La teoria del “no” di Carla Chiappini Ristretti Orizzonti, 15 marzo 2026 E quindi l’ulteriore isolamento delle persone detenute in Alta Sicurezza, quelle con la pena più lunga e giustamente severa, quelle con un passato più pesante e - in larga maggioranza per esperienza diretta ormai consolidata nei tanti luoghi e nei tanti anni - quelle che aderiscono in modo particolarmente serio a tutte le offerte formative, se ben strutturate e competenti. Difficile comprendere. No al teatro a Roma, no agli incontri con gli studenti (dovunque e quindi anche a Parma dove collaboravamo da cinque anni e con reciproco impegno e interesse con il Liceo Romagnosi), no ai progetti legati alla Fiera del Libro a Saluzzo. Non esiste una sola prescrizione di legge che escluda le persone detenute in Alta Sicurezza dalla rieducazione e dal confronto con l’esterno, non è scritto da nessuna parte e non si conoscono episodi che in qualche modo possano aver messo a rischio i cittadini impegnati in progetti di taglio culturale e formativo - meglio se seri e ben documentati - con queste persone. E nemmeno si conoscono fondate teorie pedagogiche a supporto della chiusura e dell’isolamento e, se esistono, sarebbe interessante conoscerle e magari discuterle insieme a figure competenti. E dunque? Dunque si smobilitano sezioni con progetti culturali evoluti, si spostano persone come birilli da una parte all’altra dell’Italia, con costi esorbitanti per l’amministrazione penitenziaria e costi umani molto pesanti per le persone stesse che - senza motivi comprensibili - vedono interrotti tutti i percorsi “trattamentali” intrapresi con impegno e fatica: di nuovo una serie infinita di ostacoli e tantissimi “no”. Un castigo duro da sopportare - senza colpe o responsabilità - che risulta davvero incomprensibile. E noi cittadini del Terzo Settore, indispensabili per sostenere la vita detentiva a fronte di una più che evidente difficoltà istituzionale, noi necessari e insostituibili per la gestione delle misure di comunità, diventiamo all’improvviso insignificanti e privi di dignità nel momento in cui chiediamo rispetto per le nostre attività. E se un giorno decidessimo di sottrarci, di uscire dal campo, che succederebbe? Chissà. Fino a quando pazienteremo, tentando di conservare una faticosa ma necessaria fiducia nelle Istituzioni? Già, Quousque tandem? Non vogliamo vendette ma sicurezza di Tito Boeri rivistaeco.com, 15 marzo 2026 La stragrande maggioranza dei detenuti nel nostro paese sconta la pena in prigioni fortemente sovraffollate. È un problema cronico che richiede di essere affrontato anche attraverso la costruzione di nuove strutture carcerarie. Ma il solo parlarne scatena reazioni indignate, a sinistra e a destra dello schieramento politico. Non si tratta solo di rispettare il dettato costituzionale nel trattamento di chi ha commesso un reato, ma di garantire più sicurezza alla società nel suo insieme. Perché sovraffollamento e recidiva sono due facce della stessa medaglia e l’approccio solo repressivo finisce per rendere il carcere una università del crimine. Invece dove le condizioni di detenzione sono migliori, come per esempio a Bollate o negli istituti esclusivamente femminili, i reclusi possono partecipare a programmi di rieducazione e lavoro che favoriscono il reinserimento, una volta rimessi in libertà. E la probabilità di tornare dietro le sbarre cala nettamente. Più di nove detenuti su dieci in Italia scontano la loro pena in carceri sovraffollate. Per più di uno su tre il carcere in cui si trova ospita da una volta e mezzo a due volte il numero di persone rispetto alla sua capienza regolamentare. Il sovraffollamento non è solo una questione di spazio fisico. In celle di 9 metri quadrati vivono spesso tre, quattro, persino cinque persone. Ventitré ore al giorno rinchiusi in un ambiente dove l’aria è irrespirabile, la privacy inesistente, la tensione palpabile. Nelle prigioni italiane aumentano i suicidi (70 nel 2023, 91 nel 2024, 80 nel 2025), segno evidente del disagio cui li sottoponiamo. Bene ricordare che la pena loro inflitta comporta la reclusione, non l’essere costretti a sopravvivere in condizioni disumane. E ancora che l’articolo 27 della Costituzione prevede che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono rieducare il condannato”. Il sovraffollamento è un problema cronico del nostro sistema carcerario. Se ne parla da decenni. Ogni tanto si varano provvedimenti per svuotare le strutture carcerarie con indulti e amnistie che creano odiose differenze di trattamento e che per lo più non tengono conto del rischio di recidività di coloro ai quali vengono concessi gli arresti domiciliari o la libertà condizionata. Il numero dei detenuti si riduce per qualche mese, ma il problema torna a riproporsi di lì a poco. A sinistra prevale uno slogan, quello secondo cui non bisogna costruire nuove carceri, ma favorire il reinserimento di chi oggi è in prigione (le frasi più comuni sono “il carcere è l’extrema ratio” e “costruire nuove carceri non è la soluzione al sovraffollamento”). Come se le due strategie fossero contrapposte. In realtà costruzione di nuove carceri, con conseguente miglioramento delle condizioni in cui vivono i carcerati, da una parte, e, dall’altra, rieducazione e riduzione della recidività sono due facce della stessa medaglia. Per rieducare bisogna migliorare la situazione nelle carceri, a partire dallo spazio fisico a disposizione dei detenuti. Come può un individuo prepararsi a rientrare nella società quando vive in condizioni che negano la dignità umana più elementare? A destra, invece, si cavalca l’odio della popolazione per chi ha commesso reati. C’è chi, come il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, alla notizia della cattura di un presunto colpevole di un qualche grave reato propone di metterlo subito dietro le sbarre e “gettare via la chiave” e chi, come il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, che confessa di provare “un’intima gioia” quando i detenuti trasportati dalla polizia penitenziaria vengono maltrattati. Questo approccio unicamente repressivo nei confronti dei detenuti porta a una crescita di criminalità e sovraffollamento. Il governo Meloni ha introdotto quaranta fra nuovi reati, aggravanti e inasprimenti di pene. Si aumenta così la detenzione per reati altrove depenalizzati: ad esempio, il 35% dei detenuti in Italia è per crimini legati alla droga, molto di più che in altri paesi. Lo stesso risultato lo si ottiene inasprendo le pene che, come mostriamo in questo numero di eco, già oggi comportano mediamente una durata della detenzione più lunga che negli altri paesi europei (8 anni contro 6 anni altrove). Il circolo vizioso del sovraffollamento - Obiettivo prioritario di un sistema carcerario dovrebbe essere quello di minimizzare la recidività, il rischio che un detenuto, una volta esaurita la pena, commetta un nuovo reato. Oggi in Italia siamo agli antipodi: il 68% dei detenuti che escono dal carcere vi ritorna entro cinque anni. Questo dato, da solo, dovrebbe farci riflettere sull’efficacia del nostro sistema penitenziario. Stiamo parlando di due persone su tre che, dopo aver scontato la pena, tornano a delinquere. È come se un ospedale dimettesse i pazienti sapendo che due su tre si riammaleranno della stessa malattia. La chiameremmo una cura efficace? Sovraffollamento e ricaduta nel crimine sono strettamente interconnessi: i tassi di recidività sono più alti in carceri sovraffollate e, viceversa, le carceri sono più sovraffollate dove c’è maggiore recidività. Cosa fare allora per spezzare questo circolo vizioso? Per identificare misure adeguate, è fondamentale stabilire le cause ultime di questo stato di cose. È il sovraffollamento a causare l’alto tasso di recidività o è la recidività a causare il sovraffollamento? Oppure ci sono altri fattori che fanno aumentare sia affollamento che recidività? In questo numero di eco forniamo il resoconto di studi condotti con metodi rigorosi proprio per identificare relazioni di causa ed effetto. Colmano un vuoto di informazioni su com’è la vita dentro le carceri e convergono nel dimostrare che la recidività è un portato di condizioni carcerarie inadeguate. Non è solo il sovraffollamento in quanto tale, ma l’isolamento, condizioni di detenzione malsane, l’assenza di opportunità di lavoro, l’impossibilità di ricevere frequenti visite famigliari, a spingere a ripetere gli stessi crimini una volta usciti di prigione. In altre parole, migliorando le condizioni di vita nelle carceri potremmo ridurre il ripetersi di molti crimini una volta che chi li ha commessi viene scarcerato, potremmo abbassare i tassi di criminalità e migliorare la salute mentale di chi sta dietro le sbarre. Guardando dentro le prigioni - Proviamo a riassumere i risultati principali di questi studi che ci fanno capire cosa succede dentro le mura delle prigioni e che ci segnalano quanto sarebbe importante aumentare la trasparenza su quanto accade all’interno degli istituti penitenziari, rendere pubblici i risultati delle ispezioni ministeriali e pubblicare dati dettagliati sulle condizioni della vita carceraria. Il trasferimento dei detenuti anche per un solo anno al “carcere aperto” di Bollate, dove c’era sotto-affollamento e dove si hanno maggiori opportunità lavorative, riduce tra il 15% e il 25% il rischio di recidività. Le detenute assegnate in Italia a carceri femminili, dove c’è meno sovraffollamento e le condizioni detentive sono in grado di meglio rispondere alle esigenze delle donne, riduce il tasso di recidività tra gli 8 e i 16 punti percentuali. L’impegno lavorativo durante la detenzione, anche per solo 200 ore di lavoro, riduce la probabilità di tornare in prigione tra il 25% e il 30%. Anche le esperienze internazionali portano a conclusioni simili. La Francia ha un sovraffollamento delle carceri comparabile se non superiore a quello italiano e quando la scarcerazione coincide con il trovare lavoro, il rischio di tornare a delinquere si riduce nettamente. Nelle carceri statunitensi il sovraffollamento spiega perché la metà dei detenuti soffra di malattie mentali, mentre quelle norvegesi, improntate alla rieducazione (il tasso di recidività è qui del 20%, vale a dire meno di un terzo di quello italiano), migliorano la salute mentale delle persone, riducendo la necessità di visite mediche legate a queste patologie. Miglioramenti nelle condizioni carcerarie a seguito di ispezioni negli istituti penitenziari del Regno Unito portano a una diminuzione della violenza nelle carceri del 18%. L’approccio vendicativo aumenta l’insicurezza - I toni forcaioli di molti esponenti dell’attuale maggioranza mirano forse a coprire il fallimento del governo Meloni nel garantire sicurezza ai cittadini. Il numero di delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria è, infatti, aumentato dal suo insediamento e ancora più quello dei reati denunciati dai cittadini. Vero che ai reati denunciati non sempre corrisponde un aumento dei reati effettivi, ma l’aumento delle denunce sembra segnalare anche un aumento dell’insicurezza percepita dei cittadini. La stragrande maggioranza dei cittadini non chiede vendette ma invoca sicurezza. Il sovraffollamento carcerario rende la società meno sicura. Quando le carceri diventano università del crimine invece che luoghi di recupero, quando i detenuti escono più incattiviti e meno preparati di quando sono entrati, stiamo creando le condizioni per nuovi crimini. Il sovraffollamento impedisce la realizzazione di programmi educativi efficaci, limita l’accesso al lavoro interno, rende impossibile un percorso individualizzato di recupero, rende più gravoso il lavoro degli agenti penitenziari, che pur sono più numerosi in rapporto alla popolazione carceraria che negli altri paesi europei. Sicurezza è sinonimo di reintegrazione: un ex detenuto reinserito è un criminale in meno, una vittima in meno, un costo sociale in meno. L’ombra della tortura sul carcere minorile di Casal del Marmo: il naufragio del sistema educativo di Maria Brucale* Ristretti Orizzonti, 15 marzo 2026 L’indagine a carico di circa dieci agenti della Polizia penitenziaria per gravi fatti di reato a danno di alcuni ospiti dell’Istituto minorile di Casal del Marmo scuote la coscienza collettiva. Le accuse di tortura, lesioni e ipotesi di falso vengono corredate dalle agenzie di stampa dalle frasi con cui i denuncianti hanno raccontato gli orrori subiti: “Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”;” mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”. Naturalmente le notizie saranno oggetto di accertamento processuale e solo all’esito di una pronuncia definitiva sarà possibile esprimere un giudizio conclusivo e tracciare responsabilità individuali. Tuttavia, in un sistema, quello detentivo, che appare sempre più oscuro e impermeabile, la vicenda agli onori delle cronache desta seria preoccupazione. Il 7 luglio scorso Antigone aveva depositato un esposto in Procura nel quale aveva riportato quanto appreso dalle visite al minorile raccogliendo anche dal personale medico intramurario testimonianze attonite delle gravi violenze subite dai giovanissimi reclusi. Anche la Garante comunale della città di Roma, Valentina Calderone, aveva trasmesso un esposto in Procura, a più riprese integrato da segnalazioni, dettagliando le presunte violenze subite dai ragazzi detenuti a Casal del Marmo. Sempre dal rapporto di Antigone si apprende che solo nel 2024 nel carcere di Casal del Marmo, si sono registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi, due proteste collettive, 4 evasioni. Sono state irrogate 214 sanzioni disciplinari, di cui 132 esclusioni dalle attività in comune. Dati sconfortanti che disegnano un malessere profondo. L’inchiesta giunge dopo quella del Beccaria di Milano che vede oggetto di accertamento la responsabilità di oltre 40 indagati per maltrattamenti, torture, pestaggi, isolamento prolungato di minori in condizioni di abbandono, falsificazione di referti e