le persone con disturbi psichici, chi sta loro intorno, gli sconosciuti che incrociano? Prima di salire sull’autobus dove ha preso di mira l’avvocata, Antonio Meglio era stato visto farneticare fuori dalla caserma dei carabinieri vicino alla pensilina della fermata. Poteva essere fermato? Si poteva chiamare il 118 per fargli subito un Tso? E se sì, avrebbe aggredito qualcun altro dopo? Non lo sappiamo e rimuginarci con il senno di poi non cambia nulla. Alessia Viola, però, sa che adesso vuole impegnarsi di più. E un giorno questo dolore le sarà stato utile. Rinvio dell’esecuzione per carceri degradate: la parola alla Consulta di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2025 La Corte già nel 2013 pronta a pronunciarsi per evitare pene in condizioni inumane. La condizione di degrado e sovraffollamento strutturale delle carceri italiane è tale da violare sistematicamente l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che impone agli Stati membri di assicurare condizioni detentive conformi alla dignità delle persone e all’umanità che deve sempre caratterizzare l’esecuzione della pena. Lo ha rilevato il Tribunale di sorveglianza di Firenze che, con un’ordinanza del 4 marzo, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale degli articoli 147 del Codice penale e 47-ter, comma 1-ter, dell’Ordinamento penitenziario (legge 354/1975), per violazione degli articoli 2, 25, 27 e 117 della Costituzione, quest’ultimo in collegamento all’articolo 3 Cedu, nella parte in cui non prevedono l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione quando “la pena debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità”. Il caso riguardava un detenuto del carcere di Sollicciano, nei cui confronti i giudici avevano già accertato due anni prima la situazione di detenzione in condizioni inumane e degradanti, imponendo all’amministrazione penitenziaria di adottare un “piano attuativo” per risolvere la situazione: un invito rimasto inascoltato. La condizione era anche aggravata dal fatto che molti lavori di risanamento dell’istituto erano sospesi da tempo e dal tasso di sovraffollamento. Il Tribunale di sorveglianza ha quindi deciso di chiedere alla Corte costituzionale di pronunciarsi, con una sentenza additiva, sulla possibilità che, in queste situazioni di particolare degrado e sofferenza, sia consentito ai detenuti di accedere alle misure del differimento della pena o della detenzione domiciliare, con un’estensione applicativa degli istituti già previsti dall’ordinamento in favore dei condannati affetti da gravi patologie o ad altri soggetti fragili (donne in stato di gravidanza o madri di figli piccoli o persone affette da grave deficienza immunitaria), integrando la disciplina del differimento della pena dettata dal Codice penale. E che la situazione nelle carceri italiane sia allarmante lo certificano i dati pubblicati sul sito del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, che registrano un incremento delle presenze negli istituti di pena da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025 (+16,9%), con i decessi “per cause da accertare” saliti dai 246 del 2024 ai 254 del 2025. La parola torna quindi alla Consulta, che già nel 2013, investita di una questione analoga, con la sentenza 279/2013 aveva rilevato la necessità che il legislatore si attivasse in tempi brevi per dotare l’ordinamento di strumenti idonei a evitare che l’esecuzione della pena si svolgesse in condizioni tali da violare la dignità delle persone, in contrasto con i principi della Costituzione (articolo 27) e del diritto europeo (articolo 3 Cedu), riservandosi “nel caso di inerzia legislativa (…) in un eventuale successivo procedimento di adottare le necessarie decisioni dirette a far cessare l’esecuzione della pena in condizioni contrarie al senso di umanità”. A 12 anni distanza, queste parole, alle quali il decisore politico non ha dato seguito, suonano come una censura, che potrebbe portare la Corte ad accertare l’incostituzionalità prospettata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, mettendo in mora il legislatore con un’ordinanza- monito. È ciò che è accaduto nella vicenda che ha portato al superamento dell’”ergastolo ostativo”: sotto la pressione di un provvedimento di questo tipo della Consulta, il Parlamento ha approvato, nel 2022, la riforma dell’ostatività penitenziaria. Lombardia. Il carcere e la comunità cristiana di Cappellani delle carceri lombarde chiesadimilano.it, 16 marzo 2025 Nella quinta e ultima riflessione i Cappellani lombardi auspicano la diffusione di una mentalità più evangelica, che favorisca atteggiamenti e comportamenti reciprocamente benefici. Questi sono pensieri forse non più giubilari. Vorrebbero indicare, anche se in modo semplice e incompleto, quali passi può compiere il singolo cristiano, e una comunità, che desideri mantenere viva l’attenzione verso i fratelli e le sorelle che si trovano in carcere. Anche se sono una minoranza rispetto alla popolazione, ma