La tortura è una questione di sistema, si annida dove alberga e fiorisce lo spirito di corpo di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 14 marzo 2026 La violenza di dieci agenti nei confronti di tredici ragazzini, tutti stranieri, nel carcere minorile di Casal del Marmo ha un rancido sapore razzista. L’esposto presentato da Antigone ha dato avvio alle indagini. La tortura nelle carceri esiste. Ferrara, San Gimignano, Torino sono i luoghi delle prime condanne. A Santa Maria Capua Vetere è in corso il più grande processo per tortura in Europa. Si è vicini alla sentenza per le violenze di polizia nel carcere di Monza. Ci sono voluti ben sette anni. Una fatica enorme. La tortura non risparmia neanche le carceri minorili. Dopo quanto visto al Beccaria di Milano, anche Roma è teatro di presunte torture e violenze brutali. La tortura è una questione di sistema, si annida dove alberga e fiorisce lo spirito di corpo. C’è un’aria di violenza che si respira negli istituti penali per minori in Italia e quest’aria ha purtroppo il colore della divisa della polizia penitenziaria. Questo è l’esito della militarizzazione scriteriata in corso del sistema carcerario italiano. La tortura è sempre esistita ma quando assume le caratteristiche dell’inchiesta romana, ossia tanti agenti accusati delle peggiori nefandezze nei confronti di adolescenti immigrati, prende le sembianze di una escalation razzista, sdoganata da tutti quei cattivi maestri che si travestono nei talk show della destra nei panni di manganellatori di professione. Se ci si permette di torturare ragazzini nel carcere della capitale, a pochi minuti di auto dalla sede del ministero della giustizia, del tribunale, del Vaticano, del parlamento, vuol dire che ci si sente sicuri di restare impuniti, se non addirittura apprezzati nei propri comportamenti. Antigone aveva presentato un esposto alla procura lo scorso luglio e aveva avvertito le autorità amministrative competenti delle denunce circostanziate di maltrattamenti e violenze. La prossima settimana l’autorità giudiziaria procederà a sentire le vittime. A Casal del Marmo è accaduta una cosa enorme, gravissima: violenze reiterate e crudeli da parte di poliziotti nei confronti di ragazzini. Però, è anche avvenuto qualcosa di positivo: non pochi operatori hanno parlato, rotto il muro del silenzio, non si sono resi complici omertosi della gestione criminale della sicurezza interna all’istituto avvenuta per lunghi mesi. A loro va detto un grande grazie. Di fronte a quanto sta accadendo nelle carceri minorili del paese, bisogna andare oltre la mera resistenza politica e culturale. La violenza istituzionale che ha colpito Milano e Roma impone una svolta organizzativa. La Polizia penitenziaria fino a qualche anno fa operava in borghese. Il ministero della giustizia ha imposto di recente che indossasse la divisa, contro ogni ragionevolezza pedagogica. Invece, in controtendenza, bisognerebbe fare un passo in direzione opposta e fare gestire gli istituti penali per minori solo da funzionari civili, affinché gli istituti penali per minorenni non assomiglino alle orribili galere degli adulti. L’Italia, va detto, è l’unico Paese in Europa dove le procure e i tribunali indagano e a volte condannano per episodi di tortura commessi da esponenti delle forze di polizia. Forse non è un caso. Forse è anche perché i pubblici ministeri non sono parte del sistema di polizia (come potrebbe accadere nel caso in cui sia approvata la riforma costituzionale) ma sono all’interno, fortunatamente, del sistema giurisdizionale. Antigone, insieme a Defence for Children e Libera, ha lanciato pubblicamente gli Stati Generali della giustizia minorile nella consapevolezza di un sistema in crisi che bisogna aprire all’esterno, rianimare e a cui bisogna restituire missione e dignità sociale. Entro qualche mese saranno rese pubbliche proposte per uscire dal guado in cui il governo ha trascinato il sistema. Di fronte a quanto sta svelando l’inchiesta di Casal del Marmo sarebbe necessario che ci fossero assemblee aperte di operatori che discutano di modelli securitari, violenze, razzismo, isolamento, disciplina, divise. “20mila detenuti con dipendenze”. Alla Lumsa un incontro sul trattamento delle persone recluse agensir.it, 14 marzo 2026 “Sono più di 20.000 i detenuti con problemi di tossicodipendenza o di dipendenza generale, secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, Il 32% del totale, un dato in crescita progressiva”. Lo ha detto Ernesto Napolillo, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria), partecipando al convegno “Oltre la pena: sicurezza, salute e valore Sociale. Un nuovo protocollo per il detenuto con Oud (Opioid Use Disorder)” organizzato dal centro di ricerca interdipartimentale sui sistemi sociali e penali dell’Università Lumsa, Das - Diritto alla speranza. A fronte di questi numeri, “il primo dato sconfortante è che su 190 istituti”, ha spiegato, “in Italia ci sono 152 SerD (Servizio per le dipendenze)”. “Il legislatore aveva pensato ai cosiddetti Icatt, gli istituti a custodia attenuata per il trattamento dei tossicodipendenti, per cercare di fare in modo che la pena non venga aggravata da ulteriori pene, come richiamato dalla Corte costituzionale. Gli Icatt in Italia sono 12, garantiscono 417 posti regolamentari, dove sono allocati poco più di 350 detenuti. Qui il problema è più sconfortante, perché per 20.000 detenuti ascrivibili abbiamo un circuito, forse l’unico, che non soffre il sovraffollamento perché siamo sotto la capienza regolamentare. Mi rivolgo anche e soprattutto ai medici, ai SerD, ma anche ai direttori: tra 20.000 persone non siete in grado di mandarne qualcun altro all’Icatt? Fermo restando che 417 posti per 20.000 detenuti è comunque un dato insoddisfacente”, ha sottolineato Napolillo. “La soluzione governativa in discussione al Senato è innovativa nella misura in cui copre la gran parte di fascia di questi soggetti che sono dentro, ma dovrebbero essere curati fuori. Certo, forse non tutti i ventimila, ma con questo provvedimento si apre a migliaia di detenuti dicendo: se ti curi io ti faccio uscire dal carcere. Poi è chiaro che se la Sanità non mi dà i posti struttura, io non posso dirgli tu esci dal carcere e poi non sai dove andare, perché è un regime di detenzione domiciliare”, ha aggiunto il magistrato dirigente del Dap. In un messaggio Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, ha scritto: “Come governo italiano riteniamo che una delle questioni centrali del sistema penitenziario riguardi la presenza in carcere di detenuti con problemi di tossicodipendenza. Le strutture detentive non sono sempre il contesto più adeguato per affrontare efficacemente questi percorsi di cura e recupero. Per questo è attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato una proposta di legge governativa che mira da un lato ad ampliare la possibilità per i condannati con accertata condizione di tossicodipendenza o alcol dipendenza di accedere a programmi di trattamento e recupero al di fuori del carcere e dall’altro a contribuire al decongestionamento degli istituti penitenziari favorendo al tempo stesso percorsi più efficaci di reinserimento sociale”. La giornata di lavoro è iniziata con il benvenuto ai partecipanti di Francesco Bonini, rettore della Lumsa. Togliere il sole e il cielo per dare “sicurezza nazionale” di Cesare Burdese L’Unità, 14 marzo 2026 Avvolta dalla nebbia, lo scorso 21 febbraio, una delegazione di Nessuno tocchi Caino ha visitato la Casa di Reclusione “San Michele” di Alessandria, un istituto interamente destinato al regime del 41-bis, nel quadro della riorganizzazione complessiva del circuito nazionale in atto. L’ispezione non ha fornito nuovi elementi rispetto a quanto già noto: non è stato consentito l’accesso alle sezioni speciali, ufficialmente a causa dei lavori in corso e, verosimilmente, anche per motivi di “sicurezza nazionale”. È stato tuttavia possibile cogliere un segno tangibile della disumanità che anche in quel carcere caratterizzerà i nuovi spazi detentivi: le schermature inclinate, installate alle finestre dei padiglioni detentivi, per evitare qualsiasi comunicazione o contatto, tanto all’interno quanto con l’esterno, di quanti vi saranno ristretti. Quelle lastre appaiono come lapidi di un colombario cimiteriale ed evocano il carcere “cimitero dei vivi” denunciato alla Camera dei Deputati nel 1904 da Filippo Turati. Nel pomeriggio, presso il bistrot Fuga di Sapori ad Alessandria - situato nella cinta muraria della Casa Circondariale “Don Soria” e gestito da detenuti ed ex detenuti - alla presenza del Sindaco e altri rappresentanti istituzionali locali, si è svolto un convegno di approfondimento sul regime del 41-bis e sui risvolti negativi che esso comporterà per il territorio alessandrino. Dall’analisi dei relatori è emerso che l’opera di reinserimento sociale in atto da anni nelle carceri alessandrine con risultati positivi - come “Fuga di Sapori” - rischia di scomparire. L’applicazione del regime di rigoroso isolamento in assenza di relazioni e l’esclusione di regimi detentivi più aperti e orientati al dialogo, finirebbero per cancellare quelle condizioni di collaborazione e confronto indispensabili ai percorsi trattamentali, compromettendo anni di lavoro dedicato al recupero e alla reintegrazione sociale. Ulteriori criticità vanno ricondotte specificatamente alla trasformazione architettonica dell’attuale istituto adattato al 41-bis, che prospettano soluzioni disumane in contrasto con il monito costituzionale. Tali criticità si sommano a quelle già presenti nell’edificato del “San Michele”, concepito negli anni di piombo e nel periodo di espansione della nuova criminalità organizzata, secondo una logica fortemente incentrata sulla sicurezza e sulla separazione. Il suo schema tipologico è quello che, all’esordio, l’architetto Sergio Lenci definì il segno tangibile della regressione dell’edilizia penitenziaria italiana, con edifici corrispondenti a uno Stato dispotico e assolutista, pre-costituzionale, indifferente ai problemi della detenzione e preoccupato solo della custodia di un detenuto reso al massimo grado inerme. Edifici, prosegue Sergio Lenci, che non sembrano appartenere a una repubblica democratica faticosamente in cammino verso un aumento delle garanzie civili, una riduzione dell’intrusione del potere pubblico sulla persona, un’estensione della fiducia. Al “San Michele” in regime di 41-bis il rischio concreto è un’ulteriore compressione dei diritti e dei bisogni fondamentali delle persone detenute e del personale, poiché le esigenze di sicurezza e isolamento finirebbero per prevalere sulle attività trattamentali, destinate appunto a ridursi o scomparire. La pratica dell’isolamento richiama il modello detentivo del carcere ottocentesco, fondato sulla separazione per evitare “contaminazioni”, funzionale alla pena afflittiva pur se in chiave di redenzione morale: un modello che la storia ha dimostrato inefficace sul piano penitenziario e dannoso per corpo e spirito. Con il 41-bis l’isolamento viene riproposto unicamente con finalità di prevenzione delle comunicazioni senza alcuna finalità moralmente superiore. Il timore espresso è che l’attenzione del Governo sul regime speciale possa rappresentare il preludio a una progressiva estensione di logiche restrittive all’intero sistema penitenziario nazionale, fino a comprometterne l’equilibrio e l’impianto costituzionale nel suo complesso. Il paradosso è che una scelta adottata in nome di una legittima esigenza di “sicurezza nazionale” rischi di produrre l’effetto opposto: maggiore insicurezza, perché persone private di reali percorsi di riabilitazione potrebbero tornare in libertà senza essere state recuperate. In questo modo si finirebbe per indebolire le fondamenta dello Stato di diritto e favorire un progressivo imbarbarimento sociale, a partire proprio dalle carceri. Lo scatto d’orgoglio dei senatori di maggioranza che bocciano il dl sicurezza di Giovanni Innamorati Il Manifesto, 14 marzo 2026 Manca il “requisito d’urgenza”. Il decreto viene respinto all’unanimità dal comitato per la legislazione. Il parere è arrivato sotto la presidenza della leghista Daisy Pirovano. Il decreto sicurezza, all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, manca dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione. Ad affermarlo non sono le opposizioni ma l’intero arco parlamentare, centrodestra compreso. L’impegnativa affermazione è infatti contenuta nel parere del Comitato per la legislazione del Senato approvato all’unanimità. Si tratta di un organo paritetico, composto da quattro senatori della maggioranza e altrettanti delle minoranze, che “si esprime sulla valutazione d’impatto e sulla qualità dei testi”, e in particolare dei decreti del governo. Questa volta, nel suo parere, oltre a stroncare il decreto sul piano della chiarezza delle norme contenute, ha anche espresso un giudizio sull’assenza dei requisiti costituzionali. Anche in passato, sotto la presidenza del dem Andrea Giorgis, il Comitato aveva sollevato simili dubbi su alcuni decreti; in questo caso lo stigma è avvenuto sotto la presidenza della leghista Daisy Pirovano, che ha approntato lei stessa il parere. Anzi lo ha integrato accogliendo due rilievi proposti dallo stesso Giorgis e dal pentastellato Roberto Cataldi. “Nel preambolo del decreto - si legge nel parere approvato - si fa riferimento a quattro principali finalità dell’intervento normativo, senza fornire argomentazioni specifiche sulla sussistenza del requisito della straordinarietà del caso di necessità e urgenza costituzionalmente prescritto per l’adozione da parte del governo di un provvedimento provvisorio con forza di legge, argomentazioni che dovrebbero essere indicate con riferimento a ogni singolo articolo o misura del decreto-legge”. Il Comitato ha ricordato che c’è “un consolidato indirizzo della Corte costituzionale” su questo punto, da ultimo una sentenza del 2024 (la n.146): “La mancanza del presupposto in questione configura tanto un vizio di legittimità costituzionale del decreto-legge, quanto un vizio in procedendo della stessa legge di conversione”. C’è poi il tema delicato dell’introduzione di nuove norme penali attraverso un decreto, divenuta una abitudine del governo Meloni; ciò “confligge con quelle esigenze di ponderazione che sono più efficacemente salvaguardate dall’ordinario iter parlamentare e rende più probabili ripetuti interventi normativi sul medesimo oggetto anche in un breve arco temporale”. A tal proposito durante il dibattito in commissione Affari costituzionali, Peppe De Cristofaro (Avs) ha ricordato che il governo nel decreto Caivano ha introdotto un reato per chi non manda i figli a scuola (articolo 570 ter del codice penale) salvo contestarlo ora per la famiglia nel bosco. In maniera spietata il Comitato per la legislazione ha poi sottolineato la scadente qualità del testo, nella tecnica della novellazione: “Non solo gli interventi normativi risultano molto meno leggibili, ma si determinano inesattezze nei riferimenti interni con conseguenti difficoltà applicative, soprattutto per effetto dell’introduzione di commi non numerati”. Probabilmente qui gli uffici del Senato, che aiutano i senatori a predisporre i pareri, si sono tolti qualche sassolino