omissioni. Atmosfere a tinte fosche che rinnovano la grave preoccupazione che le carceri minorili siano sempre più distanti da un luogo protetto nel quale le giovani vite dei ristretti possano essere orientate a strade di integrazione sociale, di formazione, di scolarizzazione, di cultura solidaristica, di crescita individuale e di tutela collettiva. Gli studi ed i progetti di legge elaborati anni addietro sulla spinta riformatrice degli Stati Generali dell’esecuzione penale, le indicazioni offerte dalla Corte Costituzionale - troppo spesso costretta a vestire i panni di un indolente legislatore - dalle direttive europee, dalle circolari ministeriali, tutti assecondano la medesima intenzione: relegare la pena in carcere per i minori ad un ambito del tutto residuale e prediligere l'esecuzione penale "aperta" o extramoenia tesa alla integrazione sociale ed alla responsabilizzazione di soggetti ancora da "educare", non da rieducare. Il rispetto di una particolare condizione di vulnerabilità, la necessità di formare la persona che sia incorsa da minorenne nel crimine e di determinarne la adesione a modelli sociali alternativi e positivi, di sanzionare con intelligenza prospettica ed indulgenza il minore il cui ricorso al crimine può essere stato determinato da condizionamenti esterni - sociali o familiari cui non è stato in grado di contrapporre una resistenza matura e consapevole - impongono di considerare il carcere come extrema ratio che risponde a criteri di inevitabilità. Il paradosso attuale è che, a fronte di una cultura giuridica che predica il carcere come risorsa residuale, la realtà politica e sociale sta trasformando la cella nel principale ammortizzatore del disagio giovanile. Assistiamo a una sorta di inversione di marcia: laddove mancano presidi psichiatrici, reti familiari solide o percorsi educativi territoriali, interviene la sanzione penale. Il carcere minorile finisce così per accogliere non solo chi ha commesso reati gravi, ma soprattutto ragazzi che manifestano un malessere profondo, spesso legato a tossicodipendenze, disturbi mentali o marginalità sociale estrema. Si tende a rispondere alla percezione di insicurezza con l'inasprimento delle pene, dimenticando che un adolescente "chiuso" senza un progetto di senso è un adolescente che tornerà a delinquere con più rabbia. La politica delega al sistema penale il compito di gestire fallimenti che sono in realtà educativi e sociali e richiederebbero l’apporto di équipe multidisciplinari e non sbarre. La bulimia pan-penalistica degli ultimi anni, il decreto Caivano, il florilegio con decretazione di urgenza di fattispecie punitive e di aumenti sanzionatori hanno così determinato anche negli istituti minorili, dapprima considerati una realtà positiva e funzionante, un ingravescente fenomeno di sovraffollamento fonte inevitabile della recrudescenza di stati emotivi di sofferenza, fatica di adattamento, carenze e inadeguatezze strutturali che incidono nell’offerta di percorsi di crescita e di riabilitazione. *Avvocato La storia di Claudio Lamponi, dall’ergastolo al giornalismo di Roberta Barbi vaticannews.va, 15 marzo 2026 Da 16 anni ospite della casa di reclusione di Milano Opera, si laurea in Editoria e poi fonda un giornale: “Mobul”, in cui i detenuti possono offrire il loro punto di vista sul carcere. L’Ordine dei giornalisti della Lombardia gli conferisce il tesserino da pubblicista. “Giornalista è una parola grossa, ho ancora molto lavoro da fare”. È umile, Claudio Lamponi, quando ti apre il suo cuore, eppure in pochi, anche all’esterno del carcere, possono vantare in curriculum di aver fondato, edito e diretto un giornale in un colpo solo. Lui sì, così l’Ordine dei giornalisti della Lombardia lo premia con il tesserino da pubblicista e lui ne va fiero, si vede. Gli chiediamo quali sono le difficoltà che incontra un giornalista detenuto: “Un detenuto che vuole lavorare, non solo nel giornalismo, incontra sempre difficoltà, perché il reato spesso limita l’accesso al lavoro - racconta ai media vaticani - da giornalista in particolare, temo che essendo io stesso detenuto, il mio punto di vista sul carcere a volte non venga preso sul serio”. Claudio oggi ha 45 anni, ma quando ha varcato per la prima volta la porta del carcere ne aveva 29 e sulle spalle la condanna più pesante: ergastolo. Poteva credere che la sua vita fosse finita lì, invece no: “Ho provato a dare un senso. Inizialmente l’ho fatto solo per riempire le giornate vuote, poi ho capito che volevo qualcosa di più - spiega - non volevo che gli anni passassero e mi ritrovassi vecchio e magari peggiore di quando ero entrato. Una grande spinta al cambiamento è stata la famiglia: l’ho fatto anche per loro”. Così frequenta tanti corsi, a partire dal teatro, finché ha la possibilità di iscriversi all’università e di conseguire la laurea magistrale in Editoria. Nell’istituto di pena di Opera a Milano entrano molti volontari: un giorno Claudio conosce quelli di Incontro e presenza: “Sono persone splendide, che trascorrono il loro tempo libero dentro, con noi - gli sembra incredibile - e nascono dei bei rapporti, delle amicizie vere”. Grazie a loro riesce a partecipare per due giorni a Roma al Giubileo dei detenuti, evento conclusivo dell’Anno Santo dedicato alla Speranza, svoltosi in piazza San Pietro il 14 dicembre 2025. “È stata un’esperienza unica, tanti di noi, così vicini, tutti insieme per lo stesso obiettivo - ricorda - abbiamo partecipato a tanti eventi, ma nel cuore mi resta soprattutto la Messa in Basilica con Papa Leone”. Claudio ci ha sempre creduto, per questo l’anno scorso ha fatto domanda per un lavoro esterno, secondo il regime dell’articolo 21: “Ancora non ho avuto risposta, ma sono fiducioso - rivela - intanto sono stato ammesso a questo tirocinio all’università dove incontro tanti giornalisti che fanno questo mestiere da anni, da loro posso imparare molto”. D’altronde anche il giornale “Mobul” l’ha creato per la voglia di imparare e migliorarsi sempre: “È nato per portare fuori le notizie positive che ci sono dentro, come storie di cambiamento, ma anche per creare una rete di amicizie tra noi detenuti”, afferma. Poi c’è il lavoro nella falegnameria-liuteria di Opera in cui vengono realizzati gli strumenti per l’Orchestra del Mare. Ha ragione, Claudio, quando parla dei rapporti di amicizia che s’instaurano anche con la distanza solo apparentemente incolmabile tra dentro e fuori: con lui è molto facile parlare e così osiamo domandargli se c’è qualcosa che direbbe al se stesso di 16 anni fa, quello che era stato arrestato e portato in carcere. Riflette. “Nulla, perché è così diverso da me oggi, che non ascolterebbe il mio consiglio”. Anche sul futuro, poi, ha le idee chiare: “So che è tutto da costruire e con difficoltà - conclude - spero di non incontrare troppo ostacoli, ma più di tutto spero di essere sempre capace di fare la scelta migliore. Per me e per tutti”. Referendum, il rischio delle urne vuote di Gerardo Villanacci Corriere della Sera, 15 marzo 2026 La contrapposizione politica troppo accentuata fa perdere di vista il significato della consultazione. Per quanto possa apparire contraddittorio le vere insidie del prossimo referendum costituzionale, più che il merito della riforma riguardano la qualità del nostro spazio pubblico e la maturità con la quale osservare le regole fondamentali del nostro Paese. È sotto gli occhi di tutti che la consultazione sulla modifica di alcuni articoli della Costituzione, stia avvenendo in un clima di contrapposizione accentuata nel quale le posizioni tendono a irrigidirsi prima ancora di essere chiarite, con il rischio che ciò che dovrebbe rappresentare un momento alto di partecipazione consapevole si riduca all’ennesimo terreno di scontro identitario. La conseguenza possibile è che tra narrazioni contrapposte si assottigli lo spazio per una spiegazione puntuale dei contenuti effettivi della revisione, benché si tratti di interventi che incidono sull’organizzazione di uno dei poteri dello Stato. Un obiettivo rilevante che richiede chiarezza, rigore e senso di responsabilità nel linguaggio pubblico piuttosto che discussioni accese, talvolta aspre, la cui comprensione rimane limitata. Una parte non trascurabile dei cittadini sa che sarà chiamata alle urne, ma conosce poco l’oggetto preciso della scelta da compiere e le conseguenze concrete che potrebbero derivarne. In assenza di un’informazione diffusa e accessibile, il confronto pubblico tende a semplificarsi e a condensarsi in formule antagonistiche che rafforzano le appartenenze anziché favorire il discernimento, trasformando questioni istituzionali complesse in slogan facilmente spendibili nel dibattito politico. Per questa ragione il referendum rischia di essere svilito nella sua funzione propria che non è un plebiscito sull’azione del governo né un giudizio su una categoria, bensì uno strumento di garanzia che consente al corpo elettorale di confermare o respingere una revisione delle regole comuni. Del resto la sua legittimazione si fonda sulla partecipazione informata e nella consapevolezza del significato del voto cosicché se, al contrario, prevalesse la logica dello scontro permanente, la consultazione si caricherebbe di significati impropri e smarrendo la propria natura deliberativa si ridurrebbe a indicatore di rapporti di forza politici anziché a momento di analisi collettiva sull’assetto delle istituzioni. In questo contesto la conferma se non addirittura l’aumento dell’assenteismo appare concreto, non tanto per indifferenza dell’elettore verso la Costituzione quanto per disorientamento e conseguente crescita della percezione che la consultazione altro non sia che una battaglia tra élite o un confronto opaco nei suoi aspetti tecnici. Circostanze che inducono a sottrarsi ritenendo che la posta in gioco non sia intellegibile o che il proprio voto sia destinato a essere assorbito nella polarizzazione generale. L’astensione si confermerebbe essere il segnale di una distanza crescente tra istituzioni e cittadini, alimentata dalla sensazione che le decisioni sulle regole comuni si stabiliscono in un circuito ristretto e autoreferenziale. Proprio per questo è necessario e urgente, data la scadenza elettorale prossima, un cambio di passo in linea con il presupposto che le riforme istituzionali richiedono un contraddittorio ampio e responsabile, capace di coinvolgere sostenitori e contrari in un dialogo leale e trasparente. Il confronto in democrazia non può degenerare in contrapposizione sterile, soprattutto quando in discussione vi sono gli equilibri costituzionali poiché nel momento in cui le regole comuni vengono sentite come patrimonio di parte, la loro forza simbolica inevitabilmente si attenua e con essa la fiducia dei cittadini nella stabilità dell’ordinamento. Il vero banco di prova non sarà soltanto l’esito del voto, ma il modo in cui il Paese saprà arrivarci: se prevarranno slogan, semplificazioni e delegittimazioni reciproche, il referendum risulterà distante e incomprensibile. Se invece si investirà in chiarezza, informazione e confronto argomentato, la consultazione potrà diventare un esercizio autentico di partecipazione consapevole, evitando al contempo che si consolidi quella distanza silenziosa tra società e politica che finisce, quasi impercettibilmente, per attenuare la credibilità e la forza delle decisioni collettive. Una campagna avvelenata, un furto di democrazia di Francesco Riccardi Avvenire, 15 marzo 2026 Il referendum sulla riforma della giustizia avrebbe richiesto spiegazioni chiare e un confronto nel merito. Lo scontro politico si è invece ridotto a slogan e accuse reciproche, togliendo agli elettori lo spazio per una scelta davvero consapevole. Resta un retrogusto amaro pensando al referendum di settimana prossima. Un sentimento di profonda insoddisfazione a prescindere. Assai prima di conoscere il risultato delle urne - quale esso sia - prima ancora di tracciare la croce sul “sì” o sul “no”. Come se in questo periodo mancasse qualcosa di importante, come se qualcuno ci avesse sottratto un bene prezioso. Ecco, sì: è l’impressione di aver subito un furto. Un “furto di democrazia”. Paradossalmente, infatti, proprio nel momento in cui la democrazia vive uno dei suoi momenti più alti - con i cittadini chiamati a esprimersi su una riforma della Costituzione progettata dall’esecutivo e approvata a maggioranza con un testo “blindato” dal Parlamento - il dibattito politico è sceso ai livelli più bassi. A tratti infimi, verrebbe da dire, da una parte e dall’altra. Per non parlare dei gesti violenti nella manifestazione di sabato 14 marzo. Rischiando di togliere al cittadino-elettore perfino il “gusto” di esercitare il voto, che è insieme un’enorme libertà e responsabilità. In tal senso, presentando la riforma, il governo e la maggioranza hanno una grande responsabilità di chiarezza e trasparenza nei confronti dei cittadini tutti. Il referendum del 22 e 23 marzo, infatti, non è una consultazione qualunque: al centro del voto vi sono norme che incidono sull’assetto di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, quello giudiziario. Di più: ridisegnano la sua architettura, non con legge ordinaria, ma modificando la struttura stessa della nostra Costituzione. È come se venissero “spostati” alcuni pilastri dell’edificio che ospita la Giustizia. Un’opera di ingegneria non facilmente comprensibile dai non addetti ai lavori. E che dunque avrebbe meritato analisi approfondite, spiegazioni semplificate, confronto appassionato, ma nel merito. E invece il clima politico che ha accompagnato la campagna referendaria è subito scaduto nella strumentalizzazione: gli uni ad accomunare chi sceglierà il “sì” ai peggiori malfattori, gli altri a paragonare la magistratura a un plotone d’esecuzione. I toni si sono alzati in maniera parossistica tra accuse reciproche, semplificazioni disarmanti e toni allarmistici. Il risultato, appunto, è che agli elettori è stato sottratto qualcosa di prezioso: il gusto - e il