Delitti e castighi nel buio delle carceri di Luigi Manconi La Repubblica, 13 marzo 2026 Negli ultimi anni sono stati oltre una ventina le inchieste e i processi che hanno avuto o hanno tuttora per oggetto comportamenti illegali di membri della Polizia penitenziaria. Si tratta di centinaia di indagati e condannati; e di altre centinaia di agenti (ma anche dirigenti e comandanti) che hanno taciuto o depistato o apertamente protetto i responsabili di illegalità, arrivando a falsificare atti e testimonianze. È il quadro generale del sistema penitenziario (Giustizia minorile compresa) a rivelare, così, il suo stato rovinoso. Nell’arco di due anni e due mesi i suicidi in carcere sono stati 182. Ma un altro dato suscita particolare allarme. Nel corso del 2025, su 254 decessi ben 50 si devono a “cause da accertare”. E questo, oltre a far sospettare che i suicidi effettivi possano essere ancora più numerosi, segnala quale sia il livello dell’assistenza sanitaria all’interno delle celle. Secondo le carte delle indagini della Procura di Roma sui fatti avvenuti nell’Istituto penale minorile (Ipm) di Casal del Marmo (anticipate da questo giornale), le violenze messe in atto dai poliziotti penitenziari si sarebbero verificate “nelle zone non coperte dalle telecamere”. È la rappresentazione di un tragico scenario e, nel contempo, una cupa metafora: il sistema penitenziario resta tuttora una zona oscura, un invisibile e indicibile luogo di sofferenza, un buio spazio extralegale dove si consumano delitti e castighi. Quello di Casal del Marmo è uno dei 17 Ipm italiani dove nell’arco di tre anni il numero di reclusi, secondo il più recente rapporto di Antigone, è cresciuto di oltre il 50 per cento a seguito degli effetti funesti del cosiddetto “decreto Caivano”. Quest’ultimo, come altri provvedimenti dell’attuale governo, piuttosto che reprimere la criminalità, specie quella giovanile, ha ottenuto l’effetto di moltiplicare i criminali, specie quelli giovanili, veri o presunti. La detenzione, fino ad allora adottata in misura ridotta, ha perso così il suo connotato di pena residuale, dal momento che è cresciuto in maniera esponenziale il numero degli ingressi di ragazze e ragazzi per cui è stata disposta la reclusione. In sostanza, il decreto ha facilitato l’arresto in flagranza e inasprito le pene legate al possesso di stupefacenti, anche in dosi di lieve entità. Basti pensare che a oggi il 64,9 per cento di quasi 600 giovani detenuti è in attesa di sentenza. Il risultato è un tasso di sovraffollamento negli Ipm del 147,9 per cento. E tutto ciò mentre, nel 2025, i fondi destinati al dipartimento della Giustizia minorile hanno subito un taglio del 4,5 per cento; e sono diminuiti di 243 unità gli operatori a contatto più diretto con i detenuti negli istituti per adulti e in quelli per minori (secondo quanto dichiarato da Gennarino De Fazio, segretario del sindacato Uilpa). Il discorso si fa ancora più problematico se riferito alla detenzione minorile e a quella fascia di età particolarmente vulnerabile, tra i 14 e i 17 anni, che richiederebbe una politica trattamentale razionale e intelligente. Di essa non troviamo alcuna traccia, mentre si ha notizia di condizioni “inumane e degradanti”, di abusi e illegalità e di situazioni estremamente critiche in un certo numero di istituti (Milano, Benevento, Torino, Bari…) e in chissà quante altre “zone non coperte dalle telecamere”. Ovvero dal controllo dell’opinione pubblica e delle istituzioni rappresentative. Riguardo alla vicenda in questione, è stata la garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, Valentina Calderone, a presentare un esposto in procura già nell’estate scorsa; e le testimonianze di educatori e religiosi hanno contribuito all’individuazione delle responsabilità personali - sia chiaro: al momento solo presunte - degli agenti. Il numero degli indagati per lesioni e torture all’interno di Casal del Marmo sono meno di una decina rispetto a un corpo di polizia penitenziaria che annovera circa 37 mila membri, dirigenti compresi. Anche sommando tutte le persone coinvolte nelle diverse indagini, si tratta chiaramente di una esigua minoranza statistica. E così si ritorna alla stucchevole retorica delle poche mele marce. Mai una immagine fu tanto fallace. Ribadito per l’ennesima volta che è la botanica a dirci come anche una sola mela marcia possa infettare l’intero canestro, va ricordato che le mele marce non sono poi così rare. Se consideriamo l’insieme degli istituti per adulti, negli ultimi anni sono stati oltre una ventina le inchieste e i processi che hanno avuto o hanno tuttora per oggetto comportamenti illegali di membri della Penitenziaria. Si tratta di centinaia di indagati e condannati; e di altre centinaia di agenti (ma anche dirigenti e comandanti) che hanno taciuto o depistato o apertamente protetto i responsabili di illegalità, arrivando a falsificare atti e testimonianze. È il quadro generale del sistema penitenziario (Giustizia minorile compresa) a rivelare, così, il suo stato rovinoso. Nell’arco di due anni e due mesi i suicidi in carcere sono stati 182. Ma un altro dato suscita particolare allarme. Nel corso del 2025, su 254 decessi ben 50 si devono a “cause da accertare”. E questo, oltre a far sospettare che i suicidi effettivi possano essere ancora più numerosi, segnala quale sia il livello dell’assistenza sanitaria all’interno delle celle. A fronte di tutto ciò, la politica del governo risulta davvero fallimentare. Della riforma della custodia cautelare, futilmente più volte annunciata dal ministro Carlo Nordio, nulla più si è saputo; e sull’impegno a realizzare 10 mila nuovi posti detentivi entro il 2027 - se pure si trattasse di una soluzione saggia ed efficace - neppure i più stretti congiunti del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove sembrano disposti a giurare. Restano le parole di una delle vittime di Casal del Marmo: “Un agente mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Quindi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”. Non dubito che a breve, anche su questo efferato episodio, la presidente del Consiglio vorrà pubblicare un accorato video sui suoi amatissimi social. Nelle carceri le attività di teatro e di cultura sono sgradite? di Paolo Galletti strisciarossa.it, 13 marzo 2026 La Costituzione e le sue previsioni possono essere offese anche con le Circolari e non solo con le iniziative legislative. Così una disposizione del Dap (Dipartimento per l’amministrazione Penitenziaria) emanata nel mese di ottobre 2025 ha stabilito che “l’autorizzazione per gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo da svolgersi presso gli istituti ricomprendenti circuiti di Alta Sicurezza debba ora essere sempre richiesta alla Direzione Generale, anche quando gli eventi siano rivolti ai soli detenuti del circuito di media sicurezza”. Nei fatti l’attuazione pratica di questa normativa ha portato a revocare l’autorizzazione allo svolgimento di attività che si svolgevano da anni senza alcun problema e che rappresentavano un momento di crescita per le persone coinvolte. In particolare si è negata la prosecuzione dell’attività di lettura e teatro che vedeva da oltre 20 anni coinvolti, nell’ambito del circuito di appuntamenti del “Salone del libro”, studenti e detenuti del carcere di Saluzzo; sospeso il progetto “Adotta uno scrittore”, vietato ai ragazzi di assistere allo spettacolo preparato con i reclusi. Un diniego, racconta “la Stampa” che si era già registrato per analoga occasione di incontro in occasione del Natale 2025. Vietato anche uno spettacolo teatrale, anche in questo caso protagonisti studenti e detenuti, nel carcere di Asti Limiti sono stati imposti anche alla compagnia teatrale che opera all’interno dell’Istituto di detenzione a Rebibbia. A Padova invece si “smonta” improvvisamente un reparto del carcere per le “troppe attività di associazioni e cooperative” legate alle attività lavorative svolte nella struttura. Ciò ha provocato proteste e prese di posizione come quella della Legacoop Veneto che denuncia l’interruzione di “progetti di rieducazione frutto di decenni di lavoro rivolto al recupero dei detenuti, demolendo così un’esperienza positiva che era modello a livello nazionale”. Che fine ha fatto dunque la previsione contenuta nell’articolo 27 della nostra Carta relativamente alla funzione di rieducazione e di recupero sociale del condannato? Il tutto in un contesto che ha da anni molta difficoltà anche a mettere in pratica l’altro enunciato dell’articolo costituzionale ovvero il fatto che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. A negarlo sono gli impietosi dati del sovraffollamento negli Istituti di pena (63.000 detenuti su 46.000 posti disponibili con situazioni limite come quelle di Lucca con una percentuale di presenze pari al 246% della capienza), la carenza di personale, i frequenti episodi di violenza (di questi giorni la notizia delle percosse che sarebbero state subite dai detenuti del carcere minorile di Roma). Numerose sono le denunce di associazioni, giornalisti e parlamentari (su tutte Ilaria Cucchi) nonché degli stessi detenuti, tra le quali spicca per la visibilità ottenuta, quelle dell’ex ministro e sindaco di Roma Gianni Alemanno. La corsa al reato perseguita dal governo Meloni con una determinazione sconosciuta per altri obiettivi (oltre 50 nuove fattispecie in tre anni e mezzo) ha aggravato il problema e anche condotto, come rilevato dal rapporto Antigone, ad un innalzamento delle presenze nelle carceri minorili (mercé il “decreto Caivano”). Appare fondata dunque la considerazione del garante dei detenuti Paolo Allemano quando dichiara che “La tendenza è quella di chiudere ogni forma di collaborazione tra detenuti e mondo esterno”, una visione esclusivamente punitiva nella quale è facile riecheggiano le parole del sottosegretario alla giustizia Delmastro lieto di “far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare”. Mattia Feltri, nella sua rubrica sul quotidiano di Torino, definisce questo atteggiamento governativo “Banditismo protetto dalla legge”. Una visione pressoché esclusivamente punitiva come da tradizione ideale della destra a partire da Alfredo Rocco, lontana dall’evoluzione democratica e umanistica sul tema del trattamento carcerario sviluppatasi soprattutto negli anni ‘70 (la riforma dell’ordinamento penitenziario che finalmente ha archiviato quello dell’era fascista basato su privazioni e sofferenze fisiche è del 1975), una concezione che allontana il recupero e favorisce l’emarginazione. Un’altra vicenda che mostra come, un passo per volta, circolare dopo circolare, decreto dopo decreto, menzogna dopo menzogna, referendum dopo referendum, il “progetto” prosegue. Chi non lo vede oggi e non prova ad opporsi lo vedrà quando sarà troppo tardi per dolersene. Debora Serracchiani: “Il Ministero mina anche il poco di buono che in carcere si fa” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 13 marzo 2026 Intervista con la responsabile giustizia del Pd sui limiti alle attività culturali per i detenuti. “La nuova circolare complica la situazione detentiva che già è gravissima. Non ci accontentiamo delle risposte di Nordio: succede il contrario di ciò che dice”. Debora Serracchiani, il governo limita le attività teatrali e culturali in carcere. Alcune le vieta. Che idea si è fatta di questa stretta? Abbiamo chiesto conto al governo della circolare di ottobre scorso, che accentra su Roma le decisioni sulle attività nelle carceri dove ci sono detenuti in alta sicurezza. Ha risposto che va tutto bene, ma noi non ci accontentiamo: facciamo di continuo visite in carcere e sappiamo che succede l’esatto opposto di quello che dice il ministero. Le nuove regole rendono più difficili le procedure e dissuadono dalla presentazione dei progetti. Che, anche quando vengono presentati, a volte non sono accolti. Ho riscontrato problemi particolari sulle attività teatrali, che sono le più complesse ma anche le più organizzate. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella risposta che vi ha mandato sostiene che le attività non sono diminuite... Abbiamo potuto constatare che così non è. C’è un passaggio della circolare che colpisce particolarmente. E che lascia sbigottiti. Quale? Prima che il magistrato autorizzi l’attività, da Roma devono fare una “valutazione preliminare di opportunità penitenziaria”. Significa che si toglie autonomia al magistrato di sorveglianza e al direttore del carcere. Si prende una decisione senza tenere conto del territorio, delle caratteristiche del progetto. Dal Dap dicono sì o no senza approfondire nulla. E tutto questo si ripercuote sui diritti dei detenuti... Sono i detenuti a rimetterci davvero. Tra l’altro si punta a limitare le attività trattamentali nei confronti dei reclusi considerati più pericolosi, senza pensare che è proprio con loro che si possono fare attività rieducative più lunghe. Poiché hanno una pena pesante, che dura tanti anni, si potrebbe fare su loro un investimento rieducativo ampia portata. E invece proprio con loro si fa di meno. Del resto il disegno del governo è chiaro. Le criticità delle carceri sono tante. Quali vede in particolare? Il governo si disinteressa del sovraffollamento, ci sono degli istituti dove non viene fatta manutenzione ordinaria né straordinaria. I magistrati di sorveglianza sono pochi, i decreti attuativi per favorire l’ingresso dei detenuti tossicodipendenti in comunità non sono mai arrivati. La situazione è gravissima e il governo non fa nulla, se non introdurre il reato di rivolta penitenziaria e complicare le procedure per portare avanti quel poco di buono che in carcere si faceva. C’era un piano carceri all’orizzonte. Ha notizia di qualche evoluzione? Non c’è assolutamente niente. Non solo non abbiamo visto alcun piano carceri, ma abbiamo perso di vista anche il commissario alle carceri. Anzi, non l’abbiamo mai visto. Lo stesso si può dire del garante dei detenuti. Dal governo dimostrano di disinteressarsi totalmente dell’articolo 27 della Costituzione. La giustizia giusta di cui parlano loro dovrebbe partire dalle carceri, che invece sono sempre più una discarica sociale dove aumentano le tensioni. Dovrebbe interessarci non tanto quando esce un detenuto, ma come esce. E oggi dal carcere si esce peggio di come si è entrati. Detenuti in regime di 41-bis, Pdl dem contro il “confinamento” nelle isole Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2026 Incardinata al Senato una proposta di legge a prima firma Marco Meloni (Pd) per eliminare la “corsia preferenziale” che colloca in via prioritaria i detenuti al 41-bis nelle strutture carcerarie delle isole, in particolare la Sardegna. Fino a circa dieci anni fa, la Sardegna ospitava nelle strutture carcerarie dell’isola pochissimi detenuti in regime di carcere duro (il cosiddetto 41-bis), poi cresciuti gradualmente fino a un centinaio di unità. Ora il loro numero dovrebbe raggiungere un nuovo picco: nelle prossime settimane ne sono attesi oltre 160, in linea con la politica di “concentrazione” dei detenuti più pericolosi nelle carceri delle isole annunciata dal ministero della Giustizia, deciso ad attuare la “corsia preferenziale” per le isole introdotta nell’ordinamento penitenziario nel 2009 ma mai realmente applicata. Questo, spiega il senatore dem Marco Meloni “significa averne circa 260 in Sardegna su una popolazione complessiva di detenuti in regime di 41 bis che di solito è tra i 750 e gli 800 unità”. Ma oggi come oggi, concentrare “un terzo dei detenuti pericolosi in una sola Regione è una totale ingiustizia che non ha nessun senso logico”. “Non si capisce per quale ragione sia meglio che questi detenuti siano nelle isole”, sottolinea a Parlamento 24 Meloni, primo firmatario di una proposta di legge per stoppare la linea perseguita da via Arenula che vorrebbe distribuire i detenuti in regime di carcere duro in sette strutture carcerarie “dedicate” al 41-bis, tre delle quali in Sardegna. “Posto che il ministero può definire secondo le sue linee dove sia meglio che vengano ospitati questi detenuti che sono i peggiori criminali in Italia”, come conferma il fatto che tra loro ci sono “i capi delle organizzazioni criminali più efferate”, conclude Meloni “davvero non non si comprende per quale ragione dovrebbe interessare prioritariamente” le isole, e la Sardegna in particolare. L’Atto Senato 1615 è stato incardinato in commissione Giustizia. Il Paese delle leggi anti-maranza di Vincenzo Scalia L’Unità, 13 marzo 2026 Dai tempi del lockdown, in Italia, ha preso piede la costruzione della devianza minorile come il principale problema del nostro Paese. Una rappresentazione dicotomica, lanciata dalla serie televisiva Mare Fuori, che raccontava di giovani che scelgono di sprofondare in un destino criminale malgrado il sostegno degli operatori penitenziari. Una mistificazione della realtà, prontamente recepita dalle altre articolazioni dell’apparato mediatico, e fatta propria da quelle forze politiche che, sin dai tempi di Bibbiano, puntavano a liquidare uno dei migliori sistemi penali minorili del mondo, studiato e copiato a livello internazionale per la residualità della pena e l’attenzione rivolta alla crescita del minore. Siamo arrivati ai decreti che smantellano nei fatti il sistema penale minorile. Dall’approvazione del decreto Caivano, i minori reclusi sono aumentati del 60%. Una percentuale che il decreto anti- Maranza minaccia di fare impennare. Alla crescita della popolazione detenuta, non corrisponde un miglioramento delle strutture penitenziarie, né un’assunzione del personale proporzionale ai bisogni del nuovo contesto, o una diversa formazione. Ne consegue un deteriorarsi dell’ambiente penitenziario, in una cornice dove l’ideologia e le pratiche contenitive la fanno da padroni. Last but not least, gli operatori degli Istituti Penali per Minori, si sentono legittimati in maniera energica dalle rappresentazioni esterne, nonché da provvedimenti legislativi che fanno della repressione il principio cardine. Nell’Italia di Mare Fuori, del decreto Caivano, di quello anti-Maranza, emerge l’inchiesta sulle torture avvenute nel carcere minorile di Casal del Marmo. Dieci agenti dell’IPM romano, il più grande d’Italia, finiscono sotto inchiesta per avere commesso gravi abusi fisici nei confronti di minori detenuti, in particolare di origine straniera. Nell’attesa che l’accertamento delle responsabilità faccia il suo corso, appare utile riflettere sulla vicenda, sotto tre aspetti: la rappresentazione della devianza minorile di questi ultimi anni, le politiche penali conseguenti, il razzismo istituzionale. Due aspetti che si sommano al razzismo di vasti settori della società italiana, ormai sedimentato da un quarantennio. E da quello istituzionale delle forze di polizia. Come asserito un anno fa dall’ECRI. E come emerge da vari, tragici, episodi di cronaca, non ultimo, quello di Rogoredo. Inoltre, bisogna preoccuparsi seriamente per la cadenza regolare con cui emergono casi di torture all’ interno del sistema penitenziario italiano. I diritti umani, già precari al di qua dei cancelli, si annullano del tutto all’interno. Che fine fa l’articolo 27 della Costituzione? Sarebbe ora di uscire fuori dal mare del populismo penale. E pensare al futuro delle giovani generazioni. Cominciando col dare la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia. Perché il futuro dei giovani coincide con quello di tutto il Paese. Coltelli e rabbia, allarme ragazzi violenti. “In dieci anni rapine più che raddoppiate” di Nina Fresia La Stampa, 13 marzo 2026 Tra i reati in aumento anche l’associazione mafiosa. Save the Children: “La risposta non può essere solo punitiva”. Rabbia, paura e forte sfiducia nella società: sono i sentimenti dietro ai numeri del rapporto “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” realizzato da Save the Children. Il campanello d’allarme suona forte e chiaro: è vero che le segnalazioni dell’autorità giudiziaria minorile sono diminuite nel corso degli ultimi vent’anni, ma allo stesso tempo sono aumentati i reati di natura violenta commessi dai giovanissimi. Rapine, lesioni personali, risse e minacce sono sempre più diffusi. I reati contro la persona sono passati da 15.365 nel 2019, cioè prima del Covid, a 21.958 nel 2025, registrando una crescita costante nel tempo. Le rapine commesse da minorenni sono più che raddoppiate in dieci anni: dai 1.900 casi nel 2014 si è arrivati ai quasi 4.000 del 2024. Dal rapporto emerge come l’uso di armi tra i più giovani non solo sia in aumento, ma si tratti ormai di una pratica consolidata su tutto il territorio nazionale. Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children, spiega come questo inneschi un “cortocircuito della paura”: “I ragazzi che abbiamo intervistato spesso ci hanno riferito di portarsi dietro un coltello perché hanno paura e ne hanno bisogno per difendersi. Percepiscono il loro contesto di vita come rischioso e non si rendono conto di contribuire a loro volta ad aumentarne la pericolosità. Trattandosi poi di adolescenti con un’autoregolazione emotiva più bassa degli adulti, se scoppia un litigio è molto più facile che si passi dalle parole ai fatti e venga tirata fuori l’arma”. Nel 2025 è stato raggiunto il picco di segnalazioni per porto abusivo di armi tra minori, 1.096 adolescenti in totale. Nella sola città di Milano, l’aumento per questo reato è del 455% nell’arco di dieci anni. Fare paura per essere notati - Il report smentisce l’esistenza di “baby gang”, cioè gruppi organizzati di ragazzi dediti alla commissione di crimini. Spesso, però, delle azioni coordinate si verificano e a renderle possibili sono i social: “Le piattaforme online sono usate come strumenti operativi per creare dei gruppi che si costituiscono e disgregano molto velocemente”, continua Inverno, “e servono anche ad avere visibilità, per affermarsi attraverso dei filmati in cui si lotta in delle risse o si minaccia qualcuno. O magari anche per farsi notare da organizzazioni criminali adulte”. Lo stesso vale per l’estetica musicale adottata dai più giovani di tutte le estrazioni sociali, con testi che esprimono marginalità e voglia di riscatto. “Almeno fare paura significa essere visti”, dice Enzo, uno dei ragazzi intervistati. Anche secondo i funzionari dei servizi sociali sentiti da Save the Children, con la violenza ragazzi e ragazze lanciano un grido di aiuto agli adulti: gli educatori che i giovani incontrano dopo aver commesso un crimine rappresentano spesso il primo punto di ascolto. La risposta a questi dati non può essere solo punitiva, sottolinea il rapporto. I minori e i giovani adulti presi in carico dagli Uffici di Servizio sociale per i minorenni nel 2024 sono 23.862, in aumento soprattutto a causa di permanenze prolungate nel sistema penale di giustizia minorile. “Norme restrittive approvate dal governo, come il Decreto Caivano, hanno reso più frequenti casi di custodia cautelare e limitato l’accesso alle pene alternative”, commenta Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, “a pesare è soprattutto l’informalità del messaggio, cioè che servono più arresti e pene esemplari. Bisognerebbe invece ripensare a delle politiche educative e sociali orientate alla prevenzione”. In direzione ostinata e contraria di Michele Passione* Ristretti Orizzonti, 13 marzo 2026 Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori, antagonisti; tutti in libertà, “se non passa la riforma”. Già che ci siamo, in direzione contraria, anche figli strappati alle madri. Con la bava alla bocca, chiamando a gran voce i suoi, scuotendo i peggiori umori forcaioli, la donna, madre, italiana fa la faccia feroce, e di nuovo tocca ingoiare e trattenere il respiro, per provare a spiegare, ancora una volta, che separare le carriere non ha nulla a che fare con questa pazza idea di rimettere a posto le cose e fermare il “plotone di esecuzione”. Piuttosto, senza pretesa di esaurire l’elenco, c’è l’ambizione di non far del processo uno strumento di lotta alla criminalità, ma di accertamento di un fatto, dando alle parti un ruolo paritario, dinanzi a un giudice terzo (non solo imparziale). Un mezzo, non un fine, nel quale il senso del limite aiuti a rifuggire dal dogmatismo dell’assolutezza della verità a tutti i costi, inseguendo la cultura dell’inquisizione (altro che della giurisdizione). Del resto, “l’etica del dubbio, sottesa al paradigma cognitivo del garantismo, non è contro l’etica della verità: ne è la dimensione critica” (Pulitanò). Possiamo coltivare l’idea di porre “la legislazione e la giurisdizione l’una a fianco dell’altra, ed entrambe di fronte alla Costituzione” (Fioravanti), sapendo che il processo non regala certezze, non solo perché comporta sempre una valutazione, ma perché l’in dubio pro reo costituisce la premessa e il possibile approdo del giudizio. Dove c’è dubbio non si può punire. Ha ragione il segretario di Magistratura Democratica, quando ricorda che non bastano certo buonsenso comune e la prevedibilità delle decisioni a guidare il lavoro del magistrato, ma alle sue considerazioni di ieri mi limito ad aggiungere che rifuggo dall’idea che possa essere un buon senso comune a verificare la bontà di un percorso interpretativo; del resto, come si vede riprendendo le parole urlate nel comizio di ieri, il buon senso della premier è all’evidenza agli antipodi di chi scrive, (il buon senso mi fa senso, mi pare una melassa dove tutto scolora). Eppure voto si. Perché vorrei avere un giudice più libero da condizionamenti esterni ed interni. Perché vorrei un giudice che sappia dire anche no a chi chiede arresti, sequestri, intercettazioni, proroghe, pesando sempre e soltanto il materiale da valutare, e non pensando a cosa conviene e a chi glielo chiede. Perché i diritti dei cittadini si rafforzano se i ruoli sono chiari, senza agitare paure, vellicando umori (e timori). Perché accusare e giudicare sono compiti radicalmente incompatibili, e non è possibile la reductio ad unum. Solo un esempio; non riesco a comprendere come possa condividersi il timore di futuri pm Torquemada da parte di chi oggi proprio nulla fa per prenderne le distanze quando vengono scaraventate sulle scrivanie centinaia di richieste cautelari, e però prospetta futuri distopici se le cose cambieranno. Per paradosso, dunque, qualcuno vuole giudici più terzi e indipendenti, ai pm viene espressamente riconosciuta autonomia e indipendenza costituzionale (art.104 Cost.), ma il contesto (Giorgia e i suoi) prevale sul testo, e diventa un pretesto. Per dire no. E invece andiamo, in direzione ostinata e contraria; con la forza delle idee antiche e costituzionali, nessuna “forza nuova”. *Avvocato Più garanzie per i magistrati significa meno democrazia? di Renato Balduzzi Avvenire, 13 marzo 2026 Nonostante un clima non propriamente favorevole a ragionamenti e a riflessioni, ecco una chiave di lettura che potrebbe consentire di esercitare meglio, i prossimi 22 e 23 marzo, il dovere civico del voto, ai sensi dell’art. 48, comma 2, della Costituzione. Dopo l’autorevole e fermo invito del presidente della Repubblica a rispettare il Consiglio superiore della magistratura, i toni si sono un po’ abbassati, ma la campagna referendaria sulla riforma dell’ordinamento giudiziario continua ad affrontare l’ultima settimana intrecciando luoghi comuni non dimostrati, falsità contrabbandate per evidenze, attacchi generalizzati e talvolta scomposti alla magistratura quando non a singoli magistrati in particolare. Neppure le accresciute preoccupazioni che l’attacco all’Iran sta comportando, anche con riferimento alla vita quotidiana di ciascuno, sembrano indurre ad approcci più equilibrati. Ebbene, nonostante questo clima non propriamente favorevole a ragionamenti e a riflessioni, vorrei suggerire, in quest’ultimo numero della rubrica prima del referendum, una chiave di lettura che potrebbe consentire di esercitare meglio, i prossimi 22 e 23 marzo, il dovere civico del voto, ai sensi dell’art. 48, comma 2, della Costituzione. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti, o almeno a molti, che il “cuore” della riforma sul tappeto è la modifica dell’equilibrio costituzionale tra organi di indirizzo politico e organi di garanzia, o più semplicemente tra politica e magistratura, sulla premessa che quest’ultima avrebbe nel tempo acquisito un potere eccessivo tale da ostacolare indebitamente i governanti. Del pari, dovrebbe essere altrettanto evidente che questa tensione non concerne soltanto il nostro Paese, perché da anni si constata un analogo fenomeno in altri ordinamenti a noi paragonabili. Eppure, ancora un recente studio di Marta Cartabia (Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico, Egea, 2026, p. 103) ha smentito la convinzione, diffusa e fallace, che alla crescita delle istituzioni giudiziarie corrisponda una diminuzione delle istituzioni politiche e che lo sviluppo delle istituzioni democratiche esiga un contenimento di quelle di garanzia. Conclusione pure accolta, da tutt’altra angolatura culturale, nel volume di Antonio Cantaro Amato popolo (editore bordeaux, 2025, p. 66), dove si legge che la tutela dei diritti e del pluralismo istituzionale è la garanzia che la vitalità insita nella sovranità popolare non sia compromessa in radice. Quando, nel lontano 1789, i rivoluzionari francesi scrissero nell’art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che, perché si possa davvero parlare di “Costituzione”, occorre che sia assicurata la garanzia dei diritti e sia determinata la separazione dei poteri, scolpirono un legame utile ancora oggi: per garantire i primi, va disegnata con equilibrio la seconda. Questa è la ragione di fondo che spinge a chiedere che ogni intervento riformatore su tale equilibrio sia bene ponderato, bene spiegato, bene argomentato. Per fare tutto ciò, la propaganda va evidentemente ridimensionata e gli slogan possibilmente ridotti al minimo: non si tratta di vendere un prodotto a un consumatore, ma di aiutare l’elettore a scegliere, senza sovrapporre valutazioni di segno politico generale a valutazioni nel merito del quesito proposto. Staremo a vedere. Il garantismo non è la repubblica dei giudici ma nemmeno lo “stato di polizia” di Ilario Ammendolia Il Dubbio, 13 marzo 2026 Cosa sarebbe meglio per l’Italia: lo Stato di polizia o una Repubblica in cui i giudici avranno (come in parte già hanno) il ruolo degli ayatollah in Iran? Secondo molti è questo il vero quesito a cui dovrà rispondere il popolo italiano al prossimo referendum. È c’è chi sogna e lavora per uno Stato in cui il governo potrà ordinare una retata di rom, di immigrati o di ragazzi che manifestano per la pace, senza “l’impaccio” dei magistrati. Così dall’altro lato, ci sono coloro che vorrebbero travolgere gli argini costituzionali per stabilire il primato etico, politico e legale dei giudici. Un loro ruolo di reggenza della Repubblica con una politica delegittimata. Questa è la scelta che ci vorrebbero imporre dall’una e dall’altra parte. Io non ci sto anche perché il loro trucco è vecchio come il cucco. C’è chi dice: voti per la riforma? Sei con il governo! Ti sei messo con i “fascisti”. È una logica da teatro dell’assurdo in cui un personaggio partendo dal fatto che il gatto ha la lingua e che anche Socrate ha avuto la lingua arriva alla conclusione che Socrate era un gatto. Lo scontro referendario non avrebbe potuto essere peggiore. La Costituzione vuole che a decidere in caso di referendum sia il cittadino libero da condizionamenti. Invece la “politica” ha fatto una invasione di campo: i partiti e i magistrati hanno oscurato il quesito referendario trasformandolo in un voto pro o contro il governo. Non c’era modo peggiore per mortificare la Costituzione. La cosa che più umilia è che da un lato c’è in campo la Destra ma dall’altro lato non c’è la Sinistra con la sua storia di lotte per la libertà e per le garanzie costituzionali. Invece c’è l’Associazione Nazionale Magistrati o meglio una minoranza di magistrati, organizzati con la stessa logica e gli stessi meccanismi dei tempi di Palamara, e che conduce una campagna referendaria senza esclusione di colpi e senza alcun rispetto per la verità. La Sinistra, senza consultare il suo stesso popolo, si è messa a rimorchio di costoro. Soprattutto dei più scalmanati che hanno alle spalle una storia di destra estrema che si è estrinsicata per decenni lungo una linea di attacchi all’integrità della persona umana, alle libertà individuali e alla Costituzione. Qualcuno vorrebbe renderci subalterni e complici di costoro. Ci vorrebbe dare la libertà di scelta tra forca e mannaia. Non siamo disponibili a porgere il collo. Combatteremo la nostra battaglia sempre dalla stessa parte della barricata cercando di collocarci sul terreno di chi, in nome della Costituzione, rifiuta lo Stato di polizia con la stessa fermezza di chi rifiuta la “Repubblica dei giudici”. Lo faremo da Sinistra convinti di fare gli interessi della gente e che nessuno possa chiederci di più. Non è un referendum ma una vera guerra. E io non partecipo alla chiamata alle armi di Guido Salvini* Il Dubbio, 13 marzo 2026 Dopo una lunga riflessione ho deciso di non partecipare a questa chiamata alle armi che non è un referendum su una legge ma appunto una guerra. Abbiamo assistito ad una campagna più pubblicitaria che di informazione ai cittadini, che ben poco possono sapere della materia del referendum. Una campagna contrassegnata da slogan fasulli. Per il Sì “Vuoi una giustizia più giusta?”, per il No “Vuoi magistrati sottoposti al Governo?” come dire “In Italia preferisci che ci sia la pace o la guerra?”, domande che hanno già in sé una risposta tautologica. E poi “Voterebbero Sì Gelli e i malfattori” o, al contrario, votare No significherebbe tradire Giovanni Falcone che era per la separazione delle carriere. Ed ancora per qualcuno se ci fosse stata questa riforma Enzo Tortora non sarebbe stato arrestato ingiustamente mentre per gli altri con questa riforma non ci sarebbe stato Mani Pulite. Ma così, sganciando in modo suggestivo eventi lontani dal loro contesto storico-giudiziario, non riproducibile oggi, si può dire qualsiasi cosa. In sostanza questi slogan sono un inganno e una manipolazione degli elettori. Esaurito questo sfogo che nasce anche dalla lettura di centinaia e centinaia di articoli quasi sempre ripetitivi, autoreferenziali ed espressione della “voglia di esserci” di chi li scriveva, si può fare qualche riflessione. Prima di tutto il referendum è soprattutto una esasperata anticipazione politica delle elezioni del 2027 e non si vota su una legge ma si vota sui magistrati, pro o contro, e i magistrati stessi sono “parte” del voto. Questa è la prima stortura. La fiducia nella magistratura dovrebbe essere uno dei presupposti di un sistema democratico come il nostro. Se manca o è messa in discussione una democrazia diventa una bilancia mal tarata. Con il Comitato per il No l’Anm ha scelto poi definitivamente di essere un organo di rappresentanza politica ed in verità la sua strategia di comunicazione è stata più efficace di quella del Governo e anche di quella della stessa opposizione politica di sinistra che è rimasta in seconda linea. Ed ha consentito di rimontare lo svantaggio iniziale. Al Governo deve essere addebitato, al netto di passi falsi durante la campagna quali aver chiesto i nomi dei “finanziatori” del Comitato per il No e aver definito il Csm un organo paramafioso, di aver in Parlamento blindato testardamente il testo scatenando una guerra che dopo la fine dei governi Berlusconi sembrava potersi sopire. Nonostante e anzi forse per questo ci sono stati nella modifica degli articoli della Costituzione alcuni errori evidenti. Ne cito solo alcuni. Innanzitutto è una inutile fissazione del Ministro prevedere due concorsi separati per futuri Pubblici Ministeri e Giudici. Il doppio concorso complica senza servire a nulla perché gli uni e gli altri andranno a usare gli stessi Codici e le stesse leggi. I primi devono conoscere come funziona il giudizio per portare a buon esito le loro indagini, i secondi conoscere le tecniche di indagine per valutare sono state corrette, come vale anche per gli avvocati: in sostanza la formazione iniziale non è scindibile. Inoltre è assolutamente ragionevole che i vincitori del concorso, spesso in giovanissima età, abbiano una fase di rodaggio anche attitudinale per decidere poi cosa fare, il Giudice o il Pubblico Ministero, per tutto il resto della loro carriera. La possibilità, dopo un concorso unico, di cambiare la scelta iniziale, limitata magari ai primi 4 anni di servizio davvero non mi sembra uno scandalo. L’Alta Corte di Giustizia Disciplinare non ha nessuna obiezione di principio, costituita come è sulla falsariga della Corte Costituzionale e con il Presidente della Repubblica come garante. Può evitare la contiguità tra giudicanti e giudicati ed escludere il Csm da una funzione di fatto giudiziaria dato per un magistrato il giudizio disciplinare non è meno grave di un processo penale. Tuttavia il nuovo giudizio disciplinare è stato congegnato male perché per l’appello è prevista la competenza della stessa Alta Corte seppur, ovviamente, con una composizione diversa. Ma l’Alta Corte è un organismo ristretto di 15 persone e i giudici di secondo grado sarebbero chiamati a confermare o smentire quanto deciso dai colleghi con cui lavorano tutti i giorni. Una evidente incongruenza. Inoltre non si comprende nel testo della riforma se vi sarà o meno ancora la possibilità del ricorso in Cassazione, che è una forma di garanzia. Nemmeno si comprende se l’iniziativa dell’azione disciplinare resterà in via esclusiva propria del Ministro di Giustizia o concorra ancora e come con quella della Procura Generale della Cassazione. Il potere di iniziativa dell’azione disciplinare del resto è un aspetto importante perché avviarla inutilmente, magari contro un magistrato senza coperture, o al contrario ometterla quando sarebbe necessaria, pensiamo ai molti magistrati “graziati” in occasione della vicenda Palamara, fa effettivamente la differenza, anche non meno dell’esito di un giudizio in sé. Stupisce poi che quasi nessuno abbia fatto cenno in questo scontro alle norme attuative perché le modifiche agli articoli della Costituzione sono sì una cornice ma molto dipenderà dal contenuto della legge che darà loro concreta attuazione. Per questo sarebbe giusto non blindare, come è avvenuto nelle votazioni per le modifiche alla Costituzione, anche le norme attuative affidandole solo alla maggioranza parlamentare, come se fossero di sua esclusiva proprietà. Affidarne invece la discussione e la stesura ad una Commissione qualificata di giuristi di diverso orientamento politico-culturale. Sarebbe già qualcosa in questo clima di guerra di religione. Gli aspetti che le norme attuative dovranno affrontare, e sono temi concreti e non ideologici, sono numerosi. Quanto al sorteggio certamente è l’aspetto più condivisibile della riforma perché separa la politica giudiziaria, cioè l’Anm, dall’alta amministrazione, cioè il Csm, sottraendo anche il magistrato comune alla soggezione e all’autocrazia delle correnti. E non dimentichiamo che spesso al Csm siedono figure di secondo piano perché quelli che comandano davvero sono nelle Segreterie delle correnti, sono loro a decidere. Ma chi sarà tra i sorteggiabili? I magistrati con un certo livello di anzianità certamente ma solo coloro che ne faranno richiesta o tutti? La questione non è indifferente perché per un magistrato comune lasciare il proprio lavoro e trasferirsi a Roma certamente non è una scelta indifferente e se le correnti spingessero i propri militanti a candidarsi tutti potrebbero riuscire a ristabilire una parte del potere perduto. Ed ancora potrà essere sorteggiabile chi ricopre incarichi direttivi o semidirettivi o chi fa parte o ha fatto parte dei Consigli Giudiziari? Meglio di no, direi, meglio far sedere in Consiglio che sta fuori dagli incarichi vari. Una questione simile si pone per lista dei candidati “laici”, giuristi e avvocati, da sorteggiare che deve essere predisposta dal Parlamento e di cui nella riforma si parla in modo generico. Se fosse consentita la predisposizione di una lista ristretta, cesserebbe di essere un sorteggio ma diventerebbe un meccanismo a beneficio della maggioranza. E comunque sarebbe necessario prevedere per la scelta dei sorteggiandi una maggioranza qualificata, ad esempio i tre quinti. Non si sa poi per il momento cosa succederà dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm presso le Corti d’Appello, che quasi nessuno conosce. Eppure lì si annidano le prime clientele correntizie. Sono infatti i Consigli Giudiziari a redigere i famosi “pareri”, sempre eccelsi per gli amici, che condizionano poi, utilizzati dal Csm, tutta la carriera. Anche i Consigli Giudiziari andrebbero riformati, depurati dai “capetti” locali. Per parlare poi di quello che non c’è, manca del tutto nella riforma qualsiasi idea diretta a migliorare il reclutamento e la formazione dei magistrati che oggi è del tutto insufficiente. Vinto il concorso, cioè in sostanza scritti bene tre temi, poco più che ragazzi di 24 -25 anni, senza alcuna esperienza di vita e di lavoro, assumono il diritto di giudicare per tutta la vita i diritti fondamentali di tutti, considerando che non esistono in pratica controlli