dalle scarpe. Dal Viminale arrivano spesso testi, che necessitano continue riscritture (il decreto Cutro fu emendato sette volte, perché risultava inapplicabile). Segue un elenco di articoli e commi scritti male e 14 emendamenti per rendere il testo applicabile. Anche l’Ufficio studi di Palazzo Madama, nel dossier preparato come strumento di lettura del decreto, ha invitato i senatori “a valutare l’opportunità di modifiche” anche di sostanza e in molti punti. In particolare le riserve riguardano due delle norme più controverse: quella sull’annotazione preliminare (al posto dell’iscrizione nel registro degli indagati) nel caso di un reato che abbia “una evidente causa di giustificazione”; e l’accompagnamento coattivo presso gli uffici della polizia, della durata di 12 ore di persone sospettate di creare disordini durante le manifestazioni. Nel primo caso l’Ufficio studi invita a esplicitare cosa si intenda per “evidente” causa di giustificazione; nel secondo chiede “di chiarire, nell’ottica di evitare dubbi e difficoltà applicative, caratteristiche e finalità degli accertamenti conseguenti al fermo”. Il 17 saranno presentati gli emendamenti in commissione Affari costituzionali e dopo il referendum inizieranno le votazioni. Referendum, in vista del rush finale le toghe di Md mostrano il lato “soft” di valentina stella Il Dubbio, 14 marzo 2026 Magistratura democratica si è riunita a Roma per il XXV Congresso “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”. Dopo una campagna referendaria affrontata dall’Anm come opposizione politica al governo, il gruppo associativo sceglie di tenere i toni bassi per rispettare l’invito del Presidente Mattarella, non scatenare polemiche, non esasperare la divisione nel Paese, lacerato dalla battaglia sul voto, lasciare ai partiti lo scontro nel rush finale, pensare al 24 marzo quando bisognerà ricomporre quella divisione. Una scelta tattica ma anche istituzionale. Ad aprire i lavori il Segretario Stefano Musolino. “La riforma costituzionale sottoposta al referendum popolare è l’interpretazione nazionale, più soft e opportunistica, di quello spirito del tempo interpretato in modi più rozzi e visibili dal Presidente statunitense. Nella diversità dei modi, è agevole intravedere una comune prospettiva: l’indebolimento degli organi di rilevanza costituzionale, chiamati a garantirne i principi”. Per Musolino l’obiettivo della riforma “è una magistratura servente al potere esecutivo”. Non risparmia critiche alla sua categoria quando analizza la reazione allo “scandalo Ferri-Palamara”: “Se la magistratura avesse fatto con maggiore serietà i conti con la ‘modestia etica’ che abbiamo conosciuto, forse oggi giocheremmo una partita più agevole sul campo referendario. Le risposte date dal sistema di giustizia disciplinare sono state complessivamente modeste, così come l’incidenza di tali vicende sui successivi sviluppi professionali di molti protagonisti di quelle chat, alcuni dei quali addirittura investiti di importanti responsabilità istituzionali”. Poi standing ovation per Enrico Grosso, presidente del “Comitato Giusto dire No” che ha criticato duramente “chi vuole togliere di mezzo la magistratura” (Bartolozzi, ndr), “chi vuole ricondurre la magistratura” (Mantovano, ndr), “chi vuole che la magistratura collabori” col potere politico (Meloni, ndr). Ha preso poi la parola la presidente di Md, Silvia Albano: “Non c’è dubbio che si tratti di una battaglia politica sulla natura della Costituzione che non appartiene alla maggioranza di turno”. E rivolta agli avvocati: “Non si tratta di una riforma garantista” perché “non si può prescindere dal contesto” dove, guardando ai decreti sicurezza, “si vogliono reprimere i diritti con la forza”. Sul palco una sedia vuota, quella di Francesco Savino, numero due della Cei: “La mia annunciata partecipazione ha dato luogo a letture e interpretazioni polarizzate, rischiando di spostare l’attenzione dai contenuti a dinamiche di contrapposizione” ha scritto in un messaggio inviato all’assemblea. Per questo, “con l’amarezza di chi vede la sostanza soffocata dal frastuono e con il dovere di custodire le istituzioni, ho deciso di rinunciare alla mia presenza”. Sulla sua rinuncia si è espresso dal congresso Francesco Boccia, presidente dei senatori dem: “Penso che sia stato veramente grave e un errore soffiare sul fuoco fino a non consentire a una grande personalità di essere qui con noi. Rispettiamo la sua scelta, evidentemente saggia, visto il contesto in cui siamo e il clima che il presidente del consiglio ha creato anche con le dichiarazioni di ieri”. Si sussurra inoltre che, rispetto alla rinuncia, abbia agito la mano del sottosegretario Alfredo Mantovano. “Porto il mio saluto personale e quello del plotone...della Procura di Roma” ha esordito invece il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi. Parole che richiamano quanto detto nei giorni scorsi da Giusi Bartolozzi e accolte con un applauso della platea. E poi rivolto a Nordio: “Ho avuto l’onore di far parte del Csm tra il 2002 e il 2006. Di quel Consiglio facevano parte il vicepresidente Rognoni e l’ex ministro Berlinguer. Ne faceva parte anche il professore Spangher, attuale portavoce del Sì al referendum. Mi riesce impossibile associare o anche solo accostare i nomi che ho fatto ad un sistema paramafioso”. In un momento, appunto, in cui il Csm viene giornalmente svilito dai sostenitori del Sì, il vice presidente Fabio Pinelli, ha difeso, tra gli applausi della platea, il lavoro del Consiglio, in particolare la “funzione disciplinare” che “viene esercitata con il massimo rigore e la massima competenza”. “Il Csm - ha proseguito - ha lavorato alacremente, adoperandosi per recuperare non solo efficienza, ma anche credibilità ed autorevolezza, minate da vicende ormai consegnate alla storia”. Poi un passaggio sulle “gravissime emergenze del sistema carcerario”: “Lo Stato ha il dovere di rispondere con efficacia e rigore ad ogni forma di criminalità, ma, allo stesso tempo, ha il dovere di occuparsi con serietà ed impegno della rieducazione, della risocializzazione e della sofferenza dei detenuti, uomini che non perdono il diritto alla dignità per il solo fatto di aver perso la libertà”. Tra i relatori anche il presidente del Cnf, Francesco Greco che ha ribadito che “autonomia e indipendenza della magistratura non possono essere messe in discussione. Se le norme attuative della norma dovessero minimamente scalfirle sarei il primo ad andare in piazze per sfilare contro quelle previsioni”. Il Ministro Nordio è intervenuto con un video messaggio: “Non sia la magistratura a pensare che un ex magistrato, che si sente ancora magistrato, voglia sottoporre al potere esecutivo sia i pm sia tantomeno i giudici e, cosa ancora peggiore, che li voglia umiliare”. Poi la replica a Lo Voi: “Rispondo ancora, e spero per l’ultima volta, che l’aggettivo ‘paramafioso’ è stato da me citato come riferito da un ex appartenente allo stesso Csm” e ha concluso: “Vinca il migliore”. Questa chiosa non è stata apprezzata da Giovanni Zaccaro, leader di Area Dg: “Non mi è piaciuta la frase del Ministro, non è una gara, stiamo parlando della Costituzione” e ha concluso: “Apprendo da un video preregistrato che il Ministro Nordio è stato al centro di minacce gravissime, che hanno messo a rischio la sua vita, quando era un Magistrato. Gli esprimo la mia solidarietà personale. Ora so come dev’essersi sentito quando Giusi Bartolozzi ha affermato che la magistratura va tolta di mezzo”. Applausi dalla platea. Bruno Contrada, il bersaglio perfetto: cronaca di una delegittimazione di Stato di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 marzo 2026 È morto a 94 anni l’ex 007. Arrestato nel 1992, la sua vicenda rimane il simbolo del concorso esterno retroattivo e di un’epoca di veleni palermitani mai del tutto chiariti. Bruno Contrada è morto a 94 anni. Gli ultimi anni erano stati pesanti: quasi cieco, la respirazione ridotta a un filo, il corpo che cedeva giorno dopo giorno. Eppure, finché le forze glielo avevano permesso, aveva continuato a raccontare. A chiunque volesse ascoltarlo. La sua storia, quella che lui riteneva vera, l’unica che gli sembrava doveroso lasciare agli altri prima di andarsene. Adesso che non c’è più, il destino del suo nome è già scritto: verrà ricordato come un uomo oscuro, uno dei volti della zona grigia in cui Stato e mafia si sarebbero intrecciati. Ma vale la pena fermarsi, perché la storia di Contrada è anche la storia di come un sistema, quello mediatico-giudiziario, possa costruire un bersaglio e tenerlo nel mirino per decenni, accumulando accuse su accuse, molte delle quali sono cadute nel vuoto e qualcuna clamorosamente smentita. Nato a Napoli il 2 settembre 1931, aveva scelto lo Stato da ragazzo. Prima ufficiale dei Bersaglieri, poi funzionario di Polizia. Quattordici anni alla Squadra Mobile di Palermo, dal 1962 al 1976, come dirigente delle sezioni antimafia, investigativa, catturandi. Sei anni da capo del Centro Criminalpol per la Sicilia occidentale. Poi il Sisde fino al 1992. In trent’anni aveva accumulato circa sessanta encomi dalla Polizia e quasi cento dal Sisde. Non sono numeri decorativi: sono il resoconto formale di una carriera spesa contro le cosche più sanguinarie della Sicilia, anno dopo anno, con i rischi che questo comportava ogni mattina. Quando gli allora pm della procura di Palermo, Scarpinato, Lo Forte e Ingroia, lo fecero arrestare, era la vigilia di Natale del 1992. Aveva sessantun anni ed era al culmine. Si aprivano per lui prospettive di incarichi ancora più alti negli apparati istituzionali. Invece arrivarono le manette, e un’accusa costruita quasi interamente sulle parole di collaboratori di giustizia, molti dei quali erano stati arrestati o denunciati da lui stesso negli anni precedenti. Gente che lo odiava, gente che aveva tutto l’interesse a colpirlo. Tutto inizia con Contorno nel triangolo della morte - Per capire da dove nasce la delegittimazione di Bruno Contrada, bisogna tornare a un giorno preciso: il 26 maggio 1989. Quel giorno la Squadra Mobile di Palermo sorprende il pentito Salvatore Contorno in Sicilia. Il problema è che Contorno non dovrebbe essere lì. Giovanni Falcone lo aveva fatto trasferire negli Stati Uniti per precauzione, affidandolo alla protezione della polizia americana. Era uno dei collaboratori di giustizia più importanti dell’epoca, fondamentale per il maxiprocesso. Invece lo trovano in un casolare nel triangolo Bagheria-Altavilla-Casteldaccia, insieme al cugino e a un gruppo armato di lupara e mitra. Nei giorni precedenti, in quella stessa zona, Contorno ha ammazzato diciassette mafiosi. Uno al giorno. Tutti appartenenti alle cosche dei Corleonesi, tutti nemici storici di Contorno e del suo clan. La gestione operativa del pentito era affidata a Gianni De Gennaro, all’epoca ex capo della Criminalpol. Quando la vicenda esplose, Contrada si mise apertamente in contrasto con lui: non aveva condiviso quel tipo di gestione, la riteneva sbagliata, e lo disse chiaramente. Un testimone chiave del maxiprocesso, teoricamente al sicuro in America, ricompare in mezzo a una scia di sangue nella provincia di Palermo. Era una situazione che non poteva essere ignorata. Lo scandalo fu enorme. E in quel clima nacque la stagione del Corvo, le lettere anonime contro Falcone. Di Pisa, il magistrato che aveva condotto diverse indagini su appalti e su Vito Ciancimino e che aveva espresso apertamente le sue perplessità sulla gestione Contorno, venne accusato ingiustamente di essere l’autore di quelle lettere. Processato e infine assolto. I veleni di quella stagione erano indiscriminati. Falcone si fidava di De Gennaro. E le valutazioni di De Gennaro su Contrada pesarono. Da quel momento qualcosa si ruppe, e il nome di Contrada cominciò a girare nei corridoi della procura. Il colpo finale arrivò con le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, e da lì in poi Contrada divenne un nome su cui scaricare qualsiasi accusa. La logica della cosiddetta “convergenza molteplice” fece il resto: più pentiti che raccontano la stessa cosa diventano prova, anche senza riscontri oggettivi. Ma nel caso di Contrada quasi tutti riferivano fatti saputi “de relato”, cioè da altri, nella quasi totalità già morti e impossibilitati a confermare o smentire. Come si fa a difendersi da questo? Non si può. La condanna per un reato che non esisteva - Una volta che il nome di Contrada era entrato nel meccanismo, non ci fu più argine. Gli anni successivi all’arresto e al processo divennero una gara ad aggiungere. Venne accusato di essere stato presente in via D’Amelio il giorno dell’attentato in cui morì Paolo Borsellino. Aveva un alibi di ferro. Senza quell’alibi è ragionevole pensare che oggi il suo nome sarebbe legato anche a quella strage. Circolò la storia di lui e di Aiello, detto “faccia da mostro”, un poliziotto che nel frattempo era stato accusato senza alcuna prova di essere un killer di Stato e che non fu mai processato, che insieme passeggiavano per via Pipitone a Palermo per partecipare alle riunioni con Totò Riina. Lo si collegò all’omicidio di Piersanti Mattarella. E ultimamente uscì persino, si tratta di un falso, la notizia che avrebbe ostacolato le indagini sulla cosiddetta pista nera. Una telefonata che avrebbe fatto a un uomo dell’allora polizia giudiziaria di Palermo. Una telefonata inesistente. Ma ritorniamo al suo processo. Avevano testimoniato in suo favore capi della Polizia, alti commissari, direttori generali dei Servizi, prefetti, questori, generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, magistrati. Nessuno di loro fu ritenuto credibile. I pentiti sì. La sentenza non spiegò nemmeno il movente. Perché Contrada avrebbe dovuto favorire la mafia? Si limitò a scrivere che non c’era necessità di specificarlo. Dalle carte processuali emergeva un funzionario onesto, di modeste condizioni economiche, senza condizionamenti familiari o ambientali, coraggioso e incurante del pericolo. Non esisteva una ragione plausibile. Non fu trovata. Eppure la condanna arrivò lo stesso. Il processo seguì un percorso tormentato. Primo grado: condanna. La Corte d’Appello di Palermo, sezione presieduta dal dottor Agnello, ribaltò tutto il 4 maggio 2001, assolvendo Contrada con la formula più netta: “il fatto non sussiste”. La Cassazione annullò. Un secondo appello, sullo stesso materiale, lo ricondannò a dieci anni. Come scrisse Contrada stesso: “quale dubbio è più ragionevole del fatto che la stessa Corte di Appello, quella di Palermo, prima sentenzia quell’uomo è innocente e deve essere assolto, e dopo sentenzia quell’uomo è colpevole e deve essere condannato?”