senso - della scelta. Il referendum è uno strumento prezioso di democrazia diretta da utilizzare con parsimonia per non stravolgerne l’essenza, ma da preservare per la libertà che garantisce. Trasformarlo in un plebiscito pro o contro qualcuno, un potere contro l’altro, significa svilirlo e svuotarlo della sua funzione. In questo senso, la polarizzazione che ha dominato la campagna referendaria si configura come un “furto di democrazia”. Non perché venga negato formalmente il diritto di voto, ma perché viene sottratto lo spazio di una discussione pubblica seria, comprensibile e rispettosa della complessità del tema. I cittadini sono stati trascinati in una disputa che non riguarda più l’autogoverno della magistratura, ma l’eterna contesa tra schieramenti: pro o contro i giudici, pro o contro il governo, pro o contro questo o quel leader. Arrivando perfino a delegittimare la scelta degli elettori: complici di misfatti tanto chi voterà “sì” secondo gli uni quanto chi sceglierà il “no” per gli altri. E tutto ciò, per somma di paradosso, riguardo a una modifica proprio di quella Costituzione repubblicana nata dalla sintesi alta di culture diverse, impegnate in un esercizio di responsabilità collettiva per un bene comune: la ricostruzione democratica del Paese. Oggi, di fronte a una consultazione che tocca proprio quell’equilibrio istituzionale ? non intangibile ma da maneggiare con cura ? sarebbe stato auspicabile uno spirito simile: meno slogan e più argomenti, meno schieramenti e più spiegazioni, meno tifo e più responsabilità civica. Noi cittadini-elettori, però, non possiamo arrenderci a questo “furto di democrazia” o, peggio, diventarne noi stessi complici indiretti. Proviamo a sottrarci al baccano della polemica per recuperare il senso autentico della scelta che siamo chiamati a compiere: non votare per o contro qualcuno o qualcosa, ma decidere - nel merito - sulle regole della giustizia e, in definitiva, su un pezzo del nostro patto costituzionale. Il nostro votare sia solo un consapevole “sì, sì; no, no”. Il resto è solo rumore. Ma fa danni. La divisione delle carriere era auspicata dall’Assemblea costituente di Giulio Prosperetti* Il Riformista, 15 marzo 2026 La divisione delle carriere dei magistrati sta infiammando il dibattito politico in vista del prossimo referendum confermativo. La propaganda è ricca di argomenti suggestivi, tra questi quello per cui sarebbe assolutamente improponibile una modificazione della “Costituzione più bella del mondo”. In realtà il testo costituzionale è un cantiere aperto giacché si affacciano nella società sempre nuove istanze e si arricchisce il novero dei diritti per i quali si richiede una tutela costituzionale. L’esigenza di introdurre nella Costituzione nuovi principi regolatori è quella di impegnare il Parlamento a legiferare con provvedimenti attuativi capaci di garantire in concreto l’effettività delle nuove norme introdotte nella Costituzione. Da quando è entrata in vigore, ossia dal 1° gennaio 1948, la Costituzione italiana è stata modificata circa una volta ogni quattro anni. In 75 anni sono state approvate 46 leggi costituzionali, tra cui 20 di riforma della Costituzione. Le altre 26 leggi costituzionali non hanno modificato il testo della Costituzione, ma sono servite, tra le altre cose, per approvare o modificare gli statuti delle regioni a statuto speciale. Le riforme più significative sono quelle relative agli artt. 96, 134 e 135 riguardanti i reati ministeriali, del 1989, e all’art. 68 riguardante l’abolizione dell’immunità parlamentare, del 1993. La fondamentale introduzione nell’art. 111 del giusto processo, del 1999, per cui il giudice deve essere terzo e indipendente rispetto al pubblico ministero e all’avvocato, dispone che siano sullo stesso piano di parità. Nel 2001 sono stati modificati gli artt. 56 e 57, prevedendo il voto degli italiani all’estero. Nel 2001 è stato modificato il titolo V della Costituzione in ordine alle competenze legislative delle regioni. Nel 2003 è stato modificato l’art. 51 introducendo il principio della pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Nel 2012 sono stati modificati gli artt. 81, 97, 117 e 119 ed è stato introdotto il principio del pareggio di bilancio. Nel 2020 sono stati modificati gli artt. 56, 57 e 59 per la riduzione del numero dei parlamentari. Nel 2022 sono stati modificati gli artt. 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. L’attuale riforma riguarda gli artt. 104 e 105 della Costituzione: il 104 distingue le carriere tra i giudici giudicanti e giudici requirenti, disciplina il Consiglio Superiore della Magistratura Giudicante e quello della Magistratura Requirente; il nuovo 105 prevede l’Alta Corte disciplinare che assorbe le competenze sulla responsabilità dei magistrati, precedentemente affidata all’unico CSM. Gli altri cinque articoli sono in realtà solo ritoccati per adeguare le nuove dizioni in riferimento alle disposizioni degli articoli 104 e 105. Questo va sottolineato perché nella sostanza non è vero che si sia messo mano alla riforma di ben sette articoli della Costituzione. Ma a ben vedere questa riforma soggetta a referendum, lungi dall’essere uno stravolgimento della Costituzione, è in realtà l’atteso sviluppo della riforma del 1999 allorché, con voto pressoché unanime, fu introdotto nella Costituzione il principio del giusto processo con la modifica dell’art. 111 della Costituzione. Infatti, il principio di cui si è detto per cui il giudice doveva essere terzo e imparziale di fronte all’accusa e alla difesa, finora non era stato applicato. Solo la separazione delle carriere raggiunge questo obiettivo che già fu affrontato dall’Assemblea costituente che all’epoca previde solo un unico CSM stante il vigente ordinamento giudiziario fascista che prevedeva (e ancora oggi prevederà in caso di vittoria del No) il processo inquisitorio dove sostanzialmente magistrato giudicante e pubblico ministero sono i depositari della ricerca di una verità processuale, e dove la difesa ha un ruolo assolutamente marginale specie, nelle indagini preliminari. Il problema è proprio questo, infatti la contiguità tra giudice e pubblico ministero porta all’incriminazione dell’imputato e, in un sistema dove la vera pena è il processo, una assoluzione che arriva dopo dieci anni vede un innocente inutilmente massacrato nella sua dignità e nella sua professione. Il fatto che i sostenitori del No rivendichino l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero proprio per l’alto numero delle assoluzioni, circa il 50%, in realtà dimostra il contrario perché gran parte di quelle assoluzioni avrebbero dovuto comportare una anticipata sentenza di proscioglimento invece di un rinvio a giudizio che comunque, come si è detto, viene a sacrificare un innocente. L’Assemblea costituente si era comunque fatta carico della necessaria modifica del passaggio dal sistema inquisitorio al sistema accusatorio ed infatti la VII disposizione transitoria della Costituzione prevedeva la transitoria vigenza dell’ordinamento giudiziario ispirato al sistema inquisitorio fino a quando non sarebbe stata emanata la nuova legge. Questa legge è stata finalmente approvata dal Parlamento e a quasi ottant’anni l’auspicio dei Costituenti è oggi rimesso al giudizio degli elettori. *Vicepresidente emerito della Corte costituzionale Asti. Vietato l’incontro tra studenti e detenuti: il Dap piccona il teatro in carcere di Federica Olivo huffingtonpost.it, 15 marzo 2026 Venti dei 260 detenuti del penitenziario di massima sicurezza avevano preparato una rivisitazione de Il treno ha fischiato di Pirandello. Erano previste 3 repliche, con il tutto esaurito. A 20 giorni dalla prima il Dap ha fermato tutto. Il Garante: “Nessuno ci ha detto il perché”. La presidente del teatro: “Sconforto tra i detenuti, ora reciteranno davanti ai familiari. Ma il dialogo tra reclusi e studenti è il vero modo per prevenire la microcriminalità”. Si erano identificati nel signor Belluca i venti attori di Teatro Oltre, progetto che va avanti da tre anni nel carcere di massima sicurezza di Asti. I detenuti avevano visto un pezzetto della loro esistenza nel personaggio di Pirandello che a un certo punto, dopo anni di umiliazioni, decide di prendere in mano la propria vita. Senza stravolgerla, ma dettando le condizioni per rimettersi al centro. Gli attori erano pronti a recitare lo spettacolo ripreso dalla novella pirandelliana Il treno ha fischiato davanti a 270 studenti delle scuole della provincia di Asti. Tutti ragazzi maggiorenni che avevano aderito a un’iniziativa che negli anni ha portato solo frutti buoni. “Era tutto pronto - racconta a HuffPost Silvana Nosenzo, presidente di Agar, il teatro che ha dato vita al progetto - avevamo organizzato già quattro repliche, tutte inserite nel cartellone del teatro, che avevano fatto il tutto esaurito. Ma venti giorni prima, prevista per il 17 marzo, è saltato tutto. È inaccettabile”. Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non ha autorizzato i ragazzi a entrare in carcere per assistere allo spettacolo nel teatro interno. Si tratta dell’ennesimo episodio di una stretta voluta da Roma. Che segue, come abbiamo raccontato, due filoni: impedire l’incontro in carcere tra i giovani e i detenuti e centralizzare negli uffici romani le autorizzazioni per le attività culturali che si svolgono all’interno dei penitenziari dove ci sono detenuti in alta sicurezza. A decidere è più l’apparato locale, che conosce le realtà carcerarie dove il progetto si svolge, ma l’ufficio alle dirette dipendenze del ministero della Giustizia. Ma con quali motivazioni è stato negato l’accesso ai ragazzi in carcere? “Non lo sappiamo - dice a HuffPost Domenico Massano, garante dei detenuti di Asti - non ci è stato spiegato il perché. Ho scritto anche una lettera aperta a Ernesto Napolillo, vertice della Direzione generale dei detenuti, ma non ho ricevuto risposta”. Per non disperdere il lavoro fatto dagli attori, gli organizzatori sono riusciti a farli recitare lo stesso, ma con un altro pubblico: i compagni di pena, i volontari e i familiari: “Lo abbiamo fatto - spiega Nosenzo - anche per rimediare allo sconforto dei detenuti, che recitando scoprono parti di loro che non conoscevano. Pensi che la seconda parte dello spettacolo è stata scritta da un detenuto napoletano: è una commedia. Quando è entrato in carcere non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe riuscito a fare una cosa del genere”. Il garante Massano evidenzia che questo tipo di attività “hanno rilevanza costituzionale, perché rispondono al principio rieducativo della pena, e hanno avuto buoni riscontri”. Si svolgono, peraltro, in un contesto complesso: “Il nostro carcere subisce un pesante sovraffollamento: ci sono 260 detenuti su 207 posti, a questo si aggiungono le carenze di organico. Se si penalizzano anche le attività culturali si comprime ancora di più la possibilità di andare oltre la pena afflittiva”. Nosenzo ricorda quanto l’incontro tra studenti e detenuti abbia giovato a tutti: “Abbiamo visto ragazzi di 18 anni piangere sentendo le storie dei reclusi. Questo tipo di dialogo, oltre ad aiutare i detenuti, è il vero strumento di prevenzione della microcriminalità”. Modena. “Alzare dei muri non restituisce dignità a nessuno” di Eugenio Tangerini Il Resto del Carlino, 15 marzo 2026 Il magistrato di sorveglianza Francesca Ranfagni: “Le celle sono piene di piccoli spacciatori”. Il dossier carceri scotta, è possibile un cambiamento? A fine mattinata ne parlano in una tavola rotonda alcune figure-chiave del mondo della giustizia e del sociale. Massimiliano Ferrarini, operatore della Caritas diocesana e responsabile del tavolo del terzo settore nella casa circondariale di Sant’Anna, parte dai numeri: “Oggi il carcere modenese ha 588 detenuti, a fronte di 371 posti regolamentari. Un sovraffollamento del 160 per cento, che dimostra quanto la questione sia strutturale e non temporanea”. Ecco perché sia Ferrarini, sia il magistrato dell’Ufficio sorveglianza di Modena Francesca Ranfagni, che parla dopo di lui, si rammaricano per la mancata partecipazione alla tavola rotonda del direttore del carcere di Sant’Anna Orazio Sorrentini. “I detenuti non sono reati - sottolinea Ranfagni - ma persone che hanno la possibilità di cambiare: creare muri non restituisce dignità. Le nostre carceri sono piene al 70-80 per cento di piccoli spacciatori, dobbiamo lavorare sull’emergenza e valorizzare la partecipazione del volontariato, aprendo il carcere all’esterno in un’ottica riparativa”. Qualcosa intanto si è fatto: “Un anno fa abbiamo firmato con il presidente del Tribunale un protocollo - il progetto archivi - per dare a otto detenuti la possibilità di un lavoro esterno in Cancelleria. Finora siamo riusciti a inserirne solo due. Ci sono resistenze da superare tra chi opera in Tribunale e facciamo molta fatica a lavorare con il carcere di Modena”. Il problema, insomma, è anche culturale. L’assessora Alessandra Camporota, che si occupa di volontariato, terzo settore e sicurezza urbana integrata, ha il compito di dare risposte a problemi complessi. “Ci accusano spesso di essere dei buonisti, ma le esigenze di sicurezza vanno coniugate alla coesione sociale. Il ruolo del Comune è offrire un coordinamento per creare una filiera che metta in rete le varie realtà impegnate dentro e fuori dal carcere, coinvolgendo non solo il volontariato, ma anche il mondo dell’impresa”. Ferrarini concorda: “Servono compiti chiari, altrimenti non si va da nessuna parte”. E intanto il presidente dell’Ordine degli avvocati di Modena Roberto Mariani racconta un’esperienza positiva. “Un anno fa abbiamo firmato un protocollo, il primo in regione, con il Centro Servizi volontariato. L’obiettivo era attivare modelli alternativi alla pena, come la messa alla prova nel momento del giudizio per reati di gravità medio- bassa, che consente di evitare il carcere, e la misura alternativa nella fase di esecuzione. Ben 88 enti si sono resi disponibili, più