successivi. E in molti casi il livello dei nuovi magistrati è sceso. Negli altri Paesi europei non funziona così. Ma nessuno si è posto il problema. Voterò alla fine, nonostante qualche virgola a beneficio del Sì, scheda bianca, anche a costo, con questa scelta personale, di scontentare tutti. Voglio star fuori da questa guerra. Dopo questa bellicosa campagna referendaria chiunque vinca, il Sì o il No, non ne verrà, almeno a tempi brevi, molto di buono per la giustizia e per il Paese. *Magistrato Roma. Presunte torture a Casal del Marmo: l’esposto di Antigone ha dato il via all’inchiesta di Susanna Marietti Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2026 Non parliamo di pericolosi terroristi ma di ragazzini, spesso di minori stranieri non accompagnati pluritraumatizzati da viaggi della speranza. Il 7 luglio scorso Antigone aveva depositato un esposto in procura nel quale raccontava le presunte violenze subite da ragazzini reclusi nel carcere minorile romano di Casal del Marmo. Erano varie settimane che eravamo stati raggiunti dalle prime segnalazioni e ne avevamo informato la garante comunale delle persone private della libertà, che ha avuto un ruolo fondamentale nel far sì che l’inchiesta oggi esplosa andasse avanti. “Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”; “mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”. Certo, dopo le violenze al Beccaria di Milano non era una novità che dei minorenni potessero essere brutalizzati da chi dovrebbe garantirne la custodia, ma è impossibile abituarsi all’idea. Di fronte al nostro esposto, di fronte alle testimonianze, di fronte ai racconti di quei ragazzini terrorizzati, eravamo veramente attoniti. Calci e pugni sferzati contro giovani inermi, colpi alla testa per mezzo di un pesante estintore, minacce, violenze agite di fronte allo sguardo sbalordito del personale medico (che si è unito alla denuncia), a riprova del senso di onnipotenza e di impunità che caratterizza gli agenti di polizia penitenziaria coinvolti negli eventi. Nel Rapporto periodico sulle carceri minorili pubblicato da Antigone lo scorso 25 febbraio si legge che in quell’istituto “nel 2024 sono stati registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Su questi ultimi viene riferito che due sono stati segnalati con scheda di evento critico, ossia episodi di portata significativa, mentre i 15 non segnalati apparivano di natura dimostrativa. Si sono verificate due proteste e quattro evasioni, di cui tre ragazzi evasi in un’unica occasione e uno durante un permesso premio. Per quanto riguarda il sistema disciplinare, sono state complessivamente irrogate 214 sanzioni, di cui 132 esclusioni dalle attività in comune”, la più grave delle sanzioni, che comporta la permanenza da solo in cella per molte ore al giorno. “Durante la visita al piano terra della palazzina dei giovani adulti”, si legge ancora nel Rapporto, “un ragazzo era collocato da solo in una stanza all’interno di un corridoio vuoto. Il personale e lo stesso ragazzo hanno riferito che si trattava di un collocamento ‘precauzionale’ poiché aveva avuto attriti con gli altri ragazzi”. Un carcere pieno di segnali di tensione. Un carcere che ci fa aprire gli occhi sul perché i giovani detenuti in questa fase storica stanno cercando ascolto e mettendo in atto proteste come mai accaduto prima. Un carcere che nulla ha a che vedere con la missione educativa che dovrebbe appartenere a qualsiasi istituzione pubblica che si occupa di minorenni. Antigone, con i suoi avvocati volontari, è oggi parte offesa nel processo per le violenze al carcere minorile milanese Beccaria. Chiederemo la costituzione come parte civile anche a Roma. Ci auguriamo che il Ministero della Giustizia faccia lo stesso, dando un netto segnale contro ogni forma di violenza. Il sistema della giustizia penale minorile è allo sbando, come abbiamo denunciato nel nostro Rapporto dal titolo non casuale “Io non ti credo più”. Non parliamo di pericolosi terroristi ma di ragazzini, spesso di minori stranieri non accompagnati pluritraumatizzati da viaggi della speranza e abbandonati a vivere in mezzo alla strada. Come potrebbero mai credere ancora al mondo degli adulti, che invece di aiutarli a costruirsi un futuro, cui ogni adolescente dovrebbe avere diritto, li sbatte in una cella? E alle volte li pesta senza pietà. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Roma. Don Raffaele Grimaldi: “Per gli operatori degli Ipm necessaria maggiore formazione” di Gigliola Alfaro ancoraonline.it, 13 marzo 2026 Al 31 dicembre 2025 i minori e giovani adulti in carico al sistema penale minorile erano 17.027, con una crescita del 25% rispetto al 2022. Negli istituti penali per minorenni, ricorda l’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile dal titolo “Io non ti credo più” presentato a fine febbraio, si è passati da 381 presenze a fine 2022 a 572 a fine 2025. Secondo il Rapporto è particolarmente critica la situazione dei giovani stranieri. E sono proprio alcuni detenuti stranieri, tra i 15 e i 19 anni, sarebbero le presunte vittime di pestaggi e aggressioni a opera di dieci agenti che sarebbero avvenuti nell’istituto penale minorile di Casal del Marmo, secondo un’inchiesta della Procura di Roma. Ne parliamo con don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. Don Raffaele, questa inchiesta su Casal del Marmo accende i riflettori sulle difficoltà degli istituti minorili… Nelle carceri minorili rispetto a quelle degli adulti la realtà è molto diversa, perché la maggior parte dei ragazzi detenuti sono stranieri e a volte non hanno delle vere e proprie regole e quindi non riescono a stare dentro la struttura carceraria come l’abbiamo concepita noi. Tante volte subentrano tante reazioni violente, come il fatto di incendiare le celle, e anche nel modo di rapportarsi soprattutto alla Polizia penitenziaria e agli operatori. Tutto questo non aiuta il clima all’interno degli istituti penitenziari minori. Abbiamo circa 600 ragazzi negli istituti penitenziari italiani, se ne sono aperti altri tre, a Rovigo, all’Aquila e a Lecce. Questa realtà giovanile che noi cappellani incontriamo negli istituti penitenziari è un mondo che soffre, è un mondo disagiato, è un mondo che non ha punti di riferimento, è un mondo che fa fatica ad inserirsi pienamente nel tessuto sociale. Il decreto Caivano ha inciso sull’aumento dei minori e giovani in carcere? Si sono ampliati i reati, quindi anche con piccoli reati si può entrare in carcere e anche questo ha facilitato l’aumento dei detenuti nelle carceri minori e per adulti. Come ci possiamo spiegare episodi come quelli al centro dell’inchiesta su Casal del Marmo? Gli operatori che svolgono il loro servizio all’interno degli istituti penitenziari hanno bisogno di una formazione diversa, dovrebbero soprattutto essere aiutati ad imparare a come rapportarsi con i ragazzi. Come non è facile per un genitore che fa fatica a seguire i propri figli che vivono certe esperienze, così possiamo dire avviene anche nei nostri istituti penitenziari. Gli operatori molte volte si sono formati ma c’è bisogno di una continua formazione e di un continuo adeguamento del loro rapporto con i detenuti negli istituti penitenziari. Don Raffaele, a Casal del Marmo si parla di episodi di grande violenza… Ci sono state delle denunce e non soltanto in quell’istituto, purtroppo in diverse realtà penitenziarie i detenuti vengono un po’ calpestati nella loro dignità. Sappiamo bene che anche tra gli operatori ci può essere qualche mela marcia, qualcuno che si rapporta con violenza, ma non bisogna generalizzare attribuendo questi atteggiamenti a tutti gli operatori perché molti lavorano con coscienza, impegno, responsabilità, attenzione, soprattutto anche verso i ragazzi. Ora aspettiamo gli esiti delle indagini per capire come queste persone abbiano potuto commettere dei reati così grandi, che vanno a ledere soprattutto la dignità dei più giovani, di coloro che sono senza voce, che sono più fragili e più deboli, persone che dovrebbero essere più tutelate e invece tante volte vengono schiacciate, soprattutto nelle loro azioni e reazioni. Lei diceva dell’importanza della formazione, perché forse è anche difficile rapportarsi con tanti ragazzi, anche stranieri? Esattamente. I ragazzi stranieri hanno un linguaggio e una cultura diversa, un modo di pensare diverso, non hanno soprattutto regole e sfidano quelle che si dovrebbero rispettare in carcere. Nel nostro Seminario di formazione per i cappellani degli istituti minorili ho invitato anche alcuni esperti proprio per farci aiutare su come dobbiamo rapportarci ai giovani disagiati presenti nei nostri istituti penitenziari. E se questo è utile per noi, lo è anche per tutti gli operatori penitenziari che hanno bisogno continuamente di aggiornamenti. La violenza a Casal del Marmo colpisce forse anche perché nell’istituto è presente il Pastificio Futuro, che è un esempio positivo… Gli episodi di violenza non devono farci dimenticare che in quel carcere si fa anche molto bene. Il pastificio a Casal del Marmo è un esempio soprattutto di un impegno da parte della società esterna che vuole coinvolgere i ragazzi ristretti. È importante offrire possibilità di lavoro, oltre a percorsi scolastici e educativi: il pastificio a Casal del Marmo e altre attività in altri istituti penitenziari aiutano i ragazzi ad abbandonare i percorsi a rischio intrapresi precedentemente all’arresto, a prendere fiducia in se stessi. Asti. Suicidio in cella, Nordio: “Christian Guercio era tranquillo, ma il caso andava gestito” di Valentina Moro La Stampa, 13 marzo 2026 Il guardasigilli risponde all’interrogazione parlamentare presentata da Ilaria Cucchi sulla morte dell’elettricista e dj di Asti, che lo scorso 29 dicembre si è tolto la vita nel carcere di Quarto dopo il suo arresto. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio interviene sul caso di Christian Guercio, elettricista e dj di 38 anni che si è ucciso all’interno del carcere di Asti lo scorso 29 dicembre. La risposta del guardasigilli arriva in seguito all’interrogazione parlamentare presentata da Ilaria Cucchi, senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra. “Alla visita di ingresso Guercio ha riferito tossicodipendenza e alcol-dipendenza. La valutazione psicologica ha indicato comportamento e ideazione corretti, umore tranquillo, assenza di propositi autolesivi e basso rischio di aggressività. In applicazione del protocollo locale è stato, dunque, posto a basso livello di attenzione”, ha spiegato il ministro. Aggiungendo però: “Il caso in esame, pur non collocandosi, nell’ambito della patologia psichiatrica, richiama, comunque, le misure previste per la gestione di tali problematiche, come sollecitato da parte dell’interrogante”. Le tappe della vicenda - Guercio era stato arrestato il giorno di Santo Stefano: il trentottenne aveva avuto una crisi dovuta anche all’assunzione di alcol e droghe. I genitori avevano chiamato l’ambulanza, ma erano intervenute anche le forze dell’ordine. Nello scontro con i carabinieri e l’uomo, in stato di alterazione, due militari hanno riportato piccole ferite alle dita, che hanno comportato nessun giorno di prognosi. Dopo un passaggio al Pronto soccorso, era stato dimesso cinque ore dopo e condotto alla casa di reclusione di Asti per resistenza a pubblico ufficiale. Non erano invece stati ravvisati i presupposti per la misura cautelare per il reato di lesioni personali. Non era alla prima carcerazione ed era noto all’Asl: fin da bambino gli era diagnosticato un disturbo oppositivo provocatorio, era noto per un problema di tossicodipendenza ed era stato più volte ricoverato per aver tentato il suicidio. Ma quando l’arresto è stato convalidato Guercio non è stato ritenuto affetto da problemi psichiatrici. “Quali iniziative si intendono intraprendere per chiarire la dinamica della vicenda e accertare le ragioni e le responsabilità dell’arresto per resistenza a pubblico ufficiale di una persona fragile e bisognosa di cure?”, aveva domandato la senatrice Cucchi, tirando in ballo il ministro. I dubbi della famiglia - Le parole del guardasigilli sono ritenute importanti dalla famiglia di Guercio. “Come si evince dalle parole di Nordio Christian rientrerebbe nei casi di persone con fragilità psichiatriche”, commenta la sorella Alessia. “Non doveva essere portato in carcere, ma una volta lì avrebbe dovuto essere attivato il protocollo per persone fragili con rischio suicidario. Perché non è stato così?”, domanda. Durante la prima visita in carcere non erano emerse patologie psichiatriche, era “tranquillo in quanto sedato e ammanettato”. Sarebbe stato considerato a basso rischio. In carcere, però, le informazioni sul suo stato di salute non sono mai arrivate. “Poiché - sottolinea il guardasigilli - il detenuto aveva dichiarato, all’atto del suo ingresso in istituto, di non voler informare nessuno, la Direzione penitenziaria, non possedendo contatti di familiari, ha richiesto ai carabinieri di contattare questi ultimi e ha informato il difensore”. Rovigo. Nuovo carcere minorile, via alla carica dei 100 volontari di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 13 marzo 2026 Disponibili ad attività con i ragazzi nello sport, musica, musica, teatro e arti. Cresce a vista d’occhio l’”esercito” di volontari pronti a prestare servizio nel nuovo carcere minorile in via Verdi che, da fine febbraio, ha iniziato ad ospitare i primi cinque detenuti. Tra i temi più gettonati per realizzare progetti a favore dei giovani ospiti lo sport, la musica e l’espressività artistica. L’altra sera al Seminario diocesano “San Pio X” nel capoluogo un primo incontro di formazione e confronto dedicato alle associazioni di volontariato interessate a sviluppare attività per i minori ospiti