. Il dato giuridico che resta, grazie al ricorso del suo ex avvocato Enrico Tagle, è quello che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo mise nero su bianco nel 2015: il reato contestato, il concorso esterno in associazione di tipo mafioso, non esisteva come fattispecie codificata nel periodo in cui lui avrebbe commesso i fatti. Era una costruzione giurisprudenziale applicata retroattivamente. L’Italia fu condannata. Nel 2017, grazie al ricorso del suo ex avvocato Stefano Giordano, la Cassazione dichiarò ineseguibile e priva di effetti la condanna. Ma il danno era stato fatto: quattro anni di carcere, il primo ingresso il 24 dicembre 1992, poi di nuovo dall’11 maggio 2007, e quattro anni agli arresti domiciliari. Liberato nell’ottobre 2012, a ottantun anni, dopo vent’anni di processo. Adesso se ne è andato. Con il marchio che non è riuscito a togliersi del tutto, nonostante la Cedu, nonostante la Cassazione del 2017, nonostante i trent’anni di encomi e le testimonianze di mezza istituzione italiana rimaste lettera morta. Un uomo che aveva servito lo Stato contro la criminalità organizzata è stato premiato così. Questa è la storia che lui ha raccontato fino all’ultimo respiro. E ci sono abbastanza elementi, per prenderla sul serio. Ma oramai, il marchio, è rimasto. E ora che è morto, sarà più facile tirarlo in ballo. Un poliziotto a Palermo di Mario Di Vito Il Manifesto, 14 marzo 2026 Nessun uomo è le sentenze che lo riguardano. Vale per tutti. Anche per Bruno Contrada, morto giovedì sera a Palermo all’età di 94 anni. “Super poliziotto” dall’enorme carriera, quando venne arrestato, alle 7 del mattino della vigilia di Natale del 1992, era terzo dirigente del Sisde. L’ordine di cattura, firmato dal capo della procura palermitana Gian Carlo Caselli, parlava di un reato che (forse) allora ancora non esisteva: concorso esterno in associazione mafiosa. Un dettaglio - l’estensione dell’articolo 416 del codice penale - che poi sarà decisivo nella sua lunga e contraddittoria vicenda giudiziaria, finita con una differenza enorme tra i giudizi di merito e quelli di legittimità, anche in virtù delle due posizioni opposte assunte nel tempo dai giudici italiani e da quelli europei. Sentenze alla mano, è tecnicamente impossibile dire se Contrada sia morto da colpevole o da non colpevole. Comunque, al di là di tutto, è un dato accertato che il 16 luglio del 1984, in una stanza della questura di Roma, appena rimpatriato dal Brasile, Tommaso Buscetta parlò di lui a Giovanni Falcone. “Quello di Contrada è il primissimo nome che venne fatto”, ricorda al manifesto Giuseppe Di Lello, che ai tempi, con Borsellino, Guarnotta e lo stesso Falcone faceva parte del pool antimafia di Palermo guidato da Antonino Caponnetto. Quelli cioè che in seguito avrebbero costruito il maxi processo. Contrada verrà poi citato anche da altri e non meno importanti pentiti: Mutolo, Marchese, Cancemi. Dicevano tutti la stessa cosa: il “super poliziotto” dava una mano a cosa nostra. Avvisava, faceva soffiate. Più volte, durante gli anni 80, c’era la convinzione - quasi la certezza - che fosse giunto il tempo di stringere il cerchio attorno a Totò Riina, a Salvatore Inzerillo o a Michele Greco. Ma poi il colpo non riusciva mai. Così, in Sbirri e padreterni (Laterza, 2016) il giornalista Enrico Bellavia e il boss corleonese Franco Di Carlo: “Contrada è rimasto per una vita intera a Palermo. Era arrivato quando regnava la tregua e a quel modello si è rifatto”. Perché, proprio fino all’arrivo dei padrini di Corleone, “Cosa Nostra non era quella che sparava e ammazzava, era un sistema di potere nel quale chiunque avesse ambizione e nessuno scrupolo voleva entrare, in pochi non volevano averci veramente a che fare”. In questo contesto, la carriera di Contrada “è stata costruita stando ben attento a non correre pericoli seri: qualche rapporto di polizia cui seguiva l’informazione a chi di dovere di tenersi alla macchia per un po’”. Di base è il solito discorso: anche Andreotti, fino al 1980, ha avuto rapporti quantomeno amichevole con un certo numero di boss. Questa data, processualmente, gli ha portato in dono la prescrizione dall’accusa di associazione a delinquere, ma ha anche un preciso significato storico: prima di allora la mafia era un male considerato quasi necessario anche dallo stesso Stato, che in un modo o nell’altro ha per decenni scelto di venire a patti con questo “tenebroso sodalizio”. Dopo, con l’aumento della violenza di Cosa nostra, averci a che fare era diventato indigeribile per chiunque. Più o meno. Nel senso che questo dicono i fatti accertati per via giudiziaria. Poi c’è un contorno che è sempre lo stesso sin dal Giorno della civetta di Leonardo Sciacia e che non si può eludere nascondendolo dietro i provvedimenti emessi dai giudici. Al di là di ogni ragionevole dubbio, ci sono sempre degli altri fatti. In ogni caso Contrada, ancora in tema di tribunali, dopo essere stato condannato in via definitiva a 10 anni nel 2007, e dopo aver passato otto anni in prigione, dopo essersi paragonato a “Rudolf Hess a Spandau” e dopo aver sempre rifiutato di chiedere la grazia al presidente della Repubblica (“Lo stato dovrebbe casomai dirmi grazie”), alla fine ha trovato ben due pronunce favorevoli della Cedu sul suo caso. Una per la mancata concessione dei domiciliari per motivi di salute. Un’altra perché il reato per cui è stato condannato - il concorso esterno - ai tempi in cui è stato commesso “non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui”, che quindi “non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso”. È in questa maniera che, alla metà degli anni 10 del ventunesimo secolo, è partito il balletto delle richieste di revisione del processo, indennizzi, ricorsi e controricorsi. Nel 2023 la Cassazione gli ha riconosciuto quasi 300.000 euro di risarcimento per ingiusta detenzione, ma in precedenza aveva rimandato gli atti alla Corte d’appello di Palermo, che nell’ultimo giudizio di merito nei confronti di Contrada non ha fatto alcun passo indietro rispetto a quanto stabilito in precedenza. Scrissero i giudici che, se non c’era il concorso esterno, di sicuro si poteva parlare di favoreggiamento. Perché Contrada è stato “a disposizione per un lunghissimo periodo, dal 1979 al 1988, dell’organizzazione mafiosa, e non già (solo) di singoli suoi esponenti di vertice”. È stato infatti accertato che Contrada “dapprima nella qualità di funzionario della questura di Palermo, poi in quella di dirigente presso l’alto commissariato per lotta alla mafia e infine presso il Sisde, di avere contribuito alle attività e agli scopi criminali dell’associazione Cosa nostra, fornendo notizie riservate, riguardanti indagini ed operazioni di polizia”. Nessun uomo è le sentenze che lo riguardano. Vale per tutti e vale anche per Contrada. Nel suo caso infatti le parole e i giudizi non sono una biografia. Sono un requiem. Calabria. Carceri, luci e ombre. Castellano: “Si deve fare meglio” di Piero Gaeta Gazzetta del Sud, 14 marzo 2026 La nuova provveditrice regionale incontrerà presto il procuratore Curcio per affrontare il problema della massima sicurezza dopo l’ultima inchiesta della Dda. È necessaria un’alleanza tra le Istituzioni. Dallo scorso novembre Lucia Castellano è la provveditrice regionale dell’amministrazione penitenziaria della Calabria. Un’esperienza di lungo corso maturata in giro per l’Italia, la pone nelle condizioni di affrontare al meglio i problemi delle carceri calabresi anche alla luce dell’ultima inchiesta della Dda di Catanzaro. “Quello dell’alta sicurezza è un problema con cui dobbiamo confrontarci - afferma la provveditrice. Nei prossimi giorni incontrerò il procuratore Curcio per cercare una soluzione e rendere le carceri, soprattutto l’alta sicurezza, davvero impermeabili. Io credo che il lavoro di intelligence che svolgerà la polizia penitenziaria potrà dare una grossa mano d’aiuto per risolvere il problema”. Dopo circa tre mesi, può già cominciare a orientarsi nella realtà calabrese? “La Calabria è una terra che ancora non conosco a fondo. Posso dire, tuttavia, che c’è stato un impatto “accogliente. Ho avuto l’impressione di una terra non facile, ma ricca di potenzialità. Ho avuto contatti istituzionali e ho percepito che le Istituzioni hanno voglia di fare molto. La mia impressione è che qui ci sia un buon apparato di alleanze: c’è una forte squadra-Stato e questa è un’ottima base di partenza per costruire delle cose insieme. Anche con la Garante regionale per i diritti dei detenuti, avv. Giovanna Russo, c’è stata subito una grande empatia”. Roma. Oltre Casal del Marmo, carceri in crisi. “Due morti in una settimana a Rebibbia” di Francesco Esposito fanpage.it, 14 marzo 2026 Le violenze nei confronti dei minori del carcere di Casal del Marmo sono avvenute in un clima di tensione segnalato già mesi prima dalla garante Valentina Calderone. La vicenda riporta l’attenzione sulle difficoltà del sistema penitenziario romano, tra sovraffollamento, carenza di personale e servizi insufficienti. “Ragazzi che subivano violenze reiterate. Il clima era quello da molto tempo”. Così la garante dei detenuti di Roma Capitale, Valentina Calderone, descrive a Fanpage.it ciò che aveva raccolto la scorsa estate durante le visite all’istituto penale minorile di Casal del Marmo. Secondo le ricostruzioni investigative, tra febbraio e novembre 2025 almeno tredici detenuti tra i 15 e i 19 anni sarebbero stati picchiati, minacciati e aggrediti anche con oggetti come forbici e chiavi inglesi all’interno del carcere minorile romano. Le accuse emergono dai racconti dei giovani detenuti e da testimonianze raccolte tra operatori e personale dell’istituto. In alcuni casi, secondo gli atti dell’indagine, le violenze sarebbero avvenute in zone non coperte dalle telecamere e durante la notte. Dopo l’apertura dell’inchiesta giudiziaria, il dibattito si è riacceso anche sulle condizioni degli istituti penitenziari della capitale, tra sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà a garantire percorsi educativi e assistenza sanitaria Dottoressa Calderone, che situazione aveva trovato nell’istituto di Casal del Marmo? Io ho raccolto le segnalazioni dei ragazzi e sono le vicende che stanno uscendo fuori adesso. Questa indagine parte anche dall’attività che ho fatto quest’estate e per cui ho sentito l’esigenza di fare un esposto. In generale emerge una situazione in cui si percepisce una difficoltà dell’istituto e degli operatori, quindi un clima di tensione dove diventa molto complicato portare avanti le attività e i percorsi educativi. È un posto difficile, in cui ci sono dinamiche difficili e una situazione che si prolunga nel tempo. Non è qualcosa di episodico. È un istituto che soffre, come penso molti altri istituti minorili in Italia, di una serie di modifiche e cambiamenti che sicuramente non hanno fatto bene alla struttura”. Negli altri istituti romani che situazione sta trovando in questo periodo? Il sistema penitenziario in questo momento è molto in sofferenza. Le carceri romane, soprattutto Rebibbia Nuovo Complesso e Rebibbia femminile, ma anche Regina Coeli - magari un po’ di meno - sono istituti estremamente sovraffollati. Proprio a Rebibbia, nel nuovo complesso, nell’ultima settimana ci sono state due morti. Una è un suicidio. L’altra è una morte per cause ancora da accertare: non pare che sia un suicidio, ma ovviamente come ogni morte in carcere dovrà essere accertata la causa del decesso. Rebibbia ha attraversato anche un periodo di particolare sofferenza perché, con la chiusura temporanea di Regina Coeli dopo il crollo, ha dovuto accogliere più persone e diventare anche luogo di primo accesso, cosa che non era propriamente il suo focus. Quando un istituto è sovraffollato non significa che ci sono solo il 20 per cento di persone in più e il 20 per cento di operatori in più. Il punto è che al sovraffollamento non corrisponde un adeguamento del personale. Quindi tutto diventa molto più faticoso. Quando è tutto più faticoso si fa più fatica a prendere in carico le situazioni individuali e molte persone rimangono, diciamo così, invisibili al sistema. La persona che si è tolta la vita chi era? Era una persona che noi avevamo incontrato durante un monitoraggio. Aveva fatto più di un passaggio dal CPR di Ponte Galeria. Era una situazione particolarmente fragile, anche dal punto di vista personale. In che senso fragile? Era una persona con questioni molto importanti di salute mentale. Una persona che aveva vissuto una vita in strada particolarmente complicata. Con lui non era neanche particolarmente facile comunicare. Non ci aveva raccontato difficoltà specifiche con altri detenuti o con il personale. Lei parlava di passaggi frequenti tra carcere e CPR. Che situazione ha trovato al CPR di Ponte Galeria? Ci vado regolarmente. È la situazione che conosciamo: la permanenza media non è molto lunga, però spesso a Roma c’è questo fenomeno di persone che passano dal carcere al CPR e viceversa. Il problema principale è che le persone non capiscono bene perché si trovano lì dentro. Stanno senza fare niente tutto il giorno perché praticamente non ci sono attività. È una situazione complicata anche perché è difficile spiegare a qualcuno che si trova privato della libertà perché deve essere espulso. Ci sono storie di vita molto diverse e il vero tema è che non vengono fatte attività. Quanto pesa la carenza di personale nel sistema penitenziario? C’è una carenza di Polizia penitenziaria e anche di quello che viene chiamato il nucleo traduzioni e piantonamenti, cioè gli agenti che si occupano delle scorte. Questo significa che spesso saltano le visite mediche. A Regina Coeli nel 2025 sono saltate più del 50 per cento delle visite mediche esterne. Anche questo crea tensione. La tensione nelle carceri non deriva mai da una sola causa. Se tu hai una visita prenotata e per la terza volta salta perché non c’è la scorta che ti accompagna, quello diventa un motivo di tensione. Così come lo diventa il fatto che molti servizi non riescono a essere garantiti. Quando devi gestire molte più persone di quante ne prevedano le capienze degli istituti è evidente che tutto diventa più complicato e più faticoso. Anche per gli operatori? Io ricordo sempre la sofferenza del comparto di Polizia penitenziaria, ma anche quella degli educatori, perché si trovano a lavorare in una condizione che non è accettabile. Se sei costretto a fare turni di 24 ore in sezione è evidente che non puoi lavorare bene e non puoi essere soddisfatto di quello che stai facendo. Quando il sistema è in sofferenza, è in sofferenza tutta la macchina che dovrebbe occuparsi delle persone detenute. E questo è grave e comporta tutta una serie di conseguenze che spesso non vengono valutate. Sassari. Bancali, un carcere sovraffollato isolato fra le campagne sassaritoday.it, 14 marzo 2026 I numeri ufficiale del ministero della Giustizia dicono che a Bancali ci sono 114 detenuti in più della capienza massima. 92 sono in regime 41bis. La Casa circondariale “Giovanni Bacchiddu”, nella borgata di Bancali, a Sassari, è stata aperta nel 2013, mandano in pensione il carcere ottocentesco di San Sebastiano, situato in via Roma, al centro della città. La nuova struttura, annunciata come un modello di carcere moderno, è stata costruita in un punto volutamente isolato, nelle campagne della Nurra, raggiungibile in auto o in bus. Da sempre soffre di carenza di agenti in servizio e di sovraffollamento. Troppi detenuti e pochi agenti - È composto da tre padiglioni: uno per gli uomini, divisi in 8 sezioni (2 regime intensificato, una AS2, una protetti e una isolamento); un edificio è occupato dalla sezione femminile; il terzo padiglione è riservato ai detenuti in regime 41bis. In totale potrebbe ospitare 458 detenuti in 294 celle, ma secondo i dati del ministero della Giustizia (aggiornati a ieri, 12 marzo 2026), ne ospita 572, di cui 92 al 41bis, 22 donne e 171 stranieri. In servizio ci sono 291 poliziotti penitenziari a fronte dei 342 previsti, 29 amministrativi (33 previsti) e 7 educatori (9 previsti), marcando quindi una carenza di personale in tutti i settori e un sovraffollamento di detenuti. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, i cui osservatori autorizzati dal Ministero hanno visitato il carcere sassarese nell’agosto 2025, le celle delle diverse sezioni presentano caratteristiche analoghe: “In particolare, nella media sicurezza sono occupate da tre letti e non dispongono di climatizzazione (nel corso della visita era in corso la distribuzione di nuovi ventilatori-purificatori d’aria). Ogni cella è dotata di un ambiente separato con servizi igienici e di uno spazio dedicato alla preparazione dei pasti”. Sempre Antigone segnala gli eventi critici: “Nel 2025, nel carcere di Bancali sono morti due detenuti: ad aprile un uomo di 36 anni è stato trovato senza vita in cella dopo aver inalato gas da una bomboletta, mentre a giugno è deceduto un detenuto di 47 anni, con accertamenti in corso su un possibile caso di overdose, senza conferme definitive” Tra i detenuti ci sono stati 42 tentativi di suicidio, 104 casi di autolesionismo e sono stati adottati 169 provvedimenti di isolamento disciplinare. “Le condizioni sociali e sanitarie della popolazione reclusa si caratterizzano per la quota elevata di persone che presentano una situazione di fragilità sociale e sanitaria (disagio psichico, dipendenza da sostanze, vulnerabilità sociale)”, si legge nel rapporto Antigone. Teatro, biblioteche e campo sportivo - Per quanto riguarda gli spazi comuni, sono presenti aule scolastiche e formative; una biblioteca per le sezioni maschili e una per quella femminile; una cappella nella sezione maschile, una in quella femminile; un teatro, che viene impiegato in eventi particolari nonostante ancora non sia provvisto di un palco. Gli spazi comuni esterni comprendono il campo da calcio e i cortili destinati al passeggio. Nel piazzale antistante i blocchi detentivi, con la supervisione di un volontario, si svolge inoltre un’attività di coltivazione, con la messa a dimora di piante officinali tipiche della macchia mediterranea, piccoli alberi da frutto e viti. Secondo il piano del Governo nazionale la Sardegna, che attualmente ospita nelle sue carceri 192 detenuti in regime 41bis, vedrà aumentata questa quota di almeno il 20%, con nuovi arrivi anche nella casa circondariale di Bancali. Napoli. Nuova vita per i detenuti: “Patto toghe-industriali per chi crede nel futuro” di Leandro Del Gaudio Il Mattino, 14 marzo 2026 Una seconda vita possibile. Una chance dopo la cella, non solo teoria ma sbocco credibile, concreto. Chi vuole, chi lo desidera davvero, ha la possibilità di costruirsi un futuro con le proprie mani. Lo hanno ribadito ieri mattina i vertici degli uffici giudiziari napoletani, ma anche i leader del mondo produttivo. Aula Arengario del Palazzo di giustizia di Napoli, c’è un piano fortemente voluto dal presidente di Corte di appello di Napoli Maria Rosaria Covelli, dal prefetto di Napoli e dal presidente uscente dell’Unione industriali Costanzo Jannotti Pecci: un piano che punta a garantire la formazione e la specializzazione dei detenuti che stanno scontando una pena, ma che accettano di interagire con programmi formativi. Nautica, edilizia, artigianato sono i settori più attrattivi, secondo quanto emerge dall’incontro “Percorsi di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro delle persone detenute negli istituti penitenziari e di quelle in esecuzione penale esterna”. Tocca alla presidente Covelli motivare così il progetto: “Siamo di fronte a un’occasione concreta per offrire nuove possibilità a chi, nella propria vita, è imbattuto nelle maglie della rete penale. Offrire lavoro significa offrire dignità, responsabilità e una prospettiva di futuro. Il tema del lavoro in ambito penitenziario non è soltanto una questione sociale, ma rappresenta anche uno strumento fondamentale per affrontare uno dei problemi più rilevanti del nostro sistema carcerario: il sovraffollamento. È noto, infatti, che una reale opportunità di inserimento lavorativo riduce enormemente il rischio di recidiva, con un evidente impatto sulla sicurezza della collettività”. Il presidente Covelli aggiunge: “Chi ha la possibilità di lavorare, di formarsi e di costruire una nuova prospettiva di vita difficilmente tornerà a commettere reati e quindi a rientrare nel circuito detentivo. Il fondamento di questo approccio si trova innanzitutto nella Costituzione”. Più nello specifico, il presidente Covelli ripercorre un punto cardine della nostra civiltà giuridica: “L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’appuntamento di oggi punta soprattutto su un approccio concreto: una formazione che sia realmente finalizzata all’inserimento lavorativo, mediante una sinergia istituzionale con le imprese del territorio”. Già le imprese. Sia il past president di Palazzo Partanna Jannotti Pecci, che il nuovo leader Acen Antonio Savarese entrano nel merito: “C’è fame di manodopera specializzata, con un percorso di formazione garantito da formatori e giudici di Sorveglianza, sarà possibile inserire i nomi dei detenuti nelle banche dati dei soci. Le forze produttive del territorio sono vicine alla magistratura e al prefetto per dare forza ad una riabilitazione vera”. Condivide in pieno il prefetto Michele di Bari, che è stato regista di questa possibilità di incontro tra due emisferi per troppi anni rimasti separati: “Dobbiamo mettere al centro l’uomo, il rispetto dei diritti fondamentali, che bisogna avere come patrimonio universale. In tal modo questi percorsi hanno una ricaduta anche in termini di prevenzione”. Tocca al provveditore dell’Amministrazione penitenziaria della Campania Carlo Berdini: “Lavoro e formazione rappresentano elementi cardine del trattamento così come previsto dall’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario. Incoraggiante è stata la risposta delle associazioni imprenditoriali che hanno sin da subito fornito la loro disponibilità all’iniziativa”. Spiega il giudice Patrizia Mirra, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, ufficio strategico che interviene a valutare la compatibilità dei progetti di formazione rispetto ai singoli detenuti: “La detenzione può e deve essere l’occasione per dare opportunità nuove e soprattutto gli strumenti per esercitare un’attività lavorativa, che resta la modalità principale per strappare i soggetti alla devianza, quasi sempre determinata da motivazioni economiche, costituendo nel contempo reale argine alla recidiva”. Non manca la voce di chi da anni lavora nelle frontiere più complesse, come Giulia Russo, Direttrice della Casa circondariale “Salvia” di Poggioreale: “Creare percorsi virtuosi e performanti finalizzati all’acquisizione di competenze da parte dei detenuti, spendibili nel mondo del lavoro, nei settori quali quello edile, della cantieristica Navale, dell’hospitality”. Monza. Il carcere apre le sue porte. Nasce il Festival teatrale: una chance per i detenuti di Alessandro Salemi Il Giorno, 14 marzo 2026 Con “Secondo Atto” per la prima volta gli istituti penitenziari si sfideranno. Gli spettacoli ospitati in città per assottigliare la distanza fra dentro e fuori. La presentazione in municipio a Monza della speciale rassegna teatrale “Secondo Atto - Festival di Teatro Carcere e Comunità”, il primo festival cittadino interamente dedicato alle esperienze sul palco nate negli istituti penitenziari. A Monza il sipario si alza su un palcoscenico insolito, dove la distanza tra dentro e fuori si assottiglia fino quasi a scomparire. È “Secondo Atto - Festival di Teatro Carcere e Comunità”, il primo festival cittadino interamente dedicato alle esperienze teatrali nate negli istituti penitenziari. Un progetto che il Comune di Monza ha costruito insieme alla casa circondariale, riconoscendo nel teatro non un semplice linguaggio artistico, ma un ponte tra la pena e la possibilità di ricominciare. A guidare questa avventura sono due realtà che da anni lavorano nel carcere monzese: la cooperativa Le Crisalidi e l’associazione Geniattori. Dopo una manifestazione di interesse rivolta al Terzo Settore, il Comune ha affidato loro a titolo gratuito direzione artistica, programmazione e gestione biennale del Festival, sostenuto dalla Fondazione della Comunità Monza Brianza. L’amministrazione ha messo a disposizione anche le sale teatrali cittadine, trasformandole in luoghi di incontro tra pubblico e detenuti-attori. Grazie alla rete costruita negli anni, Le Crisalidi e i Geniattori hanno coinvolto compagnie provenienti da altri istituti penitenziari lombardi, dando vita a una rassegna che attraversa la città con cinque appuntamenti dentro e fuori le mura. Si parte il 15 aprile al Cine-Teatro Triante con “Errare Humanum Est”, dell’associazione Puntozero, attiva all’Istituto penale minorile Beccaria. Seguirà, dal 22 al 24 aprile, “Ancora Fermi”, la nuova produzione de Le Crisalidi, un viaggio tra Boccaccio e Dante messo in scena proprio nella casa circondariale di Monza. Il 29 aprile torna al Triante “Il Pinocchio” di Arci Corpi Bollati, diretto da Carlo Bussetti, ex detenuto oggi regista affermato. A maggio, dal 6 all’8, i Geniattori porteranno in carcere “Momentum”, un lavoro che indaga quell’istante capace di cambiare una vita. Chiusura il 12 maggio al Binario 7 con la Freedom Sounds, la band della Casa di Reclusione di Bollate, nata dall’intuizione di un agente di Polizia penitenziaria. In questa occasione verrà premiato lo spettacolo vincitore, scelto da una giuria composta da professionisti del settore e dal garante dei detenuti, Roberto Rampi. “Con Secondo Atto - spiega l’assessore al Welfare Egidio Riva - vogliamo rafforzare il legame tra istituzione penitenziaria e territorio, promuovendo una visione della pena orientata al cambiamento e al reinserimento”. Una prospettiva condivisa dalla direttrice del carcere, Cosima Buccoliero: “Il teatro è parola, corpo, relazione, rispetto delle regole. È il cuore del percorso rieducativo. Questo festival parla alla città e invita a considerare il carcere come parte della comunità”. Perugia. Ricomporre il domani, laboratorio permanente di arte musiva e integrazione sociale filleaumbria.it, 14 marzo 2026 Prosegue il percorso di formazione e inclusione sociale promosso da Formedil Perugia all’interno del Complesso penitenziario Capanne di Perugia, nell’ambito del Protocollo di intesa sottoscritto nel maggio 2024 tra l’Istituto Penitenziario, l’Udepe e le Parti sociali del settore delle costruzioni, Ance Umbria, Cna Umbria, Confartigianato imprese Umbria, Lega Coop Produzione e Servizi, Fillea Cgil Umbria, Filca Cisl Umbria e Feneal Uil Umbria. Dopo i primi progetti formativi realizzati nelle sezioni maschile e femminile dell’istituto, oggi prenderà il via il progetto “Ricomporre il domani. Laboratorio permanente di arte musiva e integrazione sociale”, realizzato da Formedil Perugia con il sostegno della Fondazione Perugia. L’iniziativa nasce a seguito di un corso base sulle tecniche di realizzazione del mosaico, finanziato dal Formedil Perugia e tenuto dal maestro mosaicista Giuseppe Fornasari. Al termine del percorso sono state selezionate due detenute particolarmente abili, con le quali verrà avviato un laboratorio permanente all’interno della sezione femminile del carcere, coinvolgendo anche le dieci partecipanti al corso base nella realizzazione di manufatti in mosaico su commessa. Il progetto si inserisce in un contesto più ampio segnato dalle criticità del sistema penitenziario italiano, dove il tema del reinserimento sociale resta una delle sfide più rilevanti. Secondo i dati diffusi lo scorso anno in occasione del convegno “Recidiva Zero” promosso dal CNEL e dal Ministero della Giustizia, nelle carceri italiane sono presenti oltre 62 mila detenuti, con un tasso di affollamento reale che supera il 122%. La recidiva resta un nodo centrale che nel nostro Paese si attesta mediamente tra il 60% e il 68%, dato che, si stima, possa ridursi drasticamente per le persone detenute che hanno avuto l’opportunità di un inserimento professionale. Per questo, le prime opere del progetto “Ricomporre il domani” assumono un valore decisamente rilevante. Saranno infatti realizzate in occasione di due ricorrenze simboliche: il cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli del 1976 e il decennale del sisma del Centro Italia del 2016, a rappresentare idealmente un legame tra territori segnati dalla fragilità e un luogo in cui è necessario rafforzare autentiche condizioni di dignità come il carcere. Saranno inoltre prodotte venti formelle destinate al prossimo convegno nazionale dei cappellani e dei volontari delle carceri italiane, in programma ad Assisi dal 29 aprile al 2 maggio. Al termine del percorso formativo verrà avviata anche un’azione commerciale per individuare nuove commesse, con l’obiettivo di consolidare il laboratorio di mosaico e trasformare l’esperienza formativa in una reale opportunità di lavoro. “Si tratta di interventi di formazione e reinserimento sociale determinanti se vogliamo riaffermare il valore costituzionale della pena - evidenzia la segretaria generale Fillea Cgil Umbria, Elisabetta Masciarri. - Affrontare la fragilità sociale offrendo la possibilità di percorsi alternativi di autonomia e riscatto, significa generare benefici per l’intera comunità contrastando una deriva securitaria che si dimostra poco efficace oltre che dannosa”. Cagliari. Teatro in carcere per migliorare relazioni e comunicazione tra operatori cagliaritoday.it, 14 marzo 2026 A Uta parte un innovativo percorso formativo per oltre 30 professionisti: agenti penitenziari, équipe Asl e funzionari pedagogici imparano a collaborare meglio attraverso il linguaggio teatrale. Anche il teatro diventa strumento di formazione all’interno della casa circondariale di Uta. Da lunedì prossimo prende il via il percorso “Costruire Relazioni e Comunicazioni efficaci”, rivolto a più di 30 operatori che ogni giorno lavorano nel contesto penitenziario: agenti di Polizia Penitenziaria, componenti dell’équipe multidisciplinare, funzionari giuridico-pedagogici e operatori sanitari Asl. L’iniziativa, inserita nel progetto quadriennale “Liberi dentro per crescere fuori” - selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile - punta a rafforzare le competenze relazionali, valorizzando ascolto attivo, comunicazione efficace e collaborazione tra professionisti. Il laboratorio è condotto da Emanuele Faina, formatore professionale e direttore pedagogico del Gruppo Eleusis, ideatore del Metodo teatrico. Attraverso attività interattive e intensive promosse dal partner Panta Rei Sardegna, i partecipanti esploreranno il linguaggio del teatro per migliorare i processi comunicativi e rendere l’ambiente lavorativo più sereno e coeso. Le dichiarazioni - “Questo percorso nasce per rafforzare le competenze relazionali degli operatori impegnati nei contesti della giustizia, nel solco del lavoro di comunità”, spiega Bianca Ingletto, direttrice operativa e amministratrice della Cooperativa sociale Panta Rei Sardegna. “Al centro c’è la relazione, fondamento del percorso trattamentale, della prevenzione e del benessere organizzativo nei servizi rivolti ai detenuti