di cento persone sono state accolte e stanno lavorando”. Modena. Il vescovo Castellucci: “Detenuti, società cruciale per la rieducazione” di Eugenio Tangerini Il Resto del Carlino, 15 marzo 2026 Chiesa di San Carlo gremita per il convegno su carcere e giustizia. Il cardinale Zuppi: “Il volontariato è una delle risorse principali del Paese”. Come educare al bene all’ombra del male? Per rispondere l’arcivescovo Erio Castellucci evoca due icone della tradizione cristiana. “Caino, il primo fratricida, avrebbe dovuto essere eliminato, applicando la giustizia retributiva. Invece Dio lo preserva dalla vendetta: gli mette una mano sulla spalla e gli impone di andarsene”. Poi c’è Francesco, con la storia leggendaria del lupo di Gubbio che abbassa le orecchie dopo la predica del santo e diventa un beniamino della comunità. “Tanto amato che quando muore tutti lo piangono: ecco un esempio di mediazione riuscita e di giustizia riparativa”. È iniziato così, ieri nella chiesa di San Carlo il convegno-fiume su carcere e giustizia inserito nel programma di eventi per ‘Modena capitale italiana del volontariato’. “Il tema - insiste Castellucci - non riguarda solo il sovraffollamento e l’esigenza di una pena che tenda alla rieducazione del condannato, ma anche la relazione tra chi provoca un danno, chi lo subisce e la comunità”. Sono contesti in cui la cittadinanza attiva svolge un ruolo fondamentale, “ma l’ombra del male ci colpisce invadendo i media e la Rete, mentre il sole del bene è nascosto: bisogna farlo uscire dalle nubi”. Il sindaco Massimo Mezzetti concorda, osservando che l’argomento è assai poco popolare in questa fase storica. “A metà gennaio avremmo voluto tenere una seduta del Consiglio in carcere, ma il diniego è arrivato 24 ore prima. Il carcere è specchio della società, chi ne esce incattivito è spinto alla recidiva, con un danno ulteriore per la comunità”. “Dobbiamo sempre salvare la persona”, osserva Silvio Di Gregorio, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria. Come? “Ad esempio con un circuito penitenziario regionale che promuova le aspirazioni di chi vuole cambiare rotta”. “Nel nostro progetto - spiega Alberto Caldana, presidente del Centro servizi volontariato - l’attenzione ai luoghi della fragilità ha un ruolo centrale. Ci sono molte associazioni e coop sociali che operano dentro e fuori dal carcere. Bisogna costruire alleanze tra questi soggetti”. A metà mattina interviene l’ospite più atteso: Matteo Zuppi, cardinale, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei: “Il volontariato è una delle risorse principali del Paese, ne esprime la cultura profonda”. Per spiegarsi meglio cita due Papi, Francesco e Leone: “Solidarietà non è una parolaccia e fare qualcosa, anche solo il poco che possiamo, aiuta a vincere la globalizzazione dell’impotenza”. Poi però questi concetti vanno calati nella realtà del territorio, cercando altre risposte concrete. Qual è il ruolo della cittadinanza attiva? Come si passa dalla sanzione al reinserimento? “Serve cultura - risponde Zuppi - cioè capacità di vedere il futuro nel presente, abbandonando l’idea tanto sbagliata quanto pervasiva di chiudere una persona in carcere e gettare la chiave”. Una conferma arriva da Anna Cattaneo, presidente del Centro giustizia riparativa di Bergamo. “Il reato ha ferito una relazione tra le persone, dobbiamo provare a ricucirla con il dialogo. Per farlo serve uno spazio volontario in cui le persone possono partecipare con l’aiuto di mediatori: l’offensore, l’offeso e i membri della comunità parlano insieme del danno causato. Questa è la giustizia riparativa, che guarda avanti e cerca di sciogliere i nodi, aprendo una vita possibile. L’ha introdotta un decreto legislativo del 2022, si può attivare per ogni ipotesi di reato e in tutti i gradi di giudizio”. Così, alla fine, il cardinale Zuppi apre uno spazio di speranza: “Dalla crepa passa la luce, cantava Leonard Cohen. Quando si parla di carceri modello è perché intorno ci sono volontari che lavorano, direttori coraggiosi, imprenditori che danno opportunità di reinserimento. La società civile può modificare molto il sistema, facendo entrare sempre più luce da quella crepa”. Lecco. “Quale pace senza inclusione?”. Vita nelle carceri, le testimonianze dei volontari merateonline.it, 15 marzo 2026 Mercoledì 11 marzo, nell’Auditorium di Lomagna (Lc), si è tenuto un incontro promosso dalla Consulta Politiche Sociali del Comune dedicato alla realtà del carcere, un tema tanto delicato quanto centrale per la vita del Paese. L’iniziativa ha offerto ai cittadini un’occasione preziosa per informarsi e ascoltare esperienze, portando alla luce storie, dati ed esperienze che restituiscono uno sguardo più consapevole su una dimensione spesso stigmatizzata e ancora poco conosciuta. Tra i presenti la sindaca Cristina Maria Citterio, il vicesindaco Lino Lalli e l’assessore Alessandra Gulino. “Quale pace senza inclusione?” è il titolo scelto per l’iniziativa, una domanda che invita a interrogarsi sul rapporto tra sicurezza, giustizia e responsabilità collettiva. Come ha ricordato Davide Vetri, richiamando l’articolo 27 della Costituzione, la pena non deve essere solo punitiva, ma deve anche essere orientata alla rieducazione della persona: “una società può dirsi davvero pacifica solo se è capace di includere anche chi ha sbagliato” ha sottolineato. Uno sguardo concreto sulla realtà carceraria è arrivato dall’intervento di Valerio Monti, presidente dell’associazione Carcere Aperto ODV, che da anni opera all’interno della casa circondariale di Monza, una struttura esclusivamente maschile che oggi ospita circa 800 detenuti, a fronte di una capienza massima prevista di 400. L’attività dei volontari parte spesso dai bisogni più elementari: distribuire vestiti a chi non ne ha, garantire un piccolo sostegno economico mensile ai detenuti privi di risorse, ma soprattutto costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla responsabilità personale. “Non basta una generica ammissione di colpa, spesso manca un vero processo di presa di coscienza delle proprie azioni” ha sottolineato Monti. Tra le difficoltà più evidenti emerge la convivenza nelle celle, dove persone di culture, lingue e storie profondamente diverse condividono spazi estremamente ridotti: in un contesto dove gli strumenti per gestire i conflitti sono scarsi, il rischio è che prevalgano dinamiche di violenza e sopraffazione. Anche i meccanismi premiali del sistema penitenziario possono entrare in tensione con queste dinamiche: ogni sei mesi i detenuti che mantengono una condotta meritevole possono ottenere una riduzione di pena di 45 giorni. Tuttavia, ha osservato il presidente di Carcere Aperto, alcuni preferiscono rinunciare a questo beneficio pur di non compromettere il proprio equilibrio all’interno del gruppo: in un ambiente dove la reputazione conta quanto la sopravvivenza quotidiana, sottrarsi a una rissa o a una dimostrazione di forza può essere interpretato come segno di debolezza. Eppure, ha ricordato Monti, il momento più critico arriva paradossalmente dopo la detenzione: “Finché si è dentro, sono altri a prendere decisioni al posto tuo. Quando si torna in libertà, invece, la mancanza di supporto e di punti di riferimento può rendere il ritorno alla vita ordinaria estremamente difficile”. È infatti proprio in questa fase che il rischio di ricaduta diventa più alto. L’incontro ha dato spazio anche alla testimonianza di Nadia Patriarca, oggi volontaria dello Sportello imputati di Monza, un servizio di ascolto rivolto alle persone detenute che non hanno ancora ricevuto una condanna definitiva. “Il nostro lavoro parte dall’ascolto”, ha spiegato, raccontando come molti detenuti arrivino in carcere disorientati, spesso dopo percorsi di vita complessi. Al centro del suo intervento il valore della sincerità nel rapporto con i detenuti: “La prima cosa che cerchiamo di fare è dire la verità, senza creare false illusioni”, un principio che guida ogni colloquio e che diventa indispensabile per affrontare la realtà con chiarezza, anche quando difficile. È il caso, ad esempio, di alcuni detenuti stranieri che, una volta terminata la pena, potrebbero non avere il diritto di restare sul territorio italiano. “È importante dirlo subito. La sincerità è fondamentale per costruire un rapporto di fiducia”. Lo sportello aiuta inoltre a orientarsi tra pratiche burocratiche, difficoltà familiari e problemi abitativi: non di rado, infatti, chi esce dal carcere si trova senza una casa o senza un riferimento amministrativo, una condizione che rende ancora più fragile il momento del reinserimento. A chiudere l’incontro è stato Enea Paglia, responsabile sociale della cooperativa il Ponte, realtà impegnata da decenni nei percorsi di reinserimento lavorativo di detenuti o ex detenuti. “Ci sono persone che non hanno mai conosciuto alternative e il nostro compito è far loro scoprire che esiste un altro modo di vivere. Se su cinque persone ne recuperi una, è già una vittoria” ha osservato. Il lavoro, ha spiegato Paglia, può trasformare profondamente l’immagine che una persona ha di sé stessa: “Quando una persona firma un contratto non è più soltanto un ex detenuto, ma diventa qualcuno con un ruolo e una responsabilità”. In quel momento cambia anche lo sguardo degli altri e nasce un senso di appartenenza alla comunità. La cooperativa offre opportunità in diversi ambiti, dai servizi cimiteriali, alla manutenzione del verde e ad altri lavori manuali: mestieri semplici, ma che attraverso fatica e responsabilità possono aiutare a riscoprire il valore di una vita diversa. Tra le sfide più urgenti, ha concluso Paglia, vi è la necessità di rafforzare i programmi integrati tra carcere, servizi sociali e territorio, ma anche di promuovere nel mondo delle imprese una vera cultura della seconda opportunità: questo perché il reinserimento non riguarda soltanto il destino individuale di chi ha scontato una pena, ma l’intera comunità. “L’inclusione non è un gesto di generosità per sentirsi migliori, ma una scelta che riguarda il tipo di società che vogliamo costruire: una società più giusta e, proprio per questo, anche più sicura”. Roma. Carcere di Rebibbia: la città invisibile raccontata dai suoi abitanti con il teatro di Martina Ciai La Repubblica, 15 marzo 2026 Lo spettacolo teatrale costruito anche con immagini video e animazioni nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Nella sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone è andato in scena “Rebibbia: la Città invisibile”, lo spettacolo di docu-teatro diretto da Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe, prodotto dall’Associazione Ottava Arte e ispirato alle suggestioni di Italo Calvino. Non soltanto un progetto artistico ma uno sguardo dentro un mondo che resta quasi sempre oltre il muro, oltre il cancello, oltre il linguaggio burocratico della giustizia penale. Per una sera, il pubblico romano ha varcato simbolicamente quelle soglie. Un’Odissea contemporanea. C’è una città dentro la città, ma quasi nessuno la vede. Non compare nelle mappe turistiche né nei racconti quotidiani della capitale. Eppure esiste, respira, cresce come una comunità complessa fatta di storie, errori, tentativi di riscatto. Sul palco non ci sono attori professionisti che interpretano detenuti: ci sono detenuti, ex detenuti e persino membri della polizia penitenziaria. Corpi e voci che portano con sé biografie reali. Alcuni sono i veterani del Teatro Libero del carcere di Rebibbia: raccontano frammenti di vita, ricordi di quartieri dove crescere è spesso una prova di sopravvivenza prima ancora che una scelta. Quasi un’odissea contemporanea. La narrazione prende forma come un viaggio. Un Ulisse dei nostri giorni lascia la sua Itaca — che non è un’isola greca ma un quartiere di periferia — per attraversare una geografia interiore fatta di errori, ricordi e consapevolezza. L’Itaca evocata nello spettacolo è quella dei palazzi enormi come Corviale, delle case popolari dove più generazioni condividono spazi troppo stretti, delle famiglie spezzate da carcere, della precarietà e delle assenze. Sono storie che parlano di padri già detenuti quando i figli sono ancora bambini, di adolescenze passate in strada perché non esistono alternative. Quartieri che diventano gabbie invisibili, gabbie che diventano luoghi dove la criminalità organizzata non appare subito per quello che è, ma si presenta come un sistema di protezione, di lavoro, perfino di appartenenza. Le vicende di molti dei giovani detenuti. Non l’epica del crimine, ma la banalità delle scelte sbagliate maturate in contesti dove l’orizzonte è stretto. “A vent’anni eravamo già reduci”, dice una delle voci registrate che appaiono sullo schermo durante lo spettacolo. Reduci da un’infanzia difficile, da scuole abbandonate troppo presto, da modelli adulti spesso segnati dallo stesso destino. “Nel quartiere o ti arrestano, o ti arrestano”, dice un giovanissimo carcerato nella penombra. Schivata ogni tentazione giustificatoria. Il docu-teatro evita con cura ogni tentazione giustificatoria. I reati restano reati, e il peso delle responsabilità non viene alleggerito. Ma il racconto propone uno sguardo sociologico: capire da dove nascono certe traiettorie significa interrogarsi su cosa non ha funzionato fuori dalle mura del carcere. Il Teatro delle possibilità. Da oltre vent’anni il teatro di Rebibbia è diventato uno dei laboratori più avanzati di reinserimento culturale in Italia. Più di duemila detenuti hanno partecipato ai progetti artistici, trasformando il carcere in un’accademia improvvisata dove si studiano recitazione, cinema, scrittura. Un paradosso solo apparente: a volte la cultura entra dove la società ha fallito. Ed è qui che il riferimento a Calvino diventa più che letterario: nelle “Città invisibili” ogni città è un riflesso dell’animo umano, una metafora di desideri, paure e contraddizioni. Anche Rebibbia, nel racconto dello spettacolo, appare così: un luogo interiore dove ciascuno