del nuovo Istituto penale per i minorenni (Ipm). Quasi un centinaio i volontari e i cittadini che hanno risposto alla chiamata della Diocesi di Adria-Rovigo e del Centro servizi volontariato (Csv) di Padova e Rovigo. Ospite dell’incontro anche Roberta Ghirardelli, direttrice dell’Ipm, la quale ha illustrato la filosofia che guiderà l’istituto. “Sarà uno “spazio di opportunità”, un laboratorio sperimentale di buone pratiche reso possibile anche dalla disponibilità di spazi fisici adeguati: aule scolastiche, ambienti per attività creative, spazi comuni interni ed esterni che potranno essere allestiti grazie anche alla generosità di donatori privati” ha spiegato Ghirardelli. Dal punto di vista operativo, dal dibattito dell’altra sera è emersa l’esigenza di offrire ai giovani detenuti esperienze quali lo sport, la musica, il teatro, le arti. Tanto che i partecipanti si sono suddivisi in gruppi tematici (sport, musica ed espressività artistica), per avviare un processo strutturato di coordinamento tra le realtà solidali che se ne occupano. L’insieme delle proposte raccolte verrà presentato alla direzione dell’ipm per avviare il percorso. “La comunità polesana è pronta ad assumersi una responsabilità collettiva” sottolinea la presidente del Csv Marinella Mantovani, per la quale “rieducare non dev’essere il compito di un edificio o di un’istituzione, ma della comunità intera. Ecco perché sarà importante dare a questi giovani anche strumenti per comprendere le relazioni e il rispetto di sé stessi e degli altri attraverso attività e iniziative delle associazioni”. Intitolato al musicista veneziano Antonio Vivaldi, l’Ipm di Rovigo nasce dall’ex carcere maschile per adulti del capoluogo, accanto al Tribunale. Ci sarà posto per 31 detenuti e 50 agenti di polizia penitenziaria, oltre a un direttore e dieci figure tra professionisti del settore pedagogico, impiegati e funzionari amministrativi. Modena. La città punta sul volontariato per il reinserimento dei detenuti di Estefano Tamburrini Avvenire, 13 marzo 2026 Finalmente libero, ma davanti c’era il vuoto: Mohammed era solo, senza casa né lavoro. Dopo il carcere c’era solo la strada, dove ha dormito per “alcuni mesi” dopo il suo rilascio. “Avevo paura di morire o di finire di nuovo in carcere. Non mi sentivo protetto da nessuno: ero completamente solo”, racconta lui stesso. Temeva di “essere aggredito” e, a un certo punto, si è rifugiato nell’alcol per “non pensare” a ciò che lo “faceva preoccupare o stare male”. La prigionia a Sant’Anna (la Casa circondariale di Modena) era ormai alle spalle, ma il “reinserimento sociale” - di cui parla l’articolo 27 della Costituzione - non c’era affatto. Lui però non si è arreso ed è riuscito a colmare le distanze che separano carcere e società: ha cercato supporto ed è arrivato (dopo un percorso conoscitivo) al Centro Papa Francesco, gestito da Caritas di Modena- Nonantola. Ora fa un tirocinio, il suo permesso di soggiorno è stato rinnovato e non vede l’ora di riabbracciare sua figlia, che vive in un’altra città. Ma il divario carcere-comunità resta. A Modena la condizione dei detenuti è un grande rimosso, spesso trattata a “distanza di sicurezza”. Eppure, sei anni fa - l’8 e 9 marzo 2020, sovraffollati, in pieno Covid - la città ha testimoniato la più grave rivolta carceraria del secondo dopoguerra, che lasciò nove vittime. Da allora è cambiato poco: il sovraffollamento è a circa il 150%, con una popolazione carceraria di 570-576 persone su una capienza regolamentare di 572 posti. “Perciò è importante parlarne, coinvolgendo l’intera cittadinanza. E non solo gli addetti ai lavori. La giustizia e l’esecuzione penale non possono essere affrontate per compartimenti stagni, ma chiedono uno sguardo condiviso”, spiegano ad Avvenire gli organizzatori della Tavola rotonda “Educare al bene all’ombra del male - Quali vie di giustizia sono possibili oggi?”, che si terrà domani alla chiesa di San Carlo (Modena). L’appuntamento si inserisce nell’ambito della rassegna “Modena capitale italiana del volontariato”, promossa da CsvNet e da Caritas Italiana. Interverranno monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vicepresidente della Cei, e il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. Saranno presenti anche diverse autorità civili, tra cui il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, e il magistrato dell’Ufficio sorveglianza locale Francesca Ranfagni. L’incontro non si limiterà a relazioni frontali, ma prevede una tavola rotonda tra i relatori, che in seguito lascerà spazio a una serie di tavoli tematici, in stile sinodale, tavoli tematici specifici dedicati al volontariato dentro e fuori le mura carcerarie, al reinserimento dei detenuti e alle misure alternative. Saranno condivise anche esperienze di Giustizia riparativa, definite da Castellucci come “una grande conquista civile, sia per chi commette che per chi subisce i reati”. Per l’arcivescovo: “La riconciliazione tra chi commette e subisce il reato è un miracolo”, capace di guarire le ferite “del colpevole e della vittima”. L’operatore Caritas, Massimiliano Ferrarini, del Tavolo terzo settore della Casa circondariale Sant’Anna, spiega così il senso dell’incontro: “Quale idea di comunità può rendere possibile una giustizia più umana, più responsabile e quindi anche più sicura? Serve una comunità coinvolta, non spettatrice”. La società - prosegue Ferrarini - non può quindi limitarsi a “chiedere punizioni esemplari” ma è chiamata a “interrogarsi, riconoscere le ferite e, quando è possibile, ricostruire legami”. Parliamo anche con Paola Cigarini, volontaria dell’associazione locale “Carcere-Città Odv” è quello di “una giustizia capace di costruire relazioni e opportunità”, superando le logiche di “vendetta, violenza ed emarginazione sociale”. Cigarini osserva l’aumento dei giovani nella popolazione carceraria, “già segnati da ferite profonde” ed “esperienze traumatiche”. Paola ammette che anche affrontano fatiche quotidiane, “nei tanti “no” da dire ogni giorno”, là dove “le risposte non bastano”. Tuttavia la speranza non manca. Qui c’è che “non si arrende” e che continua a “portare stimoli alle istituzioni”, affermano i volontari. Anche l’arcidiocesi di Modena-Nonantola esprime una vicinanza concreta ai detenuti di Sant’Anna, con l’erogazione di kit igienici e capi di vestiario, progetti di accoglienza post detentiva, percorsi di misure alternative e di reinserimento lavorativo. Milano. “Il carcere è un luogo maschile, organizzato solo per gli uomini” di Annavera Scandone zetaluiss.it, 13 marzo 2026 La giornalista Federica Delogu a Voices ha tenuto un panel sugli stereotipi di genere e la loro influenza nelle prigioni. “Il 97,5 % della popolazione detenuta è composta da uomini. La sproporzione è importante, ma gli obiettivi del sistema penitenziario rimangono l’ordine e la sicurezza. Ecco perché le donne trans sono collocate in istituti femminili”: Federica Delogu, giornalista italiana che collabora, tra gli altri, con Internazionale, Domani e Antigone, ne ha parlato al festival Voices, spiegando come destinare una donna transessuale a un istituto penitenziale maschile la esporrebbe a ripercussioni sulla sua incolumità, rischi di soprusi e violenze. Ha introdotto il tema degli stereotipi di genere e della loro influenza nell’ambito detentivo, ritenuto “binario”. La realtà è molto più complessa ed eterogenea, ma la tutela delle persone è attuata con la separazione, volta a salvaguardare i soggetti da traumi e aggressioni fisiche. I protagonisti del discorso sono le donne e gli uomini transgender: com’è organizzato il sistema italiano delle carceri in merito alla percezione personale di femminilità o mascolinità? “Di norma la collocazione avviene in base al sesso anagrafico registrato nei documenti, non all’identità di genere. Il principio di assegnazione è quello biologico”, dice Delogu. Alcuni dati: la quantità di istituti per donne presenti in Italia è esigua, solo 4 carceri femminili e circa 44 sezioni separate all’interno di istituti maschili. Questo succede perché le donne detenute sono poche: circa il 3% o 4% della popolazione carceraria italiana. “La riforma del 2018 dell’ordinamento penitenziario in Italia è stata un intervento normativo volto ad aggiornare la disciplina delle pene, con l’obiettivo di rafforzarne la funzione rieducativa. L’elemento principale del discorso è proprio la ri-socializzazione.” Il problema sorge con l’istituzione di sezioni protette, reparti destinati a detenuti che rischiano aggressioni, che però isolano indirettamente moltissime persone. Vi vengono collocati condannati per reati sessuali, collaboratori di giustizia e soggetti particolarmente vulnerabili. “L’obiettivo è garantire l’incolumità personale, separandoli dal circuito detentivo ordinario. Come spesso accade, un individuo transgender posto in una condizione di separazione può sentirsi marginalizzato o abbandonato a sé stesso, con minori possibilità di accesso alle attività di gruppo, di studio, di spazi pubblici. Non si viene nemmeno a creare il numero minimo per formare una classe. L’istruzione passa in secondo piano”. Riempire la propria giornata, in attesa dell’uscita, è fondamentale per superare il tempo, che “in un momento molto lungo di fragilità emotiva sembra non passare mai. La radice di quegli stereotipi non viene estirpata, di fatto si finisce a separare gli individui. Ci sono tanti casi di donne lesbiche in carcere, che possono vivere la propria sessualità molto più liberamente degli uomini. Non se ne vergognano. Il problema è che spesso si confrontano con un’idea infantilizzante della loro relazione. La vita di coppia lesbica è considerata un “sopperire alla mancanza di una relazione eterosessuale”. Iglesias. “Quando il carcere è donna”, incontro-dibattito dell’associazione La Mandragola di Giampaolo Cirronis laprovinciadelsulcisiglesiente.com, 13 marzo 2026 “Quando il carcere è donna” è il tema dell’incontro dibattito in programma domani pomeriggio, a partire dalle 17.00, nella sede del Mutuo Soccorso di Iglesias (via XX settembre n. 84 palazzo Upim). Promosso dall’associazione La Mandragola, dall’Anpi e dallo SPI Cgil nell’ambito delle iniziative per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne, l’appuntamento intende approfondire il tema della detenzione femminile. Hanno aderito all’iniziativa Arci, Soims e Casa Emmaus di Iglesias, l’incontro sarà introdotto da Maria Luisa Tocco e Gabriella Masala rispettivamente presidenti de “La Mandragola” e dell’ANPI. Seguirà una relazione di Maria Grazia Caligaris, presidente di “Socialismo Diritti Riforme” a cui seguirà il dibattito. Interverranno, tra gli altri, Mario Tuscano, Alberto Sechi, presidenti rispettivamente dell’Arci e della Soims e Maria Antonietta Piras in rappresentanza delle donne SPI Cgil. A caratterizzare l’incontro sarà la testimonianza di una detenuta Lorella Stefani, attualmente ospite di Casa Emmaus. “La condizione femminile nelle carceri italiane e sarde - ha osservato Maria Luisa Tocco - è poco nota e scarsamente oggetto di analisi. L’appuntamento di domani intende indagare su questa realtà spesso trascurata in un momento in cui si celebrano gli 80 anni del voto alle donne e in concomitanza con la Giornata Internazionale dei Diritti. Un’occasione per riflettere e comprendere chi sconta una pena e chi lavora per il recupero sociale delle persone detenute”. Messina. Tindaro Granata e il teatro in carcere. “Senza sognare moriamo dentro” di Ombretta Grasso La Sicilia, 13 marzo 2026 Stasera e domani lo spettacolo fra “cunto” e giochi di luci. Il monologo “Vorrei una voce” storie di donne attraverso le canzoni di Mina è nato da un laboratorio con le detenute. “Perdere la capacità di sognare significa far morire una parte di sé”. Di quanti sogni sono fatte le vite delle detenute della Casa Circondariale di Messina, rinchiuse in uno spazio di sbarre, cancelli, grate? Lo spettacolo “Vorrei una voce” - stasera e domani alle 21 al Teatro Ambasciatori di Catania per la rassegna Palco Off - è dedicato a coloro i quali hanno perso la capacità di sognare. Scritto e interpretato da Tindaro Granata - autore, attore, regista, vincitore del premio Ubu nel 2015-16, Premio Hystrio nel 2025 per questo lavoro - è un monologo toccante e vitale, drammatico e carico di speranza che si muove sulla voce di Mina. Uno spettacolo nato dall’esperienza umana e artistica del laboratorio teatrale condotto in carcere, con le detenute di alta sicurezza, nell’ambito del progetto “Il Teatro per Sognare”. Quattro anni di incontri, emozioni, cadute e rinascite diventati “materia scenica viva”. “Quando ho incontrato le detenute per la prima volta - racconta Tindaro Granata - si vergognavano del loro aspetto fisico, dei capelli, di essere ingrassate o senza trucco. Della loro femminilità smarrita tra quelle mura. Ho pensato di giocare con le parole di Mina, una immagine ideale come quella che sognavano di essere. Volevo restituire loro la dignità di essere donne. Non si trattava di cantare, ma attraverso le parole di Mina di sublimare angosce e rimpianti, trasformare il dolore”. Nello spettacolo, Granata racconta le storie di cinque donne, ognuna legata a una canzone. “Cinque storie che hanno a che fare con il tema della libertà - spiega - intesa come libertà interiore”. La voce è quella della “tigre”, l’attore canta in playback. Lo spettacolo si apre con un filmato inedito di Mina che interpreta “Io vivrò” di Battisti, un dono della grande artista all’attore e regista siciliano. Mina ha espresso il proprio apprezzamento per lo spettacolo, riconoscendone la delicatezza, la profondità e la forza emotiva. In scena c’è solo Tindaro Granata. Ma con lui ci sono gli sguardi, le lacrime, i sorrisi, la voglia di riscatto, il ricordo di un amore, le