una minoranza cara al cuore di Dio. Uomini e donne sul cui volto vediamo i tratti di Gesù, e incontrandoli, è lo stesso Gesù che incontriamo (Mt 25, 31-46). Un’attenzione maggiore e positiva - Del carcere si è sempre parlato poco. Scarne le notizie, una sostanziale non conoscenza di cosa significhi essere privati della libertà e rinchiusi in una cella, anche solo per breve periodo. Arrestato, giudicato, condannato, rinchiuso: giustizia fatta, storia chiusa. Del mondo carcerario si parlava solo quando succedeva qualcosa di grave: qualche rivolta, qualche fatto increscioso, situazioni che superavano ogni limite accettabile, il sovraffollamento che rende disumana la carcerazione. In questi ultimi anni, invece, non è più così: del carcere si parla molto ed è stato scritto molto. Sono state messe in luce le cattive condizioni in cui vivono molti detenuti; l’inadeguatezza delle carceri nell’affrontare le situazioni critiche legate alla carcerazione di tossicodipendenti e malati psichiatrici; la presenza, seppur piccola, di donne con bambini; il peggioramento della situazione delle carceri minorili, anch’esse ormai in sovraffollamento; ma anche le preziose presenze di volontari e associazioni culturali, artistiche, sportive, musicali; un fiorire di iniziative capaci di coinvolgere i detenuti. Ma il pensiero è cambiato poco - Questa positiva attenzione verso il carcere dovrà continuare. Un po’ perché le risposte della politica vanno nella linea di un aumento del numero dei reati e dell’inasprimento delle pene; sono ispirate alla punizione più che alla rieducazione, in contrasto con il dettame della Costituzione; poi perché si pensa a progetti di costruzione di nuove carceri anziché al tentativo di trovare strade alternative, più efficaci e capaci di offrire una speranza maggiore di ricuperare chi ha sbagliato. Ma soprattutto perché è cambiato poco nel pensiero della gente: si segue più facilmente chi afferma che il carcere è indispensabile per punire chi sbaglia, e più è inflessibile meglio è; in fondo hanno sbagliato e sono trattati fin troppo bene. Troppo spesso si sente quella brutta frase, rivelatrice di un animo insensibile, pronto al giudizio e alla condanna: chiudetelo in cella e buttate la chiave. Frase che si sente facilmente anche tra i cristiani, tra gente buona, ma un po’ troppo legata al pensiero della giustizia quasi come una vendetta. Un compito culturale - Ecco allora una prima attenzione della comunità cristiana: tener viva la sensibilità, lo sguardo misericordioso verso i fratelli che hanno sbagliato. Non si tratta di cancellare e neanche minimizzare la gravità del reato compiuto. Semmai il contrario: accogliere chi ha sbagliato con amore e disponibilità testimonia la bellezza di una vita diversa; può portare alla consapevolezza del male compiuto, magari al pentimento; mostra che è possibile, se lo si vuole, cambiare direzione, rimanendo lontani da ciò che è sbagliato. È un compito impegnativo, diremmo culturale, una mentalità diffusa che deve essere cambiata. Occasioni per parlarne - Una comunità parrocchiale può organizzare incontri, dibattiti e testimonianze sul tema del carcere. I cappellani delle carceri negli incontri con le comunità percepiscono un grande interesse da parte della gente (scontato, visto che si sono scomodati per partecipare), ma anche una profonda non conoscenza della realtà carceraria, una serie di pregiudizi radicati, luoghi comuni non certo benevoli. Quando c’è qualche occasione parlarne anche nelle omelie, ricordare i carcerati nella preghiera dei fedeli (almeno quando avviene un suicidio nel carcere vicino), pubblicare sui foglietti o sugli informatori settimanali o mensili, che quasi tutte le parrocchie distribuiscono, qualche riflessione, qualche testimonianza o qualche interessante articolo sulle carceri. In questi ultimi mesi, per esempio, abbiamo avuto importanti parole dai Vescovi lombardi, il Discorso alla Città dell’Arcivescovo di Milano, le parole del Papa nella Messa del Giubileo dei detenuti. Parole che in qualche modo dovrebbero raggiungere anche i fedeli delle nostre parrocchie. Una mentalità più evangelica, appunto. Esperienze e impegni - I cori parrocchiali potrebbero partecipare alla Messa domenicale: esperienza significativa per i coristi, che lascia il segno, ed è apprezzata dai detenuti. È impegnativo, ma ne vale la pena, favorire l’impegno di volontariato in carcere. Per qualche attività specifica, o per l’incontro diretto e costante con le persone detenute. Oppure stando all’esterno, ma provvedendo alle necessità di vestiario o di quanto può essere utile. I sacerdoti sono i benvenuti quando vengono nelle carceri per incontrare qualche loro parrocchiano: soprattutto quando sono a conoscenza di qualche situazione difficile; quando un parrocchiano chiede espressamente un incontro; quando succede qualche fatto particolarmente increscioso tra i fedeli della parrocchia. Per chi riceve la visita è un momento di consolazione e di speranza; anche