deve fare i conti con il proprio passato e affrontare il proprio presente. Le parole, le immagini, le animazioni. Il pubblico della Petrassi non è stato soltanto spettatore, ma ospite. Ospite di una comunità che raramente ha occasione di raccontarsi e svelarsi direttamente. Le parole, le immagini video, le animazioni e i ricordi costruiscono così una mappa emotiva che attraversa quartieri, corridoi del carcere e memorie familiari. La domanda finale: quante Rebibbia esistono fuori da quel carcere? Alla fine dello spettacolo resta però una domanda: quante Rebibbia esistono già fuori dal carcere, nelle periferie dove i giovani crescono senza strumenti e senza alternative? La città invisibile, forse, comincia proprio lì. E guardarla significa riconoscere che il confine tra dentro e fuori, tra errore e destino, è molto più fragile di quanto ci piaccia credere. Monza. Un carcere per gourmet: pranzi solidali coi detenuti di Cristina Bertolini Il Giorno, 15 marzo 2026 Già sold out le cinque date con gli ospiti della struttura in sala e cucina. Ieri il debutto come in un ristorante di lusso, la raccolta fondi a fin di bene. Sono tutti sold out i 5 pranzi solidali organizzati alla Casa circondariale Sanquirico di Monza a cura dell’Associazione Geniattori e Le Crisalidi, le stesse realtà che hanno promosso “Secondo Atto - Festival di Teatro Carcere e Comunità di Monza”, insieme alla direttrice dell’istituto di pena Cosima Buccoliero e al Comune di Monza. Fondazione della comunità Monza e Brianza offre il suo contributo, poi gli enti beneficiari si impegnano a trovare il restante ammontare. Quindi Geniattori e Le Crisalidi hanno proposto alla direzione di trasformare la sala polivalente di via Sanquirico in una grande sala da pranzo per completare la raccolta fondi. Hanno aderito 250 cittadini monzesi (50 per ogni evento), molti componenti e funzionari del Foro di Monza e poi simpatizzanti delle due aggregazioni artistiche. “In principio avevamo ipotizzato 4 date in 4 sabati di marzo - spiega Mauro Sironi, direttore artistico di Geniattori - poi sono andate esaurite e abbiamo aggiunto una quinta data l’11 aprile”. Come ha detto Serena Andrani, regista di Le Crisalidi, i detenuti hanno preparato tutto in ogni dettaglio. Luca è il cuoco professionista, aiutato da Matteo, supportati da una squadra di una decina di colleghi che hanno servito, apparecchiato e sparecchiato, come in un vero ristorante stellato. In tavola lasagne verdi, pollo in salsa di mandorle, panna cotta con crema di mirtilli. Menu a parte per vegetariani. La squadra di cucina ha sfilato davanti agli ospiti, uomini temprati che passano con disinvotura da chef e camerieri a brillanti attori, presto in scena. “Non avevo mai fatto teatro prima - racconta Michele Gruosso - qui si provano tutte le attività, ma il teatro è sinonimo di evasione, perché immagini di essere qualcun altro e poi facilita l’immedesimazione negli altri, quindi anche nelle vittime”. Michele, un diploma da geometra, da tre anni e mezzo al Sanquirico, si occupa di digitalizzazione di documtenti cartacei; frequenta la biblioteca vivente e il laboratorio di scrittura creativa: “Sto scrivendo un libro e spero di poterlo pubblicare”. A breve prenderanno il via gli spettacoli. Si parte da “Errare Humanum Est” dell’Associazione Puntozero, Istituto Penale Minorile Beccaria di Milano in scena il 15 aprile, ore 20.30, al teatro Triante. Cosenza. Presentazione del libro “Anime sospese nell’ombra”, il carcere vissuto dal di dentro ilreventino.it, 15 marzo 2026 Il libro presentato a Santo Stefano di Rogliano (Cs): un’opera rara nel panorama editoriale italiano per autenticità e profondità. Una sala gremita e attenta, degna delle grandi occasioni culturali e sociali, predisposta all’ascolto e alla conoscenza, ha accolto con grande partecipazione la presentazione del volume “Anime sospese nell’ombra”. Il libro raccoglie racconti dall’interno del carcere, analizzati sotto il profilo sociologico dall’autore Francesco Garofalo, con rigore scientifico e nel rispetto della realtà vissuta nelle strutture detentive. Le vicende narrate prendono forma anche attraverso lo sguardo diretto e privo di retorica di Roberto Falvo, assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria, che ha raccontato l’esperienza carceraria così come viene vissuta quotidianamente, senza filtri. I lavori, coordinati con grande professionalità dalla giornalista dott.ssa Elly Sirianni, si sono aperti con le note emozionanti dell’Inno di Mameli, eseguito al flauto dal giovanissimo artista Enrico Nicoletti, che ha diffuso nel salone comunale un’atmosfera intensa e partecipata. Subito dopo è stato proiettato un video di grande valore informativo, accompagnato dalla voce narrante della dott.ssa Idapaola Cerenzia. Il filmato, sostenuto da un sottofondo musicale delicato, ha ripercorso le principali tappe che hanno caratterizzato la nascita e lo sviluppo del volume, già presentato a Mangone e ora a Santo Stefano di Rogliano, prima del prossimo appuntamento previsto il 30 marzo 2026 presso la Sala Nassiriya del Senato della Repubblica. L’evento è stato ulteriormente arricchito dalla lettura di alcuni brani del libro, scelti con attenzione dalla dott.ssa Maria Pia Sarcone e da Gabriella Gallo, che li hanno interpretati con partecipazione e sensibilità, coinvolgendo emotivamente l’intera platea. Prima dell’avvio degli interventi previsti, sono giunti i saluti istituzionali del parroco del luogo, don Franco Spadafora, e della sindaca, dott.ssa Lucia Nicoletti. Un applauso sentito è stato rivolto alla memoria di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza, ucciso dalla ndrangheta a Cosenza nel 1985 di cui oggi ricorre la scomparsa. La serata è quindi proseguita con gli interventi dei relatori. Il prof. Eugenio Maria Gallo ha offerto spunti di riflessione sul significato e sulla portata del volume, mentre il prof. Giuseppe Pizzuti e il prof. Saverio Astorino ne hanno evidenziato il valore pedagogico, sottolineandone la dimensione educativa e divulgativa. Di particolare interesse sono stati anche gli interventi di carattere professionale. Il dott. Pietro Gerace, dirigente della Polizia di Stato, delegato dal Questore, ha portato il saluto istituzionale della Questura. Il dott. Antonello Grosso La Valle, presidente provinciale dell’UNPLI e consigliere nazionale, ha posto l’accento sul ruolo del terzo settore e sull’importanza delle associazioni nel favorire percorsi di integrazione e reinserimento sociale delle persone detenute. Il prof. Sergio Caruso, criminologo e psicologo, consulente del Ministero della Giustizia, ha offerto un’analisi approfondita della realtà penitenziaria, soffermandosi sia sul ruolo svolto dagli agenti di Polizia Penitenziaria sia sull’importanza del contributo psicologico per comprendere la complessità della mente del detenuto. “Mi piace definire i detenuti come ospiti”, ha affermato il dott. Agostino Sestino, comandante commissario capo della Casa circondariale “Cosmai”, illustrando i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel sistema penitenziario e ribadendo come l’Italia rappresenti, sotto molti aspetti, un punto di riferimento nei processi di rieducazione e reinserimento delle persone detenute. Particolarmente significativa anche la testimonianza di Roberto Falvo, narratore delle vicende raccontate nel volume. Alla domanda su cosa gli mancherà maggiormente dopo il pensionamento, ha risposto con semplicità: “I colleghi”. Un rapporto costruito nel tempo, fatto di sacrifici, responsabilità e anche di soddisfazioni, sempre nel rispetto della persona detenuta. A concludere l’incontro è stato lo stesso autore, Francesco Garofalo, che ha sottolineato il significato profondo dell’opera: “Un libro spesso si legge per evadere. In questo caso, invece, “Anime sospese nell’ombra” offre la possibilità di conoscere direttamente una realtà in cui l’evasione non è possibile e dove la riflessione sulla dignità umana, sulla pena e sul reinserimento sociale diventa inevitabile”. Un appuntamento culturale di grande intensità, capace di coniugare riflessione scientifica, testimonianza diretta e partecipazione civile, offrendo al pubblico un’occasione preziosa per avvicinarsi a una realtà spesso lontana dallo sguardo della società. Presente, inoltre, Giovanni Arabia, in rappresentanza della libreria Mondadori di Piano Lago, dove il volume può essere acquistato oppure richiesto tramite il portale Amazon sia in formato cartaceo sia in versione digitale. La serata culturale si è conclusa con il tradizionale momento delle dediche e con un brindisi finale. Tra il pubblico era presente anche un folto gruppo di giovani agenti di Polizia Penitenziaria, la cui partecipazione ha rappresentato un segnale significativo di attenzione e di vicinanza ai temi affrontati nel volume, legati alla complessa realtà del sistema penitenziario e al valore umano e professionale di chi opera quotidianamente nelle strutture carcerarie. Presenti, inoltre, diverse rappresentanti di associazioni del territorio: dal Rotary alla Fidapa, fino ad alcune realtà locali come gli Amici di Santa Liberata e il Centro Studi Stefanos. Presente inoltre, il prof. Leonildo Russo, docente di Scienze Motorie, sostenitore di un’iniziativa sportiva, incontro di calcio, realizzata presso la casa circondariale Cosmai. L’evento è stato patrocinato gratuitamente dal Comune di Santo Stefano di Rogliano, dall’Unpli provinciale e dalla testata giornalistica L’Eco della Valle. A suggellare l’iniziativa, sono state consegnate pergamene ricordo ai protagonisti dell’incontro, quale segno di stima e di gratitudine per l’impegno profuso nella promozione della cultura e della riflessione civile. Se l’insulto diventa lessico quotidiano di Aldo Grasso Corriere della Sera, 15 marzo 2026 La vita pubblica italiana è degenerata in una commedia degli orrori alimentata dall’incontinenza verbale e dall’isteria collettiva. Non è più politica, è uno spettacolo atroce sceneggiato da un Joker scatenato. I segnali del baratro sono ovunque: Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, ha “promesso di fare i conti” con il giornale Il Foglio. Giusy Bartolozzi, capo gabinetto del ministro della Giustizia, brandisce metafore belliche invocando di “togliere di mezzo” una magistratura ridotta nel suo racconto a un “plotone di esecuzione”. E sono solo due esempi. L’insulto e il trivio non sono più incidenti di percorso ma il lessico quotidiano di politici e alti funzionari. Nelle aule e sui social, per finire sotto i riflettori, il confronto deve diventare personale; a quel punto il dialogo muore e nasce la caccia all’uomo. Persino un “mi consenta” è oggi un reperto archeologico di garbo perduto; l’irrisione corre sui social, rimbalza nei titoli dei giornali, detta il ritmo delle notizie. In questa modernità tossica, l’insulto è lo strumento chirurgico per tracciare il confine tra “noi” e il nemico da abbattere. Ma chi siede nelle istituzioni ignora un pericolo fatale: spostare l’asticella di ciò che è “dicibile” significa, inevitabilmente, spalancare le porte a ciò che è “fattibile”. Famiglie fragili, servizi sociali e tribunali: il sistema di tutela dei minori regge ancora? di Luciano Moia Avvenire, 15 marzo 2026 Il lungo viaggio nell’universo del diritto minorile, finito ciclicamente nel mirino della polemica politica. Tra dati incompleti, riforme parziali e servizi sociali chiamati a decisioni delicatissime, il dibattito sui casi simbolo rischia di oscurare la realtà di centinaia di migliaia di bambini ogni anno entrano nella rete della protezione. Tutti contro i Tribunali per i minori. Tutti a puntare il dito contro gli assistenti sociali. Tutti a demonizzare l’operato degli educatori e delle strutture d’accoglienza per i minori. Ancora una volta la politica - una parte, almeno - si coalizza contro il sistema di tutela dei minori. Era già successo sette anni fa, in occasione del caso Bibbiano. Sta capitando adesso per la famiglia nel bosco. Per Bibbiano sappiamo come è andata. Dopo sei anni e dopo 146 udienze, con oltre cento capi d’accusa, l’impianto accusatorio è crollato e dei 14 imputati iniziali ne sono stati condannati solo tre, tra l’altro per reati che non c’entrano nulla con la presunta esistenza di un sistema illecito nella gestione degli affidi. Non tutto è stato chiarito, non tutto appare ancora limpido in quella vicenda ma, al momento, la verità giudiziaria è questa. Vedremo eventuali sviluppi. Ma intanto come guardare a tutti i politici che allora strillavano e che chiedevano condanne esemplari per quelli che “rubano i bambini”? Nessuno che abbia riconosciuto l’inopportunità di quei proclami e di quelle accuse gratuite. Succederà lo stesso per la famiglia nel bosco? Non lo sappiamo. Sappiamo però che il caso della Val d’Enza e quello abruzzese sembrano accomunati dagli stessi fraintendimenti e dalle stesse contraddizioni. La più clamorosa è la profonda ignoranza del funzionamento del nostro sistema di tutela dei minori. Una rete di competenze e di risorse che arriva da lontano, fondata su presupposti ideali di profondo spessore giuridico e culturale, ma che richiederebbe interventi importati e complessi per renderla adeguata alle mutate esigenze di una società completamente diversa rispetto all’epoca in cui è stata pensata. Perché queste riforme non vengono attuate? Perché la politica che ora strilla e punta il dito contro tribunali e servizi sociali, non mette mano in modo strutturale al sistema di protezione dei minori fuori famiglia del nostro Paese? Perché, al di là di inchieste parlamentari che non hanno mai spostato il problema di una virgola, non decide di fare chiarezza per esempio sugli interessi e sulle strutture delle quasi 5mila strutture d’accoglienza per minori che, secondo stime più volte ribadite, muovono un giro d’affari di 1,3-miliardi l’anno? Dove il numero delle strutture d’accoglienza è solo una stima, visto che i diversi regolamenti regionali non solo ci impediscono di conoscere il