e alle persone in misura alternativa. Investire nella qualità delle relazioni significa rendere più efficaci gli interventi e sostenere percorsi autentici di responsabilizzazione e reinserimento sociale”. Modena. Il Teatro dei Venti in carcere: “L’arte è evasione e libertà” di Rita Delle Noci* Gazzetta di Modena, 14 marzo 2026 Salvatore Sofia: “Così i detenuti diventano attori, la recitazione rompe il “corto circuito” e la routine che vivono”. Con questa parola, “utopia”, Salvatore Sofia, responsabile della comunicazione e curatore della scrittura dei progetti del Teatro dei Venti, racconta un’esperienza che da vent’anni intreccia creazione artistica e carcere e che oggi rappresenta un vero presidio in cui la parola “professionismo” non è una concessione retorica ma un obiettivo quotidiano nel quale i detenuti diventano attori. “Questo non è un laboratorio sociale”, afferma, “è teatro a 360 gradi. Non esiste un teatro, e poi, un teatro in carcere. Gli spettacoli con i detenuti sono diventati centrali nella nostra produzione”. Il progetto nasce nel 2006, quasi in parallelo con la fondazione della compagnia, quando il comitato provinciale Arci Modena chiede al regista Stefano Tè di progettare un laboratorio di dieci incontri nel carcere di Castelfranco Emilia dopo i quali, con un progetto ancora più ambizioso, viene realizzato lo spettacolo “Frammenti”, arrivato in finale al “Premio Scenario” nel 2007. Da lì in avanti non un’iniziativa episodica, ma un vero spazio di produzione artistica dentro il carcere. “Fin dall’inizio abbiamo chiesto un risultato professionale”, sottolinea Sofia. “Dopo la formazione, ai detenuti chiediamo ciò che si chiede a un attore”. Il metodo utilizzato è quello della cooperazione: tutti partecipano alla creazione, anche chi ha ruoli apparentemente minori. “La soddisfazione è nel sentirsi parte di una macchina che funziona insieme”. Nel tempo il lavoro cresce, si struttura e si integra completamente nelle produzioni della compagnia. Con il progetto “Odissea” si compie un passaggio decisivo: non esiste più una separazione tra spettacoli “fuori” e spettacoli “in carcere”; si tratta di un unico percorso artistico. Nel 2019 arriva un riconoscimento importante: il Premio Ubu per la scenografia di Moby Dick, spettacolo che coinvolgeva detenuti, bambini, cittadini. Nel 2025 un nuovo Premio Ubu, assegnato alla trilogia dell’assedio e ai molteplici progetti in carcere e di comunità. Un riconoscimento non solo estetico, ma politico e culturale: il lavoro con i detenuti è qualità artistica. Parallelamente nasce l’Accademia delle Arti e dei Mestieri: un percorso strutturato che forma professionalità quali attori, tecnici, costumisti, drammaturghi… ma soprattutto media il delicato passaggio tra il “dentro” e il “fuori” contribuendo al reinserimento socio-lavorativo. “Accademia e creazione sono le due chiavi del nostro lavoro” spiega Sofia, “Formazione e produzione procedono insieme, in un sistema che mette in relazione professionisti, allievi e detenuti”. Ma come hanno vissuto i detenuti questa esperienza? Stefano Tè, regista e direttore artistico, è netto: “All’inizio il teatro era vissuto come un momento di evasione, di socializzazione, anche come un modo per uscire dalla routine del carcere”. Un’occasione per spezzare la ripetizione, per riattivare il contatto umano. “In carcere si parla sempre di carcere. Si entra in un corto circuito. Il teatro rompe quel meccanismo”. Il confronto con i classici - Sofocle, Eschilo, le tragedie dell’assedio - è stato un banco di prova decisivo. “I testi vengono portati nella loro quasi sacralità”, raccontano. Non vengono semplificati, ma studiati, scavati e, dove necessario, riscritti. Un lavoro drammaturgico condiviso, che ha unito esegesi dei testi antichi e scrittura originale. I detenuti si sono avvicinati alla tragedia con una sorprendente radicalità. “Non è un lavoro scolastico”, chiarisce Tè. “È immersivo”. Affrontare la parola tragica significa confrontarsi con temi estremi - colpa, destino, responsabilità - che dentro il carcere risuonano con una forza particolare; non per sovrapposizione facile, ma per intensità umana. All’inizio qualcuno cercava soprattutto un beneficio, un permesso in più, la possibilità di uscire per uno spettacolo, “Ma poi resta la soddisfazione di essere parte di qualcosa”, insiste Tè. “Fare cose difficili; pronunciare testi complessi, dominare il corpo in scena, reggere la responsabilità di un pubblico vero” Oggi il progetto continua e si rinnova. Il prossimo grande cantiere è Macbeth, coproduzione che coinvolge il Teatro dei Venti, ERT (Emilia Romagna Teatro) e la rete dell’Accademia. Sarà un debutto atteso. Ma, più che l’evento, conta il processo. Perché, come ripete Salvatore Sofia, “l’utopia non è un sogno irrealizzabile”. È una pratica quotidiana, rigorosa, condivisa. *Studentessa del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5A Siena. CellaMusica, dal carcere al palco: grande partecipazione per la prima uscita pubblica sienanews.it, 14 marzo 2026 Una sala gremita, tante autorità ma anche moltissimi cittadini. L’Enoteca Italiana di Siena, nella serata di ieri - 12 marzo 2026 - ha ospitato la prima uscita pubblica dei CellaMusica, la band nata all’interno della casa circondariale di Santo Spirito, che ha presentato il suo primo album “InnocentEvasione”. Un progetto che unisce detenuti, agenti della polizia penitenziaria e volontari, dimostrando come la musica possa diventare uno strumento concreto di relazione, crescita e reinserimento sociale. Il percorso è nato all’interno del carcere grazie al lavoro della Libera Università del Teatro (Lut) e al coinvolgimento di numerosi soggetti del territorio. Il laboratorio musicale ha preso forma nel corso di circa un anno di attività e ha portato alla realizzazione del disco e a una serie di esibizioni pubbliche, trasformando un’esperienza educativa in un vero progetto artistico. Protagonisti sul palco musicisti che hanno dimostrato capacità da veri professionisti, guidati dal frontman Ernesto. Un lavoro corale, nato dalla collaborazione di più autori per testi e musiche, e reso possibile grazie a una rete territoriale che ha creduto nel valore del progetto e nel suo significato sociale. Un vero e proprio concerto che ha raccolto grandi e sinceri applausi. Il direttore della casa circondariale di Siena, Graziano Pujia, ha sottolineato il valore dell’iniziativa ricordando come il progetto rappresenti pienamente la missione rieducativa del carcere: “È un sogno che si è realizzato con la pubblicazione del disco e con questo concerto. La cosa più bella è l’integrazione tra tutte le componenti della realtà penitenziaria: detenuti, personale e collaboratori esterni che suonano insieme”. Sulla stessa linea il comandante del reparto della polizia penitenziaria Marco Innocenti, che ha evidenziato il carattere innovativo dell’esperienza: “Detenuti e agenti, due mondi normalmente separati, si sono uniti attraverso la musica. È un modo per condividere, avvicinarsi e costruire un percorso nuovo”. L’assessore al sociale del Comune di Siena Micaela Papi ha parlato dell’importanza culturale e umana del progetto: “La musica, l’arte e la cultura sono strumenti straordinari per esprimere emozioni e creare nuove opportunità. Iniziative come questa costruiscono un ponte tra il carcere e la comunità”. Molto sentita anche la testimonianza della volontaria Eleonora Scricciolo, che ha sottolineato la partecipazione della città: “Quando il progetto è uscito dal carcere abbiamo ricevuto tanto sostegno e tanto affetto dalla cittadinanza. È stato commovente vedere quante persone hanno creduto in questa iniziativa e hanno contribuito anche alla realizzazione del disco”. Un ringraziamento particolare è stato rivolto alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, rappresentata da Niccolò Romano, per il sostegno al progetto e per aver creduto fin dall’inizio nel valore di questo percorso. Fondamentale anche il lavoro delle educatrici Maria Josè Massafra e Lorenza Pascali, che hanno accompagnato il cammino dei partecipanti sottolineando quanto il percorso condiviso abbia rappresentato un’esperienza di crescita per tutti. Il progetto CellaMusica è stato reso possibile grazie a una rete di collaborazioni che coinvolge istituzioni, volontariato e realtà del territorio. Un ringraziamento particolare è stato rivolto a Ugo Giulio Lurini, anima della Libera Università del Teatro e promotore dell’iniziativa, che ha creduto fin dall’inizio nella forza della musica come strumento capace di abbattere i muri della detenzione. L’obiettivo ora è continuare. La LUT sta già lavorando per nuove iniziative pubbliche e per portare l’esperienza di CellaMusica anche in altri contesti culturali della città, ampliando il pubblico e rafforzando sempre di più il ponte tra il “dentro” e il “fuori”. Un sogno di libertà diventato trent’anni di carcere di Lisa Ginzburg Avvenire, 14 marzo 2026 Il caso di Alaa Faraj, arrivato in Italia nel 2015 e condannato come scafista: nel libro “Perché ero un ragazzo” il racconto di viaggio, processo e carcere. Un “mostruoso ingranaggio”, ovvero una sequenza giudiziaria in modo pazzesco ingiusta e approssimativa, ha condotto alla condanna definitiva per Alaa Faraj e due suoi compagni. All’arrivo in Italia dalla Libia, nel 2015, i tre vennero condannati come scafisti, per favoreggiamento di immigrazione clandestina e omicidio plurimo (nella stiva del barcone, al momento dello sbarco a Catania, erano state trovate quarantanove persone morte per asfissia). Trent’anni di prigione, questa la sentenza definitiva convalidata nel 2021. In carcere da undici anni, il giovane ragazzo libico sconta nient’altro che il suo sogno di costruire un futuro lontano dalla guerra (diventare calciatore di professione, dato che a Bengasi era una promessa del calcio; e diventare ingegnere, come suo padre). Nonostante la grazia data nello scorso dicembre dal Presidente Mattarella e lo sconto parziale della pena, la condanna rischia di tenerlo in carcere ancora molti anni. Una giovinezza incenerita al chiuso di una cella, senza aver fatto assolutamente nulla. Uno scandalo a cielo aperto: una vicenda giudiziaria clamorosa che è da tempo oggetto di - questa sì, giustissima - attenzione mediatica. La storia, pazzesca, è ora un libro (Perché ero un ragazzo, con postfazione di Alessandra Sciurba, Sellerio, pagine 335, euro 17,00). Un lungo, commovente racconto, dalla prosa martellante come può essere nel ritmo di un’invettiva. Invettiva scagliata contro un Paese dalla giustizia ingiusta, un Paese che con una condanna senza basi, a questo giovane innocente ha rovinato per sempre la vita; un Paese a cui tuttavia, con una generosità d’animo straordinaria che solo una altrettanto immensa forza d’animo può dare, Alaa Faraj si mostra riconoscente. Qui, in questa Italia guardata e ammirata solamente dai finestrini delle camionette di polizia su cui viene condotto all’ennesima udienza processuale, o trasferito una volta ancora in una prigione diversa dalla precedente, lui trova la forza. Di studiare. Di imparare “a camminare con i propri piedi e usare la propria testa”. Distrutto sia dal rimorso per la preoccupazione infinita cui ha condannato la sua famiglia amatissima, sia dalla lacerante nostalgia di loro, i suoi cari, ogni notte prima di addormentarsi Alaa fa un viaggio “virtuale” immaginando di visitare e salutare ognuno di loro. Le risorse della sua grande intelligenza e umanità lo sostengono. Alaa è inventivo ma disciplinato, con compagni di prigione, professori e animatori, sorridente e presente: da tutti benvoluto. Via via più incredulo davanti a ogni riconferma della sentenza, sino a quella definitiva, lui mai perde la più luminosa delle sue molte virtù. Ha fiducia. Consapevole, a volte distrutto sotto il peso della immane ingiustizia di cui è vittima, continua a credere nella vita. A scommettere sulla vita. Nel libro, il racconto a ritroso della sequenza drammatica del viaggio, dell’arrivo, dell’incarcerazione, dell’odissea di interrogatori, avvocati nulli e solo quando è troppo tardi più capaci, appelli, processi, ricorsi, sentenze ignominiose e poi accettate “come detenuto, mai e poi mai come criminale”, si alterna a lettere che Faraj scrive alla sua sodale, ispiratrice dell’idea stessa del libro, Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto e animatrice di un laboratorio presso il carcere palermitano dell’Ucciardone (in quella occasione ha incontrato Alaa). A questo schema alternato si aggiunge l’andamento del continuo muoversi avanti e indietro nel tempo: ricordi precisi del terribile viaggio per mare, altre immagini strazianti delle varie tappe del lungo percorso giudiziario. E il tempo presente: la cura di ogni giorno e ogni notte trascorsi in prigione, impegnando al meglio le proprie energie per onorare la vita. (Lo studio: concluso il ciclo scolastico secondario, ora Alaa Faraj in carcere si è iscritto all’Università). Lo stile commuove nelle sue imperfezioni: l’italiano bene maneggiato ma scritto con errori, quello anche contribuisce a restituire l’immediatezza di questo memoir indimenticabile, di una intensità emotiva tanto quanto morale. Vorremmo abbracciare e ci affezioniamo ad Alaa Faraj, alla sua voce. A lui che dal carcere, la condanna a trent’anni di reclusione che gli grava sull’esistenza e gli martella nella testa, ha la tempra di scrivere: “Sono orgoglioso, perché qui dentro ho acquisito la mia libertà. Qui dentro ho conosciuto i diritti. Qui dentro tramite la mia storia ho conosciuto la giustizia. Sono orgoglioso anche del fatto di credere profondamente nella democrazia”. Se la ricerca di voti vale più dei minori di Matteo Lancini La Stampa, 14 marzo 2026 La relazione tra minori e giustizia è in questo periodo al centro del dibattito italiano. Numerosi fatti di cronaca richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica. Dall’ormai stracitata e strattonata vicenda dei genitori del bosco, alle iniziative volte a prevenire la violenza armata giovanile, all’indagine sui pestaggi e le aggressioni che sarebbero avvenute all’interno del carcere minorile di Casal Del Marmo. In tutto questo, molti politici che hanno voluto e sostenuto il decreto Caivano, ovvero il decreto legge del novembre 2023 che ha previsto un inasprimento delle sanzioni per i genitori inadempienti anche rispetto alla mancata frequentazione della scuola da parte dei loro figli, si dichiarano sconvolti dagli interventi della magistratura minorile nei riguardi dei genitori che vivono nel bosco. Non entro nel merito della vicenda di Palmoli, su cui ho già più volte dichiarato che come quasi sempre accade l’interesse reale dei minori finisce per essere trascurato quando prevalgono conflitti ideologici tra gli adulti. Mi interessa, invece, sottolineare come l’applicazione del Decreto Caivano stia contribuendo ad aggravare la situazione psichica, affettiva e relazionale di molti giovani ritirati socialmente. Per chi non lo sapesse, il ritiro sociale maschile è un fenomeno talmente diffuso da essere ormai considerato in Italia come l’equivalente dei disturbi alimentari tra le ragazze. Molti di questi ragazzi non frequentano la scuola perché hanno sviluppato un’ansia sociale e una fobia scolare che rende impossibile varcare il portone scolastico