al prete fa molto bene. Casa e lavoro - Molti detenuti, quando escono dal carcere, hanno soprattutto due problemi grossi, insormontabili: avere un alloggio e trovare un lavoro. Condizioni indispensabili per chi desidera rifarsi una vita. Sensibilizzare l’intera comunità, anche chiedere espressamente, a chi possiede case vuote, agli imprenditori più aperti, di mettere a disposizione, nel rispetto della legge e con le dovute garanzie, disponibilità di alloggi e offerte di lavoro. In questo campo anche le parrocchie possono fare tanto. Senza un alloggio e un vero lavoro la probabilità di ritornare in carcere è molto alta. Infine vorremmo ricordare anche la possibilità di accogliere detenuti per lavori di volontariato, per svolgere lavori socialmente utili e più in genere per l’espiazione attraverso pene alternative. Un interessante capitolo, questo, un po’ complesso, che però si situa nella direzione giusta: si va oltre l’errore, rendendosi utile per la società, creando legami positivi con chi accompagna, senza stravolgere la vita familiare e lavorativa. Anche qui con vantaggi reciproci, ma che lasciano il segno di qualcosa di bello. Milano. Il direttore: “Carcere strapieno, ma il modello Bollate regge, tra lavoro e autonomia” di Massimo Pisa Il Giorno, 16 marzo 2025 Oggi la casa circondariale ha più detenuti di Opera e San Vittore, ma anche rapporti con 92 aziende che assorbono trecento persone. La “Nave” è ancorata da tre mesi al carcere di Bollate. Che, a differenza di San Vittore e di quella specifica struttura, non è attrezzato per terapie a detenuti con dipendenze. “Ne accogliemmo 143 il 13 dicembre - racconta il direttore di Bollate, Giorgio Leggieri - in una notte. Sono ancora con noi. Poteva essere un fattore destabilizzante, non accadde nulla perché ne parlammo prima ai nostri detenuti: io, il comandante della Penitenziaria, gli educatori. A gennaio abbiamo assorbito altri sfollamenti da San Vittore e da Brescia, e prossimamente ne accoglieremo altri: al momento la nostra popolazione ha superato la casa circondariale e Opera”. Direttore, cominciamo dai numeri, allora... “Ospitiamo quasi 1650 persone, con circa 200 donne. La capienza regolamentare è di 1252 posti letto. La tollerabile, secondo la Cedu, è di 1905 posti. Consideri che da agosto 2025 abbiamo avuto un flusso di oltre 500 ingressi legati anche a riorganizzazioni regionali, come Vigevano: lì è stata chiusa la reclusione femminile. Ma questo moltiplicatore di ingressi non deve diventare un alibi. La linea è integrare le persone”. Come regge il sistema? “La capienza va letta rispetto alla sostenibilità di un sistema impostato sulla vigilanza dinamica. Le camere sono aperte per più di dieci ore, le persone hanno libertà di movimento nei singoli reparti e possono uscirne con un obiettivo preordinato. L’autonomia e la libertà di movimento sono condizionati al fare. Nelle aree omogenee le persone passano la loro giornata. L’obiettivo è che l’ozio sia azzerato il più possibile, come presupposto dell’autonomia e della responsabilizzazione. Senza impegno non c’è autonomia. E così il tasso di affollamento ha una sua sostenibilità”. E poi c’è il lavoro... “La legge Smuraglia assegna alle imprese che impiegano detenuti un credito d’imposta da 520 euro per ogni assunto in articolo 21 e 300 se in semilibertà. I controlli semestrali spettano a noi, ovviamente. È un meccanismo che abbiamo scelto di alimentare e oggi abbiamo rapporti formalizzati con 92 aziende per un totale di 300 lavoratori tra la nostra area industriale e l’esterno. La selezione avviene per bandi, e poi c’è il colloquio di lavoro, modalità con cui magari il detenuto non si è mai confrontato. Qui sono soggetti a orari e puntualità. Sono trattati come uomini, come donne”. C’è un rovescio della medaglia? “Qui hai meno alibi. L’autonomia non si trasforma in indifferenza e in mancanza di regole: è l’esatto contrario. Se vuoi infantilizzare la persona, basta dire in maniera meccanica: tu non fai, io non vedo. E illudersi di un sistema di controllo. La difficoltà per un detenuto è avere meno schemi, meno schermi, meno mistificazioni: e non tutti i detenuti riescono a gestire questo livello di osservazione e sollecitazione. Regole, che poi sono quelle in cui si imbatteranno all’esterno. Non è facile. Non è un modello adatto a tutti. E nei 25 anni di Bollate questo modello è anche è cambiato”. Come? “Prima qui accedevano solo persone con fine pena definitivi non inferiori a due anni. E trasferiti da altri istituti, tranne i condannati per reati sessuali residenti in Lombardia: ne abbiamo 500, con un alto tasso di ultrasettantenni, e sono i più a rischio autolesionismo e suicidi. Ma dicevo, questi criteri si sono allentati con il Covid e il post-Covid, dal 2024 abbiamo visto un incremento della fascia dai 18 ai 25 anni che provengono dal Beccaria, e tantissime persone portatori di disturbi psichici”. Parliamo dei primi, spesso ragazzi di seconda generazione provenienti da periferie urbane...