numero esatto di queste realtà, ma anche di definire allo stesso modo strutture che svolgono più o meno lo stesso lavoro, compresi titoli e qualifiche degli operatori chiamati al compito più delicato che esista, fare le veci di genitori che la giustizia ha ritenuto inadeguati o pericolosi. Ma le domande non sono ancora finite. I politici che oggi alzano i toni e lanciano strali non possono ignorare che un progetto di riforma per rivoluzionare la struttura e l’operato dei tribunali per i minorenni esiste - o almeno esisteva - ma, per i costi insostenibili e per i gravi errori concettuali da cui era caratterizzato, è stata congelato. In questa legislatura non se ne parlerà più. E forse neppure nelle successive. Troppo complesso intervenire, troppo costoso attuarla completamente. Peccato che una parte di quella riforma sia entrata in vigore nonostante l’opposizione motivata pressoché unanime degli addetti ai lavori - di cui la stessa titolare della legge, l’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia, aveva riconosciuto le buone ragioni - determinando la paralisi del diritto minorile. Gli esperti, dai magistrati ai funzionari ministeriali, dai giuristi agli enti locali, dagli educatori all’associazionismo familiare ne sono perfettamente consapevoli. Come mai solo la politica ignora il disastro che sta vivendo il nostro sistema di tutela dei minori più fragili? Sono aspetti importantissimi, da tenere sempre presenti, quando discutiamo di casi come quello della famiglia nel bosco. Perché, se dimentichiamo il contesto in cui operano giudici, servizi sociali, educatori, avvocati, non saremo in grado di comprendere le loro scelte e anche di mettere in luce eventuali errori. Il loro operato, come quello di tutti, non è esente da errori, naturalmente. Anche nel caso della famiglia nel bosco, come in centinaia di altri episodi, può essere che tribunali e servizi sociali abbiano fatto qualche passo falso. Ma oggi la nostra riflessione vorrebbe mettere da parte questo e altri casi specifici per proporre una sintesi di come funziona - o non funziona - questo apparato gigantesco che vive con la ferita aperta di una riforma a metà. Apparato troppo spesso negletto, trascurato, di cui discutere solo quando capita l’episodio che scatena la polemica. Ma quanti sono i bambini di cui si occupa la giustizia minorile? Il primo punto non può che riguardare i numeri. Ed è anche il capo d’accusa più grave rivolto a chi - appunto la politica - dovrebbe avere ben chiara la situazione, per decidere le misure relative. Disponiamo di tanti dati, ma non di quelli che sarebbero essenziali. Sappiamo per esempio che al 31 dicembre 2024 gli under 18 in carico al servizio sociale professionale risultavano 345.083, compresi i minorenni stranieri non accompagnati. Considerando anche il numero di dimessi nel corso dell’anno, i minorenni in carico al servizio sociale beneficiari di qualche tipo di intervento erano 374.327. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, si registrano 330.884 minorenni in carico. Numeri giganteschi che fotografano bene, purtroppo, la vulnerabilità di tantissime famiglie, con emergenze che intrecciano conflittualità, problemi economici, povertà educativa. E poi, nei casi peggiori, abbandono, maltrattamenti, abusi. Sappiamo anche, con una stima molto vicina alla realtà, che i minori in affido familiare sono circa 16mila, quelli accolti nelle strutture residenziali oltre 25mila che arrivano a 38mila comprendendo i minori stranieri non accompagnati. Esistono anche dati sui minori che tornano alle proprie famiglie dopo un periodo trascorso nelle strutture di accoglienza (45,2%) e dopo un periodo di affidamento in famiglia (47,1%). C’è poi un 17 per cento che inizia un periodo di affidamento preadottivo, e un 20% che passa da una famiglia a una struttura residenziale. Non ci sono invece dati qualitativi. Il periodo trascorso fuori dalla famiglia d’origine è stato benefico o nocivo? Quali conseguenze ha prodotto? È stato un momento di crescita? Non lo sappiamo. Anche sul numero dei minori allontanati dalle famiglie i dati diventano incerti. Sarebbe fondamentale saperlo, ma qui abbiamo una sola comunicazione ufficiale, che risale al 2020, quando l’allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sull’onda del caso Bibbiano, spiegò che l’anno precedente in Italia c’erano stati 8.399 allontanamenti disposti dall’autorità giudiziaria, cioè 23 ogni giorno. La cifra indicata da Bonafede non teneva conto degli allontanamenti decisi dalle autorità locali con l’intervento dei servizi sociali che, prima della riforma dell’articolo 403 disposta dalla riforma Cartabia - ne parleremo successivamente - permetteva il prelievo forzoso di un minore dalla propria famiglia con una comunicazione successiva alla procura minorile. Spesso anche dopo settimane se non mesi. Sommando le decisioni dell’autorità giudiziaria e quelle degli enti locali, si arriverebbe a oltre 20mila allontanamenti l’anno. Ma, ripetiamo, sono soltanto delle stime. Non sappiamo neppure se dopo il 2019 i provvedimenti decisi dai tribunali si siano mantenuti sugli 8mila l’anno, se siano scesi o saliti. E si tratta di un grave carenza informativa a cui, almeno in parte, dovrebbe porre rimedio il disegno di legge Roccella-Nordio in materia di affido, a cui mercoledì scorso il Senato ha dato il via libera definitivo. Se tutto andrà come sperato questa nuova legge dovrebbe garantire tra le altre cose una fotografia sempre aggiornata dei minori coinvolti nel sistema giudiziario grazie al flusso di dati provenienti dai tribunali per i minorenni, dai Comuni, dalle procure. Vedremo. In ogni caso, se diciamo che ogni anno in Italia vengono allontanati dalle proprie famiglie circa 10mila minori non dovremmo essere troppo lontani dalla realtà. E, ancora una volta, è una realtà che ci fa pensare. Una buona parte di questi provvedimenti, osiamo sperare la quasi assoluta maggioranza, sono portati a termine per salvaguardare la tutela dei bambini e dei ragazzi coinvolti, per metterli al sicuro da maltrattamenti e violenze, incuria e abbandono. Ma esiste una piccola percentuale di casi tutt’altro che scontati, situazioni in cui i genitori protestano e si oppongono con tutte le loro forze - ne abbiamo conosciuti a decine solo negli ultimi anni - implorando di fermare la macchina della giustizia. Succede raramente, per non dire mai. Eppure questi tutti questi casi non scuotono di un millimetro il grande circo mediatico, non interessano assolutamente alla politica, non sollecitano parole di fuoco contro i tribunali minorili. Da sei mesi si parla solo della famiglia nel bosco. Sulle altre migliaia di bambini coinvolti in altrettanti allontanamenti, silenzio assoluto. Un po’ strano, no? Giusto allontanare un bambino dalla sua famiglia? - Risposta senza tentennamenti. In alcuni casi certamente no, in altri probabilmente sì. L’allontanamento può essere una straordinaria opportunità per salvare un minore ma, se attuato in modo sconsiderato, diventa una decisione che fa deflagrare una famiglia già zoppicante. È un’arma. E come tale non può essere lasciata in mano a chi non ha le competenze e la saggezza per usarla nel modo dovuto. Certo, è un provvedimento estremo, a cui far ricorso quando tutte le altre strade sembrano precluse, ma quando serve va fatto. “I figli sono delle famiglie, non dello Stato”, è stato ripetuto più volte nei giorni scorsi con un pizzico di demagogia da vari esponenti politici. Ma quando le famiglie non ce la fanno, sono maltrattanti, abusanti, lasciano i figli nell’incuria e nell’abbandono morale e materiale, lo Stato ha il dovere di intervenire e di garantire i diritti costituzionali ai bambini che ne sono stati privati. Ripetiamo, non può e non dev’essere una scelta “normale”. Nella normalità i bambini hanno diritto di vivere nella loro famiglia, con mamma e papà. Ma ci sono situazioni in cui questa normalità viene sconvolta e cancellata. Allora i bambini vanno protetti. Le spiegazioni dell’articolo 403 del codice civile, quello che consente in alcuni casi l’allontanamento di un minore dalla sua famiglia, purtroppo sono scarne: “Quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica e vi è dunque emergenza di provvedere, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”. Tutto corretto, ma non si spiega nel dettaglio a quali casi può essere esteso il concetto di abbandono morale e materiale, non si spiega quali siano le situazioni di “grave pregiudizio” e di pericolo dell’integrità psico-fisica e, soprattutto, quali possano essere gli interventi d’emergenza. In assenza di descrizioni particolareggiate - un limite che il legislatore dovrebbe colmare al più presto - è inevitabile che sorgano conflitti di interpretazione. Un giudice può considerare “grave pregiudizio” meritevole di un allontanamento urgente ciò che per un altro è una situazione pesante ma che si può risolvere in diverso modo, per esempio con un percorso educativo rivolto ai genitori. Ma va anche detto che non è quasi mai il giudice minorile - in particolare il procuratore minorile - a disporre un allontanamento. Il tribunale approva o respinge la decisione, ma il primo intervento spetta ai servizi sociali che operano in piena autonomia e possono disporre l’allontanamento forzoso, raccogliendo segnalazioni provenienti dalla scuola, da altre famiglie, dagli enti locali. Quando si tratta di interventi urgenti, sollecitati dalla preoccupazione di tutelare “l’incolumità psico-fisica” di un bambino, gli assistenti sociali possono richiedere l’aiuto delle forze dell’ordine. Occorre dire che, nella maggior parte dei casi, si tratta di episodi spiacevoli e traumatizzanti per il bambino e per la sua famiglia. Nel vademecum pubblicato recentemente dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, “Prelevamento dei minori. Facciamo il punto”, si dice che quando il minore si oppone all’allontanamento, i servizi sociali devono fermarsi perché il nostro ordinamento prevede un solo caso in cui una persona non accusata di reati può essere privato della libertà, il trattamento sanitario obbligatorio (Tso). In realtà, quando la macchina dell’allontanamento forzoso si è messa in moto, servizi sociali e polizia locale non si fermano quasi mai. Non esistono linea-guida vincolanti per procedere a questi interventi e tutto viene lasciato alla sensibilità di chi interviene, con prassi che possono essere molto diverse - più o meno misurate - da un caso all’altro. Si tratta di un’altra carenza dell’articolo 403. Non solo tace sui dettagli delle motivazioni che dovrebbero sollecitare un allontanamento, non dice nulla neppure su come procedere. Impone però che entro 24 ore venga dato comunicazione del provvedimento al pubblico ministero che, nei due giorni successivi, deve convalidare l’allontanamento e con una tempistica altrettanto urgente, deve interrogare le parti e provvedere agli altri obblighi di legge. Tutto bene? Purtroppo no. Vediamo perché. Il ruolo dei servizi sociali e la vaghezza della legge - È chiaro a questo punto che il ruolo dei servizi sociali è importantissimo, quasi sempre decisivo. Spesso molto al di là di quanto indicato dalla legge. Sono i servizi sociali che valutano come e quando intervenire per decidere un allontanamento, sono ancora i servizi sociali che valutano se e come quei genitori segnalati come inadempienti dal punto di vista educativo, morale, economico, sono adeguati, se è possibile avviare con loro un dialogo costruttivo per modificare le situazioni più a rischio, se esistono margini per evitare i provvedimenti più drastici. Certo, tutto deve avvenire in stretta collaborazione con il tribunale minorile a cui spetta la decisione finale, ma gli elementi di valutazione arrivano quasi sempre dai servizi sociali. Esistono pochissimi giudici che vanno sul campo a verificare di persona come sono le cose. E non perché siano inadempienti o scansafatiche. Semplicemente perché non dispongono delle competenze professionali adeguate. Sono esperti di leggi e di procedure, non di psicologia, non di neuropsichiatria infantile, non di pedagogia. Consapevole di queste carenze il legislatore che tanti anni fa aveva messo insieme il nostro apparato giudiziario minorile, aveva affiancato al magistrato togato il giudice onorario in una prospettiva multidisciplinare, cioè specialisti di scienze umane, appunto psicologici, pedagogisti, neuropsichiatri, in grado di entrare nelle dinamiche più complesse della psiche di un bambino costretto a vivere in un contesto familiare difficile. Il giudice onorario aveva la competenza per dialogare con gli assistenti sociali, per leggere e anche discutere le loro relazioni, per ascoltare a loro volta con le famiglie in difficoltà. Parliamo al passato perché la riforma Cartabia - ci arriveremo nel prossimo paragrafo - ha declassato la figura del giudice onorario a un ruolo marginale, così che il giudice togato è rimasto quasi solo. E il quasi si riferisce alla presenza degli assistenti sociali e degli eventuali esperti a cui il giudice, ma anche le parti coinvolte, possono chiedere perizie per valutare meglio una determinata situazione - le temute Ctu, consulenze tecniche d’ufficio - e che, nella maggior parte dei casi, rappresentano già l’ossatura della sentenza. Il caso della famiglia nel bosco ne è l’ennesima prova. La decisione del tribunale poggia quasi interamente sulle valutazioni che arrivano dagli assistenti sociali e dagli altri esperti nominati dal giudice. Perché questo sistema non va bene e andrebbe completamente rivisto? C’è innanzi tutto un problema di fondo che nessuno vuole affrontare perché troppo complesso e troppo oneroso, cioè il ruolo e le competenze dei servizi sociali. Ne abbiamo parlato spesso. Gli assistenti sociali sono professionisti legati agli enti locali, cioè ai Comuni. Devono collaborare con i Tribunali ma non dipendono dal ministero della Giustizia. Ma c’è di più. I pesanti tagli del welfare di questi ultimi decenni hanno ridotto sensibilmente le