fragilità di quelle donne. Non vengono raccontati i reati, non c’è giudizio. “Non racconto il motivo per cui sono in carcere, ma il momento in cui hanno smesso di sognare, hanno smesso di credere nella vita. Lavorare con loro è stata un’esperienza meravigliosa, mi hanno fatto capire che la nostra condizione è per certi versi uguale: tutte le volte in cui non ascoltiamo la nostra voce, i nostri sogni, ci mettiamo in gabbia da soli. Non mantenere fede al nostro istinto, ai nostri sogni nella vita, nel lavoro, ci spegne, ci fa diventare tristi, ci fa perdere la nostra voce. Se smettiamo di sognare, moriamo dentro”. Acireale si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi del calendario culturale cittadino. Oggi pomeriggio alle 18, nella Sala Convegni Aias Acireale, in via Lazzaretto 65, si terrà l’incontro “L’isola che non c’è. Le sicilitudini e le Sicilie, fra scandalo, rivalsa e riscatto”, inserito nel programma di “Marzo. Il mese della Cultura”. Sarà un confronto aperto, intenso e provocatorio sulla condizione della Sicilia, sulla sua identità complessa e sulle contraddizioni che da sempre attraversano la società isolana. Un’occasione per interrogarsi su ciò che ancora manca perché la Sicilia possa dirsi pienamente compiuta: indipendenza di pensiero, autonomia di azione e capacità di riscatto collettivo. A dialogare su questi temi saranno tre protagonisti del panorama culturale e istituzionale italiano: Felice Cavallaro, inviato del Corriere della Sera, tra i più attenti narratori delle dinamiche sociali e culturali del Sud; Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, intellettuale e scrittore tra i più lucidi interpreti dell’identità mediterranea; monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana. Il dibattito prenderà le mosse da una domanda tanto antica quanto attuale: la sofferenza della Sicilia nasce dall’isola che non riesce a essere o dalla “sicilitudine” che la imprigiona? Richiamando le provocazioni di Leonardo Sciascia, l’incontro cercherà di esplorare le molte “Sicilie” che convivono nello stesso spazio: orgoglio e fatalismo, genialità e immobilismo, spirito di rivalsa e rassegnazione. Siamo davvero, come qualcuno ha sostenuto, un popolo irrimediabilmente contraddittorio? Oppure siamo ancora capaci di sorprenderci, di scandalizzare positivamente noi stessi e il mondo mostrando il meglio della nostra cultura, della nostra intelligenza e della nostra creatività? Lo scopriremo nel corso della chiacchierata di questa sera in cui media partner dell’iniziativa sono La Sicilia e Affissione.com. “Scrivere è stata terapia”. Le parole dal carcere di Carmine Antropoli di Teresa Cioffi Corriere di Torino, 13 marzo 2026 “Dal Volturno al Tevere al Nilo” è il racconto di una caduta improvvisa e di una resistenza interiore che diventa testimonianza. Il libro, sottotitolato “Storia umana e di malagiustizia” e firmato da Carmine Antropoli, verrà presentato sabato (ore 16.30) al Circolo dei lettori di Torino. Le pagine sono state scritte dal dottor Antropoli, primario chirurgo dell’ospedale Cardarelli ed ex sindaco di Capua dal 2006 al 2016, dal carcere. L’arresto è arrivato tre anni dopo la fine del suo mandato amministrativo, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. “Alle 4.30 del mattino si presentano i carabinieri con un mandato di cattura. Per me un incubo, il mondo mi cade addosso”. Passerà quattro mesi in carcere in custodia cautelare, prima di ottenere i domiciliari e affrontare un lungo processo che si concluderà solo anni dopo. La vicenda giudiziaria terminerà infatti con l’assoluzione, perché il fatto non sussiste. La sua permanenza in carcere però si è tradotta in un libro, nato dagli appunti che Carmine Antropoli scriveva in cella quasi per necessità, giorno dopo giorno: “Scrivere è diventata la mia terapia”. Il diario diventa così un racconto diretto e personale, pagine dove l’autore annota pensieri, paure e piccoli episodi della quotidianità carceraria. E poi c’è l’impatto con la realtà del carcere: le celle sovraffollate, il freddo dovuto ai termosifoni guasti, l’acqua calda che spesso manca, le giornate che scorrono lente tra il passeggio nel cortile e le lunghe ore in cella. “Il tempo non passa mai - scrive il medico -. Quando chiudo gli occhi penso ai miei figli e alla mia famiglia. Sono immagini che pesano come macigni”. Accanto alla sofferenza personale emergono anche i volti e le storie degli altri detenuti. In carcere Carmine Antropoli ha incontrato mafiosi in regime di alta sicurezza, ma anche detenuti comuni con alle spalle vicende molto diverse. Alcuni rapporti sono diventati veri legami. Come quello con il compagno di cella che lo accoglie e lo aiuta nei primi momenti, o Nelson, un giovane detenuto straniero che il dottor Antropoli ha aiutato mettendo a disposizione il proprio avvocato. Durante la detenzione, pur non potendo esercitare ufficialmente la professione, il chirurgo ha continuato anche a mettere a disposizione le proprie competenze mediche, offrendo consigli ai compagni di detenzione. E nel microcosmo della struttura sono nate forme di solidarietà: “All’interno del carcere esiste un aiuto reciproco importante. Anche il passaggio di un po’ di sale o di olio da una cella all’altra diventa un valore”. Il diario si presenta come una testimonianza ma anche come una denuncia delle criticità del sistema carcerario e, più in generale, delle distorsioni della giustizia. Antropoli riflette sul ricorso alla custodia cautelare e sui tempi lunghi dei processi. Tra ricordi familiari, momenti di sconforto e riflessioni sulla fede, Dal Volturno al Tevere al Nilo è il racconto di un’esperienza che ha segnato profondamente la vita dell’autore ed è anche un appello a interrogarsi su un sistema che, secondo Antropoli, può danneggiare fortemente anche chi è innocente. Il decreto sicurezza è “un progetto eversivo” di Anna Laura Bussa Il Manifesto, 13 marzo 2026 L’allarme dei Giuristi Democratici. Il governo sta portando avanti “un progetto eversivo” per “impedire il dissenso” e “trasformare progressivamente lo Stato di diritto in uno Stato di polizia”. A lanciare l’allarme sono i Giuristi Democratici che presentano al Senato un dossier sull’ultimo decreto sicurezza messo in campo dal governo. Un’analisi, articolo per articolo, “che mostra - spiega Antonello Ciervo del gruppo dei Giuristi democratici - come il provvedimento miri a concretizzare una svolta autoritaria in totale contrasto con la Costituzione”. “È un dossier molto utile per capire come si stia disattendendo di fatto il dettato costituzionale in tema di diritti”, osserva il capogruppo di Avs al Senato, Peppe De Cristofaro, che partecipa all’incontro insieme alla vicepresidente della commissione Giustizia della Camera Ilaria Cucchi (Avs). “E noi - assicura - porteremo avanti una dura battaglia parlamentare contro il testo, a cominciare dalla presentazione di una pregiudiziale di costituzionalità. Proveremo a cambiarlo il più possibile anche attraverso una valanga di emendamenti”. “In realtà - aggiunge Ciervo - il decreto sicurezza va letto insieme alla riforma costituzionale per la separazione delle carriere e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, contro la quale noi ci stiamo battendo all’interno del Comitato per il No, perché fa tutto parte di uno stesso disegno: smontare pezzo a pezzo la Costituzione, la libertà di espressione, la libertà di scendere in piazza per manifestare il proprio dissenso”. Nel dossier si denuncia la creazione di una “spirale securitaria” che “non è casuale”, bensì “l’esito di una volontà politica precisa, alimentata da biografie pericolose che affondano le radici nel fascismo e guardano con favore a modelli sociali suprematisti, ormai egemoni a livello internazionale, tanto nella Russia di Putin quanto negli Stati Uniti di Trump”. Per i giuristi democratici l’esecutivo punta a sollecitare nel Paese “un clima di intimidazione generale e diffuso”. “Vogliono tappare la bocca a chiunque non la pensi come loro. Vogliono evitare che la gente scenda in piazza a protestare”, sottolinea Ciervo. E per farlo servono norme come quelle contenute nel decreto sicurezza: dal Daspo giudiziario, alla punibilità dei genitori in caso di reati commessi da figli minorenni; dal conferimento alla polizia di un’ampia discrezionalità nell’eseguire fermi identificativi e perquisizioni, alle sanzioni, anche fino a 20mila euro per i promotori dei cortei. Misure che, assicurano i Giuristi democratici, “produrranno un effetto deterrente rispetto all’esercizio della libertà di riunione e di manifestazione del pensiero”. Le norme del decreto, nel loro complesso, è la denuncia, rappresentano “il più grave attacco alla libertà di riunione e manifestazione del pensiero mai realizzato nella storia repubblicana”. Non si introducono nuovi reati, ma le sanzioni pecuniarie “sono talmente elevate e la loro contestazione talmente discrezionale da parte della polizia che i promotori delle manifestazioni in luogo pubblico saranno da oggi continuamente sotto ricatto economico delle forze dell’ordine”. I Giuristi democratici non esitano a parlare di “un vero e proprio attentato alla Costituzione”. Il governo “vuol farci diventare tutti dei prigionieri politici, impedendoci di esercitare i nostri diritti costituzionali in piazza e nei luoghi pubblici”. Ma questo, dichiarano anche gli esponenti di Avs, va contrastato in ogni modo. Dentro e fuori le Aule parlamentari. Migranti. Storia di Bandjougou, un Lazzaro senza miracolo di Sergio D’Elia L’Unità, 13 marzo 2026 Coi barconi di fortuna, i gommoni sgonfi e i pescherecci sovraffollati dei migranti di oggi che dalla Libia, dalla Turchia o dalla Tunisia attraversano il Mediterraneo, sono tornate “le navi di Lazzaro”. E le condizioni infami della traversata nel mare mosso non sono altro che l’annuncio di quel che li aspetta sulla terra ferma. Nessun miracolo, nessuna resurrezione. Le sezioni d’isolamento dei nostri istituti di pena sono come “le navi di Lazzaro”. Degradate nel girone più basso, più buio, più fetido del carcere, le “stanze di pernottamento”, senza aria e senza luce, si affacciano su corridoi dove scorre di tutto: dall’acqua sporca della doccia comune ai rivoli d’urina di un Lazzaro impazzito. Anche qui, un po’ d’aria e un po’ di luce filtrano solo dai “boccaporti” delle bocche di lupo alle finestre. Anche qui manca lo spazio minimo vitale, mentre abbondano le malattie del respiro, del cuore e della mente, le infezioni intestinali, la tubercolosi, la scabbia, le cimici, la febbre, le ferite da taglio e i suicidi. Qui, però, l’ora d’aria e di luce non è desiderata neanche al mattino: la cella è sempre buia, il detenuto confonde il giorno con la notte, il letto è un sudario che conserva le tracce di tutti i corpi che di lì sono passati e sono riusciti a prendere sonno. Alla fine di questo altro viaggio, nel “cimitero dei vivi”, difficilmente Lazzaro risorge dalla tomba, neanche per miracolo. Anche la sezione di isolamento del carcere di Enna è collocata nella parte più bassa del carcere, come nel veliero dei poveri migranti di fine Ottocento o sulla carretta del mare dei disperati di oggi. Anzi, la condizione è proprio quella di questi ultimi, simile è il loro destino. Perché gli abitanti in questa terra desolata al centro della Sicilia sono, spesso, gli stessi che hanno attraversato il Mar Mediterraneo. Ce ne sono altri che hanno avuto la “fortuna” di nascere in Italia ma il carcere li ha livellati tutti. Nella cella numero 7, Carmelo, 28 anni, fine pena agosto 2027, legge libri e scrive un diario con la ferma intenzione di passare dal fondo del reparto di isolamento a un piano più alto. Nella cella 5, quella di Antonio, il termosifone è spento, la doccia sputa solo acqua fredda, la luce è artificiale e si accende solo da fuori. Nella cella numero 1, il degrado raggiunge il bassofondo più basso della condizione umana. Come ti chiami? Ci mette un po’ a scrivere sul foglietto di carta, col tratto di un bambino dell’asilo, il suo nome: Bandjougou Doukouré. Quanti anni hai? “Non ho un’età”, risponde. Ne dimostra una trentina. È lì da un mese proveniente, chissà come, dal Mali e poi dalla libertà in Italia, chissà quale. La stanza è completamente al buio. La piccola finestra aperta all’origine da un architetto dei supplizi a tre metri da terra e a dieci centimetri dal soffitto, è sigillata come una bocca di lupo chiusa. Non spira un filo d’aria, non filtra un raggio di luce. Il fetore di urina e feci e di cibo mai consumato, avvolge tutto e impregna i vestiti anche del visitatore occasionale che si è avventurato all’interno della caverna. Gianpiero Cortese è molto più di un avvocato difensore. Per Bandjougou, che è sempre stato uno senza famiglia e senza fissa dimora, compie anche, cristianamente, molte opere di misericordia corporale: visita il carcerato, veste l’ignudo, dà da mangiare all’affamato. E lo assiste con amore anche in tribunale dove cerca di ridurre il danno di un diritto penale che vede solo l’uomo del reato, non considera la sua capacità di intendere e di volere, meno che mai riconosce l’uomo della pena che lo sta abbrutendo, non lo sta emendando. Ogni santo giorno un buon samaritano ispettore di polizia s’affaccia alla cella di Bandjougou e sparge un po’ di speranza. Lo chiama, lo saluta, gli parla. Il disgraziato non vede, non ascolta, non risponde. E non mangia. Nell’angolo della stanza ha aperto una piccola discarica di minestre irrancidite passate direttamente dal carrello portavitto al pavimento. L’oscurità è resa ancora più cupa dal nerofumo che ricopre le pareti, opera dell’ultimo incendio che il detenuto ha appiccato alla cella. Bandjougou ha sempre giocato col fuoco. Quando era fuori aveva bruciato rifiuti, per scaldarsi aveva incendiato cartoni. È stato