ed entrare in classe. Ragazzi, peraltro, che in molti casi ottenevano fino a pochi mesi prima buoni o ottimi risultati scolastici. Per eseguire le direttive del Decreto Caivano, sempre più spesso i dirigenti scolastici segnalano alle forze dell’ordine queste situazioni, con sempre più frequenti visite a domicilio di forze di polizia. I ritirati sociali non frequentano la scuola non perché sono ingaggiati nel sistema mafioso familiare né perché preferiscono giocare a biliardo o alla playstation. Sono ragazzi che soffrono e insieme a loro patiscono enormemente le loro madri e i loro padri. Inviare a casa le forze dell’ordine ha già portato, in diversi casi, a un peggioramento delle loro condizioni cliniche, con il rischio di un’evoluzione drammatica. Come potete immaginare si sentono colpevolizzati dal fatto che i loro genitori vengano comunque additati di non fare abbastanza e che quindi saranno, in qualche forma, sanzionati se loro non torneranno a scuola. Questa è una società dove sempre più spesso l’interesse superiore del minore sparisce davanti alle esigenze di visibilità e alle ideologie dei politici e degli adulti. In base al fatto di cronaca del momento, si prendono provvedimenti volti ad ottenere il consenso degli elettori, lasciando ampiamente in secondo piano le sofferenze e le esigenze del popolo minorile non votante. Non vorrei che qualcuno stesse aspettando l’ennesimo fatto di cronaca di violenza minorile per abbassare l’età di non punibilità dei minori (attualmente a 14 anni) così come fatto, qualcuno lo ricorderà, in occasione di un rave party. La giustizia minorile italiana è una delle più avanzate al mondo e viene studiata all’estero. Ai politici consiglierei di accettare il fatto che la punibilità, il carcere sempre più precoce e interventi sicuritari non hanno mai ridotto e non faranno mai diminuire la diffusione di questi episodi perché il motore di questi comportamenti sono la sofferenza, il disagio, la ricerca di una visibilità che gli adulti troppo interessati a sé stessi non offrono. A questo proposito consiglio la lettura del report di ricerca appena pubblicato da Save the Children, dal titolo “(Dis)armati”, con particolare attenzione alle indicazioni rivolte alle autorità governative. Continuare a sostenere che l’autorevolezza adulta si declina attraverso interventi securitari e punitivi verso giovanissimi violenti e disperati è terribile. Almeno si abbia il coraggio di dichiarare che lo si fa per prendere voti e non per l’interesse superiore del minore. Nel bosco, come nelle città. L’Europa vara le leggi xenofobe: nuove norme contro i migranti di Gianfranco Schiavone L’Unità, 14 marzo 2026 Il Sì della commissione Libe al nuovo regolamento rimpatri e il voto dell’Europarlamento sulla nozione di “paese sicuro”, non sono incidenti di percorso. Dimostrano che sulle politiche sull’immigrazione la maggioranza Ursula non c’è più. Ne è nata una nuova attorno ai movimenti dell’estrema destra. Il 9 marzo 2026 la Commissione LIBE del Parlamento Europeo ha adottato a maggioranza la sua posizione sul testo di nuovo regolamento sui rimpatri di cittadini di paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione Europea. L’iter legislativo era iniziato esattamente un anno fa con la proposta di regolamento presentata dalla Commissione (Com(2025) 101 final). Il voto della Commissione Libe è avvenuto in un contesto di estrema tensione politica, come ben spiega Giovanna Cavallo nell’edizione dell’Unità del 10.03.26. Il testo proposto dal relatore, il deputato olandese Malik Azmani (gruppo Renew), infatti era stato ritenuto del tutto inadeguato sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali e i socialisti (S&D), i Verdi, la sinistra di The Left, oltre ad alcuni tra gli stessi a Renew (liberali) non sono stati disposti a sostenerlo. Il relatore ombra del PPE (partito popolare europeo), il deputato francese François-Xavier Bellamy ha immediatamente presentato un testo ancora più rigido assemblato con il supporto di conservatori (ECR), Patrioti (PfE) e sovranisti (ESN), che è andato ai voti risultando approvato con 41 voti a favore e 32 contrari. È necessario ricordare che appena pochi giorni prima, il 10 febbraio, il Parlamento Europeo con una maggioranza trasversale (determinante il voto compatto di PPE anche in questo caso insieme all’estrema destra, mentre il gruppo S&D si era spaccato) aveva votato la proposta della Commissione Europea di adottare un nuovo regolamento che modifica lo stesso Regolamento (UE) n. 2024/1348 sulla nozione di paese terzo sicuro al solo scopo di permettere ai Paesi UE di liberarsi della responsabilità giuridica di esaminare larga parte delle domande di asilo di loro competenza, in insanabile contrasto con la stessa Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Quanto accaduto in entrambi i passaggi politici non può essere inquadrato come un incidente di percorso e neppure come un nuovo indicatore della nota fragilità della “maggioranza Ursula”, bensì va considerato nella sua reale profonda gravità: sulle politiche di gestione dell’immigrazione - che non è solo un tema importante ma uno dei pochi campi politici e sociali su cui si definisce l’identità e il futuro dell’Europa - l’attuale maggioranza politica si sbriciola e ne emerge una nuova che si ridefinisce attorno ai movimenti politici dell’estrema destra. La Commissione Europea non cadrà su questi dossier ma l’Unione Europea come percorso di costruzione di uno “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” (Trattato sull’Unione Europea, art.3 par.2) è giunta ad un punto di crisi politica e di identità che ritengo non abbia precedenti. Secondo la proposta votata dalla Commissione LIBE le decisioni di rimpatrio sarebbero incluse in un cosiddetto “ordine di ritorno europeo” in base al quale, a partire dal 1 luglio 2027 qualsiasi paese dell’UE dovrà riconoscere e far rispettare le decisioni di rimpatrio emesse da un altro paese dell’UE divenendo responsabile di garantire direttamente l’esecuzione dell’espulsione di uno straniero che si fosse nel frattempo spostato sul suo territorio, senza dunque bisogno di rinviarlo nel paese UE che ha emesso il provvedimento di espulsione. Il nuovo testo sovverte completamente l’impostazione giuridica su cui si basa la vigente Direttiva 115/08/CE che prevede che il rientro volontario sia l’opzione da privilegiare sempre e che “il trattenimento dovrebbe essere limitato e subordinato al principio di proporzionalità con riguardo ai mezzi impiegati e agli obiettivi perseguiti. Il trattenimento è giustificato soltanto per preparare il rimpatrio o effettuare l’allontanamento e se l’uso di misure meno coercitive è insufficiente” (Direttiva, considerando 16). Nel nuovo testo il rientro volontario degrada invece a misura residuale mentre il trattenimento si trasforma nel reale perno dell’intero sistema in quanto diviene applicabile se si ritiene che lo straniero non stia collaborando adeguatamente, se sussista un rischio di fuga “o per qualsiasi altro fattore rilevante che impedisca la rimozione tempestiva” (comunicato stampa della Commissione Libe, 9.03.26). In altre parole pressoché sempre. Il trattenimento può essere disposto anche per i minori non accompagnati e per le famiglie con bambini e la sua durata massima viene ulteriormente estesa arrivando dagli attuali 18 mesi fi no a 24 mesi. Il termine temporale massimo entro il quale la persona deve rispettare il rientro volontario è fissato in trenta giorni mentre, sfidando la logica, e forse anche le stesse leggi della fisica, non viene previsto un termine minimo in quanto ogni provvedimento di allontanamento “può indicare che il cittadino di un paese terzo deve lasciare immediatamente il territorio degli Stati membri” come se la persona possa sparire subito per incanto. Gli emendamenti accolti prevedono che il periodo di divieto di reingresso raddoppi passando da cinque a dieci anni ma tale divieto può diventare persino illimitato per coloro che rappresentano un rischio per la sicurezza facendo rientrare in questa indefinita categoria coloro che “hanno commesso un reato punibile con una pena detentiva di almeno due anni ai sensi del diritto nazionale” (per fare un esempio si tratta del limite edittale minimo per il reato di furto con scasso) La stessa differenza concettuale tra detenzione amministrativa e detenzione come sanzione penale sulla quale è stato costruito l’incerto istituto giuridico della detenzione amministrativa si affievolisce: gli espulsi da trattenere potranno essere “detenuti in carcere e, ove possibile, tenuti separati dai detenuti comuni” e soprattutto, in caso di mancato rispetto degli obblighi di cooperazione con le autorità nell’allontanamento possono essere inflitte “sanzioni penali, compresa la reclusione, in conformità con la legislazione nazionale”. Si realizza così una sovversione dei principi giuridici di cui alla Sentenza del 28 aprile 2011, caso El Dridi, causa C-61/11, con la quale la Corte di Giustizia dell’UE aveva condannato il Governo italiano per contrasto tra le norma interna e il diritto dell’Unione. Il Governo italiano aveva infatti introdotto severe sanzioni penali per la sola inottemperanza dell’ordine di espulsione creando un circuito infernale. Il termine per proporre ricorso non può essere superiore a 14 giorni e non è previsto l’effetto sospensivo automatico anche se l’esecuzione dell’allontanamento può essere sospesa fi no a decisione sull’istanza di sospensiva. Il nuovo testo prevede la possibilità di rimpatriare uno straniero verso un Paese terzo con il quale vi sia stata “la conclusione di un accordo o di un’intesa da parte dell’Unione o di uno o più Stati membri”. Permettere intese con Paesi terzi anche da parte di singoli Stati senza alcun coinvolgimento delle istituzioni UE può portare alla conclusione di accordi totalmente difformi da parte dei diversi paesi dell’Unione determinando così trattamenti giuridici completamente diversi nei confronti degli stranieri coinvolti nelle operazioni di rimpatrio. Il testo votato (sul punto non molto diverso dal rigettato testo del relatore) prevede che tale “accordo o intesa può essere concluso con un paese terzo solo se sono rispettate le norme e i principi internazionali in materia di diritti umani conformi al diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento” ma la formulazione è del tutto generica e priva di ogni effettività. Anche se si prevede che l’accordo disciplini le procedure applicabili al trasferimento, gli obblighi del Paese terzo coinvolto e “le conseguenze nel caso in cui il proseguimento del rimpatrio non sia possibile”, la condizione giuridica (e quindi le sorti) dello straniero deportato in un paese terzo con cui non ha alcun collegamento rimane completamente affidata ad accordi politici assunti al di fuori di ogni condizionalità. Lo stato europeo di fatto cede a stati terzi la persona di cui si vuole disfare cercando di eliminare ogni responsabilità giuridica su condizioni, tempi e modi del trattenimento che verrà attuato nel paese terzo, nonché persino sull’esito finale dell’operazione di deportazione. Va subito chiarito che, diversamente dalle costanti dichiarazioni del governo italiano, la proposta non salva affatto il protocollo tra Italia ed Albania in quanto non prevede che un paese UE possa gestire in regime extraterritoriale un centro di trattenimento per le espulsioni sotto la propria giurisdizione. Ritengo che il testo votato sia incompatibile con gli inderogabili obblighi che l’Unione e gli stati membri hanno in materia di rispetto dei diritti fondamentali in relazione a ciò che avviene nel paese al quale hanno “ceduto” la persona straniera. Il testo non prevede infatti, in quanto non potrebbe farlo, l’esistenza di due regimi giuridici diversi, tra coloro che rimarranno trattenuti in Europa (e dunque soggetti alla giurisdizione europea e dello stato membro) e coloro che verranno ceduti al Paese terzo e saranno soggetti alla giurisdizione di quest’ultimo. L’intera proposta, anche se sciaguratamente dovesse essere approvata diventando norma UE, mi appare destinata ad andare in frantumi dinnanzi a un rigoroso giudizio di legittimità. La riforma del sistema dei rimpatri si basa sull’assunto che l’introduzione di norme feroci costituisca uno strumento efficace per realizzare i rimpatri stessi, funzionando nel contempo da deterrente a venire e restare in Europa in modo irregolare. Anche volendo per un attimo accantonare ogni profilo giuridico o etico, tale assunto non trova alcun conforto derivante da un’analisi scientifica. Il progetto “Measuring Irregular Migration” (MIrreM) finanziato dall’UE ha stimato che, nonostante molti rapporti allarmistici su un aumento della migrazione irregolare nell’UE, quest’ultima sia rimasta piuttosto costante per due decenni, e che gli Stati membri emettono tra 300.000 e 500.000 ordini di rimpatrio all’anno. Tuttavia meno del 25% di coloro che ricevono un ordine di rimpatrio lascia realmente l’UE. Un legislatore europeo, anche conservatore ma non accecato da ottusa ideologia, avrebbe dovuto valutare le ragioni per cui l’impianto normativo oramai pluridecennale, del sistema dei rimpatri non ha mai funzionato, valutando dunque la necessità di prendere strade nuove anche alla luce del fatto che niente supporta l’aspettativa che un inasprimento estremo delle sanzioni renda più efficiente la gestione delle migrazioni in Europa. Mentre è certo che produce un serio logoramento dello stato di diritto. Droghe. Emergenza crack a Torino. “Diamo gratis le pipette sterili ai tossicodipendenti” di Cesare Ferrari Corriere di Torino, 14 marzo 2026 Claudio Cerrato, capogruppo Pd: “Non stiamo proponendo l’uso di sostanze. Gli sgomberi non servono se non si entra in contatto con chi è colpito dalla droga. In Francia e Svizzera l’unica misura che ha funzionato”. Pipette sterili dal comune per mettere sotto controllo l’invasione del crack nelle strade di Torino. Parte da qui Claudio Cerrato, capogruppo Pd in Consiglio comunale, alla conferenza stampa convocata che illustra la proposta di mozione “L’insicurezza: due fattori chiave, dipendenza da crack e reiterazione dei reati. Un approccio integrato di salute pubblica e inclusione sociale”. “L’emergenza in questo momento si chiama crack. Attualmente non abbiamo dei protocolli strutturati su come contrastare la diffusione del crack e la sua dipendenza, perché ha un percorso totalmente diverso dall’eroina. Quindi una delle ipotesi che si sta sviluppando e che si sta attuando è almeno la distribuzione delle pipette sterili”. L’obiettivo? “Evitare la diffusione di alcune malattie e tentare un aggancio degli operatori”. “Abbiamo proposto questo genere di approccio all’Asl in maniera più forte - spiega Cerrato -, perché dopo che hai sgombrato la Gondrand, se non agganci in qualche modo”, il rischio è la “recidiva” di reati. La distribuzione di pipe, ha confermato, è tra le politiche di riduzione del danno previste tra i nove punti della proposta di mozione. “Quando diciamo di unità mobili, drop-in e servizi di bassa soglia, è anche quello”. “Ma è già organizzato dall’Asl questo sistema, non è nulla di nuovo”, ha puntualizzato Isabella Martelli, consigliera Pd della circoscrizione 6. “Non è il modello Bologna, è il modello Europa, è il modello che