risorse per il sociale e la maggior parte dei Comuni al di sotto dei 15mila abitanti - cioè l’80 per cento dei Comuni italiani - hanno scelto di consorziarsi per provvedere a questi servizi. Tanti assistenti non sono più neppure dipendenti comunali ma sono legati ad associazioni o altre forme aggregative che concorrono per vincere un bando aperto da questo o da quel consorzio intercomunale. Il bando ha spesso risorse limitate e l’operato dei servizi deve svolgersi rispettando le cifre indicate. In questo modo chi controlla la competenza e la professionalità dei servizi sociali che, nella maggior parte dei casi, si muovono su un fronte amplissimo, dalla povertà agli anziani, dalla disabilità alle famiglie fragili, agli immigrati e tanto altro ancora? Da tempo l’ordine professionale degli assistenti sociali chiede una specifica laurea magistrale per accedere alla professione e indirizzi specialistici per acquisire le competenze necessarie nei vari ambiti ma, come al solito, nessuno ascolta. Insomma, quando parliamo di assistenti sociali, facciamo riferimento a una categoria dove - al di là delle carenze di organico, ne mancano oltre un migliaio da Nord a Sud - possiamo trovare professionisti preparatissimi proprio sul tema minori e famiglie fragili, magari con un master in psicologia dell’infanzia, ma anche persone costrette ad occuparsi di mille problemi e quindi con una formazione inadeguata. Sarebbe stato logico, nell’immaginare una riforma del diritto minorile, rivedere anche il ruolo e la funzione dei servizi sociali che operano in stretta connessione con i tribunali, ma anche questo aspetto è stato “dimenticato” dal legislatore. Incompetenza? Problemi di bilancio? Altre incomprensibili ragioni? Inutile chiederselo. Purtroppo. Il grande caos della riforma Cartabia - È arrivato il momento di parlare della grande ferita inferta al sistema di tutela minorile da una riforma a metà, che si illudeva di rivoluzionare il diritto minorile a costo zero, senza aumentare gli organici dei magistrati minorili, senza una valutazione preventiva di fattibilità organizzativa e senza deliberare alcun investimento in risorse umane e tecniche. Perché parliamo di “ferita”? Perché una parte della riforma è già in vigore e ha già inciso pesantemente sull’attività dei giudici. La svolta più clamorosa c’è stata il 22 giugno 2022, con l’entrata in vigore del “nuovo” articolo 403. Legge attaccata e vituperata, al centro di attacchi molteplici perché legittimava l’allontanamento urgente del minore dalla propria famiglia disposto dalla pubblica autorità, senza tuttavia prevedere adeguate garanzie di controllo. Una disattenzione nei confronti dei bambini motivata dal fatto che il legislatore nel 1942, quando cioè questo articolo fu introdotto - riprendendo una legge del 1925 sull’ordine pubblico - riteneva giusto lasciare ampia discrezionalità alle pubbliche autorità e agli enti di protezione dell’infanzia. Scelta giustificabile ottant’anni fa, ma non più oggi. Tanto che all’Italia sono arrivate condanne plurime da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo. La riforma Cartabia ha in parte rimediato. Oggi, per l’applicazione, del “403” c’è una tempistica rigorosa - 24 ore per informare il pubblico ministero che ha poi altre 72 ore per decidere se annullare il provvedimento o chiedere al giudice minorile di confermarlo - e un coinvolgimento immediato dei genitori. Il magistrato verifica le ragioni che hanno indotto l’allontanamento del bambino - se davvero sia moralmente o materialmente abbandonato o si trovi esposto, nel proprio ambiente familiare, a un grave pregiudizio o grave pericolo per la propria incolumità psicofisica - e quindi, entro altre 48 ore, provvede alla nomina del curatore speciale del minore e fissa entro 15 giorni l’udienza di comparizione del minore per l’audizione, dei genitori e del curatore stesso. E se il pm minorile non rispetta questa tempistica stringente? Il provvedimento decade e il piccolo torna in famiglia, con tutti i vantaggi, ma anche tutti i rischi connessi. Ma, tempistica rigorosa a parte, la riforma - come detto - si è dimenticata di indicare il modo con cui devono essere allontanati i bambini. In assenza di un protocollo condiviso, in questi anni sono stati numerose le denunce di soprusi e violenze rivolte alle forze dell’ordine, intervenute su indicazione dei servizi sociali, per “prelevare” minori i cui genitori si opponevano con tenacia alla decisione ritenendo l’intervento arbitrario e immotivato. Intanto l’applicazione della prima parte della riforma, che prevede un impegno quasi totalizzante dei magistrati e di tutto il personale della giustizia nei procedimenti definiti urgenti - circa il 10 per cento dei casi - ha di fatto paralizzato l’ordinaria amministrazione della giustizia minorile ordinaria, che rappresenta quasi il restante 90 per cento. L’introduzione di un unico rito ordinario ed in particolare delle procedure urgenti, da affrontare - come detto - con le stringenti scansioni temporali previste dal nuovo articolo 403 e dall’articolo 473 bis (provvedimenti indifferibili e urgenti), ha di fatto assorbito tutte le forze disponibili. E i casi inevasi si sono accumulati. Oggi sono decine di migliaia in tutta Italia. La ragione è semplice. Per affrontare i casi urgenti in modo oculato e con la rapidità prevista - si tratta comunque, allontanandolo dalla famiglia, di decidere la sorte di un bambino, di un ragazzo e della sua famiglia - servono risorse professionali tali da assorbire quasi completamente le scarse disponibilità della maggior parte dei tribunali minorili. Una situazione che va a detrimento degli altri procedimenti civili, in specie quelli sulla responsabilità genitoriale caratterizzati da minore urgenza rispetto agli allontanamenti, ma altrettanto importanti. Stabilire se una madre o un padre hanno ancora il diritto di esercitare la responsabilità genitoriale sui propri figli è evidentemente una decisione che non si può improvvisare e che non si può rimandare a tempo indeterminato. Cosa rimane da fare? - Ecco allora il problema. Se i giudici minorili sono in difficoltà per tutti i motivi che abbiamo spiegato, se i servizi sociali, parte integrante e insostituibile del sistema, andrebbero inquadrati diversamente e preparati in modo più adeguato alle mutate esigenze di una società sempre più disgregata, frammentata, vulnerabile, se gli specialisti di scienze umane, dopo il ridimensionamento dei giudici onorari, possono intervenire soltanto per predisporre perizie che riescono spesso a fotografare solo un ambito ristretto della situazione sotto esame, come si può pensare di affrontare in modo equilibrato casi tanto delicati e difficili, in cui il profilo giuridico si mescola a quello culturale, agli stili di vita, alle fatiche relazionali e a quelle economiche? La politica - certa politica - ritiene che giudici e servizi sociali siano al servizio di un’ideologia statalista secondo cui nessuno ha il diritto di interferire sulle scelte dell’apparato pubblico. I giudici lamentano la prevalenza di un dato culturale che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. E sono convinti che, abbassando il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, si esporrebbero i bambini e i ragazzi più fragili a gravi rischi. Sono preoccupazioni comprensibili che vanno però considerate in un ambito di reciproca collaborazione, alla luce di una fiducia istituzionale che, al di là delle polemiche sul referendum, va ritrovata e consolidata in una prospettiva nuova. Le famiglie che non ce la fanno, i bambini che hanno bisogno di aiuto - abbiamo detto che sono quasi 350mila - devono poter contare su un sistema di tutela rinnovato, su una politica che prenda in mano con serietà e con coraggio il problema, armonizzando i compiti e gli interventi di tutti gli attori in campo (giudici, assistenti sociali, educatori, specialisti delle scienze umane, associazioni) in un quadro di concordia che, pur nel rispetto delle diverse posizioni, sappia davvero mettere al centro l’interesse dei piccoli, oggi troppo spesso evocato senza concretizzarlo. Non c’è alternativa. O si ha il coraggio di rinnovare profondamente il sistema, mettendo mano in qualche modo alla riforma “a metà”, superando polemiche e sospetti, o una situazione già difficile e compromessa rischierà di diventare presto ingovernabile. Migranti. Certificati per i rimpatri, il Gip sospende tre medici per 10 mesi ravennatoday.it, 15 marzo 2026 Per altri cinque colleghi scatta il divieto di occuparsi delle idoneità per i Cpr. La Procura: “Documenti falsati per impedire i trasferimenti dei migranti irregolari”. Arriva la decisione del Gip del Tribunale di Ravenna, Federica Lipovscek, in merito all’inchiesta che vede coinvolto il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna. Per tre dei medici indagati è stata disposta l’interdizione totale dalla professione medica per 10 mesi. Per gli altri cinque colleghi coinvolti (tra cui una dottoressa recentemente trasferitasi a Forlì), la misura cautelare è invece più mirata: per lo stesso periodo di tempo non potranno occuparsi di alcuna pratica o certificazione relativa all’idoneità per i Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri). I pubblici ministeri Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano inizialmente sollecitato la sospensione totale di un anno per tutti gli otto professionisti, accusati a vario titolo di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Nonostante l’Ausl Romagna avesse già provveduto a sollevare i medici dal compito di certificazione poco prima degli interrogatori di garanzia, il Gip ha ritenuto necessario applicare le misure cautelari per il concreto pericolo di reiterazione del reato, confermando la presenza di un quadro indiziario definito grave. L’indagine, condotta dallo Sco e dalla Squadra Mobile, si fonda su informative e chat sequestrate durante le perquisizioni dello scorso febbraio. Secondo gli inquirenti, i medici avrebbero agito in modo preordinato, rilasciando certificazioni di non idoneità alla detenzione amministrativa basate su presupposti ideologici anziché clinici. Destinatari dei certificati erano cittadini stranieri irregolari, spesso fermati dopo la commissione di reati. L’attività investigativa ha preso il via nel luglio 2025, analizzando un periodo compreso tra settembre 2024 e gennaio 2026. In questo arco temporale, su 64 persone scortate nel reparto ravennate per la valutazione, 34 sono state dichiarate non idonee al Cpr e 10 hanno rifiutato la visita medica. Dei 44 soggetti tornati in libertà a seguito di questi esiti, la Procura ha evidenziato come almeno dieci abbiano successivamente collezionato circa venti nuovi reati sul territorio. Il paradosso della deterrenza: una pace fondata sulla paura di Franco Vaccari Avvenire, 15 marzo 2026 Una difesa vera, efficace, non è quella che promette punizioni più dure. È quella che da una parte toglie la paura e il potere che questa possiede, dall’altra rende inutile l’aggressione. Abbiamo detto che la difesa è legittima, necessaria, connaturata alla vita. Ma esiste un punto preciso in cui la difesa degenera: quando smette di proteggere e pretende di governare l’altro attraverso la paura. Qui nasce la deterrenza, che non è un semplice “non attaccarmi”. Non è una forma più dura di difesa. È un’altra cosa. È una strategia fondata non sulla protezione della vita, ma sulla credibilità della distruzione. Funziona solo se l’altro crede che tu sia davvero disposto a colpire. In altre parole: per garantire la pace, occorre essere pronti a distruggere. Talvolta occorre perfino dimostrarlo. Se vogliamo esercitare un minimo di onestà intellettuale, dobbiamo portare alla luce questa logica, senza attenuarla. Nel Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima vediamo quanta fatica fa la verità per affermarsi e Gesù di Nazaret ricorda ai suoi discepoli che il male esiste e con esso dobbiamo fare i conti: “Poi viene la notte, quando nessuno può agire” (Gv 9,4). La deterrenza vive nell’ombra di una minaccia permanente. Chiama sicurezza ciò che in realtà è paura organizzata. Può sembrare realistica, ma il suo paradosso è evidente: la sicurezza si fonda sulla sua negazione. E in un mondo interconnesso questo meccanismo non resta confinato: la paura diventa condizione stabile, regna la schiavitù, l’escalation è inevitabile. Gli esempi non mancano. Nelle relazioni la libertà e la responsabilità si esprimono solo in condizioni paritarie e reciproche. Il timore - di essere giudicati, abbandonati, ahimè puniti o addirittura picchiati - genera l’escalation di denigrazioni, ricatti, minacce, sensi di colpa. Nella gestione dei gruppi, da una classe scolastica a una qualsiasi organizzazione, la leadership autocratica, fondata su minacce e punizioni, inibisce la maturazione dei singoli e il suo crollo lascia il caos. Nelle società, la torsione antidemocratica inizia proprio attraverso la deterrenza. Negli Stati Uniti, le operazioni dell’ICE - l’agenzia federale che “si occupa” dell’applicazione delle leggi sulla immigrazione - hanno mostrato cosa accade quando la deterrenza entra nella sicurezza interna. Retate spettacolari, arresti sproporzionati, irruzioni nelle abitazioni, umiliazioni, uso della forza diffuso e mediatizzato. Non per proteggere persone in pericolo, ma per mostrare potenza, per dissuadere attraverso il timore. In Minnesota, questa logica ha prodotto senza alcuna giustificazione la morte di persone indifese, proteste crescenti, fratture sociali. Qui la forza non agisce più come polizia - cioè come terza rispetto ai conflitti - ma come milizia. Il messaggio è chiaro: temeteci. Il risultato: erosione della fiducia, radicalizzazione delle tensioni, insicurezza diffusa. È il corto circuito paura-deterrenza-insicurezza. Dire questo non significa negare l’esistenza di minacce reali. Significa riconoscere che quando la difesa si fonda sulla paura, ha già abbandonato la sua funzione vitale. La difesa sa usare i