arrestato alla vigilia di Natale per aver tentato di dare fuoco al motorino di un cinese che prontamente lo ha denunciato. Era avvolto in una coperta quando lo hanno fermato, aveva in mano un accendino rosso e un mazzetto di paglia, minacciava l’incendio anche del distributore di benzina adiacente. La branda è piantata per terra, ha sopra un materasso di gommapiuma ormai esaurito e tutto morsicato. Sul misero giaciglio non ci sono lenzuolo, federa e cuscino, ma solo una coperta marrone avvoltolata e lurida come quella della strada e come tutto il resto. Il letto è incastrato tra la parete e il muro del bagno: un cesso senza luce, senza acqua, senza lavandino. E anche senza il water, perché Bandjougou lo ha divelto, e nel buco rimasto aperto sul pavimento lui ora fa i suoi bisogni. Va su e giù nella cella a piedi nudi tra gli avanzi di cibo e le pozze d’acqua che schizza in abbondanza dalla doccia comune aperta senza riparo e senza ritegno mezzo metro davanti al suo cancello. Da quando è arrivato a Enna, Ignazio Santoro, il bravo e coscienzioso direttore dell’istituto, ha insistito per il suo trasferimento in un luogo diverso, dove medici e infermieri possano davvero prendersi cura di lui. Alla fine, la sua supplica è stata accolta e ora Bandjougou attende che si liberi un letto al Pagliarelli di Palermo o a Barcellona Pozzo di Gotto. Siamo stati a Barcellona, un anno fa. Un tempo c’era l’OPG, l’ospedale psichiatrico giudiziario. Oggi non c’è più, perché li hanno aboliti tutti. Ma, nello stesso luogo, hanno allestito un qualcosa di simile che si chiama ATSM, che vuol dire Articolazione Tutela Salute Mentale. Il giorno della visita, c’era un solo dirigente psichiatra per tutta l’ATSM, quella maschile e quella femminile, un altro medico era in convenzione, una terza dottoressa era in formazione, una specializzanda che richiedeva di essere affiancata da un tutor. Abbiamo visto anche lì celle fatiscenti, sporche e maleodoranti, e incontrato detenuti che facevano letteralmente pena. Non credo che in quel luogo Bandjougou possa ritrovare la tutela, la salute e il senno perduti. Passando da un lazzaretto all’altro, Lazzaro resta Lazzaro: sta sempre in fondo alla nave, sepolto nel cimitero dei vivi, da dove non risorgi neanche per miracolo. Bandjougou ha bisogno, non di un carcere migliore, ma di qualcosa di meglio del carcere. Ha bisogno di aria, di luce, del sole del deserto del suo Mali. Ha bisogno di una famiglia che forse non ha mai avuto, della dimora che non ha mai abitato, dell’amore che non ha mai ricevuto. Aumentano i minori denunciati e arrestati. “Ma l’approccio emergenziale non serve” di Alice Dominese Il Domani, 13 marzo 2026 Il rapporto della ong Save the Children sulla criminalità minorile spiega perché dietro l’espansione di denunce, arresti e armi tra i più giovani ci sono “fragilità emotive diffuse” di adolescenti spaventati dal mondo esterno. L’Italia è uno dei paesi con il tasso di criminalità minorile più basso in Europa, ma tra fragilità relazionali e vuoti educativi aumentano i minori denunciati o arrestati per reati violenti. “Almeno fare paura significa essere visti”, dice un ragazzo intervistato da Save the Children nell’ambito del report “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, che critica la risposta punitiva prediletta dalle istituzioni. “Di fronte a questo scenario, un approccio emergenziale che fa della punizione e del controllo gli strumenti principali per prevenire e affrontare la violenza minorile non è coerente con il superiore interesse del minore”, dice Antonella Inverno, responsabile della ricerca dell’ong. Dietro l’espansione di denunce, arresti e armi tra i più giovani, secondo la ricerca svolta dall’ong ci sono “fragilità emotive diffuse” di adolescenti spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso e segnato da conflitti all’interno delle famiglie e nella società. Le testimonianze di minori e neomaggiorenni, magistrati, esperti, operatori sociali e del sistema di giustizia minorile che accompagnano ragazze e ragazzi nei percorsi di reinserimento rivelano come nell’ultimo decennio la violenza sia diventata più immediata, condivisa e amplificata, anche attraverso i social. I minori e i giovani adulti presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (Ussm) dall’autorità giudiziaria nel 2024 sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile. L’attuazione del cosiddetto Decreto Caivano ha di fatto ampliato i casi di custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle alternative al carcere. Un dato che riguarda soprattutto i più giovani: il 73 per cento ha tra i 14 e i 17 anni e l’1 per cento ha meno di 14 anni, mentre i giovani adulti sono il 26 per cento. In particolare, secondo i dati forniti dal Servizio Analisi Criminale del ministero dell’Interno, rispetto al decennio passato, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (4.653 nel 2024 rispetto alle 1.921 del 2014), rissa (1.021 nel 2024, 433 nel 2014) e minaccia (1.880 nel 2024, 1.217 nel 2014), mentre diminuiscono i minorenni segnalati per il reato di associazione per delinquere (109 nel 2024, 406 nel 2014). Se nel 2024, poi, il numero di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa conferma il trend del 2014 (49), il dato del primo semestre 2025 (46) suggerisce una possibile crescita del fenomeno. I dati fotografano anche una maggiore diffusione delle armi tra i minori, con un incremento dei minorenni segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere. Il picco delle segnalazioni, pari a 1.096 adolescenti, è stato raggiunto nel primo semestre del 2025. Se l’aumento della diffusione delle armi e dei minorenni denunciati o arrestati riguarda quasi tutte le regioni, nello stesso periodo Milano, Roma, Bologna e Torino sono le città con il maggior numero di minorenni denunciati o arrestati. Come riporta Save the Children, i giovani intervistati raccontano che girare armati fa sentire “più sicuri”, ma a volte anche “più nervosi”, altri lo fanno per status o come simbolo di potere. “Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente” spiega un operatore. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”. A differenza di qualche anno fa, si legge nel report, la violenza di strada non è più confinata alle aree di marginalità estrema, ma coinvolge anche ragazzi e ragazze provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati. Ai gruppi strutturati che agiscono violenza si sostituiscono poi aggregazioni fluide e temporanee, che si formano spesso via social per affermare la propria presenza pubblica o mettere in atto reati come furti e rapine. A completare il quadro, si aggiunge spesso l’assenza sul territorio di servizi dedicati, insieme al ruolo carente di famiglie, scuola e istituzioni, in molti casi percepite come assenti, incoerenti o delegittimate da parte degli adolescenti intervistati. Anche quando i segnali di disagio compaiono, dicono gli operatori sociali, la presa in carico da parte degli adulti non sembra funzionare, così come l’approccio securitario nei confronti della violenza minorile. Per questo, secondo Giorgia D’Errico, direttrice delle relazioni istituzionali di Save the Children: “Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. Accanto a questo, è fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità, e garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo”. Migranti. Diminuiscono gli arrivi ma aumentano i morti di Daniela Fassini Avvenire, 13 marzo 2026 Il 2026 è l’anno con l’inizio più drammatico per numero di morti: secondo l’Oim sono già 545, erano 144 nello stesso periodo del 2025. Il 2026 è l’anno con l’inizio più drammatico per numero di morti. “Diminuiscono gli arrivi ma aumentano i morti” sottolinea un portavoce dell’Oim che, calcolatrice alla mano snocciola: dai 9 morti del 2014 (primo anno in cui si è cominciato a registrare le vittime in mare, ndr) ai 545 del 2026. Il periodo di riferimento è sempre lo stesso: 1 gennaio - 12 marzo. Passando per i 490 del 2017, i 358 del 2018 e poi ancora, 353 nel 2023 e i 144 dello stesso periodo del 2025. “Significa che quelli morti sarebbero stati contati come persone arrivate - aggiunge - Bisogna riflettere che ci sono stati meno arrivi perché molti barconi partiti non sono arrivati e purtroppo meno arrivi non significa meno morti. I numeri sono comunque bassi: quelli di quest’anno, quelli dell’anno scorso. In realtà la narrazione che c’è intorno agli arrivi via mare è sempre un po’ esagerata. L’emergenza non è numerica ma umanitaria”. Frontex: arrivi irregolari -50% sulla rotta del Mediterraneo centrale - C’è sempre un’altra lettura dei dati. Soprattutto quando si parla di persone, di migranti che tentano di raggiungere l’Europa, in modo irregolare e che magari perdono la vita in “naufragi fantasmi” o intercettazioni e deportazioni dalla cosiddetta Guardia costiera libica, quei guardacoste cioè che l’Onu, nei suoi innumerevoli rapporti lo dice chiaramente mettono a repentaglio i diritti dei migranti: la Libia non è un Paese sicuro per loro. Eppure la storia continua a ripetersi. Mentre Frontex comunica che il numero di migranti irregolari continua a diminuire in questi primi due mesi dell’anno, e si limita a dare un dato: -50% lungo la rotta del Mediterraneo centrale, la più trafficata ma anche la più letale, dall’altra ci sono i numeri dell’Oim e delle organizzazioni umanitarie. Lungo la stessa rotta, che parte da Libia e Tunisia e porta alle coste italiane e che resta la rotta più trafficata (pesa per circa il 30% degli arrivi), si sono registrati circa 3.300 attraversamenti irregolari, in calo del 50% rispetto ai primi due mesi del 2025. Il numero di arrivi irregolari continua a diminuire, ma il costo umano sottolinea l’agenzia Ue, continua ad aumentare. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, quasi 660 persone (per l’esattezza 657) hanno perso la vita nel Mediterraneo nei primi due mesi del 2026. Naturalmente sono numeri al ribasso perché molti migranti lungo questa rotta sono scomparsi o morti senza notizia certa. Il ciclone Harry e quei corpi senza vita sulle spiagge (l’ultimo, il 5 marzo a Caltanissetta) - Ci sono però altre due notizie da sottolineare: la prima è che il ciclone Harry, che si è abbattuto sul Mediterraneo a metà gennaio ha provocato la morte di almeno mille persone secondo le testimonianze raccolte da Mediterranea Saving Humans e da Refugees in Libya. Nei giorni successivi, almeno una decina di corpi senza vita sono stati recuperati sulle spiagge di Calabria e Sicilia. E l’orrore continua. Perché da metà febbraio continuano ad arrivare cadaveri in decomposizione: l’ultimo, in ordine cronologico, il 5 marzo scorso sulla spiaggia di Butera (Caltanissetta). Il Mediterraneo, secondo l’Oim, sta registrando un numero senza precedenti di decessi di migranti nei primi due mesi del 2026, con 606 registrate al 24 febbraio. Nello stesso periodo, gli arrivi in Italia sono diminuiti da 6.358 a 2.465 (una diminuzione del 61%). Eppure ci sono segnalazioni di centinaia di altri dispersi in mare che non possono ancora essere verificati. Solo nelle ultime due settimane, 23 resti umani sono stati ritrovati sulle coste meridionali italiane e libiche. Poi ci sono i respingimenti: 2.568 persone intercettate in mare e riportate in Libia - Almeno 2.568 migranti sono stati riportati in Libia nei primi due mesi del 2026. E per l’esattezza, dal 1° gennaio all’8 marzo. La maggior parte di loro, dopo essere stata fatta sbarcare a Tripoli, è stata riportata nei centri di detenzione, in quei centri dove i migranti “sono sottoposti a violazioni e abusi dei diritti umani spietati e sistematici, che comprendono torture, uccisioni, violenze sessuali e traffico di persone” ha recentemente confermato l’Onu, nel suo rapporto con la missione di supporto Unsmil. Il rapporto sottolinea che i migranti “vengono rastrellati e rapiti da reti criminali di trafficanti, spesso legate alle autorità libiche, e da reti criminali all’estero. Vengono separati dalle famiglie, arrestati e trasferiti in strutture detentive senza alcun giusto processo, spesso sotto minaccia di arma da fuoco, in quella che equivale a una detenzione arbitraria”. “Il rapporto - ha detto il portavoce Stephane Dujarric - è davvero agghiacciante da leggere e racconta una vicenda che merita molta più attenzione”. Diritto internazionale a geometria variabile di Massimo Nava Corriere della Sera, 13 marzo 2026 Guerre giuste e guerre dimenticate: il doppio standard. Quando la forza finisce per sostituire le regole. È abbastanza sorprendente il coro di commenti negativi sulla politica di Donald Trump, a proposito di uso indiscriminato della forza, umiliazione della diplomazia e palese violazione del diritto internazionale. Come se l’attacco all’Iran fosse soltanto un caso improvviso e isolato, concepito dalle follie di potere del presidente americano. Come se la memoria del recente passato e persino del presente fosse azzerata. Come se tutto quanto continua ad accadere anche fuori dall’Iran (leggi Ucraina, Libano, Gaza) fosse meno grave e meritasse meno attenzione. Ed è ancora più sorprendente come l’affermazione di un principio - il diritto internazionale - sia sottoposta a variabili di ordine culturale e politico, il che, di conseguenza, comporta che la violazione dello stesso sia considerata più o meno grave non in assoluto, ma a seconda di chi la decida e di chi la subisca. Se ci riferiamo ad esempio all’invasione dell’Ucraina, la condanna della Russia è quasi unanime, così come quasi unanime è la percezione dell’Ucraina e della sua leadership come vittime. In sintesi, la Russia ha invaso un Paese sovrano e per di più democratico, a prescindere dalla genesi e dalle ragioni del conflitto in Donbass, cominciato dieci anni