funziona”, ha sottolineato Teresa Vercillo, segretaria del Circolo Pd Torino 6 Barriera Di Milano-Falchera. “Questo modello - ha proseguito - viene già applicato in Francia, in Svizzera, in Belgio, ed è l’unica cosa che è stata dimostrata efficace per, come diceva Claudio, fare un avvicinamento e un uso consapevole. Nessuno sta promuovendo l’uso di sostanze”. “Di fronte a una città sempre più segnata dallo spaccio, dal consumo di crack e dal degrado nelle strade, la risposta della sinistra torinese e della maggioranza Lo Russo è distribuire pipe sterili ai tossicodipendenti. È una proposta che lascia sconcertati e che rappresenta l’ennesimo segnale di una resa culturale prima ancora che politica”. Lo dichiara Roberto Ravello, vice capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Piemonte, commentando la proposta avanzata in Consiglio comunale. “La sicurezza non si ottiene solo con le telecamere e le ronde, ma si costruisce con le politiche, che funzionano quando aggrediscono le cause, non soltanto i sintomi”: con questa convinzione il gruppo Partito democratico del Comune di Torino, in raccordo con il territorio, ha presentato questa mozione. Per Cerrato “questa mozione riconosce la complessità del problema senza fermarsi alla repressione. Il crack è una realtà visibile a Torino, le persone con dipendenze che finiscono nel circuito penale anche. Ma rispondere solo con la forza è insufficiente e spesso controproducente. Serve una visione che tenga insieme controllo del territorio, prevenzione, cura e reinserimento”. “Il tema della sicurezza - ha aggiunto la consigliera regionale Nadia Conticelli - deve basarsi su programmi integrati tra controllo del territorio e lotta alla criminalità con l’attenzione all’equità sociale, a tutti i livelli istituzionali”. Secondo Luca Pidello, presidente Commissione Legalità, “una legalità che funziona non può ignorare il nesso tra dipendenza, marginalità e recidiva”. Per Vincenzo Camarda, presidente Commissione Sanità e servizi sociali, “le dipendenze sono una questione sanitaria” e “la salute deve tornare al centro delle politiche di sicurezza”. Il consigliere comunale Simone Tosto ha aggiunto: “Le persone nei miei quartieri chiedono di sentirsi sicure, e noi vogliamo dare loro risposte vere. Questo significa presidio del territorio e collaborazione con le forze dell’ordine, ma significa anche investire su chi rischia di cadere prima che cada, costruire reti di supporto per chi esce dal carcere e per chi non ha una casa stabile”. Per Marcello Mazzù, segretario metropolitano Pd Torino, “mentre il governo Meloni risponde ai sindaci con il silenzio, noi lavoriamo per soluzioni reali”. Proprio sul tema della sicurezza, e di cosa ne pensano i cittadini, condurrà una ricerca il sociologo Roberto Cardaci. Chi mette un limite alle “macchine” che fanno la guerra? di Paolo M. Alfieri Avvenire, 14 marzo 2026 I rischi dell’intelligenza artificiale militare. La guerra in Iran è già un conflitto in cui siamo chiamati a decidere quanto potere siamo davvero disposti a delegare alle macchine. E, soprattutto, chi ha il diritto di porre a quel potere dei limiti. Nell’anno 2026 la guerra, da confronto di eserciti e strategie, è diventata un laboratorio tecnologico in cui l’intelligenza artificiale ridisegna tempi, responsabilità e rischi del conflitto. Dall’Ucraina all’Iran, passando per Gaza, l’IA è ormai parte integrante delle operazioni militari: analizza flussi di dati, individua bersagli, anticipa movimenti nemici e suggerisce scenari operativi. Orienta chi spara e quanto sparare, diventando un fattore strategico. E questo basta a cambiare tutto. Alla vigilia dell’attacco all’Iran, lo scontro tra il governo Trump e Anthropic, una delle aziende più avanzate nello sviluppo dell’IA, ha proposto una disputa che non riguarda solo un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono, ma una delle questioni centrali del nostro tempo. Il Pentagono vede nell’IA la chiave per mantenere la superiorità militare in un mondo in cui la velocità decisionale è diventata un’arma. Chi osserva, elabora e decide più rapidamente vince. Quanto spazio c’è ancora per la capacità di discernimento dell’essere umano? L’IA non è un’arma come le altre: non ha un raggio d’azione fisso, non esegue un’unica funzione. Può analizzare dati, progettare cyberattacchi, adattarsi a nuove informazioni, definire obiettivi, gestire sciami di droni autonomi. È un sistema aperto, evolutivo e potenzialmente imprevedibile. Per questo Anthropic aveva posto due limiti invalicabili: no alla sorveglianza di massa sugli americani, no alle armi autonome capaci di uccidere senza intervento umano. Il rifiuto della società di Dario Amodei ha scatenato la reazione del governo Usa, fino alla decisione di classificare Anthropic come “rischio per la catena di fornitura della difesa”, una misura finora riservata a società straniere come Huawei. Risultato: tutte le agenzie federali hanno dovuto interrompere l’uso delle tecnologie Anthropic. Ad allinearsi alla visione del Pentagono è stata invece OpenAI: nel giro di poche ore, Sam Altman ha firmato un accordo per fornire i propri modelli ai sistemi classificati militari. Il tutto avviene in un contesto privo di regole. Le Convenzioni di Ginevra non contemplano macchine capaci di selezionare autonomamente i propri bersagli. Le Nazioni Unite tentano da anni di stabilire direttive sull’uso dell’IA in guerra, ma senza successo. E in uno scenario di progressivo calo del multilateralismo, non c’è ottimismo sul fatto che si arrivi presto a norme condivise. Intanto, i droni autonomi sono già passati dalle ipotesi futuristiche alla realtà operativa. Sullo sfondo, per gli Usa c’è anche la sfida con la Cina, che non si pone limiti nell’uso dell’IA per sorveglianza di massa, repressione del dissenso, manipolazione informativa, e uso di armi autonome in un eventuale conflitto. Per Washington, ogni vincolo imposto alle aziende americane rischia di tradursi in un vantaggio competitivo per Pechino, che si muove senza freni etici né vincoli legali. Per Anthropic, invece, proprio l’esempio cinese è un’anticipazione inquietante di ciò che potrebbe diventare anche l’Occidente se la logica dell’emergenza militare dovesse prevalere su quella della responsabilità. Siamo ai primi segnali di un dibattito destinato a crescere. L’uomo sarà ridotto a supervisore, co-pilota o ultimo garante morale, oppure diventerà un ostacolo da aggirare per accelerare le operazioni. Nel frattempo, la corsa all’IA militare procede più rapidamente della capacità politica di governarla. Armi autonome fuori controllo? Ma il modo per fermarle ora c’è di Francesco Vignarca* Avvenire, 14 marzo 2026 I sistemi bellici governati dall’intelligenza artificiale, all’opera nel teatro di guerra iraniano, pongono enormi interrogativi sulla loro incontrollabilità e sulla responsabilità di decisioni ed effetti letali. Il futuro è già scritto? Tutt’altro. E dipende anche da noi. Nel 2013, tredici anni fa, veniva lanciata la campagna internazionale “Stop Killer Robots”, coalizione globale di oltre 270 organizzazioni della società civile di cui Rete Pace Disarmo è partner attivo in Italia. L’obiettivo era, ed è, ottenere uno strumento giuridico internazionale vincolante che proibisca i sistemi d’arma letali autonomi: quelle macchine capaci di selezionare e colpire obiettivi senza un controllo umano effettivo. Quindi non solo l’utilizzo di modelli decisionali basati sull’Intelligenza Artificiale per corroborare decisioni militari, ma lo sviluppo di veri e propri sistemi capaci di attivarsi, selezionare un obiettivo, decidere “l’ingaggio” (cioè se sparare o meno) in piena autonomia. Tredici anni fa sembrava fantascienza. Oggi Alfieri ce ne descrive la drammatica e devastante realtà operativa in Iran, in Ucraina, a Gaza. Il punto che vorrei portare all’attenzione dei lettori non è dunque la scoperta del problema ma la proposta di soluzione: essa esiste, è articolata, è sostenuta da una maggioranza crescente di Stati. Quando Alfieri conclude che “la corsa all’IA militare procede più rapidamente della capacità politica di governarla”, dice sicuramente una cosa vera ma forse incompleta: la capacità di proposta c’è, costruita in anni di lavoro diplomatico e di pressione della società civile. A mancare è, piuttosto, la volontà della politica. Lo scontro tra Anthropic e il governo Trump ha avuto una coda significativa. Appena due giorni prima che si aprisse a Ginevra la riunione del Gruppo di Esperti governativi (Gge) sulle armi letali autonome nell’ambito della Convenzione su certe armi convenzionali (Ccw) dell’Onu il Wall Street Journal rivelava che gli Stati Uniti avevano usato il modello linguistico di Anthropic per supportare il targeting negli attacchi contro l’Iran: oltre mille obiettivi colpiti nelle prime ventiquattr’ore. Non un’ipotesi futuribile ma una scelta resa concreta, con impatti sanguinosi purtroppo misurabili in vite umane. La notizia ha fatto irruzione nella sala negoziale di Ginevra, e gli effetti si sono visti: oltre settanta Paesi, tra cui un significativo gruppo di Stati africani, hanno chiesto l’avvio di negoziati formali per un Trattato vincolante sulle armi autonome. Una notizia che si è però persa nel rumore della guerra e dei bombardamenti, ma che va evidenziata con forza: la strada verso una norma internazionale esiste, costruita e percorsa da anni. Il mandato Ccw si concluderà a fine del 2026 e alla Conferenza di Revisione di novembre gli Stati dovranno decidere se aprire negoziati formali per un Trattato. È forse l’ultima finestra utile prima che la proliferazione di questi sistemi renda qualsiasi accordo inapplicabile. Il delegato del Belgio, intervenendo a Ginevra, ha detto una cosa semplice e vera: “Il mondo intorno a noi è cambiato significativamente. A un certo punto, questa bolla che abbiamo costruito deve produrre qualcosa che si connetta con il mondo reale”. La storia del diritto internazionale umanitario - dalle mine antiuomo alle munizioni a grappolo - dimostra che gli accordi si raggiungono quando la pressione della società civile e di una coalizione di Stati è abbastanza forte da rendere politicamente costoso il non-accordo. Come ha dichiarato Nicole Van Rooijen, direttrice esecutiva di “Stop Killer Robots”, “il tempo della procrastinazione è finito”. La strada c’è. Ora tocca agli Stati percorrerla. *Coordinatore della Campagna di Rete Pace Disarmo, partner italiano della campagna Stop Killer Robots “Uccidere i negoziatori è tradimento infame”. L’omelia di Zuppi diventa un atto d’accusa di Luca Kocci Il Manifesto, 14 marzo 2026 Il presidente della Cei nella Giornata di preghiera e digiuno per la pace pronuncia un “j’accuse” durissimo. “Uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare” è “tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto! Come si può credere dopo alla volontà di confronto?”. Il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi, nella Giornata di preghiera e digiuno per la pace voluta dai vescovi italiani, pronuncia un durissimo atto di accusa contro Usa e Israele - anche se mai citati direttamente - responsabili di aver attaccato l’Iran e ucciso la guida suprema ayatollah Ali Khamenei nel primo giorno dei bombardamenti su Teheran, lo scorso 28 febbraio. Il presidente della Cei riprende le parole pronunciate da papa Leone XIV a San Pietro durante l’Angelus del primo marzo quando le bombe israeliane e statunitensi avevano appena iniziato a cadere sull’Iran (“fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”) e le rilancia, trasformandole in un invito ai cattolici alla preghiera ma anche in un severo j’accuse ai coloro che usano la guerra per fare politica. “Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado”, ha detto Zuppi nell’omelia dei Vespri celebrati ieri sera nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara). “È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia”, che “è tutt’altro che prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi. Non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza”. Sono migliaia le parrocchie e le comunità cattoliche italiane che ieri hanno aderito alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace promossa dalla Cei organizzando veglie, Via Crucis e altre iniziative, ricordando anche padre Pierre al-Rahi, parroco di Qlayaa, nel Sud del Libano, ucciso lo scorso 9 marzo in un bombardamento israeliano mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente raid. A guidare i momenti di preghiera anche molti cardinali e vescovi, come appunto Zuppi che ha presieduto i Vespri a Cento. “Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico. Ma chi è nemico? Chi lo definisce tale? Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente “obiettivi spazzatura”, ma non “possiamo accettare che le persone siano danni collaterali”, ha aggiunto il presidente della Cei. La guerra è “omicidio, suicidio e deicidio”, “la guerra è inutile, è sempre una sconfitta per tutti, anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva”. L’appello finale di Zuppi è alle religioni perché si impegnino per la pace. Ma anche e soprattutto alla politica perché metta da parte “nazionalismi” e “tribalismi” che spingono alla “frammentazione” e al “disprezzo verso le istituzioni internazionali” e invece sappia costruire quei “meccanismi capaci di garantire una interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza”. Abbaglio Usa sulla via di Teheran di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 14 marzo 2026 Trump e Putin vittime del loro narcisismo, di chi per servilismo glielo alimenta e dell’avversione al dissenso. La guerra americana va complicandosi. Le non rare distonie tra il comandante in capo e il capo del Pentagono denunciano improvvisazione. “Abbiamo quasi finito, non ci sono più obiettivi da colpire”, ha sostenuto di recente Donald Trump, forse tentando di placare le Borse, mentre il pur fedele Pete Hegseth annunciava “gli attacchi più pesanti” sull’Iran. Gli Stati Uniti starebbero “combattendo per la libertà del popolo iraniano” aveva affermato in precedenza il presidente, mentre il suo ministro chiariva che la guerra non ha nulla a che fare con il nation building o la democrazia iraniana. Così, se è evidente il peso di costi sempre più smisurati per gli Stati Uniti e per l’intera economica mondiale a causa dell’Operazione Sansone con cui Teheran tenta di terrorizzare i Paesi del Golfo trascinandoli nella propria caduta (senza risparmiare il vitale Stretto di Hormuz) ciò che appare più preoccupante è il progressivo disvelarsi di un grande vuoto. L’assenza di una strategia sembra essersi sposata dapprincipio col retropensiero di poter fare in Iran ciò che a inizio gennaio era stato fatto in Venezuela: un cambio di regime tramite un blitz con cui decapitare il nemico per poi trattare con un successore addomesticato dalla paura. Allora la friabilità di Caracas consentì alla Delta Force di andare addirittura a catturare Nicolás Maduro per portarlo in ceppi in un carcere di Brooklyn: la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, diventò obbediente vassalla di Washington in un batter di ciglia. Il diverso spessore difensivo dei pasdaran e le imparagonabili dimensioni geopolitiche dell’Iran hanno sconsigliato un’analoga incursione