sistemi di allerta, la deterrenza vive di paura e deve continuamente alzare il livello: più mezzi, più armi, più minacce. Ma più cresce la minaccia, più cresce l’instabilità. Esiste un’alternativa reale? Sì, l’alternativa alla deterrenza non è la debolezza, ma l’immunità. Non è un concetto per addetti ai lavori, né una raffinata strategia di sicurezza. È una grammatica della vita che attraversa tutti i livelli dell’esperienza umana, dal corpo alle relazioni, dalle famiglie alle società, fino ai rapporti tra gli Stati. Il corpo umano non si difende minacciando i virus: li rende inefficaci. Non distrugge sé stesso per sopravvivere. Allo stesso modo, non si costruisce una famiglia sulla paura. Una relazione che vive di controllo, ricatto o intimidazione non protegge: soffoca. Una famiglia regge quando sviluppa anticorpi relazionali: parola, ascolto, confini chiari, capacità di attraversare il conflitto senza trasformarlo in dominio. Lo stesso vale per i legami sociali. Una società sicura non è quella che minaccia di più, ma quella che regge meglio. Che assorbe gli urti senza spezzarsi, senza reagire in modo convulso, ma disponendo di istituzioni affidabili, relazioni robuste, coesione civile. Questa è l’immunità sociale. Una difesa vera, efficace, non è quella che promette punizioni più dure. È quella che da una parte toglie la paura e il potere che questa possiede, dall’altra rende inutile l’aggressione. L’immunità è una forza diversa: non cerca lo scontro, ma sa reggerlo; non governa attraverso il timore, ma protegge la vita; non vive di minacce, ma di relazioni stabili. Difendersi immunizzandosi è vivere. La sfida del nostro tempo è imparare a farlo senza trasformare la difesa in minaccia, sostituendo alla deterrenza un paradigma più maturo, più efficace, più umano: appunto quello dell’immunità. Occorre allora un chiarimento definitivo: la deterrenza non può essere collegata alla difesa. Non è una sua variante più dura, né una sua estensione. La deterrenza è il suo esatto contrario. Per questo la deterrenza è intimamente e indissolubilmente legata al riarmo. Dove c’è deterrenza, la forza non può fermarsi: deve crescere, mostrarsi, superarsi. È una logica che non conosce equilibrio. Non a caso, il passato le ha dato un nome che resta angosciante e preciso: corsa agli armamenti. Non una scelta libera, ma una competizione senza fine, in cui la sicurezza di uno diventa l’insicurezza dell’altro. È esattamente da questa logica che occorre uscire. Stati Uniti. Torna a crescere la pena di morte: 47 esecuzioni nel 2025, record dal 2009 di Massimo Basile La Repubblica, 15 marzo 2026 Dal ritorno alla Casa Bianca, Trump ha spinto per l’aumento delle esecuzioni, scelta che ha generato entusiasmo nella base Maga. In Florida, il governatore ha firmato una legge che porta il nome del presidente americano e che impone la condanna per gli immigrati illegali che commettono omicidi. La pena di morte è considerata generalmente la punizione estrema per i peggiori criminali. Ma negli Stati Uniti le cose stanno andando in modo diverso. Le persone che vengono giustiziate risultano in maggioranza povere o con problemi mentali, oppure non si sono potute permettere buoni avvocati. E molte hanno un reato in comune: sono accusate di aver ucciso un bianco. Con un intervento nella pagina degli editoriali, quella che ospita le opinioni istituzionali del giornale progressista, il New York Times ha lanciato l’allarme sull’aumento record delle esecuzioni capitali, che nel 2025 hanno segnato un primato: l’anno scorso sono state giustiziate 47 persone, il dato più alto dal 2009. Nel 2024 erano state 25, l’anno prima 24. Il numero minore è stato di 11, nel 2021, sotto l’amministrazione Biden. Il record assoluto risale al ‘99, quando ci furono 98 esecuzioni. Solo in Florida sono state giustiziate l’anno scorso 19 persone. Il record precedente del Sunshine State era di otto, registrato nel 2014. Tutti questi dati sono stati raccolti dal Death Penalty Information Center, noprofit fondata a Washington negli anni ‘90 che raccoglie dati a partire dal 1976, considerato un “anno zero” in tutti i sensi: non ci furono esecuzioni. Poi passarono a una nel ‘77, ancora zero nel ‘78, fino al primo balzo, ventuno, registrato nell’84. Rispetto ad allora i numeri sono raddoppiati e anche con strappi legali. Il governatore repubblicano Ron DeSantis ha firmato una legge che impone la pena di morte per gli immigrati illegali che commettono omicidi, nonostante una sentenza della Corte Suprema, nell’87, abbia stabilito che nessuna condanna può essere decisa in automatico e in anticipo. Il nome di questa legge è Trump Act, e non è un caso: dal ritorno alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha spinto per l’aumento delle esecuzioni, scelta che ha generato entusiasmo nella base Maga. Ma nessuno vuole andare a vedere le vere storie dei giustiziati. Anthony Boyd, che ha sempre sostenuto la propria innocenza fino a quando l’Alabama lo ha giustiziato l’anno scorso, quando aveva 54 anni, era stato difeso da un avvocato d’ufficio inesperto. I testimoni che lo avevano accusato erano apparsi contraddittori. Charles Flores, 56 anni, ha trascorso ventisette anni nel braccio della morte in Texas per una condanna per omicidio basata solo sulla testimonianza di una persona sottoposta a ipnosi dalla polizia, una tecnica che serve, in teoria, a far affiorare meglio i ricordi. Robert Roberson, autistico, continua ad attendere l’esecuzione nonostante le testimonianze contro di lui, accusato di aver ucciso la figlia di due anni scuotendola con violenza, siano risultate screditate. La piccola sarebbe stata già gravemente malata. A rendere la situazione ancora più ingiusta è il fatto che le esecuzioni sempre più spesso presentano problemi tecnici: detenuti a cui viene iniettata nelle vene una sostanza letale, a volte sopravvivono per poi morire dopo trenta minuti e atroci sofferenze. Il quotidiano newyorkese ha messo in rilievo come nel mondo occidentale, di cui gli Stati Uniti si considerano capofila, abbiano abolito la pena capitale: tutta l’Europa occidentale, più il Canada. Ma anche Messico, Argentina, Brasile, Cile, Marocco, Sudafrica e Australia. Nel gruppo di cui fanno parte gli Stati Uniti ci sono, invece, Paesi considerati non propriamente fari della democrazia come Afghanistan, Cina, Iran e Corea del Nord. Questa eccezione occidentale tra le democrazie è diventata ancora più evidente con l’aumento delle esecuzioni. Anche il numero di chi si oppone è in crescita, grazie all’aumento di casi di persone scagionate. Dal ‘73 sono oltre duecento le persone condannate a morte e poi assolte. Ma quante non hanno avuto questa possibilità? Quante sono state giustiziate senza aver commesso reati? Nel 2003 il governatore repubblicano dell’Illinois, George Ryan, aveva concesso una commutazione generale della pena ai condannati a morte, a causa dei molti casi di detenuti uccisi ingiustamente. La Virginia, che negli anni ‘90 aveva giustiziato 65 persone, ha abolito la pena di morte nel 2021. Questa settimana la governatrice dell’Alabama, la repubblicana Kay Ivey, ha commutato la condanna a morte di Charles Burton, 75 anni, coinvolto in una rapina del ‘91 ma non presente sulla scena quando uno dei complici aveva sparato e ucciso. Doveva essere giustiziato giovedì. Due giorni prima è arrivata la decisione a sorpresa. Ma non tutti sembrano sulla stessa lunghezza d’onda. Alcuni Stati hanno stabilito la segretezza delle esecuzioni, per evitare che i giornalisti potessero raccontare le sofferenze dei condannati davanti a un’esecuzione andata male. L’Indiana è uno di questi. La South Carolina ha ripreso il plotone di esecuzione, ma questo sistema da vecchio West non garantisce i risultati. L’anno scorso Mikal Mahdi, ha dovuto soffrire per più di un minuto dopo essere stato fucilato, perché i proiettili non lo avevano ucciso all’istante. Medio Oriente, un nuovo Vietnam in versione persiana di Domenico Quirico La Stampa, 15 marzo 2026 Così la guerra contro l’Iran rischia di diventare l’ennesimo conflitto che gli Usa non riescono a vincere. Sono passate soltanto due settimane, le missioni sui cieli dell’Iran proseguono “vittoriosamente” eppure... Dapprima è soltanto una parolina sussurrata all’orecchio da pochi analisti preoccupati di apparire dei menagramo. Poi, se la guerra continua, inizierà a farsi strada negli articoli, nei talk show, nei saggi degli analisti, fino ad approdare nelle cene e nei bar: per caso gli Stati Uniti non stanno forse perdendo l’ennesima guerra? In due settimane gli americani stanno scoprendo che qualcosa nella confusa Strafexpedition persiana prende una discutibile piega. Si insinua il dubbio: la Persia dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan diventerà la nuova stazione dell’inglorioso “tutti a casa” lasciando dietro di sé irrisolte macerie e odi ancor più motivati e frementi? Il segretario alla guerra, tipo trucido e super kitsch, ha dichiarato, pescando nella specie dei roditori, che “gli Ayatollah terrorizzati si nascondono come topi nelle tane”. Dove, con infausta metafora, assicurò che li avrebbe stanati uno dei figli di Gheddafi… La coincidenza preoccupa. Come la divinità dei teologi la sconfitta è qualcosa di indefinibile: nessuno sa come sia venuta ed è, di colpo, in ogni dove. Tema affascinante. La vittoria è brutale e sensibile, ignora le sfumature, parla per proclami e per ordini ai vinti, sembra correre così veloce da non fermarsi mai: fino a quando si scopre che in molti casi era nata malaticcia, destinata a capovolgersi nel suo contrario. E di questo ci si accorge soltanto nel dopo, in quello che lascia di effimero e di duraturo. La sconfitta, invece, è un’arte di morire, o meglio di vivere morendo. In qualche caso offre a chi la subisce, gli americani in questo caso, singolari possibilità di legittimazione, lava delle macchie. Questa potrebbe essere una buona occasione ad esempio, per l’America che detesta Trump: un nuovo Vietnam in versione persiana, con gli Ayatollah e i Pasdaran ancora arroccati al potere, sciupio vistoso di miliardi di dollari, le Borse in catalessi, gli alleati nell’area, quelli dalle vaste casseforti petrolifere, furibondi, sarebbe tutta intera colpa sua. E del suo complice e istigatore Netanyahu. Non dell’America “vera”. Ecco pronta una scorciatoia perché, dopo la malattia Trump, la repubblica imperiale possa continuare nella perpetua adorazione di sé. In fondo è da tempo, dagli anni Sessanta, che gli Stati Uniti sono entrati nella normalità e possono davvero riconoscersi nei grandi imperi del passato, perché hanno scoperto la mortalità, e quindi hanno una Storia. Sarebbe un azzardo avvicinare la classe dirigente americana che andò a insabbiarsi nelle risaie vietnamite, le teste d’uovo, il circolo di Camelot che consigliava Kennedy, con i trucidi personaggi che fanno corona attorno al caminetto della Casa Bianca dei tempi di Trump. Quelli appartenevano a una generazione sicura che, con la forza dell’intelligenza e della razionalità, ogni problema poteva esser risolto. Si ritenevano il fior fiore di una classe dirigente che aveva finalmente le redini di governo succedendo a uomini fiacchi, stanchi, con una mentalità da camera di commercio, quella degli anni di “Ike” Eisenhower. Uno di loro, per esempio, era affascinato dall’idea di piazzare un televisore in tutte le capanne di paglia del mondo: secondo lui il tubo catodico avrebbe offerto la possibilità di aprirsi un varco verso il cuore e la mente dei derelitti occupanti di quelle capanne. Restava il problema, irrisolto, della corrente elettrica. Eppure questi inflessibili realisti posero le sciagurate condizioni perché dopo pochi anni gli elicotteri si posassero per il si salvi chi può sul tetto dell’ambasciata di Saigon. I piazzisti della trumpiade professavano ben altra fede: la via migliore è lasciare l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente a putrefarsi con le loro inutili mischie alzando il ponte levatoio dell’”Arricchiamoci!”. Ebbene gli “immobiliaristi” hanno commesso lo stesso errore dei derisi “intellettuali” come McNamara, Bundy e Rusk. Ecco il guaio. Per i virili eroi del lieto fine americano il Terzo mondo è una astrazione, un obiettivo politicamente utile di cui non vogliono saper nulla, terre lontane e primitive dove esportare al massimo i propri problemi interni per non doverli affrontare in casa. È accaduto con i contadini comunisti di zio Ho, poi ai tempi di Rumsfeld e dei neo conservatori con l’Islam e ora è la volta degli Ayatollah di Teheran. Tutte le volte si pensa: “È impossibile che quei primitivi fanatici possano resistere...” e invece il tempo passa e quelli non si arrendono, il tempo e la pazienza lavorano per loro. Vietcong, Taleban e Pasdaran inventano strategie nuove: la pista di Ho Chi Minh, i tunnel, gli ordigni a basso costo, la guerriglia, i droni discount... Tendono ogni mattina micidiali imboscate al distributore di benzina, stringono il nodo sugli stretti fatali (che i lettori di sure coraniche abbiano letto anche Malan? ). Oggi è Hormuz, domani Aden affidato alle cure degli Houthi tenuti di riserva. Sconvolgono le aiuole del paradiso dei petromonarchi che scoprono che l’America non sa difenderli... È stupefacente che dopo il Vietnam o l’Afghanistan si attinga conforto sempre dall’idea di poter ripiegare sull’arma del bombardamento: dai B-52 ai missili la fede nei suoi magici effetti persiste nonostante i fatti ne dimostrino ogni giorno l’inefficacia. A loro modo i registi delle guerre americane sono dei credenti. E ogni volta da quelle disavventure democratici e repubblicani, cucciolate di Harward e affaristi di dubbio pedigree, nessuno ha imparato dalla disavventura precedente: suvvia, niente di molto importante niente di molto grave, un vetro rotto da una sassata. E alla fine: molta gente è morta, Paesi interi sono stati distrutti e i comunisti sono sempre ad Hanoi, i Taleban a Kabul. E forse, anche stavolta la famiglia Khamenei a Teheran.