prima dell’invasione. In sintesi, la morte di civili e bambini ucraini suscita maggiore indignazione della morte di civili e bambini dell’Iran, del Libano, di Gaza. Diverse furono le motivazioni addotte e la percezione dell’opinione pubblica a proposito del bombardamento della Serbia, deciso nella primavera del 1999 dall’allora presidente democratico Bill Clinton e dai Paesi dell’Alleanza Atlantica, Italia compresa. Un’azione considerata in buona sostanza eticamente giustificata, a prescindere dal diritto internazionale e dalla violazione di sovranità della Serbia. Il governo italiano - presidente Massimo d’Alema, vice presidente Sergio Mattarella, ministro degli esteri Lamberto Dini - mise a disposizione anche le basi italiane della Nato da cui partirono diverse decine di missioni di bombardieri con piloti italiani a bordo. Un tema - la concessione delle basi - al centro del dibattito politico attuale in cui anche il Pd sembra avere memoria corta rispetto all’epoca di Clinton e D’Alema. Il bombardamento di un Paese sovrano - la Serbia - possibile in ambito Nato non essendo approvato dalle Nazioni Unite - favorì l’indipendenza della provincia separatista del Kosovo, il che si dimostrò nel tempo anche un formidabile alibi nelle mani del presidente russo Putin per annettersi la Crimea russofona. Ovviamente, occorre ricordare che la Serbia era guidata dall’autocrate Slobodan Milosevic e che in Kosovo era in atto una violenta repressione contro la guerriglia indipendentista. E se aveva senso allora eliminare una dittatura e fermare una repressione, si deve giustificare oggi l’attacco al sanguinario regime iraniano? Piuttosto controversi furono i giudizi sulla prima e sulla seconda guerra del Golfo, scatenata contro il regime di Saddam Hussein. Nel primo conflitto, l’attacco a Baghdad fu deciso da George Bush senior per difendere e liberare il Kuwait, invaso dalle truppe irachene. In sostanza per contrastare una violazione del diritto internazionale da parte dell’Iraq. Ma nel secondo conflitto, George Bush junior non tenne conto del diritto internazionale, esattamente come Donald Trump, inventò una “coalizione di volenterosi” e mandò i bombardieri nella presunzione che il regime di Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa. Un falso clamoroso, presentato come verità alle Nazione Unite dall’allora segretario di Stato Colin Powell che esibì all’Assemblea la famosa provetta come prova di armi letali. Nei confronti dell’Iran, almeno le giustificazioni - i piani per la costruzione dell’atomica - erano formalmente più credibili, nonostante le trattative in corso con il regime per fermare quei piani. Certamente più di quanto non siano gli argomenti utilizzati per il sequestro lampo del presidente venezuelano Maduro, un caso che comunque s’inserisce nella galleria di leader spietati e invisi al proprio popolo (ieri Saddam e Milosevic, oggi Khamenei e appunto Maduro) la cui fine non commuove nessuno. Restano le motivazioni che hanno determinato la loro eliminazione, appunto una palese violazione del diritto internazionale e della sovranità statuale e senza nemmeno una dichiarazione di guerra nelle mani degli ambasciatori, come si usava in passato. Se “il fine giustifica i mezzi”, in un mondo in cui il diritto internazionale è carta straccia, si potrebbe affermare una regola per ora non scritta che sia lecito eliminare con qualsiasi mezzo le dittature ed esportare con qualsiasi mezzo la democrazia. Nobile scopo all’origine di disastri peggiori delle dittature. Sarebbe comunque una regola che dovrebbe sancire anche le eccezioni: non sono eliminabili i regimi troppo potenti e in possesso di armi nucleari. Infatti, la corsa alla bomba continua. La politica nel caos tra Dio e l’algoritmo di Gabriele Segre La Stampa, 13 marzo 2026 Tra i mille effetti brutali della guerra ce n’è uno meno evidente ma altrettanto spietato: quando città e uomini bruciano abbastanza a lungo, prima o poi nel rogo finiscono anche le nostre contraddizioni. Il conflitto in Medio Oriente è già arrivato a questo punto dopo appena due settimane: mentre incendia un’intera regione, ha cominciato a incenerire anche le maschere indossate dal nostro Occidente, portando alla luce le verità nascoste di un’epoca che non riusciamo più a riconoscere. Lo fa, come sempre accade in guerra, soprattutto per immagini. La prima è quella di Donald Trump nello Studio Ovale, circondato da una dozzina di pastori evangelici in giacca e cravatta. Occhi chiusi, mani posate sulle spalle del comandante in capo. Come in un antico rito di consacrazione, invocano la protezione su di lui e sulle sue insegne: quelle dei bombardieri che decollano dalle portaerei e dei missili che solcano il cielo dal Mediterraneo al Golfo Persico. L’operazione “Furia Epica” assume i tratti di un’epopea medievale e, allo stesso tempo, perfettamente coerente con l’America del ventunesimo secolo. Altro che Capitol Hill o Consiglio di sicurezza dell’Onu: la legittimazione arriva direttamente dall’Onnipotente e non prevede interrogazioni parlamentari. La seconda immagine è molto meno teatrale, anche se non meno mistica. Nessun volto, nessun gesto solenne o scena da immortalare, nessun sacerdote in abito da cerimonia. Solo una fila di schermi fluorescenti che riflettono l’opacità di un algoritmo onnisciente, capace di vedere tutto attraverso gli occhi infallibili dei suoi satelliti e di calcolare ogni cosa con la potenza di un’intelligenza senza corpo né coscienza. Scruta gli anfratti del territorio nemico, interpreta le ombre termiche degli edifici. È capace di distinguere tra una scuola e un deposito di armi - almeno così assicura l’azienda che lo ha programmato. È lui che decide della vita e della morte con la certezza assoluta di chi non ha bisogno di guardarsi allo specchio. Né, per inciso, di rivolgersi a un avvocato. Sono le fotografie di due fedi cieche e speculari che rispondono alla stessa urgenza: riempire il vuoto di senso e di direzione che si è aperto nelle nostre società. Per due secoli lo Stato-nazione moderno si è retto su un patto imperfetto ma chiaro: sicurezza e prosperità in cambio di fedeltà e consenso. Oggi quell’equilibrio giace sotto le macerie dell’ineguaglianza galoppante, della dissoluzione progressiva del tessuto sociale e dell’ascesa di nuovi poteri senza mandato, da Pechino alla Silicon Valley, dai fondi sovrani a Wall Street. Nel frattempo, tra guerre che nessuno si degna più di spiegare, bollette dell’energia alle stelle e un lavoro che evapora nell’intelligenza artificiale, i cittadini guardano alle istituzioni stanchi e sempre più increduli, come chi aspetta un treno perennemente in ritardo in una stazione sempre più vuota. La domanda che serpeggia ormai apertamente è la più antica e la più eversiva che si possa rivolgere a chi governa: a cosa servi? E, soprattutto, per chi? Quando la politica resta muta, il mistero della fede torna dunque in soccorso: puntuale, imperscrutabile come miliardi di righe di codice che nessuno capisce davvero, ma a cui ci affidiamo con devota speranza. La guerra diventa “giusta” per benedizione divina e al contempo “sicura” per grazia algoritmica. La spada di Dio guidata dai terabyte, in un connubio che avrebbe fatto inorridire teologi e filosofi di ogni epoca. Come in qualsiasi dogma che si rispetti, nessuna spiegazione è davvero necessaria davanti alla sacralità dell’unzione, teologica o digitale che sia. Casa Bianca, Pentagono e data center diventano le nuove cattedrali dove si fondono salmi biblici e formule digitali in una liturgia sorprendentemente coerente con lo spirito del tempo. Intanto, la responsabilità politica evapora, dissolvendosi nell’etere tra una preghiera e un aggiornamento di sistema. Così, nell’inferno di un mondo che ha smarrito le sue coordinate, travolto dalle bombe e dall’inflazione, dalla violenza e dal disagio sociale, ci viene promesso che solo Dio e l’algoritmo sapranno tenerci lontani dal precipizio. Una tentazione allettante - antichissima e allo stesso tempo inedita - che non chiede di essere capita, discussa o sottoposta al fastidio del consenso democratico: soltanto di essere creduta. Il guaio è che, quando una civiltà comincia a cercare salvezza nei miracoli o nei calcoli automatici, di solito è perché ha smesso di confidare nella capacità di decidere il proprio destino. E quello, più che l’inizio di una nuova fede, è quasi sempre il segnale più chiaro di una resa. Iran. Il silenzio sui prigionieri politici: “Trasferiti in luoghi sconosciuti” di Maysoon Majidi Il Manifesto, 13 marzo 2026 Nel carcere di Evin sospesa la distribuzione del cibo. Crescono le preoccupazioni per la situazione dei prigionieri politici in Iran. Nonostante gli attacchi militari e le condizioni di guerra, non è stata diffusa alcuna comunicazione riguardo alla liberazione dei detenuti. “MIO PADRE era stato condannato a morte tre volte, con le stesse accuse che vengono spesso rivolte agli attivisti civili e politici: propaganda contro il sistema, spionaggio e inimicizia contro Dio. Alla fine la sua pena è stata ridotta a quindici anni di carcere, dato che non esisteva alcuna prova concreta contro di lui” racconta al manifesto Zhino Babamiri, figlia di Rezgar Babamiri, prigioniero politico curdo. Dopo la diffusione della notizia della morte di Ali Khamenei, spiega, alcuni detenuti avrebbero festeggiato all’interno delle carceri e sarebbero stati uditi colpi d’arma da fuoco. A causa dell’interruzione della rete Internet, tuttavia, i contatti con le famiglie sono estremamente limitati. Fonti locali affermano inoltre che alcuni prigionieri sarebbero stati trasferiti in luoghi sconosciuti. Anche la sorella di Ali Asadollahi, prigioniero politico detenuto nel carcere di Evin, riferisce una situazione simile. Alle famiglie, dice, era stato inizialmente comunicato di preparare la cauzione per ottenere un permesso temporaneo. Successivamente, però, è stato annunciato che i detenuti della sezione 209 del carcere di Evin sono stati trasferiti in una località sconosciuta. Secondo le informazioni disponibili, la gestione del carcere di Evin è in grave difficoltà e alcuni membri del personale hanno chiuso diverse sezioni svuotandole dei detenuti. Ciò ha compromesso l’accesso dei prigionieri al negozio interno e ai beni essenziali. È stato inoltre riferito che nella sezione femminile e nella sezione denominata “V” la distribuzione del cibo è stata sospesa e ai detenuti è stato fornito soltanto un quantitativo limitato di pane. Questo nonostante le normative interne della Repubblica Islamica e la direttiva 211 del potere giudiziario dispongano che, in situazioni di emergenza causate dalla guerra, le autorità giudiziarie sono obbligate ad adottare misure per garantire la sicurezza dei detenuti. Tali misure possono includere la modifica delle misure cautelari, la concessione della libertà condizionale, l’accettazione di cauzioni o il trasferimento dei detenuti in luoghi sicuri. L’obiettivo della norma sarebbe evitare che i prigionieri si trovino esposti a rischi diretti. In base alla stessa direttiva, se le misure ordinarie risultassero insufficienti, le procure potrebbero autorizzare il rilascio temporaneo dei detenuti considerati non pericolosi, tra cui prigionieri politici, detenuti per reati di opinione, reati finanziari o reati non intenzionali, fino al termine della situazione di emergenza. Secondo alcune fonti, un certo numero di detenuti sarebbe già stato rilasciato sulla base di questa disposizione nelle città di Marivan, Naqadeh, Urmia, Sanandaj, Mahabad ed Ilam. Altri rapporti indicano inoltre che, dopo il crollo di una parte del muro del carcere di Marivan in seguito a un attacco missilistico, alcuni detenuti sarebbero riusciti a fuggire. Il Kurdistan iraniano si trova in questo momento sotto pesanti attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti. L’obiettivo dei bombardamenti è neutralizzare le infrastrutture militari presenti nella regione, costruite dalla Repubblica Islamica in anni di repressione sistematica e progressiva militarizzazione dell’area. Israele. Archiviata l’inchiesta contro i soldati accusati di aver torturato un detenuto palestinese ilpost.it, 13 marzo 2026 L’avvocato generale dell’esercito israeliano, Itai Ofir, ha deciso di archiviare il procedimento contro cinque soldati accusati di aver torturato un prigioniero palestinese nella prigione di Sde Teiman. Il caso era stato molto discusso nel paese e all’estero dopo che la precedente avvocata generale Yifat Tomer-Yerushalmi aveva diffuso un video in cui si vedeva un gruppo di soldati circondare il detenuto, picchiarlo e violentarlo con un oggetto appuntito, coprendosi con gli scudi antisommossa. Il detenuto aveva riportato sette costole rotte, un polmone perforato e lesioni al retto. La struttura di Sde Teiman, parte di una base militare, è stata usata nel corso dell’invasione della Striscia di Gaza per incarcerare i palestinesi sospettati di far parte di organizzazioni radicali come Hamas. Secondo molte organizzazioni non governative e inchieste giornalistiche al suo interno avvengono sistematici abusi contro i detenuti. I cinque soldati accusati facevano parte di un gruppo di riservisti incaricato di sorvegliare i detenuti. Ofir ha detto che l’archiviazione è legata alle circostanze eccezionali del caso, fra cui il rilascio dell’uomo torturato dopo il cessate il fuoco dell’ottobre del 2025 e il comportamento di Tomer-Yerushalmi (che era stata arrestata in connessione alla diffusione del video), e ad alcune difficoltà burocratiche, situazione che minerebbe il diritto degli imputati a un giusto processo. Diversi esponenti della destra israeliana al governo avevano criticato fortemente il caso, e fra gli altri il primo ministro Benjamin Netanyahu ha lodato Ofir per l’archiviazione.