di terra, inducendo così all’eliminazione diretta dell’ayatollah Khamenei coi primi devastanti raid missilistici congegnati con Israele. Ma l’idea di fondo era ed è la stessa. Questa ricetta del cambio di regime (o, meglio, della sua sottomissione: Trump avrebbe voluto “nominarne” lui stesso il nuovo capo) si sta rivelando impraticabile. Ed è stata perciò via via rimpiazzata da altri target intermedi (il programma nucleare e i missili balistici iraniani, il sostegno ai proxy) che s’impantanano tutti davanti a un’evidenza: gli ayatollah non mollano. E hanno affinato una dottrina “a mosaico” con una trentina di comandi provinciali separati per renderne impossibile la distruzione simultanea, garantendo continuità. Secondo il New York Times, che cita fonti militari, Teheran ha accettato di non poter competere per potenza di fuoco e si sta “adattando” all’assalto di Usa e Israele. Che ne avesse la capacità era chiaro sui paper strategici sin dal 2010. Ma Trump lo ha ignorato. Sulla sua sventatezza patologica s’è accumulata negli Usa una ponderosa letteratura sin dal primo mandato: è purtroppo plausibile che queste giornate andranno ad arricchire la collezione. Tuttavia, nel caso specifico, il presidente americano è in qualificata compagnia per via di una sindrome molto legata a una ben precisa concezione del potere. Nel suo Nexus, Yuval Noha Harari affronta il tema della paranoia che spinge un autocrate ad affidarsi a qualche pretoriano che gli dia sempre ragione distaccandolo così dalla effettiva comprensione dei fatti. L’esempio è l’imperatore romano Tiberio che finì per mettersi nelle mani del suo prefetto Lucio Elio Seiano, capace di fargli il vuoto attorno. L’altra faccia di questa medaglia è ovviamente l’avversione ad ascoltare opinioni in dissenso. Intendiamoci. La distanza morale tra Iran e Ucraina sta in premessa. Teheran ha promosso per mezzo secolo il terrorismo e ispirato il pogrom del 7 ottobre: la caduta degli ayatollah sarebbe un bene per il mondo. Kiev ha difeso con coraggio la propria democrazia dalla brutale invasione d’un nemico più potente: la sua caduta sarebbe un colpo esiziale per tutti noi europei. Ciò detto, l’abbaglio di Trump sull’Iran e quello di Putin sull’Ucraina sono simili per motivazioni ed esiti. Il presidente americano ha volutamente frainteso gli ammonimenti che venivano dal capo degli Stati Maggiori Riuniti, Dan Caine (non un boyscout: alla nomina gli promise “ucciderò per lei, signore!”). Il generale, raccogliendo il pensiero dei vertici militari, l’aveva avvisato che la guerra non sarebbe stata breve né facile e che i soldati americani, esposti al rischio della rappresaglia pasdaran, sarebbero stati uccisi o feriti. Trump ne ha travisato il pensiero su Truth: “Caine è convinto che un’operazione militare sarà una facile vittoria”. E s’è lasciato blandire dall’opportunista JD Vance, il quale, messa da parte la radicata ostilità per l’intervento, ha consigliato al suo capo di andare “big and fast”. Putin, che durante l’isolamento da Covid aveva divorato libri sulla storia russa riflettendo sul posto che gli sarebbe spettato, s’è fatto persuadere dagli immancabili lacchè di ciò di cui era già persuaso: che gli ucraini avrebbero accolto come fratelli i soldati della Federazione (non a caso provvisti di divise da parata negli zaini). E ha zittito minacciosamente l’unico che, avendo notizie contrarie, tentava di metterlo sull’avviso: il capo dei servizi segreti Sergej Naryshkin, trattato quasi da traditore al Consiglio di sicurezza convocato appena prima dell’invasione. Come è noto, anziché gli attesi fiori, gli ucraini sin dal primo giorno hanno lanciato molotov sui carri nemici. Poiché Putin è un tiranno fortunato, l’abbaglio di Trump si sta ora rivelando per lui provvidenziale: più dura la guerra iraniana, più sale il prezzo del petrolio, più le casse russe si rimpinguano in vista di nuovi round contro il povero Zelensky. E poiché il presidente americano non si lascia certo sfuggire l’occasione per dargli una mano ulteriore, gli sta allentando le sanzioni. “In Iran non abbiamo ancora finito”, ha infine detto, con l’ennesima capriola. A Mosca, sulla carta alleata di Teheran, qualcuno sorride in segreto. Stati Uniti. Viaggio all’Alcatraz delle Montagne Rocciose dove l’aria è ferma, la luce artificiale, la parola muta di Sergio D’Elia L’Unità, 14 marzo 2026 Se vuoi dare una veste architettonica a tutto ciò che è vietato dalle Regole di Mandela non andare nel Sudafrica dell’era coloniale e della segregazione razziale, non visitare il carcere dove il fautore di una nuova era e della riconciliazione nazionale ha passato trent’anni della sua vita. Vai in America, quella della nuova frontiera e del sogno di una vita migliore, vai in Colorado, nella contea di Fremont, e visita il carcere di Florence. Lì, in un paesaggio deserto e aspro, il “genio civile” della certezza della pena ha architettato, fondato, attrezzato e allestito la struttura perfetta per isolare, deprivare dei sensi fondamentali, annichilire l’essere umano. È ufficialmente noto come United States Penitentiary Administrative Maximum Facility (ADX), ma per i carcerieri e per i carcerati è volgarmente chiamato la “Alcatraz delle Montagne Rocciose”. È il vanto securitario del sistema penitenziario americano. È la pietra tombale di chi l’ha patito. L’Alcatraz più famosa era immersa nel mare gelido e agitato della baia di San Francisco. E pure qualcuno da lì era riuscito a fuggire. La ormai famigerata Alcatraz del Colorado è circondata da spazi enormi, aperti e assolati. Ma, in oltre trent’anni di storia, nessuno è riuscito a scappare. Il terreno intorno è arido e brullo, con vegetazione bassa, cespugli e terra secca. In lontananza si vedono le Montagne Rocciose. Sono bellissime, ma la vista è beffarda per chi è rinchiuso lì dentro. Il cielo è immenso, limpido, con una luce intensa. Di notte, le stelle brillano nel firmamento ma sono invisibili a chi è prigioniero. È un luogo che trasmette solitudine, immobilità e distacco dal mondo. È esattamente quello che si vive all’interno, ma in un senso molto diverso. Fuori, uno spazio infinito, libero e maestoso. Dentro, tutto è finito, oppressivo, sbarrato. Le Regole basilari che in nome di Nelson Mandela le Nazioni Unite hanno stabilito per porre un limite al dominio pieno e incontrollato degli Stati nel modo di sorvegliare e punire i suoi cittadini, sono tradite nella Alcatraz delle Montagne Rocciose. La Regola 44, ad esempio, dice che è isolamento il confinamento per 22 ore o più al giorno in una cella senza significativi contatti umani, ed è isolamento prolungato quello superiore a quindici giorni consecutivi. La “vita” ad Alcatraz, invece, è all’insegna della deprivazione sociale e sensoriale pressoché totali e senza scadenza certa. Per almeno i primi tre anni, i detenuti restano isolati per 23 ore al giorno in celle più piccole di un normale posto macchina in un garage. Tutto è fatto di cemento armato: la base del letto con sopra un materasso sottile, il tavolo e lo sgabello. Il lavandino e il WC sono invece in acciaio inossidabile. Da una singola finestra, alta cento e larga dieci centimetri, filtra un po’ di luce naturale e s’intravede una striscia di cielo. Il contatto umano è ridotto a pochi secondi di scambio verbale coi guardiani attraverso porte di ferro. L’ora d’aria si fa in un recinto di cemento dalle pareti alte. Lo chiamano la “piscina vuota”, perché non c’è l’acqua e non si può nuotare. I detenuti si recano da soli e come pesci fuor d’acqua annaspano, fanno dieci passi avanti e dieci passi indietro oppure camminano in cerchio come criceti per massimo nove metri. Un ex direttore ha descritto questa struttura come “una versione pulita dell’inferno” e la vita lì dentro â œmolto peggiore della morte”. La Regola di Mandela numero 43 considera un trattamento simile una forma di tortura o una punizione crudele, inumana e degradante. La Regola 45 stabilisce poi che è proibito l’isolamento dei detenuti che abbiano disabilità mentali e fisiche se le condizioni possano aggravarsi in ragione della misura applicata. Robert Gerald Knott, un detenuto all’ADX con gravi disturbi mentali, ha trascorso 11 anni in isolamento prima di suicidarsi nel 2013. Era descritto dai suoi compagni di prigionia come “completamente pazzo furioso”. Beveva acqua sporca dalla doccia e balbettava in modo incoerente. Al momento della morte, anziché prestargli aiuto, le guardie avrebbero sbirciato nella cella come se stessero assistendo a uno “spettacolo”. Alla fine, solo come un cane, Knott si è impiccato con un lenzuolo nella sua cuccia piena di feci. All’ADX Florence ci sono circa 350 detenuti scelti nelle carceri americane tra quelli che hanno avuto problemi disciplinari cronici: che hanno ucciso altri detenuti e guardie carcerarie, capi mafiosi e altri banditi di alto profilo. Ci sono anche criminali che potrebbero rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale, terroristi di Al-Qaeda e spie antiamericane. All’inizio del suo mandato Donald Trump ha ordinato di trasferire nella nuova Alcatraz anche i 37 condannati a morte federali che Joe Biden ha graziato alla fine del suo mandato. Per il nuovo Capo della Casa Bianca sono “mostri, i peggiori assassini del nostro Paese e devono andare all’inferno!” L’11 febbraio scorso, il giudice distrettuale federale Timothy Kelly ha sventato il suo piano: anche i peggiori tra i peggiori hanno diritti che devono essere tutelati. Non è tollerabile che un Presidente un giorno ti salva la vita e il giorno dopo un altro Presidente ti condanna a morte. A vivere fino alla morte nella Alcatraz delle Montagne Rocciose. Dove l’aria è ferma, la luce artificiale, la parola muta. Dove lo spirito di Mandela svanisce alla vista dei dannati alla pena corporale, alla perdita del senno, dei sensi e dei sentimenti umani fondamentali. E della stessa vita. Israele. Prosciolti i soldati torturatori. Netanyahu li celebra: “Siete eroi” di Eliana Riva Il Manifesto, 14 marzo 2026 Stuprarono un prigioniero palestinese riducendolo in fin di vita. Il video fece il giro del mondo, l’unica a pagare fu la “gola profonda”. Li ha definiti “eroici combattenti” i cinque militari ripresi mentre abusavano di un prigioniero palestinese bendato e ammanettato. Benyamin Netanyahu ha interpretato la notizia dell’archiviazione del caso come una vittoria dell’intero Paese, del bene che trionfa sul male. Eppure, quel filmato lo abbiamo visto tutti e abbiamo letto l’esito raccapricciante del referto medico della vittima. Non conosciamo neanche il suo nome: dieci giorni dopo il ricovero e l’operazione chirurgica l’esercito lo aveva già rispedito nella grotta degli orrori di Sde Teiman. Poco dopo lo ha deportato a Gaza, disfacendosene arbitrariamente, proprio come quando lo hanno sequestrato, insieme a migliaia di altri, senza accusa. Catturato nella Striscia a marzo 2024 e detenuto nel campo di prigionia del Naqab, a luglio il trentenne è giunto in ospedale in fin di vita con costole rotte, polmone e intestino perforati e una lacerazione rettale da oggetto appuntito. Operato d’urgenza, dopo dieci giorni è stato riportato nel carcere. In seguito alle denunce mediche, il 29 luglio la procuratrice Yifat Tomer-Yerushalmi ha ordinato l’arresto dei soldati sospettati dell’aggressione, scatenando la protesta e l’assalto ai cancelli di Sde Teiman da parte di manifestanti e politici israeliani, tra cui il ministro Amichai Eliyahu. Mentre la procuratrice subiva attacchi per aver indagato sui militari, Canale 12 diffondeva il video delle telecamere di sicurezza che mostra i membri della Force 100 prelevare il detenuto per abusarne, nascosti dagli scudi antisommossa. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, generando sdegno e richieste di indagini. Ma l’unica inchiesta che ha portato a conseguenze è stata quella sulla diffusione del filmato, una fuga di notizie per cui la procuratrice ha ammesso la propria responsabilità, con lo scopo di denunciare la gravità dell’accaduto. Netanyahu ha definito la pubblicazione del video il “più grave attacco propagandistico e mediatico contro Israele dalla sua fondazione”. Ma non ha pronunciato una parola di condanna per l’aggressione. Il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha costantemente difeso i militari, così come i più importanti rappresentanti del governo. Dopo le dimissioni e l’arresto di Yifat Tomer-Yerushalmi, Itai Ofir è stato nominato nuovo procuratore generale dell’esercito. Nonostante le indagini sullo stupro fossero ufficialmente in corso, a ottobre 2025 il prigioniero palestinese abusato è stato deportato a Gaza, senza una spiegazione sui 19 mesi trascorsi sotto sequestro e, soprattutto, senza essere interrogato. È una delle motivazioni con cui Ofir ha giustificato l’archiviazione del caso e la revoca di tutte le accuse nei confronti dei cinque assalitori di Sde Teiman. La vittima non è stata ascoltata, ha scritto il procuratore militare, e trovandosi ora nella Striscia assediata, non sarà possibile riuscire a contattarla. E poi, secondo l’avvocato, la diffusione delle immagini non garantirebbe un processo equo. “Ha appena dato ai suoi soldati la licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese - ha dichiarato Sari Bashi, direttrice esecutiva del Comitato pubblico contro la tortura in Israele - È l’ultimo di una lunga serie di provvedimenti volti a insabbiare gli abusi contro i detenuti”. In un editoriale, il giornale israeliano Haaretz ha scritto: “l’esercito è moralmente castrato quando i suoi capi non intraprendono azioni serie contro una condotta militare vergognosa che non è all’altezza di qualsiasi standard concepibile per il servizio militare, per la salvaguardia della vita, la dignità e i principi fondamentali dell’umanità”. Ma simili condotte militari in Israele sono all’ordine del giorno. Migliaia di palestinesi hanno raccontato di aver subito terribili torture e violenze sessuali, le testimonianze sono state raccolte da decine di giornalisti internazionali e da questo giornale, seguite da zero incriminazioni, nessun arresto e rare inchieste poi finite nel nulla. Il risultato di Israele che indaga su se stesso è sempre uguale: assolve se stesso. L’impunità dei soldati è la stessa di cui godono i coloni illegali che occupano la Cisgiordania. Gli attacchi sono quotidiani, come gli omicidi, eppure non ci sono arresti né indagini né processi. Ieri quattro palestinesi sono stati gravemente feriti a Khirbet Humsa. Anche i volontari internazionali sono stati aggrediti, comprese le donne. Gli israeliani hanno rubato circa 350 capi di bestiame. Nei pressi di Hebron si sono presentati in gruppo, puntando i fucili contro gli abitanti del Sa’ir; a Nablus hanno fatto irruzione in una casa, aggredendo il proprietario. Intanto a Gaza non si fermano le violazioni del cessate il fuoco: proseguono quotidiani bombardamenti e omicidi. Anche ieri Israele ha ucciso tre persone a Gaza City, di cui due 17enni e i carri armati hanno aperto il fuoco sulle tende degli sfollati a Khan Younis. Dall’inizio della “tregua” Tel Aviv ha ammazzato 651 palestinesi e ne ha feriti 1741. Nello stesso periodo la protezione civile ha recuperato 756 cadaveri. L’ingresso di aiuti e carburante continua a essere totalmente insufficiente e la situazione umanitaria è disastrosa.